Il caso del PRDC di Corinto (II parte)VOCI DAL CONFINAMENTO
ESPERIENZE E PERCEZIONI DEL DETENTION CENTER DI CORINTO
L’analisi presentata nel contributo precedente ha esaminato il centro di
detenzione e pre-allontanamento di Corinto come dispositivo politico inserito
nella più ampia agenda migratoria europea e, tramite un’analisi storica, ha
testimoniato un continuum di violenze, denunciate ripetutamente ma senza mai
produrre un cambiamento reale.
Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA
IL CASO DEL PRDC DI CORINTO
Antropologia e critica delle condizioni dei centri di detenzione e
pre-allontanamento in Grecia
Giulia Stella Ingallina
24 Marzo 2026
Attraverso una prospettiva antropologica, il PRDC è stato interpretato come uno
spazio in cui si intrecciano controllo, invisibilizzazione e violenza
istituzionale, dove le forme di protesta dei detenuti emergono come strategie
estreme di rivendicazione e resistenza, capaci di mettere in crisi il confine
tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica
delle politiche migratorie contemporanee.
Tuttavia, le categorie analitiche e i riferimenti teorici, per quanto utili a
comprendere il funzionamento di questi sistemi, rischiano di rimanere astratti
se non vengono messi in relazione con le esperienze di coloro che questi luoghi
li abitano o li attraversano quotidianamente.
Per questo motivo, il presente articolo propone una raccolta di testimonianze
provenienti da diversi attori coinvolti nel contesto del detention center di
Corinto: personale della struttura, ex detenuti, attivisti e cittadini locali.
L’obiettivo non è costruire una narrazione univoca, ma far emergere una
pluralità di prospettive che rivelano le tensioni, le contraddizioni e le
gerarchie di potere che attraversano questo spazio. Le voci raccolte
restituiscono infatti uno sguardo polifonico: da un lato quello delle
istituzioni che amministrano e giustificano il sistema della detenzione,
dall’altro quello delle persone che lo subiscono o che tentano di denunciarne le
condizioni.
Attraverso queste testimonianze, il detention center appare non soltanto come un
luogo fisico di confinamento, ma come uno spazio sociale attraversato da
discorsi, pratiche e percezioni contrastanti.
Dare spazio a queste voci significa allora rompere, almeno in parte, il regime
di invisibilità che circonda tali strutture e riportare al centro del dibattito
le esperienze umane che vi sono racchiuse 1.
LE OPINIONI DEL PERSONALE
Durante l’intervista, l’ufficiale di polizia è stato schivo e ha fornito per lo
più informazioni di carattere basilare:
«Questo campo è di 140 acri, a lavorare siamo: 150 ufficiali di polizia, un
dottore, due infermiere, una psicologa, due assistenti sociali, venti persone
del servizio asilo e cinque traduttori 2.
Gli agenti sono responsabili della gestione dei prigionieri. Più o meno ora ci
sono 530 prigionieri; sono troppo pochi…da cinque anni per la prima volta ci
sono così pochi prigionieri perché di solito la media è di 700-800, mi è
capitato di avere mille persone.
Sono prigionieri amministrativi, sono entrati illegalmente nel paese. La polizia
fuori li arresta e li porta qui, noi li sistemiamo nei reparti. Se è una brava
persona non lo terremo oltre dieci mesi, però il massimo è di diciotto. Quando
il tempo finisce siamo costretti a rilasciarli, poi è capitato che li abbiamo
arrestati di nuovo.
I poliziotti che sono incaricati dell’assistenza hanno una comunicazione
quotidiana con gli immigrati, perché dobbiamo dare loro da mangiare, colazione,
pranzo, cena. E ogni giorno, riceviamo le loro richieste di un medico, di uno
psicologo.
È una struttura chiusa, come essere in prigione, ci sono buone scorte di
sicurezza. Hanno qualche ora al giorno, sì, li lasciamo uscire in cortile, ma il
resto sono dentro.
