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MEDIO ORIENTE: DOPO LO SCAMBIO DI ATTACCHI, ENNESIMA “TREGUA ARMATA” TRA IRAN E ISRAELE. ANCORA BOMBE SU LIBANO E GAZA
I Pasdaran iraniani hanno sospeso le operazioni militari contro Israele avvertendo al contempo di “attacchi più duri e devastanti” qualora Tel Aviv tornasse a violare la tregua, parziale, violata nelle scorse ore in Libano. Prima dello stop, l’esercito iraniano aveva fatto sapere di avere ucciso 5 persone di un non meglio precisato “gruppo separatista” attivo nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan, al confine con il Pakistan. Sono stati 19 gli arresti nella stessa operazione, durante la quale è morto anche un militare iraniano. Teheran parla di un gruppo “affiliato ai servizi segreti di Stati Uniti e Israele” che avrebbe “pianificato di entrare in Iran attraverso la zona di confine di Saravan”. Tutto questo è accaduto dopo una notte e una mattinata di bombardamenti israeliani su diversi siti iraniani, in particolare impianti petrolchimici, e dopo i missili che le forze armate iraniane avevano lanciato verso Israele in risposta al precedente raid sionista contro il Libano – e in particolare sulla capitale Beirut – in aperta violazione della tregua stipulata pochi giorni fa. Per la prima volta da mesi, 2 missili sono partiti anche dallo Yemen, dove gli Houthi hanno annunciato il divieto di navigazione per le navi israeliane nel Mar Rosso con un blocco nello stretto di Bab al-Mandab. Al momento, su pressione del presidente Usa Trump, il premier israeliano Netanyahu ha detto che “per ora gli attacchi sono cessati”. Da Teheran il presidente iraniano Pezeskhian fa sapere: “non abbandoneremo né il campo di battaglia né il tavolo dei negoziati. Restiamo impegnati sui 2 fronti”. In Libano, intanto, anche oggi 7 persone sono state uccise e 24 ferite in una serie di bombardamenti israeliani. Gli attacchi hanno colpito Nabatiye, Sidone, Tiro (qui danneggiate anche le rovine romane, patrimonio mondiale dell’Unesco) Bint Jbeil, Marjayoun e Jezzine. A Gaza, in Palestina, almeno una dozzina di palestinesi sono stati uccisi soltanto nella mattinata di oggi, lunedì 8 giugno. Fonti mediche della Striscia hanno annunciato che il bilancio delle vittime del genocidio per mano israeliana è salito a 72.980, con 173.171 feriti dal 7 ottobre 2023 a oggi. Il numero totale di palestinesi uccisi dall’annuncio del cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha raggiunto quota 970, mentre il numero dei feriti registrati nello stesso periodo è salito a 3.063. Inoltre, sono stati recuperati 782 corpi in diverse località. Per commentare gli ultimi sviluppi su Radio Onda d’Urto è intervenuto il giornalista palestinese Samir Al Qaryouti. Ascolta o scarica.
