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Il cinema e la musica contro il genocidio
Testo e firmatari della lettera aperta promossa dal collettivo Venice4Palestine (V4P), sottoscritta da Roger Waters, Guy Pearce, Annie Ernaux e altri +200 esponenti del cinema e della cultura internazionale per esortare il Festival di Venezia ad intraprendere “azioni concrete” per la Palestina. “È emersa una nuova normalità… in parte grazie a […] L'articolo Il cinema e la musica contro il genocidio su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Vicenza: chi è coinvolto con il genocidio non è benvenuto
Sabato 5 settembre, nonostante il sole cocente, più di 500 persone si sono ritrovate in Piazza Matteotti nel centro di Vicenza per affermare che chi è coinvolto nel genocidio non è benvenuto né a Vicenza né altrove. In questi giorni infatti è in svolgimento la Fiera dell’Oro che accoglie tra i tanti espositori, anche aziende israeliane. Una manifestazione ricca di interventi, quella di sabato pomeriggio, cori e un azione che ha riempito di manifesti la scritta VicenzaOro per denunciare il ruolo delle aziende diamantifere nel genocidio in Palestina. Per quanto la tendenza del comune sia quella di fare orecchie da mercante e nascondersi in finti legalismi il potere ce l’hanno per cambiare lo statuto di IEG(organizzatore delle fiere) e come sempre manca la volontà politica, perché il profitto sulla pelle delle persone è più importante del far rispettare il diritto internazionale e avere un’etica. Imbarazzante e grave la risposta ricevuta dal delegato alle aziende partecipate Marchetti: “Come già condiviso in precedenti occasioni e come dettagliato nel parere dell’Avvocatura comunale già in Vostro possesso, l’Amministrazione non ha titolo per intervenire in via autoritativa sulle scelte contrattuali della fiera e sulle dinamiche autonome dei singoli operatori privati”. Nella realtà, il comune è proprietario di maggioranza della Vicenza Holding Spa, che a sua volta è socia di maggioranza insieme a Rimini Congressi Srl dell’ING (organizzatore delle fiere) e questo le permette di intervenire concretamente sullo statuto e sul codice etico della stessa così da impedire partecipazioni di stati genocidari. Non lasceremo in pace la kermesse della Fiera dell’Oro fintanto che la presenze di Israele e di espositori a esso collegati non saranno vietate in questa fiera e in tutte le altre fatte da Italian Exhibition Group in tutto il mondo. Sappiamo di non poter contare sulle istituzioni, che continueremo a stanare, ma noi non smettiamo di pretendere giustizia e pace per il popolo palestinese e scendere in piazza! Hanno organizzato il corteo: Vicenza per la Palestina Valleagno per la Palestina Palestina libera Montecchio Bassano per la Palestina Alto vicentino per la Palestina Hanno aderito numerose realtà della città e del Veneto: BDS Vicenza CS Vicenza Comunità Palestinese del Nordest CS Juna Caracol Olol Jackson CAU Padova Donne per la Palestina Intifada studentesca Potere al Popolo Padova USB Redazione Italia
September 7, 2026
Pressenza
PALESTINA: COLTIVARE FUNGHI A JENIN “COME ATTO DI RESISTENZA”. AL MICOCOSMO, L’ESPERIENZA DI MEELAD JARADAT
Coltivare funghi in Palestina. L’esperienza di Master Mushroom di Jenin è il titolo di uno degli incontri che sabato 5 settembre ha animato la terza edizione del MicoCosmo Festival, in programma dal 2 al 6 settembre presso lo Spazio Feste di Cevo (BS) Protagonista dell’incontro, Meelad Jaradat – coltivatore di funghi di Jenin – e il suo progetto agricolo intitolato Master Mushroom. Meelad ha raccontato la sua esperienza di giovane agricoltore e coltivatore di funghi in una realtà come quella della Cisgiordania Occupata di oggi, tratteggiando i contorni di un progetto agricolo che, in quel contesto, diviene un vero e proprio “atto di resistenza” all’occupazione sionista. L’incontro ha visto la partecipazione anche di Marah Khawaja di Oxfam, tra le referenti operative del programma dell’Ong volto al supporto delle cooperative locali palestinesi e di “un’economia resiliente” in grado di incentivare una maggiore giustizia sociale ed economica nell’intera regione. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, la registrazione della conferenza Ascolta o scarica
September 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Con le comunità, contro il blocco
A fine luglio il Popular art centre (Pac), organizzazione sociale, economica e culturale  radicata in Cisgiordania, presente anche a Gaza, ha fatto circolare un appello internazionale  indirizzato ai popoli liberi del mondo che in Italia è stato diffuso da varie organizzazioni solidali. Partendo proprio dai temi di questo appello abbiamo intervistato Rami Massad, coordinatore di Pac. Nell’appello «dalla Palestina ai popoli liberi del mondo» si fa riferimento al blocco derivante dall’espansione degli insediamenti, alla confisca delle terre, agli incendi quotidiani delle abitazioni e al sequestro dei terreni agricoli e dei pozzi. In cosa consiste questo «blocco economico senza precedenti»? In che modo provate ad affrontarlo? Oltre all’espansione degli insediamenti e alla confisca delle terre, ai ripetuti incendi delle abitazioni e al sequestro dei terreni agricoli e dei pozzi, il blocco imposto oggi ai e alle palestinesi ha assunto dimensioni economiche e sociali senza precedenti. Questo blocco non si limita a misure militari dirette, consiste piuttosto in un insieme di politiche che mirano a limitare la capacità delle palestinesi di lavorare, produrre e spostarsi, ponendo al contempo l’economia palestinese in uno stato di crescente dipendenza dall’economia israeliana. Una delle manifestazioni più significative di questo blocco è l’impedimento, da quasi tre anni, a oltre 200.000 lavoratori palestinesi di raggiungere i propri luoghi di lavoro in Israele, privando decine di migliaia di famiglie di una fonte vitale di reddito e con profonde ripercussioni sull’economia locale, in particolare date le limitate opportunità di lavoro disponibili all’interno dei territori palestinesi. Il blocco si manifesta anche nella trattenuta dei proventi doganali palestinesi, stimati in oltre 6 miliardi di dollari negli ultimi tre anni. In base agli accordi stabiliti a Oslo, i proventi doganali rappresentano circa il 65% delle entrate dell’Autorità Palestinese e sono utilizzati principalmente per coprire la spesa pubblica e gli stipendi di circa 200.000 dipendenti. La trattenuta di questi fondi ha provocato una crisi finanziaria che perdura, compromettendo la capacità dell’Autorità di retribuire i propri dipendenti, la maggior parte dei quali attualmente riceve circa il 50% dello stipendio mensile. Anche il settore bancario palestinese sta subendo forti pressioni a causa di minacce e misure che incidono sui suoi rapporti bancari con le banche israeliane e internazionali. Un esempio è l’accumulo di shekel all’interno delle banche palestinesi a seguito del rifiuto delle banche israeliane di accettare grandi quantità di questa valuta. Ciò ha costretto le banche palestinesi a imporre restrizioni sull’uso dello shekel da parte dei cittadini.  