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La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011, la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici, tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso alla giustizia, alla verità e alla riparazione. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 «La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli attori europei». La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile. Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone migranti e rifugiate. «È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR. «L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati membri». Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani, in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e sostanziale. El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla CPI perché si avvii un ulteriore procedimento. Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE. L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri. Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale indipendente resti indispensabile. Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti». El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate».
Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.
GLOBAL SUMUD LAND CONVOY: INTERVISTA A DOMENICO CENTRONE, “MERCE DI SCAMBIO” TRA LIBIA E ITALIA
Leonarda ‘Dina’ Alberizia e Domenico Centrone sono stati liberati mercoledì 24 giugno insieme ad altri 8 componenti del convoglio umanitario di terra della Flotilla. Una liberazione arrivata dopo un mese di pressioni e mobilitazioni da parte del movimento, tra cui la campagna “Free Them All”, lanciata in collaborazione con Amnesty International e tuttora in corso. Sono stati liberati dopo un mese di detenzione illegale in Libia da parte delle milizie di Haftar. Erano stati arrestati nei pressi di Sirte il 24 maggio. Radio Onda d’Urto ha intervistato Domenico Centrone. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il momento dell’arresto, dei i vari trasferimenti tra le carceri di Sirte e di Bengasi, dei due scioperi della fame. Domenico ha anche raccontato degli interrogatori e delle condizioni detentive. Ha raccontato che l’atteggiamento iniziale delle milizie libiche in divisa, affiancate da “forze di sicurezza” in civile, è stato inizialmente minaccioso. “Ci dicevano che ci stavano aspettando, che avevano intenzione di stuprare le donne e di compiere violenze”, racconta Domenico. Sono quindi stati accusati di “immigrazione illegale e assembramento in una zona di sicurezza”,  accusa che poi non ha retto. Durante il mese di detenzione hanno subito tre interrogatori, sempre in assenza di un legale di fiducia e sono stati obbligati a firmare la trascrizione in arabo delle deposizioni, senza capire cosa avessero firmato. Nel primo interrogatorio i libici volevano “capire se ci fossero affiliazioni” tra gli attivisti e “qualche tipo di organizzazione terroristica, tipo Hamas o i Fratelli Musulmani. Sono stati trattenuti in un lager per migranti per i primi due giorni a Sirte, poi in un “centro di detenzione dei servizi segreti” nei pressi di Bengasi, nella quale sono stati trasferiti in aereo. Prima di imbarcarsi era stato promesso loro che avrebbero volato verso Tripoli, poiché la loro liberazione era imminente. In seguito all’intensificarsi delle trattative portate avanti dal Console italiano in Libia insieme ad altri funzionari delegati dal governo Italiano, l’atteggiamento dei libici è cambiato. I funzionari diplomatici non hanno mai fatto capire ad attiviste e attivisti di essere divenuti una leva, una merce di scambio nelle trattative “ma è stata la nostra percezione, era molto chiaro”. A quel punto non c’era più “quella veemenza, quell’insistenza” che c’erano stati nel momento del primo interrogatorio. E anche le condizioni di detenzione sono migliorate. Il governo italiano infatti, collabora quotidianamente con le forze di Haftar per il controllo dei flussi migratori e i respingimenti. L’intervista a Domenico Centrone, membro di Global Sumud Flotilla. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Sono a casa le persone fermate in Libia
In una corrispondenza con Tony , diamo innanzitutto un aggiornamento sulla situazione degli attivisti e delle attiviste che sono stati liberati ieri dalle carceri libiche: tutti e tutte sono arrivati a Tunisi nella prima serata di ieri sera, mentre stamani Matias, Dina e Domenico sono atterrati a Fiumicino, esattamente un mese dopo il sequestro avvenuto al confine di Sirte. Domenico e Dina hanno raccontato quanto è accaduto durante il periodo di detenzione, vissuto senza alcun contatto con l'esterno. Grande pressione diplomatica, per la loro liberazione, è stata esercitata soprattutto da parte della Turchia, nonostante non ci fossero persone turche sotto sequestro;  nessuna forma di condanna, invece, è stata espressa da parte del governo italiano, anche a causa della forte influenza esercitata nel nostro paese dall'entità sionista. Passiamo quindi a tracciare un bilancio delle ultime due missioni della Sumud che, a causa delle politiche repressive e della violentissima propaganda, non hanno conosciuto gli stessi livelli di sostegno e di indignazione di massa dell'autunno scorso. D'altra parte, l'unica maniera di fare argine quando le istituzioni falliscono è la mobilitazione dal basso, che deve continuare con forza per contrastare tutte le violazioni del diritto internazionale e umanitario, soprattutto In Italia, dove, in generale, il livello di mobilitazione e di consapevolezza su quanto accade in Palestina è potenzialmente abbastanza elevato.
