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Il caso del PRDC di Corinto (II parte)
VOCI DAL CONFINAMENTO ESPERIENZE E PERCEZIONI DEL DETENTION CENTER DI CORINTO L’analisi presentata nel contributo precedente ha esaminato il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto come dispositivo politico inserito nella più ampia agenda migratoria europea e, tramite un’analisi storica, ha testimoniato un continuum di violenze, denunciate ripetutamente ma senza mai produrre un cambiamento reale. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IL CASO DEL PRDC DI CORINTO Antropologia e critica delle condizioni dei centri di detenzione e pre-allontanamento in Grecia Giulia Stella Ingallina 24 Marzo 2026 Attraverso una prospettiva antropologica, il PRDC è stato interpretato come uno spazio in cui si intrecciano controllo, invisibilizzazione e violenza istituzionale, dove le forme di protesta dei detenuti emergono come strategie estreme di rivendicazione e resistenza, capaci di mettere in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, le categorie analitiche e i riferimenti teorici, per quanto utili a comprendere il funzionamento di questi sistemi, rischiano di rimanere astratti se non vengono messi in relazione con le esperienze di coloro che questi luoghi li abitano o li attraversano quotidianamente. Per questo motivo, il presente articolo propone una raccolta di testimonianze provenienti da diversi attori coinvolti nel contesto del detention center di Corinto: personale della struttura, ex detenuti, attivisti e cittadini locali. L’obiettivo non è costruire una narrazione univoca, ma far emergere una pluralità di prospettive che rivelano le tensioni, le contraddizioni e le gerarchie di potere che attraversano questo spazio. Le voci raccolte restituiscono infatti uno sguardo polifonico: da un lato quello delle istituzioni che amministrano e giustificano il sistema della detenzione, dall’altro quello delle persone che lo subiscono o che tentano di denunciarne le condizioni. Attraverso queste testimonianze, il detention center appare non soltanto come un luogo fisico di confinamento, ma come uno spazio sociale attraversato da discorsi, pratiche e percezioni contrastanti. Dare spazio a queste voci significa allora rompere, almeno in parte, il regime di invisibilità che circonda tali strutture e riportare al centro del dibattito le esperienze umane che vi sono racchiuse 1. LE OPINIONI DEL PERSONALE Durante l’intervista, l’ufficiale di polizia è stato schivo e ha fornito per lo più informazioni di carattere basilare: «Questo campo è di 140 acri, a lavorare siamo: 150 ufficiali di polizia, un dottore, due infermiere, una psicologa, due assistenti sociali, venti persone del servizio asilo e cinque traduttori 2. Gli agenti sono responsabili della gestione dei prigionieri. Più o meno ora ci sono 530 prigionieri; sono troppo pochi…da cinque anni per la prima volta ci sono così pochi prigionieri perché di solito la media è di 700-800, mi è capitato di avere mille persone. Sono prigionieri amministrativi, sono entrati illegalmente nel paese. La polizia fuori li arresta e li porta qui, noi li sistemiamo nei reparti. Se è una brava persona non lo terremo oltre dieci mesi, però il massimo è di diciotto. Quando il tempo finisce siamo costretti a rilasciarli, poi è capitato che li abbiamo arrestati di nuovo. I poliziotti che sono incaricati dell’assistenza hanno una comunicazione quotidiana con gli immigrati, perché dobbiamo dare loro da mangiare, colazione, pranzo, cena. E ogni giorno, riceviamo le loro richieste di un medico, di uno psicologo. È una struttura chiusa, come essere in prigione, ci sono buone scorte di sicurezza. Hanno qualche ora al giorno, sì, li lasciamo uscire in cortile, ma il resto sono dentro. Le aree per i detenuti non sono molto buone, le condizioni forse devono essere migliorate, ma sono quelle di una prigione […] C’è un problema perché queste persone nel loro paese non sono molto pulite come popolo. Le condizioni non sono buone, cioè, se non puliscono, non fanno il loro dovere, c’è un problema: non hanno la pulizia nella loro educazione». Le gravi condizioni di vita, spesso denunciate, vengono banalizzate attraverso lo stereotipo della “mancanza di igiene personale”, ribaltando la responsabilità sui detenuti. L’espressione “non sono puliti come popolo” li riduce a una massa indistinta, un insieme anonimo, privandoli di individualità e rafforzando un meccanismo razzializzante che li dipinge come culturalmente inferiori. Generalizzandone la provenienza, li trasforma in un popolo indefinito e sconosciuto, noto solo per un presunto disinteresse verso l’igiene, riproducendo uno dei più beceri stereotipi. Questo discorso costruisce un confine netto tra “noi”, puliti e progrediti, e “loro”, sporchi e arretrati e, da un lato riafferma un senso di superiorità mentre dall’altro infantilizza i detenuti – da nutrire, portare all’aria aperta, redarguire per non aver compiuto l’unico “compito” loro assegnato, pulire e pulirsi – sottraendo loro dignità. La conversazione si sposta poi sul suo lavoro, giustificando le azioni di forza quando gli chiedo delle modalità violente di repressione testimoniate: «Prima che arrivassi a Korinthos, lo sapevo com’era il lavoro, conoscevo l’argomento. Sono contento di essere stato trasferito qui, mi piace. Il momento più difficile sono le rivolte, perché capita che siano violenti. Li facciamo smettere ed entriamo come un plotone, come la polizia antisommossa. Rimaniamo dentro, facciamo arresti e cerchiamo di fermare la rivolta; abbiamo attrezzature che usiamo necessariamente, perché appiccano incendi. Se i prigionieri usano questa violenza, dobbiamo anche noi usare la forza per controllarli, li chiudiamo nelle loro celle per fermare la rivolta e perché potrebbero evadere». Anche rispetto agli episodi relativi ai suicidi – che lui riporta subito al singolare, come se un unico caso lo rendesse meno grave – o degli scioperi della fame, il tono resta quello della giustificazione: Era uno, un turco, non succede tutti i giorni. C’è stata una grande insurrezione, una rivolta di massa con prigionieri indigenti e allora abbiamo dovuto reagire. A volte fai quello che devi fare, devi seguire gli ordini, il protocollo. Quando non vogliono mangiare, okay, di solito il cibo se lo prendono da soli … dopo che sono stati senza per una settimana di solito poi mangiano. Noi non possiamo farci molto, li mandiamo dalla psicologa a parlare magari, però, non possono fare quello che vogliono; quindi, noi facciamo quello che dobbiamo fare. L’atteggiamento rispecchia il classico “ho solo fatto il mio lavoro“, che richiama alla mia mente le parole di Goldhagen (2009) in riferimento agli esecutori, nel nostro caso, di una politica xenofoba radicata. Le sue affermazioni finali si spiegano da sole nella loro schiettezza: Non mi sono formato una mia opinione su queste strutture, cioè ci sono, è giusto. Non mi piacciano gli stranieri che vanno in giro, i costi inutili, le spese legali, il lavoro, il tabacco, i documenti…non mi piace che non vengano controllati. Le persone che entrano ed escono dalla struttura aperta (si riferisce al campo per richiedenti asilo presente anch’esso in città), questo sì che può essere spaventoso, cioè, si vedono gli stranieri in città, i residenti possono essere un po’ spaventati. Preferirei che la struttura aperta fosse da un’altra parte, non avere contatti con i cittadini. Da noi i detenuti, non escono, non si vedono carcerati in città, e loro non vedono i cittadini, così è meglio. Un punto di vista più ambiguo è quello di una psicologa che ha lavorato nel PRDC per sei anni. Le contraddizioni sul suo ruolo “di mezzo” sono evidenti: da una parte si mostra quasi scandalizzata: Penso che tutto il sistema per i migranti sia terribile. Il centro di detenzione è solo un posto per le persone che l’Europa non vuole. Hai dei ragazzi giovani che vogliono una vita migliore e li tieni in prigione per 18 mesi, come se fossero criminali. Magari per questo paese, o per l’Europa, lo sono, ma date loro una possibilità. Dall’altra, però, riconosce di essere stata parte dello stesso sistema che ora critica: Non sono d’accordo, però ho imparato a vivere nella realtà e a cercare di aiutare queste persone insegnando loro a capire la realtà e a prendere da soli le proprie decisioni anche se a volte non gli piacciono. Abbiamo una mano destra e una sinistra, funzioniamo così: siamo lì per aiutare tutto il sistema del centro di detenzione. Le sue parole mostrano l’oscillazione tra una politica di pietà e di controllo, come la descrive Fassin (2005) 3. La lotta interiore tra processi di vulnerabilizzazione e riattribuzione dell’agency, tra complicità col sistema e ruolo di “sostegno”, emerge nel racconto del suo lavoro. Descrive le condizioni del centro mescolando denuncia e stereotipi, sottolineando il compito di “far capire alle persone che possono fare una scelta”, senza considerare che essere rinchiusi, per volontà dello Stato che li respinge o detiene, non garantisce affatto il riconoscimento di vere scelte, quanto tutto al più di quelle obbligate da un sistema repressivo. Negli edifici dove ci sono i detenuti c’è una recinzione d’acciaio tutto intorno, non possono uscire nella zona libera senza un agente di polizia. Anche noi possiamo entrare negli spazi dei detenuti solo per motivi specifici. L’ultima volta, per una formazione, per mostrar loro come pulire gli spazi, usare