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La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Il caso Almasri è arrivato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
LUCREZIA INNOCENTI 1 Lo scorso venerdì 29 maggio, con l’attivazione di un fascicolo sull’Italia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, potrebbe essersi aperto un nuovo spiraglio per ottenere giustizia sul caso Almasri. Il caso, ricordiamo, ha avuto origine nel gennaio 2025, quando la polizia italiana ha arrestato il generale libico Almasri su esecuzione del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI), per poi rilasciarlo due giorni dopo e rimpatriarlo su un volo di Stato. Il governo non ha mai fatto chiarezza – o meglio, ha tentato di farne, alternando opache giustificazioni tecniche e procedurali con ragioni di “sicurezza nazionale” — sui motivi del rilascio del torturatore, macchiatosi di innumerevoli crimini di guerra e contro l’umanità ai danni dei migranti detenuti nel lager di Mitiga (tra cui omicidi, tortura e violenza sessuale). A nulla ha portato il ricorso alla Corte costituzionale di una vittima di Almasri, Lam Magok Biel Ruei, che è risultato in un respingimento della richiesta. Tantomeno il rifiuto parlamentare di autorizzare l’azione penale nei confronti di tre membri del governo ha permesso che altre denunce ottenessero spazio giudiziario. A fronte dell’esaurimento delle vie interne, il 13 maggio la Corte EDU ha ricevuto due ricorsi contro l’Italia presentati da un uomo e una donna vittime di Almasri, per la mancata esecuzione del mandato di arresto della CPI. Il primo ricorrente è un uomo fuggito dal Sud Sudan che dal 2018 ha affrontato la detenzione prima nel campo di Triq al-Sika e poi di Al-Jadida, dove ha subito ripetute torture e atrocità, assistendo alle stesse violenze esercitate su altri migranti. Trasferito infine nel campo di Mitiga – anche questo, come i precedenti, controllato dalle milizie di Almasri – l’uomo sarebbe stato forzatamente inserito in uno dei gruppi armati di Almasri, obbligato ai lavori forzati e ancora una volta sottoposto a torture e atti inumani. Nel 2022 è riuscito a fuggire in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiato. La storia della seconda ricorrente è altrettanto brutale, costellata da abusi e maltrattamenti. La donna ivoriana, ora trentenne, durante l’infanzia e l’adolescenza è stata vittima di mutilazione genitale e di abusi sessuali da parte del padre adottivo. Riuscita a fuggire in Libia, ha affrontato la riduzione in schiavitù e il trasferimento al campo di Mitiga, nel quale è stata sottoposta a nuove violenze anche per mano di Almasri. È infine giunta in Italia nel 2017, dove le è stato riconosciuto lo status di rifugiata tre anni dopo. Le due vittime di Almasri contestano ugualmente all’Italia la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU), che sanciscono il diritto alla vita e il divieto di tortura: l’Italia sarebbe venuta meno al proprio obbligo, assunto in quanto parte alla CEDU, di tutelare questi diritti inderogabili. Il ricorso presentato dalla donna ha ad oggetto anche la violazione dell’articolo 6 sul diritto di accesso alla giustizia, che sarebbe stato negato con l’interruzione del procedimento penale nei confronti dei tre membri del governo, e la violazione dell’articolo 4, sul divieto di schiavitù. Ad oggi la Corte EDU, svolto un esame preliminare dei ricorsi, ha notificato il governo italiano e ha formulato alcuni quesiti cui il governo è chiamato a rispondere per ricostruire le dinamiche della vicenda. Quanto notificato dalla Corte non rappresenta una decisione vincolante o una condanna; si tratta ancora di unatto preliminare al processo. Solo una volta che il processo sarà eventualmente avviato si accerteranno le responsabilità dell’Italia. L’apertura del fascicolo costituisce comunque un passo di fondamentale importanza, anche vista la scelta della Corte di Strasburgo di trattare il caso con procedura prioritaria. Ciò significa che, vista l’urgenza della questione, il governo dovrà rispondere ai quesiti entro il 18 settembre. A quel punto la Corte potrà deliberare sull’ammissibilità dei ricorsi ed entrare nel merito dei due casi. In particolare, l’iter giudiziario si giocherà su questi punti: lo Stato italiano può essere imputato per la violazione del diritto alla vita e del divieto di tortura sotto la propria giurisdizione, se le violenze hanno avuto luogo in Libia? E in quel caso, i ricorrenti potranno dirsi vittime della condotta italiana? Si è verificato, infine, un effettivo diniego di giustizia? L’Italia, lo scorso aprile, è già stata deferita all’Assemblea degli Stati Parte della CPI per “mancata cooperazione”, avendo impedito l’arresto e la consegna di Almasri in violazione dello Statuto di Roma. Se quindi i giudici di Strasburgo decideranno di proseguire nel processo, si aprirà un nuovo fronte giudiziario internazionale per lo Stato italiano. A prescindere da quale sarà l’esito di questa fase preliminare, secondo l’opposizione la decisione di aprire un fascicolo sul caso Almasri già rappresenta una «pesante smentita» per le scelte di Meloni, Nordio e Piantedosi. Più in generale, si tratta di una messa in discussione della complicità italiana nella protezione di un sistema dove abusi, violazioni e disumanità non sono una deviazione dal giusto funzionamento, ma parte integrante del sistema stesso. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 Ne è un esempio il vissuto personale delle due vittime che hanno scelto di presentare ricorso: la loro tragedia non è, purtroppo, estranea al panorama delle esperienze delle persone migranti. Queste storie piuttosto ci raccontano di un’ordinaria e quotidiana violazione dei diritti fondamentali, che avviene alla luce del sole e con la tacita consapevolezza di più attori. È il risultato fisiologico di un apparato che, come comprovato, il nostro paese e l’Unione Europea attivamente finanziano e mirano a espandere. Ancora una volta nella storia giudiziaria italiana, la Corte di Strasburgo potrebbe offrire un ultimo appiglio per contrastare quelle violazioni dei diritti umani che il nostro ordinamento manca di affrontare. Adesso è necessario attendere le risposte del governo e delle parti ai quesiti della Corte, a seguito delle quali potrebbe essere avviato il procedimento giudiziario. 1. Sono laureata in Scienze Politiche e Studi Internazionali presso l’Università di Firenze, dove attualmente frequento la laurea magistrale in Relazioni Internazionali. Come attivista di Amnesty International mi occupo di diritti umani, con particolare attenzione ai temi della migrazione e dei conflitti. Ho trascorso un periodo di formazione in Spagna in una fondazione impegnata nella cooperazione e salute globale, e collaboro come ambasciatrice con una fondazione dedicata all’integrazione e all’impegno europeo ↩︎
Il tribunale di Chieti annulla la detenzione e la sanzione all’Ocean Viking di SOS Mediterranee
Il tribunale di Chieti ha annullato integralmente la detenzione amministrativa di 20 giorni imposta all’Ocean Viking di SOS Mediterranee nel novembre 2023, insieme all’ammenda associata e a tutte le altre misure sanzionatorie. La decisione rappresenta un’altra vittoria significativa contro il governo italiano e il cosiddetto decreto Piantedosi, nonché una conferma del principio del soccorso in mare. Il 15 novembre 2023 le autorità italiane avevano bloccato la nave nel porto di Ortona e inflitto una sanzione finanziaria in base al decreto-legge n. 1/2023, noto appunto come decreto Piantedosi. La vicenda riguarda un’operazione di soccorso condotta l’11 novembre 2023 nella zona SAR libica, durante la quale l’Ocean Viking aveva tratto in salvo 34 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, dopo ripetuti tentativi falliti di ottenere un coordinamento efficace dalle autorità marittime libiche. Nella sentenza di primo grado, il tribunale ha chiaramente confermato la legalità dell’operazione di soccorso, riconoscendo che il comandante “si trovava di fronte alla necessità di intervenire senza indugio“»” per proteggere vite umane. I giudici hanno inoltre sottolineato l’assenza di coordinamento effettivo da parte delle autorità libiche, riconoscendo che l’Ocean Viking era “l’unica nave intervenuta per adempiere all’obbligo di soccorso in mare“. La sentenza ribadisce che gli obblighi internazionali in materia marittima derivanti dalle convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR prevalgono quando sono in pericolo vite umane, e che non possono essere imposte sanzioni in assenza di coordinamento da parte degli Stati o quando tale coordinamento sia insufficiente. Il giudizio richiama inoltre la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale italiana, che ha confermato come le leggi nazionali in materia di soccorso in mare debbano essere conformi al diritto internazionale: nessuna norma interna può contraddire il dovere di salvare vite in mare. «Questa decisione conferma ciò che sosteniamo dal novembre 2023: l’Ocean Viking ha agito in piena conformità con il diritto marittimo internazionale e nel rigoroso rispetto dei propri obblighi», ha dichiarato Soazic Dupuy, direttrice delle operazioni di SOS Mediterranee. «Le organizzazioni di soccorso umanitario non devono mai essere sanzionate per aver fatto ciò che le autorità non hanno fatto: garantire un soccorso rapido ed efficace alle persone in pericolo». La pronuncia arriva in un momento particolarmente grave. Il 2026 si profila già come uno degli anni più letali dell’ultimo decennio nel Mediterraneo, mentre il governo italiano intensifica gli ostacoli per impedire alle ONG di ricerca e soccorso di operare. Il Senato ha infatti avviato l’esame di un nuovo pacchetto legislativo sull’immigrazione che include nuove disposizioni volte a impedire alle ONG di entrare nelle acque italiane – propagandate dalla Presidente del Consiglio Meloni come “blocco navale” – in quello che si configura come un ulteriore tentativo di ostacolare le operazioni di salvataggio. SOS Mediterranee ricorda nel suo comunicato stampa che sabato 16 maggio il comandante della Sea-Watch 5 è stato addirittura accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare 1 dopo aver condotto un’operazione di soccorso nel corso della quale i guardacoste libici hanno aperto il fuoco. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Nonostante le ripetute decisioni dei tribunali che confermano la legalità delle operazioni di soccorso civile nel Mediterraneo, le ONG continuano a subire molteplici forme di criminalizzazione e attacchi, tra cui atti amministrati del tutto illegittimi. «Le persone in pericolo – conclude amaramente l’Ong – non possono attendere che sia resa giustizia mentre l’assistenza vitale viene ostacolata per ragioni politiche». 1. Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro Sea-Watch 5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il capitano: comunicato di Sea-Watch ↩︎
Cittadinanza come ricatto: come il Ministero dell’Interno usa la sicurezza della Repubblica per tenere le persone straniere lontane dalla politica
Ogni anno centinaia di persone si vedono negare la cittadinanza italiana non perché abbiano commesso un reato, non perché siano mai state denunciate, ma perché i servizi segreti le hanno schedate come potenzialmente pericolose. Nella maggior parte dei casi, la loro colpa è una sola: partecipare in modo critico alla vita politica e associativa del paese in cui vivono da anni. Una sentenza del TAR Lazio apre una breccia in questo meccanismo opaco, anche se il problema rimane strutturale. Cosa si può fare se ci si trova in questa situazione? Lo spieghiamo alla fine dell’articolo con alcuni strumenti pratici. OGNI ANNO, CENTINAIA DI PERSONE: I NUMERI DI UN MECCANISMO INVISIBILE Ogni anno, in Italia, centinaia di persone ricevono un decreto del Ministero dell’Interno che respinge la loro domanda di cittadinanza. Non perché abbiano una condanna penale. Non perché siano mai state denunciate. Non perché abbiano violato una legge. Ma perché qualcuno nell’ombra dei servizi di intelligence, senza che questo risulti da nessuna parte in modo verificabile le ha schedate come soggetti che potrebbero rappresentare un pericolo per la sicurezza della Repubblica. I numeri sono stati ottenuti tramite accesso civico generalizzato presentato al Ministero dell’Interno: 233 rigetti per ragioni di sicurezza nel 2020, 169 nel 2021, 218 nel 2022, 247 nel 2023. In quattro anni, 867 persone. Una media di oltre duecento l’anno. Tutte accomunate dalla stessa formula nel provvedimento di rigetto: dall’attività informativa esperita sono emersi elementi che “non consentono di escludere possibili pericoli per la sicurezza della Repubblica“. Nient’altro. Nessun fatto. Nessuna specificazione. Nessuna possibilità di sapere di cosa si è accusati. > 867 persone in quattro anni. Nessuna condanna, nessuna denuncia. Solo una > segnalazione riservata dei servizi, che non si può conoscere né contestare. Chi sono queste persone? Spesso, e questo è il punto politicamente più rilevante, sono persone che partecipano in modo attivo e critico alla vita sociale e politica italiana. Frequentano centri sociali, collettivi universitari, movimenti antifascisti, organizzazioni che si occupano di diritti dei migranti, sindacati conflittuali. Fanno esattamente quello che una democrazia dovrebbe incoraggiare: si interessano alla cosa pubblica, esprimono opinioni, si associano, protestano. E vengono punite per questo, non con una condanna, non con un processo, ma con la negazione di un diritto che avrebbero maturato dopo anni di radicamento nel paese. Non è un effetto collaterale, bensì è la logica del sistema: la cittadinanza diventa uno strumento di ricatto, un incentivo alla conformità politica, una minaccia implicita rivolta a chiunque non sia abbastanza docile. LA STORIA DI YOUSSEF: DICIASSETTE ANNI DI RADICAMENTO, POI IL RIFIUTO DELLA CITTADINANZA ITALIANA Youssef è arrivato in Italia nel 2008, a quindici anni, insieme alla sua famiglia. Ha frequentato le scuole medie e poi un istituto professionale a Verona, dove ha ottenuto il diploma. Si è iscritto all’università, si è laureato in Scienze dell’educazione, ha lavorato come educatore presso cooperative sociali, ha fatto volontariato in diverse realtà sul territorio veronese. Ha anche svolto il ruolo di mediatore linguistico-culturale per l’ospedale, ha aiutato persone in stato di fragilità e grave marginalità, ha insegnato italiano agli stranieri, ha collaborato nell’organizzare convegni accademici. Professori universitari, assessori comunali, la vice presidente del consiglio comunale di Verona, medici e operatori sociali lo descrivono come una risorsa preziosa per la comunità data la sua dedizione per l’impegno sociale. Attualmente, lavora come educatore in comunità con adolescenti in condizioni psichiche vulnerabili e porta avanti un progetto dedicato alle persone migranti discriminate in quanto appartenenti alla comunità LGBTQIA+. Frequenta, inoltre, il secondo anno del corso di laurea magistrale in Scienze Pedagogiche