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Mehdi Bouzguenda è stato liberato
Dopo quasi tre settimane di detenzione illegale,  Mehdi Bouzguenda è stato liberato e si è ricongiunto con i suoi amici e la sua famiglia in Tunisia. Festeggiamo la sua libertà, ma dieci dei nostri volontari rapiti rimangono detenuti a Bengasi . Il loro rilascio immediato non è negoziabile. E non sono soli.  Quasi 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti dal regime israeliano. Ogni singolo giorno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo sono detenute ingiustamente, i loro diritti ignorati, le loro sofferenze invisibili. Non distoglieremo lo sguardo. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti. Mobilitiamoci. Continuiamo a fare pressione. Global Sumud Flotilla
June 8, 2026
Pressenza
La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.  La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT), una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno. Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata. Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto. Approfondimenti LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women State Trafficking al Parlamento Europeo  Nicoletta Alessio 23 Aprile 2026 La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.  Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione, anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire. Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione. Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri. Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti, capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi, ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare. Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».  Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla spiaggia. LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026 Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro. Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia. L’unica. Non si esce di lì. Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano trasferita in prigione. MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54 Una foto, sfuocata.  Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati. Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo. Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne. Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne vengono violentate lì.  Prima e ora, ancora Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale. I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati. La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione – visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le politiche migratorie nel Mediterraneo centrale. INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove. Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o quasi. La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte, che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice dell’Unione europea. Comunicati stampa e appelli WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X] Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22 aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato 29 Aprile 2026 > La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme. Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua condizione di vulnerabilità. Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo. Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile anche quando è sotto lo sguardo di tutti.  Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea. L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare. Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando. Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.  Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri con cui siamo in contatto sono in Tunisia.  La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto. 1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎
Palestina sul tetto del mondo
Articoli di Alessandra Filippi, Michele Giorgio, Marwa Rommaneh, Maurizio Perriello, Alessandro Lamberti, Gian Luca Gasca, Mario Sommella, Linda Maggiori, Chiara Cruciati ed altro. Con video e audio. SOMMARIO DI QUESTO DOSSUIER 1 – aggiornamenti da Anbamed; 2 – Alessandra Filippi sulla occupazione progressiva di Gaza; 2 – Michele Giorgio sui dati personali dei palestinesi; 3 – Marwa Rommaneh sulla scomparsa
La Sumud prigioniera in Libia: un aggiornamento
Con una attivista della Land Convoy to Gaza, diamo un aggiornamento sulla situazione degli 11 attivisti e attiviste prigioniere nella Libia orientale dal 24 maggio scorso, in uno dei centri illegali di detenzione non ufficiale gestiti da milizie armate. Gli aggiornamenti sulla condizione de* detenut* sono esclusivamente informali, dal momento che è molto difficile portare avanti un dialogo sia con le autorità libiche che con i rappresentanti della diplomazia italiana a Bengasi, il cui atteggiamento sembra improntato ad un'accondiscendente prudenza. Le notizie che trapelano sulle condizioni di detenzione sono, però, molto preoccupanti ed invitano tutte e tutti alla mobilitazione
June 6, 2026
Radio Onda Rossa
Ancora detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame
Sono ormai da 13 giorni detenuti in Libia, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie. Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, […] L'articolo Ancora detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame su Contropiano.
