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Revoca del nulla osta per difetto del requisito economico del datore: il CdS e il TAR tutelano il lavoratore in buona fede
I due provvedimenti in commento – l’ordinanza cautelare del Consiglio di Stato e la successiva sentenza del TAR Lazio, relativi al medesimo caso – affrontano un nodo ricorrente nel contenzioso in materia di decreto flussi: le conseguenze, sulla posizione del lavoratore straniero, dell’inadempimento del datore di lavoro rispetto ai requisiti richiesti per il rilascio del nulla osta. Nel caso di specie il ricorrente aveva ottenuto un nulla osta per lavoro subordinato nell’ambito del decreto flussi 2021. La Prefettura di Roma ha poi revocato il nulla osta per la mancanza dell’asseverazione del requisito economico del datore di lavoro – requisito che, come emerso solo nel corso del giudizio, il datore non possedeva più negli anni successivi. Il lavoratore, però, non aveva alcuna conoscenza di questo dato, aveva sempre lavorato regolarmente (stipendi e contributi versati), e aveva già ottenuto il permesso di soggiorno sulla base della stessa documentazione.  Il Consiglio di Stato, in sede cautelare, ha riformato la decisione negativa del TAR e riconosciuto al ricorrente il diritto al permesso di soggiorno per attesa occupazione. Il TAR, decidendo poi nel merito, ha annullato la revoca e rinviato all’Amministrazione per un riesame complessivo – questa volta centrato sui requisiti del lavoratore, non su quelli (mancanti) del datore di lavoro, riconoscendo così che l’inadempimento datoriale non può ripercuotersi su chi non ne aveva né conoscenza né responsabilità. Il TAR, a seguito dell’ordinanza del Consiglio di Stato, ha valorizzato in modo netto la posizione soggettiva del lavoratore, riconoscendone implicitamente la buona fede, basata su diversi elementi di fatto: * Il lavoratore non aveva contezza della capacità economica del datore di lavoro e le informazioni e documenti di cui aveva conoscenza suggerivano al contrario la regolarità assoluta della procedura. * Il lavoratore era sempre stato retribuito, non risultavano irregolarità contributive e infatti gli era stato rilasciato il permesso di soggiorno per lavoro subordinato dalla Questura di Roma, proprio in base alla documentazione prodotta e relativa a questo rapporto di lavoro. * Il lavoratore ha continuato a svolgere attività lavorativa con altro datore e risulta tuttora impiegato. Consiglio di Stato, ordinanza n. 3194 del 30 agosto 2025 T.A.R. per il Lazio, sentenza n. 12372 del 6 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Lucia Gennari per la segnalazione e il commento. Le cause sono state seguite insieme alle Avv.te Loredana Leo e Federica Remiddi.
Fra gli illegali nei banga
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Dalla finestra della nostra casa, si vede un’enorme bidonville. Qui a Mayotte vengono chiamate Banga, e sono ovunque: nello spazio e nel dibattito pubblico. All’origine il termine indicava le abitazioni dove i giovani maoresi e comoriani andavano ad abitare raggiunta l’adolescenza, allontanandosi dalla casa materna. Ora è il segno di un distacco, di una messa ai margini, ma anche di una forma di vita precaria e in comune che difficilmente può essere rimossa. Così Karima, nella cui casa abitiamo, rievoca il ciclone Chido che ha colpito l’isola il 15 dicembre del ’24: «Il banga qui davanti è venuto giù. Io facevo la volontaria nei pompieri. Molti corpi si sono trovati, ma non sappiamo di chi fossero». Quando parla dello spazio abitato che abbiamo sotto gli occhi, si riferisce ai suoi abitanti come gli illegali, coloro ai quali nessun censimento ha dato un’identità. Chido è durato un’ora e mezza, ma dalle sue parole capisco che ha spazzato via soprattutto i poveri ammassati sulle colline. Penso all’alluvione di New Orleans con l’uragano Katrina del 2005, alle catastrofi naturali come operazioni di classe… prima e dopo; la natura maligna è sempre mediata e rifratta dalla struttura delle diseguaglianze sociali e dalle politiche. Karima continua: «Le autorità avevano detto di ripararsi nelle scuole, ma molti non hanno accettato, temevano di venire arrestati se uscivano allo scoperto e di perdere i loro averi». Quanti morti ha fatto Chido? Di quanti conosciamo i nomi? Ufficialmente sono 39 i morti accertati.  Chi sono gli illegali di cui parla Karima? Il giorno dopo Madi ci conduce a visitare il banga dove vive, nel quartiere di Kaweni, nel cuore della città principale di Mayotte: di origine comoriana, come tutti in quest’isola ad eccezione degli expat, ha lavorato da muratore negli ultimi 6 mesi prima di perdere i documenti. Ci accoglie all’entrata di questo quartiere autocostruito – con un misto di legno, lamiere e mattoni – che si inerpica su per la collina e dove ai tempi della colonia si produceva zucchero. Chido ha distrutto tutto, ma tutto è stato ri-eretto nel giro di poco tempo. Ogni tanto degli ammassi di rifiuti e lamiere creano delle aree aperte, delle piazze che divengono discariche.  Madi racconta che dall’alto della collina è possibile avvistare la polizia della frontiera (la PAF) e gli agenti antisommossa prima di un’irruzione; a quel punto i giovani scendono a tirare pietre per evitare arresti e deportazioni di quanti sono in una condizione di irregolarità. Pietre da un lato e lancio di lacrimogeni dall’altro fanno parte di un rituale ripetuto, un’autodifesa quotidiana. Un ragazzo ci dice: «Lo facciamo per le nostre mamme, perché non siano trasferite ad Anjouan». Madi fa parte dello spazio associativo del quartiere… una membrana fra lo Stato e il mondo dei giovani che tirano pietre o che vivono di piccoli crimini. «Cerchiamo di ridurre la violenza, di parlare con i piccoli delinquenti. Lo Stato, la polizia, ci chiede di fare il suo lavoro con il volontariato. Ma non siamo neanche pagati. Molti di noi se ne sono andati dalle associazioni; sono parassiti. Lo Stato viene qui in campagna elettorale e fa promesse. Poi scompare. Ce la dobbiamo cavare da soli. Per la luce, l’acqua, le strade….». E in effetti tutto è precario, insalubre e faticoso: dall’acqua e le bombole di gas che sono portate a braccia in cima alla collina, alle donne che lavano i panni in un rigagnolo d’acqua sporca dove le baracche circostanti scaricano i propri residui. Eppure migliaia di persone vivono qui. Madi descrive gli illegali: qui non abitano solo comoriani, ma anche cittadini francesi, mahoresi poveri, richiedenti asilo congolesi. L’illegalità si riferisce all’abitare informale, alla classe sociale, più che alla condizione giuridica. Nel banga vivono tutti, o quasi tutti. «E les africaines?» chiediamo. Madi ci fa capire che l’invidia e il risentimento sono i tratti dominanti delle relazioni sociali. Perché les africaines – lui stesso ride del termine – non sono deportabili, mentre i comoriani senza documenti o con documenti precari (come lui) sono quotidianamente deportati: «Anche se sei minore ti portano via ad Anjouan». Fuori dal banga, si vede di nuovo la presenza dello Stato. Grandi edifici scolastici, un parco e uno stadio in costruzione. «Vogliono sgomberare il banga. Ci propongono di cambiare quartiere… ma come facciamo per le scuole e per i nostri figli?».  Torniamo nei giorni successivi da Medi per partecipare a una squadra di pulizia solidale da lui organizzata. Mentre raccogliamo resti di ogni tipo accumulatisi nel tempo, vediamo dei bambini portare bambù e altri materiali di costruzione verso il banga. Ci spiega: «I genitori non escono da qui per paura degli arresti e delle deportazioni; vanno a lavorare fuori tutta la settimana in agricoltura o nei cantieri, ma quando tornano a casa, qui a Kaweni, evitano di esporsi alle incursioni della PAF. E mandano i bambini in città se c’è bisogno di qualcosa…». I molti strati dell’abitare informale riappaiono quando con Said entriamo nel banga dove abita sua madre e dove lui stesso è cresciuto: il quartiere deve essere sgomberato nei prossimi giorni e gli abitanti stanno già iniziando ad abbandonare l’area. «Molti votano, io stesso sono cittadino francese. Ci sono poliziotti e funzionari che vivono qui. I politici quando vengono a parlare nel banga utilizzavano un linguaggio inclusivo… del tipo ‘siamo tutti comoriani’, ma quando sono soli con noi che abbiamo la nazionalità, ritornano a distinguere fra francesi e non». Camminando fra le case in lamiera e gli alberi di banane e di mango, vediamo soprattutto bambini di tutte le età e donne che lavano i panni. Said con orgoglio sottolinea quanto il suo banga sia solidale: «Guarda la moschea! L’abbiamo costruita insieme autotassandoci. Guarda questo ponte in cemento! anche questo lo abbiamo fatto noi. Le istituzioni non hanno fatto nulla».  