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Detenzione di fatto di minori al CARA di Restinco -Brindisi: nuova condanna della Corte EDU contro l’Italia
Con la decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23), la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato l’Italia per l’illegittima detenzione di un ragazzo della Costa d’Avorio dell’età di 15 anni all’interno del Centro di accoglienza di Restinco, nella provincia di Brindisi, e al conseguente risarcimento del danno. Il ricorrente, minore non accompagnato giunto in Italia ad inizio agosto 2023, fu sottoposto alle procedure di determinazione dell’età e, una volta terminate, trattenuto dal 6 ottobre al 22 dicembre 2023 all’interno del Centro di Accoglienza di Restinco (Br). A seguito di istanza presentata alla Corte EDU ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte – con la quale si chiedeva di porre fine alla sua detenzione, denunciava le pessime condizioni del CARA e chiedeva di essere ospitato in un luogo adatto alla sua condizione – fu trasferito dopo 2 mesi e mezzo in un centro per minori SNA. Durante tutto il periodo e sino al luglio dell’anno successivo, il tutore del ricorrente fu individuato nel gestore del centro di Restinco. Va ricordato che, durante il periodo della detenzione, nel Centro di Accoglienza di Restinco erano presenti solo minorenni (nel numero di 88), benchè il contratto di appalto per la gestione dello stesso prevedesse misure, prestazioni di beni e servizi e risorse professionali rivolte esclusivamente agli adulti, dunque anche inadeguate alla accoglienza di minorenni soli. Nel corso degli anni ASGI ha ripetutamente segnalato la grave problematica determinata dall’uso del Centro di Restinco come luogo di accoglienza di minorenni soli: nel 2016 con nota alla Prefettura di Brindisi ASGI denunciava che “Il centro di Restinco non appare in alcun modo un luogo idoneo per l’accoglienza seppure temporanea di minori soli ed anzi la legge ne fa esplicito divieto”; inoltre, nel dicembre 2023 l’Associazione aveva avanzato richiesta di accesso al Centro di Restinco proprio per verificare le condizioni dello stesso. Tale accesso fu di fatto negato, tanto da essere stato poi permesso l’ingresso solo in quanto a seguito dell’On.le Nicola Fratoianni e nel corso di una sua visita ispettiva alla struttura. La situazione di Restinco era simile a quella, già sanzionata dalla CEDU, del Centro di Crotone (decisione del 7.12.2023 ), a quella nell’hotspot di Taranto (sentenza CEDU del 23.11.2023 link https://www.asgi.it/famiglia-minori/minori-stranieri-detenzione-hotspot-taranto/) così come a quella del centro in Contrada Cifali a Ragusa ed altrove in Italia, tanto che a novembre 2023 l’ASGI aveva inviato una comunicazione al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per chiedere la continuazione della procedura di supervisione dell’attuazione della sentenza Darboe e Camara con la quale la Corte EDU aveva già condannato l’Italia. Con la sentenza del settembre 2026 la Corte EDU ha rilevato la violazione dell’art. 5, §§ 1, 2 e 4 della Convenzione e condannato l’Italia alla luce della “constatazione circa l’assenza di una base giuridica chiara e accessibile per la detenzione” tale che “la Corte non comprende come le autorità avrebbero potuto informare il ricorrente dei motivi legali della sua privazione della libertà o fornirgli informazioni sufficienti per consentirgli di contestare dinanzi a un tribunale i motivi della sua detenzione di fatto (cfr. Khlaifia e altri, citati sopra, §§ 117 e 132 e seguenti)”. Al riguardo gli Avv.ti Angiuli e Belluccio e la dott.ssa Rizzi, che hanno seguito il ricorrente, sottolineano: “Si tratta dell’ennesima decisione che accerta la strutturale mancanza di cura dell’Italia per la condizione dei minori stranieri non accompagnati e la condanna al risarcimento del danno. Il Governo e il Parlamento ne dovranno necessariamente tenere conto anche nell’implementazione del nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo e del prossimo Regolamento sui rimpatri che, incredibilmente, non esclude la possibilità di trattenimento e rimpatrio dei minori soli”. Corte Europea per i Diritti Umani, decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23) La sentenza consegue al ricorso degli Avv.ti Marina Angiuli e Dario Belluccio, supportati dalla dott.ssa Erminia Sabrina Rizzi.
September 11, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Un’estate rovente al CPR di Palazzo San Gervasio
Nei giorni scorsi i sindacati di polizia COISP, SAP, SIAP, FSP e UIL hanno lamentato le gravissime criticità connesse alla gestione del CPR di Palazzo San Gervasio. Nel comunicato, apparso su alcune testate giornalistiche locali, si fa espresso riferimento a problemi organizzativi e gestionali dovuti all’azzeramento delle aggregazioni da parte del ministero di ispettori e funzionari. Azzeramento che ha determinato l’aumento del carico di lavoro sul personale in servizio alla Questura di Potenza. I sindacati, nella loro segnalazione, parlano espressamente di turni massacranti, revoca delle ferie e carichi di lavoro non più tollerabili con ripercussioni anche sul lavoro ordinario svolto dalla Questura essendo la maggior parte del personale in servizio assorbita da quello che, in termini numerici, è il più grande CPR d’Italia. In ordine temporale, il comunicato dei sindacati di polizia rappresenta l’ultimo atto di un’estate tormentava vissuta dal CPR di Palazzo San Gervasio. Una struttura che, ancora una volta, è finita nell’occhio del ciclone per diverse questioni che attengono alla gestione e al trattamento cui sono sottoposte le persone trattenute. La tragica morte del giovane Lassoued Dhoui il 10 agosto ha rappresentato il punto più drammatico di questa estate, ma non si è trattato di un evento isolato e casuale. Come già evidenziato in altri articoli, quanto accaduto non è ascrivibile a un semplice incidente di percorso in quanto rappresenta piuttosto un evento drammatico che si inserisce nella più complessa condizione di abbandono e di degrado che investe il CPR di Palazzo San Gervasio e di cui abbiamo parlato in diverse occasioni. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PALAZZO SAN GERVASIO E IL CPR COME “MALATTIA SOCIALE” L'ennesima morte annunciata di un dispositivo necropolitico 19 Agosto 2026 Infatti, tanto per ritornare a quanto accaduto in questa calda estate, per mesi “le voci di dentro”, le voci dei trattenuti hanno lamentato le condizioni disumane in cui si sono trovati a vivere: condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, carenze nell’assistenza sanitaria, erogazione di servizi scadenti e molto di più. Perché l’estate calda del CPR di Palazzo San Gervasio non è stata caratterizzata soltanto dai tragici fatti del 10 agosto, con le proteste messe in atto dai trattenuti per la morte di un compagno, con la rabbia per quello che è accaduto. Nonostante i tentativi di minimizzare quanto accaduto, gli eventi del 10 agosto hanno riportato alla luce una situazione di alta tensione già presenti nella struttura lucana. Tra gennaio 2026 e luglio 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio sono stati registrati 67 eventi critici (ovvero atti di autolesionismo e tentativi di suicidio). Più di 20 tra maggio e luglio. Sempre nello stesso periodo 46 sono stati gli “atti vandalici” (ovvero atti di protesta) annotati nel registro degli eventi critici. Numeri che danno il senso di una situazione allarmante che è stata ignorata e che purtroppo è