La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio
tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di
rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei
crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo
processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011,
la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e
l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici,
tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso
alla giustizia, alla verità e alla riparazione.
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Redazione
21 Maggio 2026
«La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a
riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio
nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo
dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia
si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico
e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia
fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si
fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli
attori europei».
La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che
El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di
guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura,
stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di
una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al
Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità
generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile.
Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione
in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio
intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito
le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si
sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono
state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro
nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato
su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un
importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone
migranti e rifugiate.
«È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi
perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in
particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e
rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR.
«L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di
Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le
persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la
possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati
membri».
Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento
dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani,
in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte
riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e
documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime
informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale
indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e
sostanziale.
El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto
più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto
pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità
libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come
Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir
meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla
CPI perché si avvii un ulteriore procedimento.
Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano
anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera
libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di
essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE.
L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a
comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la
responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri.
Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si
intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di
raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le
autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere
l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti
sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo
il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale
indipendente resti indispensabile.
Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi
anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e
contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si
tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata
un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza
e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di
esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e
politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le
persone migranti».
El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti
di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno
dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere
definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità
politiche che non possono continuare a essere ignorate».