E poi arriva il giorno dello sgombero, che qui a Mayotte porta il nome di décasage: allontanamento forzato dalla propria casa. Il termine non esiste nel francese corrente, è endemico dell’isola. Sulla strada incontriamo le barricate rimosse dalla polizia che i giovani del banga hanno provato ad erigere per impedire l’operazione. Gli abitanti sono ora tutti fuori da quello che era il loro quartiere; dentro ruspe, operai e polizia. Qualcuno esce con i pochi averi che riesce a trasportare. Una donna grida: «Le uniche case non demolite sono quelle dei mahoresi francesi con i titoli di proprietà»; come se l’eterogeneità sociale che il banga tiene insieme in una sorta di solidarietà obbligata fra poveri si scomponesse durante le operazioni di sgombero, in cui ognuno ritorno alla sua individualità giuridica. Parliamo con un poliziotto che dirige l’operazione: «Siamo parte di una stessa brigata che è stata mandata in rinforzo sull’isola per sei settimane. Alle 4 del mattino, abbiamo tolto le barricate e ci hanno tirato le pietre». È gentile e ha voglia di parlare. Quando gli chiediamo dove vanno le persone le cui case sono state distrutte, ci dice che in pochissimi – 11 famiglie su circa 500 residenti – hanno ottenuto una ricollocazione provvisoria. E gli altri? «Lo so, non serve a nulla quello che facciamo, ma io obbedisco agli ordini. Parlate con gli assistenti sociali nel parcheggio qui fuori…». Qui incontriamo Marie, la direttrice di un’associazione che coordina la presa in carico delle persone durante questo tipo di operazioni: «Sono pochi quelli che accettano. E poi gli appartamenti sono scarsi e lontani dalle scuole dei figli degli abitanti. La maggior parte degli sgomberati se debrouille, si arrangia. Ci sentiamo impotenti, sappiamo benissimo che così si sposta solo il problema». Nel parcheggio ci sono circa una ventina di operatori sociali di diverse entità: sembrano comparse necessarie di una scena in cui non giocano nessun ruolo. Aspettiamo la conferenza stampa del nuovo prefetto, prevista per le 10.30: per quanto ricercatori di un progetto finanziato dall’Unione Europea – Solroutes – c’è un veto alla nostra partecipazione. Anche il giorno prima dentro il campo dei rifugiati, la polizia durante la visita del prefetto ci aveva fermato in malo modo e obbligato a rimuovere le immagini che avevamo filmato.  Sulla strada del ritorno, ancora resti di barricate: pietre, automobili, lavatrici e altre suppellettili domestiche. Negli articoli sulla stampa che escono poche ore dopo, il prefetto rivendica lo sgombero come parte dell’operazione Kingia: «Non ci lasceremo intimidire, chi vuole essere ricollocato può andare ai servizi sociali».  Il giorno dopo siamo di nuovo al banga con Said. La polizia non c’è più. Neanche le case. Solo un ammasso di lamiere con persone e bambini che si aggirano per ricuperare i materiali, per costruire di nuovo. L’insediamento, d’altronde, è sorto dalle macerie di un décasage precedente; non a caso il suo nome, Karjavenza, nel swahili locale significa letteralmente “non voglio stare qui”. La genealogia degli sgomberi trasforma ironicamente in “casa” un luogo in cui non si vuole stare. Ci sono montagne di macerie, e poi dei grandi crateri scavati in terra con fuochi ancora accesi che sprigionano fumi irrespirabili: «Hanno buttato dentro tutto ciò che può essere bruciato», dice un ex-abitante. C’è chi sta già erigendo una nuova baracca nelle vicinanze, chi ha dormito per strada, chi si è ritirato nella foresta, chi è stato accolto da amici o parenti in altri banga. Sfoglio a terra i resti bruciati di un quaderno di scuola elementare; anche la moschea è stata abbattuta. L’unica cosa che è rimasta uguale sono le donne: lavano i panni nel rigagnolo sotto il ponte. Incontriamo un lavoratore della nettezza urbana del Comune che viveva qui: «Non ce l’abbiamo con la polizia. Loro eseguono gli ordini. Ma non sono giusti. Ho quattro figli, mi avrebbero dato un alloggio per poco tempo ma solo con 2 figli e gli altri no. Come potevo accettare?». Altre persone ci raccontano la stessa storia di offerte inaccettabili. Non c’è rabbia, ma ostinazione e calma. La vita continua, nonostante tutto. «Molti andranno in altri banga» conferma Said. Continuiamo a camminare e appare un uomo alterato che grida contro di noi, alternando francese e swahili. «Voi bianchi! Guardate i bambini che avete lasciato senza scuola! Voi bianchi siete venuti per le ricchezze. In Europa non c’è niente, siete venuti qui, ma noi siamo vigilanti, abbiamo memoria, abbiamo memoria dello schiavismo! Voi bianchi! Questo di ora è schiavismo moderato…Ma cosa siete venuti a fare qui? Perché siete venuti a fare questo bordello? Andatevene». Continuiamo a camminare sino al quartier generale dello sgombero, quello da cui il prefetto ha diretto le operazioni – «usando persino i droni, ci dice il nostro accompagnatore» -, quello in cui si è tenuta la conferenza stampa da cui siamo stati estromessi. Sorridiamo, perché l’edificio in legno è interamente bruciato e lì vicino una ruspa è stata distrutta: sembra il cadavere di un dinosauro. «Li chiamano invisibili, sono i giovani delle barricate, si sono vendicati e gli hanno dato fuoco il giorno dopo che la polizia ha distrutto il nostro banga» conclude Said. Secondo l’ultimo censimento, Mayotte al primo gennaio del 2026 conta 323.153 abitanti. Non sono ancora disponibili i dati sulle bidonville. Inchieste ufficiali precedenti hanno stimato fra i 100.000 e i 150.000 la popolazione dei banga: fra il 31 e il 46% della popolazione complessiva dell’isola. Il grande investimento – materiale e simbolico – dello stato francese in questo dipartimento d’oltre mare si rivolge però alle forze di polizia e alle operazioni di “sicurezza urbana” contro gli illegali. Chi sono gli illegali? Chi crea gli illegali? Mayotte oggi ci appare come un grande laboratorio per l’addestramento sul terreno di quella che Pierre Bourdieu chiamava la mano destra dello Stato. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎
Fermiamo la violenza di Stato
Abderrahim Fakir, ucciso a Bologna durante un fermo della polizia, non è una notizia. Come non lo sono Wissem Ben Abdel Latif, Ousmane Sylla, Hamdi Besbes, Fedi Ben Hammouda, Hedi e Madi Khenissi, Mohamed e Bechir Mili, Moussa Balde, Aicha Barry, Lazhar Chaieb, Moustapha e le tante persone morte nei CPR, nei luoghi di detenzione, lungo le frontiere degli Stati e nelle acque del Mediterraneo. Le loro morti e sparizioni sono il prodotto del medesimo stato di polizia e del sistema razzista che ha detenuto e ucciso Fakir. Queste persone non saranno mai una notizia: sono il fuoco della nostra lotta.  