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Contrarietà degli ecopacifisti all’accordo tra Esercito e città metropolitana di Napoli
COMUNICATO CONGIUNTO VAS NAPOLI/ MIR NAPOLI – 13.10.26 Il 12 ottobre 2026, nella sede del Consiglio Metropolitano di Napoli, si è stipulato un protocollo d’intesa tra la Città Metropolitana, rappresentata dal Sindaco Gaetano MANFREDI, ed il Comandante Terr/le Sud dell’Esercito Italiano, Gen. C.A. Andrea DI STASIO.  Fine dichiarato dell’accordo sarebbe: “la realizzazione di iniziative congiunte finalizzate alla promozione e valorizzazione del territorio metropolitano, del patrimonio storico, culturale, paesaggistico e ambientale, anche attraverso eventi sportivi, culturali, educativi e sociali”. Nel corso della conferenza stampa per la ratifica di questo protocollo d’intesa, il Gen. DI STASIO, oltre a ribadire che questo accordo alimenta la sinergia tra istituzioni per valorizzare il territorio, ha dichiarato che l’Esercito lo farà “promuovendo la cultura della Difesa, i valori costituzionali, la legalità, la solidarietà e il senso civico, valorizzando le competenze tecniche, sportive, e organizzative per progetti rivolti alle scuole, ai giovani e alla cittadinanza”. «Dissentiamo completamente da questa idilliaca visione del rapporto tra forze armate e territorio metropolitano di Napoli, uno dei più militarizzati d’Italia – afferma Ermete FERRARO, responsabile della sede napolitana del M.I.R. Italia e del locale Circolo metropolitano V.A.S. di Napoli – Abbiamo ripetutamente denunciato l’incessante processo di militarizzazione della società civile e delle istituzioni formative, unito alla narrazione sul presunto ruolo delle istituzioni militari nella salvaguardia dell’ambiente, a fronte di problemi energetici ed ecologici causati invece proprio dalle forze armate e dalla loro occupazione del territorio senza limiti né controlli». Gli ecopacifisti di Napoli – ricordando che sta iniziando una rischiosa esercitazione nucleare della NATO sulle nostre teste – si dissociano da tali inopportune intese ed invece sostengono progetti di educazione ambientale e  formazione alla pace, al disarmo e alla difesa civile, popolare e nonviolenta. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Tempi di Fraternità: Il ritorno al nucleare e l’llusione dell’atomo
DI LAURA TUSSI SU TEMPI DI FRATERNITÀ DI NOVEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Tempi di Fraternità nel numero di novembre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sommosse, occupazioni e blocchi: l’Italia di Meloni è in subbuglio
Sciopero studentesco del 16 ottobre. Migliaia di studenti scendono in piazza in tutte le città italiane da Nord a Sud. Alcuni giornali hanno scritto: «non li abbiamo visti arrivare». Ma le occupazioni delle scuole erano cominciate a Torino, Bologna, Milano, Roma e Napoli già da una settimana, resistendo alla repressione folle di dirigenti scolastiche e polizia. E non solo le scuole del centro, hanno iniziato a occupare anche scuole nelle zone più periferiche. > I giornali locali e nazionali hanno iniziato fin da subito con una campagna > martellante sui danni provocati dalle occupazioni, condividendo video e reel > di scuole devastate amplificando e ampliando la realtà dei danni. Ad esempio, a Roma, è girato ovunque un video del Liceo Tulio Levi Civita dove una notte sono entrate delle persone esterne e hanno provocato dei danni nella scuola. Ma non hanno girato i video dei giorni seguenti dove gli e le studenti hanno ripulito, ridipinto e riorganizzato la scuola, e chiamato la comunità solidale di insegnanti e abitanti del quartiere a supporto della scuola. Così l’occupazione è stata difesa ed è finalmente riuscita a inchiodare il municipio sul tema degli spazi scolastici. Il 16 ottobre ci sono state tensioni a Torino, Milano, Bologna e Roma, piazze in tutta Italia, con diverse organizzazioni studentesche coinvolte, dai collettivi autorganizzati ai sindacati studenteschi come UDS, Rete degli Studenti e OSA. Nelle piazze molti erano i richiami alla Francia, alla Spagna e all’Albania in rivolta e lo slogan principale delle piazze era «soldi alla scuola e non alla guerra». “ITALIA IN PIAZZA17” Sabato mentre a Roma era convocata una grande manifestazione della Cgil dal cui palco Landini ha convo lo sciopero generale per il 20 novembre, in molte altre piazze d’Italia erano convocate piazze da “Italia in piazza17”. Una pagina instagram, gruppi telegram e un manifesto generico di rivendicazioni sul lavoro, stipendi, scuola, sanità, case e strade sicure. «Una manifestazione che non è organizzata da nessun partito politico, sindacato o organizzazione militante», «Vogliamo che la piattaforma superi le divisioni destra e sinistra» «Portate le bandiere italiane». > E così è stato in molte piazze, per la maggior parte piccole. Ma la differenza > l’hanno fatta Milano, Bologna e Torino, seppur in maniera diversa. A Milano un corteo di giovani e giovanissimi parte con bandiere italiane, bandiere palestinesi, qualche cartello contro il carovita e qualche coro “siamo tutti antifascisti”. Ma nei pressi di piazza Duomo la polizia carica il corteo, subito in maniera violenta spezza il corteo e rastrella chi trova. Ancora cariche in via Broletto e cariche in piazza Duomo dove parte una caccia alle persone in mezzo a turisti/e attoniti/e. Ed è qui che la situazione cambia. Le persone scappano, ma nuovi capannelli si riformano. La polizia carica. Ma nuove persone arrivano. Lancio di lacrimogeni. Si scappa, ma poi si ritorna. Piazza Duomo è grande e ragazzi e ragazze non vanno via. La polizia fa caroselli. Carica e prende tutte le persone che riesce. Mena e mena forte. Ma non riesce a ristabile l’ordine per ore. Fino a sera. > Dalle cronanche leggiamo di 72 giovani portati in questura, di cui 44 > minorenni, tra questi ne sono stati arrestati 16, di cui 9 minorenni. Persone > quasi tutte sconosciute alle forze dell’ordine, con nessun precedente, o > vicinanza a gruppi politici. Molti sono italiani di seconda generazione. Non è > chiaro se ci siano ragazze tra le persone fermate. Nelle stesse ore a Bologna la situazione è simile, scontri che durano per ore, portati avanti da giovani e giovanissimi, con tante persone di seconda generazione. Qui la polizia dopo aver caricato per ore in centro città, si è spostata in piazza Lucio Dalla, dove ha caricato persone inermi che stavano passando il sabato sera nei prati adiacenti alla piazza. A Torino invece la piazza “Italia in piazza” era chiaramente organizzata dalla destra, diverse persone di Futuro nazionale sono state poi riconosciute tra chi organizzava, e si è facilmente arrivati alle