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Suicidi in Divisa. Un fenomeno silenzioso e non riconosciuto
Il suicidio avvenuto il 17 luglio a Bari di un carabiniere di 46 anni che si è tolto la vita in caserma ci ha spinti a gettare uno sguardo sul fenomeno dei suicidi tra i militari, a cui i media danno poco risalto, ma che sembra essere, come ha dichiarato Cleto Iafrate, fondatore dell’Osservatorio Suicidi in Divisa, un problema “strutturale” nel mondo militare. Come docenti poco conosciamo quel mondo dall’interno, ne abbiamo piuttosto sperimentato dall’esterno la postura nelle piazze, e proprio in questi giorni ne abbiamo rivisto la capacità di violenza nei video e nei film proiettati in occasione delle iniziative in memoria di Genova 2001. Molto significativi sono stati perciò gli interventi in diversi nostri convegni del sociologo Charlie Barnao, che ha sperimentato in prima persona come la socializzazione dei militari avvenga secondo tecniche desunte dai manuali di tortura della CIA, educando così all’insensibilità per il dolore proprio e altrui (si veda Charlie Barnao, Il soldato (im)perfetto. Addestramento militare, polizia e tortura). Tradizionalmente è dato per scontato che la caserma sia un luogo di soprusi, di “gavettoni” e punizioni, che il “linguaggio da caserma” sia rude, aggressivo e volgare (e lo conferma anche l’I.A.). L’effettiva realtà quotidiana della vita in caserma, però, possiamo solo immaginarla, perché, da quando il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso, l’esercito è diventato un corpo separato dalla società. Ci riferiamo perciò a Cleto Iafrate, secondo il quale la vita in caserma obbedisce a una “specificità militare” che consiste nella assoluta arbitrarietà delle decisioni e delle sanzioni da parte dei comandanti sui sottoposti e sulla loro vita, un trattamento che può minare la psiche e condurre a gesti estremi. Dato che, come ben sappiamo, nelle scuole le Carriere in Divisa sono presentate alla componente studentesca come allettanti opportunità di lavoro e di realizzazione personale, riportiamo le parole di Iafrate, che descrive così il mondo che attende chi si arruola: «Sulla testa del militare pende costantemente una spada di Damocle: la sconfinata discrezionalità dell’amministrazione militare». Anche la famiglia del dipendente è militarizzata: «La “moglie del Maresciallo Rocca” che aspetta seduta sulle valigie il marito trattenuto dal servizio non è solo un’immagine cinematografica. Le deroghe continue ed ingiustificate al principio di legalità garantite all’amministrazione militare mettono in luce una serie di contrasti tra il mondo militare e quello civile tra i quali il personale è sospeso, diviso e conteso. Contrasti che sono quotidiani e che possono essere molto forti, tali da minare alla base anche la psiche più solida». Recentemente anche il Giornale definisce i Suicidi in Divisa come «un’emergenza cronica e sottotraccia», riferendosi particolarmente alle Forze dell’Ordine, per le quali esiste uno specifico Osservatorio Nazionale Suicidi Forze di Polizia (Onsfo – Cerchio Blu). Secondo questo osservatorio il tasso di suicidi nelle Forze dell’Ordine è circa doppio rispetto alla popolazione generale. Come si vede anche dalla cronologia che segue i suicidi colpiscono particolarmente tra i carabinieri. Per lo più ignote sono le precise circostanze in cui i fatti sono accaduti, ma è noto che oltre l’80% si è sparato/a un colpo con la pistola d’ordinanza. Anche i sindacati mettono l’accento sul fatto che quello dei suicidi non è un fatto individuale, bensì collettivo, un fatto sociale, come direbbe Emile Durkheim, nei confronti del quale non si può stare in silenzio. Il soldato non è un mestiere come un altro, lo abbiamo spesso ripetuto: il fenomeno silenzioso e non riconosciuto dei suicidi dei militari ce ne mostra un lato poco noto che conferma come le sirene che invitano all’arruolamento siano ingannevoli maschere di una realtà ben più dura, che cancella l’umanità delle persone. Non conosciamo le storie di coloro che si sono tolte/i la vita, rimangono perlopiù consegnate al silenzio e al dolore delle famiglie perché affrontarne le cause sociali significherebbe mettere in discussione un “sistema militare” che non può essere diverso, in quanto votato alla guerra esterna ed interna, cioè alla “violenza dell’uomo sull’uomo” che ne pervade la stessa struttura. RIPORTIAMO DALL’OSSERVATORIO SUICIDI IN DIVISA I SUICIDI IN DIVISA I CASI SEGNALATI NEL 2026 (DISTINTI PER DATA, LUOGO, CORPO O ARMA DI APPARTENENZA, SESSO, GRADO, ETÀ E MODALITÀ) E I RIEPILOGHI DEGLI ANNI 2019-2025 (DISTINTI PER CORPO O ARMA). AGGIORNATO AL 17 LUGLIO 2026 1. 04 gennaio, Matera, Carabinieri, uomo, maresciallo, 49 anni, modalità ignote; 2. 09 gennaio, Valsusa (TO), Polizia di Stato, donna, Commissaria, 27 anni, «secondo le prime informazioni, per togliersi la vita avrebbe utilizzato la pistola d’ordinanza»; 3. 11 gennaio, Corsico (MI), Polizia Locale, uomo, agente, 40 anni, modalità ignote; 4. 24 gennaio, Cagnano Varano (FG), Carabinieri, uomo, carabiniere 25 anni, «colpo di pistola nella caserma in località Bagno, sulle sponde del lago»; 5. 31 gennaio, Lamezia Terme, Carabinieri, uomo, (seguiranno aggiornamenti); 6. 5 febbraio, Chivasso, Carabinieri, uomo, 45 anni, grado e modalità ignote; 7. 5 febbraio, Palau (SS), Guardia di finanza, uomo, ispettore, 34 anni, modalità ignote; 8. 16 febbraio, Padova, Polizia di Stato, uomo, vice sovrintendente, 50 anni, «posto fine alla propria vita, gettandosi da un ponte» (fonte: infodifesa); 9. 