culminata nei tragici eventi del 10 agosto che hanno visto la morte di Lassoued Dhoui in circostanza ancora tutte da chiarire. Ma se i numeri appaiono asettici e non in grado di dare un quadro preciso di quanto si va dicendo, allora proviamo invece a parlare delle segnalazioni raccolte. Persone con “fragilità” accertate parcheggiate nel campo di calcio, all’aperto, 24 ore su 24, quindi anche di notte. Ambulanze a cui è stato negato l’ingresso nella struttura per assistere e curare trattenuti che ne avevano necessità. Trattenuti costretti a ricorrere a gesti estremi per elemosinare ascolto e richiamare l’attenzione su un disagio crescente puntualmente inascoltato. Notizie che hanno varcato le mura del CPR con grande difficoltà e che sicuramente sono soltanto la punta dell’iceberg di una situazione ben più complessa e drammatica. Informazioni che filtrano nonostante la mancanza di trasparenza e il tentativo delle autorità di “sigillare” il CPR. Un’opacità istituzionale registrata anche il giorno della morte di Dhoui, proprio come in tutte le occasioni in cui sono stati chiesti chiarimenti in merito a segnalazioni ricevute. La stessa opacità registrata quando è uscita la notizia della presenza di casi di scabbia nel Centro di Palazzo San Gervasio. Dopo oltre 10 giorni dalla prima segnalazione non ci sono ancora dati certi sui casi accertati, sulle persone tenute in isolamento, sui protocolli utilizzati. Ma soprattutto, non si è ancora saputo perché quanto accadeva nel Centro è stato tenuto nascosto anche a chi, per ragioni lavorative, entrava ed entra in quella struttura. Un’opacità che diviene silenzio e assenza di trasparenza ma che non si addice alle istituzioni pubbliche che hanno il dovere di rispondere del loro operato ai cittadini. Mancanza di trasparenza che emerge in maniera forte anche dalle motivazioni con le quali la Prefettura di Potenza rigetta le richieste di accesso agli atti o non autorizza l’ingresso in struttura di soggetti terzi, richiamando ragioni che attengono alla esposizione mediatica dei CPR e alla incolumità dei soggetti che dovrebbero fare l’accesso, o “interessi pubblici superiori, quali la sicurezza e l’ordine pubblico all’interno del centro”. Tutto questo è insopportabile perché contrasta con la vocazione principale delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni democratiche. La trasparenza, la possibilità per i cittadini di esercitare un potere di controllo sul loro operato. Con la consapevolezza di chi conosce come vanno le cose da queste parti, è facile immaginare che la voce dei poliziotti che si lamentano per i loro turni di lavoro sarà ascoltata dalle istituzioni. Siamo sicuri che dirigenti e funzionari avranno risposta e rassicurazioni, magari direttamente dal ministero. Chi ascolterà invece la voce di chi ha denunciato i casi di scabbia di questi giorni, colposamente o dolosamente occultati dalle istituzioni? Chi ascolterà le voci di chi ha raccontato di trattenuti affetti da malattie mentali costretti a dormire su un materasso all’aperto? Chi ascolterà le voci di chi descrive le condizioni di vita nel CPR di Palazzo San Gervasio, tra cibo scadente, bagni sporchi e fatiscenti, servizi inesistenti, richieste di aiuto inascoltate e soffocate dall’indifferenza? Nessuno, perché a nessuno interessa dare risposte a chi non viene riconosciuta neppure la dignità di essere umano. Ma, in alcuni casi non sono importanti neppure le risposte, soprattutto quando queste sono formali ed evasive, mentre resta di vitale importanza non perdere mai la forza e il coraggio di porre domande.
September 11, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Da “trafficanti” a rifugiati politici: depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione del Tribunale di Napoli
AVV. MARTINA STEFANILE, AVV. ARMANDO CERVONE, AVV. TATIANA MONTELLA, AVV. STELLA ARENA Il Collegio napoletano a seguito dell’assoluzione pronunciata il 5 dicembre 2025, e depositata il 16 aprile 2026, nei confronti di quattro richiedenti asilo (tre cittadini sudanesi e un cittadino ciadano) accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ex art. 12 TUI e detenuti presso il carcere di Poggioreale per 17 mesi, ha pronunciato sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 530 co. 3 c.p.p., riconoscendo dunque lo “stato di necessità”. Il Tribunale ha infatti accertato la sussistenza della condotta materiale addebitata agli imputati, consistente nel pilotaggio e nella conduzione dei natanti, ma ha contemporaneamente rilevato la totale mancanza dell’elemento psicologico del reato, ossia il dolo di favorire l’ingresso “irregolare” di altri soggetti sul territorio nazionale, il perseguimento di un profitto o un legame strutturato con la rete dei trafficanti. Nella sentenza si legge che: “Gli stessi [imputati] erano stati costretti a tanto dai trafficanti di esseri umani che hanno gestito il viaggio in Libia. In particolare dalla lettura dei lunghi interrogatori si può percepire il percorso intrapreso da ciascuno di loro dal loro paese di origini fino alla Libia località da cui, dietro l’esborso di significative somme di denaro e dopo un periodo di segregazione riuscirono ad imbarcarsi per l’Europa. In detta ultima fase fu loro imposto, anche a seguito di pesanti intimidazioni, di condurre l’imbarcazione fino alla destinazione finale. Manca qualsiasi elemento certo circa la sussistenza dell’elemento psicologico del reato potendo trovare spazio alla luce dei significativi vuoti probatori emersi in modo significativo la ricostruzione alternativa secondo cui i predetti imputati effettivamente furono costretti ed obbligati dai trafficanti di esseri umani a pilotare le due fatiscenti imbarcazioni. Invero ci si trovi di fronte ad una situazione di impasse che induce il Collegio a ritenere che gli imputati devono essere mandati assolti in quanto vi è un significativo dubbio, in alcun modo risolvibile, che la condotta da loro posta in essere sia stato indotta da una cogente situazione di stato di necessità generata a causa delle violenza e/o minaccia patite ad opera di terzi soggetti presumibilmente esponenti della organizzazione dedita al traffico di essere umani. Pertanto essendo emerso un quadro probatorio non dotato di una significativa gravità e convergenze utile a poter affermare che gli odierni imputati in modo cosciente volontario e libero si sia determinati al trasporto, su fatiscenti imbarcazioni, un significativo numero di migranti, gli stessi devono essere mandati assolti, ai sensi dell’art. 530 co, 3 cpp, perchè il fatto non costituisce reato in quanto è emerso il dubbio che la condotta sia stata posta in essere in stato di necessità”. A seguito dell’assoluzione, i quattro imputati richiedenti asilo, usciti dal circuito penitenziario, hanno potuto portare avanti la domanda d’asilo avanzata sin dal loro ingresso in Italia. La Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Napoli ha già definito alcune delle quattro domande avanzate, riconoscendo loro lo status di rifugiato politico, ovvero la massima forma di protezione internazionale prevista dall’ordinamento. Tribunale di Napoli, sentenza n. 10639 del 5 dicembre 2025 (depositata il 16 aprile 2026)
September 10, 2026
Progetto Melting Pot Europa
L’asilo politico negli Stati Uniti nel 2026
