Source - Progetto Melting Pot Europa

Deportazioni notturne e diritto alla salute negato
DR. NICOLA COCCO, AVV. CHIARA PAROLIN Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € Sostenerci significa far vivere un sapere comune, uno strumento collettivo, una voce libera. Ci sei anche tu? Sostieni ora → C’è una zona grigia, nel cuore del sistema detentivo amministrativo italiano, in cui il diritto alla salute e il diritto alla difesa vengono sistematicamente annullati, spazzati via nel cuore della notte dal rumore dei motori di un volo charter. È quanto accaduto nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 2026, quando un gruppo di cittadini pakistani è stato prelevato dal Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gradisca d’Isonzo 1 e imbarcato a forza verso il Paese di origine. Non si tratta “solo” di un’operazione di polizia. Si tratta di un atto che ha i contorni dell’elusione delle garanzie costituzionali. Tra le persone rimpatriate quella notte, almeno sei erano in attesa di una rivalutazione della loro idoneità sanitaria al trattenimento. Per due di loro, i fascicoli medici raccontano una storia di vulnerabilità ignorate e di percorsi diagnostici e terapeutici brutalmente interrotti. Il tempismo di questa espulsione notturna è significativo: è avvenuta esattamente nelle ore in cui la difesa legale stava acquisendo le cartelle cliniche per chiedere all’Autorità Giudiziaria la non convalida del trattenimento per palesi incompatibilità sanitarie. Le istituzioni hanno giocato d’anticipo, correndo più veloci della giustizia, caricando su un aereo persone malate pur di non dover rispondere di fronte a un giudice delle loro condizioni. L’unico a salvarsi da questa retata notturna è stato un terzo ragazzo, per il quale, in extremis, un giudice aveva appena accolto la richiesta di protezione internazionale sospendendo l’inammissibilità della domanda, stabilendo che, proprio in virtù delle sue condizioni di salute, dovesse rimanere sul territorio italiano. Ma per chi non ha avuto questa “fortuna” temporale, il destino è stato diverso. Le storie di Ali e Omar 2 sono l’emblema di un sistema che riduce il corpo del migrante a mero “pacco” da spedire, ignorando qualsiasi deontologia medica e principio umanitario. IL CASO DI ALI: DEPORTATO A POCHE ORE DALL’INTERVENTO CHIRURGICO Ali, nato nel 1989, da circa sei anni presentava una vistosa tumefazione nella regione sottomandibolare destra. Le visite mediche all’interno del CPR di Gradisca avevano finalmente portato a un’ecografia, eseguita il 2 ottobre 2026 presso l’Ospedale di Monfalcone, che aveva rilevato una “formazione ipoecogena ovalare di 21×5 mm“. L’indicazione del medico radiologo era chiara: si richiedeva una prima valutazione chirurgica per definire la natura della lesione. La visita chirurgica era stata fissata, tramite CUP regionale, per la mattina del 22 ottobre 2026, alle ore 08:50, presso l’Ospedale di Monfalcone. L’appuntamento era annotato in cartella clinica (“data congrua“, scriveva il medico del CPR il 16 ottobre). Ali non è mai stato condotto a quella visita. Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre, poche ore prima che potesse varcare la soglia dell’ambulatorio chirurgico per indagare una massa potenzialmente pericolosa, è stato prelevato e messo su un volo per il Pakistan. Quale medico può avallare un “fit to travel” (l’idoneità al viaggio) per un paziente con un iter diagnostico in corso per una sospetta patologia severa, interrompendo di fatto un accertamento chirurgico salvavita? IL CASO DI OMAR: LA FRAGILITÀ PSICHIATRICA DERUBRICATA A “IDONEITÀ” Ancora più drammatica, se possibile, è la storia di Omar, nato nel 1997. Fin dal suo ingresso al CPR, Omar ha manifestato una profondissima fragilità psichiatrica. I referti medici (sia dal CPR di Via Corelli di Milano, da cui era stato trasferito a Gradisca, sia dall’Ospedale Niguarda dove era stato valutato in PS a settembre 2026) raccontano di un disturbo d’ansia acuto, insonnia grave, senso di confusione e pregressi problemi legati all’uso di sostanze. Il 21 settembre 2026, in preda alla disperazione e allo stress della detenzione, Omar compie un gesto estremo: si arrampica sul tetto della struttura. Viene portato in Pronto Soccorso al Niguarda. I medici ospedalieri refertano “ansia acuta“, inquadrano l’agito come “secondario al contesto detentivo nel quale è collocato” e impostano una pesante terapia psicofarmacologica a base di quetiapina (un antipsicotico), Tavor e delorazepam (potenti ansiolitici). Tornato al CPR, un ragazzo che prende antipsicotici, che ha appena rischiato la vita su un tetto per il trauma della detenzione, continua a essere considerato “idoneo alla vita in comunità ristretta“. Il 25 settembre 2026, un medico del CPR firma il suo certificato per il trasferimento e il volo aereo, attestando che “sulla base delle evidenze non presenta problematiche di salute tali da non permettere voli aerei“, pur annotando esplicitamente che il paziente assume quetiapina, Tavor e delorazepam ed è seguito dal SerD. Omar è stato rimpatriato la notte del 21 ottobre. Una persona in quelle condizioni psichiatriche, resa ancora più vulnerabile dalla terapia farmacologica, è stata caricata su un aereo in fascette, verso un destino incerto. IL PARADOSSO DEL “FIT TO TRAVEL” E L’ASSENZA DEL “FIT TO RETURN” Queste vicende scoperchiano il vaso di Pandora della medicina penitenziaria e amministrativa applicata ai CPR. Come sottolineato nel contributo alle Linee guida sul monitoraggio dei rimpatri forzati del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, l’idoneità alla vita in comunità ristretta è oggi uno strumento “spuntato“, usato quasi esclusivamente per escludere malattie infettive che minerebbero la gestione del Centro, ignorando del tutto le patologie croniche, psichiatriche e le vulnerabilità sociali. Ancor più grave è la gestione del cosiddetto fit to travel. Le direttive europee e le linee guida Frontex impongono che prima di un rimpatrio la persona sia valutata clinicamente in grado di affrontare il viaggio in sicurezza. Tuttavia, in Italia, questa certificazione viene stilata frettolosamente dai medici degli enti gestori privati dei CPR, spesso in piena notte e sotto la pressione delle forze dell’ordine e delle tempistiche dei voli charter. Non vi è alcun controllo reale da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) terzo e indipendente. Ma la riflessione deve spingersi oltre il semplice viaggio. Se il corpo di queste persone è nelle mani dello Stato italiano, la responsabilità della loro salute non finisce quando si chiudono i portelloni dell’aereo. Manca totalmente la valutazione del fit to return (idoneità al rientro). Come stabilito da una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-69/21 del 22 novembre 2022 3), gli Stati membri non possono rimpatriare una persona malata se vi sono fondati motivi di ritenere che, nel Paese di destinazione, l’assenza di cure adeguate comporterebbe un aumento significativo, irrimediabile e rapido delle sue sofferenze. Chi garantirà a Omar l’accesso alla quetiapina e al supporto psichiatrico in Pakistan? Chi asporterà o diagnosticherà la massa nel collo di Ali, che lo Stato italiano ha deciso di ignorare a 12 ore dal suo appuntamento ospedaliero? La continuità terapeutica e l’assenza di un rischio per l’incolumità nel Paese di destinazione dovrebbero essere condizioni sine qua non per procedere a un allontanamento forzato. CONCLUSIONI: UNA PRASSI DA DENUNCIARE Quello che è successo nella notte del CPR di Gradisca non è un errore di sistema, ma il sistema stesso che opera esattamente come è stato progettato: un meccanismo in cui la priorità dell’espulsione schiaccia ogni diritto costituzionale, primo fra tutti l’articolo 32 che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, indipendentemente dal suo status giuridico. L’operato dell’avvocata, che stava per presentare le istanze di non convalida basate su fondate perizie mediche, è stato vanificato da una deportazione lampo. L’uso dei voli notturni per svuotare i CPR da soggetti “scomodi” o clinicamente complessi si configura come una grave elusione del diritto di difesa e del controllo giurisdizionale. È necessario e urgente che l’opinione pubblica, la comunità medica e gli organi di garanzia facciano luce su questa prassi inaccettabile. Non possiamo accettare che i medici operanti nei CPR diventino, consciamente o meno, l’ingranaggio che avalla deportazioni di persone vulnerabili, sostituendo il giuramento di Ippocrate con le direttive del Ministero dell’Interno. Il diritto alla salute non si ferma sulla scaletta di un aereo. RIFERIMENTI Cocco, N. (2025). Mental health care in migrant population living in detention centres in Italy. The European Journal of Public Health. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: A systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health – Europe, 64, 101680. Campesi, G. (2020). The reinvention of immigration detention in Italy in the aftermath of the “refugee crisis”: A study of parliamentary records (2013–2018). Refugee Survey Quarterly. Campesi, G., & Fabini, G. (2020). Immigration detention as social defence: Policing “dangerous mobility” in Italy. Theoretical Criminology. Court of Justice of the European Union. (2022, November 22). Case C-69/21  Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. (2023). Linee guida sul monitoraggio dei rimpatri forzati / Guidelines for the Monitoring of Forced Returns  Mazzalai, E., Caminada, S., Giannini, D., Marchetti, G., Angelozzi, A., Gatta, A., De Marchi, C., Turatto, F., Declich, S., & Marceca, M. (2024). Living conditions in Italian administrative detention centres for migrants: A scoping review. The European Journal of Public Health. Mazzalai, E., Caminada, S., Giannini, D., Marchetti, G., Angelozzi, A., Turatto, F., Jaljaa, A., De Marchi, C., Bellini, A., Gatta, A., Declich, S., Russo, M., & Marceca, M. (2025). A review of the living conditions in administrative detention centres for migrants in Italy from a public health perspective. Discover Public Health. Stoyanova, V. (2017). How exceptional must “very exceptional” be? Non-refoulement, socio-economic deprivation, and Paposhvili v Belgium. International Journal of Refugee Law. Veglio, M. (2023). The black book on Turin’s pre-removal detention center (CPR). When legal turns political. Frontiers in Human Dynamics. 1. Leggi la scheda su questo CPR ↩︎ 2.  I nomi utilizzati in questo articolo sono di fantasia per tutelare l’identità, la privacy e la sicurezza delle persone coinvolte ↩︎ 3. Consulta la sentenza ↩︎
Unità familiare e ritardi consolari: accolto ricorso d’urgenza il ricongiungimento familiare per un minore afghano
DOTT.SSA LINDA PEZZANO 1 Un nuovo e tempestivo intervento del Tribunale di Roma del 15 ottobre 2026, censura le gravi lentezze della rete consolare italiana in materia di ricongiungimento familiare, imponendo la tutela immediata dei diritti fondamentali rispetto alle tempistiche burocratiche più volte denunciate con il progetto Annick.  Con un recente decreto cautelare, emesso inaudita altera parte (ex art. 281-decies c.p.c.), e cioè senza attendere la notifica del ricorso e la celebrazione dell’udienza, il Tribunale di Roma ha ordinato al Ministero degli Affari Esteri e all’Ambasciata d’Italia a Teheran di rilasciare entro il termine perentorio di quindici giorni il visto d’ingresso in favore di un minore afghano, affidato in Kafalah alla sia titolare di asilo politico in Italia.  La vicenda ricalca un modus operandi amministrativo purtroppo consolidato, del tutto analogo a quello già riscontrato e sanzionato in più occasioni e relativo a quasi tutte le Ambasciate d’Italia nel mondo. Nel caso in esame, lo Sportello Unico per l’Immigrazione di Roma aveva ritualmente rilasciato il nulla osta nell’aprile 2025, riconoscendo l’esonero dai requisiti alloggiativi e reddituali previsto per i rifugiati (art. 29-bis D.Lgs. 286/1998), in quanto la richiedente è titolare dello status di rifugiata.  Tuttavia, dopo essersi registrato nel mese di agosto sul portale del concessionario Visametric, il minore ha atteso per oltre tredici mesi senza ottenere la calendarizzazione dell’appuntamento, “confermata come indefinita”  dalla stessa autorità consolare nel settembre 2026. Il provvedimento del Tribunale di Roma, “ritenuta la piena verosimiglianza del diritto azionato” e “ritenuto che sussistano eccezionali ragioni di urgenza tali da non consentire la preventiva convocazione della controparte”, si fonda su tre elementi di fatto e di diritto inconfutabili, quali la validità del vincolo protettivo (la Kafalah è stata riconosciuta come prova documentata di un legame familiare meritevole di tutela e non in contrasto con l’ordine pubblico), l’estremo pericolo per il minore (il ragazzo si trova in uno stato di dimora precaria in Iran, nell’oggettiva impossibilità di rientrare in un Afghanistan dominato dalla violenza generalizzata del regime talebano), il fattore tempo e l’interesse superiore del fanciullo (l’eventuale attesa dell’instaurazione del contraddittorio con il Ministero avrebbe comportato un ritardo incompatibile con il principio cardine dell’effettivo superiore interesse del minore, sancito dall’art. 3 della Convenzione di New York). Il decreto ristabilisce il primato delle garanzie costituzionali e internazionali sull’inerzia amministrativa, scavalcando le inefficienze dei portali telematici. Obbligando l’Ambasciata a rilasciare il visto entro il termine di 15 giorni, il Tribunale rende effettiva la tutela dell’unità familiare e indirettamente accerta la sistematica negligenza dell’Ambasciata che avevo sospeso sine die la calendarizzazione dell’appuntamento. Speriamo che questo principio (ordine di rilascio del visto senza attendere l’instaurazione del contraddittorio), verrà ribadito anche in altre decisioni, specialmente quando i beneficiari della procedura sono minori vulnerabili in fuga da teatri di guerra o di crisi. Tribunale di Roma, decreto del 15 ottobre 2026 Si ringrazia l’avv. Gennaro Santoro per la segnalazione. Notizie RICONGIUNGIMENTO E UNITÀ FAMILIARE: ORIENTAMENTO E ASSISTENZA LEGALE Grazie al progetto “Annick. Per il diritto all’unità familiare” difendiamo il diritto a vivere insieme ai propri familiari 20 Novembre 2025 1. Volontaria di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale. ↩︎
Spulsé: la parola del ritorno forzato
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Racconta l’esperienza di chi viene rimandato indietro dopo aver tentato di costruire una vita altrove. Riguarda persone allontanate non per ciò che hanno fatto, ma per la loro condizione amministrativa, per il semplice fatto di non avere i documenti giusti. Questa è una parola che conserva il peso umano della deportazione. Al suo interno, convivono costrizione, perdita, sensazione di essere respinti da un luogo che si sperava di poter abitare. Racconta una traiettoria interrotta, e, allo stesso tempo, la possibilità che quella stessa interruzione diventi l’inizio di un nuovo tentativo. Proprio perché il ritorno non chiude il viaggio. Lo trasforma. Essere spulsé significa spesso comprendere con maggiore lucidità il funzionamento delle frontiere e delle politiche che le governano. Una conoscenza amara che, a volte, rende più forte il desiderio di ripartire e più importanti le competenze per affrontare l’avventura. SPULSÉ a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova Nel dialetto tunisino, la parola francese expulsé (espulso) è stata integrata e trasformata foneticamente in spulsé. Questo prestito illustra come i termini stranieri, una volta adottati nel linguaggio locale, si adattino sia nel suono che nel significato per integrarsi nel tessuto sociale e culturale del dialetto tunisino. Alcuni lo pronunciano esattamente come in francese (expulsé), mentre altri lo adattano in spulsé. Il termine è comunemente usato per descrivere coloro che sono stati espulsi e deportati in Tunisia dall’Europa. Storicamente la Francia era ed è tuttora la principale destinazione dei migranti tunisini. Le espulsioni dalla Francia nei decenni precedenti riguardavano principalmente persone coinvolte in attività criminali o accusate di aver violato la legge. Pertanto, spulsé aveva una connotazione di coercizione e