Tag - violazioni e abusi

La responsabilità europea nell’esternalizzazione delle frontiere
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → University of Antwerp Master of Laws (LL.M) Master Project – Dissertation Module Diversity and Law RESPONSIBILITY OF THE MEMBER STATES, THE EU, AND ITS AGENCIES IN THE EXTERNALISATION OF BORDER CONTROL AND MIGRATION MANAGEMENT Cristina Fossanetti (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’esternalizzazione della gestione delle frontiere e delle migrazioni da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri ha creato un profondo divario tra l’esercizio del potere pubblico e la responsabilità giuridica. Mentre gli attori dell’UE operano sempre più al di fuori dei propri confini territoriali per contrastare e controllare l’immigrazione irregolare, le loro pratiche hanno conseguenze concrete per coloro che rischiano il respingimento e necessitano di protezione internazionale. Questa tesi analizza criticamente le zone d’ombra giuridiche e procedurali all’origine di tale vuoto di responsabilità, proponendo una prospettiva analitica e riparativa sulle vie giuridiche offerte dal diritto internazionale. Attraverso l’analisi del diritto pubblico, dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, la ricerca esamina le barriere che rendono il sistema normativo migratorio difficilmente accessibile alle vittime, dimostrando come le attuali tecnicità giuridiche possano essere reinterpretate dinamicamente per garantire l’attribuzione delle responsabilità. Il lavoro si concentra su due questioni fondamentali: in primo luogo, in che misura i frequenti processi di esternalizzazione generino sfide giurisdizionali, di attribuzione e di nesso causale, alimentando il vuoto di responsabilità; in secondo luogo, come altri quadri normativi possano interagire con il contesto migratorio per assicurare che i principali attori rispondano delle proprie violazioni. La prima analisi evidenzia come la governance migratoria dell’UE faccia ampio ricorso ad accordi politici non vincolanti, come l’accordo UE-Turchia, per eludere il controllo parlamentare e la revisione giurisdizionale a livello unionale. Parallelamente, una serie di operazioni extraterritoriali, quali respingimenti e pullback, consente a questi attori di sottrarsi al criterio del “controllo effettivo”, aggirando così i test spaziali di giurisdizione. L’attribuzione della responsabilità è inoltre compromessa dal problema della “molteplicità di attori“: il ruolo ampliato delle agenzie dell’UE, come Frontex, e la loro interoperabilità si combinano con lo spostamento di competenze tra Stati membri, UE e paesi terzi. A ciò si aggiungono i meccanismi di controllo indiretto, come i finanziamenti e l’assistenza tecnica ai paesi terzi e l’uso estensivo del concetto di “paese terzo sicuro“, che interrompono il nesso causale diretto tra le azioni dell’UE e le violazioni dei diritti umani commesse all’estero. Infine, la carente attuazione dei meccanismi di controllo previsti lascia le vittime prive di rimedi giurisdizionali efficaci. Per colmare queste lacune, la dissertazione propone un modello di responsabilità basato sull’integrazione giuridica funzionale. Ad integrazione dei modelli di giurisdizione della CEDU e della CGUE, un’applicazione funzionale della protezione dei diritti umani e dei rifugiati si concentra sull’impatto prevedibile e sul “test di dipendenza” degli individui, richiamando alla responsabilità attraverso l’esercizio del potere pubblico, il processo decisionale e la collaborazione con altre entità. Per risolvere le situazioni che coinvolgono molteplici attori, i giudici possono avvalersi di dottrine consolidate di diritto pubblico, come la responsabilità derivata per aiuto e assistenza e la responsabilità solidale, superando così la frammentazione dei regimi giuridici migratori. Inoltre, diversi aspetti dell’attuale regime di responsabilità applicabile alla governance migratoria dell’UE dovrebbero intersecarsi con il diritto pubblico e le dottrine dei diritti umani, adottando un’interpretazione funzionale degli obblighi di diligenza, del principio di non-refoulement e di altri diritti inderogabili. In definitiva, la responsabilità internazionale può essere attivata attraverso l’applicazione degli strumenti giuridici e dei meccanismi giudiziari già a nostra disposizione.
CPR, porte chiuse alla società civile: le prefetture blindano i centri
Tra l’estate e l’autunno 2026 ASGI, nell’ambito del progetto InLimine – Il diritto di sapere 1, ha chiesto di entrare in tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio attivi in Italia. Le prefetture hanno risposto con preavvisi di rigetto, silenzi o autorizzazioni vincolate a gravi limitazioni. «Come ci aspettavamo, molte prefetture ci hanno imposto limitazioni all’accesso che sviliscono il fine ultimo del progetto: consentire al cosiddetto “signor nessuno” di entrare nei centri di trattenimento», spiegano da InLimine. Una scelta che, nell’opacità che da sempre circonda il sistema della detenzione amministrativa, pesa ancora di più. L’obiettivo di InLimine era entrare con delegazioni di cinque persone dalle competenze diverse: personale sanitario, giornaliste, ricercatrici, mediatrici, giuriste. Uno sguardo plurale, capace di leggere insieme le condizioni sanitarie, giuridiche e materiali del trattenimento. Le condizioni poste dalle prefetture andavano nella direzione opposta. «Accettarle avrebbe significato dimezzare le delegazioni ed escludere le aree sanitarie e i luoghi di trattenimento, sottraendo allo sguardo esterno proprio i luoghi più importanti per la tutela delle persone trattenute», spiega il progetto. A Caltanissetta e a Macomer l’accesso è stato autorizzato solo per una delegazione ridotta, senza possibilità di entrare nelle celle e nelle aree sanitarie, consultare i registri, parlare con le persone trattenute o effettuare riprese. Dopo uno scambio di memorie, le limitazioni sono state confermate e la delegazione ha rifiutato di entrare. «Non entriamo a condizioni inaccettabili», è la linea rivendicata da InLimine: una visita guidata nelle aree comuni non è monitoraggio. Le risposte arrivate da territori diversi sono quasi identiche nel contenuto e nella forma. «Indicano un orientamento uniforme, che nega alla società civile qualsiasi ruolo di monitoraggio e lo riserva alle sole figure istituzionali», osservano da InLimine. Eppure il diritto della società civile di accedere a questi luoghi è già stato affermato più volte dai tribunali amministrativi, da ultimo dal TAR Lazio nel febbraio 2026. Per questo è stata inviata una replica a ciascuna prefettura con memorie scritte: «Le limitazioni opposte si pongono in antitesi al diritto di accesso ai luoghi di permanenza dei cittadini stranieri riconosciuto alla società civile». Il passo successivo sarà il contenzioso, che il progetto sta strutturando in queste settimane. «I centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di sospensione dei diritti. Mantenere al loro interno un effettivo controllo democratico e uno sguardo indipendente è indispensabile», ricordano da InLimine. «L’obiettivo è arrivare al riconoscimento del diritto del “signor nessuno” di entrare in un CPR per monitorare e denunciare, esattamente ciò che oggi la pubblica amministrazione esclude». LE RISPOSTE, CENTRO PER CENTRO * Caltanissetta: accesso autorizzato per una delegazione ridotta, senza ingresso nelle celle e nelle aree sanitarie, senza consultazione dei registri, colloqui con le persone trattenute né riprese audio-video. Limitazioni ribadite dopo lo scambio di memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Macomer: stesse condizioni di Caltanissetta, confermate dopo le memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Gradisca d’Isonzo: preavviso di rigetto che nega il ruolo di monitoraggio della società civile. Inviate memorie, si attende risposta. * Palazzo San Gervasio: preavviso di rigetto con accesso alle sole aree comuni e senza colloqui con le persone trattenute. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Torino: preavviso di rigetto con le stesse limitazioni. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Bari: accesso negato per potenziali interferenze con le prestazioni sanitarie; negate le riprese per una possibile violazione della privacy e per il rischio di rivolte che l’ingresso della delegazione potrebbe causare. * Milano: in attesa di risposta. * Roma (Ponte Galeria): nessuna risposta, nonostante il sollecito. * Brindisi: nessuna risposta, nonostante il sollecito. PERCHÉ UNO SGUARDO INDIPENDENTE È INDISPENSABILE Le limitazioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di un sistema sempre più costoso, affollato e inefficace. L’ultimo aggiornamento del report “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari conta 6.835 persone trattenute nei CPR nel 2025, di cui solo una su quattro rimpatriata. La permanenza media è salita a circa 148 giorni e la spesa è cresciuta del 40,5% tra il 2023 e il 2025. Non esiste un dataset pubblico sui CPR, e ASGI segnala difficoltà persino nell’ottenere informazioni sui cosiddetti locali idonei. A Torino la relazione del Garante nazionale, registra in un anno 138 episodi di autolesionismo, appena il 13,8% di persone rimpatriate, certificazioni di idoneità sommarie e persone con gravi patologie trattenute. Nello stesso CPR nemmeno le avvocate e gli avvocati dell’Unione Camere Penali hanno ottenuto un pieno accesso alle aree di trattenimento. Lo avevamo documentato anche noi il 28 settembre, nel report sulla visita al CPR di Caltanissetta del 13 luglio: alla delegazione era stato impedito di entrare nei padiglioni abitativi e di consultare il registro degli eventi critici. E l’opacità non riguarda solo i CPR. In Campania, mentre il territorio si oppone al nuovo centro di Castel Volturno, circa 200 persone sono state rimpatriate negli ultimi tre anni passando direttamente dalle questure, cioè dai locali idonei: i luoghi di trattenimento meno visibili e meno controllati. DA CASTEL VOLTURNO AL CONTENZIOSO Le risposte delle prefetture saranno portate in piazza sabato 24 ottobre a Castel Volturno, dove associazioni, sindacati e movimenti da tutta Italia si ritroveranno per la manifestazione nazionale contro la costruzione del nuovo CPR. «Saremo presenti per portare le risposte delle prefetture e le ragioni della scelta di non entrare a condizioni inaccettabili», concludono da InLimine. * Sabato 24 ottobre, Castel Volturno: manifestazione nazionale contro il nuovo CPR. * Domenica 25 ottobre, ore 10, Ex Asilo Filangieri (Napoli): assemblea nazionale e tavoli di lavoro del Network Against Migrant Detention. * Venerdì 30 ottobre, Radio Radicale: puntata dedicata al progetto InLimine – Il diritto di sapere e alla manifestazione di Castel Volturno. 1. Il progetto InLimine – Il diritto di sapere di ASGI promuove azioni contro l’invisibilità dei luoghi di trattenimento per persone migranti, rafforzando la capacità di controllo della società civile. Contatti: dirittodisapere@asgi.it ↩︎
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). --------------------------------------------------------------------------------  Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto del presente documento è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
Quante Khandwala?
