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Iniziative per la Palestina in tutta Italia e oltre
ultime notizie: tornati padre e figlio arrestati durante la raccolta delle olive in Palestina e arrestate altre persone, tra cui 4 donne italiane ad al-Bweib (sud di Hebron); arrestato anche Bilal, storico compagno palestinese. assegnazione di premi in riconoscimento alla solidarietà con la palestina e mobilitazione recente a Benevento. qui sotto una trascrizione parziale delle iniziative presentate nella corrispondenza. VENERDI' 23 OTTOBRE * Pordenone ore 20 iniziativa "La Palestina nella storia" * Trieste ore 18 iniziativa "La diaspora palestinese in Italia" * Napoli ore 9-18 iniziativa "La salute sotto attacco" (Sanitari per Gaza) * Milano ore 18-19 flash-mob a sostegno dei prigionieri politici palestinesi; ore 19:30 mappa per la pace + proiezioni Nazra 2026 * Modena inizio tre giorni dedicata alla Palestina, ore 21 rassegna cinematografica; domani dibattito pubblico; domenica 10:30 discussione. + oggi proiezione Nazra 2026 * Roma mostra fotografica sulla Palestina; ore 17 presidio per bambin palestinesi in piazza Capranica * Siena Palestine Film Short Fest * Bolzano Nazra 2026 * Genova Nervi ore 19 coro di giovanissime voci palestinesi SABATO 24 OTTOBRE * Milano 16:30 piazza per la palestina in piazza Leonardo da Vinci * Empoli iniziativa "No Genocidio Palestina Libera" * Firenze proiezione Nazra 2026 * Varese ore 16:30 iniziativa "Rompiamo il silenzio" * Lavagna (Genova) ore 21 coro di giovanissime voci palestinesi * Messina spettacolo teatrale  * Brescia -> presidio presso la base nucleare "Contro la guerra e contro il nucleare" DOMENICA 25 OTTOBRE * Viareggio presentazione libro "Sionismo = nazismo" * RAITRE ore 20:30 reportage da Gaza LUNEDI' 26 OTTOBRE * Cesena proiezione "Nazra 2026" * Genova dibattito "La solidarietà non ha confini" con Moni Ovadia * Empoli iniziativa "Coltivare diritti in Palestina" in conclusione saluto postumo al compagno Patrick Boylan (87 anni) statunitense militante storico per la palestina e i conflitti di classe in Italia. solidarietà a Fabio Marcelli, compagno che ha ricevuto minacce di morte da parte di sionisti. solidarietà a Udine per le 15 persone portate a processo dopo i fatti del corteo contro la partita Italia-Israele (14 ottobre 2025), la cui udienza preliminare ha avuto luogo il 15 ottobre scorso. infine ricordiamo che nelle ultime settimane 3 milioni di persone sono scese in strada contro i king negli USA, oltre 3000 iniziative in 50 stati con grossi flussi verso Washington, Philadelphia, New York, e molto altro.  
October 23, 2026
Radio Onda Rossa
Roma sa da che parte stare! la giunta Gualtieri e il consiglio comunale NO!