L’impatto si è esteso a settori vitali: le stazioni di servizio accettano shekel dai consumatori ma incontrano difficoltà nel depositare questo denaro o nell’effettuare transazioni finanziarie di importo elevato in shekel, contribuendo così a causare carenze e interruzioni nella disponibilità di benzina e gasolio. Inoltre, si è registrata una riduzione delle quantità d’acqua assegnate alle comunità palestinesi dalla società idrica israeliana, che controlla una parte significativa del sistema idrico. In alcune zone, l’acqua arriva nelle abitazioni solo una volta alla settimana e l’intervallo tra le forniture può diventare ancora più lungo durante l’estate. Queste misure non possono essere considerate semplicemente relative ai servizi, poiché incidono direttamente sulla capacità delle persone di vivere e produrre, nonché sull’agricoltura, sulla salute e sull’economia locale. Anche la frammentazione geografica e l’isolamento delle città e dei villaggi palestinesi gli uni dagli altri, a causa di posti di blocco, chiusure e restrizioni stradali, aumentano i costi di trasporto di persone e merci, interrompono le catene di produzione e di commercializzazione, rendono difficile per i produttori palestinesi l’accesso ai mercati locali e limitano la capacità delle comunità di comunicare e cooperare tra loro. Ma soprattutto, queste politiche non sono un fenomeno recente. Sono il risultato di un lungo accumulo di politiche e accordi che hanno rimodellato l’economia palestinese e l’hanno collocata in una posizione di dipendenza. Gli accordi firmati dopo Oslo hanno limitato la capacità dei palestinesi di costruire un’economia indipendente, lasciando al contempo i meccanismi chiave per il controllo delle risorse, delle entrate e della circolazione nelle mani della potenza occupante. È difficile, ad esempio, costruire un’economia indipendente quando gran parte delle entrate pubbliche palestinesi rimane sotto il controllo della parte occupante. Di conseguenza, l’economia palestinese non è stata semplicemente lasciata in uno stato di debolezza; è stata gradualmente spinta verso un modello orientato al consumo, dipendente dalle importazioni, anziché verso la costruzione di un’economia produttiva in grado di raggiungere una maggiore autosufficienza e un distacco economico. Il controllo sulle risorse, sulle entrate e sulla circolazione può anche trasformarsi in strumenti di pressione politica e ricatto, rendendo l’economia stessa parte del più ampio conflitto politico. In questo contesto, è importante considerare anche la natura degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi. Una parte significativa dei finanziamenti internazionali è destinata a progetti di soccorso e umanitari volti ad attenuare gli effetti della crisi e a migliorare le condizioni di vita. Ciò è necessario nelle circostanze attuali, ma non affronta le radici del problema. C’è un bisogno crescente di reindirizzare una quota maggiore di questi aiuti verso la costruzione di un’economia palestinese produttiva e resiliente, rafforzando la capacità delle comunità di fare affidamento sulle proprie risorse locali e riducendo la loro dipendenza dall’economia israeliana. Come Popular Art Centre, insieme ai nostri partner, alle istituzioni e ad altre iniziative, cerchiamo di affrontare questa realtà lavorando per costruire un’economia produttiva basata sulla solidarietà e sulla cooperazione comunitaria, piuttosto che limitarci a rispondere alle conseguenze del blocco. Lavoriamo per sostenere le cooperative locali e le iniziative economiche, sviluppare la produzione agricola, rafforzare la capacità delle comunità di investire nelle proprie risorse locali e creare alternative concrete che aiutino le persone a soddisfare autonomamente parte dei propri bisogni. Tra gli esempi figurano il sostegno alle cooperative produttive e alle iniziative di orticoltura domestica, che non consideriamo semplicemente come progetti agricoli su piccola scala, ma come strumenti per rafforzare la resilienza, ridurre la dipendenza dai mercati esterni e creare fonti locali di reddito e occupazione. Allo stesso tempo, collaboriamo con le comunità in prima linea e con quelle più esposte alle pressioni attraverso iniziative nei settori della sanità, dell’istruzione e dell’economia locale, con l’obiettivo di rafforzare la loro capacità di rimanere sulla propria terra e di affrontare le condizioni che vengono loro imposte. Per noi, la resistenza economica non significa isolarsi dal mondo. Significa piuttosto sviluppare la capacità di produrre, promuovere l’interdipendenza e la solidarietà all’interno della comunità, affinché i e le palestinesi siano in grado di resistere meglio alle pressioni e meno vulnerabili alla dipendenza da un sistema economico controllato dall’occupazione. Il ruolo della società civile non deve limitarsi ad attenuare gli effetti della crisi, ma anche contribuire a costruire alternative. Ogni nuova cooperativa, ogni appezzamento di terra riportato alla produzione, ogni orto domestico e ogni iniziativa economica guidata dalla comunità rappresentano un piccolo passo verso il recupero di un certo grado di controllo sulla vita economica e il rafforzamento della resilienza della popolazione di fronte al blocco che continua a persistere. LEGGI ANCHE… PALESTINA COSTRUIRE RELAZIONI CON LA RESISTENZA PALESTINESE Gianni De Giglio - Lucy - Rami Massad Ci spieghi come funziona la «protezione della comunità» quando fate riferimento ai «Comitati popolari di autodifesa» nelle aree urbane e rurali? Per noi, la protezione della comunità non significa semplicemente proteggere le persone dagli attacchi diretti. Significa rafforzare la capacità della comunità di organizzarsi, di rispondere collettivamente alle crisi, di proteggere le proprie risorse e la propria gente, e la propria capacità di resistere alle pressioni e di rimanere sulla propria terra. Nel corso di molti anni, la struttura collettiva palestinese si è indebolita e frammentata, compresi i partiti e le forze politiche, i movimenti sociali e le iniziative comunitarie. Ciò ha gradualmente indebolito la capacità delle comunità di organizzarsi e affrontare collettivamente le sfide. Allo stesso tempo, dati i vincoli che gravano sull’Autorità Palestinese e sulle sue istituzioni, nonché la loro incapacità di fornire una protezione sufficiente ai cittadini palestinesi dai ripetuti attacchi da parte dell’occupazione, delle sue forze e dei coloni, molti villaggi e comunità si trovano a dover affrontare questi attacchi con risorse limitate e senza una protezione efficace. Questa realtà attribuisce alle comunità locali una responsabilità crescente nell’organizzarsi e nel rafforzare la propria capacità di autoprotezione e resilienza, avvalendosi delle risorse umane e materiali e delle conoscenze a propria disposizione e sviluppando meccanismi di cooperazione e risposta collettiva. Ciò assume ancora maggiore importanza alla luce delle difficili condizioni economiche, della frustrazione sociale, del declino dell’azione collettiva e della diffusione dell’individualismo – tutti fattori che rendono la ricostruzione della fiducia e della cooperazione all’interno della comunità una necessità imprescindibile piuttosto che una semplice opzione. È qui che entra in gioco il nostro ruolo di istituzioni nazionali e comunitarie. Non entriamo nelle comunità locali per fornire soluzioni preconfezionate. Cerchiamo invece di mobilitare le reti, le competenze e le risorse a nostra disposizione per aiutare queste comunità a organizzarsi e a ripristinare la loro capacità di azione collettiva. Ciò include il rafforzamento delle loro capacità produttive, sia a livello agricolo, economico, di conoscenza, culturale o programmatico; il collegamento tra istituzioni e attori locali; e l’incoraggiamento a cooperare anziché lavorare separatamente. Quando le istituzioni locali – il consiglio di villaggio, la scuola, il centro sanitario, le cooperative, le iniziative giovanili, le istituzioni culturali e sociali e altre – lavorano insieme, la comunità può sviluppare soluzioni collettive a un’ampia gamma di sfide, dalle questioni economiche, educative e sanitarie alla lotta contro gli attacchi e le violazioni subiti dai residenti. È qui che entra in gioco il concetto di «villaggi di liberazione». Per noi, un villaggio di liberazione non è semplicemente un villaggio sottoposto ad attacchi e in attesa di assistenza. È piuttosto un villaggio che produce, coopera, si