June 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Il problema é il sionismo, non solo Netanyahu: presidio a Torino
Oggi, lunedì 8 giugno h17 (Corso Inghilterra 7) Torino per Gaza ha organizzato una contestazione dell’evento organizzato da “Sinistra per Israele”. “Domani contesteremo l’ennesimo evento vergognoso, partecipato da ipocriti parolai che provano a riabilitare Israele, cancellando con un colpo di spugna i suoi crimini storici. […] La Palestina lotta per la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e la giustizia storica. Questo processo di liberazione non può che iniziare con il riconoscere che Israele non è uno stato democratico, bensì un regime coloniale.” dal comunicato di Torino per Gaza Parlare ancora oggi di “due popoli, due Stati” e sostenere che Netanyahu sia l’unico problema significa mistificare la realtà del progetto sionista coloniale, razzista ed estrattivista, finalizzato alla pulizia etnica del popolo palestinese e di tutti quei territori, come il Libano, che si oppongono al progetto coloniale della Grande Israele. Dopo oltre due anni di genocidio a Gaza, che continua ancora oggi attraverso i bombardamenti, l’affamamento deliberato della popolazione, l’ingresso discontinuo dei beni di prima necessità e i progetti di sfruttamento e speculazione nella Striscia, fino alla riproposizione delle stesse dinamiche di occupazione e devastazione in Libano, continuare a sostenere queste retoriche false e faziose significa essere complici di quanto accade in Medio Oriente e del mantenimento di uno stato di violenza, oppressione e privazione dei diritti che continua a colpire il popolo palestinese. Ne abbiamo parlato con Sara di Torino per Gaza
Il popolo di Israele non si tocca
-------------------------------------------------------------------------------- Tenda medica, Tenda scuola, Cucina popolare, Iniziative di supporto psicologico per bambini e bambine: sono alcune delle attività quotidiane promosse da SOS Gaza -------------------------------------------------------------------------------- C’è un argomento che torna puntuale, quasi liturgico, ogni volta che si discute di sanzioni a Israele: penalizzerebbero il popolo israeliano, non il governo. Un argomento “toccante”. Quasi “commovente”. Degno di persone che fino a ieri non avevano mai pronunciato la parola “sanzioni” in vita loro e che domani, con ogni probabilità, torneranno a non pronunciarla. Perché questo argomento — nella sua lunga storia — non lo abbiamo mai sentito per nessun altro. I precedenti che nessuno ricorda Cominciamo dalla fine, dal caso più recente e più vicino a noi. Russia, 2022. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha costruito in poche settimane il più imponente pacchetto sanzionatorio della storia contemporanea: energia, banche, esportazioni tecnologiche, congelamento di asset privati, esclusione dallo Swift, chiusura dello spazio aereo. Le conseguenze sul russo comune sono state immediate e documentate: crollo del potere d’acquisto, sparizione di beni dal mercato, impossibilità di accedere ai propri risparmi. Nessuno, nei parlamenti europei, ha alzato la mano per dire: ma il popolo russo? Le misure sono passate con voto quasi unanime, in un clima di urgenza morale che non ammetteva distinguo. Con una coerenza, aggiungo, che si sarebbe dovuta conservare. Iran, da quarant’anni. Le sanzioni sull’Iran sono talmente pervasive da colpire farmaci, reagenti medici, pezzi di ricambio per gli aerei civili., come documentato da organizzazioni umanitarie e da studi accademici che nessuno cita nei talk show. Il popolo iraniano — che in piazza, a mani nude, ha rischiato la vita contro la teocrazia — paga il conto insieme alle Guardie della Rivoluzione. Le sanzioni reggono, si rafforzano, si rinnovano. Nessuna obiezione di principio. Cuba, sessant’anni. L’embargo più lungo della storia moderna. Ha impoverito generazioni, ha creato scarsità strutturale, ha trasformato la sopravvivenza quotidiana in un’impresa. E sia