Il confine come dispositivoDalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino
alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i
meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di
solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot.
> «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico
> alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico».
Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su
una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio
dell’Unione.
Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un
dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una
stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo,
in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo,
attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito.
È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che
seguirà.
Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia
cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si
rifletta concretamente sulle persone in movimento.
Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno
spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una
crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli
arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi.
La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica
nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre
più centrali della governance migratoria europea.
Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di
consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure
di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi
terzi.
Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei
quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo
rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo.
Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni
dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno.
Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una
stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale,
un centro di detenzione o un accordo diplomatico.
Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa
trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta
balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo
l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais,
dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere
esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e
internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al
Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio
di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e
soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e
contenimento della mobilità.
Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà
quello di seguire il continuum che li attraversa:
> la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di
> governo della mobilità.
Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche:
la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla
protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere
diverse e una crescente frammentazione della responsabilità.
Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la
frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi
attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di
resistenza.
Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole
persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono
quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico.
A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera
del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della
chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza
medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora,
riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine.
È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza
delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso.
Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e
deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di
protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono.
Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché
se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte
del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica
migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito.
In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese
sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o
verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata.
> Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto:
> sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico.
Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia
europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione
finanziaria, diplomatica e operativa.
Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa
essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio
dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria
politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le
condizioni concrete vissute dalle persone.
La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la
categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma
confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione,
violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento.
Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la
cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle
persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo
viene delegata ad attori esterni.
È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia
alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a
Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine
appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi
di controllo.
Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o
marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere
esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare
altrettanto frammentata.
Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite
dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza.
Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o
agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo
direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e
contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente
della chiusura dei confini.
Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste
dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella
trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono.
Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa
abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere
protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene
rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa
anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le
politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei
diritti e rispetto del diritto internazionale.
Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano
la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le
responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle
realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione
attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza.
> È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e
> solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea.
Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e
contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come
agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento.
1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura,
socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte
alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza
fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e
solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine,
a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di
solidarietà e assistenza. ↩︎