Gioventù guerriera, rivoltosa e maranza davanti alla Ragione militareGIOVENTÙ GUERRIERA
Il giornalista Gianni Lannes, il guerriero della luce come troviamo scritto sul
suo profilo, è, in questo caso, un cavaliere dell’Apocalisse. Il suo
documentatissimo articolo sul rapporto fra la Benelli (https://benelli.it/it/) e
la scuola superiore “Enrico Mattei” (ITIS di Urbino) dà conto del preoccupante
intreccio fra le industrie delle armi e i percorsi di orientamento al lavoro
nelle scuole superiori. Nell’ultima definizione formale, e ridefinizione
sostanziale, la FSL (formazione scuola lavoro ex PCTO) collega esplicitamente i
protocolli che siglano la collaborazione fra istituti scolastici e Forze Armate,
le norme che consentono le amicizie con le aziende che producono morte, in
modalità dual use o direttamente con il manufatto finito e pronto all’uso, di
cui nelle pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università quotidianamente ci occupiamo. Il blog su cui appare l’articolo
di Lannes è quello della rivista «Su la testa!», voce del Partito della
Rifondazione Comunista, quindi sarà facile tacciare la segnalazione come frutto
del consueto estremismo di sinistra. Ma non potranno esserci smentite, il
giornalista cita fatti e non fa astratte analisi (clicca qui per la notizia).
Su questo sito si trovano numerosi articoli sul perverso rapporto fra il mondo
dell’istruzione e quello del mercato del lavoro, cioè commercio, scambio impari
fra forza lavoro e aziende di ogni tipologia (clicca qui per Vicenza; oppure qui
per Grosseto; o anche qui per Pomigliano D’Arco; o qui per Bellano; o qui per
Cagliari; infine qui per Livorno). Si delinea, analizzando il fenomeno della
FSL, con chiarezza lapidaria in cosa consista lo sfruttamento, a diversi
livelli, del capitale umano, opera di messa a valore nella catena di produzione
capitalista dei corpi e delle menti, il lavoro vivo e le sue progressive
trasformazioni in merce, diremmo con il Moro (Karl Marx). Sono parte di tale
capitalizzazione non solo i nostri giovani ma, in funzione di manodopera di
riserva anche coloro già più volte scartati, i licenziati, gli
inoccupati/disoccupati, i cassaintegrati, i Neet (coloro che ormai non cercano
più nulla, né a scuola né sul mercato). Il percorso scuola-lavoro non è
formativo e orientativo nel senso a cui entrambe le parole dovrebbero fare
riferimento. È un vicolo cieco, è la morsa che svilisce proprio la formazione
come educazione libera durante un’età e in un luogo separati, dove sviluppare
propri desideri e attitudini, senza adesione precoce al mondo adulto, in cui la
scelta assomiglia oggi a un destino di classe a cui è impossibile sottrarsi.
Orientare significa oggi insegnare un fiacco adattamento all’esistente,
diversamente disegnato nell’immaginario collettivo e politico per i figli delle
élite, gli ereditieri come furono chiamati in un classico saggio sociologico,
analisi mai superata, neanche nei tempi migliori del benessere anni Sessanta e
del riformismo anni Settanta, per quelli delle classi medie in decadenza, e per
il vasto sottoproletariato, per i destinati alla maranza. Termine di odiosa
fattura su cui tornerò (P. Bourdieu; J-C. Passeron, Les Héritiers. Les étudiants
et la culture, Les éditions de minuit, Paris 1964).
GIOVENTÙ RIVOLTOSA
Mi sposto a monte del fenomeno e provo a guardare alla cornice politica, a
quello sfaldamento del tessuto sociale che si legge sullo sfondo delle grandi
manifestazioni e proteste giovanili in Francia, Spagna, Germania, Belgio. Vere e
proprie rivolte. La repressione ferocissima che tenta di sedarle ne dà la
dimensione, ne dice l’ampiezza e la paura che incutono ai governi. Diverse
analisi le osservano a caldo, in primis nella stessa Francia, e in Italia. Il
quotidiano Libération in numerosi articoli descrive la lenta cancellazione del
futuro che i giovani avvertono, che le famiglie per loro temono presagendola
vicina, già qui (https://www.liberation.fr/societe/education/ ; clicca qui).
Presagio che trova attualizzazione nella difficoltà manifestata dai giovanissimi
a stare a scuola, per i maggiorenni nelle università, quando nulla ha più a che
vedere con quel patto fra salariati e capitale che aveva garantito le loro
famiglie, il welfare, lo stato soccorrevole e destabilizzante il libero mercato,
come lo hanno definito i portavoce del capitale.
