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Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
La polizia francese è ancora al servizio dei cittadini?
> Una polizia repubblicana non è semplicemente una polizia posta sotto > l’autorità della Repubblica. È una polizia che protegge i cittadini, > garantisce le loro libertà, fa rispettare la legge e ricorre alla forza fisica > solo come misura estrema, quando ciò sia necessario e proporzionato. Protegge > l’ordine pubblico, certo, ma questo ordine ha senso solamente se consente lo > svolgimento e l’esercizio delle libertà pubbliche. Ebbene, da una quindicina di anni, cosa stiamo vedendo? Cariche, manganellate, spari di proiettili di gomma e lanci di granate, accerchiamenti, fermi talvolta brutali, manifestanti feriti – persino mutilati –, giornalisti o osservatori colpiti. Non stiamo parlando di qualche “abuso o violenza” isolati. Da diversi anni, le pratiche francesi di mantenimento dell’ordine sono oggetto di critiche documentate, provenienti dal Difensore dei diritti, da ricercatori e da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.1 È ovviamente necessario ricordare che gli agenti di polizia e i gendarmi si trovano talvolta di fronte a violenze reali. Lanci di oggetti, incendi e aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine non possono essere minimizzati né giustificati. Ma la responsabilità di una polizia democratica consiste chiaramente nel non lasciarsi trascinare nella logica della violenza che si trova ad affrontare. Poiché detiene, per conto della collettività, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica, essa è soggetta a obblighi e regole più elevati rispetto a quelli richiesti ai cittadini. QUANDO IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PROVOCA DISORDINE Per lungo tempo, uno dei principi fondamentali del mantenimento dell’ordine è consistito nel preservare una distanza tra le forze dell’ordine e i manifestanti. [2].  Si trattava, nello specifico, di evitare il corpo a corpo e prevenire lo scontro, anziché ricercarlo. Ricordo numerose manifestazioni a Parigi e a Tolosa, in cui le direttive e il principio, ben evidenti, erano di fare in modo che vi fosse il minor numero possibile di violenze. Ed è proprio quello che accadeva. Questa logica è progressivamente diventata ingarbugliata e confusa: il ricorso a unità più mobili, a interventi rapidi all’interno dei cortei, a strategie di arresto immediato e, talvolta, a unità non sufficientemente addestrate al mantenimento dell’ordine pubblico, ha moltiplicato le situazioni di contatto. E il contatto, per effetto imitazione, genera altro contatto. Quando un’unità penetra in un corteo per fermare una persona, quando una carica disperde indistintamente manifestanti pacifici e autori di violenza, quando l’utilizzo di un’arma cosiddetta “intermediaria”, ferisce qualcuno che non costituiva una minaccia, l’operazione che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine, diventa essa stessa fonte di disordine. Il fatto stesso che le cosiddette forze dell’ordine siano massicciamente concentrate nei punti in cui la manifestazione si disperde, genera inevitabilmente tensioni e scontri che potrebbero essere evitati in assenza di tali forze, che dovrebbero intervenire solamente quando viene commesso un delitto. Quando le tecniche di ‘mantenimento dell’ordine’ accrescono le tensioni e scatenano violenze da entrambe le parti, chi non capisce che i metodi sono lontani dall’obiettivo prefissato? Altri paesi europei hanno sviluppato approcci maggiormente basati sulla comunicazione, sulla negoziazione e sulla distensione [3]. Ciò non significa, ovviamente, che non vi sia alcun intervento quando vengono commessi atti di violenza, ma che l’obiettivo primario consiste nel consentire lo svolgimento della manifestazione, nell’isolare il più possibile i comportamenti violenti e nel ridurre le occasioni di scontro. In altre parole si tratta di impedire la violenza anziché vincere lo scontro. PROTEGGERE LE MANIFESTAZIONI, NON CONSIDERARLE UNA MINACCIA Una manifestazione non costituisce un turbamento dell’ordine pubblico. Si tratta di un principio democratico indiscutibile, in quanto espressione dell’esercizio di una libertà pubblica. È davvero triste, oggi, doverlo ricordare, tanto tale principio viene messo in discussione. La missione primaria delle forze dell’ordine dovrebbe dunque essere quella di consentirne lo svolgimento nelle migliori condizioni possibili. Il manifestante pacifico non dovrebbe mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a una forza avversa. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, manifestare diventa un’attività potenzialmente pericolosa, al punto che si consiglia di indossare occhiali protettivi contro i gas lacrimogeni, che si nutrono preoccupazioni prima di portare i propri figli a un corteo, che ci si guarda intorno quando arrivano di corsa gli agenti di polizia. Questa banalizzazione dell’idea che manifestare sia rischioso è davvero preoccupante. Una democrazia autentica e vitale dovrebbe essere in grado di accogliere la contestazione, anche quando questa è massiccia, rumorosa, molesta o profondamente ostile al governo in carica. Poiché il diritto di manifestare non è concesso dal potere; esso costituisce, al contrario, uno degli strumenti di cui i cittadini dispongono per opporvisi. POLIZIA DELLA REPUBBLICA O POLIZIA DEL GOVERNO? La polizia ha il compito di proteggere i cittadini o di proteggere il potere? La questione non è nuova, ma si pone con maggiore acutezza sulla scia del movimento degli studenti liceali, dopo diversi altri – tra cui, in particolare, quello dei “Gilet gialli” e le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Certamente, la polizia è un’istituzione dello Stato. Essa dà esecuzione alle decisioni prese dalle autorità legittime. Tuttavia, in uno Stato di diritto, servire lo Stato non può significare servire ciecamente il governo. Lo Stato repubblicano non si identifica soltanto con il potere esecutivo; esso comprende anche il diritto, le libertà pubbliche, la separazione dei poteri e le garanzie riconosciute ai cittadini. Una polizia pienamente repubblicana non può dunque essere semplicemente il braccio armato dello Stato quando si tratta di contenere la contestazione sociale. Deve essere anche garante del diritto dei cittadini di contestare quello stesso Stato. Questa distinzione è fondamentale. Poiché, quando un governo avvia una riforma fortemente contestata e centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per opporvisi, la polizia non dovrebbe mai apparire come l’ultima linea di difesa del potere politico contro la sua stessa popolazione. Dovrebbe rimanere ciò che è chiamata a essere: una forza pubblica al servizio di tutti. LA VIOLENZA DELLA POLIZIA DANNEGGIA ANCHE LA POLIZIA STESSA Gli agenti di polizia non sono gli unici responsabili di questa situazione. Tali funzionari attuano strategie, dottrine e ordini definiti dalle autorità politiche e prefettizie. Molti desiderano certamente svolgere il proprio lavoro con professionalità, pur in situazioni difficili. Molti subiscono essi stessi le conseguenze di strategie che li pongono in prima linea, li espongono alla violenza e li intrappolano in un confronto, in cui possono, a loro volta, diventare vittime. Ecco perché parlare di violenze da parte della polizia non significa essere ostili alla polizia stessa. Può significare, invece, auspicare un altro tipo di polizia: una forza meglio formata, meno militarizzata nelle dotazioni e rappresentazioni e azioni, che privilegi il dialogo e la distensione, che ricorra alla forza fisica solo come extrema ratio e che disponga di meccanismi di controllo realmente indipendenti. Una polizia, dunque, intesa non come forza contrapposta alla popolazione, bensì come un’istituzione che alla popolazione appartiene. [4]. RITROVARE IL SIGNIFICATO E SENSO DELLA FORZA PUBBLICA L’articolo 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 è esplicito: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino necessita di una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità specifica di coloro ai quali essa è affidata”. Ciò significa che la forza pubblica non è istituita innanzitutto per proteggere chi governa. Essa esiste per garantire i diritti. La questione se la polizia francese sia ancora pienamente repubblicana impone di esaminare più a fondo la dottrina, le pratiche, le dotazioni, gli ordini impartiti e il concetto stesso del mantenimento dell’ordine. Una Repubblica “forte” non è una Repubblica la cui polizia è la più temuta. È quella in cui un cittadino può manifestare contro il potere senza mai dover temere coloro che hanno ricevuto il compito di proteggere proprio i suoi diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Note [1] Rapporto –Il mantenimento dell’ordine alla luce delle regole di deontologia. Difensore dei diritti    Le maintien de l’ordre au regard des règles de déontologie. Défenseur des Droits [2]  Gilet gialli: uso eccessivo della forza e della violenza della polizia. Amnesty International Gilets jaunes : usages excessif de la force et violences policières. Amnesty International [3] Studio – Distensione della violenza e gestione delle folle dei manifestanti. Difensore dei diritti Étude – Désescalade de la violence et gestion des foules protestataires. Défenseur des Droits [4] Manifestazioni: il Difensore dei diritti cita le raccomandazioni sul rispetto delle regole di deontologia per le forze di sicurezza. Difensore dei diritti  Manifestations: la Défenseur des droits rappelle ses recommandations sur le respect des règles de déontologie par les forces de sécurité. Défenseur des Droits -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ILARIA MASCETTI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Alain Refalo
October 22, 2026
Pressenza
Ultima Generazione: sospeso dal TAR il decreto di espulsione dall’Italia per Callune
La ragazza francese, che vive e lavora in Italia, era stata raggiunta da un provvedimento di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente. Una prima, parziale e non definitiva vittoria riguardo la vicenda giudiziaria che vede suo malgrado protagonista Callune, una ragazza francese di 24 anni che vive e lavora in Italia, a cui è stato notificato ad agosto di quest’anno un decreto di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente nel 2022. Il TAR del Lazio ha accolto il ricorso degli avvocati Paola Bevere, Antonello Ciervo e Chiara Salvini e ha sospeso l’applicazione del provvedimento. La vicenda ha portato anche a un’interrogazione parlamentare da parte della deputata Elisabetta Piccolotti di AVS. Calunne aveva partecipato nel febbraio del 2022 alle azioni dirette nonviolente di Ultima Generazione al MiTE (Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente), azioni che permisero alle attiviste e agli attivisti di avere un incontro (chiesto da settimane e costantemente ignorato) con l’allora ministro Roberto Cingolani. A seguito dell’azione il Prefetto di Roma emanò nei confronti di Callune un decreto di espulsione dall’Italia con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni. La motivazione è che la ragazza è “una minaccia per la sicurezza pubblica”. Una tale minaccia che ci hanno messo quattro anni per notificarle il 19 agosto di quest’anno il provvedimento emanato dalla Prefettura nel 2022, lasciandole 30 giorni per abbandonare il Paese in cui si è costruita una vita. Proprio la mancanza di tempestività nell’esecuzione del provvedimento è stata alla base della sospensione dello stesso ordinata dai giudici del TAR: la “minaccia” dell’ordine pubblico deve essere attuale, non riferita al passato. La vicenda non è conclusa, il provvedimento è solo sospeso e il 16 marzo 2027 ci sarà l’udienza per la “definizione del merito”, cioè per capire se Callune verrà espulsa o potrà continuare a vivere in Italia. Uno scudo legale per chi si espone Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE]. Processi in corso * 26 ottobre, Tribunale di Roma, ore 12.15, terza udienza predibattimentale per blocco Colombo-Mura aureliane del 22 ottobre 2022 * 26, ottobre Tribunale di Roma, ore 12.00, udienza predibattimentale per blocco GRA Km 63+200 del 29 giugno 2022 * 28 ottobre, Tribunale di Roma, ore 11.00, udienza predibattimentale per blocco GRA del 19 ottobre 2022 I nostri canali: Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
October 22, 2026
Pressenza
Manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”: volti scoperti, mani libere, parole chiare
Il Comitato promotore della manifestazione nazionale “Fuori l’Italia dalla guerra”, in programma a Roma sabato 24 ottobre, ribadisce con forza il carattere pacifico e nonviolento dell’iniziativa. Scendiamo in piazza per chiedere pace, il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione, la fine del coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti armati, la solidarietà con i popoli che resistono all’imperialismo e al sionismo. Chi aderisce alla manifestazione lo fa condividendone pienamente lo spirito: volti scoperti, mani libere, parole chiare. Il Comitato respinge in modo netto ogni tentativo di strumentalizzazione violenta da parte di elementi estranei alla manifestazione, ai suoi contenuti, alle realtà che l’hanno promossa ed a quelle che hanno aderito. Chiunque intenda servirsi del corteo per compiere atti di violenza, danneggiamenti o scontri si pone fuori dalla manifestazione e contro di essa. Di questo tutti devono essere consapevoli, dai manifestanti agli organi di informazione. Nessuno provi a screditare il movimento per la pace e a spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta. Invitiamo tutti i partecipanti a seguire le indicazioni del servizio d’ordine, a non raccogliere alcuna provocazione, a isolare immediatamente eventuali comportamenti violenti e a segnalarli agli organizzatori. Il 24 ottobre Roma vedrà una piazza ampia, plurale, determinata e pacifica. Perché la pace si costruisce con la pace. Il Comitato promotore della manifestazione “Fuori l’Italia dalla guerra” Sito: www.fuorilitaliadallaguerra.org YouTube: https://www.youtube.com/@fuorilitaliadallaguerra/shorts Facebook: https://www.facebook.com/fuorilitaliadallaguerra/ Instagram: https://www.instagram.com/fuorilitaliadallaguerra Telegram: https://t.me/Roma24ottobre2026     Redazione Italia
October 22, 2026
Pressenza
Convegno di formazione 4 novembre: “Impatto e prevenzione dei modelli violenti, della società e nei mass media”
MERCOLEDÌ, 4 NOVEMBRE 2026, ORE 8.30 -13.00 ONLINE Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una pervasiva esposizione a linguaggi complessi, tecnologie digitali e rappresentazioni mediali ad alto contenuto di aggressività, la scuola si trova ad affrontare sfide educative senza precedenti. Per rispondere a questa urgenza pedagogica, la rete di istituzioni educative Polo Europeo della Conoscenza – I.C. Bosco Chiesanuova, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promuove un importante incontro di formazione online dedicato a docenti e genitori. Questo corso di formazione rappresenta un’opportunità fondamentale per riaffermare il ruolo centrale degli adulti di riferimento, come presidio di pace, dialogo e consapevolezza critica. L’iniziativa si propone di fornire strumenti critici e metodologici per decodificare e disinnescare i modelli di violenza presenti nella società contemporanea, promuovendo al contempo pratiche pedagogiche orientate alla cultura della pace e della nonviolenza. Attraverso un percorso articolato in quattro moduli interconnessi, esperti di rilievo accademico e culturale analizzeranno le diverse sfaccettature del problema: PROGRAMMA 8:30 – 8:40 Saluti di Roberta Leoni Presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 8:40 – 8.50 Giulia Bausano, Docente Introduce il tema: “La scuola tra realtà e finzione” e presenta 8:50 – 9:30 Dario Bassani, Autore, filosofo ed esperto di comunicazione editoriale “L’impatto dei giochi di violenza e guerra nei processi di nuove dipendenze” Dario Bassani è saggista, filosofo ed esperto di comunicazione editoriale italiano. Attualmente è Responsabile Editoriale, cura, scrive ed edita i contenuti multimediali, inclusi video saggi e podcast come Domande Prime, per il progetto culturale Lucy sui mondi. 9:30 – 9:40 Renata Puleo, Dirigente scolastica Introduce il tema: “La scuola e i suoi linguaggi” e presenta 9:40 – 10:20 Davide Borrelli, Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli “Disinnescare la violenza strutturale insita nel linguaggio pubblico” Davide Borrelli è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento. Docente di Sociologia dei processi culturali e Politiche della valutazione presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. 10:20 – 10:30 Michele Lucivero, Docente Introduce il tema: “A scuola di pacifismo” e presenta 10:30 – 11:10 Stefano Cobello, Insegnante, sociologo e pacifista “Pedagogia nera e pedagogia bianca – Modelli pedagogici a confronto: loro potenzialità nella crescita e nell’educazione” Stefano Cobello è un insegnante, sociologo, pacifista, fondatore e coordinatore del Polo Europeo della Conoscenza – Europole. 11:20 – 11:30 Alessandra Mancuso, Docente Introduce il tema: “A scuola di STEM” e presenta 11:30 – 12:10 Stefano Borroni Barale, Fisico teorico, docente, saggista “Tecnologie digitali in educazione: progresso o controllo?” Stefano Borroni Barale è un fisico teorico, docente, saggista e attivista italiano, noto in particolare per il suo impegno nella divulgazione legata al software libero, già ricercatore per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare [INFN] all’interno del progetto EU-DataGrid. IL CORSO DI FORMAZIONE COME AGGIORNAMENTO PER I/LE DOCENTI CON ESONERO PER LA GIORNATA SCOLASTICA. I/LE DOCENTI (A TEMPO INDETERMINATO E DETERMINATO) HANNO DIRITTO A 5 GIORNI DI ESONERO DAL SERVIZIO PER ANNO SCOLASTICO PER PARTECIPARE AD ATTIVITÀ DI FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO, IN BASE ALL’ART. 36 DEL CCNL SCUOLA 2019-2021. Al termine degli interventi ci sarà spazio per le domande e per un dibattito costruttivo. Infine verranno proiettati dei video per i saluti finali. L’iniziativa è aperta a docenti, dirigenti, educatori e famiglie. L’incontro sarà online. Il link sarà mandato solo agli iscritti. La partecipazione è gratuita. L’attestato finale è valido per l’aggiornamento in servizio per gli Insegnanti. Per qualsiasi domanda su registrazioni, certificazioni presenze, certificati si rimanda alle FAQ. Per info clicca qui. PER ISCRIVERSI CLICCARE QUI -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perché i media descrivono il movimento giovanile in Francia come un moto di rabbia, quando i giovani ballano e cantano per strada?
> Nelle ultime settimane, i media francesi hanno raccontato al mondo che i > giovani in Francia sono arrabbiati. Eppure, quando apro i social media, ciò > che vedo sono ragazzi e ragazze che ballano e cantano per le strade delle > principali città della Repubblica.  Vedo giovani che vogliono essere riconosciuti in quanto esseri umani. E infatti, essere umani, prima di tutto, significa poter scegliere liberamente il futuro e le condizioni in cui si desidera vivere. Non hanno bisogno di un partito politico o di un’ideologia che dica loro cosa pensare e come comportarsi. Semplicemente, non sono stupidi e capiscono che il loro futuro è in pericolo, punto e basta. Cantano la speranza di costruire un mondo migliore e ballano per aprire le porte del loro futuro, porte che sono serrate a chiave e sorvegliate da coloro che detengono il potere e la ricchezza in Francia. Bisogna ammettere che si sono verificati atti di vandalismo, come spesso accade nelle grandi manifestazioni. Gli opportunisti approfittano della situazione per vandalizzare, saccheggiare negozi, appiccare incendi e seminare il caos. In realtà, ai rivoltosi non serve una rivoluzione culturale per scatenare il panico; a Montreal lo sanno fin troppo bene: ogni volta che i Montreal Canadiens, squadra di hockey sul ghiaccio, vincono o perdono una serie di playoff, il centro città si trasforma in un vero e proprio caos, devastato da teppisti che spesso non sono nemmeno fan dello sport. Tuttavia, le manifestazioni giovanili francesi sono degne di nota perché nonviolente, anche se i principali media ci raccontano il contrario. I ragazzi e le ragazze che ballano e cantano per le strade preoccupano le autorità francesi e le forze dell’ordine. Questi organi sono abituati a proteste alimentate da lotte ideologiche ben organizzate (sia di sinistra che di destra), che possono essere facilmente infiltrate e manipolate dai servizi di controllo del territorio o da altre influenze esterne. Oggi, i giovani di tutto il mondo insorgono dicendo: basta con questo atteggiamento disfattista e fatalista nei confronti del futuro. Hanno capito che coloro che detengono il potere hanno usato la paura del futuro per sottrarre ai giovani la libertà di scegliere. Questa generazione è il futuro in movimento. Cantando e ballando per le strade, dimostrano al mondo che non hanno paura di riprendersi il proprio futuro! È davvero fantastico, e sovversivo! -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI GAIA DA RÈ. Anne Farrell
October 21, 2026
Pressenza
‘Sollèvati! La coscienza non si arruola’
SABATO 24 OTTOBRE MATTINA A IMPRUNETA, IN PROVINCIA DI FIRENZE, NELLA CASA PER LA PACE DI PAX CHRISTI SI SVOLGE LA RIUNIONE DEI E CON I COORDINATORI DELL’INIZIATIVA. “La campagna Sollèvati! La coscienza non si arruola vuole offrire uno strumento concreto per costruire la Pace: singole azioni individuali, nate da una presa di coscienza personale, possono convergere e innescare una trasformazione collettiva”, spiegano i promotori: > Siamo una comunità di coscienza, un gruppo di persone e di associazioni che > condividono una forte avversione alla guerra e la volontà di essere soggetti > attivi per la costruzione della Pace e di una società che sappia gestire i > conflitti con modalità nonviolente. > Abbiamo promosso una rete aperta al contributo di singole persone, gruppi > giovanili, enti e associazioni. Portiamo in tutta Italia l’attenzione sul tema > dell’obiezione di coscienza e sulle forme di difesa non armata e nonviolenta > già previste dal nostro ordinamento. > Promuoviamo la smilitarizzazione delle menti, ossia uscire dalla narrazione > che vede la guerra come opzione praticabile e scenario inevitabile, per > affermare la cultura della cooperazione, la risoluzione nonviolenta dei > conflitti e una comunicazione non aggressiva e dialogante. > Vogliamo dare la possibilità a cittadine e cittadini di esprimere il loro > profondo anelito di Pace! > > La campagna Sollèvati vuole favorire, ma soprattutto garantire, l’obiezione di > coscienza per i ragazzi 17enni, i quali ogni anno vengono inseriti nelle liste > di leva dei Comuni di residenza, tramite la sottoscrizione di personali > lettere di obiezione di coscienza, da inviare alla sindaca o al sindaco del > proprio Comune. > L’iniziativa è rivolta anche a tutti gli uomini dai 18 ai 45 anni che già sono > nelle liste e che desiderano dichiararsi obiettori. Inoltre, si invitano i > cittadini e le cittadine di qualunque età ad esprimere pubblicamente la > propria avversione alla guerra e la ferma intenzione di non prendervi parte in > nessun modo. > Con la leva sospesa, la legge non contempla né lo spazio e né il modo in cui > potersi dichiarare obiettori di coscienza oggi. Noi chiediamo che sia > possibile farlo in qualunque tempo. > Vogliamo educare a costruire la Pace, non a uccidere i nostri simili! > Da questa convinzione nasce l’impegno quotidiano delle realtà aderenti alla > rete nel diffondere capillarmente la cultura della Pace e della Nonviolenza. > Sollèvati vuole valorizzare queste esperienze, rafforzando e aumentando i > Presidi territoriali per la Pace, cioè gli spazi fisici di incontro in cui le > persone, specialmente quelle giovani, possono formarsi sui temi del pacifismo > e della Nonviolenza, rafforzare i legami comunitari e discutere, immaginare e > costruire collettivamente un’alternativa di Pace. > Ci riuniremo il 24 ottobre 2026, alle ore 9:30, alla Casa per la Pace di Pax > Christi a Impruneta (Firenze) – via Quintole per le Rose 131 – per dare il via > alla campagna. > > Sarà presente all’iniziativa anche Pietro Puccio, sindaco di Capaci, che per > primo in Italia ha messo in pratica la proposta della campagna. > Consapevoli dell’importanza di mettere a sistema le iniziative per costruire > la Pace, invitiamo a aderire anche alle campagne in corso di Emergency e del > Movimento Nonviolento. > Per un’Italia che vuole camminare in un mondo finalmente libero dalla violenza > delle armi e della sopraffazione, in favore della risoluzione nonviolenta dei > conflitti e per la Pace, intesa come condizione essenziale per il godimento di > ogni diritto umano. La Pace va costruita con l’impegno quotidiano dei singoli > e della comunità tutta: insieme, solleviamoci dall’oppressione delle guerre! Redazione Italia
October 21, 2026
Pressenza
Isolare i violenti: Trump, Putin, Zelensky, Netanyahu… istituzioni economiche internazionali e governo italiano
