La pace che non si equilibra--------------------------------------------------------------------------------
Protesta del movimento israeliano Mesarvot fuori da un carcere militare a
sostegno dei refusnekis, i giovani che rifiutano il servizio militare (Photo by
jessflom, dalla pag. Instagram di Mesarvot)
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Nel suo intervento su La Stampa (Perché serve anche la forza per salvare la
pace), Vito Mancuso costruisce un’architettura argomentativa elegante e, in
apparenza, ineccepibile: l’etica sarebbe sempre somma di due addendi, valori e
situazione reale, e ogni discorso sulla pace che non tenga conto del secondo
termine scadrebbe in “utopico idealismo”. Da qui discende la tesi centrale: il
disarmo unilaterale è pericoloso, la pace vera è necessariamente “armata”, e il
titolo del libro di Leone XIV – Disarmata e disarmante – esprimerebbe
un’aspirazione bella ma insostenibile.
I miei maestri mi hanno regalato degli occhiali che faticano a vedere le cose
come le vede Mancuso. Mi mostrano che l’intera sua costruzione non regge – non
perché si ignori la realtà storica, ma perché la si legge diversamente: il
“realismo” di Mancuso non è affatto neutrale, è una precisa scelta ideologica
travestita da dato di fatto.
La formula stessa è il problema
Mancuso parte da un’equazione: etica uguale valori più situazione reale. È una
formula seducente perché sembra equilibrata, sembra dire “né moralismo né
cinismo”. Ma è proprio questo bilanciamento a essere sospetto. Il valore – la
vita umana, il rifiuto di uccidere – non può essere mediato da un secondo
termine, per quanto “reale”: la coscienza ha un primato che non si negozia con
le circostanze. Se il valore è vero, resta vero anche quando il mondo intorno
non lo rispetta. Diversamente, ogni potere della storia, compresi i più
sanguinari, ha sempre giustificato le proprie guerre proprio invocando “la
situazione reale”, “la necessità”, “la minaccia concreta”.
Il realismo etico di Mancuso, visto così, non è un correttivo dell’idealismo: è
la struttura logica con cui la ragion di Stato ha sempre zittito la coscienza.
Un realismo vecchio
Bisogna spostare l’attacco su un altro piano. Con l’arrivo dell’arma nucleare e
con l’interdipendenza globale, la vecchia opposizione fra “idealisti disarmati”
e “realisti armati” è diventata essa stessa irreale. Chi continua a pensare per
Stati-nazione che si armano gli uni contro gli altri non sta descrivendo la
realtà con più accuratezza: sta semplicemente applicando categorie ottocentesche
a un mondo che quelle categorie ha già superato.
La vera analisi realistica della situazione contemporanea – pandemie, crisi
climatica, interconnessione economica, armamenti capaci di autodistruzione
reciproca – mostra che la corsa al riarmo non produce sicurezza ma escalation.
In questo senso l’accusa di Mancuso si capovolge: non è il papa l’idealista e
Mancuso il realista, ma il contrario. L’utopia della pace non è un supplemento
nobile da “nutrire” accanto al realismo, come scrive Mancuso in chiusura, quasi
fosse un abbellimento: è essa stessa, oggi, l’unica forma corretta di realismo.
L’errore di categoria: pace “armata” contro pace “disarmata”
C’è qualcosa da dire sulla stessa architettura concettuale dell’articolo.
Mancuso costruisce una polarità: da una parte la pace disarmata (bella ma
velleitaria), dall’altra la pace armata (concreta e responsabile), e nel finale
le fonde in un ossimoro – “pace armata, e proprio per questo disarmante”. Questa
polarità è già un errore categoriale. La nonviolenza non è l’assenza di forza: è
una forza di segno diverso, positiva, che agisce attraverso l’obiezione, la
disobbedienza civile, l’organizzazione dal basso, la pressione morale e
politica. Non si tratta quindi di scegliere fra “avere armi” e “non avere
nulla”, come suggerisce implicitamente lo schema di Mancuso. C’è una terza via
che l’articolo non contempla nemmeno come ipotesi.
Anche gli esempi storici usati da Mancuso – la Svezia che si arma dopo due
secoli di pace, la Svizzera mai invasa da Hitler per timore della guerriglia
popolare – dimostrano al massimo l’efficacia della deterrenza, non la
costruzione della pace. Sono casi di guerra evitata, non di pace edificata.
Confondere le due cose è precisamente l’operazione retorica che permette a
Mancuso di trasformare due eccezioni fortunate in una legge generale.
La realtà come “dato di natura”: l’obiezione più radicale
Il punto più profondo riguarda una frase quasi di passaggio nell’articolo: la
guerra sarebbe “condizione permanente dell’umanità”, “verità scomoda, purtroppo
innegabile”. È qui che si annida l’errore decisivo. Presentare la guerra come
dato antropologico stabile – come se fosse iscritta nella natura umana quanto la
fame o il sonno – è un’operazione retorica, non una constatazione. Serve a
rendere immodificabile ciò che in realtà è un ordine storico, costruito da
rapporti di potere, economie degli armamenti, culture nazionali: e proprio
perché costruito, è trasformabile.
Chiamare “natura” ciò che è “storia” è il modo classico con cui si disinnesca
ogni tentativo di cambiamento: se la guerra è natura, resta solo da gestirla
meglio (pace armata); se la guerra è storia, va invece rifiutata radicalmente e
sostituita con pratiche costruttive di pace.
Sull’uso dei testimoni e delle figure citate
Mancuso cita Teresio Olivelli, ucciso per la resistenza armata, accanto ai
testimoni di pace ricordati dal papa, quasi a suggerire un’equivalenza morale
fra chi ha impugnato le armi e chi ha scelto la nonviolenza. Ma il gesto del
singolo che rischia la vita per un ideale e la pretesa che lo Stato debba
armarsi in nome di quello stesso ideale sono piani diversi, e confonderli –
trasformare l’eroismo individuale in giustificazione della politica di riarmo
nazionale – è un salto logico non innocente.
Il vero bersaglio polemico di questa riflessione non è l’affermazione che le
armi esistano, servano, a volte proteggano: nessuno lo negherebbe ingenuamente.
Il bersaglio è l’idea che il “realismo” sia una posizione neutra, tecnica, priva
di ideologia, mentre chi parla di disarmo starebbe semplicemente sognando.
Bisogna rovesciare l’accusa: è ingenuo credere che l’equilibrio del terrore sia
pace; è ingenuo scambiare la deterrenza riuscita per un modello universale; è
ingenuo, soprattutto, presentare come legge di natura un ordine che è invece
frutto di scelte storiche precise, e dunque reversibili. La vera “pace
disarmante” non è un ossimoro sofisticato da riservare al finale di un
editoriale, ma il nome della sola strada che vale la pena percorrere per intero
– non come supplemento estetico al realismo delle armi, ma come sua alternativa
reale
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI:
> Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
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