18 febbraio, Ravenna, Polizia locale, uomo, agente, 39 anni, «trovato morto, la scena del ritrovamento indirizza le indagini verso il gesto volontario»; 10. 28 febbraio, Roma, Polizia Locale, (grado, età e modalità ignote); 11. 21 febbraio, provincia di Benevento, Esercito, militare, 20 anni, «trovato senza vita nel garage della propria abitazione nella tarda serata di sabato 21 febbraio»; 12. 17 marzo, provincia di Mantova, Carabinieri, carabiniere scelto, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza nel suo alloggio in caserma; 13. 22 marzo, Milano, Polizia Locale, agente, uomo, 27 anni, modalità ignote; 14. 02 aprile, Napoli, Guardia giurata, agente, uomo, 45 anni, modalità ignote; 15. 02 febbraio (notizia appresa solo oggi), San Giovanni in Persiceto (BO), Polizia Locale, ispettore, uomo, 61 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 16. 15 aprile, provincia di Lecce, Esercito italiano, grado ignoto, donna, età ignota, impiccamento; 17. 16 aprile, Pisa, Aeronautica militare, VFP, uomo, età 19 – 22, modalità ignote; 18. 18 aprile, La Spezia, Carabinieri, carabiniere, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 19. 23 aprile, Seveso (Monza), Carabinieri, brigadiere capo, uomo, 55 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 20. 01 maggio, Torino, Polizia penitenziaria, agente, uomo, 42 anni, modalità ignote; 21. 02 maggio, da fonte S.U.M. sembrerebbe che il gesto si sia verificato a Milano, all’interno del Consolato americano, Esercito, VFP4, uomo, 24 anni, modalità ignote; 22. 25 maggio, Comando provinciale di Chieti, Guardia di Finanza, uomo, grado, età e modalità ignote; 23. 29 maggio, Ospitaletto (BS), Polizia Locale, uomo, agente, 32 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 24. 20 maggio, Toscana, Carabinieri, uomo, età, grado e modalità ignote a questo Osservatorio (fonte: UNAC); 25. 2 giugno, Varazze (SV), Carabinieri, uomo, 49 anni, appuntato scelto, colpo di pistola d’ordinanza; 26. 2 giugno, Rho (MI), polizia locale, donna, agente, 29 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 27. 7 giugno, Firenze, Carabinieri, uomo, brigadiere capo, 54 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 28. 18 giugno, Catanzaro, Polizia di Stato, uomo, agente, 49 anni, sono in corso accertamenti; 29. 30 giugno, Cedegolo (BS), Carabinieri, uomo, maresciallo, comandante del Nucleo Carabinieri Forestali di Cedegolo, 59 anni, si è tolto la vita, lascia tre figli; 30. 01 luglio, Lucca, Polizia di Stato, uomo, agente, 28 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 31. 17 luglio, Bari, Carabinieri, uomo, appuntato, 46 anni, «si è tolto la vita all’interno della caserma». ANNO 2026 * Nr. 12 Carabinieri, di cui 2 carabiniere-forestale; * Nr. 4 Polizia di Stato; * Nr. 7 Polizia Locale; * Nr. 2 Guardia di Finanza; * Nr. 1 Polizia penitenziaria; * Nr. 3 Esercito; * Nr. 1 Guardie giurate; * Nr. 1 Aeronautica. ANNO 2025 Nel corso dell’anno 2025 sono stati segnalati a questo Osservatorio 44 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 4 Guardia di Finanza; * Nr. 7 Guardie Giurate (di cui uno da poco in pensione); * Nr. 9 Carabinieri (di cui una Carabiniera-forestale e uno da poco in pensione); * Nr. 12 Polizia di Stato (di cui un tentativo per impiccamento); * Nr. 2 Polizia Penitenziaria; * Nr. 4 Esercito; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 2 Vigile del Fuoco; * Nr. 3 Polizia Locale. ANNO 2024 Nel corso dell’anno 2024 sono stati segnalati a questo Osservatorio 50 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 6 Esercito; * Nr. 1 Marina Militare; * Nr. 3 Aeronautica; * Nr. 7 Polizia Penitenziaria; * Nr. 6 Carabiniere (di cui 1 ex forestale); * Nr. 7 Guardia di Finanza; * Nr. 5 Polizia Locale; * Nr. 4 Guardie Giurate; * Nr. 8 Polizia di Stato (di cui 1 da poco in pensione); * Nr. 3 Vigile del fuoco. RIEPILOGO DEGLI EVENTI SUICIDARI SEGNALATI NELL’ANNO 2023 Nel corso dell’anno 2023 sono stati segnalati a questo Osservatorio 39 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 2 Guardia di Finanza; * Nr. 8 Carabinieri (di cui nr. 2 Carabinieri forestali); * Nr. 2 Guardie Giurate; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 16 Polizia di Stato; * Nr. 3 Esercito; * Nr. 3 Capitaneria di Porto (di cui due della Guardia Costiera); * Nr. 3 Polizia Locale; * Nr. 1 Polizia penitenziaria. ANNO 2022 Nel corso dell’anno 2022 sono stati segnalati a questo Osservatorio 72 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 14 Carabinieri (di cui 5 carabinieri forestali); * Nr. 8 Guardia di Finanza; * Nr. 7 Esercito; * Nr. 5 Polizia Penitenziaria (1 tentativo di suicidio); * Nr. 21 Polizia di Stato, di cui uno da poco in pensione (3 tentativi di suicidio); * Nr. 6 Polizia Locale; * Nr. 6 Guardie Giurate; * Nr. 2 Vigili del fuoco; * Nr. 2 Aeronautica militare; * Nr. 1 Marina Militare. ANNO 2021 Nel corso dell’anno 2021 sono stati segnalati 57 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 23 Carabinieri (di cui 3 Carabinieri-Forestali); * Nr. 6 Polizia Penitenziaria (nr. 1 tentativo di suicidio); * Nr. 7 Guardie Giurate; * Nr. 8 Polizia di Stato; * Nr. 6 Polizia Locale; * Nr. 5 Guardia di Finanza; * Nr. 2 Marina Militare. ANNO 2020 Nel corso dell’anno 2020 sono stati segnalati 51 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr.6 Guardia di Finanza; * Nr. 15 Carabinieri; * Nr. 9 Polizia di Stato; * Nr. 5 Polizia locale; * Nr. 3 Marina Militare; * Nr. 1 Capitaneria di Porto; * Nr. 7 Polizia Penitenziaria; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 1 Esercito; * Nr. 3 Guardia giurata. ANNO 2019 Nel corso dell’anno 2019 sono stati segnalati 69 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 19 Polizia di stato (di cui uno da poco in pensione); * Nr. 17 Carabinieri; * Nr. 11 Polizia penitenziaria; * Nr. 6 Guardia di finanza; * Nr. 5 Polizia locale; * Nr. 8 Forze armate; * Nr. 1 Vigile del fuoco; * Nr. 2 Guardia giurata. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pace: Se i generali frenano la psicosi bellica dei politici
