Oltre l’emergenza, oltre la paura: verso una primavera di lottaPubblichiamo questo documento di analisi scritto da l3 compagn3 di Acrobax,
Casale Garibaldi, Communia, Esc e singol3. Un contributo sulla complessità della
fase che stiamo attraversando nato da settimane di discussioni, assemblee e
momenti di conflitto a partire dalla grande mobilitazione autunnale.
C’è un’immagine disturbante che svela il cuore del nostro presente: il Board of
Peace. Dietro questo nome rassicurante si nasconde il volto pubblico di quel
meccanismo di potere che sta emergendo tramite il disvelamento dei file che
riguardano il finanziere pedofilo Epstein: lo stesso blocco di potere, lo stesso
razzismo e la stessa misoginia sistematica che si spostano dai ranch privati
alle tavole della politica globale. È il riflesso di un sistema arrivato al suo
stadio più avanzato: il capitalismo della finitudine. Un modello che, esaurite
le terre da conquistare, cannibalizza l’interno, mercificando l’intimità, i
corpi e la dignità stessa.
In questo scenario, la devastazione non conosce confini di scala: lo spazio
viene consumato fino all’osso e poi abbandonato. Succede a Gaza, dove intere
aree urbane vengono rase al suolo per riaffermare un dominio coloniale; succede
sui posti di lavoro, dove chi lavora è ridotto a mero strumento di
valorizzazione; succede nelle città sottoposte a un esproprio sistematico da
parte dei fondi immobiliari, spazzando via esperienze decennali di solidarietà,
servizi, lotte. Succede nelle ville dei “potenti” o meglio dei tiranni (sebbene
autonominatosi Re), dove l’Altro scompare per diventare puro oggetto d’uso.
> Il caso Epstein svela proprio questo: un suprematismo bianco e patriarcale che
> svuota di senso la vita, riducendola a materia prima in un rapporto reificato
> e brutale.
I balletti dei tecno-oligarchi al Board of Peace, sulle note di YMCA mentre si
banchetta sulle macerie di Gaza, sono la normalizzazione dell’orrore portata al
suo grado estremo. Non è solo cinismo, è una vera e propria ebbrezza per la
distruzione. Ma questo sadismo non è isolato: esiste oggi un pezzo di società —
una versione estesa del “popolo” di Capitol Hill — che sostiene, apprezza e
desidera l’impunità dei potenti e si riconosce in essa. È un blocco sociale che
identifica la difesa della propria libertà con il diritto di schiacciare
l’Altro. La codificazione liberale finisce per generare ciò che invece dovrebbe
arginare, trasformando in realtà quella guerra di tutti contro tutti che
proiettava, a torto, sullo Stato di natura.
In questa fase di ri-articolazione di gruppi di potere, interessi, aree di
influenza e flussi economici, la guerra e la militarizzazione della società
emergono come tentativi di mettere ordine al caos delle relazioni
capitalistiche. Dal genocidio di Gaza al conflitto in Ucraina, in Sudan,
nell’attacco al Rojava, la guerra non è più un’eccezione, ma il laboratorio di
un ordine mondiale che risponde alla crisi economica con l’economia bellica e
l’annientamento sistematico. La gerarchia militare diventa il modello di
gestione sociale: un tentativo violento di stabilizzare un sistema che non ha
più nient’altro da offrire se non il controllo totale e la spoliazione.
di Luca Mangiacotti, 4 Ottobre, Roma
In Italia, questa deriva si manifesta nel pericoloso scavalcamento della Carta
Costituzionale. L’invio di Tajani da parte del governo sovranista come
osservatore al Board of Peace rappresenta il definitivo servilismo politico
verso i nuovi tecno-oligarchi. È un atto che aggira i principi democratici e
costituzionali per stringere patti privati tra élite e banchettare sulle vite di
milioni di persone. Questa sottomissione alle élite tecno-politiche non è un
caso, ma una necessità di sopravvivenza per un governo che sa bene di non avere
risposte economiche da offrire.
I soldi del PNRR stanno finendo, lasciando dietro di sé più cantieri aperti che
cambiamenti strutturali. Il tessuto produttivo è logoro: migliaia di imprese
sono in liquidazione, milioni di persone sono costrette a rinunciare alle cure
perché la sanità pubblica è ormai un deserto di attese e carenze.
> Di fronte al baratro politico, sociale ed economico il Governo si riorganizza
> facendo della svolta autoritaria e della repressione il proprio programma
> politico. Quando un governo non può più garantire il pane, inizia a brandire
> il bastone, se non puoi dare risposte, devi togliere la parola.
