Tag - approfondimenti

Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli
In Rojhelat, il cessate il fuoco non ha mai coinciso con la fine degli attacchi. Nei mesi trascorsi dalla tregua dell’8 aprile, mentre Washington e Teheran alternavano negoziati, minacce e nuove operazioni militari, sulle sedi dei partiti curdi piovevano bombe. In Iran sono proseguiti gli arresti, le esecuzioni e gli attacchi contro la guerriglia. L’invasione curda immaginata nelle prime settimane della guerra non si è materializzata. La guerra contro i curdi, invece, è continuata. Il 24 aprile erano già diciotto gli attacchi registrati dopo la tregua, attribuiti ai Pasdaran e alle milizie irachene a loro affiliate, che avevano causato quattro morti. Al 17 giugno i bombardamenti censiti erano diventati cinquanta, distribuiti tra le sedi del Partito democratico del Kurdistan iraniano (PDKI), del Partito della libertà del Kurdistan (PAK), delle diverse organizzazioni di Komala e di Xebat. Missili e droni hanno raggiunto anche gli insediamenti dove abitano le famiglie dei militanti. Il trasferimento dei campi e le restrizioni imposte ai partiti non sono bastati a proteggerli. Il rifiuto di diventare la fanteria di Stati Uniti e Israele non è bastato a sottrarre i curdi alla repressione iraniana. Intanto il Rojhelat, il Kurdistan orientale dentro i confini dell’Iran, ha cominciato ad assumere un peso nuovo nella geografia politica curda. > Mentre in Turchia e in Siria processi diversi e ancora reversibili stanno > ridisegnando il rapporto tra movimento curdo, lotta armata e Stato, in Iran > rimane aperta la questione di quale assetto possa emergere dalla crisi. Il > Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) è uno degli attori meglio > preparati a intervenire in questa fase. La strategia dei tunnel, affinata dall’esperienza dell’ultimo decennio di guerra tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e lo Stato turco, tiene i membri del partito in relativa sicurezza, ma nessuna tattica può evitare indefinitamente lo scontro se Teheran insiste nel cercarlo. Il 28 giugno, sulle alture di Gagesh, tra Mahabad e Piranshahr, quattro membri delle Unità di Protezione del Kurdistan orientale (YRK), la forza di autodifesa legata al PJAK, sono caduti combattendo contro i Pasdaran. L’operazione iraniana, condotta con droni, artiglieria e mezzi corazzati, ha interessato un fronte di circa 400 chilometri ai piedi dello Zagros, a ridosso del confine con la regione del Kurdistan in Iraq. Le YRK hanno annunciato le perdite il 30 giugno e rese pubbliche le identità il 4 luglio: Arjîn Garzan, Bawer Cûdî, Cîhan Sîrwan e Şahan Gabar, due donne e due uomini. La geografia delle loro biografie attraversa il Kurdistan: Tatvan e Muş a nord, Marivan e Khoy a est. Anche mentre cambiano le forme organizzative della lotta, i percorsi dei militanti continuano a ignorare confini che sul terreno restano molto più porosi di quanto appaiano sulle carte politiche. La repressione non si ferma ai combattenti. Il 26 luglio il fotografo e attivista Mehdi Tavakoli, sua sorella Somayeh e la madre Maryam Aslani sono stati uccisi sulla strada tra Baneh e Marivan. La restituzione dei corpi sarebbe stata subordinata al silenzio della famiglia e alla presentazione dell’accaduto come incidente stradale. Nel solo mese di agosto sono state arrestate in Iran 117 persone, 75 delle quali curde. almeno 89 le esecuzioni. Per settimane partiti diversi, reti clandestine e popolazioni civili sono stati compressi nell’immagine di un esercito in attesa degli ordini americani. Quando Donald Trump ha accusato i curdi di avere trattenuto armi destinate ai manifestanti iraniani, questa rappresentazione ha offerto a Teheran un argomento ulteriore per presentare l’opposizione come un’emanazione dei servizi stranieri. > Gli attacchi e le esecuzioni restano responsabilità di chi li ordina e li > compie. Ma trasformare una società in una presunta riserva militare > dell’Occidente significa contribuire a renderla un bersaglio politicamente > spendibile. All’inizio di luglio sono cominciati a emergere i dettagli del piano con cui il Mossad avrebbe voluto provocare il rovesciamento del regime iraniano, abortito nelle sue fasi iniziali. Il nome in codice, «Gatto con gli stivali», non era nemmeno la parte più surreale del piano. Secondo le ricostruzioni emerse, i gruppi curdi avrebbero dovuto scendere in battaglia per favorire il ritorno al potere di Mahmoud Ahmadinejad, questa volta come figura sulla quale Israele riteneva di poter esercitare influenza. A ispirare la strategia, secondo una ricostruzione pubblicata da Haaretz, sarebbe stata la rapida caduta di Assad: l’Iran, dopo pochi mesi di bombardamenti, avrebbe dovuto cedere come la Siria dopo anni di guerra civile. Un’avanzata curda avrebbe dovuto produrre un’insurrezione iraniana; l’eliminazione dei vertici avrebbe dovuto disarticolare gli apparati repressivi e le capacità tattiche delle forze armate iraniane; l’indebolimento dello Stato avrebbe dovuto generare un nuovo ordine controllabile dall’esterno. La popolazione, le sue organizzazioni e i suoi obiettivi politici comparivano come variabili subordinate a questa sequenza. Quando i funzionari israeliani presentarono il piano alla delegazione americana, la reazione sarebbe stata un misto di sconcerto e ilarità. Marco Rubio avrebbe definito il progetto una «stronzata», il direttore della CIA John Ratcliffe una «farsa». Alcuni ufficiali israeliani, racconta una fonte citata dal giornale, scherzavano sul momento in cui si sarebbe aperto il «tiro al bersaglio» contro i curdi. È forse il particolare che racconta meglio la gerarchia delle vite su cui poggiava l’intera operazione. Tutte le fonti concordano su almeno un punto: le organizzazioni considerate portatrici di  «un’agenda esplicitamente antiturca» erano state escluse a priori. «Abbiamo fatto in modo di non entrare in questo gioco» rivendicava il 25 Agosto Ahwen Chiako, dirigente del PJAK. > La vicenda racconta bene il rapporto intermittente dell’Occidente con la > questione curda. I curdi vengono periodicamente riscoperti quando possono > contribuire alla strategia di qualcun altro. La loro visibilità cresce insieme > alla presunta disponibilità a combattere; diminuisce quando chiedono > riconoscimento politico, garanzie e il diritto di stabilire tempi e forme > della propria lotta. Il problema riguarda anche lo sguardo di chi racconta la regione: all’inizio del conflitto, mentre circolavano le voci di una prossima offensiva, in molti si sono affrettati ad accusare il movimento curdo di partecipare a supposti piani imperialisti sulla sola base delle dichiarazioni degli stessi attori in guerra. Quando quella narrazione si è sgonfiata di fronte ai fatti, sul Rojhelat è tornato il silenzio. In Turchia, dopo l’annuncio dello scioglimento del PKK nel 2025, il nodo centrale è diventato il rapporto tra disarmo e garanzie. Il Parlamento ha approvato il 10 agosto la legge numero 7595, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 18, che definisce il quadro giuridico successivo al disarmo. È un passaggio concreto, ma una legge, da sola, non risolve la questione curda: molto dipenderà da come verrà applicata e dallo spazio che saprà aprire alla politica democratica. Il movimento ispirato a Öcalan si trova così davanti alla possibilità di trasferire una parte decisiva del conflitto sul terreno politico e dell’organizzazione