Riprendiamo e condividiamo le potenti parole delle madri e sorelle di MEM.MED-Memoria Mediterranea che hanno scritto un comunicato congiunto per denunciare la morte di Fakir. GIUSTIZIA E VERITÀ PER ABDERRAHIM FAKIR: FERMIAMO LA VIOLENZA DI STATO E LA DISUMANIZZAZIONE DEI NOSTRI CARI Noi, madri e sorelle della Tunisia, del Marocco, della Guinea, del Senegal, della Costa d’Avorio, familiari di persone morte e scomparse alle frontiere, e attiviste impegnate contro le politiche migratorie che uccidono, alziamo la nostra voce per gridare tutta la nostra immensa rabbia. Dopo aver pianto i nostri figli, inghiottiti dal Mar Mediterraneo a causa delle frontiere, oggi piangiamo Abderrahim Fakir. Questo giovane marocchino di 42 anni è stato ucciso in piena strada a Bologna, in Italia, soffocato sotto il peso di due agenti di polizia durante un fermo di una violenza insopportabile. Le immagini della sua agonia, diffuse ovunque, spezzano il cuore e scuotono le coscienze. Abderrahim ha implorato aiuto, ha gridato: «Aiuto! Aiuto!», mentre veniva soffocato con il volto schiacciato sull’asfalto e gli agenti continuavano a immobilizzarlo legandogli mani e piedi. È morto sotto una violenza sconvolgente che richiama dolorosamente l’omicidio razzista di George Floyd. Quelle immagini hanno riaperto tutte le domande che ci perseguitano: perché il corpo della persona migrante è sempre il più vulnerabile? E perché la sua dignità viene così facilmente calpestata? Questa tragedia non è un episodio isolato. È il risultato diretto di un clima di odio razzista e di un sistema politico che disumanizza i corpi delle persone migranti e di chi ha un’origine straniera. Che sia in mare, di fronte alla Guardia Costiera, o nel cuore delle nostre città, davanti alle forze dell’ordine, la vita dei nostri figli non ha più alcun valore agli occhi di governi ossessionati dalla sicurezza. La vicenda non si fermerà al martirio di Abderrahim Fakir, perché l’ingiustizia continua a colpire un intero continente: l’Africa. La responsabilità ricade ancora una volta sui sistemi democratici europei e statunitensi e su tutti coloro che, legati al colonialismo, continuano a perpetuarla. Ph: Valentina Delli Gatti Noi, madri e sorelle delle persone scomparse in mare, denunciamo questa violenza e questo razzismo contro le persone migranti. Per i nostri figli scomparsi in mare, per Abderrahim Fakir e per tutte le vittime della violenza di Stato, non abbasseremo le braccia. Il lutto non ci ridurrà al silenzio: alimenta la nostra lotta per la dignità. Il razzismo uccide. L’odio uccide. La violenza uccide. Dobbiamo porre fine a ogni forma di razzismo, di disumanizzazione e di violenza che colpisce le persone migranti e straniere. Rivolgiamo un appello a tutte le comunità, e in particolare alle comunità arabo-africane, affinché non restino più in silenzio di fronte a queste ingiustizie e alzino la propria voce per difendere la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano. Invitiamo i collettivi dei familiari delle vittime e tutte le cittadine e i cittadini a mobilitarsi con forza per esigere che sia fatta giustizia e che venga ristabilita la verità. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla madre, alla sorella, alla nipote e a tutta la famiglia di Abderrahim Fakir, che oggi vive il dolore della sua perdita e porta il peso di questa ingiustizia. Che Dio gli conceda la Sua misericordia e doni pazienza e forza alla sua famiglia. La giustizia non riporterà indietro le persone scomparse, ma può impedire che tragedie come questa si ripetano e può preservarne la dignità e la memoria. I nostri figli volevano vivere liberi. Noi lotteremo perché la loro memoria non venga mai cancellata. Verità e giustizia per Abderrahim Fakir e per i nostri figli, fratelli e sorelle! Jalila Taamallah, Hajer Ayachi, Bintou Toure, Awatef Daoudi, Samia Jabloun, Amina Mboye, Adama Barry, Mariama Sylla, Imane El-Bastawi, Hafida Labiad -------------------------------------------------------------------------------- Versione originale in francese JUSTICE ET VÉRITÉ POUR ABDERRAHIM FAKIR: HALTE AUX VIOLENCES D’ÉTAT ET À LA DÉSHUMANISATION DES NÔTRES Nous, mères et sœurs de la Tunisie, du Maroc, de la Guinée, du Sénégal, de la Côte d’Ivoire, familles de personnes mortes et disparues aux frontières, et militant·es engagé·es contre les politiques migratoires meurtrières, élevons notre voix pour crier notre immense colère. Après avoir pleuré nos enfants, engloutis par la mer Méditerranée à cause des frontières, nous pleurons aujourd’hui Abderrahim Fakir. Ce jeune marocain de 42 ans a été tué en pleine rue à Bologne, en Italie, étouffé sous le poids de deux policiers lors d’une interpellation d’une violence insoutenable. Les images de son agonie, largement diffusées, brisent le cœur et révoltent les consciences. Abderrahim a supplié, crié « À l’aide ! À l’aide ! », asphyxié face contre l’asphalte pendant que des agents s’acharnaient à lui lier pieds et poings. Il est mort sous une violence révoltante qui rappelle douloureusement le meurtre raciste de George Floyd. Ces images ont ravivé toutes les questions qui nous hantent: pourquoi le corps du migrant est-il toujours le plus vulnérable ? Et pourquoi sa dignité est-elle si facilement bafouée ? Ce drame n’est pas un fait divers isolé. C’est le produit direct d’un climat de haine raciste et d’un système politique qui déshumanise les corps migrants et les personnes d’origine étrangère. Que ce soit en mer, face aux Garde-côtes, ou au cœur de nos villes, face aux forces de l’ordre, les vies de nos enfants n’ont plus aucune valeur aux yeux des gouvernements ultra-sécuritaires. L’affaire ne s’arrêtera pas au martyr Abderrahim Fakir, car l’injustice persiste sur tout un continent, l’Afrique. La cause en est toujours les systèmes démocratiques européens et américains, et tous ceux qui, liés au colonialisme, continuent de la perpétuer.  Ph: Valentina Delli Gatti Nous, mères et sœurs des personnes disparues en mer, nous protestons contre cette violence et ce racisme envers les personnes migrantes. Pour nos enfants disparus en mer, pour Abderrahim Fakir et pour toutes les victimes de la violence d’État, nous ne baisserons pas les bras. Le deuil ne nous fera pas taire, il alimente notre combat pour la dignité. Le racisme tue. La haine tue. La violence tue. Nous devons mettre fin à toutes les formes de racisme, de déshumanisation et de violence qui frappent les personnes migrantes et étrangères. Nous appelons toutes les communautés, et en particulier les communautés arabo-africaines, à ne plus rester silencieuses face à ces injustices et à élever leur voix pour défendre la dignité et le droit à la vie de chaque être humain. Nous appelons les collectifs de familles de victimes et les citoyen·nes à se mobiliser massivement pour exiger que justice soit faite et que vérité soit rendue. Nous adressons toute notre solidarité à la mère, à la sœur, à la nièce et à toute la famille d’Abderrahim Fakir, qui vivent aujourd’hui la douleur de sa perte et portent le poids de cette injustice. Que Dieu lui accorde Sa miséricorde et donne patience et courage à sa famille. La justice ne ramènera pas les disparus, mais elle peut empêcher que de telles tragédies ne se reproduisent et préserver la dignité et la mémoire. Nos enfants voulaient vivre libres. Nous nous battrons pour que leur mémoire ne soit jamais effacée. Justice et vérité pour Abderrahim Fakir et pour nos enfants, freres et soeurs! Jalila Taamallah, Hajer Ayachi, Bintou Toure, Awatef Daoudi, Samia Jabloun, Amina Mboye, Adama Barry, Mariama Sylla, Imane El-Bastawi, Hafida Labiad
Rigetto della convalida del trattenimento nel CPR di Gjadër: prevalenza del diritto costituzionale alla libertà personale
Il Tribunale di Roma rigetta la convalida del trattenimento nel centro di Gjadër, emesso nei confronti di un cittadino algerino. Il provvedimento è interessante sotto un duplice profilo. Anzitutto, il Tribunale capitolino fonda la propria decisione sulla situazione di “incertezza” determinata dall’attesa della pronuncia sulle questioni pregiudiziali sollevate innanzi alla CGUE dalla Corte d’Appello di Roma e dalla Corte di Cassazione. Quest’ultima, in particolare, ha sollevato il quesito se la Direttiva 2008/115/CE (artt. 6, 8, 15 e 16) osti all’applicazione di una disciplina nazionale che consenta di condurre nelle aree previste dal Protocollo Italia-Albania soggetti destinatari di provvedimenti di trattenimento già convalidati o prorogati ex art. 14 D.Lgs. 286/1998, in assenza di concrete prospettive di rimpatrio; e – in caso di risposta negativa – se l’art. 9, par. 1, della Direttiva 2013/32/UE osti a una disciplina nazionale che consenta di disporre il trattenimento del cittadino straniero destinatario di provvedimento espulsivo che abbia presentato domanda di protezione internazionale ritenuta strumentale. Nel bilanciamento dei contrapposti interessi, il Tribunale ha ritenuto doversi privilegiare il diritto costituzionalmente tutelato alla libertà personale. Non di meno, il Tribunale ha ritenuto superfluo l’espletamento dell’udienza, richiamando la giurisprudenza consolidata della medesima Sezione XVIII in materia di richieste di convalida del trattenimento di cittadini UE – per i quali la legge imporrebbe invece l’esecuzione immediata della decisione di allontanamento – ritenute ex se inammissibili/non accoglibili. Tribunale di Roma, decreto del 2 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Damiano Fiorato per la segnalazione e il commento.
