La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour.
Vous avez le pouvoir de le faire»
«Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con
amore. Voi avete il potere di farlo» 1
È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò
che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la
presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere,
espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“.
Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo
RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5
fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il
ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la
vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al
pagamento del riscatto.
Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti,
ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al
supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere
gli sbarchi a qualsiasi costo.
Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca
Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che
ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a
testimoniare sia in presenza che online.
> Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra
> come una merce senza valore.
>
> Aicha Conte, sopravvissuta
Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i
migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei
zitouna, i campi di ulivo.
> A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come
> degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas
> lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per
> spaventarci e disperderci.
>
> Rose Tchapet Souchtoua
> La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio
> aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha
> preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i
> bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha
> cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci
> hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno
> anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero.
>
> Aicha Conte
Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle
barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e
finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del
tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica».
> Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno
> detto che non potevano. Non ci restava che morire
>
> Rose Tchapet Souchtoua
Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre
atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni,
percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze
che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri
compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare.
Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora
localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri
trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e
descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso
di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta.
L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni
insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo
la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono
imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico –
prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la
prigione di Al Assah.
> Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento
> finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la
> polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante
>
> Rose Tchapet Souchtoua
> Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante
> ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti
> tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante
>
> Aicha Conte
Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse
testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi
della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere
stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a
salvarsi scappando a piedi nel deserto.
Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che
non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non
ce l’hanno fatta.
> Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono
> morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti
>
> Rose Tchapet Souchtoua
Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59
operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che
tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne,
bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con
carburante e droga.
Ph: Women State Trafficking
DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE
Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo
specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle
pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato,
evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo
stupro e la prostituzione forzata.
> Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale
> Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro.
>
> Rose Tchapet Souchtoua
Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la
presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta».
> Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio
> bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con
> sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei
> bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una
> donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro
> venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle.
>
> Aicha Conte
Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione,
prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali.
La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di
sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per
mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle
nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata.
Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di
persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente
genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa
la schiavitù sessuale.
La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere
vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La
Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio.
«È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma
individui da titolari di diritti a oggetti di scambio».
LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE
C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee.
«Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria
Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti,
società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione
delle frontiere europee.
Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro
sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori
responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani.
Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada:
«Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo
a collaborare con gli stessi governi che le commettono».
Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono
a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il
memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si
tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato,
chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei
finanziamenti a Tunisia e Libia.
Le testimonianze raccontano una continuità.
«Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una
catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo
geograficamente, ma politicamente.
«Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?»
dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento.
Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione
Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei
testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle
guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale
indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo
il confine.
1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎
2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito
web: statetrafficking.net ↩︎