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Costruire la pace. Decostruire la guerra
Costruire la pace. Decostruire la guerra E’ ora disponibile per tutti on line e gratuitamente la Rassegna stampa del sito https://padreangelocavagna.wordpress.com . E’ centrata sui temi della pace e della nonviolenza. E’ un tentativo unico in Italia. E’ una selezione di notizie e documenti tratti da siti, newsletter, riviste, quotidiani, profili social. E’ già arrivata al numero diciannove, 3 marzo 2026 Notizie 744 – 804. La Rassegna è prodotta da un gruppo informale di ex obiettori del GAVCI di Bologna e Modena ed altre persone, in ricordo di p. Angelo Cavagna, sacerdote dehoniano, strenuo difensore della obiezione di coscienza, e si occupa dei temi oggetto del suo impegno pastorale, civico, culturale, di uomo, sacerdote, giornalista … contadino ed operaio. L’invio della Rassegna stampa è gratuito per tutti. Scrivi a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovate qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza
All’Osservatorio Contro la Militarizzazione nelle Scuole il Premio Nesi 2025
L’Associazione Nesi/Corea e il Movimento Nonviolento di Livorno organizzano, mercoledì 11 marzo alle 17,30 a Livorno in via La Pira 11, un incontro con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università al quale sarà conferito anche il “Premio Nesi” 2025. La cerimonia di premiazione sarà seguita da un incontro aperto sul tema della militarizzazione che da tempo sta coinvolgendo, sempre di più, anche il mondo delle istituzioni educative (attraverso forme di propaganda, addestramento e reclutamento da parte delle organizzazioni militari) e sulla necessità, sentita dai promotori del premio e organizzatori dell’incontro, di rompere l’incantesimo della “normalità” militarizzata che penetra nei linguaggi, nelle scuole, nei giochi, nelle mode, nei media. Serve smascherare il sistema e il processo che plasmano mentalità e desideri attraverso una coscienza vigile e attenta che contribuisca, assieme a molto altro, a costruire e imparare la pace, attraverso l’educazione nonviolenta e la pratica quotidiana per coltivare semi di disarmo culturale. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 4, 2026
Pressenza
Violenza epistemica
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- La massima potenza militare sul pianeta è concentrata nelle mani di un uomo che l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times, senza alcun pudore o ipocrisia, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità di Donald Trump, al netto dei 34 capi di imputazione per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla melma che eruttano i files di Epstein che lo coinvolgono; i confini esterni dalla complicità attiva con il criminale di guerra e contro l’umanità Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda la sua mente, rimando all’ottima ricognizione delle diagnosi che ne ha fatto Oliviero Ponte di Pino su Doppiozero (Trump e gli psichiatri). A quattro giorni dall’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel quale tra i governi europei si sono sprecate le formule di rito su “l’aggressore e l’aggredito” che sostiene armi e sanzioni contro il primo, Netanyahu e Trump hanno aggredito militarmente e congiuntamente l’Iran, un paese sovrano, uccidendo anche la massima autorità politico-religiosa, producendo una “violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni unite” – come scrive il giurista Luigi Ferrajoli (il manifesto, Il crollo della ragione e del diritto) – che ci pone “di fronte al crollo del diritto internazionale”. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione. Si tratta della torsione mafiosa delle relazioni internazionali, come avevamo visto anche poche settimane fa con l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente, e confermato con il comitato d’affari per la razzia delle terre palestinesi, radunato sotto il nome di copertura di Board of peace. Ma rispetto alla nuova catastrofe della guerra all’Iran, la reazione dell’Unione e dei governi europei è stata afasica, incapace – tranne il governo spagnolo – di esprimere la minima condanna, ma ingaggiata nell’eterna retorica della lotta del bene (i “nostri”, a prescindere) contro il male (tutti gli “altri”, a prescindere), a qualunque costo e contro qualsiasi evidenza. Fino a condannare piuttosto la risposta iraniana, mentre i governi inglese, tedesco e francese sono pronti a collaborare all’aggressione. Un esempio da manuale di “violenza epistemica” – come definita dalla filosofa Roberta De Monticelli in Umanità violata, in riferimento alla complicità con il genocidio israeliano dei palestinesi – contro le opinioni pubbliche: “Una violenza che non uccide la vita del corpo, ma quella della mente: spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità, riduce il linguaggio a una orwelliana amministrazione di conformismi e tabù e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente delle persone”. La violenza epistemica ripete oggi il mantra della “guerra preventiva” – rispolverata dalle aggressioni di George W. Bush all’Afghanistan e all’Iraq, che hanno generato catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti – nei confronti del programma nucleare iraniano, che ricorda le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. Come ha evidenziato l’Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “questi attacchi sono del tutto irresponsabili e rischiano di provocare un’ulteriore escalation, aumentando il pericolo di proliferazione nucleare e l’uso di armi nucleari. L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare”. Ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Usa né di Israele, che non vogliono minimamente rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al Trattato che le rende illegali, solo non avere nuovi concorrenti nella cupola atomica. L’altra narrazione ricorrente nella violenza epistemica giustificatrice della violenza delle bombe, se sganciate dai “buoni”, è quella della guerra per la liberazione delle donne iraniane, che – oltre ad essere un ossimoro, sia in sé che in relazione ai due soggetti “liberatori” – si è subito infranta nel bombardamento della scuola primaria femminile Shajaba Tayyiba nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto già nella mattina di sabato 28 febbraio, dove si contano ad oggi almeno 165 giovanissime vittime e 96 feriti (fonte: Il Sole 24 Ore), nel sito verificato dalla Cnn. Un’interpretazione quantomeno distorta del principio “Donna, vita e libertà” del movimento di lotta iraniano. Le ragioni storiche dell’aggressione militare per Trump stanno, invece, nella ricchezza petrolifera dell’Iran – terzo al mondo per quantità di riserve, dopo il Venezuela, appunto, e l’alleata Arabia saudita – e per il governo israeliano nell’essere il vero ostacolo alla realizzazione della Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, più volte rivendicata da Netanyahu. Le ragioni prossime sono i rispettivi sondaggi elettorali che hanno bisogno, per entrambi i criminali, di una vittoria militare per provare a cambiare di segno e allontanare il carcere. La violenza epistemica contro di noi è solo la fornitura delle coperture ideologiche per nascondere le verità dietro la violenza esplicita contro i “nemici”. Per questo Gandhi chiamava la nonviolenza “forza della verità”, ossia fermezza nel disvelamento della menzogna: ma già questo richiede coraggio, che di questi tempi è virtù assai rara. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su un blog del fattoquotidiano.it e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Violenza epistemica proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
Comune-info
Le sanzioni del patriarca
C’È UN PUNTO, APPARENTEMENTE MINORE, DENTRO L’OBBROBRIO GIURIDICO DELL’ENNESIMO DECRETO SICUREZZA, CHE SVELA L’ORIGINE PROFONDA DELLA CULTURA POLITICA DI CHI GOVERNA: LE SANZIONI AI GENITORI PER ALCUNI “REATI” COMMESSI DAI LORO RAGAZZI SONO LA QUINTESSENZA PIÙ ARCAICA DEL PENSIERO PATRIARCALE -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Come dice con chiarezza Nicola Canestrini, avvocato di fiducia del Movimento Nonviolento –  attivo in particolare nel supporto legale agli obiettori di coscienza e renitenti alla leva israeliani, russi, bielorussi e ucraini, che il movimento sostiene con la campagna Obiezione alla Guerra – le scelte sulla “sicurezza” del Governo Meloni sono “un arsenale repressivo che trasforma ogni forma di dissenso in un potenziale illecito”, “un disegno che equipara povertà a pericolo e marginalità a criminalità” (leggi Sicurezza o Stato autoritario? L’ennesimo decreto sicurezza e la progressiva erosione dello Stato di diritto).  E tuttavia c’è un punto, apparentemente “minore”, dentro questo obbrobrio giuridico, da cui mi pare discenda con chiarezza l’origine profonda della “cultura politica” di chi sta governando il nostro paese: le sanzioni ai genitori di minori, per tutta una serie di “reati” commessi dai loro ragazzi, sono la quintessenza più arcaica del pensiero patriarcale. Una scelta che si innesta proprio nel rapporto genitori/figli considerato da sempre, per costoro, il luogo in cui raddrizzare la schiena ai maschi, piegarla alle femmine. Sbagliare, non accettare il destino già scritto per loro, rifiutarsi, può avere una sola conseguenza: pagare! Per questo filone di pensiero crescere ed educare un figlio equivale a obbedire alla volontà del padre. Dialogare, comprendere, interrogarsi, dubitare, cercare più soluzioni davanti a nodi o a problemi non sono possibilità minimamente contemplate. Men che meno fare entrare nel gioco la fantasia, l’immaginazione, la ricerca, il tentativo, la sperimentazione. Impossibile anche solo immaginare un percorso d’amore, di cura, di rispetto reciproco, di fiducia. Fuori da ogni loro radar incentivare, favorire, reti sociali, di territorio, luoghi d’incontro, di confronto, di scambio, di condivisione, strutture e soggetti che possano offrire sostegno, orientamento, aiuto. Inimmaginabile per essi pensare a una scuola attenta e predisposta a individuare bisogni, difficoltà, predisposizioni e necessità di ogni allievə, di supportarne la crescita, farne emergere qualità, attivando processi di cooperazione, collaborazione, condivisione, di reciproco riconoscimento. Tutt’altro. Scuole sempre più simili a caserme, luoghi pericolosi, cinti di videospie e metal detector e indirizzate primariamente a fucinare soggetti da incasellare nelle scelte produttive di un sistema economico oggi più che mai fondato sullo sfruttamento e sulle disuguaglianze. Per questa “cultura” ogni cosa deve stare al suo posto, in una gerarchia di comando che dal patriarca che sta più in alto, il più potente, si trasmette a tutti gli altri membri maschi del clan, fino a livelli più bassi della scala.  