violenza, strettamente legata alla punizione. Oggi è utilizzato per descrivere le pratiche di espulsione dalla Francia, dall’Italia, dalla Germania e da altri paesi europei con cui la Tunisia ha firmato accordi di riammissione. Più recentemente un altro termine, tarhil, è emerso e si è diffuso nel linguaggio quotidiano. A differenza di spulsé, che è un termine preso in prestito dal francese e radicato nel linguaggio popolare, tarhil è un termine derivato dall’arabo dal tono amministrativo e burocratico che si riferisce in senso ampio alla decisione di uno stato di allontanare le persone che vivono irregolarmente nel proprio territorio. Questo cambiamento semantico riflette una più ampia trasformazione politica, in cui la deportazione non è più percepita come una misura eccezionale riservata ai criminali ma piuttosto come una pratica governativa generalizzata e normalizzata che prende di mira i migranti in generale che risiedono o arrivano irregolarmente in un paese. Nonostante ciò, molte persone continuano a utilizzare spulsé data la sua risonanza storica e la sua associazione con il carattere duro e violento della deportazione. Dopo essere state deportate, queste persone sembrano sviluppare una maggiore consapevolezza di come la condizione di irregolari sia frutto di precise scelte e politiche migratorie, dotando i successivi tentativi di harga di una maggiore carica contestativa e di un più ostentato atteggiamento di sfida nei confronti dell’ordine sociale stabilito dal regime di frontiera. ESEMPI DEL CAMPO Mi hanno fatto tornare come spulsé cinque volte, non mi arrendo e tornerò a ogni costo. intervista con bill, uomo tunisino Dietro ogni tarhil c’è un paese che ha venduto i propri cittadini a poco prezzo. Post su facebook
Caso Moussa Diarra, il 19 novembre al via l’incidente probatorio sull’uccisione
A due anni dall’uccisione a Verona, la perizia medico-legale e balistica dovrà verificare la dinamica dei tre colpi. Il Comitato denuncia la violenza istituzionale. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → Il 19 novembre prenderà avvio l’incidente probatorio nell’inchiesta sulla morte di Moussa Diarra, il giovane maliano ucciso da un agente della Polizia ferroviaria il 20 ottobre 2024 davanti alla stazione di Verona Porta Nuova. La perizia medico-legale congiunta a quella balistica dovrà contribuire a chiarire alcuni punti controversi della ricostruzione, a partire dalle ferite riportate da Moussa e dalla dinamica dei tre colpi esplosi con la pistola d’ordinanza da A. F., assistente capo della polizia ferroviaria. La data è un nuovo passaggio in una vicenda giudiziaria che, a due anni dall’uccisione, resta aperta. Il 20 e il 24 ottobre il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra e la Comunità Maliana sono tornati davanti alla stazione con due presidi per ricordarlo e rilanciare la richiesta di verità e giustizia. Nel provvedimento con cui ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, la giudice per le indagini preliminari ha ritenuto necessario verificare «se un soggetto attinto da colpo d’arma da fuoco con perforazione di entrambi i polmoni e del cuore disponga ancora della forza necessaria a stringere con dita chiuse un oggetto nel palmo della mano». La perizia dovrà inoltre verificare «la sussistenza dell’ipotesi ricostruttiva riferita dall’indagato» rispetto ai tre colpi esplosi. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 L’incidente probatorio consentirà di acquisire elementi tecnici nel contraddittorio tra le parti. I quesiti riguardano aspetti centrali della ricostruzione fornita dall’agente che ha sparato, la cui posizione era già al centro della richiesta di archiviazione respinta dalla GIP nell’aprile scorso. L’ordinanza affronta anche la gestione delle prove e le versioni fornite dagli agenti. La ricostruzione secondo cui Moussa avrebbe inseguito i poliziotti sarebbe smentita dalle riprese. La giudice richiama inoltre la vicenda della telecamera 73, indicata come l’unica ad aver ripreso la scena e i momenti precedenti all’uccisione, e il malfunzionamento dichiarato. Tra gli elementi contestati figurano possibili tentativi di «alterazione» e «manipolazione» dei filmati di sorveglianza, con la messa a disposizione di «estratti parziali e non genuini» che avrebbero ostacolato e sviato la ricostruzione dei fatti. Il provvedimento prende in esame anche la questione del coltello attribuito a Moussa. Secondo quanto riportato dalla giudice, gli agenti avrebbero alterato lo stato dei luoghi mettendo un coltellino con manico di plastica nella mano del giovane quando si trovava già a terra, agonizzante, e realizzando successivamente un video. Vengono inoltre contestati lo spostamento dei bossoli e la perquisizione dello zaino, con la disposizione disordinata degli effetti personali, che avrebbe vanificato gli accertamenti necessari. La presa di posizione del Comitato va oltre il procedimento giudiziario. Nel comunicato diffuso in occasione dei presidi, i promotori hanno ricordato i due anni di mobilitazioni, il lavoro dei legali e il ritorno della salma di Moussa in Mali, avvenuto a maggio. La vicenda del giovane maliano viene collegata alle violenze contro le persone migranti e senza dimora, alle pratiche di controllo ed esclusione e alle torture denunciate nella Questura di Verona. Notizie «MOUSSA PARTE PER LA SUA TERRA, SALUTIAMOLO ASSIEME» A Verona due momenti pubblici accompagneranno il ritorno di Moussa Diarra in Mali Redazione 15 Maggio 2026 «Ai politici e a chi, subito ed ancora adesso, sta dalla parte di chi questa verità la vuole insabbiare ricordiamo la condanna di una settimana fa dei due agenti della questura per il reato di tortura ai danni di chi veniva fermato e l’ulteriore processo che partirà a febbraio con altri 12 funzionari indagati per lo stesso reato. Processo, tra le cui carte, spuntava il nome dell’agente della Polfer che ha ucciso Moussa che, intercettato, sghignazzava nei confronti dei fermati: “in altri paesi vi si spara in testa…”», scrive il Comitato. Dopo la morte di Moussa, segnato da traumi e ingiustizie istituzionali, la ricostruzione dei fatti era sembrata subito definita, confezionata per assecondare la pancia di un’opinione pubblica alimentata dal panico sociale. Oggi, ciò che la comunità raccolta attorno a Moussa e alla sua famiglia sosteneva fin dall’inizio trova riscontro nella decisione della GIP: sono necessarie indagini approfondite per accertare le responsabilità lungo l’intera catena di comando e verificare eventuali manomissioni e depistaggi. «Serve un processo», sottolinea il Comitato, che ritiene possibile celebrarlo solo perché Moussa è stato ucciso prima dell’approvazione del pacchetto sicurezza. Con lo scudo penale, la mancata iscrizione automatica nel registro degli indagati e i tempi ristretti concessi ai pubblici ministeri – da 40 a 120 giorni, con possibilità di proroga – gli approfondimenti oggi richiesti dalla GIP sarebbero stati, secondo il Comitato, impossibili. Per il Comitato, questi elementi richiedono una riflessione che non si esaurisca nell’accertamento delle singole responsabilità. Le condanne, spiegano, non bastano a interrompere un sistema che riproduce la violenza in forme diverse. La denuncia riguarda anche le politiche repressive e discriminatorie, la profilazione razziale nelle piazze e nei quartieri e la gestione delle fragilità sociali come questioni di ordine pubblico. Il comunicato contesta inoltre le parole dell’ex questora di Verona, Rosaria Amato, che al momento del commiato avrebbe definito «poco piacevole» la manifestazione organizzata in ricordo di Moussa. «La comunità ferita dalla morte di Moussa non pretende di essere piacevole, pretende di essere ascoltata, protetta e riconosciuta nei propri diritti e nella propria dignità», scrivono i promotori. A due anni dall’uccisione, l’incidente probatorio del 19 novembre rappresenta un nuovo passaggio per chiarire le circostanze della morte di Moussa. Il Comitato Verità e Giustizia e la Comunità Maliana continuano a chiedere che le indagini arrivino fino in fondo e che la violenza istituzionale si fermi per lasciare spazio alla giustizia sociale.
Presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2026
Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → Martedì 27 ottobre sarà presentata la nuova edizione del Dossier Statistico Immigrazione 2026, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con il Centro Studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici «S. Pio V». La presentazione nazionale si terrà alle ore 10.30 al Nuovo Teatro Orione di Roma e sarà trasmessa in diretta streaming sul canale YouTube di IDOS. Segui la diretta: Tra i dati anticipati del rapporto 1emerge una contraddizione: nei primi otto mesi del 2026 gli arrivi via mare sono diminuiti, passando da 86.000 nello stesso periodo del 2025 a poco più di 51.000 2. Nello stesso arco temporale, le morti accertate durante la traversata sono invece aumentate, da 1.248 a 1.733. Nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 del 2025. Il Dossier dedica inoltre un approfondimento al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, applicabile dal 12 giugno 2026, e alle politiche di esternalizzazione delle frontiere. Tra i contributi figura quello di SOS Méditerranée Italia, che ricostruisce dieci anni di ostacoli e restrizioni al soccorso civile in mare. IL PROGRAMMA Dopo i saluti introduttivi di Eleonora Natoli, pastora della Chiesa valdese di Roma, Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, presenterà i contenuti del Dossier. Seguiranno gli interventi di Grazia Naletto, di Lunaria APS, Nicola Cocco, della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), e della scrittrice Liliana Nechita. Le conclusioni saranno affidate a Paolo de Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici «S. Pio V». Coordinerà i lavori Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti. Come ogni anno, il Dossier sarà presentato contemporaneamente in tutte le regioni e province autonome italiane, con l’eccezione della Sardegna, dove l’appuntamento è previsto per il 30 ottobre. Durante l’evento nazionale sarà possibile scaricare gratuitamente dal sito di IDOS la scheda di sintesi e il rapporto integrale in PDF. * Consulta il programma completo delle presentazioni 1. Idos, calano sbarchi e richiedenti asilo ma aumentano morti e violenze, Ansa 15 ottobre 2026 ↩︎ 2. Il volume di 512 pagine si compone di 98 capitoli e un’appendice statistica redatta da 148 autori ↩︎
Castel Volturno, in ventimila in corteo contro i CPR: «Né qui né altrove»
Sabato 24 ottobre ventimila persone hanno attraversato Castel Volturno, in provincia di Caserta, contro il CPR da 120 posti che il governo Meloni vuole costruire nel parco umido “La Piana”, il cui appalto è stato aggiudicato appena quattro giorni prima. Oltre 200 organizzazioni avevano firmato l’appello del Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove». In piazza, accanto al no alla detenzione, il caro vita e lo sfruttamento: «Sicurezza è salario, casa, servizi». Il giorno dopo, a Napoli, l’assemblea del Network Against Migrant Detention. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → «Né qui né altrove». Sabato 24 ottobre Castel Volturno, territorio abbandonato dallo Stato ma ricco di umanità, ha risposto in modo compatto e plurale al progetto di un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio nel parco umido “La Piana”, l’area protetta per la sua biodiversità dove il governo vorrebbe imporre il cemento. Il concentramento era fissato alle 13 davanti al Centro Fernandes, da trent’anni casa dell’accoglienza sul litorale domitio. Da lì il corteo ha sfilato per più di 5 km fino alla piazza del Municipio della cittadina. Un corteo straordinario, arrivato poche settimane dopo la commemorazione della strage del 18 settembre 2008. Quel giorno il clan dei Casalesi uccise Antonio Celiento e sei lavoratori africani lungo la via Domitiana: Kwame Julius Francis, Affun Yeboa Eric, El Hadji Ababa, Jeemes Alex, Samuel Kwako e Christopher Adams. L’unico sopravvissuto, Joseph Ayimbora, testimoniò con coraggio contro gli assassini. Il corteo si è mosso anche nel solco della memoria di Jerry Essan Masslo, il bracciante e attivista sudafricano assassinato a Villa Literno nel 1989. La sua morte diede vita al primo grande movimento antirazzista italiano. In testa al corteo, una folta rappresentanza del Comitato e del Movimento migranti e rifugiati di Caserta. Dietro, uno spezzone dopo l’altro, le diverse organizzazioni, i collettivi, le realtà ecclesiali, i sindacati, le associazioni antirazziste, gli spazi sociali, le reti che da anni monitorano i CPR – tra cui il Network Against Migrant Detention – arrivate da tutta Italia. Una risposta che è venuta soprattutto dal territorio, dalle reti antirazziste e dai movimenti di migranti e rifugiati di Caserta e Napoli. In tantissime e tantissimi hanno raggiunto Castel Volturno nonostante le difficoltà del viaggio, rese ancora più pesanti dal caro benzina: per molte persone arrivare fin qui ha significato costi e sacrifici non da poco, segno di quanto questa mobilitazione fosse sentita. Molto lo si deve al primo appello, in aprile, lanciato da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, che fu tra i primi a denunciare l’inumanità dei CPR guidando una vasta mobilitazione ecclesiale e civile nel territorio. Da lì è cresciuta un’alleanza riunita nel Comitato regionale campano “No CPR, né qui né altrove”, che dopo mesi di assemblee, concerti e catene umane ha portato in strada la parola d’ordine che le dà il nome. Con Lagnese hanno sfilato altri sei vescovi. Prima della partenza si sono raccolti sul luogo della strage, dove sul muro restano ancora visibili i colpi di kalashnikov, proponendo di realizzare lì un memoriale al posto del CPR. Dal camioncino in testa al corteo l’arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, ha poi detto che “il problema non sono gli immigrati ma le disuguaglianze e le mafie”. Dal camion di testa, i portavoce del Comitato e delle tante