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Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso
Può esistere una prospettiva di pace in Medio Oriente che non passi attraverso nuovi equilibri militari, spartizioni territoriali e accordi tra potenze? E può la democrazia nascere dalle comunità, dalle municipalità e dall’autorganizzazione delle donne, anziché essere concessa dall’alto? Sono queste le domande che hanno attraversato la conferenza internazionale «Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente», tenutasi il 17 ottobre a Torino. Un incontro che ha riunito rappresentanti politici e istituzionali, attiviste, esponenti dei movimenti democratici curdi e realtà della solidarietà internazionale, mettendo in relazione esperienze provenienti dalle quattro parti del Kurdistan. Una geografia politica attraversata da confini, guerre e repressione, ma anche da decenni di sperimentazione di nuove forme di convivenza. Realizzata con la collaborazione del Consiglio regionale del Piemonte e il patrocinio della Città di Torino, la città piemontese ha ospitato una giornata di studi promossa dall’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e dall’associazione alessandrina “Verso il Kurdistan”. Una partecipazione istituzionale che ha assunto un significato particolare nel momento in cui il processo di pace avviato in Turchia si confronta con la necessità di trasformare le dichiarazioni politiche in garanzie concrete. Ayşe Serra Bucak Küçük, co-sindaca della municipalità metropolitana di Amed (Diyarbakır), insiste sul ruolo delle amministrazioni locali nel processo di pace. I negoziati tra i vertici politici, per quanto necessari, non bastano. Senza un coinvolgimento diretto della società e senza un lavoro quotidiano nei territori, il rischio è che gli accordi rimangano soltanto sulla carta. È nelle municipalità, sostiene Küçük, che possono prendere forma nuovi spazi di partecipazione, dialogo e convivenza tra le diverse comunità. Nel progetto del confederalismo democratico, che attraversa il dibattito politico nelle quattro parti del Kurdistan, le municipalità occupano un ruolo centrale nella costruzione dell’autogoverno. È a livello locale che le diverse comunità culturali, linguistiche e religiose possono organizzare la propria convivenza, partecipare alle decisioni collettive e sviluppare pratiche di democrazia diretta. La prospettiva elaborata da Abdullah Öcalan affida così alle municipalità un ruolo fondamentale nella trasformazione dei rapporti sociali e politici, a partire dall’organizzazione della vita quotidiana. DA İMRALI, UN MESSAGGIO PER UNA PACE CHE NON SIA SOLTANTO SILENZIO DELLE ARMI A dare ulteriore profondità politica alla giornata è stato il messaggio inviato alla conferenza da Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-carcere turca di İmralı. Il leader curdo ha ribadito che la fine della lotta armata, pur rappresentando un passaggio storico, non può coincidere automaticamente con la costruzione della pace. La cessazione del conflitto deve accompagnarsi al superamento delle condizioni politiche, sociali e culturali che lo hanno generato: il riconoscimento dell’identità curda, la garanzia di un’eguale cittadinanza e la rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica. Un messaggio che si inserisce nel percorso aperto dal suo appello alla fine della lotta armata e che guarda al confederalismo democratico come una proposta e una soluzione per il Kurdistan, ma anche come a una possibile risposta alla crisi dell’intero Medio Oriente. Di fronte a un sistema regionale caratterizzato dalla militarizzazione, dall’autoritarismo e dalla competizione tra Stati, la proposta è quella di costruire una diversa architettura sociale, fondata sull’autonomia delle comunità, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra i popoli. SIRIA, IRAN, IRAQ. LA DEMOCRAZIA CONTRO L’ACCENTRAMENTO DEL POTERE È proprio la Siria ad aprire il primo confronto, dedicato al confederalismo democratico come possibile alternativa politica per il Medio Oriente. Sullo sfondo, l’accordo del 29 gennaio tra Damasco e le Forze democratiche siriane, che ha aperto una nuova fase nei rapporti tra le istituzioni centrali e le realtà autonome del Nord-Est. Ad aprire il confronto sulla Siria è Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est e tra le principali protagoniste del dialogo politico con Damasco. Il suo intervento si concentra sulle prospettive aperte dall’accordo del 29 gennaio e sulla necessità di costruire una Siria democratica e decentralizzata, capace di riconoscere la pluralità etnica, culturale e religiosa del Paese. Per Ahmed, il futuro della Siria passa attraverso il riconoscimento delle autonomie locali e la partecipazione delle diverse comunità alla costruzione di un nuovo assetto politico. Sul delicato rapporto con Damasco interviene anche Abdulkarim Sabri Omar, rappresentante dell’Amministrazione autonoma nella capitale siriana. Omar richiama l’attenzione sulle tendenze accentratrici del governo guidato da Ahmed al-Sharaa e sui rischi che queste comportano per il processo di dialogo. La concentrazione dei poteri nelle mani della nuova leadership siriana pone interrogativi concreti sul futuro delle istituzioni autonome e sulle possibilità di preservare le esperienze di autogoverno sviluppate nel Nord-Est del Paese durante gli anni della guerra. Il confronto si sposta poi verso il Rojhelat, il Kurdistan orientale, nei confini dell’Iran. Maryam Fathi, rappresentante in Europa della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR), affronta la condizione delle donne sotto la Repubblica islamica e il ruolo assunto dal movimento «Jin, Jiyan, Azadî» (Donna, Vita, Libertà) nelle mobilitazioni degli ultimi anni. Ehven Chiaco, esponente del Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), approfondisce la proposta politica della nazione democratica come prospettiva per il futuro dell’Iran. Il riconoscimento della pluralità dei popoli che abitano il Paese, l’autorganizzazione della società e la partecipazione delle comunità alle decisioni politiche costituiscono gli elementi centrali di un progetto che cerca di affrontare le radici dell’autoritarismo e della repressione. Lo sguardo si sposta a Şengal, nel nord dell’Iraq, territorio della comunità ezida colpita dal genocidio perpetrato dall’ISIS nell’agosto del 2014. Sabreen Khudhur Elias, rappresentante del movimento delle donne di Şengal, racconta il percorso di ricostruzione sociale e politica seguito al massacro e alla riduzione in schiavitù di migliaia di donne ezide. L’esperienza dell’autodifesa e dell’organizzazione autonoma delle donne ha assunto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della comunità, trasformando la sopravvivenza al genocidio in un percorso di partecipazione politica e di riappropriazione del proprio futuro. Ali Hussein Khaleel Awsu, attivista ecologista di Şengal, affronta le conseguenze ambientali e sociali lasciate dall’occupazione dell’ISIS e le difficoltà che accompagnano ancora oggi la ricostruzione del territorio. La devastazione provocata dalla guerra, lo sfollamento della popolazione e le tensioni legate al rapporto con le istituzioni irachene continuano a incidere sulla vita della comunità ezida. Nei suoi racconti trovano spazio anche le responsabilità della comunità internazionale durante il genocidio e le sfide che Şengal affronta nel tentativo di costruire un futuro fondato sull’autonomia e sulla sicurezza della propria popolazione. İMRALI E IL PROCESSO DI PACE: IL DIRITTO ALLA SPERANZA Il secondo momento della conferenza si concentra sulla Turchia e sulle possibilità aperte dal processo di pace. Un percorso che non può prescindere dalla condizione di Abdullah Öcalan e dal ruolo che può svolgere nella ricerca di una soluzione politica alla questione curda. La questione delle condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan viene affrontata da Mahmut Şakar, suo avvocato e co-presidente di MAF-DAD, associazione impegnata nella tutela dei diritti e della democrazia. Şakar ricostruisce il sistema di isolamento imposto al leader curdo nell’isola-carcere di İmralı, dove è detenuto dal febbraio 1999. Per dieci anni Öcalan è stato l’unico prigioniero dell’isola, trasformata dalle autorità turche in una struttura di massima sicurezza sottoposta a un imponente controllo militare. Le condizioni della sua detenzione e le restrizioni ai contatti con i legali e i familiari rappresentano uno dei nodi centrali del processo di pace, anche alla luce del ruolo politico assunto da Öcalan nell’apertura del dialogo con Ankara. Şakar richiama le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Öcalan. Nel 2005 la Corte riconobbe la violazione del diritto a un processo equo, mentre nel 2014 stabilì che la condanna all’ergastolo aggravato, priva di una prospettiva di liberazione, violava l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È il principio del diritto alla speranza, che impone agli Stati di prevedere una possibilità effettiva di riesame delle pene perpetue. La sua applicazione al caso Öcalan resta al centro delle rivendicazioni del movimento curdo e delle iniziative legali promosse dai suoi difensori. La vicenda richiama anche una responsabilità italiana. Il 1° ottobre 1999 il Tribunale civile di Roma riconobbe a Öcalan il diritto all’asilo politico ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione. La sentenza arrivò oltre sette mesi dopo la sua cattura in Kenya e il trasferimento forzato in Turchia, quando il leader curdo si trovava già detenuto a İmralı. Sul piano politico interviene Berdan Öztürk, deputato del Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza dei Popoli (DEM) alla Grande Assemblea nazionale turca. Il suo contributo riguarda il ruolo del partito nel processo di pace e nella costruzione di una società democratica, attraverso il confronto con le istituzioni turche e l’organizzazione politica delle comunità. La prospettiva della modernità democratica elaborata da Öcalan si confronta così con le condizioni concrete della Turchia, con le limitazioni alla partecipazione politica e con la necessità di tradurre il dialogo in trasformazioni legislative e istituzionali. Il ruolo dell’Europa viene approfondito da Eyyup Doru, rappresentante del DEM presso le istituzioni europee. Al centro del suo intervento ci sono le responsabilità dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, a partire dall’attuazione delle sentenze della Corte di Strasburgo e dal riconoscimento del diritto alla speranza. La posizione di Doru richiama la necessità di una pressione diplomatica capace di accompagnare il processo di pace e favorire le condizioni per una soluzione politica della questione curda. La libertà di Öcalan, il rispetto dei diritti democratici e il riconoscimento della rappresentanza politica curda restano questioni decisive nel confronto tra il movimento curdo e lo Stato turco. TESSERE UN NUOVO INTERNAZIONALISMO, OLTRE I CONFINI DEL KURDISTAN L’ultimo panel della conferenza, dedicato alla solidarietà internazionale e alla rivoluzione delle donne, affronta la possibilità di sviluppare il confederalismo democratico oltre i confini del Kurdistan, mettendo in relazione le esperienze del movimento curdo con le lotte sociali, ecologiste e femministe in altre parti del mondo. Jacopo Bindi e Ali Çiçek, entrambi dell’Accademia della Modernità Democratica (ADM), approfondiscono la prospettiva di un nuovo internazionalismo comunalista a partire dal paradigma politico elaborato da Abdullah Öcalan. La critica alla modernità capitalista, al sistema dello Stato-nazione e ai rapporti di dominio che attraversano la società contemporanea si accompagna alla ricerca di forme di organizzazione collettiva fondate sull’autonomia, sull’ecologia sociale e sulla liberazione delle donne. Nel loro contributo emerge la necessità di sviluppare questa prospettiva attraverso il confronto con i movimenti che, in diversi contesti geografici, cercano di costruire alternative al