Non ci si può emancipare uscendo dalla casa genitoriale, il costo delle
abitazioni è fuori dalla misura di qualsiasi salario, stipendio, economia
famigliare. Abitare le grandi città è un lusso, abitare le campagne spopolate
ugualmente. Anche in Italia non esiste un piano-casa credibile del Governo (si
veda il decreto liquidato di recente, 2026), la bolla finanziaria legata al
mercato immobiliare non è di fatto mai stata riassorbita, le Fondazioni
Bancarie, le Casse Private di Previdenza, speculano. In Italia la Cassa Depositi
e Prestiti che gestisce il risparmio dei lavoratori, gioca in borsa con i fondi
finanziari (Altreconomia n. 294 luglio/agosto 2026 pp 14/21; clicca qui). A Roma
si è sviluppata una sorta di concorrenza fra l’incerta politica abitativa del
Governo e il Campidoglio, ma l’approccio sembra lo stesso a detta dei
commentatori, fra alienazioni, acquisizioni, valorizzazione e deleghe ai fondi
immobiliari (clicca qui). L’accesso al lavoro per una vita dignitosa, dunque
equo nei tempi e nella erogazione del salario, che consenta di accedere a quella
parte dell’economia fondamentale, non consumistica ma desiderante altro, oltre
la giornata lavorativa, è un miraggio.
La cultura è immessa nella soffocante retorica delle proposte del Life Long
Learning, tutta la vita in formazione secondo le regole imposte dalle agende
europee. Vivere nei Paesi con l’economia più avanzata non cambia la condizione
se non si è già ricchi. Scrive Domenico Moro, che destra e sinistra puntano
tutta l’attenzione alla voce del debito pubblico e la risposta è sempre la
stessa, riduzione della spesa sociale, sulla sanità, sulla scuola, e dunque
austerità. Austerità che non si cita quando si tratta di aumentare le spese
militari (il Warlife!). Continuiamo a documentarne la crescita sulle pagine
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è
la sfida del sangue, potremmo definirla, quella che dall’alto delle presidenze e
dei ministeri ci dicono che dobbiamo pur far affrontare ai nostri giovani. Se
così esplicito è stato Emmanuel Macron, da noi passa la locuzione difesa totale,
e il termine deterrenza, che altro non è se non lo spavento che si induce come
evitamento del rischio peggiore, clicca qui). Contrappunto all’analisi di Moro,
è il commento di Lavinia Marchetti, con i profili dei giovani rivoltosi che,
meglio che in qualsiasi altra lettura, testimoniano del disagio che è diventato
rabbia (clicca qui).
GIOVENTÙ ALLEVATA
La storia del lavoro giovanile per formare e orientare a quello adulto, è lunga.
Un interessante precedente della chiarezza ideologica con cui vengono macinati i
destini sono le vecchie scuole aziendali. Le grandi imprese del nostro passato
industriale allevavano i figli dei dipendenti, li addestravano nelle loro
scuole, ne facevano operai, anche di élite, impiegati, fidelizzati alle sorti
dell’azienda, in bona fide rispetto alla garanzia del lavoro, del salario. La
FIAT, quando ancora stava sotto lo sguardo vigile del suo fondatore e dei suoi
eredi diretti, com’è tipico delle imprese famigliari, operava la sua selezione
mediante La Scuola Allievi FIAT e far entrare i propri figli era per gli operai
un privilegio e una messa in sicurezza del futuro. Attiva dal 1922 al 1976, dopo
cambi di sede e di indirizzo, oggi fa parte della musealità di Torino, città
convertita dalla spericolata gestione familistica degli ultimi rami della
dinastia di Giovanni Agnelli (padre e figlio), in una sorta di gioiello per
turisti che non si spostano oltre il Quadrilatero, verso la povertà delle
periferie e dell’hinterland, con le macerie lasciate dall’indotto ormai finito
con la fine della grande fabbrica (clicca qui).
Questa esperienza, anche se è anticaglia, ci segnala cosa significa rimanere
prigionieri nella condizione sociale in cui si è nati e cresciuti. Del resto, la
tanto citata formazione duale tedesca è proprio questo: si sceglie presto il
proprio indirizzo di studi e quello segna il cammino obbligato (clicca qui). In
Italia, per i giovani senza futuro, ci sono gli istituti tecnico-professionali
in quattro anni, più eventuali due di inutili Accademy pensate per promuovere un
Made in Italy arrivato al capolinea, e i percorsi di formazione scuola lavoro
svolti ai danni anche delle poche ore rimaste alle discipline inutili. Quelle
utili sono funzionali a conseguire le competenze STEM, quando va bene anche con
la recente nobilitazione in STEAM, dove la A sta per arte e si capisce, la
necessaria competenza alla creatività personale (clicca qui).