Il ministro della Difesa tedesco, il socialdemocratico Pistorius, ha ipotizzato davanti al parlamento un attacco russo all’Europa entro il 2029. Per Macron occorre essere pronti anche a “versare il sangue”. Ma il generale che comanda la NATO europea smentisce tutti con i dati dell’intelligence.
July 17, 2026
PeaceLink
Gli umani di Riace
A RIACE, VINCERE È L’ULTIMA DELLE PREOCCUPAZIONI. I GIOCHI ANTIRAZZISTI CELEBRANO DA QUASI TRENT’ANNI LO SPORT COME SPAZIO DI INCONTRO, MEMORIA E RESISTENZA COLLETTIVA. UN RACCONTO DI PERSONE, SQUADRE E COMUNITÀ CHE CONTINUANO A OPPORSI AL RAZZISMO, DENTRO E FUORI DAGLI STADI. Foto di Ci sono premi ai quali, in questo speciale torneo che va avanti da trent’anni, tutti tengono meno. Ma alla fine, proprio alla fine della manifestazione, in un tripudio di bandiere, torce e striscioni, mentre le casse fraternamente messe a disposizione dai palermitani del “Mediterraneo antirazzista” continuano a sparare a ruota la celebre “K’mon, k’mon, antifa hooligan” del gruppo street punk veronese Los Fastidios, arriva il momento di attribuire anche quelli. Se nel mondo dello sport, a tutti i livelli, ormai l’unica cosa che conta è vincere, ai “Giochi antirazzisti” di Riace vincere è proprio l’ultima delle preoccupazioni. Qui. Perché quasi ovunque, invece, avviene il contrario. Chi può negare, infatti, che il desiderio di vincere sia ormai diventato talmente pervasivo e ossessivo da aver emarginato, in piscine, campi e palestre, qualsiasi approccio diverso? Chi non ritiene ormai grottesche le ipocrite frasi di convenienza che, quasi settimanalmente, citano De Coubertin presentandolo come un modello, per poi calpestarne i valori un minuto dopo, liberando le peggiori pulsioni narcisistiche? Qui l’aria che si respira è tutta un’altra. Ma alla fine, visto che si è giocato, vengono attribuiti anche quei premi. Ai bolognesi di “Progetto Ultrà”, quindi, che hanno affrontato in finale, ai rigori, i ragazzi degli “O Boy Squad”, e alla storica società di pallavolo romana “Polisportiva Città Futura”, che ha battuto la celebre e sempre presente ai Giochi “Palestra Popolare Gino Milli” di Bologna. Ma gli applausi ricevuti dai vincitori non sono stati maggiori di quelli riservati a tutti gli altri. Premiata “Lazionet” per il suo impegno e per la costanza con la quale, da tantissimi anni, si batte contro il razzismo. Oggi la curva della Lazio non è né più né meno schierata a destra di tante altre, ma, all’inizio del percorso di conquista degli spalti attraverso slogan e parole d’ordine xenofobe e violente, contrastarla era un gesto a dir poco eroico. Aver continuato a farlo senza cedere a intimidazioni e minacce è ammirevole. Premiato “Esquilino Football Club” per aver portato il maggior numero di giovani atleti e aver dimostrato che si possono coniugare attività sportiva e politica anche nelle scuole calcio, se lo si vuole. Il riconoscimento “Primavera antifascista” è quindi andato alla squadra di questo complesso, ma altrettanto bel rione romano. Alla coloratissima e divertente compagine delle “Silvia’s Sixteen” è andato il premio “Presa a bene per Claudia”, messo in palio proprio da “Lazionet”, che ha voluto così ricordare la figura di una loro carissima compagna di strada, prematuramente scomparsa l’anno scorso in un incidente di moto. Maria Claudia Benincà, oltre a essere un’attivista conosciutissima a Roma, specialmente nel quadrante sud, era infatti molto legata a questo gruppo di storici frequentatori dei “Giochi antirazzisti” e con loro, l’anno scorso, era scesa a Riace. Di tutta la cerimonia è stato sicuramente il momento più toccante: tanti gli occhi lucidi e inevitabile qualche lacrima, perché il suo ricordo è ancora vivido. Un titolo speciale, poi, inedito — il “premio drone” — è andato alla performer messicana Ana Teresa Fernández, che, per denunciare la deriva disumana tipica del nostro tempo, ha fatto disporre i partecipanti sulla spiaggia, riprendendoli poi dall’alto mentre componevano la scritta S.O.S. in codice Morse. Le immagini, riprese con un drone finalmente usato per ragioni di carattere estetico, artistico e politico, e non militare, come purtroppo molto più spesso ci capita di sentire, vogliono davvero contribuire a lanciare un grido d’allarme. Ed è davvero un S.O.S. quello che si cerca di inviare con quanta più forza possibile attraverso i “Giochi antirazzisti”: uniamoci! Stiamo vicini! Resistiamo! Avanti, avanti! Sono fatte così le persone, i compagni, le compagne e i militanti che, insieme a “Progetto Ultrà” e a Carlo Balestri, continuano, spesso contro ostacoli molto grandi — non insormontabili, ma molto grandi —, a promuovere questa iniziativa ormai giunta quasi al trentennale. Non tutti, soprattutto i più giovani, quelli che oggi portano avanti progetti importantissimi come la “Scuola di italiano per migranti di Bolognina”, o le ragazze e i ragazzi di “Mediterranea”, ricordano infatti quanto violenta e offensiva fosse diventata, intorno alla metà degli anni Novanta, molta parte del movimento ultras alle nostre latitudini. Pochi, forse, sanno quanto fossero diventate quotidiane le offese contro i giocatori di pelle nera quando Carlo Balestri ebbe l’idea di organizzare un festival di sport e cultura