Le aree per i detenuti non sono molto buone, le condizioni forse devono essere
migliorate, ma sono quelle di una prigione […] C’è un problema perché queste
persone nel loro paese non sono molto pulite come popolo. Le condizioni non sono
buone, cioè, se non puliscono, non fanno il loro dovere, c’è un problema: non
hanno la pulizia nella loro educazione».
Le gravi condizioni di vita, spesso denunciate, vengono banalizzate attraverso
lo stereotipo della “mancanza di igiene personale”, ribaltando la responsabilità
sui detenuti.
L’espressione “non sono puliti come popolo” li riduce a una massa indistinta, un
insieme anonimo, privandoli di individualità e rafforzando un meccanismo
razzializzante che li dipinge come culturalmente inferiori. Generalizzandone la
provenienza, li trasforma in un popolo indefinito e sconosciuto, noto solo per
un presunto disinteresse verso l’igiene, riproducendo uno dei più beceri
stereotipi.
Questo discorso costruisce un confine netto tra “noi”, puliti e progrediti, e
“loro”, sporchi e arretrati e, da un lato riafferma un senso di superiorità
mentre dall’altro infantilizza i detenuti – da nutrire, portare all’aria aperta,
redarguire per non aver compiuto l’unico “compito” loro assegnato, pulire e
pulirsi – sottraendo loro dignità.
La conversazione si sposta poi sul suo lavoro, giustificando le azioni di forza
quando gli chiedo delle modalità violente di repressione testimoniate:
«Prima che arrivassi a Korinthos, lo sapevo com’era il lavoro, conoscevo
l’argomento. Sono contento di essere stato trasferito qui, mi piace.
Il momento più difficile sono le rivolte, perché capita che siano violenti. Li
facciamo smettere ed entriamo come un plotone, come la polizia antisommossa.
Rimaniamo dentro, facciamo arresti e cerchiamo di fermare la rivolta; abbiamo
attrezzature che usiamo necessariamente, perché appiccano incendi. Se i
prigionieri usano questa violenza, dobbiamo anche noi usare la forza per
controllarli, li chiudiamo nelle loro celle per fermare la rivolta e perché
potrebbero evadere».
Anche rispetto agli episodi relativi ai suicidi – che lui riporta subito al
singolare, come se un unico caso lo rendesse meno grave – o degli scioperi della
fame, il tono resta quello della giustificazione:
Era uno, un turco, non succede tutti i giorni. C’è stata una grande
insurrezione, una rivolta di massa con prigionieri indigenti e allora abbiamo
dovuto reagire. A volte fai quello che devi fare, devi seguire gli ordini, il
protocollo. Quando non vogliono mangiare, okay, di solito il cibo se lo prendono
da soli … dopo che sono stati senza per una settimana di solito poi mangiano.
Noi non possiamo farci molto, li mandiamo dalla psicologa a parlare magari,
però, non possono fare quello che vogliono; quindi, noi facciamo quello che
dobbiamo fare.
L’atteggiamento rispecchia il classico “ho solo fatto il mio lavoro“, che
richiama alla mia mente le parole di Goldhagen (2009) in riferimento agli
esecutori, nel nostro caso, di una politica xenofoba radicata. Le sue
affermazioni finali si spiegano da sole nella loro schiettezza:
Non mi sono formato una mia opinione su queste strutture, cioè ci sono, è
giusto. Non mi piacciano gli stranieri che vanno in giro, i costi inutili, le
spese legali, il lavoro, il tabacco, i documenti…non mi piace che non vengano
controllati. Le persone che entrano ed escono dalla struttura aperta (si
riferisce al campo per richiedenti asilo presente anch’esso in città), questo sì
che può essere spaventoso, cioè, si vedono gli stranieri in città, i residenti
possono essere un po’ spaventati. Preferirei che la struttura aperta fosse da
un’altra parte, non avere contatti con i cittadini. Da noi i detenuti, non
escono, non si vedono carcerati in città, e loro non vedono i cittadini, così è
meglio.
