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Un segnale forte a favore del giornalismo nonviolento: 223 persone sostengono Pressenza
> Con la fine del mese di marzo – un mese che per Pressenza simboleggia > l’indipendenza finanziaria – la nostra campagna di raccolta fondi di > quest’anno si è conclusa con successo. Grazie a 223 sostenitori provenienti da 21 paesi di quattro continenti, è stato possibile raccogliere un totale di 14.676 euro. I singoli contributi variano da 5 a 500 euro, con una donazione media di circa 70 euro. Questi numeri sono più di semplici statistiche. Rappresentano fiducia, solidarietà e un impegno comune per una forma diversa di giornalismo, incentrato sulla nonviolenza e sulla pace. Proprio in un momento in cui la violenza, la polarizzazione e la disinformazione caratterizzano il dibattito pubblico, diventa chiaro quanto sia importante il nostro lavoro. Ne abbiamo parlato anche nel nostro articolo “Il giornalismo nonviolento è oggi più necessario che mai”. Il sostegno che abbiamo ricevuto nell’ambito della campagna dimostra che molte persone condividono questa visione e sono disposte a contribuire concretamente. Con le donazioni di quest’anno possiamo continuare e sviluppare ulteriormente il nostro lavoro: pubblicazioni multilingue, produzioni giornalistiche e nuove iniziative e progetti in fase di preparazione in tutto il mondo. Pressenza rimane così uno spazio per le voci che si impegnano per la pace, la nonviolenza e la dignità umana. Il nostro più sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno sostenuto questa campagna, sia con una donazione, sia condividendo i nostri contenuti, sia con il loro costante impegno a favore di un giornalismo che non punta sul sensazionalismo, ma sulla comprensione. Anche se la campagna è ormai conclusa, il percorso continua. Chi desidera sostenere Pressenza può farlo in qualsiasi momento: www.pressenza.com/it/donazione/ Pressenza vive grazie alle persone che credono in un futuro di pace e nonviolenza e trovano il modo di resistere alla violenza sia all’interno che all’esterno. Pressenza IPA
April 23, 2026
Pressenza
Incontro con la gioventù migliore
A Sulmona, in una assemblea molto partecipata dei giovani in servizio civile, si è discusso di come costruire un mondo senza guerre,  fondato sul rispetto dei diritti umani, sulla cooperazione tra i popoli e sui principi della nonviolenza. Non è vero che i giovani sono indifferenti alle cose del mondo. Non è vero perché c’è una parte sempre più consistente delle nuove generazioni che non vuole essere spettatrice ma protagonista del cambiamento di una realtà sempre più segnata dall’imbarbarimento delle relazioni internazionali, dalle guerre, dal riarmo forsennato, dallo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, dal dominio di una minoranza di super ricchi contro il resto dell’umanità. Sono giovani che innalzano le bandiere della pace, della nonviolenza, della solidarietà e della fratellanza tra i popoli, del rispetto dell’ambiente e della casa comune che è il pianeta Terra. E lo fanno riempiendo le piazze nelle manifestazioni contro le folli scelte belliciste che incendiano il mondo e nei dibattiti sempre più affollati su come costruire un presente e soprattutto un futuro che metta al centro non il potere ma l’essere umano. Eccone un esempio. A Sulmona si è svolta una assemblea che ha visto la partecipazione, in presenza e online, di circa 100 giovani impegnati nel Servizio Civile Universale e operativi nelle quattro province abruzzesi. L’assemblea, coordinata nella sede del CSV da Francesco D’Ascenzo e da Giorgia Di Bella, ha affrontato tanti temi, tra cui: la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la legge istitutiva del servizio civile, l’esperienza del carcere militare, i grandi maestri della nonviolenza, il confronto tra il periodo della “guerra fredda” e il mondo di oggi, come rendere concreto il ripudio della guerra attraverso l’istituzione della Difesa Civile. Nell’incontro sono stato coinvolto anch’io in quanto obiettore prima del riconoscimento giuridico. Nell’occasione i giovani mi hanno rivolto molte domande per conoscere la storia del movimento pacifista negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e per sapere se il mondo era più sicuro allora oppure adesso. Impossibile riportare in poche righe il confronto con quella che oggi rappresenta la migliore gioventù. 