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Documentario “Maidan: la strada verso la guerra” al Liceo Bellinzona (Svizzera)
Il 17 marzo scorso, durante le giornate culturali autogestite del Liceo cantonale di Bellinzona in Svizzera è stato proiettato il documentario Maidan: la strada verso la guerra che racconta le vicende politiche e sociali ucraine e russe a partire dalle proteste di Maidan del 2013. Il documentario è stato censurato in numerose occasioni in Italia perché prodotto da RT/Russia Today, complesso mediatico russo considerato un canale di propaganda del Cremlino e per questo bannato dall’UE, già da marzo 2022. Sia l’ambasciatrice ucraina in Svizzera che il ministro degli esteri ucraino si sono rallegrati sul social “X” quando nel comune di Muralto a fine gennaio 2026 una proiezione programmata del documentario è stata annullata. Alla dirigenza del liceo di Bellinzona e al Dipartimento per l’educazione, la cultura e lo sport del Ticino (Decs) erano stati indirizzati appelli perché cancellassero l’iniziativa ma il dirigente scolastico Nicola Pinchetti ha deciso invece di mantenerla, anche se per un pubblico esiguo di venti persone tra studenti e docenti. In un’intervista ha dichiarato che compito della scuola è interrogare in modo critico le fonti e comprendere la diversità dei punti di vista, non c’era nessuna intenzione di offendere i cittadini e le cittadine ucraine accolti nel Canton Ticino. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ricorda come dall’esplosione della guerra russa-ucraina nel febbraio 2022, la propaganda militarista UE prese il sopravvento radendo al suolo qualsiasi confronto dialogico. Chi esprimeva un’opinione contraria all’invio di armi dall’UE all’Ucraina veniva marginalizzato. In Italia sui quotidiani di giugno 2022 si diffuse la notizia che il Copasir stesse controllando influencer, politici, giornalisti simpatizzanti della propaganda russa.  La censura è uno strumento che impoverisce la discussione didattica, dentro e fuori la scuola la disinformazione è il vero pericolo. Proiettare un documentario e discuterne insieme non è automaticamente aderire alla visione delle cose che propone, ma è solo un punto di partenza per ricercare altre fonti, verificare i contenuti, lasciare aperte quelle domande per cui non abbiamo ancora una risposta. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ritiene che non sia più il momento di limitare l’obiezione di coscienza a un mero diritto individuale, da esercitarsi come eccezione entro i confini del servizio militare. In un momento storico in cui la guerra viene normalizzata e i nostri luoghi del sapere vengono trasformati in avamposti ideologici e tecnologici per il conflitto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole segnalare i rischi che il servizio civile oggi può rappresentare. Infatti, nell’attuale contesto di guerra permanente esso diventa uno strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare nei Paesi europei la leva militare: l’obiezione di coscienza in questa fase deve essere totale e farsi scelta collettiva e politica. 1. IL RIPUDIO DELLA GUERRA COME VALORE ASSOLUTO Richiamiamo con forza l’Articolo 11 della Costituzione Italiana: l’Italia ripudia la guerra non solo come strumento di offesa, ma come logica di risoluzione dei conflitti. Questo ripudio non può essere sospeso né subordinato ad alleanze internazionali o logiche di riarmo. Rifiutiamo a priori ogni politica, ogni investimento e ogni decisione che spinga l’umanità verso l’autodistruzione. 2. SCUOLA E UNIVERSITÀ: LUOGHI DI PACE, NON DI GUERRA Denunciamo la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. La scuola e l’università devono essere spazi di pensiero critico e di cooperazione. NO alla ricerca scientifica asservita all’industria bellica. NO ai protocolli tra istituzioni scolastiche e forze armate. NO alla militarizzazione e al nazionalismo dei programmi educativi. NO ad ogni forma di schedatura di massa finalizzata alla leva. La conoscenza deve servire alla vita e al progresso della società, non al perfezionamento di strumenti di distruzione e morte. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università considera rilevante l’impatto dell’obiezione non solo nell’ambito di scuole e università, ma anche nel resto della società per le implicazioni che ha sulle comunità e nei luoghi di lavoro. 3. OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA Rivendichiamo il diritto all’Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: – Nel mondo del lavoro, per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto di armamenti. – Nella ricerca, per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici. – In tutta la società, come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. 4. CONTRO LA COMPLICITÀ E IL GENOCIDIO La nostra obiezione è un atto di solidarietà internazionale. Dire NO alla guerra oggi significa: – Dire NO al genocidio del popolo palestinese e ad altri genocidi in atto. – Dire NO al sionismo e al fascismo, basati sulla sopraffazione e sull’esclusione. – Dire NO alle politiche coloniali e alla complicità dell’Occidente nei massacri in corso. – Dire NO alla corsa al RIARMO. 5. CONTRO LA REPRESSIONE DEL DISSENSO Rifiutiamo la narrazione unica. La criminalizzazione di chi manifesta per la pace, il clima di minacce e ritorsioni contro la libertà d’insegnamento, la censura nelle scuole e nelle università e la repressione nelle piazze sono i sintomi di un sistema globale di guerra. Non esiste pace né democrazia senza libertà di dissenso. L’obiezione collettiva è la nostra risposta alla paura. L’Obiezione di Coscienza Totale è oggi un atto di realismo possibile contro la folle corsa verso la guerra. Non basta limitarsi a esercitare questo diritto individualmente solo in funzione del servizio di leva o di un’eventuale chiamata per entrare nell’esercito in caso di guerra, occorre rifiutare di essere ingranaggi del meccanismo bellico anche da un posizionamento civile. Riteniamo che oggi il servizio civile non si configuri più come scelta alternativa al militare: in tutta Europa è lo strumento che i guerrafondai utilizzano per militarizzare tutta la società, applicando la dottrina militare della “difesa totale” per la quale ogni cittadino e ogni cittadina sono considerati “soldati” a partire dai propri posti di lavoro o di studio o di cooperazione sociale. L’Obiezione di Coscienza Totale è la forza collettiva per salvare l’intero Paese dalla guerra in tutti gli ambiti della società nei quali si esercitano i diritti di cittadinanza. Non chiediamo il permesso di restare umani: NOI ESERCITIAMO IL DIRITTO DI RESTARE UMANI. LA NOSTRA PROPOSTA * Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze. * Vogliamo difendere le giovani ed i giovani e non lasciarli soli davanti ad un destino di guerra contro chi vuole trasformarli in carne da cannone, proponendo una Obiezione di Coscienza Totale e Collettiva. * Con questo manifesto invitiamo a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica alla prospettiva di scivolare in una guerra che distruggerà il nostro Paese. È così che vogliamo difenderlo, seguendo quel Ripudio della guerra espresso nell’art. 11 della nostra Costituzione. Ed è proprio nel solco del ripudio totale della guerra che si colloca il nostro rifiuto nei confronti di qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Se saremo in tante e in tanti, i progetti di guerra non avranno la meglio e riusciremo a difendere i valori fondanti della nostra Repubblica e i diritti di tutti i popoli. IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, MA QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ. Scarica qui il PDF del Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra e stampalo per diffonderlo. Manifesto obiezione totale2Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gioia del Colle (BA): vittoria contro la militarizzazione della corsa “Corri con Gioia”
Gioia del Colle (BA) da laboratorio sperimentale della militarizzazione dei territori e delle coscienze diventa esempio di successo della mobilitazione dal basso contro la propaganda bellicista, dimostrazione concreta e fattuale del fatto che la militarizzazione può essere arrestata, ma solo se si prende consapevolezza e si riconosce il fenomeno che attraverso l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università da anni stiamo denunciando. È accaduto che la Gioia Running, associazione podistica dilettantistica locale, ha annunciato circa un mese fa che la tradizionale corsa “Corri con Gioia” alla dodicesima edizione quest’anno si sarebbe svolta per 7 km all’interno del perimetro della base aerea del 36° stormo, ubicata proprio nel territorio di Gioia del Colle. Ciò che i cittadini e le cittadine hanno trovato davvero raccapricciante è stato il messaggio di promozione dell’evento, in cui veniva fatto un accostamento abbastanza agghiacciante tra la potenza e la precisione degli