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Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar, al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o meglio da chi) stanno scappando? > Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che > fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione > islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il > loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di > una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi > etnici armati. La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso Ovest. La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di persone a scappare. Il giornalista  accenna alle origini del popolo Rohingya, al suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini, donne e in molti casi anche di minori. Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo, non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o cristiana.  Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021. > Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida > con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco > delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio > assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da > Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se > privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani». Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta della premier bengalese Hasina del 2024. Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da destinarsi, per ora. Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali, potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale, quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena occuparsi. Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio. Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra. Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le frontiere, anche le nostre. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya proviene da DINAMOpress.
July 18, 2026
DINAMOpress
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il welfare usato come carburante per la finanza
Provo a mettere insieme una considerazione molto generale. Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali. Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di […] L'articolo Il welfare usato come carburante per la finanza su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
Il riarmo europeo procede a velocità record
Gli stati europei si stanno armando a velocità record. E’ questo la conclusione è cui è giunta una nuova indagine dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e resa pubblica dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt. Secondo quanto riferito dal rapporto dell’EDA, nel 2025 sono stati spesi 1000 euro per ogni cittadino […] L'articolo Il riarmo europeo procede a velocità record su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
Fuori la guerra dalla storia. A partire da Genova nè una persona nè un soldo per la guerra.
Riceviamo e pubblichiamo dalle associazioni genovesi Fair e Weapon Watch. GENOVA 2001–2026. Riprendiamoci il futuro Nell’ambito delle iniziative per i 25 anni dal G8, esperti e attivisti a confronto sul legame tra riarmo europeo, guerre permanenti e sistema finanziario Genova, 17/07/2026 – Come segnalato su Pressenza, si è tenuto giovedì 16 luglio, nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, il forum tematico “Guerre, riarmo, finanza e fabbricanti d’armi”, promosso da Fair e The Weapon Watch nell’ambito delle iniziative per ricordare i 25 anni dal G8. L’incontro, moderato da Deborah Lucchetti (Fair) e Gianni Alioti (The Weapon Watch), ha visto la partecipazione di: Mario Pianta, professore ordinario in Politica Economica presso la Scuola Normale Superiore di Firenze, Widad Tamimi, giornalista e scrittrice, fondatrice dell’associazione ἰοίην-ioien “Oltre ogni confine, oltre ogni dolore”, Vittorio Agnoletto, medico e attivista, docente di Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano; Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, Anna Fasano, presidente di Impact SGR (Banca Popolare Etica) e di due rappresentanti del Gruppo Lavoratori Leonardo Torino. Il Forum ha sviluppato una preziosa riflessione, grazie all’apporto di qualificati contributi multidisciplinari su come guerre e riarmo cambiano in peggio l’economia e le nostre vite, sul cordone finanziario, tecnologico, militare che lega il riarmo europeo con le guerre permanenti e il genocidio dei palestinesi. Infine, sull’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi e politica che alimenta tutto questo anche grazie ai nostri risparmi investiti nei fondi pensione. Se pensiamo al recente vertice della NATO ad Ankara, trasformato in un gran bazar delle armi, al progressivo