59 anni fa a Sulmona nacque il Gruppo di Azione Pacifista che ebbe relazioni con Aldo Capitini fondatore del Movimento Nonviolento, con Pietro Pinna primo obiettore politico del dopoguerra, con Marco Pannella e il Partito Radicale unico partito antimilitarista italiano, con Ignazio Silone convinto sostenitore degli obiettori di coscienza. Dal convegno antimilitarista di Sulmona degli inizi di gennaio 1971 scaturì la prima obiezione di coscienza collettiva in Italia e vennero messi a punto i principi di una giusta legge per il riconoscimento giuridico dell’obiezione. La legge 772 del 15 dicembre 1972, da cui è nato il servizio civile alternativo al servizio militare, venne bollata dagli obiettori come “legge truffa” perché conteneva forti limitazioni e penalizzazioni, ma venne comunque accettata perché per la prima volta veniva riconosciuto nell’ordinamento italiano il diritto all’obiezione. Sarebbe toccato ai successivi obiettori in servizio civile migliorare la legge, come poi avvenne. I giovani chiedono: cosa succede adesso con la leva militare? Il servizio militare obbligatorio in Italia è stato sospeso nel 2005 e da allora le forze armate sono costituite solo da professionisti. Ma con i venti di guerra che soffiano sempre più forte sono diversi i Paesi che lo hanno reintrodotto o stanno pensando di reintrodurlo. Tra questi il governo italiano, che però procede con i piedi di piombo perché sa che una larga maggioranza dei giovani è decisamente contraria al ritorno della leva. Intanto si dà il via libera al potenziamento della componente professionale ma la possibilità del ripristino dell’obbligatorietà del servizio militare resta in attesa sul tavolo del Ministero della Difesa. Il mondo era migliore una volta oppure oggi? Sicuramente è peggiore adesso. Quando si era sotto la cappa dei due blocchi militari – Nato e Patto di Varsavia – mai si è arrivati ad uno scontro militare diretto. Le armi, comprese quelle atomiche, venivano usate come deterrenza. Nei momenti peggiori, come la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962, i leader di allora, Kennedy e Krusciov, ebbero il senso di responsabilità e l’intelligenza politica di risolvere pacificamente il conflitto. Oggi il mondo è nelle mani di un pugno di governanti che hanno fatto del ricorso alla guerra, anzi alla guerra preventiva, la prima opzione: Putin in ucraina, Trump in Iran; che parlano di distruggere un’intera civiltà (ancora Trump sull’ Iran) o che lo stanno facendo (Netanyahu a Gaza); l’impiego dell’arma atomica non è più un tabù ma viene evocata da entrambe le parti; l’ONU è confinata in un angolo e il diritto internazionale è calpestato; i crimini di guerra sono all’ordine del giorno; la guerra è totale e a pagarne il prezzo maggiore è sempre  la popolazione civile. Le guerre mostrano sempre più chiaramente il loro vero volto: hanno dietro enormi interessi economici e la parte del leone la fa il controllo delle fonti fossili, che sono la causa prima dei cambiamenti e dei disastri climatici. Le nostre menti vengono hackerate da una massiccia propaganda che cerca di convincerci che il nemico è alle porte. Un nemico che cambia continuamente maschera: prima erano i seguaci di Bin Laden; poi la Russia di Putin; poi il terrorismo islamico; ora l’Iran. E se il nemico è alle porte cosa si fa? “Dobbiamo prepararci”. Così l’Unione Europea abbandona il Green Deal e riversa enormi risorse economiche nella produzione di armamenti. Il complesso militare-industriale-tecnologico-finanziario realizza profitti stellari e ingigantisce ancora di più il proprio potere sui decisori politici. L’Italia si adegua, ripudia l’articolo 11 della Costituzione e gonfia l’industria bellica sottraendo risorse fondamentali alla vita di tutti i cittadini. I giovani domandano se è possibile opporsi a questa pazzia. Sì, è possibile. Facendo crescere dal basso un grande movimento per la pace che inceppi i meccanismi della preparazione della guerra. Respingendo la propaganda militare che cerca di penetrare ovunque e in primo luogo nelle scuole. Ostacolando la produzione, il commercio delle armi e la militarizzazione dei territori. Sostenendo gli obiettori di coscienza, i disertori e gli attivisti nonviolenti di Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele e Palestina, come fa da tempo il Movimento Nonviolento. Lo stesso M.N. ha promosso la campagna nazionale “Obiezione alla guerra”. Chiunque può firmare fin da adesso una dichiarazione con la quale rende nota alle autorità di governo la propria indisponibilità a nessuna “chiamata alle armi” e quindi alla preparazione e alla partecipazione a qualsiasi guerra. Le dichiarazioni saranno trasmesse al Presidente della Repubblica in quanto capo delle forze armate. Reti di associazioni pacifiste hanno inoltre rilanciato la proposta di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile”, finalizzata alla istituzione in Italia del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica. L’assemblea di Sulmona non resterà un momento isolato. Altre iniziative seguiranno per testimoniare il proprio impegno nella società da parte dei giovani in servizio civile. Il 25 aprile una delegazione del Servizio Civile Universale, non solo dell’Abruzzo ma anche di Lazio e Sardegna parteciperà alla marcia del Freedom Trail da Sulmona a Campo di Giove. Una seconda delegazione si recherà a Pietransieri dove depositerà una corona di fiori e la bandiera della nonviolenza al sacrario che ricorda l’eccidio perpetrato dall’esercito nazista il 21 novembre 1943. Mario Pizzola   Mario Pizzola