aerei militari Eurofighter Typhoon e le prestazioni sportive degli atleti e delle atlete, per cui il Comitato Cittadino per la Pace si è mobilitato facendo uscire un primo comunicato stampa (da noi pubblicato qui) in cui sollevava dubbi e perplessità circa l’opportunità in questo momento storico di organizzare un evento sportivo cittadino, che nelle scorse edizioni era stato una grande festa per le vie della città, all’interno di una base militare situata, peraltro, 1 km fuori dal perimetro della città, quindi escludente una fetta della popolazione. Il Comitato cittadino per la Pace ha così inviato, in un secondo momento, una lettera al Ministero della difesa Guido Crosetto e, per conoscenza, al comandante della base militare per chiedere delucidazioni in merito alle questioni legate alla sicurezza, dal momento che oltre alle questione etiche e all’opportunità politica di organizzare una manifestazione del genere in un conteso internazionale di guerra in spazi militarizzati, si profilavano anche pericoli legati alla sicurezza con l’ingresso di migliaia di persone all’interno della base militare. A tutto questo iter istituzionale non è corrisposto nessun tipo di riscontro né da parte del Ministero né da parte del comandante né, tantomeno, da parte dell’associazione podistica organizzatrice e del Comune di Gioia del Colle che, comunque, ha dato il patrocinio economico e culturale all’iniziativa. Insomma, silenzio assoluto da parte delle istituzioni, fino a quando la questione sollevata dal Comitato cittadino per la Pace ha determinato un provvedimento da parte della Prefettura, che ha predisposto il divieto di accesso all’interno della base! La conseguenza, quindi, è stata che a meno di una settimana dallo svolgimento della “Corri con Gioia” è stato possibile fermare la militarizzazione della corsa e disporre il blocco dell’iniziativa all’interno della base militare. Questo serve anche a mettere in evidenza il fatto che non tutto ciò che viene organizzato, per il solo fatto che venga autorizzato dalle istituzioni, necessariamente significa che sia lecito e vada bene per la sicurezza e il benessere della cittadinanza. A Gioia del Colle è accaduto che solo quando la società civile si è mobilitata e ha messo in discussione le modalità di svolgimento delle iniziative militaristiche siano partite le verifiche per la sicurezza e solo allora poi ci si è reso conto che effettivamente far entrare nelle caserme le persone, così come i bambini e le bambine, gli studenti e le studentesse, rappresenta un serio problema. La vicenda di Gioia del Colle, oltre ad essere una sonante vittoria per i movimenti pacifisti sul territorio pugliese, deve essere un monito in generale per stimolare la società civile in tutta Italia alla partecipazione alla cosa pubblica, a studiare i dettami costituzionali della convivenza civile e a mettere in discussione uno status quo che non è detto che vada sempre bene per la popolazione. È importante sottolineare, infine, che il Comitato cittadino per la Pace è stato appoggiato e sostenuto da tutta la rete regionale dei Comitati per la Pace, da DisarmataTerra, da Emergency, dal Movimento nonviolento, dallo stesso Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da tutte le realtà pugliesi che sul territorio regionale lavorano da sempre in maniera congiunta per denunciare e arrestare la militarizzazione dei territori, dalla base aeronautica di Amendola (FG), dove il 10 maggio si terrà la XIII Marcia per la pace, fino alla base salentina di Torre Veneri, in cui vengono condotti gli studenti e le studentesse (leggi qui la denuncia dell’Osservatorio). Si è trattato di un gioco di squadra di una serie di soggetti e di realtà della società civile e questa è la direzione da prendere per ottenere vittorie antimilitariste sul campo! “C’è una frase ormai celebre, cadenzata con forza in tutti i discorsi che il Papa ha rivolto alle genti di Puglia: ‘La nostra Terra sia un ponte di pace lanciato verso Oriente’. Sarebbe lo stravolgimento più tragico dell’alto magistero del Papa se noi credenti dovessimo tollerare che, per l’’Oriente, la Puglia diventi solo un ponte aereo!” Don Tonino Bello Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Puglia -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Bullismo e Codice Rosso: a Fiumicino fa lezione la Polizia di Stato
