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Quattro passi con Claude
Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende. > Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, > alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere > i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. > Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia > battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli > scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di > Franceschini e Bettini. L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità. Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…» E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale. VENIAMO ALL’OGGI La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali. Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere. > Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel > contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei > soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni > grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle > condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente). Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento. Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento. > Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le > cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono > un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, > non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, > responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99). Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi. > È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica > di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i > privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione > oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né > cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni. Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema. Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.  Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo. Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato. > Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione > (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato > capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina > cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione > operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un > articolo politico e non di critica teorica. Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale. Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo. Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione. Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza. La copertina è di DomyD da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quattro passi con Claude proviene da DINAMOpress.
June 8, 2026
DINAMOpress
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Il 22 e 23 maggio si è tenuta a Milano la quinta edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa: un evento che chiama a raccolta avvocatə e operatorə del diritto, ma anche accademici, attivistə e persone solidali per ragionare sulle evoluzioni normative e sociali intercorse annualmente in tema di detenzione e diritto d’asilo. Quest’anno risultava fondamentale affrontare i più ampi cambiamenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che non solo estende esponenzialmente i casi di una detenzione de facto delle persone migranti, ma segna un cambio di prospettiva epocale nel diritto d’immigrazione e d’asilo a livello europeo. Ad essere ridefinite non sono solo le procedure, ma il significato stesso delle parole e di concetti giuridici tradizionalmente associati alla protezione, i quali sono stati trasformati in armi per selezionare, confinare e controllare le persone migranti. Il Patto europeo rappresenta il punto di arrivo di questa traiettoria. Una riforma definita dalle istituzioni europee come «storica», che segna però anche un cambio di paradigma: se la normativa precedente era costruita almeno formalmente attorno alla figura del richiedente asilo e dei suoi diritti, il nuovo impianto assume come punto di vista prioritario quello dello Stato, della gestione dei flussi e della sicurezza delle frontiere. Ph: Davide Salvadori LA FRONTIERA ADDOSSO «Un migrante mi disse molti anni fa: la legge è per i poveri. E quello che intendeva era che la legge, per i poveri, è contro di loro. Non serve a proteggerli. Serve a confinarli, a opprimerli, a estrarre valore dai loro corpi». È così che Shahram Khosravi ha aperto il primo panel dedicato alla parola “frontiera”. Non è possibile comprendere le politiche migratorie europee senza iscriverle nel più ampio concetto di capitalismo razziale: un sistema che produce valore attraverso lo sfruttamento differenziato delle persone in base alla razza, ma anche al genere e alla classe. «A parità di lavoro e condizioni, una lavoratrice migrante può guadagnare fino al 20 per cento in meno rispetto a un lavoratore nazionale. Questo differenziale salariale è prodotto dalle frontiere», ha concluso Khosravi. Se per decenni la frontiera è stata immaginata come una linea di passaggio verso i diritti, oggi appare più evidentemente come un dispositivo che si attacca ai corpi, alle lingue, ai colori della pelle e alle gerarchie globali del lavoro. Con il regolamento Screening e le procedure accelerate di frontiera, la persona può essere trattenuta per mesi nella “finzione di non ingresso”: nonostante la persona sia già sul territorio, la persona rimane giuridicamente “in frontiera”, fino a una decisione sulle procedure da applicare. Ne deriva la possibilità di confinamento prolungato, procedure accelerate ed espulsioni sempre più agili. A questa trasformazione giuridica si accompagna quella tecnologica. Laura Carrer e le ricercatrici del centro Hermes hanno mostrato come la raccolta sistematica di dati biometrici, l’interoperabilità delle banche dati e l’utilizzo crescente di tecnologie di sorveglianza stiano producendo una nuova forma di confinamento: quello all’interno dei database. Fotografie, impronte digitali e scansioni facciali accompagnano le persone per decenni, ben oltre la loro esperienza migratoria. Un caso emblematico è quello di un cittadino eritreo naturalizzato italiano ancora inquadrato in database che ostacolano la sua libertà di movimento all’estero. Come ha sottolineato Khosravi: «Questo accade a un eritreo, a un afghano, a un iraniano. Non accade a un canadese, a uno svedese o a un francese. La storia coloniale continua a vivere nelle pratiche di frontiera». > La frontiera non si ferma ai confini esterni: cammina con noi all’interno > delle città.  Le cosiddette zone rosse e le ordinanze urbane producono nuove geografie di esclusione. Secondo Selam Tesfai, «la profilazione razziale, la segregazione degli spazi urbani, la distinzione tra chi può stare in un luogo e chi no hanno una storia precisa. L’apartheid non è qualcosa di estraneo alla storia italiana. Basta guardare ad Asmara e alla costruzione delle città coloniali». Queste pratiche costruiscono una geografia morale della città, in cui alcune presenze sono considerate legittime e altre minacciose. «Il mio senso di insicurezza», ha aggiunto, «non è mai considerato rilevante. Non conta la paura di attraversare una stazione sapendo di poter essere fermata per un controllo. Non conta l’umiliazione che si vive negli uffici immigrazione o quando viene chiesto il permesso di soggiorno in mezzo alla strada». A questa estensione dei poteri di sorveglianza si accompagna inoltre, come ha evidenziato il giornalista Duccio Facchini, una crescente opacità istituzionale. Mentre aumentano i dispositivi di controllo sulle persone, si restringe l’accesso alle informazioni da parte di giornalisti, avvocati e società civile. La ragion di Stato viene sempre più spesso invocata per giustificare il diniego di dati fondamentali per comprendere le pratiche di gestione delle frontiere. Ph: Davide Salvadori SOLIDARIETÀ: COMPLICITÀ FRA STATI E CRIMINALIZZAZIONE DEGLI INDIVIDUI Nel Patto europeo, “solidarietà” non indica più il sostegno alle persone in movimento, ma la cooperazione tra Stati nella gestione dei respingimenti. Il compromesso europeo non supera il Sistema Dublino, ma introduce una solidarietà “flessibile”: redistribuzione, contributi economici o responsabilità procedurali opzionali per gli Stati. > Parallelamente, la solidarietà dal basso viene sempre più criminalizzata. Rahel Sereke ha osservato come la repressione segua la logica del «colpirne uno per educarne centro». Nel quartiere di Porta Venezia, pratiche di aiuto sono state progressivamente trasformate in problemi di ordine pubblico attraverso sanzioni, controlli e campagne mediatiche. «Oggi essere identificabili come le persone che aiutano è un pericolo» ha aggiunto, «soprattutto se si tratta di comunità nazionali, etnico-nazionali o le comunità di riferimento con background migratorio». La solidarietà diventa così un comportamento da scoraggiare, mentre gli spazi di mutuo soccorso vengono ridotti e resi vulnerabili. LIBERTÀ CONDIZIONATA Il sistema di gestione migratoria contemporaneo produce una libertà sempre più condizionata. Attraverso le disposizioni del regolamento screening, della direttiva accoglienza e l’introduzione di alcune misure speciali, le persone vengono mantenute “a disposizione” delle autorità senza che si parli formalmente di detenzione. Obblighi di firma, soggiorno, trasferimenti e restrizioni territoriali limitano la libertà personale senza essere riconosciuti come tali. L’avvocato Gianluca Vitale ha evidenziato come molte di queste misure derivino dal diritto penale, trasferite però nel campo amministrativo. Valeria Verdolini ha definito questo fenomeno come “pena senza colpa”: la libertà viene compressa non per ciò che si è fatto, ma per la propria deportabilità. Al panel sulla parola libertà ha partecipato anche l’europarlamentare Ilaria Salis, che di privazione della libertà ne sa qualcosa, ma anche dei processi decisionali all’interno dell’Unione Europea. Nel suo intervento ha restituito la gravità della situazione in Parlamento Europeo, dove l’alleanza tra popolari ed estrema destra permette di discutere e quasi approvare la detenzione e deportabilità anche di minori di 6 anni. VULNERABILITÀ: DA STRUMENTO DI TUTELA AD ARMA DI SELEZIONE Forse nessuna parola mostra con altrettanta evidenza il processo di svuotamento (e sfruttamento) semantico all’interno del nuovo patto europeo quanto il concetto di vulnerabilità. Nelle normative europee la vulnerabilità viene spesso trattata come una caratteristica immediatamente visibile e individuale, mentre numerosi studi dimostrano come essa sia invece prodotta da condizioni sociali, giuridiche ed economiche specifiche. Lo screening preliminare dovrebbe individuare le vulnerabilità entro sette giorni dall’arrivo, in un contesto caratterizzato da trattenimento, forte pressione psicologica e accesso limitato ai servizi. Letizia Palumbo e Barbara Sorgoni, rispettivamente sociologa del diritto e antropologa, hanno invece restituito come la vulnerabilità sia una condizione “situata”, prodotta da fattori ambientali che possono impattare anche categorie di persone ritenute “non-vulnerabili” per senso comune.  Il Patto arriva a seguito di decenni di raccomandazioni che sembra strumentalizzare in senso marcatamente contrario: invece che predisporre valutazioni di vulnerabilità tali da verificarne la sussistenza nella sua complessità, elimina qualsiasi automaticità nelle garanzie a protezione delle soggettività ritenute più fragili.  Come ha osservato Barbara Sorgoni, «forse le ricerche che per anni hanno documentato le trappole e le difficoltà dei sistemi di asilo non sono state ignorate dalle istituzioni europee. Forse sono state lette molto bene e utilizzate per capire come impedire che le persone apprendessero il modo di orientarsi dentro procedure sempre più soffocanti». La conseguenza è una distinzione sempre più rigida tra persone considerate meritevoli di protezione e persone ritenute sacrificabili, all’interno di un sistema che continua a produrre vulnerabilità attraverso la precarizzazione giuridica e la limitazione dei diritti. RIPRENDERSI IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE «Il colonialismo ci insegna una cosa importante», ha affermato Selam Tesfai. «Questa macchina ha bisogno di giustificazioni. Le giustificazioni cambiano nel tempo, ma la logica resta la stessa: costruire una gerarchia tra corpi e vite differenti». Riprendendo le parole della scrittrice Gloria Anzaldúa, Khosravi ha ricordato che la frontiera non è soltanto un luogo di violenza: è anche uno spazio di produzione di conoscenza e di resistenza. Nonostante l’inasprimento dei controlli e la crescita dei dispositivi tecnologici, le persone continuano ad attraversare le frontiere, mostrando forme di resistenza e adattamento a infrastrutture di sorveglianza e violenza che ad altri occhi sembrerebbero imbattibili. Se le frontiere contemporanee si espandono ben oltre i CPR, investendo città, banche dati e procedure amministrative, anche le pratiche di opposizione devono essere capaci di muoversi su questi stessi terreni. Difendere i diritti significa oggi anche contendere il significato delle parole con cui vengono nominati. In questa prospettiva, risignificare il linguaggio diventa un atto politico: mettere in discussione le giustificazioni che legittimano il capitalismo razziale e generare nuovi spazi di agibilità politica.
“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
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La strage di Amendolara: dai caporali alla GDO, un’unica filiera di sfruttamento
Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella raccolta delle fragole sono stati uccisi dai loro caporali. Attraverso le voci di chi studia e racconta il fenomeno (sociologi, sindacalisti, ricercatori e giornalisti), la terribile vicenda rappresenta il punto estremo di un sistema che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e grande distribuzione. Sono stati bruciati vivi per “punizione” i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.  Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Un solo sopravvissuto: un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole.  «Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta», nell’area agricola di Scanzano Jonico. UN ASSASSINIO BRUTALE, E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del fenomeno. «Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini. È qualcosa di veramente straordinario, che impatta sulle nostre coscienze. Purtroppo non su quelle delle istituzioni, che il 2 giugno sono rimaste in silenzio dinanzi a questo assassinio brutale: non hanno pensato di prendere parola, sono rimaste a celebrare la festa della Repubblica, dimenticando che ci sono circa 450.000 persone che, soltanto nel settore agroalimentare, non vivono la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vivono dentro un sistema dispotico – da noi organizzato anche sul piano normativo – che riduce in condizioni di grave sfruttamento e schiavismo persone: l’80% migranti, il 20% italiani. Obbligate a lavorare sotto padrone, a restare in silenzio, e a diventare soggetti della cronaca solo dopo morte». E aggiunge un appello: «È necessario prendere coscienza di tutto questo, ribellarci, organizzarci e intervenire, perché tragedie come queste – come quella di Satnam Singh e di molte altre – non abbiano davvero più a ripetersi. Perché tutto questo possa diventare una riflessione di natura politica, e non soltanto cronaca giornalistica, per quanto drammatica come quella di questi giorni». Notizie SULLA MORTE DI SATNAM SINGH Marco Omizzolo: «Sono decine di migliaia i lavoratori sfruttati, malpagati e vessati nel nostro Paese» 1 Luglio 2024 LA TRASMISSIONE DI RADIO ONDA D’URTO Della vicenda, si è occupato anche il Focus di Mezzogiorno di Radio Onda d’Urto, andato in onda mercoledì 3 giugno 2026, con gli interventi di Caterina Vaiti, segretaria generale della Flai Cgil Calabria; di Silvio Messinetti, giornalista calabrese e collaboratore de Il Manifesto; e di Sara Manisera, reporter e autrice del libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. Per Caterina Vaiti è un sistema che produce vittime su più livelli: «C’è uno sfruttamento, dentro le campagne, da fare paura; un caporalato nelle campagne e nell’edilizia che dovrebbe mettere i brividi. Ma poco ci si indigna». Anche i lavoratori pakistani, osserva, «vengono assoldati con il corrispettivo di un piccolo aumento sulla giornata, e fanno il lavoro sporco che viene loro chiesto». Poi l’aspetto normativo: «Siamo al decimo anno della legge 199 [del 2016, contro il caporalato], che però non ha una funzione preventiva, ma repressiva. Quello che manca è poterci lavorare prima: non abbiamo abbastanza ispettori rispetto al problema, non c’è un luogo pubblico dove far incontrare domanda e offerta di lavoro. Così la mercificazione del mercato del lavoro è altissima». A pagarne il prezzo sono «i cosiddetti invisibili, quelli che per le lungaggini della burocrazia hanno un permesso ancora in attesa di conversione: sono invisibili, e alla mercé di chiunque li voglia sfruttare». «Due anni fa abbiamo avuto la questione di Satnam Singh, il lavoratore abbandonato davanti a casa con il braccio tranciato. Questa è l’ennesima situazione, ma a una simile ferocia non si era mai arrivati: qui siamo di fronte a un omicidio collettivo. Come Flai siamo davvero arrabbiati, e tuteleremo questi lavoratori con rabbia – sul piano legale, previdenziale, in ogni modo possibile. Non vanno lasciati soli». A interrogarsi sulle responsabilità è Silvio Messinetti, giornalista e collaboratore de Il Manifesto e del Quotidiano del Sud. «La strage di Amendolara, come unico effetto collaterale positivo, ha acceso finalmente i riflettori su una miccia esplosiva pronta a deflagrare», dice. Ma si mostra scettico sulla durata di quell’attenzione: «Sono convinto che già dopo i funerali non se ne riparlerà più. Torneremo a fare la spesa comprando le clementine della Sibaritide o le fragole, senza renderci conto che tutto questo è il frutto di un sistema oliato di sfruttamento, nel disinteresse generale e nel silenzio delle istituzioni». Messinetti ricorda un precedente preciso: «Due anni fa organizzazioni importanti come la Flai Cgil Calabria e la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme depositarono alla procura di Castrovillari una denuncia che spiegava nel dettaglio i meccanismi di intermediazione illecita. Quel faldone è finito praticamente coperto. Poi servono le stragi per accendere i riflettori». E punta il dito sulle responsabilità politiche: «Quando il presidente della Regione Occhiuto piange i morti di Amendolara, dovrebbe chiedersi come mai sta organizzando centri di reclutamento e formazione di manodopera in Tunisia, e come mai sta creando un nuovo CPR in Calabria. Perché gli afghani morti qui sono gli stessi che sbarcano a Cutro». La filiera, sostiene, è nota a ogni livello: «Quando l’assessore all’agricoltura va di sagra in sagra a presentare i suoi prodotti, sa benissimo che quello è l’anello di una filiera che parte dai braccianti; sopra ci sono i caporali, e sopra ancora, magari, la criminalità organizzata». Sul possibile ruolo della ‘ndrangheta resta prudente: «Sarà la magistratura a verificarlo, c’è un’indagine in corso. Ma, da vecchio conoscitore di queste zone, mi suona strano che si muova foglia senza che la ‘ndrangheta ne sappia nulla». I veri beneficiari, per lui, stanno però più in alto: «I veri profittatori di questo sistema criminale sono le imprese: lucrano sui trasporti, sui salari. A loro fa comodo un sistema senza regole e senza controlli». Controlli che, denuncia, «sono diminuiti drasticamente, del 50% nell’ultimo anno», mentre la legge del 2016 sul caporalato «come quasi tutte le leggi italiane è scritta sulla carta, ma poi viene disattesa». Chiude la trasmissione la reporter e scrittrice Sara Manisera, autrice di Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne: «Oggi è peggio di ieri. Il livello di violenza nelle campagne è ormai parte sistemica del modello agroindustriale e del cibo che mettiamo in tavola: non c’è territorio escluso dallo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici». All’origine, dice, ci sono le norme sull’immigrazione: «Sono leggi razziali di fatto, che rendono le persone ancora più invisibili. Si è scelto di non permettere a queste persone di accedere facilmente a un permesso di soggiorno e a un contratto: si crea così una massa di individui che, per sopravvivere e mandare soldi a casa – spesso indebitati per il viaggio -, sono costretti ad accettare qualsiasi condizione. È l’invisibilità prodotta dallo Stato a generare altra violenza nelle campagne». E qui entra in gioco l’ultimo anello, quello che di solito resta fuori dal racconto: «Non si può parlare di braccianti senza tenere presente il ruolo della grande distribuzione organizzata. Parliamo di quattro, cinque, sei oligopoli con un potere contrattuale enorme, che impongono prezzi devastanti: e tutti quei costi finiscono per scaricarsi sull’anello più debole. Non è possibile continuare a parlare della morte di braccianti senza guardare al sistema e alla filiera». Manisera richiama anche la lunga storia delle lotte contadine – dai Fasci siciliani ai grandi scioperi del Novecento, fino alla riforma agraria del dopoguerra – per misurarne l’assenza di oggi: «Erano movimenti di massa, i sindacalisti andavano di campagna in campagna. Oggi quella spinta è pressoché assente, e la classe lavoratrice bracciante è frammentata, ai margini. Cosa resta di quelle lotte? Poco. Restano storie di chi resiste a durissimo prezzo, provando a fare un’agricoltura giusta, senza sfruttare l’ecosistema né le persone. Ma sono piccole lucciole». Il suo invito finale parte dal gesto quotidiano: «Ogni volta che entriamo in un supermercato dovremmo chiederci quali sono le storie delle mani che raccolgono la frutta e la verdura in Italia. Dietro una salsa di pomodoro da cinquanta centesimi ci sono vite, famiglie, figli dall’altra parte del mondo. Ogni volta che mettiamo quell’euro in un prodotto, dovremmo pensare a quelle storie». «LA VIOLENZA È INSITA NEL CAPORALATO» Sul senso più profondo della vicenda è stato intervistato da Radio Onda d’Urto anche Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro Il caporalato. Una storia (Carocci). «Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche», premette Ferrarese. «Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del “caporale”, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme. Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette “normali”, si ricorre addirittura alla violenza». Un caso eclatante, ma non isolato. «Non è l’unico e non è il primo. Solo nel 2018 Soumayla Sacko, un bracciante straniero, è stato ucciso in Calabria perché rivendicava diritti. C’è una lunga scia di sangue legata agli atti di violenza nelle campagne, che si affianca a quella legata agli incidenti, per arrivare sul posto di lavoro o sul posto di lavoro stesso. Non dobbiamo considerarlo un caso isolato, ma uno dei mezzi – l’ultimo, probabilmente – a cui si ricorre per garantire l’ordine interno di questo sistema». «È la cosa più normale del mondo essere pagati e chiedere diritti, ma non è la più scontata», osserva Ferrarese. «Se voglio vedere nella drammaticità del caso l’unico elemento positivo, è il fatto che queste persone cominciano a chiedere il rispetto dei loro diritti; e pare anche che siano arrivate da poco in Italia. Vuol dire che sta maturando in loro una consapevolezza. Spero che si moltiplichino i casi in cui i braccianti stranieri rivendicano i loro diritti, anche con forza». C’è poi un equivoco da smontare, quello che lega il caporalato al solo Mezzogiorno. «È una puntualizzazione che, in quanto meridionale, ogni volta mi preme fare. Siamo abituati, anche nel linguaggio giornalistico, a immaginare il caporalato nelle sue forme più violente legate al Sud. La ricerca storica ci dice invece che uno dei primi episodi di violenza da parte di un caporale verso un bracciante raccontati alla stampa avviene al Nord, a Verona, nel 1993: Ornella Gardini, bracciante veronese, viene pestata a morte per essere arrivata in ritardo sul campo. Il fenomeno non è mai stato solo meridionale: ha sempre riguardato tutta la penisola». E accanto alle forme più visibili ne esistono altre, più mimetizzate. «Questa notizia, nella sua drammaticità, ne ha scavalcata un’altra particolarmente interessante: un cantiere per la costruzione di un’ambasciata USA che utilizza il caporalato di una multinazionale, con un manager turco. È una forma più infida, più nascosta – tanto è vero che quella persona ha cercato di fuggire appena ha capito che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando. È anche socialmente più accettata, meno visibile, rispetto ai fatti consumati in Calabria. Eppure, pur sembrando realtà lontane, sono molto vicine: due modi diversi di comprimere i diritti dei lavoratori per massimizzare il profitto. Perché di questo si tratta. E ci devono portare a pensare che il cibo che consumiamo, i vestiti che indossiamo, persino gli spazi in cui abitiamo, molto spesso vedono meccanismi di questo tipo nella loro realizzazione». «NESSUNO SI SENTA ASSOLTO» Le conclusioni di questo articolo le affidiamo alle parole di Francesco Piobbichi pubblicate sulla sua pagina Facebook.  «A bruciarli lo sfruttamento. A rinchiuderli e metterli nelle mani dei caporali, le leggi della frontiera. Nessuno si senta assolto». «Probabilmente la vicenda di Amendolara va guardata dentro il fallimento del decreto flussi», prosegue Piobbichi. «Dobbiamo capire le storie di queste persone: da dove sono arrivate, chi e come le ha fatte arrivare. Dobbiamo capire se è questo meccanismo di ingresso ad aver creato le condizioni per la costruzione di una filiera di intermediazione del lavoro transnazionale che genera abusi. Una filiera dentro la quale imprese fasulle, studi commerciali farlocchi e imprese criminali dispongono di un canale di ingresso che permette – probabilmente attraverso l’indebitamento – il controllo di lavoratori sfruttabili, che diventano invisibili. Invisibili nella società, ma non nei campi e nelle fabbriche. Da Monfalcone ad Amendolara, passando per centinaia di luoghi e settori produttivi, sono decine di migliaia i lavoratori che vivono questa condizione». «E allora no: prima di tutto capiamo, ed evitiamo di costruire la solita retorica del caporale che riproduce quella dello scafista. Perché queste figure sono integrate nel nostro sistema produttivo, che non può farne a meno: così come in Medio Oriente e in altri Paesi dove è richiesta forza lavoro a basso costo, altrettanto avviene da noi. I dati delle persone arrivate in Italia regolarmente con il decreto flussi e poi scomparse, non si sa bene dove, stanno lì a dimostrarlo. Sono lì, evidenti e plateali. Basta entrare nel retro di un ristorante, nel campo dei vicini, nei cantieri delle nostre città per ritrovarli». «E sì: il fuoco dei braccianti di Amendolara ha illuminato questa merda. Evitiamo che la spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi così giovani, morti in modo così atroce. Evitiamo che i nostri governanti dicano che la colpa è dei caporali brutti e cattivi. Perché se è vero che chi ha commesso questa strage sono dei pezzi di merda, altrettanto vero è che c’è un sistema giuridico ed economico complice, che permette loro di agire e di ricattare. Ed è quello che dobbiamo capire: qual è il meccanismo infame che permette che queste cose avvengano».
Spettri cinesi e il ritorno dello Stato
La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea annuale della “sua” Confindustria, le Considerazioni finali del Governatore della Banca di Italia Fabio Panetta non sembrano all’altezza dell’epoca. Segnalano consonanza con la premier Giorgia Meloni e, in modo diverso indubbiamente, mancano di coraggio – nonostante le intenzioni, soprattutto di Orsini. Dipingono il declino, ma poi celebrano resilienza e fiducia. Qualche spiraglio, senz’altro, si intravede e alcune proposte – in particolare di Panetta – vanno prese sul serio; in generale, però, faticano a emergere visioni alternative a tutto ciò che ha contribuito, negli ultimi trent’anni, a fare dell’Italia fanalino di coda per quanto riguarda i salari, nonché il Paese più vecchio d’Europa, dal quale i e le giovani, soprattutto se formati e formate, fuggono senza sosta. A seguire, una circoscritta analisi comparativa delle due relazioni, con una congettura sull’alternativa necessaria; necessaria, anche, per non consegnare il governo alle larghe intese, prima, a Vannacci subito dopo. L’ANTICRISTO CINESE Fin nell’esordio della sua relazione, Orsini indica le colpe europee: troppa burocrazia, poco sostegno alla competizione (leggi: soldi alle imprese, all’innovazione tecnologica per le imprese). E se l’Europa arranca, anche a causa della guerra e dell’aumento dei costi, la Cina è la vera superpotenza industriale. Ma lo è perché gioca sporco: «La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovra-capacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra». > Come avremo modo di vedere, non vi è mai, nelle parole di Orsini, > un’ammissione di colpa da parte delle aziende italiche. L’Europa sbaglia, non > perché non ha un federale governo del tesoro, con fisco, welfare e salari > finalmente allineati, ma perché non regala risorse pubbliche a sufficienza > alle imprese. Inondando il mercato di regole e cavilli, che, invece di > sostenere gli «animal spirits», li atterriscono. Sul problema della Cina, le parole di Panetta sono indubbiamente meno sguaiate. Ma non per questo meno taglienti. L’avanzo commerciale cinese mina la stabilità economica mondiale, al pari del disavanzo americano: «Anche la Cina ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale, con una crescita del 5 per cento. A fronte di una domanda interna debole, le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali. È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo: non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche. […] Gli Stati Uniti rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa. […] Negli Stati Uniti il disavanzo è alimentato dall’elevato deficit pubblico e dal basso risparmio delle famiglie. In Cina l’avanzo rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura. In Europa l’avanzo segnala la cronica difficoltà di trasformare il risparmio in investimenti innovativi». Parole più miti, indubbiamente, ma stessa polemica: visto che il Partito Comunista cinese continua a comprimere la domanda interna (ma è del tutto vero?), dati i dazi di Trump, la sovra-capacità produttiva cinese invade i mercati mondiali, in particolare ma non solo l’Europa, la Germania e l’Italia ancora più precisamente. Perché non dire che l’Europa in generale, Germania e Italia e con loro la filiera dell’automotive, nulla hanno fatto per tenere il passo nella sfida dell’elettrico? Certo, per dirlo senza infingimenti, andrebbe una volta per tutte chiarito che il Green New Deal è saltato in aria a causa della guerra in Ucraina e, a seguire, della catastrofe mediorientale. In entrambi i casi, i fossili russi e a stelle a strisce ne escono vincenti, mentre l’automotive in Germania avvia la ristrutturazione bellica.  Vi è poi un denso e articolato non detto nelle relazioni che stiamo analizzando: per quale motivo gli Stati Uniti possono permettersi due terzi del disavanzo mondiale? Cosa rende sostenibile l’impennata del debito pubblico statunitense? E per quale motivo, poi, l’impennata del debito pubblico si è imposta negli ultimi venti anni – dal 70% in rapporto al PIL, nel 2008, ha superato il 120% nel 2025? Cosa ha spinto la Federal Reserve a pompare senza freni liquidità nei mercati finanziari, così acquistando Treasury Bonds di cui, però, si è imposta l’emissione? E per quale motivo, poi, Apple e Tesla, per fare solo degli esempi, hanno investito in Cina? Semplicemente, per fare un favore ai cinesi? Domande che Panetta, tanto meno Orsini, si pongono e che, con risposte semplici, potrebbero aiutarci a comprendere. Il dominio planetario del dollaro, come «denaro mondiale» e riserva di valore, anche se in declino continua a garantire il debito pubblico: fin quando i T-bond saranno considerati sicuri, perché denominati in dollari, allora potranno essere emessi. Vero è che il debito pubblico americano è cresciuto vertiginosamente per salvare le banche too big to fail dal crack dei mutui subprime: dal 2008 al 2013, è passato da 10 trilioni a 16 trilioni di dollari. Vero che le politiche fiscali regressive di Trump (primo mandato, ma ora anche peggio) lo hanno enormemente accresciuto. Vero che le risposte fiscali di Biden al Covid hanno fatto il resto. Senza la crisi del 2008, però, nulla si capisce delle politiche monetarie espansive che hanno cambiato segno solo con la ripresa della dinamica inflativa (2021-2023), esito del lockdown, della guerra in Ucraina, delle strozzature delle catene del valore. EUROBOND: MA PER CHI? La relazione di Orsini e ovviamente le Considerazioni di Panetta insistono sugli eurobond. Ciò è bene, perché senza eurobond l’Europa non può farcela. Di più, senza eurobond, non può farcela il welfare europeo, il modello sociale europeo più in generale. Entrambi, legano il debito comune all’unione dei risparmi e dei capitali: la mobilitazione del risparmio privato europeo (circa 30 trilioni di euro) è il grande tema che affligge le imprese quanto gli Stati, stimolando continuamente l’appetito dei grandi fondi di investimento americani. Colpisce, però, la sfacciataggine di Orsini: «Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri. Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema». L’Europa, colpevole di lacci e lacciuoli, può essere utile se emette debito comune e, senza neanche discuterne, lo devolve alle politiche industriali. Ciò, per sconfiggere la Cina. Anche in questo caso, le parole di Panetta sono più misurate, senz’altro più complete: «La strategia sull’Unione del risparmio e degli investimenti è un passo importante. Ma una vera integrazione finanziaria richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. Se fondato su un’adeguata capacità di bilancio comune, esso favorirebbe il finanziamento di investimenti di interesse europeo. Si eviterebbero le inefficienze di iniziative nazionali non coordinate e sarebbe più agevole mobilitare capitali privati su larga scala». > Gli eurobond, infatti, sono la condizione affinché un bilancio comune più > solido possa affermarsi. Al contempo, in combinazione con l’emissione > dell’euro digitale, potrebbero rafforzare in modo significativo la posizione > dell’euro come valuta globale, non solo continentale, generando così le > condizioni per l’ampliamento e la sostenibilità del debito comune stesso. Sia Orsini che Panetta, però, definiscono un perimetro stretto, per l’utilizzo del debito comune: energia, che per Orsini significa principalmente nucleare; sicurezza, che per entrambi vuol dire industria bellica; tech, che vuol dire ovviamente infrastrutture digitali (cloud e data center) e intelligenza artificiale. Intendiamoci, l’attenzione di Panetta per l’istruzione e la ricerca è sempre rilevante, a maggior ragione quando si tratta di mettere in evidenza le drammatiche mancanze italiane. E pure nella relazione di Orsini, sembrerà strano, la parola ‘ricerca’ compare. Ma non si capisce per quale motivo gli eurobond non debbano finanziare istruzione e ricerca principalmente, welfare e sostegno al reddito, in particolare tenuto conto l’impatto, sull’occupazione, dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Soprattutto, non è chiaro se la capacità di spesa pubblica comune resa disponibile dagli eurobond sia destinata alle imprese private – della sicurezza, dell’energia, del tech – o se invece abbia l’obiettivo di dare vita a grandi public utilities continentali. In verità, nel caso di Orsini la risposta è chiara, ma pure l’omissione di Panetta non rassicura. di Angelo Benedetto (Flickr) DECLINO ITALIANO Mentre Orsini blandisce Meloni, Panetta non fa sconti e, con passaggi decisivi, chiarisce l’entità della crisi. Un passaggio, tra gli altri, merita attenzione: «Dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000. Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie». Pochi laureati, ancora, rispetto alla media europea. Ciò nonostante, fuga senza sosta dei giovani qualificati; la domanda delle imprese, infatti, rimane debole. Ma Panetta sa arrivare anche al punto – ciò lo rende più interessante, e più utile per chi cerca strade alternative, di Orsini: non basta colpevolizzare i giovani perché non scelgono le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), né accanirsi con coloro che né studiano né cercano lavoro (i NEET, che in Italia sono tanti), ma occorre riconoscere che «un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione». Siamo di fronte al punto più alto, e senz’altro più condivisibile, delle Considerazioni del Governatore. Orsini, da parte sua, riconosce che in Italia esiste una drammatica questione salariale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese. I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e l’unico per molte piccole realtà». Ma poi celebra il Governo e il decreto-legge “Primo maggio”, l’ultimo della serie, e conclude: «Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla». Non c’è che dire, Orsini non sa cosa sia la vergogna. E, ovviamente, neanche una parola sui dati in ultimo presentati dal Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari a 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio che va dal 2015 al 2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è stata inferiore alla media UE, +4,5%. Dato che fa la differenza, a maggior ragione se abitudine italica prevalente è quella di colpevolizzare il capitale umano, riguarda gli investimenti privati (delle imprese) in ricerca e sviluppo: 17 miliardi, nel 2024, «valore nettamente inferiore ai 92 miliardi di euro della Germania e ai 42 miliardi di euro della Francia». No, questi numeri per Orsini non esistono, dunque bene chiedere a Meloni il rafforzamento della ZES unica. EQUITÀ FISCALE E RITORNO DELLO STATO INVESTITORE Vi è un sussulto di dignità anche in Orsini – difficile da credere, ma è così: «L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». D’altronde, la stessa Bankitalia ha censito che il volume annuo degli aiuti a fondo perduto alle imprese è triplicato nell’ultimo quinquennio, passando da circa 6 miliardi all’anno del biennio 2018-2019 a circa 18 miliardi tra il 2020 e il 2025. Comunque, benissimo, siamo d’accordo. > Sorge spontaneo il dubbio: non è che si sta cercando un modo per a) non > affrontare, come invece si deve, il problema della tassazione progressiva dei > redditi da capitale, più in generale della ricchezza, e per b) colpire solo > professionisti e piccole imprese (la flat tax di cui godono, intendiamoci, > rimane intollerabile)? Panetta, invece, di fronte ai numeri del declino, riscopre lo Stato investitore diretto, e lo fa in particolare riferendosi ai ritardi delle imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale: «Lo Stato può inoltre agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni. Anche la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Amministrazioni pubbliche può accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese». La proposta è senz’altro convincente, da rilanciare. Ma si tratta semplicemente di ridurre il rischio per i pionieri o di prendere atto che, senza pianificazione economica e intervento pubblico, la transizione digitale porta con sé, quanto meno ma non solo in Italia, ritardi, squilibri, fallimenti, disoccupazione (del lavoro cognitivo automatizzabile)? CONGETTURE Mettiamo il caso che, nelle prossime elezioni italiane, l’eccedenza che ha fatto stravincere il ‘no’ al referendum sulla riforma della giustizia decida di mandare a casa Meloni. Fatto non scontato – un pareggio, al momento, è difficile da escludere. Non scontato, ma possibile. La domanda, per un Governo che si vuole seriamente alternativo alle destre, è dunque la seguente: esiste un cervello (collettivo) capitalistico, in Italia? Se sì, quali parole meglio lo rappresentano? > La risposta che qui si propone è tranchant: in Italia manca, e da tempo, un > cervello capitalistico capace di visione, tempi lunghi, respiro; quel poco che > emerge viene dalla Banca d’Italia e più in generale dalle élite europeiste (in > molti casi tecnocratiche), mentre Confindustria arranca frammentata, senza > scuse, provinciale e arrogante al contempo. Per mobilitare l’eccedenza, dunque, e quindi per provare a governare, la ricetta è semplice e per questo, in prevalenza, messa a tacere dai media mainstream: tassare i ricchi; indicizzare automaticamente i salari all’inflazione; raddoppiare la spesa pubblica, in rapporto al PIL, in istruzione, università e ricerca; promuovere il pieno federalismo europeo, gli eurobond, l’euro digitale – contro la dollarizzazione dell’economia europea a mezzo stablecoin; salario minimo e reddito di cittadinanza, insieme e non l’uno contro l’altro; pianificazione democratica e aziende pubbliche per i settori strategici dell’innovazione tecnologica ed energetica; rilancio della sanità pubblica. Al di sotto della proposta sopra tratteggiata, non si vince; senza realizzarne una parte significativa, si rischia, se va bene, l’effetto “Tsipras”, se va male si consegna il Paese a Vannacci – come d’altronde SPD (prima) e CDU (adesso) sembrano fare con AfD in Germania. Bene sapere che non c’è alchimia politica (campo, coalizione, ecc.) che possa realizzare, senza convulsioni e fratture, crisi e arretramenti, l’articolato programmatico di cui sopra. Al quale si aggiunge, ma è una premessa, il contrasto alle guerre tutte e all’industria bellica. Occorre dunque essere consapevoli che, senza movimenti sociali e sindacali di massa, in Italia e in Europa, anche le intenzioni migliori possono evaporare nel giro di una stagione. Il tema, allora, sarà: possibile combattere, dal basso e dall’alto, secondo una inedita co-articolazione di eterogenei, per strappare l’alternativa metro dopo metro? Solo collettivamente, sperimentando, si potrà provare a rispondere alla domanda. Ma è bene cominciare a porla. La copertina è di Luca Di Ciaccio (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 3, 2026
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Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo
Le elezioni del 31 maggio hanno aperto uno scenario che fino a poche settimane fa appariva quantomeno poco probabile: alla chiusura dei preconteggi del voto del primo turno delle presidenziali, con il 58,7 per cento di partecipazione elettorale, l’ex outsider dell’estrema destra Abelardo de la Espriella della lista “Firme por la Patria”, filo trumpiano e difensore dei paramilitari, sfiderà con il 43.74% il candidato del Pacto Histórico, candidato della coalizione “Alianza por la vida”, Iván Cepeda Castro, secondo con il 40.90%, il prossimo 21 giugno al ballottaggio per le presidenziali in Colombia. Quel giorno si definirà il nuovo governo che a partire dal prossimo 7 agosto si insedierà alla Casa de Nariño, il palazzo presidenziale nella capitale colombiana, a seguito del primo governo di sinistra della storia colombiana che durante questi ultimi quattro anni è stato guidato da Gustavo Petro: sarà una virata verso una nuova estrema destra, che va oltre (e con) l’uribismo, nel solco di Trump, Milei, Noboa e Bukele, e della ripresa della guerra, dell’estrattivismo e del paramilitarismo, o si riuscirà a rilanciare nelle urne la continuità di una proposta di governo progressista e popolare, con l’orizzonte della pace e della giustizia sociale? Se nelle scorse settimane questa seconda opzione sembrava la più probabile, dopo il primo turno lo scenario è fortemente riconfigurato: da mesi era in testa nei sondaggi la formula che vede candidato presidente Iván Cepeda Castro, senatore di sinistra, figura riconosciuta delle lotte per i diritti umani, fondatore del movimento delle vittime dei crimini di Stato (suo padre fu un leader politico della Unión Patriótica assassinato dai paramilitari nel 1994), con Aida Quilcué, leader del movimento indigeno del Cauca ed ex senatrice, oggi candidata vicepresidenta. Insieme hanno riempito le piazze con grandissime mobilitazioni, forti del sostengo popolare al presidente e al governo uscente (il più alto degli ultimi decenni) e dei buoni risultati delle elezioni parlamentari dello scorso marzo dove il Pacto Histórico si era confermato primo partito a livello nazionale. > Ma questa volta il primo turno è di fatto diventato un secondo turno > anticipato, con il voto dell’elettorato di destra spostato direttamente su > Abelardo de la Espriella, che ha fatto irruzione nell’ecosistema digitale > negli ultimi mesi, con un forte sostegno dell’estrema destra a livello > internazionale e statunitense in particolare, convogliando sulla sua figura i > voti della destra tradizionale. Infatti, la candidata del partito Centro Democratico, la destra (estrema) tradizionale dell’uribismo, Paloma Valencia, dopo aver ottenuto oltre 3 milioni di voti alle primarie di marzo, si è fermata al 6.92%, non andando oltre il milione e seicentomila voti: è evidente che gran parte del suo elettorato ha votato direttamente il candidato visto come favorito per affrontare la proposta della continuità dell’attuale governo di sinistra, e che l’alleanza con il centrodestra moderato di Oviedo, dichiaratamente omosessuale e candidato vicepresidente con Valencia, non ha pagato in termini elettorali (e proprio Oviedo difficilmente sosterrà, a differenza di Valencia, il voto per Espriella, apertamente omofobo e misogino, aprendo una contesa anche su un settore di votanti di centrodestra in vista del secondo turno). Quarto il centro moderato di Fajardo, con il 4,26 %, pochissime percentuali per tutti gli altri e le altre candidate, a partire dall’ex sindaca di Bogotà Claudia López, che per poco non ha raggiunto l’1 per cento. * * Seppur questo risultato è apparso in buona parte inatteso, la figura di estrema destra di Abelardo de la Espriella stava crescendo in maniera significativa nelle ultime settimane nelle reti sociali e nei sondaggi, fino ad arrivare a presentarsi come il più votato al primo turno in vista del ballottaggio: se la sfida delle sinistre e del progressismo nei mesi scorsi era confrontarsi con l’eredità dell’uribismo, adesso la contesa è su un piano politico differente definito dal protagonismo di una figura nuova sullo scenario politico colombiano che, in sintonia con Trump, Milei, Bukele e Noboa, punterà sulle politiche tradizionali dell’estrema destra, oltre a promettere di “sventrare la sinstra e incarcerare i suoi dirigenti”, minacciando di usare la forza contro Petro e Cepeda (in un paese devastato dalla violenza, reduce da genocidi politici e terrorismo di stato,  queste parole detto da un avvocato difensore dei paramilitari e dei narcotrafficanti pesano veramente tanto). > Nel programma di Abelardo de la Espriella troviamo le ricette dell’estrema > destra a livello internazionale: allineamento strategico in politica estera > con gli Stati Uniti e Israele, smantellamento del pubblico, mano dura > repressiva, intensificazione della guerra. Le proposte vanno dalle carceri speciali alla Bukele, fino ad un intenso e duro attacco contro le politiche sociali e le conquiste di questi anni di governo progressista, misure contro l’aborto e i diritti lgbtqi+, smantellamento della giustizia transizionale e degli accordi di pace, politiche in favore dell’impresa privata e dei latifondisti, misure in favore dell’estrattivismo e contro la transizione energetica. Con il 43,7 per cento dei voti (che corrisponde a 10.361.499 voti), De la Espriella andrà al secondo turno forte del sostegno di Uribe e della destra tradizionale, mentre Iván Cepeda, con il 40,9 per cento, avendo ottenuto il numero più alto di voti nella storia della sinistra al primo turno elettorale delle presidenziali in Colombia, con 9.688.361 voti (ben un milione in più rispetto al primo turno di Petro di quattro anni fa), dovrà comporre alleanze con parti del centro moderato, ma soprattutto conquistare voti tra le milioni di persone che si sono astenute al primo turno, che potrebbero votare, almeno in parte, al ballottaggio, e che saranno decisive per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Cepeda ha vinto sulla costa dei Caraibi, sulla costa Pacifica, nelle regioni più povere e marginalizzate, ed in quelle colpite storicamente dalla guerra, ma anche nelle grandi città della costa, a Cali e Bogotá (seppure nella capitale con risultati che si possono migliorare); nelle regioni interne, a Medellin e in alcune delle aree colpite dalla crisi umanitaria degli ultimi anni, ha invece vinto Abelardo, riproducendo una mappa elettorale simile a quattro anni fa. Saranno tre settimane decisive per mantenere la speranza e difendere la democrazia per delle elezioni che hanno un valore che andrà bel oltre i confini nazionali colombiani e riguarda quantomeno lo scenario latinoamericano, se non oltre: la contesa sarà durissima, venti giorni di campagna elettorale decisive per la definizione del prossimo presidente in un paese ancora più fortemente polarizzato di quanto non lo fosse già. Quattro anni fa, Petro ha recuperato oltre tre milioni di voti tra il primo e il secondo turno, vincendo le presidenziali, nonostante la somma dei voti del primo turno dei due candidati di destra fosse superiore a quanto ottenuto, in termini di numeri di voti, dalla sinistra. > Seppure ci troviamo in uno scenario differente e difficile, la possibilità di > tornare a vincere per le sinistre è aperta, e queste tre settimane di campagna > saranno decisive per negoziare accordi elettorali ma anche e soprattutto per > convincere nuovi votanti in uno scenario più polarizzato che mai. Da ieri è cominciata una campagna elettorale completamente nuova, dove ogni passaggio, ogni parola e azione saranno decisive, e dove è in gioco non solo la scelta di un presidente, ma il futuro del paese, la possibilità stessa della democrazia, della pace e della difesa della vita in un paese che viene da sessant’anni di conflitto armato, diseguaglianza e violenza, e che in questi quattro anni ha conosciuto importanti avanzamenti e iglioramenti in termini di crescita economica, di diritti sociali e condizioni socio-economiche, dall’innalzamento del salario minimo all’abbassamento del tasso di disoccupazione ed informalità, con significativi avanzamenti per i diritti del lavoro, delle economie popolari e delle comunità indigene ed afrodiscendenti, in un panorama però segnato anche dai limiti incontrati dal processo della pace totale e da una nuova intensificazione delle violenze dei gruppi armati e del narcotraffico. In questo scenario, bisogna tener conto del contesto geopolitico, oltre a quello ideologico: un fattore di grande importanza è l’influenza sulle elezioni dell’ingerenza statunitense, passato negli ultimi mesi per le minacce di Trump di bombardare la Colombia e le misure contro Petro (dopo l’attacco contro il Venezuela a gennaio, mentre continuano le minacce e il blocco criminaale contro Cuba), ai dazi e alle tensioni militari al confine con l’Ecuador attraverso le politiche del presidente filo trumpiano Noboa, fino alle fake news e agli ingenti finanziamenti per campagne mediatiche e nelle reti sociali contro il governo Petro che arrivano da tanti esponenti dell’estrema destra statunitense e latinoamericana: un campo di battaglia decisivo in vista del ballottaggio. > Nelle piazze, nelle reti sociali e nelle strade ieri sono cominciate le > mobilitazioni per questo secondo turno elettorale: nei quartieri popolari e > nelle università, in tanti e tante sono scese in strada per fare campagna e > difendere la democrazia e la vita contro l’estrema destra, e per dare > continuità al progetto di trasformazione sociale cominciato con gli accordi di > pace, le rivolte sociali e il governo Petro. Ivan Cepeda, dopo aver chiesto di attendere i risultati ufficiali dello scrutinio elettorale, denunciando rischi di frodi elettorali nel preconteggio, a seguito dell’annuncio del presidente Petro, che ha presentato una denuncia di una alterazione del censo elettorale corrispondente a poco più di 800mila voti (poco più della differenza di voti tra De La Espriella e Cepeda), ha dichiarato che bisognerà mobilitarsi per vincere le elezioni contro il fascismo e il paramilitarismo, e per continuare il progetto del cambiamento sociale e politico in Colombia. Poche ore dopo, il presidente Petro ha dichiarato: “Abbiamo tutti il dovere morale di lottare contro il fascismo mafioso che ha governato per decenni la Colombia con Uribe e che oggi vuole tornare al potere con Abelardo. Ma Abelardo ha perso nella sua regione natale, ed è stato sconfitto in tutta la regione dei Caraibi: la gente del suo territorio sa cosa può succedere se un fascista difensore del paramilitarismo torna al potere. Invito tutte le persone democratiche a unirsi per difendere la democrazia contro la morte che si avvicina. Invito la gioventù colombiana a votare in massa per difendere la vita. Oggi serve una vera e grande alleanza per la vita”. Dalla forza e dall’efficacia di questa alleanza per la vita passerà la possibilità e la speranza della Colombia, dell’America Latina e oltre, per resistere alla guerra e al fascismo e all’estrattivismo, e per costruire orizzonti politici di trasformazione nel regime di guerra globale.   Immagine di copertina a cura di Alioscia Castronovo, mobilitazione contro l’ingerenza di Trump in Colombia, Bogotá, 2026. L'articolo Elezioni in Colombia, al ballottaggio l’estrema destra contro il progressismo proviene da DINAMOpress.
June 2, 2026
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Studentə migrantə e diritto riproduttivo: un cortocircuito italiano
Stella (nome di fantasia) ha ventidue anni e studia veterinaria all’Università di Pisa. Viene da un Paese extra-UE ed è arrivata in Italia tramite visto di studio. Frequenta le lezioni universitarie, sostiene gli esami, conduce la sua vita. Stella ha rapporti sessuali e, come può accadere, resta incinta. Non vuole portare avanti la gravidanza: vuole abortire. Perché? Perché è studentessa, giovane, straniera? Per qualsiasi altra ragione? Non è questo il punto. Non è affar nostro: riguarda solo Stella. Quello che dovrebbe richiamare urgentemente la nostra attenzione è invece la difficoltà che Stella incontra nel portare avanti la sua scelta: una scelta sul proprio corpo, che parla del diritto di decidere se, quando e come riprodursi. Una scelta che dovrebbe essere sempre possibile, accessibile, sicura e gratuita, per tuttə. IL CONTESTO GIURIDICO In Italia, il percorso di IVG è tutt’altro che semplice. Il contesto giuridico in cui operiamo è quello di una legge, la 194, che concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare e prevenire, non come un desiderio da garantire nel modo più rapido e sicuro possibile. Questa legge, frutto di compromessi storici con la Democrazia Cristiana, lega a doppio filo l’aborto a una gravidanza che comporti «un serio pericolo per la salute fisica o psichica» della gestante, oppure a particolari ragioni economiche, sociali e familiari. Deve esserci sempre una giustificazione. > Non si contempla la possibilità di non desiderare la genitorialità, nella > propria vita o in uno specifico momento dell’esistenza. La stessa legge > istituisce la cosiddetta “settimana di riflessione” dopo il rilascio del > certificato di IVG (articolo 5) e l’obiezione di coscienza (articolo 9), oggi > praticata da circa il 65% del personale medico. Questa percentuale è possibile perché, pur prevedendo che gli ospedali siano tenuti a fornire il servizio di IVG, non vengono posti limiti all’obiezione di coscienza. Si arriva così a situazioni in cui il 100% del personale è obiettore e quindi non si praticano interruzioni: in questi casi si parla di obiezione di struttura. Come se non bastasse, le associazioni antiabortiste (articolo 2) sono legittimate a essere presenti in consultori e ospedali sotto le spoglie di «associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Il loro ruolo, però, è da sempre quello di cercare di dissuadere e stigmatizzare chi sceglie l’aborto. Molte delle difficoltà che si incontrano quando si vuole abortire in Italia — e le strategie esistenti per aggirarle — sono indicate nella guida  IVG Senza Ma, materiale prodotto dal basso che contiene informazioni tecniche su come, entro quando e in che modo sia possibile accedere ai diversi tipi di IVG in Italia. La possibilità di abortire è prevista legalmente entro i primi novanta giorni: con metodo chirurgico fino alla dodicesima settimana e farmacologico fino alla nona. Per avviare il procedimento serve un certificato, rilasciato da medici, consultori o anche online in telemedicina. Nonostante l’imposizione della settimana di riflessione, in teoria il medico può richiedere l’urgenza per abbreviare i tempi; nella pratica, però, accade raramente. Inoltre, molte strutture impongono illegittimamente ulteriori passaggi non previsti neppure dalla controversa 194, come l’ascolto del battito fetale. Tutto ciò comporta ritardi e ulteriori disagi. Per abortire dopo le dodici settimane devono essere presenti motivazioni legate alla salute fisica o psicologica della persona incinta, da dimostrare tramite valutazione psichiatrica, così da poter ricorrere al cosiddetto “aborto terapeutico”. Per alcune categorie più vulnerabili, come le persone minorenni e straniere, gli ostacoli aumentano e assumono forme molto specifiche. SSN PER CHI? Quando si è stranierə in Italia, il primo nodo da sciogliere riguarda il diritto all’assistenza sanitaria. Possono iscriversi al SSN: lavoratrici e lavoratori; persone con ricongiungimento