chiaro: Cuba non ha mai invaso un paese sovrano. Non ha bombardato città straniere. Non occupa territori altrui. Le sanzioni non nascono da una risposta a un’aggressione — nascono dalla Guerra Fredda, dalla pressione della lobby cubana in Florida, dalla volontà degli Stati Uniti di punire un governo scomodo alle proprie porte. L’Unione Europea, per anni, le ha subite e assecondate senza opporre il principio della sovranità o la tutela del popolo cubano. Le sanzioni sono rimaste, non perché servissero a qualcosa, ma perché servivano a qualcun altro. Iraq, anni Novanta. Il caso più brutale, quello che dovrebbe chiudere ogni discussione. Il regime sanzionatorio imposto dopo la Guerra del Golfo è stato uno dei più letali della storia recente. L’Unicef stimò, a fine decennio, centinaia di migliaia di morti tra i bambini iracheni per effetto diretto delle sanzioni: malnutrizione, mancanza di medicine, crollo del sistema sanitario. Nel 1996, interpellata da Lesley Stahl sulla CBS — mezzo milione di bambini morti, è un prezzo che vale la pena? — Madeleine Albright rispose: «Pensiamo che il prezzo valga la pena». Non si dimise. Non fu cacciata. Fu nominata Segretaria di Stato. Ma il precedente più diretto, quello che rende il dibattito attuale non solo ipocrita ma storicamente analfabeta, viene da più lontano. Sudafrica dell’apartheid. Per decenni, il movimento internazionale per le sanzioni al regime di Pretoria fu uno dei fronti più importanti della politica progressista mondiale. Boicottaggio culturale, embargo sulle armi, disinvestimento finanziario, esclusione sportiva. Le stesse argomentazioni che oggi vengono agitate contro BDS e contro qualsiasi misura di pressione su Israele furono usate, parola per parola, per difendere il Sudafrica dell’apartheid: le sanzioni danneggiano i lavoratori neri più che il governo bianco; l’isolamento non porta al dialogo; bisogna privilegiare l’engagement. Chi le pronunciava allora stava dalla parte sbagliata della storia. Chi le pronuncia oggi sa perfettamente cosa sta facendo. Rhodesia, 1965. Quando Ian Smith dichiarò unilateralmente l’indipendenza dal Regno Unito per preservare il dominio della minoranza bianca, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu impose per la prima volta nella storia sanzioni obbligatorie contro un paese in tempo di pace. Nessuno si preoccupò troppo del popolo rhodesiano, né quello nero, ovviamente, né quello bianco che pagava un prezzo per le scelte del proprio governo. Si stabilì semplicemente che esisteva una soglia oltre la quale la comunità internazionale aveva non solo il diritto ma il dovere di agire. Quella soglia fu tracciata. Per la Rhodesia di Smith. Non per Israele. Potremmo continuare. Myanmar. Bielorussia. Zimbabwe. Venezuela. La storia delle sanzioni internazionali è la storia di uno strumento applicato ogni volta che la comunità internazionale ha deciso che una condotta di governo era inaccettabile. In nessuno di questi casi l’argomento ma il popolo? ha fermato niente. In nessuno di questi casi ha costituito un veto morale. Diventa tale, per la prima e unica volta nella storia, quando si parla di Israele. Annotare questa eccezione senza nominarla per quello che è richiede una disonestà intellettuale che, a questo punto, è diventata strutturale nel discorso pubblico occidentale. Ma di quale popolo stiamo parlando? C’è però un altro problema con l’argomento, più scomodo ancora: i dati. Perché il “popolo israeliano” che le sanzioni andrebbero a proteggere non è esattamente la vittima inconsapevole di un governo che agisce a sua insaputa. È un popolo che quel governo, in larga misura, condivide. I numeri sono pubblici e provengono da istituti di ricerca israeliani e internazionali, non da fonti ostili. Un sondaggio congiunto del settembre 2024 condotto dalla Tel Aviv University ha registrato il livello più basso di sostegno alla soluzione a due Stati tra gli ebrei israeliani da quando i rilevamenti hanno avuto inizio, nel 2010: solo il 21%. Un sondaggio