organizza, investe nelle proprie risorse e costruisce reti di solidarietà all’internoe con altri villaggi e comunità. Più un villaggio è organizzato, produttivo e cooperativo, maggiore è la sua capacità di affrontare le diverse pressioni e di rimanere sulla propria terra. Uno degli strumenti più importanti su cui facciamo affidamento in questo contesto sono i comitati popolari, che uniscono al contempo inclusività e specializzazione. Essi riuniscono diverse componenti e attori all’interno della comunità e operano secondo una visione condivisa, attingendo al contempo alle competenze, alle professioni e alle aree di specializzazione delle persone. Ad esempio, un comitato sanitario è composto da medici, infermieri e operatori sanitari del villaggio ed è responsabile del monitoraggio delle esigenze sanitarie e dell’organizzazione della risposta a tali esigenze. Un comitato per l’istruzione è composto da insegnanti, accademici e operatori del settore dell’istruzione e lavora per identificare e affrontare le sfide educative e sostenere gli studenti e le scuole. Allo stesso modo, un comitato per i media e la documentazione riunisce persone con esperienza nel campo dei media, ed è incaricato di monitorare e documentare le violazioni commesse ai danni del villaggio, nonché di comunicarle alla comunità locale e agli organismi competenti. A seconda delle esigenze e delle risorse di ciascun villaggio, vengono costituiti comitati specializzati anche in altri settori, quali l’agricoltura, l’economia, i giovani, la cultura e l’ambiente, consentendo di mobilitare le competenze disponibili all’interno della comunità per soddisfarne i bisogni e rafforzarne la capacità di rispondere collettivamente alle sfide. Questi comitati non sono strutture separate dalla comunità. Al contrario, fanno parte del più ampio sistema di lavoro comunitario e operano in coordinamento con il consiglio del villaggio, le istituzioni locali, le cooperative, le iniziative giovanili e altri attori. Attraverso questa organizzazione, le competenze individuali e le risorse disponibili all’interno del villaggio si trasformano in una capacità collettiva organizzata, in grado di rispondere a diverse crisi e sfide. Nell’appello sottolineate che «questa non è una questione umanitaria, ma una questione politica e di libertà». Ciò è collegato alla questione di «una pace giusta e duratura che è diventata più difficile da raggiungere». Cosa significa «pace giusta e duratura» per voi e per la parte del popolo palestinese a cui siete legati? Quando affermiamo che «questa non è una questione umanitaria, ma una questione politica e di libertà», non stiamo negando la necessità di un sostegno umanitario o economico al popolo palestinese. Piuttosto, stiamo criticando la riduzione della causa palestinese alla sola dimensione umanitaria. Il sostegno internazionale, nelle sue varie forme, spesso considera i palestinesi come vittime che vivono in circostanze difficili e che hanno bisogno di assistenza per migliorare le loro condizioni di vita, mentre ciò non è accompagnato in misura sufficiente da un’azione politica seria volta ad affrontare le cause e le radici che generano e riproducono continuamente questa crisi umanitaria. La crisi umanitaria non può essere affrontata in modo sostenibile senza affrontare la sua causa fondamentale, ovvero il protrarsi da decenni dell’occupazione israeliana, insieme al controllo esercitato su territorio e risorse e sulla libertà di movimento, alla confisca delle terre, all’espansione degli insediamenti, alla violenza e alle continue violazioni dei diritti del popolo palestinese.  Pertanto, per quanto necessaria possa essere l’assistenza umanitaria, essa non può sostituire l’azione politica volta a porre fine all’occupazione e ad affrontare le cause profonde del conflitto. Questo ci porta al concetto di pace giusta e duratura. Per la maggioranza delle persone palestinesi, la pace non significa semplicemente l’assenza di guerra o una riduzione della violenza per un certo periodo di tempo, né significa semplicemente migliorare le condizioni di vita sotto l’occupazione. Una pace giusta significa, innanzitutto, una vera volontà politica internazionale di porre fine all’occupazione, la fine dei due pesi e due misure, il riconoscimento dei diritti politici, economici e umani del popolo palestinese e la possibilità per esso di determinare liberamente il proprio futuro. Per noi, una pace giusta significa che i palestinesi possano vivere senza il timore costante per la propria vita e per il futuro dei propri figli; che possano dormire sonni tranquilli e non con la paura di cosa accadrà il giorno successivo. Significa poter circolare liberamente e in sicurezza all’interno della propria patria; poter accedere alla propria terra e alle fonti di sostentamento; e vivere nelle proprie case senza timore di confische, sfollamenti o attacchi. Una pace giusta significa anche porre fine ai crimini e alle violazioni in corso e garantire che i responsabili rendano conto delle proprie azioni e siano assicurati alla giustizia, affinché non vi sia impunità per i colpevoli e la giustizia non sia soggetta a due pesi e due misure a seconda dell’identità della vittima o della parte che commette la violazione. Per quanto riguarda la forma della soluzione politica definitiva, riteniamo che spetti al popolo palestinese stesso decidere in merito. Considerando il protrarsi dell’occupazione, l’opposizione di ampi settori dello scenario politico israeliano – dalla destra alla sinistra – alla creazione di uno Stato palestinese indipendente e l’assenza di una reale volontà politica internazionale di porre fine all’occupazione, la questione fondamentale non dovrebbe essere quella di imporre ai palestinesi un modello politico specifico, che si tratti di due Stati, di un unico Stato o di qualsiasi altra formula. La nostra priorità è porre fine all’occupazione, smantellare il sistema di controllo e discriminazione, garantire i diritti politici, economici e sociali del popolo palestinese e, successivamente, consentirgli di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione e di scegliere la forma politica che desidera per il proprio futuro. La pace non può essere un accordo tra due parti mentre una di esse rimane sotto occupazione. Né può essere una pace giusta se ci si aspetta semplicemente che il popolo palestinese si adatti all’occupazione e viva sotto di essa in condizioni migliori. La pace giusta è quella che pone fine all’occupazione e al dominio e garantisce al popolo palestinese libertà, dignità, sicurezza e la capacità di determinare il proprio futuro. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online Il vostro l’appello si sofferma anche sulle iniziative della solidarietà internazionale in Europa e oltre. Si sottolinea la visibilità e il significato dei movimenti di solidarietà, ma anche la difficoltà dell’efficacia a determinare un cambiamento concreto. Secondo te, quali ulteriori misure dovrebbero essere adottate e rafforzate a livello internazionale, sia da parte dei movimenti di base (come ad esempio la Flotilla, gli scioperi e altre iniziative) sia da parte delle istituzioni internazionali e dei governi? Negli ultimi anni abbiamo assistito a manifestazioni e proteste su larga scala, campagne di boicottaggio, movimenti studenteschi e sindacali, scioperi e iniziative come le flottiglie di solidarietà, oltre a posizioni sempre più decise da parte di organizzazioni della società civile, sindacati e università. Questa solidarietà è molto importante per noi perché conferma che la causa palestinese non è più una questione locale e che ampi settori della popolazione in tutto il mondo rifiutano ciò che sta accadendo ai palestinesi. Ma il problema è che la portata della solidarietà popolare non si è ancora tradotta in un livello comparabile di pressione politica ed economica in grado di determinare un reale cambiamento sul campo.  