Scuola di Alta Formazione ASGI a Roma e Milano: aperte le iscrizioni
ASGI promuove le nuove edizioni delle scuole di alta formazione anche per il 2026/2027: a Roma in collaborazione con Spazi Circolari e a Milano in collaborazione con Le Carbet. I due corsi, che adottano un approccio fortemente laboratoriale e multidisciplinare, sono destinati a operatori e operatrici legali specializzati in protezione internazionale, tutela delle vittime di tratta e sfruttamento e accoglienza di minori stranieri non accompagnati. Si approfondiranno tematiche che spaziano dal diritto dell’immigrazione, geopolitica, sociologia, antropologia, etnopsichiatria, medicina legale sino alla mediazione culturale. Le due formazioni si svolgono unicamente in presenza secondo i due diversi programmi che trovate di seguito. È quindi possibile iscriversi ad uno solo dei due corsi e non sono previste modalità di partecipazione miste. Nei programmi trovate tutte le informazioni relative a iscrizioni, costi e al programma formativo. Di seguito le informazioni più dettagliate per ciascun percorso formativo. ROMA, 12° EDIZIONE 2026/2027 SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE PER OPERATORI LEGALI SPECIALIZZATI IN PROTEZIONE INTERNAZIONALE, MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI, SFRUTTAMENTO E TRATTA DI ESSERI UMANI Presentazione del Corso Questa Scuola di Alta Formazione è specificamente progettata per formare operatrici ed operatori legali altamente specializzati nelle aree più critiche e complesse del diritto dell’immigrazione e della protezione internazionale. Il corso fornisce competenze teoriche e pratiche approfondite per affrontare le sfide attuali nel campo della tutela dei diritti delle persone migranti. La dodicesima edizione si apre in un contesto normativo profondamente mutato: il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato in applicazione a partire dal 12 giugno 2026 con, tra gli altri, il Regolamento Procedure (UE) 2024/1348, il Regolamento Screening (UE) 2024/1356, il Regolamento RAMM (UE) 2024/1351 e la Direttiva 1346/2024. A ciò si aggiunge il nuovo Regolamento Rimpatri, votato dal Parlamento il 17.06.2026 e in corso di pubblicazione. Quando: da ottobre 2026 ad aprile 2027. Dove: in presenza presso la Città dell’Altra Economia, quartiere Testaccio, Roma. Come: il corso prevede lezioni frontali e molte esercitazioni pratiche, alle materie giuridiche sono affiancati moduli relazionali e moduli di antropologia, con una lettura intersezionale, uniti a una prospettiva etno-psichiatrica e a uno sguardo attento alle questioni di genere, elementi essenziali per garantire la massima tutela alle e ai destinatari e destinatarie del supporto legale.  * Scarica il programma dettagliato * Scarica la locandina completa La domanda di iscrizione dovrà effettuarsi tramite la compilazione del modulo online e attendere le istruzioni via mail per effettuare il pagamento e perfezionare così l’iscrizione. Iscrizione – compila il modulo online Attenzione: la sola compilazione del modulo online non è sufficiente a perfezionare l’iscrizione. * Per informazioni e iscrizioni contattare: formazione.roma@asgi.it MILANO, 4° EDIZIONE DI SCONFINARE SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE PER OPERATRICI E OPERATORI LEGALI IN MATERIA DI  PROTEZIONE INTERNAZIONALE – ED.2026-2027  Il corso si articola in 14 moduli formativi con un approccio multidisciplinare che integra diritto,  antropologia, etnopsichiatria, sociologia, geopolitica ed etnografia. Alla luce della recente entrata in  vigore del Patto UE in materia di immigrazione e asilo e dei massicci cambiamenti nel sistema di  tutela e di riconoscimento della protezione internazionale, maggior tempo è dedicato all’analisi delle  diverse fasi in cui si svolge la procedura di esame della domanda di protezione, fasi che comportano  in maniera crescente la restrizione e il contenimento del/la richiedente asilo, con importanti  limitazioni della sua libertà personale o di circolazione. L’analisi di questi cambiamenti strutturali ha  come scopo l’elaborazione di strumenti di tutela utili nel nuovo contesto che si sta delineando.   Quando: da ottobre 2026 a maggio 2027.  Dove: in presenza presso la Scighera, in via Candiani 131 a Milano.  Come: La metodologia didattica alterna lezioni frontali, laboratori pratici e decoloniali, esercitazioni,  tavole rotonde aperte e un laboratorio di teatro dell’oppresso.  * Scarica il programma dettagliato * Scarica la locandina completa La domanda di iscrizione dovrà effettuarsi tramite la compilazione del modulo online e attendere le istruzioni via mail per effettuare il pagamento e perfezionare così l’iscrizione. Iscrizione – compila il modulo online Attenzione: la sola compilazione del modulo online non è sufficiente a perfezionare l’iscrizione. * Per informazioni e iscrizioni contattare formazione.milano@asgi.it
Conversione del permesso stagionale: il silenzio della Prefettura non rende irregolare il soggiorno
Il Giudice di Pace di Taranto annulla un decreto di espulsione notificato a un lavoratore in attesa da oltre due anni della definizione della domanda di conversione. IL CASO Un cittadino albanese faceva ingresso in Italia con regolare visto per lavoro subordinato, apposto sul passaporto, a seguito dell’aggiudicazione della quota nell’ambito del decreto flussi 2022. Il 3 febbraio 2023 stipulava il contratto di soggiorno presso lo Sportello Unico per l’Immigrazione della Prefettura di Taranto e, in pari data, presentava domanda di permesso di soggiorno, che gli veniva rilasciato per motivi di lavoro stagionale con scadenza 3 novembre 2023. Il 3 agosto 2023, prima della scadenza del titolo e secondo quanto previsto dalla normativa flussi, inviava al SUI di Taranto, per il tramite del CAF di Massafra, la domanda di verifica della sussistenza della quota per la conversione del permesso per lavoro stagionale in permesso per lavoro subordinato non stagionale (modello VB), allegando la proposta di contratto di soggiorno, il modello Unilav, i dati dell’impresa (CCIAA, posizione previdenziale e fiscale), l’idoneità alloggiativa e la cessione di fabbricato. Il 18 marzo 2026 – a procedimento ancora non definito e senza che fosse mai pervenuta alcuna risposta alla domanda – il Prefetto di Taranto adottava decreto di espulsione, ritenendo il lavoratore irregolarmente presente sul territorio nazionale per intervenuta scadenza del permesso per lavoro stagionale. LE POSIZIONI DELLE PARTI Il ricorrente impugnava tempestivamente il decreto davanti al Giudice di Pace di Taranto, deducendo di essere in attesa della conversione e di essere in possesso della ricevuta dell’invio telematico della domanda. L’Amministrazione si costituiva sostenendo la legittimità dell’espulsione: la domanda di conversione sarebbe risultata fuori quota e, in quanto tale, non destinataria di alcun provvedimento di rigetto. Precisava inoltre di non essere tenuta a provvedere espressamente su un’istanza tardivamente presentata, costituendo la verifica della sussistenza della quota annuale attività meramente endoprocedimentale. IL QUADRO NORMATIVO RICHIAMATO DALLA DIFESA È principio consolidato che chi abbia presentato domanda di conversione tramite decreto flussi e sia in possesso della relativa ricevuta non possa essere espulso: la ricevuta garantisce la regolarità del soggiorno per tutta la fase di verifica e definizione della procedura, con conseguente diritto a permanere e a svolgere attività lavorativa. In tal senso si pone anche la Circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 10 del 5 maggio 2025, che chiarisce la possibilità per i titolari di permesso stagionale di svolgere attività lavorativa non stagionale nelle more della decisione sulla domanda di conversione. L’art. 24, comma 10, del D.Lgs. n. 286/1998 riconosce la conversione del permesso stagionale in permesso