Le multe ai genitori rientrano, di conseguenza, pienamente in questo schema. Ogni nucleo familiare, a partire dal pater familias, deve fare la sua parte, sottostare alle direttive che arrivano dal vertice, affinché il sistema regga. Il padre costretto a pagare dovrà rispondere del figlio che non ha allevato a sua immagine e somiglianza: legge e ordine, gerarchia e obbedienza. Il mondo fisso e immutabile di privilegi e sottomissioni.  Ovviamente per i guai dei rampolli della famiglia benestante pagare mille euro sarà cosa da nulla, per chi con quella stessa cifra deve arrivare a fine mese, per chi si trova già semiespulso, ai margini della sopravvivenza, per le famiglie di quei “maranza” evocati con disprezzo discriminatorio, potrebbe essere una mazzata definitiva capace di disgregare ancor più ogni legame, attizzare vieppiù risposte disperate, senza via d’uscita. Classismo e razzismo sono sempre ben apparentati con il patriarcato.  “O accettate il nostro pensiero, o li allevate come diciamo noi, i vostri figli, o pagherete”. Questo vogliono. Ma queste misure nascondono il cuore nero di una visione del mondo, che poggia integralmente sulla violenza, la minaccia, la coercizione, la sopraffazione, proprio ciò che, ipocritamente, dicono di volere combattere.   Solo se metteremo in atto tutte le forme, le relazioni, i linguaggi e le esperienze di iniziative nonviolente potremo farcela. Altre scelte di resistenza e di lotta, anche quelle che prevedessero come estrema ratio l’uso della violenza, sono inevitabilmente destinate ad accogliere e a farsi risucchiare in quella visione del mondo sopraffatoria e deumanizzante nella quale la vita delle persone ha un valore relativo, e chiunque può giustificare brutalità, violenze e assassinio. È da queste considerazioni, da queste premesse, che nasce ogni sistema discriminatorio, repressivo e fascisteggiante. Per questo non possiamo mai accettarlo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le sanzioni del patriarca proviene da Comune-info.
February 14, 2026
Comune-info
A Minneapolis la nonviolenza ce l’ha fatta
Talvolta non ci accorgiamo dei successi delle strategie nonviolente. Ovvero non viene messo in evidenza quanto si è riuscito a ottenere grazie a movimenti popolari diffusi e organizzati che si sono opposti nonviolentemente agli abusi di potere e alla violenza. In questi giorni, Tom Homan, responsabile delle politiche di frontiera di Trump, ha comunicato ufficialmente che l’operazione che prevedeva la presenza dell’Ice in Minnesota è praticamente conclusa e che i poliziotti stanno smobilitando. Naturalmente l’amministrazione Trump parla di un successo per cui oggi il Minnesota “è meno uno Stato santuario per i criminali”, dicono. La verità è che la pressione popolare si era rafforzata e diffusa e ha costretto a battere in ritirata. Ora, però, non bisogna mollare anche perché, oltre a Renée Good e Alex Pretti, le due persone assassinate nel corso delle proteste, le operazioni hanno provocato gravi danni e traumi nella comunità di Minneapolis. Non bisogna mollare e fare in modo che quello che è successo lì non si ripeta altrove. Pensate che nel Congresso di quel Paese democratico, l’opposizione non riesce nemmeno a condizionare il sì al rifinanziamento delle missioni dell’Ice a criteri basilari come l’obbligo di mandati delle procure per effettuare i raid, l’identificabilità e la riconoscibilità degli agenti che devono essere a volto scoperto. Ma intanto a Minneapolis la nonviolenza ha segnato un punto a suo favore. Mosaico di pace
February 13, 2026
Pressenza
Il militarismo è sempre un vicolo cieco