del gennaio 2025 ha rilevato che il 71% degli israeliani si oppone alla creazione di uno Stato palestinese, in linea con una rilevazione dell’INSS di dicembre 2024 secondo cui per la prima volta in quasi vent’anni una maggioranza di ebrei israeliani si oppone all’istituzione di uno Stato palestinese in qualsiasi forma. Sul fronte dell’occupazione, il 68% degli intervistati si esprime a favore della sovranità israeliana in Cisgiordania. A settembre 2025, secondo l’Israel Democracy Institute, il supporto alla soluzione a due Stati tra gli ebrei israeliani era ulteriormente sceso al 18,5%. Non si tratta di un popolo tenuto in ostaggio da un governo che agisce contro la sua volontà. Si tratta di un popolo che, in proporzioni maggioritarie e documentate, condivide le premesse ideologiche di ciò che quel governo sta facendo. La distinzione governo/popolo, che in altri contesti ha una sua validità analitica, qui viene agitata come scudo emotivo. Non regge all’esame dei fatti. Non regge ai numeri. Le prossime elezioni non cambiano nulla L’ultimo rifugio di questo argomento è elettorale: presto si vota, Netanyahu cadrà, le cose cambieranno. Vale la pena guardare anche questo da vicino. Le elezioni israeliane devono tenersi entro il 27 ottobre 2026. I sondaggi mostrano un quadro consolidato: la coalizione di Netanyahu non ha la maggioranza, ma l’opposizione — divisa tra centristi, liberali, destra moderata ed ex alleati dello stesso Netanyahu — non riesce a trasformare il malcontento in un’alternativa stabile di governo. Il principale candidato alternativo è Naftali Bennett, lo stesso Bennett che nel 2025 ha dichiarato pubblicamente di sognare un risveglio in cui i palestinesi tra il fiume e il mare siano “semplicemente scomparsi”, e che ha giurato di escludere qualsiasi coalizione con i partiti arabi, considerati sospetti nel quadro del conflitto. Dopo il 7 ottobre, quasi tutto l’arco parlamentare israeliano si è spostato su posizioni securitarie, con differenze che riguardano il metodo di gestione del conflitto, non le sue premesse. Nel frattempo, a destra crescono le forze ultranazionaliste e religiose. In altre parole: il cambio di governo che dovrebbe rendere inutili le sanzioni porterebbe al potere forze che sulla questione palestinese si collocano, nella migliore delle ipotesi, esattamente nello stesso punto. L’alternativa a Netanyahu non è la pace. È Bennett. Chi agita le prossime elezioni come argomento contro la pressione internazionale sta, consapevolmente o no, chiedendo di aspettare per sempre. Una sudditanza che ha un nome Ora, improvvisamente, scopriamo che le sanzioni sono uno strumento crudele, indiscriminato, che punisce gli innocenti invece dei colpevoli. Il popolo russo, iraniano, cubano, iracheno, sudafricano, rhodesiano non ha mai goduto di questa considerazione. Il popolo israeliano sì. La domanda da fare — e che nessuno fa — è perché? La risposta non sta in una qualche coerenza di principio che ci siamo persi. Sta in qualcosa di più semplice e più difficile da nominare: una sudditanza politica, culturale e istituzionale nei confronti di Israele e dei suoi alleati che ha deformato per decenni il diritto internazionale, il discorso pubblico, i meccanismi di pressione collettiva. Una sudditanza che si manifesta ogni volta che un parlamento europeo si blocca, ogni volta che un funzionario Onu viene silurato, ogni volta che un atleta viene squalificato per aver indossato una kefiah e uno Stato che bombarda ospedali continua a partecipare alle competizioni internazionali indisturbato. Non è prudenza. Non è equilibrio. Non è complessità. È una gerarchia. Una gerarchia di popoli, di vite, di principi applicati in funzione di chi li subisce, e di chi, nell’ombra, si assicura che continuino ad essere applicati così. Quella gerarchia ha un nome. E chi la pratica, di solito, preferisce non pronunciarlo. Complicità. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il popolo di Israele non si tocca proviene da Comune-info.