familiare; richiedenti asilo e titolari di protezione; persone in gravidanza; minori; persone detenute; persone in attesa di regolarizzazione. Questo consente di accedere agli ospedali, agli ambulatori e all’intera rete di consultori e medici di base. Il problema è che anche chi ne ha diritto incontra spesso difficoltà linguistiche, richieste burocratiche aggiuntive, informazioni incomplete o errate. Inoltre, l’iscrizione è gratuita per le persone con permesso di soggiorno, mentre è a pagamento per chi possiede un visto. Nel secondo caso si tratta di costi molto elevati, difficili da sostenere da un giorno all’altro, soprattutto in una situazione urgente come un’interruzione di gravidanza. A queste forme di iscrizione si aggiungono le possibilità di ricorso a codici specifici, come STP ed ENI. L’STP è un codice per persone straniere irregolarmente presenti sul territorio e significa “Straniero Temporaneamente Presente”. È una tessera valida sei mesi su tutto il territorio nazionale, rilasciata dalle aziende sanitarie o dagli ospedali locali.Se cittadinə UE di passaggio o non regolarmente soggiornante in Italia, è possibile esibire la TEAM (Tessera Europea di Assicurazione Malattia), parte integrante della tessera sanitaria di uno Stato membro dell’UE. In sua assenza si può richiedere il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”), che consente di accedere ai servizi sanitari anche senza iscrizione al SSN e garantisce l’accesso gratuito alle prestazioni ambulatoriali urgenti o comunque essenziali per le persone prive di risorse economiche sufficienti.  Lo status migratorio determina quindi modalità, tempi e costi di accesso alle cure. L’aborto, tuttavia, è una pratica medica salvavita che non concede il lusso di rimandare o attendere, soprattutto in un Paese in cui la 194 impone già sette giorni di attesa – nonostante l’OMS stessa indichi che prima avviene l’aborto più è sicuro.  STELLA Il caso di Stella — quello del visto di studio — è particolarmente complesso, perché questo tipo di documento non garantisce la copertura sanitaria gratuita. Per accedere all’IVG Stella deve effettuare l’iscrizione volontaria al SSN tramite una procedura burocraticamente complessa e costosa, valida soltanto per l’anno solare. Nessuno le spiega questi passaggi. Nei presidi medici territoriali  ci sono mediatrici o mediatori culturali, non ci sono traduttorə. Alcune persone indirizzano Stella a noi di Obiezione Respinta, che facciamo accompagnamento all’IVG. Da lì inizia una corsa contro il tempo: trovare 700 euro in pochi giorni, recarsi al CUP per ricevere il bollettino, poi alle Poste e di nuovo al CUP con la ricevuta, ottenere una tessera sanitaria temporanea — che, avendo validità annuale, se fatta alla fine dell’anno durerà solo pochi mesi — e scegliere un medico di base. Bisogna poi fissare un appuntamento con il medico per prescrivere le analisi del sangue e ottenere il certificato, attendere i risultati e, nel frattempo, trovare posto per l’IVG. Per aiutare Stella a coprire almeno una parte del costo abbiamo aperto una campagna GoFundMe, diffusa attraverso i nostri social. Abbiamo spiegato la situazione, denunciando la difficoltà per le persone straniere con determinate posizioni amministrative ad accedere all’aborto. Siamo rimastə senza parole nel vedere che in dieci minuti avevamo già raggiunto la cifra necessaria. Sorellanza e mutuo aiuto rappresentano un mondo di legami e pratiche dotate di una potenza straordinaria. Tuttavia, questa campagna — e non è la prima volta — ci ha anche postə al centro di un ciclone di aggressività e violenza social. Moltə hanno espresso i soliti giudizi non richiesti; altrə ci hanno accusato di voler truffare le persone e di mentire, sostenendo che le persone migranti avrebbero diritto all’IVG gratuita. Questi commenti dimostrano una sostanziale ignoranza della normativa. La gratuità vale infatti solo per alcunə. Come già sottolineato, riguarda chi può richiedere il codice STP, che consente di effettuare visite e accedere a consultori e ospedali, comprendendo anche l’interruzione volontaria di gravidanza con esenzione dal ticket. Questo codice, però, è richiedibile solo da persone irregolarmente presenti sul territorio italiano. > Una persona con visto studentesco, dunque, non essendo irregolare, non può > richiederlo. E non può richiedere nemmeno il codice ENI, accessibile solo a > cittadinə europeə indigentə e non iscrittə al SSN. Anche all’interno > dell’Unione Europea, dunque, l’accesso ai servizi riproduttivi dipende dalla > posizione amministrativa e dalla capacità di dimostrare la propria situazione > economica. Reperire queste informazioni è difficile persino per noi, che siamo cittadine italiane, parliamo bene la lingua e conosciamo le procedure relative all’IVG. Come può orientarsi una persona che non parla italiano? Abortire può essere sicuro solo quando sappiamo dove andare, a quale procedura possiamo accedere, con quali tutele e modalità. ABORTO COME PRATICA DI MUTUO AIUTO In una procedura sanitaria vincolata ai tempi come l’interruzione volontaria di gravidanza, ostacoli amministrativi e ritardi burocratici possono rendere più difficile — o persino impedire — l’accesso tempestivo alle cure. Per le persone senza cittadinanza italiana, soprattutto se prive di permesso di soggiorno — ma, come abbiamo visto, non solo — l’accesso all’IVG può dipendere dalla capacità di orientarsi tra codici sanitari, iscrizioni al SSN, documentazione richiesta e modalità di presa in carico che non sempre risultano chiare o uniformi. Per questo sono necessari servizi in grado di garantire accessi a bassa soglia e informazioni sicure, come dovrebbero fare i consultori, spesso primo punto di accesso ai servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva. Oltre a fornire informazioni e assistenza sanitaria, i consultori svolgono un’importante funzione di orientamento, aiutando le persone a comprendere i propri diritti e a entrare in contatto con le strutture ospedaliere competenti. Tuttavia, anche in questo ambito emergono forti disuguaglianze territoriali. La presenza dei consultori sul territorio nazionale è disomogenea, così come la disponibilità di figure professionali specifiche, come mediatrici e mediatori culturali. La legge italiana garantisce formalmente l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza anche alle persone straniere, comprese quelle prive di permesso di soggiorno. Nella pratica, però, il diritto passa attraverso una rete complessa di codici, iscrizioni, documenti e procedure amministrative. E ancora una volta le risposte arrivano dal basso. Obiezione Respinta non è un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le forme di mutuo aiuto che portiamo avanti sono strumenti collettivi per condividere informazioni, esperienze e pratiche di supporto, trasformando l’IVG in un terreno di rivendicazione politica. L’aborto, la contraccezione e più in generale la salute riproduttiva continuano infatti a essere trattati come questioni marginali, eccezionali o moralmente controverse, anziché come aspetti fondamentali della salute e dell’autonomia delle persone. Per questo i nostri obiettivi si riassumono nel mettere in discussione il modo in cui l’accesso all’aborto viene regolato e raccontato in Italia, e nel renderlo concretamente possibile laddove emergano limiti, difficoltà e ostacoli. Si riassumono nella possibilità di riuscire, collettivamente, ad aiutare Stella. Immagine di copertina di Luca Mangiacotti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 1, 2026
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