La Polizia di Stato di stanza a Fiumicino, comune della Città Metropolitana di Roma, ha organizzato una conferenza, prolusione, incontro di formazione all’Istituto di Istruzione Superiore (liceo e tecnico agrario) “Leonardo da Vinci“, sabato 14 aprile (CI 232 del 31 marzo), di cui è arrivata segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università con testo della circolare citato, giacché ormai questa iniziative vengono nascoste al pubblico. L’argomento dell’incontro con i poliziotti rientra nella divulgazione del testo di legge 10 luglio 2019 denominata Codice Rosso. Fra le materie di interesse della legge rientrano le misure per affrontare le violenze di genere, soprattutto quelle domestiche ben note alle cronache. Sappiamo quante e quanto complesse siano le cause del disagio nelle famiglie di cui la parte più fragile, donne e bambini, sono vittima. Purtroppo, non tutto corre così veloce e in modo efficace quando una donna si rivolge a un commissariato o una caserma per denunciare la situazione di rischio o gli espliciti atti violenti a cui è esposta. Capita continuamente che la decisione – già di per sé difficile in alcune condizioni di fragilità culturale ed economica – di percorrere la via legale subisca ritardi o non venga messa in atto. Come mi riferisce un’operatrice di un’associazione che gestisce un Centro Anti Violenza (CAV), nato in seno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in assenza di testimonianze dirette o di segni di attacco fisico, succede che la denuncia venga rifiutata. È il CAV stesso allora che procede consigliando i passaggi da effettuare, in forza della legge citata che prevede la protezione immediata della donna e dei minori e il patrocinio gratuito per affrontare il percorso legale. Ma anche per ricorrere a un CAV una donna ha bisogno di conoscerne l’esistenza, di avere una rete intorno a sé che la sostenga, soprattutto quando si tratta di donne non italiane. Penso che sia stato a tema nell’incontro ancora il bullismo giovanile, visto che esistono team nelle caserme e nei commissariati dedicati al suo contrasto nelle scuole e sui canali social (uno di questi gruppi di lavoro è citato nella circolare). La gestione dei conflitti che nascono nelle classi, scontri verbali e fisici spesso legati all’appartenenza di genere, culturalmente imposta dai codici di comportamento appresi, è un problema educativo. Il bullismo, sempre di incerta definizione (ragazze e ragazzi cattivi?), il rifiuto verso differire  e la tendenza a immunizzarsi dal diverso, sono legati strettamente ai contesti relazionali in cui si manifestano,  dunque sono questione che interroga gli insegnanti, non le forze dell’ordine. La marginalizzazione della funzione docente, direi la sua umiliazione, passa anche attraverso la sottrazione del compito di in-segnare. Sia nel senso di lasciare il segno dei saperi disciplinari, sia soprattutto nella capacità di scambiarlo come effetto della responsabilità adulta verso i minori affidati. Il sito della scuola recita che tutto il personale è una “comunità educativa vibrante”, per cui proviamo a fidarci delle vibrazioni, anche quando delegate alle divise. Vengo a tre punti che dovremmo considerare, al di là del contenuto delle segnalazioni che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, anche nell’ottica di sostenere coloro che ci informano. 1. Una circolare interna è un atto ammnistrativo di indirizzo che occupa l’ultimo gradino della gerarchia delle fonti giuridiche. Molti docenti spesso balbettano che, se l’ha scritta il dirigente, quella indicazione, quel suggerimento, sono norma a cui obbedire. Nello specifico questa di cui scrivo, pur nel suo impianto direttivo (chi, cosa, quando) invita i docenti “interessati” – “eventualmente” aggiungo io – a contattare i colleghi più in alto nell’organizzazione dei progetti, insomma lo staff (la corte del DS). Poiché si tratta di prestare ore di lezione, sacrificando le discipline, un insegnante può sottrarsi, l’aggettivo relativo all’interesse è lo spiraglio che un docente non interessato all’evento, può utilizzare. A tal proposito invito alla lettura di un testo sull’argomento della dignità legata all’esercizio della libertà di insegnamento e al tentativo ormai abituale di limitarla, anche quando si tratta di progetti legati alle nuove tecnologie, con i soldi del PNRR (Giovanni Scarafile, Il ventriloquo. Etica dell’insegnamento al tempo dell’algoritmo. Yod ed., 2025). A tutti i progetti dell’azienda verticalizzata, definiti nel Piano dell’Offerta Formativa ai clienti, si può dire di no. 2. Riflettendo sulle questioni di