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Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Suicidi in Divisa. Un fenomeno silenzioso e non riconosciuto
Il suicidio avvenuto il 17 luglio a Bari di un carabiniere di 46 anni che si è tolto la vita in caserma ci ha spinti a gettare uno sguardo sul fenomeno dei suicidi tra i militari, a cui i media danno poco risalto, ma che sembra essere, come ha dichiarato Cleto Iafrate, fondatore dell’Osservatorio Suicidi in Divisa, un problema “strutturale” nel mondo militare. Come docenti poco conosciamo quel mondo dall’interno, ne abbiamo piuttosto sperimentato dall’esterno la postura nelle piazze, e proprio in questi giorni ne abbiamo rivisto la capacità di violenza nei video e nei film proiettati in occasione delle iniziative in memoria di Genova 2001. Molto significativi sono stati perciò gli interventi in diversi nostri convegni del sociologo Charlie Barnao, che ha sperimentato in prima persona come la socializzazione dei militari avvenga secondo tecniche desunte dai manuali di tortura della CIA, educando così all’insensibilità per il dolore proprio e altrui (si veda Charlie Barnao, Il soldato (im)perfetto. Addestramento militare, polizia e tortura). Tradizionalmente è dato per scontato che la caserma sia un luogo di soprusi, di “gavettoni” e punizioni, che il “linguaggio da caserma” sia rude, aggressivo e volgare (e lo conferma anche l’I.A.). L’effettiva realtà quotidiana della vita in caserma, però, possiamo solo immaginarla, perché, da quando il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso, l’esercito è diventato un corpo separato dalla società. Ci riferiamo perciò a Cleto Iafrate, secondo il quale la vita in caserma obbedisce a una “specificità militare” che consiste nella assoluta arbitrarietà delle decisioni e delle sanzioni da parte dei comandanti sui sottoposti e sulla loro vita, un trattamento che può minare la psiche e condurre a gesti estremi. Dato che, come ben sappiamo, nelle scuole le Carriere in Divisa sono presentate alla componente studentesca come allettanti opportunità di lavoro e di realizzazione personale, riportiamo le parole di Iafrate, che descrive così il mondo che attende chi si arruola: «Sulla testa del militare pende costantemente una spada di Damocle: la sconfinata discrezionalità dell’amministrazione militare». Anche la famiglia del dipendente è militarizzata: «La “moglie del Maresciallo Rocca” che aspetta seduta sulle valigie il marito trattenuto dal servizio non è solo un’immagine cinematografica. Le deroghe continue ed ingiustificate al principio di legalità garantite all’amministrazione militare mettono in luce una serie di contrasti tra il mondo militare e quello civile tra i quali il personale è sospeso, diviso e conteso. Contrasti che sono quotidiani e che possono essere molto forti, tali da minare alla base anche la psiche più solida». Recentemente anche il Giornale definisce i Suicidi in Divisa come «un’emergenza cronica e sottotraccia», riferendosi particolarmente alle Forze dell’Ordine, per le quali esiste uno specifico Osservatorio Nazionale Suicidi Forze di Polizia (Onsfo – Cerchio Blu). Secondo questo osservatorio il tasso di suicidi nelle Forze dell’Ordine è circa doppio rispetto alla popolazione generale. Come si vede anche dalla cronologia che segue i suicidi colpiscono particolarmente tra i carabinieri. Per lo più ignote sono le precise circostanze in cui i fatti sono accaduti, ma è noto che oltre l’80% si è sparato/a un colpo con la pistola d’ordinanza. Anche i sindacati mettono l’accento sul fatto che quello dei suicidi non è un fatto individuale, bensì collettivo, un fatto sociale, come direbbe Emile Durkheim, nei confronti del quale non si può stare in silenzio. Il soldato non è un mestiere come un altro, lo abbiamo spesso ripetuto: il fenomeno silenzioso e non riconosciuto dei suicidi dei militari ce ne mostra un lato poco noto che conferma come le sirene che invitano all’arruolamento siano ingannevoli maschere di una realtà ben più dura, che cancella l’umanità delle persone. Non conosciamo le storie di coloro che si sono tolte/i la vita, rimangono perlopiù consegnate al silenzio e al dolore delle famiglie perché affrontarne le cause sociali significherebbe mettere in discussione un “sistema militare” che non può essere diverso, in quanto votato alla guerra esterna ed interna, cioè alla “violenza dell’uomo sull’uomo” che ne pervade la stessa struttura. RIPORTIAMO DALL’OSSERVATORIO SUICIDI IN DIVISA I SUICIDI IN DIVISA I CASI SEGNALATI NEL 2026 (DISTINTI PER DATA, LUOGO, CORPO O ARMA DI APPARTENENZA, SESSO, GRADO, ETÀ E MODALITÀ) E I RIEPILOGHI DEGLI ANNI 2019-2025 (DISTINTI PER CORPO O ARMA). AGGIORNATO AL 17 LUGLIO 2026 1. 04 gennaio, Matera, Carabinieri, uomo, maresciallo, 49 anni, modalità ignote; 2. 09 gennaio, Valsusa (TO), Polizia di Stato, donna, Commissaria, 27 anni, «secondo le prime informazioni, per togliersi la vita avrebbe utilizzato la pistola d’ordinanza»; 3. 11 gennaio, Corsico (MI), Polizia Locale, uomo, agente, 40 anni, modalità ignote; 4. 24 gennaio, Cagnano Varano (FG), Carabinieri, uomo, carabiniere 25 anni, «colpo di pistola nella caserma in località Bagno, sulle sponde del lago»; 5. 31 gennaio, Lamezia Terme, Carabinieri, uomo, (seguiranno aggiornamenti); 6. 5 febbraio, Chivasso, Carabinieri, uomo, 45 anni, grado e modalità ignote; 7. 5 febbraio, Palau (SS), Guardia di finanza, uomo, ispettore, 34 anni, modalità ignote; 8. 16 febbraio, Padova, Polizia di Stato, uomo, vice sovrintendente, 50 anni, «posto fine alla propria vita, gettandosi da un ponte» (fonte: infodifesa); 9. 18 febbraio, Ravenna, Polizia locale, uomo, agente, 39 anni, «trovato morto, la scena del ritrovamento indirizza le indagini verso il gesto volontario»; 10. 28 febbraio, Roma, Polizia Locale, (grado, età e modalità ignote); 11. 