mani. In seguito mentre la piazza rimaneva vuota, sono stati danneggiate una libreria Feltrinelli e altri negozi del centro sempre da gruppi di giovani e giovanissimi. SOMMOSSE E SACCHEGGI LA DOMENICA A Milano la rabbia del sabato non si spegne. E domenica piccoli gruppi si danno appuntamento in Duomo, la piazza di ritrovo delle periferie, e iniziano i saccheggi dei negozi aperti (in effetti sarebbe arrivata l’ora di chiudere i negozi la domenica!). Si ruba e si distrugge, così com’era accaduto il giorno prima nelle piazze insorgenti francesi. Oggi i pennivendoli della destra e sinistra si scagliano contro questi atti impolitici. Contro questi persone giovani di seconda generazioni che non manifestano nel giusto modo, che sono incapaci di articolare delle proposte politiche, che invece di manifestare rubano le scarpe, vestiti e borse. E hanno anche distrutto dei libri. > I ragazzi e le ragazze che sono scesi a Milano a saccheggiare i negozi del > centro sono lì per restare. In questi anni sono stati descritti come maranza o > baby gang, trattati da nemico pubblico numero uno, vivono nelle periferie più > marginalizzate, vanno nelle scuole peggiori del nostro sistema scolastico e i > loro genitori sono le fascie più povere della nostra società. Ci si accorge di > loro solo quando diventano un problema di ordine pubblico. A scuola li chiamano i BES, alunni e alunne con bisogni educativi speciali per questioni economico-sociali. Ma i loro problemi non sono questioni individuali. Sono la grande questione di cui nessuno in questo Paese parla: la povertà e il razzismo strutturale. Sono quei ragazzi e ragazze che nascono qui, frequentano le scuole, e vivono tutta la loro infanzia e adolescenza senza cittadinanza, e sono sempre sotto il ricatto di perderla (come chiariscono le ultime proposte della Lega). Gli arresti salgono a 32 e in fermi in totale sono stati 271. La macchina repressiva picchia dura, e non solo a Milano. Da ieri, da tante città del Nord ci arrivano video di giovani ragazzi razializzati fermati senza nessun motivo e presi di mira nelle occupazioni e mobilitazioni studentesche. La polizia divide tra buoni e cattivi e la linea di divisione passa per il colore della pelle, una vera e propria profilazione razziale. BLOCCHI DI AGRICOLTURA E TRASPORTI NEL SUD ITALIA Tutte le prime pagine dei giornali oggi sono dedicare alle vetrine rotte di Milano. Una vera disgrazia in effetti. Così come la merce rubata. Nel frattempo nelle strade del sud Italia, in Calabria, Puglia e oggi anche in Campania, ci sono picchetti e blocchi della circolazione da giorni. Camion e trattori sono per strada, in ogni rotonda e nelle autostrade si rallenta o si ferma la circolazione. Il caro carburante rende impossibile portare avanti le imprese agricole e degli autotrasporti. Sabato in molte città i trattori si sono uniti ai cortei studenteschi, genitori, figli e figlie nelle strade contro un governo che non si interessa del Sud. Se i blocchi continueranno inizieremo a vedere meno merci negli scaffali e dietro quelle famose vetrine. E intanto esplode la lotta dell’Ilva di Tarantoe di Genova. > Non solo le periferie del Nord ma anche le aree periferiche del Sud Italia > stanno scoppiando. Quei territori dimenticati dal capitalismo avanzato dei > servizi, i quartieri dormitorio della forza lavoro sottopagata del nord e le > aree di produzione a basso valore aggiunto come l’agricoltura. Aree rese > invisibili dai centri nevralgici del potere economico e politico, ma che > esistono, nonostante l’abbandono. È forse la prima volta che in Italia, nello stesso momento, rischiano di scoppiare le periferie del Nord e i territori del Sud. Al momento è una giustapposizione di tempi, di spazi e di gruppi sociali, legati dal tema del carovita, non esiste una relazione, tantomeno un’alleanza, e spesso gli interessi sono confliggenti. Ma la concomitanza rischia di mettere in serio pericolo il governo. Per la prima volta dopo quattro anni. OCCUPAZIONI DI SCUOLE Ieri, ha occupato la prima università l’Orientale di Napoli e sono riprese le occupazioni delle scuole, sono decine in tutta Italia, licei del centro, ma anche scuole di periferia, iniziano a essere occupati anche degli istituti tecnici e qualche professionale. Le scuole dei “margini”, proprio quei luoghi che etichettano i ragazzi e le ragazze come problemi e si accorgono di loro solo quando “danno fastidio”. Possono essere queste occupazioni luoghi di ricomposizione sociale? Di costruzione di nuove alleanze? Di ripoliticizzazione delle giovani generazioni? > Possono queste lotte giovanili incontrarsi con le rivendicazioni delle lotte > sul lavoro e del carovita? Con le lotte per la sanità e contro la dismissione > del welfare pubblico? Per la casa e contro la speculazione immobilirare? L’Italia è in subbuglio. E il governo si prepara a varare una finanziaria che investe la maggior parte dei (pochi) soldi in spese militari invece che in scuola, sanità, istruzione, energia e trasporti. I saccheggi delle giovani generazioni, gli e le studenti in occupazione, lavoratori e lavoratrici dei trasporti e dell’agricoltura nei blocchi autostradali, da tre punti di vista diversi, ci spiegano come il patto neoliberale si è rotto. E non c’è alcuna mediazione possibile, da un lato perchè il governo ha in mano ormai solo il potere della repressione, e dall’altro perchè i corpi intemedi sono del tutto inefficaci. E si prepara l’ennesimo decreto sicurezza. Nelle prossime settimane in Italia sono indetti due scioperi, entrambi in modi diversi potrebbero essere momenti per rilanciare la lotta e creare spazi di convergenza, se fossero capaci di mettere al centro le rivendicazioni delle giovani generazioni, e di lato le dinamiche identitarie e competitive che li contraddistinguono. L’Europa è in fiamme: dalla Francia all’Albania, dalla Spagna all’Italia: in queste proteste, moti, atti insorgenti e sommosse soggiace l’unica possibilità di difesa contro la fascistizzazione della società. Non è più il momento di guardare le vetrine. Immagine di copertina di Gianfranco Giovanni Candida via Milano in Movimento Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 20, 2026
DINAMOpress
Torino, da città dell’auto a polo del nuovo caccia da guerra
