Chi si prenderà cura dell’Italia? Immigrazione, lavoro regolare e il futuro del welfare
LUIGI CAPOANI 1, SILVIA FUSAR BASSINI 2
L’Italia sta vivendo una delle più profonde trasformazioni demografiche della
propria storia. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la
riduzione della popolazione in età lavorativa stanno mettendo sotto pressione un
sistema di welfare progettato in un contesto sociale profondamente diverso da
quello attuale. In questo scenario, il lavoro di cura rappresenta ormai una
componente essenziale dell’assistenza alle persone anziane e fragili, ma
continua a essere caratterizzato da forti criticità, tra cui l’elevata
diffusione del lavoro irregolare, una programmazione insufficiente delle
politiche pubbliche e, non da ultimo, il fatto che a sostenerlo sia quasi
ovunque la stessa componente della popolazione – donne, e in larghissima parte
donne migranti.
Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank e Professore a
contratto di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia,
insieme a Silvia Fusar Bassini, analista dell’European Youth Think Tank,
riflettono sulle sfide che il sistema italiano dell’assistenza dovrà affrontare
nei prossimi anni, evidenziando il ruolo dell’immigrazione regolare, della
qualità del lavoro di cura e della necessità di ripensare il welfare in
un’ottica intergenerazionale.
Il lavoro di cura è diventato una necessità strutturale
Negli ultimi decenni il lavoro di cura è passato dall’essere un supporto
occasionale a rappresentare uno dei pilastri del welfare italiano. L’aumento
della speranza di vita, la crescente incidenza delle patologie croniche e la
trasformazione delle strutture familiari hanno determinato una domanda sempre
più elevata di assistenza domiciliare, che è diventata una necessità più che
un’opzione.
Una parte significativa di questo fabbisogno viene oggi soddisfatta da
lavoratrici e lavoratori stranieri, che svolgono un ruolo fondamentale
nell’assistenza quotidiana agli anziani e alle persone non autosufficienti. I
numeri raccontano con chiarezza chi sostiene oggi questo settore: nel 2025 la
componente femminile tra i lavoratori domestici sfiora il 90%, e quasi 7 su 10
provengono da un altro Paese. La comunità più numerosa arriva dall’Est Europa –
Romania, Ucraina, Moldavia in testa – seguita da Sud America e Filippine. Senza
questo contributo, molte famiglie avrebbero enormi difficoltà a garantire una
presa in carico continuativa dei propri familiari.
UN LAVORO SOSTENUTO QUASI INTERAMENTE DA DONNE MIGRANTI
Parlare genericamente di “lavoratori stranieri” rischia di appiattire una realtà
che è, prima di tutto, una questione femminile. Chi lascia il proprio Paese per
accudire un anziano italiano spesso lo fa affidando i propri figli o i propri
genitori ad altre donne rimaste a casa, che possono essere sorelle, madri,
vicine oppure altre lavoratrici pagate a loro volta. È quella che viene definita
una catena globale della cura: il lavoro di accudimento si riverbera lungo una
serie di donne che si sostituiscono l’una all’altra, spesso trascorrendo
lunghissimi periodi di distanza dai propri affetti.
A questo si aggiungono altri problemi sistemici. È frequente la presenza di
lavoratrici straniere che hanno qualifiche professionali conseguite nel Paese
d’origine ma non riconosciute in Italia, e si ritrovano a svolgere lavori di
cura pur avendo una formazione più alta oppure semplicemente diversa da quella
richiesta dal ruolo. Chi lavora in convivenza, poi, affronta un isolamento
ulteriore: vive nella casa dell’assistito, spesso senza orari definiti, senza
rete sociale nelle vicinanze e con margini ridotti per far valere i propri
diritti. E poiché l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno restano
legati al contratto di lavoro, chi ha meno alternative – spesso proprio le donne
arrivate da sole, senza una rete di supporto già radicata – si trova nella
posizione più debole per negoziare condizioni dignitose o denunciare eventuali
abusi.
IL PROBLEMA DELL’IRREGOLARITÀ
Accanto a questa realtà permane un problema che il dibattito pubblico affronta
troppo raramente: una quota ancora rilevante del lavoro di cura continua a
svilupparsi nell’irregolarità. L’Inps registra poco più di 800mila rapporti di
lavoro domestico regolari, mentre altre stime che includono anche il lavoro non
regolare arrivano a censire oltre 3,3 milioni di persone coinvolte nel settore.
Il divario tra questi due numeri è la misura reale del problema.
Il lavoro sommerso non rappresenta un vantaggio né per i lavoratori né per le
famiglie. Chi presta assistenza senza un regolare contratto rimane privo di
adeguate tutele previdenziali e assicurative, come maternità, infortuni,
disoccupazione o pensione, mentre gli assistiti rischiano di ricevere servizi
privi di standard professionali verificabili e continuità assistenziale.
Favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro significa rafforzare la
dignità del lavoro, migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare le entrate
contributive e costruire un sistema più trasparente e sostenibile.
L’immigrazione può rappresentare una risorsa importante, ma soltanto se
accompagnata da percorsi di integrazione, formazione linguistica e professionale
e da strumenti che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro
regolare.
Nel 2025 il governo ha introdotto un canale di ingresso fuori quota dedicato
all’assistenza familiare e sociosanitaria, superando in parte la logica dei
decreti flussi che per anni ha reso l’incontro tra domanda e offerta quasi
casuale. Restano però da sciogliere i nodi di fondo: procedure ancora
macchinose, tempi di attesa lunghi e un legame tra permesso di soggiorno e
contratto che continua a esporre le lavoratrici a un potere contrattuale
sbilanciato.
INVESTIRE NELLA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA
La questione non riguarda soltanto il numero di operatori disponibili, ma anche
la qualità dell’assistenza offerta. Prendersi cura di una persona anziana
richiede competenze sempre più articolate, che spaziano dagli aspetti sanitari
di base alla gestione delle fragilità cognitive, fino alla capacità di
instaurare relazioni umane di fiducia.
Per questo motivo diventa essenziale investire nella formazione continua degli
assistenti familiari, nella certificazione delle competenze e nello sviluppo di
servizi territoriali capaci di accompagnare sia le famiglie sia i lavoratori. In
questa direzione va, ad esempio, la proposta, rilanciata di recente anche dai
vertici dell’Inps, di istituire un Albo nazionale per colf e badanti, capace di
certificare le qualifiche del settore e di dare finalmente visibilità pubblica a
un lavoro che oggi resta in gran parte invisibile. Migliori condizioni di lavoro
e di formazione non sono solo un costo: possono ridurre i ricoveri evitabili,
alleggerire la pressione sul sistema sanitario e migliorare concretamente la
vita di chi viene assistito.
RIPENSARE IL WELFARE IN UNA PROSPETTIVA INTERGENERAZIONALE
L’invecchiamento della popolazione impone anche una riflessione più ampia
sull’equilibrio del welfare italiano. Storicamente, una parte molto consistente
della spesa sociale è stata destinata alla protezione previdenziale, mentre
risultano relativamente più contenuti gli investimenti rivolti alle nuove
generazioni, alle politiche familiari, alla natalità, alla formazione e
all’inserimento lavorativo dei giovani.
Non si tratta di mettere in discussione le tutele degli anziani, che
rappresentano una conquista fondamentale del nostro sistema sociale. Piuttosto,
la sfida consiste nel costruire un welfare capace di rispondere
contemporaneamente ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e alle
aspettative delle giovani generazioni, evitando che il peso dell’invecchiamento
ricada esclusivamente su chi oggi entra nel mercato del lavoro.
Un sistema equilibrato deve essere in grado di proteggere chi ha bisogno di
assistenza senza compromettere le opportunità di sviluppo delle generazioni
future.
UNA SFIDA CHE RIGUARDA L’INTERO PAESE
L’assistenza agli anziani non può essere considerata esclusivamente una
questione privata demandata alle famiglie. Essa rappresenta una sfida
strutturale che richiede una strategia nazionale capace di integrare politiche
migratorie, mercato del lavoro, formazione professionale e welfare territoriale.
L’immigrazione regolare può contribuire ad affrontare il progressivo calo della
popolazione attiva e a sostenere un settore destinato a crescere nei prossimi
decenni. Tuttavia, questa opportunità potrà tradursi in un reale beneficio
soltanto attraverso regole chiare, percorsi di integrazione efficaci e una
decisa lotta al lavoro irregolare e solo se si riconoscerà, accanto al bisogno
di chi riceve le cure, anche i diritti e la dignità di chi le presta ogni
giorno.
Investire nel lavoro di cura significa investire nella qualità della vita delle
persone anziane, nella serenità delle famiglie e nella sostenibilità futura del
welfare italiano. In un Paese che continua a invecchiare, la vera domanda non è
se avremo bisogno di più assistenza, ma se saremo capaci di costruire un sistema
in grado di garantire qualità, legalità e dignità a chi riceve cure e a chi le
presta ogni giorno.
1. Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale
presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di
Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona e
docente di Economia Monetaria presso l’Università di Trieste. Ha conseguito
il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno
attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con
l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth
Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che
connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari
orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno
dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative
scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e
alla valorizzazione dei giovani studiosi. ↩︎
2. Silvia Fusar Bassini è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT),
dove si concentra sulle relazioni internazionali e i diritti umani. I suoi
interessi di ricerca comprendono il diritto internazionale, le dinamiche
socioeconomiche specialmente nei paesi in via di sviluppo con particolare
attenzione ai fenomeni migratori e alle sfide di governance internazionale
in materia di sviluppo e giustizia sociale. ↩︎