Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su
mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel
paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati
da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è
quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una
vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo
dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar,
al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o
meglio da chi) stanno scappando?
> Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che
> fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione
> islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il
> loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di
> una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi
> etnici armati.
La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia
dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo
il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone
rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di
Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto
chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a
diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la
ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di
comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera
puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso
Ovest.
La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo
storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di
persone a scappare. Il giornalista accenna alle origini del popolo Rohingya, al
suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la
perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che
descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze
diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso
i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno
portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera
diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci
buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per
spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste
notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini,
donne e in molti casi anche di minori.
Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i
Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur
combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo,
non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o
cristiana. Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel
mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura
militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone
d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il
ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021.
> Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida
> con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco
> delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio
> assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da
> Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se
> privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani».
Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che
accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa
alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel
Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo
la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della
popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta
della premier bengalese Hasina del 2024.
Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario
e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei
Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e
sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la
voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce
un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso
un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito
fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e
stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da
destinarsi, per ora.
Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta
nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa
quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che
provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme
diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali,
potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto
nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei
media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale,
quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del
genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma
indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena
occuparsi.
Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il
puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte
ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale
chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può
riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li
ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio.
Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter
che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi
orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e
persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno
l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro
complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono
riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e
non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio
questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra.
Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a
distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano
fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non
dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta
a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le
frontiere, anche le nostre.
la copertina è tratta da Wikicommons
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