June 24, 2026
Radio Onda Rossa
Liberata la delegazione del Global Sumud Land Convoy a un mese dal sequestro illegale in Libia
Dopo un mese di detenzione illegale in Libia, gli attivisti italiani Leonarda “Dina” Alberizia e Domenico Centrone, insieme a tutta la delegazione del Global Sumud Land Convoy, sono stati finalmente liberati. Il loro rientro in Italia è previsto per oggi, 24 giugno, con l’arrivo da Tunisi all’aeroporto di Roma Fiumicino alle ore 12.50. La notizia della liberazione è stata data direttamente dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, attraverso un post sul social X, in cui ha rivendicato il successo dell’operazione grazie a un “intenso lavoro diplomatico” e ringraziato il personale della Farnesina e i servizi di intelligence per l’“ottimo lavoro svolto”. Tuttavia, oltre al silenzio assordante dei trenta giorni appena trascorsi, nelle dichiarazioni del Ministro non si trova alcuna traccia di una condanna formale per le violazioni del diritto internazionale subite dagli attivisti durante la prigionia, né un riconoscimento per il ruolo cruciale giocato dalla mobilitazione internazionale della società civile. Continua infatti anche oggi mercoledì 24 giugno, la campagna in collaborazione con Amnesty “Free Them All” in una nuova giornata di mobilitazione nazionale: sono previsti presidi e incontri in numerose città italiane e presso le sedi istituzionali di Milano, Bologna, Parma, Bari, Napoli. Global Sumud Flotilla
June 24, 2026
Pressenza
Fermiamo i rastrellamenti e la xenofobia in Libia. Manifestazione a Roma (1/2: La corrispondenza con Abraham)
  Negli ultimi giorni in Libia si stanno verificando gravi rastrellamenti contro migranti e rifugiati. Molte persone, soprattutto donne, sono state portate via e da allora non si hanno più notizie della loro sorte. Numerose famiglie vengono cacciate dalle case che avevano regolarmente preso in affitto. In questo clima di paura e persecuzione, milizie e trafficanti stanno approfittando della situazione per sfruttare ulteriormente le persone migranti. Anche per le strade si registrano episodi di violenza e aggressioni da parte di gruppi di giovani contro migranti e rifugiati. Di fronte a questa emergenza umanitaria, chiediamo all’Italia, all’Unione Europea, all’Unione Africana, alle Nazioni Unite e a tutte le organizzazioni internazionali competenti di fare pressione sul governo libico affinché: * fornisca informazioni immediate sulle persone scomparse e detenute; * garantisca la sicurezza di migranti e rifugiati; * ponga fine ai rastrellamenti e alle espulsioni forzate dalle abitazioni; * contrasti ogni forma di xenofobia, discriminazione e violenza. Per questo invitiamo cittadini, associazioni, attivisti e tutte le persone sensibili ai diritti umani a partecipare alla manifestazione del 26 giugno.   Refugees in Lybia
June 23, 2026
Radio Onda Rossa
MIGRANTI: IL TORTURATORE ALMASRI, COCCOLATO IN ITALIA, CONDANNATO A 7 ANNI E 4 MESI IN LIBIA
Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato il torturatore libico Almasri ad una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”. Per l’ex comandante libico, caduto in disgrazia tra le milizie che controllano l’Ovest della Libia e al centro di un procedimento aperto dalla Corte penale internazionale nei confronti del governo italiano che lo ha…accompagnato in Libia invece di consegnarlo, disposta la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Almasri è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, che sarebbero stati commessi a partire dal 2015 nel carcere di Mitiga. La sua condanna apre ora una nuova fase: per la Cpi e per le organizzazioni per i diritti umani resta aperto il nodo della cooperazione con l’Aja e della complementarità tra giustizia nazionale e internazionale, soprattutto perché il mandato della Corte riguarda un quadro di crimini più ampio. Il commento su Radio Onda d’Urto di Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. Ascolta o scarica  
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Giorgia Linardi: “La condanna di Almasri a Tripoli non assolve l’Italia: il governo ha sottratto un criminale alla giustizia internazionale”