antirazzista che facesse da cassa di risonanza per quella parte delle tifoserie e della società italiana che non sopportava i “buuu”, gli “scimmia”, i “negro de m…”. Dall’olandese Aaron Winter al camerunense François Omam-Biyik, quanti episodi odiosi ci ritornano in mente andando indietro con la memoria a quel periodo. Quanto furono ipocrite e accondiscendenti le istituzioni sportive nel tollerare il fenomeno, prima di prendere seri provvedimenti e arrivare a chiudere le curve e a sospendere le partite. Oggi affrontiamo un momento diverso, nel quale proprio le incertezze e le timidezze di chi ha governato, a destra o a sinistra, hanno contribuito a determinare uno slittamento. Affrontare il razzismo, istituzionale e sociale, è una sfida complessa, che ha bisogno, dentro e fuori dagli stadi, di molti nuovi contributi. E non è certo a iniziative come queste che possiamo immaginare di delegare una responsabilità enorme come quella di arginare fenomeni ai quali neanche i più pessimisti pensavano di dover assistere. Perché, se è vero che la violenza contro l’alterità culturale ha raggiunto, anche in altri momenti della storia del nostro Paese, vertici di gravità che non dobbiamo dimenticare, oggi inquieta e allarma l’idea che possa farsi largo tra le persone un progetto di “remigrazione” violenta. Se, quindi, manifestazioni come i “Giochi antirazzisti” non possono costituire il solo antidoto, possono però assolvere a quella importantissima funzione di raccordo e condivisione delle esperienze che, almeno una volta l’anno, riempie il cuore: vedere persone e realtà diverse avvicinarsi e conoscersi un po’ di più. L'articolo Gli umani di Riace proviene da Comune-info.
July 16, 2026
Comune-info
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC) nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL proposta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, definendola un “riformismo burocratico” che non scalfisce affatto l’apparato militare-industriale e la logica NATO. Egli sostiene, addirittura, che la difesa civile non armata sia costituzionalmente equivalente a quella militare e propone di superare il meccanismo dell’obiezione fiscale del 6×1000 attraverso tre rotture radicali: una dottrina nonviolenta basata sull’art. 52, il trasferimento economico dei fondi dagli armamenti alla difesa civile e la denuclearizzazione unilaterale; Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Accordo ASPAL – Esercito: un altro passo del graduale ritorno della leva in Sardegna? E la call to action per impedirlo
È di ieri la call to action del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna di inviare una mail all’Assessora Manca e a tutta la Giunta Regionale sarda perché ritirino immediatamente l’accordo tra ASPAL e il Comando Militare Esercito Sardegna. Questa è una prima risposta della collettività sarda all’accordo del 17 giugno che prevede una strutturale collaborazione tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) ed Esercito Italiano. La giunta firma, in contraddizione con quanto programmato in sede elettorale, affinché tutto il 2027 sia all’insegna della promozione delle carriere militari. Si tratta di un passo del tutto in linea con la strategia di “ritorno della leva” in atto in Europa: uno degli obiettivi infatti è ottenere l’aumento degli organici delle Forze Armate attraverso l’incremento degli arruolamenti volontari. Come? Attraverso incentivi e propaganda, meglio se nelle scuole. Per esempio, si legge nell’accordo di una «collaborazione istituzionale gratuita per promuovere e disseminare le opportunità di carriera nell’Esercito italiano attraverso azioni di orientamento e animazione territoriale rivolte a cittadini disoccupati, giovani in uscita dai percorsi scolastici / formativi, e volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate». E ancora, si parla di «co-progettazione di attività di orientamento e animazione territoriale anche con il coinvolgimento di Enti locali, Scuole e Università». Rimandiamo al nostro precedente articolo per più dettagli. Ma quanto accade in Sardegna non riguarda solo la Sardegna… Il resto del continente è coinvolto. Se letto nell’ottica del ritorno della leva in Italia e in Europa, possiamo ipotizzare in questo tipo di accordo una forma di sperimentazione, un “progetto pilota” che presto potrebbe ritrovarsi rideclinato in altre regioni d’Italia. Come Osservatorio, possiamo contribuire con due riflessioni. La prima è che da un recente confronto con realtà francesi, siamo venute a conoscenza di come anche là il loro Ministero della Difesa utilizzi da anni particolari territori come terreno di sperimentazione per politiche di militarizzazione e arruolamento da poi estendere a livello nazionale. Uno di essi è la provincia di Seine-Saint-Denis, nell’Île-de-France, dove le campagne dell’esercito francese si strutturano ad hoc per una popolazione con forte background migratorio, meno risorse economiche e scarsità di opportunità lavorative. Non a caso realtà di insegnanti francesi analoghe all‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono presenti proprio a Saint-Denis. La seconda parte dalla richiesta di aumento di 40.000 soldati entro il 2033, avanzata da Crosetto lo scorso 8 giugno in uno schema di ddl per la riforma del codice dell’ordinamento militare. Oltre che molte altre misure particolarmente preoccupanti e che avranno pesanti ricadute anche sulle scuole. Crosetto indica (a livello nazionale) di «introdurre strumenti volti ad agevolare il ricollocamento professionale del personale militare in servizio permanente e in ferma prefissata