i sacchi, buttare la spazzatura. Dentro gli edifici le condizioni sono brutte. I detenuti non hanno proprio la cultura della pulizia; noi cerchiamo tanto di insegnargli come tenere tutto pulito, ma non è facile. E poi sono in dodici dentro una stanza. La cosa peggiore erano gli odori, sentivi proprio la malattia dall’odore. Dalle dieci all’una era l’orario in cui loro venivano dalle psicologhe. All’inizio c’erano molte difficoltà perché non avevamo niente per fare le sedute, nemmeno delle sedie, solo un tavolino di plastica. Alcune persone si fanno del male, si tagliano con qualsiasi cosa tu possa immaginare, anche con un cucchiaio. C’è stata una persona che si è suicidata dentro il campo durante il COVID; in quel periodo il campo aveva misure estremamente rigide. Ci sono dei gruppi che rifiutano di mangiare, ad esempio per i ritardi all’accesso al servizio asilo. Cosa diciamo loro? Gli spieghiamo le scelte che hanno. Questa è la legge greca, vediamo quali opzioni hai adesso. Alcuni dicono: “Torno nel mio Paese, perché non sono un prigioniero”. Altri mi hanno detto: “È una mia scelta restare nel centro di detenzione, non voglio tornare indietro, devo andare avanti”. LE VOCI CHE SI TENTA DI SOPPRIMERE: IL PARERE DEI DETENUTI Due testimonianze di chi ha vissuto la detenzione ci raccontano le reali condizioni di vita all’interno. La prima voce è quella di un giornalista britannico, Matt Broomfield, finito nel meccanismo di detenzione dell’UE nel 2021 4. Ho preso il traghetto da Patrasso ad Ancona, ma mi hanno detto che ero bandito dalle zone Schengen, e mi hanno rimandato in Grecia con la stessa procedura che farebbero con chiunque entri illegalmente. Prima sono stato nelle celle in questura a Patrasso per due settimane e poi ci hanno portati al centro di detenzione. Sono stati ammanettati e caricati su un furgone senza finestrini verso una destinazione ignota; per calmarli la promessa di un rapido rilascio ma all’arrivo sono stati corsetti in fila lungo il muro del detention center di Corinto. La procedura “medica” si componeva di perquisizione, denudazione, confisca di oggetti personali, prelievo di sangue e iniezioni, senza nessuna spiegazione circa le sostanze somministrate e l’utilità delle stesse: «Veramente lasciandoci poca dignità». Ci hanno portati in una specie di quarantena, otto in una stanza per 23 ore al giorno, per due settimane. Dopo ci hanno trasferiti nella sezione generale. Le persone sono approssimativamente divise per paese di origine, nella mia sezione c’erano solo ragazzi dall’Afghanistan e dall’Iran. Nelle altre sezioni c’erano principalmente arabi e nordafricani. Ci sono quattro celle abbastanza grandi su un corridoio. Queste quattro celle formano un blocco, che si affacciava su un altro blocco. Nella nostra cella eravamo circa 30 persone, nei letti a castello; avevi solo il tuo materasso, niente altro. Ti portano il cibo tre volte al giorno e mangi lì, in cella. Puoi uscire nel cortile a turno, in quel tempo puoi fare la doccia, perché in cella ci sono solo dei piccoli bagni. Durante l’intervista mi sono state confermate le condizioni squallide della struttura: continue interruzioni d’acqua, luci accese 24 ore su 24 e bagni e pavimenti costantemente sporchi. Ti mettono il cibo direttamente in stanza e lo prendi… non era facile tenere tutto pulito, non c’era niente per aiutarci a farlo. Nessuna assistenza medica o legale, al punto che i detenuti non avevano modo di sapere a che punto fosse il proprio caso: Non riuscivo mai a vedere l’avvocato di persona, non sapevo cosa mi stesse succedendo. Questo è il problema principale: zero informazioni. Le guardie ad ogni domanda ti dicevano “Non lo so” o tipo “ecco il tuo cibo, zitto” e restavano lì all’ombra, e se qualcuno si lamentava con loro, era sempre il problema di altri. Era difficile anche vedere il personale medico, dicevano sempre: “domani, il dottore oggi non c’è”. Così la gente si tagliava, dovevi farti del male per riuscire a vedere un medico. E alcuni ragazzi prendevano sedativi, antipsicotici, pillole per dormire, ce li davano anche per calmarci. Giravano per la prigione, li scambiavano o li vendevano, e si auto-medicavano. Nella mia cella un ragazzo curdo si era ucciso una settimana prima. Ci sono state grosse proteste: hanno dato fuoco a dei materassi, alla torre delle guardie, tirato pietre. Poi li hanno chiusi in una specie di lockdown, così l’energia si è un po’ spenta. Le ultime parole che chiudono l’intervista mettono in luce la differenza di condizioni, pur essendo detenuto nello stesso contesto, il privilegio etnico di “uomo bianco” e cittadino britannico giocavano un ruolo fondamentale: Io comunque sapevo che era temporaneo, e avevo amici in Grecia che venivano e mi portavano cose. Ma il 99% dei ragazzi non hanno rete, certezze, sono abbandonati lì in balia di chissà cosa. Io sono stato lì per sei settimane, non posso immaginare come sia starci per non sai quanto e non essere un privilegiato come me, è davvero terribile. Riporto ora il racconto di un ragazzo che è stato trovato sul territorio privo di documenti e trattenuto nel detention center per 18 mesi. Il poliziotto mi ha beccato che non avevo documenti; prima ti portano alla stazione di polizia, mettono tutti i dati, le impronte, nel sistema: ho detto il mio nome e che vengo dall’Afghanistan. Siamo stati in dieci persone in una stanza minuscola, completamente buia, come una prigione. Io stavo molto male e non ci davano medicine. Ci trattavano come se non fossimo niente. Siamo rimasti un mese lì, poi ci hanno portati in questo centro di detenzione. In quel periodo eravamo dentro più di mille persone. Era estate, era molto caldo, e stavamo circa in 15 persone per stanza. Non era facile. Dentro c’era anche l’ufficio del servizio asilo e dell’IOM, scelgono chi deportare nel loro Paese, li costringono a farlo. Ci mettono sotto una pressione enorme, quindi la situazione psicologica è molto brutta. Per quanto riguarda le cure mediche era tutto pessimo, non davano… chiedevamo antidolorifici, niente. Ci sono state due persone che si sono uccise, le conoscevo, erano nella mia stanza. Per noi non è stato facile nemmeno vedere quello, c’è disperazione, puoi capire a cosa eravamo sottoposti? La sicurezza dentro era cattiva, non erano educati. Picchiavano, facevano quello che volevano. Io ho anche… ho dei video di loro che fanno violenza, e delle foto. Avevamo i telefoni ma anche se chiamavi fuori, non lasciavano entrare nessuno a visitarti. Ricordo una storia: andavo spesso a fare l’interprete per loro perché parlo turco, pashto e farsi, e parlo inglese. Una volta un poliziotto mi ha chiamato per fare l’interprete, così vado, e vedo che la persona era completamente, era stata picchiata per bene. Mentre traducevo ho fatto una domanda rapidissima: come stava, cosa era successo. E lui mi ha detto: “Erano dieci poliziotti che mi picchiavano tutti insieme”. Per le altre condizioni, il cibo non era buono, ma gli altri trattamenti, quelli erano estremamente duri, ci urlavano addosso, ci picchiavano. Ti mettono qui anche se non hai fatto niente, nessun crimine, sei solo un semplice rifugiato. Hanno davvero il diritto di metterti lì e rinchiuderti? No, cioè, per quale motivo? Non si capiscono le procedure. Ho avuto tre rifiuti alle mie domande d’asilo che ho fatto lì dentro: senza nessun avvocato e interprete. Ho provato tre volte, sperando ogni volta che magari l’avrebbero approvata e avrei avuto i miei documenti legali e mi avrebbero rilasciato. Ma no, era tutto una stronzata. […] Alla fine, ho completato i miei 18 mesi. Dopo ti danno solo un foglio che dice che devi lasciare la Grecia entro un mese. Quando sono uscito, sono andato spontaneamente al campo aperto […] E poi l’ultima [intervista] l’ho fatta quando ero nel campo aperto qui a Corinto. Alla quarta volta ho ottenuto i miei documenti, perché il mio caso era valido, sono rifugiato, sono scappato dall’Afghanistan; dovevano per forza farmi passare degli anni nel terrore prima di capirlo? (Intervista a D.H., ex detenuto nel PRDC di Corinto) LE PERCEZIONI DI CHI GUARDA DA FUORI L’ultimo punto di vista da considerare è quello di chi osserva il detention center dall’esterno, i cittadini di Corinto. Alla sua apertura, le autorità regionali si opposero subito a una struttura del genere, soprattutto per la vicinanza al centro città. Proteste e dissenso, in linea con il principio not in my backyard, vennero anche dai cittadini: alcune azioni, come l’interruzione dell’acqua e della raccolta dei rifiuti, peggiorarono però solo le condizioni interne. Nel 2014 il vicesindaco denunciò le condizioni del centro, ma lavandosene le mani: Abbiamo sentito che le condizioni non sono ideali e questo è qualcosa che dovrebbe essere affrontato da coloro che li hanno portati qui e li ospitano, è una loro responsabilità. Noi non abbiamo nulla a che fare con questo 5. .La struttura suscitava disprezzo e angoscia, e la sua vicinanza al centro abitato alimentava pregiudizi e stereotipi razzisti nati dalla paura dell’ignoto. Il pericolo è sempre in agguato. Dopo una rivolta, alcuni [detenuti] possano scappare e prendere in ostaggio uno dei nostri figli e ricattarlo, per entrare nelle nostre case. aveva spiegato il vicesindaco. 