21 febbraio, provincia di Benevento, Esercito, militare, 20 anni, «trovato senza vita nel garage della propria abitazione nella tarda serata di sabato 21 febbraio»; 12. 17 marzo, provincia di Mantova, Carabinieri, carabiniere scelto, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza nel suo alloggio in caserma; 13. 22 marzo, Milano, Polizia Locale, agente, uomo, 27 anni, modalità ignote; 14. 02 aprile, Napoli, Guardia giurata, agente, uomo, 45 anni, modalità ignote; 15. 02 febbraio (notizia appresa solo oggi), San Giovanni in Persiceto (BO), Polizia Locale, ispettore, uomo, 61 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 16. 15 aprile, provincia di Lecce, Esercito italiano, grado ignoto, donna, età ignota, impiccamento; 17. 16 aprile, Pisa, Aeronautica militare, VFP, uomo, età 19 – 22, modalità ignote; 18. 18 aprile, La Spezia, Carabinieri, carabiniere, uomo, 27 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 19. 23 aprile, Seveso (Monza), Carabinieri, brigadiere capo, uomo, 55 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 20. 01 maggio, Torino, Polizia penitenziaria, agente, uomo, 42 anni, modalità ignote; 21. 02 maggio, da fonte S.U.M. sembrerebbe che il gesto si sia verificato a Milano, all’interno del Consolato americano, Esercito, VFP4, uomo, 24 anni, modalità ignote; 22. 25 maggio, Comando provinciale di Chieti, Guardia di Finanza, uomo, grado, età e modalità ignote; 23. 29 maggio, Ospitaletto (BS), Polizia Locale, uomo, agente, 32 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 24. 20 maggio, Toscana, Carabinieri, uomo, età, grado e modalità ignote a questo Osservatorio (fonte: UNAC); 25. 2 giugno, Varazze (SV), Carabinieri, uomo, 49 anni, appuntato scelto, colpo di pistola d’ordinanza; 26. 2 giugno, Rho (MI), polizia locale, donna, agente, 29 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 27. 7 giugno, Firenze, Carabinieri, uomo, brigadiere capo, 54 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 28. 18 giugno, Catanzaro, Polizia di Stato, uomo, agente, 49 anni, sono in corso accertamenti; 29. 30 giugno, Cedegolo (BS), Carabinieri, uomo, maresciallo, comandante del Nucleo Carabinieri Forestali di Cedegolo, 59 anni, si è tolto la vita, lascia tre figli; 30. 01 luglio, Lucca, Polizia di Stato, uomo, agente, 28 anni, colpo di pistola d’ordinanza; 31. 17 luglio, Bari, Carabinieri, uomo, appuntato, 46 anni, «si è tolto la vita all’interno della caserma». ANNO 2026 * Nr. 12 Carabinieri, di cui 2 carabiniere-forestale; * Nr. 4 Polizia di Stato; * Nr. 7 Polizia Locale; * Nr. 2 Guardia di Finanza; * Nr. 1 Polizia penitenziaria; * Nr. 3 Esercito; * Nr. 1 Guardie giurate; * Nr. 1 Aeronautica. ANNO 2025 Nel corso dell’anno 2025 sono stati segnalati a questo Osservatorio 44 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 4 Guardia di Finanza; * Nr. 7 Guardie Giurate (di cui uno da poco in pensione); * Nr. 9 Carabinieri (di cui una Carabiniera-forestale e uno da poco in pensione); * Nr. 12 Polizia di Stato (di cui un tentativo per impiccamento); * Nr. 2 Polizia Penitenziaria; * Nr. 4 Esercito; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 2 Vigile del Fuoco; * Nr. 3 Polizia Locale. ANNO 2024 Nel corso dell’anno 2024 sono stati segnalati a questo Osservatorio 50 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 6 Esercito; * Nr. 1 Marina Militare; * Nr. 3 Aeronautica; * Nr. 7 Polizia Penitenziaria; * Nr. 6 Carabiniere (di cui 1 ex forestale); * Nr. 7 Guardia di Finanza; * Nr. 5 Polizia Locale; * Nr. 4 Guardie Giurate; * Nr. 8 Polizia di Stato (di cui 1 da poco in pensione); * Nr. 3 Vigile del fuoco. RIEPILOGO DEGLI EVENTI SUICIDARI SEGNALATI NELL’ANNO 2023 Nel corso dell’anno 2023 sono stati segnalati a questo Osservatorio 39 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 2 Guardia di Finanza; * Nr. 8 Carabinieri (di cui nr. 2 Carabinieri forestali); * Nr. 2 Guardie Giurate; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 16 Polizia di Stato; * Nr. 3 Esercito; * Nr. 3 Capitaneria di Porto (di cui due della Guardia Costiera); * Nr. 3 Polizia Locale; * Nr. 1 Polizia penitenziaria. ANNO 2022 Nel corso dell’anno 2022 sono stati segnalati a questo Osservatorio 72 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 14 Carabinieri (di cui 5 carabinieri forestali); * Nr. 8 Guardia di Finanza; * Nr. 7 Esercito; * Nr. 5 Polizia Penitenziaria (1 tentativo di suicidio); * Nr. 21 Polizia di Stato, di cui uno da poco in pensione (3 tentativi di suicidio); * Nr. 6 Polizia Locale; * Nr. 6 Guardie Giurate; * Nr. 2 Vigili del fuoco; * Nr. 2 Aeronautica militare; * Nr. 1 Marina Militare. ANNO 2021 Nel corso dell’anno 2021 sono stati segnalati 57 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 23 Carabinieri (di cui 3 Carabinieri-Forestali); * Nr. 6 Polizia Penitenziaria (nr. 1 tentativo di suicidio); * Nr. 7 Guardie Giurate; * Nr. 8 Polizia di Stato; * Nr. 6 Polizia Locale; * Nr. 5 Guardia di Finanza; * Nr. 2 Marina Militare. ANNO 2020 Nel corso dell’anno 2020 sono stati segnalati 51 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr.6 Guardia di Finanza; * Nr. 15 Carabinieri; * Nr. 9 Polizia di Stato; * Nr. 5 Polizia locale; * Nr. 3 Marina Militare; * Nr. 1 Capitaneria di Porto; * Nr. 7 Polizia Penitenziaria; * Nr. 1 Aeronautica; * Nr. 1 Esercito; * Nr. 3 Guardia giurata. ANNO 2019 Nel corso dell’anno 2019 sono stati segnalati 69 eventi suicidari, così distinti per corpo di appartenenza: * Nr. 19 Polizia di stato (di cui uno da poco in pensione); * Nr. 17 Carabinieri; * Nr. 11 Polizia penitenziaria; * Nr. 6 Guardia di finanza; * Nr. 5 Polizia locale; * Nr. 8 Forze armate; * Nr. 1 Vigile del fuoco; * Nr. 2 Guardia giurata. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
I vari volti della militarizzazione: quando le istituzioni investono in Lamborghini per la Polizia