LE RIFLESSIONI CONTENUTE NEGLI SCRITTI DI GWYN KIRK, NUTRITE DI FEMMINISMO, FILOSOFIA DELLA NONVIOLENZA E ANTIMILITARISMO, FORNISCONO UN ROBUSTO E ARTICOLATO QUADRO TEORICO PER PENSARE INSIEME VIOLENZA ECOLOGICA, VIOLENZA SULLE DONNE E VIOLENZA SUL MONDO NON UMANO. “IL MILITARISMO È, LETTERALMENTE, UN VICOLO CIECO. LA SUA DISTORSIONE CENTRALE È CHE LA VIOLENZA ORGANIZZATA SIA ESSENZIALE PER GARANTIRE LA SICUREZZA – SCRIVE FRANCESCA CASAFINA NELLA PREFAZIONE DI UN SOLIDO TERRENO: UN FEMMINISMO ECOLOGISTA E MATERIALISTA (NOVA DELPHI), IL LIBRO DI GWYN KIRK – AL CONTRARIO, LE FEMMINISTE, COSÌ COME GLI AMBIENTALISTI E I POPOLI INDIGENI CHE SI BATTONO PER LA SOSTENIBILITÀ E L’AUTODETERMINAZIONE, HANNO DIMOSTRATO CHE IL MILITARISMO CREA GRAVI INSICUREZZE PER LE POPOLAZIONI SOTTOMESSE, PER MOLTI ALL’INTERNO DELLE NAZIONI DOMINANTI, PER L’UMANITÀ E PER IL PIANETA STESSO…”. IL LIBRO DI GWYN KIRK (TRADUZIONI DI TERESA BERTUZZI E FRANCESCA CASAFINA) SARÀ PRESENTATO IL 28 FEBBRAIO A ROMA ALLA CASA DELLE DONNE, NELL’AMBITO DELLA FIERA DELL’EDITORIA DELLE DONNE FEMINISM9. LA PREFAZIONE COMPLETA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Sì, molte persone coltivano orti, risparmiano acqua, riciclano materiali, promuovono energie rinnovabili, crescono i figli, si prendono cura degli anziani, sostengono le giovani e i giovani attivisti e superano le barriere razziali, di classe, di genere e nazionali… Eppure, il mondo ha intrapreso un catastrofico percorso fatto di disastri ambientali, crudeltà, avidità, gravi disuguaglianze e rapacità neoliberista. […] Questi saggi sono il mio tentativo di trovare un solido punto d’appoggio in questi tempi senza precedenti: un femminismo ecologico coerente, diretto e urgente“ (G. Kirk, “Un solido terreno. Saggi su ecologia e femminismo”) L’ecofemminismo ha esteso la riflessione femminista alla natura, mettendo al centro della propria critica filosofica le relazioni. La filosofia ecofemminista riconosce la natura patriarcale dei sistemi di oppressione e ne mette in evidenza gli effetti sulle donne e sulla natura, senza per questo sostenere – come a lungo si è rimproverato all’ecofemminismo – una identificazione astorica tra le due, bensì sforzandosi di comprendere come questa equiparazione delle donne al regno della fisicità abbia funzionato storicamente – almeno nelle culture occidentali – all’interno di una cornice filosofico-concettuale oppressiva. “Nell’ultimo decennio le discussioni accademiche sull’ecofemminismo negli Stati Uniti sono state paralizzate da argomentazioni sull’essenzialismo e sulla maggiore vicinanza delle donne alla natura. Tuttavia, una simile affermazione implica una separazione tra umani e non-umani altamente problematica”, scrive Gwyn Kirk nel saggio che dà il titolo alla raccolta di scritti dell’autrice Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, pubblicata dalla casa editrice Nova Delphi Libri nella collana Intersezioni, dedicata all’ecofemminismo “Per rendere efficaci l’analisi e l’attivismo”, scrive l’autrice, “bisogna disporre di un quadro teorico materialista ampio e articolato”. Studiosa e attivista ecofemminista, Gwyn Kirk è tra le fondatrici dell’International Women’s Network Against Militarism, e si interessa da molti anni di femminismo, ecologia e pacifismo. Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso fu tra le attiviste che presero parte al primo campo di pace femminista di Greenham Common, di cui l’autrice stessa racconta nel classico Greenham Women Everywhere: Dreams, Ideas and Actions from the Women’s Peace Movement (con Alice Cook, 1983). L’esperienza di Greenham permise a molte donne di mettere in connessione il livello micro delle violenze – domestico e interpersonale – con il livello macro della violenza su scala globale. Poco prima della creazione del campo di Greenham, nel 1980 e 1981 un gruppo di donne aveva circondato il Pentagono per protestare contro la gli interessi dell’industria nucleare e la retorica della sicurezza armata globale, analizzando da un punto di vista femminista le connessioni fra patriarcato, militarismo, colonialismo e devastazione ambientale. Nel corso degli anni, Kirk ha tenuto corsi in studi di genere e storia delle donne in diversi college e università statunitensi, e dai suoi scritti emerge la necessità di pensare la ricerca e l’attivismo come ambiti inscindibili, come scrive nel saggio Rami, radici e ali, o in Istruzione e apprendimento, in cui si sofferma appunto sulla sua attività di docente negli Stati Uniti. Il tema dell’insegnamento, così importante per Kirk, appare intimamente legato all’attivismo ambientale e alla necessità di riconsiderare i nostri stili di vita e il nostro modo di abitare il mondo. Il degrado ambientale, e il suo impatto, a livello locale e globale, sulla vita delle donne, è un tema femminista laddove aiuta a comprendere i meccanismi dell’oppressione. E sposta l’asse della riflessione direttamente sulle condizioni storiche e materiali delle vite delle donne. Per questo è necessario difendere un ambientalismo femminista materialista, come scriveva anche Greta Gaard in Critical Ecofeminism (Ecocritical Theory and Practice) del 2017. Senza indugiare troppo in inutili quanto dannosi dibattiti se sia giusto considerare o no l’ecofemminismo come essenzialista, anche Kirk suggerisce di guardare alla materialità della vita delle donne, alle condizioni reali della loro oppressione, alle contraddizioni del capitalismo globale. Le riflessioni contenute negli scritti di Kirk, nutrite di femminismo, filosofia della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza sul mondo non umano. Un quadro che, ovviamente, muove da una critica forte alla guerra, in quanto esaltazione della violenza in tutte le sue forme, e al