6 La struttura non veniva valutata per la crudeltà inflitta a chi vi era trattenuto, ma per il rischio, immaginato avvalendosi degli stereotipi, verso la società locale. Quando divenne chiaro che il pericolo non riguardava i cittadini, l’attenzione iniziale si trasformò in indifferenza e le proteste si affievolirono fino a scomparire. Le autorità locali capirono che sollevare allarmi avrebbe solo dato visibilità a una struttura la cui collocazione non sarebbe stata messa in discussione e la cui funzione restava estranea alla vita cittadina. La politica del silenzio si rivelò allora lo strumento più efficace: gli abitanti tornarono alla loro routine, ignorando la presenza del centro quasi fino a dimenticarla. Non influenza nessuno localmente. Se non senti niente che succede lì dentro, ti importa davvero di quello che fanno? No, non ti importa se non ti disturbano. Non c’è bisogno di andare a vedere cosa fanno, sarebbe solo gossip. (Intervista a un cittadino di Corinto) Considerare “gossip” l’interesse per una struttura aberrante e lesiva dei diritti umani nella propria città evidenzia una strategia di silenziamento che attecchisce nelle convinzioni locali. Il centro di detenzione viene così relegato all’invisibilità, ignorato da chi non conosce né la sua presenza né la sua funzione: Pensavo ci fosse un parcheggio per le auto. (Intervista a una studentessa di Corinto) Per i più curiosi è una struttura avvolta dal mistero, per altri semplicemente dal silenzio, nessuno ha informazioni: Abito qui vicino, e non ne so molto. Quindi, probabilmente è voluto: non diffondono molte informazioni. (Intervista ad un vicino di casa del PRDC) Come suggerisce questa testimonianza, è credibile l’ipotesi di un intento programmatico volto a nascondere le atrocità che avvengono all’interno. Solo in un’occasione un’informazione è riuscita a oltrepassare le mura del centro, sconvolgendo i cittadini: Una volta, leggendo un giornale di Corinto, abbiamo saputo che un ragazzo si era suicidato in bagno. È stata la prima volta che abbiamo avuto qualche informazione dall’interno, la gente era sotto shock, ma dopo qualche giorno nessuno ne parlava più. (Intervista a una cittadina di Corinto) Molti non sanno cosa pensare della struttura, perché paura, stereotipi e opinioni filtrate dai media si intrecciano e confondono la percezione. Forse c’è un problema di sicurezza, vogliono controllare le persone, vedere chi sono e, secondo me, devono farlo in questo modo, hanno le loro ragioni per farlo. […] Alcuni di loro, forse sono criminali? Devi controllarli prima. (Intervista a un cittadino di Corinto) I pareri spesso oscillano: alcuni riconoscono un’utilità nel centro e al tempo stesso provano sentimenti negativi nei suoi confronti. Ciò che manca è un vero pensiero critico, capace di evitare la ricaduta inconsapevole in pregiudizi e opinioni diffuse – criminalizzanti, razzializzanti o assistenzialiste – fino a chi ha ormai normalizzato ciò che accade: Molte volte le persone fanno lo sciopero della fame, la prima volta provi qualcosa per loro. Dopo non ci fai più caso … in realtà non sai più cosa sia “normale” accanto a te. (Intervista a un cittadino di Corinto) In città c’è anche un campo per richiedenti asilo, situato dietro il detention center e circondato dalle stesse mura. Sulla differenza tra i due regna una grande confusione: molte persone non li distinguono e finiscono per confonderli. Alcuni affermano di aver visto più volte il refugee camp ma mai il detention center, nonostante quest’ultimo si affacci su una strada principale, quella che porta alla stazione e all’autostrada per Atene, mentre l’accesso al campo si trova su una via secondaria e poco visibile. Non credo che la gente sappia che sono due campi diversi, che alcuni escono e altri restano dentro. Sappiamo di più delle isole, meno degli altri campi, anche se sono nella nostra città. (Intervista a una cittadina di Corinto e volontaria di un ong sul territorio) Le politiche di invisibilizzazione raggiungono il loro obiettivo: le strategie di confine relegano questa struttura a uno spazio di inesistenza nel tessuto sociale, facendola scomparire sotto il controllo del potere politico: È qualcosa di chiuso, non può avere impatto all’esterno. E’ come un campo fantasma per la città; il campo rifugiati è un campo vero, con cui puoi interagire. Io lavoro con i fantasmi e quando dico che lavoro lì, la gente non lo sa, e quando spiego mi chiedono solo se è pericoloso, non vogliono sapere altro. (Intervista a una psicologa che lavorava nel PRDC) Secondo l’analisi di Brighenti (2010, p.126) 7, perfettamente applicabile al caso in esame, i confini territoriali dello spazio pubblico – e dunque i regimi di (in)visibilità che lo strutturano – sono plasmati dalle molteplici relazioni tra i soggetti che concorrono alla definizione e alla gestione del potere, delle rappresentanze, dell’opinione pubblica, del conflitto e del controllo sociale. In questo quadro, il centro di detenzione, con la sua facciata bianca e apparentemente innocua, rimane immobile e silenzioso, avvolto dal traffico di una delle principali arterie stradali della città: presente ma nascosto, anche in piena luce. Le testimonianze di due volontarie di una ONG attiva a Corinto permettono di far emergere con chiarezza la questione dell’in-visibilità, mostrando come la volontà di vedere o, al contrario, di ignorare produca prospettive radicalmente diverse: 1. Non è così riconoscibile se non vuoi farci attenzione, però è comunque un enorme muro con dentro una prigione per innocenti nella tua città. Una volta siamo passati lì di fianco, dove il muro è crollato e si vede dentro. C’era una persona in lontananza dietro le sbarre …io sto qua e lui sta là, e allora non puoi non vederlo e non pensarci. Poi va beh sta a te, nel senso se ci passi davanti ignorandolo senza mai guardare, allora non lo vedi 2. E’ un muro anonimo, facciata bianca, ben sistemata, con il tettuccio rosso. Sì, okay c’è il filo spinato, ma ormai il filo spinato è ovunque, uno è abituato non ci fa caso. Ho pensato che, se avessi nella mia città un muro così potrei anche io non sapere cosa c’è dentro. Se uno non si informa sicuramente quel posto non va da lui a dirgli cos’è; devo avere la volontà di informarmi, ma lo sappiamo che ignorare è più facile. Mi ha fatto paura pensare a quanto è facile nascondere queste cose. A sinistra, i cancelli di ingresso del detention center; a destra le case, i bar e i ristoranti, simbolo della vita quotidiana che si svolge difronte al centro di detenzione. Fotografie scattate personalmente in data 7 maggio 2024 Nel caso di Corinto, il detention center, situato lungo una strada trafficata e quotidianamente attraversata, è sotto gli occhi di tutti e, tuttavia, rimane invisibile. Nessuno si domanda cosa si nasconda dietro quelle alte mura bianche, né perché da quel cancello scuro entrino ed escano soltanto auto della polizia o, ancora, perché talvolta all’ingresso siano schierate pattuglie in tenuta militare. Le domande si sono esaurite: tutto è stato normalizzato nella routine urbana, e così un luogo pienamente esposto alla vista diventa invisibile, incapace di suscitare qualsiasi sentimento, che sia curiosità, inquietudine, disapprovazione o indignazione. L’invisibilità e la «banalità dei campi», come la definisce Agier (2014) riprendendo il concetto arendtiano, si trasforma in una risorsa per le politiche dell’indifferenza e della violenza su cui si fonda l’agenda europea in materia migratoria. CONCLUSIONI Attraverso politiche di deterrenza volta a colpire le persone in movimento, escludendole dal diritto e confinandole oltre la dignità umana, gli stati europei trasformano l’accoglienza in in-accoglienza e prigionia. Il trattenimento si colloca in una zona grigia di legalità, istituzionalizzando un vero e proprio “mostro giuridico” che criminalizza la migrazione tramite strumenti tipici del penale. I richiedenti asilo chiamano il centro «jail», una prigione senza reati né condanne, priva di garanzie e segnata da brutalità quotidiane. Molti paragonano i centri di detenzione europei ai lager vissuti altrove; «Sono stato in una prigione così anche in Turchia». (Intervista ad un richiedente asilo) e mentre l’Europa li condanna in nome della sua presunta democrazia, nei fatti collabora con quegli stessi paesi, condividendone pratiche e responsabilità per perseguire la sua agenda anti-migratoria. Il DPCR agisce come struttura illecita che viola, come abbiamo visto, principi fondamentali: il diritto di difesa, la libertà personale (art. CEDU) 8, il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 5 CEDU) e il diritto d’asilo (art. 14 UDHR; art. 1 Convenzione di Ginevra) 9. Nonostante ciò, continua ad agire indisturbato, invisibile all’esterno ma sempre più brutale per chi ne subisce gli effetti. Torna allora utile la nozione di «violenza invisibile» di Žižek (2007) 10, la violenza insita in un sistema strutturalmente malato. Denunciare ogni manifestazione della “mentalità campo” e resistere alla sua normalizzazione significa gettare la luce sui campi tenuti nell’isolamento da quegli stati “moderni” che proclamano democrazia e libertà mentre si rendono complici della violazione dei diritti umani. Le testimonianze raccolte rivelano un sistema che tratta i corpi come oggetti da gestire e non come vite degne. Le voci però, in quanto storie di vita, hanno «il pregio di sfumare le gerarchie» (Montes, 2019) 11 e sono in grado di restituire una visione reale del contesto, rivelando tensioni, contraddizioni e meccanismi di potere che sfuggono a un’analisi puramente strutturale o teorica. L’alternanza tra punti di vista mostra come il centro sia simultaneamente luogo di controllo, spazio di resistenza e terreno di invisibilizzazione; tale invisibilità, rafforzata dall’indifferenza locale e dalla marginalizzazione del centro, facilita la continuità della violenza istituzionale. È allora essenziale rompere il silenzio e denunciare le responsabilità politiche della sofferenza nei centri di detenzione europei: come ricorda Gilroy (2000, P. 87) 12 «non possiamo accettare moralmente di ignorare il campo». Restituire queste voci significa non solo documentare le condizioni materiali o normative, ma lasciare che siano le esperienze vissute, le parole stesse dei soggetti, a rivelare le dinamiche di oppressione e a rendere visibile ciò che il sistema tenta di nascondere. 