nel settore privato, nonché nella pubblica amministrazione, prevedendo istituti di mobilità tra Ministeri, analoghi a quelli applicabili al personale civile, rafforzando le agevolazioni nell’accesso ai concorsi pubblici e disciplinando, altresì, misure specifiche per l’accesso al trattamento pensionistico». Insomma, incentivi economici e agevolazioni a trovare, dopo il servizio militare, lavoro nel pubblico sono solo due degli strumenti già annunciati da Crosetto per chi accetterà di diventare soldato. Due misure che si ritrovano precisamente nell’accordo di ASPAL. Riportiamo quindi, per opportuna conoscenza di tutte e tutti coloro che seguono l’Osservatorio, l’appello del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna a scrivere in massa alla giunta regionale sarda. > «Questo accordo è una vergogna perché è l’ammissione che l’unica idea che la > Regione riesce a mettere in campo per affrontare il problema della > disoccupazione sia proporre ai nostri giovani e alle nostre giovani > l’arruolamento. E ciò in perfetta continuità con anni e anni di propaganda > militarista nelle scuole, piu volte segnalata dell’Osservatorio contro la > militarizzazione delle scuole e delle università. > > Manda subito una email dal sito: https://stopaccordoaspal.watermelonapps.com» > > Da lì il sito rimanda a una mail modificabile in cui si chiede con fermezza > l’immediata interruzione dell’accordo tra ASPAL ed Esercito e di non siglare > accordi analoghi con altre forze armate… Un altro modo per praticare > un’obiezione di coscienza totale e collettiva. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un’arma non è un regalo
DAL REVOLVER DONATO DAL PRESIDENTE TURCO RECEP TAYYIP ERDOĞAN AI LEADER DELLA NATO NASCE LA LETTERA APERTA DEL CARDINALE DOMENICO BATTAGLIA, UN INVITO AI “POTENTI DELLA TERRA” A RIFLETTERE SUL SIGNIFICATO DELLE ARMI, DEI SIMBOLI E DELLA PACE. La diplomazia parla anche attraverso i doni. Al termine dei grandi vertici internazionali è consuetudine che il Paese ospitante consegni ai capi di Stato e di governo un oggetto simbolico, scelto per rappresentare la propria identità culturale e lasciare il ricordo dell’incontro. È una tradizione consolidata che, attraverso opere d’arte, manufatti, libri e altri oggetti rappresentativi, racconta la storia e la cultura di una nazione. Al termine del vertice NATO svoltosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio, quella consuetudine ha assunto però un significato diverso. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha consegnato ai leader dell’Alleanza Atlantica un revolver personalizzato con il nome del destinatario. Il gesto ha suscitato un dibattito che è andato ben oltre il protocollo diplomatico. Un dono istituzionale non è soltanto un ricordo dell’incontro: è un simbolo. E i simboli raccontano il modo in cui un Paese sceglie di presentarsi al mondo. Da questo episodio prende origine la lunga lettera che il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, ha rivolto ai “potenti della terra”. Più che commentare un fatto di cronaca, l’arcivescovo invita a riflettere sul significato che alcuni gesti assumono quando vengono compiuti da chi esercita responsabilità di governo. L’apertura della lettera colpisce per la sua forza evocativa. Il male, osserva Battaglia, non sempre si manifesta con la violenza più evidente. Talvolta si presenta in forme rassicuranti, si veste di eleganza e rischia di essere accolto senza che ci si interroghi davvero sul messaggio che porta con sé. Da qui si sviluppa il cuore della sua riflessione. Il problema non è soltanto il dono di un’arma, ma il rischio di trasformare la morte in una forma di cortesia, facendo di uno strumento costruito per togliere la vita un oggetto di rappresentanza tra i governanti. Per Battaglia, i simboli contribuiscono a educare lo sguardo di una società. Definiscono ciò che viene percepito come normale, autorevole, perfino degno di essere celebrato. Per questo denuncia il rischio di aver “addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare”: una frase che riassume l’intero significato della sua lettera. Uno dei passaggi più intensi riguarda il nome inciso sulla pistola. Accanto a quello del leader che riceve il dono, l’arcivescovo invita a immaginarne un altro, invisibile: il nome della persona contro cui quell’arma potrebbe essere puntata. È un’immagine che sposta immediatamente l’attenzione dall’oggetto alle conseguenze della guerra, ricordando che dietro ogni arma ci sono sempre vite umane, famiglie e destini. La riflessione si apre poi alla prospettiva evangelica. Battaglia richiama il gesto di Cristo durante l’Ultima Cena: invece di consegnare un’arma ai discepoli, si cinge un asciugatoio e lava loro i piedi. Da una parte il potere che si afferma attraverso la forza, dall’altra quello che sceglie il servizio. Due modi profondamente diversi di intendere l’autorità. Nella parte conclusiva della lettera, il cardinale rivolge un appello ai responsabili delle nazioni. Li invita a rifiutare l’idea che un’arma possa diventare un omaggio tra popoli e propone un gesto semplice quanto eloquente: lasciare una sedia vuota al prossimo vertice internazionale. Non una sedia riservata a un presidente o a un generale, ma all’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle guerre. A chi non partecipa ai negoziati, non compare nelle fotografie ufficiali e non firma trattati, ma resta sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. La lettera di Battaglia nasce da un episodio preciso, ma supera i confini della cronaca. Invita a interrogarsi sul linguaggio con cui il potere sceglie di rappresentarsi e sul valore dei simboli che accompagnano le relazioni internazionali. Perché un dono diplomatico non è mai soltanto un oggetto. È anche un messaggio. È questa la domanda che il revolver di Ankara consegna al dibattito pubblico: quale idea di sicurezza e quale idea di pace vengono trasmesse quando un’arma diventa il simbolo di un incontro tra nazioni? Per il cardinale, la risposta passa attraverso un cambiamento di sguardo. La pace non è una debolezza né un segno di ingenuità, ma una responsabilità che interpella chiunque eserciti il potere e chiunque sia chiamato a costruire relazioni tra i popoli. Lucia Montanaro