Se il tirocinio lavorativo data da prima della Buona Scuola di Matteo Renzi e
del suo Jobs Act (tutti ricorderemo il Primo Ministro illustrare alla lavagna di
ardesia, gessetto alla mano), il gioiello della sua riforma è proprio
l’alternanza scuola lavoro, capace di portare la scuola verso il mercato e
sdoganarla dal vecchiume delle lavagne nere e della polvere di gesso e condurla
verso il futuro radioso della tecnologia, dell’innovazione, su cui molto lavora
oggi la quarta missione del PNRR. La normativa è cambiata più volte e ha
diversamente regolato il tirocinio nell’extra scuola, portandolo nel giro di
qualche anno al compimento del 15esimo anno, e con il suo ingresso nei curricola
scolastici. Si occupano di fornire ragguagli su questo percorso innumerevoli
agenzie di consulenza sui cui siti abbondano, in trasversalità, orientamento,
eccellenza, valori dell’imprenditorialità (clicca qui ; oppure qui). Andrebbe
letto Il sillabo per l’imprenditorialità che traccia il percorso virtuoso di una
delle più inquietanti fra le otto competenze fissate dall’Europa e fatte proprie
da INVALSI, INDIRE, enti e agenzie di formazione, Università e, ovviamente,
scuole che ne fanno il perno dell’Offerta Formativa ai clienti-studenti (clicca
qui).
Imprendere, intraprendere un’impresa implica molte capacità trasversali, quelle
competenze che rendono meritevoli di successo le azioni di cui il profitto è
l’obiettivo. Spesso, molto spesso frustrato, come mostrano le aperture e
chiusure delle start up negli ultimi anni. Bisogna essere abbastanza
spregiudicati, bisogna avere le spalle coperte da redditi famigliari, bisogna
essere competitivi. Del resto, le otto competenze fanno eco al Quadro Europeo
delle Qualificazioni (EQF) suggerito dalla raccomandazione della Commissione
Europa nel 2008, fattosi norma con la circolare del 2017 e rinnovato in
occasione del decimo anniversario nel febbraio 2018 (clicca qui). Per un
commento politico al patto scellerato fra scuola e imprese rimando al paragrafo
di Luca Malgioglio e Alessandro Giarrettino, tra l’altro in perfetto dialogo con
gli altri contributi – origini del management, militarizzazione, scuola dei
meritevoli – in un testo di recente pubblicazione (R. Leoni, R. Puleo, E.
Walken, Cantiere Scuola. Scavare fra le macerie e ricostruire fra utopie,
visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 pp. 41-70).
GIOVENTÙ MARANZA (INTERMEZZO SUL TAMARRO CHE DIR SI VOGLIA)
Paolo insegna italiano in un istituto tecnico da poco nei ruoli dopo, nonostante
i concorsi superati, essere stato parcheggiato per anni in graduatorie di
precari mai esaurite. Condizione precaria, come instabile è quella dei colleghi,
della Dirigente che vagheggia megaprogetti con ENI, dei ragazzi, per lo più
maschi, che ancora non hanno capito perché devono andare a scuola e sono esempi
di quella maranza a cui accennavo più su. “Metti via il cellulare! E non
bestemmiare!”, “Prof, guardo la fine del film e metto via, giurowalla!”.
Dialoghi ordinari fra altri decisamente feroci, risse che lasciano rancori,
alleanze, rese dei conti, come fra si conviene fra gang. Il territorio, di cui
tanto amano parlare le aziende e il Ministero del Merito, come luogo dalle tante
opportunità lavorative, nel superamento del fantomatico mismatching fra scuola e
mercato del lavoro, è la Motor Valley. Marchi: Maserati, Ferrari, Lamborghini.