militarismo che genera una cultura della violenza. Il militarismo sfrutta le diseguaglianze e, come tutti i sistemi di oppressione, perpetua la logica del dominio e si nutre di dualismi oppositivi, quegli stessi dualismi che la critica femminista della scienza ha rivelato essere elementi centrali del pensiero occidentale. Ad alimentare costantemente la macchina della guerra, scrive, c’è un’idea militarizzata di sicurezza. L’autrice ci ricorda che la contraddizione tra sicurezza ambientale e sicurezza militare non può e non deve essere sottovalutata. In un saggio pubblicato nel 2022 sulla rivista “DEP Deportate Esuli Profughe” (Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness), scriveva che è necessario riconoscere la contraddizione alla base della sicurezza militarizzata, ovvero che le nazioni utilizzano molte risorse a loro disposizione per prepararsi alla guerra, anche durante i periodi di “pace”. Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza. Al contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso.1 Come scrivono Carol Conh, Felicity Hill e Sally Ruddick, “i termini e i simboli di genere sono parte integrante del modo in cui le questioni politiche vengono pensate e rappresentate”.2 Solo un’analisi femminista, attenta al funzionamento delle gerarchie di potere e alle intersezioni fra i sistemi di oppressione, può infatti connettere i livelli micro e macro delle violenze. Come ha scritto Cynthia Enloe, citata da Catia Cecilia Confortini nell’introduzione al numero di “DEP Deportate Esuli Profughe” dedicato al disarmo, “il personale è internazionale”.3 Ed è la ragione per cui, scrive Kirk, le femministe non possono ignorare il problema del militarismo, tanto nell’analisi quanto nell’attivismo. Kirk ha descritto in molti suoi lavori, fra questi alcuni raccolti nell’antologia Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, la progressiva militarizzazione delle isole del Pacifico, con il problema della radioattività e dei test nucleari. Solo nello stato insulare delle Isole Marshall, a metà strada tra le Filippine e le Hawaii, vennero condotti fra il 1946 e il 1958 sessantasette test nucleari, come racconta nel saggio Isole Marshall: sopravvissuti al nucleare. Il tema dell’impatto ambientale del militarismo statunitense è al centro anche del saggio Vie di salvezza. Kirk prende in esame le mobilitazioni di diverse organizzazioni delle Filippine, della Corea del Sud e della prefettura di Okinawa, in Giappone; analizza le denunce, le battaglie per ottenere giustizia, la decisione di non subire passivamente un destino imposto in nome della sicurezza globale. Proprio a Okinawa, nel 1997, nacque quello che è oggi l’International Women’s Network Against Militarism, di cui Gwyn Kirk è stata una delle fondatrici. Dal sito del Network: Our Network – with members in Guåhan (Guam), Hawai’i, Japan, Northern Mariana Islands, Okinawa, Philippines, South Korea, and the continental United States – has focused on decades of militarization, insecurity and violence in the Asia-Pacific region. Today, we express our solidarity and offer a vision for genuine security in the face of the humanitarian crisis in Palestine and Israel. As a feminist Network, we have witnessed and documented the fact that women and girls bear the heaviest cost of militarism, military bases and operations, armed conflicts, and wars, though this is distributed unevenly based on race, ethnicity, class, age, gender identity, sexual orientation, religion, nationality and citizenship status, and geography. Nonostante alcuni saggi raccolti nel volume siano stati scritti anni fa, l’impianto teorico che li sorregge rimane valido, tragicamente attuale, come l’invito a non sottovalutare la contraddizione tra sicurezza ambientale, salute umana e sicurezza militare. Un compito per cui risulta fondamentale il contributo e la messa in pratica del pensiero femminista ecologico e antimilitarista, che ha saputo analizzare, e disvelare, l’articolazione delle formazioni patriarcali con altre forme di oppressione, anche nel loro intreccio con le crisi ecologiche odierne. Questo e molto altro troverà chi vorrà avvicinarsi al pensiero ecofemminista di Gwyn Kirk, con un invito a riscoprire la profondità dell’analisi ecofemminista, come ci invita a fare l’autrice stessa, che delinea in questi saggi un quadro teorico articolato, ricco di genealogie: un solido punto d’appoggio per leggere le crisi odierne, interpretare le contraddizioni del presente ed elaborare strategie per resistere e continuare a esistere. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Gwyn Kirk, Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 49/2022, p. 24″. 2 Carol Cohn, Felicity Hill, Sara Ruddick, L’importanza del genere per l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 54/2024, p. 84″. 3 Catia Cecilia Confortini, Introduction, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 41-42/2020, p. 1. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il militarismo è sempre un vicolo cieco proviene da Comune-info.
