Tag - palestina

CISGIORDANIA: BRUTALI AGGRESSIONI DI COLONI ED ESERCITO ISRAELIANI. 4 PALESTINESI UCCISI
Situazione sempre più brutale nei villaggi palestinesi della Cisgiordania occupata. Solo questa mattina, venerdì 24 luglio, 4 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane durante un attacco dei coloni al villaggio di Tell, a sud-ovest di Nablus. I residenti palestinesi hanno respinto in un primo momento i coloni israeliani che dopo mezz’ora hanno attaccato nuovamente la parte occidentale della città, questa volta protetti dai militari. Durante l’attacco è morto anche un colono israeliano. Chiusi dai militari i check point di ingresso che circondano la città di Nablus, il capo di stato maggiore delle Idf ha ordinato un “massiccio dispiegamento” nella Cisgiordania occupata. Dall’inizio dell’anno sono 82 i palestinesi ammazzati nei governatorati della Cisgiordania occupata, di cui 21 per mano di coloni israeliani. L’intervisa a Damiano Censi, coordinatore del progetto di Medeterranea in Palestina. Ascolta o scarica Gli aggiornamenti da Nablus che abbiamo ricevuto da Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che vive a Brescia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
E Guardiola disse “no”
Pep Guardiola ha detto no. Non farà il Commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, bisognevole di un Cristo capace di resuscitare i morti. I maligni dicono che il “no” sarebbe stato persino ben accolto in Federazione. Il problema, come diceva già prima Malagò, non stava nei soldi da dargli, […] L'articolo E Guardiola disse “no” su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Cisgiordania:si teme un'escalation, 6 morti in poche ore
Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto dalla Palestina, ci informa di una situazione allarmante delle ultime ore nel distretto di Nablus, in Cisgiordania, dove, a causa di raid di coloni, in poche ore sono stati uccisi sei palestinesi. La situazione è resa ancor più drammatica dalle dichiarazioni di ministri del governo di Israele che chiamano azioni durissime il che fa temere un'escalation in un clima di campagna elettorale tutto giocato sui temi della sicurezza dalla destra al governo. In questo clima possiamo leggere anche l'ennesimo bliz di Ben Gvir che ieri si è presentato con nazionalisti ultrareligiosi e coloni sulla Spianata delle Moschee per la quale si minaccia in modo ripetuto la ricostruzione del Tempio. Rimane intanto gravissima la situazione della Striscia di Gaza dove Israele sta costruendo una barriera in corrispondenza della linea gialla e dove continuano ogni giorno bombardamenti, cannoneggiamenti, demolizioni che accompagnano la situazione umanitaria disastrosa.
July 24, 2026
Radio Onda Rossa
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: > 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza > ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, > cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla > pubblica amministrazione di appartenenza. > 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o > commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine > dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in > generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Irene Carnazza e Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ogni istante
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Leonardo Basso su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ho imparato una nuova parola araba: “Tahrir” l’ho sentita molte volte sempre in riferimento alla nota piazza del Cairo in Egitto, teatro delle primavere arabe tristemente represse. La parola significa “Liberazione” ma il suo secondo significato me lo ha spiegato bene la curatrice di un bel libro: Ogni istante è una vita uscito nel mese di giugno 2026 per Fazi. L’editor del libro Huzama Abahieb a pagina 29 scrive: “La parola Tahrir (liberazione) è un termine sorprendente: racchiude due significati ugualmente inspiranti. Il primo riguarda la libertà e la liberazione: l’emancipazione, lo scioglimento, l’emancipazione, la scarcerazione, la rottura delle catene in senso materiale e simbolico. Il secondo riguarda l’editing dei testi scritti in tutte le loro forme, a partire dall’ambito letterario: la correzione degli errori linguistici, grammaticali e strutturali, il miglioramento della prosa e della sua forza narrativa. I due significati si incontrano. Liberare un testo è una forma di liberazione dalle costrizioni che impediscono al pensiero e al senso di arrivare, affinché possano spiccare il volo in spazi espressivi più ampi…”. Ogni istante è una vita è un libro di racconti che affidano alla parola scritta la testimonianza del genocidio. Sono vite attraversate da una quotidianità