modello politico ed economico dominante. Nazan Üstündağ, sociologa e componente della rete Women Weaving the Future, porta la riflessione sul terreno delle relazioni tra i movimenti femministi. Al centro del suo intervento c’è l’esperienza della rivoluzione delle donne curde e il rapporto costruito negli anni con altre realtà di lotta, attraverso scambi, incontri e pratiche di solidarietà. Da questa esperienza prende forma la proposta di un confederalismo mondiale delle donne, fondato sulla costruzione di relazioni stabili tra organizzazioni femministe, sulla condivisione delle conoscenze e sullo sviluppo di pratiche comuni di resistenza. L’internazionalismo assume così una dimensione organizzativa concreta, attraverso la capacità dei movimenti di apprendere gli uni dagli altri e di costruire insieme nuove prospettive di emancipazione. LORENZO ORSETTI E IL SIGNIFICATO DI UNA SCELTA A chiudere la conferenza è Alessandro Orsetti, padre di Lorenzo, conosciuto in Rojava con il nome di battaglia Tekoşer Piling, internazionalista fiorentino ucciso dall’ISIS il 18 marzo 2019 durante la battaglia di Baghuz, mentre combatteva nelle Unità di protezione popolare (YPG). Alessandro ripercorre la scelta del figlio di partire per la Siria, il suo avvicinamento agli ideali della rivoluzione del Rojava e soprattutto il rapporto con le persone incontrate durante la sua esperienza. Nel suo racconto emerge il legame profondo che Lorenzo aveva sviluppato con quella società, con le donne e gli uomini impegnati nella costruzione dell’autonomia democratica e con il progetto politico che aveva scelto di condividere e difendere. Una scelta maturata attraverso la conoscenza diretta di una realtà nella quale riconosceva valori e aspirazioni che sentiva propri. La testimonianza di Alessandro restituisce alla solidarietà internazionale una dimensione profondamente umana, fatta di relazioni, responsabilità e scelte personali. Lorenzo aveva trovato in Rojava un’esperienza rivoluzionaria alla quale dedicare il proprio impegno, riconoscendo nella lotta del popolo curdo una prospettiva di emancipazione che riguardava anche il suo futuro e quello della società da cui proveniva. Il suo ricordo chiude la giornata di Torino, un confronto che ci lascia aperta soprattutto la questione delle condizioni concrete attraverso cui costruire la pace. Il futuro del processo avviato in Turchia, il riconoscimento dell’autonomia democratica in Siria e la possibilità di rafforzare le relazioni tra i movimenti internazionalisti dipenderanno dalle scelte politiche dei prossimi mesi e dalla capacità delle comunità coinvolte di incidere su queste trasformazioni. È su questo terreno che il confederalismo democratico continua a confrontarsi con le contraddizioni del Medio Oriente e con le aspirazioni di chi, dentro e fuori dal Kurdistan, lavora alla costruzione di una società democratica. Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
DINAMOpress
Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 22, 2026
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La vetrina del Campo largo
Ogni volta che in questo paese il livello del conflitto sociale si eleva al di sopra di sit-in, presidi e cortei cosiddetti pacifici attentando alla sicurezza di vetrine o di incassi giornalieri delle grandi catene commerciali o del lusso sfrontato esibito nei centri storici a uso e consumo di ricchi e turisti, il teatrino della politica e le “grandi” firme della stampa ci ripropongono sempre il solito spettacolo stantio e miserabile, che ben spiega le origini di quanto accade in questi giorni. Il Governo specula sul terreno della sicurezza, pratica che ha contraddistinto questo esecutivo sin dal primo giorno di questa legislatura: dall’approvazione del cosiddetto “decreto Rave”, con il quale ha battezzato la sua crociata contro le nuove generazioni, al decreto Caivano che ha aperto le porte dei carceri minorili a centinaia di under-18, ai due decreti sicurezza, con il conseguente inasprimento delle pene e l’introduzione del fermo preventivo e dello scudo penale per agenti di pubblica sicurezza, fino ad arrivare al cosiddetto decreto anti-maranza, con misure sul porto di armi bianche, sulla libertà di circolazione negli spazi pubblici e sull’immigrazione. > Una costruzione graduale del nemico (binomio giovani-migranti) seguita da > punizioni esemplari minacciate a suon di articoli del codice penale. Bulimia > legislativa, via decreto legge naturalmente, che non affronta minimamente la > questione, ma che, finora, ha pagato elettoralmente, mostrando il pugno duro > contro i teppisti della fantomatica alleanza propal-maranza. Non è andata diversamente questa volta, con i partiti di maggioranza occupati a rincorrersi nella gara a chi è più liberticida, dalle millantate cauzioni per i cortei (solo nella testa di Salvini, per ora) alle misure approvate ieri nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza che contempla l’estensione dei fermi preventivi ai minorenni, nuovi Daspo urbani, inasprimenti di pena e introduzione di nuovi reati. L’esibizione muscolare legislativa va a braccetto con le passerelle accanto ai letti di ospedale dove sono ricoverati gli eroi della nazione, chi non ha paura di compiere il proprio dovere per difendere la proprietà privata dai barbari. E via alle grandi strette di mano e ai selfie con le forze dell’ordine da parte di Meloni, ministri, sottosegretari. Law and Order, né più, né meno. E per finire, l’ultimo atto dello spettacolo prevede la richiesta alle opposizioni di «condannare le violenze, senza se e senza ma». Ed è qui che puntualmente succede qualcosa di non più sorprendente ma di inspiegabile sì: quasi l’intero cosiddetto campo largo ubbidisce. Si fa chiudere nell’angolo e nell’angolo ci resta, incapace di rispondere alla retorica sui maranza e sulla divisione in buoni e cattivi che legittima la svolta autoritaria imposta da questo Governo. Qualche volta, soprattutto in questa occasione, qualche coraggioso/a osa tentare di suggerire che questa violenza ha radici sociali, ma solo in ottica anche questa elettorale per attaccare Meloni. La domanda è semplice: perché? > Perché il campo largo non sposta il fuoco su quanto veramente di grave è > successo sabato e domenica (ma anche venerdì) ovvero le violenze delle forze > dell’ordine su, principalmente, giovani minorenni? È uno stato di diritto quello in cui i cortei, autorizzati fra l’altro, vengono spezzati e caricati selvaggiamente dai celerini? È accettabile che gli agenti si accaniscano con manganelli, pugni e calci su persone già immobilizzate? E i caroselli con i blindati in piazza Duomo che riportano alla memoria il G8 di Genova? Il fatto che nessun/a esponente del campo progressista (tranne Ilaria Salis) abbia compreso la gravità della situazione e abbia sentito la necessità di prendere parola sulle violenze della polizia è un fatto emblematico dell’inadeguatezza nel saper leggere la situazione sociale e la transizione di fase alla quale stiamo assistendo. Addirittura, invece, il sindaco di Milano ha chiesto più Polizia, rimanendo quindi, immaginiamo, soddisfatto dall’invio del Governo di 500 militari nelle strade del capoluogo meneghino (anche se non con funzioni di polizia giudiziaria, come nella prima bozza del decreto), e oggi parteciperà a un presidio (indetto dalla CGIL … ) letteralmente in difesa delle vetrine dei grandi marchi e in solidarietà con le forze dell’ordine. Nessuna analisi, minimamente autocritica, da parte di Sala, così come di altri sindaci “progressisti”, riguardo alla trasformazione violenta imposta alla città ormai in mano ai fondi immobiliari e preda della turistificazione. Una città inaccessibile a chi, con contratti sempre più poveri e precari, tiene in piedi l’economia metropolitana. Un classico esempio insomma di estrattivismo urbano che espelle il proprio corpo sociale non sufficientemente abbiente: una città vetrina ora finita, letteralmente, in frantumi. Non è infatti un caso che il conflitto sia esploso a Milano e Bologna, due città che hanno subito una rapida gentrificazione negli ultimi anni. Città, entrambe, in mano a giunte di centro sinistra, così come Torino, altra città protagonista in questi giorni, che non mostrano nessuna intenzione di invertire la rotta. Possibile che non vi sia alcuna assunzione di responsabilità? > In questa situazione, chiedere più poliziotti per tenere sotto controllo il > territorio e partecipare a manifestazioni di fatto contro i marginalizzati, > contro gli espulsi, è surreale, è andarsi a infilare in un tunnel senza > uscita. La ragione di questo riflesso pavloviano del campo largo è uno degli aspetti più problematici della questione: il terrore è la perdita del famoso voto al centro alle prossime elezioni, a colpi di editoriali borghesi perbenisti probabilmente già pronti nelle redazioni di “Repubblica” e “Corriere”. Ed è questo, alla fine, l’errore madornale che almeno in parte ci riguarda: così, le elezioni le opposizioni le perdono. Anni fa al piano elettorale, giusto o sbagliato che fosse, non avremmo forse dedicato tanta attenzione. Tuttavia, il paradigma ora è profondamente cambiato, il fascismo non è più solo alle porte, ma è già in casa, e parte dell’argine riguarda anche la prossima contesa elettorale. > Ampliando lo sguardo in Europa fra Francia, Berlino e Spagna e, soprattutto, > negli Stati Uniti, dovrebbe essere lampante che le lotte sull’affordability > (diritto alla casa, servizi sociali pubblici di qualità, costo della vita e > autodeterminazione della propria esistenza contro un ascensore sociale neanche > bloccato, ma in discesa) non solo sono giuste, ma anche elettoralmente > vincenti. Si tratta, in fondo, di scegliere da che parte stare senza ambiguità: i fondi immobiliari o le persone a basso reddito? La gentrificazione violenta o l’esproprio degli immobili dei grandi fondi, misura con cui la Linke ha vinto le elezioni a Berlino? Centri storici adibiti a parchi a tema per turisti o tetto degli affitti e limiti agli affitti brevi? La giunta Sala, con il modello Expo2015 esteso a tutta la città ha dato una risposta chiara sostituendo 400.000 abitanti in base alla classe, fuori il ceto medio-basso, dentro i ricchi; Gualtieri, col modello Giubileo e la sua “rigenerazione urbana”, ha dato le chiavi di importanti parti della città ai fondi immobiliari. Queste posizioni scollegate dalla realtà, dalle esistenze indegne che una fetta sempre maggiore della società è costretta a vivere, in questi anni sono state parti integranti del tappo che oggi sembra saltato. E se non serve a far capire che è imprescindibile un cambio di approccio e di proposta politica, Meloni va dritta verso la riconferma. > La famosa mobilitazione elettorale del referendum non si produrrà alle > prossime elezioni (figuriamoci convincere ulteriori indecisei/e) se le > opposizioni continueranno a essere timide e a difendere più le vetrine che i > corpi di chi scende in piazza a riprendersi quanto il neo-liberismo, anche in > salsa social-democratica, ha loro sottratto. Di fronte a questo tetro scenario è necessario da una parte alimentare i processi sociali contro l’impoverimento e contro il riarmo e la guerra che il Governo sta implementando, evitando che vada in porto l’isolamento e la repressione delle soggettività scese in piazza negli scorsi giorni che il Governo sta perseguendo. Dall’altra è irrinunciabile, in questa fase storica, incalzare il cosiddetto campo largo sulle tematiche sociali (diritto all’abitare e alla città in primis) e sulla strategia di confronto con il dissenso, tenendo bene a mente che la militarizzazione dello spazio pubblico è stato un processo cui il centro sinistra degli anni ’10 ha contribuito in modo fondamentale. Provando a vincolare il programma elettorale dal basso animando piazze le più ricompositive possibili e, alla fin dei conti, facendo un favore a chi altrimenti è destinato a una sconfitta certa. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo La vetrina del Campo largo proviene da DINAMOpress.