February 8, 2026
Comune-info
Al via il Corso per Volontari di Energia per i Diritti Umani
In un mondo attraversato da conflitti e disuguaglianze crescenti, la formazione alla solidarietà e alla nonviolenza diventa un atto politico e sociale necessario. Con questo spirito, Energia per i Diritti Umani APS annuncia una nuova edizione del suo storico corso di formazione per volontari e volontarie. Il percorso è pensato per chiunque senta l’urgenza di approfondire i temi dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della cooperazione internazionale, non solo come concetti teorici, ma come strumenti di trasformazione della realtà. Un programma tra teoria e azione nonviolenta Il corso propone una riflessione profonda sull’idea di una Nazione Umana Universale, affrontando le sfide della contemporaneità attraverso lenti critiche e costruttive. Durante gli incontri verranno analizzati temi centrali come: * Cooperazione internazionale * Colonialismo, culture africane e indiane, migrazioni * Diritti di genere tra nord e sud del mondo * Tutela e sostegno dell’infanzia * Nascita e sviluppo di un progetto di cooperazione * Metodologia dell’azione nonviolenta * Sostenibilità ambientale, salute e sicurezza alimentare * Educazione alla solidarietà e alla multiculturalità L’obiettivo è formare volontari capaci di agire con responsabilità e consapevolezza, pronti a promuovere una cultura della pace che parta dal basso. Calendario e modalità di partecipazione Il corso si svilupperà attraverso quattro incontri serali e un workshop residenziale conclusivo, un momento fondamentale per consolidare il gruppo e le competenze acquisite: * Presentazione pubblica: lunedì 24 febbraio (ore 19:00 – 21:00); * Incontri in aula: martedì 3, 10, 17 e 24 marzo (ore 19:00 – 21:30); * Workshop finale: 28 e 29 marzo in Umbria. La sede degli incontri romani è lo storico quartiere di San Lorenzo, in Via dei Latini 12. Al termine del percorso verrà rilasciato un attestato di partecipazione a tuttǝ ǝ iscrittǝ. C’è la possibilità di partecipare agli incontri anche online. Come iscriversi: Per ricevere maggiori informazioni sul programma completo e sulle modalità di iscrizione, è possibile contattare l’associazione: * Email: corso-volontari@energiaperidirittiumani.it * Telefono: +39 06 89479213 * Sito web: https://energiaperidirittiumani.it Per partecipare è possibile iscriversi compilando il seguente modulo: * Form per iscriversi: https://forms.gle/EpMFY6e29kumB1dVA    Energia per i Diritti Umani APS Promuovere la cultura della pace, della nonviolenza e della solidarietà internazionale, formando volontari capaci di agire con responsabilità e consapevolezza nel mondo. Energia per i Diritti Umani
February 6, 2026
Pressenza
La protesta e la violenza
-------------------------------------------------------------------------------- Torino, 31 gennaio 2026. Foto di Milano in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Fu indubbiamente il bisogno di umanità a spingere i nuovi ribelli del Sessantotto alla lotta. La qual cosa rendeva obiettivamente difficile alle varie articolazioni del potere (ammesso che avessero voluto avviare un dialogo con gli studenti) trovare un qualche “ragionevole” punto di intesa col movimento. Le richieste che venivano dalle università, e poi dai quartieri e dalle stesse fabbriche, anche quando erano tecnicamente “ragionevoli”, non lo erano mai sul piano politico, perché rimandavano inevitabilmente a ulteriori e più radicali rivendicazioni. In realtà, facevano tutt’uno con la critica frontale al capitalismo, alla cultura borghese e allo Stato repressivo. Del resto, il carattere rivoluzionario dei contenuti si accompagnava a una estrema durezza delle forme di lotta. In Francia, come è noto, il Sessantotto inaugurò i sequestri dei capi nelle fabbriche – sequestri di massa, fatti a viso aperto dagli operai stessi nel corso dei cortei interni agli stabilimenti -, nonché le barricate nelle strade, a partire dal 3 maggio del 1968. Ma anche in Germania il movimento si caratterizzò per le azioni militanti di piazza e per una forte capacità di fronteggiare cariche e idranti. Una data significativa era già stata quella del 2 giugno del 1967, con l’ampia mobilitazione dei giovani contro la visita dello Scià di Persia Reza Pahlawi, uno degli alleati più fedeli degli Usa, a capo di uno dei regimi più autoritari del tempo. Negli scontri che accompagnarono i cortei cadde a Berlino, colpito a morte dalla polizia, lo studente Benno Ohnesorg. In