La militarizzazione della scuola può essere letta attraverso le scelte istituzionali riguardanti gli aumenti stipendiali o quantomeno l’adeguamento, in termini di potere d’acquisto degli stessi, rispetto all’aumento dell’inflazione. Come sottolineato in questo recente articolo, l’attuale sistema economico neoliberista continua a premiare i vertici della piramide gerarchica all’interno delle scuole a discapito del corpo docente e dei collaboratori. Accanto ma in direzione opposta a questa scelta, si evidenzia, appunto (vedi articolo su Tecnica della scuola ), un aumento costante delle retribuzioni del comparto pubblica sicurezza e difesa cui si compagna un fiume di denaro per l’acquisto di armi per i prossimi anni, con una leggera decelerazione solo in questo fine di legislatura, con la legge finanziaria alle porte, ottenuta peraltro con furbeschi artifici contabili dettati solo da finalità elettorali. Le poche e mal ridotte volanti di polizia e carabinieri ferme nei rispettivi garage con i serbatoi semi-vuoti di gasolio o benzina, sono ormai un lontano ricordo così come le carrette con cui tentavano eroicamente di combattere un crimine che tutte le statistiche ufficiali comprese, quelle del Ministero degli interni, indicano in costante discesa dagli anni ’90. Le carrette sono invece state sostituite da macchine di rappresentanza di extra-lusso, come la Lamborghini Gallardo nel 2008 o il modello Huracan del 2014, camuffate da mezzi di soccorso ultraveloce per il trasporto urgente di organi destinati al trapianto: una bufala disvelata dagli stessi dati forniti dalla Polizia che in realtà, disgregando il dato complessivo, ci raccontano di un trasporto urgente ogni 40 giorni negli ultimi vent’anni (circa 200 trasporti urgenti dal 2004). Per non essere da meno, a fine 2025, anche l’Arma dei Carabinieri, si è dotata di una macchina extra-lusso, la Maserati McPURA, anch’essa ufficialmente destinata al trasporto urgente di organi; e se la Polizia in questi ultimi anni decide di colpire l’immaginazione delle famiglie dando un passaggio, in Maserati, al reparto oncologico pediatrico del Policlinico Gemelli alla befana scortata dalle agenti in divisa e armate per portare le calze con il logo della Polizia di Stato, anche i Carabinieri non sono da meno cogliendo un’altra occasione ad alto impatto emotivo, come la necessità di un trasporto urgente di un farmaco difficile da trovare tra le scorte delle farmacie interne agli ospedali, per i feriti grandi ustionati di Crans Montana: il farmaco in questione è il NexoBrid, prodotto dall’azienda biotech israeliana MediWound (Yavne, Israele). Possiamo dire in questo caso ma anche negli altri che il trasporto urgente in elicottero, come si fa per i feriti, è stato giudicato troppo banale. D’altro canto questi trasporti sono tanto saltuari quanto ben studiati a tavolino stando alle decine di articoli sulla stampa locale che enfaticamente raccontano delle gesta eroiche dei poliziotti in Maserati che arrivati sgommando all’ospedale con l’organo salvavita. Andando però oltre questo biglietto da visita che affascina immancabilmente grandi e piccini nelle varie kermesse di cui abbiamo dato notizia in vari articoli, come la festa dell’Arma a Villa Borghese a Roma o l’anniversario della Polizia in piazza del Popolo, basta aggirarsi per le vie del centro a Roma per notare supermoto e macchine extra-lusso o addirittura SUV, in dotazione a Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, ecc.. nulla a che vedere con gli sgangherati mezzi cui ci avevano abituati i film poliziotteschi degli anni ’70. Si tratta quindi di uno sfoggio di potenza e di esaltazione del potere repressivo, sotto le mentite spoglie della tutela della pubblica sicurezza che si manifesta anche nelle innumerevoli presenze, registrate puntualmente qui sull’Osservatorio, immancabilmente in divisa ed armate a parlare di violenza di genere o di bullismo tra i banchi scolastici. Una domanda (retorica) sorge spontanea: a questo punto, perché in divisa e con la pistola nella fondina? Forse oltre a confondere deterrenza con prevenzione si confonde anche l’autorità con l’autoritarismo? In conclusione si riempiono le tasche a “formatori e formatrici” in divisa e si svuotano quelle di chi ha studiato una vita per educare alla pace e alla convivenza futuri cittadini e cittadine consapevoli e pronte a difendere i propri diritti. Lamborghini Huracan in bella mostra Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC) nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL proposta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, definendola un “riformismo burocratico” che non scalfisce affatto l’apparato militare-industriale e la logica NATO. Egli sostiene, addirittura, che la difesa civile non armata sia costituzionalmente equivalente a quella militare e propone di superare il meccanismo dell’obiezione fiscale del 6×1000 attraverso tre rotture radicali: una dottrina nonviolenta basata sull’art. 52, il trasferimento economico dei fondi dagli armamenti alla difesa civile e la denuclearizzazione unilaterale; Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa. Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e #NATO di rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio Oriente. #sigonella #muos https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
July 14, 2026
Antonio Mazzeo
Accordo ASPAL – Esercito: un altro passo del graduale ritorno della leva in Sardegna? E la call to action per impedirlo