genere, non posso non notare che la dirigenza scolastica è soprattutto femminile (dati ISTAT). Maestre e professoresse rompono il tetto di cristallo a fanno carriera. Ma è davvero così? Se la giovane età di alcune dirigenti non ha più alcuna parentela con i diversi flussi storici del femminismo, sicuramente spesso hanno familiarità con una forma di emancipazione mimetica al maschile, al maschile deputato al comando così come storicamente declinato, anche nelle superiori democrazie occidentali. Il paradosso è che al paternalismo dei dirigenti-papà che accarezzano i bimbi all’ingresso a scuola, si interessano di tutto perché tutto gli viene comunicato e su tutto si chiede loro consiglio, si unisce un mieloso – e non meno prepotente – maternage femminile. Come se non si potesse immaginare un’autorevolezza fatta di distribuzione del potere, fuori da logiche binarie. Servirebbe nelle relazioni a scuola un cambiamento di paradigma orientato a una Parola che non viene né da padri, né da madri ma – come ho detto  – è sotto il segno della responsabilità del contrappeso dei poteri. Anche questo è parte di un clima culturale in cui il comportamento adulto è modello implicito per i minori che lo osservano, lo vivono, lo subiscono. 3. Fiumicino, è un contesto territoriale con una lunga storia che ne costituisce ancora la peculiarità, l’antico Portus, con il suo Tiber, la sua Isola Sacra. Oggi, saltando i secoli, Fiumicino ha il suo aeroporto (ancora Leonardo da Vinci, il titolare). Sono 84.000 circa gli abitanti, stipati in un’area fortemente gentrificata, dove le caratteristiche tipiche di un paese di mare sono inghiottite dall’anonimato di una grande periferia. Le case stanno a un passo dalle piste dell’aeroporto: inquinamento luminoso, sonoro e da scarichi si sommano fra loro. Concludo. I docenti capaci di disobbedire si potrebbero occupare con le loro classi di geostoria, decostruendo la disciplina di recente introduzione negli istituti tecnici. Potrebbero tornare al significato che, prima delle deforme delle indicazioni, dei programmi e del conformismo dei manuali, avevano la storia e la geografia. Potrebbero insegnare come il progresso ha devastato interi territori, privandoli perfino della loro identità storica. La pesantezza del sentirsi, in quanto giovani, sempre potenzialmente cattivi, sbagliati, potrebbe essere trasformata da una visione del futuro come frutto non banale della conoscenza del luogo dove si cresce, si vive, di cosa è accaduto sotto la mano pesante del progresso. La scuola potrebbe essere un luogo dove le creature giovani diventano consapevoli che anche lo squallore, la bruttezza, generano violenza, frustrazione, pensieri rancorosi. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di coloro che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso una elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Essi hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! (In fondo trovate le slide dell’intervento). Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. CARLO GREPPI: «IN GUERRA SI COMBATTE PER LA PATRIA, QUANDO SI RIFIUTA LA GUERRA SI COMBATTE PER L’UMANITÀ». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine, e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’ importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. (In fondo trovate le slide dell’intervento). Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto (in basso) che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà, infatti, tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola: sono la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. LUIGI DANIELE: «NON ESISTE UNA GUERRA PER DIFENDERE LA DEMOCRAZIA. GUERRA E DEMOCRAZIA SI COMBATTONO SEMPRE, TALVOLTA ALL’ULTIMO SANGUE. LA GUERRA È IL TERRENO PIÙ FERTILE DEI TOTALITARISMI». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. ((In fondo trovate le slide dell’intervento). Infine, Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, dunque, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Qui alcune immagini del Convegno Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi a Torino. In fuga dalla guerraDownload Il trauma della guerra_Torino 2026Download economia_guerra_torino SchettinoDownload UN SENTITO RINGRAZIAMENTO VA ALLE RELATRICI E AI RELATORI CHE HANNO ACCETTATO DI PARTECIPARE AL NOSTRO CONVEGNO NAZIONALE, MA ANCHE ALLE CIRCA 600 PERSONE CHE HANNO SEGUITO E APPREZZATO L’INIZIATIVA. IL VOSTRO SUPPORTO, ANCHE CON UNA PICCOLA DONAZIONE, È FONDAMENTALE PER CONTINUARE A LAVORARE NELLA DIREZIONE PACIFISTA E ANTIMILITARISTA. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