April 22, 2026
Pressenza
Un potente messaggio di speranza
La 21ª Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti il 20 aprile scorso ha radunato israeliani e palestinesi a Tel Aviv e, in collegamento, da Jenin, Nablus, Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh,… e molte altre città di tutto il mondo. Durante l’evento sono state condivise molte esperienze, di cui riferisce l’autrice del reportage, Daniela Bezzi.  La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre: “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…”. La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il cui volto e la cui voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad: “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio, il 20enne Abd-El Karim: “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise la sera del 20 aprile dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21esima edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe. Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione. Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e altre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit. Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà. La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre. Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.” In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti”. “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato – gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed – Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo”. Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
3,5%: quando la nonviolenza vince
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO a Erica Chenoweth! Non tutti conoscono Erica Chenoweth, che invece, a mio parere, merita attenzione. Erica Chenoweth è una docente universitaria statunitense, insegna alla Harvard Kennedy School ed al Radcliffe Institute for Advanced Study. Si occupa di azione nonviolenta e resistenza civile e presso l’Harvard’s Carr Center for Human Rights Policy dirige addirittura un Laboratorio
Dalla 21 Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti trasmessa ieri a Tel Aviv un potente messaggio di speranza
La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre. “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…” La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il suo volto e la sua voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad, “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio 20 enne Abd-El Karim “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise ieri sera dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21 Edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe.  Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione.  Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e astre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit.  Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà.  La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre.  Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.”    In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti.”  “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato” gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed. “Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo.”    Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Un filo di pace attraversa l’Italia: il cammino della Quarta Marcia Mondiale
C’è un filo che sta attraversando l’Italia. Non è visibile sulle mappe, ma passa per città, territori e comunità che hanno scelto di esserci. È il cammino della Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza che nei mesi che precedono gli eventi del 21 settembre – 4 ottobre 2026 sta prendendo forma attraverso incontri, relazioni e nuove connessioni. Dopo tre Marce Mondiali che hanno attraversato il pianeta, oggi emerge una proposta diversa, più concreta: portare la Marcia nella propria città. Non partire, ma connettersi. Essere parte di qualcosa di globale restando radicati nel proprio territorio, in un momento storico sempre più interdipendente. In questo contesto si inserisce il recente viaggio in Italia di Rafael de la Rubia, ideatore della Marcia Mondiale, che ha attraversato diverse città incontrando realtà già attive e stimolando nuove energie. Più che una serie di appuntamenti, il suo passaggio ha rappresentato un vero processo di connessione. 