Un punto di vista più ambiguo è quello di una psicologa che ha lavorato nel PRDC
per sei anni. Le contraddizioni sul suo ruolo “di mezzo” sono evidenti: da una
parte si mostra quasi scandalizzata:
Penso che tutto il sistema per i migranti sia terribile. Il centro di detenzione
è solo un posto per le persone che l’Europa non vuole. Hai dei ragazzi giovani
che vogliono una vita migliore e li tieni in prigione per 18 mesi, come se
fossero criminali. Magari per questo paese, o per l’Europa, lo sono, ma date
loro una possibilità.
Dall’altra, però, riconosce di essere stata parte dello stesso sistema che ora
critica:
Non sono d’accordo, però ho imparato a vivere nella realtà e a cercare di
aiutare queste persone insegnando loro a capire la realtà e a prendere da soli
le proprie decisioni anche se a volte non gli piacciono. Abbiamo una mano destra
e una sinistra, funzioniamo così: siamo lì per aiutare tutto il sistema del
centro di detenzione.
Le sue parole mostrano l’oscillazione tra una politica di pietà e di controllo,
come la descrive Fassin (2005) 3. La lotta interiore tra processi di
vulnerabilizzazione e riattribuzione dell’agency, tra complicità col sistema e
ruolo di “sostegno”, emerge nel racconto del suo lavoro.
Descrive le condizioni del centro mescolando denuncia e stereotipi,
sottolineando il compito di “far capire alle persone che possono fare una
scelta”, senza considerare che essere rinchiusi, per volontà dello Stato che li
respinge o detiene, non garantisce affatto il riconoscimento di vere scelte,
quanto tutto al più di quelle obbligate da un sistema repressivo.
Negli edifici dove ci sono i detenuti c’è una recinzione d’acciaio tutto
intorno, non possono uscire nella zona libera senza un agente di polizia. Anche
noi possiamo entrare negli spazi dei detenuti solo per motivi specifici.
L’ultima volta, per una formazione, per mostrar loro come pulire gli spazi,
usare i sacchi, buttare la spazzatura.
Dentro gli edifici le condizioni sono brutte. I detenuti non hanno proprio la
cultura della pulizia; noi cerchiamo tanto di insegnargli come tenere tutto
pulito, ma non è facile. E poi sono in dodici dentro una stanza. La cosa
peggiore erano gli odori, sentivi proprio la malattia dall’odore.
Dalle dieci all’una era l’orario in cui loro venivano dalle psicologhe.
All’inizio c’erano molte difficoltà perché non avevamo niente per fare le
sedute, nemmeno delle sedie, solo un tavolino di plastica.
Alcune persone si fanno del male, si tagliano con qualsiasi cosa tu possa
immaginare, anche con un cucchiaio. C’è stata una persona che si è suicidata
dentro il campo durante il COVID; in quel periodo il campo aveva misure
estremamente rigide. Ci sono dei gruppi che rifiutano di mangiare, ad esempio
per i ritardi all’accesso al servizio asilo.
Cosa diciamo loro? Gli spieghiamo le scelte che hanno. Questa è la legge greca,
vediamo quali opzioni hai adesso. Alcuni dicono: “Torno nel mio Paese, perché
non sono un prigioniero”. Altri mi hanno detto: “È una mia scelta restare nel
centro di detenzione, non voglio tornare indietro, devo andare avanti”.
LE VOCI CHE SI TENTA DI SOPPRIMERE: IL PARERE DEI DETENUTI
Due testimonianze di chi ha vissuto la detenzione ci raccontano le reali
condizioni di vita all’interno. La prima voce è quella di un giornalista
britannico, Matt Broomfield, finito nel meccanismo di detenzione dell’UE nel
2021 4.
Ho preso il traghetto da Patrasso ad Ancona, ma mi hanno detto che ero bandito
dalle zone Schengen, e mi hanno rimandato in Grecia con la stessa procedura che
farebbero con chiunque entri illegalmente. Prima sono stato nelle celle in
questura a Patrasso per due settimane e poi ci hanno portati al centro di
detenzione.
Sono stati ammanettati e caricati su un furgone senza finestrini verso una
destinazione ignota; per calmarli la promessa di un rapido rilascio ma
all’arrivo sono stati corsetti in fila lungo il muro del detention center di
Corinto.