1. In questo contributo, ho privilegiato il registro diretto delle testimonianze dei miei interlocutori: numerose citazioni, anche estese, vengono riportate integralmente, mentre la mia voce analitica si mantiene più discreta, poiché in diversi passaggi le parole stesse dei partecipanti risultano sufficienti a illuminare le dinamiche, le tensioni e le condizioni del centro ↩︎ 2. Affermazione che si pone in contrapposizione con le testimonianze relative alla mancanza di personale, ma comunque rivela una sproporzione tra gli agenti di sicurezza e gli operatori “sociali” ↩︎ 3. Fassin, D. (2005). Un ethos compassionevole. La sofferenza come linguaggio, l’ascolto come politica. 93-110 ↩︎ 4. Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 5. Citazione dal sito Detention landscapes, centro di detenzione pre-espulsione di Corinto, raccolta di testimonianze ↩︎ 6. Ibidem ↩︎ 7. Brighenti, A. M. (2010). Visibility in Social Theory and Social Research. New York: palgrave macmillan ↩︎ 8. Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ↩︎ 9. Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo; Convenzione di Ginevra ↩︎ 10. Žižek, S. (2007). La violenza invisibile. (C. Capararo, & A. Zucchetti, Trad.) Milano: Rizzoli ↩︎ 11. Montes, S. (2019). Perché le storie di vita. Una riflessione antropologica. Dialoghi Mediterranei, n. 39 ↩︎ 12. Gilroy, P. (2000). Between camps: Nations, culture and the allure of Race. Londra: Allen Lane ↩︎
Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano
Riceviamo e diffondiamo: Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione. Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine. In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo. Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire, e sbloccare la situazione prima che sia troppo tardi. Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi. Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono. In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione. Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, la caduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court) anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà. Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia. Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori. Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria. Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli) invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati. Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi. Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria… La posta in gioco è oggi totale. Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira. 22 marzo 2026 assemblea “sabotiamo la guerra” ________________ Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stata diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi. Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori. Ciao Sandro. Ciao Sara. Una donna iraniana in piazza durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025: «Non donnavitalibertàteci, assassini!» ¹ Cosa pensiamo di questo regime l’abbiamo già detto nel nostro testo sulla «guerra dei 12 giorni» del giugno 2025: https://ilrovescio.info/2025/06/19/finche-ci-sara-uno-stato-presa-di-posizione-sulla-guerra-israele-iran/ Mentre non dubitiamo della brutalità della Repubblica islamica, sia in generale che nella repressione delle sommosse, va anche detto in quest’ultimo caso che il numero di uccisi spacciato da ONG e mass media – arrivato sulle televisioni italiane addirittura a 30 o 40 mila morti! – è pura propaganda, con cui il nostro regime ha cercato affannosamente di “controbilanciare” l’enorme impressione prodotta sull’opinione pubblica dal genocidio a Gaza.  
March 28, 2026
il Rovescio
Referendum e movimenti: la fine del piano inclinato
Il susseguirsi delle bottiglie stappate è il suono che ha caratterizzato il lungo pomeriggio di lunedì. Nei comitati per il No, nei centri sociali, nelle sedi associative, nelle piazze, nelle case attraversate da euforiche cene improvvisate: una sequenza di tappi che saltano, di “pop” che si rincorrono. Immaginarli uno dopo l’altro restituisce, forse meglio di qualsiasi dato, la misura di ciò che è accaduto: un turbinio diffuso, immenso, di piccoli botti concatenati per celebrare la vittoria. Vale la pena trattenere questo suono. Segnala una sospensione della grammatica dell’“ormai” che per anni ha organizzato il racconto del presente. Per un momento, ciò che appariva dato – l’inarrestabile deriva autoritaria del governo italiano – si è incrinato. L’esito del referendum produce uno scarto che va ben oltre il merito specifico del voto. Gli effetti politici del voto sono di larghissima scala. La vicenda Santanché, segnale inequivocabile del momento di crisi che attraversa l’esecutivo, è il sintomo più evidente di una traccia profonda. Nel nuovo scenario politico post-referendum si apre uno spazio nuovo, per certi versi inedito, per i movimenti sociali. OLTRE L’IMMAGINE DEL PIANO INCLINATO Per almeno un decennio, l’ascesa e il consolidamento delle destre sono stati letti attraverso la lente della deriva progressiva e inevitabile. Col tempo, questa interpretazione si è irrigidita in una vera e propria grammatica dell’“ormai”: non si torna indietro, non c’è spazio. Questo slittamento ha inciso, in alcune fasi, anche sulla postura dei movimenti e del pensiero critico. Nell’ultimo anno non sono certo mancate mobilitazioni ampie, radicali e diffuse, capaci di sperimentare pratiche moltitudine e registri inediti. E tuttavia, spesso si è trattato di fiammate notevoli, ma che, nonostante l’intuizione politica e la generosità di chi le ha costruite e attraversate, hanno inciso solo parzialmente sul clima complessivo. Più in generale, veniamo da un lungo periodo in cui – pur tra differenze ed eccezioni – abbiamo alimentato un registro politico orientato più dall’indignazione che dalla ricerca di nuove possibilità e punti di rottura. L’attuale congiuntura politica è stata lungamente rappresentata – anche all’interno di molti contesti di movimento – come un piano inclinato che conduce inevitabilmente al baratro. L’esito referendario, insieme alla mobilitazione diffusa che lo ha reso possibile, suggerisce una via di fuga da questa rappresentazione. Mostra, in maniera plastica, come i rapporti di forza non siano dati una volta per tutte – neanche nell’attuale terribile congiuntura globale – e riapre, con decisione, il campo della possibilità. UNO SPAZIO DA ABITARE CON CORAGGIO Prendere sul serio questa incrinatura non significa rovesciare il determinismo in euforia. La tendenza profonda – il regime globale di guerra – spaventa, inquieta, spiazza. Ciò che cambia è il modo in cui possiamo leggere la traiettoria di questa tendenza: non più come una traccia lineare e irreversibile, ma come un percorso inquieto, a suo modo fragile, attraversato da ambivalenze, passaggi a vuoto, crisi improvvise e potenzialmente radicali. Non si tratta di negare la forza delle destre globali e nazionali, ma di sottrarsi dalla retorica dell’inevitabilità, accumulare energia collettiva e immaginare nuove, entusiasmanti vittorie. > Su questo crinale, il passaggio referendario può produrre effetti che vanno > oltre l’immediato. È, tra le molte altre cose, un’enorme occasione per > liberarsi collettivamente dalla grammatica dell’“ormai”. L’eco dei tappi che saltano – dolce residuo sonoro di una vittoria collettiva – a salutare la vittoria può diventare una traccia da seguire, un invito ad attraversare con più coraggio e fiducia le mobilitazioni alle porte. Si apre uno spazio politico potenzialmente di ampissima portata, capace di produrre effetti reali – qui e ora – e trasformativi nel medio periodo, che può avere l’ambizione di incidere anche sulla tendenza generale. Le prossime tappe sono all’orizzonte: le mobilitazioni “No Kings” del 27 e 28 marzo, le iniziative transfemministe contro il ddl Bongiorno, la ripartenza della Flotilla e le moltissime piazze in programma nelle prossime settimane possono straripare di energie e desideri. Sottraendosi all’automatismo del declino, è possibile incidere – anche in modo radicale– sugli attuali rapporti di forza. Non c’è, ovviamente, alcuna garanzia di risultato. Ma proprio l’assenza di un esito predeterminato può diventare la condizione politica da abitare consapevolmente: è dentro questo spazio aperto da referendum, ancora instabile ma non più sigillato, che i movimenti possono sperimentare, con lenti e posture nuove, la propria inedita capacità di incidere nella realtà e trasformarla. La copertina è di 内閣広報室, fonte: wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Referendum e movimenti: la fine del piano inclinato proviene da DINAMOpress.