11 aprile – Fiumicello Villa Vicentina Fiumicello Villa Vicentina partecipa alla Marcia Mondiale fin dalla seconda edizione, con passione e continuità. È una comunità segnata anche dalla vicenda di Giulio Regeni, per il quale continua a chiedere verità e giustizia. Su invito del sindaco Alessandro Del Giusto, Rafael de la Rubia ha partecipato alle celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione: un momento intenso che ha unito la memoria della Resistenza all’impegno attuale per la pace e la nonviolenza. * 12–13 aprile – Trieste Il 12 aprile, al Molo Audace, due imbarcazioni – una italiana e una slovena – hanno attraccato insieme, simbolo di collaborazione e punto di partenza della Global Sumud Flotilla a sostegno della popolazione palestinese. L’imbarcazione slovena ha poi proseguito verso Venezia, avviando una staffetta ideale nel Mediterraneo verso Gaza. Presenti Rafael de la Rubia e Rikko Voorberg. Il 13 aprile si è svolto l’evento conclusivo del Trieste Flute Festival 2025, “La Pace unisce il mondo”, presso la Sala Luttazzi del Porto Vecchio. L’iniziativa ha intrecciato musica, cultura e testimonianze, con la partecipazione degli stessi de la Rubia e Voorberg, insieme ad artisti e studenti. Nel complesso, questi due appuntamenti hanno rafforzato il ruolo di Trieste come luogo di incontro e dialogo, tappa significativa nel percorso verso la Quarta Marcia Mondiale. * 14 aprile – Lugano e Milano La tappa di Lugano nasce anche da un’occasione mancata: Rafael non aveva potuto partecipare nel novembre 2024 al World Forum for Peace per ritirare il Premio Spiry assegnatogli da Ticino Culture Network. Durante questo viaggio ha quindi visitato il Palazzo dei Congressi, sede del Villaggio della Pace, un’iniziativa educativa che coinvolge studenti attraverso workshop su pace e nonviolenza, da cui sono nati progetti come gli Ambasciatori di Pace e il Manifesto della Pace. Partendo da questa esperienza, Rafael ha incontrato circa 100 studenti della scuola media di Pregassona. Gli studenti hanno letto alcuni passaggi del Manifesto e posto numerose domande, soprattutto sulla sua esperienza personale. Il racconto della sua vita – dall’obiezione di coscienza durante la dittatura franchista, all’esilio nel Cile di Allende, fino agli arresti e alle torture sotto il regime di Pinochet – ha colpito profondamente i ragazzi, impressionati dalla coerenza con cui ha portato avanti i suoi ideali di pace. Di ritorno da Lugano, Rafael ha partecipato a un incontro a Milano presso il Cohousing Base Gaia, organizzato dal comitato promotore locale. L’incontro, già raccontato in altri contributi, ha rappresentato un momento di confronto e coordinamento, confermando la crescita della rete della Marcia anche nel contesto milanese (1). * 15 aprile – Parma A Parma si è svolto un incontro molto atteso con Rafael de la Rubia, inizialmente previsto durante la terza Marcia Mondiale ma rimandato per motivi organizzativi. L’evento, ospitato dai Missionari Saveriani, ha visto una partecipazione sentita. Rafael ha illustrato il senso della Quarta Marcia Mondiale: costruire una rete di azioni concrete capace di dare forza al diffuso rifiuto della guerra e al desiderio di pace e giustizia sociale, ancora poco visibili a livello globale. L’obiettivo è trasformare spinte individuali in un movimento collettivo, come accadde con Gandhi. Ha inoltre sottolineato la gravità dell’attuale situazione globale e la difficoltà delle istituzioni nel fermare la spirale di violenza. Il cambiamento, ha affermato, può partire solo dalle persone, quando uniscono le proprie azioni su scala internazionale. Sono stati presentati anche gli obiettivi delle prossime Marce Mondiali, con una crescita progressiva del numero di città coinvolte fino al Simposio Mondiale del 2030 in Argentina. Durante l’incontro è intervenuta l’assessora Daria Jacopozzi, evidenziando il ruolo fondamentale delle iniziative dal basso, da cui è nato anche l’assessorato alla Pace di Parma. È stato ricordato anche l’impatto positivo della Marcia a Bologna, che ha portato alla nascita del Tavolo Regionale per la Pace. La giornata si è conclusa con una cena conviviale, durante la quale è emersa una nuova proposta per il 2027 legata al Cammino di Santiago. cof * 16 aprile – Firenze e Perugia Durante il passaggio a Firenze, Rafael ha incontrato la vicepresidente della Regione Toscana, Mia Bintou Diop, già presente al coordinamento nazionale della Quarta Marcia Mondiale a Cecina. In quell’occasione aveva sottolineato l’importanza del dialogo in uno scenario globale segnato da conflitti visibili e dimenticati, evidenziando anche il ruolo attivo delle istituzioni. Questo impegno si inserisce in una tradizione storica significativa: il 30 novembre 1786 la Toscana, sotto il Granducato di Pietro Leopoldo, fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte e la tortura, ispirandosi alle idee di Cesare Beccaria. Nei prossimi mesi si prevede una collaborazione sempre più stretta tra la Regione Toscana e la Marcia Mondiale, fino alla possibile creazione di un coordinamento regionale. La tappa di Perugia ha rappresentato un ritorno importante, in continuità con l’incontro del 19 novembre 2024 “Sentieri di Pace”, segnato dalla partecipazione attiva degli studenti di UniPg per la Pace. Al centro del percorso vi è la nascita della Carta di Assisi, che promuove l’università come luogo di dialogo, incontro tra differenze e formazione alla pace, intesa come un processo lungo e condiviso. Il confronto tra Rafael de la Rubia, il rettore Massimiliano Marianelli (in collegamento), il professor Daniele Parbuono e la professoressa Elisa Delvecchio è stato intenso e ricco di contenuti. Tutti hanno sottolineato come questo sia un momento decisivo, che richiede responsabilità e collaborazione. È emerso con forza il ruolo centrale dei giovani, protagonisti fondamentali nella costruzione di un futuro fondato su pace, giustizia e nonviolenza.   