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Verità e giustizia Abderrahim Fakir
È mattina tardi al Pilastro, quartiere periferico di Bologna, fa caldo, tanto caldo. Fa caldo da giorni, settimane, mesi. Non se ne può più. Il caldo si mischia all’ansia dei documenti che non arrivano, alle leggi sull’immigrazione che si inaspriscono, sia a livello nazionale che europeo, a Vannacci pompato a tutte le ore dai social e televisioni. Vivi qui da quando hai sette anni, ma non hai ancora la cittadinanza e ancora oggi, superata la soglia dei quarant’anni, hai paura per il permesso che fa ritardo. Fa sempre ritardo. Devi sempre provare il tuo status con documenti, certificati, permessi. Vivi qui da quando hai sette anni. Questo è il tuo paese, Bologna la tua città. E poi c’è il lavoro che non va bene, hai un’impresa, ma i clienti pagano sempre in ritardo e tu devi pagare le tasse, i contributi, i lavoratori. L’ansia sale, non ti senti bene, ti manca il respiro. Hai provato a chiedere aiuto, anche al pronto soccorso, ma non ti hanno ascoltato… Abderrahim Fakir il 19 luglio viene visto “dare in escandescenza”, tirare calci a dei garage, urlare. Interviene la polizia, viene chiamato il 118 per una “crisi psichiatrica”. I pochi minuti che concludono la vita di Abderrahim Fakir  li abbiamo visti tutte e tutti nei video, viene eseguita “una manovra di contenzione” dai due poliziotti arrivati sul posto, mentre una terza persona gli ferma le gambe. Sul tema si è già espresso il Presidente del 118 Balzanelli «la manovra così eseguita è errata e rischiosa». Anche la circolare del Ministero dell’interno dell’11 maggio 2026 con le linee guida per la gestione di persone non collaborative scrive chiaramente che «se il soggetto mostra segni di malessere, [bisogna] allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Quindi i protocolli ci sono e sono chiari: non si deve stare sopra la cassa toracica di una persona in evidente stato di agitazione, contro cui era già stato usato lo spray al peperoncino e con mani e piedi già legati. E i video della situazione precedente al momento della manovra, non possono eliminare né giustificare ciò che è accaduto dopo.  > Perché al momento del suo fermo erano presenti solo i paramedici del 118 e non > un medico? Perché i paramedici non sono intervenuti prima? Perché era ancora > ammanettato quando si è cercato di rianimarlo? Perché è stato usato dello > spray urticante? Come scrive la Brigata Basaglia: «Le pratiche di contenzione, i TSO, le procedure di intervento nei confronti di persone “in stato di alterazione” non sono neutre, sono lo specchio di un crescente sistema di repressione e controllo che agisce con particolare violenza nei confronti delle persone marginalizzate, dissidenti e razzializzate».  Il poliziotto che ha di fatto provocato la morte di Abderrahim Fakir, non era la prima volta che in un fermo utilizzava “metodi estremamente violenti”, era già stato denunciato da Enrico Abumhere, questo ci fa comprendere come non siamo di fronte a singole azioni che deviano dai protocolli, momenti di difficoltà, o qualche mela marcia. Ma modalità sistematiche.  Foto di Daniele Stefanizzi LA VIOLENZA RAZZISTA È STRUTTURALE  La polizia italiana è stata più volte accusata di razzismo dalle organizzazioni internazionali. Nel 2023 il Comitato Onu per l’Eliminazione delle discriminazioni razziali (CERD) nel suo rapporto sull’Italia si è definito «preoccupato per le numerose segnalazioni sull’uso diffuso della profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine». Nel 2024, il Meccanismo internazionale di esperti indipendenti per promuovere la giustizia e l’uguaglianza razziale nelle forze dell’ordine (EMLER), ha denunciato «l’adozione sistematica della profilazione razziale come base per i controlli d’identità, per i fermi e le perquisizioni», così come ha definito il sistema penale e carcerario fortemente discriminatorio nei confronti delle persone razzializzate. Ancora nel 2025, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (ECRI) ha pubblicato dossier in cui accusa la polizia italiana di utilizzare la profilazione razziale, indirizzando i controlli in base all’etnia.  > Profilazione razziale, leggi discriminatorie, sistema della cittadinanza > basato strettamente sullo jus sanguinis, il razzismo in Italia non è un > semplice atteggiamento individuale di qualche individuo, ma un sistema > segregazionista fatto di leggi, istituzioni, uffici, certificati, procure e > applicato violentemente nei controlli di polizia. Il ricatto dei documenti è utile per sfruttare lavoratrici e lavoratori migranti e pagarli con salari da fame e mantenerli senza diritti. E a questo dobbiamo aggiungere tutti i nuovi poteri che le forze dell’ordine hanno ottenuto tramite l’approvazione dei vari Decreti Sicurezza, tra cui lo scudo penale, subito utilizzato in questo caso.  La polizia, i carabinieri e l’esercito nelle strade, l’istituzione di zone rosse nei centri città, attuano praticamente una segregazione razziale urbana, controllando in maniera continuativa, stressante e violenta le persone razzializzate e migranti, le persone marginalizzate e che vivono in estrema povertà nelle strade, e chiunque provi a protestare e criticare il potere. Le carceri e i cpr sono il corollario di questo controllo urbano. Non è un caso che Abderrahim Fakir vivesse un’ansia costante di essere deportato. Ed è simbolico che la sua uccisione sia avvenuta mentre a Genova si ricordava l’uccisione di Carlo Giuliana. Come allora, la polizia uccide impunita nelle nostre strade, l’omertà, lo spirito di corpo, i depistaggi e la base fascista della polizia è ben solida, coperta e sostenuta dal sistema giudiziario e politico.   > Abderrahim Fakir non stava bene, ma della sua salute mentale nessuno parla, > non era preso in carico dai servizi di salute mentale, perché in Italia sono > manchevoli e non hanno sufficienti personale e risorse. Non seguiva una cura, non aveva un sostegno psicologico, nonostante stesse affrontando un momento della vita complicato. Come può accadere a ognuno di noi. Solo che pagare 50 o anche 100 euro settimanali per una seduta di terapia è un privilegio che non tutte le persone si possono permettere. Eppure nessuna risorsa aggiuntiva è stata inserita in finanziaria per il supporto psicologico e per il benessere psico-fisico, mentre la richiesta di presa in carico è esplosa. Quando in passato aveva era stato fermato per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, per Abderrahim Fakir si è attivato il sistema penale e carcerario in maniera solerte. Ma in un momento di bisogno non si è attivato nessun servizio del sistema sanitario o di supporto sociale. Nessuna istituzione della cura, solo del controllo. E questo ha tutto a che vedere con il colore della sua pelle, con la storia coloniale del nostro paese e dell’Europa, con il suprematismo bianco dei nostri giorni, che affonda le sue radici in secoli di conquiste, sopraffazione e schiavismo.  Foto di Daniele Stefanizzi BOLOGNA IN RIVOLTA  Il giorno seguente l’uccisione di Abderrahim Fakir, il sindaco Lepore ha convocato un presidio in centro storico, e non al Pilastro, dove le sue politiche in passato erano già state al centro di contestazioni. Qui c’erano migliaia di persone che hanno ascoltato le parole della nipote Yossra Fakir: «Abderrahim non era un caso di cronaca, era una persona, era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia, con dei sentimenti e con delle persone che lo amavano profondamente», continuando tra le lacrime: «meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità. La cosa più difficile da accettare e che in un momento di fragilità, quando una persona chiede aiuto qualcuno possa non essere riuscito a proteggerlo. E oggi noi chiediamo risposte: su chi aveva il compito di intervenire, su chi aveva il compito di tutelare una vita. Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili, per questo chiediamo che ogni comportamento e ogni eventuale mancanza vengano accertati con la massima attenzione».  Il presidio è diventato un corteo, circondato dalle forze dell’ordine contro cui sono scoppiati scontri per tutta la notte. Ore in cui la polizia di Bologna ha lanciato lacrimogeni ad altezza delle persone, usato idranti, e caricato con violenza, ci sono stati diversi fermi, reporter sono stati manganellati, e ad altri sono state rotte le macchinette fotografiche. > Perché era necessaria la polizia in assetto antisommossa in un presidio per la > morte di un uomo ucciso dalla polizia? Perché già erano previsti idranti in > piazza? Sono mesi che assistiamo a scene di estrema violenza nelle strade di > Bologna, e non solo, dove durante il movimento per la Palestina almeno una > persona ha perso un occhio perché colpita da gas lacrimogeni. Se Bologna non avesse risposto con questa determinazione e rabbia e non fosse rimasta in piazza per ore, oggi il caso Abderrahim Fakir sarebbe già fuori dalle pagine di giornale, non avrebbe superato i confini nazionali e sarebbe rimasto l’ennesimo fatto di cronaca presto dimenticato. Senza quella rabbia la vita Abderrahim Fakir, di Rami Elgaml, di Moussa Diarra e le tante vite spezzate dal razzismo istituzionale non le ricorderebbe nessuno.  Il Partito Democratico ha ancora una volta deciso di stare dalla parte sbagliata, con le parole balbettanti di Schlein, mentre il Movimento 5 Stelle non si è espresso, e AVS ha chiesto un’ indagine indipendente. Non è abbastanza. Possibile che nessuna forza politica abbia il coraggio di dire che Fakir è stato ucciso da due poliziotti? > La lotta al razzismo sistemico e la denuncia di un’uccisione di una persona > inerme come Abderrahim Fakir dovrebbe essere al centro di un programma di > sinistra. La destra, al contrario è molto chiara, soffia sul razzismo perché > si espanda l’incendio dell’odio, in una rincorsa a Vannacci che porta il > discorso pubblico sempre più verso il fascismo. Mentre schiere di persone reali e bot alimentano nei social commenti che inneggiano alla morte delle persone migranti. La piazza di Bologna è stata giusta e necessaria, così come il processo di mobilitazione che sta nascendo, la grande assemblea che si è tenuta mercoledì 22 a piazza Lucio Dalla, chiama a una mobilitazione cittadina per domenica 26 e a una mobilitazione nazionale per settembre. Nonostante anche qui non manchino divisioni e sgomitate identitarie per ricavarsi il proprio pezzo di visibilità.  Quante altre vite spezzate dovremmo piangere? Quante altri familiari dovranno farsi carico di processi e comitati per chiedere verità e giustizia? Quante tempo ancora ci vorrà per rispecchiarci in queste storie? La lotta per Abderrahim Fakir deve essere la lotta di tuttƏ, non possiamo più aspettare il prossimo omicidio di Stato.  Mentre scriviamo ci arriva la notizia che Mohamed Amin Bessioud si è lanciato dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri nella sua camera. Immagine di copertina di Daniele Stefanizzi Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 24, 2026
DINAMOpress
Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima
Roma è nella morsa del caldo ormai da un mese. Non sappiamo quanto durerà ancora né se, alla fine, sarà l’estate più calda o se il 2024 sarà stata ancora più infuocata. Le statistiche contano fino a un certo punto, di più conta la realtà vissuta ed è una realtà di forte disagio per la parte di popolazione più debole e con meno risorse. Le statistiche dicono chiaramente che Roma è tra le città europee che più hanno peggiorato la propria situazione climatica negli ultimi anni. Dal 1960 a oggi la temperatura estiva in città è aumentata di 2,66 gradi. I tempi in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck sfrecciavano in Vespa nella Roma agostana – immortalati nei souvenir venduti oggi in centro storico – sono climaticamente lontani. Oggi i due rimarrebbero forse chiusi in un caffè con l’aria condizionata e la paura di fare anche solo una passeggiata all’aperto. Un recente articolo comparso su “Internazionale” ha rilevato che anche la stessa architettura storica della città è a rischio a causa dell’innalzamento delle temperature. Questo stravolgimento climatico infatti ha effetti particolarmente duri nei quartieri più poveri, dove avere un impianto di condizionamento d’aria è un lusso, dove si vive in tante persone e in pochi metri quadri, dove si formano le isole di calore per concentrazione di cemento e assenza di spazi verdi.  In quegli stessi quartieri i tempi di attesa per gli autobus sono insopportabili in questi mesi e le poche aree verdi diventano aride steppe abbandonate per mancanza di cura da parte dei servizi comunali. Lo stesso disagio è vissuto da chi svolge i lavori più a rischio, come quelli esposti al sole come edilizia e rider oltre che ovviamente chi lavora in agricoltura. Le responsabilità di questi rapidi e violenti impatti del cambiamento climatico sono note a chi legge Dinamopress, così come lo sono le possibili soluzioni e il ritardo doloso che la politica mondiale continua ad avere rispetto ai problemi generati dalla crisi climatica. Tuttavia va ricordato che invece molto si potrebbe fare per attuare piani di adattamento al clima stravolto, mentre è poco quanto finora si è mosso. Se non ci si può aspettare granchè dal governo fascistoide e negazionista di Meloni, che boccheggia tra una crisi e l’altra verso le elezioni, molto più deludente è osservare l’assenza di una visione ecosistemica per la protezione climatica della città da parte della attuale Giunta comunale capitolina. Nel 2024 il Comune di Roma ha adottato un Piano per il Clima. Associazioni e gruppi ecologisti avevano criticato fortemente questo piano per l’inadeguatezza e per la profonda incoerenza nei metodi utilizzati e nei contenuti, ma sono rimaste inascoltate senza ricevere neppure una risposta al documento di critica presentato.  A distanza di due anni, quelle critiche appaiono oggi ancora più fondate e sostanziali. Anzitutto perché in questi due anni la giunta ha difeso strenuamente alcuni progetti edificatori che sono uno schiaffo in faccia a qualunque sostenibilità ecologica in epoca di crisi climatica. Stiamo parlando del progetto dello stadio della A.S. Roma a Pietralata e del progetto per l’area dei Mercati Generali a Ostiense.  > Entrambi i progetti sono, tra le altre cose, uno scempio ecosistemico e > climatico. Il primo sorgerà su un bosco, il secondo su un “corpo idrico > superficiale”, entrambe le aree sarebbero da preservare in modo estremamente > accurato proprio per riuscire a difendersi dall’avanzata del calore estivo. La > Giunta Gualtieri ha deciso invece di rovesciarvi sopra tonnellate di cemento. Non sono, purtroppo, gli unici casi. Nelle ultime settimane si sta parlando molto del progetto edilizio di 20mila metri quadri sull’ex deposito AMA a Montagnola,  anche in quel caso, comitati locali stanno cercando di fermare quello che sembra un ennesimo favore alla speculazione cementificatrice. Le opere svolte per il Giubileo si sono pure caratterizzate per colate cemento in molti punti della città, come si può vedere in piazza San Giovanni o in piazza dei Cinquecento, nonostante gli studi scientifici dimostrino che ciò che va fatto, per adattarsi al clima surriscaldato, è togliere il cemento, non aggiungerlo. Berlino, Lione, Valencia, sono alcune delle città europee (non necessariamente guidate dal centro-sinistra, anzi) che stanno attuando pratiche concrete di depavimentazione e di rimboschimento urbano.   L’area dei mercati generali a seguito di un disboscamento avvenuto a Febbraio 2026, FB Basta Speculazione A Roma accade drammaticamente il contrario, complice anche una gestione del verde pubblico spesso dubbia, che predilige il taglio di alberi che creino problemi ad una loro cura per quanto complessa. Come se tutto questo non fosse sufficiente, il 23 luglio verranno definitivamente approvate le NTA, norme tecniche di attuazione del Piano regolatore che prevedono, ancora una volta, l’ ampliamento delle possibilità di cementificare, come denunciato da Fridays For Future che ha scritto «Le nuove Norme Tecniche Attuative (NTA) del Piano Regolatore arrivano al voto in Campidoglio e rischiano di consegnare Roma a palazzinari e speculatori. Da oltre un anno ci mobilitiamo insieme a comitati e associazioni di tutta Roma per arginare queste modifiche, che investono 62 articoli su 113. Modifiche che riteniamo preoccupanti perché consentono di  •  Dare incentivi per demolizioni e ricostruzioni più grandi, fino a +30% di volume.  • Trasformare case in studentati, case vacanze o edifici commerciali • Accorpare edifici storici fino a 500 mq, sventrandoli, e mantenendo solo la facciata per farne hotel, fast food o negozi • Monetizzare aree verdi e servizi pubblici.» Ricordiamo infine che davanti ad un progetto mastodontico e devastante come il Porto di Fiumicino – per ora fermo grazie alla sentenza del Tar – Gualtieri si era subito reso disponibile a utilizzare i fondi del Giubileo per le opere accessorie e di viabilità a esso collegate: strade, parcheggi, ancora cemento. L’assenza di una seria politica climatica in città è determinata da vari fattori.  È noto l’assoggettamento storico alla lobby palazzinara guidata dalla famiglia Caltagirone che ha un peso politico enorme nei confronti di Giunte di qualunque colore, ma ormai questo non basta più a comprendere cosa stia accadendo. Il passo verso cui si muovono all’unisono Comune e Regione è quello di una evidente messa a disposizione della città a fondi di investimento immobiliare internazionali che hanno il chiaro intento di riprodurre il “modello Milano”. > Con questo termine intendiamo un modello estrattivista composto da > turistificazione, sviluppo urbano iniquo e cementificatore, innalzamento > insostenibile del costo della vita, svendita dello spazio e del patrimonio > pubblico agli interessi della rendita immobiliare speculativa.  Un modello che non potrà mai tutelare il verde pubblico e non ha nessun interesse a garantire la sopravvivenza in città per chi non ha seconde case in montagna o il condizionatore in ogni stanza.  Ricordiamo che dietro al progetto dei Mercati Generali vi è il fondo di investimento israeliano Hines, mentre si sono dimostrati interessati a sostenere lo stadio di Pietralata JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs. La rivista Generazione Magazine in questo approfondito articolo ha dimostrato come questa modalità di gestione della città sia strutturale, come dimostra il bando Roma REgeneration – della omonima Fondazione – che Campidoglio e Regione hanno patrocinato, mentre Rossella Marchini su Dinamo ha di recente ricostruito la genesi di questo modello. Gualtieri ha rivendicato pubblicamente già nel 2023 che quello milanese sia il suo modello urbanistico, e in virtù di questa scelta continua ad invitare investitori in città. La gravità di questo scenario è tale da lasciare aperte alcune domande a cui la politica cittadina sembra non voler dare risposte ma che suscitano interesse diffuso. L’appello lanciato da studiosx e urbanistx per un modello di città differente – a partire da molte riflessioni analoghe a quelle qui esposte – ha suscitato attenzione e sostegno molto ampio, segnale che la città è preoccupata per quello che appare un futuro insostenibile ecologicamente e iniquo socialmente. Eppure la coalizione al governo del Campidoglio appare indaffarata solo a prepararsi alle elezioni in modalità campo largo, o a posizionarsi rispetto alla querelle sul cinema Metropolitan, mentre fa passare in silenzio alcuni passaggi molto gravi come l’approvazione delle NTA che non a caso avvengono in un silenzioso tardo luglio in cui l’attenzione cittadina diminuisce sensibilmente. Manca meno di un anno all’appuntamento elettorale.  Sarebbe utile che tutto questo diventasse materia di dibattito aperto e soprattutto di sano conflitto sociale.  Sarebbe utile che non ci si nascondesse dietro all’ennesimo There is No Alternative, alla narrazione sul debito e le casse vuote e neppure dietro al ricatto «o noi o torneranno i fascisti in Campidoglio».  Chi vive e chi vorrà vivere in futuro in questa città merita molto di più. Foto di copertina, l’area dove si vuole costruire lo stadio di Pietralata, di Daniele Napolitano, Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 23, 2026
DINAMOpress
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
La Forza della polizia… e il mancato processo di democratizzazione
In versione parzialmente ridotta, pubblichiamo per Pressenza questo importante contributo di Carlo Caprioglio (docente di Clinica legale all’Università di Roma), dal quale si rileva – in ordine all’applicazione delle misure securitare varate dal governo incarica (tematica-principe della propaganda postfascista) –  «come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati». Come si sottolinea nel sommario di Jacobin.Italia: «L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna non evidenzia solo il clima repressivo e autoritario del governo Meloni e la razzializzazione dei soggetti colpiti, ma anche il mancato processo di democratizzazione delle forze dell’ordine che riguarda anche la sinistra»[accì] Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia. Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili. Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile. La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile. È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati. Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *CARLO CAPRIOGLIO È ASSEGNISTA DI RICERCA E DOCENTE A CONTRATTO DI CLINICA LEGALE ALL’UNIVERSITÀ ROMA LE INFORMAZIONI CIRCA L’USO DELLA FORZA, LA PERCEZIONE E LA FORMAZIONE DEGLI OPERATORI DI POLIZIA SONO FRUTTO DELLE RICERCHE REALIZZATE NELL’AMBITO DEL PROGETTO «REFORMING POLICE ACCOUNTABILITY IN ITALY (REPOLITY)» SULLA RESPONSABILITÀ DELLE FORZE DELL’ORDINE, REALIZZATO DALLE UNIVERSITÀ DI BARI E FIRENZE. I RISULTATI E I MATERIALI DI RICERCA SONO LIBERAMENTE CONSULTABILI SUL SITO DEL PROGETTO. LE OPINIONI ESPRESSE SONO DA ATTRIBUIRE ESCLUSIVAMENTE ALL’AUTORE. Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Chi si prenderà cura dell’Italia? Immigrazione, lavoro regolare e il futuro del welfare
LUIGI CAPOANI 1, SILVIA FUSAR BASSINI 2 L’Italia sta vivendo una delle più profonde trasformazioni demografiche della propria storia. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la riduzione della popolazione in età lavorativa stanno mettendo sotto pressione un sistema di welfare progettato in un contesto sociale profondamente diverso da quello attuale. In questo scenario, il lavoro di cura rappresenta ormai una componente essenziale dell’assistenza alle persone anziane e fragili, ma continua a essere caratterizzato da forti criticità, tra cui l’elevata diffusione del lavoro irregolare, una programmazione insufficiente delle politiche pubbliche e, non da ultimo, il fatto che a sostenerlo sia quasi ovunque la stessa componente della popolazione – donne, e in larghissima parte donne migranti. Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank e Professore a contratto di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, insieme a Silvia Fusar Bassini, analista dell’European Youth Think Tank, riflettono sulle sfide che il sistema italiano dell’assistenza dovrà affrontare nei prossimi anni, evidenziando il ruolo dell’immigrazione regolare, della qualità del lavoro di cura e della necessità di ripensare il welfare in un’ottica intergenerazionale. Il lavoro di cura è diventato una necessità strutturale Negli ultimi decenni il lavoro di cura è passato dall’essere un supporto occasionale a rappresentare uno dei pilastri del welfare italiano. L’aumento della speranza di vita, la crescente incidenza delle patologie croniche e la trasformazione delle strutture familiari hanno determinato una domanda sempre più elevata di assistenza domiciliare, che è diventata una necessità più che un’opzione. Una parte significativa di questo fabbisogno viene oggi soddisfatta da lavoratrici e lavoratori stranieri, che svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza quotidiana agli anziani e alle persone non autosufficienti. I numeri raccontano con chiarezza chi sostiene oggi questo settore: nel 2025 la componente femminile tra i lavoratori domestici sfiora il 90%, e quasi 7 su 10 provengono da un altro Paese. La comunità più numerosa arriva dall’Est Europa – Romania, Ucraina, Moldavia in testa – seguita da Sud America e Filippine. Senza questo contributo, molte famiglie avrebbero enormi difficoltà a garantire una presa in carico continuativa dei propri familiari. UN LAVORO SOSTENUTO QUASI INTERAMENTE DA DONNE MIGRANTI Parlare genericamente di “lavoratori stranieri” rischia di appiattire una realtà che è, prima di tutto, una questione femminile. Chi lascia il proprio Paese per accudire un anziano italiano spesso lo fa affidando i propri figli o i propri genitori ad altre donne rimaste a casa, che possono essere sorelle, madri, vicine oppure altre lavoratrici pagate a loro volta. È quella che viene definita una catena globale della cura: il lavoro di accudimento si riverbera lungo una serie di donne che si sostituiscono l’una all’altra, spesso trascorrendo lunghissimi periodi di distanza dai propri affetti. A questo si aggiungono altri problemi sistemici. È frequente la presenza di lavoratrici straniere che hanno qualifiche professionali conseguite nel Paese d’origine ma non riconosciute in Italia, e si ritrovano a svolgere lavori di cura pur avendo una formazione più alta oppure semplicemente diversa da quella richiesta dal ruolo. Chi lavora in convivenza, poi, affronta un isolamento ulteriore: vive nella casa dell’assistito, spesso senza orari definiti, senza rete sociale nelle vicinanze e con margini ridotti per far valere i propri diritti. E poiché l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno restano legati al contratto di lavoro, chi ha meno alternative – spesso proprio le donne arrivate da sole, senza una rete di supporto già radicata – si trova nella posizione più debole per negoziare condizioni dignitose o denunciare eventuali abusi. IL PROBLEMA DELL’IRREGOLARITÀ Accanto a questa realtà permane un problema che il dibattito pubblico affronta troppo raramente: una quota ancora rilevante del lavoro di cura continua a svilupparsi nell’irregolarità. L’Inps registra poco più di 800mila rapporti di lavoro domestico regolari, mentre altre stime che includono anche il lavoro non regolare arrivano a censire oltre 3,3 milioni di persone coinvolte nel settore. Il divario tra questi due numeri è la misura reale del problema. Il lavoro sommerso non rappresenta un vantaggio né per i lavoratori né per le famiglie. Chi presta assistenza senza un regolare contratto rimane privo di adeguate tutele previdenziali e assicurative, come maternità, infortuni, disoccupazione o pensione, mentre gli assistiti rischiano di ricevere servizi privi di standard professionali verificabili e continuità assistenziale. Favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro significa rafforzare la dignità del lavoro, migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare le entrate contributive e costruire un sistema più trasparente e sostenibile. L’immigrazione può rappresentare una risorsa importante, ma soltanto se accompagnata da percorsi di integrazione, formazione linguistica e professionale e da strumenti che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro regolare. Nel 2025 il governo ha introdotto un canale di ingresso fuori quota dedicato all’assistenza familiare e sociosanitaria, superando in parte la logica dei decreti flussi che per anni ha reso l’incontro tra domanda e offerta quasi casuale. Restano però da sciogliere i nodi di fondo: procedure ancora macchinose, tempi di attesa lunghi e un legame tra permesso di soggiorno e contratto che continua a esporre le lavoratrici a un potere contrattuale sbilanciato. INVESTIRE NELLA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA La questione non riguarda soltanto il numero di operatori disponibili, ma anche la qualità dell’assistenza offerta. Prendersi cura di una persona anziana richiede competenze sempre più articolate, che spaziano dagli aspetti sanitari di base alla gestione delle fragilità cognitive, fino alla capacità di instaurare relazioni umane di fiducia. Per questo motivo diventa essenziale investire nella formazione continua degli assistenti familiari, nella certificazione delle competenze e nello sviluppo di servizi territoriali capaci di accompagnare sia le famiglie sia i lavoratori. In questa direzione va, ad esempio, la proposta, rilanciata di recente anche dai vertici dell’Inps, di istituire un Albo nazionale per colf e badanti, capace di certificare le qualifiche del settore e di dare finalmente visibilità pubblica a un lavoro che oggi resta in gran parte invisibile. Migliori condizioni di lavoro e di formazione non sono solo un costo: possono ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sul sistema sanitario e migliorare concretamente la vita di chi viene assistito. RIPENSARE IL WELFARE IN UNA PROSPETTIVA INTERGENERAZIONALE L’invecchiamento della popolazione impone anche una riflessione più ampia sull’equilibrio del welfare italiano. Storicamente, una parte molto consistente della spesa sociale è stata destinata alla protezione previdenziale, mentre risultano relativamente più contenuti gli investimenti rivolti alle nuove generazioni, alle politiche familiari, alla natalità, alla formazione e all’inserimento lavorativo dei giovani. Non si tratta di mettere in discussione le tutele degli anziani, che rappresentano una conquista fondamentale del nostro sistema sociale. Piuttosto, la sfida consiste nel costruire un welfare capace di rispondere contemporaneamente ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e alle aspettative delle giovani generazioni, evitando che il peso dell’invecchiamento ricada esclusivamente su chi oggi entra nel mercato del lavoro. Un sistema equilibrato deve essere in grado di proteggere chi ha bisogno di assistenza senza compromettere le opportunità di sviluppo delle generazioni future. UNA SFIDA CHE RIGUARDA L’INTERO PAESE L’assistenza agli anziani non può essere considerata esclusivamente una questione privata demandata alle famiglie. Essa rappresenta una sfida strutturale che richiede una strategia nazionale capace di integrare politiche migratorie, mercato del lavoro, formazione professionale e welfare territoriale. L’immigrazione regolare può contribuire ad affrontare il progressivo calo della popolazione attiva e a sostenere un settore destinato a crescere nei prossimi decenni. Tuttavia, questa opportunità potrà tradursi in un reale beneficio soltanto attraverso regole chiare, percorsi di integrazione efficaci e una decisa lotta al lavoro irregolare e solo se si riconoscerà, accanto al bisogno di chi riceve le cure, anche i diritti e la dignità di chi le presta ogni giorno. Investire nel lavoro di cura significa investire nella qualità della vita delle persone anziane, nella serenità delle famiglie e nella sostenibilità futura del welfare italiano. In un Paese che continua a invecchiare, la vera domanda non è se avremo bisogno di più assistenza, ma se saremo capaci di costruire un sistema in grado di garantire qualità, legalità e dignità a chi riceve cure e a chi le presta ogni giorno. 1. Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona e docente di Economia Monetaria presso l’Università di Trieste. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi. ↩︎ 2. Silvia Fusar Bassini è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sulle relazioni internazionali e i diritti umani. I suoi interessi di ricerca comprendono il diritto internazionale, le dinamiche socioeconomiche specialmente nei paesi in via di sviluppo con particolare attenzione ai fenomeni migratori e alle sfide di governance internazionale in materia di sviluppo e giustizia sociale. ↩︎
Genova 2001 – 2026 #4. “Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto”. Genova nel tempo lungo dei movimenti
Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto).  Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga.  > È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia > generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che > ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuto, ma > che comunque ci riguarda. Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care. A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere. Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi. Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo ad una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma.  Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti. > Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella > repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma > trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: > le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come > spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, > la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova > è arrivato già formato, che non è nato lì. Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto. Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata. Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #4. “Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto”. Genova nel tempo lungo dei movimenti proviene da DINAMOpress.
July 21, 2026
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VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA. Note su agroecologia e digitale alternativo
Rilanciamo da https://terraeliberta.noblogs.org/post/2026/06/12/via-contadina-o-via-cibernetica/ Per richiedere copie: terraeliberta@inventati.org   VIA CONTADINA O VIA CIBERNETICA Note su agroecologia e digitale alternativo La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.   Introduzione Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita, individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1. Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione, per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero scopo è alimentare i profitti di grandi aziende. Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi, gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti, soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma per legittimarlo. Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo, repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo, sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità, sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali. Una premessa sul concetto di agroecologia Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli (l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri – in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con un’agricoltura industriale riformata. Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui e comunità anziché minacciarla. 1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli agricoltori? L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale) dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi (l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili localmente. 1.1 Algoritmi trasparenti La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning (ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono “imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole» e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo.  Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali, l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”, infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben poco la trasparenza delle decisioni. Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree (“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili. Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un processo che è fuori dal suo controllo. Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa dell’autonomia dei contadini.  Detto in altre parole, la riduzione degli agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto che alle Big Tech. 1.2 Controllo dei dati Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini, sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il «controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili. Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso, la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti». Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del “controllo”. 1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima – modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece, praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la dipendenza nei confronti dell’industria. 2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative sull’ambiente? 2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione «Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni colturali meccaniche). A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni, risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità? Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter “scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema. Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su filari uniformi. Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto. Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo, abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto che si crea con la natura. Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive; risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura degli uomini e delle donne. 2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi, lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla sostenibilità ambientale. Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali, sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire «un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque un’organizzazione non meno complessa della loro produzione. Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili. In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente – una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla, in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione, tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e comunità. Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato. 3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione? La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti “positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie. Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme. Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati (e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio). Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia molto più utopistico dell’Anarchia. Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…); dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli. L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia, telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli” fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa) portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti; mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile. Conclusioni Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario? Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a mercati digitali! Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui: strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale, infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi, dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio, appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso. L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici, l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi individuali e comunitari8. La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo, standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non c’è arretratezza, ma resistenza. Rovereto, maggio 2026 Collettivo Terra e Libertà   1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org. 2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della scatola nera è però sostanzialmente irrisolto. 3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023. 4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di reattori modulari. 5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023. 6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026. 7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto. 8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo e i commons”
July 17, 2026
il Rovescio
In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande
Quando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28 luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821], non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico), presentandosi al contempo come garante dell’ordine. > La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al > governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al > Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale. Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere. UNA VOTAZIONE BLINDATA Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi. La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal padre tra il 1990 e il 2000. Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse mobilitazioni in tutto il territorio nazionale. Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore. Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei 60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati. > La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo > al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza > proporzionata alla sua effettiva dimensione. Si ritroverà con un blocco di > minoranza a dover affrontare una coalizione che sa già, perché lo ha fatto in > passato, come cambiare le regole, proteggere le proprie forze di sicurezza e > aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi esito avverso. I risultati > consentiranno al fujimorismo di governare con contrappesi istituzionali minimi > ma con la massima impunità possibile. Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di sé. FANTASMI E BERSAGLI FACILI Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica più solida del Perù. Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato. Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti. > In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad > aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani > residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la > presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà > le immediate conseguenze di quel governo è significativo. Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria di indagare sugli stessi reati. Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90 sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione che questo comporta. Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano. È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni presidenziali. LA MEMORIA COME RESISTENZA Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una delle sue prime reazioni. È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento. Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere. Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente possesso del Palazzo Presidenziale. La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da quello che era. Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito indipendente Ojala lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina di Foto © Connie France, del19 giugno 2026, quando un cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto. Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg per il Cono Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande proviene da DINAMOpress.
July 16, 2026
DINAMOpress
Dall’eroina al fentanyl: le droghe come strumento di controllo politico
Ottanta fiale di fentanyl sparite dalla farmacia di un ospedale romano non sono soltanto un fatto di cronaca, sono un punto di rottura che ci obbliga a porci una domanda: l’Italia è davvero preparata a impedire che sostanze potentissime e incontrollabilli escano dai circuiti ospedalieri e arrivino al mercato criminale? Il caso dell’Ospedale Israelitico di Roma ha acceso l’allarme ai massimi livelli istituzionali: secondo le ricostruzioni di stampa, sono scomparse 80 fiale di fentanyl, quantità ritenuta potenzialmente idonea a confezionare fino a circa 20.000 dosi destinate al consumo illecito. La Procura di Roma ha aperto un’indagine e il Governo ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi. Il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione, attivato i NAS e annunciato una nuova circolare per rafforzare i controlli su uso, circolazione impropria, conservazione e stoccaggio del fentanyl nelle strutture sanitarie e ospedaliere. Ma il punto non è soltanto chi abbia materialmente sottratto quelle fiale, esiste un discorso politico, sociale, sanitario e, in senso ampio, strategico su cui ci dovremmo soffermare e riflettere. LE DROGHE COME DISPOSITIVO DI CONTROLLO DEL CORPO SOCIALE Ogni volta che una droga entra o non entra in una società, ogni volta che viene repressa, tollerata, ignorata o trasformata in emergenza, la società si trova davanti non soltanto a una questione di ordine pubblico, ma a una forma di governo del corpo sociale. In questo senso la droga non è mai solo droga, è mercato, marginalità, profitto, ma soprattutto uno specchio esatto dell’epoca che la consuma. > Le droghe non sono mai un corpo estraneo alla società: sono un riflesso e > sintomo dell’organizzazione sociale di un determinato contesto. Quando una > società chiede obbedienza, prevalgono sostanze che sedano, ma quando chiede > prestazione ed alto funzionamento, prevalgono sostanze che accelerano, dopano, > ravvivano. UN PRECEDENTE STORICO: BLUE MOON E LA DROGA COME DOMANDA POLITICA La memoria storica italiana conosce già il sospetto che la droga possa essere stata usata non soltanto come merce criminale, ma anche come strumento di neutralizzazione sociale. La cosiddetta Operazione Blue Moon viene spesso evocata proprio per indicare la presunta diffusione pilotata dell’eroina negli ambienti giovanili e politici degli anni Settanta, in un contesto segnato da conflitto sociale, movimenti extraparlamentari, strategia della tensione e Guerra fredda. In questo quadro viene spesso evocato anche il possibile coinvolgimento della CIA, non come presenza necessariamente diretta nella distribuzione materiale dell’eroina, ma come apparato interessato a contenere l’espansione dei movimenti comunisti, extraparlamentari e antiatlantici in un Paese strategico come l’Italia. L’Italia degli anni Settanta, infatti, non era un Paese qualunque: era uno dei principali fronti politici dell’Occidente, con il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, un forte movimento operaio, una contestazione studentesca diffusa e aree extraparlamentari radicalizzate. In questo contesto, secondo la ricostruzione legata a Blue Moon, la diffusione dell’eroina avrebbe potuto inserirsi in una strategia di depotenziamento sociale: non reprimere soltanto dall’esterno, ma indebolire dall’interno gli ambienti giovanili e politici più conflittuali. Il documentario Operazione Bluemoon – Eroina di Stato presenta infatti la vicenda come un filo che collega servizi segreti, narcotraffico e terrorismo di Stato dentro gli anni di piombo. Secondo questa prospettiva, l’operazione si sarebbe svolta attraverso una dinamica di infiltrazione, tolleranza e gestione indiretta dei flussi di eroina. Non si sarebbe trattato di creare da zero il mercato della droga, ma di permettere, favorire o non ostacolare determinati canali criminali capaci di portare l’eroina proprio nei luoghi più sensibili del conflitto sociale. Alcune ricostruzioni parlano esplicitamente di una strategia dei servizi segreti italiani e statunitensi. > Nel concreto, il meccanismo ipotizzato sarebbe stato questo: l’eroina, già > inserita nei circuiti del narcotraffico internazionale, sarebbe stata lasciata > circolare con particolare facilità negli ambienti giovanili, studenteschi, > proletari e controculturali. I canali materiali sarebbero stati quelli della > criminalità organizzata, dello spaccio di strada, dei circuiti informali e > delle reti già presenti nelle città. L’aspetto politico, secondo questa > ricostruzione, non starebbe quindi nella vendita diretta della sostanza da > parte degli apparati statali, ma nella possibile tolleranza, copertura o > mancata repressione effettiva di quei flussi, soprattutto quando andavano a > colpire università, quartieri popolari, ambienti della sinistra > extraparlamentare, spazi occupati, concerti, piazze e luoghi di aggregazione > giovanile. Il funzionamento sarebbe stato tanto semplice quanto devastante: rendere l’eroina disponibile, accessibile e inizialmente a basso costo; farla arrivare nei contesti più politicizzati; lasciare che la dipendenza producesse il resto. Una volta entrata nei corpi, nelle relazioni e nelle comunità, l’eroina non aveva bisogno di presentarsi come strumento politico. Agiva da sé: spezzava legami, isolava i soggetti, trasformava la militanza in sopravvivenza, sostituiva la rabbia collettiva con il bisogno individuale della dose. In questa prospettiva, Blue Moon non sarebbe stata un’operazione militare nel senso classico, fatta di arresti di massa, repressione dichiarata o intervento diretto dello Stato. Sarebbe stata piuttosto una forma di guerra psicologica a bassa intensità: non colpire frontalmente i movimenti, ma indebolirli dall’interno; non svuotare le piazze con la forza, ma lasciare che la dipendenza consumasse progressivamente una generazione già attraversata da conflitto, rabbia, desiderio di rottura e possibilità rivoluzionarie. DALL’EROINA ALLA COCAINA: DALLA SEDAZIONE ALLA PRESTAZIONE Le droghe non producono tutte lo stesso tipo di soggetto sociale. Se l’eroina anestetizzava, isolava l’individuo dal sistema, lo annientava, lo dominava, la cocaina oggi produce un soggetto iperfunzionale, competitivo, performativo. Per questo oggi il sistema può convivere molto meglio con la cocaina che con il fentanyl. La cocaina è perfettamente compatibile con il capitalismo performativo contemporaneo, non porta necessariamente fuori dal sistema, spesso consente di restarci dentro con prestazioni ad alto funzionamento. Infatti non è più soltanto la droga della discoteca, del lusso o dell’eccesso, ma è diventata, in molti contesti, una droga da prestazione. Circola negli ambienti ad alta pressione come ristorazione, finanza, nightlife, logistica, professioni manageriali, edilizia, vendita, spettacolo, settori commerciali aggressivi, perché promette temporaneamente ciò che il sistema richiede: resistenza, lucidità, sicurezza, aggressività, capacità di reggere turni altrimenti fisiologicamente insostenibili. In quest’epoca di iper-performatività sembra che la cocaina faccia una promessa perfettamente coerente con i bisogni sociali e politici: possiamo continuare a funzionare anche quando siamo già oltre il limite. Partendo da questo fatto, il la diffusione e il consumo così elevati di cocaina nel mondo occidentale contemporaneo diventano un vero e proprio fattore politico e culturale. Le istituzioni europee confermano che non siamo davanti a un fenomeno marginale. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, la cocaina è, dopo la cannabis, la seconda droga illecita più usata in Europa. Nel 2025 l’EUDA parlava di circa 2,7 milioni di giovani adulti tra i 15 e i 34 anni che avevano fatto uso di cocaina nell’ultimo anno nell’Unione europea, pari al 2,7% di quella fascia d’età. La disponibilità resta elevatissima: nel 2023 gli Stati membri UE hanno segnalato, per il settimo anno consecutivo, un quantitativo record di cocaina sequestrata, pari a 419 tonnellate. Anche i dati sulle acque reflue confermano la tendenza: tra il 2024 e il 2025 i residui del metabolita della cocaina sono aumentati nel 57% delle città europee monitorate con dati comparabili. STATI, DROGHE E REGOLAZIONE SELETTIVA Gli Stati non sono esterni al mercato della droga: lo regolano anche quando dichiarano solo di combatterlo attraverso ciò che reprimono, ciò che tollerano, ciò che non vedono e ciò che scelgono di rendere emergenza. Dire che gli Stati “regolano” la diffusione delle droghe non significa necessariamente immaginare un piano scritto, un ufficio segreto, un ordine diretto. La regolazione può avvenire in modi molto più sottili: attraverso repressione selettiva, tolleranza, priorità investigative, omissioni, classificazioni giuridiche, politiche doganali, geopolitica, rapporti opachi con economie criminali, gestione differenziale delle classi sociali. > Il potere non deve necessariamente organizzare direttamente ogni traffico per > beneficiarne indirettamente, a volte, ad esempio, gli basta decidere dove > guardare e dove non guardare, chi criminalizzare e chi lasciare invisibile, > quale consumatore trasformare in problema di sicurezza urbana e quale > proteggere dietro il prestigio sociale, il reddito, la professione, il > contesto. Il consumo povero viene esposto, mentre il consumo ricco viene occultato. La piazza di spaccio in periferia diventa emergenza, nel frattempo la cocaina nei bagni dei locali, nei ristoranti, negli uffici, negli ambienti finanziari, nei contesti manageriali, rimane spesso un rumore di fondo, come un segreto pubblico di cui non occuparsi. PERCHÉ TONNELLATE DI COCAINA E NON FENTANYL? Arriviamo al punto più scomodo. In Europa entrano quantità enormi di cocaina. Il fentanyl, invece, pur essendo monitorato con crescente attenzione, non ha ancora assunto la centralità devastante che ha avuto in Nord America. L’Italia stessa ha adottato nel 2024 un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, proprio per prevenire uno scenario di crisi. La domanda non è banale: perché? Il fatto che l’Europa sia invasa dalla cocaina e non ancora dal fentanyl non va letto solo come casualità criminale, ma anche come compatibilità sociale: una sostanza performativa trova spazio in una società performativa, una sostanza di collasso resta una minaccia finché non esistono le condizioni sociali, sanitarie e criminali per la sua diffusione di massa. Il fentanyl non produce il lavoratore iperfunzionale, il manager brillante, il cameriere che regge il doppio turno, il cuoco che non dorme, il broker che resta lucido sotto pressione, il venditore che tiene il ritmo. Produce sedazione, overdose, emergenza, panico sanitario, corpi non più funzionali alla macchina economica. In altre parole, la cocaina può essere assorbita dal sistema perché mantiene il soggetto dentro la macchina mentre il fentanyl potenzialmente minaccia la macchina perché produce corpi spenti, emergenze sanitarie e perdita di controllo. E’ questa la differenza sostanziale. FENTANYL: NON SOLO DROGA, MA MINACCIA IBRIDA Per questo il furto delle fiale all’Ospedale Israelitico di Roma non può essere letto come un semplice ammanco farmaceutico. Il Ministero della Salute, dopo il furto, ha annunciato nuove misure per potenziare i controlli sulla sua conservazione e circolazione, collegandole alle azioni già previste dal Piano nazionale sul fentanyl. Qui si apre la domanda centrale. Non siamo davanti solo al rischio che alcune fiale vengano rivendute. Siamo davanti alla possibilità che un varco nel sistema sanitario diventi un varco nel mercato criminale. E, se il fentanyl entrasse davvero in modo significativo nel mercato italiano, il problema non sarebbe soltanto sanitario, ma psico-sociale, informativo, politico. > Nel caso del fentanyl rubato a Roma, la domanda non è soltanto dove siano > finite le fiale, ma quanto lo Stato sia pronto a gestire gli effetti sanitari, > criminali e psicologici di un’eventuale immissione sul mercato, o se sia > coinvolto in questa operazione di immissione. Il rapporto tra droga e potere non si esaurisce nel proibizionismo, il mercato criminale produce e distribuisce, ma non agisce mai nel vuoto, si muove dentro economie, guerre, confini o interessi, ma anche dentro priorità politiche e bisogni sociali. L’errore sarebbe fingere che la droga sia solo un problema di devianza individuale. Non lo è. È anche una tecnologia sociale potentissima che può sedare, accelerare, marginalizzare, rendere produttivi, distruggere, arricchire, controllare, destabilizzare, a seconda di esigenze sovrastrutturali. Oggi la cocaina sembra aderire perfettamente alla società della prestazione. Il fentanyl, invece, rappresenta la possibilità del collasso, come si è visto nel caso americano. Proprio per questo il furto di Roma va letto come un allarme, perché rivela qualcosa di inquietante: quanto siano fragili i confini tra medicina, mercato criminale, controllo sociale e sicurezza nazionale. E quando quei confini rischiano di cedere, come in questo caso, il problema non è più solo la diffusione di una droga, ma i rapporti tra chi decide quali sostanze devono restare fuori dalla società e quali invece possono entrarci e chi ne controlla concretamente la diffusione capillare. Accordi che vengono stabiliti purché contribuiscano a far girare la macchina sociale. La copertina è di Serenakoi (Pexels) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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July 16, 2026
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