
Scuole a Modena: MCE promuove la pace a Gaza, Ministero dispone accertamenti ispettivi
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Sunday, July 5, 2026Il 3 giugno 2026, alcune classi delle scuole primarie Pascoli, Graziosi, Sant’Agnese e Gramsci e della scuola dell’infanzia Collodi di Modena si recano al Laboratorio Aperto per incontrare il sindaco Massimo Mezzetti. Si conclude con questo incontro il progetto “La Flottilla dei bambini del mondo: lettere ai politici per la Pace”, un’iniziativa di educazione alla pace promossa dal Movimento di Cooperazione Educativa (MCE).
All’incontro partecipa anche Wael Al-Dahdouh, giornalista di Al Jazeera, testimone del genocidio a Gaza e sopravvissuto alla perdita di dodici familiari, tra cui un figlio giornalista, uccisi nei bombardamenti israeliani. Con lui c’è un interprete, Sulaiman Hijazi, iscritto nel registro degli indagati della Procura di Genova per presunti finanziamenti ad Hamas. Tre giorni dopo, il 6 giugno, Il Giornale pubblica un articolo sulla vicenda che diventa da quel momento un caso politico.
Lo stesso giorno l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna annuncia «approfondimenti per quanto di competenza» e dispone un accertamento ispettivo «al fine di comprendere l’accaduto». In serata interviene il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che afferma: «Qualora risultasse vero che a Modena bambini delle scuole primarie e dell’infanzia avrebbero partecipato a un incontro con la presenza di una persona che la stampa indica come indagato per fatti riconducibili all’articolo 270-bis del Codice penale, sarebbe un fatto grave. Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo ministero non lo consentirà». Il giorno successivo arriva la nota dell’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, che plaude all’intervento di Valditara e descrive l’incontro come «bambini indottrinati all’odio da parte di estremisti islamici».
Da notare la dinamica: un articolo di stampa produce una reazione istituzionale immediata, che, a sua volta, produce una reazione diplomatica. In nessun momento di questa catena viene verificata la ricostruzione dei fatti prima di agire. L’USR non chiede alle scuole, non sente gli insegnanti, non legge il progetto didattico. Si muove sulla base di quanto “riportano alcuni media” — formula che Valditara stesso usa nella sua dichiarazione, costruendo l’intera risposta istituzionale sul condizionale.
Il Movimento di Cooperazione Educativa risponde il 7 giugno con un comunicato della Segreteria Nazionale intitolato “Dare parola all’infanzia è Costituzione”. Il documento chiarisce che l’incontro con il sindaco è stato organizzato dall’Amministrazione Comunale in risposta alle lettere scritte dai bambini, e che il progetto ha una genealogia precisa: nel 1973, la classe quinta elementare di Vho di Piadena, guidata dal maestro Mario Lodi — uno dei fondatori del MCE — scrisse lettere collettive ai potenti della terra per chiedere la fine della guerra del Vietnam. L’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti non si sottrasse e rispose formalmente ai bambini. Al progetto attuale hanno aderito oltre duecento classi in tutta Italia; hanno risposto il Presidente della Camera Fontana, il segretario dell’ONU Guterres, e hanno espresso vicinanza il Presidente della Repubblica Mattarella, il presidente della CEI Zuppi e Papa Leone XIV.
Questo progetto di educazione civica ha radici profonde nella tradizione pedagogica democratica italiana, è ispirato alla pedagogia Freinet e riconosciuto dal Ministero stesso, dal momento che il MCE fa parte del Forum Nazionale delle Associazioni Professionali dei Docenti (FONADDS) presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito.
C’è una questione che la polemica ha sistematicamente eluso, e che riguarda i bambini prima ancora che la politica. I bambini e le bambine di quelle classi — come i bambini e le bambine di tutta Italia — vedono quotidianamente immagini di Gaza. Le vedono sui telefoni dei genitori, sui televisori accesi in cucina, sui social che permeano anche l’infanzia più sorvegliata. Quelle immagini producono paura, confusione, domande che restano sospese se nessun adulto le raccoglie.
La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, ratificata dall’Italia nel 1991, è esplicita in proposito. L’articolo 12 garantisce al fanciullo il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa; l’articolo 13 sancisce il diritto alla libertà di espressione, che comprende la libertà di ricercare, ricevere e divulgare informazioni e idee di ogni specie. Non sono diritti che i bambini esercitano nonostante la scuola: la scuola è uno dei luoghi in cui quei diritti diventano praticabili.
Boris Cyrulnik, psichiatra e neurologo che ha dedicato decenni allo studio dei bambini esposti alla guerra e al trauma, ha mostrato che la resilienza non nasce dalla rimozione del dolore, ma dalla possibilità di nominarlo in presenza di un adulto capace di accoglierlo. Il “tutore di resilienza” — figura centrale nel suo lavoro — è precisamente chi non distoglie lo sguardo, chi aiuta il bambino a trasformare un’esperienza angosciante in racconto, in comprensione, in azione. Rimuovere il conflitto dall’orizzonte didattico non protegge i bambini: li lascia soli con immagini che non riescono a elaborare.
È esattamente quello che MCE ha fatto, con coerenza e metodo: ha dato ai bambini strumenti per agire sulla realtà invece di subirla passivamente. La scrittura collettiva di lettere ai potenti non è indottrinamento — è il contrario dell’indottrinamento. È l’insegnamento che le parole contano, che le voci dei bambini possono raggiungere chi decide, che la pace non è uno stato naturale ma un obiettivo che si costruisce. Come scrive il comunicato della Segreteria Nazionale: «Compito della scuola è ascoltare le paure di alunne e alunni, dare loro la parola, accompagnarli a riconoscere ed esprimere sentimenti e opinioni, aiutarli ad avere fiducia nel futuro».
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università documenta da anni il processo inverso: l’ingresso sistematico e non contestato delle forze armate nella scuola — attraverso i PCTO, le convenzioni, i progetti di alternanza, le cerimonie, i concorsi didattici. Quel processo non produce ispezioni, non produce dichiarazioni ministeriali, non produce note di ambasciatori. Produce, tutt’al più, qualche foto sul sito della scuola.
La misura dell’anomalia è tutta qui: portare un testimone di guerra in classe genera un’ispezione; portare un ufficiale dell’esercito genera un attestato di merito. La scuola non è neutrale, e non lo è mai stata. La domanda è soltanto chi decide, e in nome di cosa, quale presenza è educativa e quale è propaganda.
Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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