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La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire» «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1 È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online.  > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. Ph: Women State Trafficking DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎
RADIO AFRICA: “LA RESISTENZA AFRICANA CONTRO IL FASCISMO” E GLI ABUSI SULLE DONNE MIGRANTI
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 23 aprile, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. Oggi dedicheremo i 35 minuti a nostra parlando innanzitutto del convegno intitolato “Bella Ciao. Resistenza africana contro il fascismo”. Lo faremo con il direttore di Africa Rivista, che organizza l’iniziativa, Marco Trovato. La parola poi a Pietro Gorza, antropologo e coordinatore dei progetti dell’associazione On Borders, che ci racconterà del rapporto presentato mercoledì 22 aprile al Parlamento Europeo e intitolato “Woman State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia. 33 testimonianze da un confine esterno della UE”. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 23 aprile alle ore 18.45 e in replica venerdì 24 aprile, alle ore 6.30. Ascolta o scarica Pubblichiamo il programma del convegno online che si tiene giovedì 23 aprile dalle ore 18.15 alle 19.20, al quale è possibile iscriversi gratuitamente cliccando qui. C’è una storia della Resistenza che raramente trova spazio nei manuali, ma che attraversa mari, deserti, altipiani e città ben oltre i confini italiani ed europei. È la storia delle donne e degli uomini africani che si opposero all’occupazione coloniale fascista, pagando un prezzo altissimo in termini di vite, repressione e memoria negata. Questo incontro online vuole riportare alla luce quelle vicende rimosse, intrecciando la Resistenza italiana e il contributo dei “partigiani neri” con le lotte anticoloniali nel continente africano. Dall’Etiopia alla Libia, fino all’esperienza dei combattenti antifascisti afrodiscendenti in Italia, emergerà un racconto più ampio, complesso e necessario: quello di una Resistenza plurale, capace di mettere in discussione miti consolatori, rimozioni e narrazioni parziali del nostro passato. Un viaggio nella storia, alla vigilia della Festa della Liberazione, che è anche un invito a guardare il presente con occhi più consapevoli, a partire da ciò che abbiamo scelto — troppo a lungo — di non vedere. Con l’adesione e il sostegno della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro e IAFTUN – International Network of Antifascist Trade Unions e con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Programma: Memoria e Liberazione: Giustizia e antifascismo globale – Akhator Joel Odigie, Segretario Generale ITUC-AFRICA. Partigiani d’oltremare: dal Corno d’Africa alla lotta di Liberazione italiana – Matteo Petracci, storico e saggista. Etiopia resistente: la lunga lotta contro l’occupazione fascista – Gabriella Ghermandi, scrittrice italo-etiope. Giorgio Marincola, il partigiano nero: identità, lotta e memoria di un antifascista dimenticato – Carlo Costa, storico, dottore di ricerca, saggista. L’ascaro: una storia anticoloniale – Uoldelul Chelati Dirar, professore di Storia e Istituzioni dell’Africa, Università di Macerata. La Libia sotto l’occupazione italiana: repressione, deportazioni e Resistenza – Farid Adli, giornalista, direttore di AnbaMed. I miti del colonialismo italiano tra propaganda e rimozione – Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano scomparso nel 2021 (videointervista). Noi però gli abbiamo fatto le strade: il fascismo e le colonie tra bugie e razzismi – Francesco Filippi, storico della mentalità. Conduce Marco Trovato, direttore editoriale di Rivista Africa. Il video del convegno verrà pubblicato sul canale YouTube di Africa Rivista.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell’UE. di Roberta De Rosas (*) Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle
Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di se stessi. Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di ricercatrici e ricercatori.  Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone vittime della tratta di stato. Women. Donne.  Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti. La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si tratta: di vite interrotte. Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita, tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.  Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e quella umana di persone è annientata. DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno testimoniato.  Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.  Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.  A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si viene smistati. Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un debito che viene saldato in modi diversi.  Ph: Rapporto Women State Trafficking La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne, famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla Tunisia alla Libia? Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena di mercificazione degli esseri umani,  identifica tre fasi. 1. Deumanizzare: la prima soglia La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico delle persone migranti razzializzate». Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare. Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la reificazione e la mercificazione. 2. Violentare: la continuità del gesto La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti. Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile. Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non eccezionali.  «La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa), spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente occultati».  La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena. «Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo». Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati. L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo. 3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà. Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati, altri prevedono la presenza di poche donne. Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.  Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma in stracci.  LA RESPONSABILITÀ EUROPEA Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere. Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un “paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei. Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non ascolta le testimonianze delle persone. Dopo il racconto Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco, indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro, invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse.  Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre volte su quattro sono ingoiate dal mare.  E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza invade chi la racconta e  chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione europea. Scarica il rapporto in italiano EN FR Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Incontri informativi e formativi WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO Giovedì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles 16 Aprile 2026
«C’è di mezzo il mare»
Il 1° ottobre 2021 la polizia libica conduce violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre 5.000 persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Dai 100 giorni di protesta che seguono, nasce il movimento di Refugees in Libya. Nel loro manifesto due richieste spiccano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, entrambi sostenuti da Italia e Unione Europea. La prefazione del libro di Eva Castelletti, di Temperatura Edizioni, ci immerge immediatamente nella drammatica realtà delle persone migranti in Libia, un paese dove la violenza e l’ingiustizia sembrano non avere fine. Attraverso la narrazione delle retate di Gargaresh e il nascere del movimento di Refugees in Libya, l’autrice ci invita a riflettere su un sistema che perpetua violazioni sistematiche dei diritti umani, sostenuto da accordi tra Italia e Unione Europea che ignorano le grida di aiuto di migliaia di persone. Con uno sguardo critico e appassionato, Eva Castelletti ci guida attraverso le contraddizioni di un’Europa che, pur di esternalizzare le proprie frontiere, calpesta i principi fondamentali della dignità umana. “C’è di mezzo il mare” non è solo un libro, ma un manifesto di denuncia e resistenza, un appello a non voltarsi dall’altra parte. “Non possiamo permettere che i diritti inviolabili dell’uomo, come sancito dalla nostra Costituzione, vengano dimenticati. È tempo di ascoltare e agire“, ci sprona l’autrice.
Women State Trafficking: presentazione del rapporto al Parlamento europeo
È disponibile online il nuovo rapporto “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia” che denuncia – attraverso testimonianze dirette e un lavoro di ricerca dettagliato – il brutale e rodato sistema di tratta di esseri umani ed espulsioni forzate tra Tunisia e Libia. Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Le oltre 30 testimonianze dirette di 19 donne e 14 uomini, tutte raccolte in forma anonima sul campo a partire dal dicembre del 2024, fotografano le sistematiche violazioni dei diritti umani tra Tunisia e Libia di fronte al silenzio complice di un’Europa che considera sicuro un Paese in cui il traffico di esseri umani è pane quotidiano per sempre più persone. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net . L’evento è organizzato da: Ilaria Salis, eurodeputata Alleanza Verdi e Sinistra (gruppo The Left) Leoluca Orlando, eurodeputato Alleanza Verdi Sinistra (gruppo Greens/EFA) Cecilia Strada, eurodeputata PD (gruppo Socialists & Democrats) Per partecipare in presenza è necessario registrarsi, entro il 21 aprile. Iscrizione all’evento – clicca qui L’evento sarà disponibile anche in diretta streaming, il link verrà pubblicato nei prossimi giorni. Interverranno: * RR[X]: Gruppo di ricerca internazionale che ha deciso di anonimizzarsi per tutelare la propria incolumità nel fare ricerca in un Paese, la Tunisia, oggi oggetto di una radicale repressione. RRX ha realizzato il disegno dell’indagine, la raccolta, l’analisi dei materiali, la supervisione scientifica. * Filippo Furri, Border Forensics * Testimoni del rapporto * Wahid Ferchichi, Membro del Tribunale Popolare Permanente sui Diritti Umani sulle violazioni contro i migranti negli Stati del Maghreb * Siobhán Mullally, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, in particolare donne e bambini * Ulrich Stege, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) * Olivia Sundberg, Amnesty International UE  *