17 aprile – Roma La tappa di Roma ha rappresentato la conclusione del viaggio italiano, con un incontro di rilievo presso l’Università per la Pace delle Nazioni Unite. La Marcia Mondiale era già conosciuta in questo contesto, anche grazie alla collaborazione con la sede in Costa Rica, da cui era partita e si era conclusa la terza edizione. Durante l’incontro si è sviluppato un confronto sulla crisi del diritto internazionale, sempre più centrale nello scenario globale. Rafael ha portato il punto di vista della Marcia, ribadendo il ruolo fondamentale della società civile nel promuovere cambiamenti reali. Da questo dialogo emerge la possibilità di costruire un evento di portata mondiale per il 21 settembre, data di avvio della Quarta Marcia Mondiale. La giornata si è conclusa con un incontro partecipato con il comitato promotore romano presso la sede di Energia dei Diritti Umani, ricco di idee e nuove proposte. Il viaggio italiano di Rafael de la Rubia ha reso visibile una realtà già esistente: una rete ampia di persone, associazioni, istituzioni e giovani impegnati nella costruzione della pace. Ogni tappa ha contribuito a rafforzare questo tessuto: dalla memoria storica di Fiumicello, alla dimensione internazionale di Trieste, al lavoro educativo di Lugano, alla progettualità di Milano e Parma, al dialogo con le istituzioni a Firenze, fino al ruolo delle università a Perugia e al confronto internazionale a Roma. Un filo che unisce, cresce e continua a tessersi nel tempo. (1) https://www.pressenza.com/it/2026/04/il-mezzo-e-il-fine/   didascalie fotografie 1- Trieste, 12 aprile, avvio della missione della Global Sumud Flotilla 2- Trieste, 13 aprile,  “Peace brings the world together – La Pace unisce il mondo” 3- Lugano, 14 aprile, incontro con gli alunni della scuola media di Pregassona 4- Milano, 14 aprile, incontro con il comitato promotore MM (foto Nira Cabero) 5- Milano, 14 aprile, incontro con il comitato promotore MM (foto Nira Cabero) 6- Parma, 15 aprile, conferenza presso sala conferenze Missionari Comboniani (foto Tiziana Volta) 7- Parma, 15 aprile, conferenza presso sala conferenze Missionari Comboniani (foto Tiziana Volta) 8- Parma, 15 aprile, conferenza presso sala conferenze Missionari Comboniani, intervento di Daria Jacopozzi, Assessora alla Pace del Comune di Parma  (foto Tiziana Volta) 9- Roma, 17 aprile, intervento durante dibattito sulla crisi del diritto internazionale all’interno dell’Università della Pace delle Nazioni Unite (foto di Marco Inglessis) 10- Firenze, 16 aprile incontro con Mia Bintou Diop, vicepresidente Regione Toscana Tiziana Volta
April 20, 2026
Pressenza
La vittoria della crudeltà nell’ombra della tregua
Da Barcellona a Marsiglia, da Napoli a Venezia e da diversi altri porti di tutto il Mediterraneo, le Flotille prendono il mare dirette verso Gaza. Bisogna agire, bisogna far presto. Intanto, nelle prigioni della Palestina ma anche nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene ogni giorno spogliata e bendata. La fame, con i forni che non sono in grado di produrre pane, è strutturale, mentre oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito. C’è poi la Gaza che nessuno racconta, quella dei tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze rimasti senza casa, spesso senza genitori. La tregua, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La prepotenza ha smesso da tempo di avere bisogno di qualche maschera. La tregua in Palestina, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La realtà palestinese si rivela, infatti, come un organismo che viene lentamente privato dell’ossigeno, basta seguire il filo rosso che unisce le celle gelide delle prigioni alle strade polverose di Gaza, dove il pane è diventato un miraggio e la cura una cosa impossibile. Quello che emerge dalle testimonianze raccolte, tra gli altri, da il manifesto e dai rapporti di agenzie come Save the Children e Oxfam non è una crisi passeggera, ma un sistema di sofferenza metodica che ha smesso persino di cercare giustificazioni. Il “vortice nero” delle carceri inghiotte vite come quella di Issa Al-Qarnawi, un fotografo che ha visto la propria esistenza ridursi a mesi di oscurità e privazioni, o quella di Mahmoud Al-Halabi, che a