AGILE: il nuovo programma europeo per il finanziamento militare
Attraverso un comunicato stampa del 25 marzo scorso la Commissione Europea ha annunciato, con toni piuttosto trionfalistici, la nascita del nuovo programma di investimenti nel settore militare. Denominato AGILE (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defence in Europe), lo strumento mira ad accelerare i cicli di innovazione dei prodotti e delle tecnologie emergenti per la difesa sviluppati dalle piccole e medie imprese nell’Unione Europea, nonché a facilitarne l’adozione da parte delle Forze Armate dei vari paesi membri. Con una durata che va dall’inizio alla fine del 2027, AGILE comporta l’immissione di ulteriori 115 milioni di euro nel settore militare, che vanno ad aggiungersi ai molti altri finanziamenti comunitari stanziati tramite il programma EUDIS (EU Defense Innovation Scheme) – rivolti sempre principalmente alle PMI –, facente parte del più vasto Fondo Europeo per la Difesa (FED). Quest’ultimo, per il periodo 2021-2027, mobilita complessivamente ben 7,3 miliardi. Oltre ai paesi facenti parte dell’UE e a quelli membri dell’Associazione europea di libero scambio, AGILE sarà aperto all’Ucraina1. Nell’ambito delle operazioni di aggiudicazione di fondi AGILE per un progetto di ricerca e sviluppo militare, inoltre, saranno ammissibili proposte gestite «direttamente o indirettamente» da organizzazioni internazionali2 – tra le quali va annoverata d’ufficio la NATO. Per quanto AGILE vieti l’assegnazione di fondi per «lo sviluppo di prodotti e tecnologie il cui utilizzo, sviluppo o produzione sono vietati dal diritto internazionale applicabile»3 (ad esempio specifici tipi di bombe), l’ambito di applicazione del programma è piuttosto onnicomprensivo e, oltre ad ammettere tutte le tecnologie dual-use (ossia a possibile uso sia civile che militare), riguarda sicuramente i settori de «l’intelligenza artificiale, la computazione quantistica, la robotica, la sicurezza informatica e lo spazio»4. I molteplici riferimenti al Regolamento europeo per l’energia atomica (Euratom) contenuti nel testo di legge, infine, lasciano supporre che siano ammissibili al finanziamento da parte di AGILE anche progetti di ricerca e sviluppo aventi per oggetto la sicurezza del sistema nucleare di approvvigionamento energetico. È fortemente preoccupante che il programma preveda di facilitare l’adozione delle nuove tecnologie militari da parte degli eserciti anche per mezzo di «test e dimostrazioni sul campo»5 di battaglia, oltre che nelle «strutture di prova e sperimentazione dell’UE».6 La precedente giurisprudenza europea, fra l’altro, consente la sospensione delle norme regolatorie per la sperimentazione delle nuove tecnologie a Intelligenza Artificiale dual-use7e non regola la sperimentazione di quelle prettamente a uso bellico.8 AGILE, infine, prevede la predisposizione di un «programma di lavoro» che corrisponde alla pianificazione annuale dei progetti bellici da finanziare con i 115 milioni di euro previsti. Tale programma è disciplinato dal Regolamento Euratom9, in base al quale normalmente i progetti a finalità esclusivamente militare non riescono ad accedere al finanziamento. Pertanto la relazione tra AGILE ed Euratom potrebbe rischiare di facilitare, dal punto di vista giurisprudenziale, un’interpretazione meno regolatoria e limitativa del Regolamento, con tutto ciò che ne potrà conseguire in futuro. In conclusione, la base economica di AGILE è costituita da: – la necessità di fronteggiare la riduzione temporale dei cicli d’innovazione delle nuove tecnologie e armamenti nel settore della difesa (ci vuole sempre meno tempo per sviluppare nuove armi o nuovi sistemi d’arma); – l’urgenza di trattenere in Europa le start-up che creano innovazione ma che poi tendono a fuggire all’estero (ad esempio negli USA) per le operazioni di sviluppo e, soprattutto, commercializzazione, per i maggiori costi economici che dovrebbero affrontare nel territorio europeo. 1 2026/0078 (COD), art. 7, c. 1, lett. “b”. 2 2026/0078 (COD), art. 9, c. 2, lett. “c”. 3 2026/0078 (COD), art. 9, c. 9, lett. “b”. 4 2026/0078 (COD), (3), p. 9. 5 2026/0078 (COD), art. 10, c. 1, lett. “b”. 6 2026/0078 (COD), art. 10, c. 3. 7 2021/0106 (COD) (ITA), p. 9 (Artificial Intelligence Act). 8 2021/0106 (COD), art. 2, c. 3 (Artificial Intelligence Act). 9 UE 2024/2509, art. 110, c. 2. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Solidarietà agli attivisti di Pax Christi fermati a Roma dalla polizia