SIMONE BERTOLLINI 1 Chiedere asilo politico negli Stati Uniti è, sulla carta, un diritto. Nella pratica, nel 2026, è una procedura che costa, che può concludersi senza che il richiedente venga mai ascoltato e che a chi arriva dalla frontiera col Messico è di fatto preclusa. Conviene spiegare come funziona davvero. CHI HA DIRITTO ALL’ASILO L’Immigration and Nationality Act considera rifugiato chi non può o non vuole tornare nel proprio Paese a causa di una persecuzione subita, o del timore fondato di subirla, per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. Sono cinque motivi, e sono tassativi. È il punto su cui si perdono più cause, e va detto subito: una minaccia gravissima ma priva di collegamento con uno di quei cinque motivi – la violenza criminale generalizzata, la miseria, una vendetta privata, l’estorsione di una banda che colpisce chiunque abbia un negozio – non dà diritto all’asilo, per quanto reale sia il pericolo. Non basta essere in pericolo: bisogna essere in pericolo per una di quelle ragioni. La legge non definisce “persecuzione“. La definizione l’hanno costruita i tribunali, caso per caso, attorno all’idea di una minaccia alla vita o alla libertà. Violenza fisica grave, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, detenzione arbitraria vi rientrano pacificamente; molestie, discriminazioni e minacce isolate di regola no, salvo che si accumulino fino a diventare qualcosa d’altro. E la persecuzione deve provenire dallo Stato, oppure da soggetti – bande, gruppi armati, clan, familiari – che lo Stato non vuole o non riesce a controllare. L’onere della prova grava interamente sul richiedente, che testimonia sotto giuramento. La sua sola testimonianza, se ritenuta credibile, può bastare anche senza riscontri documentali: una regola generosa in astratto e severa in concreto, perché significa che il caso si gioca quasi sempre sulla credibilità, cioè sulla coerenza fra ciò che si è dichiarato all’arrivo, ciò che si è scritto nella domanda e ciò che si dirà anni dopo in udienza. LE DUE STRADE Chi si trova già negli Stati Uniti presenta il Form I-589 all’USCIS: è l’asilo affermativo, e la legge non distingue fra chi è entrato regolarmente e chi no. Il termine è di un anno dall’ingresso, con alcune eccezioni – circostanze mutate nel Paese d’origine, circostanze straordinarie che hanno impedito il deposito – ed è una trappola frequente: chi lo lascia scadere perde l’asilo anche avendo pienamente ragione nel merito. I termini e i passaggi della procedura li tengo aggiornati su questa pagina dedicata su immigrazione.com. Chi invece è già sottoposto a procedimento di espulsione chiede asilo al giudice dell’immigrazione, in via difensiva. Le due strade comunicano: la domanda affermativa che non viene accolta, se il richiedente non ha un altro titolo di soggiorno, passa al giudice e prosegue in via difensiva. ADESSO SI PAGA Fino al 2025 depositare la domanda non costava nulla. Era una delle pochissime procedure gratuite dell’immigrazione americana, e non per caso: chi fugge, di regola, non ha mezzi. La legge di riconciliazione di bilancio H.R. 1, il cosiddetto One Big Beautiful Bill Act, firmata il 4 luglio 2025, ha introdotto per la prima volta una tassa di deposito sulla domanda di asilo e una tassa annuale per ogni anno solare in cui la domanda resta pendente: cento dollari, portati a 102 per l’anno fiscale 2026 dall’adeguamento all’inflazione. Non è prevista alcuna esenzione per indigenza. E poiché l’attesa si misura in anni, la tassa annuale non è un dettaglio contabile: è un costo che si moltiplica per la durata di un ritardo di cui il richiedente non è responsabile. L’USCIS ha annunciato le nuove tasse il 22 luglio 2025 e le ha codificate con un regolamento provvisorio del 29 aprile 2026, rettificato il 21 luglio 2026. La riscossione è rimasta sospesa dal 30 ottobre 2025 al 2 febbraio 2026 per effetto di un provvedimento giudiziario, poi è ripresa. Il 21 luglio 2026 un giudice federale del Massachusetts ha vietato all’amministrazione di respingere la domanda, revocare il permesso di lavoro o avviare l’espulsione per il solo mancato pagamento: una protezione importante, che però non tocca la tassa, che resta dovuta. IL COLLOQUIO PUÒ NON ESSERCI La domanda affermativa prevedeva un colloquio con un funzionario dell’asilo e, in caso di esito negativo, la trasmissione del caso al giudice accompagnata da una valutazione di credibilità. Un regolamento pubblicato il 28 luglio 2026 ha cambiato l’impianto: l’USCIS può ora trasmettere la domanda direttamente al giudice dell’immigrazione senza svolgere il colloquio, ed è caduto l’obbligo che la lettera di trasmissione contenga una valutazione di credibilità. In concreto, il richiedente può passare dal deposito della domanda all’aula di tribunale – cioè a un procedimento di espulsione – senza essere mai stato ascoltato in sede amministrativa e senza sapere che cosa, della sua storia, non abbia convinto. LA FRONTIERA COL MESSICO Il 20 gennaio 2025 il proclama presidenziale 10888 ha sospeso l’accesso all’asilo alla frontiera col Messico. Il tribunale federale del Distretto di Columbia lo ha annullato; la Corte d’appello ha sospeso in parte quella decisione nell’agosto 2025 e nell’aprile 2026 ha confermato l’annullamento, sospendendo però l’efficacia della propria pronuncia. Il 24 agosto 2026 la questione è stata portata davanti alla Corte Suprema, dove è tuttora pendente. Alla data in cui scrivo, fine agosto 2026, il risultato pratico è che alla frontiera col Messico l’asilo non è accessibile. Restano due strumenti, e vanno nominati perché non equivalgono all’asilo: il withholding of removal e la protezione prevista dalla Convenzione contro la tortura. Impediscono il rimpatrio verso il Paese di persecuzione, ma richiedono una prova più severa, non danno diritto alla carta verde, non si estendono al coniuge e ai figli e non conducono alla cittadinanza. Sono una protezione dalla deportazione, non un percorso di integrazione. LAVORARE DURANTE L’ATTESA Il permesso di lavoro è ciò che rende sostenibile l’attesa, e due interventi recenti lo hanno reso più fragile. Il 30 ottobre 2025 è stata eliminata la proroga automatica per chi presenta il rinnovo in tempo utile: da allora un ritardo dell’amministrazione si traduce direttamente nella perdita del diritto di lavorare. E il 23 febbraio 2026 è stata proposta una regola – proposta, non ancora in vigore – che sospenderebbe l’accettazione stessa delle domande di permesso di lavoro dei richiedenti asilo quando i tempi medi di trattazione dell’asilo affermativo superano i centottanta giorni. Vale a dire: proprio quando l’attesa si allunga. CHE COSA RESTA La definizione di rifugiato è quella della Convenzione di Ginevra da cui discende, e non è stata toccata. Non è cambiato chi ha diritto di essere protetto: è cambiato quanto costa chiederlo, quanto è probabile essere ascoltati prima di finire davanti a un giudice, e da dove si può chiedere. Per chi valuta questa strada, la conseguenza pratica è una sola, ed è poco consolante: l’asilo negli Stati Uniti resta un diritto, ma è diventato un diritto che richiede di essere organizzati, assistiti e in grado di pagare – cioè esattamente ciò che chi fugge, di solito, non è. 1. Simone Bertollini, attorney at law abilitato in New York, New Jersey, Texas e Missouri, si occupa di immigrazione statunitense e contenzioso federale ↩︎
Mammellone: un archivio liquido
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Mammellone è un tratto di mare tra Tunisia e Sicilia, un luogo di incontro più che un confine. Qui, da generazioni, pescatori di sponde diverse condividono lavoro, parole e gesti, legati da una stessa vita sul mare. In queste acque si  custodiscono le tracce delle migrazioni: relitti, naufragi, memorie. Per questo, non è solo un banco di pesca. È un archivio vivente del Mediterraneo, intreccio tra scambi e perdite, vicinanza e frontiera. Il Mammellone è un luogo in cui il Mediterraneo mostra il suo volto più vero e  ricorda che gli uomini si sono incontrati molto prima che gli Stati tracciassero linee sulle mappe.  MAMMELLONE a cura di Enrico Fravega, Università di Genova Il Mammellone è un banco di pesca che si apre, quasi segreto, al centro del canale di Sicilia, lungo una linea immaginaria che unisce Sfax a Lampedusa, oggetto di frizioni e accordi gestionali tra Tunisia e Italia. È una tradizionale zona di pesca delle marinerie italiane ma, soprattutto, è uno dei molti spazi di contatto dove si incontrano pescatori provenienti da tutto il Mediterraneo: mazaresi, lampedusani, tunisini di Mahdia, Chebba o Sfax, maltesi e molti altri che qui pescano, si scontrano, si incontrano, scambiano vino per couscous e chissà cos’altro. Luoghi comuni che non si collocano su uno spazio meramente geografico ma rappresentano uno spazio di condivisione storico. Qui le barche restano immobili come astronavi in sospensione; gli uomini a bordo parlano lingue che non si assomigliano eppure si intrecciano in un esperanto di gesti, dialetti marinari e sguardi che bastano a intendersi. Sono gli operai del mare, uniti dalla fatica di tirare su dal fondo qualcosa che valga la pena di portare a riva. L’incontro, in queste acque, non è commercio e non è diplomazia. È piuttosto la legge del mare – un patto implicito di mutuo riconoscimento – continuamente incrinata dalla violenza dei regimi di frontiera. Perché qui le storie di pesca tori e di migranti, di Ong e di polizie marittime, si sfiorano, si sovrappongono, si ingarbugliano. «Quando lo abbiamo tirato su, sembrava un cristiano», racconta Franco Adragna, anche detto Capitan Ciccio, comandante della barca che, con le reti, portò alla luce il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo. Ma non sempre le reti restituiscono reperti antichi: in queste acque non è raro che si impiglino ai corpi dei migranti dispersi in mare. Il Mammellone dunque non è soltanto onda e corrente: è un archivio di incontri, naufragi, memorie e scambi. Uno spazio di mare vivente, in cui ogni barca che lo attraversa riscrive la sua storia, legata alla guerra della pesca e all’estrattivismo ittico. ESEMPI DAL CAMPO  Dovete sapere che tra gli anni ’60 e i ’90 il Mediterraneo era ancora ricco, una miniera d’oro, specialmente là al Mammellone. E noi, con le nostre barche che erano tra le più avanzate a quell’epoca, ci andavamo e pigliavamo pesci a volontà. Ma era come una corsa, capisci? Chi ci arrivava prima, prendeva di tutto… Ma piano piano, questo mare, pure quello vicino alla Tunisia si cominciava a sfruttare sempre di più… Ma era la vita nostra. Intervista con Antonino, pescatore in pensione di Mazara del vallo Ma quando mai l’Italia si è interessata di proteggere noialtri pescatori? L’unica cosa che sanno fare e lasciarci soli a mare con i problemi, il carburante che costa sempre più e le motovedette che ci sparano. Guarda la Libia, per esempio, si sono pigliati tutto il golfo della Sirte, come fosse loro. E ci scordiamo, poi, di quello che fece la buonanima di Andreotti? Un bel regalo ai tunisini, il Mammellone… Per anni, solo noi andavamo lì e ora rischiamo che ci multino o che ci sparino. Intervista con Vito, ex pescatore di Mazara del Vallo
L’integrazione come processo: la protezione speciale e la valutazione prognostica del percorso di inserimento
Il Tribunale riconosce la protezione speciale al cittadino egiziano non tanto perché l’integrazione del ricorrente sia ormai compiuta, ma perché dagli indici accertati – conoscenza della lingua, contratto di lavoro a tempo indeterminato in corso di esecuzione, soluzione abitativa – desume che “il percorso di integrazione potrà trovare ulteriore sviluppo“, formulando una valutazione prognostica positiva circa l’inserimento nel mondo del lavoro. In ciò il decreto si pone nel solco di quella giurisprudenza per cui lo scrutinio del Tribunale deve verificare se sia stato intrapreso e si stia consolidando il processo di integrazione, attraverso una valutazione complessiva e unitaria degli indici (Cass. civ., Sez. I, n. 16584/2024). Coerente, quindi, con l’orientamento che reputa sufficiente ogni significativo impegno di inserimento, proporzionato alla durata della permanenza. Tribunale di Roma, decreto del 31 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Matteo Megna per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul riconoscimento della protezione speciale
Bulgaria, centro di Pastrogor: fughe, tentati suicidi e repressione della solidarietà
Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni dopo un saluto davanti al centro di detenzione, una fuga di massa repressa con droni e cani, due minori che tentano il suicidio: nel giro di dieci giorni, nel centro riaperto con le regole basate sull’applicazione del Patto UE su migrazione e asilo, si è concentrata tutta la violenza del sistema di confinamento europeo.  Pastrogor si trova nel sud-est della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, nell’area di Svilengrad. È qui che le autorità bulgare hanno riattivato un centro di detenzione per richiedenti asilo in vista dell’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui procedure sono operative dallo scorso 12 giugno. Da allora, denuncia il Collettivo Rotte Balcaniche, decine di persone si trovano rinchiuse senza sapere perché e per quanto tempo rimarranno. Il gruppo solidale, presente da anni in Bulgaria con staffette di attivistə, ha raccolto diverse testimonianze dal centro e organizzato dei presidi, l’ultimo dei quali represso immediatamente dalle autorità. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 CINQUE ARRESTI PER UN SALUTO DI SOLIDARIETÀ La sera di sabato 29 agosto cinque membri del collettivo hanno portato un saluto di solidarietà all’esterno di Pastrogor. Hanno esposto uno striscione con la scritta in arabo “Non siete soli”, accanto agli slogan “Freedom for All” e “Smash the EU Pact”, gridando «Freedom, Hurrya, Azadi». Dall’interno alcuni reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre sbarrate, altri urlavano «We want freedom». In meno di cinque minuti una quindicina di agenti li ha circondati e condotti dentro al centro, dove – raccontano lə attivistə – sono state perquisitə e private di alcuni effetti personali, per poi essere trasferitə alla stazione di polizia di Svilengrad e trattenute. «Dopo aver trascorso una notte in una cella sporca e priva di aria – senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei documenti che ci chiedevano di firmare – la polizia ci ha detto che saremmo state portate in un “cocktail bar”», scrivono. Nella realtà si è trattato di una marcia per le vie della città con lə attivistə incatenatə fino al tribunale, «per un’udienza di cui non sapevamo nulla» e che sono riuscite a far rinviare in attesa del proprio legale. La domenica sera, allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la custodia per altre 72 ore: nuovo trasferimento, perquisizioni corporali, celle separate. «I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile, le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera», denunciano lə solidali. Solo il giorno seguente le persone del collettivo sono riuscite a ricevere la visita dell’avvocato di fiducia e nel pomeriggio, in tribunale, le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse contraddizioni. È così che il gruppo di cinque attivistə è stato pienamente assolto dall’accusa di hooliganism, ossia “teppismo”. Nel frattempo, però, la loro auto è stata ritrovata con parabrezza e lunotto sfondati, gomme tagliate e targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della sua posizione, sottolineano lə attivistə, erano gli stessi agenti di Svilengrad a cui hanno poi dovuto rivolgersi per sporgere denuncia. «Non è la prima volta – ricordano – che la polizia distrugge le auto dei solidali». Il veicolo è tuttora trattenuto, privo di targhe. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche LA FUGA DELLE PERSONE MIGRANTI DAL CENTRO DETENTIVO REPRESSA CON DRONI E CANI Quel saluto era arrivato all’indomani di una fuga dal centro detentivo. Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, infatti, dodici persone detenute nell’ambito delle procedure del nuovo Patto UE avevano divelto le sbarre di una finestra ed erano fuggite dal centro. Sono state braccate dalla polizia con l’ausilio di droni e cani e riprese tutte, tra loro diversi minorenni. Il collettivo riferisce di pestaggi e di gravi lesioni: fratture ad arti, ferite alla testa, morsi di cane. Sabato 29 le persone fuggite sono state riportate a Pastrogor e rinchiuse in isolamento al piano terra, insieme a chi è considerato una minaccia per la sicurezza nazionale, e quasi tutti i telefoni sono stati distrutti o sequestrati. La punizione è stata collettiva: per tre giorni all’intero centro è stato negato l’accesso all’aria aperta e la corrente è stata interrotta. Una persona all’interno ha raccontato al Collettivo: «Sono in 12 e sono stati messi nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro hanno riportato delle fratture». Nei giorni successivi, prosegue il collettivo, alle persone riprese è stato imposto di scegliere tra la firma del rimpatrio “volontario” e il carcere a tempo indefinito, senza informazioni sulle accuse. Sotto questo ricatto, tutte hanno firmato. È la seconda fuga in meno di un mese da un centro riaperto proprio per l’attuazione del Patto. Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano eluso la polizia e tagliato le recinzioni. DUE MINORI TENTANO IL SUICIDIO Andando ancora più indietro, si arriva all’episodio più grave, reso pubblico sempre dal Collettivo Rotte Balcaniche. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 agosto, due ragazzi di diciassette anni detenuti a Pastrogor hanno tentato di togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba. Erano reclusi da settimane come richiedenti asilo, nonostante la minore età, dopo il trasferimento dal centro di Busmantsi a Sofia. Secondo la denuncia, dopo il gesto entrambi sono stati maltrattati sia dalla polizia sia dal personale medico: uno è rimasto in ospedale a Svilengrad solo poche ore, l’altro tre giorni privo di conoscenza, prima di essere riportato nello stesso centro. Per i solidali non si tratta di episodi isolati né di semplici «incidenti», ma dell’esito prevedibile delle politiche europee di confinamento. «Non possono essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte dello Stato», scrivono le attiviste, ricordando che «la storia delle prigioni ci insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di evasione è anche il più tragico». Anche in questo caso la solidarietà è stata ostacolata: lə attivistə recatisi in ospedale durante l’orario di visita si sono visti negare l’accesso ai due ragazzi senza spiegazioni. La polizia ha perquisito la loro auto e ha emesso divieti di ingresso all’ospedale e nel paese di Pastrogor per motivi di ordine pubblico, sequestrando alcuni beni. Il Collettivo denuncia inoltre trasferimenti punitivi per dividere le persone recluse, il peggioramento del cibo usato «come arma» e prolungamenti della detenzione fino a diciotto mesi nel pre-removal detention center di Lyubimets, l’altro centro detentivo presente nel sud-est della Bulgaria. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche «VOGLIAMO LA LIBERTÀ» I tre episodi vanno letti nel suo insieme e restituiscono la routine di un centro pensato per l’attuazione del Patto. Il Collettivo, nel raccontare la repressione subita, è consapevole della distanza tra ciò che ha subìto e la condizione quotidiana delle persone recluse, prive della protezione di un passaporto europeo. La repressione, osserva, misura quanto possa essere minaccioso per lo Stato un semplice gesto che rompe l’isolamento tra il dentro e il fuori. Da dopo la fuga, denunciano, le visite ai reclusi vengono ostacolate, il numero di telefono per i contatti con l’esterno è stato bloccato e ai detenuti sono negate l’ora d’aria e, in parte, l’elettricità. Il messaggio che arriva dall’interno non deve rimanere inascoltato: «Non vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà». -------------------------------------------------------------------------------- Per contribuire alle spese legali e alla riparazione dei danni all’auto, è possibile sostenere il Collettivo sul conto dell’Associazione Altromondo APS – IBAN IT19N0880760750000000876000 – BCC Veneta Credito Cooperativo.
Riconosciuto lo status di rifugiato per motivi imperativi ai richiedenti ex minori vittima di maltrattamenti
Il Tribunale di Torino, Sezione Nona Civile specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale, con due distinti decreti (causa R.G. n. 4509/2024 e causa R.G. n. 10360/2024 ha riconosciuto lo status di rifugiato a due cittadini della Costa d’Avorio, entrambi neo-maggiorenni, per i cd. motivi imperativi (compelling reasons).  Il nodo comune alle due decisioni è legato al fatto che entrambi i ricorrenti avevano subito, durante l’infanzia e l’adolescenza, gravi e reiterate violazioni dei diritti fondamentali – nel primo caso maltrattamenti, percosse e sfruttamento domestico da parte della famiglia paterna dopo la morte del padre e l’abbandono materno; nel secondo l’abbandono, lo sfruttamento lavorativo pluriennale e la discriminazione quale figlio “illegittimo” e cristiano. Il Tribunale valorizza la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (CRC) e le Linee Guida UNHCR n. 8, secondo cui atti che per un adulto potrebbero non raggiungere la soglia persecutoria la superano invece nei confronti di un minore, e riconduce le vittime a un “particolare gruppo sociale” ai sensi dell’art. 8 lett. d) d.lgs. 251/2007 (i minori orfani o abbandonati esposti a violenza domestica).  Il profilo più significativo attiene all’attualità del timore. Il fatto che i ricorrenti siano ormai maggiorenni e si siano allontanati dal contesto persecutorio non fa venir meno la tutela: proprio la gravità e la frequenza degli abusi subiti da minori dispiegano effetti perduranti sullo sviluppo psicofisico ed emotivo della persona, tali da giustificare il rifiuto di avvalersi della protezione del Paese di cittadinanza. Le due pronunce offrono un modello argomentativo utile per i casi di persecuzioni sofferte nella minore età, affermando che il pieno status di rifugiato può essere riconosciuto anche a chi ha raggiunto la maggiore età, quando il trauma passato continua a produrre conseguenze attuali. Tribunale di Torino, decreto del 23 febbraio 2026 Tribunale di Torino, decreto del 27 aprile 2026 Si ringrazia lo Studio legale Oltre per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e della Costa d’Avorio * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.   Questo reportage prova ad  esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio -ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.  Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso,  frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE – Vedute aeree del mare e della Ocean Viking SE NON LO VEDI, NON ESISTE Il cielo ha confini strani. Ma la sua organizzazione non è poi diversa da quella del mare. E se è difficile immaginare i confini liquidi, quelli aerei sembrano ancora più labili. Gli spazi aerei si dividono su più livelli, uno dei quali è la giurisdizione, attraverso le FIR – Flight Information Region. Si tratta di aree di dimensioni variabili, ciascuna affidata a un’autorità che fornisce due servizi: il Servizio Informazioni Volo (FIS – flight information service) ed il servizio di allarme (ALS – alerting service). Ogni porzione di cielo ricade quindi sotto una specifica FIR: i paesi più piccoli hanno l’intero spazio aereo racchiuso in un’unica FIR, mentre per i paesi più grandi lo spazio aereo è suddiviso in un certo numero di FIR regionali. Questa ripartizione di competenze non è arbitraria: è stabilita da accordi internazionali sotto l’egida dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Il Mediterraneo centrale ha linee tracciate nel mare con le zone SAR e nel cielo con quelle FIR. In cielo ne esistono quattro: Italiana, Maltese, Libica e Tunisina. Ogni volo che attraversa più FIR deve annunciare via radio (VHF) il cambio di zona, con quota, intenzioni e distanza. Non tutti i paesi, però, autorizzano i voli nella propria zona aerea di competenza e controllo: la Tunisia è uno di questi. Alcuni, invece autorizzano il sorvolo, ma non il soccorso. Un precedente simile riguarda la Grecia: dopo alcuni tentativi di soccorso a Cipro, un decreto ha vietato ai velivoli civili di sorvolare la FIR greca: un vuoto di osservazione che pesa oggi sulla nuova rotta che da Tobruk punta proprio verso la Grecia. Quando la capo missione, Mila, me lo racconta penso a quanto la Tunisia stia diventando impenetrabile dal cielo, da terra, dal mare. Come accade in mare, anche dal cielo si monitora la frontiera. Mezzi tecnologici d’avanguardia sono utilizzati a questo fine dall’agenzia europea Frontex, responsabile di spostare il controllo dal mare al cielo. Frontex sorveglia il Mediterraneo centrale dall’alto; con le sue navi, i suoi droni, i suoi funzionari fa esistere la frontiera come ostacolo fisico. Un muro. Efficace. La sua funzione dichiarata è semplice: sorvegliare, analizzare e respingere. Sorveglia acque, terre e cielo di un confine sempre più torbido e violento, sempre più lontano e oscuro. Analizza dati e flussi e ne rende conto agli stati di cui è l’esercito. Respinge i movimenti grazie a una tecnologia d’avanguardia, spesso prodotta da Israele. Dal 2018 utilizza droni Heron e diversi aerei ed equipaggi con basi a Malta e in Italia; l’area da cui partono le imbarcazioni dirette in Europa è sistematicamente pattugliata. Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05 Imbarcazione in difficoltà: ADC082 è stata avvistata durante un volo dell’Albatross, permettendo così il successivo intervento di soccorso da parte della Humanity 1 (12 agosto 2026) PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Fa pensare ad un grande rastrello che passa nel mare e nel cielo e poi ancora a terra, che scandaglia al millimetro gli spazi aerei, terrestri e marini per respingere ogni impurità, ogni elemento esterno. Frontex è la vergogna dell’UE, una delle molteplici. Se si pensa al dispiegamento aereo, appare dal report di Human Rights Watch e Border Forensic che nel 2021 le ore di volo sono più che raddoppiate rispetto al 2018, passando da 1.396 a 2.869. Nello stesso periodo l’agenzia ha ridotto il proprio raggio operativo navale da 70 a 24 miglia nautiche dalla costa italiana. L’inchiesta “Airborne Complicity“, pubblicata da Human Rights Watch e Border Forensics nel dicembre 2022 1, quantifica cosa produce questo spostamento. Quasi un terzo delle intercettazioni operate dalle forze libiche nel 2021 – su oltre 32.400 persone complessive – è stato facilitato da informazioni raccolte tramite la sorveglianza aerea di Frontex. L’analisi statistica stabilisce una correlazione significativa: nei giorni in cui i mezzi aerei volano più ore, la Guardia Costiera libica intercetta più imbarcazioni. Nel report si cita un caso del 30 luglio 2021 e questo illumina il funzionamento in concreto. Un drone Frontex individua un’imbarcazione con circa 20 persone a bordo. La Guardia Costiera libica la intercetta poco dopo. Nessuna nave umanitaria presente nella zona riceve l’allerta. Il report non lascia margini di interpretazione: la strategia attuata da Frontex non è costruita per salvare vite, ma per impedire gli arrivi. E nella misura in cui questo comporta la riconsegna sistematica di persone in Libia – paese in cui sono più che documentati i trattamenti disumani e degradanti riservati alle persone migranti – l’agenzia, e per estensione l’Unione, possono essere considerate complici di tali abusi 2. Attraverso la sua strategia di sorveglianza dal cielo e la trasmissione delle informazioni alla GC libica, Frontex permette che la responsabilità del controllo si allontani dalle coste europee, aumentando il rischio per chi fugge: il contatto diretto con le navi che operano search and rescue si riduce e con esso il tasso di soccorso. Frontex non dispiega solo aerei ed elicotteri, ma anche droni che rappresentano, per chi è a bordo sui barchini, il primo vero incontro con il confine europeo: un confine che sorveglia e resta invisibile e che al contempo rende invisibili i migranti per il sistema d’asilo europeo, impedendo loro di toccare le coste dell’Unione. Il ritiro navale dell’UE dal Mediterraneo – causa anche delle numerose violazioni dei diritti umani attribuite a Frontex – non equivale a un disimpegno dall’area, ma solo a uno spostamento dal mare al cielo. Il confine si divide così in una componente terrestre rigida e una componente aerea più flessibile ed efficiente nel controllo 3. > Invisibile è la parola ricorrente tra attivisti e operatori in frontiera. “Persone invisibili, confini invisibili, movimenti invisibili”. Anche le ragazze della crew di questo aereo la usano, ma con precisione: le persone non scelgono di essere invisibili, piuttosto è la gestione politica dei confini che le rende tali. E poi, mi ripetono spesso “è semplice. Se non vedi, non esiste”. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE COSÌ IN CIELO COME IN MARE Il lavoro si svolge in cielo e a terra, quando il velivolo volteggia in aria e quando è fermo. Un’attività costante e una comunicazione continua tra equipaggio che sta nella casa ufficio e osserva i monitor e quello che si trova in volo. Sono proprio questi monitor, per primi, ad attirare la mia attenzione: disegnano le linee ricamate dagli aerei, rotte tracciate dai velivoli della flotta aerea civile e governativa. Mille fili di Arianna, altrettanti Tesei e Minotauri. Le informazioni non sono criptate; i siti non sono segreti, ma di libero accesso. La capo missione mi spiega che in ogni organizzazione il sistema è uguale: ore passate davanti ai monitor per verificare quali aerei siano presenti e in volo, scrutando i ricami che si disegnano sui monitor e che indicano le rotte di tutti gli aerei. E se le linee si attorcigliano e si accavallano in uno stesso punto, probabilmente significa che al di sotto c’è una barca che contiene persone. La HoM 4 mi racconta che osservare la posizione di Frontex su siti di tracciamento pubblico come Flightradar è già una pista per capire dove siano