La procedura “medica” si componeva di perquisizione, denudazione, confisca di
oggetti personali, prelievo di sangue e iniezioni, senza nessuna spiegazione
circa le sostanze somministrate e l’utilità delle stesse: «Veramente lasciandoci
poca dignità».
Ci hanno portati in una specie di quarantena, otto in una stanza per 23 ore al
giorno, per due settimane. Dopo ci hanno trasferiti nella sezione generale. Le
persone sono approssimativamente divise per paese di origine, nella mia sezione
c’erano solo ragazzi dall’Afghanistan e dall’Iran. Nelle altre sezioni c’erano
principalmente arabi e nordafricani.
Ci sono quattro celle abbastanza grandi su un corridoio. Queste quattro celle
formano un blocco, che si affacciava su un altro blocco. Nella nostra cella
eravamo circa 30 persone, nei letti a castello; avevi solo il tuo materasso,
niente altro. Ti portano il cibo tre volte al giorno e mangi lì, in cella. Puoi
uscire nel cortile a turno, in quel tempo puoi fare la doccia, perché in cella
ci sono solo dei piccoli bagni.
Durante l’intervista mi sono state confermate le condizioni squallide della
struttura: continue interruzioni d’acqua, luci accese 24 ore su 24 e bagni e
pavimenti costantemente sporchi.
Ti mettono il cibo direttamente in stanza e lo prendi… non era facile tenere
tutto pulito, non c’era niente per aiutarci a farlo.
Nessuna assistenza medica o legale, al punto che i detenuti non avevano modo di
sapere a che punto fosse il proprio caso:
Non riuscivo mai a vedere l’avvocato di persona, non sapevo cosa mi stesse
succedendo. Questo è il problema principale: zero informazioni. Le guardie ad
ogni domanda ti dicevano “Non lo so” o tipo “ecco il tuo cibo, zitto” e
restavano lì all’ombra, e se qualcuno si lamentava con loro, era sempre il
problema di altri.
Era difficile anche vedere il personale medico, dicevano sempre: “domani, il
dottore oggi non c’è”. Così la gente si tagliava, dovevi farti del male per
riuscire a vedere un medico. E alcuni ragazzi prendevano sedativi,
antipsicotici, pillole per dormire, ce li davano anche per calmarci. Giravano
per la prigione, li scambiavano o li vendevano, e si auto-medicavano.
Nella mia cella un ragazzo curdo si era ucciso una settimana prima. Ci sono
state grosse proteste: hanno dato fuoco a dei materassi, alla torre delle
guardie, tirato pietre. Poi li hanno chiusi in una specie di lockdown, così
l’energia si è un po’ spenta.
Le ultime parole che chiudono l’intervista mettono in luce la differenza di
condizioni, pur essendo detenuto nello stesso contesto, il privilegio etnico di
“uomo bianco” e cittadino britannico giocavano un ruolo fondamentale:
Io comunque sapevo che era temporaneo, e avevo amici in Grecia che venivano e mi
portavano cose. Ma il 99% dei ragazzi non hanno rete, certezze, sono abbandonati
lì in balia di chissà cosa. Io sono stato lì per sei settimane, non posso
immaginare come sia starci per non sai quanto e non essere un privilegiato come
me, è davvero terribile.
Riporto ora il racconto di un ragazzo che è stato trovato sul territorio privo
di documenti e trattenuto nel detention center per 18 mesi.
Il poliziotto mi ha beccato che non avevo documenti; prima ti portano alla
stazione di polizia, mettono tutti i dati, le impronte, nel sistema: ho detto il
mio nome e che vengo dall’Afghanistan. Siamo stati in dieci persone in una
stanza minuscola, completamente buia, come una prigione. Io stavo molto male e
non ci davano medicine. Ci trattavano come se non fossimo niente. Siamo rimasti
un mese lì, poi ci hanno portati in questo centro di detenzione.
In quel periodo eravamo dentro più di mille persone. Era estate, era molto
caldo, e stavamo circa in 15 persone per stanza. Non era facile.
Dentro c’era anche l’ufficio del servizio asilo e dell’IOM, scelgono chi
deportare nel loro Paese, li costringono a farlo. Ci mettono sotto una pressione
enorme, quindi la situazione psicologica è molto brutta. Per quanto riguarda le
cure mediche era tutto pessimo, non davano… chiedevamo antidolorifici, niente.
Ci sono state due persone che si sono uccise, le conoscevo, erano nella mia
stanza. Per noi non è stato facile nemmeno vedere quello, c’è disperazione, puoi
capire a cosa eravamo sottoposti?
La sicurezza dentro era cattiva, non erano educati. Picchiavano, facevano quello
che volevano. Io ho anche… ho dei video di loro che fanno violenza, e delle
foto. Avevamo i telefoni ma anche se chiamavi fuori, non lasciavano entrare
nessuno a visitarti.
Ricordo una storia: andavo spesso a fare l’interprete per loro perché parlo
turco, pashto e farsi, e parlo inglese. Una volta un poliziotto mi ha chiamato
per fare l’interprete, così vado, e vedo che la persona era completamente, era
stata picchiata per bene. Mentre traducevo ho fatto una domanda rapidissima:
come stava, cosa era successo. E lui mi ha detto: “Erano dieci poliziotti che mi
picchiavano tutti insieme”.
Per le altre condizioni, il cibo non era buono, ma gli altri trattamenti, quelli
erano estremamente duri, ci urlavano addosso, ci picchiavano. Ti mettono qui
anche se non hai fatto niente, nessun crimine, sei solo un semplice rifugiato.
Hanno davvero il diritto di metterti lì e rinchiuderti? No, cioè, per quale
motivo?
Non si capiscono le procedure. Ho avuto tre rifiuti alle mie domande d’asilo che
ho fatto lì dentro: senza nessun avvocato e interprete. Ho provato tre volte,
sperando ogni volta che magari l’avrebbero approvata e avrei avuto i miei
documenti legali e mi avrebbero rilasciato. Ma no, era tutto una stronzata. […]
Alla fine, ho completato i miei 18 mesi. Dopo ti danno solo un foglio che dice
che devi lasciare la Grecia entro un mese. Quando sono uscito, sono andato
spontaneamente al campo aperto […] E poi l’ultima [intervista] l’ho fatta quando
ero nel campo aperto qui a Corinto. Alla quarta volta ho ottenuto i miei
documenti, perché il mio caso era valido, sono rifugiato, sono scappato
dall’Afghanistan; dovevano per forza farmi passare degli anni nel terrore prima
di capirlo?
(Intervista a D.H., ex detenuto nel PRDC di Corinto)
LE PERCEZIONI DI CHI GUARDA DA FUORI
L’ultimo punto di vista da considerare è quello di chi osserva il detention
center dall’esterno, i cittadini di Corinto. Alla sua apertura, le autorità
regionali si opposero subito a una struttura del genere, soprattutto per la
vicinanza al centro città.
Proteste e dissenso, in linea con il principio not in my backyard, vennero anche
dai cittadini: alcune azioni, come l’interruzione dell’acqua e della raccolta
dei rifiuti, peggiorarono però solo le condizioni interne. Nel 2014 il
vicesindaco denunciò le condizioni del centro, ma lavandosene le mani:
Abbiamo sentito che le condizioni non sono ideali e questo è qualcosa che
dovrebbe essere affrontato da coloro che li hanno portati qui e li ospitano, è
una loro responsabilità. Noi non abbiamo nulla a che fare con questo 5.
.La struttura suscitava disprezzo e angoscia, e la sua vicinanza al centro
abitato alimentava pregiudizi e stereotipi razzisti nati dalla paura
dell’ignoto.
Il pericolo è sempre in agguato. Dopo una rivolta, alcuni [detenuti] possano
scappare e prendere in ostaggio uno dei nostri figli e ricattarlo, per entrare
nelle nostre case.
aveva spiegato il vicesindaco. 6
La struttura non veniva valutata per la crudeltà inflitta a chi vi era
trattenuto, ma per il rischio, immaginato avvalendosi degli stereotipi, verso la
società locale. Quando divenne chiaro che il pericolo non riguardava i
cittadini, l’attenzione iniziale si trasformò in indifferenza e le proteste si
affievolirono fino a scomparire.