Il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi a Roma, avvenuto domenica 12 aprile, come scrive Peacelink, ci riporta indietro nel tempo, quando, nel continente latino-americano, venivano rapiti e uccisi preti e attivisti cattolici di base per mano dei battaglioni della morte legati ai latifondisti e alle dittature locali. E quei regimi dittatoriali erano espressione degli interessi statunitensi. Con le debite differenziazioni, contestualizzando gli avvenimenti e con tutte le cautele del caso, ancora oggi una parte forse minoritaria del cattolicesimo viene vista come nemica dell’ordine costituito, perché schierata, con istanze radicali, contro le disuguaglianze e la guerra. A margine dell’Assemblea nazionale di Pax Christi a Roma, un gruppo di attivisti e attiviste è stato fermato prima di arrivare in piazza San Pietro, dove avrebbe partecipato ad una preghiera per la pace convocata dal Papa. Forse per il Governo Meloni e i suoi ministri erano lo striscione o le magliette che riportavano il testo de l’art. 11 della Costituzione a rappresentare una minaccia per l’ordine? O semplicemente ricordare che la guerra viene alimentata dalla produzione e dall’invio di armi equivale a una minaccia contro gli interessi nazionali rappresentati magari dall’export di armi made in Italy? Chi ci conosce sa bene la nostra critica storicamente fondata a come i principi costituzionali più avanzati siano stati aggirati nel corso degli anni, vale per il ripudio della guerra come per i principi che attestano la necessità di puntare sullo stato sociale. Del resto, il ripudio della guerra non ha impedito al nostro Paese di partecipare direttamente a vari conflitti o a sostenerli politicamente e dalle retrovie, aggirando la legge 185/1990 che proprio da Pax Christi e dal suo presidente don Tonino Bello fu voluta. Eppure, evocare certi principi sembra ancora oggi un atto sovversivo, in aperta violazione dell’ordine pubblico, come se una marcia nonviolenta di cattolici potesse rappresentare qualche minaccia. Attivisti e attiviste di Pax Christi hanno riportato queste notizie preoccupanti, evidenziando come proprio il ripudio della guerra sia considerato alla stregua di un “intento politico”, giudicato altamente pericoloso per l’ordine pubblico. L’episodio dovrebbe far riflettere, tra l’altro, sulla gestione dell’ordine pubblico nelle nostre città, su come la economia di guerra abbia influenzato anche il legislatore tra pacchetti sicurezza, che oggi vengono bocciati da CSM (leggi qui la notizia), e intenti repressivi che colpiscono ormai tutte le forme di dissenso. Per questi motivi, ci pare molto preoccupante il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi, come anche la repressione scatenata da qualche maglietta con stampate delle frasi che dovrebbero rappresentare il faro guida dell’operato delle forze dell’ordine. Al contempo, potremmo anche dedurre che in tempi di guerra sta diventando un pericoloso ostacolo denunciare guerre, genocidi, commerci di armi, ingiustizie sociali ed economiche. Forse tanto sdegno dovrebbe indurci a guardare con maggiore preoccupazione al restringersi degli spazi di libertà e di democrazia nel nostro Paese, al ritorno alla leva che si accompagnerà ad un’incessante propaganda di guerra. Esprimiamo, dunque, la nostra solidarietà agli attivisti e alle attiviste di Pax Christi, nella consapevolezza che questo episodio non arresti la protesta, e il contrasto alla guerra e ai processi di militarizzazione. Di seguito la maglietta accusata di essere uno “slogan politico” dalla polizia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Faro di Roma: Disarmare il militarismo: attività pedagogiche e culturali per promuovere spazi transnazionali di pace
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 15 APRILE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 15 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla pratiche pedagogiche che si possono attuare nelle scuole. «In questa direzione si colloca anche il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, animato, tra gli altri, dal professor Michele Lucivero e dal professor Antonio Mazzeo, impegnati in un’attività di ricerca, denuncia e proposta alternativa che contribuisce a mantenere aperto uno spazio critico fondamentale nel dibattito pubblico italiano…continua a leggere su www.farodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contraddizioni finanziarie nella Chiesa: un’analisi critica degli investimenti dello IOR