Il tribunale di Tripoli ha condannato Almasri a 7 anni e 4 mesi per “violazione dei diritti dei detenuti”. La destra italiana esulta, dicono che aveva ragione il governo, la giustizia ha fatto il suo corso. Peccato che sia una presa in giro. Almasri era ricercato dalla Corte Penale Internazionale. L’Italia lo ha arrestato a Torino nel gennaio 2025 e lo ha rimpatriato con volo di Stato due giorni dopo. Ora Tripoli lo giudica per una parte residuale delle accuse, in un processo sotto il controllo delle stesse autorità che danno legittimità politica al sistema dei lager libici. Dichiara la portavoce di Sea-Watch, Giorgia Linardi: “La condanna di Almasri in Libia non cancella le responsabilità dell’Italia. La Corte Penale Internazionale lo ricercava per oltre dieci capi d’accusa tra crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il governo italiano ha di fatto sottratto un criminale internazionale alla giustizia internazionale. L’Italia non lo ha consegnato alla giustizia libica, lo ha rimesso in libertà. L’arresto e la successiva condanna in Libia sono avvenuti dopo e indipendentemente dalla decisione italiana.” “Sicuramente” conclude Linardi “le vittime e i sopravvissuti, molti dei quali sono ora rifugiati in Europa, non potranno dire di aver trovato giustizia in Europa per le atrocità subite.” D’altra parte davanti ai giudici internazionali, Almasri avrebbe potuto parlare del sistema finanziato dall’Italia, dei flussi, delle complicità europee e italiane. Questo processo probabilmente non ci sarà mai. Non è un caso. Sea Watch
June 22, 2026
Pressenza
FIRMATO MEMORANDUM D’INTESA TRA IRAN E USA, MA ISRAELE CONTINUA L’AGGRESSIONE IN LIBANO E PALESTINA
Trump ha firmato il memorandum d’intesa con l’Iran presso il Palazzo di Versailles nella capitale francese, Parigi, a conclusione del G7. “Non è stato facile”, dice un sommesso tycoon, mentre appone la penna sul documento. Gli Stati Uniti hanno inviato una foto dell’accordo firmato da Trump agli iraniani. Domani la cerimonia ufficiale in Svizzera, con la mediazione di Pakistan e Qatar. Il Memorandum si articola come anticipato in queste ore in 14 punti e fissa un quadro preliminare in attesa di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni. Che però, ha già fatto sapere il presidente Usa, molto probabilmente non basteranno. Nel merito, il Memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano; la rimozione del blocco navale americano entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman la futura gestione dello Stretto. Sul nucleare, Teheran riafferma di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere lo status quo del proprio programma durante i negoziati, mentre la questione delle scorte di uranio arricchito e dei livelli di arricchimento resta per ora incerta; il fondo da 300 miliardi contestato apertamente dalla base Maga statunitense si attiverebbe solo dopo la firma di un accordo finale ed è condizionato allo smantellamento del programma nucleare militare iraniano. Washington minimizza, presentandolo come una semplice opportunità di mercato legata a un cambiamento di comportamento del regime. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto il giornalista Ahmad Rafat. Ascolta o scarica. È sulla cessazione immediata dell’aggressione israeliana al Libano e il suo ritiro delle truppe di occupazione al sud che si giocano gli accordi. Tel Aviv infatti non vuole nessuna fine della guerra, che sarebbe la fine politica di Netanyahu e del progetto messianico della Grande Israele: in Libano questa mattina nuovi attacchi. Raid con droni nella città di Kfar Tebnit nel distretto di Nabatieh, nel sud, uccidendo una persona e ferendone gravemente un’altra. In questo contesto, il ministro dell’ultradestra israeliana Gideon Sa’ar ha annunicato l’interruzione dei rapporti con l’Alta rappresentante dell’Ue. Anche in Palestina, Israele prosegue indisturbato l’aggressione e il genocidio a Gaza. Qui almeno 2 persone uccise in 24 ore. Le vittime appena registrate negli ospedali dell’enclave martoriata dalla violenza israeliana portano il bilancio totale delle vittime a 73.018. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite sui bambini e sui conflitti armati ha documentato l’uccisione di 2.668 bambini nella Striscia di Gaza e 57 in Cisgiordania nel solo 2025. Nella West Bank oggi nuove incursioni di esercito di occupazione e coloni: attaccata stamani una una famiglia palestinese nella città di Taybeh, a est di Ramallah, dove i coloni hanno tagliato le linee elettriche e dell’acqua; l’esercito di occupazione ha poi preso d’assalto il campo profughi palestinese di Balata, a est di Nablus. Sul fronte della solidarietà internazionale alla Palestina, Amnesty International ha lanciato per oggi una mobilitazione nazionale per chiedere la liberazione delle 10 persone del Convoglio di terra della Global Sumud in Libia, detenute arbitrariamente nelle galere in mano alle milizie di Haftar dal 24 maggio mentre tentavano di raggiungere via terra la Striscia di Gaza. Amnesty insieme alla Global Sumud Flotilla e ad altre organizzazioni sono in piazza oggi in 13 città italiane per chiedere la liberazione degli attivisti, tra cui due italiani. L’aggiornamento con Ludovica della Global Sumud Italia. Ascolta o scarica.
June 18, 2026
Radio Onda d`Urto