L’autodromo di Imola, il Motor Show, sulla via Emilia, zona di produzione di
miti che hanno abitato l’immaginario collettivo degli italiani, dalla utilitaria
per tutti della vecchia Fiat di Torino, alle auto per pochissimi, ai Suv di
Stellantis, alla Tesla di Elon Musk. Le idiosincrasie del vecchio Ferrari,
raccontate in film e biografie, la mitopoiesi dell’auto, petit objet @, Jacques
Lacan in versione meccanica, droga-pharmakon come la Coca Cola. Scriveva Illich
nel 1973 in “Convivialità”, divenuta oggi bibbia degli hacker in convivio
amorevole con i loro dispositivi, che l’americano-medio dedicava 4 ore al giorno
alla sua auto, prediceva l’attuale inversione mezzi-fini fra tecnica e vita, la
conversione del soggetto in protesi della macchina. Malgrado le cifre sui
carcinomi giustifichino il soprannome per l’automotive emiliana in Tumor Valley,
malgrado le morti e gli incidenti nell’alternanza scuola -lavoro, oggi PCTO, i
patti orientativi al lavoro fra scuola e aziende, competano in scala con i 1400
morti sul lavoro nel 2023, la pubblicità
paesaggio-bucolico-auto-squalo-silenzioso, continua a nutrire l’immaginario dei
giovani. Abbandoni, NEET, nuove schiavitù della logistica, sono solo numeri
degli sfigati nei grafici, presto coperti da quelli sui titoli in borsa. Nessun
ordine di scuola come quello dove lavora Paolo, rappresenta meglio la crisi
attuale di scuola e società, degli istituti tecnici, su cui il ministro
meritevole ha da tempo messo occhi e decreti: via l’insegnamento della storia,
meno roba letteraria (sic), più compiti reali da svolgere nelle ore di
orientamento e di alternanza, quattro anni di durata complessiva, si è detto.
(Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre,
Roma 2024).
Odiare nel tamarro, nel maranza, la stessa età giovane. Anche gli alternanti
sono divisi da una logica di classe sociale. Nei licei si va a lavorare in
biblioteca, si preparano convegni e presentazioni di libri, si gironzola per le
stanze di un ufficio (li ho visti all’ufficio delle entrate: non sapevano bene
dove fossero finiti, nello sconcerto degli impiegati). A morire sulle
impalcature, o per un incidente su un camion dove non avrebbero dovuto salire,
sono i ragazzi dei tecnico-professionali. Ma, anche per le organizzazioni
sindacali maggioritarie che mai hanno contrastato tali attività, è solo un
problema di sicurezza sui luoghi di lavoro, di tutorato svolto bene a scuola e
nelle aziende, nelle imprese che li ospitano. A un incontro organizzato a Roma
proprio a ridosso di un grave incidente mortale durante una esperienza di
alternanza, un giovane veneto mi ha detto che per lui è una fortuna andare
qualche ora in un piccolo magazzino invece di stare a scuola, i padroni gli
hanno offerto anche un lavoro estivo e lui e la sua famiglia ne hanno bisogno.
Prima esco dalla scuola, prima guadagno i miei soldi.
CONVERTIRE E RICONVERTIRE
La riconversione industriale del nostro governo si può riassumere nella risposta
che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dato all’opposizione durante
un confronto in aula sul caso ILVA: «se avevate un piano per l’ILVA potevate
proporlo!». E c’è un elemento di verità in questa affermazione perché, se il
combinato interministeriale Difesa, Politiche del Lavoro ha in mente una
riconversione di quel che resta dell’industria dell’acciaio in produzione
bellica, la sinistra non ha mai preso seriamente in considerazioni altre
opzioni, né per Taranto, né per altre aree industriali del Paese (clicca qui;
oppure qui). Intanto il mondo cattolico sembra più allertato. Il vescovo di
Genova Marco Tasca ha incontrato i lavoratori, durante la fermata temporanea
degli impianti di produzione a Cornigliano e a Novi Ligure di Acciaierie Italia,
difendere le famiglie è un dovere, pare abbia dichiarato (clicca qui). Le
famiglie le ha a cuore anche la Meloni, madre cristiana, nel momento in cui è
convinta che il loro bene sia la difesa di uno straccio di lavoro, costi quel
che costi, anche la salute, quando non la vita, dei figli. E, allora, meno male
che esiste la possibilità di arruolarsi, di entrare in uno dei tanti corpi delle
Forze Armate, magari anche come Alpini o Carabinieri, così legati ai territori
dove sono ubicate le loro caserme. La carriera militare è roba forte per
soggetti resi audaci da accademie durissime. Per uomini e donne, è ormai finita
la discriminazione di genere, semmai si può lavorare a valorizzare le residue
differenze nelle abilità affettivo-relazionali, ma sempre sotto la scorza
dell’obbedienza giurata alla bandiera. In fondo, guidare un caccia o saper
manovrare un drone è esperienza eccitante, la scuola militare è perfino lussuosa
come la Nunziatella di Napoli o come le caserme costruite dalla COBAR (clicca
qui).
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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