PRESIDIO IN CAMPIDOGLIO PERCHÉ LA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE CHE CHIEDE LA ROTTURA DEI RAPPORTI DELLA CITTÀ CON ISRAELE PER FERMARE IL GENOCIDIO IN ATTO SIA DISCUSSA IN CONSIGLIO. IL REGOLAMENTO COMUNALE PREVEDE LA POSSIBILITÀ DI PRESENTARE DELIBERE CON LA FIRMA DI 5000 PERSONE DA RACCOGLIERE IN 3 MESI. IL COMITATO NE HA RACCOLTE 16.000 MA LA DELIBERA DA SEI MESI (DATA IN CUI È STATA CONSEGNATA) NON VIENE MESSA ALL’ORDINE DEL GIORNO DEI LAVORI CONSILIARI. In piazza a partire dalle 11:00 di oggi 22 ottobre 2026. E come sempre vi portiamo ad ascoltare alcuni degli interventi che ci sono stati e come si è svolto il presidio. 1 apertura 2 Nunzio 3 fateci entrare 4 Yousef 5 Giulia 6 intervento dalla piazza 7 ci si incatena Francesca (sanitari per Gaza) e ... ci si scatena delegazione: risultati dell'incontro https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/10/uscita-della-delegazione.mp4
October 22, 2026
RadioSonar.Net
Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. Manifestazione in Campidoglio
Il tempo è scaduto e la giunta capitolina non ha discusso la proposta di delibera di iniziativa popolare che con il comitato Roma sa da che parte stare abbiamo presentato sei mesi fa. Circa 16.000 persone hanno firmato affinché Roma capitale si assuma responsabilità politiche e morali interrompendo i rapporti […] L'articolo Roma. Interrompere i rapporti tra il Comune e Israele. Manifestazione in Campidoglio su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Convegno – Il diritto di uscire. Il diritto di tornare
Orientamenti a confronto a partire dal contenzioso sui visti umanitari relativo alla popolazione palestinese di Gaza Venerdì 30 ottobre 2026, a Roma e online, ore 9.15–18.30, in presenza presso l’Aula Magna del Dipartimento di Giurisprudenza, Università Roma Tre. Promosso da ASGI, Università Roma Tre – Dipartimento di Giurisprudenza e Legal Clinic. -------------------------------------------------------------------------------- Il recente contenzioso italiano ed europeo in materia di visti umanitari, accesso alle rappresentanze diplomatico-consolari e possibilità di lasciare Gaza ha riportato al centro del dibattito una questione giuridica fondamentale: se, e a quali condizioni, gli obblighi di protezione gravanti sugli Stati possano produrre effetti anche prima dell’ingresso dello straniero nel territorio nazionale e imporre l’adozione di misure idonee a consentirne l’accesso. La questione investe in Italia il diritto costituzionale d’asilo, il diritto dell’Unione europea e gli obblighi internazionali di tutela dei diritti fondamentali e pone al tempo stesso interrogativi rilevanti sull’effettività, sull’estensione e sui limiti della tutela giurisdizionale. A partire dal contenzioso sui visti umanitari relativo alle persone palestinesi presenti a Gaza, il seminario intende mettere a confronto le diverse ricostruzioni emerse nella dottrina e nella giurisprudenza, individuare i nodi interpretativi aperti e verificare quali strumenti l’ordinamento offra – e quali limiti presenti – per garantire un accesso effettivo alla protezione quando il raggiungimento del territorio costituisce esso stesso la condizione necessaria per poterla ottenere. Scarica il programma completo Partecipazione e accreditamento: evento gratuito aperto a chiunque sia interessata/o, con obbligo di iscrizione tramite il modulo. Clicca qui per l’iscrizione Il convegno è in attesa di accreditamento da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ai fini del riconoscimento dei crediti formativi per avvocate e avvocati che parteciperanno al seminario in presenza. * Per informazioni: gaza@asgi.it
Palestina: «La bara per Marcelli è pronta»
«Perché difendere la Palestina mi sta costando minacce di morte».  di Fabio Marcelli (*) “Qui l’agenzia di pompe funebri. Volevamo avvisare il signor Marcelli che la bara è pronta”. Giovedì 8 ottobre alle ore 12.30 circa ho ricevuto questo sibillino e minaccioso messaggio. Quali gli autori? Come ho riferito alle Forze dell’Ordine, prontamente avvisate e assai cooperative e disponibili, ho
October 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Il Premio “Stefano Chiarini” a Gideon Levy
Il 17° Premio Internazionale Stefano Chiarini sarà consegnato quest’anno a Gideon Levy, editorialista e membro del comitato editoriale di Haaretz (quotidiano israeliano), acclamato autore di numerosi libri e vincitore del Premio Sokolov 2021, il più alto riconoscimento giornalistico israeliano. Il premio è dedicato da oltre 17 anni ad onorare la […] L'articolo Il Premio “Stefano Chiarini” a Gideon Levy su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