Da indotto dell’automobile a cittadella della guerra. Dopo decenni di desertificazione industriale, Torino spera nel rilancio giocando ogni carta sulla produzione di guerra. Grandissime aree su cui sorgevano stabilimenti industriali sono state abbandonate per decenni e la crisi della Fiat ha determinato la rapida decadenza dell’indotto e dei servizi collegati al complesso metalmeccanico, un’autentica desertificazione industriale con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. La fabbrica fordista ha lasciato spazio per pochi anni alla fabbrica Toyota. Pochi lustri prima della decadenza industriale, per ogni tre posti di lavoro perduti il complesso militare ne offre a dire tanto uno. La riconversione dell’industria a fini militari sarà forse conveniente per la finanza e la speculazione, ma a fini occupazionali e industriali presenta risultati a dir poco deludenti. È di pochi giorni fa la nascita del primo sito internazionale del Global Combat Air Programme (GCAP) con la produzione del caccia di nuova generazione, doppione di altri aerei da guerra, che nasce dalla collaborazione di tre Paesi, Italia, Giappone e Regno Unito, riuniti nella joint venture Edgewing, a sua volta partecipata, con pari divisione delle quote azionarie, da Leonardo, BAE Systems, e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC). Leggiamo testualmente dalla dichiarazione di un alto dirigente di Leonardo che «Il GCAP è uno dei programmi più sfidanti e all’avanguardia dell’intero settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza, in grado di preservare sovranità tecnologica per le generazioni future. Il GCAP guiderà lo sviluppo tecnologico e la crescita a lungo termine delle economie dei Paesi coinvolti, creando posti di lavoro altamente qualificati e sostenendo gli ecosistemi produttivi lungo l’intera filiera. Attraverso il GCAP, stiamo garantendo un futuro più sicuro e prospero per l’Italia, così come per i nostri alleati, Giappone e Regno Unito» (clicca qui per le informazioni). Quando parliamo di riconversione dell’industria civile a fini militari intendiamo molti dei processi trasformativi delle imprese, il riutilizzo di aree dismesse destinate a nuove imprese, join venture appositamente costruite per fare impulso alla produzione di guerra e allo sviluppo di tecnologie duali. E Torino non è scelta a caso, ha una importante università, laboratori e centri di ricerca all’avanguardia, un sistema rodato che mette insieme strutture pubbliche e private, è il territorio adatto allo sviluppo della produzione di guerra, a sistemi di arma come l’aereo di ultima generazione che mette insieme il digitale con la IA, la meccanica con la ricerca, la robotica con l’informatica, l’elettronica con il mondo cyber. La realizzazione di questo nuovo caccia sarà propedeutica per lo sviluppo di nuove cittadelle della guerra, per il salto di qualità tecnologico a lungo ricercato, il progetto di un nuovo caccia presenta poi risorse tali da mettere insieme le principali aziende di armi italiane con il loro indotto, le filiere al completo, i centri di ricerca e le start up, piccole e medie aziende. Non sarà impresa facile mettere d’accordo le aziende dei vari Paesi coinvolti, ma da quanto sappiamo hanno già creato un’organizzazione nella quale incanalare i contributi delle industrie nazionali. Siamo davanti alla realizzazione degli intenti comunitari ossia una industria europea capace di superare gli egoismi nazionali. Ad oggi siamo già nella fase operativa a tre anni dall’avvio del progetto la cui realizzazione è prevista nel 2035 con il sistema aereo di nuova generazione. La scelta di Torino, come dicevamo sopra, non è casuale, è una città industriale sui cui territorio operano centri di ricerca, aziende aeronautiche all’avanguardia. Quanto ai numeri di Leonardo, scordiamoci che possa nascere una nuova Fiat, ad oggi abbiamo poco più di 5.000 addetti alle sue dipendenze che diventano in tutta la Regione circa 14mila se consideriamo l’intero sistema che ruota attorno al bacino militare, spesso con maestranze impegnate in produzioni duali. Numeri deludenti che poi corrispondono a qualche reparto della vecchia Fiat. Chi pensava che la produzione di guerra facesse da volano alla occupazione presto dovrà ricredersi. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gioventù guerriera, rivoltosa e maranza davanti alla Ragione militare
GIOVENTÙ GUERRIERA Il giornalista Gianni Lannes, il guerriero della luce come troviamo scritto sul suo profilo, è, in questo caso, un cavaliere dell’Apocalisse. Il suo documentatissimo articolo sul rapporto fra la Benelli (https://benelli.it/it/) e la scuola superiore “Enrico Mattei” (ITIS di Urbino) dà conto del preoccupante intreccio fra le industrie delle armi e i percorsi di orientamento al lavoro nelle scuole superiori. Nell’ultima definizione formale, e ridefinizione sostanziale, la FSL (formazione scuola lavoro ex PCTO) collega esplicitamente i protocolli che siglano la collaborazione fra istituti scolastici e Forze Armate, le norme che consentono le amicizie con le aziende che producono morte, in modalità dual use o direttamente con il manufatto finito e pronto all’uso, di cui nelle pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università quotidianamente ci occupiamo. Il blog su cui appare l’articolo di Lannes è quello della rivista «Su la testa!», voce del Partito della Rifondazione Comunista, quindi sarà facile tacciare la segnalazione come frutto del consueto estremismo di sinistra. Ma non potranno esserci smentite, il giornalista cita fatti e non fa astratte analisi (clicca qui per la notizia). Su questo sito si trovano numerosi articoli sul perverso rapporto fra il mondo dell’istruzione e quello del mercato del lavoro, cioè commercio, scambio impari fra forza lavoro e aziende di ogni tipologia (clicca qui per Vicenza; oppure qui per Grosseto; o anche qui per Pomigliano D’Arco; o qui per Bellano; o qui per Cagliari; infine qui per Livorno). Si delinea, analizzando il fenomeno della FSL, con chiarezza lapidaria in cosa consista lo sfruttamento, a diversi livelli, del capitale umano, opera di messa a valore nella catena di produzione capitalista dei corpi e delle menti, il lavoro vivo e le sue progressive trasformazioni in merce, diremmo con il Moro (Karl Marx). Sono parte di tale capitalizzazione non solo i nostri giovani ma, in funzione di manodopera di riserva anche coloro già più volte scartati, i licenziati, gli inoccupati/disoccupati, i cassaintegrati, i Neet (coloro che ormai non cercano più nulla, né a scuola né sul mercato). Il percorso scuola-lavoro non è formativo e orientativo nel senso a cui entrambe le parole dovrebbero fare riferimento. È un vicolo cieco, è la morsa che svilisce proprio la formazione come educazione libera durante un’età e in un luogo separati, dove sviluppare propri desideri e attitudini, senza adesione precoce al mondo adulto, in cui la scelta assomiglia oggi a un destino di classe a cui è impossibile sottrarsi. Orientare significa oggi insegnare un fiacco adattamento all’esistente, diversamente