Le autorità locali capirono che sollevare allarmi avrebbe solo dato visibilità a
una struttura la cui collocazione non sarebbe stata messa in discussione e la
cui funzione restava estranea alla vita cittadina. La politica del silenzio si
rivelò allora lo strumento più efficace: gli abitanti tornarono alla loro
routine, ignorando la presenza del centro quasi fino a dimenticarla.
Non influenza nessuno localmente. Se non senti niente che succede lì dentro, ti
importa davvero di quello che fanno? No, non ti importa se non ti disturbano.
Non c’è bisogno di andare a vedere cosa fanno, sarebbe solo gossip.
(Intervista a un cittadino di Corinto)
Considerare “gossip” l’interesse per una struttura aberrante e lesiva dei
diritti umani nella propria città evidenzia una strategia di silenziamento che
attecchisce nelle convinzioni locali. Il centro di detenzione viene così
relegato all’invisibilità, ignorato da chi non conosce né la sua presenza né la
sua funzione:
Pensavo ci fosse un parcheggio per le auto.
(Intervista a una studentessa di Corinto)
Per i più curiosi è una struttura avvolta dal mistero, per altri semplicemente
dal silenzio, nessuno ha informazioni:
Abito qui vicino, e non ne so molto. Quindi, probabilmente è voluto: non
diffondono molte informazioni.
(Intervista ad un vicino di casa del PRDC)
Come suggerisce questa testimonianza, è credibile l’ipotesi di un intento
programmatico volto a nascondere le atrocità che avvengono all’interno. Solo in
un’occasione un’informazione è riuscita a oltrepassare le mura del centro,
sconvolgendo i cittadini:
Una volta, leggendo un giornale di Corinto, abbiamo saputo che un ragazzo si era
suicidato in bagno. È stata la prima volta che abbiamo avuto qualche
informazione dall’interno, la gente era sotto shock, ma dopo qualche giorno
nessuno ne parlava più.
(Intervista a una cittadina di Corinto)
Molti non sanno cosa pensare della struttura, perché paura, stereotipi e
opinioni filtrate dai media si intrecciano e confondono la percezione.
Forse c’è un problema di sicurezza, vogliono controllare le persone, vedere chi
sono e, secondo me, devono farlo in questo modo, hanno le loro ragioni per
farlo. […] Alcuni di loro, forse sono criminali? Devi controllarli prima.
(Intervista a un cittadino di Corinto)
I pareri spesso oscillano: alcuni riconoscono un’utilità nel centro e al tempo
stesso provano sentimenti negativi nei suoi confronti. Ciò che manca è un vero
pensiero critico, capace di evitare la ricaduta inconsapevole in pregiudizi e
opinioni diffuse – criminalizzanti, razzializzanti o assistenzialiste – fino a
chi ha ormai normalizzato ciò che accade:
Molte volte le persone fanno lo sciopero della fame, la prima volta provi
qualcosa per loro. Dopo non ci fai più caso … in realtà non sai più cosa sia
“normale” accanto a te.
(Intervista a un cittadino di Corinto)
In città c’è anche un campo per richiedenti asilo, situato dietro il detention
center e circondato dalle stesse mura. Sulla differenza tra i due regna una
grande confusione: molte persone non li distinguono e finiscono per confonderli.
Alcuni affermano di aver visto più volte il refugee camp ma mai il detention
center, nonostante quest’ultimo si affacci su una strada principale, quella che
porta alla stazione e all’autostrada per Atene, mentre l’accesso al campo si
trova su una via secondaria e poco visibile.
Non credo che la gente sappia che sono due campi diversi, che alcuni escono e
altri restano dentro. Sappiamo di più delle isole, meno degli altri campi, anche
se sono nella nostra città.
