Tornare alla lezione della SumudUN GRANDE AZIONE DI DISOBBEDIENZA, UNA BRILLANTE PROVOCAZIONE NONVIOLENTA, UN
GESTO SIMBOLICO DI SOLIDARIETÀ MA ANCHE UN’OPERA DI VERITÀ, PERFINO UNA SPINTA
TRASFORMATIVA DEI BILANCIAMENTI DELLE FORZE IN CAMPO. E ANCORA: UN’AZIONE CHE HA
AVUTO UN SUO INIZIO, UNA SUA CONCLUSIONE MA ANCHE LA CAPACITÀ DI APRIRE NUOVI
PERCORSI. ERA DA DECENNI CHE NON SI ASSISTEVA A UN MOVIMENTO POPOLARE
INTERNAZIONALE COME QUELLO CHE HA DATO FORMA E HA ACCOMPAGNATO NELLE PIAZZE, PER
ALTRO CON UNA MASSICCIA PRESENZA DI GIOVANI, LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. L’AZIONE
SUMUD, CHE HA AVUTO BISOGNO DI UN’ADEGUATA PREPARAZIONE, NON HA MAI DETTO DI
PUNTARE A FERMARE IL GENOCIDIO PERCHÉ I SUOI INTERLOCUTORI PRINCIPALI NON ERANO
GLI STATI: I VERI OBIETTIVI SONO STATI INCORAGGIARE LE PERSONE COMUNI A METTERE
IN DISCUSSIONE L’IDEA DELLA POLITICA COME DELEGA E FAVORIRE L’ESERCIZIO DI UN
PENSIERO AUTONOMO. PER IL COLLETTIVO PROGETTO NONVIOLENTO MILANO È IMPORTANTE
TORNARE ALLA INASPETTATA E STRAORDINARIA LEZIONE DELLA SUMUD
Come molti, abbiamo seguito con interesse l’iniziativa della Sumud Flottilla,
che ha catalizzato l’attenzione delle opinioni pubbliche di tutto il mondo e ha
provocato alcuni importanti effetti. Allo stesso tempo, abbiamo notato che
questa iniziativa non ha incontrato (almeno in Italia, nostro ambiente di
riferimento) una piena comprensione rispetto ai suoi principi, al modo in cui è
stata portata avanti e ai suoi scopi. In poche parole, non è stato capito il
fatto che quella della Sumud Flottilla è stata un’azione nonviolenta, e ciò è
avvenuto perché appare generalmente scarsa la conoscenza di cosa sia la
nonviolenza e di come essa agisca. Riteniamo utile portare alla luce questo
aspetto, che consideriamo necessario per capire l’azione della Sumud e trarne le
conclusioni. Speriamo che la divulgazione possa ispirare nuove azioni, nel
quadro di una difficile lotta, non solo contro l’attuale genocidio (non
interrotto dalla farsa della tregua), ma per un ripristino della democrazia
cancellata, e contro la guerra, perseguita con pertinacia criminale dalle élites
dirigenziali europee.
Problema di partenza: ignoranza sostanziale sulla nonviolenza
L’esperienza della Sumud Flottilla ci è parsa un’iniziativa nonviolenta ben
preparata e ben condotta. Già questo ci avrebbe resi propensi a parlarne, sulla
scia del nostro percorso di indagine apertosi con il convegno dell’ottobre 2023
“Nonviolenza nell’era dell’emergenza”, ed evolutosi poi, seguendo gli sviluppi
peggiorativi della situazione mondiale, nella riflessione in essere:
“Nonviolenza: è ancora possibile?”.
Oltre a questo aspetto puramente costruttivo, aggiungiamo una pars destruens,
che riguarda il generale fraintendimento dell’azione Sumud (da ora in poi
chiamata così) da parte dell’opinione pubblica. Sorvolando sulle posizioni
filosioniste, che non è produttivo considerare in questa sede, rileviamo come la
sostanza nonviolenta dell’azione Sumud sia ignota un po’ a tutti: agli analisti
della sfera di sinistra, che può dirsi la nostra stessa sfera (con l’importante
distinzione che non consideriamo l’attuale “sinistra istituzionale”, tipo PD o
altri, una vera sinistra); ai partecipanti alle dimostrazioni per la Palestina e
per la Sumud Flottilla; a quella parte minoritaria di persone appartenenti alla
cosidetta “area del dissenso” della quale ci riteniamo anche noi parte; e
finanche a commentatori illustri che seguiamo abitualmente. C’è una generale
inconsapevolezza, un “non sapere di non sapere”: si commenta l’azione Sumud con
categorie e paradigmi inadeguati perché non c’è nemmeno il sospetto che essa si
rifaccia a una tradizione precisa e ben definita.
Alcuni hanno ritenuto che lo scopo della flotta fosse quello di portare a
destinazione il cibo, salvando la popolazione dall’assedio per fame. Altri si
auguravano che Israele, data l’attenzione mediatica, rinunciasse a fermare
l’avanzata della flotta. Altri ancora hanno parlato con ammirazione di un
martirio volontario delle persone coinvolte nell’azione. Tutti questi
ragionamenti non sono sbagliati di per sé, ma non sono il punto.