Esiste un divario significativo tra ciò che affermano i popoli e i movimenti sociali e ciò che fanno i governi e le istituzioni internazionali. Pertanto, ciò di cui abbiamo bisogno oggi non è necessariamente una maggiore solidarietà in senso simbolico, ma piuttosto la trasformazione della solidarietà in una forza duratura di pressione politica ed economica. A livello dei movimenti di base, riteniamo che sia necessario passare da iniziative separate alla costruzione di un movimento internazionale più coordinato e duraturo. Le manifestazioni e le veglie sono importanti, ma diventano più efficaci se collegate a campagne a lungo termine rivolte contro enti, istituzioni e aziende che traggono vantaggio dal proseguimento dell’occupazione o vi contribuiscono. Ciò significa rafforzare le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), sostenere gli scioperi e le proteste dei lavoratori e degli studenti ed esercitare pressioni sulle università e sulle istituzioni culturali ed economiche affinché adottino posizioni chiare. Significa anche sostenere iniziative dirette come le flottiglie di solidarietà, che hanno un significativo valore politico e simbolico perché rompono l’isolamento e attirano l’attenzione del mondo sul blocco e sull’occupazione. Soprattutto, queste iniziative dovrebbero trasformarsi in reti di solidarietà a lungo termine che colleghino i movimenti palestinesi con le loro controparti in Europa e oltre. Abbiamo bisogno che la solidarietà non sia solo una reazione a un massacro o a un’escalation militare, seguita da un calo di attenzione in seguito, ma che diventi un lavoro politico e comunitario continuo che accompagni la lotta palestinese nel lungo periodo. In questo contesto, anche i movimenti internazionali dal basso possono svolgere un ruolo importante nel sostenere un’economia palestinese produttiva e resiliente, anziché limitarsi a fornire aiuti. La solidarietà può concretizzarsi nella costruzione di relazioni dirette con le cooperative palestinesi, nel sostegno ai prodotti locali, nel mettere in contatto i produttori palestinesi con reti di solidarietà e mercati alternativi, e nel finanziare iniziative che rafforzino la capacità delle comunità di resilienza, produzione e indipendenza economica. A livello di governi e istituzioni internazionali, ciò che sarebbe necessario è passare dalla gestione della crisi all’affrontarne le cause. Non è sufficiente fornire assistenza umanitaria ai palestinesi mentre continuano le politiche che creano la necessità di tale assistenza. Né la comunità internazionale può chiedere alle palestinesi di rimanere resilienti continuando a trattare l’occupazione come una realtà che può essere gestita a tempo indeterminato. È necessaria una vera volontà politica internazionale che utilizzi gli strumenti disponibili per esercitare pressioni volte a porre fine all’occupazione e a fermare l’espansione degli insediamenti, la confisca delle terre, gli sfollamenti e la violenza contro la popolazione palestinese, garantendo al contempo il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Ciò include l’uso di strumenti economici, diplomatici e giuridici, nonché la revisione delle relazioni commerciali, militari e politiche con Israele quando tali relazioni contribuiscono al protrarsi delle violazioni. I governi europei, in particolare, dovrebbero inoltre allineare le proprie politiche ai principi che sostengono pubblicamente. Non è possibile parlare di diritti umani, diritto internazionale e giustizia in altre parti del mondo, trattando al contempo le violazioni di questi principi in Palestina secondo criteri diversi. Porre fine ai doppi standard è di per sé un passo essenziale verso la ricostruzione della fiducia nel sistema internazionale. Per noi, la forma più preziosa di solidarietà internazionale è quella che non si limita a dire: «Siamo al vostro fianco», ma chiede: «Cosa possiamo fare per cambiare i rapporti di forza che vi impediscono di raggiungere la libertà?». E questa è la vera sfida che il movimento di solidarietà internazionale deve affrontare oggi: passare dalla solidarietà con la vittima al confronto con il sistema che produce la vittima, dalla compassione all’azione, e da reazioni temporanee a una strategia a lungo termine in grado di generare una pressione reale per porre fine all’occupazione e raggiungere una pace giusta e duratura. *Gianni De Giglio, promotore di SfruttaZero e del Bread&Roses a Bari, lavora nell’ambito delle politiche attive del lavoro ed è associato ai percorsi sindacali delle Clap e di FuoriMercato. Lucy, laureata in lingue e letterature straniere all’Università di Bari, fa parte del Bread&Roses Bari ed è promotrice di Assemblea Bari per la Palestina. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Con le comunità, contro il blocco proviene da Jacobin Italia.
September 7, 2026
Jacobin Italia
Gli acquiloni della Palestina sbarcano alla Mostra del cinema di Venezia
Giovedì 10 settembre, ore 18:30 saremo sulla spiaggia davanti al Palazzo del Cinema, all’Excelsior, a far volare tanti aquiloni costruiti da noi, in solidarietà con il popolo palestinese, vittima di un genocidio, e in particolare con i suoi bambini e le sue bambine, a cui è stata negata l’infanzia. Tra bombardamenti, sfollamento, fame, perdita e distruzione, persino un aquilone può diventare un atto di resistenza – e una minaccia di morte. I nostri aquiloni, con i colori della bandiera palestinese, voleranno anche a sostegno dei film palestinesi e sulla Palestina presenti alla Mostra, e per rivendicare che anche quella bandiera venga issata insieme a tutte le altre. Ancora una volta, saremo un muro di coscienza. In onore, in ricordo, in omaggio e al fianco della resistenza dei bambini palestinesi, del popolo palestinese e di tutti i popoli oppressi. Per un futuro decoloniale, da ogni fiume a ogni mare. Venite a far volare un aquilone con noi. https://www.instagram.com/p/Dc9I1Y4Fw18/?stkn=MTFyZ202bTh4MnpsMA== Global Sumud Flotilla
September 7, 2026
Pressenza
Cena di autofinanziamento per la Tre Giorni per la Pace 2026
Vi invitiamo sabato 12 settembre a Casa Rossa per un momento di incontro e partecipazione in vista della quarta edizione della Tre Giorni per la Pace. L’appuntamento è alle ore 18.00, con una riunione di verifica organizzativa in preparazione della manifestazione. A seguire, alle ore 20.00 circa, ci ritroveremo per la cena di autofinanziamento, con una quota di partecipazione di 20 euro, bevande incluse. Il ricavato della cena sarà destinato a sostenere i costi della Tre Giorni per la Pace 2026, in programma da venerdì 18 a domenica 20 settembre presso il Centro Internazionale di Quartiere, in via Fabio Massimo 19 – MM3 Porto di Mare. Sarà un’occasione per fare il punto sul lavoro organizzativo, condividere insieme gli ultimi passaggi in vista della manifestazione e trascorrere una serata conviviale.  Casa Rossa via privata Monte Lungo 2, Milano  MM1 Turro Per la cena è necessario prenotare entro le ore 20.00 di giovedì 10 settembre.  353 435 1278 — solo telefonate  coordinamentoperlapacemilano@gmail.com Cristina Mirra
September 6, 2026
Pressenza
BRESCIA: NUOVO ANNO DI MOBILITAZIONE PER LA PALESTINA, ASSEMBLEA PUBBLICA MARTEDÌ 8 SETTEMBRE
“Contro il genocidio per mano israeliana. Contro l’occupazione. Contro i rapporti commerciali e militari con l’entità sionista. Per il diritto al ritorno”. Il Coordinamento per la Palestina di Brescia rilancia un nuovo anno di mobilitazione per il “diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”. L’appuntamento con l’assemblea pubblica è per martedì 8 settembre, alle ore 20.00 al Csa Magazzino 47 (Via Industriale, 10 Brescia).