effetti, l’incidenza della SDS crebbe impetuosamente proprio dopo il giugno del ’67. Ai funerali di Ohnesorg dell’8 giugno parteciparono non meno di 15.000 persone, e circa 7000 lo accompagnarono, con una impressionante marcia silenziosa, il giorno dopo al cimitero di Hannover, dove risiedeva la famiglia. E subito dopo, sempre a Hannover, si tenne il Congresso su Università e democrazia. Condizioni e organizzazioni della resistenza, una fondamentale assemblea-fiume che durò un’intera giornata con la partecipazione di oltre 5.000 persone tra studenti, professori e cittadini. Il tema della discussione era costituito dal senso delle proteste studentesche e quel dibattito fu abbastanza presto riportato in Italia dalla meritoria rivista Quaderni Piacentini (n. 33, febbraio 1968). In quella sede Jürgen Habermas, docente di sociologia e riconosciuto esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte, sostenne sì la positività delle proteste studentesche, ma circoscrisse la loro funzione, sul piano storico, all’ambito dello “stimolo democratico” nei confronti dell’insieme della società e delle istituzioni tedesche: In sostanza, il compito dell’opposizione studentesca era ed è nella Germania occidentale di compensare la mancanza di prospettiva teorica, di sensibilità di fronte a manipolazioni e persecuzioni, la mancanza di radicalità nell’interpretare e praticare la nostra Costituzione democratica basata sullo stato sociale di diritto, la mancanza di preveggenza e fantasia politica – appunto la mancanza di una politica illuminata nelle sue intenzioni, leale nei suoi mezzi, progressiva nelle sue interpretazioni ed azioni. Habermas spostò poi l’attenzione sui metodi di lotta del movimento studentesco, sull’uso delle azioni di forza e sul tema della violenza, chiamando direttamente in causa colui che già la stampa indicava come il leader del movimento, e cioè il berlinese Rudi Dutschke, accusandolo di proporre “un’ideologia volontaristica, che nel 1848 si sarebbe chiamato socialismo utopico, e che nelle condizioni attuali credo di aver ragioni a chiamare fascismo di sinistra”. Il tono del discorso era scopertamente provocatorio: “Vorrei che mi si chiarisse se [Dutschke] provoca intenzionalmente la violenza manifesta secondo il meccanismo calcolato che è inerente a tale violenza, e precisamente in modo da includere il rischio che degli uomini siano fisicamente colpiti…”. Il filosofo sapeva di toccare un punto delicato della storia del movimento operaio, ma riteneva assolutamente indispensabile che sul nodo della violenza il movimento facesse una chiara autocritica: Possiamo discutere sul ruolo progressivo della violenza … C’è un ruolo progressivo della violenza e la distinzione analitica tra violenza progressiva e reazionaria ha un suo senso appunto per l’analisi. Ma io ritengo che in una situazione né oggettivamente rivoluzionaria, né analoga a quella post-rivoluzionaria … la violenza spontanea deve essere sostituita dalla pianificazione politica. Le regole formali, contro le quali qui scendete in campo con tanto calore, dovrebbero essere piuttosto realizzate, e non già messe fuori gioco. Il primo a rispondere a Habermas sull’uso studentesco della “violenza”, termine quanto mai ambiguo, poiché si trattava di semplici occupazioni di edifici, di cortei non autorizzati e di azioni dimostrative contro oggetti e luoghi simbolici del potere, fu Hans Jürgen Krahl, che da Francoforte proveniva: Sono davvero i pomodori a provocare la violenza oppure non è piuttosto l’apparato statale iperburocratizzantesi che costringe gli studenti alla provocazione in quanto la loro opposizione contro un potere esecutivo tecnologicamente molto equipaggiato, che devono affrontare con mani nude, li costringe oggettivamente al comportamento di popoli primitivi? Io direi quindi che l’assalto brutale e sanguinoso dell’apparato statale della violenza scatenata e mobilitabile ogni momento contro gli studenti è possibile solo perché gli studenti non sono organizzati e reagiscono caoticamente … Io direi allora, dato che non siamo armati materialmente, che dobbiamo trovare forme ritualizzate del conflitto, della provocazione, e per mezzo loro mostrare davanti al pubblico nelle strade, in modo dimostrativo, una non-violenza non solo idealistica, ma materialmente manifesta. Da parte sua, Rudi Dutschke richiamò l’attenzione sull’obiettiva modifica della relazione tradizionale tra teoria e prassi. Nell’epoca di Marx si poteva sostenere, con una certa legittimità, che se il