È di ieri la call to action del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna di inviare una mail all’Assessora Manca e a tutta la Giunta Regionale sarda perché ritirino immediatamente l’accordo tra ASPAL e il Comando Militare Esercito Sardegna. Questa è una prima risposta della collettività sarda all’accordo del 17 giugno che prevede una strutturale collaborazione tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) ed Esercito Italiano. La giunta firma, in contraddizione con quanto programmato in sede elettorale, affinché tutto il 2027 sia all’insegna della promozione delle carriere militari. Si tratta di un passo del tutto in linea con la strategia di “ritorno della leva” in atto in Europa: uno degli obiettivi infatti è ottenere l’aumento degli organici delle Forze Armate attraverso l’incremento degli arruolamenti volontari. Come? Attraverso incentivi e propaganda, meglio se nelle scuole. Per esempio, si legge nell’accordo di una «collaborazione istituzionale gratuita per promuovere e disseminare le opportunità di carriera nell’Esercito italiano attraverso azioni di orientamento e animazione territoriale rivolte a cittadini disoccupati, giovani in uscita dai percorsi scolastici / formativi, e volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate». E ancora, si parla di «co-progettazione di attività di orientamento e animazione territoriale anche con il coinvolgimento di Enti locali, Scuole e Università». Rimandiamo al nostro precedente articolo per più dettagli. Ma quanto accade in Sardegna non riguarda solo la Sardegna… Il resto del continente è coinvolto. Se letto nell’ottica del ritorno della leva in Italia e in Europa, possiamo ipotizzare in questo tipo di accordo una forma di sperimentazione, un “progetto pilota” che presto potrebbe ritrovarsi rideclinato in altre regioni d’Italia. Come Osservatorio, possiamo contribuire con due riflessioni. La prima è che da un recente confronto con realtà francesi, siamo venute a conoscenza di come anche là il loro Ministero della Difesa utilizzi da anni particolari territori come terreno di sperimentazione per politiche di militarizzazione e arruolamento da poi estendere a livello nazionale. Uno di essi è la provincia di Seine-Saint-Denis, nell’Île-de-France, dove le campagne dell’esercito francese si strutturano ad hoc per una popolazione con forte background migratorio, meno risorse economiche e scarsità di opportunità lavorative. Non a caso realtà di insegnanti francesi analoghe all‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono presenti proprio a Saint-Denis. La seconda parte dalla richiesta di aumento di 40.000 soldati entro il 2033, avanzata da Crosetto lo scorso 8 giugno in uno schema di ddl per la riforma del codice dell’ordinamento militare. Oltre che molte altre misure particolarmente preoccupanti e che avranno pesanti ricadute anche sulle scuole. Crosetto indica (a livello nazionale) di «introdurre strumenti volti ad agevolare il ricollocamento professionale del personale militare in servizio permanente e in ferma prefissata nel settore privato, nonché nella pubblica amministrazione, prevedendo istituti di mobilità tra Ministeri, analoghi a quelli applicabili al personale civile, rafforzando le agevolazioni nell’accesso ai concorsi pubblici e disciplinando, altresì, misure specifiche per l’accesso al trattamento pensionistico». Insomma, incentivi economici e agevolazioni a trovare, dopo il servizio militare, lavoro nel pubblico sono solo due degli strumenti già annunciati da Crosetto per chi accetterà di diventare soldato. Due misure che si ritrovano precisamente nell’accordo di ASPAL. Riportiamo quindi, per opportuna conoscenza di tutte e tutti coloro che seguono l’Osservatorio, l’appello del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna a scrivere in massa alla giunta regionale sarda. > «Questo accordo è una vergogna perché è l’ammissione che l’unica idea che la > Regione riesce a mettere in campo per affrontare il problema della > disoccupazione sia proporre ai nostri giovani e alle nostre giovani > l’arruolamento. E ciò in perfetta continuità con anni e anni di propaganda > militarista nelle scuole, piu volte segnalata dell’Osservatorio contro la > militarizzazione delle scuole e delle università. > > Manda subito una email dal sito: https://stopaccordoaspal.watermelonapps.com» > > Da lì il sito rimanda a una mail modificabile in cui si chiede con fermezza > l’immediata interruzione dell’accordo tra ASPAL ed Esercito e di non siglare > accordi analoghi con altre forze armate… Un altro modo per praticare > un’obiezione di coscienza totale e collettiva. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il contraddittorio a senso unico: come si censura la Palestina nella scuola
Al liceo scientifico “Augusto Righi” di Roma il Consiglio d’Istituto approva la lista dei relatori per un convegno, da svolgersi il 24 ottobre 2025, dedicato a Gaza, che prevede la partecipazione dello storico israeliano Ilan Pappé, di Wasim Dahmash (saggista, docente e traduttore palestinese nato in Siria) e di Moni Ovadia. Nelle settimane successive l’iniziativa viene ripresa dalla stampa e diventa oggetto di un attacco pubblico da parte del deputato leghista Rossano Sasso, che ne denuncia la presunta faziosità filopalestinese. Il dirigente scolastico, senza sottoporre la questione né al Collegio dei docenti né al Consiglio d’Istituto che aveva approvato l’iniziativa, ne dispone la cancellazione, motivandola con la mancanza di un adeguato contraddittorio tra posizioni diverse (clicca qui per la notizia). Poche settimane dopo, in occasione del Giorno della Memoria, lo stesso dirigente organizza un incontro con Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e sostenitrice dichiarata dell’operato dell’Idf, insieme a un rappresentante dell’Associazione Solomon (nata nel 2015 come associazione anti-BDS e per la difesa delle ragioni di Israele). In questo caso l’evento non risulta essere stato sottoposto all’approvazione degli organi collegiali. Il collettivo studentesco Ludus denuncia inoltre che, pur essendo l’iniziativa organizzata da tempo, la comunicazione ufficiale alla