sociale. Ma la sequenza conta. Chiedere prima la rinuncia a ogni capacità di difesa e lasciare a un momento indefinito le garanzie significa trasformare il negoziato in un atto di fiducia unilaterale. Il 25 agosto Mazloum Abdi ha annunciato lo scioglimento delle Forze della Siria democratica (SDF) come forza militare indipendente, dopo l’integrazione dei suoi combattenti nell’esercito siriano. Abdi ha annunciato anche l’integrazione delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nello Stato siriano. Le SDF cessano così di esistere come struttura militare indipendente dopo aver difeso per anni l’autogoverno del nord-est. Lo scioglimento formale, però, non basta a stabilire quale spazio resterà alle istituzioni nate dall’autogoverno e alla società che le ha costruite. > Presentare il Rojava come già cancellato impedisce di vedere la continuità > delle sue organizzazioni e la portata del cambiamento sociale che ha promosso; > leggere l’integrazione come il pieno riconoscimento delle sue rivendicazioni > nasconde invece i rapporti di forza e i compromessi che hanno accompagnato > l’accordo con Damasco. Turchia e Siria pongono così, in forme diverse, lo stesso problema: come trasformare la forza accumulata durante un conflitto in diritti capaci di sopravvivere alla sua conclusione? In Iran manca persino l’avvio di un percorso comparabile. Qui il potere continua a trattare l’organizzazione politica curda come una minaccia da eliminare, mentre la crisi rimette in discussione la struttura stessa della Repubblica Islamica. Il peso assunto dal Rojhelat dipende anche da ciò che è accaduto nella società iraniana dal 2022. La rivolta di Jin, Jiyan, Azadî, esplosa dopo il femminicidio di Jina Amini, ha mostrato come una mobilitazione radicata nel Kurdistan potesse parlare all’intero Iran. La libertà delle donne, la contestazione dell’autoritarismo e il riconoscimento delle comunità oppresse si sono saldati nella stessa mobilitazione. La rivoluzione delle donne nel Rojava ha contribuito ad alimentare un immaginario che nel Rojhelat si è tradotto anche in forme civili, politiche e sociali, ben oltre la lotta armata. Il PJAK condivide riferimenti ideologici, una storia politica e relazioni transfrontaliere con il PKK. Rivendica però strutture decisionali proprie e una strategia determinata dalle condizioni iraniane. Il 26 agosto Rivar Abdanan ha ribadito che lo scioglimento del PKK non comporta automaticamente quello del PJAK. In Iran, ha osservato, non è stato aperto alcun processo politico che renda praticabile lo stesso percorso. «L’integrazione non è il primo passo e al momento non è nella nostra agenda», ha affermato Gelawêj Ewrîn, portavoce stampa del PJAK. Perché diventi una possibilità occorrono il riconoscimento dell’identità e della volontà politica curda, la cessazione della repressione e garanzie che rendano la partecipazione una scelta libera. Se Ankara e Damasco trattano, pur con contraddizioni profonde, mentre Teheran continua a colpire, l’appartenenza alla stessa famiglia politica non rende sovrapponibili le tre situazioni. Il rifiuto di entrare in guerra, inoltre, non significa neutralità verso il regime. Nella prima parte di agosto si sono susseguite uccisioni di uomini indicati dalle organizzazioni curde come jash: membri o collaboratori dei Pasdaran. Il 12 agosto le YRK hanno rivendicato l’uccisione di Omar Dehqan, avvenuta alcuni giorni prima nell’area di Mahabad, accusato di avere contribuito all’operazione in cui erano caduti i quattro guerriglieri di Gagesh e di aver preso parte alla repressione di Jin, Jiyan, Azadî. Il 6 agosto, a Sarvabad, è stato ucciso Mohammad Ali Rahimzadeh; l’8 agosto, a Sine, Salar Rangamiz. La scelta di non aprire un’offensiva non dipende dunque dall’assenza di capacità militare. Conservare le forze, sottrarsi a una guerra di logoramento imposta dall’esterno e organizzare la società sono decisioni politiche. «La nostra strategia non deve essere dettata dagli eventi». Riassume Amir Karimi, co-presidente del PJAK. Nella sua analisi, la crisi dello Stato iraniano può creare possibilità, ma aspettare semplicemente il suo indebolimento consegnerebbe il futuro a chi dispone già di un piano e delle risorse per imporlo. La coalizione dei partiti curdi, annunciata a febbraio, serve a costruire una posizione comune nel Rojhelat e a impedire che l’ingresso in un fronte iraniano più ampio dissolva le rivendicazioni condivise del Kurdistan. La partecipazione all’Iran Freedom Congress porta invece quella posizione dentro l’opposizione iraniana: senza un accordo sulla natura plurale del paese, un eventuale cambiamento a Teheran potrebbe lasciare intatta la subordinazione politica curda. La mobilitazione, però, non passa soltanto dai partiti. Il 4 settembre, alla vigilia del quarto anniversario di Jin, Jiyan, Azadî, diverse organizzazioni di donne e per i diritti umani hanno sottoscritto un comunicato comune: Tra le firmatarie figurano KJAR, il Consiglio delle donne del PJAK, Asû, legata a Komala, Shivar del Baluchistan e il gruppo delle donne dell’Iran Freedom Congress. Il testo richiama la solidarietà tra comunità e individua nella libertà delle donne una condizione del cambiamento. All’inizio di settembre è ripresa l’escalation diretta tra Stati Uniti e Iran; il 5 settembre il CENTCOM ha annunciato di avere colpito tre petroliere iraniane dopo il lancio di missili contro due navi militari statunitensi. A Kuhestak, un bombardamento statunitense ha colpito una festa di matrimonio. L’Iran parla di almeno quattro morti e decine di feriti. La pressione militare ed economica continua dunque a crescere, senza indicare di per sé alcuna via d’uscita per la popolazione iraniana. Secondo Ahwen Chiako una nuova guerra potrebbe compromettere il controllo iraniano sul Rojhelat. > L’indebolimento del regime, tuttavia, può diventare un’opportunità solo se > incontra una società organizzata e un processo politico capace di garantire > che i curdi non vengano ancora una volta sacrificati a un accordo tra Stati. Nei comunicati di questi giorni ricorre il nome di Simko Serhildan, Majid Kaviani, caduto il 3 settembre 2011 in uno scontro con i pasdaran. Quindici anni dopo, il conflitto che lo portò alla morte resta, nella lettura del PJAK, politicamente irrisolto. Ma la memoria dei caduti non coincide necessariamente con la volontà di aggiungerne altri. Lo afferma Fûad Bêrîtan, nell’intervista diffusa il 2 settembre: «Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra». Nella prospettiva del PJAK, la possibilità di evitare una nuova guerra dipenderà ora da ciò che farà Teheran. Se il potere iraniano aprirà la strada a un cambiamento radicale, aprendo un processo democratico che riconosca i curdi e gli altri popoli del paese, il PJAK vuole parteciparvi e risparmiare alla propria società la morte e la distruzione di un’altra guerra. Un cambiamento reale dovrà significare fermare la repressione e aprire uno spazio reale all’organizzazione e alla partecipazione politica, non semplicemente sostituire qualche dirigente o concludere un’intesa con Washington. Se invece Teheran continuerà a chiudere ogni strada politica e ad attaccare il movimento e la popolazione, per il PJAK non resterà altra opzione che la guerra. La strada che il partito afferma di voler evitare. Tutte le immagini sono state fornite dal PJAK Media Center Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli proviene da DINAMOpress.
September 9, 2026
DINAMOpress
Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava?
Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento. Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale. > Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da > militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano > un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche. La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni». Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie. RIVOLUZIONE E INTEGRAZIONE NELLO STATO La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi. La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale. > Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in > espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa > incarnava l’“autonomia democratica”. Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati). Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale. > Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di > scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da > integrare in negoziati futuri, e così via. Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo. Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla? LA RIVOLUZIONE E LE ARMI Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg. Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi. L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri? > Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere > rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur > sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il > movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo. Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili. Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi. L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole. Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri. REPRESSIONE INTERNAZIONALE DI UN’ANOMALIA Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico. Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine. > Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che > possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme > di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi > tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale? Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti. Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale. I LIMITI SOGGETTIVI DEL MOVIMENTO CONFEDERALE La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale. Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione. Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina. > Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo > diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e > Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si > producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, > economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla > competizione regressiva tra clan e strutture tribali. Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome. Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni. Immagine di copertina da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava? proviene da DINAMOpress.
September 9, 2026
DINAMOpress
Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia, vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa, testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a leggere questo testo per quello che è. LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE” Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche. Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico. > Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il > mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale > di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e > gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende > inaccessibile per via amministrativa. Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti, stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi: la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000. Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto. A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo proseguono ma aumentano. Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta renderlo logisticamente insostenibile. IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla “sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la propaganda di AfD in Germania. Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula” biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei media. Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”. > “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività. Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è “rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria essenziale”. È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” – riceve solo il minimo per non morire. L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia, suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come “omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al “decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi. Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità, alla “civiltà”. UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa) vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci, equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti di nascita esteri con due madri o due padri. IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto dall’esterno. È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi deve curarsi, e chi deve morire in silenzio. PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486 domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria demografica nazionale. > Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di > maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi > decide della nostra vita? Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo. Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta
GENOVA 2001 – 2026 #7. DA GENOVA A GAZA. CONTINUANDO A CAMMINARE IMMAGINANDO IL POSSIBIL di Caterina Peroni Il movimento globale di Genova 2001 condensava le lotte di una generazione. La rivoluzione tornava possibile a partire dal conflitto. Di fronte al razzismo coloniale, al genocidio e al patriarcato dobbiamo trasformare in programma politico quanto scuote i pilastri del capitalismo GENOVA 2001-2026 #6. DOVE TUTTO HA INIZIO di Luca Daminelli A Genova si sono manifestate nelle stesse giornate la potenza dell’agire collettivo e l’impotenza davanti alla violenza dello Stato. Genova ha segnato passaggi radicalmente differenti per generazioni diverse. Per molti e molte, ha significato una scelta personale-politica di militanza GENOVA 2001 – 2026 #5. LA CITTÀ 25 ANNI DOPO di redazione Tra caldo torrido e decine di eventi, Genova ricorda le giornate del luglio 2001, mentre arriva la notizia della morte di Abderrahim Fakir. Molte persone arrivate da fuori e tante persone giovani, ma è mancato un coordinamento e un percorso unitario GENOVA 2001 – 2026 #4. GENOVA NEL TEMPO LUNGO DEI MOVIMENTI di Brenda Fedi Cos’è Genova 2001 per chi ha cominciato a fare politica molto dopo? Per evitare di viverla come un macigno identitario o un trauma muto, l’autrice (storica dei movimenti e militante) propone di provare a ricostruire la complessità storica e di lungo periodo delle contestazioni del luglio 2001 GENOVA 2001 – 2026 #3. GENOVA PER ME di Fabio Zeta «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. GENOVA 2001 – 2026 #2. C’ERAVAMO ALLORA, CI SIAMO ANCORA di Emiliano Viccaro Una testimonianza da via Tolemaide a Genova, punto di arrivo di un percorso di lotta, da Seattle a Praga, Napoli… oggi, mentre si muore di caldo, il mostro politico occidentale produce oppressioni e genocidi, in continuità con chi nel 2001 si asserragliava nella zona rossa GENOVA 2001 – 2026 #1. L’ORIZZONTE DELL’INVENZIONE COLLETTIVA di Giuliana Visco A 25 anni dal G8 di Genova possiamo riconoscere che i mesi precedenti di preparazione a quelle giornate furono un laboratorio di immaginazione politica. Per un momento, si rese visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Il laboratorio politico che rese possibile Genova continua ancora oggi a parlarci L'articolo Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
DINAMOpress
Trauma e Vergogna
LORENA FORNASIR 1, LINEA D’OMBRA Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Approfondimenti/Racconti di vita IL PIEDE DI CARTONE Un corpo ferito, un viaggio attraverso i confini, il desiderio ostinato di restare in piedi 25 Agosto 2026 Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite! Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi” È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione” 2. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la Vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere ‘visto’, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. E’ una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman 3. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita” 4. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al Male? Chi siamo noi, nella piazza del Mondo, di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in ‘cosa’, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità. Può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella Vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi” 5. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto ‘siamo’. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente ‘non è’. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil 6 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la Vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in ‘intimità con l’orrore’, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra ‘umanità’ abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. 1. Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine ↩︎ 2. Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 ↩︎ 3. Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 ↩︎ 4. Butler J., Vite precarie, 2004 ↩︎ 5. Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 ↩︎ 6. Weil S.,La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 ↩︎
Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
No “woke”, ma Get up, Stand up!
RAFFAELE BIONDO E AVV. GENNARO SANTORO Il dibattito sul cd. “woke”, tornato di moda anche in Italia per questa tendenza di legittimare e spiegare le proprie posizioni politiche attingendo indiscriminatamente ad esempi e culture estere neanche minimamente analoghe a quelle interne, rischia di far perdere di vista i problemi reali, quelli oltre gli slogan. Pensiamo, ad esempio, al tema del lavoro delle persone (non solo) migranti e dello sfruttamento.  Una sinistra che fatica a trasformare i propri valori politici e morali – la multiculturalità, l’uguaglianza, la tutela dei più fragili e delle minoranze, la rivendicazione dei diritti fondamentali – in proposte concrete, in spiegazioni esaustive del perché – anche a livello pratico – conviene uno Stato, un’Europa e un mondo che tali valori li concretizzano nelle politiche pubbliche e, quindi, nei propri programmi di governo su tutti i livelli. Occorre, dunque, partire dai dati concreti ed avere contezza del modello italiano attuale. Ogni anno lo Stato decide quante persone straniere possono entrare nel nostro Paese per motivi di lavoro attraverso il “decreto flussi”. Questo decreto stabilisce annualmente un numero massimo di ingressi (le cd. “quote”), assegnato con un sistema informatico che si apre a un’ora precisa di un giorno stabilito (il cd. “click day”) e si chiude quando le quote finiscono, spesso in pochi minuti. Chi non fa in tempo resta fuori, anche se ha tutti i requisiti e anche se la domanda di lavoro non è soddisfatta con le quote stabilite dal decreto stesso. Da questo meccanismo dipende se centinaia di migliaia di persone potranno lavorare regolarmente. Ed è un meccanismo, questo – è importante che lo si inizi a dire – che riguarda tutti, non solo chi migra. Nel 2025 quasi un neoassunto su quattro in Italia (in termini assoluti, più di un milione di persone) è straniero: un dato più che raddoppiato rispetto al 2019 e cresciuto del 139% dal 2017 1. Non è un’anomalia, ma la fotografia di un mercato del lavoro che in alcuni settori non trova più lavoratori italiani disponibili – anche, ma non solo, per il crollo demografico: tra il 1982 e il 2024 la fascia d’età 15-39 anni si è ridotta di 4,8 milioni di persone 2. Secondo i dati Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, cinque comparti – e precisamente turismo, agricoltura, edilizia, servizi operativi (come le pulizie) e logistica – assorbono da soli il 65% delle assunzioni di personale straniero previste nel 2025, con richieste molto concrete: personale di ristorazione (231mila posizioni), addetti alle pulizie (137mila), lavoratori agricoli (106mila), addetti alla consegna merci (86mila). Due esempi mostrano cosa succede quando questa manodopera manca. Il primo è l’assistenza agli anziani: entro fine 2026 il 14,6% degli over 65 – tradotto in termini assoluti per avere un’idea chiara di cosa parliamo, 2,2 milioni di persone – avrà bisogno di aiuto quotidiano 3. Ma le colf e badanti regolarmente occupate sono scese a 804mila nel 2025 (da quasi un milione nel 2021), senza contare che anche in questi 804mila ci sono persone che invecchiano: gli over 60 tra le badanti sono passati dal 4,3% del 2015 al 16% del 2024. Entro il 2029 ne serviranno oltre 2,2 milioni: in assenza di ulteriori ingressi saranno le italiane e gli italiani a dover lasciare il lavoro per accudire i propri familiari, con un costo diretto per l’economia del Paese. Il secondo esempio è l’agricoltura, dove un prodotto su quattro è raccolto da lavoratori stranieri: Coldiretti stima un deficit strutturale di circa 100mila stagionali. Non è un dettaglio: significa raccolti persi, prezzi più alti, necessità di importazioni, aziende in difficoltà. Eppure, il meccanismo che dovrebbe governare tutto questo è rimasto quasi identico da sessant’anni. Nasce nel 1963, con una circolare del Ministero del Lavoro pensata per poche migliaia di persone l’anno, e da allora l’idea di fondo – un datore di lavoro “chiama” dall’estero uno straniero mai incontrato – è sopravvissuta tra legge Foschi (1986), legge Martelli (1990, che sottrae oltretutto la competenza al Ministero del Lavoro inquadrando l’immigrazione nella materia della sicurezza), Turco-Napolitano (1998) e Bossi-Fini (2002).  Già nel 1997-1998, spaventato dalla campagna mediatica sui flussi albanesi, il governo di centrosinistra ritirò le parti più avanzate della legge in materia – incluso il voto agli stranieri residenti – pur di non esporsi agli attacchi della destra 4. E i numeri, da allora, raccontano un fallimento continuo: nel 2001 il governo propone 63mila ingressi, quando le imprese ne chiedevano 100mila 5; il 4 dicembre 2023, per 9.500 posti nell’assistenza familiare, in soli 4 minuti arrivano 11.363 domande, quasi 77mila in un giorno; nel 2025, sono andate perse 117mila quote a causa di lungaggini burocratiche, il doppio del 2024.   I dati più recenti confermano, dunque, anno dopo anno, l’inefficacia strutturale del sistema del c.d. “decreto flussi”: secondo il monitoraggio della campagna Ero Straniero aggiornato a dicembre 2025, su circa 120.000 quote assegnate nel 2024 solo una domanda su dieci ha ottenuto il nulla osta, mentre i permessi di soggiorno effettivamente rilasciati si sono fermati a poco più del 20% delle quote disponibili. I dati relativi al 2025 mostrano un ulteriore peggioramento, con un tasso di successo prossimo a un lavoratore regolarmente inserito ogni dodici programmati. Si tratta di una filiera che si interrompe ben prima della conclusione della procedura, alimentando quel bacino di incertezza e di lavoro sommerso che la normativa dovrebbe invece contrastare. Il problema non è avere “troppi” o “troppo pochi” ingressi: è un sistema che non fa incontrare la domanda di lavoro reale con chi è pronto a farlo. Di fronte a un fallimento così evidente, le scorciatoie di pancia sono le stesse da sempre, da una parte e dall’altra. Da destra, la ricetta è più respingimenti, più controlli, meno ingressi – come se il problema fosse un eccesso di generosità, e non – purtroppo – la necessità per la nostra economia di gestire un fabbisogno reale. Da sinistra, da ciò che si percepisce dagli slogan – unica forma di comunicazione politica da anni – la risposta è “aprire le frontiere”, omettendo sistematicamente di proporre soluzioni al “dopo”: come le persone arrivano, dove lavorano, quanto e come vengono pagate, dove vivono, se e come possono esercitare i loro diritti. Posizione, anche questa, che lascia intatta la situazione di sfruttamento. I suddetti problemi rischiano di non essere risolti in tempi brevi se non si risolve il problema della politica moderna: il gioco delle parti che si ripete su ogni singolo tema, su ogni questione, e la cui regola fondamentale è delegittimare e criticare l’altrui posizione, senza occuparsi di costruire una proposta propria – necessariamente complessa, quindi di non immediata comprensione e quindi di non immediato consenso elettorale. Così la destra detta l’agenda con la propria narrazione securitaria e la sinistra si trova sempre a rincorrere – o adottando anch’essa misure che non la facciano trasparire come troppo “permissiva” (come già successo in modo netto con Marco Minniti al Viminale), oppure rifugiandosi in un principio astratto che non intacca il senso comune. Non è però solo una questione di pianificazione dei fabbisogni – che pure, come si è visto, lo Stato individua con precisione attraverso i dati citati e poi non riesce a soddisfare. Il problema è più profondo, e lo hanno messo a fuoco alcuni tra i più autorevoli giuristi italiani di diritto dell’immigrazione: quando lo Stato non prevede