di dolore che scuote corpi e menti. Il libro è nato dal progetto della scrittrice palestinese Susan Abulhawa, conosciuta per il suo Un giorno a Jenin, che nel 2024 si è recata a Gaza due volte e ha organizzato un corso di scrittura da cui sono stati estratti 18 racconti a opera dei partecipanti. Il libro riporta le fotografie e le biografie delle autrici e degli autori ed è impressionante leggere il loro grado di scolarizzazione universitaria e le loro professioni. Bella anche la copertina con la stilizzazione di un pennino per scrivere che diventa aquilone. La scrittrice Susan Abulhawa vive a New York, e le sue prese di posizione appaiono radicali e suscitano dibatti molto accesi. Tra questi le sue critiche al libro di grande successo Apeirogon, opera di Colum Mc Cann, un romanzo in cui si racconta di due genitori, uno arabo e l’altro palestinese, che decidono di usare “la potenza del loro dolore come arma” incontrandosi e dialogando per creare poi l’associazione Parents Circle Family Forum. Si tratta di di Rami Elhanan, il padre di Smadar e Bassam Aramim, il padre di Abir che girano il mondo portando la loro storia. Su Doppiozero Daniela Gross ne scrive così: “Apeirogon è il genere di libro che si ama o si detesta. La critica si è divisa fra chi lo considera un libro destinato a cambiare il mondo; chi lo accusa di oscurità, lentezza e sentenziosità; chi nella costruzione per frammenti ravvisa la morte del romanzo e chi, viceversa, il suo futuro. Il New York Times l’ha distrutto in una recensione e in un’altra l’ha incensato. Quanto a me, l’ho letto un anno fa in inglese e da allora non ha smesso di lavorarmi dentro“ (fonte). Anche io ho letto il libro e mi era piaciuto molto, non solo per la tematica della riconciliazione ma anche per la forma della scrittura. Susan Abulhawa affida a Al Jazeera la sua critica, poi ripresa dal sito Zeitun. Stronca il libro definendolo colonialista perché mette in scena un “dialogo tra pari” quando invece la disparità tra l’aggressore e l’aggredito è abissale. La sua critica partì dalla preoccupazione suscitata dal fatto che il regista Steven Spielberg ne comprò subito i diritti per farne un film. La stroncatura di Susan inizia proprio con la preoccupazione che il film diventi un nuovo colossal tipo “Exodus” che mistificò la questione ebraica. Così le sue parole: “Il risultato fu Exodus, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra. Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia. Ma era una bugia, come adesso tutti sanno”. Conclude dicendo: “Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia. Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti”. Dopo avere letto la sua critica mi sono posto innumerevoli domande e ora ho molti dubbi nella mia testa e per questi ringrazio Susan. Questo il link all’intervista completa. > Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale Anche questo suo ultimo libro: Ogni istante è una vita, pubblicato ora in Italia ha suscitato polemiche aspre. La più famosa è quella col neosindaco di New York Zohran Mandani che a seguito dell’attacco mediatico alla moglie Rama Duwaji accusa Susan Abulhawa di antisemitismo. Ecco l’inizio dell’articolo: “La storia è andata più o meno così. Rama ha illustrato un saggio che ho scritto, e quindi deve essere un’antisemita semplicemente per questa vicinanza professionale a me, pur essendoci almeno tre gradi di separazione tra noi. Il sindaco Mamdani ha poi tenuto una conferenza stampa in cui mi ha accusata usando aggettivi come “riprovevole”…”. Ne parla dettagliatamente l’articolo di Invictapalestina del marzo 2026 che traduce il video allegato. Il racconto che ha causato il dibattito incriminato è il quarto del libro, quello scritto da Diana Sleih, giovane studentessa universitaria. Un racconto che in italiano porta il titolo “La schiuma della strada” narra in maniera toccante la questione dei servizi igienici nelle tendopoli di Gaza. L’ho trovato bellissimo. La difesa di Susan, del suo lavoro, è come sempre radicale, lucida e determinata (vi invito a leggere il link e vedere il video su invictapalestina.org). Queste le parole conclusive e cordiali, non senza moniti, restituite a Mandani: “Infine, e a parte, voglio congratularmi con lei per il lavoro svolto e che continua a portare avanti per le famiglie lavoratrici di New York. Ho osservato con ammirazione come ha messo in evidenza il ruolo dei lavoratori municipali come eroi di ogni tempesta di neve. Come ha ripensato l’assistenza all’infanzia come un diritto per ogni famiglia che lavora e come una responsabilità sociale per tutti. Queste sono cose degne di rispetto e ammirazione. Ma nel caso che mi riguarda, lei ha sbagliato. Ha ceduto alle forze che cercano di indebolirla, di denigrare la sua talentuosa e bellissima moglie e il suo lavoro, affondando sempre di più i loro artigli ad ogni sua scusa o concessione. Se non sta attento, le svuoteranno l’anima prima ancora che se ne renda conto. Le auguro ogni bene, signor Mamdani”. Comune ospita ogni giorno diversi articoli: c’è da augurare a tutti gli scrittori e giornalisti che collaborano di continuare a cercare, come fa Susan Abulhawa, le parole giuste per arricchire e liberare il pensiero. Ogni istante è una vita, quindi buon Tahrir a tutte e tutti. -------------------------------------------------------------------------------- Qui una presentazione del libro Ogni istante è una vita. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ogni istante proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Che sia libero prima che sia troppo tardi
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 18 luglio. Foto Sanitari per Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il dottor Hussam Abu Safiya, arrestato il 27 dicembre 2024, dopo ripetuti attacchi all’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo rimasto funzionante nel nord di Gaza prima della distruzione totale, dove lavorava come pediatra e direttore, è in pericolo di vita. Sabato 18 luglio a Roma si è svolto l’ultimo di una serie di presidi (e ce ne saranno ancora) promosso dalla rete dei Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, Libere Cittadine per la Palestina e #Digiunogaza, che hanno dato seguito all’appello internazionale lanciato da Doctors against genocide e dalla Croce Rossa Internazionale che chiedono urgentemente, insieme alle numerose mobilitazioni di questi giorni, la liberazione del dottor Abu Safyia e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti illegalmente nelle carceri israeliane. Come riferisce Amnesty International (qui) Il dottor Abu Safyia è detenuto senza incriminazione né processo in base alla cosiddetta “Legge sui combattenti illegali”, una normativa che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili indefinitamente nei confronti di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello stato o di essere coinvolto in attività ostili, sulla base di prove segrete e senza l’obbligo di presentare un atto d’accusa. Abu Safiya è detenuto nel centro di detenzione di Rakevet, una sezione sotterranea situata sotto il complesso carcerario di Ayalon, dove i detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza sono sottoposti a torture e a trattamenti disumani. Il centro è stato riaperto durante il genocidio, dopo essere stato chiuso nel 1985 proprio a causa delle sue condizioni disumane. Il 16 giugno 2026 la Corte suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato dal dottor Safiya contro la sua detenzione, confermandola almeno fino a ottobre 2026. Israele impedisce al Comitato internazionale della Croce Rossa di visitare le persone palestinesi detenute e imprigionate dall’ottobre 2023. Il 2 luglio l’avvocato Nasser Odeh dell’associazione Physicians for Human Rights Israel ha visitato Abu Safyia e ha riferito di aver visto lividi recenti e segni di tortura sulla testa e su tutto il corpo del dottore al punto da renderlo quai irriconoscibile. Il medico si è presentato all’incontro con mani e piedi incatenati. Nella sua drammatica testimonianza l’avvocato lo ha descritto come estremamente debilitato e sul punto di perdere conoscenza. Come già hanno confermato i Sanitari per Gaza nell’incontro di cui abbiamo scritto (qui), l’avvocato Odeh ha riferito che il dottor Safiya gli ha detto: “Questa è l’ultima volta che mi vedrai… Mi hanno portato qui per uccidermi”. Secondo quanto riferito dall’avvocato, dopo il trasferimento nel famigerato centro di detenzione di Rakevet, il medico è stato sottoposto quotidianamente a percosse, minacce e ad altre forme di violenza, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso una significativa quantità di peso, circa 40 chili. Erika Guevara Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International. ha detto che “i dettagli che stanno emergendo sul peggioramento delle condizioni di detenzione del dottor Hussam Abu Safiya sono davvero agghiaccianti. È inaccettabile che un pediatra, che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri nella Striscia di Gaza occupata, sia sottoposto a torture e maltrattamenti, compresi gravi abusi fisici e psicologici e un prolungato isolamento, mentre viene detenuto senza alcuna giustificazione… Queste condotte rientrano tra gli elementi che caratterizzano il genocidio in corso commesso da Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Le semplici espressioni di preoccupazione rappresentano ormai poco più di un cinico alibi per giustificare l’inazione degli stati di fronte alla