È una frase ricorrente: se vogliono far valere le proprie ragioni, i buoni devono “isolare i violenti”. Come pacifista sono considerata buona, quindi non mi sottraggo all’invito. Isolare Trump. È un uomo violentissimo, nel linguaggio e nei comportamenti. Da quando è presidente ha aggredito paesi sovrani (Libano, Iran…); ha rapito il presidente del Venezuela; ha sostenuto il genocida Netanyhau militarmente, economicamente e politicamente. Attualmente non lo stiamo isolando affatto: anzi custodiamo in Italia una trentina di bombe atomiche che lui solo controlla e prestiamo le basi alle sue guerre. Isolare Putin, Zelensky, Netanyahu e i signori delle decine di guerre africane di cui non conosciamo nemmeno il nome: alimentano i conflitti in corso che danno profitti miliardari alle nostre industrie belliche. Guerre che la nostra costituzione ci vieterebbe come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Attualmente stiamo isolando solo Putin, con sanzioni che danneggiano più noi che lui Isolare le istituzioni economiche internazionali: come hanno ribadito 25 anni fa durante il G8 banca mondiale e fondo monetario internazionale impongono al mondo le politiche liberiste che, attraverso il meccanismo del debito, soffocano le economie più povere ; e impongono le privatizzazioni che soffocano i poveri  nelle economie più ricche Isolare il governo italiano che discrimina poveri e stranieri per assicurarsi consenso. Che ha stravolto la costituzione con una legge elettorale indegna. Che sostiene Israele genocida. Che paga il governo libico per ammazzare, torturare e incarcerare chi cerca di varcare il Mediterraneo. Che sequestra le navi di soccorso e le boicotta in tutti i modi. Che taglia le spese sociali e la scuola per finanziare il riarmo. Se poi l’invito a “isolare i violenti” è un invito a criminalizzare i manifestanti di Milano, Torino e Bologna credo che debbano essere fatti una serie di distinguo. 1. Distinguo la violenza contro le persone, che condanno, dal danneggiamento di oggetti inanimati, che non soffrono, non muoiono e possono essere sostituiti. 2. Rilevo che borse e scarpe da migliaia di euro non servono a trasportare oggetti o a proteggere i piedi: servono a suscitare l’invidia sociale di chi non li possiede. Evidentemente hanno funzionato: i manifestanti erano davvero infuriati. A forza di sentirsi raccontare che se non hai “quelle” scarpe sei una nullità, hanno finito per crederci. E, secondo i nostri governanti, la scuola deve “prepararti al lavoro”, non trasmetterti cultura e valori che ti permettano di fregartene di quelle scarpe. 3. Osservo che i giovani e le giovanissime che hanno devastato e saccheggiato le vetrine (peraltro ASSICURATE!!!!)  di Milano hanno capito di non avere un futuro. Altro che scuola come ascensore sociale: saranno fortunat* se non prenderanno il soffitto della scuola in testa e se porteranno a casa un diploma squalificato. E non entreranno a scuola, se sono stranieri over il tetto del 30%. E soprattutto saranno selezionat* in base alla loro classe sociale di appartenenza. E la loro nonna non troverà posto all’ospedale, perché i soldi servono per i carri armati. 4. In Francia video indipendenti hanno dimostrato la presenza di poliziotti infiltrati tra i violenti: vestiti di nero, incappucciati, lanciano sassi e rientrano nei ranghi della polizia. E qui? Spero che il mio “isolamento dei violenti” sia sufficientemente deciso. Norma Bertullacelli – praticante la settimanale ORA DI SILENZIO PER LA PACE Redazione Genova
October 20, 2026
Pressenza
Come valutare un politico dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dei diritti umani e della democrazia: Caso di Abdul El-Sayed
Un metodo per non partire dalla conclusione. Negli ultimi due mesi Pressenza ha seguito la campagna elettorale di Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti in Michigan.¹ Fin dall’inizio ci è sembrato un politico meritevole di attenzione dal punto di vista della pace e della nonviolenza. Ma su quali criteri si fonda questa impressione? Valutare un politico è più difficile di quanto sembri. Se ci si chiede non soltanto se ne condividiamo le proposte, ma se la sua azione contribuisca alla pace, alla nonviolenza, ai diritti umani e alla democrazia, il programma non basta. Occorre osservare anche come reagisce alla violenza, se applica gli stessi criteri alla propria parte e a quella avversaria, se dialoga con chi lo contesta, riconosce sofferenze contrapposte, corregge i propri errori e mantiene coerenza tra mezzi e fini. Scegliendo opportunamente i fatti, però, dallo stesso politico si possono ricavare immagini quasi opposte. Nel caso di El-Sayed, sul conflitto israelo-palestinese convivono un linguaggio talvolta molto duro, l’ammissione «I made a mistake» dopo le polemiche seguite all’attacco alla sinagoga Temple Israel,² e il successivo sostegno di Sander Levin, storica figura democratica ebraica del Michigan, pur in presenza di un «significant disagreement» sulla questione israelo-palestinese.³ Come mettere insieme fatti di questo genere? Costruire un ritratto scegliendo quelli più congeniali sarebbe facile. Per ridurre l’arbitrarietà, si è scelto il percorso opposto: definire prima che cosa osservare, poi raccogliere i dati e soltanto alla fine tentare una valutazione. La prima versione del quadro comprendeva 14 indicatori. Ma quando si è cercato di disporli in una tabella, è emerso che la sezione «politiche e idee» era troppo concentrata su guerra, Israele e politica estera, mentre quasi scomparivano sanità, costo della vita, lavoro, denaro in politica, casa, istruzione, ambiente e diritti civili — temi centrali anche nel programma di El-Sayed.