organizzazioni presenti hanno ribadito le tante ragioni per essere in piazza: «Siamo 20mila contro questo governo fascista, contro chi vuole rinchiudere le persone nei lager. Nessuno è illegale». Il CPR di Castel Volturno si inserisce nel piano del governo per sei nuovi centri (Trento, Bolzano, Aulla in provincia di Massa-Carrara, Crotone e Bologna) e nell’attuazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che fa del trattenimento e delle procedure accelerate l’architrave di un sistema che abolisce di fatto il diritto di asilo e punta sul binomio detenzione di massa e deportazione. Le rivendicazioni hanno messo insieme tanti “No”, dal CPR, al Patto europeo su migrazione e asilo e ai nuovi centri PAF; la contrarietà alle guerre, il ricordo dei morti in mare, ma anche anche la denuncia del carovita e dello sfruttamento lavorativo. Ogni “no” ha però tratteggiato anche tanti sì: dal permesso di soggiorno slegato dal ricatto del contratto di lavoro fino alla libertà di circolazione per tutte e tutti. Pochi giorni prima del corteo, il 20 ottobre, Invitalia ha aggiudicato l’appalto per il CPR campano, dalla progettazione esecutiva all’esecuzione dei lavori. Come ha ricostruito Altreconomia, tra le 19 offerte presentate ha vinto la cordata guidata dalla Ge.Di Group Spa di Altamura, parte del consorzio stabile Conpat Scarl, insieme a studi di architettura e di ingegneria campani. Con un ribasso del 25% sui lavori, si è passati da una base d’asta di 43,3 milioni di euro a 31,4 milioni, cioè circa 260 mila euro per ognuno dei 120 posti. Su indicazione del Viminale, la gara si è svolta “in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale”, come consente il decreto Cutro, che ha equiparato i CPR alle opere per la difesa nazionale. Di conseguenza, i requisiti di chi ha vinto verranno verificati solo in corso d’opera.  Inoltre, i 63 ettari del parco, un’area preziosa per il transito degli uccelli migratori e compresa nella Zona a protezione speciale istituita dalla Regione Campania, verranno cementificati senza alcuna valutazione di impatto ambientale. Il progetto ripropone il modello del Panopticon di Jeremy Bentham: moduli disposti in cerchio e un ballatoio rialzato da cui le forze dell’ordine sorvegliano dall’alto. Secondo i tempi fissati dalla gara, la struttura dovrebbe essere pronta entro la fine del 2028. Dal camion è stato ridadito che “questi 43 milioni vanno spesi per il territorio, per i servizi, la scuola, la salute – a partire dalle bonifiche ambientale, la sanità». Sui cartelli e negli interventi questa cifra è stata messa accanto a quelle che le famiglie del territorio conoscono a memoria: l’affitto, la bolletta della luce, il carrello della spesa, il prezzo del biglietto di un autobus che spesso non passa. Il caro vita, qui, non fa distinzioni di passaporto. Le famiglie italiane e quelle migranti di Castel Volturno condividono gli stessi salari fermi, gli stessi affitti in nero, la stessa assenza di asili, presidi sanitari, trasporti pubblici. Mentre il costo della vita mette alla fame intere comunità, il governo sceglie di investire decine di milioni nella reclusione, dopo i fondi già impegnati per i centri in Albania. È la propaganda securitaria del governo contro la sicurezza sociale che il territorio chiede con posti di lavoro, sostegno al reddito, scuole, sanità territoriale.  A Castel Volturno vive una delle comunità africane più grandi d’Italia. Molte persone lavorano nei campi della piana del Volturno, nell’edilizia, negli allevamenti, spesso a giornata e senza contratto. Per questo, è stato ribadito negli interventi, il CPR è collegato direttamente allo sfruttamento, anzi ne è il complemento. Un sistema che chiude le vie d’ingresso regolari e lega il permesso di soggiorno al contratto produce irregolarità, e con essa lavoratrici e lavoratori ricattabili. La minaccia della detenzione e dell’espulsione rende quel ricatto efficace: chi rischia di finire in un CPR teme di denunciare lo sfruttatore e rivendicare un salario dignitoso, e se decide di lottare per i suoi diritti può essere facilmente tolto di mezzo. Il Comitato campano ha inoltre avanzato tre richieste. La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare respingimenti e reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento. L’appalto è stato aggiudicato, ma il Comitato regionale campano nell’intervento finale ha annunciato che bloccherà l’iter per la realizzazione con qualsiasi mezzo necessario. Anche la Regione Campania si prepara a dare battaglia. Quella di sabato è stata una giornata importante, che può essere l’inizio di una stagione di lotte per tutto il movimento antirazzista italiano, che si oppone al peggiore governo di sempre e chiede un cambio radicale nelle politiche sull’immigrazione. Domenica 25 ottobre la mobilitazione è proseguita a Napoli, all’ex Asilo Filangieri, con l’assemblea del Network Against Migrant Detention. Dopo la fondazione a Bologna il 13 ottobre 2024, l’assemblea transnazionale di Roma e le mobilitazioni in Albania, la rete è tornata a riunirsi. La scelta della Campania, all’indomani del corteo, è in perfetta continuità con i temi e le rivendicazioni che hanno attraversato le strade di Castel Volturno. L’assemblea si è articolata in quattro tavoli di lavoro e in una plenaria conclusiva. Il primo ha fatto il punto sui CPR in Italia e in Albania; il secondo sulla campagna «La cura non è reato» e sul coinvolgimento del personale sanitario; il terzo sul monitoraggio dell’attuazione del Patto UE, dalle procedure accelerate ai nuovi PAF; il quarto sullo sfruttamento lavorativo e sulle lotte di chi lavora. Nei prossimi giorni verranno diffusi il report dei tavoli e le proposte emerse dall’assemblea. E chissà che le parole d’ordine che sabato hanno attraversato il litorale domitio non possano arrivare tra non molto a Roma perchè dignità, diritti e sicurezza sociale devono camminare insieme, per tuttə.