October 21, 2026
DINAMOpress
Donne che trasformano il lutto in memoria e la solidarietà in lotta
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → «Noi non vogliamo più questa vita, meglio morire mangiati dai pesci che dai vermi», canta Cheb Khaled, in una canzone intitolata El harraga, letteralmente “coloro che bruciano”. Il termine è usato soprattutto in Algeria, Marocco e Tunisia per indicare le persone che decidono di attraversare il mare per raggiungere l’Europa. Il “bruciare” si riferisce sia all’atto di bruciare i propri documenti d’identità per impedire l’identificazione e il rimpatrio, sia all’espressione simbolica di “bruciare” le frontiere, le tappe burocratiche e le distanze che separano il sud dal nord del Mediterraneo.  Sebbene solitamente si pensi che bruciare le frontiere sia “una cosa da uomini”, «Donne che bruciano le frontiere. Memorie e mobilitazioni nel mediterraneo», scritto da Silvia di Meo 1 (Astarte Edizioni, novembre 2026), ci racconta tutta un’altra storia. Il libro, infatti, è innanzitutto «un omaggio alla resistenza delle donne» (Di Meo, p. 283) che, lungi dall’essere semplici vittime “vulnerabili” da proteggere, figure infantilizzate dalle narrazioni umanitarie e securitarie che le descrivono come passive e spinte a muoversi solo in funzione degli uomini, sono invece soggettività autonome e complesse che mettono in pratica forme sia di lotta e resistenza che di cura e solidarietà, dando vita a mobilitazioni troppo spesso ignorate. > L’importanza di libri come questo, invece, sta proprio nel far emergere non > solo la “colonialità del genere” 2 ma anche le pratiche di resistenza che di > solito rischiano di passare inosservate 3.  Siwar N., una donna tunisina in migrazione, con cui l’autrice collabora, lo afferma chiaramente: «Bruciare le frontiere è una cosa da donne. Se guardi la mia vita lo capisci. Siamo noi che abbiamo questo compito» (p. 98). Siwar faceva parte di un gruppo di giovani donne della città di Zarzis che, accomunate dalla volontà di bruciare ciò che impediva loro di vivere una vita migliore, si definivano “le ragazze dell’harga” 4, che Silvia Di Meo incontrava alla Plage Sonia, in campagna o nel retro di una casa. Nel corso della sua ricerca sul campo – dal 2021 al 2025, tra Tunisia, confine libico-tunisino e Sicilia – l’autrice ha incontrato numerose donne di provenienza ed estrazione sociale diverse, con cui ha intessuto relazioni non solo di militanza politica, ma anche di amicizia e affetto, e sono le loro storie ad animare questo testo.  Rivendicando un’analisi etnografica decoloniale, fondata sullo “stare insieme” (p.15) e sul rifiuto di presentarsi come “neutrale”, la ricerca parte dalla consapevolezza del potere, insito nell’atto di scrivere, e del rischio di «chiudere ciò che invece resta sempre in movimento, come le persone che abitano queste pagine» (p. 12), ricordandoci invece che «creare e rafforzare affetti, anche nella ricerca, è un modo di decostruire il sistema che fa del Mediterraneo una zona coloniale» (p. 18). Se questa è quindi una ricerca in movimento, che segue da vicino le vite delle donne di cui ci racconta, le loro speranze e le loro gioie, inevitabilmente è una ricerca attraversata anche dalla disperazione, dalla rabbia e dalla morte. Le donne con cui collabora Silvia Di Meo sono soggettività multiple e complesse, piegate dalla violenza del confine ma che vi resistono, spesso per amore dei loro cari. Sono soprattutto madri, figlie, sorelle, parenti e amiche di persone in migrazione che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.  Murale “Martiri della frontiera” realizzato dalle madri e sorelle delle persone morte o scomparse alle frontiere. Palermo, giugno 2025 CommemorAzione delle madri e sorelle per i morti di frontiera. Palermo, giugno 2025 PH: Silvia Di Meo Questo libro è anche, infatti, un’accorata denuncia del sistema globale di gestione dei confini, che ne mette in evidenza le forme di violenza politica ed epistemica, ne smaschera la sottostante logica (neo)coloniale e necropolitica, impegnandosi a fare luce sulle conseguenze dirette di questo regime, ovvero le «morti e sparizioni di frontiera» (p. 35): decessi per violenza diretta da parte di guardie costiere e milizie, per annegamento nei naufragi, per mancanza di soccorso in mare, ma anche, purtroppo sempre più spesso, decessi per il trattenimento nei CPR.  L’autrice, però, allarga l’orizzonte, guardando anche alla continuità di una struttura che lega direttamente «la repressione dei movimenti migratori lungo le coste del Sud Europa alla devastazione di Gaza; la difesa dei confini alla negazione dei diritti del popolo palestinese; la sorveglianza armata in mare alla violenza strutturale tecnologica e militare» (p. 26). Sono proprio lo spazio e il tempo del Mar Mediterraneo, allora, ad essere protagonisti accanto alle soggettività che li abitano, li attraversano e vi agiscono. Un Mediterraneo «occupato» (p. 28) – come lo definisce Diane H., attivista ivoriana in migrazione a Sfax – che, a causa di militarizzazione, violenza e razzismo, è diventato non tanto cimitero quanto fossa comune (p. 42), in cui giacciono corpi (neri, razzializzati, poveri, femminili) che non hanno diritto nemmeno al lutto e al ricordo che, solitamente, si hanno almeno nei cimiteri.  Il Mediterraneo raccontato in questo libro, però, è allo stesso tempo quello che potrebbe diventare – grazie (anche) alle resistenze delle donne – uno spazio-tempo capace di «generare alleanze, famiglie altre, posizionamenti, possibilità di pensarsi in relazione, oltre le frontiere» (p. 23). Anzi, più precisamente, è lo spazio-tempo della Mer(e) Méditerranée: mer, in francese, viene pronunciato nello stesso modo di mère, madre e, giocando su questa assonanza, l’autrice rivendica uno «sguardo femminile e femminista» e un concetto di maternità politica, «che nomina, ricorda, brucia le frontiere» (p. 23), trasformando il lutto privato in memoria pubblica (p.45). La necessità e l’urgenza della pratica di ricerca messa in atto da queste donne, infatti, è legata all’importanza di una contro-memoria, di una narrazione collettiva e alternativa a quella “istituzionale”, la quale cancella le tracce di solidarietà, autodeterminazione e resistenza delle persone migranti, arrivando perfino a relegare all’oblio la loro stessa esistenza.  «Anche nella morte c’è un ordine razzista» (p.40), scrive Di Meo, e lo si vede proprio nella decisione su chi può essere pianto e chi no, su chi può essere sepolto secondo i riti funebri del proprio credo e chi no, su chi ha diritto ad essere ricordato e chi no: come sottolinea l’autrice, «spogliare una persona della possibilità di essere riconosciuta come tale anche nella morte significa annullarne la soggettività, cancellare la memoria della sua vita e le relazioni di cura che la sostenevano» (p. 42). Lalouma sulla spiaggia di Steccato di Cutro, cercando oggetti e tracce della madre deceduta nella strage. Cutro, marzo 2023 Bitou Touré e sua sorella Awa Touré in Tunisia, durante le proteste contro gli sfratti dagli alloggi per le persone migranti. Medenine, dicembre 2021 Jalila Taamallah, madre dei morti di frontiera Hedi e Mahdi Khenissi nel luogo di sepoltura dei figli. Menzel Bourguiba, maggio 2022 PH: Silvia Di Meo In quest’ottica, l’atto del nominare 5, del ridare un’identità e del ricordare coloro che si preferirebbe dimenticare, si conferma come un atto eminentemente politico, che incrina e sbugiarda la “memoria ufficiale”, volta spesso a deresponsabilizzare gli Stati e i governi e ad addossare la colpa ai singoli individui che scelgono di partire. «Dare un senso politico alle morti di frontiera», sostiene invece Di Meo, «significa sottrarle alla retorica della fatalità o della colpa individuale e restituirle al loro statuto reale: quello di eventi politici e strutturali […]» (p. 190).  Se la donna in migrazione che chiede asilo viene accettata solo se rappresenta «innocenza, innocuità, maternità» (p. 57), le madri di cui si parla in questo libro diventano protagoniste di rivendicazioni politiche e artefici di alleanze trans-nazionali, ad esempio nel caso dei contatti tra Las Madres delle persone desaparecidas dell’America Latina e le madri tunisine in lotta per i propri figli scomparsi nel Mediterraneo (pp. 246-252). Come scrivono le donne messicane in una lettera che hanno inviato alle donne del Mediterraneo, «Io non ho ancora trovato mio fratello, e molte di voi non hanno ancora trovato i propri cari. Ma ci siamo trovate tra noi e anche questa è speranza» (p. 249). Risignificando il ruolo di madre, rendendolo una posizione pubblica e politica, creando alleanze inattese, queste donne risignificano anche lo spazio domestico, il concetto di “famiglia” e il confine tra privato e pubblico.  Lo fanno attraverso un insieme di pratiche che includono non solo la poesia, la fotografia, la narrazione biografica, ma anche il cucito, i murales, i canti e le danze, la realizzazione di manufatti che diano materialità alla memoria, come per esempio il Lenzuolo della Memoria, realizzato nel maggio 2022 dalle madri tunisine della sartoria di FreeFemmes – Artigiane per la libertà di movimento che vi hanno cucito sopra i nomi delle persone care scomparse. La sartoria è diventata, quindi, uno spazio di vita e lotta femminile collettiva, e il cucito si è configurato come «strumento tramite cui condividere le esperienze dolorose e dialogare sulle strategie di sopravvivenza» (p. 231). Rania Ben Abdel Latif e Henda Ben Ali, sorella e madre di Wissem, morto in Italia dopo la detenzione in CPR e la contenzione, mostrano i suoi vestiti. Kebili, Tunisia, dicembre 2021 Ada indossa l’Abito della Libertà, realizzato dal collettivo di donnne FreeFemmes Artisanes pour la Liberté de Mouvement. Medenine, febbraio 2022 Oumaima Mrouki, sorella di Adem Mrouki, nella sua casa a Teboulba. Ottobre 2024 PH: Silvia Di Meo Sebbene anch’esso attraversato da tensioni e asimmetrie, manifestate nei racconti delle donne provenienti dall’Africa subsahariana sul modo in cui avevano subito discriminazioni razziste anche dalle stesse donne tunisine, il lavoro del ricamo, da semplice tecnica artigianale, è diventato strumento di emancipazione e critica politica, in cui «si condensa una politica della vita che resiste» (p. 266), fatta anche di emozioni mobilizzatrici, intese nel senso in cui Audre Lorde intendeva la rabbia: «la mia rabbia è sempre anche in parte un tributo alla memoria delle mie sorelle cadute […] La rabbia delle donne può portarci a conoscere le differenze, e così trasformarle in potere. […] La mia risposta al razzismo è la rabbia. Questa rabbia ha creato lacerazioni nella mia vita solo quando è rimasta inespressa, inutile a chiunque» 6.  Il grande merito del libro di Silvia Di Meo è di farsi testimone non solo di questa rabbia, ma anche delle altre emozioni, delle storie e delle azioni di tutte le donne che non si sono arrese, fornendoci uno strumento necessario ed estremamente utile per la ricerca accademica e per l’attivismo e la militanza politica, in cui spesso si rischia di reiterare quelle stesse forme di “colonialità del genere” che si vorrebbero evitare. Le lotte di Siwar, Bintou, Ada, Nadeje, Juelle, Oumaima, Mariama, Rania, Henda – le donne con cui l’autrice ha intessuto relazioni e amicizie, e che impariamo a conoscere anche noi tramite la lettura – e di tutte coloro che continuano a sperare, cercare e resistere, ci dimostrano che «senza la cura reciproca non c’è lotta» e che «la lotta serve, noi non possiamo dimenticare» (p. 161).  Gamra Reik e sua nipote Beya davanti al murale dedicato a Lazhar Chaieb, morto nel 2019 a Lampedusa. Sfax, maggio 2023 CommemorAzione a Tunisi delle famiglie, febbraio 2022 PH: Silvia Di Meo 1. Antropologa e ricercatrice, conduce le sue ricerche tra Sicilia, Tunisia e Libia ed è cofondatrice dell’associazione MEM.MED Memoria Mediterranea, che si occupa del supporto alle famiglie delle persone migranti nella ricerca dei corpi dei propri cari defunti o scomparsi nell’attraversamento del Mediterraneo ↩︎ 2. Cfr. Maria Lugones, Coloniality of gender, Worlds & Knowledges Otherwise, 2, 2008, pp.1-17 ↩︎ 3. Su questo tema è fondamentale anche il libro di Camille Schmoll, Le dannate del mare, Astarte, Pisa 2023 ↩︎ 4. Sull’harga si veda ad esempio la tesi di laurea di Cristina Baroni ↩︎ 5. Per comprendere i tentativi pratici e quotidiani di nominare e ricordare; segnaliamo anche l’intervista di Alessia Cesana a Silvia Di Meo su Altreconomia ↩︎ 6. Audre Lorde, Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo, Intervento di apertura del Convegno nazionale della Women’s Studies Association, Storrs, Connecticut, giugno 1981, in A. Lorde, Sorella Outsider, Meltemi 2022 ↩︎
Dal movimento studentesco ai Gilets Jeunes