presenti dei target. E poi aggiunge: “spesso però Frontex, non dà segnalazione perché informa direttamente la GC libica”. In cielo come in mare, chi sorvola una zona ha l’obbligo di segnalare agli enti competenti ciò che avvista in acqua. Ma non è sempre così: i velivoli di Frontex non rispettano sempre questo obbligo. È un problema serio, perché un soccorso dovrebbe portare le persone in un luogo sicuro, ma se chi avvista un’imbarcazione in difficoltà nella zona SAR libica non segnala l’evento, o lo segnala solo alla Libia, il risultato è che le persone vengono riportate proprio nel paese da cui fuggono, che di sicuro non ha nulla. Secondo quanto mi racconta la HoM, la guardia costiera libica si muove con gli assetti più veloci tra tutte le flotte del Mediterraneo, sotto la protezione politica ed economica dell’Unione europea arrivando ben oltre la zona SAR di cui dovrebbe essere competente, la più vasta tra quelle in cui si divide il Mediterraneo centrale. Che vuol dire osservare il cielo dall’altro? Quanto è difficile vedere e non poter intervenire fisicamente? Cosa vuol dire vedere corpi che galleggiano, respingimenti dall’alto e non avere il potere di avvicinarsi? Carla mi dice che non si pone la domanda e che questo è il suo modo di avvicinarsi al soccorso aereo: “in fondo, potrebbe non succedere. E poi, c’è sempre il rischio di non volare”. Cassandra. Mentre discutiamo, Mila, la HoM, ci dice che l’aereo ha avuto un problema tecnico. E che sperano siano problemi risolvibili. La profezia di Carla pare avverarsi: potrei non volare. Perché allora chiedermi cosa significhi vedere il mare dal cielo? I giorni che seguono continuano così, tra messaggi che rimandano il mio volo senza annullarlo e incontri con la crew. L’isola è piena di turisti. Via Roma è un vai e vieni di gente che passeggia, ignara, forse di quello che succede a poche miglia da qui. Nelle spiagge trovo resti di barche che sono riuscite a raggiungere l’isola. Le vedo, esistono. Riprese aeree del mare e della Ocean Viking Operazione aerea dall’Albatross Uno, Missione 05: avvistamento di un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL LUCCHETTO DI FRONTEX E continuo ad attendere questo volo che non arriva. Due tecnici sbarcano direttamente da Malta per capire se e cosa si possa fare. La capo missione però mi autorizza ad accompagnare Lisa, la TACCO e il pilota, Peter, in aeroporto. Ho il tesserino di riconoscimento e passiamo un primo controllo in questa che è l’area militare. Oltre la soglia incontriamo i due esperti arrivati direttamente da Malta: a soli 30 o 40 minuti di volo. Tutto è possibile: l’aereo potrebbe essere riparato qui oppure forse dovrebbe essere aggiustato a Malta. Non so cosa accadrà, però almeno posso osservare da vicino il velivolo su cui dovrei salire. O sarei dovuta salire. Ci avviciniamo all’area dove sono parcheggiati tutti gli aerei. Il “nostro” è grigio proiettile, brillante. È lungo circa otto metri e mezzo e ha un’apertura alare di 13 metri e mezzo. Ha due eliche che lo fanno volare. Quattro sedili. Per salirci basta appoggiare un piede su un gradino e poi poggiare l’altro sull’ala. Sembra strano che una cosa così piccola possa volare. Sembra una zanzara e immagino lo stesso rumore fastidioso, in volo. Mi siedo al posto del pilota e mi trovo tra le gambe la barra di comando: sembra un giocattolo, uno di quei simulatori di volo da sala giochi. Davanti, un monitor con bottoni e pulsanti. Il vetro lucido: la prima operazione prima di partire in volo è proprio quella di pulire i vetri e fare in modo che la visibilità sia perfetta. Il cielo da questa prospettiva è un’ellisse. Questo piccolo velivolo costa alcune centinaia di migliaia di euro; una sola delle termocamere che Frontex monta sui propri mezzi ne varrebbe, da sola, circa duecentomila. Riprese aeree durante la Missione 05 / Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Nello stesso spazio in cui è parcheggiato questo aereo piccolo piccolo ce ne sono altri 7: Frontex ne ha due e anche un elicottero. Per controllare la frontiera, i mezzi a disposizione dell’esercito UE sono di un livello superiore rispetto a quelli della flotta civile. Negli anni il suo ruolo è cresciuto molto rispetto alle origini nel 2004: da agenzia di coordinamento tecnico è diventata un attore operativo con poteri propri, incluso il dispiegamento di personale ed equipaggiamento senza necessità di invito esplicito da parte dello Stato membro. Altri velivoli della flotta civile, mi dicono, sono dipinti apposta in rosso e blu, colori diversi dal grigio-bianco di Frontex: per essere riconosciuti, dal basso, da chi è in mare. Qui, in quest’area dell’aeroporto di Lampedusa, ci sono oggi altri quattro aerei: se si esclude quello dei tecnici maltesi, i tre che restano sono proprietà di turisti arrivati qui col loro velivolo personale. La disparità tra esseri umani è indecente: chi viaggia sui barchini e chi su un aereo di proprietà. Questione di passaporti e conti in banca. La stanza in cui sono custoditi gli oggetti utili al volo, è condivisa da tutte le organizzazioni che perlustrano il cielo, quasi a lasciare immaginare una prossimità che in realtà non esiste. Un solo armadio ha un lucchetto. È quello di Frontex. Mentre io e Lisa aspettiamo Peter, una ragazza inglese che lavora con di Frontex si avvicina e ci racconta del caldo che ha avuto in volo: l’aria condizionata di cui dispone l’aereo che pilota oggi non funzionava. È giovane, gentile. Forse lei, in volo, quando avvista una barca, dà l’informazione a tutti gli operatori che sono in mare e in cielo. Forse non si limita a contattare la Libia. Prima di lasciare l’aeroporto, copriamo l’aereo: un telo pesante a proteggerne i vetri che devono essere perfetti in volo. Lo lasciamo lì, senza sapere ancora se la riparazione sarà rapida o richiederà il tempo di un tragitto a Malta. Se così fosse, la possibilità di volare si allontana per me. Resto nell’isola una settimana: ripartirò sabato ed è già mercoledì. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Leggi l’inchiesta ↩︎ 2. Human Rights Watch & Border Forensics, Airborne Complicity: Frontex Aerial Surveillance Enables Abuse, Human Rights Watch, 8 dicembre 2022 (disponibile anche in italiano). Autori principali: Judith Sunderland e Lorenzo Pezzani, con il team di Border Forensics Sunderland, Judith, EU Misses Opportunity on Frontex Transparency, Accountability, Human Rights Watch, Dispatches, 24 aprile 2024 ↩︎ 3. “Eyes in the Sky: EU Border Technology in the Mediterranean” by Ahlam Chemlali and Mikkel Nørregaard Jørgensen e Airborne Complicity ↩︎ 4. Head of Mission: capo missione ↩︎
Costa d’Avorio – Vittima di persecuzioni durante l’infanzia: riconosciuto lo status di rifugiato in applicazione delle “compelling reasons”