ridimensionamento della diplomazia dei paesi europei e alla loro deriva bellicista, non possiamo che convenire con le parole dell’economista americano Jeffrey Sachs: “L’unica possibilità che hanno i popoli dell’occidente, in grande maggioranza contro la guerra, è far saltare le proprie élite politiche”. L’élite al potere in Europa e i governi dei singoli paesi, in maggioranza complici del genocidio in Palestina, ci stanno trascinando in guerra contro la Russia. Per questo sono anni che assistiamo allo sperpero di risorse pubbliche con l’aumento costante dal 2014 delle spese militari. Ma alla voracità dei militarismi e nazionalismi europei, ciò non basta. Le spese militari che nei paesi europei della Nato hanno raggiunto nel 2025 il valore di 537 miliardi di dollari (+43% rispetto al 2023), dovrebbero aumentare a due volte e mezzo schizzando al 5% del PIL entro il 2035. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la morte della ricerca pubblica in campo civile al servizio del bene comune, il sacrificio dei servizi pubblici fondamentali (sanità, istruzione, trasporti, protezione civile), la riduzione degli investimenti necessari a garantire protezione sociale, lavoro dignitoso, tutela ambientale e transizione ecologica, l’assenza di misure straordinarie di adattamento e mitigazione per fronteggiare gli effetti sempre più drammatici degli eventi climatici estremi. La miopia colpevole, l’insipienza e la subalternità di chi governa la cosa pubblica (ad ogni livello) alla finanza e ad un pugno di multinazionali e oligarchi suprematisti, colonialisti e autoritari, che detengono gran parte della ricchezza mentre il Pianeta è letteralmente in fiamme, impone uno sforzo straordinario di intelligenza popolare, una rivoluzione dal basso che obblighi chi detiene – spesso illegittimamente – il potere economico e politico a fermarsi e scendere a patti con le richieste e le necessità della maggioranza della popolazione. Oggi, come 25 anni fa, siamo qui, persone comuni, lavoratrici e lavoratori, attivisti e attiviste, organizzazioni della società civile nate per difendere diritti e beni comuni, a denunciare le mistificazioni dei padroni della Terra, a chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà perché un altro modo di stare al mondo è necessario, se vogliamo ancora immaginare un futuro su questo pianeta esausto. Di seguito le proposte di azione urgenti rivolte a persone, associazioni e sindacati tutti affinché aumenti la pressione verso le istituzioni locali, nazionali ed europee per economie di giustizia e di pace, contro la logica del nemico e la corsa al riarmo che, in modo sempre più evidente, mentre arricchisce i fabbricanti d’armi, i maggiori fondi finanziari e gran parte della nomenclatura politica al potere, divide e affama i popoli. Chiediamo a tutte le Istituzioni e al Comune di Genova poche cose, ma dirimenti: – Bloccare, nel rispetto della Legge 185/90, qualsiasi esportazione, importazione e transito di materiale d’armamento e tecnologie a uso militare “verso e da” Israele e di tutti i paesi coinvolti in conflitti armati o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani internazionali. Di sospendere nei confronti di Israele tutti i programmi di cooperazione accademica e di ricerca, che coinvolgono industrie militari e/o sono correlate alle guerre di Israele e al genocidio del popolo palestinese. – Istituire l’Osservatorio Consiliare Permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del Porto di Genova, rendendo pubblici i dati di traffico, di quantità e tipologia di merci, di origine e destinazione, per cogliere la domanda dei lavoratori portuali e dei cittadini genovesi di non essere complici con traffici di armamenti che – sebbene siano già vietati da leggi e trattati – continuano a transitare dai porti alimentando guerre e genocidi. – Istituire – come già richiesto da centinaia tra cittadini e associazioni a Genova alla Giunta Salis – un Assessorato alla Pace. – Attivare borse di studio per studentesse e studenti provenienti dalla striscia di Gaza, offrendo loro la possibilità di completare la propria formazione accademica e professionale presso prestigiosi atenei e istituti in Italia. Genova, Porto e città di pace, potrebbe distinguersi avviando il primo programma in Italia Chiediamo alle persone e organizzazioni della società civile e ai sindacati dei lavoratori, tra le tante cose, di realizzare alcune azioni ritenute prioritarie in questa fase: – Partecipare attivamente alla campagna europea “Stop Rearm Europe” e alle azioni declinate in ambito nazionale (“Ferma il Riarmo”, “Coordinamento No Riarmo”) e locale (“Comuni per la Pace e contro il Riarmo”). Favorire la convergenza dei movimenti e la mobilitazione “Fuori dall’economia di guerra” dell’agenda “No Kings”. – Esercitare una