June 6, 2026
Contropiano
I detenuti del Global Sumud Land Convoy in sciopero della fame in un sito di detenzione segreto in Libia
La Global Sumud Flotilla lancia un appello urgente e vitale per gli 11 volontari umanitari arbitrariamente detenuti in Libia. Dieci degli undici detenuti sono giunti al quarto giorno consecutivo di un duro sciopero della fame e della sete, rifiutando sia il cibo sia l’acqua, per protestare contro la loro detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della custodia e i maltrattamenti subiti. Ad oggi, le condizioni di salute dei volontari in sciopero stanno peggiorando rapidamente. Nella giornata di ieri sono stati segnalati diversi episodi di svenimento, che hanno colpito in particolare le donne. Nonostante la gravità del deterioramento fisico, le autorità libiche continuano a negare qualsiasi monitoraggio medico indipendente. Nessun team sanitario esterno è stato autorizzato a visitare i detenuti. I medici presenti all’interno della delegazione stessa sono costretti a monitorare e assistere i propri compagni in condizioni critiche, pur essendo essi stessi estremamente debilitati. Reclusi in “siti neri” e sottoposti a guerra psicologica I volontari sono attualmente detenuti in una struttura carceraria isolata e non civile gestita dal Ministero dell’Interno, nota localmente come “black site” (sito nero). Privati dei loro diritti fondamentali, i delegati stanno affrontando una sistematica campagna di pressione psicologica e interrogatori intensivi. Queste sono le informazioni che provengono dalla struttura dove sono sequestrati:  Isolamento totale: i detenuti rimangono completamente tagliati fuori dal mondo esterno, senza alcun contatto con le proprie famiglie e senza accesso a una rappresentanza legale indipendente. False speranze strumentalizzate: le autorità stanno deliberatamente sommergendo i volontari di informazioni contraddittorie, promettendo ripetutamente il rilascio ogni due giorni per minarne la resistenza psicologica. Manipolazione giudiziaria: ai detenuti è stato comunicato che compariranno davanti a un tribunale il prossimo martedì. Tuttavia, alla luce di una costante serie di inganni amministrativi, i volontari ritengono che si tratti dell’ennesima tattica volta a destabilizzarli emotivamente e a prolungare la loro detenzione arbitraria. Le origini della crisi La crisi è iniziata il 24 maggio, quando una delegazione negoziale composta da dieci membri si è avvicinata a Sirte in buona fede per discutere con le autorità libiche il passaggio sicuro del convoglio umanitario. Invece di essere accolta per il dialogo, la delegazione è stata caricata con la forza su furgoni senza contrassegni e fatta sparire. Ai dieci delegati si aggiunge Mehdi Bouzguenda, volontario tecnico tunisino di 24 anni, arrestato il 19 maggio mentre rientrava nel proprio Paese. Il 2 giugno la loro detenzione arbitraria è stata prorogata di ulteriori dieci giorni con il pretesto di presunte violazioni delle norme sull’immigrazione, nonostante tutti i volontari fossero in possesso di visti validi e fossero entrati legalmente nel Paese. La Global Sumud Flotilla avverte le autorità libiche e il Ministero dell’Interno che esse portano la piena responsabilità giuridica e morale per la vita e l’integrità fisica di questi operatori umanitari internazionali. Uno sciopero della fame e della sete può avere conseguenze rapidamente fatali; senza un intervento immediato, questa crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una tragedia. Chiediamo con urgenza: * L’immediato accesso di osservatori medici indipendenti * L’accesso dei rappresentanti consolari internazionali * Il rilascio immediato e incondizionato degli 11 volontari detenuti   * Global Sumud Flotilla
June 5, 2026
Pressenza
Aurora 2, la nuova nave di Sea-Watch contro i fermi del governo e per la convergenza della società civile in mare e a terra