disegnato nell’immaginario collettivo e politico per i figli delle élite, gli ereditieri come furono chiamati in un classico saggio sociologico, analisi mai superata, neanche nei tempi migliori del benessere anni Sessanta e del riformismo anni Settanta, per quelli delle classi medie in decadenza, e per il vasto sottoproletariato, per i destinati alla maranza. Termine di odiosa fattura su cui tornerò (P. Bourdieu; J-C. Passeron, Les Héritiers. Les étudiants et la culture, Les éditions de minuit, Paris 1964). GIOVENTÙ RIVOLTOSA Mi sposto a monte del fenomeno e provo a guardare alla cornice politica, a quello sfaldamento del tessuto sociale che si legge sullo sfondo delle grandi manifestazioni e proteste giovanili in Francia, Spagna, Germania, Belgio. Vere e proprie rivolte. La repressione ferocissima che tenta di sedarle ne dà la dimensione, ne dice l’ampiezza e la paura che incutono ai governi. Diverse analisi le osservano a caldo, in primis nella stessa Francia, e in Italia. Il quotidiano Libération in numerosi articoli descrive la lenta cancellazione del futuro che i giovani avvertono, che le famiglie per loro temono presagendola vicina, già qui (https://www.liberation.fr/societe/education/ ; clicca qui). Presagio che trova attualizzazione nella difficoltà manifestata dai giovanissimi a stare a scuola, per i maggiorenni nelle università, quando nulla ha più a che vedere con quel patto fra salariati e capitale che aveva garantito le loro famiglie, il welfare, lo stato soccorrevole e destabilizzante il libero mercato, come lo hanno definito i portavoce del capitale. Non ci si può emancipare uscendo dalla casa genitoriale, il costo delle abitazioni è fuori dalla misura di qualsiasi salario, stipendio, economia famigliare. Abitare le grandi città è un lusso, abitare le campagne spopolate ugualmente. Anche in Italia non esiste un piano-casa credibile del Governo (si veda il decreto liquidato di recente, 2026), la bolla finanziaria legata al mercato immobiliare non è di fatto mai stata riassorbita, le Fondazioni Bancarie, le Casse Private di Previdenza, speculano. In Italia la Cassa Depositi e Prestiti che gestisce il risparmio dei lavoratori, gioca in borsa con i fondi finanziari (Altreconomia n. 294 luglio/agosto 2026 pp 14/21; clicca qui). A Roma si è sviluppata una sorta di concorrenza fra l’incerta politica abitativa del Governo e il Campidoglio, ma l’approccio sembra lo stesso a detta dei commentatori, fra alienazioni, acquisizioni, valorizzazione e deleghe ai fondi immobiliari (clicca qui). L’accesso al lavoro per una vita dignitosa, dunque equo nei tempi e nella erogazione del salario, che consenta di accedere a quella parte dell’economia fondamentale, non consumistica ma desiderante altro, oltre la giornata lavorativa, è un miraggio. La cultura è immessa nella soffocante retorica delle proposte del Life Long Learning, tutta la vita in formazione secondo le regole imposte dalle agende europee. Vivere nei Paesi con l’economia più avanzata non cambia la condizione se non si è già ricchi. Scrive Domenico Moro, che destra e sinistra puntano tutta l’attenzione alla voce del debito pubblico e la risposta è sempre la stessa, riduzione della spesa sociale, sulla sanità, sulla scuola, e dunque austerità. Austerità che non si cita quando si tratta di aumentare le spese militari (il Warlife!). Continuiamo a documentarne la crescita sulle pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è la sfida del sangue, potremmo definirla, quella che dall’alto delle presidenze e dei ministeri ci dicono che dobbiamo pur far affrontare ai nostri giovani. Se così esplicito è stato Emmanuel Macron, da noi passa la locuzione difesa totale, e il termine deterrenza, che altro non è  se non lo spavento che si induce come evitamento del rischio peggiore, clicca qui). Contrappunto all’analisi di Moro, è il commento di Lavinia Marchetti, con i profili dei giovani rivoltosi che, meglio che in qualsiasi altra lettura, testimoniano del disagio che è diventato rabbia (clicca qui). GIOVENTÙ ALLEVATA La storia del lavoro giovanile per formare e orientare a quello adulto, è lunga. Un interessante precedente della chiarezza ideologica con cui vengono macinati i destini sono le vecchie scuole aziendali. Le grandi imprese del nostro passato industriale allevavano i figli dei dipendenti, li addestravano nelle loro scuole, ne facevano operai, anche di élite, impiegati, fidelizzati alle sorti dell’azienda, in bona fide rispetto alla garanzia del lavoro, del salario. La FIAT, quando ancora stava sotto lo sguardo vigile del suo fondatore e dei suoi eredi diretti, com’è tipico delle imprese famigliari, operava la sua selezione mediante La Scuola Allievi FIAT e far entrare i propri figli era per gli operai un privilegio e una messa in sicurezza del futuro. Attiva dal 1922 al 1976, dopo cambi di sede e di indirizzo, oggi fa parte della musealità di Torino, città convertita dalla spericolata gestione familistica degli ultimi rami della dinastia di Giovanni Agnelli (padre e figlio), in una sorta di gioiello per turisti che non si spostano oltre il Quadrilatero, verso la povertà delle periferie e dell’hinterland, con le macerie lasciate dall’indotto ormai finito con la fine della grande fabbrica (clicca qui). Questa esperienza, anche se è anticaglia, ci segnala cosa significa rimanere prigionieri nella condizione sociale in cui si è nati e cresciuti. Del resto, la tanto citata formazione duale tedesca è proprio questo: si sceglie presto il proprio indirizzo di studi e quello segna il cammino obbligato (clicca qui). In Italia, per i giovani senza futuro, ci sono gli istituti tecnico-professionali in quattro anni, più eventuali due di inutili Accademy pensate per promuovere un Made in Italy arrivato al capolinea, e i percorsi di formazione scuola lavoro svolti ai danni anche delle poche ore rimaste alle discipline inutili. Quelle utili sono funzionali a conseguire le competenze STEM, quando va bene anche con la recente nobilitazione in STEAM, dove la A sta per arte e si capisce, la necessaria competenza alla creatività personale (clicca qui). Se il tirocinio lavorativo data da prima della Buona Scuola di Matteo Renzi e del suo Jobs Act (tutti ricorderemo il Primo Ministro illustrare alla lavagna di ardesia, gessetto alla mano), il gioiello della sua riforma è proprio l’alternanza scuola lavoro, capace di portare la scuola verso il mercato e sdoganarla dal vecchiume delle lavagne nere e della polvere di gesso e condurla verso il futuro radioso della tecnologia, dell’innovazione, su cui molto lavora oggi la quarta missione del PNRR. La normativa è cambiata più volte e ha diversamente