Fisionomia di un’azione nonviolenta
PROVOCAZIONE
Iniziamo con il dire una cosa che probabilmente scandalizzerà i malpensanti:
l’azione Sumud si configurava fin dall’inizio, e in effetti è stata, una
brillante provocazione nonviolenta.
L’aspetto della provocazione è poco conosciuto, perché l’idea di nonviolenza si
associa erroneamente a un irenismo inerme, cosa che non è. Anzi, spesso la
nonviolenza consiste nell’aprire conflitti che altrimenti resterebbero
sottaciuti in una situazione di apparente calma in cui ingiustizie o soprusi
sono cristallizzati. Ricordiamo anche che la provocazione nonviolenta ha anche
una sua tradizione, che in Europa fu incarnata dagli olandesi PROVO (appunto)
negli anni 1966 e 1967, e fu poi raccolta dal gruppo italiano PROVO – ONDA VERDE
di cui fece parte Aligi Taschera, a cui dobbiamo l’insegnamento nonviolento
anche di questo articolo, insieme a Majid Valcarenghi e altri.
Un esempio paradigmatico di provocazione nonviolenta fu allora l’azione di
portare fiori alla polizia, che gli agenti ripagavano spesso e volentieri con
percosse e aggressioni. L’iniziativa di per sé era innocua e non aveva alcuna
funzione se non quella rivelatoria: mostrare in piena luce chi effettivamente
usa violenza, e in tal modo screditare il potere. L’azione Sumud ha replicato
questo schema, in grande stile.
DISOBBEDIENZA
L’azione Sumud ha inoltre ripreso un’altra modalità tipica della nonviolenza,
ovvero la disobbedienza civile, qui declinata in modo particolare, con due
differenze principali rispetto al caso classico.
La prima differenza consiste nel fatto che solitamente il militante disobbedisce
alla legge del proprio paese, mentre qui, con un notevole aumento del rischio
personale, i militanti non erano entro i loro confini di cittadinanza.
La seconda differenza sta nel fatto che l’azione Sumud è stata più che altro una
“obbedienza civile”: i militanti non hanno disobbedito ad alcuna legge, anzi,
hanno agito nel pieno rispetto delle leggi internazionali, che è Israele a
violare platealmente e impunemente. Le prepotenze subite da persone che si
trovavano nella piena legittimità hanno dimostrato con tutta evidenza quello che
sta succedendo: uno stato viola il diritto, le leggi e tutto l’immaginabile, e
come se non bastasse in questo caso lo ha fatto per impedire un’azione
umanitaria.
PORTARE CIBO COME AZIONE SIMBOLICA
Va a questo punto precisata la questione degli alimenti. Un gruppo di barche
come quello della Sumud non può nutrire l’intera popolazione palestinese né
salvarla dalla fame a cui Israele la condanna, anche se certamente avrebbe
portato prezioso sollievo ai pochi in grado di ottenerlo. L’azione è piuttosto
simbolica: il tentativo di soccorrere degli affamati assediati.
Facendosi poche illusioni relative al successo del portare effettivamente cibo a
destinazione, l’azione era volta a mostrare come stanno le cose: pur agendo in
senso umanitario e in modo conforme al diritto internazionale si viene
arrestati, attaccati e rapiti da uno stato che si professa “democrazia” –
insomma mostrare, al mondo, a chi non lo ha ancora capito, che cosa è Israele,
il suo comportamento e le sue menzogne.
SACRIFICIO
Per fare ciò, è stata necessaria una notevole forza d’animo da parte dei
militanti e una disponibilità al sacrificio personale di grande rilievo.
Pensiamo solo al fatto che la marina israeliana ha abbordato le barche di notte,
e in qualsiasi momento qualcuno poteva cadere in mare. Inoltre si sono
verificati attacchi incendiari alle barche, già quando erano alla fonda, a opera
di droni sconosciuti il cui mandante non è difficile immaginare (lo ha amesso
perfino Tajani, a caldo, con una maldestra excusatio non petita).
Già questo scatenamento di atti aggressivi e di pirateria indica che l’azione
nonviolenta va nella giusta direzione, proprio perché essa trae senso dalla
provocazione nei confronti del potere, il quale reagisce dimostrando, al di là
di propaganda e chiacchiere, la propria natura brutale, l’arbitrarietà, lo
sprezzo delle leggi che finge di rispettare, l’inconsistenza delle menzogne
volte a presentarsi come vittima, e così via.
Chi conduce un’azione nonviolenta si augura che il potere abbia una reazione del
genere, poiché la posizione di quest’ultimo dopo si fa meno sicura, meno
difendibile. Il che appunto implica che chi conduce l’azione si esponga a grossi
rischi. Ma non è la volontà di un martirio fine a sé stesso a guidare una azione
nonviolenta: il mettersi a rischio è un mezzo per dimostrare la verità, e il
sacrificio personale è un male necessario e si spera limitato, non un fine in sé
a cui puntare, plaudendo all’autosupplizio.
Tant’è che nella nostra riflessione “Nonviolenza: è ancora possibile?”
rilevavamo la grande incognita del mettersi a rischio in un contesto in cui,
dall’altra parte, il potere non ha nessun tipo di freno alla sua sregolatezza:
se la nonviolenza diventa sacrificio umano, è ancora sé stessa? È ancora
efficace? Va ripensata? La questione rimane aperta, ma fortunatamente non
riguarda da vicino l’azione Sumud che non ha avuto esito cruento.