March 27, 2026
DINAMOpress
Porto di Fiumicino: gli Epstein Files e la governance di Royal Caribbean
La privatizzazione di una porzione strategica della costa di Fiumicino e la scelta di affidare la concessione a una multinazionale straniera, legata a Israele tramite il gruppo Ofer, mette sotto la lente la governance della società americana. Il governo Meloni, a dispetto del suo presunto sovranismo, sta compromettendo il sistema portuale nazionale con una cessione senza precedenti. Ma cosa si nasconde dietro questa operazione? Chi sono veramente quelli della Royal Caribbean? Tra i nomi che emergono dal passato della compagnia, uno spicca per notorietà e controversie: Thomas Pritzker, membro del board di Royal Caribbean per oltre vent’anni. Pritzker è stato menzionato molte volte nei cosiddetti Epstein Files, documentando una duratura relazione personale con inviti a bordo di Jeffrey Epstein su navi della compagnia. Pur non essendo coinvolto nella gestione operativa di Fiumicino Waterfront, il suo ruolo di independent director e la sua lunga permanenza nel board pongono domande sulle scelte etiche e culturali della governance della multinazionale. THOMAS PRITZKER: VENT’ANNI NEL BOARD DI ROYAL CARIBBEAN Thomas Pritzker appartiene alla potente famiglia Pritzker, dinastia imprenditoriale americana tra le più ricche al mondo e storicamente legata al gruppo alberghiero Hyatt Hotels Corporation. Suo padre, Jay Pritzker, ha acquisito una partecipazione in Royal Caribbean verso la fine degli anni ’80. Quando Jay Pritzker morì nel gennaio 1999, Thomas ereditò il posto di suo padre nel Consiglio di amministrazione di Royal Caribbean e il suo ruolo in Cruise Associates. Cruise Associates è stata una partnership tra la famiglia Pritzker e la famiglia Ofer, magnati della navigazione israeliana. In base a un accordo con la famiglia Wilhelmsen, che ha co-fondato Royal Caribbean nel 1968, Cruise Associates e la famiglia Wilhelmsen hanno ciascuno nominato quattro direttori e hanno accettato di votare a favore dei rispettivi candidati. Questo accordo ha dato alle tre famiglie una supermaggioranza sul consiglio di amministrazione di Royal Caribbean. > Per oltre due decenni – dal 1999 al 2020 – Pritzker ha ricoperto il ruolo di > independent director nel consiglio di amministrazione di Royal Caribbean, > partecipando ai principali comitati di governance della compagnia. Il suo > ruolo era strategico: supervisionare management, governance e indirizzo > aziendale. Un incarico che lo collocava nel cuore delle decisioni di una > multinazionale che oggi opera in tutto il mondo e che ora intende gestire > direttamente l’infrastruttura portuale di Fiumicino. Le origini della famiglia Pritzker risalgono a immigrati ebrei, provenienti da Kiev, che si stabilirono negli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Nel corso dei decenni la famiglia ha costruito una vasta rete di aziende e fondazioni filantropiche. Attraverso diverse iniziative, i Pritzker hanno sostenuto numerosi progetti culturali, educativi e comunitari, inclusi programmi legati alla vita culturale e religiosa ebraica negli Stati Uniti. Con il John Pritzker Family Fund, la famiglia Pritzker sostiene esplicitamente «un futuro ebraico vibrante negli Stati Uniti, in Israele e nel mondo», finanziando tra l’altro la Jewish Community Relations Council (JCRC) e il suo programma di viaggi di studio in Israele per leader civici. I RAPPORTI CON JEFFREY EPSTEIN La relazione di Jeffrey Epstein con Thomas Pritzker è documentata in modo chiaro: nel famigerato “libro nero” di Epstein, Pritzker è apparso con più di una dozzina di numeri di telefono ed è stato annotato come “numero uno”. La ricerca della parola “Pritzker” nei file del Dipartimento di Giustizia, rilasciati a gennaio 2026, genera più di 7.000 risultati. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, Epstein avrebbe mantenuto rapporti con Thomas Pritzker anche dopo la sua prima condanna nel 2008 per reati sessuali li avrebbe proseguiti nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein e della fine del rapporto ventennale tra Pritzker e Royal Caribbean, nel maggio 2020. > Tra i riferimenti presenti nei documenti ci sarebbero anche inviti e incontri > organizzati su navi della Royal Caribbean, circostanza che ha attirato > l’attenzione degli osservatori sulla rete di relazioni tra ambienti finanziari > globali e il settore del turismo di lusso. Una delle accusatrici più note di > Epstein, Virginia Giuffrè, in una deposizione civile del 2016 ha citato Thomas > Pritzker tra gli uomini con cui avrebbe avuto rapporti sessuali dopo essere > stata trafficata da Epstein. Pritzker ha sempre respinto con forza queste > accuse e non è mai stato incriminato o indagato penalmente per tali fatti. > Virginia Giuffrè si è suicidata nell’aprile 2025. I documenti rilasciati dal Congresso degli Stati Uniti mostrano che Thomas Pritzker ha scambiato almeno venti email con Epstein, in cui i due commentavano eventi attuali e pianificavano di incontrarsi. Pritzker ha annunciato le sue dimissioni da presidente esecutivo di Hyatt Hotels dopo che la portata dei suoi legami con Epstein e Ghislaine Maxwell è emersa dalla documentazione rilasciata dal DOJ. Nel farlo, ha dichiarato di aver «esercitato un giudizio pessimo nel mantenere i contatti con loro» e che non ci sono scuse per non essersi allontanato prima. Nel dicembre 2011, Pritzker invitò Epstein a visitare una delle mega navi di Royal Caribbean mentre era ormeggiata a St. Thomas, nelle Isole Vergini Americane. Lo scambio di email mostra che Epstein accettò di visitare la nave il 29 dicembre 2011. Un dipendente di Little St. James – l’isola privata di Epstein – inviò poi una email con oggetto “Allure“, richiedendo documenti d’identità e una lista degli ospiti che intendevano salire a bordo. I registri marittimi confermano che l’Allure of the Seas di Royal Caribbean era effettivamente ormeggiata al terminal crociere di Crown Bay, St. Thomas, il 29 dicembre 2011. Crown Bay si trova a pochi chilometri da Little St. James, l’isola privata dove Epstein commise molti dei suoi crimini. Le email rilasciate mostrano che nel 2018 Pritzker aiutò la partner di Epstein, Karyna Shuliak, a pianificare un viaggio nel Sud-Est asiatico: lei aveva come obiettivo di trovare donne per Epstein. Infine, non va dimenticato che già nel 2001 Pritzker aveva invitato Ghislaine Maxwell a bordo dell’Adventure of the Seas durante la cerimonia di varo della nave a New York. L’invito, insieme ad altre email, mostra che Pritzker ha avuto una relazione diretta con Maxwell, che è stata condannata nel 2021 per accuse di traffico sessuale federale per crimini commessi al fianco di Epstein tra il 1994 e il 2004. Pritzker è anche incluso nella lista dei passeggeri di un volo del 7 dicembre 2000 da Londra alla base aerea di Marham Royal a Norfolk insieme a Epstein, Maxwell, una persona di nome Kelly Spamm e un’altra passeggera identificata solo come «1 femmina». Quello stesso fine settimana, Andrew Mountbatten-Windsor (sotto indagine nel febbraio 2026 per abuso di ufficio) – ex-principe Andrea, duca di York – ha ospitato Epstein, Maxwell e Pritzker nella vicina Sandringham House per quello che ha descritto come «solo… un semplice weekend». Vale la pena sottolineare quanto emerso sulla sua importanza in Royal Caribbean: Pritzker era tra il ristretto gruppo di uomini il cui consenso era necessario per le decisioni più significative della compagnia. EPSTEIN, PHILIP LEVINE E LA VITTIMA TRASPORTATA SU UNA NAVE DI ROYAL CARIBBEAN Nel 2011 la struttura proprietaria di Royal Caribbean ha subito importanti cambiamenti e mentre accadevano, Epstein era in contatto con le figure chiave della compagnia. Quel giugno, Sammy Ofer, la cui famiglia controllava metà di Cruise Associates insieme a Thomas Pritzker, morì all’età di 89 anni. Due mesi dopo, il 24 agosto, l’accordo con gli azionisti tra Cruise Associates e la famiglia Wilhelmsen è terminato, ponendo fine a quasi due decenni di controllo unificato di Royal Caribbean. Lo stesso anno, Philip Levine ha fondato Royal Media Partners, che ha ottenuto un’esclusiva partnership mediatica a bordo con Royal Caribbean. Il nome di Levine appare più di 600 volte nei file Epstein e nel suo libro nero conteneva tredici numeri di telefono associati a Levine, inclusi i numeri del suo autista, le governanti e gli uffici commerciali. Le email mostrano che Levine ha mantenuto una relazione con Epstein dal 2001 al 2018. In una email del 2003, Levine