sistematica distruzione dei diritti umani della popolazione palestinese” e, aggiungiamo, allo sterminio di giornalisti, reporter e di chiunque testimonia le atrocità compiute dall’IDF su ordine del governo di Netanyhau. Le più importanti organizzazioni sanitarie internazionali, come People Health Movement, Doctors for Gaza e Health Advisory Council of The Jewish Voice for Peace, chiedono che l’Israeli Medical Association (IMA) sia sospesa dalla World Medical Association (WMA) per non aver denunciato il genocidio dei palestinesi, la distruzione delle strutture sanitarie, le torture e le uccisioni degli operatori sanitari a Gaza. Un articolo del 16 giugno della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, (qui) riporta le parole di Leslie London, professore emerito di Sanità Pubblica all’Università di Cape Town, secondo il quale “l’IMA è collusa negli indicibili trattamenti riservati ai palestinesi nel corso della guerra. Non c’è alcun riconoscimento dell’evidenza che i soccorsi e il personale sanitario a Gaza siano stati bersagli, né delle crudeli, inumane e degradanti condizioni dei detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. Mentre i gazawi sono affamati, privati dell’acqua e di cure mediche, l’IMA rimane silente”. Benchè l’IMA abbia sostenuto che le accuse contro di lei sono menzogne e che la petizione è un pericoloso precedente che confonde il governo del paese con le sue associazioni sanitarie, Derek Summerfield, ricercatore-senior al King’s College di Londra che l’ha firmata insieme ad altre 1150 associazioni e operatori sanitari dice che “l’IMA ha rotto ogni regola della World Medical Association”. Nell’ottobre 2025 South African Medical Association ha sospeso i legami con l’IMA e ne ha richiesto la sospensione dalla WMA per la sua condotta “nel contesto degli obblighi etico-sanitari e umanitari internazionali”. Come ha ribadito giorni fa a Radio Onda d’Urto Vittorio Infante, psichiatra e psicoterapeuta all’Università di Roma “Tor Vergata”, attivo nei Sanitari per Gaza, più di 1.700 operatori sanitari sono stati trucidati e la sanità a Gaza è al collasso, essendo stati distrutti tutti i 36 presidi sanitari nella Striscia. In Cisgiordania la situazione non è migliore. Paola Prestigiacomo (Sanitari per Gaza), coordinatrice infermieristica e strumentista di sala operatoria ci dice che “in Cisgiordania hanno paura che succeda quello che succede a Gaza, con la polizia israeliana che è complice dei coloni. L’arresto che c’è stato a novembre di Luisa Morgantini, Michael e Hassan Selmi ha dimostrato il clima di terrore in cui vivono i villaggi. Sono stati fermati a Masafer Yatta ed è stato detto loro che quella era una zona militare ma non lo era; uno dei coloni ha cominciato a insultarli. Hanno chiamato la polizia che ha intimato di andarsene e Luisa ha detto loro a brutto muso che quella non era zona militare. L’hanno presa – una persona di 85 anni – portata in commissariato e interrogata”. “Per questo – continua Paola- sono importanti le mobilitazioni di questi giorni, perché se uno stato riconosce che c’è genocidio, ci sono degli obblighi da parte di quello stato sia economici sia imperativi per impedire il genocidio, riparare e pagare i danni di guerra, invece i nostri governi sono complici. Israele è stato sanzionato 150 volte ma non ha firmato lo Statuto di Roma e non ha neanche confini delimitati”. Le azioni di sostegno e le mobilitazioni dei Sanitari per Gaza e di altre reti sono essenziali. “La nostra ‘mission’ per Gaza e per la Cisgiordania è che là c’è una violazione chiara dei diritti umani e dei diritti di salute delle persone. É questo che ci unisce. Noi lavoriamo h 24, ma a rotazione tu vedi turnisti in piazza, medici e operatori e operatrici che, dopo aver fatto turni massacranti, sono ai presidi sotto il sole a 40 gradi…E ci sono tante e tanti attivi nelle retrovie”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che sia libero prima che sia troppo tardi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione http://storieinmovimento.org/2026/07/22/la-riproduzione-tra-militarizzazione-e-prefigurazione/?pk_campaign=feed&pk_kwd=la-riproduzione-tra-militarizzazione-e-prefigurazione #Spermopolitica #riproduzione #corporeità #attivismo #giustizia #Palestina #Blog
La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione
A breve sarà in distribuzione "Corpo a corpo", il numero 70 di «Zapruder». Per annunciarlo abbiamo chiesto a Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito, Federica Timeto di tornare a riflettere sulla loro pubblicazione "Spermopolitica. Giustizia riproduttiva e resistenza in Palestina" L'articolo La riproduzione tra militarizzazione e prefigurazione sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.