percorsi adeguati di ingresso regolare, si delegittima da sé, abdicando al proprio ruolo di vigilanza sul mercato del lavoro e di repressione dello sfruttamento, ma soprattutto alla propria funzione di regolatore naturale dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro straniero – lasciando campo libero a chi, in tempi di proibizionismo, è pronto a una remunerativa supplenza: i trafficanti 6. Non è un’osservazione astratta. Lo stesso Ministero del Lavoro riconosce, sul proprio sito, che i settori con maggiore incidenza di manodopera straniera sono anche quelli più esposti a irregolarità e sfruttamento: secondo dati Istat, il tasso di irregolarità è del 12,7% sull’intera economia, ma sale al 17,6% in agricoltura, al 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione e arriva al 55,4% nel lavoro domestico e di cura. È in queste stesse zone d’ombra – create non da chi migra, ma da un sistema che rende quasi impossibile arrivare per le vie legali – che si muovono i caporali: le ricostruzioni giornalistiche sulla strage di Amendolara, in Calabria, dove quattro braccianti sono stati bruciati vivi nel furgone che li portava nei campi, hanno documentato reti criminali che gestiscono documenti falsi e ingaggi legali solo sulla carta, un sistema di intermediazione che prospera esattamente dove lo Stato ha smesso di esserci 7. Ecco perché non basta che lo Stato sappia, sulla carta, di quanti lavoratori ci sia bisogno: deve tornare a gestire in prima persona anche la prassi quotidiana dell’incontro tra domanda e offerta – la verifica dei contratti, degli alloggi, delle condizioni di lavoro. Ogni spazio che lo Stato lascia vuoto, in questa materia, non resta realmente vuoto: viene occupato. A ben vedere, la sinistra potrebbe rinascere se riuscisse a riscoprire le radici dei propri slogan attuali. In materia di immigrazione, ad esempio, prima di parlare di totale accoglienza, di multiculturalità, scambio, mescolanza, dovrebbe chiedersi perché in un sistema neoliberale l’immigrazione svolge un ruolo centrale: non è un’esternalità “negativa” che l’ideologia egemone fatica a gestire. La gestisce, in realtà, esattamente in coerenza con i propri princìpi. Un sistema che rende quasi impossibile entrare regolarmente, ma lascia comunque entrare – o restare – centinaia di migliaia di persone senza documenti, produce esattamente ciò che Marx, ne Il Capitale, chiamava “esercito industriale di riserva” 8: lavoratori ricattabili, disposti a tutto pur di lavorare, che tirano giù i salari e i diritti anche di chi un contratto già ce l’ha, italiano o straniero. Il Dossier IDOS 2025 parla del 2024 come “l’anno degli inganni”: solo nel secondo semestre, l’80% delle prese in carico del Numero Verde Antitratta legate a sfruttamento lavorativo. Ecco perché i diritti non sono un optional: sono la condizione affinché il lavoro non diventi un’arma contro tutta la classe lavoratrice. Questa paradossale scelta si spiega, secondo autorevole dottrina, con il fatto che i migranti irregolari sono necessari per fornire una manodopera a basso costo indispensabile non solo ad alcuni settori produttivi ma anche per il lavoro di cura e l’assistenza domiciliare. Al posto di politiche di governo della popolazione inclusive si sono quindi sviluppate politiche escludenti in cui il benessere degli inclusi si fonda sullo sfruttamento neoschiavistico degli esclusi 9. Che un’alternativa esista – in un contesto estero sì, ma non lontano culturalmente e storicamente come quello statunitense – lo dimostra la Spagna: tra aprile e giugno 2026 la regolarizzazione voluta da Sánchez ha raccolto circa 1,3 milioni di domande, ben oltre le 500mila stimate inizialmente dal governo 10. Secondo Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega quasi la metà (47%) della crescita del Pil spagnolo dal 2022 (+24% cumulato nel quinquennio, contro il 16,5% italiano). E non è solo un tema di quote più larghe: l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che, a fronte di 151mila posti previsti dal decreto flussi 2024, le imprese italiane hanno presentato quasi 680mila domande, ma i nulla osta rilasciati sono stati appena 84mila – e siccome il nulla osta ha validità di soli sei mesi, mentre l’emissione del visto consolare richiede spesso più tempo, molte pratiche decadono e vanno ricominciate da capo: nel 2024 gli ingressi effettivi per lavoro sono stati appena 40mila 11. È lo stesso problema di fondo: non basta annunciare quote più alte, se poi la macchina amministrativa che dovrebbe gestirle giorno per giorno resta la stessa che fallisce da ben oltre vent’anni. Con misure strutturali che ampliano i canali di ingresso regolare per ragioni di lavoro e riconoscono il radicamento territoriale delle persone come titolo sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno, il governo spagnolo ha dunque dimostrato che è possibile – e conveniente – considerare la migrazione non come una crisi da contenere, ma come una risorsa. Notizie LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 Anche la Germania, con un sistema di ingresso per la ricerca di lavoro basato su un punteggio di qualifiche, esperienza e conoscenza linguistica (la Chancenkarte, in vigore dal 2024), e il Portogallo, che dal 2022 garantisce il diritto al lavoro già dal momento della domanda d’asilo, confermano lo stesso principio generale illustrato anche dalla letteratura giuridica comparata italiana: la migrazione per lavoro va governata come una funzione pubblica continuativa, non affrontata come un’emergenza da liquidare una volta l’anno con un click day12. Non serve necessariamente tornare a una piena competenza in materia migratoria del Ministero del Lavoro. Serve una sinistra che smetta di giocare in difesa e riprenda prima lo studio della realtà e poi l’iniziativa, mostrando non solo con gli slogan perché la cura degli anziani, l’agricoltura, la ristorazione e i cantieri italiani dipendono già da questo lavoro, e perché pianificarlo bene, con un centro pubblico e non con un mercato di intermediari – a volte fittizi – conviene a tutti: costa meno, si controlla meglio, e toglie terreno allo sfruttamento e alle organizzazioni criminali, aumentando – così sì – il senso di sicurezza. Superare il click day non vuol dire eliminare le regole: vuol dire smettere di fabbricare, con le nostre stesse leggi, manodopera a basso costo e ricattabile – a danno di chi migra, ma anche di chi in Italia lavora già. Avere dunque il coraggio di superare i decreti flussi, erigere a sistema gli sperimentali corridoi lavorativi, come sta avvenendo a Torino, avere il coraggio di costruire inedite alleanze tra associazioni datoriali e dei lavoratori, sotto la regia degli enti locali e con la partecipazione del terzo settore sono soluzioni che partono dal dato concreto e prospettano e garantiscono la sicurezza dei diritti.  