⁴ Inoltre la «radicalità del linguaggio» appartiene più correttamente allo stile politico. Il quadro è stato quindi ampliato a 20 indicatori di base, distribuiti in tre aree, più un indicatore di esito indipendente sulla capacità di superare le divisioni. È il primo risultato del test dello strumento stesso. Indicatori per valutare un politico — primo caso: Abdul El-Sayed Area N. Indicatore A  Politiche e idee 1 Distanza dall’ideologia socialista 2 Sanità e sistema di assicurazione sanitaria 3 Costo della vita, lavoro e distribuzione del reddito 4 Denaro in politica e riforme democratiche 5 Casa, istruzione e infrastrutture sociali 6 Ambiente, acqua e sostenibilità 7 Immigrazione, diritti civili e tutela delle minoranze 8 Posizione sulla politica del governo israeliano verso i palestinesi 9 Principi ed eccezioni riguardo agli interventi militari statunitensi B  Stile e condotta politica 10 Grado di radicalità del linguaggio 11 Capacità di dialogare con gli oppositori 12 Capacità di doppia empatia 13 Coerenza nella nonviolenza 14 Capacità di ridurre la tensione 15 Autocorrezione accompagnata da apprendimento 16 Coerenza tra mezzi e fini 17 Prudenza nell’accertamento dei fatti e nel giudizio C  Costruzione del sostegno 18 Radicamento dal basso (grassroots) 19 Rapporto con gli elettori ebrei 20 Sostegno organizzato oltre alle donazioni individuali D  Capacità di superare le divisioni — Capacità di includere gruppi contrapposti nella stessa coalizione politica I primi 20 sono indicatori di base. L’area D è un indicatore di esito indipendente: è collegata soprattutto alle aree B e C, ma non ne costituisce la semplice somma. Il cambiamento del quadro non è un difetto. Un criterio può sembrare sufficiente finché non viene applicato a un caso concreto. Il problema non è correggere il metro, ma cambiarlo perché il risultato ottenuto non piace. Prendiamo il «grado di radicalità del linguaggio». Due o tre dichiarazioni forti possono facilmente dipingere un politico come aggressivo o incendiario. Per ridurre questo rischio sono stati raccolti almeno una ventina di esempi, arrivando in una prima fase a ventiquattro dichiarazioni per ciascuno dei due politici messi a confronto, El-Sayed e Zohran Mamdani. Le dichiarazioni sono state classificate provvisoriamente in quattro gruppi: spiegazioni di principi o politiche; critiche politiche forti; espressioni che possono aumentare la contrapposizione; interventi orientati alla riparazione o alla riconciliazione. Il campione non è casuale e non consente precisione statistica, ma sposta la domanda da «Ha mai pronunciato una frase estrema?» a «Con quale frequenza compare questo linguaggio, in quali circostanze e contro quale bersaglio?» Anche un errore diventa così un dato più ricco. Interessa la sequenza: errore → critica → comprensione → correzione → apprendimento. Un semplice «mi scuso» non dimostra ancora che qualcosa sia stato imparato: bisogna vedere se lo stesso tipo di errore si ripete. Un secondo esempio riguarda il sostegno delle organizzazioni. Non basta sapere quali sindacati o associazioni sostengano un candidato: conta quando entrino nella coalizione. Esisteva fin dall’inizio una grande infrastruttura? Il sostegno si è ampliato gradualmente? I nuovi gruppi sono sempre più diversi? Alcuni sono arrivati soltanto dopo una vittoria? La politica va osservata non soltanto come una fotografia, ma come un film. Nel caso di El-Sayed, conta quindi anche il modo in cui organizzazioni di natura diversa sembrano aggiungersi nel tempo. Gli indicatori non servono a dare un’apparenza matematica a un giudizio politico, ma a impedire che si cambino inconsapevolmente le regole davanti a un fatto che piace o disturba. Anche il quadro deve poter cambiare: correggere uno strumento perché non misura bene ciò che intendiamo osservare è ricerca; modificarlo perché il risultato non piace è razionalizzazione. I 20 indicatori di base e l’indicatore di esito non costituiscono un modello universale: sono, per ora, strumenti costruiti per un primo caso, Abdul El-Sayed. Il lavoro suggerisce però una prospettiva più ampia: ricavare da casi concreti un nucleo generale di indicatori per osservare i politici dal punto di vista della democrazia, dei diritti umani, della nonviolenza e della sostenibilità, adattandolo a ruolo, contesto e domanda di ricerca. Per un senatore statunitense pesano guerra e politica estera; per un sindaco, polizia, casa, immigrazione e conflitti urbani; in un’analisi della sostenibilità, clima, energia e responsabilità verso le generazioni future. Ma sarebbe prematuro costruire ora un modello universale: prima bisogna verificare questi strumenti su un caso concreto. Il passo successivo non partirà quindi dalla domanda: «El-Sayed è un buon politico oppure no?» Ma da domande più limitate: che cosa mostrano i dati? Dove sono coerenti? Dove si contraddicono? Che cosa sappiamo con una certa sicurezza, e che cosa resta da verificare? Prima di giudicare una persona, vale la pena mettere alla prova il metro con cui intendiamo misurarla. È da qui che vorrei cominciare. Note 1. Pressenza ha pubblicato finora nove articoli che seguono direttamente o contestualizzano la campagna di El-Sayed: ① ② ③ ④ ⑤ ⑥ ⑦ ⑧ ⑨ 2. Andrew Lapin, “Abdul El-Sayed apologizes for Temple Israel comments in meeting with Michigan Jewish Dems”, Jewish Telegraphic Agency, 29 agosto 2026. Link 3. Andrew Lapin, “Sander Levin, storied Michigan Jewish Democrat, endorses Abdul El-Sayed in Senate race”, Jewish Telegraphic Agency, 16 settembre 2026; cfr. The Washington Post, 16 settembre 2026. JTA / Washington Post 4. La pagina ufficiale delle priorità della campagna pone al centro “Money Out of Politics”, “Money in Your Pocket” e “Medicare for All”, e include inoltre casa, istruzione, ambiente, acqua, immigrazione, diritti civili e politica estera. Priorities Kazuhiro Imamura
October 20, 2026
Pressenza
Serge Quadruppani: “Sono contro la violenza”
Sono contrario alla violenza di bande di individui col casco che lanciano ordigni esplosivi. Giorno dopo giorno, questi soggetti aggrediscono, picchiano e feriscono, talvolta in modo grave. Agendo come bande di teppisti estremamente mobili, che si infiltrano persino tra i manifestanti più pacifici, introducono nei cortei un livello di brutalità che non si vedeva da decenni. Tali atti sono tanto più pericolosi in quanto coordinati con gruppi assai più numerosi e militarizzati, dotati di equipaggiamenti e armamenti eccessivi. Sostengo dunque con forza chi scova e caccia questi sgherri dalle manifestazioni, e chi tiene a distanza i loro complici – in divisa nera o blu – che intendono impedire l’esercizio del diritto di sciopero e delle libertà di espressione, di manifestazione e di movimento. Occorre mettere in campo ogni mezzo necessario per contrastare la violenza della Bac (Brigade anti-criminalité), delle Crs (Compagnie républicaine de sécurité) e della gendarmeria mobile. C’è ancora margine di miglioramento, sia nel coordinamento degli spostamenti che nell’equipaggiamento (non si comprende, ad esempio, perché l’uso di lacrimogeni efficaci debba essere un’esclusiva della sbirraglia), ma va lodato il coraggio e la determinazione delle migliaia di persone, giovani e meno giovani, che in tutto il Paese si oppongono alla violenza della polizia. Sono contro la violenza di un arredo urbano progettato per occupare le menti con la pubblicità e impedire ai più poveri di riposare. Una “filosofia col martello”, messa alla prova sulle pensiline degli autobus e sugli altri pannelli pubblicitari, ci permette finalmente di vedere ciò che subivamo senza rendercene conto: una sorta di gabbia per l’immaginario e per i nostri spostamenti. Sono contro la violenza concentrata nelle filiali bancarie che deturpano le nostre strade; luoghi di mille umiliazioni quotidiane in una società che sostituisce gli aumenti salariali – ottenuti attraverso lotte collettive – con il credito, che isola e addomestica l’individuo. Quanta violenza psicologica e simbolica si consuma ogni giorno in ognuna di queste losche botteghe, dove la fabbrica dei bisogni cospira per ricondurre chiunque all’interno di un sistema in cui bisogna pagare per avere denaro? Non meritano forse di subire l’ira dei giovani, questi innumerevoli tentacoli della “Piovra” che ne avvelena l’esistenza – quel sistema finanziario globale la cui «sordida perfidia», per un miracolo degno delle religioni di maggior successo, ha trasformato il fallimento generale del 2008 nell’occasione per continuare a svuotare le tasche delle sue stesse vittime, terrorizzate da immagini di crisi economica e sfacelo sociale? Sono contro la violenza dei governanti francesi, zerbini del Medef (Mouvement des entreprises de France, l’equivalente della Confindustria, ndt), sempre pronti a rispolverare la paura del musulmano o del migrante per sviare la rabbia popolare. Sono contro la violenza di una burocrazia europea “lobbizzata” fino al midollo, che spalanca le porte alle multinazionali (come Monsanto), mentre le chiude – in condizioni ignobili – ai profughi in fuga da guerre scatenate o alimentate dall’Occidente. Sono contro la violenza che racchiude in sé tutte le violenze: quella dell’Impero, questa rete di poteri supremi – grandi multinazionali, mafie e circuiti dell’iperborghesia – che ha trasformato i politici in propri burattini e i cui crimini, insieme alla follia del possesso, minacciano l’intera umanità di un annientamento definitivo. Sono contrario alla violenza concentrata nella ricchezza delle società moderne, che si presenta come un’immensa accumulazione di merci – come quei telefoni definiti «intelligenti», «prodotti in campi di lavoro industriali (ritmi estenuanti; solventi che bruciano occhi, polmoni e cervelli; sostanze teratogene e abortive per le operaie addette all’assemblaggio; territori devastati a monte per l’estrazione delle terre rare, ecc.) […] concentrati di sofferenze, lesioni organiche, disperazione; sintesi di vite umiliate, di sacrifici umani». Dunque, quando vedo persone giovani – di ogni età – manifestare il proprio rifiuto verso tale violenza attraverso la distruzione di alcuni oggetti inanimati, vi scorgo un bell’inizio, sulla scia di quello che fu il movimento luddista; il quale, come ognuno dovrebbe sapere, non fu una reazione inarticolata, bensì un movimento ricco di spirito critico e di sagacia strategica. Come recita uno degli slogan più belli emersi nel movimento francese: Ce n’est qu’un début, continuons le combat! Comune-info
October 20, 2026
Pressenza