l’ha definito: «il mio amico Jeffrey Epstein». Nel 2010, due anni dopo la condanna di Epstein, Levine scrisse a Epstein: «Sei un grande ragazzo e so che tutte le cose buone ti arriveranno in futuro». Il legame più vicino di Levine nella rete di Epstein era con Ghislaine Maxwell. Le email dei primi anni Duemila rivelano una relazione sessualmente esplicita e apparentemente romantica tra loro. Interrogato su queste email dal “Miami New Time, Levine ha negato qualsiasi relazione sentimentale. Le email mostrano che Epstein ha incontrato Pritzker e ha comunicato con Levine più volte prima, durante e dopo il 2011. Nel dicembre 2011, quattro mesi dopo lo scioglimento del contratto con gli azionisti, Pritzker invitò Epstein a bordo dell‘Allure of the Seas. I file di Epstein includono una vittima che afferma di aver viaggiato su una nave della Royal Caribbean nelle Isole Vergini Americane e di essere stata trasportata verso l’isola privata di Epstein. Scesa dalla nave fu violentata quando aveva 17 anni. La stessa vittima sostiene di essere stata vittima di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e che è stata violentata da Epstein in Florida quando aveva 5 anni. L’identità della vittima è sconosciuta e ulteriori informazioni non sono disponibili, in quanto le informazioni identificative nei file sono censurate. I documenti esaminati non contengono accuse di illeciti penali da parte di Royal Caribbean o prove che la compagnia di crociera fosse a conoscenza delle attività di Epstein. IL PRIMO PORTO PRIVATO NEL SISTEMA PORTUALE ITALIANO Il caso Pritzker e Levine diventa rilevante nel contesto del porto di Fiumicino per una ragione più ampia: il modello economico che si sta affermando nel settore delle crociere. Le grandi compagnie crocieristiche stanno investendo sempre più spesso nella costruzione o gestione diretta di infrastrutture portuali, trasformando i porti in terminal integrati delle proprie attività turistiche. Questo modello consente alle compagnie di controllare l’intera filiera del turismo crocieristico, dalla nave al porto fino ai servizi a terra. Nel caso di Fiumicino, il progetto promosso da Royal Caribbean prevede la realizzazione di un porto crocieristico di grandi dimensioni che opererebbe accanto al sistema portuale esistente. Ed è proprio qui che nasce il nodo politico e strategico. Il sistema portuale italiano è regolato da una normativa che affida la pianificazione e la gestione dei porti alle Autorità di Sistema Portuale, enti pubblici che coordinano sviluppo, traffici e infrastrutture. L’ipotesi di un porto gestito direttamente da una compagnia privata internazionale solleva quindi interrogativi su equilibri economici, pianificazione pubblica e controllo delle infrastrutture strategiche. Ricordiamo inoltre che il gruppo Ofer, presente attualmente nel board di Royal Caribbean nella figura di Eyal M.Ofer, è legato anche alla multinazionale Zodiac Maritime, compagnia citata in numerosi report riguardanti attacchi e sequestri di navi “israel-affiliated” nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, con implicazioni geopolitiche dirette. Chi può garantire che il futuro porto di Fiumicino privato non venga utilizzato per scopi diversi dal crocierismo? Come sottolineato dai sindacati, in particolare dai portuali USB di Civitavecchia, un terminal crocieristico controllato da una multinazionale straniera potrebbe ridisegnare gli equilibri del traffico crocieristico, entrando in concorrenza con porti pubblici già esistenti. Il rischio è che il modello di gestione delle infrastrutture portuali possa progressivamente spostarsi verso forme di controllo sempre più privatizzate, in cui le compagnie di navigazione diventano anche proprietarie o gestori dei terminal. Uno scenario che potrebbe trasformare il sistema portuale nazionale in un mosaico di infrastrutture gestite direttamente da grandi gruppi economici globali, implicati direttamente o indirettamente con le politiche di guerra degli stati a cui fanno riferimento. I RISCHI AMBIENTALI E GEOPOLITICI DEL PORTO DI FIUMICINO Il caso Pritzker, la presenza del suo nome nei documenti legati al caso Epstein e il ruolo storico che ha ricoperto nel board di Royal Caribbean non implicano responsabilità dirette nel progetto italiano. Ma riportano al centro una questione più ampia: chi controlla davvero le grandi infrastrutture che stanno ridisegnando le coste europee? > Affidare la gestione di nuovi terminal crocieristici a multinazionali globali > significa anche accettare che una parte crescente delle infrastrutture > portuali venga gestita secondo logiche aziendali internazionali. Il porto di > Fiumicino, in questo senso, non è solo un progetto locale. È un tassello di un > cambiamento molto più grande che riguarda il futuro della portualità > nazionale, del turismo e del controllo pubblico delle infrastrutture > strategiche. Il Collettivo No Porto, i Tavoli del Porto e la cittadinanza attiva hanno lanciato un grido di allarme che è sfociato in una prima grande manifestazione il 9 novembre 2025 e hanno successivamente risposto al VIA del Ministero dell’Ambiente con un ricorso al TAR per fermare il progetto. Secondo le realtà locali dietro la parola sviluppo si nasconde un progetto che porterà a Fiumicino solo inquinamento e lavoro precario, mentre porterà per l’Italia dei rischi geopolitici ben peggiori. Il porto di Fiumicino rappresenta quindi molto più di un semplice progetto infrastrutturale locale. È un esempio di un cambiamento più ampio che riguarda il rapporto tra grandi multinazionali del turismo, infrastrutture strategiche e governance economica globale. E proprio la storia della governance di queste multinazionali – con figure come Pritzker e Levine, emerse anche nei documenti legati al caso Epstein – contribuisce ad alimentare il dibattito su trasparenza, responsabilità e controllo pubblico delle infrastrutture strategiche. La copertina è di Marianna Gatta SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Porto di Fiumicino: gli Epstein Files e la governance di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
March 27, 2026
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Testaccio celebra il Newroz: una tradizione curda ormai parte del tessuto romano
Nella capillarità culturale della capitale si sono sviluppate negli anni tradizioni nuove, lontane dall’immaginario storico romano ma ormai integrate nel suo paesaggio sociale. Tra queste la celebrazione del “Newroz”, il capodanno curdo, rappresenta un esempio significativo di come Roma, da circa trent’anni, abbia saputo accogliere e assimilare elementi della cultura curda, rendendoli parte del proprio patrimonio contemporaneo. * * * * Sabato 21 marzo il centro socio-culturale Ararat ha ospitato una nuova edizione del Newroz, trasformandosi in uno spazio di incontro, condivisione e festa. La ricorrenza segna l’inizio dell’anno a partire dalla primavera, profondamente legata ai temi della rinascita, della libertà ricordando anche i martiri caduti nella resistenza e chiedendo la liberazione del loro presidente Abdullah Öcalan. Per l’intera giornata, centinaia di persone hanno partecipato alle celebrazioni tra danze tradizionali, musica dal vivo e piatti tipici. Al centro dell’evento, come da tradizione, il fuoco “piroz”, simbolo di rinnovamento e speranza, attorno al quale si sono alternati momenti collettivi di festa e socialità. Le fiamme, attraversate simbolicamente dai partecipanti, hanno rappresentato il cuore rituale della giornata, capace di unire generazioni e provenienze diverse. * * * * Quello del Newroz ad Ararat è ormai un appuntamento consolidato anche per il quartiere di Testaccio, che negli anni ha visto crescere la partecipazione di un pubblico eterogeneo. Non solo membri della comunità curda, ma anche residenti, studenti e visitatori che riconoscono nell’evento un’occasione di scambio culturale e di apertura verso una dimensione internazionale della città. La festa del Newroz testimonia come Roma continui a trasformarsi attraverso le storie delle comunità che la abitano, confermando la sua vocazione storica di crocevia di culture. In questo contesto, la tradizione curda non appare più come elemento esterno, ma come parte integrante di una identità urbana in costante evoluzione. La copertina e le foto nell’articolo sono di Susanna Caperdoni, in arte Elio SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Testaccio celebra il Newroz: una tradizione curda ormai parte del tessuto romano proviene da DINAMOpress.