soli sedici anni è stato strappato alla sua famiglia mentre cercava semplicemente di rimediare del cibo durante la carestia. Nelle stanze degli interrogatori e nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene spogliata e bendata, lasciando padri come quello di Hassan Badi a cercare tracce dei propri figli tra i resti senza nome dell’ospedale Nasser. È un dolore che la madre di Mohammed definisce “un vuoto infinito”, una nostalgia che uccide lentamente nell’attesa di una notizia che il sistema di occultamento israeliano nega con deliberata crudeltà. Fuori dalle mura delle prigioni, la violenza cambia forma ma non intensità. La fame a Gaza è diventata una minaccia strutturale: il World Food Programme documenta come la stragrande maggioranza della popolazione viva in un’insicurezza alimentare acuta, aggravata da un blocco che impedisce persino l’ingresso dei pezzi di ricambio per i generatori dei panifici. E mentre si smette di produrre pane, si smette anche di curare. I dati di “Physicians for Human Rights” ci dicono che oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito; a Gaza, avere un tumore nel 2026 significa affrontare una condanna silenziosa scritta dall’assenza di chemioterapia. Intanto, in Cisgiordania, la tragedia si espande nell’indifferenza generale, con un numero di minori rimasti senza casa che è aumentato del mille per cento, delineando i contorni di una “seconda Gaza” che nessuno sembra voler vedere. Siamo ormai immersi in un tempo in cui la prepotenza e la forza non hanno più bisogno di maschere. La cronaca di questi giorni non è che la conferma di un mondo in cui la crudeltà vince e resta impunita, sovrana su un’umanità che ha imparato a restare indifferente a tutto. La Palestina è lasciata sola, non per una tragica fatalità, ma perché il potere ha deciso che la sofferenza dei suoi figli non ha più alcun peso sulla bilancia della storia. Davanti a questo naufragio della coscienza, resta un’unica, terribile questione aperta: “come rimanere umani?” Comune-info
April 19, 2026
Pressenza
Un’iniziativa sull’obiezione di coscienza
Lavoro, conoscenza e ricerca ripudiano la guerra. L’obiezione di coscienza e altre forme di resistenza per la pace perpetua, Torino 30 Aprile ore 17:00 USB – insieme al Centro Studi Sereno Regis e a No Tech for Apartheid – organizza un importante momento di confronto e messa in relazione di alcune delle principali esperienze di lotta politica, sindacale, culturale che in questi anni, e ancor di più dalle grandi mobilitazioni dell’autunno e del “blocchiamo tutto”, hanno attraversato e stanno attraversando il panorama nazionale e internazionale. Sarà l’occasione per rilanciare lo strumento dell’Obiezione di coscienza, che riteniamo fondamentale per estendere il fronte di opposizione al riarmo e alla guerra, e connettere in maniera sempre più organica interi pezzi di società, dal lavoro produttivo a quello “mentale” e tecnologico, passando dai settori della ricerca, dell’università e della scuola per abbracciare il mondo giovanile e studentesco, e il suo sempre più esteso rifiuto di una società militarizzata e senza orizzonti. Occorre riprendere in mano, accanto ai nostri strumenti di lotta e di conflitto, anche i grandi strumenti e le parole d’ordine del Pacifismo più intransigente, rimettere in mano ai soggetti protagonisti della riproduzione sociale la direzione di marcia. Appare sempre più chiaro, infatti, che mentre ci opponiamo con tutte le nostre energie e intelligenze al piano inclinato che ci conduce al centro di un rischio concreto di guerra, nel pieno di una crisi energetica, economica e sociale che le classi dominanti non vogliono né sanno come superare, sta a noi il compito di costruire una alternativa che coincide con il futuro stesso dell’umanità. Link al comunicato per condivisione: Lavoro, conoscenza e ricerca ripudiano la guerra. L’obiezione di coscienza e altre forme di resistenza per la pace perpetua, Torino 30 Aprile ore 17:00 Unione Sindacale di Base
April 18, 2026
Pressenza
Proiezioni locali in Italia della XXI Cerimonia Commemorativa Congiunta
Il gruppo Italian Friends of Combatants for Peace   promuove l’organizzazione di eventi di comunità locali per la proiezione della Cerimonia Commemorativa Congiunta organizzata da Combatants for Peace e Parents Circle – Families Forum. Queste le iniziative già definite: Torino, Italia Organizzato da Cambiano per Gaza, Le Storie di Carola e Luciana, Emergency-Santena, Sarte e Cuoche Ribelli, Munlab, Sereno Regis, Give Peace a Screen Rami Elhanan e Bassam Aramin del Parents Circle – Families Forum parteciperanno a una conversazione online dopo la cerimonia. Biblioteca civica di Cambiano, vicino Torino, via Lagrange n 1, 10010 CAMBIANO 20 Aprile 2026丨19:00 Padova, Italia Ospitato da Arnon Naim Via San Massimo, 121, PADOVA 22 Aprile 2026丨19:00Anagni, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Biblioteca Comunale A. Labriola, Via Garibaldi 21, 03012 ANAGNI 20 Aprile 2026丨19:00Milano, Italia Organizzato da CLN Resistenza Milano Spazio Pontano 35 – MILANO – via G. Pontano, 3 20 Aprile 2026丨19:15 Organizzato da Centro Filippo Buonarroti Centro Filippo Buonarroti, Via Rovigno 26 20 Aprile 丨19:00 Chiavenna (SO), ItaliaCombatants for Peace Organizzato da Luci per il Dialogo C/o Saletta Società Operaia, Via Chiarelli 20 Aprile 丨19:00 Livorno, Italia Organizzato da Italian Friends of Combatants for Peace Centro  olistico “Abitare le soglie” via Micali 22 Livorno (Italy) Prima della proiezione: la coreografia “La pace, la vera cura” di un gruppo di danza integrato 20 Aprile 2026 丨19:00 Firenze, Italia Organizzato da circolo Arci Bruno Baldini di Barberino (FI) 20 Aprile 2026 丨19:30 Gruppo di Supporto italiano dei Combattenti per la Pace  Combatants for Peace
April 17, 2026
Pressenza
XXI* Memorial Ceremony dei Combattenti per la Pace: Chen Alon e Sulaiman Khatib ci raccontano come è cominciata
Pochi giorni ci separano dalla Memorial Ceremony che ogni anno rappresenta il momento più significativo per i Combattenti per la pace. Quest’anno lunedì 20 aprile, a rispondere all’appello ci saranno ben 58 pubbliche postazioni in tutto il mondo, di cui 11 tra Israele e Palestina – oltre alle registrazioni individuali di cui si saprà alla fine. Significativa la risposta pervenuta da parecchie città europee, in aggiunta al forte network di supporto da tempo attivo negli Stati Uniti. E succederà qualcosa anche a Melbourne in Australia e persino in Sudafrica, in collegamento da Johannesburg e Cape Town. L’importanza di questo appuntamento sta nella coincidenza con una data cruciale per il calendario israeliano: lo Yom Hazikaron, giorno in cui lo Stato di Israele onora i caduti nelle tante guerre della sua breve storia. Ogni anno la cerimonia ufficiale inizia verso sera con una sirena, che dal muro occidentale di Gerusalemme raggiunge tutto il Paese e per qualche minuto tutto si ferma: attività commerciali, veicoli in transito, programmi radio-televisivi che cominciano a trasmettere il lungo elenco dei deceduti… in tutto il Paese si spegne ogni rumore e ci si mette in pausa. La commemorazione si conclude il giorno seguente verso mezzogiorno, solo per confluire in una data ancor più patriottica e solenne, lo Yom Haaztamaut, ossia la Festa dell’Indipendenza. Immaginiamo dunque cosa possa essere stato per i Combattenti per la Pace decidere di inaugurare proprio in quella data la propria esistenza come movimento, in condivisione con ex militanti (ex detenuti nelle carceri israeliane, per cui terroristi) palestinesi. Come infatti mi confermano Chen Alon e Sulaiman Khateeb, co-fondatori del movimento: che i lettori di Pressenza hanno già incontrato in passato, e che raggiungo per telefono nelle rispettive postazioni. Chen: “Per gli israeliani quello è sempre stato un giorno di silenzio e raccoglimento, ma in effetti ciò che si onora in quella data dedicata alla memoria dei tanti deceduti è l’ineluttabile necessità della guerra. E infatti sin da quella prima edizione della Joint Memorial Ceremony nel 2006, e più ancora nelle successive man mano che l’appuntamento guadagnava consensi, le polemiche, talvolta violente come l’anno scorso in una sinagoga di Ra’anana, non sono mancate: l’idea di sfidare quell’unilaterale celebrazione del dolore, arrivando a suggerire un rispecchiamento nel dolore del nemico come chiave di superamento del conflitto è proprio agli antipodi del mainstream. Dunque sì, la scelta di inaugurare la nostra esistenza come movimento proprio in quel modo, con quel pubblico evento che poi avremmo chiamato Memorial Ceremony, fu significativa. L’idea venne suggerita da Buma Inbar, ex militare che nel 1995 aveva perso il figlio amatissimo Yotam: saltato per aria insieme a sei compagni in un campo minato, durante la lunga guerra in Libano. Una perdita che Buma era riuscito a superare unendosi al Parents Circle Families Forum (che lui stesso aveva contribuito a fondare). E’ una pratica, quella del PCCF, che da tempo Buma desiderava amplificare proprio in quel modo, con una Commemorazione ai Caduti Alternativa rispetto a quella ufficiale. Idea che naturalmente sposammo: il tutto si svolse al Teatro Tmu-Na di Tel Aviv: parteciparono circa 600 persone e lo considerammo un successo, il sintomo di un’esigenza di confronto che non era solo nostra. Da allora l’evento è diventato l’appuntamento più importante del nostro movimento e anno dopo anno è cresciuto enormemente. Durante la pandemia abbiamo inaugurato la fruizione in streaming che ci ha permesso di raggiungere tantissimi interni di case negli Stati Uniti. E nell’edizione del maggio 2023 non meno di 15.000 persone si sono ritrovate in un parco di Tel Aviv, nonostante le rumorose proteste fuori dai cancelli… fino a raggiungere l’attuale dimensione globale. Devo però ammettere che ci volle un po’, perché