September 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Gerusalemme Est: l’istruzione palestinese tra imposizione del curriculum israeliano e crisi dei permessi
LE DUE NOTIZIE 1. Il curriculum israeliano diventa obbligatorio per un terzo degli studenti Con l’apertura dell’anno scolastico 2026-2027, martedì 1° settembre, tutte le nuove classi di prima elementare e prima media aperte nelle 105 scuole municipali israeliane di Gerusalemme Est utilizzano il curriculum israeliano al posto di quello palestinese. È la prima volta dall’annessione della città nel 1967 che questo avviene in modo sistematico su tutte le nuove classi statali. Il portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Maarouf al-Rifai, ha parlato di «crimine culturale ed educativo» e di «escalation pericolosa e senza precedenti dal 1967», sostenendo che l’aderenza al programma palestinese sia una difesa di memoria, identità, storia e del diritto a costruire la narrazione nazionale. Secondo le fonti raccolte (Haaretz, Il Manifesto, Avvenire), oltre 45.000 studenti palestinesi (tra il 36% e il 38% degli alunni palestinesi della città, secondo le diverse fonti) seguiranno ora il programma israeliano, contro circa 13.000 nel 2020 e poche centinaia 15 anni fa. La misura riguarda solo le nuove classi e non chi ha già iniziato il ciclo con il programma palestinese. Un fattore esplicativo poco discusso finora è quello economico: la crescita dell’adesione al curriculum israeliano è legata anche a scelte delle stesse scuole, sotto la pressione delle necessità occupazionali — divenute stringenti con la costruzione del Muro nei primi anni 2000, e ancora più forzose dopo il 7 ottobre 2023, quando il flusso di lavoratori tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e mercato del lavoro israeliano si è quasi azzerato: circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele risultano cancellati da allora. Su questo aspetto il giornalista di Haaretz Nir Hasson ha osservato, criticamente, che seguire il programma israeliano non trasformerà i palestinesi di Gerusalemme in sionisti né cancellerà la loro identità nazionale — una posizione che relativizza l’efficacia della misura anche da un punto di vista israeliano interno. 2. Le scuole cristiane sospendono le lezioni per il blocco dei permessi ai docenti Lo stesso giorno, il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme ha annunciato la sospensione delle lezioni in tutte le scuole cristiane della città, dopo il mancato rinnovo, senza preavviso, dei permessi d’ingresso a oltre 70 tra insegnanti e personale amministrativo, sanitario e tecnico residenti in Cisgiordania. La misura coinvolge oltre 8.500 studenti. Il Segretariato ha precisato che la sospensione, decisa in coordinamento con le autorità competenti e i rappresentanti dei genitori, proseguirà fino al rinnovo dei permessi necessari. Non è un episodio isolato: per il secondo anno consecutivo le scuole cristiane sono costrette allo sciopero all’apertura dell’anno. A gennaio 2026 dodici istituti erano già entrati in sciopero per cinque giorni dopo l’annullamento di 171 permessi, coinvolgendo circa 10.000 studenti. Il 10 marzo 2026 il ministero israeliano dell’Istruzione aveva inviato una lettera a tutte le scuole cristiane della città, comunicando che dall’anno 2026-27 l’insegnamento sarebbe stato permesso solo a docenti con certificazione israeliana e residenza a Gerusalemme — escludendo di fatto i docenti di Cisgiordania. Due mesi prima, a gennaio 2026, la Knesset aveva approvato una legge che vieta l’impiego come insegnanti, presidi o supervisori, nel sistema israeliano e in quello di Gerusalemme Est, a chi possiede un titolo conseguito in istituzioni di istruzione superiore dell’ANP. Sulla vicenda dei permessi esiste una versione ufficiale israeliana finora poco ripresa: il Cogat, l’organo che amministra i Territori, sostiene di aver concesso l’autorizzazione a chi ha ricevuto idoneità dagli apparati di sicurezza — lasciando intendere un filtro di sicurezza piuttosto che un rifiuto indiscriminato. Il Segretariato cristiano, dal canto suo, insiste che la misura si è presentata «senza preavviso». Ibrahim Faltas, esponente della Custodia francescana di Terra Santa, ha ricordato che circa 170 insegnanti provengono da Betlemme e altre città della Cisgiordania, e che per molte famiglie quel lavoro è l’unica fonte di reddito. IL CONTESTO STORICO Le scuole di Gerusalemme Est hanno seguito per decenni il curriculum giordano, retaggio dell’amministrazione di Giordania su Cisgiordania e Gerusalemme Est tra il 1950 e il 1967. Subito dopo l’occupazione del 1967, Israele tentò di imporre il proprio curriculum, ma l’iniziativa incontrò una forte opposizione — scioperi e proteste di insegnanti, genitori e studenti — che costrinse Israele a lasciare in vigore il programma giordano. Negli anni Novanta, con la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), fu introdotto gradualmente il curriculum palestinese, che porta all’esame di maturità Tawjihi. Dal 2018 il Ministero israeliano dell’Istruzione ha iniziato a incentivare, con finanziamenti aggiuntivi, l’adozione del curriculum israeliano (che porta al bagrout, la maturità israeliana) nelle scuole palestinesi — politica formalizzata in due piani quinquennali (2018-2023 e 2023-2028) per un totale di 1,2 miliardi di shekel. Il Tawjihi non è riconosciuto dalle università israeliane; il bagrout apre invece l’accesso a università e mercato del lavoro israeliani. Le famiglie palestinesi si trovano quindi di fronte a un compromesso tra la tutela dell’identità culturale e nazionale e l’integrazione pratica nel sistema israeliano. A gennaio 2026 il parlamento israeliano ha vietato, all’interno del sistema scolastico israeliano, l’impiego di insegnanti con titoli accademici ottenuti in istituzioni affiliate all’ANP — misura che riguarda circa il 60% dei circa 6.700 docenti arabi di Gerusalemme Est. Israele ha inoltre chiuso diverse scuole dell’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) e ha requisito complessi educativi a Shuafat e Kafr Aqab. DIFFERENZE TRA I DUE CURRICULA Le differenze non sono solo linguistiche o amministrative: Narrazione storica: il curriculum palestinese costruisce e preserva la memoria collettiva nazionale; Israele sostiene che contenga incitamento all’odio e neghi il proprio diritto a esistere. Nei manuali palestinesi usati a Gerusalemme Est, le autorità israeliane hanno imposto tagli e pagine censurate su temi storici, geografici e letterari — pratica documentata dalla ricercatrice Samira Alayan (Hebrew University) nel suo studio “White Pages” (2017) e confermata, con maggiore dettaglio istituzionale, dal Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute (commissionato e finanziato dalla Commissione europea). Il rapporto, nel capitolo dedicato ai manuali modificati dalle autorità israeliane, rileva che le modifiche non recano alcuna indicazione di essere state alterate né di chi le abbia effettuate. I cambiamenti agiscono su due livelli: la rimozione delle raffigurazioni di violenza (sia palestinese sia israeliana), la cancellazione di Israele dalle mappe e delle mappe simboliche della “Palestina storica”; e un’idealizzazione della coesistenza israelo-palestinese nei passaggi modificati, senza menzione delle tensioni esistenti. Vengono inoltre rimossi riferimenti all’identità nazionale palestinese, simboli nazionali e passaggi su commemorazioni culturali: la rimozione di interi capitoli di storia regionale e palestinese, conclude il rapporto, cambia in modo sostanziale la narrazione nazionale trasmessa agli studenti. Manuali israeliani: secondo l’analisi di Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University, Premio Sacharov 2001), condotta su 17 testi di storia, geografia ed educazione civica, i manuali israeliani enfatizzerebbero