Il militarismo è sempre un vicolo ciecoLE RIFLESSIONI CONTENUTE NEGLI SCRITTI DI GWYN KIRK, NUTRITE DI FEMMINISMO,
FILOSOFIA DELLA NONVIOLENZA E ANTIMILITARISMO, FORNISCONO UN ROBUSTO E
ARTICOLATO QUADRO TEORICO PER PENSARE INSIEME VIOLENZA ECOLOGICA, VIOLENZA SULLE
DONNE E VIOLENZA SUL MONDO NON UMANO. “IL MILITARISMO È, LETTERALMENTE, UN
VICOLO CIECO. LA SUA DISTORSIONE CENTRALE È CHE LA VIOLENZA ORGANIZZATA SIA
ESSENZIALE PER GARANTIRE LA SICUREZZA – SCRIVE FRANCESCA CASAFINA NELLA
PREFAZIONE DI UN SOLIDO TERRENO: UN FEMMINISMO ECOLOGISTA E MATERIALISTA (NOVA
DELPHI), IL LIBRO DI GWYN KIRK – AL CONTRARIO, LE FEMMINISTE, COSÌ COME GLI
AMBIENTALISTI E I POPOLI INDIGENI CHE SI BATTONO PER LA SOSTENIBILITÀ E
L’AUTODETERMINAZIONE, HANNO DIMOSTRATO CHE IL MILITARISMO CREA GRAVI INSICUREZZE
PER LE POPOLAZIONI SOTTOMESSE, PER MOLTI ALL’INTERNO DELLE NAZIONI DOMINANTI,
PER L’UMANITÀ E PER IL PIANETA STESSO…”. IL LIBRO DI GWYN KIRK (TRADUZIONI DI
TERESA BERTUZZI E FRANCESCA CASAFINA) SARÀ PRESENTATO IL 28 FEBBRAIO A ROMA ALLA
CASA DELLE DONNE, NELL’AMBITO DELLA FIERA DELL’EDITORIA DELLE DONNE FEMINISM9.
LA PREFAZIONE COMPLETA
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“Sì, molte persone coltivano orti, risparmiano acqua, riciclano materiali,
promuovono energie rinnovabili, crescono i figli, si prendono cura degli
anziani, sostengono le giovani e i giovani attivisti e superano le barriere
razziali, di classe, di genere e nazionali… Eppure, il mondo ha intrapreso un
catastrofico percorso fatto di disastri ambientali, crudeltà, avidità, gravi
disuguaglianze e rapacità neoliberista. […] Questi saggi sono il mio tentativo
di trovare un solido punto d’appoggio in questi tempi senza precedenti: un
femminismo ecologico coerente, diretto e urgente“
(G. Kirk, “Un solido terreno. Saggi su ecologia e femminismo”)
L’ecofemminismo ha esteso la riflessione femminista alla natura, mettendo al
centro della propria critica filosofica le relazioni. La filosofia ecofemminista
riconosce la natura patriarcale dei sistemi di oppressione e ne mette in
evidenza gli effetti sulle donne e sulla natura, senza per questo sostenere –
come a lungo si è rimproverato all’ecofemminismo – una identificazione astorica
tra le due, bensì sforzandosi di comprendere come questa equiparazione delle
donne al regno della fisicità abbia funzionato storicamente – almeno nelle
culture occidentali – all’interno di una cornice filosofico-concettuale
oppressiva. “Nell’ultimo decennio le discussioni accademiche sull’ecofemminismo
negli Stati Uniti sono state paralizzate da argomentazioni sull’essenzialismo e
sulla maggiore vicinanza delle donne alla natura. Tuttavia, una simile
affermazione implica una separazione tra umani e non-umani altamente
problematica”, scrive Gwyn Kirk nel saggio che dà il titolo alla raccolta di
scritti dell’autrice Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista,
pubblicata dalla casa editrice Nova Delphi Libri nella collana Intersezioni,
dedicata all’ecofemminismo “Per rendere efficaci l’analisi e l’attivismo”,
scrive l’autrice, “bisogna disporre di un quadro teorico materialista ampio e
articolato”. Studiosa e attivista ecofemminista, Gwyn Kirk è tra le fondatrici
dell’International Women’s Network Against Militarism, e si interessa da molti
anni di femminismo, ecologia e pacifismo. Nei primissimi anni ’80 del secolo