Palestina. Taybeh è ancora sotto l’attacco dei coloni
Per il quarto anno consecutivo i contadini di Taybeh non potranno usufruire del loro raccolto di olive, in quanto l’accesso ai campi è impedito dai coloni, che distruggono tutti gli alberi, picchiano chi tenta di raggiungere i propri terreni e rubano i prodotti del lavoro dei palestinesi. Dal 7 ottobre 2023 Taybeh è sotto attacco da parte dei coloni integralisti israeliani che vivono negli insediamenti illegali costruiti in Cisgiordania. Attacchi notturni, incendi alle case, ai prodotti agricoli, compresi gli uliveti secolari dei palestinesi. I coloni accompagnati e protetti dai soldati dell’esercito dello Stato israeliano attaccano villaggi e città palestinesi in tutta la Cisgiordania, senza risparmiare nessuno. Il terrore, la paura, l’insicurezza sono oramai dominanti a Taybeh, dove i coloni stanno cercando di spingere la popolazione ad andarsene per impossessarsi del territorio e costringere la gente ad andare via . Il 10 agosto 2026 Taybeh è stata dichiarata dall’esercito israeliano zona militare chiusa, l’esercito ha divulgato con tutti i suoi mezzi, in arabo ed in ebraico, la dichiarazione di Taybeh zona militare chiusa a tutti coloro che non sono residenti. Le istituzioni e i cittadini chiamano l’IDF chiedendo di intervenire allontanando i coloni, ma nulla accade, anche se arrivano aiutano i coloni nelle loro scorribande. Il 70% degli appezzamenti di terreni coltivati sono oramai controllati dai coloni. Agli abitanti di Taybeh viene detto che debbono chiedere il permesso agli uffici dell’Amministrazione Civile Israeliana per potere andare a raccogliere gli olive e per andare nel loro campi . In due paesi vicino Taybeh, le istituzioni hanno seguito il percorso indicato dall’ufficio di collegamento, che è l’ufficio dell’Amministrazione Civile Israeliana, con il risultato di vedere arrivare i coloni che hanno iniziato a colpire la gente e hanno preso il raccolto, mentre i soldati non hanno fatto nulla per impedire o bloccare questa violenza. Sabato 17 ottobre, una delegazione di diplomatici francesi, belgi e polacchi, assieme al sindaco della cittadina francese Aulnoye-Aymeries hanno fatto visita a Taybeh nell’occasione dell’inizio della stagione della raccolta degli olive . Fra l’altro Taybeh ha stipulato un gemellaggio con la cittadina francese di Aulnoye-Aymeries ribadendo che “Taybeh rappresenta la presenza cristiana in Palestina”. I componenti della delegazione internazionale franco-belga sono stati attaccati da un gruppo di coloni incappucciati, che hanno aggredito il sindaco francese e rotto i vetri delle macchine della delegazione belga, obbligando tutti a esibire i loro documenti. L’umiliazione patita dalla delegazione serve certamente a mandare un segnale alle diplomazie internazionali, in modo che Taybeh venga abbandonata al suo destino. Nello stesso giorno i coloni hanno colpito un giovane del paese, aprendogli una ferita profonda alla testa, e non hanno risparmiato nemmeno una signora anziana di 74 anni, che è stata picchiata duramente. Dal 2023 sono 17 le famiglie che hanno scelto di andare via da Taybeh, perché la vita è diventata impossibile. Taybeh è circondata da 5 check point, un check point ogni km. In Cisgiordania ci sono 1350 sbarre di ferro, poste all’ingresso e uscita dei villaggi, in modo da sigillarli di notte impedendo il passaggio dei suoi abitanti. Qualsiasi necessità viene impedita, le ambulanze non possono raggiungere i paesi, gli abitanti non possono accedere agli ospedali. Qualche giorno fa, uomo ha avuto un infarto e l’ambulanza non ha potuto soccorrerlo, mentre una donna ha partorito al check point perché i soldati non hanno voluto aprire la porta per farla passare. Il lavoro non esiste, la gente non ha nessun reddito, la disoccupazione è oltre il 32% e chi lavora non riceve il suo stipendio , la gente è disperata perché non sa come andare avanti. La popolazione è allo stremo sia materialmente che psicologicamente. I coloni hanno messo le basi per altri 4 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese provocando un nuovo esodo. Taybeh non sarà abbandonata al suo destino, anzi al contrario diverse municipalità italiane sono già al lavoro per firmare patti di amicizia e di gemellaggio con Taybeh, soprattutto in Emilia Romagna. Nei prossimi giorni almeno due città emiliano romagnole firmeranno accordi di gemellaggi con Taybeh. Milad Jubran Basir Giornalista italo palestinese e attivista per i diritti umani. Milad Jubran Basir
October 20, 2026
Pressenza
Cisgiordania: il progetto di eliminazione/3
di B’Tselem (*) Continua da qui. Pulizia etnica e appropriazione territoriale Il modo in cui Israele si appropria del territorio e le crescenti manifestazioni di pulizia etnica in Cisgiordania sono le espressioni più evidenti delle due dimensioni dell’eliminazione coloniale: da un lato, lo smantellamento delle condizioni di esistenza dei palestinesi nel territorio; dall’altro, la creazione di uno spazio israeliano contiguo
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Un sequestro di libri e di democrazia: il caso Sally Rooney
C’è qualcosa di profondamente sinistro nel vedere i romanzi di una delle scrittrici più celebrate della sua generazione scomparire dagli scaffali di un Paese occidentale. Chiunque entri oggi in una libreria di Londra o Manchester non troverà più le ultime copie di Intermezzo, né i longseller Persone normali o Parlarne tra amici. Non siamo di fronte a un falò dei libri di stampo inquisitorio, né a una censura moralistica sui testi. Eppure l’effetto pratico è lo stesso: Sally Rooney e la sua casa editrice Faber & Faber hanno dovuto ritirare ogni sua opera dal mercato del Regno Unito per evitare un cortocircuito penale spaventoso. Ne hanno dato l’annuncio la stessa autrice e il suo editore mercoledì scorso. PERCHÉ QUESTO? Il motivo non risiede in ciò che Rooney scrive, ma in ciò che Rooney pensa, dice e finanzia liberamente dalla Repubblica d’Irlanda, dove risiede. La scrittrice ha pubblicamente dichiarato di voler devolvere le proprie royalty a Palestine Action, un movimento di protesta britannico che da anni contrasta la complicità bellica del Regno Unito nel massacro di Gaza. Ma oltremanica, dal luglio 2025, quella sigla non è più considerata un collettivo di attivisti: il Ministero dell’Interno l’ha inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche vietate ai sensi del Terrorism Act 2000. Di conseguenza, versare sterline a quel gruppo equivale a finanziare Al-Qaeda o l’Isis. Un reato da quattordici anni di galera che ha costretto l’editore al blocco preventivo della distribuzione e l’autrice a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto. Questo scenario rappresenta il punto di non ritorno di una spaventosa metamorfosi autoritaria delle democrazie liberali occidentali. Quando le leggi speciali nate formalmente per contrastare le stragi di civili e l’estremismo religioso vengono piegate fino a criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale, significa che lo Stato di diritto ha abdicato alle sue funzioni, trasformandosi in uno strumento di intimidazione di massa. LA DISTRUZIONE DELLE COSE NON È TERRORISMO Il cuore del problema risiede nella decisione, giuridicamente abnorme e politicamente speculativa, di etichettare come “terrorista” un gruppo che pratica esclusivamente l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale. Fin dalla sua nascita nel 2020, il modus operandi di Palestine Action è stato pubblico e trasparente: sit-in, occupazioni pacifiche di tetti, scritte con vernice rossa sulle facciate e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems, azienda israeliana che produce droni ed equipaggiamenti militari esportati anche a Tel Aviv. Si può essere d’accordo o meno con il sabotaggio industriale, ci si può aspettare che venga sanzionato civilmente o penalmente come danneggiamento materiale (reato comune presente in ogni codice penale), ma chiamarlo “terrorismo” è una deliberata e pericolosa distorsione del linguaggio e del diritto. Come ha solennemente ricordato persino l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, gli standard internazionali più basilari confinano la nozione di terrorismo ad atti che causano intenzionalmente la morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Palestine Action non ha mai ferito nessuno, non ha mai preso ostaggi, né ha mai pianificato azioni contro l’incolumità delle persone. La sua violenza – se così si può definire il danneggiamento di un bullone o l’imbrattamento di un muro – è rivolta esclusivamente contro le infrastrutture che producono strumenti di morte. > Dichiarare terroristico un movimento del genere significa tracciare