regolato il tirocinio nell’extra scuola, portandolo nel giro di qualche anno al compimento del 15esimo anno, e con il suo ingresso nei curricola scolastici. Si occupano di fornire ragguagli su questo percorso innumerevoli agenzie di consulenza sui cui siti abbondano, in trasversalità, orientamento, eccellenza, valori dell’imprenditorialità (clicca qui ; oppure qui). Andrebbe letto Il sillabo per l’imprenditorialità che traccia il percorso virtuoso di una delle più inquietanti fra le otto competenze fissate dall’Europa e fatte proprie da INVALSI, INDIRE, enti e agenzie di formazione, Università e, ovviamente, scuole che ne fanno il perno dell’Offerta Formativa ai clienti-studenti (clicca qui). Imprendere, intraprendere un’impresa implica molte capacità trasversali, quelle competenze che rendono meritevoli di successo le azioni di cui il profitto è l’obiettivo. Spesso, molto spesso frustrato, come mostrano le aperture e chiusure delle start up negli ultimi anni. Bisogna essere abbastanza spregiudicati, bisogna avere le spalle coperte da redditi famigliari, bisogna essere competitivi. Del resto, le otto competenze fanno eco al Quadro Europeo delle Qualificazioni (EQF)  suggerito dalla raccomandazione della Commissione Europa nel 2008, fattosi norma con la circolare del 2017 e rinnovato in occasione del decimo anniversario nel febbraio 2018 (clicca qui). Per un commento politico al patto scellerato fra scuola e imprese rimando al paragrafo di Luca Malgioglio e Alessandro Giarrettino, tra l’altro in perfetto dialogo con gli altri contributi – origini del management, militarizzazione, scuola dei meritevoli – in un testo di recente pubblicazione (R. Leoni, R. Puleo, E. Walken, Cantiere Scuola. Scavare fra le macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 pp. 41-70). GIOVENTÙ MARANZA (INTERMEZZO SUL TAMARRO CHE DIR SI VOGLIA) Paolo insegna italiano in un istituto tecnico da poco nei ruoli dopo, nonostante i concorsi superati, essere stato parcheggiato per anni in graduatorie di precari mai esaurite. Condizione precaria, come instabile è quella dei colleghi, della Dirigente che vagheggia megaprogetti con ENI, dei ragazzi, per lo più maschi, che ancora non hanno capito perché devono andare a scuola e sono esempi di quella maranza a cui accennavo più su. “Metti via il cellulare! E non bestemmiare!”, “Prof, guardo la fine del film e metto via, giurowalla!”. Dialoghi ordinari fra altri decisamente feroci, risse che lasciano rancori, alleanze, rese dei conti, come fra si conviene fra gang. Il territorio, di cui tanto amano parlare le aziende e il Ministero del Merito, come luogo dalle tante opportunità lavorative, nel superamento del fantomatico mismatching fra scuola e mercato del lavoro, è la Motor Valley. Marchi: Maserati, Ferrari, Lamborghini. L’autodromo di Imola, il Motor Show, sulla via Emilia, zona di produzione di miti che hanno abitato l’immaginario collettivo degli italiani, dalla utilitaria per tutti della vecchia Fiat di Torino, alle auto per pochissimi, ai Suv di Stellantis, alla Tesla di Elon Musk. Le idiosincrasie del vecchio Ferrari, raccontate in film e biografie, la mitopoiesi dell’auto, petit objet @, Jacques Lacan in versione meccanica, droga-pharmakon come la Coca Cola. Scriveva Illich nel 1973 in “Convivialità”, divenuta oggi bibbia degli hacker in convivio amorevole con i loro dispositivi, che l’americano-medio dedicava 4 ore al giorno alla sua auto, prediceva l’attuale inversione mezzi-fini fra tecnica e vita, la conversione del soggetto in protesi della macchina. Malgrado le cifre sui carcinomi giustifichino il soprannome per l’automotive emiliana in Tumor Valley, malgrado le morti e gli incidenti nell’alternanza scuola -lavoro, oggi PCTO, i patti orientativi al lavoro fra scuola e aziende, competano in scala con i 1400 morti sul lavoro nel 2023, la pubblicità paesaggio-bucolico-auto-squalo-silenzioso, continua a nutrire l’immaginario dei giovani. Abbandoni, NEET, nuove schiavitù della logistica, sono solo numeri degli sfigati nei grafici, presto coperti da quelli sui titoli in borsa. Nessun ordine di scuola come quello dove lavora Paolo, rappresenta meglio la crisi attuale di scuola e società, degli istituti tecnici, su cui il ministro meritevole ha da tempo messo occhi e decreti: via l’insegnamento della storia, meno roba letteraria (sic), più compiti reali da svolgere nelle ore di orientamento e di alternanza, quattro anni di durata complessiva, si è detto. (Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma 2024). Odiare nel tamarro, nel maranza, la stessa età giovane. Anche gli alternanti sono divisi da una logica di classe sociale. Nei licei si va a lavorare in biblioteca, si preparano convegni e presentazioni di libri, si gironzola per le stanze di un ufficio (li ho visti all’ufficio delle entrate: non sapevano bene dove fossero finiti, nello sconcerto degli impiegati). A morire sulle impalcature, o per un incidente su un camion dove non avrebbero dovuto salire, sono i ragazzi dei tecnico-professionali. Ma, anche per le organizzazioni sindacali maggioritarie che mai hanno contrastato tali attività, è solo un problema di sicurezza sui luoghi di lavoro, di tutorato svolto bene a scuola e nelle aziende, nelle imprese che li ospitano. A un incontro organizzato a Roma proprio a ridosso di un grave incidente mortale durante una esperienza di alternanza, un giovane veneto mi ha detto che per lui è una fortuna andare qualche ora in un piccolo magazzino invece di stare a scuola, i padroni gli hanno offerto anche un lavoro estivo e lui e la sua famiglia ne hanno bisogno. Prima esco dalla scuola, prima guadagno i miei soldi. CONVERTIRE E RICONVERTIRE La riconversione industriale del nostro governo si può riassumere nella risposta che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dato all’opposizione durante un confronto in aula sul caso ILVA: «se avevate un piano per l’ILVA potevate proporlo!». E c’è un elemento di verità in questa affermazione perché, se il combinato interministeriale Difesa, Politiche del Lavoro ha in mente una riconversione di quel che resta dell’industria dell’acciaio in produzione bellica, la sinistra non ha mai preso seriamente in considerazioni altre opzioni, né per Taranto, né per altre aree industriali del Paese (clicca qui; oppure qui). Intanto il mondo cattolico sembra più allertato. Il vescovo di Genova Marco Tasca ha incontrato i lavoratori, durante la fermata temporanea degli impianti di produzione a Cornigliano e a Novi Ligure di Acciaierie Italia, difendere le famiglie è un dovere, pare abbia dichiarato (clicca qui). Le famiglie le ha a cuore anche la Meloni, madre cristiana, nel momento in cui è convinta che il loro bene sia la difesa di uno straccio di lavoro, costi quel che costi, anche la salute, quando non la vita, dei figli. E, allora, meno male che esiste la possibilità di arruolarsi, di entrare in uno dei tanti corpi delle Forze Armate, magari anche come Alpini o Carabinieri, così legati ai territori dove sono ubicate le loro caserme. La carriera militare è roba forte per soggetti resi audaci da accademie durissime. Per uomini e donne, è ormai finita la discriminazione di genere, semmai si può lavorare a valorizzare le residue differenze nelle abilità affettivo-relazionali, ma sempre sotto la scorza dell’obbedienza giurata alla bandiera. In fondo, guidare un caccia o saper manovrare un drone è esperienza eccitante, la scuola militare è perfino lussuosa come la Nunziatella di Napoli o come le caserme costruite dalla COBAR (clicca qui). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ci ha lasciati Patrick Boylan, amico e collaboratore de L’Indipendente
Professore universitario, attivista per la pace e contro l’imperialismo, organizzatore di movimenti civili e culturali, giornalista indipendente e rigoroso: Patrick Boylan era tutte queste cose e, soprattutto per noi, era anche un collaboratore e un amico sincero de L’Indipendente. Patrick se ne è andato ieri, a causa di una malattia. Era nato in California, si era laureato negli Stati Uniti e poi alla Sorbona di Parigi, dove aveva anche insegnato. Da tempo viveva a Roma, nel quartiere San Lorenzo. Nella capitale è stato professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università Roma Tre e fondatore della rivista Cultus – Journal of Intercultural Mediation and Communication. Oltre all’impegno accademico è stato un attivista instancabile: cofondatore delle associazioni “Rete NoWar”, “U.S. Citizens for Peace & Justice” e “Free Assange Italia”; capace di unire le lotte contro l’imperialismo, per la pace e per la Palestina a quelle territoriali nel quartiere San Lorenzo. Come giornalista si era formato nella redazione dell’International Herald Tribune, e negli ultimi anni collaborava con L’Indipendente e con l’agenzia di stampa Pressenza. Come ricorda PeaceLink, Patrick criticava senza mezzi termini il pacifismo istituzionalizzato italiano, che dipende dai finanziamenti pubblici e che per questo non osa sfidare davvero la politica estera e militare del governo, come la presenza italiana in Afghanistan, la partecipazione ai bombardamenti sulla Libia e l’invio di armi per rovesciare il governo siriano sgradito alla NATO. Secondo Patrick queste grandi organizzazioni per la pace rivolgono al governo critiche molto limitate. Il suo pensiero su questo tema era netto: «Spesso le manifestazioni per la pace ci riempiono di buoni sentimenti ma ci lasciano impotenti come prima. Non ci attrezzano per denunciare i manovratori delle guerre. Sembra quasi d’obbligo, durante questi eventi, rimanere sul generico, non fare nomi, non fare azioni concrete che possano disturbare, appunto, i manovratori». Con grande lucidità d’analisi, aveva scritto su L’Indipendente, che «la stampa mainstream può anche definirsi libera ma, nei fatti, si tratta di una libertà vigilata in cui un pugno di controllori, appartenente all’élite imprenditoriale, garantisce che le notizie che vengono pubblicate siano compatibili con il sistema e che non lo turbino oltre misura». Patrick sosteneva che bisogna battersi per conquistare gli spazi occupati dagli intellettuali organici al sistema: mass media, amministrazioni locali, scuole e università, ordini professionali, produzione artistica e letteraria. Il suo obiettivo era costruire reti di relazioni e di informazione indipendenti ed efficaci. Su queste basi trovò sulle pagine de L’Indipendente uno spazio che ha riempito con una capacità giornalistica rara, quella di chi sa arricchire i propri testi di una sensibilità sociale fuori dal comune, ma senza abdicare di una virgola al rigore metodologico e professionale. Per i lettori de L’Indipendente ha scritto decine di articoli preziosi. Raccontando passo dopo passo la battaglia per la liberazione di Julian Assange, gli intrighi politici dietro alla trattativa per la sua scarcerazione e intervistando in esclusiva il fratello di Assange all’indomani della liberazione; facendo da corrispondente dalle mobilitazioni per la pace, per Cuba e per la Palestina, raccontando con dettagli inediti la censura che nel Regno Unito colpisce giornalisti e attivisti che condannano il genocidio israeliano. Nelle ultime settimane stava scrivendo un’inchiesta per L’Indipendente: voleva rivelare, parole sue scritte in una delle ultime mail che mi aveva inviato: «l’evidente alleanza in atto tra i regimi occidentali per perseguitare finanziariamente chi si oppone all’imperialismo e alla barbarie, a cominciare dagli attivisti per la Palestina». Un’inchiesta che stava portando avanti al di fuori da ogni cornice complottistica, ma forte della sua abilità nella ricerca e nella verifica delle fonti, con la quale stava documentando come le istituzioni bancarie stavano congelando i conti a decine di attivisti in tutto l’occidente. La sua ultima email l’avevo ricevuta il 23 settembre scorso: «Ciao Andrea, sono Patrick. Scusami per il ritardo nella consegna, ma non sono stato molto bene. Se puoi aspettare sarei lieto di scrivere il.pezzo, ma non posso prevedere i tempi del mio recupero. Ma mi raccomando, se io non dovessi riuscire affida questa ricerca a qualcun altro, perché è un articolo che va fatto. Bisogna denunciare questa nuova arma repressiva “invisibile” assolutamente». Gli risposi che poteva prendersi tutto il tempo che gli serviva, senza sapere che gliene restava troppo poco. Ora, rispettando il suo “ordine”, il progetto d’inchiesta di Patrick sarà raccolto da altri all’interno della nostra redazione, con l’obiettivo di portare a termine il suo lavoro. Che la terra ti sia lieve, Patrick! – – –  L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) sezione San Lorenzo (di cui Patrick era membro) ha comunicato che per disposizione dello stesso Patrick Boylan non si svolgerà alcun rito funebre. Nei prossimi giorni, tuttavia, il suo quartiere d’adozione lo ricorderà come avrebbe voluto: con una commemorazione popolare, non rituale, per ricordare la ricchezza del suo impegno e fare in modo che non sia disperso. Non mancheremo di dare comunicazione quando verranno fissate data e luogo della commemorazione.  The post Ci ha lasciati Patrick Boylan, amico e collaboratore de L’Indipendente appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Mantova, progetto con la Polizia nelle scuole: “Aiutati che la polizia ti aiuta!”
È settembre, iniziano le lezioni scolastiche e la Polizia di Stato lancia il suo annuncio in forma di progetto per evangelizzare studenti, studentesse e, ahimè, anche insegnanti e famiglie. La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci giunge anonima da Mantova. Ma l’anonimato poco importerebbe, se non servisse a evidenziare lo stato di timore e di ricatto che serra ormai in una morsa coloro che, dalle scuole, spesso in posizione di eterno precariato o di nuova assunzione in anno di prova, notano le manovre dei Dirigenti Scolastici atte a consentire alle Forze Armate di attivare progetti di propaganda politica. Sì, proprio quella politica, quell’attività con cui si spingono avanti idee, indirizzi, si appoggiano agende e interventi che riguardano la società civile. Quella stessa attività di giudizio politico il cui esercizio viene vietato, come fatto esecrabile, in difesa della sacralità presuntamente inviolabile ai fatti esterni di un collegio docenti o di una classe. A scuola si devono insegnare le discipline, ordinate nelle pagine delle Indicazioni Nazionali e dei libri di testo, per lo più faziosi. Se un/una insegnante racconta la storia della Palestina, se prova a risvegliare l’orrore e il bisogno di capire – perché emozionarsi e solidarizzare è importante ma non basta – il genocidio in atto al dì là del Mediterraneo, incorre in avvertimenti, sanzioni e subisce ispezioni. Provvedimenti indimidatori che, a tutt’oggi, rimangono pressoché inefficaci rispetto agli effetti concreti perché la libertà docente è ancora protetta costituzionalmente, ma che riescono a ridurre al silenzio. Da qui l’anonimato che spesso ci viene chiesto. Del resto, altre segnalazioni analoghe sono arrivate e le abbiamo commentate sulle nostre pagine (clicca qui). Il contenuto della segnalazione ci rivela che la Questura di Mantova invia il 29 settembre scorso una breve comunicazione all’Ufficio Scolastico Regionale e alla referente per la Legalità e delle Politiche Educative con ui avvisa – non chiede se possibile, avvisa – che proseguiranno le attività del Progetto “Aiutaci ad aiutarti“. La secchezza della nota firmata dal dirigente in capo all’Ufficio Anticrimine contiene parole-chiave di quell’agenda politica a cui si accennava. La premessa generale è che occorre fare prevenzione con gli adolescenti del primo e del secondo anno delle superiori di secondo grado; dal postulato si evince la convinzione che la gioventù è sempre pericolosa, instabile, facile al crimine; ne consegue che le politiche giovanili – considerata la seconda destinataria della nota – si fanno sotto la voce legalità, ovvero il rispetto anodino e acritico delle Legge; il progetto aiuterà i poliziotti ad aiutare i giovanissimi a non sgarrare, come sarebbero indotti – dal loro scarso giudizio – a farlo. Insomma, meno male che il poliziotto c’è, ed è un educatore, un po’ ruvido forse, ma più efficace di un insegnante o di un genitore. Se la genitorialità in questo periodo storico sembra perdere il suo smalto in ambito famigliare e scolastico, ci pensano i poliziotti a supplire. L’opuscolo “Non sei solo” insegnerà ai ragazzi e alle ragazze come ci si prende carico dell’altro e quando si è in difficoltà (uno spinello? un nuovo tatuaggio? un bullo o una vittima di una banda di bulli? una giovinetta ignara che subisce attacchi maschilisti dai compagni? La lista è lunga…) forse un’eco dell’I care stavolta non di un prete, ma di un poliziotto. Il fatto che la Questura dia per scontato che il progetto potrà proseguire, non è la conseguenza di una decisione degli organi collegiali che hanno deliberato il Piano Triennale dell’Offerta Formativa, comprensivo della ormai estesa progettualità esternalizzata a presunti esperti dell’extra scuola, ma deriva direttamente dalla cogenza dei protocolli ministeriali, interministeriali, siglati fin dal 2014. Il loro scopo è attivare le forze congiunte che fanno capo al Ministero delle Difesa, delle Politiche del Lavoro e Sociali, al MIM (Ministero Istruzione e Merito). Un protocollo firmato dal MIUR con quello della Difesa nel 2017, ad esempio, pur avendo a tema un segmento dell’istruzione che non è quello a cui si riferisce la segnalazione mantovana, aveva un paragrafo sugli scopi e sull’operato del Ministero della Difesa, attraverso le Forze Armate. Esso abbracciava tematiche ampie, che danno conto dell’ideologia che le ispira. Nella premessa vi è in primis il ruolo che si riservano MIM e MIUR come referenti di un ampio progetto di innovazione di tutto il sistema educativo (attenzione alle parole in corsivo) e di rinforzo del rapporto fra mondo del lavoro e la scuola (da cui il titolo ambiguo del documento). Insomma, entrambi i dicasteri richiamano il lavoro delle agende già da anni operanti per disarticolare la scuola, per influire sul periodo di formazione culturale ed etica dei giovani e far convergere ogni sforzo educativo verso le esigenze del mercato. Si tratta di istruire forza-lavoro, capitale umano (aspetti cognitivi, affettive relazioni, come si evince dalle ricerche sulle soft skill e sul mantra delle competenze per il lavoro). Il ruolo del Ministero della Difesa è racchiuso nel preambolo in cui si afferma la particolare attenzione ai valori etico-sociali e il focus è rappresentato dalla cultura della difesa. Il secondo paragrafo sottolinea che non riguarda solo i percorsi universitari, ma l’operato è rivolto anche alle scuole di ogni ordine e grado. E se non fosse chiaro, nel quarto si delinea come scopo l’attenzione alla scuola secondaria, dove studenti e studentesse saranno ben orientati al futuro. Il quinto paragrafo non dimentica le competenze tecnologiche che, del resto, abbiamo visto in mostra negli eventi che lo stesso protocollo cita come esempi di attività di routine nelle forze armate e di polizia. Questi protocolli i Dirigenti Scolastici li ritengono vincolanti e prescrittivi, così quando le Questure, i Carabinieri, Marinai, aviatori e Alpini avvisano, allertano, chiamano, la risposta è signorsì. Per quanto concerne l’Università i protocolli realizzano il sovrapporsi e il mescolarsi delle tre missioni che la Ministra Maria Stella Gelmini aveva delineato nella famigerata riforma del 2010, dopo il tre-più-due-uguale-a-zero del buon Luigi Berlinguer. La prima missione – la didattica – subisce l’influsso diretto del mercato su ciò che è bene insegnare; la seconda – la ricerca – subisce i rigori dell’ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Ricerca Universitaria) e cade direttamente nelle mani delle aziende private; la terza – l’apertura alla società, ai territori – diventa consegnare gli studenti ai poliziotti che realizzano i loro progetti di orientamento e di propaganda (clicca qui). Mantova è una splendida città su tre laghi che vive apparentemente tranquilla appoggiata ai suoi palazzi e alle bellezze naturali. Ma nell’apparente sonnolenta vita di una città di provincia si muovono gli stessi problemi che affannano il nostro Paese: le disuguaglianze sociali, la mancanza di un lavoro che non sia di puro sfruttamento o di costrizione alla fuga dal proprio paese, concretamente per i più giovani l’evaporarsi della speranza di realizzare una vita che dignitosa. Ormai un po’ da tutti i siti culturali e politici si leva la voce contro il processo di militarizzazione della scuola, a ogni livello e, anche se spesso dimenticano di citare l’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, noi suoniamo sullo sfondo il tema-guida e proviamo a fare canone (qui un interessante approfondimento di Futura D’Aprile). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un attacco al digitale libero, anonimo e autogestito: sopruso degli Stati Uniti ai danni del collettivo Autistici/Inventati