July 11, 2026
Pressenza
Il contraddittorio a senso unico: come si censura la Palestina nella scuola
Al liceo scientifico “Augusto Righi” di Roma il Consiglio d’Istituto approva la lista dei relatori per un convegno, da svolgersi il 24 ottobre 2025, dedicato a Gaza, che prevede la partecipazione dello storico israeliano Ilan Pappé, di Wasim Dahmash (saggista, docente e traduttore palestinese nato in Siria) e di Moni Ovadia. Nelle settimane successive l’iniziativa viene ripresa dalla stampa e diventa oggetto di un attacco pubblico da parte del deputato leghista Rossano Sasso, che ne denuncia la presunta faziosità filopalestinese. Il dirigente scolastico, senza sottoporre la questione né al Collegio dei docenti né al Consiglio d’Istituto che aveva approvato l’iniziativa, ne dispone la cancellazione, motivandola con la mancanza di un adeguato contraddittorio tra posizioni diverse (clicca qui per la notizia). Poche settimane dopo, in occasione del Giorno della Memoria, lo stesso dirigente organizza un incontro con Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e sostenitrice dichiarata dell’operato dell’Idf, insieme a un rappresentante dell’Associazione Solomon (nata nel 2015 come associazione anti-BDS e per la difesa delle ragioni di Israele). In questo caso l’evento non risulta essere stato sottoposto all’approvazione degli organi collegiali. Il collettivo studentesco Ludus denuncia inoltre che, pur essendo l’iniziativa organizzata da tempo, la comunicazione ufficiale alla componente docente e studentesca è arrivata soltanto uno o due giorni prima dello svolgimento (clicca qui per la notizia). Il criterio del contraddittorio, dunque, risulta applicato in un solo senso: come condizione ostativa per l’evento che dà spazio a una lettura critica della politica israeliana, e come principio del tutto assente nel caso dell’evento simmetricamente opposto (clicca qui). Per lo svolgimento dell’incontro con Di Segni il liceo viene presidiato da diciassette agenti della Digos in borghese, armati, schierati all’interno dell’Aula Magna e davanti alla sede centrale dell’istituto. Una camionetta delle forze dell’ordine staziona nelle vicinanze della scuola, a disposizione per un eventuale intervento. Gli agenti procedono a riprendere sistematicamente, con telecamere e telefoni cellulari, i volti degli studenti e delle studentesse presenti, minorenni, senza che risulti dichiarata alcuna finalità di ordine pubblico proporzionata all’entità dello schieramento né un consenso informato delle famiglie alla ripresa. Un gruppo di studenti e studentesse che tenta di accedere all’Aula Magna per assistere all’incontro viene a sua volta filmato dagli agenti e allontanato, con la comunicazione che non sarebbe stato in alcun modo consentito l’ingresso. Il dirigente scolastico si sottrae al confronto diretto con gli studenti e le studentesse, lasciando alla Digos la gestione della situazione. Il caso pone una questione distinta rispetto a quella del contraddittorio: non riguarda il contenuto ammesso o escluso dal dibattito scolastico, ma l’importazione di un modello securitario proprio di altri contesti, non riconducibile alle prassi ordinarie della scuola pubblica italiana. Che senso ha un dispositivo di sicurezza di tali dimensioni dispiegato non come risposta a un incidente in corso, bensì in via preventiva? E cosa dire dei suoi effetti: la ripresa non consentita di minori, l’impedimento all’accesso di studenti che intendevano semplicemente presenziare, non contestare, un’iniziativa interna alla propria scuola? Come se non bastasse, in vista dell’incontro con Di Segni, il dirigente dispone la rimozione di un murale raffigurante una bandiera palestinese, realizzato dagli studenti nell’ambito delle attività didattiche curricolari di un progetto di Disegno e storia dell’arte, e di una mostra fotografica sul tema del genocidio a Gaza, allestita dagli studenti nello stesso corridoio. Vengono inoltre rimosse le bandiere della Palestina esposte alle finestre dell’istituto. Le rimozioni sono motivate, secondo quanto riportato, dalla necessità di garantire un percorso libero da elementi imbarazzanti per la relatrice ospite. In questo caso siamo alla soppressione preventiva di ogni traccia visibile, all’interno dello spazio scolastico, di una posizione politica — quella di solidarietà con la popolazione palestinese — in occasione della visita di un’ospite di segno opposto. Il perimetro censorio non riguarda soltanto gli eventi pubblici, ma si estende alla didattica ordinaria. Il professor Salvo Bullara, docente di storia e filosofia, nel corso di un’ispezione ministeriale, si è visto chiedere direttamente perché stesse svolgendo lezioni sulla Palestina nelle sue classi. All’ispezione ha fatto seguito l’avvio di un procedimento disciplinare da parte del Ministero, fondato sull’accusa di aver riservato troppo spazio al tema della Palestina nelle proprie lezioni (Clicca qui per l’intervista su Radio Onda