June 7, 2026
Comune-info
«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
[2026-06-13] L'Associazione Che Guevara insieme a Donne Di Carta presentano FIGLIE DI DUE MONDI, dialogo con Sarah Mustafa, Parisa Nazari e Giuliana Sgrena @ Che Guevara Roma
L'ASSOCIAZIONE CHE GUEVARA INSIEME A DONNE DI CARTA PRESENTANO FIGLIE DI DUE MONDI, DIALOGO CON SARAH MUSTAFA, PARISA NAZARI E GIULIANA SGRENA Che Guevara Roma - Via Fontanellato 69 (sabato, 13 giugno 17:30) Non è forse questo la scrittura, lo scrivere: uno sguardo dall’alto che ci consente di scoprire nelle orme lasciate sulla strada, nelle cose che salviamo dopo una tempesta, un disegno, qualcosa a cui, per naturale tendenza a inventare storie, attribuiamo un senso? Il mettersi quasi in punta di piedi non per guadagnare un’altezza fisica ma per creare la distanza necessaria per cominciare a narrare. Sarah Mustafa nella sua prima prova narrativa è ricorsa al codice del giallo per poter comprendere, come fosse un’indagine appunto, i mondi che la abitano: la Palestina e l’Italia, la vita in un campo profughi e quella universitaria, la lingua dell’adattamento e la lingua dimenticata e reimparata, da chi provieni e a chi apparterrai. Forse il “giallo” è davvero un genere privilegiato per porre la grande domanda: chi sei? Giuliana Sgrena i conflitti li ha sempre guardati dritti negli occhi e raccontati anche attraverso quelli di chi, donne e bambini, ne sono le vittime dimenticate o date come effetti collaterali. Ma questa volta la sua scrittura ha il furore olimpico di chi raccoglie le sue esperienze di inviata speciale per ribaltare la doppia accusa di sopravvissuta e di intrusa nel mondo maschile del giornalismo di guerra rivendicando la forza e l’onestà di una scelta. Parisa Nazari, attivista, traduttrice, mediatrice culturale. Una donna iraniana che si è fatta custode della lingua della sua terra traducendo per l’Italia adottiva non solo opere letterarie ma i sogni i desideri e le grida di un popolo, che il mondo ha imparato a conoscere soprattutto attraverso la lunga lotta di Donna Vita Libertà. Esperienze diversissime eppure in ognuna c’è quello sguardo che pone a un livello superiore il conflitto, la ferita, in un desiderio potente di riscatto identitario personale e collettivo. Figlie di due mondi, appunto. Ascoltarle è un regalo da condividere. Se ti piacciono le nostre iniziative puoi aiutarci col tuo 5x1000 codice fiscale 97768200582
June 7, 2026
Gancio de Roma
Gaza, le prove nelle ferite dei bambini
Il reportage del de Volkskrant premiato all’European Press Prize 2026 documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Un giornalismo che supplisce all’assenza di giornalisti. E istituzioni che fanno finta di non sentire. Il 3 giugno 2026, a Lisbona, l’European Press Prize ha assegnato il Distinguished Reporting Award ai giornalisti olandesi Maud Effting e Willem Feenstra del de Volkskrant per il reportage What the wounds are telling us, in italiano: Cosa ci dicono le ferite. La giuria lo ha definito “un lavoro straordinario che combina raccolta di dati e ritratti profondamente umani dei medici”, sottolineando come il pezzo costruisca intorno a questi testimoni la cornice di “ultimi osservatori internazionali”. Il premio più prestigioso del giornalismo europeo, selezionato tra oltre ottocento candidature da quarantaquattro Paesi, va dunque a un’inchiesta su Gaza. C’è un paradosso in questo riconoscimento che vale la pena nominare con chiarezza. L’Europa che premia è la stessa Europa che, con poche eccezioni, si è rifiutata di vedere. I governi degli stessi Paesi da cui provengono i medici-testimoni — Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi — hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica o semplicemente silenzio. Il premio arriva tre anni dopo l’inizio di una guerra che ha prodotto, secondo le autorità sanitarie di Gaza, oltre 64.000 morti, quasi 20.000 dei quali bambini. Premiare il giornalismo che ha documentato questo è giusto. Ma il gesto rischia di assolvere, indirettamente, l’inerzia politica che quel giornalismo ha denunciato. Il