> «Socializzare saperi senza fondare poteri». > Primo Moroni Il 18 settembre scorso il collettivo italiano Autistici/Inventati ha chiuso ogni sua attività, in seguito all’accusa da parte dell’amministrazione Trump di “aver fornito infrastruttura digitale a presunti gruppi terroristici”. Questo dopo che, senza alcuna prova né indagine, il Dipartimento di Stato e del Tesoro degli Stati Uniti il 26 agosto aveva inserito A/I nella lista dei soggetti sottoposti a sanzioni per aver fornito servizi quali chat, e-mail, hosting web a gruppi marxisti, anarchici e ad altre organizzazioni estremiste di sinistra in Europa e altrove. Nata nel 2001 dall’area antagonista, A/I era un’associazione formalmente riconosciuta che offriva servizi digitali gratuiti e sosteneva il software libero, l’anonimato e l’autogestione. Era un collettivo nato con il G8 di Genova, nell’alveo del sito web Indymedia Italia, la rete di informazione indipendente che durante i giorni del G8 genovese raccontò le proteste e gli eventi di quei giorni attraverso una molteplicità di giornalisti e attivisti. «Don’t Hate the Media, Be the Media» era il motto del progetto. [tradotto: “Non odiare i media, sii i media”.] > «Crediamo che la comunicazione debba essere libera, gratuita e quindi > universalmente accessibile – scriveva il collettivo tecnologico italiano – Noi > ci proviamo, offrendo servizi online a individui e progetti in linea con > queste esigenze; fuori dalla logica commerciale dell’offerta di servizi e di > spazi a pagamento, accogliamo volentieri chi vive conflittualmente la censura > culturale, mediatica, globalizzante dell’immaginario che ci viene > preconfezionato e venduto». Il collettivo non ha avuto sponsor e ha sempre sostenuto le proprie attività attraverso contributi volontari, senza un coordinatore né un portavoce, prendendo collettivamente le proprie decisioni. E così, collettivamente, di fronte a questo attacco, ha deciso di chiudere. Subito dopo il 26 agosto, il sito autistici.org è diventato inutilizzabile, in quanto la no profit che gestiva il dominio .org era statunitense. L’account PayPal del collettivo è stato bloccato e anche Banca Etica, con sede in Italia, ha sospeso l’operatività del conto di A/I. I soci di Banca Etica hanno lanciato una petizione per evitare la chiusura del conto di A/I, ma l’iniziativa non è servita. Banca Etica ha chiamato in causa l’Europa per spiegare questa sua decisione: «È una questione di sovranità digitale: un governo straniero non può decidere quali organizzazioni europee restano online. Gli strumenti ci sono, dal regolamento contro le leggi extraterritoriali alla sentenza della Corte di giustizia per cui una lista di sanzioni americana non basta a chiudere un conto. Vanno usati adesso. Sovranità digitale significa controllare democraticamente le infrastrutture critiche da cui dipendiamo». Così in due giorni sito, email e conto di A/I sono spariti non per la forza del caso giuridico, che nessun tribunale ha verificato, «ma per dipendenza: il dominio è gestito da un registro americano, la banca e il circuito di pagamento temono le sanzioni americane. Può succedere a qualsiasi fornitore europeo di comunicazioni sicure». In realtà, come ha spiegato il legale dell’organizzazione sanzionata Fausto Gianelli, che difende anche Francesca Albanese, «Altri istituti si sono comportati diversamente. Un altro mio assistito, anch’esso sanzionato e iscritto nelle liste Ofac, ha comunque potuto beneficiare per scelta della propria banca americana -e lo sottolineo, non europea ma addirittura statunitense, quindi ben più soggetta al pugno duro del Tesoro Usa- della finestra temporale per effettuare pagamenti e liquidare la posizione, nell’ambito del cosiddetto ‘wind down period’”. Circostanza che Banca Etica non avrebbe invece voluto replicare (clicca qui per la notizia). Il collettivo ha intitolato il suo ultimo comunicato “Restare umani” e ha scritto ai propri utenti di mollare pc, uscire, lottare, abbracciarsi e non perdere il sorriso. La difesa di uno spazio libero di comunicazione, come quello che erano riusciti a creare, non può passare solo attraverso l’infrastruttura tecnica e i server. Come Gene Sharp, studioso della resistenza nonviolenta, ci ha insegnato, il potere non è una proprietà di chi comanda ma una cooperazione di molti, che si indebolisce se quella cooperazione viene meno. A/I ci invita a continuare a ospitare, linkare, mantenere un nodo e moltiplicare i server e l’autonomia digitale. Certo, dopo un episodio come questo, resta da capire come costruire nuove forme di resistenza nonviolenta capaci di proteggere la rete: forse potremo farlo iniziando a riflettere sul fatto che l’accusa ad A/I non riguarda un atto del collettivo, ma il senso politico del servizio che offriva e le persone a cui lo offriva. Tutto sommato, questo caso ha molti punti di contatto con quello di Francesca Albanese. Come Francesca Albanese utilizza i mezzi a sua disposizione per amplificare il più possibile la sua analisi storica e giuridica su quanto sta accadendo a Gaza, per sovrastare e compensare dialetticamente la propaganda urlata da certi media sulla validità delle posizioni israeliane contro i palestinesi, così il collettivo A/I consentiva a gruppi e singoli di fare un uso libero e democratico della rete, lasciando aperte, senza che potessero essere censurate perché protette dalla privacy, opzioni di analisi, di pensiero e possibilità di comunicazione tra attivisti che ora sono di fatto impedite. Questa è censura, violenza, mancanza di democrazia, impossibilità di incidere sulle proprie realtà per riprendersi spazi, territori e cura delle stesse. Come docenti della scuola pubblica, sempre più addestrati all’utilizzo delle tecnologie digitali nei percorsi formativi a cui siamo sottoposti dal nostro Ministero (l’offerta della piattaforma Scuola Futura di quest’anno è tutta rivolta al digitale), dobbiamo porci seriamente ed urgentemente degli interrogativi sugli strumenti che abbiamo lasciato entrare nelle nostre aule, su come e se questi facilitino il controllo, la disciplina e la repressione o se possano essere supporto reale a un processo di apprendimento/insegnamento libero, critico e democratico. Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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