pensiero rivoluzionario penetrava nella realtà, e la realtà faceva proprio quel pensiero, la rivoluzione diventava fatto reale. Ma nel tardo-capitalismo le cose stavano diversamente, in quanto i presupposti materiali per ciò che Marx indicava come passaggio dalla preistoria alla storia erano già tutti contenuti nella realtà: Gli sviluppi delle forze produttive hanno raggiunto il punto in cui l’eliminazione della fame, della guerra e del dominio è diventata materialmente possibile. Tutto dipende dalla volontà cosciente degli uomini, dal fatto che essi facciano finalmente con coscienza la storia che comunque hanno sempre prodotto. Cioè, professor Habermas, il suo oggettivismo senza concetto colpisce a morte il soggetto da emancipare. In effetti, era proprio il concetto di essere umano quello che la visione di Habermas espungeva dalla scena; e questo gli impediva di vedere ciò che agli occhi degli studenti era divenuto evidente, ovvero la stessa, inedita duplicità dell’istituzione universitaria, che, da un lato, era strettamente funzionale alla scientificizzazione del processo produttivo tipica del tardo-capitalismo, e, dall’altro, funzionava come indispensabile punto di partenza della possibile politicizzazione antiautoritaria. Si trattava di una duplicità piuttosto generalizzata nell’epoca del capitalismo avanzato, “caratterizzata dal fatto che permette al padrone di portare a spasso il cane e allo stesso modo mette anche la strada a disposizione delle proteste contro il Vietnam e canalizza la protesta”. In altre parole, concludeva Dutschke, diveniva indispensabile “una nuova definizione dell’attività soggettiva, ed è per questo che si critica l’oggettivismo che continua ad aver fiducia in un processo emancipativo che si realizzi spontaneamente e naturalmente. Io non ho questa fiducia, io confido solo nelle attività concrete di uomini inseriti nella prassi e non in un processo anonimo”. Ed era proprio questo che il Movimento testimoniava con la sua stessa esistenza e la sua concreta pratica politica: Ci è diventato chiaro che le regole del gioco stabilite da questa democrazia non razionale non sono le nostre, e che punto di partenza della politicizzazione degli studenti doveva essere la cosciente violazione da parte nostra di tali regole … [poiché] il rischiaramento razionale senza azione diventa fin troppo facilmente consumo, così come l’azione senza elaborazione razionale della problematica si trasforma in irrazionalità. Il dominio razionale della situazione di conflitto nella società implica costitutivamente l’azione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > E se ci liberassimo della “virilità guerriera”? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La protesta e la violenza proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
E se ci liberassimo della “virilità guerriera”?
Torino, 31 dicembre. Foto di Glomeda (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina, tornata purtroppo di attualità: “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che sta accadendo dopo la manifestazione di Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna. Se è vero che a trasformare una protesta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra, con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati. Tale è la “virilità guerriera”, a cui purtroppo cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “guerra e pace”, “buoni e cattivi”, “caos e ordine”, “paura e sicurezza”, si cominciasse invece a riflettere sull'”agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento. Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e oggi a Minneapolis contro l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi. Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame, che c’è sempre stato, tra tutte le forme di dominio – sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, ecc.-, rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto. -------------------------------------------------------------------------------- SULLA PROTESTA DI TORINO LEGGI ANCHE: Torino e il dissenso come problema del potere [Emilia De Rienzo] Il fiume e gli argini [Marco Arturi] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SARAH BABIKER: > Muchomacho. La guerra maschia -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > L’efficacia della resistenza civile -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo E se ci liberassimo della “virilità guerriera”? proviene da Comune-info.
February 2, 2026
Comune-info