ADDESTRAMENTO
L’esito fausto dell’azione Sumud, nello specifico il non verificarsi di
ferimenti o eventi fatali, è stato favorito anche da un elemento importante per
qualsiasi azione nonviolenta: l’addestramento preliminare.
Sappiamo che i componenti della flottiglia hanno trascorso almeno due o tre
giorni alla fonda, impegnati in uno specifico addestramento. In previsione di
abbordaggi, aggressioni, detenzione arbitraria e abusi da parte dello stato
israeliano, i militanti saranno stati preparati adeguatamente, ad esempio a non
reagire durante l’abbordaggio, poi presumibilmente a non cedere alla paura
durante la detenzione, a restare calmi e centrati in condizioni di forte stress,
a non provocare direttamente né ingaggiare schermaglie con i militari, a
conoscere le leggi che Israele viola ma che pure esistono e vanno ricordate al
personale israeliano, e così via.
Una dimostrazione del buon addestramento ricevuto emerge dalla modalità di
comunicazione successiva al rilascio. Diversi militanti intervistati, compresi
Greta Thumberg e Mandla Mandela, hanno raccontato la loro esperienza in modo
simile: hanno illustrato gli abusi subiti, senza infingimenti e senza retorica,
in modo asciutto e preciso, e concludendo sempre con una importante
considerazione: quello che loro hanno subito è di gran lunga meno pesante di
quanto i palestinesi siano costretti a subire continuamente, ogni giorno e senza
attenzione mediatica che li protegga.
(A questo schema ben condotto ci sono state significative eccezioni, come quella
dell’influencer Saverio Tommasi che, non pago di aver pubblicizzato il proprio
ristorante nello stesso post nel quale si fotografava a bordo della Sumud
Flottilla, ha poi prodotto ex post numerosi contenuti sulle prepotenze subite,
dimostrando un intento autocelebrativo quanto meno poco edificante che ha
scatenato il conseguente dileggio generale. Come mai una iniziativa ben
preparata come questa abbia imbarcato elementi come Tommasi è questione aperta
che non abbiamo le conoscenze per affrontare, ma che non giudichiamo
positivamente).
DESTINATARI E IDENTIFICAZIONE
L’intento di disvelamento ha un destinatario preciso: le opinioni pubbliche di
tutto il mondo. Come abbiamo detto, lo scopo precipuo dell’azione Sumud non era
quello di far arrivare il cibo a destinazione, né di evitare la reazione
israeliana, né di immolarsi. Piuttosto, è stata un’opera di verità che come tale
ha chiamato tutti quanti noi come testimoni.
Il fatto che i militanti fossero cittadini di ogni parte del mondo è un elemento
significativo. Da questo punto di vista, la Freedom Flottilla salpata poco tempo
dopo ha attuato un ulteriore accorgimento intelligente: ha pubblicato sui suoi
profili social i video delle varie delegazioni di ogni paese, che, aspettandosi
di essere arrestati di lì a poco, chiedevano a chi guardava il video di scrivere
(o taggare e simili) al proprio governo.
Questa pubblicazione metodica ha permesso al pubblico di verificare la grande
quantità di rappresentanze nazionali nell’impresa e, trovando la propria, di
identificarsi: chi è sulle barche di fatto è gente come noi, con il nostro
stesso aspetto e con uno status uguale – mentre per alcuni i palestinesi
risultano distanti, incapsulati nel ruolo di eterne vittime, o peggio poco
credibili, ascoltare un connazionale che racconta di essere stato messo dentro
una gabbia e lasciato senza farmaci da militari con cani latranti al seguito è
cosa impressionante.
I militanti non si presentano come eroi o figure eccezionali: la forza del loro
messaggio deriva anche dal fatto che sono persone che appaiono ordinarie, “come
noi”, eppure capaci di coraggio e di azione. In cosa noi siamo diversi da loro?,
ci viene da domandarci. La domanda richiama l’attenzione tanto sulla
responsabilità di Israele, che sulla nostra possibilità di agire: la prima è
percepita come più odiosa; la seconda appare concreta e possibile.
Ma l’attenzione va anche a chi non è esattamente come noi: si rileva che le
delegazioni di persone africane e arabe hanno subito un trattamento più duro
rispetto ai militanti bianchi, sono state trattate peggio, i veli delle donne
sono stati tirati o fatti togliere, le detenzioni sono state più lunghe e in
alcuni casi le persone sono sparite per uno o due giorni, come è successo a
Mandla Mandela, la cui parentela con Nelson Mandela e conseguente notorietà
evidentemente hanno pesato meno rispetto alla pelle nera.
La cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente” si dimostra apertamente
razzista. E a illuminare questa realtà, le ultime in ordine di tempo sono le due
flottiglie.
CREAZIONE DI SCENARI NUOVI
Sia prima, che nel corso dell’azione Sumud, alcuni hanno sperato che i governi
si muovessero in qualche modo, richiamati alle loro responsabilità
dall’aggressione di Israele ai danni di cittadini del proprio paese. Senza
dubbio, in una situazione di “normalità” del contesto internazionale, qualcosa
sarebbe potuto succedere: in teoria, uno stato non può permettere che un altro
stato aggredisca i propri cittadini nel modo in cui abbiamo visto. L’azione
nonviolenta si prefigurerebbe in tal caso come una sorta di “miccia” che
attraverso il gesto dei militanti consente ai governi di prendere posizione
contro uno stato canaglia avendo dalla sua tutte le ragioni.