Una nuova e giovanissima generazione meticcia, i Gilets Jeunes [giovani] sta sintetizzando e rilanciando tutte le ondate di lotta e i protagonisti degli anni precedenti, compresi i Gilets Jaunes [gialli], del resto ora redivivi in piazza. UN CICLO DECENNALE DI LOTTE Il movimento studentesco che da ormai più di tre settimane scuote la Francia non ha solo stravolto completamente il dibattito politico del paese, irrompendo senza invito al tavolo delle trattative intorno alla nuova, ennesima legge finanziaria lacrime-e-sangue, imponendo le sue priorità al governo e costringendolo a dei primi, timidi passi indietro. Esso costituisce soprattutto, e già fin d’ora, un passaggio storico: una tappa ulteriore all’interno del grande ciclo di lotte francesi iniziato nel 2016, innanzitutto, ma i cui effetti e significati si estendono tuttavia anche al di là di quest’ultimo per assumere i contorni di un evento propriamente generazionale. > Il primo, evidente elemento di novità a caratterizzare il movimento in corso è > che si tratta della prima, grande mobilitazione studentesca iniziata, trainata > ed egemonizzata dagli studenti racisés delle banlieues e delle zone più povere > del paese. Una nuova generazione di banlieusards si costituisce in soggetto > politico e si trascina dietro i coetanei bianchi, che non aspettavano altro. Il tutto avviene con una spontaneità disorientante, che spazza via decenni di difficoltà di comunicazione tra i due lati della linea del colore e che sembra più che altro un dato di fatto generazionale che aspettava solo di materializzarsi (ci torniamo dopo). Questa nuova, è il caso di dirlo, composizione politica dell’ultima generazione del proletariato racisé, ossia il suo presentarsi sulla scena politica come studenti, ha come primo effetto importante di disinnescare o meglio rendere visibile come tale il trattamento differenziato delle banlieue e dei suoi abitanti da parte delle forze dell’ordine –vale a dire il razzismo strutturale della polizia e i suoi metodi di matrice coloniale. La risposta feroce dell’apparato repressivo, che accumula a oggi quasi 8000 arresti, centinaia di feriti e diverse mutilazioni di studenti in larghissima parte minorenni (senza contare il già pesante bilancio del 17 Ottobre), è infatti tipica – pur se inedita nelle dimensioni – delle modalità di risposta poliziesche alle sommosse urbane (émeutes) delle banlieues, di solito giustificate tanto delle forze dell’ordine quanto dall’opinione pubblica francese come unica risposta possibile a movimenti prepolitici e nichilistici. In questa occasione, tuttavia, il fatto che si sia trattato come un émeute un movimento studentesco ha reso evidente il carattere schiettamente razzista della risposta poliziesca,  sollevando un coro di critiche persino dai settori più moderati della socialdemocrazia francese e costringendo il governo a vietare l’uso delle granate assordanti e a chiedere alle forze dell’ordine di essere più moderati nei loro interventi. > La violenza invisibile subita ogni giorno dalle banlieues è balzata così > improvvisamente sulle prime pagine di tutti i giornali, svelata e nominata > come tale. Pur se inaspettata nei tempi e nei modi, questa esplosione non viene dal nulla. Il movimento studentesco in corso è anzi un condensato esemplare delle lotte che lo hanno preceduto in questo ciclo. Da un lato, esso appare come l’esito ultimo di una straordinaria stratificazione di esperienze di soggettivazione politica di massa che hanno interessato i giovani francesi razzializzati nel giro di tre anni: le rivolte a seguito dell’assassinio di Nahel del 2023, il movimento pro-Palestina subito dopo e l’elezione di sindaci LFI cresciuti nelle comunità in questione. Dall’altro, il movimento si riferisce esplicitamente agli altri movimenti sociali di questi anni, dai Gilets Jaunes al movimento contro la riforma delle pensioni, incorporandone pratiche e linguaggi: dai primi, in particolare, esso riprende la natura autonoma rispetto a partiti e sindacati (i sindacati dei liceali, pur agendo come portavoce del movimento, sono largamente sovradeterminati dalla base) e la struttura orizzontale, diffusa e molecolare, nonché la pratica dei blocchi diffusi e delle manifestazioni selvagge. UNA CRITICA MATERIALE AL NEOLIBERALISMO Ma è soprattutto nelle sue rivendicazioni che il movimento non solo riassume le istanze delle piazze di questi anni, ma le porta a un grado ulteriore di elaborazione, producendone una sintesi più matura. Da un lato, infatti, esso si fa portavoce del rifiuto delle politiche di austerity, denunciando la distruzione dei servizi pubblici e la neoliberalizzazione della selezione universitaria e, a fortiori, dell’ingresso al mercato del lavoro, nonché l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali e la militarizzazione; dall’altro, espone il razzismo strutturale della società francese, di cui la violenza poliziesca non è che l’espressione più elementare. > Questo movimento soprattutto coglie le politiche di austerity e le > disuguaglianze in quanto forme di razzismo strutturale e quest’ultimo come > elemento centrale del neoliberalismo autoritario. Così facendo, il movimento dei liceali si muove infine in direzione di quell’unione da tempo ricercata tra le istanze del proletariato e delle classi medie impoverite bianche del paese, espresse dai Gilets Jaunes e dai movimenti sindacali, e le rivendicazioni portate in questi anni dalla popolazione racisée; e, in questo modo, si pone all’altezza della nuova configurazione politica assunta dal neoliberismo francese nel suo divenire autoritario, caratterizzata (come già notavamo qui) da una convergenza oggettiva col fascismo nella forma di un nuovo patto etno-razziale necessario al proseguimento delle politiche di austerity. Il tutto in una forma finalmente offensiva, che non ha aspettato l’ennesima riforma da contestare per partire all’attacco: un’altra novità significativa rispetto ai movimenti che lo hanno preceduto. GLI ELEMENTI DI NOVITÀ Come dicevamo, il movimento in corso non è tuttavia leggibile soltanto come sviluppo ulteriore del formidabile ciclo di lotte francesi apertosi nel 2016 con la contestazione della Loi Travail; esso segna anche l’ingresso definitivo della gen-z francese sulla scena politica, configurandosi come evento propriamente generazionale. Se è infatti certamente vero che i liceali avevano già preso parte alla grande mobilitazione contro la riforma delle pensioni del 2023, nonché alle rivolte seguite all’assassinio di Nahel dello stesso anno, questo movimento li vede però finalmente come protagonisti e come forza trainante; in questo movimento, la gen-z si presenta e si rappresenta insomma come tale. Non a caso, sono frequenti i rimandi simbolici (uno su tutti, la bandiera dei pirati ispirata da One Piece) alle altre sollevazioni della stessa generazione che hanno interessato negli ultimi anni molti paesi del mondo, in particolare nel sud-est asiatico. Ora, le caratteristiche  del movimento in corso che abbiamo analizzato sembrano poter essere ricondotte, almeno in parte, ad una tale dimensione generazionale. Non è forse un caso, in altre parole, che la giunzione politica tra popolazione francese racisée e bianca si presenti come dato di fatto proprio della generazione che ha conosciuto solo Macron come presidente e che, come effetto diretto della sua agenda neoliberale e dell’impoverimento generale che ha prodotto, soprattutto nelle classi medie bianche, si ritrova a essere la generazione socialmente più meticcia della storia del paese. > Per gli stessi motivi, non sorprende che sia proprio questa generazione, che > non può che percepire neoliberali e fascisti come un unico blocco di potere, a > formulare il primo attacco frontale al neoliberismo autoritario alla francese. Al netto delle specificità della società francese, soprattutto per quanto riguarda la storia coloniale del paese, forte è del resto la tentazione di cogliere in queste caratteristiche una prefigurazione della forma e delle rivendicazioni che l’attivismo della nuova generazione assumerà in Occidente nei prossimi anni. Un ulteriore elemento di novità del movimento in corso è il suo rapporto con il partito della sinistra di rottura e con i sindacati. Il primo ha preso immediatamente la forma di una dialettica virtuosa e, per fortuna, nettamente sbilanciata in favore dell’autonomia del movimento. Se infatti da un lato la France Insoumise esce rafforzata dalla sequenza poiché è riuscita a porsi con successo come referente istituzionale e cassa di risonanza di un movimento il cui sostegno è largamente maggioritario nel paese, per altro incorporandone nel programma alcune rivendicazioni. > Molto più interessante è l’uso che il movimento ha saputo fare del partito, e > in particolare dei suoi sindaci neoeletti: e cioè come strumento di autodifesa > e tutela rispetto alle violenze della polizia e di allargamento del proprio > spazio autonomo di agibilità politica. Le scene ormai celebri di sindaci insoumis che si frappongono letteralmente tra polizia e manifestanti dimostrano così in una maniera che difficilmente avrebbe potuto essere più efficace quanto scrivevamo su queste pagine pochi mesi fa, ossia che i nuovi sindaci rappresentavano «avamposti insieme difensivi e offensivi contro l’avanzata fascista, la svolta autoritaria dello Stato e il razzismo strutturale della République». Con buona pace di media e partiti di destra e del governo, che hanno passato le ultime settimane ad accusare LFI e i suoi «proxy di estrema sinistra» (e si noti il gergo militare) di aver sobillato e organizzato il movimento, è insomma piuttosto quest’ultimo a usare il partito per i suoi propri fini. La forza espressa dal movimento è poi riuscita finora a dettare ai sindacati il calendario delle mobilitazioni, rovescando il rapporto di forza mortifero che aveva caratterizzato in larga parte il movimento contro la riforma delle pensioni. In piena negoziazione intorno alla nuova legge finanziaria, e avendo già annunciato una giornata di mobilitazione a novembre completamente slegata dal movimento studentesco, i sindacati dell’educazione si sono trovati costretti dalla spinta delle basi a dichiarare due giornate di sciopero nel giro di una settimana, assecondando così le richieste dei liceali. UNA CONVERGENZA COMPLESSA A fronte di tutto questo, la giornata del 17 Ottobre segna per il movimento un ulteriore, e vertiginoso, salto di qualità. La scommessa di una convergenza con una nuova, possibile riapparizione dei Gilets Jaunes è riuscita ogni oltre aspettativa, con esiti pre-insurrezionali (paragonabili solo ai primi atti dei Gilets Jaunes, anche se con numeri e intensità superiori) in quasi tutte le grandi città francesi. L’imponente dispositivo poliziesco, composto da 5000 agenti solo nella capitale, è stato completamente travolto da una massa di circa un milione di manifestanti che ha ovunque rifiutato di sottostare agli esigui percorsi autorizzati dalle prefetture per prendere letteralmente il controllo dei centri cittadini, attaccando le forze dell’ordine, le sedi del potere statale,  i negozi di lusso e i supermercati. Una rivolta generalizzata e gioiosa ha finalmente trovato il modo di rispondere alle inaudite violenze poliziesche dell’ultimo mese. Al contempo, le straordinarie piazze del 17 hanno mostrato tutta la complessità di una tale convergenza. Certo, si è assistito effettivamente a un ritorno in piazza assieme agli studenti di vecchi militanti dei Gilets Jaunes storici e, almeno in parte, del pezzo di paese di cui quel movimento era stato espressione (principalmente, le classi medie impoverite e popolari delle zone periurbane). Ben più significativo è tuttavia constatare che, molto più che ritrovare i vecchi Gilets Jaunes, i giovani e giovanissimi hanno indossato loro stessi il gilet giallo, raccogliendo il testimone lasciato da quel movimento. I nuovi Gilets Jeunes sono molto più giovani dei loro fratelli maggiori, nonché molto più razzializzati. Essi ne riprendono l’assenza di struttura e le pratiche e sono in grado di esprimere una potenza d’attacco senza precedenti recenti nella storia del paese. Ma, soprattutto, articolano una critica globale al neoliberismo macronista e al suo mondo fatto di disuguaglianze monumentali, razzismo, guerre e catastrofi ecologiche. > Il 17 Ottobre segna insomma il salto di qualità che rende il movimento > studentesco un vero e proprio movimento sociale, in grado di rappresentare ed > esprimere la rabbia immensa di un’intera nuova generazione di francesi e di > ispirare, come si è visto in questi giorni in Italia, Belgio e Albania, i > coetanei in tutta Europa. I prossimi giorni diranno se il movimento sarà in grado di riprodursi in altre giornate di questa ampiezza e potenza, nonché di resistere alla prevedibile ondata di repressione che gli si rovescerà contro (con già più di duemila arresti nella giornata di ieri). A tal proposito, il ministro degli interni Nuñez ha per altro presentato le sue dimissioni a seguito del clamoroso fallimento della gestione dell’ordine pubblico nella giornata, causato anche da una totale sottovalutazione del numero dei manifestanti previsti: dimissioni altrettanto clamorosamente rifiutate da Macron, prova ulteriore – se mai ce ne fosse stato bisogno – della sua sconnessione radicale dalla realtà del paese. La prossima giornata di mobilitazione sindacale, a cui gli studenti hanno già aderito e che era stata chiamata prima della giornata di ieri, è prevista per il 5 Novembre, mentre alcune organizzazioni di Gilets Jaunes annunciano un atto II del movimento il 24 Ottobre. Al netto di queste considerazioni, però, il movimento ha già tracciato chiaramente il cammino per navigare i mesi che ci separano dalle elezioni presidenziali: quella di un movimento autonomo in grado al contempo di sostenere la sinistra di rottura, dettare a quest’ultima le sue priorità e travalicarne largamente i limiti, ossia di imporre e consolidare un dualismo di potere in grado di farsi potenza costituente. Immagine di copertina pagina facebook della CGT Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Dal movimento studentesco ai Gilets Jeunes proviene da DINAMOpress.