DAL SILOS A PORTO VECCHIO: LA CONTINUITÀ DEGLI SGOMBERI, OPERAZIONI VUOTE Vignetta grafica realizzata a mano da un* attivist* del collettivo KhandwAlarm. L’illustrazione racconta il susseguirsi degli sgomberi a Trieste dal 2024 a oggi, denunciandoli come operazioni di polizia prive di un’effettiva soluzione in grado di prendere in carico le persone nel rispetto dei loro diritti. Il disagio viene semplicemente spostato e riprodotto altrove: gli spazi vengono progressivamente svuotati, ma le persone non possono essere rimosse e la conseguenza resta l’abbandono e la strada Due anni fa, il 21 giugno del 2024 è stato sgomberato il Silos, la warehouse adiacente alla stazione centrale di Trieste che negli anni precedenti aveva fornito riparo a chi, una volta entrato in città, si trovava abbandonato senza alcuna possibilità di accoglienza. Dopo l’operazione di evacuazione, le persone che vivevano al Silos e che non sono rientrate nell’insufficiente organizzazione della presa in carico, si sono ritrovate costrette – insieme alle nuove persone che continuavano ad arrivare in città – a cercare un nuovo riparo, spostandosi nei vicini magazzini di Porto Vecchio. I trasferimenti forzati e gli sgomberi diventano, da quel giorno, un tratto sempre più distintivo della città. Negli ultimi due anni, con la giustificazione del “piano di riqualificazione urbana dell’area”, i magazzini di Porto Vecchio sono stati interessati da operazioni violente, condotte a intervalli sempre più ravvicinati, volte a sottrarre progressivamente gli spazi urbani alle persone che ci abitavano e che vengono, di fatto, considerate “da eliminare”. Una pratica che, nel tempo, è arrivata a essere quasi normalizzata nel contesto cittadino. Le organizzazioni solidali cittadine hanno denunciato, a ogni sgombero, la disumanizzazione di una “gestione del problema” che si limita a rimuovere le persone dalla strada, negando loro uno spazio dopo l’altro, senza mai affrontare realmente la questione dell’abbandono e il mancato rispetto dei diritti più basilari, non solo dei richiedenti asilo, ma di ogni essere umano. Il 3 dicembre del 2025, sono stati sgomberati i magazzini 2 e 2A di Porto vecchio, dove vivevano circa 150 persone. Quel giorno – nel magazzino n.116, anch’esso interessato dallo sgombero – è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costrette a trovare ripari di fortuna. Il 22 gennaio 2026 è stata la volta degli edifici numero 4 e 6. Sei giorni dopo, il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha interessato i magazzini 7 e 10 coinvolgendo tra le 180 e le 200 persone.  Lo sgombero del 5 febbraio 2026 ha interessato il magazzino numero 118, abitato anche da persone regolari ma senza fissa dimora. Sono seguiti gli sgomberi dei magazzini 119 e 120 e, infine, del magazzino numero 19, abitato da circa 70 persone e sgomberato il 21 maggio 2026. Per lo più, questi sgomberi sono avvenuti nelle prime ore del mattino, con un notevole dispiegamento di forze di polizia o militari e spesso senza alcun coinvolgimento delle organizzazioni che in città si occupano quotidianamente di accoglienza e supporto. Laddove sono stati predisposti trasferimenti, questi hanno riguardato un numero limitato di persone, mentre altre sono state nuovamente abbandonate in strada. Altri interventi sono invece avvenuti totalmente nell’ombra, senza comunicazioni ufficiali e senza che ne sia seguita alcuna denuncia. È il caso, ad esempio, dell’11 settembre 2026, quando i ragazzi che abitano quegli spazi ci hanno raccontato informalmente che, dalla mattina alla sera, i militari hanno evacuato e poi presidiato il magazzino in cui dormivano. Circa la metà dei magazzini di Porto Vecchio è oggi sigillata dopo gli sgomberi. Le persone che li abitavano si sono spostate nei pochi spazi ancora aperti, ma presumibilmente destinati a essere a loro volta obiettivo delle stesse operazioni. E poi? Quando non resterà più nessun magazzino in cui ripararsi e l’accoglienza continuerà a essere negata, cosa pensano di fare le istituzioni? Continuare a spendere risorse in operazioni che non risolvono nulla, ma che aggravano ulteriormente le già precarie condizioni di vita delle persone che, comunque, continueranno a essere presenti? ANCORA UNA VOLTA: LARGO SANTOS, UN ALTRO SPAZIO NEGATO L’ultimo sgombero, il 17 settembre 2026, ha interessato la tettoia di Largo Santos, un androne accanto all’ingresso del Porto Vecchio, altro riparo informale dove le persone si sono ritrovate a trascorrere le roventi notti estive. Anche questo spazio era già stato interessato da operazioni di sgombero cicliche. Nell’agosto del 2025 erano iniziati, e proseguiti per tutto il mese, allontanamenti forzati affidati alla ditta Italspurghi, che avevano incluso il sequestro di beni essenziali come coperte, sacchi a pelo e persino scarpe. In quell’occasione, 113 persone erano state abbandonate in strada. Poi ancora il 1° ottobre, all’alba, la Prefettura di Trieste aveva disposto il trasferimento delle 157 persone accampate sotto la tettoia. E di nuovo, l’ultimo sgombero ha interessato circa cento persone che dormivano nell’androne, già in condizioni precarie dopo la notte di pioggia del giorno precedente. Il 10 settembre, infatti, l’ondata di maltempo aveva colpito gli accampamenti e, durante la giornata, le persone avevano tentato di ricostruire i ripari in vista della notte. Un tentativo reso inutile dall’intervento delle istituzioni che, invece di fornire supporto, hanno finito di distruggere i ripari e predisposto, alle prime ore del mattino, l’ennesimo sgombero, con un’operazione coordinata, sotto il profilo tecnico-operativo, dalla Questura e con la presenza di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito. L’evacuazione si è conclusa in tre ore. Alcune persone sono state accompagnate in via del Teatro Romano per la verifica delle rispettive posizioni amministrative e l’eventuale inserimento nel sistema di accoglienza. Circa 20 di loro erano già in possesso di titoli di soggiorno regolari rilasciati dalla Questura di Trieste e, pertanto, avrebbero dovuto avere già accesso all’accoglienza. Altre cinquanta avevano già formalizzato la richiesta di asilo presso altre Questure, a Gorizia e Udine, risultando così impossibilitate ad accedere al sistema di accoglienza cittadino, dal momento che l’accoglienza deve essere predisposta dalla Prefettura competente territorialmente per il luogo in cui è stata presentata la domanda. Le autorità avevano dichiarato che le persone sgomberate sarebbero state prese in carico, dopo la verifica delle loro posizioni, e inserite nel sistema di accoglienza. Eppure, non è la prima volta che vengono annunciati inserimenti nell’accoglienza che poi non trovano corrispondenza nella realtà. Si è trattato quindi, ancora una volta, di uno spostamento di persone che ha finito per riportarle sulla strada. È significativo, a questo proposito, ricordare che il collocamento nelle strutture di accoglienza si è di fatto inceppato da mesi. I trasferimenti in altre province o regioni sono stati bloccati, mentre l’applicazione delle procedure di frontiera è diventata la norma. I centri di primissima accoglienza, quelli in cui i richiedenti asilo venivano ospitati nelle prime fasi, sono stati infatti “riorganizzati”: sia Casa Malala che Campo Sacro, precedentemente funzionanti come CAS, sono stati trasformati in centri dedicati alle nuove e aberranti procedure accelerate di frontiera. Questo ha prodotto un ulteriore livello di accoglienza negata e di privazione dei diritti, contribuendo all’aumento delle persone che si ritrovano all’addiaccio. E POI? LE PERSONE NON SI RIMUOVONO Di fronte a un problema ormai strutturale, determinato non da arrivi numerosi e improvvisi, ma dalle carenze nelle procedure di registrazione e presa in carico, gli sgomberi mostrano tutta la loro inutilità, rivelandosi come operazioni propagandistiche volte a “far fronte” a una situazione di abbandono organizzato che non può più essere definita emergenziale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i luoghi vengono chiusi, ma le persone non scompaiono. Vengono semplicemente spostate più in là, fino al prossimo sgombero. Nel frattempo, gli spazi di riparo diminuiscono, mentre aumentano le persone costrette a vivere senza accoglienza. Dopo il Silos, Porto Vecchio. Dopo un magazzino, quello accanto. Dopo Porto Vecchio, Largo Santos. Gli spazi occupati diventano scomodi quando si trasformano in testimonianza concreta dell’inefficienza istituzionale: quante Khandwala devono ancora esistere perché sia evidente che non è possibile risolvere l’assenza di accoglienza continuando a sgomberare i luoghi in cui questa assenza diventa visibile? Gli sgomberi possono chiudere un magazzino, una tettoia, un edificio, ma non possono rimuovere le persone, perché le persone non sono rifiuti da rimuovere. Lo abbiamo detto più volte, fanno il deserto e lo chiamano decoro, mentre quell’apparente spazio “ripulito” maschera la sporca violenza deumanizzante con cui l’operazione è stata condotta. Non sono le occupazioni a rappresentare un degrado per la città, ma le istituzioni che la governano e che scelgono di negare i diritti delle persone. Il Silos era Khandwala, i magazzini di Porto Vecchio e la tettoia di Largo Santos erano khandwala; “case rotte” in cui si era trovato un riparo quando non c’era altra soluzione. Realtà nate dal basso come forma di autotutela che sono state chiuse anche quando avevano dato vita a spazi di scambio, incontro e, in qualche modo, di gioia. Ad ogni khandwala sgomberata ne è nata un’altra; quante altre dovranno essere occupate, abitate e poi evacuate, prima che queste persone possano smettere di vivere in ripari di fortuna e vedersi finalmente riconosciuto il diritto a un’accoglienza dignitosa? E allora la domanda non dovrebbe essere quale sarà il prossimo spazio da evacuare, ma quando finirà la necessità di costruire ripari precari per sopperire a un sistema di accoglienza che continua a lasciare persone in strada.
Fuori dai riflettori, a Ceuta continuano le violenze
Dopo l’attenzione mediatica esplosa tra la fine di luglio e agosto, Ceuta è progressivamente scomparsa dalle cronache. Ma mentre i riflettori si spengono, la situazione sul terreno continua a essere segnata da violenze, sgomberi e respingimenti. Gli aggiornamenti raccolti da No Name Kitchen, che monitora la situazione sul campo, e le testimonianze documentate da Amnesty International 1 restituiscono il quadro di una gestione fondata sulla repressione, sull’abbandono e su una pressione continua sulle persone in movimento. “OCCHI SU CEUTA”: LA SITUAZIONE È DISUMANA Delle oltre 80 mila persone entrate a Ceuta dal confine con il Marocco alla fine di luglio 2026, al centro dell’attenzione di media e giornali per tutto il mese successivo, ora rimane ben poco nelle cronache. La notizia, che aveva attirato una forte attenzione mediatica ed era stata utilizzata per alimentare narrazioni propagandistiche e razziste, prima fra tutte quella dell’«invasione», è progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico.  Mentre è facile fare notizia quando si tratta di puntare il dito contro un presunto nemico costruito attraverso retoriche populiste, più difficile è continuare a raccontare ciò che accade quando emerge una realtà in cui sono le istituzioni a esercitare violenza. Le loro responsabilità vengono taciute, così come tutto ciò che ne consegue. Oggi, a quasi due mesi dagli ingressi, si parla poco di ciò che accade sulle coste di Ceuta, così come poco spazio è stato dato ai numeri delle vittime del confine: almeno 142 persone sono morte tra Ceuta e Melilla, annegate nel tentativo di raggiungere la costa.  Nel frattempo, migliaia di persone continuano a lottare per la propria sopravvivenza dentro una città che si è progressivamente militarizzata contro di loro. Ma anche se l’attenzione si spegne, a Ceuta la situazione non si è «risolta». Al contrario, nell’ombra calata sulla vicenda, la gestione continua a essere segnata da militarizzazione, violenza e repressione. Attualmente, il numero di persone in movimento che vivono in condizioni estremamente precarie a Ceuta rimane elevatissimo. Tra loro c’è una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati: sono 2.383 quelli identificati, secondo il capo del Comando unico di Ceuta.  Tra 500 e 700 di loro vivono ancora oggi in strada, senza alcuna forma di tutela, nel contesto di una disputa politica che ostacola l’accoglienza, la presa in carico e la nomina di rappresentanti legali, nonostante si tratti di diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989.  Molti minori hanno raccontato di essersi rivolti quasi quotidianamente alla polizia per chiedere protezione, venendo tuttavia respinti, in violazione degli obblighi internazionali di tutela. Anche nei centri per minori, tuttavia, emergono testimonianze di violenze che spingono alcuni ragazzi a fuggire e a tornare a vivere in strada. Si crea così un paradosso: ciò che dovrebbe tutelare diventa esso stesso un deterrente, rendendo evidente una forma di de-protezione che si riproduce all’interno del sistema. Sono inoltre circa 800 le donne, alcune con figli minori, che vivono in strada in una grave situazione di assenza di protezione. A fronte delle carenze del sistema di accoglienza sono sorti accampamenti informali: circa 20 famiglie monoparentali, composte da donne e figli, sono alloggiate in una tenda nei pressi della moschea Sidi Embarek per evitare di dormire completamente all’aperto, ma in condizioni tutt’altro che dignitose.  È degli ultimi giorni la notizia dell’apertura imminente di un nuovo campo rivolto alle donne, che rende evidente la lentezza della risposta statale e le carenze della gestione. In alcuni casi, infatti, donne e bambini sono stati inseriti anche in strutture rivolte agli uomini, senza adeguati accorgimenti per la loro protezione, come è avvenuto solo qualche settimana fa al CETI (Centro di accoglienza temporanea). Poi ci sono ragazzi giovanissimi, molti dei quali neo maggiorenni, uomini, padri e anziani, dispersi per la città, negli accampamenti sulle spiagge, tra i vicoli e nella foresta. Qui cercano rifugio per sottrarsi alle violenze sempre più diffuse perpetrate dalle forze armate, da gruppi di estrema destra e, in alcuni casi, anche da cittadini di Ceuta.  Con l’arrivo del freddo e delle piogge, le condizioni diventano ancora più difficili e aumentano le persone che necessitano di beni di prima necessità. Negli ultimi giorni, molte persone sono rimaste per giorni completamente bagnate, senza vestiti asciutti né un luogo in cui ripararsi. Per loro non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è accoglienza, non c’è la possibilità di prendersi cura della propria igiene personale, né un luogo in cui dormire senza il timore di ritrovarsi immersi in una pozzanghera o di essere svegliati a manganellate. Non ci sono diritti rispettati, ma solo un clima costante di violenza e minaccia: «O torni in Marocco, come vogliono loro, oppure resisti e vivi questo incubo ogni giorno, sperando che prima ci facciano chiedere asilo». Testimonianza SGOMBERI E DEPORTAZIONI ILLEGALI DI GRUPPO Negli ultimi giorni, il 4 e 5 ottobre, la polizia spagnola ha sgomberato gli accampamenti sulla spiaggia di El Trampolín. Le forze armate hanno costretto le persone a radunarsi e a rimanere sedute per terra per ore, per poi caricarle su autobus diretti verso il confine con il Marocco, senza fornire informazioni sulle ragioni dell’operazione, sui loro diritti e sulle modalità del trasferimento.  Le persone prelevate, inoltre, non erano state precedentemente identificate né registrate e non hanno avuto la possibilità di esercitare il proprio diritto a chiedere asilo. In una giornata segnata da forte tensione e violenza, circa 1.000 persone sono state condotte oltre il confine, in Marocco; le altre sono state lasciate in città e si sono trovate a cercare un nuovo posto in cui sistemarsi. Le immagini video realizzate durante quelle ore mostrano anche alcune persone attraversare la frontiera a piedi, in quello che viene presentato come un gesto «volontario». No Name Kitchen è rimasta al confine per ore, monitorando e documentando la situazione 2.  Nei video si vedono gli autobus arrivare dalla spiaggia di El Trampolín e, successivamente, piccoli gruppi di cinque persone alla volta accompagnati attraverso una porta. Qui la polizia fornisce, in tre minuti, una spiegazione sommaria della situazione, senza la presenza di interpreti né legali; negli stessi tre minuti, i componenti del gruppo devono decidere se rimanere o tornare in Marocco. Tre minuti non possono essere considerati un tempo adeguato per ottemperare all’obbligo di informazione, fornire in una lingua comprensibile indicazioni complete sulle procedure per la richiesta di asilo e permettere a ciascuna persona di comprendere le proprie possibilità. Tanto più considerando che, secondo quanto previsto dalla legge, ogni situazione dovrebbe essere valutata individualmente, tenendo conto delle specifiche circostanze personali.  Quanto osservato sembra invece configurarsi come una procedura collettiva, nella quale non è possibile verificare quali informazioni vengano effettivamente fornite dalla polizia durante quei pochi minuti. In questo contesto, è necessario interrogarsi sulle condizioni in cui viene compiuta una scelta che le autorità presentano come libera e sulla possibilità che le persone abbiano realmente ricevuto tutte le informazioni necessarie per prendere una decisione consapevole. Il dubbio è ancora più rilevante alla luce della gestione complessiva della presenza delle persone in movimento a Ceuta, che sembra portare le persone allo stremo delle proprie forze, fino a spingerle a rinunciare alla possibilità di rimanere e chiedere protezione. Le testimonianze raccolte raccontano inoltre di trasferimenti forzati una volta raggiunto il territorio marocchino, con persone prelevate e trasferite direttamente verso il sud del Paese. Già nel mese precedente si erano verificate operazioni analoghe, condotte più o meno nell’ombra e senza una procedura individuale, come descritto nel rapporto di agosto, di cui riportiamo una testimonianza: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Reportage e inchieste/Confini e frontiere CEUTA: MILITARIZZAZIONE, VIOLENZA RAZZISTA E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Un reportage scritto sul campo, attraversato dalle testimonianze delle persone che vivono e resistono alla frontiera Giulia Stella Ingallina 7 Settembre 2026 Sono dei primi giorni di ottobre anche i video che mostrano persone in fuga mentre cercano di sottrarsi alla polizia e ai trasferimenti forzati. Alcune corrono verso il mare per raggiungere a nuoto un altro tratto della costa spagnola, mentre le autorità le inseguono, utilizzando anche quelle che, dalle immagini, sembrerebbero armi da fuoco. Considerate nel loro insieme, queste operazioni assumono le caratteristiche di trasferimenti collettivi verso il Marocco e sollevano seri interrogativi rispetto al diritto di chiedere asilo e al principio di non-refoulement. La questione appare ancora più grave nel caso di minori e donne, che hanno subito lo stesso trattamento.  La sistematicità di queste operazioni sembra inoltre inserirsi in una più ampia gestione dello spazio urbano orientata a rimuovere progressivamente gli accampamenti e la presenza delle persone in movimento dalla città. L’operazione del 4 e 5 ottobre è avvenuta a pochi giorni dalla visita di re Felipe VI e della regina Letizia, prevista per il 13 ottobre, rendendo significativa la coincidenza tra la rimozione degli accampamenti e la preparazione della città all’arrivo dei reali.  Ma quelle condizioni di abbandono esistono e renderle invisibili non significa farle scomparire: significa soltanto cancellarne le tracce dallo spazio pubblico, in nome del decoro, mentre migliaia di persone continuano a vivere nelle stesse condizioni. VIOLENZE ESTREME, FINO A CONFIGURARE TORTURA: LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL Il 30 settembre Amnesty International ha pubblicato gli esiti di un’inchiesta condotta a Ceuta dal 10 al 15 settembre 3. L’organizzazione ha raccolto 22 testimonianze dirette di violenze da parte dei militari e 65 interviste, tra cui quelle di 31 minori e 26 donne, due delle quali incinte. Tra le pratiche denunciate, insulti e minacce sono all’ordine del giorno e della notte, così come le aggressioni fisiche. I segni dei manganelli restano sui corpi, con lividi e ferite anche in punti particolarmente sensibili, come la testa. Ci sono persone aggredite mentre dormono, colpite alla schiena, prese a calci, minacciate, private del cibo o sottoposte all’uso di spray urticanti. Un ragazzo denuncia anche l’utilizzo di armi bianche da parte delle autorità: «Non va bene! Perché in certe zone hanno iniziato ad accoltellare la gente. Mi trovavo proprio in uno di quei quartieri quando un tizio è stato accoltellato alla spalla e alla schiena! E meno male che quella notte siamo riusciti a scappare.» Testimonianza Un altro racconta di non essere riuscito a camminare per 25 giorni dopo essere stato svegliato, aggredito e poi spinto giù dall’Eremo di San Antonio, nei pressi del quale stava dormendo prima dell’attacco. Alla prevaricazione della forza si accompagnano richieste umilianti. Un ragazzo riferisce di essere stato obbligato da un militare a inginocchiarsi davanti a lui prima di essere picchiato. In altri racconti, ragazzi sono stati costretti a radersi i capelli oppure a inginocchiarsi e baciare una croce cristiana nonostante la propria fede musulmana. Gesti che sembrano avere come unico scopo l’affermazione della forza, del potere e del controllo sull’altro, ridotto a un corpo da dominare e umiliare. La violenza non si limita così a infliggere dolore, ma colpisce la dignità e la percezione di sé. Altre percosse sono state precedute dall’immobilizzazione del corpo. Alcune persone riportano di essere state legate con fascette ai polsi, i cui segni sono rimasti impressi sulla pelle. Un ragazzo racconta di essere stato legato e gettato nel bagagliaio di un’automobile.  Quando lo hanno tirato fuori, gli hanno imbavagliato la bocca e gli hanno sbattuto il volto contro un albero, prima di buttarlo giù da un terrapieno. Un racconto di violenza estrema che, per la sua gravità, non può essere ridotto alla definizione di «abuso» o «uso eccessivo della forza»: episodi di questo tipo possono configurare tortura. La violenza assume forme specifiche anche nei confronti delle donne. Amnesty International ha raccolto testimonianze di insulti e abusi a sfondo sessuale, rivolti anche a donne incinte. Tra questi, quello rivolto da un militare a una donna: «Come fai a non essere capace di prendere la tua spazzatura se sei stata capace di aprire le gambe». Secondo i dati del Consiglio Generale della Magistratura, sono state avviate 37 indagini per violenze sessuali: 28 risultano ancora aperte, mentre 8 sono state archiviate provvisoriamente. Le vittime complessive sono 39, di cui 38 donne e un uomo, e 14 minorenni. Questa violenza verbale e fisica, con finalità intimidatorie e di «castigo», si inserisce in un clima di crescente ostilità, alimentato da una retorica pubblica che presenta la presenza migrante come una minaccia. Espressioni come «invasori» o «devono essere cacciati» hanno trovato ampia diffusione nel dibattito pubblico, sui media e sui social network. Amnesty riporta i dati dell’OBERAXE, che confermano l’intensificazione dell’odio razzista e xenofobo, aumentato ad agosto di circa il 76% rispetto al mese precedente. La retorica stigmatizzante colpisce anche chi presta assistenza o denuncia le violazioni dei diritti. Le organizzazioni impegnate nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità hanno riferito di insulti, molestie e ostacoli nello svolgimento delle attività. Il 12 settembre, un veicolo militare ha bloccato per circa due ore l’ingresso della sede di No Name Kitchen, ostacolando la distribuzione quotidiana di cibo.  Il 20 settembre, l’attivista Rafa Borrego, l’avvocata per i diritti umani Sofía Cánovas e la deputata di Ceuta Julia Ferreras sono stati aggrediti al porto di Ceuta da alcuni manifestanti, in un contesto di crescente ostilità nei confronti di ONG e attivisti impegnati nell’assistenza alla popolazione migrante. Il quadro restituito dall’inchiesta di Amnesty International è quello di una violenza che attraversa Ceuta nella sua totalità, non solo nell’uso della forza e nel trauma di un singolo momento, ma nel suo esercizio come strumento di dominio, controllo e umiliazione.  Attraverso il corpo, la violenza afferma una gerarchia, ricordando continuamente a chi la subisce chi può comandare, chi può colpire, chi può decidere dove dormire o quando muoversi. Una pratica che si ripete nello spazio pubblico e che, attraverso la sua sistematicità e il silenzio che la circonda, finisce per diventare parte della quotidianità. NEGARE IL DIRITTO D’ASILO, LASCIARE NEL LIMBO Un altro elemento emerso dall’analisi della situazione e dalle testimonianze raccolte riguarda la difficoltà, e in alcuni casi l’impossibilità, di accedere alla procedura di protezione internazionale. Anche persone entrate a Ceuta ben prima del 30 luglio raccontano gli ostacoli incontrati nell’accesso al diritto d’asilo, quando ancora non era stata dichiarata alcuna situazione di «emergenza». Tra le testimonianze raccolte da Amnesty International vi sono quelle di persone provenienti da Paesi in situazione di conflitto, come Yemen e Somalia.  Questo mostra come, sebbene tutte le persone abbiano il diritto di accedere alla procedura, gli ostacoli riguardino anche chi proviene da Paesi non considerati «sicuri». In diversi casi, le procedure non erano ancora state avviate; le persone non erano state sottoposte alla valutazione delle eventuali vulnerabilità, prevista con l’entrata in vigore del Regolamento Screening il 12 giugno, né avevano ricevuto informazioni adeguate sulle procedure a cui avrebbero potuto accedere. Particolarmente grave è la testimonianza di tre cittadini yemeniti espulsi da Ceuta. Uno di loro, 34 anni, era entrato nell’enclave spagnola alla fine di giugno e, dopo essere stato soccorso dalla Croce Rossa, era stato accompagnato al CETI. A causa della mancanza di posti, tuttavia, non era stato accolto nel centro ed era stato costretto a trascorrere le notti nascondendosi nella foresta, come ancora oggi fanno molte delle persone presenti sul territorio. Sei giorni dopo, quando era tornato in città alla ricerca di cibo, era stato fermato dai militari insieme ad altre circa settanta persone. Sarebbe stato poi picchiato e caricato su un mezzo militare diretto verso la frontiera. Nonostante avesse gridato per manifestare la propria volontà di chiedere asilo e avesse mostrato il passaporto yemenita, il documento sarebbe stato ignorato e gettato a terra dalle autorità. L’uomo è quindi stato deportato e consegnato, insieme alle altre persone, alla polizia marocchina. Una simile condotta non si limita dunque a negare, nei fatti, l’accesso alla procedura d’asilo, ma può configurare una violazione del principio di non-refoulement quando il respingimento avviene senza una valutazione individuale del caso e dei rischi specifici cui la persona potrebbe essere esposta nel Paese verso cui viene rinviata. Altre testimonianze raccontano gli ostacoli incontrati nel tentativo di ottenere un minimo di protezione, per poi, in alcuni casi, andare incontro a trattamenti ancora peggiori. La storia di un ragazzo può riassumere quella di molte delle persone incontrate. Dopo essere entrato a Ceuta, ha trascorso settimane per strada, cambiando ogni tre o quattro giorni il luogo in cui dormiva e cercando gli spazi più nascosti e sicuri per evitare di essere trovato e picchiato dalla polizia, cosa che accadeva comunque con frequenza. Quando hanno iniziato a circolare le informazioni sull’apertura, e poi sull’aumento dei posti letto, di un campo di accoglienza nei pressi dell’ospedale, ha cominciato a dormire nelle sue vicinanze, monitorando la situazione. Con il passare dei giorni, le persone in attesa all’esterno sono diventate sempre più numerose. Entrare nel campo, inizialmente guardato con sospetto per il timore che potesse trattarsi di un centro di pre-rimpatrio, anche a causa della sua vicinanza al confine, è diventato progressivamente l’unica speranza per sottrarsi alla violenza sempre più presente nelle strade. Dopo diversi giorni di attesa, a metà settembre il ragazzo è riuscito a ottenere un posto nel campo, inizialmente senza che venisse avviata alcuna procedura. Nei giorni successivi racconta di essere stato accompagnato dalla polizia per quella che si ipotizzava fosse la registrazione della domanda d’asilo, visto che ne aveva già da tempo manifestato la volontà. Al termine dell’incontro, tuttavia, non gli è stato consegnato alcun documento, né vi è stata alcuna formalizzazione o spiegazione chiara sui passaggi successivi. Uscito dall’incontro ancora più confuso, ha cercato informazioni sulla procedura d’asilo attraverso i volontari, riferendo di aver percepito una forte pressione verso l’ipotesi del ritorno volontario. Non era quindi chiaro quale procedura fosse effettivamente in corso, né quale fosse la sua posizione. A un certo punto, tuttavia, gli è stato comunicato, sempre e solo a voce, che sarebbe stato ascoltato da una commissione nell’aprile 2027, a circa sette mesi di distanza: «Ho l’impressione che qui stiamo solo perdendo tempo e che alla fine ci respingeranno. Avremo perso un anno della nostra vita, durante il quale abbiamo persino perso la nostra dignità, capisci? Molti ragazzi stanno tornando in Marocco, sono stanchi. Anche le persone che erano in giro nascoste, le hanno portate in città ma hanno respinto la loro richiesta di asilo. Qui abbiamo solo sprecato tempo e salute.» Testimonianza LA STRATEGIA DELLO SFINIMENTO Le quotidiane molestie e violenze di natura razzista e xenofoba sembrano produrre l’effetto di logorare progressivamente la salute psicologica delle persone, portandole verso un limite di sopportazione sempre più difficile da sostenere. Si va dagli impedimenti più banali alla vita quotidiana, come la difficoltà nel farsi la doccia, reperire articoli per l’igiene personale e vestiti puliti, all’impossibilità di dormire perché continuamente svegliate a colpi dagli agenti di polizia. Anche l’accesso al cibo e all’acqua potabile risulta problematico, tra la quantità insufficiente distribuita dalle organizzazioni umanitarie e l’impossibilità, in alcuni casi, di entrare nei negozi e nei supermercati.  L’accesso a questi luoghi è infatti presidiato dalle autorità che, attraverso identificazioni aggressive e forme di profilazione razziale basate sul colore della pelle e sull’abbigliamento, decidono arbitrariamente chi può entrare. Una pratica che non riguarda soltanto le persone in movimento, ma anche cittadini di Ceuta con origini marocchine. A questo si aggiunge l’abbandono per mesi delle persone negli insediamenti sulle spiagge di Benítez e El Trampolín, nelle Naves del Tarajal, nelle aree periferiche del CETI, nel centro equestre La Hípica de Ceuta, nei terreni adiacenti alla moschea di Sidi Embarek e in altre zone della città, dalla foresta ai quartieri periferici di Loma Colmenar ed El Príncipe. A rendere ancora più grave questa condizione è la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Dopo essere state ferite o esposte a condizioni insalubri, le persone incontrano difficoltà nell’accesso alle cure. Sono state raccolte testimonianze di discriminazioni e commenti razzisti e xenofobi rivolti ad alcune persone in movimento che si recavano all’Ospedale Universitario di Ceuta, con casi in cui sarebbero state costrette ad attendere all’esterno del pronto soccorso.  Persone con ferite aperte alla testa hanno riferito di aver atteso per molte ore in strada prima di ricevere cure, subendo nel frattempo anche molestie da parte dell’esercito che pattugliava l’area. Amnesty International ha inoltre raccolto la testimonianza di un uomo in sedia a rotelle, con gravi ferite alle caviglie, alle braccia e al busto dopo essere stato spinto da alcuni soldati da un’altezza superiore ai sei metri. Secondo quanto riferito, non gli sarebbe stata nemmeno effettuata una radiografia, ma soltanto applicata una benda d’emergenza. Si delinea così una condizione fatta di violenze strutturali e sistemiche, impedimenti alla vita quotidiana, pressione psicologica, paura e minaccia. Da alcune settimane, inoltre, gli agenti avrebbero iniziato a utilizzare mascherine sanitarie durante le ronde finalizzate a individuare e picchiare le persone.  Alla luce della diffusione di video che documentano le violenze, l’utilizzo delle mascherine sembra avere l’obiettivo di impedire il riconoscimento degli agenti, in contrasto con l’obbligo di identificazione previsto per le autorità pubbliche in divisa. Questo espediente diventa alienante anche per chi subisce le violenze: l’agente non è più riconoscibile come persona, ma soltanto come una divisa che si impone sul corpo di chi la subisce, rendendo ancora più difficile qualsiasi possibilità di appello a un’umanità comune. I trattamenti descritti, crudeli, disumani e degradanti, sembrano dunque rispondere a un modello, come emerge anche dalle parole riportate da Amnesty International: «Abbiamo ordini affinché non si sentano a loro agio», avrebbe detto un ufficiale militare per giustificare identificazioni e molestie nei confronti delle persone in movimento. Quella che sembra essere in atto a Ceuta è una strategia dello sfinimento. Di fronte a una situazione che dovrebbe essere affrontata attraverso gli strumenti previsti dalle norme di tutela e dal diritto d’asilo, le autorità arrivano, all’opposto, a disumanizzare le persone e a compiere gesti estremi, che per le loro modalità possono configurare forme di tortura, fino a spingerle al limite della sopportazione. Attraverso una pressione continua, sembra che l’effetto sia quello di esaurire le forze e la capacità di resistere delle persone, fino a spingerle ad abbandonare la volontà di rivendicare i propri diritti in Europa e a scegliere di tornare «volontariamente» in Marocco. Una strategia che sembra riuscire, in alcuni casi, a produrre proprio quell’effetto: «Qui non c’è niente di buono; ho iniziato a sentire che sto perdendo me stesso. Sento che il mio tempo qui è finito, forse tornerò in Marocco». Testimonianza LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUL DIVIETO DI TORTURA E DI TRATTAMENTO INUMANO O DEGRADANTE La situazione che emerge oggi a Ceuta solleva una questione più ampia, relativa agli obblighi dello Stato ai sensi dell’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, in particolare, dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ripreso dalla Carta di Nizza all’articolo 4, che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. A livello internazionale, lo stesso principio trova una formulazione specifica nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che definisce la tortura come: «Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine […] di intimorirla o di far pressione su di lei […] o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o col suo consenso espresso o tacito. […]» Nel tempo, la giurisprudenza ha interpretato la norma estendendone l’applicazione, oltre che alle forme più evidenti di violenza, anche a condizioni capaci di ledere la dignità e l’integrità della persona.  Nella valutazione assumono rilievo la durata della condotta e i suoi effetti fisici e mentali, così come il sesso, l’età e lo stato di salute della vittima. Possono inoltre essere considerati la premeditazione, lo scopo perseguito e l’eventuale volontà di umiliare o avvilire la persona.  Nella sentenza Taştan c. Turchia 4, infatti, la Corte di Strasburgo ha ritenuto rilevante quest’ultimo elemento, precisando che l’umiliazione non deve necessariamente essere pubblica, ma è sufficiente che sia percepita come tale dalla vittima. A Ceuta, le testimonianze raccolte parlano di persone picchiate, immobilizzate, minacciate, private del cibo, sottoposte a umiliazioni e, in alcuni casi, a violenze estreme. È dunque alla luce dell’articolo 3 che occorre interrogarsi sul limite oltre il quale l’esercizio della forza e il trattamento riservato a una persona diventano incompatibili con la sua dignità, valutando sia le singole aggressioni sia le modalità con cui si producono nel contesto complessivo. La violazione dell’articolo 3 può infatti riguardare anche le condizioni complessive nelle quali una persona viene lasciata vivere e la mancata protezione da parte delle autorità. Un precedente significativo è Khan c. Francia 5, relativo alla situazione di un minore straniero non accompagnato che viveva nella cosiddetta Jungle di Calais.  La sentenza mostra come gli obblighi derivanti dalla norma non si esauriscano nel dovere dello Stato di non maltrattare una persona, ma possano comprendere anche un obbligo positivo di proteggerla quando si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. È questo il parametro attraverso cui interrogare la responsabilità dello Stato: a Ceuta, ancor prima delle violenze e delle pessime condizioni materiali in cui migliaia di persone sono costrette a vivere, viene meno l’obbligo di protezione.  Minori non accompagnati, donne e altre persone vulnerabili continuano a vivere per strada e, invece di trovare presa in carico e protezione, incontrano nello spazio pubblico controllo, minacce, percosse e umiliazioni, oltre al rischio di essere allontanate e trasferite. Bisogna, in questo senso, prendere in considerazione anche il principio di non-refoulement che, proprio sotto il profilo dell’articolo 3, costituisce un limite all’azione dello Stato: una persona non può essere trasferita qualora esistano motivi per ritenere che, nel Paese di destinazione, possa essere esposta a violenze.  Tra i precedenti più significativi vi è Hamed c. Austria 6, nel quale la Corte ha ritenuto che l’espulsione verso la Somalia avrebbe comportato una violazione dell’articolo 3, e Hirsi Jamaa e altri c. Italia 7, nel quale ha ribadito che anche di fronte alla pressione degli arrivi e alla complessità della gestione delle frontiere lo Stato non è sollevato dai propri obblighi, sottolineando anche il divieto di trasferimento senza una valutazione individuale della situazione e dell’eventuale rischio. Questo principio assume una rilevanza particolare a Ceuta, dove persone in movimento vengono allontanate verso il Marocco in forma collettiva e senza una valutazione dei rischi cui potrebbero essere singolarmente esposte. Il margine di discrezionalità dello Stato incontra dunque un limite nell’articolo 3, in quanto disposizione priva di eccezioni e non suscettibile di deroga, neppure in circostanze eccezionali, comprese quelle legate alla lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata o alla sicurezza nazionale. La Corte ha più volte ribadito il carattere assoluto del divieto e l’impossibilità di bilanciarlo con altri interessi dello Stato. È proprio alla luce di questo principio che occorre interrogarsi su quanto accade a Ceuta: l’eccezionalità del numero degli ingressi, la difficoltà della gestione o le esigenze di sicurezza non possono giustificare comportamenti violenti, degradanti o inumani, né l’assenza di protezione nei confronti di persone vulnerabili. La questione, quindi, non è soltanto stabilire se una singola aggressione abbia oltrepassato la soglia dell’articolo 3, ma allargare lo sguardo a ciò che accade quando violenza, umiliazione, abbandono e mancata protezione diventano elementi ricorrenti di un sistema di gestione che, invece di garantire protezione e accesso ai diritti, produce paura, precarietà e sfinimento. È proprio su questo che dovrebbe misurarsi la responsabilità dello Stato: sulla capacità di garantire che, anche alle frontiere, i diritti fondamentali non smettano di valere. 1. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 2. Vedi il post video di NNK ↩︎ 3. España: Amnistía Internacional denuncia tortura y tratos crueles, inhumanos y degradantes a personas migrantes y solicitantes de asilo en Ceuta por parte de fuerzas militares y condiciones indignas de acogida, Amnesty International (30 settembre 2026) ↩︎ 4.  Corte, sentenza Taştan c. Turchia, 04.03.2008, riferimento n. 63748/00 §31 ↩︎ 5. Vedi la decisione della CEDU ↩︎ 6. Corte, sentenza Hamed c. Austria, 17.12.1996, riferimento n. 25964/94, §§39-41 ↩︎ 7. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012 – Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia ↩︎
Cinque persone morte nel fiume Kupa: il confine uccide ancora
Nel pomeriggio di venerdì 25 settembre, cinque persone sono affogate nel fiume Kupa sulla rotta balcanica, all’altezza della località croata di Severin na Kupi, mentre tentavano di raggiungere la riva slovena. La narrazione dei media, inizialmente, riportava di un intervento salvifico della polizia croata in seguito a una segnalazione di quella slovena sulla presenza di alcune persone, probabilmente migranti, nei pressi del fiume. I cinque uomini facevano parte di un gruppo più numeroso, composto da circa 20 persone, 10 delle quali sarebbero riuscite a raggiungere il territorio sloveno, dove avrebbero presentato domanda di asilo. Polizia e vigili del fuoco avrebbero inoltre tratto in salvo, secondo quanto riportato dalla stampa, altre cinque persone in difficoltà durante l’attraversamento. La domanda sorge però spontanea: perché quelle persone si sono gettate in acqua, trovandosi inevitabilmente in una situazione di pericolo? La verità è infatti radicalmente diversa da quella inizialmente narrata, ed è emersa grazie alle testimonianze di alcuni dei sopravvissuti raccolte in Piazza della Libertà a Trieste. I giovani afghani e pakistani sono stati costretti a gettarsi nel fiume mentre cercavano di sottrarsi alle pattuglie della polizia croata, che, come le altre polizie nazionali lungo la rotta, bracca le persone in movimento. Durante la traversata, iniziata improvvisamente per sfuggire alla polizia, in molti si sono trovati in estrema difficoltà e in cinque sono stati trascinati dalla corrente perdendo conseguentemente la vita. Un’altra fonte in Piazza della Libertà ha inoltre raccontato che i cinque sopravvissuti che non sono però riusciti a raggiungere il territorio sloveno sarebbero stati respinti in Bosnia ed Erzegovina nell’arco di meno di 48 ore. Questa dinamica è ben nota alle associazioni solidali che da anni operano lungo la rotta balcanica e denunciano le violazioni dei diritti umani sui confini. Gli attraversamenti delle frontiere avvengono infatti nel contesto di continui pushback illegali e di violenze perpetrate sistematicamente dalle polizie nazionali e dagli agenti di Frontex dispiegati alle frontiere europee. Avvengono nelle jungle, lungo sentieri montani, attraverso fiumi e in condizioni ambientali estreme. È il cosiddetto game, come viene chiamato dalle persone in movimento il percorso a ostacoli che uomini, donne e bambini sono costretti ad affrontare per raggiungere l’Italia o altri territori europei. Ed è proprio la militarizzazione delle frontiere a spingere le persone verso percorsi sempre più invisibili, precari e, di conseguenza, mortiferi. La verità è che le persone non guaderebbero la Kupa, la Drina o l’Evros se avessero un’alternativa. Non guaderebbero questi fiumi e non ci si getterebbero dentro se non fossero costrette a rendersi invisibili agli occhi della polizia, cercando percorsi sempre più difficili e pericolosi per sottrarsi ai controlli o, in tantissimi casi, se non fossero inseguite proprio da quella stessa polizia che poi sui giornali viene dipinta esclusivamente come l’autorità che ha impedito una tragedia più grande. Polizia che si rende protagonista di violenze, dai pestaggi al sequestro di beni personali, dai respingimenti all’abbandono, con il tacito benestare di un’Europa che si chiude sempre più in sé stessa, militarizzando le frontiere esterne ed interne e smantellando progressivamente il diritto all’asilo. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”. Border Violence Monitoring Network, novembre 2024, respingimento dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina 1 I fiumi balcanici sono da anni teatro di tentativi di attraversamento che spesso finiscono con eventi drammatici. Anche quando le persone riescono ad accedere al territorio dello Stato successivo, confini e ostacoli si imprimono sui loro corpi che si portano poi impressi addosso le violenze di confine. Le aree di frontiera diventano così zone in cui le tutele internazionali vengono sospese, gli agenti agiscono nella totale impunità e la sopraffazione diventa l’unica legge vigente. Le violenze della polizia, Bosnia 2022 È tra l’altro di recente pubblicazione su Altraeconomia un reportage firmato da Silvia Maraone, esperta di rotta balcanica che da anni lavora in Bosnia. L’articolo, dal titolo “Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia”, mostra come la militarizzazione dei confini non fermi i transiti, ma ne modifichi le traiettorie, rendendo alcuni percorsi sempre più pericolosi. La regione croata di Karlovac è stata una delle più mortali nei primi mesi del 2026, una zona attraversata da numerosi corsi d’acqua e limitrofa a quella in cui, venerdì, sono morte le cinque persone nel fiume Kupa. “La parte più mortale di questo bilancio si è concentrata nella regione croata di Karlovac, dove da sempre i fiumi sono trappole 2: testate locali che si occupano di cronaca come Radio Mrežnica hanno documentato il ritrovamento, in un solo giorno, di quattro corpi senza vita riaffiorati dalle acque del Mrežnica e del Kupa, corsi d’acqua che le persone in movimento si trovano costrette a tentare di guadare al buio per aggirare la polizia con i suoi droni e i pattugliamenti. Questa tragica contabilità -che si somma ai quattro corpi rinvenuti asfissiati nel rimorchio di un furgone carico di persone nella stessa zona e ai naufragi fluviali e annegamenti- non fa che dimostrare che di frontiera si muore, più che di annegamento o incidenti” 3. La ricercatrice e professoressa Cristina del Biaggio, durante le sue ricerche sulle morti e le scomparse sui confini dell’arco alpino, ha coniato il termine oplopoiesi, traduzione del più conosciuto weaponization. Il termine è formato dal greco hoplisis, arma o armamento, e poiesis, “fare, creare, trasformare” (Del Biaggio, 2020, p. 14). L’oplopoiesi non indica quindi solamente la militarizzazione dei confini, ma il processo attraverso cui gli elementi ambientali vengono utilizzati per «potenziare l’effetto barriera» (Ivi, p. 15). Montagne, mare, fiumi e deserti presenti nelle zone di confine vengono così trasformati in armi naturali, utilizzate per ostacolare i flussi migratori e bloccare le persone, esponendole a rischi sempre maggiori. Il pericolo, però, non è costituito dal contesto naturale in sé. I confini, anche quando si fondano su elementi geografici, sono costruzioni sociali e politiche e vengono tracciati in corrispondenza di barriere naturali sia per farli apparire a loro volta naturali (Khosravi, 2019, p. 20), sia per limitare ulteriormente il passaggio delle persone ritenute irregolari. Per respingerle, basta chiudere le parti maggiormente accessibili, perché a rendere complessi i passaggi in altri punti «ci pensa la geografia» (Ivi, p. 176). Questi elementi naturali diventano oltretutto un alibi per le autorità di frontiera, che operano spesso in condizioni di semi-opacità (Tazzioli, 2023, p. 65), per attribuire morti e violenze alla topografia e alla pericolosità del paesaggio, anziché alle proprie azioni o alle politiche statali. Fotografia scattata in uno squat vicino al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia. PH: attivista del collettivo, Bosnia, 2022 Anche quando una morte o una violenza fisica o psicologica non viene perpetrata in maniera diretta, attraverso un inseguimento o il respingimento in un fiume, essa è comunque la conseguenza di un sistema violento che costringe le persone ad affrontare gli ambienti naturali in condizioni di elevato rischio, nel tentativo di evitare la polizia, per raggiungere il territorio successivo e per cercare di portare a termine quel game, alla fine del quale, superati tutti gli ostacoli, si spera di trovare un luogo che possa accoglierti. Le responsabilità di quanto accade sono chiare e sembra quasi che parlare di tragedia riferendosi a quanto avvenuto venerdì riconduca l’evento in un’area di tragica eccezionalità. Ma queste morti non sono eccezionali. Sono l’esito ricorrente e strutturale di un sistema di frontiere diventa sempre più chiuso, più militarizzato e controllato, che esclude violentemente chi ha il diritto di chiedere protezione internazionale. In una testimonianza raccolta a febbraio 2022 da NoNameKitchen si legge di una vicenda che sembra quella di venerdì, a dimostrazione della sistematicità di questi eventi anche negli stessi luoghi: “At around 4 pm on the February 20, the ten of them decided to enter Slovenia by passing the border river Kolpa. The current of the river was very strong so it was challenging for them to cross it. They decided that the men would cross first, so the three women were watching them crossing from the Croatian side. When the last one went in, he soon lost his fight against the river’s strong current and got carried away by the water. […] At around 4 am on February 21, they were woken up by a group of Slovenian officers. First the officers dressed in standard uniforms searched the group of six. They told the police officers what happened and the Slovenian officers called out for help. “They came and searched the river, but nobody found him.” Afterwards, the six of them were taken to a police station. […] The translator did not answer any of their questions regarding asylum. On the next morning, February 22, around 10 am, the Slovenian officers drove the six of them in a van back to the Croatian border. There, they were handed over to the Croatian authorities and had to switch into another van. In this van, there were already other people on the move, in total they were now 13 people. The van drove about one hour until they reached the Bosnian border”. Febbraio 2022, dalla slovenia alla Croazia 4 Negli anni, le rotte balcaniche si sono continuamente riorganizzate. Le persone in movimento non sono soggetti passivi di questo processo: sviluppano continuamente pratiche di riappropriazione della mobilità, reinventando le proprie possibilità di attraversamento. Spesso però queste pratiche di riappropriazione coincidono inevitabilmente con percorsi più pericolosi o viaggi molto più costosi, come si è verificato negli ultimi anni proprio sulla rotta balcanica. È deresponsabilizzante utilizzare in questi contesti il termine tragedia perché la morte di Fahad e Shaid (a cui si è riuscito a restituire dei nomi grazie al fratello di uno dei due giovani in Italia da tempo) e degli altri loro tre compagni (per i quali invece questo non è ancora stato possibile), è il risultato di un sistema di frontiere che rende queste morti tutto fuorché eccezionali… 5 La vicenda conferma ciò che attiviste, attivisti, cittadinanza solidale e associazioni cercano di denunciare e documentare da anni: le politiche migratorie dell’unione europea sono politiche che provocano la morte di migliaia di persone ogni anno, rendendo le frontiere esterne e interne della balcanica come il Mediterraneo cimiteri a cielo aperto di persone la cui morte è calcolata consapevolmente. 1. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”, BVMN (novembre 2024) ↩︎ 2. La tomba del fratello e i corpi dei migranti finiti nei fiumi dei Balcani, Max Hirzel (Altreconomia – settembre 2024) ↩︎ 3. Si veda: Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia, Luca Rondi (Altreconomia, maggio 2026) ↩︎ 4. They came and searched the river, but nobody found him, BVMN (febbraio 2019) ↩︎ 5. Migranti annegati nel fiume in Croazia, il racconto di un sopravvissuto, Rai News (settembre 2026) ↩︎
Violenza istituzionale sulla rotta balcanica: la normalizzazione dei respingimenti
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Ca’ Foscari University of Venice Bachelor’s Degree programme in Philosophy, International and Economic Studies Final Thesis INSTITUTIONAL VIOLENCE ALONG THE BALKAN ROUTE: EU BORDER GOVERNANCE AND THE NORMALIZATION OF PUSHBACKS Camilla Della Vida (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE L’Unione Europea è una comunità fondata su principi inviolabili, come riflesso nei primi tre articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: la dignità umana (Art. 1), il diritto alla vita (Art. 2) e il diritto all’integrità della persona (Art. 3). Nonostante questi principi fondamentali, l’Unione Europea è diventata sempre più uno spazio in cui la violenza alle frontiere esterne viene trasformata in pratica amministrativa, diventando routinaria e in larga misura invisibile. Negli ultimi anni è emersa una crescente contraddizione tra avanzati sistemi di protezione dei diritti umani e pratiche sistemiche di esclusione alle frontiere. Questa tensione rivela quella che può essere definita una crisi della governance, nella quale le norme giuridiche rimangono formalmente in vigore mentre le pratiche quotidiane ne compromettono l’effettiva applicazione. In un mondo sempre più globalizzato, l’interdipendenza economica, l’instabilità geopolitica e le pressioni ambientali continuano a influenzare i modelli di mobilità umana. La migrazione non dovrebbe pertanto essere interpretata esclusivamente attraverso la lente della gestione delle emergenze, ma piuttosto come una caratteristica strutturale e di lungo periodo delle società contemporanee. Le frontiere rappresentano, di conseguenza, spazi particolarmente significativi per osservare dinamiche politiche e sociali più ampie. Ciò che avviene alle frontiere riflette spesso sviluppi più generali nella governance, nelle politiche di sicurezza e nell’applicazione selettiva dei diritti, rendendo queste aree particolarmente rilevanti per l’analisi. La Rotta Balcanica Occidentale, che ha costituito un importante percorso per migranti e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e diretti verso l’Unione Europea, è stata progressivamente trasformata in un meccanismo centrale e fortemente securitizzato di gestione della migrazione. A seguito degli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno iniziato a funzionare sempre più come una zona cuscinetto, volta a contenere e regolare i movimenti migratori prima che questi potessero raggiungere gli Stati membri dell’UE. Anziché rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata nel più ampio sistema di governance delle frontiere esterne dell’UE. Durante il cosiddetto “lungo estate della migrazione” del 2015, la Rotta Balcanica funzionava come un corridoio relativamente aperto, che consentiva a un numero elevato di migranti e rifugiati di spostarsi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura fu rapidamente sostituita da politiche di transito progressivamente più restrittive. In seguito all’EU-Turkey Statement del 2016, la costruzione di recinzioni, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure di sicurezza contribuirono al consolidamento delle strategie di contenimento lungo la rotta. Questi sviluppi svolsero un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, poiché l’UE fece sempre più affidamento sui Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestire le procedure di asilo, trasferendo di fatto parte della governance migratoria oltre i propri confini territoriali formali. Dopo l’attuazione dell’EU-Turkey Statement del 2016, i pushback divennero progressivamente una componente centrale del regime europeo delle frontiere, coinvolgendo sia gli Stati membri dell’UE sia i Paesi di transito (Goldner Lang e Nagy 2021). Il termine “pushback” si riferisce generalmente all’allontanamento informale e illegittimo di individui attraverso le frontiere, senza garantire l’accesso alle procedure di asilo o alle garanzie giuridiche (Moraru 2022). Tali pratiche costituiscono violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, quali la detenzione arbitraria, la violenza fisica e l’umiliazione, possono inoltre configurare trattamenti inumani o degradanti e provocare conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quello che un tempo veniva presentato come una risposta eccezionale si è progressivamente trasformato in una pratica routinaria esercitata dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena nel quale gli individui vengono ripetutamente respinti attraverso diverse frontiere. Piuttosto che prevenire efficacemente la migrazione, queste pratiche spesso costringono le persone a cercare rotte alternative e più pericolose, aumentando così il rischio di lesioni, traumi e morte. Allo stesso tempo, tali meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo i migranti più vulnerabili all’esclusione e all’allontanamento all’interno del più ampio sistema di governance migratoria. Numerosi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di tali pratiche lungo la Rotta Balcanica. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsione, violenza e negazione dell’accesso alle procedure di asilo, suggerendo che queste pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La normalizzazione dei pushback è strettamente collegata alla rappresentazione della migrazione come una minaccia persistente alla sicurezza e come uno stato di crisi permanente. Tale narrazione consente di giustificare misure eccezionali e facilita la sospensione selettiva dei diritti. Di conseguenza, pratiche che contraddicono chiaramente gli standard internazionali in materia di diritti umani possono essere gradualmente normalizzate attraverso il discorso politico, la militarizzazione delle frontiere e la securitizzazione della migrazione, indebolendo infine gli impegni europei in materia di tutela dei diritti fondamentali. Da questa prospettiva, la violenza istituzionale non può essere ridotta al danno fisico diretto, ma emerge anche dalle strutture politiche e amministrative che regolano la mobilità attraverso meccanismi di esclusione. Le narrazioni razzializzate e i discorsi orientati alla sicurezza contribuiscono alla criminalizzazione della migrazione, legittimando pratiche coercitive e rafforzando le asimmetrie di potere esistenti. La nozione di “crisi” svolge un ruolo cruciale in questo processo, poiché evoca urgenza e pericolo, consentendo a misure straordinarie di diventare routine e di essere istituzionalizzate all’interno delle politiche migratorie, soprattutto quando applicate ai migranti privi di autorizzazione. Questa tesi analizza come la gestione della migrazione lungo la Rotta Balcanica Occidentale abbia contribuito all’emergere di un sistema nel quale i pushback e le forme di violenza istituzionale sono diventati pratiche normalizzate, sollevando importanti interrogativi in merito alla responsabilità e all’accountability all’interno della governance europea delle frontiere. Il primo capitolo illustra il quadro giuridico che disciplina le frontiere europee e la tutela dei diritti fondamentali. Il secondo capitolo esamina le diverse forme di violenza e i meccanismi che ne consentono la legittimazione. Il terzo capitolo presenta evidenze empiriche e testimonianze che documentano la violenza istituzionale lungo la Rotta Balcanica e il ruolo del monitoraggio della violenza alle frontiere. La ricerca si basa sulle testimonianze raccolte da migranti giunti attraverso la Rotta Balcanica durante il lavoro sul campo condotto a Trieste, che rappresenta una delle destinazioni finali del percorso verso l’Unione Europea. Ulteriori dati sono stati raccolti attraverso attività di monitoraggio della violenza alle frontiere in Serbia. Questi materiali vengono integrati con l’analisi giuridica e delle politiche pubbliche al fine di esaminare la discrepanza tra i quadri normativi e le pratiche sul terreno. Collocando i pushback all’interno di un sistema più ampio di governance migratoria, questa tesi mira a individuare modelli di responsabilità che vadano oltre i singoli attori o Stati, evidenziando come le lacune nei meccanismi di accountability vengano prodotte e mantenute a livello europeo.