Data la situazione attuale, aspettarsi il risultato di far muovere stati e
governi era pura illusione e in un paragrafo successivo spiegheremo perché. Ora
vogliamo invece illuminare il fatto che, anche se i governi non si sono mossi
come avrebbero dovuto, e anzi si sono rifugiati dietro giustificazioni assurde
(ennesimo disvelamento: Israele non è semplicemente impunito, è attivamente
assecondato), possiamo anche dire che qualcosa è pur successo. Tre stati hanno
infatti mosso la loro Marina Militare: l’Italia per prima, su decisione del
Ministro della Difesa Crosetto, poi la Spagna di Sanchez e infine la Turchia di
Erdogan. L’iniziativa si è risolta in un dietro front delle navi senza alcun
aiuto concreto alla flottiglia e senza offrire protezione, eccetto la
disponibilità a recuperare eventuali naufraghi; eppure possiamo ben immaginare
che la cosa non sia semplice come appare.
Sappiamo che la Spagna di Sanchez è stata apertamente critica con Israele e ha
messo in atto iniziative di diminuzione dei rapporti (non risolutive come
proclamato, ma comunque esistenti). Sappiamo anche che, nonostante il governo
italiano collabori con Israele, la destra al governo non è sempre stata
filosionista, anzi, il sentimento antisionista e favorevole alla causa
palestinese è risalente nella destra italiana e prende piede già nel post
fascismo. Nel governo Meloni, oggi connivente, permangono sentimenti ostili a
Israele, e il gesto di Crosetto ha probabilmente incontrato più gradimento di
quello che è stato manifestato. Relativamente a Erdogan conosciamo bene la sua
abilità nella realpolitik: si può nutrire la ragionevole certezza che se ha
mosso la sua Marina lo ha fatto per un motivo a lui utile e sperabilmente (anche
se non è detto) ostile a Israele.
Non possiamo sapere cosa si sia agitato dietro le quinte, sappiamo però che
qualcosa è avvenuto. E per un breve momento, una flottiglia di militanti
nonviolenti ha avuto al suo fianco tre Marine Militari, nonostante il potere
spropositato dei sionisti sui governi occidentali.
L’azione nonviolenta ha innescato delle dinamiche, aperto delle strade
inimmaginabili prima. Questo risultato non è inusuale perché la nonviolenza si
pone sullo scacchiere in modo diverso dal consueto e può per questo imprimere
una spinta trasformativa ai rapporti e ai bilanciamenti delle forze in campo.
NON È ANCORA FINITA
Restando sull’azione in senso stretto (senza ancora aver affrontato il suo
effetto più rilevante che ha avuto il suo culmine nello sciopero generale del 22
settembre), citiamo un altro motivo per cui l’azione Sumud è tipicamente
nonviolenta ed è stata efficace: l’azione si è conclusa, ma prosegue in un
percorso ancora in essere.
I militanti infatti, tornati nei rispettivi paesi, hanno fatto un ulteriore
passo: hanno denunciato Israele e la sua condotta criminale presso gli organi
nazionali competenti. È notizia recente che la Procura di Roma, che ha
competenza sui reati commessi all’estero ai danni dei cittadini italiani, ha
aperto un fascicolo in merito. Data la denuncia ricevuta, l’atto era
obbligatorio ed è realistico aspettarsi che resti nel campo della pura
formalità: il fascicolo scottante verrà infilato sotto una pila di altri faldoni
e comodamente parcheggiato in attesa di chissà cosa.
Questo “chissà cosa” però è foriero di ipotesi suggestive e non del tutto
infondate. Se i rapporti di forza dovessero cambiare, e il potere sionista per
qualche motivo cadere in disgrazia, il fascicolo imboscato potrebbe trasformarsi
in un “qualcosa”: una leva per fare pressione, un pretesto per dare fastidio,
persino uno strumento di attacco. Il diritto internazionale (e non solo) ha
subito dei colpi cruciali dalla condotta dell’Occidente collettivo, di Israele
genocida e dei paesi che lo fiancheggiano. Sempre l’ineffabile Tajani, ministro
della Repubblica, si è spinto a dichiarare in diretta televisiva che “il diritto
conta fino a un certo punto”. Ma non è detto che non debba contare niente da qui
all’eternità: il Sudafrica si è mosso in sede internazionale, ora raggiunto dal
Brasile e dall’Irlanda, denunciando Israele per genocidio presso la Corte Penale
Internazionale. La denuncia avrà il suo corso e, se il diritto tornerà a essere
sostenuto da una forza collettiva equa e normata, ci sarà un processo che
porterà a delle conseguenze.
Al momento si tratta di un auspicio, che trae forza dalla constatazione che gli
equilibri mondiali stanno comunque cambiando e che il mondo a dominio
statunitense (e quindi israeliano) si avvia a diventare uno scacchiere
multipolare: lì, un alleato particolarmente ingombrante, inaffidabile, costoso,
scomodo e ormai universalmente odiato potrebbe costituire un fardello a un certo
punto insostenibile. A quel punto, una Corte Penale potrebbe vedere qualche
ostacolo rimosso, e qualche fascicolo oggi fragile e sottile potrebbe dotarsi di
un qualche tipo di spessore.