October 20, 2026
DINAMOpress
Un lago che combatte contro la speculazione
Vi ricordate quando spuntò un lago sulla Prenestina? La vicenda che vide la forza di eventi naturali vincere davanti a profitto e affarismo dei palazzinari rimarrà memorabile per tutta la città di Roma. Anni dopo quell’evento, continua la battaglia per la difesa del Lago Bullicante e perchè l’intera zona dell’ex Snia diventi monumento naturale. Nonostante l’enorme sostegno popolare che il progetto del lago ha sempre avuto, incombe ancora la minaccia del costruttore Puccini, che detiene una ampia area e che negli anni a più riprese ha proposto interventi in ottica di cementificazione, dalla logistica allo studentato. Le istituzioni preposte non hanno ancora avuto il coraggio di fare l’unica cosa necessaria, ossia un esproprio che permetta di appropriarsi di un bene comune e che garantisca a chi vive in una delle zone più cementificate di Roma di poter godere di una isola verde, anche per ripararsi da estati sempre più insopportabili. Domenica la lotta per il Lago Bullicante torna a mobilitarsi. Appuntamento alle h. 11.00 Abbiamo qui raccolto gli articoli più importanti che abbiamo scritto negli ultimi anni a sostegno di questa battaglia. VALENTINELLI: «LA RETE ECOLOGICA VA AMPLIATA E POTENZIATA» Un appello firmato da molte lotte territoriali e associazioni chiede l’ampliamento della rete ecologica del Piano regolatore. Ne abbiamo parlato con Alessandra Valentinelli del Forum Territoriale Parco delle Energie, impegnato nella difesa delle aree della Ex-Snia e del Lago Bullicante EX-SNIA: LE RUSPE NON POSSONO SRADICARE UN SOGNO Da giorni intorno al lago dell’Acqua Bullicante sono in azione le ruspe del proprietario per sradicare la natura che è cresciuta intorno ai ruderi dell’ex-fabbrica Snia Viscosa. La comunità che da anni si batte per la difesa del parco e del lago chiede di fermare il massacro della natura e che sia finalmente espropriata l’intera area e inserito il lago fra le acque demaniali EX-SNIA MONUMENTO NATURALE, MA IL LAGO CONTINUA A COMBATTERE Dopo 25 anni di lotte un primo risultato è stato raggiunto, ma non basta per mettere al sicuro l’intera area che circonda il lago Bullicante. Il territorio non si arrende e continua a battersi per ottenere l’esproprio di tutta l’area e la realizzazione di un grande parco Tutte le immagine di Ex-Snia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Un lago che combatte contro la speculazione proviene da DINAMOpress.
October 17, 2026
DINAMOpress
Francia: verso il 17 ottobre
Durante le mobilitazioni del 2018 contro la riforma dell’educazione, mentre molti studenti esprimevano impazienza di fronte a un mancato allargamento delle proteste, i quadri sindacali e di partito che venivano a fare formazione nelle facoltà occupate rilevavano positivamente la ripresa della politicizzazione giovanile, di una frazione della classe che stava reimparando strumenti e tecniche, linguaggi, e a misurare i rapporti di forza; una classe de lutte come intitolava un film collettivo del 1969. Se i partiti della sinistra tradizionale non brillano per radicalità e connessione sentimentale, di fronte al livello di conflittualità e di coscienza espresso dalle nuove generazioni è però evidente che quella lettura cogliesse un processo reale. EFFETTI DEL REGIME NEOLIBERALE Passati quasi dieci anni da quella riforma, che è stata la più importante riforma dell’educazione durante i mandati presidenziali di Emmanuel Macron, è una nuova generazione di studenti ad aprire la fase terminale di questo periodo mediocre e grottesco. > Una generazione cresciuta nel periodo di maggior aggressività del neoliberismo > francese (iniziato appunto con la nomina di Macron al Ministero dell’Economia > da parte di François Hollande nel 2014, e segnato dal movimento dei Gilet > Gialli nel 2018), e che si confronta oggi con i risultati di quelle politiche > nella sua vita quotidiana. Oltre al regime di controllo basato sul merito e la competizione creato da Parcoursup, è la qualità delle infrastrutture scolastiche a essersi degradata a causa della riduzione dei finanziamenti, di pari passo con il peggioramento generale dei servizi pubblici e del salario sociale. Una delle rivendicazioni principali è un piano di intervento per il rinnovamento degli edifici insalubri e vetusti, per la sicurezza e per garantire temperature accettabili durante i periodi climatici più difficili, sempre più frequenti nella fase attuale di cambiamento climatico. Posizioni, assieme a quelle contro il divieto degli smartphone o sulle giornate scolastiche eccessivamente lunghe (8h-18h), che ricordano quelle dell’ambientalismo del lavoro italiano degli anni ’60, in cui la classe operaia rivendicava il controllo delle condizioni ambientali nei luoghi di lavoro e la possibilità di incidere su ritmi, cicli di lavoro e tecnologie attraverso i consigli di fabbrica. Altrettanti legami si potrebbero ricostruire con le lotte per la liberazione della riproduzione sociale, o – ancora più immediati, vista la geografia delle mobilitazioni – con le lotte antirazziste e decoloniali. > A livello più generale, i caratteri potenzialmente insurrezionali che sta > assumendo la situazione francese in questo autunno sono il risultato della > coincidenza di un tempo locale su scala nazionale – fabbricato e scandito da > un passato recente di conflitti -, e di un tempo globale – la trasformazione > del neoliberismo in regime di guerra. La Francia è uno snodo cruciale del sistema capitalistico occidentale, non è quindi un caso che il picco di malcontento e di repressione all’interno coincida con l’esaurimento del ciclo di accumulazione a egemonia occidentale su scala internazionale, ma non vi era nessuna necessità storica che la classe arrivasse nelle condizioni di cogliere l’occasione offerta dalla crisi. Foto CGT LES JEUNES ASPETTANDO LES JAUNES Questo è stato reso possibile prima di tutto dalle trasformazioni qualitative interne ai movimenti sociali. Anche se i conflitti aperti dalle mobilitazioni spontanee o sindacali degli ultimi anni sono state difensive, in opposizione all’attivismo riformatore dei governi, e non hanno mai riportato un significativo avanzamento delle condizioni di vita, hanno tuttavia vinto la battaglia del consenso sul lungo periodo, mentre il potere non ha mai riportato una vittoria decisiva in grado di rompere il loro crescendo. > La richiesta di riforme radicali in un settore sociale veniva puntualmente > rielaborato e riappariva, qualitativamente trasformato e potenziato, nella > riappropriazione da parte del soggetto che, nella specifica congiuntura > successiva, si trovava a esercitare un’egemonia transitoria nelle > rivendicazioni e nelle pratiche. Il dégagismo dei Gilet Gialli non aveva la capacità propositiva mostrata dagli studenti in queste settimane, nelle cui parole d’ordine riappare il termine rivoluzione, che certamente è impiegato in una concezione vaga e astratta, ma risponde a un sentire comune che va oltre sia i richiami folcloristici, settari o dogmatici, sia la citazione parodica della ghigliottina e del 1789 dei Gilets Jaunes. Sembra trattarsi piuttosto di un’attrazione verso livelli di radicalità e di trasformazione che la socialdemocrazia ha rimosso dalle sue possibilità, espressa da una generazione che non pone limiti al proprio orizzonte politico, perché per chi appartiene a questa generazione è autoevidente che una nuova fase mondiale si è aperta, in cui la grande maggioranza di chi si affaccia al mondo adulto ha pochissimo da perdere. L’aggravarsi delle contraddizioni ecosociali comporta così uno spostamento degli spazi pratici e ideologici verso le estremità dello spettro politico, un movimento che è flagrante nella gioventù politicizzata, e che si esprime anche nelle crisi e nelle sconfitte delle socialdemocrazie, in Europa come in America Latina. Foto CGT LA LOTTA, LA TEORIA E LA CLASSE In questo decennio di mobilitazioni in cui si inserisce il movimento studentesco, l’identificazione di classe è implicita ma costantemente all’opera, e si dà prima di tutto in negativo e si definisce attraverso avversari comuni nelle strade, negli scioperi e nel senso comune, senza poggiare su una lettura ideologica in grado di definirne gli obiettivi rispetto a un metodo e a una teoria. Questa condizione di debolezza teorica sembra essere meno grave per la sinistra francese rispetto ad altri paesi perché nella sua storia, fin dalle sue origini nel socialismo utopista (quello che Lenin chiamò terza fonte del marxismo), le necessità della pratica e della lotta politica tendono a prevalere sulla teoria. > La ripetizione della pratica conflittuale del soggetto frammentato ed > eterogeneo della classe rende sempre più evidente come la soddisfazione di > ogni singola rivendicazione (dalla riforma e il disarmo della polizia alle > scuole e le università, dalle pensioni alla pianificazione ecologica) sia > necessariamente condizionata dalla trasformazione totale del modello > socio-economico. In questo affermarsi di un programma trasformativo attraverso la reiterazione di una pratica contestatrice, lo Stato diventa il terreno di una saldatura possibile dei diversi movimenti sociali, e questo può avvenire per almeno tre motivi. Innanzitutto, queste mobilitazioni hanno riconosciuto nei governi nominati da Macron il motore delle riforme neoliberali (che più che altrove sono state imposte attraverso strumenti legislativi e governativi), individuando nello Stato lo strumento necessario alla redistribuzione delle risorse (come avvenuto con il Front Populaire) e a una forma più democratica di rappresentanza politica (come durante la Commune). Questa conoscenza è stata poi socializzata da intellettuali e militanti, anche attraverso i social e i media indipendenti, superando la dimensione che Gramsci definiva “corporativa”, costruendo un’egemonia morale e intellettuale all’interno della classe. Foto CGT LE GENERAZIONI MIGRANTI Altro elemento che rende possibile questa saldatura è la riappropriazione di un ideale nazional-popolare da parte di una gioventù di origine immigrata, finora esclusa dal corpo politico, e che invece adesso si identifica in un progetto di società nazionale di rottura rispetto al modello antropologico neoliberale (ciò che vale sia per la generazione Z che per l’appello alla manifestazione del 17 ottobre da parte dei Gilet Gialli, che a differenza del 2018 parte anche da frange del proletariato di origine immigrata). Un elemento che favorisce anche forme spontanee e intuitive, ma reali, di internazionalismo, come il sostegno alla resistenza palestinese. Infine, terza condizione è l’esistenza di una rappresentanza partitica e sindacale che permette di non arretrare nello scontro per il consenso e di armonizzare le parole d’ordine. In questo senso, se vogliamo comparare la sinistra francese, che è probabilmente la più avanzata sul continente in questo momento, con la sinistra italiana, nell’ottica di un allargamento all’Italia di una contestazione al neoliberismo che è già internazionale, la differenza decisiva sta molto meno nella qualità dei movimenti (pur con tutte le differenze fra Paesi con storie, economie e demografie molto diverse) e nel trattamento mediatico della realtà (il regime di propaganda e la programmatica falsificazione della realtà da parte dei mass media sono all’opera anche in Francia), che piuttosto nell’assenza di una rappresentanza che traduca le rivendicazioni sociali in proposta politica, nell’inettitudine di chi fa politica di mestiere e avrebbe il compito di trovare risposte alle contraddizioni che una società esprime. > La France Insoumise è per adesso in condizione di arrivare al secondo turno > delle elezioni perché ha continuamente scommesso sulla sedimentazione delle > idee e delle pratiche di resistenza, sulla maturazione di classe > dell’opposizione alle riforme neoliberali. Malgrado si trovi in un conflitto > aperto con la quasi totalità dell’apparato politico e del sistema mediatico, > il partito oggi sembra essersi rafforzato, e la conquista del governo è un > orizzonte che appare possibile e desiderato a molti, soprattutto tra le fasce > più giovani della popolazione. Dalle crisi se ne può uscire par le haut o par le bas, e se una parte importante di questa scelta la Francia dovrà prenderla nelle elezioni di primavera, già i prossimi giorni saranno decisivi, con un appello di mobilitazione dei Gilet Gialli previsto per il 17 ottobre, otto anni dopo la più violenta contestazione alla presidenza Macron, che iniziò dalla tassa sul carbone che fece aumentare i costi dei carburanti. Difficile prevedere se il movimento sia definitivamente rifluito, se la sua rabbia abbia ceduto alla rassegnazione nelle zone rurali e periurbane sempre più isolate dal centro e abbandonate dai servizi pubblici, dove la propaganda razzista delle televisioni trova le migliori condizioni per diffondersi. I tratti peculiari e inediti della situazione attuale espongono ogni ipotesi sul futuro al rischio di limitare le potenzialità del movimento sociale, così come ogni paragone storico rischia di essere una scusa per neutralizzare la rabbia con la nostalgia. Se però da più parti è stato rievocato il ’68 non è per costruire un parallelo storico sulle condizioni dell’azione e sui suoi possibili sbocchi, ma perché – spesso proprio a scuola di quell’evento la generazione Z ne ha appreso gli eventi determinanti, il verificarsi di una mobilitazione di massa studentesca, l’internazionalizzazione della contestazione; e perché, in quella che fu l’ultima volta che vacillò e arretrò il capitale europeo, le consegne erano le stesse delle prossime settimane: l’unità della classe lavoratrice con la classe studentesca. Immagine di copertina e dentro l’articolo dalla pagina facebook della CGT Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. 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October 16, 2026
DINAMOpress
La complicata transizione nella Siria del Nord-Est
La dogana è affollata. In coda, osserviamo i lavoratori agli sportelli. Fate attenzione a cosa dite», ci è stato comunicato la sera prima. «C’è confusione. Non si sa chi è con noi e chi è con il governo. Non si conoscono le procedure, perché al momento non ci sono. Potrebbe volerci un po’ prima che vi lascino passare». Scrutiamo i volti che ci circondano, cercando in uno sguardo gentile e vivo la traccia di un pensiero rivoluzionario. PASSAGGIO DI FRONTIERA Siamo al confine tra Siria e Iraq. Abbiamo passato i controlli delle autorità di frontiera irachene, stiamo aspettando il visto che ci permetterà di entrare in quella che era conosciuta come Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est, DAANES. Il territorio della DAANES corrispondeva a circa un terzo della Siria, un’area liberata nel corso della Rivoluzione del Rojava dal controllo del regime di Assad prima e dello Stato Islamico poi, in una guerra durata fino al 2019. In questo territorio rivoluzionari e rivoluzionarie del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dal leader Abdullah Öcalan, sono da anni implicati nella costruzione di una società libera dal sistema capitalista e statalista. Fino a qualche mese fa, una volta superati i controlli di frontiera iracheni ad accoglierti in Siria c’erano compagne e compagni, felici di aprire le porte della propria terra a internazionalisti, solidali, giornalisti. Oggi, gli spazi vengono condivisi con inviati del Governo di Transizione Siriano sotto la guida di Hay’at Tahrir al-Sham, HTS, l’organizzazione discendente di Al-Quaeda che nel dicembre 2024 rovesciò con una guerra lampo il regime di Assad. La presenza di inviati governativi fa parte di un più ampio processo di integrazione tra DAANES e Governo di Transizione Siriano. A seguito di un’offensiva iniziata nel gennaio 2026 da HTS, con la connivenza delle potenze occidentali e l’aperto supporto della Turchia, l’Amministrazione Autonoma ha perso un’ampia parte del suo territorio. Il 29 gennaio 2026 è stato firmato un accordo tra le Forze Democratiche Siriane, organizzazione militare di difesa della DAANES, e il Governo di Transizione Siriano. Con questo accordo, legato a un più ampio cambiamento della strategia del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dalla volontà di spostare il terreno del conflitto da un piano militare a uno politico, è iniziata l’integrazione delle strutture dell’Amministrazione Autonoma nello Stato siriano. AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA Le problematiche di questa fase sono fortemente sentite dalla popolazione curda e dai militanti del Movimento. «Tutto è aumentato, anche il pane costa il doppio», lamenta Beritan. Grazie al processo è stata liberata da una prigione turca a Sere Kaniye, zona occupata dalla Turchia che sta tornando sotto la sovranità dello Stato siriano. Oggi vive a Jinwar, il villaggio delle donne, modello di organizzazione autonoma e economia cooperativa. Per molte famiglie, l’aumento del costo della vita è un aspetto centrale del processo di integrazione. Il carovita è legato all’aumento del prezzo del petrolio. Mentre prima l’estrazione di petrolio veniva utilizzata per il fabbisogno energetico della popolazione, l’accordo con il governo stabilisce che solo una piccola parte venga utilizzata a questo fine, e non è certo che esso stia venendo rispettato. Di fatto, l’esportazione del petrolio sta privando la popolazione di una risorsa fondamentale e portando a un aumento generale del costo della vita. Un’altra causa è la perdita di terre comuni, come ci spiega Beritan: «Avevamo delle terre che coltivavamo in modo comunitario, anche per supportare le Forze Democratiche Siriane. Se ora con l’integrazione delle forze militari queste terre vanno al governo, perderemo una parte della nostra autonomia alimentare. La mentalità dello Stato vuole accaparrare tutto per sé, per questo dobbiamo costruire e rafforzare un modello opposto, in cui la terra sia di tutti e venga gestita insieme». Beritan dà una chiara voce ai sentimenti che in forme diverse abbiamo sentito nelle nostre visite alle famiglie nelle aree rurali attorno a Qamishlo: «Il processo non è all’altezza dei nostri martiri e di quattordici anni di guerra. Abbiamo dato così tanti martiri per questo?». Nonostante tutto, rimane convinta che la pace sia “la giusta via”, una pace di cui la lotta, aggiunge, è l’elemento principale. LA DIFESA DELL’ESISTENZA CURDA Un altro terreno di scontro rispetto alle politiche del governo centrale è l’utilizzo della lingua curda nell’istruzione. Durante i nostri pochi giorni in Rojava ci sono stati diversi scioperi nelle scuole della regione e una grande manifestazione a Qamishlo in difesa della lingua curda. Con il ritorno del sistema scolastico statale, il governo ha inserito il curdo come materia di studio a scuola e la possibilità di avere alcune materie in curdo, mentre altre, in particolare le materie scientifiche, sono in arabo o inglese. «Il nostro popolo non l’ha accettato», afferma fieramente Zilan, madre di tre figli. Ci racconta che suo figlio è stato picchiato a scuola per aver parlato curdo e che non avere la possibilità di tutto il curriculum in curdo comporterebbe dei passi indietro rispetto ai progressi ottenuti durante la rivoluzione. «Perché mio figlio dovrebbe imparare l’inglese se non conosce la propria lingua madre?», si chiede, come molte altre famiglie. IL PRINCIPIO DELLA LIBERAZIONE DELLE DONNE La rivoluzione del Rojava viene spesso descritta come la rivoluzione delle donne. L’AANES è stata costruita su questa base, con il principio dell’autonomia, ovvero la costruzione di istituzioni di donne che possano rappresentarne gli interessi a livello politico e della co-presidenza, ovvero della pari rappresentazione di uomini e donne nelle posizioni di leadership. Nel quadro del processo di integrazione, il ruolo centrale delle donne non sta venendo sufficientemente riconosciuto a livello istituzionale. Deniz, militante del Movimento delle Donne, ci spiega: «Nella proposta di costituzione non si parla della libertà delle donne. Nelle municipalità il governo sceglie come rappresentanti ufficiali solo gli uomini. Abbiamo deciso di non accettare questa situazione e organizzato una delegazione per affrontare la questione con i rappresentanti e i consigli delle municipalità. In alcune città abbiamo avuto successo ed è aumentato il numero di donne nel consiglio». La mentalità patriarcale del governo di transizione si riflette anche nelle difficoltà a integrare le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, all’interno di strutture statali. «Non sono state accettate come esercito femminile. Negli ultimi incontri sono state accettate come parte delle forze di polizia, ma non è ancora stata trovata una formulazione comune con il governo». D’altra parte, ufficializzarsi non è un obiettivo condiviso da tutte le strutture autonome: «l’ufficializzazione può anche essere un limite, noi siamo un movimento. Ci basta la nostra forza ideologica». Deniz sottolinea che «il movimento delle donne è più sotto attacco che mai», ma è certa che attraverso la lotta le donne possano raggiungere i propri obiettivi. La possibilità di unione con donne arabe, alevite, druse è un punto di forza della nuova fase. Deniz crede che il Movimento delle Donne Curde possa dare speranza e ispirazione alle donne della regione, e impulso per una lotta comune. CAMBIARE PER ANDARE AVANTI Il processo di integrazione è un importante campo di lotta, ma non l’unico. Come dice Deniz: «Dopo tutta questa lotta non possiamo chinare la testa. È necessario organizzare la società. Ovunque, dobbiamo organizzare comuni». L’aspetto del riconoscimento istituzionale, ci dice citando Abdullah Öcalan, non è che una piccola parte, il 10%, della lotta. Il 90% deve consistere nell’organizzare la società. Zelal, giovane militante, attiva nella costruzione di una cooperativa di giovani donne nella campagna di Derik, riconosce il dolore che gli attacchi di gennaio hanno causato al proprio popolo, ma vede anche che essi «hanno rafforzato e mostrato più fortemente la contraddizione tra Stato e comune», e che attualmente «il popolo può di nuovo comprendere la realtà dello Stato» e la necessità di organizzarsi. La sua energia riflette la speranza e le possibilità insite nella fase attuale. Difficoltà e contraddizioni restituiscono il quadro di una rivoluzione vivente, di un processo in evoluzione. Una fase si sta chiudendo, un’altra si sta aprendo, attraverso discussioni e sessioni di critica e autocritica di militanti e società, in un fermento di idee e ricerca di soluzioni. Il Rojava non è, e non è mai stato, un’utopia cristallizzata, fuori dal tempo e dallo spazio, ma un corpo in movimento, in corsa verso un orizzonte di libertà. Senza riposo, con la consapevolezza che solo con lo sforzo si può costruire un mondo diverso. E’ forse proprio questa tensione verso il cambiamento e la libertà, la natura di una rivoluzione. Immagine di copertina di Duncan Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 15, 2026
DINAMOpress
Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno
Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non. Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto. Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico. LE NUVOLE NON STANNO IN CIELO Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici. La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone. [immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png] Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente. Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione. Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno. > Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo > hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la > Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030. Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti. IL CIELO SOPRA L’ITALIA Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica». Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali. Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti. > Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che > richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto > a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di > megaWatt di potenza annua per una singola istanza. A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto. La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato. A CHI VANNO LE FETTE DI TORTA? Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista. In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti. > Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale > vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia > essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio > giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, > ma non l’ideologia di fondo. Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona. MA POI, A COSA SERVONO TUTTI QUESTI CENTRI SUPERPOTENTI? SONO DAVVERO COSÌ ESSENZIALI? A CHI? Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali. Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale? > Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la > digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze > programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, > che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro. Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte? GRANELLI DI SABBIA NEGLI INGRANAGGI Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale. Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali. > Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche > sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo > europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante > altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono > oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e > militare. In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense. Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+. Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio. Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni. RHO, 3 OTTOBRE 2026 Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano. Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito. Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti. Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech. Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia: Giovanna Sissa, Le emissioni segrete Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale) Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management) la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026 Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.