(Intervista a una cittadina di Corinto e volontaria di un ong sul territorio)
Le politiche di invisibilizzazione raggiungono il loro obiettivo: le strategie
di confine relegano questa struttura a uno spazio di inesistenza nel tessuto
sociale, facendola scomparire sotto il controllo del potere politico:
È qualcosa di chiuso, non può avere impatto all’esterno. E’ come un campo
fantasma per la città; il campo rifugiati è un campo vero, con cui puoi
interagire. Io lavoro con i fantasmi e quando dico che lavoro lì, la gente non
lo sa, e quando spiego mi chiedono solo se è pericoloso, non vogliono sapere
altro.
(Intervista a una psicologa che lavorava nel PRDC)
Secondo l’analisi di Brighenti (2010, p.126) 7, perfettamente applicabile al
caso in esame, i confini territoriali dello spazio pubblico – e dunque i regimi
di (in)visibilità che lo strutturano – sono plasmati dalle molteplici relazioni
tra i soggetti che concorrono alla definizione e alla gestione del potere, delle
rappresentanze, dell’opinione pubblica, del conflitto e del controllo sociale.
In questo quadro, il centro di detenzione, con la sua facciata bianca e
apparentemente innocua, rimane immobile e silenzioso, avvolto dal traffico di
una delle principali arterie stradali della città: presente ma nascosto, anche
in piena luce.
Le testimonianze di due volontarie di una ONG attiva a Corinto permettono di far
emergere con chiarezza la questione dell’in-visibilità, mostrando come la
volontà di vedere o, al contrario, di ignorare produca prospettive radicalmente
diverse:
1. Non è così riconoscibile se non vuoi farci attenzione, però è comunque un
enorme muro con dentro una prigione per innocenti nella tua città. Una volta
siamo passati lì di fianco, dove il muro è crollato e si vede dentro. C’era
una persona in lontananza dietro le sbarre …io sto qua e lui sta là, e
allora non puoi non vederlo e non pensarci. Poi va beh sta a te, nel senso
se ci passi davanti ignorandolo senza mai guardare, allora non lo vedi
2. E’ un muro anonimo, facciata bianca, ben sistemata, con il tettuccio rosso.
Sì, okay c’è il filo spinato, ma ormai il filo spinato è ovunque, uno è
abituato non ci fa caso. Ho pensato che, se avessi nella mia città un muro
così potrei anche io non sapere cosa c’è dentro. Se uno non si informa
sicuramente quel posto non va da lui a dirgli cos’è; devo avere la volontà
di informarmi, ma lo sappiamo che ignorare è più facile. Mi ha fatto paura
pensare a quanto è facile nascondere queste cose.
A sinistra, i cancelli di ingresso del detention center; a destra le case, i bar
e i ristoranti, simbolo della vita quotidiana che si svolge difronte al centro
di detenzione. Fotografie scattate personalmente in data 7 maggio 2024
Nel caso di Corinto, il detention center, situato lungo una strada trafficata e
quotidianamente attraversata, è sotto gli occhi di tutti e, tuttavia, rimane
invisibile. Nessuno si domanda cosa si nasconda dietro quelle alte mura bianche,
né perché da quel cancello scuro entrino ed escano soltanto auto della polizia
o, ancora, perché talvolta all’ingresso siano schierate pattuglie in tenuta
militare.
Le domande si sono esaurite: tutto è stato normalizzato nella routine urbana, e
così un luogo pienamente esposto alla vista diventa invisibile, incapace di
suscitare qualsiasi sentimento, che sia curiosità, inquietudine, disapprovazione
o indignazione.
L’invisibilità e la «banalità dei campi», come la definisce Agier (2014)
riprendendo il concetto arendtiano, si trasforma in una risorsa per le politiche
dell’indifferenza e della violenza su cui si fonda l’agenda europea in materia
migratoria.
CONCLUSIONI
Attraverso politiche di deterrenza volta a colpire le persone in movimento,
escludendole dal diritto e confinandole oltre la dignità umana, gli stati
europei trasformano l’accoglienza in in-accoglienza e prigionia. Il
trattenimento si colloca in una zona grigia di legalità, istituzionalizzando un
vero e proprio “mostro giuridico” che criminalizza la migrazione tramite
strumenti tipici del penale.