Se solo pochi giorni fa rilanciavamo l’appello della CEI contro la speculazione finanziaria a favore delle imprese di armi Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione, oggi riprendiamo invece un articolo di Alessandro Volpi Ior e indici cattolici: nei portafogli spuntano Big Tech e fondi globali assai critico verso le scelte assunte dalla banca vaticana, l’Istituto per le opere religiose (IOR), da cui provengono consigli di investimento finanziario indirizzati al mondo cattolico. E sono proprio le società consigliate per gli investimenti (che dallo IOR passano a decine di istituzioni ed enti religiosi per arrivare a milioni di cattolici in ogni area del Globo) che hanno spinto Volpi a una inchiesta pubblicata dal periodico Valori.  È il caso di  Morningstar, i cui principali azionisti sono le Big Three BlackRock, Vanguard, T. Rowe Price e Baron Capital Management. Sul sito di Morningastar, oltre ad analisi sulla situazione internazionale e sugli effetti della guerra sui mercati troviamo anche alcuni interessati consigli di investimento con 500 fondi selezionati e offerti agli investitori: Borsa, Quotazioni Azioni, Fondi, ETF, Fondi Pensione | Morningstar. Tra le varie società consigliate da IOR troviamo anche multinazionali, titoli che investono direttamente in armi in antitesi a tanti messaggi che arrivano dalla CEI o dal Vaticano. Siamo davanti a un Giano bifronte che un giorno parla contro il Riarmo e l’indomani offre interessati consigli finanziari a beneficio dei produttori di morte? Si aprono problemi rilevanti di natura etica, tali da chiedersi se oltre al messaggio evangelico di pace non ci sia anche una pratica finanziaria che va in direzione diametralmente opposta da parte di qualche settore finanziario legato alla Chiesa. Il problema è annoso, si ripropone periodicamente, ma è stato sviscerato fin dagli anni sessanta del secolo scorso, a seguito del Concilio Vaticano II. Può essere utile fare riferimento all’opera MENSURAM BONAM (MB), che collega Vangelo e Dottrina Sociale Cattolica (DSC) al mondo dell’economia e della finanza con una serie di buoni precetti perché il cattolico operi coerentemente con il messaggio evangelico: mb_ita_final_14_11_22_ed+. Lo studio di Volpi porta alla luce il fatto che tra i beneficiari degli investimenti proposti dallo IOR troviamo titoli di aziende impegnate nella produzione di sistemi di guerra, nella speculazione sui metalli rari, nello sfruttamento dei riders e di altri lavoratori e lavoratrici anche attraverso un intricato sistema di investimenti diretti e indiretti. Il semplice investitore non ha contezza di dove stia mettendo i propri risparmi; se lo sapesse, allora capirebbe che i buoni precetti etici e morali vengono letteralmente contraddetti per disegni speculativi.  Volpi va ancora avanti nella sua disamina indicando nei membri del Consiglio di sovrintendenza dello IOR la presenza di importanti esponenti della finanza con incarichi precedenti in rilevanti multinazionali che da sempre investono in armi: «Jean-Baptiste de Franssu che, prima del suo incarico in Vaticano, è stato Ceo di Invesco Europe, società dove i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street. Poi c’è Elizabeth McCaul, con un passato nella società di consulenza Promontory Financial Group (di proprietà di Ibm), specializzata in compliance e gestione del rischio. Javier Marín Romano è già stato Ceo del Gruppo Santander, mentre Scott C. Malpas per oltre trent’anni è stato il chief investment officer dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, dove ha gestito uno dei fondi di dotazione più performanti al mondo». Tra i grandi clienti della Banca Vaticana poi troviamo grandi immobiliaristi che operano non proprio in sintonia con il messaggio evangelico, una buona parte del patrimonio IOR è affidato a Vanguard e Blackrock i cui investimenti non sono certo rivolti ad opere pie. Ora qualche domanda sorge spontanea: la CEI è al corrente di questi fatti documentati dal periodico Valori e come intende relazionarsi allo IOR? Di questo il mondo cattolico deve prendere atto e visione, chiedendo conto a chi di dovere della incoerenza tra il messaggio di pace e le spregiudicate operazioni della Finanza cattolica. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente