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Frontex senza freni
«Nessun potere dev’essere accordato a un’Agenzia senza la possibilità di chiamarla a rispondere delle proprie azioni» – David Yambio, Refugees in Libya. Questo è il messaggio emerso forte e chiaro dalla conferenza di giovedì 1° ottobre al Parlamento Europeo di Bruxelles, dove europarlamentari, ricercatorə, avvocatə e organizzazioni della società civile hanno gettato luce sulla nuova riforma di Frontex, la cui proposta ufficiale è attesa per la fine di ottobre. La riforma prevede un’espansione senza precedenti di fondi, poteri esecutivi ed equipaggiamento tecnico-militare a disposizione dell’Agenzia, senza intervenire sui meccanismi di controllo e responsabilità che associazioni della società civile in tutta Europa chiedono da ormai vent’anni. L’Agenzia è infatti accusata di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare (SAR) e di favorire respingimenti illegali, con conseguenze troppo spesso letali per le persone in viaggio sulle rotte balcaniche, nel mar Egeo e nel Mediterraneo centrale. Per comprendere la nuova proposta di riforma di Frontex, bisogna guardare all’evoluzione dell’agenzia negli ultimi 20 anni. Laura Salzano, ricercatrice del Ludwig Boltzmann Institute for Fundamental and Human Rights ha ricostruito la progressiva trasformazione di Frontex: nata nel 2004 come organismo di coordinamento tra gli Stati membri, l’Agenzia ha acquisito nel tempo capacità operative, personale, mezzi propri e poteri sempre più estesi. Il passaggio decisivo è avvenuto con la riforma del 2019, che ha portato alla creazione dello Standing Corps, alla possibilità per Frontex di acquistare direttamente armi, navi e altri equipaggiamenti e a un forte aumento del budget (passato da 6,2 milioni di euro nel 2005 a 1,2 miliardi di euro nel 2026). L’Agenzia può oggi svolgere controlli e attività di sorveglianza alle frontiere, raccogliere e condividere dati e organizzare operazioni di espulsione dai Paesi membri. Con la nuova riforma i finanziamenti all’Agenzia potrebbero raggiungere – tra il 2028 e il 2034 – gli 11 miliardi di euro e il totale dei suoi agenti effettivi potrebbe arrivare alle 30mila unità. A questa crescita dei poteri non corrisponde però un analogo rafforzamento dei meccanismi di controllo. Come ha sottolineato Salzano, Frontex è «la prima agenzia dell’UE con poteri di law enforcement, senza essere un’agenzia di law enforcement»: agisce come un corpo di polizia, senza essere sottoposta agli stessi standard di trasparenza e controllo. Frontex permette e coordina il sistema di respingimenti nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Centrale. Nell’Egeo, Francesca Ruzzetta del Legal Centre Lesvos ha descritto un sistema di respingimenti sistematici. Tra il 2020 e il 2023 sono stati documentati oltre 1.000 pushback, che hanno coinvolto più di 27.000 persone. Frontex sarebbe stata direttamente coinvolta in oltre cento casi e a conoscenza di centinaia di altri. Particolarmente significativo è il modo in cui l’Agenzia registra questi episodi: 135 operazioni di pushback risultano infatti classificate nei database interni come “prevenzioni delle partenze dalla Turchia”. In un caso, quasi 200 persone espulse da Creta nell’ottobre 2020 sono state registrate come se l’operazione non fosse mai avvenuta. Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) aveva aperto un’inchiesta evidenziando gravi criticità nella gestione dell’Agenzia e il suo coinvolgimento, anche attraverso omissioni e mancati interventi, nei respingimenti illegali nell’Egeo. La vicenda portò a una profonda crisi di governance di Frontex e, come risultato, Fabrice Leggeri lasciò l’incarico di direttore esecutivo il 29 aprile 2022 (e dal 2024 è diventato europarlamentare con il Rassemblement National). Oggi il suo successore Hans Leijtens cerca di ripulire l’immagine dell’Agenzia attraverso investimenti in una comunicazione “dal volto umanitario” che continua ad infrangersi con la realtà documentata dalle organizzazioni della società civile. Ruzzetta ha infatti ricordato il naufragio della Adriana, nel giugno 2023: tra le 750 persone a bordo, circa 650 morirono. L’aereo di Frontex aveva individuato l’imbarcazione ore prima del naufragio e l’Agenzia aveva offerto ulteriori voli di sorveglianza alle autorità greche. Il SAR fu dichiarato solo 13 ore dopo il primo avvistamento. Nel Mediterraneo centrale, Sea-Watch ha documentato un meccanismo analogo, anche attraverso i Mayday Relay. Il 25 giugno, la nave Aurora dell’ONG tedesca tenta di contattare un aereo di Frontex che ha emesso un Mayday Relay, per ricevere maggiori informazioni utili a svolgere il soccorso in mare. Frontex ha ignorato le comunicazioni e persino l’offerta di mediare le informazioni dell’aereo di pattugliamento di Sea-Watch. Il 30 agosto, un altro Mayday Relay di Frontex viene ascoltato dalla nave di soccorso civile Solidaire, che però non riceve aggiornamenti sulla posizione dell’imbarcazione. Al contrario, la Guardia costiera libica riceve da Frontex le coordinate aggiornate, intercetta le persone a bordo e le riporta in Libia. «Così anche se vediamo un incremento nei Mayday Relay lanciati da Frontex, non vediamo alcun cambiamento sostanziale nel sistema di salvataggio, che rimane un sistema di intercettazioni e morti in mare», ha spiegato Dorothee Krämer di Sea-Watch. Nuovi fondi per nuove tecnologie di sorveglianza e armamenti L’espansione di Frontex significa anche nuovi investimenti in tecnologie sempre più sofisticate per la sorveglianza delle frontiere. Come ha spiegato Mark Akkerman, di Stop Wapenhandel, una parte consistente del bilancio dell’Agenzia viene destinata a «equipaggiamento e servizi per la sicurezza e il controllo delle frontiere» e decine di milioni di euro vengono spesi ogni anno per voli di sorveglianza con aerei e droni, affidati anche a grandi aziende del settore militare.  Un grande punto di contatto tra Frontex e l’industria bellica sono gli “Industry Days”, durante i quali le aziende presentano all’Agenzia, alla Commissione europea ma anche a Paesi membri e sempre più rappresentanti di Paesi partner extra-UE, le proprie “soluzioni” tecnologiche e operative per specifiche “problematiche” e per la sorveglianza delle frontiere. Secondo uno studio di Access Now nel solo 2024 le 10 maggiori compagnie che partecipano a questi incontri, tra cui vi sono Leonardo, Airbus e Thales, hanno investito circa 7,5 milioni di euro in attività di lobbying presso la Commissione europea e specifichə europarlamentari. Questi incontri sono direttamente promossi dalla Commissione europea, che coinvolge le aziende in gruppi consultivi e processi di elaborazione delle politiche europee sulla securizzazione e la sorveglianza delle frontiere. Si crea così un circuito in cui le stesse industrie che traggono profitto dall’espansione della sicurezza delle frontiere vengono sempre più coinvolte nella definizione delle tecnologie e delle politiche che ne alimentano la crescita. «La narrativa che accompagna queste politiche è stata fortemente promossa dall’industria degli armamenti. La percezione della migrazione come una minaccia, come una questione di sicurezza, è direttamente funzionale all’industria» – Mark Akkerman. Tra le tecnologie in sviluppo ci sono anche satelliti, droni e le High-Altitude Platforms (HAPS), piattaforme autonome che volano nella stratosfera anche per 10 o 12 mesi e mirano a colmare il divario tra la sorveglianza tramite satelliti e quella effettuata con aerei e droni. Il giornalista Matthias Monroy di Digit/netzpolitik ha sottolineato come Frontex stia sperimentando questi strumenti insieme a grandi aziende dell’industria militare, tra cui Thales e Airbus, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio laboratorio per la sorveglianza militare. «Al momento i droni di grandi dimensioni non possono sorvolare i confini terrestri, ed è per questo che il mare è diventato un banco di prova per questi velivoli. Nel prossimo futuro comunque li vedremo anche sui confini terrestri. La Germania, infatti, ha già modificato la propria normativa in materia di volo per consentire il passaggio anche ai droni di grandi dimensioni» – Matthias Monroy.  «Solo i giudici possono fermare Frontex» – Iftach Cohen, Front-lex. Le persone sopravvissute a questo sistema mortifero di intercettazioni e respingimenti chiedono giustizia. Iftach Cohen di Front-lex ha raccontato il lavoro di contenzioso strategico iniziato nel 2021 con il primo ricorso contro Frontex presentato per conto di due persone bloccate in Turchia dopo un pushback nell’Egeo. Le prime azioni sono state respinte, anche a causa di requisiti di ammissibilità e standard probatori difficili da soddisfare. Un passaggio fondamentale è arrivato nel dicembre 2025, con la sentenza della Grande Camera della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Hamoudi v. Frontex, che ha stabilito nuovi criteri sull’onere e sullo standard della prova nei casi di pushback, riconoscendo lo squilibrio strutturale nell’accesso alle evidenze tra l’Agenzia e le persone che ne denunciano le condotte. Per Cohen «tutte le misure volte al controllo democratico, alla trasparenza e alla responsabilità hanno fallito. Frontex è preposta alla sorveglianza delle frontiere e non sarà mai in grado di rispondere adeguatamente alle situazioni di emergenza. Non abbiamo bisogno di una Frontex migliore o di una Frontex riformata, ma abbiamo chiaramente bisogno di porre fine a Frontex». La questione centrale riguarda quindi il rapporto tra potere e responsabilità. Più potere deve sempre equivalere a più responsabilità e meccanismi di bilanciamento democratico. L’evoluzione di Frontex dimostra una tendenza opposta e chiama in causa le scelte delle Istituzioni europee, che in un momento in cui in Europa aumentano le disuguaglianze e diminuiscono risorse e accesso a servizi fondamentali, favoriscono l’industria bellica e privata generando la progressiva militarizzazione dello spazio pubblico europeo. La proposta di riforma arriva dunque come uno schiaffo in faccia alle associazioni animate dalle persone sopravvissute a questo sistema necropolitico e alla società civile nel suo complesso, che dopo anni di denunce e battaglie esige giustizia, trasparenza e soprattutto un uso radicalmente diverso dei fondi pubblici dei contribuenti. Anche per questo la conferenza si conclude con l’appello di attivistə, ricercatorə ed europarlamentari per una mobilitazione diffusa contro la riforma UE che sarà presto discussa a Bruxelles.
Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Il 22 e 23 maggio si è tenuta a Milano la quinta edizione degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa: un evento che chiama a raccolta avvocatə e operatorə del diritto, ma anche accademici, attivistə e persone solidali per ragionare sulle evoluzioni normative e sociali intercorse annualmente in tema di detenzione e diritto d’asilo. Quest’anno risultava fondamentale affrontare i più ampi cambiamenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, che non solo estende esponenzialmente i casi di una detenzione de facto delle persone migranti, ma segna un cambio di prospettiva epocale nel diritto d’immigrazione e d’asilo a livello europeo. Ad essere ridefinite non sono solo le procedure, ma il significato stesso delle parole e di concetti giuridici tradizionalmente associati alla protezione, i quali sono stati trasformati in armi per selezionare, confinare e controllare le persone migranti. Il Patto europeo rappresenta il punto di arrivo di questa traiettoria. Una riforma definita dalle istituzioni europee come «storica», che segna però anche un cambio di paradigma: se la normativa precedente era costruita almeno formalmente attorno alla figura del richiedente asilo e dei suoi diritti, il nuovo impianto assume come punto di vista prioritario quello dello Stato, della gestione dei flussi e della sicurezza delle frontiere. Ph: Davide Salvadori LA FRONTIERA ADDOSSO «Un migrante mi disse molti anni fa: la legge è per i poveri. E quello che intendeva era che la legge, per i poveri, è contro di loro. Non serve a proteggerli. Serve a confinarli, a opprimerli, a estrarre valore dai loro corpi». È così che Shahram Khosravi ha aperto il primo panel dedicato alla parola “frontiera”. Non è possibile comprendere le politiche migratorie europee senza iscriverle nel più ampio concetto di capitalismo razziale: un sistema che produce valore attraverso lo sfruttamento differenziato delle persone in base alla razza, ma anche al genere e alla classe. «A parità di lavoro e condizioni, una lavoratrice migrante può guadagnare fino al 20 per cento in meno rispetto a un lavoratore nazionale. Questo differenziale salariale è prodotto dalle frontiere», ha concluso Khosravi. Se per decenni la frontiera è stata immaginata come una linea di passaggio verso i diritti, oggi appare più evidentemente come un dispositivo che si attacca ai corpi, alle lingue, ai colori della pelle e alle gerarchie globali del lavoro. Con il regolamento Screening e le procedure accelerate di frontiera, la persona può essere trattenuta per mesi nella “finzione di non ingresso”: nonostante la persona sia già sul territorio, la persona rimane giuridicamente “in frontiera”, fino a una decisione sulle procedure da applicare. Ne deriva la possibilità di confinamento prolungato, procedure accelerate ed espulsioni sempre più agili. A questa trasformazione giuridica si accompagna quella tecnologica. Laura Carrer e le ricercatrici del centro Hermes hanno mostrato come la raccolta sistematica di dati biometrici, l’interoperabilità delle banche dati e l’utilizzo crescente di tecnologie di sorveglianza stiano producendo una nuova forma di confinamento: quello all’interno dei database. Fotografie, impronte digitali e scansioni facciali accompagnano le persone per decenni, ben oltre la loro esperienza migratoria. Un caso emblematico è quello di un cittadino eritreo naturalizzato italiano ancora inquadrato in database che ostacolano la sua libertà di movimento all’estero. Come ha sottolineato Khosravi: «Questo accade a un eritreo, a un afghano, a un iraniano. Non accade a un canadese, a uno svedese o a un francese. La storia coloniale continua a vivere nelle pratiche di frontiera». > La frontiera non si ferma ai confini esterni: cammina con noi all’interno > delle città.  Le cosiddette zone rosse e le ordinanze urbane producono nuove geografie di esclusione. Secondo Selam Tesfai, «la profilazione razziale, la segregazione degli spazi urbani, la distinzione tra chi può stare in un luogo e chi no hanno una storia precisa. L’apartheid non è qualcosa di estraneo alla storia italiana. Basta guardare ad Asmara e alla costruzione delle città coloniali». Queste pratiche costruiscono una geografia morale della città, in cui alcune presenze sono considerate legittime e altre minacciose. «Il mio senso di insicurezza», ha aggiunto, «non è mai considerato rilevante. Non conta la paura di attraversare una stazione sapendo di poter essere fermata per un controllo. Non conta l’umiliazione che si vive negli uffici immigrazione o quando viene chiesto il permesso di soggiorno in mezzo alla strada». A questa estensione dei poteri di sorveglianza si accompagna inoltre, come ha evidenziato il giornalista Duccio Facchini, una crescente opacità istituzionale. Mentre aumentano i dispositivi di controllo sulle persone, si restringe l’accesso alle informazioni da parte di giornalisti, avvocati e società civile. La ragion di Stato viene sempre più spesso invocata per giustificare il diniego di dati fondamentali per comprendere le pratiche di gestione delle frontiere. Ph: Davide Salvadori SOLIDARIETÀ: COMPLICITÀ FRA STATI E CRIMINALIZZAZIONE DEGLI INDIVIDUI Nel Patto europeo, “solidarietà” non indica più il sostegno alle persone in movimento, ma la cooperazione tra Stati nella gestione dei respingimenti. Il compromesso europeo non supera il Sistema Dublino, ma introduce una solidarietà “flessibile”: redistribuzione, contributi economici o responsabilità procedurali opzionali per gli Stati. > Parallelamente, la solidarietà dal basso viene sempre più criminalizzata. Rahel Sereke ha osservato come la repressione segua la logica del «colpirne uno per educarne centro». Nel quartiere di Porta Venezia, pratiche di aiuto sono state progressivamente trasformate in problemi di ordine pubblico attraverso sanzioni, controlli e campagne mediatiche. «Oggi essere identificabili come le persone che aiutano è un pericolo» ha aggiunto, «soprattutto se si tratta di comunità nazionali, etnico-nazionali o le comunità di riferimento con background migratorio». La solidarietà diventa così un comportamento da scoraggiare, mentre gli spazi di mutuo soccorso vengono ridotti e resi vulnerabili. LIBERTÀ CONDIZIONATA Il sistema di gestione migratoria contemporaneo produce una libertà sempre più condizionata. Attraverso le disposizioni del regolamento screening, della direttiva accoglienza e l’introduzione di alcune misure speciali, le persone vengono mantenute “a disposizione” delle autorità senza che si parli formalmente di detenzione. Obblighi di firma, soggiorno, trasferimenti e restrizioni territoriali limitano la libertà personale senza essere riconosciuti come tali. L’avvocato Gianluca Vitale ha evidenziato come molte di queste misure derivino dal diritto penale, trasferite però nel campo amministrativo. Valeria Verdolini ha definito questo fenomeno come “pena senza colpa”: la libertà viene compressa non per ciò che si è fatto, ma per la propria deportabilità. Al panel sulla parola libertà ha partecipato anche l’europarlamentare Ilaria Salis, che di privazione della libertà ne sa qualcosa, ma anche dei processi decisionali all’interno dell’Unione Europea. Nel suo intervento ha restituito la gravità della situazione in Parlamento Europeo, dove l’alleanza tra popolari ed estrema destra permette di discutere e quasi approvare la detenzione e deportabilità anche di minori di 6 anni. VULNERABILITÀ: DA STRUMENTO DI TUTELA AD ARMA DI SELEZIONE Forse nessuna parola mostra con altrettanta evidenza il processo di svuotamento (e sfruttamento) semantico all’interno del nuovo patto europeo quanto il concetto di vulnerabilità. Nelle normative europee la vulnerabilità viene spesso trattata come una caratteristica immediatamente visibile e individuale, mentre numerosi studi dimostrano come essa sia invece prodotta da condizioni sociali, giuridiche ed economiche specifiche. Lo screening preliminare dovrebbe individuare le vulnerabilità entro sette giorni dall’arrivo, in un contesto caratterizzato da trattenimento, forte pressione psicologica e accesso limitato ai servizi. Letizia Palumbo e Barbara Sorgoni, rispettivamente sociologa del diritto e antropologa, hanno invece restituito come la vulnerabilità sia una condizione “situata”, prodotta da fattori ambientali che possono impattare anche categorie di persone ritenute “non-vulnerabili” per senso comune.  Il Patto arriva a seguito di decenni di raccomandazioni che sembra strumentalizzare in senso marcatamente contrario: invece che predisporre valutazioni di vulnerabilità tali da verificarne la sussistenza nella sua complessità, elimina qualsiasi automaticità nelle garanzie a protezione delle soggettività ritenute più fragili.  Come ha osservato Barbara Sorgoni, «forse le ricerche che per anni hanno documentato le trappole e le difficoltà dei sistemi di asilo non sono state ignorate dalle istituzioni europee. Forse sono state lette molto bene e utilizzate per capire come impedire che le persone apprendessero il modo di orientarsi dentro procedure sempre più soffocanti». La conseguenza è una distinzione sempre più rigida tra persone considerate meritevoli di protezione e persone ritenute sacrificabili, all’interno di un sistema che continua a produrre vulnerabilità attraverso la precarizzazione giuridica e la limitazione dei diritti. RIPRENDERSI IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE «Il colonialismo ci insegna una cosa importante», ha affermato Selam Tesfai. «Questa macchina ha bisogno di giustificazioni. Le giustificazioni cambiano nel tempo, ma la logica resta la stessa: costruire una gerarchia tra corpi e vite differenti». Riprendendo le parole della scrittrice Gloria Anzaldúa, Khosravi ha ricordato che la frontiera non è soltanto un luogo di violenza: è anche uno spazio di produzione di conoscenza e di resistenza. Nonostante l’inasprimento dei controlli e la crescita dei dispositivi tecnologici, le persone continuano ad attraversare le frontiere, mostrando forme di resistenza e adattamento a infrastrutture di sorveglianza e violenza che ad altri occhi sembrerebbero imbattibili. Se le frontiere contemporanee si espandono ben oltre i CPR, investendo città, banche dati e procedure amministrative, anche le pratiche di opposizione devono essere capaci di muoversi su questi stessi terreni. Difendere i diritti significa oggi anche contendere il significato delle parole con cui vengono nominati. In questa prospettiva, risignificare il linguaggio diventa un atto politico: mettere in discussione le giustificazioni che legittimano il capitalismo razziale e generare nuovi spazi di agibilità politica.
La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire» «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1 È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online.  > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. Ph: Women State Trafficking DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