“Fai quel che devi, accada ciò che può”, ebbe a dire Gaetano Salvemini
ispirandosi a Kant. Si tratta di un’attitudine riscontrabile anche in Lev
Tolstoj, da cui Gandhi trasse ispirazione nell’elaborazione della nonviolenza
politica. È una frase che ben si applica anche a questo caso.
Esiti: luci e ombre
Abbiamo fin qui visto le modalità e gli obiettivi dell’azione Sumud, e come essi
siano stati raggiunti. Ci sono anche degli effetti che l’azione ha avuto, che
hanno superato le aspettative: parliamo del sostegno popolare all’iniziativa,
culminato in Italia in una giornata memorabile in cui milioni di persone sono
scese in piazza aderendo allo sciopero generale chiamato dai sindacati di base:
per un giorno intero il popolo italiano ha manifestato in modo forte e senza
alcuna violenza la propria assoluta condanna verso il genocidio israeliano e
verso il sostegno dell’Italia a Israele.
Era da decenni che non si assisteva a un tale movimento popolare. Rileviamo
inoltre la massiccia presenza di giovani in piazza. In tempi come i nostri,
peggiorati rispetto a decenni fa in termini di impegno politico e di
consapevolezza generale, questo risultato appare notevole, eccezionale.
Lo è di per sé: il sostegno alla Sumud, la preoccupazione verso i militanti,
l’indignazione verso la prepotenza sionista, tutto questo è stato un importante
catalizzatore che ha portato la gente in strada, favorita dallo sciopero
opportunamente proclamato dai sindacati di base, che hanno contribuito
all’azione Sumud grazie all’impegno dei portuali, specialmente genovesi, alcuni
dei quali a bordo. Si può ben dire (senza nulla togliere ai sindacati ma anzi
rimarcandone l’intelligenza) che le manifestazioni del 22 settembre sono state
un enorme movimento spontaneo di persone che, stanche e disgustate dopo due anni
di massacri in diretta social, con la spinta della Sumud hanno ritrovato la
forza di muoversi e di sperare di avere una qualche incidenza effettiva – nella
fattispecie, proteggere la Sumud e i suoi militanti, che in effetti hanno
beneficiato di questa attenzione.
Dunque anche la mobilitazione del 22 settembre ha avuto un primo successo
ravvicinato: non dimentichiamo che Israele ha più volte ucciso militanti
nonviolenti occidentali, alcuni anche a bordo di una flotta simile alla Sumud
nel 2010, ma le opinioni pubbliche non lo hanno mai saputo. Questa volta
soffocare le notizie è stato impossibile, grazie certamente ai social, grazie al
movimento dei sindacati e grazie a una ottima copertura mediatica che la Sumud è
riuscita ad assicurarsi, ottenendo così una certa protezione per i propri
militanti.
Possiamo poi supporre che l’imponente movimento popolare, non solo italiano,
coagulatosi intorno alla Sumud, abbia contribuito al raggiungimento della tregua
firmata a Sharm El Sheik. E qui entriamo in una zona di ombra, con
considerazioni meno positive rispetto alle precedenti.
La pressione popolare ha fatto in modo che qualcosa si muovesse, o così sembra.
Il problema è cosa si è mosso.
L’evento di Sharm El Sheik si è rivelato un evento infausto: una sceneggiata. Da
un “matrimonio senza sposi”, come lo ha acutamente definito Mazzucco, esso ha
portato alla stipula di una tregua totalmente falsa, che non ha dato che poche
ore di respiro ai palestinesi. Le uccisioni, i bombardamenti, gli attacchi sono
ripresi quasi subito, dimostrando che la cosiddetta tregua è un puro gesto di
distrazione. E non solo: la copertura di questa “tregua” ha dato a Israele mano
libera per l’inasprimento dell’occupazione in Cisgiordania, fino all’annessione,
votata persino al parlamento israeliano.
Può dirsi “di successo” un’azione che in qualche modo ha condotto al verificarsi
di questo scenario?
Ce lo siamo chiesto e abbiamo concluso che si tratta di una domanda mal posta.
L’azione Sumud non ha mai dichiarato di poter fermare il genocidio e di avere
questo scopo.
Alla luce della situazione attuale, di fatto non c’è nulla che possiamo fare per
fermare il genocidio.
O forse qualcosa c’è, che almeno lo rallenti. Ce lo fanno pensare alcune
critiche alla stessa giornata del 22 settembre: si dà il fatto che lo slogan
“Blocchiamo tutto” che ha accompagnato la mobilitazione sia stato criticato da
persone che pure sono impegnate pro Palestina, perché a che serve mettere per
strada chi lavora e chi magari ha solo un treno di provincia a disposizione per
muoversi? Non bloccate tutto: bloccate i trasporti di armi, piuttosto!
Ripensando alle immagini di carri armati diretti in Ucraina, ammettiamo che
abbiamo lo stesso pensiero, e non da oggi. Tuttavia al momento non abbiamo le
forze per tradurlo in atto, né le informazioni, né le persone, né
l’organizzazione che rendano possibile farlo.