March 25, 2026
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Forme di vita tra sollevazione e guerra, oltre la rappresentazione
Pochi giorni prima della guerra, ho chiamato la mia amica in Iran. Si stavano preparando alla guerra. Mentre parlavo con lei, tutto il mio corpo tremava. I suoi occhi, il suo volto e l’ombra che le lunghe ciglia proiettavano sul viso costruivano un’immagine che mi spaventava. Libertà e prigione – così vicine, così aderenti l’una all’altra. Fin dall’infanzia siamo intrecciati alla morte e ai suoi significati. Non ricordo un bacio scambiato senza paura; non ricordo un gesto che non fosse accompagnato dall’immagine dei corpi dei nostri compagni. Scrivere, pensare, vivere: tutto è intrecciato negli strati della vita, della morte e della politica. Se esiste una distanza, essa si dà soltanto nella mente: in quel luogo in cui desideriamo immaginare le cose più belle e non semplicemente sopravvivere. Le uccisioni sono iniziate nei primi giorni del 2026. Hanno ucciso e rapito. Non voglio raccontare gli omicidi. Non voglio dire che si sia trattato di una sollevazione rivoluzionaria repressa e soffocata; scrivo solo questo: questa volta, il governo e l’opposizione di destra, mano nella mano, hanno espropriato la volontà di un popolo che gridava libertà. Ma nello stesso momento si è resa visibile anche l’incapacità strutturale della sinistra: l’incapacità di accompagnare in modo immanente la sollevazione stessa e la preferenza per una spiegazione della sconfitta dall’esterno, invece che per la produzione di un sapere capace di operare dall’interno del movimento. Questa incapacità non può essere attribuita semplicemente alla repressione; deve piuttosto essere ricercata in una frattura più profonda: una distanza tra il linguaggio teorico della sinistra e l’esperienza vissuta di coloro che, nelle strade, negli ospedali e nelle case, sono impegnate e impegnati nella sopravvivenza. Mentre la politica, nel cuore della sollevazione, prendeva forma attraverso pratiche disperse, incarnate e fondate sulle necessità immediate della riproduzione sociale, parti della sinistra sono rimaste a un livello di astrazione incapace di cogliere questo spostamento. In altre parole, il problema non era soltanto “l’assenza”, ma l’incapacità di ricombinarsi con le forme emergenti della politica. La sinistra non è riuscita a costruire un ponte tra il proprio sapere teorico e le forme in via di formazione dell’azione collettiva; non è riuscita a estrarre nuovi concetti da queste esperienze né a sincronizzarsi con il ritmo temporale e materiale della sollevazione. Di conseguenza, invece di trasformarsi in una forza di intervento interna alla sollevazione, è rimasta spesso nella posizione di osservatore: reagendo con ritardo o interpretando l’evento attraverso quadri concettuali preesistenti. Questo passaggio dall’“intervento” all’“interpretazione” segnala una crisi più profonda: una crisi nella capacità di produrre un sapere politico che operi non dopo l’evento, ma al suo interno. Da questa prospettiva, la crisi della sinistra può essere letta come una frattura tra “politica come rappresentazione” e “politica come produzione sociale”; un punto in cui le forme tradizionali di organizzazione e analisi non sono più in grado di tenere il passo con reti di resistenza fluide, orizzontali e instabili. La sollevazione del gennaio 2026 non ha segnato l’inizio di una nuova crisi, ma l’emersione di crisi che si erano accumulate per anni negli strati nascosti della società: crisi economiche, politiche e psichiche. Essa ha portato in superficie ciò che prima era invisibile o deliberatamente occultato. Dopo la repressione sanguinosa, un pesante silenzio ha avvolto la società; un silenzio che non è soltanto il prodotto dello shock della violenza, ma anche una forma di scelta collettiva. Questo silenzio deve essere compreso come una sospensione della politica, non come la sua assenza: un momento per il lutto, per la valutazione dei rapporti di forza e per l’immaginazione delle possibilità future. E tuttavia, nello stesso tempo, quella stessa incapacità strutturale della sinistra è riemersa… La sollevazione non è nata da una leadership unitaria, né attraverso negoziazioni o rappresentazioni mediatiche, ma dalla convergenza di forze eterogenee: reti spontanee di cura, scioperi dispersi ma continui, la resistenza quotidiana delle donne e la partecipazione di studenti e adolescenti che, senza strutture stabilizzate, si sono uniti al corpo collettivo della sollevazione. Proprio in questa fluidità si è aperta la possibilità di produrre il nuovo. Qui si dà un terreno in cui i conflitti si svolgono in forma immanente. Tuttavia, i meccanismi di repressione e la mancanza di un intervento sul campo da parte delle forze radicali hanno interrotto la continuità dei processi di istituzionalizzazione e di organizzazione sociale plurale. > Questa stessa fluidità ha però aperto il campo anche alla competizione tra > diverse narrazioni e forze politiche. Nei momenti della sollevazione, molti > hanno risposto a chiamate e simboli differenti per costruire forme di > convergenza temporanea – incluse quelle promosse da correnti monarchiche. Tale presenza non implicava necessariamente l’adesione a un progetto monarchico, ma rappresentava spesso il tentativo di trovare un punto comune in una società profondamente frammentata e repressa. Tuttavia, successivamente, alcune di queste correnti hanno cercato di organizzare la rabbia sociale entro narrazioni e leadership predefinite. L’accesso a risorse mediatiche, finanziarie e a reti di comunicazione più ampie ha consentito loro di rendere più visibile la propria versione della sollevazione. In alcune fasi sono emersi persino discorsi che, invece di opporsi alla guerra, sostenevano l’intensificazione del conflitto o l’intervento militare—mostrando come, all’interno di una sollevazione sociale, possano emergere simultaneamente orizzonti politici differenti e persino contraddittori. Per questo motivo, il campo della sollevazione non deve essere inteso come uno spazio omogeneo, ma come un terreno di tensione tra forze diverse; uno spazio in cui ciascuna forza tenta di definire il significato politico della sollevazione e di plasmarne il futuro. DONNE E POLITICA DELLA VITA QUOTIDIANA Nella sollevazione del dicembre 2025 e nella sua prosecuzione fino al gennaio 2026, il ruolo delle donne deve essere letto su livelli molteplici e intrecciati – livelli che mostrano come esse non si trovassero ai margini, ma al centro stesso della sollevazione. Gli ospedali sono diventati uno dei principali campi di lotta. Le donne presenti come infermiere, mediche, accompagnatrici, madri o sorelle delle persone ferite non si limitavano a svolgere funzioni di cura; esse sono diventate narratrici della violenza statale. Registrare i nomi, nascondere l’identità dei feriti, impedire arresti nei letti d’ospedale, trasmettere testimonianze e persino proteggere fisicamente i feriti: tutto questo faceva parte dell’azione politica delle donne in questi spazi. Attraverso i loro racconti, i corpi feriti e uccisi sono stati sottratti alla condizione di dati anonimi e sono entrati nella memoria collettiva della sollevazione. Secondo rapporti recenti, diverse infermiere sono state sottoposte a gravi violenze sessuali proprio per aver assistito i feriti e hanno persino subito mutilazioni orrende. > Una delle dimensioni più radicali di questa sollevazione è stata la modalità > del lutto praticata dalle donne. Madri, figlie e sorelle delle vittime hanno > trasformato i rituali funebri in spazi di protesta. Il corpo femminile – > storicamente luogo di controllo e repressione – si è trasformato, in questi > rituali, in uno strumento di resistenza. Il lutto non era più la fine > dell’azione politica, ma il suo inizio. Accanto a queste esperienze, le donne hanno costruito reti orizzontali e fluide che collegavano case, ospedali, cimiteri, quartieri e spazi digitali – reti difficilmente reprimibili. Queste reti hanno mostrato che la politica non si svolge solo nelle strade, ma continua nella cura, nella narrazione e nella memoria. È qui che la politica si sposta dai centri del potere ai margini della vita: nelle case, negli ospedali, nei cimiteri e nelle reti invisibili della solidarietà. In questi spazi, la vita quotidiana stessa diventa un terreno di resistenza e i corpi si trasformano in portatori di memoria e di possibilità future. GUERRA ED ESPERIENZA VISSUTA DELLA SOCIETÀ Negli ultimi mesi, la guerra è entrata direttamente nel livello dell’esperienza vissuta della società: non come concetto geopolitico, ma come realtà corporea – nel suono delle esplosioni, nell’ansia che si sedimenta nei corpi e nelle continue fratture della vita quotidiana. La mancanza delle più elementari infrastrutture di protezione dei civili –dall’assenza di rifugi all’inefficienza dei sistemi di allerta – aggrava questa condizione. Allo stesso tempo, le interruzioni diffuse di internet, il controllo degli spazi urbani e la violenza ai posti di blocco mostrano come la logica della guerra venga tradotta nei dispositivi di governo. In questo contesto, la guerra opera non solo sul piano dello scontro militare, ma come espansione della sorveglianza, della limitazione e della riorganizzazione della vita sociale – dove i corpi diventano il primo luogo di esposizione alla violenza. Allo stesso tempo, emerge una condizione duale in alcune parti della società: una paura simultanea della continuazione della guerra, della morte e della sua fine. Per alcuni, un cessate il fuoco non rappresenta un’apertura, ma un ritorno a un ordine in cui le strutture della repressione, ormai consolidate, proseguono. Pertanto, la fine della guerra non coincide necessariamente con la fine della violenza vissuta. In una tale situazione, il soggetto sociale si trova sospeso tra due forme di violenza: incapace sia di accettare la continuità della condizione presente sia di riporre speranza nella sua conclusione. Questa sospensione limita l’immaginazione di una rottura reale e congela il tempo politico in un presente esteso e privo di orizzonte. Allo stesso tempo, la persistenza della guerra non può essere spiegata soltanto attraverso la logica militare, ma deve essere compresa come una modalità di governo interno del potere – una funzione che la sovranità stessa riconosce, riflessa in formulazioni come quella della “guerra come benedizione”. A differenza dei momenti di sollevazione, le reti di cura e di solidarietà non sono riuscite a trasformarsi in meccanismi stabili di sopravvivenza. La violenza continua, l’interruzione delle comunicazioni e la pressione securitaria hanno eroso i legami sociali, riportando la sopravvivenza a scale più ridotte: famiglie, relazioni prossime e iniziative disperse. In questo contesto, le donne funzionano come nodi dispersi della cura, rendendo possibile la continuità minima della vita – non attraverso forme di organizzazione estese, ma sul piano della riproduzione quotidiana dell’esistenza. In queste condizioni, la guerra trasforma non solo le infrastrutture materiali, ma anche le possibilità sociali della solidarietà, sottoponendole a processi di riorganizzazione. Di conseguenza, la politica della vita quotidiana appare meno come resistenza esplicita e più come gestione dell’attrito della sopravvivenza. Allo stesso tempo, la violenza della guerra si estende oltre i corpi umani: ecosistemi, risorse idriche e infrastrutture