scorso fu tra le attiviste che presero parte al primo campo di pace femminista
di Greenham Common, di cui l’autrice stessa racconta nel classico Greenham Women
Everywhere: Dreams, Ideas and Actions from the Women’s Peace Movement (con Alice
Cook, 1983). L’esperienza di Greenham permise a molte donne di mettere in
connessione il livello micro delle violenze – domestico e interpersonale – con
il livello macro della violenza su scala globale. Poco prima della creazione del
campo di Greenham, nel 1980 e 1981 un gruppo di donne aveva circondato il
Pentagono per protestare contro la gli interessi dell’industria nucleare e la
retorica della sicurezza armata globale, analizzando da un punto di vista
femminista le connessioni fra patriarcato, militarismo, colonialismo e
devastazione ambientale.
Nel corso degli anni, Kirk ha tenuto corsi in studi di genere e storia delle
donne in diversi college e università statunitensi, e dai suoi scritti emerge la
necessità di pensare la ricerca e l’attivismo come ambiti inscindibili, come
scrive nel saggio Rami, radici e ali, o in Istruzione e apprendimento, in cui si
sofferma appunto sulla sua attività di docente negli Stati Uniti. Il tema
dell’insegnamento, così importante per Kirk, appare intimamente legato
all’attivismo ambientale e alla necessità di riconsiderare i nostri stili di
vita e il nostro modo di abitare il mondo.
Il degrado ambientale, e il suo impatto, a livello locale e globale, sulla vita
delle donne, è un tema femminista laddove aiuta a comprendere i meccanismi
dell’oppressione. E sposta l’asse della riflessione direttamente sulle
condizioni storiche e materiali delle vite delle donne. Per questo è necessario
difendere un ambientalismo femminista materialista, come scriveva anche Greta
Gaard in Critical Ecofeminism (Ecocritical Theory and Practice) del 2017. Senza
indugiare troppo in inutili quanto dannosi dibattiti se sia giusto considerare o
no l’ecofemminismo come essenzialista, anche Kirk suggerisce di guardare alla
materialità della vita delle donne, alle condizioni reali della loro
oppressione, alle contraddizioni del capitalismo globale.
Le riflessioni contenute negli scritti di Kirk, nutrite di femminismo, filosofia
della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro
teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza
sul mondo non umano. Un quadro che, ovviamente, muove da una critica forte alla
guerra, in quanto esaltazione della violenza in tutte le sue forme, e al
militarismo che genera una cultura della violenza. Il militarismo sfrutta le
diseguaglianze e, come tutti i sistemi di oppressione, perpetua la logica del
dominio e si nutre di dualismi oppositivi, quegli stessi dualismi che la critica
femminista della scienza ha rivelato essere elementi centrali del pensiero
occidentale.
Ad alimentare costantemente la macchina della guerra, scrive, c’è un’idea
militarizzata di sicurezza. L’autrice ci ricorda che la contraddizione tra
sicurezza ambientale e sicurezza militare non può e non deve essere
sottovalutata. In un saggio pubblicato nel 2022 sulla rivista “DEP Deportate
Esuli Profughe” (Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and
Connectedness), scriveva che è necessario riconoscere la contraddizione alla
base della sicurezza militarizzata, ovvero che le nazioni utilizzano molte
risorse a loro disposizione per prepararsi alla guerra, anche durante i periodi
di “pace”.
Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è
che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza. Al
contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si
battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il
militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti
all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso.1
Come scrivono Carol Conh, Felicity Hill e Sally Ruddick, “i termini e i simboli
di genere sono parte integrante del modo in cui le questioni politiche vengono
pensate e rappresentate”.2 Solo un’analisi femminista, attenta al funzionamento
delle gerarchie di potere e alle intersezioni fra i sistemi di oppressione, può
infatti connettere i livelli micro e macro delle violenze. Come ha scritto
Cynthia Enloe, citata da Catia Cecilia Confortini nell’introduzione al numero di
“DEP Deportate Esuli Profughe” dedicato al disarmo, “il personale è
internazionale”.3 Ed è la ragione per cui, scrive Kirk, le femministe non
possono ignorare il problema del militarismo, tanto nell’analisi quanto
nell’attivismo.
Kirk ha descritto in molti suoi lavori, fra questi alcuni raccolti
nell’antologia Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, la
progressiva militarizzazione delle isole del Pacifico, con il problema della
radioattività e dei test nucleari. Solo nello stato insulare delle Isole
Marshall, a metà strada tra le Filippine e le Hawaii, vennero condotti fra il
1946 e il 1958 sessantasette test nucleari, come racconta nel saggio Isole
Marshall: sopravvissuti al nucleare. Il tema dell’impatto ambientale del
militarismo statunitense è al centro anche del saggio Vie di salvezza. Kirk
prende in esame le mobilitazioni di diverse organizzazioni delle Filippine,
della Corea del Sud e della prefettura di Okinawa, in Giappone; analizza le
denunce, le battaglie per ottenere giustizia, la decisione di non subire
passivamente un destino imposto in nome della sicurezza globale. Proprio a
Okinawa, nel 1997, nacque quello che è oggi l’International Women’s Network
Against Militarism, di cui Gwyn Kirk è stata una delle fondatrici. Dal sito del
Network:
Our Network – with members in Guåhan (Guam), Hawai’i, Japan, Northern Mariana
Islands, Okinawa, Philippines, South Korea, and the continental United States –
has focused on decades of militarization, insecurity and violence in the
Asia-Pacific region. Today, we express our solidarity and offer a vision for
genuine security in the face of the humanitarian crisis in Palestine and Israel.
As a feminist Network, we have witnessed and documented the fact that women and
girls bear the heaviest cost of militarism, military bases and operations, armed
conflicts, and wars, though this is distributed unevenly based on race,
ethnicity, class, age, gender identity, sexual orientation, religion,
nationality and citizenship status, and geography.
Nonostante alcuni saggi raccolti nel volume siano stati scritti anni fa,
l’impianto teorico che li sorregge rimane valido, tragicamente attuale, come
l’invito a non sottovalutare la contraddizione tra sicurezza ambientale, salute
umana e sicurezza militare. Un compito per cui risulta fondamentale il
contributo e la messa in pratica del pensiero femminista ecologico e
antimilitarista, che ha saputo analizzare, e disvelare, l’articolazione delle
formazioni patriarcali con altre forme di oppressione, anche nel loro intreccio
con le crisi ecologiche odierne. Questo e molto altro troverà chi vorrà
avvicinarsi al pensiero ecofemminista di Gwyn Kirk, con un invito a riscoprire
la profondità dell’analisi ecofemminista, come ci invita a fare l’autrice
stessa, che delinea in questi saggi un quadro teorico articolato, ricco di
genealogie: un solido punto d’appoggio per leggere le crisi odierne,
interpretare le contraddizioni del presente ed elaborare strategie per resistere
e continuare a esistere.
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1 Gwyn Kirk, Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and
Connectedness, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 49/2022, p. 24″.
2 Carol Cohn, Felicity Hill, Sara Ruddick, L’importanza del genere per
l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, “DEP Deportate, esuli,
profughe”, 54/2024, p. 84″.
3 Catia Cecilia Confortini, Introduction, “DEP Deportate, esuli, profughe”,
41-42/2020, p. 1.
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