il diritto storico ebraico sulla terra, marginalizzando la popolazione araba nelle cartine e nel linguaggio utilizzato. Le sue tesi sono contestate da organizzazioni filo-israeliane come MIFF, che ne accusano l’interpretazione dei testi. Esame finale e riconoscimento: il Tawjihi non è equivalente al bagrout — un diploma palestinese non consente, ad esempio, l’accesso all’Università Ebraica di Gerusalemme, mentre il bagrout apre a università e lavoro in Israele. LE SCUOLE CRISTIANE: STATUTO E UTENZA Le scuole cristiane sono classificate dal ministero israeliano e dal Comune di Gerusalemme come “istituti riconosciuti ma non ufficiali” — categoria intermedia tra pubblico e privato, esente dall’obbligo del curriculum israeliano ma soggetta a pressioni indirette (permessi, finanziamenti condizionati). L’utenza è a maggioranza palestinese araba, cristiana e musulmana insieme: nelle scuole cattoliche di Gerusalemme, su 2.125 alunni, solo il 27% è cristiano (73% musulmano); alla scuola delle Suore del Rosario, la più grande, solo il 12% degli alunni è cristiano. Dispensano il curriculum palestinese (Tawjihi) con manuali modificati dalle autorità israeliane, spesso affiancato da programmi internazionali (francese, ecc.). Dal 2018 sono sotto pressione per aprire sezioni bagrout in cambio di sovvenzioni: ad oggi solo 2 delle 12 scuole cristiane di Gerusalemme Est lo fanno. IL NODO DEI FINANZIAMENTI EUROPEI Va distinto un ulteriore livello, quello dei finanziamenti UE all’ANP: dal 2020 il Parlamento europeo vota annualmente risoluzioni non vincolanti che condizionano il trasferimento di fondi a una revisione dei manuali palestinesi, accusati di contenere incitamento alla violenza e antisemitismo secondo studi di IMPACT-se (ONG israeliana). La votazione di maggio 2025 (443 voti favorevoli, 202 contrari, 21 astenuti) è stata la sesta di questo tipo e la prima accompagnata da una sospensione effettiva dei fondi, con una scadenza fissata a settembre 2025 per la correzione dei contenuti. Il 4 maggio 2026 il Parlamento ha approvato la settima risoluzione consecutiva (418 voti favorevoli, 207 contrari, 14 astensioni), che lega i futuri trasferimenti di fondi comunitari all’ANP in Cisgiordania a una revisione radicale dei programmi scolastici, sulla base di un nuovo rapporto IMPACT-se (novembre 2025, quasi 300 manuali e 71 guide per insegnanti esaminati) secondo cui l’ANP continuerebbe a cancellare Israele da mappe e testi, incorporare motivi antisemiti e glorificare violenza e martirio. Va precisato, sulla base del testo ufficiale, che questa non è una risoluzione autonoma dedicata ai manuali: il documento (P10_TA(2026)0130, approvato in realtà il 29 aprile 2026) è la risoluzione del Parlamento nell’ambito della procedura di discarico del bilancio generale UE per l’esercizio 2024 (Sezione X — Servizio Europeo per l’Azione Esterna); il passaggio sui manuali palestinesi ne è un paragrafo, non l’oggetto esclusivo del voto. Il testo integrale è disponibile qui. Il paragrafo pertinente nota che l’UE non finanzia direttamente i manuali palestinesi, né questi rientrano nelle responsabilità dell’UNRWA (che comunque li revisiona per problemi di contenuto); ribadisce la necessità che l’ANP rimuova ogni materiale non conforme agli standard UNESCO, in particolare quello che incoraggia antisemitismo e incita alla violenza; e sottolinea che il sostegno finanziario UE all’ANP in ambito educativo dovrebbe essere condizionato all’allineamento agli standard UNESCO, in linea con i risultati del rapporto Georg Eckert Institute. Questo chiarisce che la condizionalità riguarda il sostegno generale all’ANP (inclusi gli stipendi tramite PEGASE), non un finanziamento diretto e specifico dei testi scolastici. Nel 2021 vi fu inoltre un congelamento effettivo di 15 milioni di euro per 13 mesi. Dal 2008 l’UE ha trasferito all’ANP circa 3,8 miliardi di euro tramite il fondo PEGASE, che copre in parte gli stipendi degli insegnanti. La condizionalità ha diviso le istituzioni UE: nel 2022 quindici ministri degli Esteri firmarono una lettera al commissario Várhelyi per chiedere lo sblocco immediato dei fondi, definendo il rischio di “minare o invertire” i progressi di riforma dell’ANP; alcuni ambasciatori UE avrebbero parlato di “ricatti” e “sporchi giochi politici” (Le Monde, ripreso da Europa Today). L’Alta Rappresentante UE Josep Borrell e i capigruppo di Socialisti&Democratici, Verdi e Sinistra hanno più volte criticato la condizionalità, avvertendo che privare l’ANP dei fondi per gli stipendi danneggerebbe il diritto all’istruzione e potrebbe favorire gruppi estremisti. Non risultano, allo stato attuale delle fonti raccolte, dati quantificati sull’impatto già prodotto sul funzionamento delle scuole. Il Report on Palestinian Textbooks 2017-2019 del Georg Eckert Institute — il principale studio commissionato e finanziato dalla Commissione europea sul tema, basato sull’analisi di 172 manuali e guide per insegnanti — descrive un quadro definito esso stesso “complesso”: da un lato i manuali dell’ANP rispettano ampiamente gli standard UNESCO su diritti umani ed educazione alla cittadinanza globale; dall’altro esprimono una “narrazione di resistenza” nel contesto del conflitto israelo-palestinese e mostrano “antagonismo” verso Israele — il termine “occupazione (sionista)” ricorre assai più spesso di “Israele”, e le mappe della “Palestina storica” generalmente non includono lo Stato israeliano. Sul piano metodologico, il rapporto GEI critica esplicitamente gli studi di IMPACT-se e del Begin-Sadat Center (BESA) come caratterizzati da “conclusioni generalizzanti ed esagerate basate su carenze metodologiche”; IMPACT-se ha risposto accusando a sua volta il rapporto GEI di conclusioni di sintesi “incongruenti” rispetto ai dati che il rapporto stesso presenta nel corpo del testo. Il contenuto specifico delle revisioni in corso: un’inchiesta de L’Espresso (25 marzo 2026), basata su documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, descrive nel dettaglio le modifiche richieste all’ANP in cambio dei fondi europei. Una lettera del 19 gennaio 2026, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al ministro delle Finanze Istifan Salameh, elenca circa 300 richieste di modifica sui manuali dalla prima alla decima classe (arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica): l’eliminazione dei termini “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo”; la rimozione dell’inno nazionale, della bandiera e dell’emblema dell’aquila dai testi di prima elementare; la cancellazione di poesie patriottiche come “Ala Dal’ouna” e di lezioni su Giaffa come città palestinese; la riformulazione della frase “Gerusalemme è la capitale della Palestina” verso una definizione che enfatizza il carattere religioso condiviso della città; la rimozione di riferimenti ai prigionieri nelle carceri israeliane e agli scioperi della fame, sostituiti da contenuti generici su pace e convivenza. Secondo L’Espresso, alcuni manuali subirebbero revisioni superiori al 30% del contenuto originario. L’ANP ha firmato nel 2024 una “Lettera di Intenti” che accetta queste condizioni. Va segnalata una discrepanza tra le fonti sulle cifre dei congelamenti: L’Espresso riporta un blocco del 2021 di oltre 220 milioni di euro (contro i 15 milioni citati da altre fonti raccolte in precedenza — probabilmente riferiti a una tranche specifica anziché al totale) e una data del 7 maggio 2025 per la risoluzione che altre fonti collocano al 13 maggio 2025; riporta inoltre oltre 4 miliardi di euro di introiti fiscali trattenuti da Israele (contro gli 1,2 miliardi di dollari citati da Avvenire, probabilmente riferiti a un periodo diverso). Non è stato possibile, con le fonti disponibili, riconciliare in modo definitivo questi numeri — potrebbero riferirsi a periodi, tranche o voci di bilancio differenti — ma la direzione del fenomeno, un sottofinanziamento cronico del sistema scolastico palestinese, è confermata da più fonti indipendenti. Conseguenze sul funzionamento delle scuole: a causa della crisi finanziaria, gli stipendi degli insegnanti risulterebbero tagliati di almeno un terzo da anni, con scioperi ricorrenti; in diverse aree gli studenti frequenterebbero la scuola solo tre giorni a settimana per carenza di personale. L’Espresso riporta inoltre il rifiuto di una quindicina di insegnanti e dirigenti scolastici in Cisgiordania (zona di Hebron) di rilasciare interviste sul tema, per timore di ritorsioni da parte dell’ANP, incluso il rischio di detenzione amministrativa — un elemento che introduce, accanto alla pressione israeliana ed europea, anche quella esercitata dall’ANP sul proprio personale docente per garantire l’attuazione delle revisioni concordate. Reazioni: a metà gennaio 2026 gli studenti palestinesi nei campi profughi in Libano hanno protestato dopo aver scoperto che un libro di geografia dell’UNRWA era stato modificato sostituendo il termine “Palestina” con “Gaza” e “Cisgiordania”; in diverse scuole gli studenti hanno bruciato i testi in segno di rifiuto. IL COLLASSO FINANZIARIO DI UNRWA E ANP: UN TERZO CANALE DI PRESSIONE Accanto a curriculum e permessi, un terzo canale colpisce l’istruzione palestinese attraverso il prosciugamento delle risorse degli enti che la finanziano. UNRWA: l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, nata nel 1948, garantisce oggi sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900.000 persone. Ha perso i finanziamenti USA (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante la presidenza Biden. Una legge israeliana del 2024, che accusa l’agenzia di collusione con milizie a Gaza, ne ha reso illegali le attività sul territorio israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme. Il personale ha subito tagli di salario e giorni lavorativi. Le incursioni al centro professionale di Qalandia: la struttura, storica sede UNRWA a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi, forma ogni anno 340 studenti in 15 attività professionali, con un tasso di collocamento lavorativo del 90%. È stata oggetto di ripetute incursioni di esercito e polizia israeliani (l’ottava in un anno, secondo Avvenire, con due raid in 24 ore in un solo caso), nonostante Qalandia rientri nella Zona C degli Accordi di Oslo — pur essendo rivendicata da Israele come parte della municipalità di Gerusalemme. Un dirigente UNRWA ha definito le incursioni un attacco diretto “all’educazione e al lavoro dei giovani”, mettendo a rischio l’apertura dell’anno scolastico prevista per il 7 settembre. Autorità Nazionale Palestinese: il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich trattiene almeno 1,2 miliardi di dollari di introiti fiscali dovuti all’ANP in base agli Accordi di Parigi del 1994, aggravando il deficit dell’Autorità e, indirettamente, la sua capacità di sostenere il sistema scolastico palestinese (curriculum, stipendi) anche a Gerusalemme Est. UN QUARTO CANALE: LA DIPLOMAZIA POST-CEASEFIRE E LA CANCELLAZIONE DEL NOME “PALESTINA” Middle East Eye ha pubblicato il 3 settembre 2026 un’intervista a Jeremy Greenstock, ambasciatore britannico all’ONU tra il 1998 e il 2003, nella quale sostiene — sulla base di una fonte a livello ministeriale, non di testimonianza diretta — che Tony Blair, inviato dal Board of Peace istituito dal presidente statunitense Donald Trump per la gestione postbellica di Gaza, si sarebbe recato a Ramallah per chiedere all’Autorità Palestinese di rimuovere la parola “Palestina” dai libri scolastici, sostituendola con la designazione ebraica “Samaria” — come condizione perché il Board considerasse l’ANP capace di raggiungere un accordo con Israele. Secondo Greenstock, il presidente Mahmoud Abbas avrebbe rifiutato categoricamente. Un portavoce di Blair ha smentito recisamente l’episodio, definendolo “una completa fabbricazione”. Si tratta pertanto di un’accusa contestata e non verificata in modo indipendente, non di un fatto accertato. Al di là dell’accusa specifica, l’articolo documenta altri episodi verificabili che si inseriscono nello stesso schema di cancellazione del nome “Palestina”: – UNRWA Libano, sotto una campagna di pressione, ha sostituito il termine “Palestina” con “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza” in mappe di geografia regionale per la sesta elementare, scatenando scioperi e proteste (episodio già discusso in precedenza in questo contributo). Un Independent Review Group guidato dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna non ha trovato prove a sostegno delle accuse israeliane di collusione del personale UNRWA con organizzazioni terroristiche, pur formulando 50 raccomandazioni per rafforzare la neutralità dell’agenzia. – Nel Regno Unito, un gruppo trasversale di parlamentari ha chiesto un’indagine sulla rimozione delle parole “Palestina”, “palestinese” e “occupazione israelita” dalle esposizioni del British Museum. – Secondo quanto appreso da MEE (non verificato indipendentemente in questo articolo), un curriculum palestinese rivisto sarebbe “in circolazione privata per consultazione” nei territori occupati. Se anche solo parzialmente fondato, questo insieme di episodi indicherebbe un quarto canale di pressione sulla terminologia e la memoria palestinesi, distinto da Israele, UE e ANP: quello della diplomazia internazionale del dopo-cessate il fuoco (Board of Peace), rivolto non alla censura di singoli contenuti ma alla cancellazione del nome stesso “Palestina” a favore di una terminologia associata alla destra israeliana e al movimento dei coloni. CONCLUSIONE I fatti documentati in questo articolo— imposizione progressiva del curriculum israeliano, censura dei manuali palestinesi, esclusione dei docenti formati in istituzioni dell’ANP, blocco dei permessi al personale scolastico, requisizione di edifici UNRWA, prosciugamento dei fondi che sostengono il sistema educativo palestinese — convergono su un unico terreno: il controllo di ciò che le nuove generazioni palestinesi di Gerusalemme Est imparano su se stesse, sulla propria storia e sulla propria appartenenza nazionale. Una parte della lettura data a questi eventi, sostenuta dal Governatorato di Gerusalemme e da diversi osservatori palestinesi, li inquadra come un tentativo deliberato di cancellazione dell’identità nazionale — una forma di violenza che colpisce la memoria collettiva e la dignità storica di un popolo tanto quanto le misure più visibili sui territori e sulla popolazione. In questa lettura, sostituire una narrazione con un’altra diventa uno strumento con cui si consolida un’annessione mai riconosciuta a livello internazionale, incidendo su un terreno — quello simbolico e identitario — che si aggiunge alle dimensioni più direttamente distruttive della guerra a Gaza. Va detto, per completezza, che l’applicazione del concetto di genocidio a queste dinamiche non è né priva di fondamento giuridico né di una linea giurisprudenziale consolidata: si tratta di un dibattito aperto. La Convenzione ONU del 1948 definisce il genocidio come atti compiuti con l’intento di distruggere fisicamente, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — e le accuse di genocidio mosse dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia si concentrano prevalentemente su questa dimensione fisica e biologica, riferita soprattutto a Gaza. Su questa base ristretta, non risultano, allo stato delle fonti raccolte, pronunce di organismi giurisdizionali internazionali che abbiano specificamente qualificato come genocidio le due vicende scolastiche di Gerusalemme Est qui descritte (curriculum, permessi). Esiste però, in sede accademica e nel dibattito giuridico, un filone distinto dedicato al genocidio culturale, che alcuni studiosi (ad esempio nel volume collettaneo Genocide in the Age of the Nation State, Taylor & Francis) applicano esplicitamente al caso palestinese, includendovi la distruzione di scuole, archivi e biblioteche accanto alla cancellazione della toponomastica e della memoria della Nakba. Un’analisi giuridica pubblicata dall’Istituto IARI nel marzo 2026 nota che, sebbene le accuse davanti alla CIG restino centrate sulla distruzione fisica, la dimensione culturale del genocidio è emersa come “rilevante considerazione” nel dibattito più ampio, pur restando terreno di “zone d’ombra” nel diritto internazionale vigente. Diversi osservatori usano inoltre il termine “scholasticide” (genocidio del sapere) per l’impatto della guerra sulle infrastrutture educative, riferendosi però soprattutto alla distruzione fisica delle scuole a Gaza, un contesto diverso da quello amministrativo di Gerusalemme Est. Il governo israeliano respinge fermamente ogni caratterizzazione delle proprie politiche educative come genocidarie, definendole invece necessità di sicurezza, di standard professionali o di integrazione economica. Le tre giustificazioni, però, presentano tensioni interne se confrontate con i fatti documentati sopra. La sicurezza giustifica formalmente il regime dei permessi (è la stessa base invocata dal Cogat per il filtro sugli insegnanti di Cisgiordania), ma si applica indistintamente a decine e centinaia di docenti alla volta, senza criteri resi pubblici caso per caso, colpendo interi istituti anziché individui — un meccanismo che, nei fatti riportati, ha finora sempre coinciso con l’esclusione collettiva di chi proviene dal sistema educativo palestinese, non con casi individuali di rischio dichiarato. Gli standard professionali sono invocati dalla legge che esclude i docenti con titoli ottenuti in istituzioni dell’ANP — ma l’esclusione riguarda l’origine istituzionale del titolo, non una valutazione delle competenze effettive di chi lo possiede: circa il 60% dei circa 6.700 insegnanti di Gerusalemme Est ha percorsi di questo tipo, e la misura ne taglia fuori la maggioranza dal mercato del lavoro anziché prevedere percorsi di riconoscimento, equipollenza o riqualificazione. L’integrazione economica è l’argomento più difficile da conciliare con il quadro descritto: lo stesso periodo in cui si registra la crescita dell’adesione al curriculum israeliano (motivata anche dalle famiglie con l’accesso al mercato del lavoro israeliano) coincide con la cancellazione di circa 150.000 contratti di lavoro di palestinesi impiegati in Israele dopo il 7 ottobre 2023 e con la progressiva chiusura dei canali di mobilità verso la Cisgiordania. L’integrazione economica promessa dal bagrout si scontra quindi con un mercato del lavoro che, nello stesso arco di tempo, si è reso strutturalmente meno accessibile ai palestinesi. A queste due pressioni dirette (curriculum israeliano, permessi) se ne affiancano altre due, più indirette ma dello stesso segno. La condizionalità dei fondi europei ha spinto l’ANP a riscrivere autonomamente i propri manuali, rimuovendo termini come “Nakba”, “rifugiato” e “sionismo” — cioè proprio quel lessico che, secondo la lettura del Governatorato di Gerusalemme citata sopra, costituisce l’ossatura della memoria nazionale palestinese. In questo caso non è Israele a imporre direttamente la cancellazione, ma è un attore terzo (l’UE) a renderla condizione per l’erogazione di fondi essenziali, con l’ANP che la traduce in pratica sul proprio stesso curriculum — al punto da generare, secondo le fonti raccolte, un clima di reticenza tra insegnanti e dirigenti scolastici timorosi di ritorsioni interne. A questo si aggiunge, secondo l’accusa (contestata da Blair) riferita da Greenstock, un possibile quarto canale: la diplomazia post-ceasefire del Board of Peace, che spingerebbe non solo verso l’attenuazione di singoli contenuti ma verso la sostituzione del nome stesso “Palestina”. Il risultato netto, indipendentemente dall’attore che lo determina in ciascun caso e dal grado di certezza con cui ciascun episodio è documentato, è una convergenza di pressioni israeliana, europea, amministrativa palestinese e diplomatica internazionale verso la riduzione dello stesso repertorio simbolico e lessicale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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La luce del risveglio
Ci illumina una realtà e un rischio inaccettabili. Oggi in Italia il potere legislativo, quello giudiziario e i fascio-sionisti (Ben Gvir, Smotrich, …) sono di fatto alleati per accerchiarci e ridurci al silenzio. È da molto tempo in atto un ribaltamento della realtà e della storia che sfrutta l’ orribile sterminio razzista degli ebrei – compiuto al tempo dei nostri nonni e poi scaricato dall’ europa sul mondo arabo – per invaderlo, controllarlo e depredarlo tramite il genocidio dei suoi abitanti. Ora questa operazione di dominio coloniale viene allargata verso oriente a suon di bombe, ma per farlo devono azzittire in tutti i modi l’ opposizione interna all’ occidente: noi. Il loro principale strumento sta per diventare legge, con il cosiddetto “DDL antisemitismo”, già approvato in Senato ed ora in esame alla Camera, con larga maggioranza a favore: dopo, cioè molto presto, criticare Israele sarà reato e chi parla, chi boicotta, chi porta kefie o bandiere verrà condannato, o sanzionato con megamulte. Usano un vecchio trucco israeliano: far passare chi si oppone al sionismo, il centenario progetto di eliminazione dei palestinesi, per antisemita, cioè “odiatore di tutti gli ebrei, in quanto ebrei”. Per accusarci falsamente di questa colpa pretendono di usare una definizione di antisemitismo (si chiama def. IHRA -Alleanza internazionale per la memoria dell’ olocausto-) di cui lo stesso ideatore, il sionista Kenneth Stern, contesta l’ uso improprio. Già sono incriminati come terroristi quegli italiani che sono solidali coi prigionieri palestinesi (operazione Domino, e diversi altri procedimenti giudiziari). Già rischiano condanne e sanzioni quelli che manifestano contro il fascismo di oggi, che pretende in mille maniere di infiltrare e snaturare la nostra società, antifascista per Costituzione, fino a osare far sfilare bandiere israeliane e foto di Netanyahu nel corteo nazionale del 25 aprile, durante i tre anni di genocidio. Per provare a sventare subito, fin che siamo in tempo, questa catastrofe democratica che parte dall’ azzeramento della nostra voce occorre agire con coraggio, esponendoci di persona. Ora, già in ritardo rispetto alla corsa degli eventi, PROPONIAMO DI AUTODENUNCIARCI (simbolicamente e politicamente; non in sede giudiziaria!) dei tre “reati” che cercano di appiopparci: – reato di antisionismo (prossima legge!) – reato di solidarietà coi palestinesi, spacciato per terrorismo (!) – reato di antifascismo, a difesa del carattere antifascista dell’ Italia, nella sua manifestazione nazionale (25 aprile!) A breve noi promotori diffonderemo l’ appello e il link per mandare la tua adesione a queste tre autodenunce, combinate per rinforzarsi a vicenda, come questo terribile momento ci chiama a fare immediatamente. Solo se ad avere questo coraggio saremo in moltissimi possiamo sperare di bloccare questa operazione a tenaglia, e di continuare a dire la nostra e contare qualcosa. La Palestina ci ha risvegliato: libera Palestina, liberi tutti NOTA: di fronte alla minaccia incombente e ineludibile di questa grave deriva antidemocratica, con questo appello noi proponenti vogliamo contribuire a stimolare “dal basso” un dibattito che sia preliminare ad un’ azione di protesta collettiva (in fase di preparazione). Filippo Bianchetti Ugo Giannangeli Giuseppe Natale Nada Urso Per chiarimenti o contatti mandare esclusivamente un messaggio WhatsApp al 3397354336 Ugo Giannangeli
September 5, 2026
Pressenza