Il caso Almasri non è chiuso
C’è un passaggio giudiziario che, nel silenzio generale, potrebbe determinare se una vittima di tortura avrà ancora la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti in Italia. È la vicenda di Lam Magok, sopravvissuto alle violenze attribuite al torturatore libico Najim Osama Almasri, oggi al centro di un ultimo snodo decisivo: lunedì 13 aprile la Corte costituzionale sarà chiamata a stabilire se potrà essere parte nel giudizio sulla legittimità della legge italiana di cooperazione con la Corte Penale Internazionale. Notizie CASO ALMASRI: LAM MAGOK CHIEDE ALLA CORTE COSTITUZIONALE DI FARE LUCE SULL’OPERATO DEI MINISTRI «L’Italia è sotto ricatto e il Governo lo rivendica come scelta politica» Redazione 21 Ottobre 2025 La posta in gioco è chiara: se la normativa di attuazione dello Statuto di Roma sarà considerata costituzionalmente legittima, Lam potrebbe contestare la mancata consegna del suo presunto carnefice alla Corte Penale Internazionale; se invece venisse dichiarata incostituzionale, anche questa ultima possibilità di accesso alla giustizia verrebbe meno. Secondo quanto denuncia Baobab Experience, che segue il caso insieme ai legali della vittima, il percorso di Lam verso la giustizia sarebbe stato progressivamente ostacolato su più livelli istituzionali. In primo luogo, attraverso la mancata attivazione della consegna di Almasri alla giustizia internazionale; successivamente, con il blocco del procedimento nei confronti di esponenti del governo italiano da parte del Parlamento. Nel comunicato, gli avvocati Francesco Romeo e Antonello Ciervo sottolineano come Lam chieda di essere ammesso al giudizio costituzionale proprio perché lì si gioca “l’ultima possibilità concreta di accedere alla giustizia e far valere i propri diritti”. La vicenda si intreccia direttamente con le decisioni politiche e istituzionali adottate nei mesi precedenti. Il Governo italiano – nelle figure del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – ha scelto di non procedere alla consegna del cittadino libico alla giustizia internazionale, impedendo di fatto l’instaurazione del processo davanti alla Corte Penale Internazionale. Successivamente, il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei membri dell’esecutivo coinvolti, chiudendo così un ulteriore fronte giudiziario interno. Intanto, la Corte d’Appello di Roma ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aprendo lo scenario che ora arriva davanti alla Consulta. Non si tratta soltanto di una vicenda individuale. Nel comunicato si sottolinea come il caso riguardi anche le migliaia di persone che avrebbero subito violenze nei centri di detenzione libici, e che oggi si troverebbero di fronte a un sistema giuridico incapace di garantire piena tutela quando le responsabilità coinvolgono attori statali o rapporti di cooperazione internazionale. Lam Magok, già riconosciuto come “persona danneggiata” dal Tribunale dei Ministri, si trova dunque in una posizione paradossale: da un lato il riconoscimento formale del danno subito, dall’altro la possibile impossibilità di far valere in giudizio le responsabilità connesse alla sua vicenda. La stessa Corte Penale Internazionale ha già messo in discussione le giustificazioni fornite dall’Italia sul mancato trasferimento di Almasri, arrivando a deferire il Paese all’Assemblea degli Stati Parte. Ora tutto si concentra su una decisione: quella della Corte costituzionale. Una decisione che, al di là del tecnicismo giuridico, definirà il perimetro del diritto di accesso alla giustizia per una vittima di tortura in un caso che intreccia migrazione, cooperazione internazionale e responsabilità statale. Per Baobab Experience e per i legali di Lam, si tratta di un passaggio cruciale: «Lunedì è un giorno importante: si decide se ad una vittima sarà ancora riconosciuto il diritto di ottenere giustizia, anche quando i suoi carnefici sono molto, molto più potenti di lui».
Abusi sistematici sui migranti in Libia: un rapporto delle Nazioni Unite
Il rapporto  “Business as Usual: Human Rights Violations and Abuses against Migrants, Asylum-Seekers, and Refugees in Libya“, pubblicato congiuntamente dall’UNSMIL e dall’OHCHR, mette in luce le modalità con cui sono state perpetrati – in condizioni di impunità – violazioni dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia nel corso del 2024 e del
MIGRANTI: IL FILO DI COMPLICITAì CHE LEGA ROMA E TRIPOLI NEL MIRINO DELLA CPI E DELLE NAZIONI UNITE.
Non si fermano i problemi del governo della destra italiana, che mentre criminalizza il soccorso e la solidarietà aiuta chi imprigiona, tortura e uccide i migranti in Libia. La Corte Penale Internazionale ha annunciato ufficialmente, giovedì 2 aprile, la sua decisione di deferire l’Italia dall’Assemblea degli stati che aderiscono allo Statuto di Roma per “inadempienza a una richiesta di cooperazione” in riferimento al caso di Osama Almasri, il generale e torturatore libico arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, liberato il 21 e “accompagnato” in Libia con un volo di Stato, nonostante fosse ricercato dall’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. “La discussione finale avverrà a dicembre a New York. In questo lasso di tempo possono succedere tante cose perché interesse della Corte Penale, oltre alla sanzione che comunque sarebbe di natura più che altro simbolica” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Mario Di Vito “l’interesse della Corte Penale è che noi in futuro coopereremo nelle operazioni che riguardano i nostri rapporti con la Corte Penale, cioè che daremo esecuzione a questi mandati d’arresto. E in questo senso la parte italiana si è registrata una qualche apertura al dialogo con la con l’Aja e questa, è la partita che si giocherà nei prossimi mesi lì perché poi in Italia è molto diverso. Il governo sta facendo quadrato intorno a tutti gli indagati della Procura di Roma per quei fatti”. Infatti a settembre, la procura della Capitale aveva chiesto il processo per Carlo Nordio, Matteo Piantesodi e Alfredo Mantovano ma, in quell’occasione, la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere. Una sorte che potrebbe ripetersi anche per la capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; settimana prossima infatti si voterà per la sollevazione di un conflitto d’attribuzione tra poteri dello stato dabanti alla Corte costituzionale. Ma il filo che lega l’Italia alla Libia non si esaurisce qui, né si fermano le tensioni sul piano internazionale: l’Italia infatti sarà classificata come “non conforme” dal panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’embargo sulle armi alla Libia. La valutazione, contenuta nel rapporto finale (la cui pubblicazione è attesa il 9 aprile” riguarda la mancata risposta da parte di Roma a richieste formali di chiarimento su attività militari e trasferimenti verso il territorio libico. “Con questo nuovo rapporto delle Nazioni Unite si indaga sul fatto che venga addirittura violato l’embargo sulle armi per le milizie. Perché, chiaramente, l’Italia le addestra, oltre a fornire armi, soldi e mezzi come le motovedette, con cui vengono catturati donne, uomini e bambini in mare e deportati” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans “c’è anche un addestramento militare che avviene in Italia: una delle basi è Gaeta, dove la Guardia di Finanza viene utilizzata per l’addestramento delle milizie libiche. Ma soprattutto l’addestramento avviene in Libia.” Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con il giornalista Mario Di Vito. Ascolta o scarica. L’analisi e il commento con Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans, organizzazione che più volte ha denunciato le violenze e le violazioni da parte delle milizie libiche. Ascolta o scarica.
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
5 domande sul naufragio costato la vita a 19 persone. Si poteva evitare?
Mercoledì 1° aprile a Lampedusa sono arrivate 58 persone sopravvissute a un viaggio che per altre 19 è finito in tragedia. Diciannove morti che non possono essere liquidati come fatalità: sono il prodotto diretto delle politiche di contenimento dei flussi migratori orgogliosamente adottate da Italia e Unione Europea e delle omissioni di soccorso che queste politiche continuano a generare. Nella notte di lunedì 30 marzo, la nave Aurora di Sea-Watch ha intercettato via radio un Mayday Relay lanciato dall’aereo Eagle 2 di Frontex, che segnalava un’imbarcazione in pericolo. L’equipaggio di Aurora ha raggiunto la posizione indicata, ma non ha trovato nulla. Era notte fonda, la visibilità quasi nulla e non c’erano altre coordinate o indicazioni operative da parte di Frontex: l’unica possibilità era fare ritorno a Lampedusa. «Le vittime e i sopravvissuti arrivati ieri a Lampedusa meritano che sia fatta chiarezza e giustizia rispetto alle azioni intraprese o meno dalle autorità dal momento della ricezione della notizia del caso. La guardia costiera è intervenuta da Lampedusa sfidando condizioni meteo avverse, ma Roma avrebbe potuto attivare i soccorsi prima e con assetti più idonei? A questa e altre domande si deve una risposta» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Le domande si inseriscono in una situazione che è ormai completamente opposta alla logica della ricerca e soccorso. Non ci sarebbe stato bisogno di una motovedetta che corre a tutta velocità da Lampedusa se in mare ci fossero stati assetti più adatti, che il nostro governo tiene sistematicamente lontani dal Mediterraneo Centrale, invece di dargli l’unico compito cha avrebbe