È qui che si inserisce la stretta autoritaria di cui il decreto legge Sicurezza
è solo la punta dell’iceberg. Si criminalizza il dissenso, si punisce la
resistenza passiva, si trasforma ogni forma di protesta sociale in un reato. È
una manovra funzionale a una Restaurazione che non ammette intoppi: per imporre
un modello di società basato sulla disuguaglianza e sul privilegio serve che
nessuna e nessuno possa alzare la testa, e che si individuano i “nemici della
nazione”: gli spazi sociali, le persone migranti, le donne, le soggettività
LGBTQ+ e chiunque sia portatore/trice di una idea di società alternativa al
cinismo machista, vittimista e predatorio.
Inoltre, la partita sul referendum non è un dibattito tra giuristi sulla riforma
della giustizia, ma rappresenta lo scontro frontale tra chi vuole fare della
competizione all’ultimo sangue e alla vittoria del fittest, il criterio
definitivo di selezione sociale, e chi resiste in nome della dignità, della
solidarietà, della cooperazione umana. Nonostante le intimidazioni e i toni
forcaioli da parte del governo, media complici e fascio-influencer, le
mobilitazioni continuano: il 28 febbraio ci sarà il corteo contro il dl
Bongiorno.
Pensiamo sia fondamentale attraversarle tutte, contribuendo e augurandoci che i
momenti di piazza e assembleari siano davvero momenti di ricomposizione in grado
di tenere insieme delle questioni programmatiche a partire dalla decisiva
battaglia per il “NO” al referendum – su cui auspichiamo una mobilitazione dal
basso unitaria e straordinaria – alla pretesa di salario degno, di un reddito
universale, per l’autodeterminazione dei corpi contro la violenza di genere,
contro il razzismo sistemico, per una sanità pubblica, per un diritto ad città
solidale, difesa degli spazi sociali, contro la rendita immobiliare e la
speculazione edilizia. Abbiamo bisogno di navigare e incamminarci di nuovo verso
Gaza.
Lavoriamo affinché siano sempre più connesse le battaglie in difesa dei
territori e contro la loro valorizzazione. Rendiamo visibile il modello
alternativo di città che costruiamo quotidianamente con i nostri percorsi di
autogestione – oggi pesantemente sotto attacco – e le battaglie per l’ambiente e
contro il cambiamento climatico; quel terreno diviene fondamentale e terminale
pratico della nostra critica alla finanziarizzaione dei processi economici e il
conseguente estrattivismo.
> Nella nostra città, assume un significato strategico la lotta contro il piano
> speculativo che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, che
> vedrà una tappa fondamentale sabato 28 febbraio. Questa vicenda rappresenta un
> esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra
> funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di
> un bene comune urbano e ambientale.
Rimettiamo al centro lo sciopero – guardando all’Europa – e il blocco dei flussi
e dei luoghi come atti di giustizia necessari per invertire la rotta. Facciamo
di queste pratiche dei puntelli per “fare” organizzazione: attorno a queste si
può definire un’infrastruttura viva, molteplice, ma non frammentata, in grado di
costruire spazi di appartenenza pronti ad accogliere chi guarda alla piazza con
speranza ma anche con smarrimento, rendendo il conflitto qualcosa di
praticabile, organizzato e comprensibile, oltre la rabbia, con un orizzonte che
rimetta in agenda la possibilità di conseguire risultati e non soltanto
sopravvivere all’ondata reazionaria.
Con queste premesse e con questa postura vogliamo attraversare la mobilitazione
“No Kings” del 27 e 28 marzo, per dire no ai “Re”, alle loro guerre e alle loro
politiche di guerra. Davanti all’offensiva delle destre neofasciste globali che
vogliono costruire un nuovo ordine fondato sul potere assoluto del capitalismo
bianco, maschio e occidentale, occorre qualificare socialmente l’opposizione
antifascista, incarnarla nelle lotte contro l’economia di guerra, il genocidio
palestinese, lo sfruttamento del lavoro vivo, il controllo dei corpi, la
devastazione ambientale. Rimettersi in cammino per costruire forme di democrazia
radicale contro i nuovi imperialismi, capace di andare oltre le macerie e le
trappole delle sovranità nazionali.
Da ultimo, nel momento in cui la legge diventa uno strumento di oppressione
contro la popolazione, è necessario fare di quello stesso strumento un terreno
di lotta. In questa critica fase politica, riteniamo opportuno interrogarsi
sulla necessità che ciò che si produce nelle lotte venga assunto e sostenuto
anche all’interno dei luoghi della rappresentanza. Insomma, pensiamo si debba
discutere serenamente sull’opportunità di forzare le istituzioni affinché
diventino una cassa di risonanza, trasformando la forza della piazza in una
“arma legislativa”: per rendere universali e cogenti le rivendicazioni che
vivono nelle lotte che attraversano il Paese.
Essere le pietre che danno forma e sostanza ai nostri sogni. Essere la
possibilità che desideriamo.
La copertina è di Marta D’Avanzo (Dinamopress)
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