componente docente e studentesca è arrivata soltanto uno o due giorni prima dello svolgimento (clicca qui per la notizia). Il criterio del contraddittorio, dunque, risulta applicato in un solo senso: come condizione ostativa per l’evento che dà spazio a una lettura critica della politica israeliana, e come principio del tutto assente nel caso dell’evento simmetricamente opposto (clicca qui). Per lo svolgimento dell’incontro con Di Segni il liceo viene presidiato da diciassette agenti della Digos in borghese, armati, schierati all’interno dell’Aula Magna e davanti alla sede centrale dell’istituto. Una camionetta delle forze dell’ordine staziona nelle vicinanze della scuola, a disposizione per un eventuale intervento. Gli agenti procedono a riprendere sistematicamente, con telecamere e telefoni cellulari, i volti degli studenti e delle studentesse presenti, minorenni, senza che risulti dichiarata alcuna finalità di ordine pubblico proporzionata all’entità dello schieramento né un consenso informato delle famiglie alla ripresa. Un gruppo di studenti e studentesse che tenta di accedere all’Aula Magna per assistere all’incontro viene a sua volta filmato dagli agenti e allontanato, con la comunicazione che non sarebbe stato in alcun modo consentito l’ingresso. Il dirigente scolastico si sottrae al confronto diretto con gli studenti e le studentesse, lasciando alla Digos la gestione della situazione. Il caso pone una questione distinta rispetto a quella del contraddittorio: non riguarda il contenuto ammesso o escluso dal dibattito scolastico, ma l’importazione di un modello securitario proprio di altri contesti, non riconducibile alle prassi ordinarie della scuola pubblica italiana. Che senso ha un dispositivo di sicurezza di tali dimensioni dispiegato non come risposta a un incidente in corso, bensì in via preventiva? E cosa dire dei suoi effetti: la ripresa non consentita di minori, l’impedimento all’accesso di studenti che intendevano semplicemente presenziare, non contestare, un’iniziativa interna alla propria scuola? Come se non bastasse, in vista dell’incontro con Di Segni, il dirigente dispone la rimozione di un murale raffigurante una bandiera palestinese, realizzato dagli studenti nell’ambito delle attività didattiche curricolari di un progetto di Disegno e storia dell’arte, e di una mostra fotografica sul tema del genocidio a Gaza, allestita dagli studenti nello stesso corridoio. Vengono inoltre rimosse le bandiere della Palestina esposte alle finestre dell’istituto. Le rimozioni sono motivate, secondo quanto riportato, dalla necessità di garantire un percorso libero da elementi imbarazzanti per la relatrice ospite. In questo caso siamo alla soppressione preventiva di ogni traccia visibile, all’interno dello spazio scolastico, di una posizione politica — quella di solidarietà con la popolazione palestinese — in occasione della visita di un’ospite di segno opposto. Il perimetro censorio non riguarda soltanto gli eventi pubblici, ma si estende alla didattica ordinaria. Il professor Salvo Bullara, docente di storia e filosofia, nel corso di un’ispezione ministeriale, si è visto chiedere direttamente perché stesse svolgendo lezioni sulla Palestina nelle sue classi. All’ispezione ha fatto seguito l’avvio di un procedimento disciplinare da parte del Ministero, fondato sull’accusa di aver riservato troppo spazio al tema della Palestina nelle proprie lezioni (Clicca qui per l’intervista su Radio Onda d’Urto; e anche qui). Il caso sposta il piano della vicenda dall’organizzazione di un convegno alla libertà di insegnamento della storia contemporanea in aula: non è contestato il metodo didattico né l’accuratezza dei contenuti, ma la quantità di tempo dedicata a un argomento, il che equivale a sindacare nel merito la programmazione didattica del singolo docente sulla base dell’argomento trattato (clicca qui). Il 7 novembre 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tramite una nota del capo dipartimento Carmela Palumbo, richiama le scuole al rispetto del pluralismo e del contraddittorio negli eventi pubblici di rilevanza politica e sociale organizzati all’interno degli istituti. A questa si affianca una nota dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, che ricorda ai dirigenti come le riunioni degli organi collegiali debbano essere finalizzate esclusivamente al buon funzionamento dell’istituzione scolastica e sottratte a qualunque altra finalità — nota emessa in un contesto di crescente preoccupazione ministeriale per il numero di mozioni contro il genocidio approvate nei Collegi dei docenti di diversi istituti. Entrambe le disposizioni sono formulate in termini neutri — pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — ma trovano applicazione asimmetrica: attivate per impedire la trattazione di un tema, la Palestina, e non per garantirne una trattazione plurale; invocate per restringere il perimetro degli organi collegiali proprio quando questi esprimono una posizione critica su Gaza. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»: non una libertà concessa entro i confini di un programma ministeriale, ma una garanzia posta a tutela dell’autonomia del docente nella scelta dei contenuti, dei metodi e delle fonti. La giurisprudenza amministrativa e la prassi consolidata riconoscono al singolo insegnante un margine di discrezionalità didattica che nessuna circolare — men che meno una nota priva di valore di legge, come quella del capo dipartimento Palumbo — può comprimere fino a sindacare quanto tempo un docente dedichi a un argomento del programma. Avviare un procedimento disciplinare contro un docente perché ha “dedicato troppo spazio” alla Palestina nelle proprie lezioni non è un atto di vigilanza sulla correttezza didattica: è un atto che sposta la valutazione dal piano scientifico-storiografico — dove la Palestina contemporanea è materia di programma di storia e diritto internazionale al pari di qualunque altro conflitto in corso — al piano dell’opportunità politica. È esattamente il terreno che l’articolo 33 intende sottrarre al potere esecutivo. Theodor Adorno in L’educazione dopo Auschwitz, afferma che «la prima richiesta da rivolgere all’educazione è che Auschwitz non si ripeta» (Adorno 1971, p. 79). La pretesa di una scuola “apolitica” è essa stessa una posizione politica, e generalmente la posizione politica di chi detiene il potere di definire cosa sia neutro. Paulo Freire, fin da Pedagogia degli oppressi (1968) e in modo ancora più diretto in Pedagogy of Freedom: Ethics, Democracy, and Civic Courage (1998), sostiene che non esiste educazione neutrale: l’educazione o addomestica o libera, e la pretesa neutralità pedagogica finisce sistematicamente per confermare i rapporti di forza già dati. Henry Giroux, allievo e collaboratore diretto di Freire, sviluppa l’argomento specificamente sull’attivismo giovanile. In Schooling and the Struggle for Public Life: Democracy’s Promise and Education’s Challenge (Paradigm, 2005) sostiene che la scuola resta uno dei pochi spazi rimasti in cui i giovani possono apprendere le conoscenze e le competenze necessarie per diventare cittadini critici e impegnati, dedicando parte del lavoro proprio al valore della voce studentesca organizzata. Nei suoi interventi successivi insiste sul fatto che l’educazione debba formare agenti critici disposti a rivendicare la propria capacità di azione morale e politica, non semplici destinatari passivi del sapere: l’attivismo studentesco, in questa lettura, non è un’intrusione impropria nella scuola ma l’esercizio di ciò per cui la scuola pubblica dovrebbe essere il luogo elettivo. Joel Westheimer e Joseph Kahne, in Educating the “Good” Citizen: Political Choices and Pedagogical Goals (PS: Political Science & Politics, 2004), offrono una cornice tipologica utile a precisare l’argomento: distinguono il cittadino “personalmente responsabile” (che si limita a comportamenti individuali corretti), il cittadino “partecipativo” (che si attiva in organizzazioni collettive) e il cittadino “orientato alla giustizia” (che analizza le cause strutturali dell’ingiustizia e agisce per cambiarle) — mostrando con dati empirici che le scuole tendono a privilegiare il primo modello proprio perché meno conflittuale, a scapito della formazione di una cittadinanza realmente capace di incidere sui rapporti di potere. È precisamente il tipo di “neutralità” imposta al Righi attraverso la circolare Palumbo: non assenza di posizione, ma imposizione selettiva del modello meno conflittuale di cittadinanza. Il pedagogista olandese Gert Biesta porta lo stesso argomento nel contesto europeo, riprendendo esplicitamente Giroux tra le proprie fonti. In Education and the Democratic Person: Towards a Political Conception of Democratic Education (2007) e in Learning Democracy in School and Society: Education, Lifelong Learning, and the Politics of Citizenship (2011), critica la riduzione dell’educazione a mera “produzione” di un soggetto dotato di competenze misurabili — ciò che chiama “learnification” — a scapito della sua dimensione politica. In What Kind of Citizenship for European Higher Education? Beyond the Competent Active Citizen (2009) sostiene che l’idea di competenza civica riduce l’apprendimento civico a una forma di socializzazione che indebolisce, anziché sostenere, l’agency politica, e che l’istruzione europea dovrebbe sostenere forme di apprendimento civico più critiche e autenticamente politiche piuttosto che la produzione del “cittadino attivo competente” richiesto dalla retorica delle politiche UE. È lo stesso argomento di Westheimer e Kahne, riportato nel registro linguistico — pluralismo, cittadinanza attiva, competenza civica — con cui viene oggi giustificata, anche in Italia, la restrizione del perimetro di ciò che può essere discusso a scuola. Va aggiunto un rilievo procedurale, non teorico: nei casi qui documentati non è nemmeno in discussione l’equilibrio tra posizioni diverse all’interno della stessa iniziativa studentesca, poiché sia il convegno con Pappé sia la mostra fotografica sia il murale erano stati approvati attraverso i canali collegiali propri dell’autonomia scolastica. Il conflitto non nasce dall’assenza di procedura da parte studentesca, ma dalla sua violazione da parte della dirigenza quando la procedura produce un esito sgradito al potere politico esterno. Il dispiegamento di diciassette agenti in borghese, armati, all’interno di un liceo, con il compito di riprendere sistematicamente i volti di studenti minorenni, non trova giustificazione nella funzione di ordine pubblico se non si dimostra un pericolo concreto e attuale — pericolo che, in questo caso, non risulta essere stato dichiarato né tantomeno documentato. In assenza di tale presupposto, la ripresa video di minori da parte delle forze dell’ordine configura una raccolta di dati personali e biometrici priva di base giuridica dichiarata, al di fuori delle garanzie previste dal Codice della privacy e dal Regolamento generale sulla protezione dei dati per il trattamento di dati di minori, e priva del consenso informato dei titolari della potestà genitoriale. L’effetto non è solo giuridico, ma pedagogico: uno studente o una studentessa che sa di poter essere filmata/o e identificata/o da un agente della Digos per aver semplicemente tentato di entrare in un’aula magna della propria scuola apprende, prima di ogni altra lezione, che l’esercizio del proprio diritto a essere presente in un dibattito pubblico comporta un rischio personale. È l’introduzione, dentro le mura scolastiche, di una logica di controllo preventivo che la scuola pubblica italiana non prevede né per le assemblee studentesche né per le occupazioni, regolate dal proprio ordinamento interno e non dal diritto di polizia. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 249/1998) riconosce esplicitamente il diritto alla libertà di espressione e di associazione, e il diritto a una vita della comunità scolastica come luogo di partecipazione e non di mera ricezione passiva. Impedire fisicamente a un gruppo di studenti l’accesso a un’aula magna della propria scuola perché intendevano assistere — non contestare, come riportato dalle stesse fonti — a un evento interno, mentre nello stesso istituto un convegno approvato dagli organi collegiali viene cancellato per pressione politica esterna, produce un risultato preciso: non un bilanciamento tra posizioni diverse, ma l’affermazione coatta, sostenuta dalla presenza fisica delle forze dell’ordine, di un solo punto di vista sulla questione israelo-palestinese all’interno dello spazio scolastico. La forza pubblica, in questo schema, non arbitra tra posizioni: ne protegge una e ne impedisce l’espressione di un’altra, capovolgendo la propria funzione istituzionale di garante neutrale delle condizioni di esercizio dei diritti (clicca qui). Va, infine, considerato l’effetto che questi episodi producono a prescindere dal loro esito immediato: la convocazione ministeriale di un docente per gli argomenti trattati in classe, la schedatura filmata di studenti e studentesse all’ingresso di un’aula magna, la segnalazione di una famiglia al ministro per le parole di un insegnante — sono tutti atti che comunicano, a chi li osserva anche indirettamente, che occuparsi pubblicamente della Palestina a scuola comporta un costo personale: un’ispezione, un’identificazione, una convocazione, un procedimento disciplinare. È il meccanismo classico del chilling effect o effetto dissuasivo: non serve sanzionare tutti per ottenere il silenzio della maggioranza, basta rendere visibile e credibile il rischio per chi si espone. L’effetto si estende alle famiglie, chiamate implicitamente a scegliere tra il sostegno all’iniziativa dei figli e l’esposizione a una segnalazione istituzionale — una dinamica che sposta il conflitto dal piano pubblico e collettivo, dove potrebbe essere affrontato collegialmente, al piano privato e individuale, dove la pressione istituzionale pesa in modo sproporzionato su chi ha meno strumenti per contrastarla. I fatti qui ricostruiti si inseriscono nella dinamica già osservata altrove dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sotto la categoria della militarizzazione soft: l’uso di dispositivi procedurali a formulazione neutra — sicurezza, pluralismo, contraddittorio, corretto funzionamento degli organi collegiali — per produrre, nell’applicazione concreta, l’effetto opposto a quello dichiarato: la restrizione, e non l’ampliamento, del perimetro di ciò che può essere insegnato, discusso e mostrato come storia contemporanea all’interno della scuola pubblica. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica
L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e Paesi UE hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1] Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la deterrenza e la difesa della NATO»[2]. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3]. Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio, sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di difesa e offesa oppure alla logistica militare. Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina quest’anno e di nuovo il prossimo»[4]. Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5]. Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va (relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni. Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers. [4] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.[5] Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108. [6] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cinema di propaganda sulla pelle dei palestinesi: da collaborazionisti a eroi, il passo è breve
Come viene segnalato da un interessante e dettagliato articolo di Vdnews, il 27 maggio un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm srl ha annunciato la realizzazione di “Linea di difesa – Gaza”, il primo film di una trilogia cinematografica dedicata alle missioni speciali svolte dall’Italia «nei contesti internazionali più critici per contribuire al mantenimento della pace, garantire la sicurezza e proteggere i civili» (clicca qui). Così recita la presentazione ufficiale del film prodotto con la collaborazione e il supporto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nonché dell’Unità di crisi della Farnesina. «Dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana, fino al perimetro operativo, il film mette in scena lavoro di squadra, senso del dovere, e peso emotivo delle scelte estreme. L’eroismo della responsabilità di un’Italia competente e umanitaria» continua, non senza retorica, il dossier in venticinque pagine di presentazione del film che sarà diretto da Alessandro Tonda, già direttore nel 2025 de Il Nibbio, film sulla storia di Nicola Calipari, anch’esso con un ampio sostegno istituzionale. Dopo il primo film, centrato sull’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), la trilogia dovrebbe continuare con un secondo film sul 9° Col Moschin  (Il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” è il reparto di incursori  dell’ Esercito Italiano) e il terzo sull’Unità di crisi della Farnesina: «tre storie che valorizzano la vocazione al dialogo, la qualità operativa e il profilo umanitario che da sempre contraddistinguono l’approccio italiano nelle situazioni di emergenza globale». Un’operazione che appare dal sapore decisamente propagandistico e che può essere facilmente letta sia nel segno della retorica di quegli “italiani brava gente” e “popolo d’eroi”, che dell’esaltazione della cultura della difesa militare prodotta attraverso la decantazione dell’azione eroica degli appartenenti agli apparati militari, polizieschi e di intelligence di Stato. D’altra parte, tutto ciò emerge in maniera lampante dall’osservazione dell’immagine che apre il dossier di presentazione del film: un grande aereo militare al centro dell’immagine sovrasta un paesaggio devastato, sullo sfondo appena distinguibili delle persone vittime dei bombardamenti, al centro il titolo “Linea di difesa”, con l’ultima parola, più grande delle altre, unica a colori: quelli del tricolore italiano! “Gli eroi” protagonisti del film – una funzionaria dell’AISE, proveniente dalla Polizia di Stato (interpretata da Sara Seraiocco), un veterano delle forze speciali, ora sotto copertura dell’AISE (interpretato da Stefano Accorsi), un comandante del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti (Vinicio Marchioni) – come recita la sinossi, per salvare Asif, un minore di tredici anni e altri, derogheranno al protocollo e accetteranno una moneta di scambio operativa, «mentre l’Unità di Crisi italiana prepara visti e posti negli ospedali italiani, il varco si apre per tempo breve, ma nessuno ha intenzione di mollare, perché in gioco c’è il valore della vita stessa». A pensar male si fa peccato, ma sappiamo che difficilmente ci si inganna. E, allora, come non vedere in questa produzione un tentativo di “brandwashing” (e anche di pessima fattura) di fronte alla connivenza e collaborazione spudorata che il governo italiano ha mostrato verso quello israeliano in questi ormai quasi tre anni di genocidio? Nessun accordo con Israele a livello governativo è stato interrotto, nessuna condanna chiara dell’operato criminale dello stato sionista in nessuna sede, nazionale, europea, internazionale è stata espressa dal governo italiano; anzi condannata, censurata, repressa sistematicamente è stata ogni forma di solidarietà attiva che la società italiana ha mostrato verso la popolazione palestinese… Di esempi ne potremmo citare fin troppi, dalle bandiere fatte togliere dai balconi, alle segnalazioni ai servizi sociali attivate per aver partecipato a uno sciopero della fame per Gaza, alle ispezioni ministeriali nelle scuole per aver parlato del genocidio con una rappresentante dell’ONU, alle denunce e condanne verso gli attivisti per le manifestazioni contro l’operato criminale israeliano… L’atteggiamento, sprezzante verso qualsiasi norma del diritto internazionale e verso qualsiasi principio democratico, è costato al governo italiano un’ondata di rabbia e dissenso espressosi nelle piazze dell’autunno scorso, in molte forme e molti contesti territoriali di tutto lo Stivale: dunque quale maniera migliore di rifarsi una faccia se non con la promozione di una trilogia nella quale l’apparato militare e di Intelligence italiano venga mostrato nel ruolo di salvatore e benefattore delle povere vittime delle guerre, tra cui i palestinesi di Gaza? Leggendo la presentazione del progetto e la sinossi del film, non  può non colpire il lampante ordine discorsivo coloniale: protagonisti sono i salvatori bianchi, occidentali, con le loro tecnologie sofisticate e i loro apparati efficienti; sullo sfondo la popolazione di Gaza, oggettificata, vittimizzata, privata di ogni capacità di azione autonoma… Anche perché, sappiamo bene che appena questi soggetti – gli altri – iniziano a parlare e ad agire autonomamente,  subito diventano i nemici: quei nemici che è giusto bombardare, torturare, privare di tutto perché disumanizzati. Vittimizzare e disumanizzare sono facce di una stessa medaglia, appartengono entrambe a un processo di negazione della dignità ad esistere autonomamente, liberamente. D’altra parte, non solo viene fatta scomparire la popolazione palestinese ma anche gli autori del genocidio! In oltre venticinque pagine di presentazione mai viene nominato l’IDF o il ruolo e la responsabilità di Israele, un vuoto lampante e sconcertante emerge dalla descrizione del film: da dove arrivino i bombardamenti, da chi siano provocate le distruzioni e le sofferenze della popolazione che il governo italiano si propone di salvare resta un mistero… Quasi fosse una terribile catastrofe naturale o divina, di fronte alla quale cala un velo di silenzio omertoso. Pensando che l’ipocrisia di fronte a un genocidio possa essere il peggio a cui si possa assistere, ci si può però domandare se ancor peggio non sia voler fare, e in maniera palese, di un genocidio un grande spettacolo, come recita la dichiarazione di Massimiliano Di Lodovico, produttore per MasiFilm: «Con questo titolo accettiamo una sfida produttiva ambiziosa: realizzare un action-thriller italiano dal respiro internazionale, capace di fondere tensione cinematografica, spettacolarità e assoluta autenticità operativa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non possiamo non continuare a denunciare come l’ideologia della difesa totale e la politica della militarizzazione della società sia sostenuta da una propaganda sempre più violenta, ipocrita e di cattivo gusto che arriva a utilizzare come strumento la produzione cinematografica. Se da una parte il governo taglia i fondi al cinema italiano, rendendo sempre più difficile la possibilità di fare cinema  soprattutto ai giovani artisti; se, come dimostra il recente caso sul film dedicato alla storia di Giulio Regeni, viene ostacolato qualsiasi tentativo di fare cinema di denuncia rispetto alle connivenze del nostro governo con le violazioni del diritto internazionale;  al contrario il cinema, o quello che ne resta, viene rispolverato come arma di propaganda di Stato, facendo eco ad un triste passato da cui gli attuali governanti sembrano trarre grande ispirazione. Giulia Bausano, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente