La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, April 23, 2026


«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire»

«Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1

È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“.

Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto.

Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo.

Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online. 

Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra come una merce senza valore.

Aicha Conte, sopravvissuta

Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo.

A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per spaventarci e disperderci.

Rose Tchapet Souchtoua

La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero.

Aicha Conte

Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica».

Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno detto che non potevano. Non ci restava che morire

Rose Tchapet Souchtoua

Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare.

Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta.

L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah.

Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante

Rose Tchapet Souchtoua

Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante

Aicha Conte

Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto.

Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta. 

Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti

Rose Tchapet Souchtoua

Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga.

Ph: Women State Trafficking

Disumanizzate, stuprate e prostituite

Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata.

Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro.

Rose Tchapet Souchtoua

Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta».

Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle.

Aicha Conte

Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali.

La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata.

Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale.

La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio.

«È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio».

La violenza delle istituzioni europee

C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee.

«Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee.

Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani.

Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono».

Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia.

Le testimonianze raccontano una continuità.

«Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente.

«Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento.

Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine.

  1. Dal “Contro Dizionario del confine↩︎
  2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