1. CGIA di Mestre, Ufficio Studi, elaborazione su Sistema Informativo Excelsior (Unioncamere–Ministero del Lavoro), ripresa in “Cgia, un neoassunto su quattro è straniero“, ANSA, 21 febbraio 2026 (1,36 milioni di assunzioni straniere previste nel 2025, pari al 23,4% del totale, +139% dal 2017) ↩︎ 2. Confcommercio, “Carenza personale qualificato, cresce l’emergenza nel commercio e nel turismo“ ↩︎ 3. Centro Studi Idos per Assindatcolf, Rapporto 2026 “Family (Net) Work” — “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia” ↩︎ 4. S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, in P. Consorti (a cura di), Tutela dei diritti dei migranti, Pisa, Plus, 2009, pp. 115-136 ↩︎ 5. C. Chianura, “L’appello delle imprese «Dateci 100 mila immigrati»”, La Repubblica, 12 gennaio 2001 (citato in S. Bontempelli, “Il governo dell’immigrazione in Italia: il caso dei «decreti flussi»”, cit.) ↩︎ 6. Paolo Bonetti, Madia D’Onghia, Paolo Morozzo della Rocca, Mario Savino (a cura di), Immigrazione e lavoro: quali regole? Modelli, problemi e tendenze, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, Introduzione, pp. 12-13 ↩︎ 7. “Non solo caporalato. Chi lucra sui nuovi schiavi”, L’Espresso, 29 giugno 2026 (reti criminali per documenti e ingaggi legali solo sulla carta dopo la strage di Amendolara) ↩︎ 8. K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, cap. 25 (“La legge generale dell’accumulazione capitalistica”) ↩︎ 9. “La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla cittadinanza inclusiva al neoschiavismo”, E. Santoro, 2010 ↩︎ 10. “Più di un milione di immigrati hanno fatto domanda di regolarizzazione in Spagna” – Il Post, 1° luglio 2026 ↩︎ 11. E. Franzetti, “Immigrazione regolare: perché in Spagna funziona meglio che in Italia”, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, 19 dicembre 2025 ↩︎ 12. Sul sistema tedesco: Bundesministerium des Innern, “Launch of opportunity card to encourage immigration of skilled workers”, 31 maggio 2024 – (per l’inquadramento giuridico generale del sistema tedesco, cfr. anche il capitolo di Andrea De Petris in Bonetti, D’Onghia, Morozzo della Rocca, Savino, cit., pp. 17-83). Sul sistema portoghese: Asylum Information Database (AIDA) – progetto di ECRE (European Council on Refugees and Exiles) – “Access to the labour market: Portugal”, aggiornato al 22 settembre 2025 ↩︎
Era l’estate del 2026 a Ceuta
LE FRONTIERE Da oltre trent’anni la Spagna delega progressivamente al Marocco una parte del controllo dei propri confini: gli accordi di riammissione dei primi anni Novanta si sono trasformati in una vera politica di esternalizzazione delle frontiere. Attraverso finanziamenti ed una robusta cooperazione bilaterale, Rabat è incaricata di impedire ai migranti di raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, frammenti d’Europa incastonati sulla costa africana. La frontiera è sempre più militarizzata. La Spagna ha rafforzato la presenza delle forze di sicurezza e investito in un articolato sistema di difesa composto da recinzioni multiple, torri di sorveglianza, manutenzione del perimetro, sensori elettronici e barriere installate anche in mare per scoraggiare gli attraversamenti a nuoto. Le barriere di Ceuta e Melilla, lunghe complessivamente circa 20 chilometri – 8,2 a Ceuta e circa 11,5 a Melilla – sono il risultato di oltre trent’anni di costruzioni, innalzamenti e interventi tecnologici. Solo tra il 2005 e il 2013 il Ministero dell’Interno spagnolo dichiarò di aver investito quasi 72 milioni complessivi tra il perimetro di Ceuta (24,6 milioni di euro) e quello di Melilla (47,3 milioni). A queste somme vanno aggiunti gli interventi precedenti e quelli successivi, tra cui il grande piano di modernizzazione da 32,72 milioni avviato nel 2019 (comprendente anche fondi UE), il cui programma includeva: il rafforzamento della barriera; la sostituzione delle concertinas con sistemi ritenuti meno lesivi; nuovi tratti del vallado, in alcuni punti portati fino a circa 10 metri; telecamere CCTV; sistemi di riconoscimento facciale; fibra ottica; sistemi di rilevamento e allarme; miglioramento del posto di frontiera di El Tarajal e sistemi automatici di controllo degli ingressi e delle uscite. A causa di questi limiti, molti giovani migranti tentano di nascondersi all’interno dei camion, tra gli assi dei rimorchi, nel vano delle ruote degli autobus o approfittare delle carovane commerciali per attraversare il confine senza essere scoperti, ma correndo il rischio di rimanere schiacciati o soffocati. Ultimo modo per raggiungere Ceuta è nei tre chilometri di mare che la separano dal Marocco, dove le acque del Mediterraneo incontrano quelle dell’Atlantico dando origine a correnti forti e imprevedibili. Notizie NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Chi riesce ad attraversare il confine entra formalmente in territorio spagnolo. Tuttavia, i migranti in ingresso, pur potendo chiedere asilo politico non godono del principio di libera circolazione perché Ceuta e Melilla, pur appartenendo alla Spagna, non rientrano integralmente nel regime di Schengen. Inoltre, l’accesso alla protezione internazionale cambia a seconda dell’enclave in cui si arriva. A Melilla è possibile presentare domanda di asilo presso il posto di frontiera di Beni Enzar. A Ceuta, invece, questa possibilità è di fatto assente: la procedura viene generalmente avviata soltanto dopo l’ingresso nel Centro di soggiorno temporaneo per immigrati (CETI) 1. Nonostante ciò, la disperata ricerca di una vita migliore non si è mai fermata e gli assalti di gruppo alla recinzione si sono succeduti nel corso degli anni 2. IL MARE Nel luglio del 2026, pur senza modificare in modo sostanziale il sistema di accoglienza nelle due enclave, che continua a essere caratterizzato da procedure particolarmente restrittive, il Tribunal Supremo di Madrid stabilisce che i respingimenti immediati previsti dalla normativa spagnola sull’immigrazione – i cosiddetti devoluciones en caliente – non possono essere applicati ai migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Poco dopo, sui social media, iniziano a circolare alcuni video: mostrano persone che si avvicinano alla costa, gruppi di giovani diretti verso Ceuta e altri che hanno già raggiunto il territorio spagnolo. Le immagini sono diffuse rapidamente online e decine di account anonimi iniziano a raccontare Ceuta come una frontiera attraversabile. TikTok e Instagram amplificano la notizia. Gli account vengono segnalati o rimossi, ma alcuni ricompaiono poco dopo con nomi diversi, riprendendo la stessa narrazione. Altri pubblicano contenuti dedicati alla preparazione del viaggio e all’organizzazione dei gruppi. Utilizzando mute improvvisate, galleggianti, gonfiabili, camere d’aria o bottiglie di plastica vuote legate al corpo come improvvisati giubbotti di salvataggio, tra il 30 e il 31 luglio 2026, almeno 84 persone sono morte in quei tre chilometri di mare nel tentativo di raggiungere Ceuta. Dinanzi a loro, la Guardia Civil e l’Esercito bloccavano l’accesso via mare, negando “acqua e coperte ai bambini a pochi metri di distanza, fradici, tremanti, alcuni a malapena in grado di stare in piedi dopo ore in acqua“, riferisce No Name Kitchen 3 Dopo gli arrivi, la maggior parte delle circa 70.000 persone entrate in Marocco a nuoto o via terra è stata costretta a salire sui camion e ad essere rimpatriata; i confini dell’Europa sono stati rafforzati con la costruzione di una barriera fisica sul mare; l’enclave è assediata da esercito, polizia e Guardia Civil e i cadaveri alla frontiera (eccetto 9) stanno venendo sepolti con dei semplici numeri sulle lapidi. DA BAMBINI A BAMBINI DI STRADA A Ceuta rimangono soprattutto coloro che non possono semplicemente essere rimandati indietro: i MENA (Menor Extranjero No Acompañado). PH: Raffaello Rossini (Ceuta, agosto 2026) Dopo gli arrivi, una delle operazioni più delicate è stabilire l’identità della persona. Secondo una ricostruzione pubblicata l’8 agosto 2026, la polizia stava lavorando per identificare oltre 1.000 minori marocchini, raccogliendo innanzitutto elementi fondamentali come nome, cognome e data di nascita. Una settimana dopo, come segnalato da No Name Kitchen, molti minorenni non erano ancora stati registrati o conteggiati. Quando il ragazzo non possiede documenti, quando quelli disponibili non consentono di verificare con certezza l’età dichiarata