reportage del Volkskrant vale la pena di essere letto nella sua interezza e di essere raccontato, nei limiti che il rispetto del lavoro altrui impone, perché contiene qualcosa che i comunicati ufficiali e i dibattiti parlamentari non riescono a trasmettere: la specificità concreta del male. Effting e Feenstra hanno parlato per mesi con diciassette medici e un infermiere che, dall’ottobre 2023, hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche attraverso Gaza, spesso tornandoci due volte. Chirurghi d’emergenza, anestesisti, ortopedici, chirurghi plastici, intensivisti. Molti avevano esperienza in Sudan, Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina. Nessuno era preparato a quello che ha trovato. A loro, e non ai giornalisti che Israele esclude sistematicamente da Gaza, è toccato il compito di testimoniare. Le sale operatorie, scrivono Effting e Feenstra, sono diventate sale di redazione. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze, supportate da fotografie, radiografie, appunti clinici e diari personali consegnati al giornale, ruota attorno a un dato che i due autori hanno costruito con precisione metodologica: quindici medici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Conteggio conservativo, casi incerti esclusi: almeno 114 bambini. La maggior parte non è sopravvissuta. Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato. Non è shrapnel. Non è il danno da esplosione indiscriminata. È un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza. Il patologo forense Wim Van de Voorde, professore emerito all’Università di Lovanio, ha esaminato le immagini: «È molto probabile che si tratti di colpi a lunga distanza, mirati alla testa e al collo, con munizioni militari». Il patologo Frank van de Goot, osservando le radiografie dei crani infantili con proiettili conficcati all’interno, ha notato che le pallottole avevano perso molta energia lungo il percorso, segno che i bambini erano stati colpiti da distanza considerevole. L’ex comandante delle forze di terra olandesi Mart de Kruif ha escluso che più di cento casi analoghi possano essere attribuiti al caso: «Se vedi un numero elevato di ferite da arma da fuoco all’area del petto e alla testa, non si tratta di danni collaterali. Si tratta di targeting deliberato». Israele ha rifiutato di rispondere alle domande sui cecchini. Il governo Netanyahu nega che i soldati sparino deliberatamente sui civili. Ma soldati anonimi hanno confessato il contrario sul quotidiano israeliano Haaretz, e l’organizzazione Breaking the Silence, fondata da veterani dell’esercito israeliano, ha documentato, sulla base di centinaia di interviste, ordini di sparare su chiunque entrasse in determinate aree. Vi è poi un secondo piano documentato dal reportage, forse il più perturbante perché il meno discusso: quello che i medici hanno chiamato, con un termine che rimanda all’universo videoludico, la gamification della guerra. I chirurghi hanno notato ondate di pazienti le cui ferite sembravano coordinate per regione corporea: testa e collo un giorno, addome il giorno dopo, arti il seguente, poi genitali. Il chirurgo Nick Maynard dell’Università di Oxford ha raccontato al giornale che un residente in urologia del Nasser Hospital ha trattato quattro ragazzi colpiti ai testicoli in un singolo giorno. Goher Rahbour ha visto cinque o sei pazienti in una giornata con colpi a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. I soldati israeliani, sempre su Haaretz, hanno ammesso di sparare sui civili in attesa agli snodi di distribuzione alimentare, chiamando questa pratica con il nome di un gioco infantile, il semaforo, in cui i civili “sanno” che possono avvicinarsi solo quando il fuoco si interrompe. Non è un dettaglio marginale. È la descrizione di un sistema che ha trasformato l’uccisione in routine ludica, attribuendo al tiro sui corpi una struttura di gioco con regole, punteggi, record. Nel 2020, cecchini israeliani avevano già raccontato a Haaretz di gare per colpire il maggior numero di ginocchia in una singola giornata: il primato era di quarantadue. A tutto questo