“Se questa è Europa: Ceuta mette alla prova il Patto UE su migrazione e asilo”
Dal 30 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo. L’attraversamento non autorizzato di decine di migliaia di persone in pochi giorni ha messo nuovamente in crisi il dispositivo di frontiera tra Spagna e Marocco. L’ennesima crisi che si somma, tra le altre, alla strage di Beliounech del 2005, a quella del Tarajal del 2015 e quella di Barrio Chino del 2022.  Secondo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e Caminando Fronteras, questa estate hanno perso la vita almeno 141 persone. Un numero che si aggiunge al macabro conto di vittime di una frontiera che da vent’anni continua a uccidere. L’ennesima strage, ma la prima dall’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Che cosa succede quando le garanzie previste dal diritto europeo incontrano le pratiche quotidiane di una frontiera? E cosa resta di quelle garanzie per chi non riesce nemmeno ad accedere alle procedure di asilo? È a partire da queste domande che nasce “Se questa è Europa. Ceuta: il Patto UE su migrazione e asilo alla prova della prima crisi del dispositivo di frontiera” 1, il rapporto di monitoraggio giuridico curato da Nicola Datena, Luna Selimovic’ e Clara Tacconi per l’associazione di promozione sociale Le Carbet. Il rapporto ricostruisce le procedure applicate dalla Spagna tra il 12 giugno e il 13 ottobre 2026, dai giorni precedenti agli attraversamenti di massa fino allo sgombero del campo del Guano di fine settembre. L’analisi si basa sulla normativa, sui documenti ufficiali e sulle verifiche condotte direttamente sul territorio tra l’8 e il 13 ottobre ed evidenzia serie contraddizioni tra le garanzie previste dalla normativa e le pratiche adottate sul campo. FUORI DALLE PROCEDURE: ESPULSIONI SOMMARIE E RITORNI FORZATI Un primo aspetto problematico sollevato dal rapporto è che la Spagna ha iniziato ad applicare i regolamenti del Patto attraverso una semplice istruzione amministrativa, in assenza della legge nazionale di attuazione e del meccanismo indipendente di monitoraggio previsto dalla normativa europea. Ma il problema non si esaurisce nelle modalità con cui le nuove norme sono state recepite.  “Le regole del Patto valgono solo per chi arriva al CATE (Centro di Accoglienza Temporanea per Stranieri – ndr) e chiede asilo. Prima e dopo prevalgono regole esterne alla procedura, informali e non prevedibili.” Le persone che non accedono al CATE del Tarajal per formalizzare la domanda di asilo affrontano destini differenti: respingimenti a caldo, permanenze prolungate senza identificazione ed espulsioni sommarie verso il Marocco attraverso un varco nella recinzione. All’interno del rapporto, anche alcune testimonianze dirette di queste pratiche di espulsioni informali: “La polizia oggi è arrivata e ha detto ai giovani “alzatevi e venite con noi, vi porteremo al valico di frontiera, vi prenderemo le impronte digitali e scopriremo la vostra identità, chi siete. e poi vi riporteremo nei campi temporanei”. Quindi i ragazzi si sono fidati di loro, ma quando sono arrivati alla frontiera li hanno costretti ad uscire in Marocco. – R., Ceuta, 11 ottobre 2026 Oltre alle violazioni dei diritti fondamentali che comportano queste pratiche, il rapporto sottolinea anche che queste modalità di consegna non permettono nemmeno di distinguere tra rientri volontari ed espulsioni vere e proprie, sollevando serie perplessità anche sulla trasparenza dei dati ufficiali forniti dal Governo spagnolo. Foto tratte dal rapporto SGOMBERI DEI CAMPI INFORMALI E PRECARIETÀ COME STRUMENTI DI GESTIONE Un altro aspetto analizzato dal rapporto è la gestione delle persone rimaste escluse da strutture di accoglienza e di riparo dopo gli attraversamenti di questa estate.  Come denunciato da No Name Kitchen, molte persone si erano riversate nelle spiagge di Ceuta perché nelle zone boscose, dove si erano inizialmente riparate, hanno subito aggressioni notturne e rastrellamenti. Gli sgomberi dei ripari di fortuna sulle spiagge della città hanno ridotto la presenza visibile delle persone sfollate, che tuttavia non hanno ricevuto soluzioni abitative alternative: numerose persone si sono disperse nei quartieri della città e nuovamente nelle zone montuose circostanti, spesso senza accesso all’assistenza e alle tutele necessarie. Lo sgombero del campo del Guano, che conclude il periodo preso in esame dal rapporto, rappresenta una delle tappe di questo processo. > Le persone sono spaventate dall’incontro con le autorità e spesso decidono di > vivere nascoste. Accoglienza insufficiente, sgomberi, violenze e informazioni contraddittorie contribuiscono a rendere sempre più insostenibile la permanenza sul territorio. È proprio su questo punto che il rapporto solleva una delle questioni più rilevanti: la precarietà è soltanto una conseguenza dell’emergenza oppure è diventata, nei fatti, una modalità di gestione della stessa? Quando mancano un alloggio, un’assistenza adeguata e prospettive credibili, restare può diventare sempre più difficile. Il ritorno in Marocco rischia allora di apparire come l’unica alternativa possibile, anche in assenza di un provvedimento formale di espulsione. Il rapporto invita così a interrogarsi sulle forme indirette attraverso cui il controllo delle frontiere può condizionare le scelte e i movimenti delle persone migranti. “UN HOTSPOT SU SCALA TERRITORIALE”  Il report prende in considerazione anche gli effetti della gestione dell’emergenza sul territorio di Ceuta, che arriva a definire “un hotspot su scala territoriale”.  > Le persone sulla base di procedure informali di polizia sono state confinate > nell’intera città di Ceuta, senza provvedimenti individuali e senza alcun tipo > di procedura formale. La gestione dell’emergenza finisce così per coinvolgere l’intero spazio urbano, mentre l’insufficienza dell’accoglienza e la mancanza di prospettive alimentano l’isolamento di chi è rimasto bloccato a Ceuta. Il risultato è una situazione in cui le persone rimangono intrappolate in uno spazio ristretto, esposte all’incertezza delle procedure e alla difficoltà di costruire alternative alla propria permanenza. A questa situazione si aggiunge l’assenza di solidarietà da parte degli altri Stati europei, che lascia alla Spagna il peso della gestione degli arrivi senza una risposta condivisa a livello dell’Unione. Una contraddizione che interroga direttamente il principio di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi il sistema europeo comune di asilo. “Il Patto prometteva la condivisione della responsabilità tra Stati membri. La risposta degli altri Stati è stata la chiusura. (…) Non risulta che il meccanismo di solidarietà del Reg. 2024/1351 sia stato attivato o discusso per la Spagna. La Spagna, dal canto suo, non ha distribuito le persone nemmeno sul proprio territorio. La solidarietà si è rovesciata in contenimento.” Foto tratte dal rapporto LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL RAPPORTO RIGUARDANO ANCHE L’ITALIA Per quanto riguarda l’Italia, le autrici del rapporto avvertono: “Il decreto del 21 luglio 2026 estende la frontiera a intere province, con il rischio di creare spazi di trattenimento come quello di Ceuta”. A partire dal caso di Ceuta, Se questa è Europa chiede quindi di concentrare la nostra attenzione oltre la gestione contingente di una crisi. Il Patto europeo su migrazione e asilo va valutato non soltanto attraverso le disposizioni che introduce, ma anche osservando cosa accade alle persone quando quelle disposizioni vengono applicate, quando le procedure non sono accessibili a tuttə e quando l’emergenza giustifica interventi che incidono sulla libertà di movimento e sulle possibilità di chiedere protezione. La questione è capire quale spazio rimanga per le garanzie fondamentali quando le procedure di frontiera diventano il principale strumento di governo della mobilità e quando l’emergenza rischia di trasformarsi in una condizione permanente. Su questo gli autori e le autrici del rapporto giungono a una conclusione netta, che non lascia spazio a dubbi: ”Alla prima prova reale, il Patto non ha mantenuto le sue promesse. Con la sua entrata in vigore i problemi sono rimasti invariati, le violazioni dei diritti fondamentali si sono aggravate e i problemi di gestione delle richieste di protezione internazionale sono diventati più complessi e macchinosi”. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
La responsabilità europea nell’esternalizzazione delle frontiere