per lavoro subordinato al lavoratore che abbia svolto regolare attività lavorativa per almeno tre mesi e abbia ricevuto un’offerta di lavoro subordinato. Il D.L. n. 145 dell’11 ottobre 2024, convertito con modificazioni dalla Legge n. 187 del 9 dicembre 2024, ha poi escluso tali conversioni dal sistema delle quote, sottraendo la procedura a qualsiasi contingentamento numerico. Quanto al modello VB, al tempo della presentazione della domanda esso non assolveva alla sola funzione di verifica della quota: era l’unico modulo tipizzato e utilizzabile per attivare la procedura di conversione, e dunque l’atto di impulso procedimentale indispensabile, in mancanza del quale la domanda non avrebbe potuto neppure essere istruita. Non si trattava quindi né di una mera comunicazione ricognitiva né di un adempimento istruttorio fine a se stesso. Dopo la soppressione del sistema delle quote per talune tipologie di conversione, il modello ha conservato la vecchia dicitura ma ha assunto una diversa funzione: non più verifica del contingente, bensì attività istruttoria volta all’accertamento dei requisiti sostanziali, quali la regolarità del rapporto e l’idoneità dell’offerta di lavoro. In entrambi i regimi, tuttavia, esso resta lo strumento esclusivo per l’avvio e la gestione del procedimento, rispetto al quale l’Amministrazione è tenuta a concludere con provvedimento espresso di accoglimento o di rigetto, motivato e comunicato all’interessato. Nel caso di specie nessuna comunicazione formale sull’esito della verifica era mai pervenuta al ricorrente. Tutte le comunicazioni avrebbero dovuto essere effettuate ai recapiti espressamente indicati in domanda – indirizzo di residenza e indirizzo di posta elettronica – ovvero mediante convocazione personale: la sola pubblicazione sul portale informatico, in assenza di notifica diretta, non è sufficiente né conforme ai principi di trasparenza e partecipazione procedimentale. LA DECISIONE All’esito di un’accurata istruttoria il Giudice di Pace ha accolto il ricorso, rilevando anzitutto che il modello VB inviato il 3 agosto 2023, prima della scadenza del titolo, era corredato della proposta di contratto sottoscritta dal datore di lavoro e della documentazione a supporto, e che «per principio pacificamente acquisito» l’invio telematico della pratica di conversione attesta la regolarità del soggiorno sino all’esito della pratica medesima. Ha quindi ritenuto sussistente in capo alla Prefettura l’obbligo di provvedere espressamente sull’istanza, come del resto confermato dalla stessa Amministrazione nel richiamare TAR Lecce n. 763/2024 del 5 giugno 2024; obbligo che permane nei medesimi termini anche qualora la domanda di conversione sia presentata tardivamente (Consiglio di Stato n. 7995/2022 e, ex plurimis, TAR Puglia n. 83 del 27 febbraio 2025). Poiché al momento dell’emissione del decreto di espulsione l’esito della pratica non era stato comunicato all’interessato, il Giudice di Pace, definitivamente pronunciando sul procedimento R.G. n. 1946/2026, ha accolto il ricorso e annullato il decreto di espulsione «nonché ogni altro atto al predetto connesso, sia esso presupposto, connesso o consequenziale». PERCHÉ LA DECISIONE È RILEVANTE Da diversi anni lo Sportello Unico per l’Immigrazione della Prefettura di Taranto sostiene che alle domande di conversione non debba seguire un atto finale espresso di accoglimento o rigetto. Il risultato è che numerose pratiche restano pendenti a tempo indeterminato, senza che lavoratori e datori di lavoro possano conoscere l’esito delle domande presentate per regolarizzare l’assunzione di manodopera straniera e, in molti casi, esponendo il lavoratore all’espulsione dal territorio nazionale. La pronuncia del Giudice di Pace di Taranto afferma il contrario: il procedimento va concluso con provvedimento espresso e comunicato, e fino a quel momento il soggiorno resta pienamente legittimo. Giudice di Pace, sentenza n. 1099 del 26 maggio 2026 Si ringrazia Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione.
«Acqua sporca»
Parte dall’improvvisa decisione di Neela di lasciare l’Italia dopo trent’anni di lavoro per tornare definitivamente in Sri Lanka, il romanzo di Nadeesha Uyangoda pubblicato da Einaudi e vincitrice del premio Campiello Opera prima 1 e finalista al Premio Strega 2026. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella piú piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa. Leggi un estratto del libro Nadeesha Uyangoda è una scrittrice italofona nata in Sri Lanka, autrice del libro L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd 2021) – vincitore del Premio Sila nella sezione Economia e Società e del Premio Rapallo Speciale Anna Maria Ortese – e di Corpi che contano (66thand2nd 2024). Per Einaudi ha pubblicato Acqua sporca (2025). Inoltre, è ideatrice del podcast Sulla Razza (Juventus/OnePodcast), ha scritto per media nazionali e stranieri e cura la rubrica Il libro di «Internazionale». 1. Motivazione: Acqua sporca, romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, dà voce, con intensità narrativa e limpidezza stilistica, alle fratture e alle appartenenze multiple del mondo contemporaneo, trasformando una vicenda familiare e migratoria in una narrazione polifonica sull’identità, la memoria e l’eredità affettiva. Attraverso una scrittura insieme nitida e simbolica, il romanzo intreccia esperienze individuali e storia collettiva, restituendo il senso dello spaesamento, del ritorno e della ricerca di sé tra lingue, culture e generazioni diverse. Acqua sporca si impone, pertanto, come voce originale ma già ben riconoscibile nella narrativa italiana contemporanea. ↩︎
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Sandro Mezzadra
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, una radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo con Sandro Mezzadra, professore di Filosofia politica all’Università di Bologna e attivista del collettivo Euronomade. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA EFFETTIVAMENTE UN CAMBIAMENTO DI PARADIGMA OPPURE È IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Direi che rappresenta una svolta nella continuità. Il Patto è stato preparato da un lungo sviluppo delle politiche migratorie e di controllo dei confini europei, anche prima dell’ultimo decennio. Indubbiamente, però, c’è una svolta, che credo debba essere compresa in una prospettiva globale, guardando al modo in cui le politiche migratorie e i regimi di controllo dei confini si sono trasformati e induriti negli ultimi anni anche in altre parti del mondo. Un aspetto che mi colpisce molto nel Patto è il tendenziale superamento della distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Mi pare che diventi centrale, nei dispositivi proposti dal Patto, il soggetto mobile da filtrare. Fondamentalmente, di migrazione economica nel Patto non si parla. Credo che questa sia una questione da interrogare, perché la migrazione economica continua a esistere e, in Europa come in altre parti del mondo, nei prossimi anni continuerà a esserci bisogno di migrazione economica. Una prima indicazione che emerge da questa analisi è quindi la necessità di prestare attenzione al modo in cui la migrazione economica viene gestita. In Europa questo avviene fondamentalmente su base nazionale e attraverso schemi che riprendono la logica della “migrazione scelta”, una formula utilizzata oltre vent’anni fa da Nicolas Sarkozy quando, se non ricordo male, era ancora ministro dell’Interno. Penso che sia importante, dal nostro punto di vista, ricomporre ciò che il Patto tende a separare: da una parte le politiche di filtro della mobilità cosiddetta irregolare, dall’altra l’allestimento di schemi di reclutamento della migrazione economica, che seguono percorsi molto diversi rispetto a quelli definiti all’interno del Patto. D. TI RINGRAZIO PER QUESTA PANORAMICA E ANCHE