I portuali lo hanno fatto, in effetti: attraverso blocchi dei porti,
respingimento di navi cariche di armamenti, rifiuto di scaricare la merce e
azioni di non collaborazione, anch’esse nel pieno solco gandhiano. E alcuni
militanti dei Fridays For Future / Extintion Rebellion hanno manifestato e
bloccato sedi della Leonardo. Su questo fronte però una vera mobilitazione non
c’è, non se ne vede l’inizio e tanto meno una elaborazione collettiva e
condivisa. C’è anzi indifferenza e spesso malcomprensione verso i blocchi alle
aziende, e un generale malanimo (almeno nel “mondo del dissenso”) verso
movimenti come Extintion Rebellion che sono percepiti come organici alle
narrazioni ufficiali, e quindi respinti in toto, nonostante le azioni di blocco
delle aziende di armi siano una strada valida per ostacolare fattivamente la
macchina stragista israeliana.
Tornando all’inganno della tregua, constatiamo una storia vecchia che si ripete:
il sistema dominante ha la capacità di ”digerire” le istanze che gli si mettono
contro, e lo ha fatto anche in questo caso. Fingendo di raccogliere in qualche
modo il messaggio popolare, ha orchestrato l’inganno della tregua, che non è che
una copertura giuridica al genocidio ancora in corso. Infatti, a fronte di un
articolo 2 del patto, che dichiara una vaga intenzione di restituire il
territorio di Gaza ai palestinesi, l’articolo 10 affida la ricostruzione della
striscia a imprese private in regime di libero mercato, praticamente consegnando
alla schiavitù i palestinesi superstiti e sancendo non una tregua e tanto meno
una pace, ma una gigantesca e sanguinaria operazione immobiliare.
Il punto, insomma, è che per fermare il genocidio serve ben più che quello che
possiamo fare noi e ben più di un’azione nonviolenta, seppur ben fatta. Non
sembrano esserci le condizioni per le quali anche una imponente manifestazione
popolare come quella del 22 settembre arrivi a ottenere risultati immediati ed
effettivi di questo tipo.
Ma forse è proprio per questo che l’effetto di mobilitazione popolare
dell’azione Sumud è stato importante.
Ampliamo la visuale
In questo momento storico, il problema di fondo non è muovere gli stati, né
muovere la sedicente sinistra, ma piuttosto creare coscienza e inventare – e
questa è l’opera più difficile di tutte, perché non ce ne sono i presupposti –
una nuova forza politica di massa. Questo è il punto e solo questo è alla nostra
portata.
Non illudiamoci, dunque: gli stati non si smuoveranno. Faranno la recita,
appunto, ma non cambieranno, come non cambieranno i partiti alternatisi in
questi anni ai governi italiani ed europei. I nostri politici sono stati
selezionati per obbedire a determinati interessi facilitando guerre e stermini;
o almeno, se non vogliamo metterla in modo così esplicito, possiamo dire che i
nostri politici passano le maglie che permettono di arrivare al potere politico
(potere che in in questo momento storico comunque non è un potere autonomo ma è
subordinato ad altri) – passano queste maglie solo coloro che hanno le
caratteristiche utili a portare avanti situazioni funzionali e utili ai veri
poteri.
Non si può più credere che una manifestazione possa far muovere uno stato, un
governo, persino un partito: tale idea si basa sull’illusione di essere in un
mondo democratico o che tenta di esserlo, cioè nell’illusione di essere ancora
negli anni Sessanta. Non siamo più negli anni Sessanta. E i Settanta hanno già
mostrato una messe di fatti, da piazza Fontana nel ’69 all’assassinio di Moro
nel ’78, che potevano far capire cosa stava succedendo. Se ciò non bastasse,
ricordiamoci i bombardamenti su Belgrado, voluti da un esponente del vecchio
PCI, trent’anni fa… sono trent’anni che lo stato di cose si è palesato
completamente. Se una manifestazione crede di poter smuovere un governo, di
qualsiasi colore esso sia, si illude.
Allora l’importante non può che essere il tentativo di smuovere la gente:
smuovere le coscienze, nella speranza che, a furia di smuoverle, si arrivi a
capire che bisogna togliersi dai piedi l’intera classe politica attuale; e che
l’unico modo per farlo è che diventi politico ognuno di noi, perché finché
continuiamo a delegare non succede niente, anzi, succede quello che vediamo.
Questa idea risulta molto difficile da far capire, specialmente ai più giovani,
cresciuti in un contesto invalidante dell’azione autonoma, privati di una
dimensione di azione collettiva, ingabbiati in logiche virtuali che già Ugo
Mattei descriveva come intrinsecamente antidemocratiche e di fatto disumane.
Nell’osservare il successo dell’azione della Sumud e il suo importante effetto
di mobilitazione spontanea, cogliamo anche un fatto inquietante: questi giovani
che in modo lodevole, forte e sentito si muovono in difesa del popolo
palestinese non dimostrano poi la minima consapevolezza del pericolo che
riguarda loro direttamente, in prima persona. Questo pericolo è legato alla
situazione in Ucraina correlata alla volontà di guerra delle élites europee.
Rileviamo quindi che l’attenzione all’azione Sumud rischia di restare limitata a
una questione che va certamente contro il potentato sionista e i vari poteri
correi, ma in un modo tutto sommato non così minaccioso, né totalmente
sfavorevole agli equilibri esistenti.