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → University of Antwerp Master of Laws (LL.M) Master Project – Dissertation Module Diversity and Law RESPONSIBILITY OF THE MEMBER STATES, THE EU, AND ITS AGENCIES IN THE EXTERNALISATION OF BORDER CONTROL AND MIGRATION MANAGEMENT Cristina Fossanetti (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’esternalizzazione della gestione delle frontiere e delle migrazioni da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri ha creato un profondo divario tra l’esercizio del potere pubblico e la responsabilità giuridica. Mentre gli attori dell’UE operano sempre più al di fuori dei propri confini territoriali per contrastare e controllare l’immigrazione irregolare, le loro pratiche hanno conseguenze concrete per coloro che rischiano il respingimento e necessitano di protezione internazionale. Questa tesi analizza criticamente le zone d’ombra giuridiche e procedurali all’origine di tale vuoto di responsabilità, proponendo una prospettiva analitica e riparativa sulle vie giuridiche offerte dal diritto internazionale. Attraverso l’analisi del diritto pubblico, dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, la ricerca esamina le barriere che rendono il sistema normativo migratorio difficilmente accessibile alle vittime, dimostrando come le attuali tecnicità giuridiche possano essere reinterpretate dinamicamente per garantire l’attribuzione delle responsabilità. Il lavoro si concentra su due questioni fondamentali: in primo luogo, in che misura i frequenti processi di esternalizzazione generino sfide giurisdizionali, di attribuzione e di nesso causale, alimentando il vuoto di responsabilità; in secondo luogo, come altri quadri normativi possano interagire con il contesto migratorio per assicurare che i principali attori rispondano delle proprie violazioni. La prima analisi evidenzia come la governance migratoria dell’UE faccia ampio ricorso ad accordi politici non vincolanti, come l’accordo UE-Turchia, per eludere il controllo parlamentare e la revisione giurisdizionale a livello unionale. Parallelamente, una serie di operazioni extraterritoriali, quali respingimenti e pullback, consente a questi attori di sottrarsi al criterio del “controllo effettivo”, aggirando così i test spaziali di giurisdizione. L’attribuzione della responsabilità è inoltre compromessa dal problema della “molteplicità di attori“: il ruolo ampliato delle agenzie dell’UE, come Frontex, e la loro interoperabilità si combinano con lo spostamento di competenze tra Stati membri, UE e paesi terzi. A ciò si aggiungono i meccanismi di controllo indiretto, come i finanziamenti e l’assistenza tecnica ai paesi terzi e l’uso estensivo del concetto di “paese terzo sicuro“, che interrompono il nesso causale diretto tra le azioni dell’UE e le violazioni dei diritti umani commesse all’estero. Infine, la carente attuazione dei meccanismi di controllo previsti lascia le vittime prive di rimedi giurisdizionali efficaci. Per colmare queste lacune, la dissertazione propone un modello di responsabilità basato sull’integrazione giuridica funzionale. Ad integrazione dei modelli di giurisdizione della CEDU e della CGUE, un’applicazione funzionale della protezione dei diritti umani e dei rifugiati si concentra sull’impatto prevedibile e sul “test di dipendenza” degli individui, richiamando alla responsabilità attraverso l’esercizio del potere pubblico, il processo decisionale e la collaborazione con altre entità. Per risolvere le situazioni che coinvolgono molteplici attori, i giudici possono avvalersi di dottrine consolidate di diritto pubblico, come la responsabilità derivata per aiuto e assistenza e la responsabilità solidale, superando così la frammentazione dei regimi giuridici migratori. Inoltre, diversi aspetti dell’attuale regime di responsabilità applicabile alla governance migratoria dell’UE dovrebbero intersecarsi con il diritto pubblico e le dottrine dei diritti umani, adottando un’interpretazione funzionale degli obblighi di diligenza, del principio di non-refoulement e di altri diritti inderogabili. In definitiva, la responsabilità internazionale può essere attivata attraverso l’applicazione degli strumenti giuridici e dei meccanismi giudiziari già a nostra disposizione.
CPR, porte chiuse alla società civile: le prefetture blindano i centri
Tra l’estate e l’autunno 2026 ASGI, nell’ambito del progetto InLimine – Il diritto di sapere 1, ha chiesto di entrare in tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio attivi in Italia. Le prefetture hanno risposto con preavvisi di rigetto, silenzi o autorizzazioni vincolate a gravi limitazioni. «Come ci aspettavamo, molte prefetture ci hanno imposto limitazioni all’accesso che sviliscono il fine ultimo del progetto: consentire al cosiddetto “signor nessuno” di entrare nei centri di trattenimento», spiegano da InLimine. Una scelta che, nell’opacità che da sempre circonda il sistema della detenzione amministrativa, pesa ancora di più. L’obiettivo di InLimine era entrare con delegazioni di cinque persone dalle competenze diverse: personale sanitario, giornaliste, ricercatrici, mediatrici, giuriste. Uno sguardo plurale, capace di leggere insieme le condizioni sanitarie, giuridiche e materiali del trattenimento. Le condizioni poste dalle prefetture andavano nella direzione opposta. «Accettarle avrebbe significato dimezzare le delegazioni ed escludere le aree sanitarie e i luoghi di trattenimento, sottraendo allo sguardo esterno proprio i luoghi più importanti per la tutela delle persone trattenute», spiega il progetto. A Caltanissetta e a Macomer l’accesso è stato autorizzato solo per una delegazione ridotta, senza possibilità di entrare nelle celle e nelle aree sanitarie, consultare i registri, parlare con le persone trattenute o effettuare riprese. Dopo uno scambio di memorie, le limitazioni sono state confermate e la delegazione ha rifiutato di entrare. «Non entriamo a condizioni inaccettabili», è la linea rivendicata da InLimine: una visita guidata nelle aree comuni non è monitoraggio. Le risposte arrivate da territori diversi sono quasi identiche nel contenuto e nella forma. «Indicano un orientamento uniforme, che nega alla società civile qualsiasi ruolo di monitoraggio e lo riserva alle sole figure istituzionali», osservano da InLimine. Eppure il diritto della società civile di accedere a questi luoghi è già stato affermato più volte dai tribunali amministrativi, da ultimo dal TAR Lazio nel febbraio 2026. Per questo è stata inviata una replica a ciascuna prefettura con memorie scritte: «Le limitazioni opposte si pongono in antitesi al diritto di accesso ai luoghi di permanenza dei cittadini stranieri riconosciuto alla società civile». Il passo successivo sarà il contenzioso, che il progetto sta strutturando in queste settimane. «I centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di sospensione dei diritti. Mantenere al loro interno un effettivo controllo democratico e uno sguardo indipendente è indispensabile», ricordano da InLimine. «L’obiettivo è arrivare al riconoscimento del diritto del “signor nessuno” di entrare in un CPR per monitorare e denunciare, esattamente ciò che oggi la pubblica amministrazione esclude». LE RISPOSTE, CENTRO PER CENTRO * Caltanissetta: accesso autorizzato per una delegazione ridotta, senza ingresso nelle celle e nelle aree sanitarie, senza consultazione dei registri, colloqui con le persone trattenute né riprese audio-video. Limitazioni ribadite dopo lo scambio di memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Macomer: stesse condizioni di Caltanissetta, confermate dopo le memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Gradisca d’Isonzo: preavviso di rigetto che nega il ruolo di monitoraggio della società civile. Inviate memorie, si attende risposta. * Palazzo San Gervasio: preavviso di rigetto con accesso alle sole aree comuni e senza colloqui con le persone trattenute. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Torino: preavviso di rigetto con le stesse limitazioni. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Bari: accesso negato per potenziali interferenze con le prestazioni sanitarie; negate le riprese per una possibile violazione della privacy e per il rischio di rivolte che l’ingresso della delegazione potrebbe causare. * Milano: in attesa di risposta. * Roma (Ponte Galeria): nessuna risposta, nonostante il sollecito. * Brindisi: nessuna risposta, nonostante il sollecito. PERCHÉ UNO SGUARDO INDIPENDENTE È INDISPENSABILE Le limitazioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di un sistema sempre più costoso, affollato e inefficace. L’ultimo aggiornamento del report “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari conta 6.835 persone trattenute nei CPR nel 2025, di cui solo una su quattro rimpatriata. La permanenza media è salita a circa 148 giorni e la spesa è cresciuta del 40,5% tra il 2023 e il 2025. Non esiste un dataset pubblico sui CPR, e ASGI segnala difficoltà persino nell’ottenere informazioni sui cosiddetti locali idonei. A Torino la relazione del Garante nazionale, registra in un anno 138 episodi di autolesionismo, appena il 13,8% di persone rimpatriate, certificazioni di idoneità sommarie e persone con gravi patologie trattenute. Nello stesso CPR nemmeno le avvocate e gli avvocati dell’Unione Camere Penali hanno ottenuto un pieno accesso alle aree di trattenimento. Lo avevamo documentato anche noi il 28 settembre, nel report sulla visita al CPR di Caltanissetta del 13 luglio: alla delegazione era stato impedito di entrare nei padiglioni abitativi e di consultare il registro degli eventi critici. E l’opacità non riguarda solo i CPR. In Campania, mentre il territorio si oppone al nuovo centro di Castel Volturno, circa 200 persone sono state rimpatriate negli ultimi tre anni passando direttamente dalle questure, cioè dai locali idonei: i luoghi di trattenimento meno visibili e meno controllati. DA CASTEL VOLTURNO AL CONTENZIOSO Le risposte delle prefetture saranno portate in piazza sabato 24 ottobre a Castel Volturno, dove associazioni, sindacati e movimenti da tutta Italia si ritroveranno per la manifestazione nazionale contro la costruzione del nuovo CPR. «Saremo presenti per portare le risposte delle prefetture e le ragioni della scelta di non entrare a condizioni inaccettabili», concludono da InLimine. * Sabato 24 ottobre, Castel Volturno: manifestazione nazionale contro il nuovo CPR. * Domenica 25 ottobre, ore 10, Ex Asilo Filangieri (Napoli): assemblea nazionale e tavoli di lavoro del Network Against Migrant Detention. * Venerdì 30 ottobre, Radio Radicale: puntata dedicata al progetto InLimine – Il diritto di sapere e alla manifestazione di Castel Volturno. 1. Il progetto InLimine – Il diritto di sapere di ASGI promuove azioni contro l’invisibilità dei luoghi di trattenimento per persone migranti, rafforzando la capacità di controllo della società civile. Contatti: dirittodisapere@asgi.it ↩︎
Racconti dalla Piazza del Mondo