senso: essere in mare, pattugliare e soccorrere. L’assenza di un dispositivo per il soccorso adeguato produce morti: non è accettabile che oltre dieci persone muoiano una dopo l’altra sul ponte di una motovedetta. E dunque chiediamo a Roma: era possibile intervenire diversamente? «Il sistema attuale porta allo stremo gli equipaggi della Guardia Costiera a Lampedusa con interventi altamente rischiosi, quando si potrebbe spesso intervenire prima e con mezzi più adatti. Su questo esigiamo chiarezza.» Sea-Watch, sulla base delle informazioni disponibili e delle testimonianze raccolte, ha ricostruito la sequenza dei fatti; rimangono domande cruciali, alle quali solo le autorità competenti possono dare risposta e da cui dipende la verità su ciò che è accaduto in quelle ore nel Mediterraneo centrale. Ricostruzione 30 marzo: * Ore 21:24 UTC: l’aereo Frontex Eagle 2 lancia due Mayday Relay per un gommone in difficoltà con a bordo circa 70 persone, in lenta navigazione. Posizione: 34°01’N, 12°08’E. * Ore 21:47 UTC: l’aereo Eagle 2 ripete il Mayday Relay con le medesime informazioni * Ore 23:25 UTC: la motovedetta Aurora della ONG Sea-Watch prova a contattare via radio Eagle-2 per ottenere maggiori informazioni. Non riceve risposta. * Ore 23:32 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 23:55 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta.  31 marzo: * Ore 00:06 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:17 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:39 UTC: Aurora comunica via mail alle autorità che sta per raggiungere la posizione del Mayday Relay pronta a prestare assistenza. * Ore 00:43 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:48 UTC: Aurora arriva nella posizione indicata, ma non avvista alcuna imbarcazione. Vista la poca visibilità, la mancanza di supporto aereo, le condizioni meteo e i livelli di carburante, Aurora si dirige verso Nord seguendo la rotta che l’imbarcazione avrebbe potuto seguire verso Lampedusa. * Ore 00:50 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:55 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 01:16 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 01:40 UTC: una motovedetta della cosiddetta Guardia Costiera libica raggiunge la posizione di Aurora in 34°13’N, 12°12’E e chiede via radio se Aurora ha avvistato imbarcazioni di migranti. * Ore 19:45 UTC circa: la motovedetta CP306 della Guardia Costiera italiana lascia il porto di Lampedusa a tutta velocità verso sud–sud-est. * Ore 20:40-00:50 UTC circa: l’aereo Manta 10-01 (MM62170) della Guardia Costiera, con call sign RESCIMB che implica coordinamento da parte del Centro del Coordinamento dei Soccorsi di Roma, viene tracciato mentre compie un volo che indica una ricerca e l’individuazione di un’imbarcazione in difficoltà. Le orbite si concentrano in posizione 34°09’N, 12°51’E. 1° aprile * Ore 00:23 UTC: la motovedetta CP306 è giunta sulla posizione dell’orbita di Manta 10-01 * Ore 01:55 UTC: la motovedetta CP306 viene tracciata lasciare la posizione e navigare verso Lampedusa * Ore 09:50 UTC: Alarm Phone allerta le autorità rispetto a un’imbarcazione con 75 persone a bordo, corrispondente a quella soccorsa dalla motovedetta CP306 * Ore 11:01 UTC: la motovedetta CP306 entra in porto a Lampedusa e attracca al molo Favaloro. A bordo 58 sopravvissuti e 19 salme. * Ore 14:30 UTC: ANSA informa che i sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti all’alba di lunedì 30 marzo da Abu Kammash in Libia, di essere stati in 80 su un gommone di 10 metri. Raccontano che tre uomini sono caduti in mare e risultano dispersi. Le nostre domande Dalle testimonianze raccolte emergono tre elementi centrali: * Il gommone su cui viaggiavano i 58 sopravvissuti e le 19 vittime coincide con il tipo di imbarcazione segnalato nel Mayday Relay dell’aereo Eagle 2; * La stima iniziale di Eagle 2 (circa 70 persone a bordo) è compatibile con le 80 persone risultate poi dal soccorso: 58 sopravvissuti, 19 salme, 3 dispersi; * La posizione indicata da Eagle 2 nella notte del 30 marzo è coerente con una partenza dal porto libico di Abu Kammash. Alla luce di queste corrispondenze, chiediamo: 1. L’imbarcazione avvistata da Eagle 2 e segnalata nel Mayday Relay è la stessa raggiunta dalla motovedetta CP306? 2. Se si tratta dello stesso gommone, quali attività di ricerca, coordinamento e monitoraggio sono state messe in campo dalle autorità italiane, maltesi ed europee tra la notte del 30 marzo e quella del 31 marzo? 3. Sempre nell’ipotesi di coincidenza, l’imbarcazione è stata nuovamente individuata da assetti aerei nel corso del 31 marzo e, in tal caso, perché non è stato disposto un intervento immediato? 4. Se invece si trattasse di due imbarcazioni diverse, quale seguito ha avuto la segnalazione di Eagle 2 e quali informazioni esistono oggi sul destino del gommone avvistato la notte del 30 marzo? 5. E nel caso di imbarcazioni distinte, il gommone soccorso dalla CP306 era già stato segnalato o avvistato da altri mezzi prima dell’intervento? Da chi e in quali circostanze?     Sea Watch
April 2, 2026
Pressenza