con la prospettiva di formarsi e acquisire nuove conoscenze e competenze spendibili nel settore dell’educazione psico-sociale. Lavoro e formazione professionale, partecipazione attiva alla vita collettiva, legami coltivati con il tessuto sociale veronese testimoniano la sua volontà nell’immaginarsi un’orizzonte di permanenza sul territorio come cittadino italiano a pieno titolo. Nel 2019 ha presentato domanda di cittadinanza italiana, avendone tutti i requisiti: dieci anni di residenza legale, reddito, lingua e nessuna condanna. Inaspettatamente a maggio 2023, dopo 4 anni di attesa, il Ministero dell’Interno ha respinto la sua domanda con poche parole che liquidano due decenni: “dall’attività informativa esperita sono emersi elementi che non consentono di escludere possibili pericoli per la sicurezza della Repubblica“. Solo davanti al TAR Lazio, anni dopo, grazie a un’ordinanza istruttoria che ha costretto il Ministero a depositare in busta chiusa e sigillata la documentazione riservata, si è scoperto il motivo reale: Youssef sarebbe contiguo ad ambienti della “sinistra antagonista veronese“. Null’altro, nessun fatto, nessun reato, nessuna specificazione, nessuna azione concreta bensì esclusivamente una frequentazione, un ambiente, un’etichetta politica. Il 20 aprile 2026, il TAR Lazio ha annullato il provvedimento. Ma la storia di Youssef non è né un caso, né un errore, è invece un meccanismo di esclusione che riguarda centinaia di cittadini stranieri e che ha un chiaro ed inquietante scopo politico. COME FUNZIONA IL MECCANISMO: LA CITTADINANZA COME ATTO DI “ALTA AMMINISTRAZIONE“ Per capire perché questo meccanismo funziona e perché è così difficile contestarlo, occorre partire dal quadro giuridico. La concessione della cittadinanza per naturalizzazione, ai sensi dell’art. 9, comma 1, lett. f) della legge n. 91 del 1992, è qualificata dalla giurisprudenza come atto di “alta amministrazione“: un atto in cui la pubblica amministrazione conserva un margine di discrezionalità estremamente ampio. Ciò significa che anche se saranno soddisfatti i requisiti di legge, residenza, reddito, lingua, incensuratezza, il Ministero può comunque rifiutare la cittadinanza e il giudice amministrativo non può sostituire la propria valutazione a quella dell’Amministrazione. Il sindacato del giudice è limitato al controllo di ragionevolezza formale: può verificare che la motivazione sia logicamente coerente, non che sia giusta nel merito. In questo sistema, la motivazione “ci sono elementi che non consentono di escludere pericoli per la sicurezza della Repubblica” per quanto vaga è ritenuta sufficiente, purché si potesse fare rinvio a documentazione riservata. A questo si aggiunge la questione della riservatezza, in quanto le informazioni su cui si fonda il diniego provengono dall’intelligence e dalle forze dell’ordine e sono classificate. Quindi è fisiologico che il richiedente non sappia a cosa queste informazioni fanno riferimento e quindi ha pochissimi strumenti per contrastarle o fornire una diversa interpretazione o lettura dei fatti. Per anni, il Tribunale amministrativo per il Lazio ha ritenuto che questa asimmetria informativa totale fosse compatibile con il diritto alla difesa, in quanto il Ministero non era tenuto a rivelare nulla, nemmeno in giudizio. Solo progressivamente la giurisprudenza ha imposto l’ostensione degli atti riservati al difensore del ricorrente in sede processuale, il quale non può estrarne copia e deve consultarli sotto sorveglianza. Il difensore ha accesso solo alla notizia, al contesto in cui si è maturato l’informativa di polizia non ai singoli avvenimenti la cui conoscenza potrebbe mettere in pericolo l’intera attività investigativa dello Stato. È questo “l’equilibrio” che il sistema ha trovato tra diritto alla difesa e sicurezza nazionale. LA SENTENZA: COSA HA SBAGLIATO IL MINISTERO SECONDO IL TAR LAZIO La sentenza del TAR Lazio, Sezione V bis, n. 7028 del 20 aprile 2026, annulla il diniego per difetto di motivazione. Come visto, il Ministero ha fondato il rigetto sulla “contiguità” di Youssef con la “sinistra antagonista veronese“. Questa informazione, emersa solo grazie all’istruttoria processuale, non è accompagnata da alcuna spiegazione sulla natura del movimento, sulle sue finalità, sulla connotazione che lo renderebbe pericoloso. Il TAR scrive che mancano del tutto “adeguati elementi esplicativi circa la natura, le finalità o la connotazione del movimento medesimo” e che non è chiarito “se si tratti di un’organizzazione caratterizzata da finalità terroristiche, eversive o comunque tali da poter incidere sui profili di sicurezza della Repubblica“. > Il TAR non dice che la sinistra antagonista non può mai essere un elemento > ostativo. Dice che bisogna spiegare perché lo è. Un’etichetta non è una > motivazione. Il punto è cruciale, infatti il TAR non afferma che la vicinanza a movimenti politici di sinistra radicale non possa mai costituire elemento ostativo alla cittadinanza. Afferma che tale circostanza deve essere qualificata e che in futuro bisognerà spiegare di che organizzazione si tratta, e perché frequentarla costituisca un rischio per la Repubblica. Un’etichetta – “sinistra antagonista“, non è sufficiente per rigettare la richiesta di cittadinanza. In assenza di questi elementi minimi, scrive il Collegio, “il mero richiamo alla vicinanza ad un generico movimento politico non consente di comprendere in quale modo tale circostanza possa concretamente tradursi in un rischio per la sicurezza dello Stato, né permette al giudice di verificare la ragionevolezza e la coerenza del percorso valutativo seguito dall’amministrazione“. Il provvedimento viene annullato e viene dato ordine al Ministero di “rideterminarsi“, cioè ricominciare da capo, potendo in astratto adottare un nuovo diniego, questa volta meglio motivato. Youssef rimane in attesa. NON È UN CASO ISOLATO: IL MECCANISMO DEL DINIEGO GENERICO Youssef è solo l’ultimo di una lunga serie di casi che sono stati trattati dal Tribunale Amministrativo del Lazio. Tra questi recentemente, il TAR Lazio, stessa Sezione V bis, aveva già affrontato nel gennaio 2025 una vicenda che conferma come quello descritto non sia un episodio isolato ma uno schema replicato. Il ricorrente era un ingegnere delle telecomunicazioni che lavorava per Nokia Italia da oltre vent’anni. Aveva presentato domanda di cittadinanza nel 2015 ed il Ministero l’aveva rigettata nel 2017, fondando il diniego sulla sua appartenenza a un’associazione italo-algerina che avrebbe avuto legami con “l’ambiente anarchico nazionale“. L’associazione aveva cessato le proprie attività da anni; il suo sito internet non veniva aggiornato da allora; il ricorrente dimostrava di lavorare regolarmente da oltre due decenni per una multinazionale. Il TAR ha annullato anche quel diniego, per le stesse ragioni in quanto gli elementi erano “eccessivamente generici” e si riferivano a fatti così risalenti che “non appare di immediata evidenza l’asserita pericolosità di tale ‘movimento’ per la sicurezza della Repubblica“. Due casi, due etichette diverse “sinistra antagonista“, “ambiente anarchico“» ma stessa struttura: un’associazione o un ambiente qualificato con un’espressione evocativa senza alcuna spiegazione su cosa significhi concretamente, nessun fatto attuale, nessun comportamento specifico del richiedente. Il Ministero appiccica un’etichetta, il richiedente non la può contestare, il giudice annulla per vizio di forma. > Il problema vero: punire il dissenso politico, non proteggere la sicurezza Bisogna a questo punto fare un passo indietro e guardare il quadro complessivo, perché la questione non è solo tecnico-giuridica. Cosa significa concretamente “sinistra antagonista” o “ambiente anarchico“? Nulla, se non gruppi di persone che si riuniscono e che apertamente esercitano diritti costituzionalmente garantiti, la libertà di riunione, la libertà di associazione, la libertà di manifestazione del pensiero, tutelati dall’art. 17, 18 e 21 della Costituzione. Eppure, avvicinarsi a questi ambienti oppure a qualsiasi ambiente in cui si progettano azioni anche di dissenso, può diventare un ostacolo alla cittadinanza, senza che questi comportamenti configurano un azione illegale. Ovviamente, il target della partecipazione politica o religiosa cambia nel corso degli anni ma il meccanismo di ricatto rimane ed è altissimo per giovani cittadini straniero che potrebbero dover rinunciare alla cittadinanza italiana. Frequentare un centro sociale, partecipare a una manifestazione, fare parte di un collettivo universitario: attività perfettamente legali che possono costare la cittadinanza. Non perché si sia commesso un reato, ma perché qualcuno l’ha segnalato. Il meccanismo produce un effetto deterrente che non ha bisogno di essere intenzionale per essere reale, perchè chi è in attesa della naturalizzazione o chi sa che prima o poi dovrà richiederla, sa che partecipare alla vita politica e associativa è un rischio, così trasmettendo un messaggio chiaro ossia che essere in piena sintonia con la società italiana significa anche non fare politica scomoda. È una logica che ha un nome nella letteratura sulla naturalizzazione ed è quella del “super citizen” che significa che l’ aspirante cittadino straniero è sottoposto a uno standard di conformità molto più elevato di quello richiesto ai cittadini per nascita. Nel nostro caso il super citizen è chi non solo lavora, paga le tasse, rispetta le leggi, conosce la lingua, è incensurato ma è ancora colui che è politicamente inoffensivo. Da ciò discende che sebbene la formulazione letterale del diniego non c’entra la sicurezza della repubblica bensì significa usare la cittadinanza come strumento di controllo del dissenso. COSA APRE QUESTA SENTENZA E COSA NON RISOLVE La sentenza del TAR Lazio è un passo avanti significativo, ma sarebbe sbagliato sopravvalutarlo. Sul piano giuridico, la pronuncia consolida un principio importante ossia non basta invocare la “sicurezza della Repubblica” in termini astratti, ma gli elementi informativi rivelati in sede processuale devono essere idonei a spiegare concretamente il nesso tra la condotta del richiedente e il rischio per la Repubblica. Questo apre uno spazio difensivo reale, in quanto ogni volta che il Ministero fonda il diniego su una segnalazione di “contiguità” con un ambiente politico senza specificarne la natura, quel diniego è vulnerabile e quindi il giudice non può più accontentarsi della formula standardizzata, ma deve esigere da parte del Ministero almeno una qualificazione minimale dell’elemento ostativo. Ma i limiti sono altrettanto evidenti, infatti il TAR non mette in discussione che la frequentazione di ambienti politici possa, in astratto, costituire un ostacolo alla cittadinanza e quindi il Ministero potrà tornare con un nuovo provvedimento, questa volta descrivendo la “sinistra antagonista veronese” con qualche riga in più, ad esempio esplicitando la sua storia, le sue attività, la sua asserita pericolosità e il diniego potrebbe reggere al controllo di ragionevolezza. L’annullamento impone di motivare meglio, non necessariamente di cambiare il risultato. E poi c’è il problema strutturale: il controllo giurisdizionale rimane estrinseco e formale. Il giudice verifica la tenuta logica della motivazione, non il merito della scelta e quindi non può stabilire se la “sinistra antagonista veronese” sia davvero pericolosa per la Repubblica, né dovrebbe farlo, in linea di principio. Ma questo significa che il controllo si ferma alla forma, e che una motivazione formalmente coerente può legittimare qualunque contenuto. VERSO DOVE DOVREBBE ANDARE LA GIURISPRUDENZA La sentenza in commento invita a chiedersi: in quale direzione dovrebbe muoversi una giurisprudenza che voglia davvero restituire a questo istituto la sua dimensione democratica? Una prima risposta è che il requisito della “sicurezza della Repubblica“, per essere compatibile con la Costituzione, deve essere interpretato in modo restrittivo. Non ogni associazione critica del potere, non ogni movimento di contestazione, non ogni partecipazione a forme di opposizione politica può integrare un elemento ostativo. Una giurisprudenza davvero coraggiosa dovrebbe affermare che la partecipazione a movimenti politici legali non può mai, di per sé, costituire un elemento ostativo alla cittadinanza. Dovrebbe richiedere, come condizione minima, che l’Amministrazione dimostri comportamenti specifici, non mere frequentazioni bensì atti concreti e non orientamenti politici. CONCLUSIONE: UNA SENTENZA NON BASTA Youssef ha vinto davanti al TAR Lazio. Il decreto del Ministero dell’Interno è stato annullato. Ma non ha ancora la cittadinanza italiana: deve attendere che l’Amministrazione si ridetermini. Una sentenza non risolve un problema di sistema. Il meccanismo del diniego per sospetto, fondato su segnalazioni riservate, privo di contraddittorio reale, inaccessibile nel merito al controllo giurisdizionale continuerà a funzionare finché non cambierà qualcosa di più profondo: o la legge, che dovrebbe ancorare il requisito della “sicurezza della Repubblica” a parametri oggettivi e verificabili; o la giurisprudenza, che dovrebbe finalmente affermare che il dissenso politico non è un criterio di esclusione dalla cittadinanza; o entrambi. T.A.R. per il Lazio, sentenza n. 7028 del 20 aprile 2026 COSA SI PUÒ FARE: STRUMENTI PRATICI Per chi si trova o teme di trovarsi in una situazione simile, è utile sapere che cosa è possibile fare concretamente. Se la domanda di cittadinanza viene rigettata con una motivazione generica che richiama la “sicurezza della Repubblica” senza specificazioni, il provvedimento è impugnabile davanti al TAR Lazio entro sessanta giorni dalla notifica. Il ricorso deve chiedere, in via istruttoria, il deposito della documentazione riservata. Solo dopo quella disclosure processuale sarà possibile conoscere le ragioni reali del diniego e valutare se siano sufficienti a reggere al controllo di ragionevolezza. Attenzione: il percorso è lungo e costoso. Dall’impugnazione alla sentenza possono passare anni. Il contenzioso in materia di cittadinanza davanti al TAR Lazio è volumisticamente significativo e i tempi medi sono elevati. Un altro strumento disponibile e spesso sottoutilizzato è l’accesso civico generalizzato (FOIA), che consente di richiedere al Ministero dell’Interno dati aggregati e informazioni di carattere generale sui procedimenti in materia di cittadinanza attraverso il quale sono stati ottenuti i dati sui 867 rigetti per motivi di sicurezza. Non consente di accedere agli atti individuali riservati, ma permette di costruire un quadro quantitativo del fenomeno, utile sia per il contenzioso sia per la pressione politica. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti: TAR Lazio, Roma, Sez. V bis, 20 aprile 2026, n. 7028/2026 — TAR Lazio, Roma, Sez. V bis, 8 gennaio 2025, n. 325/2025 — Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 154/2012 — Ministero dell’Interno, risposta FOIA, 22 novembre 2023 e 18 dicembre 2024 (dati rigetti per sicurezza della Repubblica 2020-2023).
Tortura: ecco come l’Italia (non) rispetta gli obblighi della Convenzione ONU
La Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST 1), in collaborazione con Action Aid, ha pubblicato il 21 maggio 2026 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” che mostra come l’Italia, al di là di annunci e raccomandazioni non vincolanti, sia ancora largamente inadempiente rispetto agli obblighi internazionali che impongono di rendere accessibili ai sopravvissuti a tortura i servizi specialistici necessari per una piena riabilitazione. Il rapporto, anticipato al Comitato ONU contro la tortura (CAT) in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia, sarà discusso in un webinar “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi posti dalla Convenzione ONU contro la Tortura”, organizzato dalla ReSST il prossimo lunedì 25 maggio alle 17.30. Al webinar saranno presenti Pietro Buffa, curatore del rapporto, Chiara Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) e Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS). Iscrizione al webinar CURE SULLA CARTA Il rapporto evidenzia come le Linee Guida del ministero della salute del 2017 hanno un valore di indirizzo, ma non garantiscono il rispetto degli obblighi. Anche il Vademecum sulle vulnerabilità del ministero dell’interno del 2023 rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti e prive di qualsiasi attuazione concreta. Quello che emerge è un sistema in cui il diritto alla riabilitazione esiste formalmente ma non è garantito nella pratica, e dove l’accesso ai servizi dipende più dal territorio in cui ci si trova – o dalla fortuna di incontrare un operatore particolarmente formato – che da una garanzia uniforme dello Stato. Le organizzazioni del privato sociale tamponano dove il pubblico è assente, ma con finanziamenti a progetto, discontinui e non strutturali. «Attualmente l’Italia, la principale destinazione europea per migliaia di persone che hanno subito torture nei paesi di origine o durante il transito, in Libia e in Tunisia, non rispetta nessuno degli obblighi della Convenzione ONU contro la tortura», dichiara la dr.ssa Chiara Montaldo di MSF. «I servizi esistenti si basano quasi interamente su iniziative individuali all’interno del sistema sanitario pubblico e, soprattutto, sul terzo settore». Il risultato è un sistema che, pur esistendo sulla carta, spesso non riesce a garantire un percorso di riabilitazione reale alle persone sopravvissute a tortura. In molte parti dell’Italia mancano ancora servizi dedicati e personale formato per assistere chi ha vissuto torture e violenze estreme. A questo si aggiunge una scarsa collaborazione tra il sistema sanitario e quello dell’accoglienza, oltre all’assenza di strumenti che permettano di verificare se i programmi di riabilitazione funzionino davvero e arrivino alle persone che ne hanno bisogno. Per questo, molte persone sopravvissute a tortura non sono identificate precocemente e faticano ad accedere in tempi rapidi a cure e supporto specialistico continuativo. Secondo l’analisi di Action Aid contenuta nel rapporto, nel sistema di accoglienza non esistono oggi le condizioni minime per riconoscere tortura e traumi complessi, a causa dei servizi drasticamente ridotti, del poco tempo disponibile per ogni persona e dell’aumento delle richieste di protezione. «Così è pressoché impossibile che la vulnerabilità venga individuata e presa in carico per tempo e rischia di emergere solo quando diventa crisi, e la privazione della libertà rischia di tradursi in omissione di protezione», aggiunge Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid Italia. Ancora più allarmante la situazione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): le visite mediche di ingresso sono descritte come sbrigative, condotte spesso in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine, basate su modelli prestampati che non cercano segni di tortura né valutano la salute mentale. Tra i trattenuti – il cui numero di richiedenti asilo è in forte crescita, con circa il 43% del totale nel 2025 – è realistico che vi siano vittime di tortura, per le quali la detenzione stessa può riattivare traumi e aggravare la sofferenza psichica. Mancano protocolli per la gestione delle vulnerabilità e per la prevenzione del rischio suicidario, come documentato in modo sistematico dal Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà in rapporti che si ripetono, con le stesse criticità, dal 2019 al 2025. A complessive e identiche conclusioni è arrivato anche il CAT nel suo documento di Osservazioni Conclusive, approvato a seguito dell’ultima sessione di revisione periodica sull’Italia. Il CAT si è rammaricato sul fatto che l’Italia non abbia fornito alcuna informazione sull’esistenza di programmi di riabilitazione per le vittime di tortura come previsto dall’articolo 14 della Convenzione ONU. Il CAT ha chiesto all’Italia di garantire che tutte le vittime di tortura ottengano i mezzi per una riabilitazione il più completa possibile (conclusione n.38), e di adottare ulteriori misure per assicurare la tempestiva identificazione delle vittime di tortura (conclusione n.16), tramite di procedure di screening da applicarsi sia all’ingresso in Italia sia al momento dell’ammissione nei centri di trattenimento. LE RICHIESTE ALL’ITALIA La ReSST esorta l’Italia ad attuare le raccomandazioni del CAT in modo da sopperire a questa asimmetria persistente tra gli obblighi assunti e la loro concreta attuazione. «Ovunque si trovi in Italia, un sopravvissuto a tortura dovrebbe avere accesso alle cure», conclude Chiara Montaldo di MSF. «Servono meccanismi finanziari stabili e dedicati per passare da risposte basate sulle emergenze a misure a lungo termine, nonché un sistema di monitoraggio per valutare qualità, efficacia e trasparenza». Il rapporto, nelle raccomandazioni finali, chiede che si vada in una direzione opposta: una legge nazionale, il recepimento delle Linee Guida in tutte le Regioni, investimenti stabili, formazione obbligatoria e un sistema di monitoraggio indipendente che renda conto ogni anno di come vengono spesi i soldi pubblici e di quante vittime di tortura ricevono effettivamente la cura a cui hanno diritto. Scarica il rapporto completo 1. Nata nel 2024, la ReSST riunisce enti pubblici e privati e ONG che gestiscono in Italia programmi o servizi specializzati per la presa in carico di persone che hanno subito tortura: Caritas, Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale (Ciac), Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA, SaMiFo ASLRoma 1 e USL Toscana Centro. La ReSST si pone come obiettivi informare e sensibilizzare sulla tortura e le sue conseguenze, migliorare la disponibilità e la qualità dei servizi per la riabilitazione delle persone sopravvissute a tortura, e promuovere attività di ricerca scientifica, formazione e aggiornamento professionale. Oltre agli enti associati, impegnati in servizi diretti per i sopravvissuti alla tortura, fanno parte della Rete, in qualità di osservatori, anche A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone e SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. ↩︎
Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri
Si sono aperte martedì 19 maggio alla Corte Penale Internazionale le udienze preliminari contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, alto dirigente della milizia libica SDF/RADA e pari grado di Osama Almasri Njeem. Per questo momento storico, Refugees in Libya e Mediterranea Saving Humans sono presenti all’Aja con una delegazione per tutta la durata delle audizioni. El Hishri è infatti il primo indagato a comparire davanti alla CPI da quando la Corte ha aperto le indagini sulla Libia, nel 2011, su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le accuse a suo carico – tortura, detenzione arbitraria, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù, persecuzione – riguardano crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020 nella prigione di Mitiga, nel compound controllato dalla milizia a Tripoli, dove almeno 5.140 persone sarebbero state arrestate, detenute e sistematicamente torturate. Ph: Flickr – ICC-CPI: El Hishri case «OGGI SOTTO PROCESSO C’È UN SISTEMA» Finalmente, dopo anni di denunce, testimonianze e mobilitazioni sta emergendo quello che vittime e organizzazioni solidali stanno denunciando da almeno un decennio: non crimini scollegati uno dall’altro, bensì sono parte di un sistema costruito e alimentato grazie agli accordi tra governi europei, Italia compresa, e milizie libiche trasformate in guardiani armati delle frontiere europee. È questo il cuore politico e giuridico del processo che si sta celebrando all’Aja. «Queste tre giorni di udienze stanno affrontando per la prima volta, con un imputato fisicamente presente, il tema del sistema Libia», spiega Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea. «Sistema Libia significa una sistematica organizzazione di violazione dei diritti umani e della vita delle persone – in particolare migranti, ma anche cittadini libici e oppositori politici – che in questi anni è stato utilizzato anche dalle istituzioni italiane come strumento per organizzare respingimenti di massa nel Mediterraneo centrale». Il meccanismo è stato ricostruito in aula con centinaia di testimonianze, video, fotografie e documenti ufficiali. «La milizia RADA – quella di Almasri, per capirci – viene trasformata sostanzialmente in polizia di frontiera. La cosiddetta guardia costiera libica cattura i migranti in mare, li deporta nelle prigioni di Mitiga, e lì avviene l’impensabile. Oggi è stato descritto compiutamente, crimine per crimine. La Corte ha fatto un lavoro enorme per ricostruire questo meccanismo, confermando che l’illegalità e la violazione dei diritti umani vengono esercitate su donne, uomini e bambini innocenti – anche con la complicità di governi che finanziano queste milizie, forniscono mezzi e addestramento, e di fatto deportano in lager gestiti da chi oggi è sotto processo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) SECONDO GIORNO: TESTIMONIANZE DURISSIME E RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ POLITICHE Nel secondo giorno di udienza, mercoledì 20 maggio, l’aula ha ascoltato testimonianze tra le più pesanti del processo: sopravvissuti che hanno raccontato i crimini perpetrati nel carcere di Mitiga contro donne, uomini e bambini. Per molti di loro è la prima volta che il loro racconto viene formalmente ascoltato da una corte internazionale, e questo è un fatto reso possibile solo dal coraggio di chi ha scelto di rompere anni di silenzio. Mentre emergono responsabilità sempre più gravi sul fronte libico, cresce parallelamente la pressione perché vengano accertate anche le responsabilità del governo italiano sul caso Almasri: in particolare di Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, dopo la mancata consegna del criminale di guerra alla giustizia internazionale. C’è però un grande assente nell’aula dell’Aja: Almasri stesso. «E questo – sottolinea Casarini – la dice lunga sul perché il nostro governo ne abbia organizzato la fuga e la sottrazione alla cattura. Cosa che invece non è accaduta per El-Hishri, il suo pari grado nell’organizzazione della milizia RADA, arrestato dalla Germania all’aeroporto di Berlin Brandenburg nel dicembre 2025 e regolarmente consegnato alla Corte». Presente all’Aja anche David Yambio, di Refugees in Libya, organizzazione che ha portato al processo decine di testimonianze dirette. «Vogliamo ringraziare il popolo italiano e la società civile europea per la loro solidarietà», dichiara Yambio che critica il governo: «Il popolo italiano dovrebbe mettere in discussione la credibilità e i principi di lavoro di Giorgia Meloni, perché non si può impunemente minare il diritto internazionale sui diritti umani. I crimini che questa milizia perpetua su bambini, donne e uomini dovrebbero essere ascoltati da tutti i ministri e da tutti i parlamentari italiani, per capire di cosa stiamo parlando. Cose orribili fatte anche con la complicità di istituzioni che si definiscono democratiche e civili». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) Il confronto con la Germania è alquanto evidente: mentre l’Italia, nel gennaio 2025, arrestava Almasri in esecuzione di un mandato CPI per poi, di fatto, accompagnarlo a Tripoli su un volo di Stato due giorni dopo – trincerandosi dietro “sicurezza nazionale” e “segreto di Stato” – Berlino arrestava El-Hishri sullo stesso tipo di mandato e lo consegnava regolarmente alla Corte. Per la condotta italiana, la CPI ha già formalmente deferito il caso all’Assemblea degli Stati Parte, accertando la violazione degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma. La complicità italiana nel sistema denunciato davanti alla Corte precede però di anni il caso Almasri. Come fanno notare Refugees in Libya e Mediterranea, comincia con il Memorandum d’intesa Italia–Libia del febbraio 2017, prosegue con la Dichiarazione di Malta e con i fondi dell’EUTF for Africa dell’Unione Europea, che finanziano motovedette, addestramento e tecnologie di sorveglianza alla guardia costiera libica. Nel 2018 la Libia ha ottenuto il riconoscimento di una propria zona SAR dall’IMO, su spinta di Italia e UE: una copertura formale per i respingimenti. Tra gennaio 2018 e settembre 2025, oltre 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Molte sono finite a Mitiga. «LA SOLIDARIETÀ NON SARÀ MAI UN CRIMINE» C’è un’ironia amara che Mediterranea non manca di sottolineare: mentre chi soccorre vite in mare nel Mediterraneo viene messo sotto accusa e criminalizzato, oggi alla Corte Penale Internazionale è sotto processo chi quel sistema di morte lo ha costruito, gestito e difeso. «Rimarremo anche oggi all’Aja per stare accanto ai sopravvissuti e per pretendere che la giustizia non si fermi davanti a un singolo torturatore», conclude Casarini. «Il processo a El-Hishri è il processo a un sistema: un sistema che il nostro governo e l’Unione Europea finanziano da quasi dieci anni, un sistema che continua a uccidere, a torturare, a respingere. La CPI deve continuare e ampliare le indagini sull’intera architettura della detenzione libica e perseguire tutti i responsabili – libici ed europei – che lo hanno reso possibile». Le vittime e i sopravvissuti continuano a chiedere verità, giustizia e riparazione. È ora, scrivono le organizzazioni, di rompere la complicità con un sistema di violenza che l’Europa e l’Italia continuano a sostenere. «Mitiga non è un orrore lontano. È la conseguenza diretta delle nostre frontiere. La solidarietà non sarà mai un crimine. La complicità con tortura e violenze invece lo è».
Caso Almasri: anche la Corte costituzionale volta le spalle a Lam Magok
«La Corte Costituzionale, con la sua decisione, ha compiuto una scelta precisa: quella di togliermi la possibilità di far sentire la mia voce davanti a una Corte del Paese che ha sottratto Almasri alla giustizia». Con queste parole Lam Magok Biel Ruei – richiedente asilo sud-sudanese, picchiato e torturato da Osama Almasri nel carcere di Mitiga a Tripoli – commenta l’ordinanza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la sua richiesta di intervenire nel giudizio sull’udienza prevista per il 18 maggio. Notizie IL CASO ALMASRI NON È CHIUSO La Corte costituzionale chiamata a decidere sul diritto di ottenere giustizia per una vittima di tortura Redazione 11 Aprile 2026 Lam Magok – scrive l’associazione Baobab Experience – ha visto, pezzo dopo pezzo, l’Italia demolire il suo diritto alla tutela giurisdizionale: prima quando il Governo ha protetto il torturatore Almasri dalla giustizia internazionale, poi quando il Parlamento ha protetto il Governo dalla giustizia penale; da ultimo quando la Corte costituzionale ha respinto la sua richiesta di intervento nel giudizio sulla legittimità della legge di attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale (Cpi). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Baobab Experience (@baobabexperience) Almasri, ricordiamo, era stato arrestato in Italia il 19 gennaio 2025 e liberato due giorni dopo, perché il ministero della Giustizia non aveva mai trasmesso il proprio parere al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma. Dopo la liberazione, Almasri era stato riportato in Libia con un volo di Stato. Il processo davanti alla Cpi non si è mai potuto tenere. Il 9 ottobre 2025, la maggioranza parlamentare ha poi accordato l’immunità ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano, invocando un presunto “superiore interesse dello Stato” – e barattando, secondo Baobab Experience, «la vita di migliaia di persone con un non meglio precisato timore di ritorsioni contro i cittadini italiani presenti in Libia, con il rischio del collasso degli accordi sul controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo e con la salvaguardia degli approvvigionamenti energetici». A Lam Magok rimaneva quindi un solo giudizio in cui far valere le sue ragioni: quello davanti alla Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità della norma che subordina la cooperazione con la Cpi al via libera preventivo del ministro della Giustizia. Anche questa porta gli è stata chiusa. Nell’ordinanza depositata giovedì 14 maggio, i giudici scrivono genericamente che Lam Magok “potrà ottenere piena tutela giurisdizionale nelle sedi appropriate“. Gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo smontano però questa tesi: «Secondo i giudici costituzionali, Lam potrà sempre chiedere i danni in sede civile, ma non è affatto così. La decisione della Consulta è un bivio decisivo: se la legge attuale verrà dichiarata incostituzionale, Lam non avrà più alcuno spazio legale per chiedere giustizia e ottenere il risarcimento per il caso Almasri». Se l’intervento fosse stato ammesso, la difesa avrebbe chiesto il rigetto della questione di costituzionalità proprio per preservare questa possibilità. «La Consulta si allinea alla ragion di Stato» Per Romeo e Ciervo, la decisione della Corte si inserisce in una logica già vista: «Il voto della maggioranza parlamentare ha precluso la celebrazione del processo penale a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano per il ricorrere di un ipotetico “superiore interesse dello Stato”. Non condividiamo la decisione della Corte costituzionale che sembra allinearsi a quella “ragion di Stato” emersa dal voto della maggioranza parlamentare del 9 ottobre 2025». La stessa direzione, sostiene Baobab Experience nel proprio comunicato, verso cui sembra andare la Consulta: «Così facendo, la Corte sembra andare nella direzione di quel “superiore interesse dello Stato” che secondo la maggioranza parlamentare ha giustificato la condotta del ministro della Giustizia Nordio che ha liberato il ricercato e del ministro degli Interni Piantedosi e del sottosegretario Mantovano che lo hanno messo al sicuro su un volo di Stato italiano verso la Libia». Per Baobab Experience la decisione assume un valore che va oltre il caso giudiziario: «Quando una vittima si espone, denunciando addirittura il Governo, e non trova spazio e ascolto dinanzi a nessuna autorità giudiziaria, viene da pensare che la legge non sia uguale per tutti, soprattutto quando i carnefici sono molto più potenti delle vittime». La Consulta dovrà ancora valutare, nella camera di consiglio di oggi, altre omissioni e possibili abusi nell’intera vicenda. Il caso Almasri, dunque, non è del tutto chiuso. Per Lam Magok, però, ogni porta sembra essersi già chiusa. E questo non è di sicuro un bel segnale per tutti coloro che insieme a Lam chiedono giustizia.
Spari contro la Sea-Watch 5: l’ennesimo atto di pirateria nel Mediterraneo
Lunedì 13 maggio 2026, una motovedetta della cosiddetta Guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro la nave di soccorso Sea-Watch 5, minacciando di abbordare l’imbarcazione e di portare in Libia i 30 membri dell’equipaggio e le 90 persone appena salvate in acque internazionali. L’episodio si inserisce in una escalation di violenza che va avanti da anni e che vede protagoniste le milizie libiche finanziate e sostenute dall’Unione Europea e, in particolare, dall’Italia. L’attacco è avvenuto poco dopo il completamento di un’operazione di soccorso in acque internazionali. Due motovedette libiche hanno inseguito la Sea-Watch 5, costringendo il comandante a lanciare due richieste di soccorso mayday. I miliziani hanno minacciato l’abbordaggio se la nave non si fosse diretta verso Tripoli, ignorando le direttive delle autorità tedesche – stato di bandiera della nave – che avevano invece ordinato di fare rotta a nord a tutta velocità. Di fronte alla richiesta di aiuto di Sea-Watch, le autorità italiane, hanno affermato che la situazione non rientrava nella loro competenza. Ricordiamo che l’Italia fornisce equipaggiamento, addestramento e le stesse motovedette ai guardiacoste libici. Un atteggiamento che la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi ha definito inaccettabile, considerando che almeno una delle motovedette libiche presenti sulla scena è stata riconosciuta come una di quelle donate proprio dal governo italiano alla Libia nell’ambito del Memorandum d’Intesa tra i due Paesi. «Poco dopo l’abbordaggio e la cattura della Flottilla da parte di Israele in acque internazionali, siamo davanti a un altro atto di pirateria nel Mediterraneo da parte di attori attivamente supportati e finanziati dal governo italiano e dall’Unione Europea», ha dichiarato Giorgia Linardi, aggiungendo: «Non si tratta di un episodio isolato: con le nostre operazioni testimoniamo quotidianamente episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, nell’impunità totale». > Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti > dagli interessi complici UE. > > Giorgia Linardi – Sea Watch Non è la prima volta. Il 26 settembre 2025, durante un’analoga operazione di soccorso in acque internazionali, sempre la Sea-Watch 5 era stata aggredita da una motovedetta libica: minacce, manovre pericolose a distanza ravvicinata e infine un colpo di arma da fuoco sparato contro l’equipaggio e le 66 persone soccorse. Anche in quel caso, la motovedetta responsabile era stata fornita dall’Italia. Il 13 aprile 2026, dopo un lungo lavoro di ricostruzione dei fatti, Sea-Watch ha presentato denunce penali in Germania e in Italia, presso il tribunale di Roma, con accuse che includono la pirateria così come configurata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS). Come aveva dichiarato Linardi in quella occasione: «Nonostante l’altissimo tasso di violenza contro le persone in fuga e contro le organizzazioni non governative, le milizie libiche continuano a ricevere sostegno politico e materiale da parte del Governo italiano e riconoscimento da parte degli Stati membri dell’Unione europea. L’impunità equivale di fatto a incoraggiare ulteriore violenza». Già nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia costiera libica aveva aperto il fuoco per circa 20 minuti contro la nave di soccorso Ocean Viking di SOS Méditerranée. Solo una settimana prima dell’attacco del 13 maggio, il Ministero dell’Interno tedesco aveva formalmente avvisato tutte le navi battenti bandiera tedesca di un aumento del rischio per la sicurezza nelle acque internazionali all’interno della zona SAR libica. Nonostante questo, l’UE e i suoi Stati membri non hanno tratto alcuna conseguenza politica. Prende parola anche l’alleanza Justice Fleet, che raccoglie diverse Ong del soccorso civile che hanno deciso di interrompere ogni comunicazione operativa con il centro di coordinamento libico. «Siamo scioccati e sconvolti dall’assoluta incoscienza con cui le milizie sostenute dall’Europa stanno sparando e minacciando di rapire l’equipaggio e i sopravvissuti a bordo di una nave di soccorso umanitario», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Questo attacco dimostra ancora una volta che la Justice Fleet ha avuto ragione nel decidere di interrompere le comunicazioni operative con gli attori marittimi libici al fine di denunciare l’illegalità delle loro azioni e proteggere i nostri equipaggi e i sopravvissuti. Il rifiuto dei governi europei di porre fine alla loro cooperazione con questi attori sembra sempre più premiare la loro condotta pericolosa per la vita. Questa impunità deve finire». A cinque giorni dall’accaduto, né il governo Meloni né alcun rappresentante dell’UE hanno rilasciato dichiarazioni: nessuna solidarietà, nessun commento, nessuna assunzione di responsabilità. Un silenzio che, per chi finanzia e arma quelle motovedette, è già di per sé una risposta. A parlare per loro ci pensa questo post della Marina Militare, che proprio ieri ha annunciato «un intervento di manutenzione a bordo della Libyan Navy». La sfrontatezza non ha limiti! > Un sentito ringraziamento a @ItalianNavy che va ad aggiustare a domicilio i > motori delle navi che sparano addosso a soccorritori e società civile europea > nel Mediterraneo https://t.co/FNdcV8YB2b > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) May 14, 2026
«Moussa parte per la sua terra, salutiamolo assieme»
A Verona, la comunità maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra chiamano la città a un ultimo saluto collettivo prima del ritorno della sua salma di in Mali. Due i momenti pubblici previsti nei prossimi giorni: domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, presso la stazione di Porta Nuova, e martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, alla moschea di Verona, dove Moussa farà sosta prima della partenza definitiva verso la sua terra d’origine. Dopo oltre un anno e mezzo dalla sua uccisione, la restituzione del corpo alla famiglia rappresenta un passaggio doloroso ma profondamente simbolico per chi, in questi mesi, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Attorno alla vicenda di Moussa Diarra si è infatti costruita una mobilitazione ampia e trasversale, capace di coinvolgere associazioni, spazi sociali, singole persone, realtà di movimento e comunità migranti dentro e fuori Verona. Nel comunicato diffuso in vista delle iniziative pubbliche, il Comitato sottolinea come il ritorno di Moussa in Mali non chiuda affatto il percorso di ricerca della verità. Al contrario, resta aperta la richiesta di un processo che accerti responsabilità individuali e istituzionali per quanto avvenuto il 20 ottobre 2024, quando Moussa venne ucciso da un agente di polizia. Secondo il Comitato, la decisione della GIP di rigettare la richiesta di archiviazione avrebbe evidenziato le contraddizioni e le lacune di un’indagine definita “frettolosa e inconsueta”, oltre ai tentativi di costruire rapidamente una narrazione funzionale a chiudere il caso nel giro di poche ore. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 Una dinamica che, per le realtà mobilitate, si inserisce dentro un quadro più ampio di violenza istituzionale e razzismo sistemico. «Moussa Diarra è una delle tante vittime di forme di repressione sempre più violente, sempre più legittimate, sempre più razziste«, scrivono gli organizzatori, ribadendo che la ricerca della verità non può essere demandata soltanto ai tribunali ma deve continuare a vivere come responsabilità collettiva. Le giornate del 17 e 19 maggio saranno dunque momenti di memoria, vicinanza e mobilitazione. Un modo per accompagnare simbolicamente Moussa nell’ultimo viaggio verso casa, ma anche per riaffermare pubblicamente che la richiesta di giustizia non si ferma con la partenza della sua salma. L’invito rivolto alla città è semplice e diretto: partecipare, portare un fiore, condividere un pensiero. Per Moussa, per la sua famiglia e per tutte le persone che continuano a subire violenza e discriminazione.
Tunisia, Avocats Sans Frontières sospesa per 30 giorni
Avocats Sans Frontières (ASF), organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani e dell’accesso alla giustizia che opera in oltre 10 paesi, ha ricevuto martedì 5 maggio un provvedimento di sospensione delle proprie attività in Tunisia per un periodo di 30 giorni. La misura è stata adottata ai sensi dell’articolo 45 del Decreto Legge 88-2011 sulle associazioni. Secondo quanto comunicato dall’organizzazione, il provvedimento fa seguito a una diffida formale inviata nell’ottobre 2024 e a una richiesta di integrazione documentale nel febbraio 2026, a entrambe le quali ASF ha risposto integralmente e nei termini previsti. L’organizzazione, con una nota stampa, respinge con fermezza la legittimità della decisione: «ASF considera che questa decisione non sia giuridicamente fondata e non rientri in alcun controllo legittimo e democratico del lavoro associativo, ma costituisca al contrario un attacco manifesto alla libertà di associazione». ASF inquadra la sospensione in «una serie di misure restrittive che colpiscono lo spazio civico in Tunisia», simile ai provvedimenti che hanno recentemente interessato altre organizzazioni della società civile, tra cui la Lega Tunisina per i Diritti Umani, il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali e l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche. Da oltre 15 anni presente nel paese, ASF era arrivata in Tunisia nel 2012, sull’onda della destituzione del regime di Ben Ali. Da allora, l’organizzazione ha operato in partnership con istituzioni nazionali – tra cui l’Ordine degli Avvocati, i Ministeri della Giustizia, della Salute e degli Affari Sociali – costruendo un meccanismo di assistenza legale gratuita che ha supportato migliaia di persone vulnerabili. Ma dal 25 luglio 2021, data del giro di vite politico in Tunisia del presidente Kaïs Saïed, il clima è progressivamente deteriorato: «ASF ha osservato con profonda preoccupazione gli sviluppi politici in Tunisia e le loro conseguenze su diritti e libertà. Lo spazio civico si è gradualmente ristretto, mentre attacchi crescenti prendono di mira difensori dei diritti umani, giornalisti, attori associativi, oppositori politici e cittadini impegnati». Al di là dell’impatto istituzionale, ASF sottolinea le ricadute concrete sulle persone più fragili: la sospensione «tocca direttamente i team impegnati sul campo, i partner locali, ma soprattutto le centinaia di persone per le quali l’assistenza legale rappresenta talvolta l’ultimo ricorso». L’organizzazione non nasconde la difficoltà del momento per i propri collaboratori: il provvedimento «colpisce direttamente il morale e la sicurezza del suo team in Tunisia, che lavora in un contesto sempre più vincolato». ASF ha annunciato che intende «esercitare il proprio diritto di appello per contestare questa decisione, con il sostegno degli avvocati che si sono offerti volontari per assicurarne la difesa». L’organizzazione ha già ricevuto messaggi di solidarietà da centinaia di personalità, associazioni, beneficiari e cittadini: «I vostri messaggi ci danno forza e conforto in questo periodo di dubbio e incertezza». Il comunicato si chiude con una dichiarazione di determinazione: «Di fronte alla pressione, la nostra determinazione rimane intatta: ASF continuerà, instancabilmente, a difendere la giustizia e lo stato di diritto». La vicenda di Avocats Sans Frontières è l’ultima di una serie di misure repressive contro attivisti, intellettuali e organizzazioni e si deve leggere anche all’interno del dibattito europeo e italiano sul tema delle migrazioni. Numerose organizzazioni per i diritti umani, esprimendo solidarietà ad ASF, hanno ricordato come questi fatti – la messa a tacere della società civile indipendente, la persecuzione di avvocati e giornalisti, ossia complessivamente la sistematica erosione dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani fondamentali – rendano ancora una volta insostenibile la definizione della Tunisia come «paese sicuro». Una qualifica che diversi governi europei continuano ad applicare per giustificare rimpatri forzati e accordi di esternalizzazione delle frontiere, ignorando inoltre una realtà documentata da numerosi report, ultimo in ordine di tempo la denuncia della tratta di Stato tra Tunisia e Libia di Woman State Trafficking.