d’Urto; e anche qui). Il caso sposta il piano della vicenda dall’organizzazione di un convegno alla libertà di insegnamento della storia contemporanea in aula: non è contestato il metodo didattico né l’accuratezza dei contenuti, ma la quantità di tempo dedicata a un argomento, il che equivale a sindacare nel merito la programmazione didattica del singolo docente sulla base dell’argomento trattato (clicca qui). Il 7 novembre 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tramite una nota del capo dipartimento Carmela Palumbo, richiama le scuole al rispetto del pluralismo e del contraddittorio negli eventi pubblici di rilevanza politica e sociale organizzati all’interno degli istituti. A questa si affianca una nota dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, che ricorda ai dirigenti come le riunioni degli organi collegiali debbano essere finalizzate esclusivamente al buon funzionamento dell’istituzione scolastica e sottratte a qualunque altra finalità — nota emessa in un contesto di crescente preoccupazione ministeriale per il numero di mozioni contro il genocidio approvate nei Collegi dei docenti di diversi istituti. Entrambe le disposizioni sono formulate in termini neutri — pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — ma trovano applicazione asimmetrica: attivate per impedire la trattazione di un tema, la Palestina, e non per garantirne una trattazione plurale; invocate per restringere il perimetro degli organi collegiali proprio quando questi esprimono una posizione critica su Gaza. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»: non una libertà concessa entro i confini di un programma ministeriale, ma una garanzia posta a tutela dell’autonomia del docente nella scelta dei contenuti, dei metodi e delle fonti. La giurisprudenza amministrativa e la prassi consolidata riconoscono al singolo insegnante un margine di discrezionalità didattica che nessuna circolare — men che meno una nota priva di valore di legge, come quella del capo dipartimento Palumbo — può comprimere fino a sindacare quanto tempo un docente dedichi a un argomento del programma. Avviare un procedimento disciplinare contro un docente perché ha “dedicato troppo spazio” alla Palestina nelle proprie lezioni non è un atto di vigilanza sulla correttezza didattica: è un atto che sposta la valutazione dal piano scientifico-storiografico — dove la Palestina contemporanea è materia di programma di storia e diritto internazionale al pari di qualunque altro conflitto in corso — al piano dell’opportunità politica. È esattamente il terreno che l’articolo 33 intende sottrarre al potere esecutivo. Theodor Adorno in L’educazione dopo Auschwitz, afferma che «la prima richiesta da rivolgere all’educazione è che Auschwitz non si ripeta» (Adorno 1971, p. 79). La pretesa di una scuola “apolitica” è essa stessa una posizione politica, e generalmente la posizione politica di chi detiene il potere di definire cosa sia neutro. Paulo Freire, fin da Pedagogia degli oppressi (1968) e in modo ancora più diretto in Pedagogy of Freedom: Ethics, Democracy, and Civic Courage (1998), sostiene che non esiste educazione neutrale: l’educazione o addomestica o libera, e la pretesa neutralità pedagogica finisce sistematicamente per confermare i rapporti di forza già dati. Henry Giroux, allievo e collaboratore diretto di Freire, sviluppa l’argomento specificamente sull’attivismo giovanile. In Schooling and the Struggle for Public Life: Democracy’s Promise and Education’s Challenge (Paradigm, 2005) sostiene che la scuola resta uno dei pochi spazi rimasti in cui i giovani possono apprendere le conoscenze e le competenze necessarie per diventare cittadini critici e impegnati, dedicando parte del lavoro proprio al valore della voce studentesca organizzata. Nei suoi interventi successivi insiste sul fatto che l’educazione debba formare agenti critici disposti a rivendicare la propria capacità di azione morale e politica, non semplici destinatari passivi del sapere: l’attivismo studentesco, in questa lettura, non è un’intrusione impropria nella scuola ma l’esercizio di ciò per cui la scuola pubblica dovrebbe essere il luogo elettivo. Joel Westheimer e Joseph Kahne, in Educating the “Good” Citizen: Political Choices and Pedagogical Goals (PS: Political Science & Politics, 2004), offrono una cornice tipologica utile a precisare l’argomento: distinguono il cittadino “personalmente responsabile” (che si limita a comportamenti individuali corretti), il cittadino “partecipativo” (che si attiva in organizzazioni collettive) e il cittadino “orientato alla giustizia” (che analizza le cause strutturali dell’ingiustizia e agisce per cambiarle) — mostrando con dati empirici che le scuole tendono a privilegiare il primo modello proprio perché meno conflittuale, a scapito della formazione di una cittadinanza realmente capace di incidere sui rapporti di potere. È precisamente il tipo di “neutralità” imposta al Righi attraverso la circolare Palumbo: non assenza di posizione, ma imposizione selettiva del modello meno conflittuale di cittadinanza. Il pedagogista olandese Gert Biesta porta lo stesso argomento nel contesto europeo, riprendendo esplicitamente Giroux tra le proprie fonti. In Education and the Democratic Person: Towards a Political Conception of Democratic Education (2007) e in Learning Democracy in School and Society: Education, Lifelong Learning, and the Politics of Citizenship (2011), critica la riduzione dell’educazione a mera “produzione” di un soggetto dotato di competenze misurabili — ciò che chiama “learnification” — a scapito della sua dimensione politica. In