I richiedenti asilo chiamano il centro «jail», una prigione senza reati né
condanne, priva di garanzie e segnata da brutalità quotidiane. Molti paragonano
i centri di detenzione europei ai lager vissuti altrove;
«Sono stato in una prigione così anche in Turchia».
(Intervista ad un richiedente asilo)
e mentre l’Europa li condanna in nome della sua presunta democrazia, nei fatti
collabora con quegli stessi paesi, condividendone pratiche e responsabilità per
perseguire la sua agenda anti-migratoria.
Il DPCR agisce come struttura illecita che viola, come abbiamo visto, principi
fondamentali: il diritto di difesa, la libertà personale (art. CEDU) 8, il
divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 5 CEDU) e il diritto d’asilo
(art. 14 UDHR; art. 1 Convenzione di Ginevra) 9. Nonostante ciò, continua ad
agire indisturbato, invisibile all’esterno ma sempre più brutale per chi ne
subisce gli effetti.
Torna allora utile la nozione di «violenza invisibile» di Žižek (2007) 10, la
violenza insita in un sistema strutturalmente malato. Denunciare ogni
manifestazione della “mentalità campo” e resistere alla sua normalizzazione
significa gettare la luce sui campi tenuti nell’isolamento da quegli stati
“moderni” che proclamano democrazia e libertà mentre si rendono complici della
violazione dei diritti umani.
Le testimonianze raccolte rivelano un sistema che tratta i corpi come oggetti da
gestire e non come vite degne. Le voci però, in quanto storie di vita, hanno «il
pregio di sfumare le gerarchie» (Montes, 2019) 11 e sono in grado di restituire
una visione reale del contesto, rivelando tensioni, contraddizioni e meccanismi
di potere che sfuggono a un’analisi puramente strutturale o teorica.
L’alternanza tra punti di vista mostra come il centro sia simultaneamente luogo
di controllo, spazio di resistenza e terreno di invisibilizzazione; tale
invisibilità, rafforzata dall’indifferenza locale e dalla marginalizzazione del
centro, facilita la continuità della violenza istituzionale.
È allora essenziale rompere il silenzio e denunciare le responsabilità politiche
della sofferenza nei centri di detenzione europei: come ricorda Gilroy (2000, P.
87) 12 «non possiamo accettare moralmente di ignorare il campo».
Restituire queste voci significa non solo documentare le condizioni materiali o
normative, ma lasciare che siano le esperienze vissute, le parole stesse dei
soggetti, a rivelare le dinamiche di oppressione e a rendere visibile ciò che il
sistema tenta di nascondere.
1. In questo contributo, ho privilegiato il registro diretto delle
testimonianze dei miei interlocutori: numerose citazioni, anche estese,
vengono riportate integralmente, mentre la mia voce analitica si mantiene
più discreta, poiché in diversi passaggi le parole stesse dei partecipanti
risultano sufficienti a illuminare le dinamiche, le tensioni e le
condizioni del centro ↩︎
2. Affermazione che si pone in contrapposizione con le testimonianze relative
alla mancanza di personale, ma comunque rivela una sproporzione tra gli
agenti di sicurezza e gli operatori “sociali” ↩︎
3. Fassin, D. (2005). Un ethos compassionevole. La sofferenza come linguaggio,
l’ascolto come politica. 93-110 ↩︎
4. Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British
journalist in the EU migrant detention system» ↩︎
5. Citazione dal sito Detention landscapes, centro di detenzione
pre-espulsione di Corinto, raccolta di testimonianze ↩︎
6. Ibidem
↩︎
7. Brighenti, A. M. (2010). Visibility in Social Theory and Social Research.
New York: palgrave macmillan ↩︎
8. Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ↩︎
9. Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo; Convenzione di Ginevra ↩︎
10. Žižek, S. (2007). La violenza invisibile. (C. Capararo, & A. Zucchetti,
Trad.) Milano: Rizzoli ↩︎
11. Montes, S. (2019). Perché le storie di vita. Una riflessione antropologica.
Dialoghi Mediterranei, n. 39 ↩︎
12. Gilroy, P. (2000). Between camps: Nations, culture and the allure of Race.
Londra: Allen Lane ↩︎