Ricordiamo, a titolo di esempio, i recenti attacchi al “governo di estrema
destra di Netanhyahu” provenienti dai media mainstream e in qualche modo
assecondati dall’apparato politico: essi hanno chiaramente un intento cosmetico,
volto a scaricare sul solo Netanyahu una responsabilità che è invece dell’intera
società israeliana, e in tal modo preservandola e proteggendone lo stato.
La questione palestinese ha alle spalle decenni di elaborazione politica, a
opera di una sinistra che oggi non esiste più, ma che c’è stata e che la gente
ricorda bene, avendovi militato, avendoci creduto. E anche per quanto riguarda
la destra abbiamo già ricordato il tradizionale posizionamento antisionista. La
mobilitazione pro Palestina è quindi un tema tutto sommato condiviso, solido,
elaborato, troppo difficile da contrastare direttamente, almeno per chi non è
parte attiva dell’apparato – vediamo nelle penose capriole di Elly Schlein il
chiaro tentativo della attuale “sinistra istituzionale” di arrangiarsi
conducendo intanto l’ennesimo tradimento ai danni della sua base.
Chi è andato da subito in manifestazione in difesa della Palestina le bandiere
della “sinistra istituzionale” non le ha mai viste. Sono apparse solo negli
ultimi tempi, portate da persone che hanno aspettato la Sumud per manifestare
contro un abuso che non è iniziato il sette ottobre ma almeno dal 1967. Un
tempo, la sinistra si sarebbe mobilitata subito, mentre oggi si adegua ai diktat
e li fa propri.
Anche questo, a dire il vero, può essere letto come un successo dell’azione
della Sumud, che ha vanificato le capriole di cui sopra dando anche ai più
tiepidi la spinta decisiva per prendere posizione. Quando la verità viene alla
luce, poi non la si può “disvedere” se non a costo di un grande sforzo.
Resta il legittimo timore che l’impegno per la Palestina venga incanalato in un
percorso predeterminato, che sposti di proposito l’attenzione dal quadro
completo e dalle interconnessioni tra problemi che appaiono diversi.
È noto praticamente solo a chi fa parte dell’“area del dissenso” il fatto che è
in atto una strategia di militarizzazione e di controllo totale della società
attraverso la logica della guerra e, non meno importante, attraverso la spinta
alla digitalizzazione.
Guerra in Ucraina, riarmo europeo, condotte antidemocratiche della dirigenza UE,
propaganda e menzogna diffuse sono questioni, come già detto, strettamente
correlate al genocidio palestinese e alla estrema pericolosità di Israele, e
sono molti i dati che indicano tale correlazione.
È notizia di questi giorni della prossima uscita di un nuovo libro di Franco
Fracassi che afferma di aver trovato collegamenti tra l’orchestrazione dell’11
Settembre e quella del Sette Ottobre.
Non dimentichiamo inoltre che l’attacco con droni su suolo iraniano condotto da
Israele appare identico a quello su suolo russo, effettuato solo poche settimane
prima da forze ucraine.
Non si può non sospettare che ci siano connessioni tra chi spinge per la guerra
contro la Russia, mettendo a rischio una generazione di giovani europei dopo
aver fatto massacrare gli Ucraini, e quei poteri trasnazionali che incoraggiano
il genocidio e si servono di ciò che Israele sperimenta, per scopi ben più ampi
dello sterminio degli scomodi palestinesi.
La “sinistra istituzionale”, che ha inveito contro la Meloni e il contratto con
Starlink, quando era al governo ha stretto accordi con aziende israeliane alle
quali abbiamo affidato parti della nostra sicurezza interna, mettendoci di fatto
nelle mani del Mossad che come sappiamo non si è mai fatto scrupoli a
infiltrare, manipolare, destabilizzare, minacciare. Ci sono numerosi aspetti
dell’offensiva israeliana di cui va tenuto conto, perché sono strettamente
connessi alla nostra vita quotidiana e al controllo a cui noi stessi siamo già
sottoposti.
Il tentativo momentaneamente accantonato del Digital Service Act indica
chiaramente il recinto nel quale qualcuno intende chiuderci. E questo recinto
digitale è reso possibile anche dalla sperimentazione di Israele ai danni dei
palestinesi (vedi il saggio “Laboratorio Palestina”), ed è finanziato dalle
stesse aziende che finanziano il genocidio perché su di esso già stanno
realizzando utili (vedi rapporto Albanese). Il genocidio è il loro caso studio:
una sperimentazione efficace di tecnologie di controllo e offesa che verranno
poi estese ad altre popolazioni, noi compresi. Stanno solo aspettandone
l’occasione.
Chi prende posizione per la Palestina trascurando questi aspetti manca di un
tassello cruciale del quadro e quindi condanna la propria azione a un’incidenza
minore e solo tangente.
Il problema è che la questione della digitalizzazione richiede una elaborazione
e una cognizione di natura diversa e superiore all’indignazione nel vedere
giornalmente bambini dilaniati. Anche questa seconda reazione è auspicabile e
positiva, ma non è detto che porti poi a un percorso di disvelamento di un tema
più complesso e decisamente meglio nascosto.