una linea > d’ombra intollerabile: uno Stato decide che la protezione del profitto e della > filiera delle industrie belliche private è un valore prioritario rispetto alla > tutela dei diritti civili fondamentali. È l’equivalente giuridico di equiparare le suffragette o i movimenti ecologisti radicali ai commando stragisti. Se il sabotaggio di una fabbrica di droni è terrorismo, domani lo sarà anche il blocco di una miniera di carbone da parte degli attivisti del clima. A ogni modo, la cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, contesterà la messa al bando davanti alla Corte Suprema a partire dall’udienza del 4 novembre prossimo. LA REPRESSIONE NON FERMA IL DISSENSO: MIGLIAIA DI CITTADINI NEL MIRINO Nonostante il tentativo del governo britannico e delle successive sentenze d’appello di normalizzare questo abuso liberticida, la risposta della società civile è stata gigantesca, sebbene largamente silenziata dai media mainstream. Tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha eseguito oltre 3.000 arresti di normali cittadini colpevoli soltanto di aver manifestato solidarietà a Palestine Action. > Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’Interno, gli arresti legati > a reati di terrorismo sono aumentati del 1.553% nell’ultimo anno, e il 94% di > essi è collegato al sostegno a Palestine Action. Migliaia di persone – insegnanti, pensionati, studenti, impiegati, addirittura religiosi o ex ufficiali delle forze armate britanniche – hanno sfidato le leggi draconiane partecipando a sit-in pacifici in Parliament Square, a Trafalgar Square o organizzando veglie silenziose. Cittadini che si sono autodenunciati, firmando petizioni e manifesti pubblici in cui dichiaravano apertamente: «Se sostenere chi blocca i mercanti di morte è terrorismo, allora arrestate anche me». Questa incredibile ondata di disobbedienza civile dimostra che la coscienza collettiva ha rifiutato la narrazione della criminalizzazione. Quando migliaia di persone scelgono il rischio della fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato, non siamo di fronte a una cellula eversiva, ma a un movimento di massa che difende i principi elementari della morale umana e della libertà d’espressione. SE LA CULTURA FA PAURA ALLO STATO In questo contesto, il gesto di Sally Rooney brilla per coerenza e dignità etica. In un’epoca in cui l’industria culturale preferisce il silenzio prudente e il posizionamento di comodo per non disturbare gli algoritmi e i mercati, Rooney ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee. Ha accettato la scomparsa dei propri libri dal suo mercato editoriale di riferimento e ha rinunciato a ritirare premi prestigiosi oltremanica per non legittimare una legge ingiusta. Il paradosso politico è totale: la Repubblica d’Irlanda considera Palestine Action un’organizzazione perfettamente legale, mentre il Regno Unito la considera terroristica. Attraversare il mare d’Irlanda trasforma istantaneamente un’intellettuale pacifista in una latitante. Quello di Sally Rooney non è un caso isolato, ma il tassello di una strategia repressiva sistemica. Lo sa bene Mo Chara, membro del gruppo rap irlandese Kneecap, finito nel mirino dell’antiterrorismo britannico con l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Una persecuzione di Stato crollata definitivamente solo nel marzo 2026, quando l’Alta Corte di Londra ha respinto l’ennesimo ricorso del governo, confermando l’archiviazione di un processo farsa nato solo per intimidire la band. Se contro i Kneecap lo Stato ha perso la sua battaglia legale per vizi di forma, con Sally Rooney l’apparato ha trovato il modo di colpire per via finanziaria, costringendola all’esilio editoriale. Non a caso quindi, dal gruppo nordirlandese è arrivata subito la solidarietà alla scrittrice. Anche divers* parlamentari di Westminster hanno preso posizione a sostegno della scrittrice: da John McDonnell e Richard Burgon della sinistra laburista, a Zarah Sultana di Your Party, fino al giornalista Owen Jones. L’ex-leader laburista (ora Your Party) Jeremy Corbyn, insieme ad altri parlamentari indipendenti pro-palestinesi eletti ai Comuni, ha espresso solidarietà all’autrice e ha denunciato l’uso del Terrorism Act come un’arma di censura culturale ideata dal precedente governo Tory e pigramente ereditata e applicata dai laburisti, definendo il ritiro dei libri un «giorno nero per la libertà d’espressione nel Paese». Alcuni rappresentanti dei