October 9, 2026
DINAMOpress
Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze
Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono, la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e respingimenti. Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una pressione continua sulle persone in movimento. “OCCHI SU CEUTA”: LA SITUAZIONE È DISUMANA Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese successivo, ora rimane ben poco nelle cronache. La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico.  Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così come tutto ciò che ne consegue. Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel tentativo di raggiungere la costa.  Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è «risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione. Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta.  Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989.  Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia, emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a tornare a vivere in strada. Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce all’interno del sistema. Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose.  È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di accoglienza temporanea). Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni casi, anche da cittadini di Ceuta.  Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità. Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi. Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima costante di violenza e minaccia: «O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo». Testimonianza SGOMBERI E DEPORTAZIONI ILLEGALI DI GRUPPO Negli ultimi giorni, il 4 e 5 ottobre, la polizia spagnola ha sgomberato gli accampamenti sulla spiaggia di El Trampolín. Le forze armate hanno costretto le persone a radunarsi e a rimanere sedute per terra per ore, per poi caricarle su autobus diretti verso il confine con il Marocco, senza fornire informazioni sulle ragioni dell’operazione, sui loro diritti e sulle modalità del trasferimento.  Le persone prelevate, inoltre, non erano state precedentemente identificate né registrate e non hanno avuto la possibilità di esercitare il proprio diritto a chiedere asilo. In una giornata segnata da forte tensione e violenza, circa 1.000 persone sono state condotte oltre il confine, in Marocco; le altre sono state lasciate in città e si sono trovate a cercare un nuovo posto in cui sistemarsi. Le immagini video realizzate durante quelle ore mostrano anche alcune persone attraversare la frontiera a piedi, in quello che viene presentato come un gesto «volontario». No Name Kitchen è rimasta al confine per ore, monitorando e documentando la situazione 2.  Nei video si vedono gli autobus arrivare dalla spiaggia di El Trampolín e, successivamente, piccoli gruppi di cinque persone alla volta accompagnati attraverso una porta. Qui la polizia fornisce, in tre minuti, una spiegazione sommaria della situazione, senza la presenza di interpreti né legali; negli stessi tre minuti, i componenti del gruppo devono decidere se rimanere o tornare in Marocco. Tre minuti non possono essere considerati un tempo adeguato per ottemperare all’obbligo di informazione, fornire in una lingua comprensibile indicazioni complete sulle procedure per la richiesta di asilo e permettere a ciascuna persona di comprendere le proprie possibilità. Tanto più considerando che, secondo quanto previsto dalla legge, ogni situazione dovrebbe essere valutata individualmente, tenendo conto delle specifiche circostanze personali.  Quanto osservato sembra invece configurarsi come una procedura collettiva, nella quale non è possibile verificare quali informazioni vengano effettivamente fornite dalla polizia durante quei pochi minuti. In questo contesto, è necessario interrogarsi sulle condizioni in cui viene compiuta una scelta che le autorità presentano come libera e sulla possibilità che le persone abbiano realmente ricevuto tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione consapevole. Il dubbio è ancora più rilevante alla luce della gestione complessiva della presenza delle persone in movimento a Ceuta, che sembra portare le persone allo stremo delle proprie forze, fino a spingerle a rinunciare alla possibilità di rimanere e chiedere protezione. Le testimonianze raccolte raccontano inoltre di trasferimenti forzati una volta raggiunto il territorio marocchino, con persone prelevate e trasferite direttamente verso il sud del Paese. Già nel mese precedente si erano verificate operazioni analoghe, condotte più o meno nell’ombra e senza una procedura individuale, come descritto nel rapporto di agosto, di cui riportiamo una testimonianza: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Reportage e inchieste/Confini e frontiere CEUTA: MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA RAZZISTA E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Un reportage scritto sul campo, attraversato dalle testimonianze delle persone che vivono e resistono alla frontiera Giulia Stella Ingallina 7 Settembre 2026 Sono dei primi giorni di ottobre anche i video che mostrano persone in fuga mentre cercano di sottrarsi alla polizia e ai trasferimenti forzati. Alcune corrono verso il mare per raggiungere a nuoto un altro tratto della costa spagnola, mentre le autorità le inseguono, utilizzando anche quelle che, dalle immagini, sembrerebbero armi da fuoco. Considerate nel loro insieme, queste operazioni assumono le caratteristiche di trasferimenti collettivi verso il Marocco e sollevano seri interrogativi rispetto al diritto di chiedere asilo e al principio di non-refoulement. La questione appare ancora più grave nel caso di minori e donne, che hanno subito lo stesso trattamento.  La sistematicità di queste operazioni sembra inoltre inserirsi in una più ampia gestione dello spazio urbano orientata a rimuovere progressivamente gli accampamenti e la presenza delle persone in movimento dalla città. L’operazione del 4 e 5 ottobre è avvenuta a pochi giorni dalla visita di re Felipe VI e della regina Letizia, prevista per il 13 ottobre, rendendo significativa la coincidenza tra la rimozione degli accampamenti e la preparazione della città all’arrivo dei reali.  Ma quelle condizioni di abbandono esistono e renderle invisibili non significa farle scomparire: significa soltanto cancellarne le tracce dallo spazio pubblico, in nome del decoro, mentre migliaia di persone continuano a vivere nelle stesse condizioni. VIOLENZE ESTREME, FINO A CONFIGURARE TORTURA: LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL Il 30 settembre Amnesty International ha pubblicato gli esiti di un’inchiesta condotta a Ceuta dal 10 al 15 settembre 3. L’organizzazione ha raccolto 22 testimonianze dirette di violenze da parte dei militari e 65 interviste, tra cui quelle di 31 minori e 26 donne, due delle quali incinte. Tra le pratiche denunciate, insulti e minacce sono all’ordine del giorno e della notte, così come le aggressioni fisiche. I segni dei manganelli restano sui corpi, con lividi e ferite anche in punti particolarmente sensibili, come la testa. Ci sono persone aggredite mentre dormono, colpite alla schiena, prese a calci, minacciate, private del cibo o sottoposte all’uso di spray urticanti. Un ragazzo denuncia anche l’utilizzo di armi bianche da parte delle autorità: «Non va bene! Perché in certe zone hanno iniziato ad accoltellare la gente. Mi trovavo proprio in uno di quei quartieri quando un tizio è stato accoltellato alla spalla e alla schiena! E meno male che quella notte siamo riusciti a scappare.» Testimonianza Un altro racconta di non essere riuscito a camminare per 25 giorni dopo essere stato svegliato, aggredito e poi spinto giù dall’Eremo di San Antonio, nei pressi del quale stava dormendo prima dell’attacco. Alla prevaricazione della forza si accompagnano richieste umilianti. Un ragazzo riferisce di essere stato obbligato da un militare a inginocchiarsi davanti a lui prima di essere picchiato. In altri racconti, ragazzi sono stati costretti a radersi i capelli oppure a inginocchiarsi e baciare una croce cristiana nonostante la propria fede musulmana. Gesti che sembrano avere come unico scopo l’affermazione della forza, del potere e del controllo sull’altro, ridotto a un corpo da dominare e umiliare. La violenza non si limita così a infliggere dolore, ma colpisce la dignità e la percezione di sé. Altre percosse sono state precedute dall’immobilizzazione del corpo. Alcune persone riportano di essere state legate con fascette ai polsi, i cui segni sono rimasti impressi sulla pelle. Un ragazzo racconta di essere stato legato e gettato nel bagagliaio di un’automobile.  Quando lo hanno tirato fuori, gli hanno imbavagliato la bocca e gli hanno sbattuto il volto contro un albero, prima di buttarlo giù da un terrapieno. Un racconto di violenza estrema che, per la sua gravità, non può essere ridotto alla definizione di «abuso» o «uso eccessivo della forza»: episodi di questo tipo possono configurare tortura. La violenza assume forme specifiche anche nei confronti delle donne. Amnesty International ha raccolto testimonianze di insulti e abusi a sfondo sessuale, rivolti anche a donne incinte. Tra questi, quello rivolto da un militare a una donna: «Come fai a non essere capace di prendere la tua spazzatura se sei stata capace di aprire le gambe». Secondo i dati del Consiglio Generale della Magistratura, sono state avviate 37 indagini per violenze sessuali: 28 risultano ancora aperte, mentre 8 sono state archiviate provvisoriamente. Le vittime complessive sono 39, di cui 38 donne e un uomo, e 14 minorenni. Questa violenza verbale e fisica, con finalità intimidatorie e di «castigo», si inserisce in un clima di crescente ostilità, alimentato da una retorica pubblica che presenta la presenza migrante come una minaccia. Espressioni come «invasori» o «devono essere cacciati» hanno trovato ampia diffusione nel dibattito pubblico, sui media e sui social network. Amnesty riporta i dati dell’OBERAXE, che confermano l’intensificazione dell’odio razzista e xenofobo, aumentato ad agosto di circa il 76% rispetto al mese precedente. La retorica stigmatizzante colpisce anche chi presta assistenza o denuncia le violazioni dei diritti. Le organizzazioni impegnate nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità hanno riferito di insulti, molestie e ostacoli nello svolgimento delle attività. Il 12 settembre, un veicolo militare ha bloccato per circa due ore l’ingresso della sede di No Name Kitchen, ostacolando la distribuzione quotidiana di cibo.  Il 20 settembre, l’attivista Rafa Borrego, l’avvocata per i diritti umani Sofía Cánovas e la deputata di Ceuta Julia Ferreras sono stati aggrediti al porto di Ceuta da alcuni manifestanti, in un contesto di crescente ostilità nei confronti di ONG e attivisti impegnati nell’assistenza alla popolazione migrante. Il quadro restituito dall’inchiesta di Amnesty International è quello di una violenza che attraversa Ceuta nella sua totalità, non solo nell’uso della forza e nel trauma di un singolo momento, ma nel suo esercizio come strumento di dominio, controllo e umiliazione.  Attraverso il corpo, la violenza afferma una gerarchia, ricordando continuamente a chi la subisce chi può comandare, chi può colpire, chi può decidere dove dormire o quando muoversi. Una pratica che si ripete nello spazio pubblico e che, attraverso la sua sistematicità e il silenzio che la circonda, finisce per diventare parte della quotidianità. NEGARE IL DIRITTO D’ASILO, LASCIARE NEL LIMBO Un altro elemento emerso dall’analisi della situazione e dalle testimonianze raccolte riguarda la difficoltà, e in alcuni casi l’impossibilità, di accedere alla procedura di protezione internazionale. Anche persone entrate a Ceuta ben prima del 30 luglio raccontano gli ostacoli incontrati nell’accesso al diritto d’asilo, quando ancora non era stata dichiarata alcuna situazione di «emergenza». Tra le testimonianze raccolte da Amnesty International vi sono quelle di persone provenienti da Paesi in situazione di conflitto, come Yemen e Somalia.  