PER AVER RICHIAMATO LA NECESSITÀ DI RICOMPORRE CIÒ CHE IL PATTO TENDE A SEPARARE. CHE COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? QUALE IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE? NELLA TUA PRIMA RISPOSTA HAI GIÀ AFFRONTATO IN PARTE QUESTI TEMI: C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE AGGIUNGERE DA QUESTO PUNTO DI VISTA? R. Certamente. Dicevo prima che il Patto tende a superare la distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Vorrei far notare che, dal punto di vista dell’analisi critica, questo è stato uno dei punti d’onore degli studi sulle migrazioni negli ultimi anni. Ciò che allora veniva individuato criticamente oggi viene invece affermato positivamente. In fondo qualcosa di simile si può dire anche a proposito dell’idea di confine che emerge dal Patto. Negli ultimi venti o venticinque anni molti e molte di noi hanno messo in evidenza come il confine non coincida affatto con la linea che, sulla mappa, separa territori statali unificati. Mi pare che questa scomposizione del confine sia ulteriormente accelerata dal Patto. Il confine appare concepito come un insieme di dispositivi che operano lungo l’intera traiettoria della mobilità. Possiamo anche dire che, in qualche modo, il confine precede la mobilità. È un’affermazione significativa, perché noi abbiamo sempre insistito sul fatto che è la mobilità a precedere il confine: sono le forme e le pratiche della mobilità a determinare le trasformazioni di un confine che è sempre all’inseguimento di quelle forme e di quelle pratiche. Il Patto introduce invece un elemento politico molto forte, che tende a rovesciare questo rapporto. Inoltre, credo che, distribuito lungo una molteplicità di spazi, il confine costruisca una geografia europea del mondo, attraverso l’indicazione delle modalità con cui le politiche europee si rapportano a soggetti che provengono da diverse parti del mondo. Anche questa, di per sé, non è una novità. Avevamo messo in evidenza già molti anni fa come le politiche migratorie europee costituissero una componente fondamentale del modo in cui l’Europa costruisce il proprio rapporto con il mondo. Mi pare, tuttavia, che qui ci sia un salto di qualità. La geografia europea del mondo costruita attraverso questa distribuzione dei confini lungo una molteplicità di spazi è mediata in modo essenziale dalle infrastrutture digitali. Anche questo è un punto che credo debba essere segnalato come estremamente importante. D. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI IN TEMA DI MIGRAZIONI. HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, IN CASO DI RISPOSTA AFFERMATIVA, QUAL È LA RAGIONE DI QUESTA DIFFICOLTÀ? HA A CHE FARE CON LA PRODUZIONE DI QUESTI SAPERI, CON LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE, DAL TUO PUNTO DI VISTA, SONO RILEVANTI ALTRE FORME DI BLOCCO? R. Intanto direi che negli ultimi anni c’è stato un grandissimo investimento all’interno degli studi critici sulle migrazioni e sui confini. Molte ricercatrici e molti ricercatori, attiviste e attivisti, si sono dedicati con grande passione e generosità allo studio critico delle migrazioni e dei confini. Uno studio critico che ha conosciuto un grande sviluppo in Italia, così come a livello internazionale. Tuttavia la mia impressione, che in fondo conferma quello che dicevi nella tua domanda, è che ci si trovi effettivamente di fronte a un’impasse. Un’impasse che qualificherei prima di tutto in termini politici. Mentre la destra, in Europa e altrove nel mondo, costruisce aberranti progetti politici complessivi a partire dal contrasto della migrazione, gli studi critici sono in qualche modo ripiegati sullo specialismo. Si sono progressivamente accomodati all’interno di nicchie. Dicevamo, anni fa, che la migrazione è una lente che consente di leggere il mondo nel suo insieme: la società, lo sviluppo del capitalismo, le lotte sociali e di classe. Questa prospettiva oggi, paradossalmente, è appropriata dalle destre estreme che, naturalmente, a partire dalle migrazioni costruiscono aberranti progetti politici complessivi. Rispetto alla nostra parte, quello che si può dire è che, all’interno del discorso pubblico, i saperi giuridici hanno qualche spazio, così come l’umanitarismo, rappresentato tanto dalle organizzazioni della società civile quanto, in modo particolare, dalla Chiesa cattolica. Saperi giuridici e umanitarismo sono entrambi essenziali, ma anche insufficienti a costruire, a partire dalla migrazione, un’idea di mondo che permetta di giocare non soltanto in difesa all’interno del discorso pubblico. Mi sembra che quello che manca – naturalmente non è una responsabilità che attribuisco a qualcuno; in primo luogo la attribuisco a me stesso – sia una visione, tra molte virgolette, “positiva”. Oggi non è venuto meno il rapporto tra studi critici sulle migrazioni e attivismo, ma questo rapporto si sviluppa fondamentalmente, da una parte, all’interno dell’accademia e, dall’altra, all’interno di spazi di confine che non riusciamo a rimettere al centro di un’analisi complessiva della società e del mondo in cui viviamo. D. IN EFFETTI LA PARABOLA DELLA REMIGRAZIONE È UN AMBITO IN CUI È MOLTO EVIDENTE LA TENSIONE CHE DESCRIVI. LA DESTRA AGITA UN IMMAGINARIO MOLTO FORTE, ABERRANTE MA STRUTTURATO, MENTRE I MOVIMENTI LO CONTESTANO, IN MANIERA MOLTO OPPORTUNA, COME È AVVENUTO ANCHE CON LA GRANDE MOBILITAZIONE DEL 13 GIUGNO QUI A ROMA. EPPURE FATICANO ANCORA A ELABORARE UNA PROSPETTIVA AUTONOMA SULLE MIGRAZIONI. TORNANDO AL PATTO, QUALI STRUMENTI – INTESI COME CATEGORIE, ELEMENTI TEORICI, DIMENSIONI ANALITICHE O ANCHE PRATICHE MILITANTI – TI SEMBRANO OGGI UTILI PER LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI STRUMENTI, ELABORATI NELL’AMBITO DEGLI STUDI CRITICI O DELLE PRATICHE DI MOVIMENTO, TI SEMBRANO INVECE OGGI INSUFFICIENTI O NON PIÙ ADEGUATI PER CONFRONTARSI POLITICAMENTE CON LE SFIDE POSTE DAL PATTO? R. Evidentemente il Patto chiama in causa, prima di tutto, il lavoro di avvocate e avvocati. Richiede la mobilitazione di quelli che prima chiamavo i saperi giuridici, ed è una mobilitazione fondamentale. Vorrei sottolineare la straordinaria generosità di avvocate, avvocati, giuriste e giuristi. Provo però a dire qualcosa che va oltre questo aspetto e, in qualche modo, anche oltre il Patto. Penso che sia fondamentale, ancora una volta, cercare di istituire collegamenti tra quello che accade nelle nostre città e quello che accade lungo i confini. La flotta civile mobilitata nel Mediterraneo deve diventare, ancora più di quanto non sia, una lente che ci permetta di cogliere le dinamiche, i movimenti e i conflitti della migrazione all’interno delle nostre città. D’altro canto, se guardiamo alle lotte sociali più significative degli ultimi anni – alle lotte per la casa, alle lotte sul lavoro – il protagonismo migrante è innegabile. Dobbiamo però essere in grado di collegarlo con quanto accade lungo i confini. E qui, se vuoi, c’è anche il collegamento con il Patto. Riprendo poi quello che dicevo prima: la necessità di collegare la lotta contro gli effetti del Patto – cioè, per dirla molto rapidamente, contro i suoi effetti di esclusione – con la lotta intorno ai nuovi schemi di reclutamento e, dunque, con quella che negli anni scorsi abbiamo definito “inclusione differenziale”. C’è poi un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda un aspetto fondamentale dei confini. Ormai molti anni fa, all’inizio del secolo, Étienne Balibar sottolineava come ciascun confine dovesse essere analizzato criticamente dal punto di vista del ruolo che svolge all’interno della configurazione del mondo. Sottolineava, cioè, che esiste un’articolazione dei confini e che questa articolazione contribuisce a determinare la configurazione del mondo. Ecco, a me sembra che oggi la configurazione del mondo sia a pezzi. Quando parliamo di una congiuntura di guerra ci