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Racconti dalla Piazza del Mondo è un percorso che, mischiando immagini e parole, prova a descrivere la vita di Piazza della Libertà a Trieste, punto di arrivo della rotta balcanica, nelle sue molteplici sfaccettature. L’attesa, la cura, la casa, il gioco, la memoria, la musica: questi sono i frammenti di luce e di vita che compongono quel caleidoscopio di solidarietà che è l’azione politica di cura di “Linea d’ombra”, l’associazione fondata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi. La cura come atto politico di riconoscimento dei diritti di cui i migranti sono portatori. Alle fotografie si alternano i racconti e le poesie di Noman, giovane kashmiro che ha vissuto l’inferno della rotta balcanica. L’unione di parole e immagini è un tentativo di raccontare la storia della migrazione dalla parte dei migranti. Dare voce a chi normalmente non riesce a parlare. Illuminare visi, mani e racconti che di norma vengono volutamente respinti nel buio dalla retorica razzista e nazionalista. * La scheda del libro L’AUTORE Luca Greco nasce a Termoli nel 1979. Dottore di ricerca in filosofia teoretica. Sui banchi del liceo incontra Walter Benjamin e la sua flânerie. Sindacalista della CGIL, educatore, no global ai tempi del 2001, volontario, cooperante, fondatore della sezione ANPI “Vittorio Arrigoni”. “Le strade dell’Apartheid” altro non è che l’ultimo, l’ennesimo, tentativo di raccontare la storia dalla parte degli oppressi. PH: Luca Greco
Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà
Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica Sostieni ora → Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1. PH: Stefano Gili, Officina 31021 LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo. Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan e Bangladesh. Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni, instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure. Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando esperienze complesse in un problema da contenere 2.  A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e all’invisibilità. Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca, spesso disperata, di un riparo e di assistenza. In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri 4. La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto. Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile, soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per difendersi. Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al 18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano invariati 5. La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili, accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere. SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6. Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi e politiche di deterrenza 7. Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza sviluppare soluzioni durature. Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie. A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8. Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9. Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela. Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a intermediari informali. Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13. Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020, rappresentano una contraddizione emblematica. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14. Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a una tutela giurisdizionale effettiva. In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia. Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni e documenti e sottrazione di effetti personali 15. MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16. Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana», rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che dichiarano di proteggere 17. Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto Vecchio non elimina le cause dell’esclusione. Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le cause della marginalità? PH: Stefano Gili, Officina 31021 Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione, fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali. La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle città, private di diritti e prospettive. Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali, le disuguaglianze e le carenze strutturali. La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso, storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica. Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione immediata e rinvia ogni cambiamento reale. La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo spazio pubblico. Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18. PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che affrontare le cause strutturali di queste difficoltà. La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione. Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire, di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19. Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra: presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono presentate come prova di fermezza. Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione, garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e culturale. Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che in educazione e sanità.  LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la «cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone spesso ridotte a un fenomeno astratto. Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine pubblico e fruibilità della piazza 21. Notizie «HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA SOLIDARIETÀ La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà Redazione 20 Ottobre 2026 Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua presenza in Piazza della Libertà: «Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore, nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate». Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza Libertà così vuota ci lascia sgomenti. Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono intrecciate storie, lotte e pratiche di cura. Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra: «Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza dell’incontro». Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera: riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali. In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e collaborazione tra istituzioni e società civile. Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un bersaglio delle paure collettive. PH: Stefano Gili, Officina 31021 1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎ 2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967; UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito ufficiale ↩︎ 3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto 2013) ↩︎ 4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?», Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎ 5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere; comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎ 6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎ 8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press; Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen, S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security, Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎ 9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press ↩︎ 10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎ 11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3, 13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19; Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎ 12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎ 13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021); OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎ 14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026 ↩︎ 15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA, 2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎ 17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎ 18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎ 19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎ 20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎ 21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16 ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito ufficiale. ↩︎
Decreto flussi, legittimo il subentro del nuovo datore se il primo non si presenta
Il TAR Veneto (Sez. III) ha accolto il ricorso di un cittadino marocchino, contro la comunicazione con cui la Prefettura di Rovigo aveva negato il subentro di un nuovo datore di lavoro al posto di quello che aveva richiesto il nulla osta. Il ricorrente era entrato regolarmente in Italia con un visto per lavoro stagionale, ma il datore originario non aveva mai risposto ai suoi contatti; si era quindi subito attivato per trovare un nuovo impiego. Il Collegio riconosce anzitutto l’interesse al ricorso, perché la comunicazione dello Sportello Unico “comporta un arresto procedimentale che preclude al ricorrente la possibilità di ottenere il titolo di soggiorno per lavoro subordinato“. Nel merito, richiamando l’orientamento del Consiglio di Stato, afferma che lo straniero entrato regolarmente che, per cause a lui non imputabili, non abbia potuto instaurare il rapporto con il datore richiedente, ma si sia comunque adoperato per trovare un lavoro, “non possa rimanere privo di tutela“. Lo conferma lo stesso art. 22, comma 6-bis, del d.lgs. 286/1998, che consente di lavorare già nelle more della sottoscrizione del contratto di soggiorno. Il provvedimento è stato quindi annullato: la Prefettura dovrà rivalutare la posizione del ricorrente tenendo conto della documentazione prodotta. T.A.R. per il Veneto, sentenza n. 1777 dell’8 settembre 2026 Si ringrazia l’Avv. Maria Grazia Martelli del Foro di Treviso per la segnalazione e il commento.