questa nostra Ceremony riuscisse a rispecchiare con il giusto equilibrio entrambe le narrazioni del conflitto: non solo superando l’iniziale prevaricazione della parte israeliana, ma curando molto quell’aspetto che mi piace definire ‘l’estetica dell’etica’, ovvero scegliendo accuratamente di usare alcuni termini invece di altri; evitando l’uso di foto, riprese video, elementi grafici che rischierebbero di enfatizzare una certa narrazione a scapito dell’obiettivo principale, che è quello di riconoscersi fra esseri umani, incontrarsi in uno spazio di ascolto autentico e reciproco, in un processo di ri-umanizzazione di colui/colei che normalmente vedresti come nemico. Ma sul piano pratico, il problema resta quello di assicurare un equo numero di testimonianze in presenza da entrambi i fronti. Ogni anno siamo costretti ad appellarci alle varie corti per ottenere il permesso di ingresso in Israele da parte dei testimoni palestinesi, il più delle volte invano. E il particolare problema di quest’anno sarà la sicurezza: a differenza dell’anno scorso, quando la Memorial Ceremony è riuscita a riempire un intero teatro a Tel Aviv con simultanee proiezioni in varie altre città, quest’anno dovremo optare per un evento a porte chiuse: data la particolare tensione di questo periodo, l’indirizzo verrà reso noto solo a pochi e il tutto si svolgerà per prudenza in streaming.” Soulaiman: “Fin dalle prime edizione questa nostra Ceremony è stato un evento unico nel suo genere, proprio in considerazione del conflitto ancora in corso, e purtroppo con livelli di crescente gravità, con la violenza e disumanizzazione a cui assistiamo. Un evento quindi tutt’altro che scontato, dalle forti potenzialità trasformative per chiunque partecipa e che non esiterei a definire sacro. Sacro per il fatto di sottolineare il valore della scelta, l’opzione di responsabilità che come esseri umani tutti noi abbiamo. E che per me palestinese, pensando alle consuetudini di riconciliazione dei conflitti all’interno della società tribale che mi ha generato, risuona come tasamuh, ovvero perdono. Difficile, ma non impossibile se solo ci pensiamo come esseri umani, soggetti a sbagliare, ma al tempo stesso dotati della possibilità di scegliere, decidere in che modo uscirne, consapevoli del fatto che in quello stesso fazzoletto di terra dobbiamo convivere, possibilmente in pace. Proprio in questa chiave è stato scelto il titolo per la Ceremony di quest’ultima edizione We Are The Day After. Noi siamo già adesso, noi già incarniamo, rappresentiamo, sperimentiamo, viviamo, siamo la prova vivente, di quella cosa che succede alla fine di tutte le guerre e che si chiama pace. Difficile immaginare che una cosa del genere possa succedere anche qui, per noi palestinesi, dopo la catastrofe della Nakba, che dal 2000 come Combattenti per la Pace abbiamo deciso di commemorare ogni 15 maggio con una Nakba Ceremony non meno importante della Memorial Ceremony. Difficile fare i conti con la devastazione, le bombe, le amputazioni, i morti, la guerra per fame, la miseria delle tendopoli a Gaza. Difficile immaginare una pace possibile quando ogni giorno assistiamo alla crescente violenza dei coloni in Cisgiordania, anche qui dove vivo io, e proprio giovedì sera in pieno centro di Tel Aviv, Habima Sq, una massiccia manifestazione ha denunciato le aggressioni subìte recentemente dagli stessi israeliani impegnati in azioni di Presenza Protettiva, per esempio a Qusra. Difficile non denunciare le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, come faremo anche stasera a Beit Jala, per la giornata dedicata ai prigionieri palestinesi. Ma è precisamente questo crescendo di impegno da parte di tanti fratelli e sorelle israelian*, è questa consapevolezza della sofferenza che sempre più pervade anche la società israeliana, che mi spinge a dire: siamo sulla strada giusta. Da vent’anni che esistiamo come movimento qualcosa è successo. Molti altri movimenti si sono attivati in modi simili o diversi dal nostro. Proprio stamattina ho registrato un intervento che verrà trasmesso al Peace Summit che per la terza volta in tre anni succederà il 30 aprile in una grande Arena di Tel Aviv, grazie alla coalizione di ben 80 diverse organizzazioni, con migliaia di attivisti che parteciperanno da tutta Israele e (voli permettendo) anche da fuori. E insomma, tutte queste Memorial Ceremonies non sono successe invano: We Are The Day After. Siamo il giorno dopo.” Per info sulla Memorial e Nakba Ceremonies dei Combattenti per la Pace: https://www.cfpeace.org/joint-ceremonies Per registrarsi e partecipale (il link arriverà poco prima delle h 19 in Italia): https://www.cfpeace.org/memorial-ceremony Per contribuire con una donazione alla produzione dell’evento: https://www.drove.com/campaign/69b82f0c532f12b49155832f?utm_source=droveShare&utm_medium=copy+link&lang=en&skey=.2PwY     Daniela Bezzi
April 17, 2026
Pressenza