Verdi, fra cui il segretario Zack Polanski, hanno apertamente criticato l’automazione burocratica della legge che colpisce la filiera culturale, sottolineando l’assurdità di equiparare il boicottaggio pacifista e il supporto a gruppi non violenti a minacce di carattere terroristico internazionale. Infine, in Irlanda mentre lo Sinn Féin (TDs) non ha ancora emesso comunicati ufficiali, Cian O’Callaghan, deputato e portavoce dei Social Democrats nel parlamento irlandese, ha portato il caso in aula sollevando una formale obiezione contro la censura e chiedendo al Ministro degli Esteri irlandese di intervenire direttamente presso il suo omologo britannico: «In un momento in cui il diritto internazionale viene violato in modo così palese da Israele e altri, coloro che si schierano contro il genocidio e i crimini di guerra dovrebbero essere sostenuti, non puniti». Gli esponenti della sinistra socialista irlandese hanno chiesto al governo di Dublino una presa di posizione diplomatica ufficiale a tutela degli artisti irlandesi all’estero. Hanno definito la legge del Regno Unito come «draconiana», evidenziando come l’esecutivo britannico stia attivamente «privando i propri stessi cittadini della libertà di leggere opinioni dissenzienti pur di proteggere l’industria delle armi e l’asse strategico con Israele». Nel mondo della cultura, numerose librerie indipendenti nel Regno Unito stanno protestando contro la normativa esponendo cartelli vuoti o allestendo vetrine provocatorie. Molti librai hanno dichiarato alla stampa che l’assenza forzata dei libri di Rooney è «l’emblema di una censura burocratica asfissiante» e che l’autrice ha fatto l’unica scelta moralmente degna. La testata britannica indipendente Novara Media ha pubblicato un editoriale video di enorme successo intitolato “Sally Rooney ha umiliato la Gran Bretagna su Palestine Action“. Nel pezzo viene spiegato come la mossa dell’autrice abbia tolto la maschera al governo, costringendolo ad “arrossire” di vergogna davanti all’opinione pubblica globale, mostrando al mondo che pur di proteggere le fabbriche di armi è disposto a far sparire la letteratura. Nelle ultime ore, piattaforme di artisti europei hanno rilanciato i discorsi di Rooney ai summit pacifisti internazionali (come il People’s Summit), usandoli come manifesto attraverso i canali social per lanciare una call-to-action immediata: «Gli artisti devono parlare ora per la Palestina, seguendo l’esempio di coraggio di Sally». Un forte parallelismo testuale su quanto espresso («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio…») arriva anche dalla massiccia lettera aperta firmata da oltre 300 scrittori ed editori nelle ultime 48 ore. Nel loro manifesto congiunto a sostegno di Rooney e Faber, la comunità letteraria accusa direttamente il governo del Regno Unito, scrivendo: «È inaccettabile che un governo possa oggi bandire di fatto una singola autrice per aver protestato contro la sovrapposizione deliberata compiuta dallo Stato tra la protesta e il terrorismo». La stessa Palestine Action ha rilasciato una nota ufficiale in cui ringrazia l’autrice, sottolineando come la decisione di Faber e Rooney smascheri la natura «politica ed economica» della legge anti-terrorismo britannica, nata per blindare i profitti dell’industria bellica («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio, ma Rooney ha dimostrato che non ci si può comprare tutti»). Ciò che sta accadendo nel Regno Unito non è comunque solo una faccenda interna britannica, ma un severo ammonimento per tutte le democrazie occidentali. La libertà d’espressione non si misura dalla nostra tolleranza verso le opinioni innocue o di facciata, ma dalla protezione del diritto al dissenso radicale, all’azione diretta e all’opposizione intransigente verso le politiche di guerra dei nostri stessi governi. > Quando i libri spariscono perché i loro autori rifiutano di allinearsi ai > decreti di sicurezza nazionale, la democrazia smette di essere tale e diventa > un guscio vuoto. L’ostracismo forzato di Sally Rooney non spegnerà la sua voce; al contrario, rimarrà come un monumento all’ipocrisia di un governo (prima Starmer e ora Burnham) che, nel tentativo di proteggere l’export di armi, ha finito per mettere all’indice anche la grande letteratura. Immagine di copertina da Magdalena Vassilleva Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. 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October 19, 2026
DINAMOpress