Aurora 2 entra a far parte della flotta civile di Sea-Watch per contrastare la strategia del governo italiano di ostacolo al soccorso in mare. Simbolo della convergenza delle lotte di mare e di terra, in alleanza con il collettivo di fabbrica ex GKN, porterà permanentemente la bandiera palestinese, manifesto di solidarietà contro genocidio, economia di guerra, sfruttamento, respingimenti e violazioni dei diritti fondamentali. Una nuova nave arriva a rafforzare la flotta civile, in nome dell’unione di forze della società civile in mare e a terra. Si chiama Aurora 2 e insieme alla nave Sea-Watch 5 e ai nostri tre aerei, permetterà a Sea-Watch di continuare a soccorrere le persone abbandonate in mare o respinte verso i Paesi da cui cercano di fuggire. Dal 2015, Sea-Watch ha contribuito al soccorso di oltre 50.000 persone nel Mar Mediterraneo. Aurora 2 è una risposta diretta alla politica del governo italiano, che sin dal suo insediamento ha avuto come priorità quella di ostacolare chi salva vite in mare. Le oltre 40 detenzioni imposte alle navi di soccorso civile dal 2023 le hanno tenute lontane dal Mediterraneo per 900 giorni. La nave gemella, Aurora 1, è stata bloccata cinque volte da provvedimenti del governo italiano, in diverse occasioni annullati dai tribunali competenti. Aurora 2 arriva proprio per contrastare questa strategia: se una delle due navi verrà fermata, l’altra potrà continuare a navigare e salvare vite. Con i suoi 25 nodi di velocità massima, Aurora 2 è una delle navi più veloci della flotta civile nel Mediterraneo centrale, dove ogni secondo può fare la differenza tra la vita e la morte. Nei primi sei mesi del 2026 nel Mediterraneo sono già più di 1.500 le persone morte in mare. “In un Mediterraneo dove le politiche italiane ed europee hanno trasformato il soccorso in mare in una vera e propria ‘caccia all’uomo’, Aurora 2 cercherà di battere sul tempo il sistema di abbandono delle persone in mare da parte delle autorità europee e di complicità nella cattura e nel respingimento in Libia e in Tunisia”, commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Aurora 2 arriva alla vigilia dell’approvazione delle disposizioni sul blocco navale, scritte ad hoc per soffocare l’azione della flotta civile e così i diritti di chi rischia la vita in mare. Sea-Watch dedica la sua nuova nave all’unione delle lotte di mare e di terra, in particolare alla lotta contro lo sfruttamento capitalistico portata avanti dal collettivo di fabbrica ex GKN. “Questa convergenza si fonda su un principio semplice e radicale: il mutuo soccorso. Il mutuo soccorso operaio, il soccorso in mare alle persone migranti in fuga attraverso il Mediterraneo, i soccorsi che la Flotilla cerca di portare a Gaza.” commenta Dario Salvetti, portavoce del collettivo di Fabbrica ex-GKN. Sea-Watch dedica il varo di Aurora 2 al popolo palestinese e a tutte le persone oppresse nel Mediterraneo. Per questo abbiamo issato sulla nostra nave la bandiera palestinese, che sventolerà permanentemente sul suo pennone. Per l’alleanza tra Sea-Watch e il Collettivo ex-GKN, la bandiera palestinese a bordo vuole essere un manifesto di convergenza della società civile di mare e di terra e del nostro posizionamento contro il genocidio, contro l’abbandono e il respingimento delle persone nel Mediterraneo, contro l’uso delle tecnologie di guerra per controllare le frontiere, contro l’economia di guerra e di sfruttamento, contro la libertà assoluta di movimento garantita a merci, gas, petrolio, interessi strategici, economici e militari, ma negata alle persone su base razziale. “Vogliamo che questa nave sia simbolo concreto della convergenza di lotte, un ponte tra mare e terra in un tempo in cui la società civile deve compattarsi su tutti i fronti, per testimoniare, opporsi e resistere nel nome del mutuo soccorso, in mare e a terra. “ chiosano Linardi e Salvetti.   Sea Watch
June 4, 2026
Pressenza
I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
GLOBAL SUMUD FLOTILLA: A UNA SETTIMANA DAL FERMO ANCORA DETENUTI IN LIBIA I 10 ATTIVISTI DEL GLOBAL SUMUD LAND CONVOY
A una settimana dal fermo dei dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy in Libia orientale, tra cui i cittadini italiani Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia, arriva oggi l’informazione della continuazione della custodia cautelare fino alla prossima udienza. Non basta la richiesta formale presentata dal Console Generale a Bengasi per una visita consolare ai due italiani: non sono ancora arrivate informazioni ufficiali sulle loro condizioni, sulla garanzia di una tutela legale, sulle motivazioni del prolungamento della custodia cautelare e sui tempi di rilascio. Questa mattina, mercoledì 3 giugno, si è tenuto un presidio conferenza stampa davanti alla Farnesina per chiedere un intervento diplomatico urgente e concreto e per il rilascio immediato degli attivisti. L’intervento di Maria Elena Delia (portavoce Global Sumud Italia e Steering Committee GSF) e Legal Team Global Sumud Italia Ascolta o scarica      
June 3, 2026
Radio Onda d`Urto