What Kind of Citizenship for European Higher Education? Beyond the Competent Active Citizen (2009) sostiene che l’idea di competenza civica riduce l’apprendimento civico a una forma di socializzazione che indebolisce, anziché sostenere, l’agency politica, e che l’istruzione europea dovrebbe sostenere forme di apprendimento civico più critiche e autenticamente politiche piuttosto che la produzione del “cittadino attivo competente” richiesto dalla retorica delle politiche UE. È lo stesso argomento di Westheimer e Kahne, riportato nel registro linguistico — pluralismo, cittadinanza attiva, competenza civica — con cui viene oggi giustificata, anche in Italia, la restrizione del perimetro di ciò che può essere discusso a scuola. Va aggiunto un rilievo procedurale, non teorico: nei casi qui documentati non è nemmeno in discussione l’equilibrio tra posizioni diverse all’interno della stessa iniziativa studentesca, poiché sia il convegno con Pappé sia la mostra fotografica sia il murale erano stati approvati attraverso i canali collegiali propri dell’autonomia scolastica. Il conflitto non nasce dall’assenza di procedura da parte studentesca, ma dalla sua violazione da parte della dirigenza quando la procedura produce un esito sgradito al potere politico esterno. Il dispiegamento di diciassette agenti in borghese, armati, all’interno di un liceo, con il compito di riprendere sistematicamente i volti di studenti minorenni, non trova giustificazione nella funzione di ordine pubblico se non si dimostra un pericolo concreto e attuale — pericolo che, in questo caso, non risulta essere stato dichiarato né tantomeno documentato. In assenza di tale presupposto, la ripresa video di minori da parte delle forze dell’ordine configura una raccolta di dati personali e biometrici priva di base giuridica dichiarata, al di fuori delle garanzie previste dal Codice della privacy e dal Regolamento generale sulla protezione dei dati per il trattamento di dati di minori, e priva del consenso informato dei titolari della potestà genitoriale. L’effetto non è solo giuridico, ma pedagogico: uno studente o una studentessa che sa di poter essere filmata/o e identificata/o da un agente della Digos per aver semplicemente tentato di entrare in un’aula magna della propria scuola apprende, prima di ogni altra lezione, che l’esercizio del proprio diritto a essere presente in un dibattito pubblico comporta un rischio personale. È l’introduzione, dentro le mura scolastiche, di una logica di controllo preventivo che la scuola pubblica italiana non prevede né per le assemblee studentesche né per le occupazioni, regolate dal proprio ordinamento interno e non dal diritto di polizia. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 249/1998) riconosce esplicitamente il diritto alla libertà di espressione e di associazione, e il diritto a una vita della comunità scolastica come luogo di partecipazione e non di mera ricezione passiva. Impedire fisicamente a un gruppo di studenti l’accesso a un’aula magna della propria scuola perché intendevano assistere — non contestare, come riportato dalle stesse fonti — a un evento interno, mentre nello stesso istituto un convegno approvato dagli organi collegiali viene cancellato per pressione politica esterna, produce un risultato preciso: non un bilanciamento tra posizioni diverse, ma l’affermazione coatta, sostenuta dalla presenza fisica delle forze dell’ordine, di un solo punto di vista sulla questione israelo-palestinese all’interno dello spazio scolastico. La forza pubblica, in questo schema, non arbitra tra posizioni: ne protegge una e ne impedisce l’espressione di un’altra, capovolgendo la propria funzione istituzionale di garante neutrale delle condizioni di esercizio dei diritti (clicca qui). Va, infine, considerato l’effetto che questi episodi producono a prescindere dal loro esito immediato: la convocazione ministeriale di un docente per gli argomenti trattati in classe, la schedatura filmata di studenti e studentesse all’ingresso di un’aula magna, la segnalazione di una famiglia al ministro per le parole di un insegnante — sono tutti atti che comunicano, a chi li osserva anche indirettamente, che occuparsi pubblicamente della Palestina a scuola comporta un costo personale: un’ispezione, un’identificazione, una convocazione, un procedimento disciplinare. È il meccanismo classico del chilling effect o effetto dissuasivo: non serve sanzionare tutti per ottenere il silenzio della maggioranza, basta rendere visibile e credibile il rischio per chi si espone. L’effetto si estende alle famiglie, chiamate implicitamente a scegliere tra il sostegno all’iniziativa dei figli e l’esposizione a una segnalazione istituzionale — una dinamica che sposta il conflitto dal piano pubblico e collettivo, dove potrebbe essere affrontato collegialmente, al piano privato e individuale, dove la pressione istituzionale pesa in modo sproporzionato su chi ha meno strumenti per contrastarla. I fatti qui ricostruiti si inseriscono nella dinamica già osservata altrove dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sotto la categoria della militarizzazione soft: l’uso di dispositivi procedurali a formulazione neutra — sicurezza, pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — per produrre, nell’applicazione concreta, l’effetto opposto a quello dichiarato: la restrizione, e non l’ampliamento, del perimetro di ciò che può essere insegnato, discusso e mostrato come storia contemporanea all’interno della scuola pubblica. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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