o quando esistono dubbi sulla minore età, la normativa spagnola prevede che il caso sia portato all’attenzione del Ministerio Fiscal, al quale compete la determinazione giuridica dell’età. Nello specifico, il Defensor del Pueblo ha più volte denunciato che gli accertamenti sull’età vengono talvolta effettuati senza l’effettiva supervisione del Ministero Fiscale, nonostante si tratti di una garanzia essenziale per la tutela dei minori. L’istituzione ha, inoltre, documentato casi nei quali persone che dichiaravano di essere minorenni sono state sottoposte ad accertamenti radiologici prima che la Fiscalía fosse informata o senza che risultasse la necessaria autorizzazione. In altri procedimenti, sono state rilevate carenze nell’esame medico, nell’ascolto dell’interessato e nella comunicazione formale della decisione. Reportage e inchieste LA RATONERA DEL PRÍNCIPE. CRONACHE DALLA PENOMBRA DI CEUTA Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 17 Agosto 2026 Un secondo elemento di criticità riguarda l’affidabilità degli esami utilizzati per stimare l’età: alcuni metodi medico-forensi presentano margini di errore e non possono essere considerati, da soli, strumenti capaci di stabilire con precisione il giorno o l’anno di nascita di una persona. Nel corso degli anni, inoltre, l’istituzione ha segnalato casi nei quali i decreti della Fiscalía non erano stati adeguatamente notificati agli interessati prima dell’adozione di provvedimenti che potevano incidere sulla loro permanenza in Spagna. Negli anni addietro, Organizzazioni per i diritti umani e organismi di controllo hanno denunciato episodi di abuso, l’assenza di un’adeguata supervisione e trasferimenti coatti tra Comunità Autonome effettuati senza valutare i legami familiari, sociali o territoriali del minore. Il primo approdo, dopo l’identificazione per minorenni e non accompagnati, è il sistema di protezione dell’infanzia, che si traduce in una rete che si dilata e si contrae seguendo la pressione migratoria. Nel maggio 2021, quando circa 8.000 persone riuscirono a entrare nell’enclave spagnola di Ceuta in meno di due giorni, in seguito all’allentamento dei controlli sul lato marocchino della frontiera, l’ingresso di 1.500 minorenni a Ceuta mise sotto pressione un sistema già fragile e privo di spazi sufficienti. Nel luglio 2025 erano 528 i minori accolti a Ceuta, mentre la capacità ordinaria attribuita alla città era di 27 posti 4. La Esperanza rappresenta il principale dispositivo residenziale e, paradossalmente, alcuni bambini preferiscono non dichiararsi minorenni o dichiararsi maggiorenni perché temono di essere trattenuti in un’attesa che può durare anni: sebbene i dati ufficiali sulle fughe dei minori dai centri di Ceuta siano frammentari, la Fiscalía registrava, già nel 2017, 142 minori di Ceuta nella categoria “en fuga”, definita come quella dei ragazzi che avevano abbandonato un servizio di protezione e risultavano irreperibili. Molti di loro, raccontavano di essere fuggiti per sottrarsi a violenze, maltrattamenti e condizioni di vita ritenute insostenibili. Ad oggi, circa 700/800 bambini e bambine si sono raccolti nella zona di Las Naves, poiché al centro minori La Esperanza non risultano posti dal primo giorno della ‘crisi‘. I bambini e le bambine dormono per strada e, in tanti, hanno perso i contatti con i propri cari. Viaggi pericolosi, separazioni familiari, paura del rimpatrio; assenza di bagni, un solo pasto al giorno, una sola bottiglietta d’acqua; nessuna scuola, nessuna cura, nessuna alternativa alla miseria. Per centinaia di loro, se non quella di tentare, nuovamente, di oltrepassare il porto: nei camion diretti ai traghetti per Algeciras, nei rimorchi, vicino agli assi delle ruote o negli spazi più nascosti dei veicoli. Era il 6 aprile del 2018, quando “El Susi”, di circa 16 anni, morì dopo essere stato investito da un camion all’interno del porto di Ceuta. Nel febbraio 2019, Ilias E.O., di 15 anni morì sul colpo quando il mezzo pesante sotto cui era nascosto si mise in movimento. Sebbene la definizione istituzionale più diffusa sia MENA; a Madrid, Valencia e nei Paesi Baschi si è diffusa l’espressione MIVI (Menores de Vida Independiente). A Ceuta e Melilla, al di fuori del linguaggio amministrativo, l’identità di questi bambini e queste bambine, ricondotta alle condizioni di marginalità e alla protezione che non hanno, è di essere “niños de la calle”, un laboratorio tra esclusione sociale e presenza nello spazio urbano. Era l’estate del 2026 a Ceuta: le frontiere, il mare e migliaia di bambini nel buio. 1. I richiedenti asilo vengono registrati all’interno dei CETI e, se la procedura prosegue, possono ottenere l’autorizzazione al trasferimento verso la penisola spagnola. Il trasferimento, però, non è automatico e l’ordine di partenza dipende da una serie di valutazioni amministrative e politiche. Nel 2017, ad esempio, una domanda di asilo su tre è stata respinta. ↩︎ 2. Nel settembre 2005, durante un tentativo di attraversamento collettivo, morirono cinque persone e centinaia rimasero ferite negli scontri e nella confusione generata dall’assalto. Il 6 febbraio del 2014, almeno 14 migranti morirono annegati mentre cercavano di raggiungere l’enclave spagnola a nuoto (tragedia del Tarajal). Nel 2017 circa 2.244 persone riuscirono a entrare irregolarmente a Ceuta. Una parte significativa degli ingressi avvenne attraverso assalti collettivi alla doppia recinzione di frontiera: nel febbraio dello stesso anno quasi 500 persone riuscirono a superare la barriera in un solo tentativo ↩︎ 3. No Name Kitchen (NNK) è un’organizzazione non governativa che opera lungo le rotte migratorie dei Balcani e del Mediterraneo, offrendo assistenza, monitoraggio e supporto alle persone in movimento. A Ceuta documenta le condizioni dei minori e delle persone migranti e denuncia le violazioni dei loro diritti ↩︎ 4. Nel 2026 la Città ha messo a gara altri 100 nuovi posti per il periodo 2026-2028. ↩︎
L’accesso alla protezione internazionale presso la Questura di Bergamo: una procedura senza criteri trasparenti
M.A. 1 Davanti alla Questura di Bergamo si assiste ormai da mesi a una situazione che difficilmente può essere considerata fisiologica in uno Stato di diritto: persone che intendono richiedere protezione internazionale sono costrette a trascorrere la notte all’aperto, in attesa di un accesso che non risulta né garantito né disciplinato da criteri chiari e trasparenti. Tale ricostruzione non si fonda su episodi isolati, ma su osservazioni dirette e testimonianze raccolte in più occasioni tra settembre 2025 e giugno 2026. Le informazioni raccolte evidenziano una modalità di gestione degli accessi nella quale l’ingresso agli uffici della Questura appare affidato a procedure caratterizzate da ampi margini di discrezionalità e dall’assenza di criteri oggettivi, verificabili e preventivamente conoscibili dai richiedenti, con possibili conseguenze sull’effettività del diritto di presentare domanda di protezione internazionale. Dalle testimonianze raccolte sul posto è emerso che la selezione delle persone ammesse alla formalizzazione della domanda non ha seguito criteri oggettivi e verificabili. Di fatto, un richiedente ha descritto il processo di accesso come sostanzialmente “random“, evidenziando l’assenza di parametri. Tale percezione è stata successivamente corroborata dalle dichiarazioni rese da un agente in servizio, il quale ha affermato che le persone ammesse alla richiesta di asilo sono state individuate “sulla base di niente“. Un’altra persona impiegata presso la Questura ha riferito che l’ispettore incaricato avrebbe