riferiamo precisamente a questa disarticolazione della configurazione del mondo. Qui naturalmente si apre un problema che riguarda il rapporto tra confini e guerra, ma anche, più in generale, la riorganizzazione degli spazi e dei regimi della mobilità globale in una congiuntura segnata dalla guerra. Credo che questo sia un punto fondamentale per lo sviluppo degli studi critici sui confini nel prossimo futuro. D. PER CHIUDERE, ABBIAMO IMMAGINATO UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ESSERE UTILE A QUESTA GALASSIA DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI, AVVOCATE E AVVOCATI CHE IN QUESTE SETTIMANE STANNO STUDIANDO LA NUOVA NORMATIVA, ORGANIZZANDO FORMAZIONI E AUTOFORMAZIONI E PREPARANDO I PRIMI VIAGGI ALLE FRONTIERE PER MONITORARE GLI EFFETTI DEL PATTO. CI PIACEREBBE CONTRIBUIRE, PER QUANTO POSSIBILE, A COSTRUIRE QUESTA IDEALE CASSETTA DEGLI ATTREZZI, FORNENDO STRUMENTI DI APPROFONDIMENTO CHE NON SIANO SOLTANTO GIURIDICI. CHE COSA CONSIGLIERESTI DI METTERCI DENTRO? QUALI LIBRI, ARTICOLI, FILM O ALTRI MATERIALI SUGGERIRESTI A CHI, CON GRANDE GENEROSITÀ, STA INIZIANDO A CONFRONTARSI CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO? R. Restando all’Italia, per quanto riguarda gli studi sulle migrazioni e sui confini c’è solo l’imbarazzo della scelta. Credo che sia importante continuare a tenere al centro della nostra discussione la libertà di movimento. Il libro di Gennaro Avallone, uscito da poco, ci permette di farlo. Ho sempre sottolineato l’importanza del rapporto tra migrazioni e lavoro, tra migrazioni e trasformazioni del lavoro. Vorrei quindi indicare un libro che considero molto originale e importante, quello di Davide Sacchetto e Gabriella Alberti, Lavoro migrante. Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario. Per me è più importante, sulla base di quello che dicevo prima, sottolineare l’importanza che attiviste e attivisti che lavorano sui confini e sulle migrazioni si formino anche attraverso libri che non affrontano direttamente il tema delle migrazioni. Dal Capitale di Marx ai libri sull’intelligenza artificiale – penso, ad esempio, al libro di Matteo Pasquinelli – fino ai lavori sul capitalismo contemporaneo e sulla logistica. Penso, ad esempio, al libro di Deborah Cowen sulla logistica, che considero estremamente importante perché ricostruisce le trasformazioni di un paradigma della mobilità delle merci che ha implicazioni estremamente significative anche per la gestione della mobilità delle persone. Poi, dato che menzioni anche i film, ne ricordo due. Il primo è Green Border, di Agnieszka Holland, che penso costituisca un monito rispetto a quella che è la realtà – in questo caso quella del confine tra Polonia e Bielorussia – da cui nasce il Patto. L’ultima indicazione è Human Flow, il film di Ai Weiwei del 2017, che ricostruisce quella dimensione globale delle migrazioni, tra guerre, espropriazioni, collasso ambientale e repressione politica, che non dobbiamo mai dimenticare. Francesco Ferri: Molte grazie, Sandro, per questa panoramica, per i consigli e anche per l’invito a collocare lo sguardo critico sulle migrazioni all’interno di una prospettiva globale, sia dal punto di vista dello spazio sia da quello dei saperi necessari per affrontare adeguatamente le sfide poste dal Patto. Ti ringraziamo molto e ti auguriamo una buona giornata. Sandro Mezzadra: Grazie anche a te e anche a voi. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026
Accoglienza e rigenerazione nelle aree interne: il caso di Camini
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- City St George’s, University of London ACCOGLIENZA E RIGENERAZIONE DEMOGRAFICA NELLE AREE INTERNE ITALIANE: IL CASO DI CAMINI TRA MODELLO E PRECARIETÀ ISTITUZIONALE Tesi di laurea magistrale di Francesca Chiara Cardone (6 maggio 2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’Italia conta circa quattromila comuni classificati come aree interne: un concetto che definisce i territori montani, collinari e rurali i cui residenti devono percorrere più di venti minuti per raggiungere l’ospedale, la scuola secondaria o la stazione ferroviaria più vicini. La classificazione delle aree interne è stata introdotta a partire dal 2014 per riportare l’attenzione delle politiche pubbliche su un fenomeno a lungo trascurato (De Rossi, 2019). Dal secondo dopoguerra, i territori interni italiani hanno conosciuto una progressiva marginalizzazione, con calo della popolazione, diminuzione dell’occupazione e ritiro dei servizi, processi aggravati dall’instabilità idrogeologica determinata da decenni di abbandono del territorio (Barca, Casavola e Lucatelli, 2014; Carrosio, 2019). Il fenomeno è stato ampiamente documentato nella letteratura accademica e diffusamente trattato dalla stampa. Ciò che ha ricevuto un’attenzione sistematica molto minore è l’intersezione tra questa crisi demografica e il sistema italiano di accoglienza comunitaria dei migranti, il SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), e, in particolare, il modo in cui i programmi di accoglienza strutturata hanno, in un ristretto numero di casi, dimostrabilmente invertito lo spopolamento, riaperto scuole e restituito vita civica a luoghi che stavano scomparendo. Il progetto giornalistico che questa rassegna della letteratura accompagna è un reportage lungo su Camini, un villaggio di ottocento abitanti in Calabria che ha invertito il proprio declino demografico in quindici anni grazie al programma di accoglienza Jungi Mundu, gestito dalla cooperativa Eurocoop Servizi nel quadro del sistema SAI. L’articolo sostiene due argomentazioni interconnesse: primo, che pur con i suoi limiti il modello funziona, producendo una rigenerazione demografica, economica e sociale misurabile; secondo, che è strutturalmente fragile, poiché dipende interamente dalla volontà politica di un singolo sindaco eletto. Queste argomentazioni si fondano su un lavoro sul campo originale: interviste a migranti che vivono all’interno del programma, alla cooperativa e ai funzionari comunali che lo hanno costruito, al sindaco di Rovigo, città che ha smantellato un programma venticinquennale con un solo voto in consiglio comunale, e a ricercatori accademici e analisti delle politiche dell’UE che collocano Camini in un contesto comparato e istituzionale. Questo tema si presta all’approfondimento accademico per tre ragioni. Primo, l’intersezione tra spopolamento rurale e accoglienza dei migranti si colloca al confluire di diversi dibattiti accademici attivi, nella demografia, negli studi migratori, nella teoria dell’integrazione e nella governance multilivello, nessuno dei quali ha finora esaminato i due fenomeni come un’unica questione di policy integrata. Secondo, il divario tra ciò che funziona a livello locale e ciò che viene tentato a livello nazionale ed europeo non è, come dimostra la letteratura qui esaminata, un problema di conoscenza ma un problema politico: comprenderlo richiede di mappare con precisione il panorama accademico e delle politiche. Terzo, giornalismo e letteratura accademica sono qui strutturalmente complementari in modi che rendono l’accostamento intellettualmente produttivo: la componente accademica fornisce i quadri analitici e la base di evidenze; il progetto giornalistico fornisce il racconto granulare, specifico per luogo e multiprospettico che la ricerca accademica non può facilmente generare. Questa componente accademica esamina quanto ricercatori, commentatori e operatori hanno scritto su cinque ambiti interconnessi: lo spopolamento rurale e la crisi delle aree interne italiane; la migrazione come risposta demografica al declino della popolazione nel contesto europeo; la base di evidenze sull’integrazione comunitaria nei contesti rurali; il discorso che inquadra la migrazione in Europa; e la governance dei sistemi di accoglienza decentrati e la loro fragilità strutturale.