vitali diventano campi di conflitto, producendo effetti multilivello e di lungo periodo. Questa situazione mostra che la guerra nel mondo contemporaneo, come analizzato da Hardt e Negri, non è più un’eccezione, ma una componente strutturale dei dispositivi di governo, in cui sicurezza, economia e politica si intrecciano in un “regime di guerra”. In continuità con questa analisi, Sandro Mezzadra sottolinea la dissoluzione dei confini tra economia, logistica e guerra – un processo attraverso il quale la violenza si trasferisce direttamente nella vita quotidiana e negli ecosistemi. > Da questa prospettiva, la guerra non può essere intesa semplicemente come un > tentativo di risolvere la crisi, ma deve essere compresa come una modalità di > gestione e riproduzione della crisi stessa: un ordine che si perpetua > attraverso il disordine. In un tale contesto, una società già segnata da crisi economiche e repressione politica è sottoposta a una forma di erosione multilivello – materiale, affettiva e immaginativa. È proprio qui che si può parlare di un nesso tra guerra e nichilismo sociale: una condizione in cui gli orizzonti alternativi si indeboliscono e l’azione collettiva si riduce a reazioni frammentarie e limitate. Di conseguenza, la questione non può essere ridotta a una semplice presa di posizione etica – nel senso di un “no alla guerra” ma deve essere compresa nel quadro di un’analisi dei modi in cui la guerra viene prodotta, distribuita e governata. Ciò che è in gioco non è soltanto la negazione della guerra, ma la ridefinizione delle possibilità dell’azione collettiva all’interno di un ordine fondato sulla sua continuità. Tale possibilità emerge non da progetti predefiniti, ma da quelle stesse micro-forme disperse di solidarietà e da una ridefinizione del rapporto tra vita e potere – sebbene, nelle condizioni attuali, queste possibilità siano sottoposte a una pressione crescente. La copertina è di Richard Lemarchand (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Forme di vita tra sollevazione e guerra, oltre la rappresentazione proviene da DINAMOpress.
March 25, 2026
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ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto (PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia. I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra, come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro», intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di criminalizzare, escludere e nascondere. Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno, attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione: Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più grande della Grecia. (Intervista ad una attivista) 1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione dei diritti: Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della cosiddetta “massa migrante criminalizzata”. I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della migrazione. In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026, del Patto europeo su migrazione e asilo. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto. Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito AIDA, Place of detention, Greece Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe, 2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture. Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante” (Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione. Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale, la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e Degradanti Ludovica Mancini 11 Febbraio 2025 Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno 12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema amministrativo-burocratico. I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania, Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio. Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori, in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le persone detenute sono costrette da anni. 2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8, testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi igienici insufficienti e nessuna assistenza medica. Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero della fame: Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11 si legge nella loro dichiarazione. Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne. Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento, perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto. Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto, sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate, alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso, c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo. (Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto) Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12 la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica. Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018 fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un secondo fine: Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il giorno al telefono. (Intervista a Matt Broomfield) 14 Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali: Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno. L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato tipo metà del centro. (Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC) Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche. Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di personale, soprattutto medico. Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro. Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la negligenza medica e le condizioni disumane. Notizie/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI CORINTO Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC Chiara Spinnicchia 22 Marzo 2024 Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio, l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per indebolire la protesta. Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza. Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un ragazzo egiziano. Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy. Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso. Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava accadendo nel centro. Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse: molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno, dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione. 3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti, espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano di amplificarne le voci. Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di denuncia della violenza statale. La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto. Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù della causa. Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi vive e chi muore: Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire. (Intervista ad un dipendente del PRDC) La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire” esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios, trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte. L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica distorsione per chi lotta proprio per difenderli. Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che avvalorate – in nome del “diritto”. Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la morte è un diritto. La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un «attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come sofferenza legittima. Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate, considerate routine: Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per me. (Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC) Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”, svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura del detention center, proprio come le persone da cui prende origine. Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine, esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto. La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani. Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica: i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato. Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia; eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine. CONCLUSIONE Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e violenza sui corpi delle persone in movimento. Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni. Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il suo funzionamento ordinario. In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile. E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione sistematica. Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi li tollera non debba più essere disposto a farlo. Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva, consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria. Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta. Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali, sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare. Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che attraversano questo spazio di confine. 1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone, più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse – di legalizzare la sua presenza ↩︎ 2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎ 3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale 118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎ 4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939 ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A 111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati) ↩︎ 5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎ 6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎ 7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei “paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎ 8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5, pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”. FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎ 9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27 luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato di cancro, completamente ignorato. ↩︎ 10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di asilo, ottobre 2014 ↩︎ 11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎ 12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) ↩︎ 13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018), Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎ 14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎ 16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman (difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della detenzione ↩︎ 17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎ 18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione ↩︎ 19. Si legga il rapporto ↩︎ 20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team, 22 marzo 24) ↩︎ 21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes: The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence. Political Geography, 66, 161-170. ↩︎ 22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 – 990 ↩︎ 23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093 ↩︎
Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
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