Il Tribunale di Bologna, con decreto 3505 del 15 maggio 2026, Giudice estensore dott.ssa Emanuela Romano, ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino della Costa d’Avorio, vittima durante l’infanzia di reiterate violenze fisiche e psicologiche, abusi sessuali, sfruttamento lavorativo, privazione dell’istruzione e condizioni di vita gravemente degradanti. La rilevanza del decreto risiede nell’applicazione delle compelling reasons: il Collegio, pur escludendo l’attualità del rischio di persecuzioni analoghe, ha ritenuto che la particolare atrocità delle violenze pregresse e il loro persistente impatto psicologico rendessero inesigibile il ritorno nel Paese d’origine. Il Tribunale osserva: “deve prendersi in considerazione l’eccezione delle c.d. compelling reasons, secondo cui il solo fatto di aver subito una persecuzione atroce costituisce una ragione convincente per il riconoscimento della protezione e ciò indipendentemente dalla sussistenza di ragioni valide per temere ulteriori persecuzioni. L’entità delle persecuzioni subite in passato, infatti, renderebbe di per sé il rientro del richiedente nel suo Paese d’origine intollerabile, se non un vero e proprio trattamento inumano e degradante“. Le compelling reasons costituiscono un’eccezione alla disciplina della cessazione dello status di rifugiato prevista dall’art. 1, sezione C, paragrafo 5, della Convenzione di Ginevra. La disposizione consente di rifiutare la protezione del Paese di cittadinanza in presenza di motivi gravi fondati sulle persecuzioni anteriori. Il medesimo principio è recepito dalla direttiva 2011/95/UE e dagli artt. 9 e 15 del d.lgs. n. 251/2007 attraverso il riferimento ai “motivi imperativi derivanti da precedenti persecuzioni“. Il Collegio ne propone un’applicazione non meramente formale, valorizzando il principio umanitario sotteso alla norma, che – secondo il Manuale UNHCR richiamato nel decreto – “riflette un principio umanitario più generale che potrebbe applicarsi anche a rifugiati diversi da quelli statutari“. La ratio dell’istituto risiede nella condizione psicologica eccezionale della persona che abbia subito persecuzioni di particolare gravità. Riprendendo l’interpretazione dell’EUAA, il Tribunale evidenzia che esso “è rivolto alla situazione psicologica eccezionale di persone che hanno subito persecuzioni di particolare gravità, con effetti postumi a lungo termine, e dalle quali non si può, per tale ragione, ragionevolmente attendere che facciano ritorno nello Stato in cui le persecuzioni hanno avuto luogo, anche molto tempo dopo o malgrado le circostanze siano cambiate“. Infine, il Collegio nota come, seppure l’EUAA applichi le compelling reasons prettamente a coloro già precedentemente riconosciuti quali rifugiati, vi sia una diversa giurisprudenza, anche europea, di segno più ampio, alla quale con questo decreto il Tribunale di Bologna si associa. Nel caso concreto, il richiedente non risultava più esposto alle medesime persecuzioni, strettamente connesse alla sua precedente condizione di minore. Ciò nonostante, la gravità, la durata e la reiterazione delle violenze subite hanno consentito al Tribunale di riconoscere la protezione maggiore: “Pur non sussistendo in capo al ricorrente il rischio di subire atti di persecuzione in caso di rimpatrio, il Collegio ritiene che il solo fatto di aver subito per anni gravi e reiterati atti di persecuzione, giustifichi il riconoscimento della protezione maggiore” e “considerata l’entità delle persecuzioni subite ed il relativo impatto psicologico, da ricollegarsi anche al fatto che il ricorrente era soltanto un bambino all’epoca dei fatti, il rientro nel Paese d’origine, dove tali fatti si sono verificati, sarebbe per lui in effetti intollerabile“. L’assenza di legami familiari, risorse economiche e reti di sostegno nel Paese d’origine concorre, secondo il Collegio bolognese, ad aggravare tale condizione di intollerabilità. Il provvedimento afferma così che, dinanzi a persecuzioni pregresse di eccezionale gravità, l’assenza di un rischio attuale di reiterazione non esclude automaticamente lo status di rifugiato. Le compelling reasons impediscono che la persona sia costretta a ritornare nel luogo delle persecuzioni quando il rimpatrio, per gli effetti durevoli del trauma subito, risulti incompatibile con la tutela effettiva della sua dignità e integrità psicofisica. Tribunale di Bologna, decreto del 15 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Ivana Stojanova per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e della Costa d’Avorio * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Emergency apre tre mostre per parlare di migrazioni
In un settembre che confonde il mondo con temperature altissime, sembra quasi un refrigerio se non addirittura un rifugio visitare Orizzonti Negati, la mostra che Emergency ha aperto all’isola veneziana della Giudecca per parlare di migrazioni. Orizzonti che oggi sono negati nel sud del mondo, ma che potrebbero diventare un’urgenza anche per questa parte del pianeta che già programma trasferimenti di vita in spazi freschi sempre più limitati. Anche la tragedia per noi è un lusso e come tale ipotizziamo di scongiurarla. Perché come dice lo scrittore Daniele Del Giudice: «L’Europa ha questo di speciale rispetto a qualunque altra cultura: ha vinto tutto e ha perso tutto, e in questo senso è unica nell’aver conosciuto sino in fondo il diritto e il rovescio delle cose». Un diritto che ci si illude di non perdere mai. La mostra si articola in tre spazi espositivi. I loro titoli compongono un discorso che scuote e percuote le coscienze di chi osserva. DIVIDED WE DO NOT STAND…A CHANGE… Divisi non abbiamo alcuna possibilità di Lilli Müller; IDENTITÀ INTERSTIZIALI – UMARU: DIARIO DI UN VIAGGIO MIGRANTE di Claudia Virginia Vitali a cura di Virginia Monteverde; APOLIDE – Abitare il mondo di Giovanni e Marcello Chiarenza. Le parole chiave che legano un discorso che non si può non ascoltare, a tratti poetico, sempre lucido sono: acqua, trasparenza, casa, interstizi. L’acqua che collega, divide e ci spaventa nella sua forza, la trasparenza che ci permette di vedere e capire attraverso; gli interstizi i rifugi dove ci si rifugia in qualunque smarrimento e che spesso diventano case. E’ proprio questo che queste tre mostre ci chiedono: di attraversare gli interstizi, di guardare oltre ciò che siamo abituati a vedere, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma un possibile anticipo del nostro stesso destino. Perché gli orizzonti negati non appartengono mai soltanto a qualcun altro: prima o poi possono diventare i nostri. E allora l’acqua non è più soltanto quella che separa, né la casa soltanto il luogo che protegge. Diventano entrambe domande: chi può attraversare, chi può restare, chi ha diritto a un rifugio, chi è costretto a cercarsene uno? «Quando si parla di migrazioni lo si fa spesso senza cognizione di causa, a soli scopi elettorali alla ricerca di facile consenso – ha spiegato in apertura dell’esposizione Mara Rumiz, responsabile della sede veneziana dell’associazione -. In questi ultimi tempi, le cose sembrano cambiare in peggio: c’è un inasprimento incredibile delle misure di respingimento e anche una domanda da asilo comporta comunque un internamento in strutture che sono peggio delle carcere. Perché nelle carceri alcune regole devono essere osservate e qualche garanzia chi è rinchiuso ce l’ha, i CPR invece sono delle strutture obbrobriose dove i ragazzi, perché sono soprattutto i più giovani che ci finiscono dentro, sono imbottiti di psicofarmaci e non gli viene riconosciuto nessun diritto. Per questo Emergency continua a lavorare sul tema dell’accoglienza usando anche l’arte come strumento per muovere le coscienze». Uscendo dalla sede di Emergency alla Giudecca, il refrigerio di settembre sembra improvvisamente meno rassicurante. La mostra non offre risposte, ma incrina certezze. E forse è proprio questo il compito dell’arte: non salvarci dalla realtà, ma impedirci di smettere di guardarla. La mostra sarà visitabile nella sede di Emergency, nell’isola veneziana della Giudecca (fermata Redentore) dal 4 settembre al 27 ottobre, da mercoledì a sabato dalle ore 12 alle 18. Ingresso libero.
Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