Iscrizione gratuita al SSN anche con PdS per residenza elettiva: la Regione Lombardia dovrà rimborsare le persone straniere invalide
La Corte d’Appello e il Tribunale di Milano danno seguito alla sentenza della Corte Costituzionale: la Regione Lombardia dovrà iscrivere gratuitamente al SSN le persone straniere titolari di permesso per residenza elettiva e a restituire le somme pagate per l’iscrizione. Con due sentenze depositate in data 17 luglio 2026, la Corte d’Appello e il Tribunale di Milano, accogliendo il ricorso di ASGI, APN, EMERGENCY e NAGA e di singoli cittadine e cittadini extra UE, hanno applicato in Regione Lombardia la sentenza della Corte Costituzionale 97/2026 in base alla quale il diritto all’iscrizione gratuita al SSN spetta anche alle persone straniere titolari di una pensione di inabilità (e per questo detentrici di un permesso di soggiorno “per residenza elettiva”) se tale permesso deriva dalla conversione di un precedente permesso che dava titolo all’iscrizione gratuita. In altre parole, spiegano le associazioni, la persona straniera che aveva diritto all’iscrizione non lo perde per il solo fatto di aver mutato il suo permesso di soggiorno nel momento in cui diviene invalida. La Corte d’Appello ha confermato che la situazione verificatasi sino ad ora costituiva una discriminazione sia per nazionalità (perché escludeva dal diritto alle cure gratuite una parte di persone straniere) sia per disabilità (perché le escludeva proprio in quanto disabili) e ha ordinato alla Regione di adottare tutti i provvedimenti necessari affinché le ASST della Regione applichino immediatamente tali regole. La conseguenza è anche il diritto alla restituzione delle somme che in passato sono state pagate dalle persone straniere (2000 euro l’anno dal gennaio 2024) come infatti il Tribunale di Milano ha deciso in altra sentenza nella medesima data, accogliendo il ricorso di singoli cittadine e cittadini stranieri. ASGI, APN, EMERGENCY e NAGA esprimono la piena soddisfazione per questi primi sviluppi della sentenza 97/2026 che pongono fine, purtroppo solo dopo più di 20 anni di applicazione (da tanto tempo è infatti richiesto il pagamento per l’iscrizione al SSN, sebbene prima del 2024 la cifra fosse inferiore a 2.000 euro), a una situazione che vedeva escluse dal SSN gratuito proprio le persone in condizioni di maggior bisogno. Le associazioni, infine, invitano Regione Lombardia ad adempiere tempestivamente quanto disposto dai giudici e a predisporre una procedura rapida per i rimborsi; invitano anche le altre regioni ad adeguarsi ai predetti principi al fine di evitare ulteriori contenziosi e il protrarsi di una situazione di grave ingiustizia. Tribunale di Milano, sentenza n. 3833 del luglio 2026 Corte d’Appello Milano, sentenza del 16 luglio 2026
Ghorba. Il prezzo del movimento
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 È la parola della distanza che si infila sotto pelle, della nostalgia che è dolore del ritorno. Non vuol dire solo essere lontani da casa, ma sentirsi stranieri, sospesi nel luogo in cui si è arrivati. La sua radice indica il tramonto del sole che lascia spazio all’ombra della sera: il momento in cui le cose familiari si allontanano e l’ignoto prende forma. Nel Maghreb è diventata la parola dell’assenza, delle partenze che promettono futuro ma lasciano dietro di sé legami incompiuti. Il ghorba entra nel cuore di chi parte e lo costringe a vivere in due luoghi senza appartenere del tutto all’uno o all’altro. È  diverso dal viaggio. Non è il movimento, ma il suo prezzo. È crepa silenziosa che la distanza genera:  nelle relazioni, nelle parole, fino all’immagine di sé che si genera. Ricorda che partire a volte significa arrivare, a volte, invece, imparare a vivere tra due rive, con una casa nel cuore e nessuna sotto i piedi. GHORBA a cura di Filippo Torre, Università di Genova Ghorba è un’importante parola e un concetto centrale che attraversa tutta la cultura araba; esprime la lontananza, l’alienazione, l’esilio, la sensazione di trovarsi in un luogo dove ci si sente stranieri e insicuri, una sensazione che si può vivere tanto nel proprio paese quanto, soprattutto, all’estero, lontano dal comfort del proprio quartiere e dei propri affetti. Viene dalla radice gharb, che indica il tramonto del sole, e simboleggia la paura dell’ignoto e dell’oscurità. La parola ghorba è diventata estremamente popolare in Tunisia e in tutto il Maghreb quando – durante il periodo coloniale e postcoloniale – l’emigrazione all’estero, per la maggior parte verso l’Europa, si è trasformata in un fatto culturale, un fenomeno di massa; il tema dell’esilio è entrato dentro la musica, la letteratura, l’arte e il cinema, è divenuto un topos evocato in molteplici forme dai cittadini maghrebini che si sentono esiliati nel proprio paese o che si trovano bloccati nel «di fuori», fil-barra. Abdelmalek Sayad, un sociologo che si è formato con Pierre Bourdieu e ha portato avanti studi pionieristici sulle migrazioni, è stato il primo a mettere in luce la sofferenza sociale dell’esperienza del ghorba, in cui i migranti non sono mai completa mente «qui» né del tutto «lì». Rimanendo intrappolati tra la nostalgia dei legami che si sono lasciati alle spalle e la ricerca di distanziamento ed emancipazione, finiscono spesso per mistificare l’esperienza della migrazione fornendo un racconto edulcorato della «bella vita» in Europa. La stessa parola harraga (i «bruciatori» di frontiere), che contiene un sotteso elemento celebrativo che implica di dover superare una prova di coraggio (si veda Harraga), è ben più utilizzata dai migranti undocumented in Europa rispetto al termine mughtaribin («esiliati»), una rappresentazione che tende a suggerire una sconfitta, un’accettazione passiva della propria condizione di stranieri senza orizzonti stabili. Se harga sottintende la sfida ed è un invito all’azione, ghorba evoca invece un destino doloroso che si deve sopportare, dove il non sentirsi a casa rende sempre più desiderabile l’opzione del ritorno. È questa percezione di mancato inserimento – derivante dal non riuscire a costruire un senso di casa all’estero (per la mancanza strutturale di documenti, di un’abitazione o di un lavoro stabile) – che, nel percorso di molti migranti maghrebini, è rimossa dal racconto e dalla condivisione (di persona o sui social network) della propria esperienza migratoria, che – nella doxa ufficiale deve essere rappresentata come sinonimo di arricchimento ed emancipazione. ESEMPI DAL CAMPO Il ghorba mi ha insegnato tanto, tantissimo, tra cui il fatto che ci siamo mescolati con le persone, ma non conosciamo davvero noi stessi. Il ghorba mi ha insegnato che possediamo tante cose, ma non sappiamo metterle insieme. Il ghorba mi ha ricordato quella lacrima che mia madre tratteneva quando ero bambino. Con il tempo ho capito che le relazioni hanno dei confini, e che la distanza può spezzare, anche solo con le parole. Estratto di una canzone rap scritta da Hisham, migrante marocchino in Europa
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