tenuto conto della condizione di vulnerabilità delle persone per stabilire chi avrebbe potuto accedere alla procedura. Tale criterio, tuttavia, è apparso difficilmente verificabile e non ha trovato riscontro nelle osservazioni effettuate. In un caso osservato, ad esempio, tra le persone in attesa vi era una persona con una bombola di ossigeno, una condizione di vulnerabilità immediatamente evidente, alla quale non è stato comunque consentito l’accesso alla procedura. Questo episodio ha sollevato interrogativi su come siano state individuate e valutate le condizioni di vulnerabilità degli altri richiedenti, se persino una situazione di fragilità così manifesta non è sembrata essere stata considerata ai fini dell’accesso. È stato inoltre osservato come, in alcune circostanze, le donne abbiano beneficiato di un accesso più agevolato alla procedura, sebbene tale elemento non abbia consentito di stabilire l’esistenza di un criterio sistematico. In particolare, secondo quanto osservato, tra le ore 8:15 e le ore 8:45 un ispettore della Questura, sempre lo stesso, usciva dall’edificio e chiamava nominativamente le persone che, in quella giornata, potevano accedere alla formalizzazione della propria domanda, il tutto in modo completamente discrezionale. In altri casi, tuttavia, non infrequenti secondo quanto osservato e secondo quanto riferito dai presenti, alle persone in attesa – spesso accampate davanti alla Questura fin dalla notte precedente – veniva comunicato che “la Questura è chiusa” oppure che il sistema informatico non era funzionante, con la conseguenza che l’accesso veniva negato indistintamente a tutti coloro che attendevano di formalizzare la propria domanda di protezione internazionale. Le informazioni raccolte delineano un sistema di gestione degli accessi privo di criteri trasparenti e preventivamente conoscibili, con il rischio di compromettere principi fondamentali dell’azione amministrativa quali imparzialità, uguaglianza e certezza delle procedure. Tale modalità operativa solleva interrogativi rilevanti: sulla base di quali criteri viene determinato chi può accedere alla formalizzazione della domanda e chi invece è costretto ad attendere? Quali garanzie sono previste affinché l’accesso a un diritto soggettivo non dipenda da valutazioni non conoscibili dagli interessati? Il quadro normativo vigente al momento delle osservazioni prevedeva un termine preciso per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale: il Decreto legislativo 25/2008 stabiliva che la domanda dovesse essere formalizzata entro tre giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione (art. 26, co. 2-bis), termine prorogabile fino a dieci giorni lavorativi esclusivamente in presenza di un numero elevato di richieste. Nonostante tale previsione, la prassi osservata presso la Questura di Bergamo si è discostata da tale quadro normativo. I tempi di attesa rilevati sono apparsi prolungati e sistematici, mentre l’accesso alla formalizzazione risultava di fatto ostacolato. L’individuazione delle persone ammesse sembrava inoltre avvenire in assenza di criteri oggettivi e trasparenti. In questo contesto, il diritto di asilo – riconosciuto anche dall’articolo 10, comma 3, della Costituzione – è stato compromesso. Ancora più problematico è apparso il carattere strutturale della situazione osservata. Non si è trattato, infatti, di episodi isolati o di disfunzioni occasionali, bensì di una prassi che, secondo quanto riscontrato, si è protratta per mesi sotto gli occhi delle istituzioni, degli operatori del settore e delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei richiedenti asilo. Nonostante un tentativo promosso dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) volto a favorire un accesso più ordinato e chiaro alle procedure, tale iniziativa non avrebbe prodotto risultati duraturi. Al contrario, la possibilità di ottenere un appuntamento per la presentazione della domanda di protezione internazionale risulta, di fatto, preclusa, poiché la Questura non procede al rilascio di appuntamenti tramite PEC. In tale contesto, l’unica possibilità per molte persone è stata quella di presentarsi fisicamente davanti alla Questura più volte consecutive, arrivando in alcuni casi ad attendere fino a tre mesi, come riferito da un agente di polizia presente sul posto, nella speranza di rientrare tra le persone ammesse alla formalizzazione della domanda. Resta da monitorare come tale quadro sia destinato a evolvere alla luce dei cambiamenti introdotti dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e della sua progressiva attuazione, verificando se e in quale misura tali modifiche incideranno concretamente sulle modalità di accesso alle procedure di protezione internazionale. Resta tuttavia centrale una questione: indipendentemente dagli sviluppi normativi futuri, l’accesso alla procedura deve essere garantito attraverso modalità chiare, trasparenti e verificabili, affinché la possibilità di esercitare un diritto fondamentale non dipenda da meccanismi non conoscibili agli interessati. 1. Lavoro come operatore legale nel campo del diritto dell’immigrazione all’interno di un C.A.S. in provincia di Milano ↩︎
Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura, finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1. Interviste BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA ITALIA E UE Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta in corso da due mesi Laura Morreale 28 Novembre 2024 Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro. Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa quasi impossibile. Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia. La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti. Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria. PH: Refugees in Niger Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un presidio permanente. Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove. Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi terzi sono molto limitate. Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari, che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si concentra sulle persone vulnerabili. Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini. Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione degli aiuti. Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro. Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino. Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni, ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere particolarmente a cuore. Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati. Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare eventuali fotografie. Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti, nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro. Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di essere sotto osservazione. L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che vogliono. Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di personale UNHCR, che non è però intervenuto. In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate. Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle. Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali. Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere. Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini. Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano, contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle. Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di offrire una protezione effettiva. 1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla tag Agadez ↩︎