si aggiunge la documentazione sulle armi a frammentazione. Nove medici hanno riferito di aver estratto dai corpi dei pazienti, bambini inclusi, minuscoli frammenti metallici a forma di cubo o cilindro, capaci di produrre ferite di ingresso microscopiche e devastazione interna massiccia. Il chirurgo Mark Perlmutter, vicepresidente dell’International College of Surgeons, afferma di aver consegnato due frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. L’esercito israeliano definisce questa documentazione «una menzogna palese» e nega di possedere o impiegare tali armi. Il 28 maggio 2025, Feroze Sidhwa, il chirurgo californiano che aveva aperto il reportage con la scena dei quattro bambini intubati il suo primo giorno a Gaza, ha parlato davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «I miei pazienti avevano sei anni, con schegge nel cuore e proiettili nel cervello». Aveva ammorbidito il discorso originale su consiglio di un amico fidato, per non allontanarsi troppo dalla convenzione diplomatica. Eppure quella frase è rimasta. Ed è rimasta inascoltata. Il reportage di Effting e Feenstra fa quello che il giornalismo deve fare quando le istituzioni abdicano: costruisce un archivio. Fotografie, radiografie, diari, testimonianze incrociate, perizie forensi. Un archivio che dice, con il linguaggio della medicina trasformata in prova, ciò che la politica si rifiuta di nominare. Sidhwa, tornato a Stockton, ha ripreso i suoi pazienti in California. Mamode ha strappato la tessera del Partito Laburista. Perlmutter ha consegnato i frammenti di tungsteno alla Corte Penale Internazionale. Ognuno di loro ha fatto la propria parte. Il premio di Lisbona certifica che quella parte era anche giornalismo. Resta aperta, e sempre più urgente, la domanda su quale parte tocchi a chi ha il potere di agire e continua a non farlo. Fonti Maud Effting, Willem Feenstra, What the wounds are telling us, de Volkskrant, settembre 2025 (Distinguished Reporting Award, European Press Prize 2026, cerimonia di Lisbona, 3 giugno 2026) https://www.volkskrant.nl/kijkverder/v/2025/gunshot-palestine-children-israel-war~v1819649/ Feroze Sidhwa et al., 65 Doctors, Nurses, and Paramedics: What We Saw in Gaza, The New York Times, 9 ottobre 2024 https://www.nytimes.com/interactive/2024/10/09/opinion/gaza-doctors-letter.html Breaking the Silence, The Perimeter, rapporto basato su interviste a soldati israeliani, 2024 https://www.breakingthesilence.org.il/the-perimeter BBC News, indagine su oltre 160 bambini feriti da arma da fuoco a Gaza, agosto 2024 https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo The Lancet, gruppo di ricercatori internazionali sulla stima delle vittime a Gaza, 2024 https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(24)01169-3/fulltext Nizam Mamode, audizione davanti alla commissione parlamentare britannica, autunno 2024 https://committees.parliament.uk/event/22392 Feroze Sidhwa, intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, New York, 28 maggio 2025 https://webtv.un.org/en/asset/k1m/k1m4v8a3x7 Amnesty International, rapporti sull’uso di armi a frammentazione a Gaza, 2023–2025 https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north-africa/middle-east/israel-and-occupied-palestinian-territory/ Haaretz, testimonianze anonime di soldati israeliani sul tiro sui civili e sui punti di distribuzione alimentare, 2024–2025 https://www.haaretz.com Haaretz, inchiesta sui cecchini israeliani e il tiro alle ginocchia, 2020 https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-israeli-snipers-brag-about-shooting-gaza-protesters-knees-1.8632555 Francesco Russo
June 6, 2026
Pressenza
Palestina sul tetto del mondo
Articoli di Alessandra Filippi, Michele Giorgio, Marwa Rommaneh, Maurizio Perriello, Alessandro Lamberti, Gian Luca Gasca, Mario Sommella, Linda Maggiori, Chiara Cruciati ed altro. Con video e audio. SOMMARIO DI QUESTO DOSSUIER 1 – aggiornamenti da Anbamed; 2 – Alessandra Filippi sulla occupazione progressiva di Gaza; 2 – Michele Giorgio sui dati personali dei palestinesi; 3 – Marwa Rommaneh sulla scomparsa