Essendosi in generale persa qualsiasi forma di cultura politica che possa
generare un partito, o anche solo un movimento, capace di portare avanti
determinate istanze, regna la più totale contingenza. Per ovviare a questo
problema, ci sarebbe da portare avanti un lavoro culturale enorme, quasi di
ricostruzione cognitiva del raziocinio, un lavoro “preculturale” volto a
ritpristinare la facoltà di esercitare un pensiero autonomo.
Salta dunque agli occhi che quello che manca non è solo una struttura politica.
Manca una visione intellettuale teorica in grado di fornire una mappa di
riferimento che non sia limitata a un settore, ma che aiuti a chiarire il
momento storico in cui siamo e la direzione che il potere propone, e che poi
sbocchi nella proposta di un’altra direzione. Un lavoro più intellettuale che
politico, questo, che è compito della filosofia – un lavoro che provò a fare
Marx a suo tempo, con i suoi limiti ed esiti, ma in un modo organico e
approfondito.
Oggi è tutto più complicato rispetto ai tempi in cui Marx scriveva, ma ci sono
anche mezzi tecnici che prima non c’erano e che ci permettono di fare ricerca e
divulgazione per costruire un quadro di insieme. Lo ha tentato il Club di Roma,
oggi molto discusso per vari motivi, ma che a livello metodologico è stato tra i
primi a usare la dinamica dei sistemi e la cibernetica per tentare di tracciare
un quadro comprensivo della situazione del mondo.
Tolto il possibile uso vantaggioso degli strumenti tecnologici (che pure non è
privo di ombre e asperità), c’è un ulteriore problema: pure avendo questi
strumenti, pure avendo le capacità ed elaborando una possibile filosofia,
strategia politica, organizzazione collettiva… che mezzi abbiamo per sostenere
tutto questo? Le élites neoliberiste hanno impiegato decenni, miliardi di
dollari ed eserciti di think tank e organizzazioni per schiacciare i popoli
servendosi anche di una propaganda ideologica mostruosa, ben descritta ad
esempio in Dominio di Marco D’Eramo. A questa regia, che appare generale e
praticamente globale, bisogna contrapporre una controregia. Ma è palese la
disparità di mezzi economici e persino storici, che rende difficile una riscossa
non solo dal punto di vista materiale ma anche da quello culturale. Ciò non
toglie che sia indispensabile mettersi al lavoro, tenendo ben presente che vanno
di pari passo la questione intellettuale-culturale di tracciare un quadro con la
questione organizzativa di riuscire a darsi gli spazi per tracciare quel quadro,
perché se non abbiamo intellettuali che lavorino per questo non si va da nessuna
parte.
Per preparare la politica futura, ci vuole la politica di adesso.
Chiudiamo questo approfondimento con una considerazione conclusiva. L’azione
Sumud ha dimostrato il totale disprezzo da parte di Israele delle leggi e del
diritto. Ma quasi nello stesso momento in cui violava il diritto rapendo e
abusando i militanti nonviolenti, proprio Israele si prendeva il disturbo di
portare nel suo parlamento la proposta di annessione della Cisgiordania, e di
votarla in maggioranza. Questi prepotenti che non rispettano una legge che sia
una, che violano tutti gli accordi, che ammazzano negoziatori e scienziati,
radono al suolo palazzi, colpiscono in modo spropositato… sono affezionati a una
procedura parlamentare tanto da impiegarla per approvare un atto di aggressione
illegale, che non potrebbe né dovrebbe avere nemmeno l’accesso, in un’aula
istituzionale. Siamo davanti a due sistemi incompatibili che però hanno luogo
nello stesso organismo, un bispensiero in azione. Che conclusione possiamo
trarre da un tale paradosso in azione?
La legge, quella stessa legge al cui rispetto cui l’azione Sumud ci richiama, è
uno strumento importante: ma se dietro questo strumento non c’è una morale, non
c’è un principio superiore di onestà e umanità, allora anche la legge può essere
uno strumento di offesa e ingiustizia e diventare una procedura atta a favorire
colonialismo, imperialismo e dominio. Un vecchio problema, questo, che illumina
due visioni diverse della democrazia: la prima è quella della democrazia come
procedura, che porta alla “dittautra della maggioranza” di cui parlavano già
Tocqueville Mill. Mediante procedura democratica formalmente inappuntabile (più
o meno), eleggiamo Hitler e facciamo fuori gli ebrei – eleggiamo Netanhyahu e
facciamo fuori i palestinesi – e lo facciamo “democraticamente“. La volontà
della maggioranza vince, pazienza se può essere suprematista, guerrafondaia, e
così via.
A ciò si contrappone un’idea di segno diverso, questa: ci sono principi che non
possono essere disponibili ad alcuna maggioranza. E qui si apre il campo a un
problema più grande sotteso al precedente – sotteso anche, in fondo, al disastro
dei nostri tempi. La garanzia di tali principi (quelli non disponibili ad alcuna
maggioranza) nella visione religiosa era niente meno che Dio. Procedendo nella
storia, Dio è stato sostituito dalla ragione. Che da fine Ottocento in poi, con
alcune eccezioni, è stata abbandonata in favore di un irrazionalismo galoppante.
Ma oltre Dio e oltre la ragione, resta solo una cosa: la forza. Che, oggi è una
forza mascherata da procedura democratica.
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[Progetto Nonviolento Milano, progettononviolento.org]
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