Questo mostra come, sebbene tutte le persone abbiano il diritto di accedere alla procedura, gli ostacoli riguardino anche chi proviene da Paesi non considerati «sicuri». In diversi casi, le procedure non erano ancora state avviate; le persone non erano state sottoposte alla valutazione delle eventuali vulnerabilità, prevista con l’entrata in vigore del Regolamento Screening il 12 giugno, né avevano ricevuto informazioni adeguate sulle procedure a cui avrebbero potuto accedere. Particolarmente grave è la testimonianza di tre cittadini yemeniti espulsi da Ceuta. Uno di loro, 34 anni, era entrato nell’enclave spagnola alla fine di giugno e, dopo essere stato soccorso dalla Croce Rossa, era stato accompagnato al CETI. A causa della mancanza di posti, tuttavia, non era stato accolto nel centro ed era stato costretto a trascorrere le notti nascondendosi nella foresta, come ancora oggi fanno molte delle persone presenti sul territorio. Sei giorni dopo, quando era tornato in città alla ricerca di cibo, era stato fermato dai militari insieme ad altre circa settanta persone. Sarebbe stato poi picchiato e caricato su un mezzo militare diretto verso la frontiera. Nonostante avesse gridato per manifestare la propria volontà di chiedere asilo e avesse mostrato il passaporto yemenita, il documento sarebbe stato ignorato e gettato a terra dalle autorità. L’uomo è quindi stato deportato e consegnato, insieme alle altre persone, alla polizia marocchina. Una simile condotta non si limita dunque a negare, nei fatti, l’accesso alla procedura d’asilo, ma può configurare una violazione del principio di non-refoulement quando il respingimento avviene senza una valutazione individuale del caso e dei rischi specifici cui la persona potrebbe essere esposta nel Paese verso cui viene rinviata. Altre testimonianze raccontano gli ostacoli incontrati nel tentativo di ottenere un minimo di protezione, per poi, in alcuni casi, andare incontro a trattamenti ancora peggiori. La storia di un ragazzo può riassumere quella di molte delle persone incontrate. Dopo essere entrato a Ceuta, ha trascorso settimane per strada, cambiando ogni tre o quattro giorni il luogo in cui dormiva e cercando gli spazi più nascosti e sicuri per evitare di essere trovato e picchiato dalla polizia, cosa che accadeva comunque con frequenza. Quando hanno iniziato a circolare le informazioni sull’apertura, e poi sull’aumento dei posti letto, di un campo di accoglienza nei pressi dell’ospedale, ha cominciato a dormire nelle sue vicinanze, monitorando la situazione. Con il passare dei giorni, le persone in attesa all’esterno sono diventate sempre più numerose. Entrare nel campo, inizialmente guardato con sospetto per il timore che potesse trattarsi di un centro di pre-rimpatrio, anche a causa della sua vicinanza al confine, è diventato progressivamente l’unica speranza per sottrarsi alla violenza sempre più presente nelle strade. Dopo diversi giorni di attesa, a metà settembre il ragazzo è riuscito a ottenere un posto nel campo, inizialmente senza che venisse avviata alcuna procedura. Nei giorni successivi racconta di essere stato accompagnato dalla polizia per quella che si ipotizzava fosse la registrazione della domanda d’asilo, visto che ne aveva già da tempo manifestato la volontà. Al termine dell’incontro, tuttavia, non gli è stato consegnato alcun documento, né vi è stata alcuna formalizzazione o spiegazione chiara sui passaggi successivi. Uscito dall’incontro ancora più confuso, ha cercato informazioni sulla procedura d’asilo attraverso i volontari, riferendo di aver percepito una forte pressione verso l’ipotesi del ritorno volontario. Non era quindi chiaro quale procedura fosse effettivamente in corso, né quale fosse la sua posizione. A un certo punto, tuttavia, gli è stato comunicato, sempre e solo a voce, che sarebbe stato ascoltato da una commissione nell’aprile 2027, a circa sette mesi di distanza: «Ho l’impressione che qui stiamo solo perdendo tempo e che alla fine ci respingeranno. Avremo perso un anno della nostra vita, durante il quale abbiamo persino perso la nostra dignità, capisci? Molti ragazzi stanno tornando in Marocco, sono stanchi. Anche le persone che erano in giro nascoste, le hanno portate in città ma hanno respinto la loro richiesta di asilo. Qui abbiamo solo sprecato tempo e salute.» Testimonianza LA STRATEGIA DELLO SFINIMENTO Le quotidiane molestie e violenze di natura razzista e xenofoba sembrano produrre l’effetto di logorare progressivamente la salute psicologica delle persone, portandole verso un limite di sopportazione sempre più difficile da sostenere. Si va dagli impedimenti più banali alla vita quotidiana, come la difficoltà nel farsi la doccia, reperire articoli per l’igiene personale e vestiti puliti, all’impossibilità di dormire perché continuamente svegliate a colpi dagli agenti di polizia. Anche l’accesso al cibo e all’acqua potabile risulta problematico, tra la quantità insufficiente distribuita dalle organizzazioni umanitarie e l’impossibilità, in alcuni casi, di entrare nei negozi e nei supermercati.  L’accesso a questi luoghi è infatti presidiato dalle autorità che, attraverso identificazioni aggressive e forme di profilazione razziale basate sul colore della pelle e sull’abbigliamento, decidono arbitrariamente chi può entrare. Una pratica che non riguarda soltanto le persone in movimento, ma anche cittadini di Ceuta con origini marocchine. A questo si aggiunge l’abbandono per mesi delle persone negli insediamenti sulle spiagge di Benítez e El Trampolín, nelle Naves del Tarajal, nelle aree periferiche del CETI, nel centro equestre La Hípica de Ceuta, nei terreni adiacenti alla moschea di Sidi Embarek e in altre zone della città, dalla foresta ai quartieri periferici di Loma Colmenar ed El Príncipe. A rendere ancora più grave questa condizione è la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Dopo essere state ferite o esposte a condizioni insalubri, le persone incontrano difficoltà nell’accesso alle cure. Sono state raccolte testimonianze di discriminazioni e commenti razzisti e xenofobi rivolti ad alcune persone in movimento che si recavano all’Ospedale Universitario di Ceuta, con casi in cui sarebbero state costrette ad attendere all’esterno del pronto soccorso.  Persone con ferite aperte alla testa hanno riferito di aver atteso per molte ore in strada prima di ricevere cure, subendo nel frattempo anche molestie da parte dell’esercito che pattugliava l’area. Amnesty International ha inoltre raccolto la testimonianza di un uomo in sedia a rotelle, con gravi ferite alle caviglie, alle braccia e al busto dopo essere stato spinto da alcuni soldati da un’altezza superiore ai sei metri. Secondo quanto riferito, non gli sarebbe stata nemmeno effettuata una radiografia, ma soltanto applicata una benda d’emergenza. Si delinea così una condizione fatta di violenze strutturali e sistemiche, impedimenti alla vita quotidiana, pressione psicologica, paura e minaccia. Da alcune settimane, inoltre, gli agenti avrebbero iniziato a utilizzare mascherine sanitarie durante le ronde finalizzate a individuare e picchiare le persone.  Alla luce della diffusione di video che documentano le violenze, l’utilizzo delle mascherine sembra avere l’obiettivo di impedire il riconoscimento degli agenti, in contrasto con l’obbligo di identificazione previsto per le autorità pubbliche in divisa. Questo espediente diventa alienante anche per chi subisce le violenze: l’agente non è più riconoscibile come persona, ma soltanto come una divisa che si impone sul corpo di chi la subisce, rendendo ancora più difficile qualsiasi possibilità di appello a un’umanità comune. I trattamenti descritti, crudeli, disumani e degradanti, sembrano dunque rispondere a un modello, come emerge anche dalle parole riportate da Amnesty International: «Abbiamo ordini affinché non si sentano a loro agio», avrebbe detto un ufficiale militare per giustificare identificazioni e molestie nei confronti delle persone in movimento. Quella che sembra essere in atto a Ceuta è una strategia dello sfinimento. Di fronte a una situazione che dovrebbe essere affrontata attraverso gli strumenti previsti dalle norme di tutela e dal diritto d’asilo, le autorità arrivano, all’opposto, a disumanizzare le persone e a compiere gesti estremi, che per le loro modalità possono configurare forme di tortura, fino a spingerle al limite della sopportazione. Attraverso una pressione continua, sembra che l’effetto sia quello di esaurire le forze e la capacità di resistere delle persone, fino a spingerle ad abbandonare la volontà di rivendicare i propri diritti in Europa e a scegliere di tornare «volontariamente» in Marocco. Una strategia che sembra riuscire, in alcuni casi, a produrre proprio quell’effetto: «Qui non c’è niente di buono; ho iniziato a sentire che sto perdendo me stesso. Sento che il mio tempo qui è finito, forse tornerò in Marocco». Testimonianza LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUL DIVIETO DI TORTURA E DI TRATTAMENTO INUMANO O DEGRADANTE La situazione che emerge oggi a Ceuta solleva una questione più ampia, relativa agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, in particolare, dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ripreso dalla Carta di Nizza all’articolo 4, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. A livello internazionale, lo stesso principio trova una formulazione specifica nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che definisce la tortura come: «Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine […] di intimorirla o di far pressione su di lei […] o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o col suo consenso espresso o tacito. […]» Nel tempo, la giurisprudenza ha interpretato la norma estendendone l’applicazione, oltre che alle forme più evidenti di violenza, anche a condizioni capaci di ledere la dignità e l’integrità della persona.  Nella valutazione assumono rilievo la durata della condotta e i suoi effetti fisici e mentali, così come il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima. Possono inoltre essere considerati la premeditazione, lo scopo perseguito e l’eventuale volontà di umiliare o avvilire la persona.  Nella sentenza Taştan c. Turchia 4, infatti, la Corte di Strasburgo ha ritenuto rilevante quest’ultimo elemento, precisando che l’umiliazione non deve necessariamente essere pubblica, ma è sufficiente che sia percepita come tale dalla vittima. A Ceuta, le testimonianze raccolte parlano di persone picchiate, immobilizzate, minacciate, private del cibo, sottoposte a umiliazioni e, in alcuni casi, a violenze estreme. È dunque alla luce dell’articolo 3 che occorre interrogarsi sul limite oltre il quale l’esercizio della forza e il trattamento riservato a una persona diventano incompatibili con la sua dignità, valutando sia le singole aggressioni sia le modalità con cui si producono nel contesto complessivo. La violazione dell’articolo 3 può infatti riguardare anche le condizioni complessive nelle quali una persona viene lasciata vivere e la mancata protezione da parte delle autorità. Un precedente significativo è Khan c. Francia 5, relativo alla situazione di un minore straniero non accompagnato che viveva nella cosiddetta Jungle di Calais.  La sentenza mostra come gli obblighi derivanti dalla norma non si esauriscano nel dovere dello Stato di non maltrattare una persona, ma possano comprendere anche un obbligo positivo di proteggerla quando si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. È questo il parametro attraverso cui interrogare la responsabilità dello Stato: a Ceuta, ancor prima delle violenze e delle pessime condizioni materiali in cui migliaia di persone sono costrette a vivere, viene meno l’obbligo di protezione.  Minori non accompagnati, donne e altre persone vulnerabili continuano a vivere per strada e, invece di trovare presa in carico e protezione, incontrano nello spazio pubblico controllo, minacce, percosse e umiliazioni, oltre al rischio di essere allontanate e trasferite. Bisogna, in questo senso, prendere in considerazione anche il principio di non-refoulement che, proprio sotto il profilo dell’articolo 3, costituisce un limite all’azione dello Stato: una persona non può essere trasferita qualora esistano motivi per ritenere che, nel Paese di destinazione, possa essere esposta a violenze.  Tra i precedenti più significativi vi è Hamed c. Austria 6, nel quale la Corte ha ritenuto che l’espulsione verso la Somalia avrebbe comportato una violazione dell’articolo 3, e Hirsi Jamaa e altri c. Italia 7, nel quale ha ribadito che anche di fronte alla pressione degli arrivi e alla complessità della gestione delle frontiere lo Stato non è sollevato dai propri obblighi, sottolineando anche il divieto di trasferimento senza una valutazione individuale della situazione e dell’eventuale rischio. Questo principio assume una rilevanza particolare a Ceuta, dove persone in movimento vengono allontanate verso il Marocco in forma collettiva e senza una valutazione dei rischi cui potrebbero essere singolarmente esposte. Il margine di discrezionalità dello Stato incontra dunque un limite nell’articolo 3, in quanto disposizione priva di eccezioni e non suscettibile di deroga, neppure in circostanze eccezionali, comprese quelle legate alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata o alla sicurezza nazionale. La Corte ha più volte ribadito il carattere assoluto del divieto e l’impossibilità di bilanciarlo con altri interessi dello Stato. È proprio alla luce di questo principio che occorre interrogarsi su quanto accade a Ceuta: l’eccezionalità del numero degli ingressi, la difficoltà della gestione o le esigenze di sicurezza non possono giustificare comportamenti violenti, degradanti o inumani, né l’assenza di protezione nei confronti di persone vulnerabili. La questione, quindi, non è soltanto stabilire se una singola aggressione abbia oltrepassato la soglia dell’articolo 3, ma allargare lo sguardo a ciò che accade quando violenza, umiliazione, abbandono e mancata protezione diventano elementi ricorrenti di un sistema di gestione che, invece di garantire protezione e accesso ai diritti, produce paura, precarietà e sfinimento. È proprio su questo che dovrebbe misurarsi la responsabilità dello Stato: sulla capacità di garantire che, anche alle frontiere, i diritti fondamentali non smettano di valere. 1. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 2. Vedi il post video di NNK ↩︎ 3. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 4.  Corte, sentenza Taştan c. Turchia, 04.03.2008, riferimento n. 63748/00 §31 ↩︎ 5. Vedi la decisione della CEDU ↩︎ 6. Corte, sentenza Hamed c. Austria, 17.12.1996, riferimento n. 25964/94, §§39-41 ↩︎ 7. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 – Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia ↩︎