pressione verso i candidati alle prossime elezioni politiche, sostenendo esplicitamente di “votare solo chi ha parole chiare contro il riarmo”. – Aderire alla campagna nazionale “Banche complici”, rivolta a Unicredit, Intesa San Paolo, BNL-BNP Paribas, le tre istituzioni finanziarie italiane più coinvolte in operazioni di supporto alla colonizzazione illegale, nell’apartheid e nel genocidio dei palestinesi. La campagna è promossa da BDS, in collaborazione con Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, i periodici cattolici che coordinano la campagna contro le “Banche Armate”. – Aderire alla campagna “Banche Armate” per togliere i propri conti correnti e i propri risparmi dalle “mani sporche di sangue” delle Banche che finanziano l’esportazione di armi che alimenta le guerre. – Sostenere la campagna per la creazione di una agenzia farmaceutica pubblica europea, pilastro per la sicurezza comune e la ricerca pubblica. – Sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla Cgil per rendere effettivo il diritto alla salute, difendere e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale Il confronto continua oggi, venerdì 17 luglio 2026, al Palazzo Ducale – Sala del Minor Consiglio dalle ore 15:00 con la seconda giornata del Forum Dalla zona rossa alla Smart City, in cui saranno affrontati temi di scottante attualità sulla sorveglianza e il controllo dello spazio pubblico https://g8genova.it/eventi/dalla-zona-rossa-alla-smart-city/ Per maggiori informazioni: Gianni Alioti, The Weapon Watch – 3489026909 Deborah Lucchetti, Fair – 3381498490 Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
Voi la chiamate bagarre, noi la chiamiamo rabbia di classe
Quella che voi chiamate bagarre è la rabbia di chi rifiuta la guerra. Noi la chiamiamo rabbia di classe. E ce la rivendichiamo tutta. Quanto accaduto martedi in Consiglio comunale, durante la discussione per l’avvio dei lavori della Commissione dedicata all’Osservatorio permanente sui traffici di armi nel porto di Genova, […] L'articolo Voi la chiamate bagarre, noi la chiamiamo rabbia di classe su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC) nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL proposta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, definendola un “riformismo burocratico” che non scalfisce affatto l’apparato militare-industriale e la logica NATO. Egli sostiene, addirittura, che la difesa civile non armata sia costituzionalmente equivalente a quella militare e propone di superare il meccanismo dell’obiezione fiscale del 6×1000 attraverso tre rotture radicali: una dottrina nonviolenta basata sull’art. 52, il trasferimento economico dei fondi dagli armamenti alla difesa civile e la denuclearizzazione unilaterale; Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele
“Taco” Donald non delude mai… Non aveva neanche finito di pronunciare il suo proclama in stile Luigi XIV – “Da questo momento in poi, l’America sarà conosciuta come il ‘Guardiano dello Stretto di Hormuz’. … riceveremo un rimborso del 20% su tutte le spedizioni che transitano nell’area, al fine di […] L'articolo Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
I padroni delle macchine e delle menti
Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità. Continua a leggere→
July 14, 2026
Rizomatica
LA RIPRESA DELLA GUERRA USA ALL’IRAN SPINGE UNA NUOVA IMPENNATA DEI PREZZI
L’aggressione imperialista Usa all’Iran, ormai, è ripresa a tutti gli effetti. Il presidente Usa Trump lo ha annunciato anche al Congresso di Washington: “Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz” e presto anche “l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain”, ha detto davanti ai deputati. Il tycoon ha annunciato poi che giovedì sera, 16 luglio, terrà un discorso alla nazione. Dal Golfo, intanto, da Abu Dhabi comunicano che missili iraniani hanno colpito due petroliere emiratine nello Stretto, causando un morto e 8 feriti. Teheran, invece, afferma di aver colpito strutture militari statunitensi in Bahrein e Giordania. Amman afferma di aver abbattuto 4 missili iraniani nel propri spazio aereo. La ripresa della guerra imperialista sta già causando una nuova impennata dei prezzi che avrà, un’altra volta, pesanti ripercussioni sulle tasche di lavoratori e lavoratrici. Il future sul gas naturale scambiato ad Amsterdam sale del 3,16%, 52,9 euro al Megawattora, sui massimi degli ultimi tre mesi. Il metano è ai massimi da maggio. Sale di nuovo anche il petrolio. Nella serata di lunedì 13 luglio il greggio ha superato i 75 dollari al barile. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato con l’economista Francesco Schettino, docente all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ascolta o scarica
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto