Frontex senza freni
«Nessun potere dev’essere accordato a un’Agenzia senza la possibilità di
chiamarla a rispondere delle proprie azioni» – David Yambio, Refugees in Libya.
Questo è il messaggio emerso forte e chiaro dalla conferenza di giovedì 1°
ottobre al Parlamento Europeo di Bruxelles, dove europarlamentari, ricercatorə,
avvocatə e organizzazioni della società civile hanno gettato luce sulla nuova
riforma di Frontex, la cui proposta ufficiale è attesa per la fine di ottobre.
La riforma prevede un’espansione senza precedenti di fondi, poteri esecutivi ed
equipaggiamento tecnico-militare a disposizione dell’Agenzia, senza intervenire
sui meccanismi di controllo e responsabilità che associazioni della società
civile in tutta Europa chiedono da ormai vent’anni.
L’Agenzia è infatti accusata di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare
(SAR) e di favorire respingimenti illegali, con conseguenze troppo spesso letali
per le persone in viaggio sulle rotte balcaniche, nel mar Egeo e nel
Mediterraneo centrale.
Per comprendere la nuova proposta di riforma di Frontex, bisogna guardare
all’evoluzione dell’agenzia negli ultimi 20 anni.
Laura Salzano, ricercatrice del Ludwig Boltzmann Institute for Fundamental and
Human Rights ha ricostruito la progressiva trasformazione di Frontex: nata nel
2004 come organismo di coordinamento tra gli Stati membri, l’Agenzia ha
acquisito nel tempo capacità operative, personale, mezzi propri e poteri sempre
più estesi.
Il passaggio decisivo è avvenuto con la riforma del 2019, che ha portato alla
creazione dello Standing Corps, alla possibilità per Frontex di acquistare
direttamente armi, navi e altri equipaggiamenti e a un forte aumento del budget
(passato da 6,2 milioni di euro nel 2005 a 1,2 miliardi di euro nel 2026).
L’Agenzia può oggi svolgere controlli e attività di sorveglianza alle frontiere,
raccogliere e condividere dati e organizzare operazioni di espulsione dai Paesi
membri.
Con la nuova riforma i finanziamenti all’Agenzia potrebbero raggiungere – tra il
2028 e il 2034 – gli 11 miliardi di euro e il totale dei suoi agenti effettivi
potrebbe arrivare alle 30mila unità.
A questa crescita dei poteri non corrisponde però un analogo rafforzamento dei
meccanismi di controllo. Come ha sottolineato Salzano, Frontex è «la prima
agenzia dell’UE con poteri di law enforcement, senza essere un’agenzia di law
enforcement»: agisce come un corpo di polizia, senza essere sottoposta agli
stessi standard di trasparenza e controllo.
Frontex permette e coordina il sistema di respingimenti nel Mar Egeo e nel
Mediterraneo Centrale.
Nell’Egeo, Francesca Ruzzetta del Legal Centre Lesvos ha descritto un sistema di
respingimenti sistematici. Tra il 2020 e il 2023 sono stati documentati oltre
1.000 pushback, che hanno coinvolto più di 27.000 persone. Frontex sarebbe stata
direttamente coinvolta in oltre cento casi e a conoscenza di centinaia di altri.
Particolarmente significativo è il modo in cui l’Agenzia registra questi
episodi: 135 operazioni di pushback risultano infatti classificate nei database
interni come “prevenzioni delle partenze dalla Turchia”. In un caso, quasi 200
persone espulse da Creta nell’ottobre 2020 sono state registrate come se
l’operazione non fosse mai avvenuta.
Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) aveva aperto un’inchiesta
evidenziando gravi criticità nella gestione dell’Agenzia e il suo
coinvolgimento, anche attraverso omissioni e mancati interventi, nei
respingimenti illegali nell’Egeo. La vicenda portò a una profonda crisi di
governance di Frontex e, come risultato, Fabrice Leggeri lasciò l’incarico di
direttore esecutivo il 29 aprile 2022 (e dal 2024 è diventato europarlamentare
con il Rassemblement National). Oggi il suo successore Hans Leijtens cerca di
ripulire l’immagine dell’Agenzia attraverso investimenti in una comunicazione
“dal volto umanitario” che continua ad infrangersi con la realtà documentata
dalle organizzazioni della società civile.
Ruzzetta ha infatti ricordato il naufragio della Adriana, nel giugno 2023: tra
le 750 persone a bordo, circa 650 morirono. L’aereo di Frontex aveva individuato
l’imbarcazione ore prima del naufragio e l’Agenzia aveva offerto ulteriori voli
di sorveglianza alle autorità greche. Il SAR fu dichiarato solo 13 ore dopo il
primo avvistamento.
Nel Mediterraneo centrale, Sea-Watch ha documentato un meccanismo analogo, anche
attraverso i Mayday Relay. Il 25 giugno, la nave Aurora dell’ONG tedesca tenta
di contattare un aereo di Frontex che ha emesso un Mayday Relay, per ricevere
maggiori informazioni utili a svolgere il soccorso in mare. Frontex ha ignorato
le comunicazioni e persino l’offerta di mediare le informazioni dell’aereo di
pattugliamento di Sea-Watch. Il 30 agosto, un altro Mayday Relay di Frontex
viene ascoltato dalla nave di soccorso civile Solidaire, che però non riceve
aggiornamenti sulla posizione dell’imbarcazione. Al contrario, la Guardia
costiera libica riceve da Frontex le coordinate aggiornate, intercetta le
persone a bordo e le riporta in Libia.
«Così anche se vediamo un incremento nei Mayday Relay lanciati da Frontex, non
vediamo alcun cambiamento sostanziale nel sistema di salvataggio, che rimane un
sistema di intercettazioni e morti in mare», ha spiegato Dorothee Krämer di
Sea-Watch.
Nuovi fondi per nuove tecnologie di sorveglianza e armamenti
L’espansione di Frontex significa anche nuovi investimenti in tecnologie sempre
più sofisticate per la sorveglianza delle frontiere. Come ha spiegato Mark
Akkerman, di Stop Wapenhandel, una parte consistente del bilancio dell’Agenzia
viene destinata a «equipaggiamento e servizi per la sicurezza e il controllo
delle frontiere» e decine di milioni di euro vengono spesi ogni anno per voli di
sorveglianza con aerei e droni, affidati anche a grandi aziende del settore
militare.
Un grande punto di contatto tra Frontex e l’industria bellica sono gli “Industry
Days”, durante i quali le aziende presentano all’Agenzia, alla Commissione
europea ma anche a Paesi membri e sempre più rappresentanti di Paesi partner
extra-UE, le proprie “soluzioni” tecnologiche e operative per specifiche
“problematiche” e per la sorveglianza delle frontiere.
Secondo uno studio di Access Now nel solo 2024 le 10 maggiori compagnie che
partecipano a questi incontri, tra cui vi sono Leonardo, Airbus e Thales, hanno
investito circa 7,5 milioni di euro in attività di lobbying presso la
Commissione europea e specifichə europarlamentari. Questi incontri sono
direttamente promossi dalla Commissione europea, che coinvolge le aziende in
gruppi consultivi e processi di elaborazione delle politiche europee sulla
securizzazione e la sorveglianza delle frontiere. Si crea così un circuito in
cui le stesse industrie che traggono profitto dall’espansione della sicurezza
delle frontiere vengono sempre più coinvolte nella definizione delle tecnologie
e delle politiche che ne alimentano la crescita.
«La narrativa che accompagna queste politiche è stata fortemente promossa
dall’industria degli armamenti. La percezione della migrazione come una
minaccia, come una questione di sicurezza, è direttamente funzionale
all’industria» – Mark Akkerman.
Tra le tecnologie in sviluppo ci sono anche satelliti, droni e le High-Altitude
Platforms (HAPS), piattaforme autonome che volano nella stratosfera anche per 10
o 12 mesi e mirano a colmare il divario tra la sorveglianza tramite satelliti e
quella effettuata con aerei e droni. Il giornalista Matthias Monroy di
Digit/netzpolitik ha sottolineato come Frontex stia sperimentando questi
strumenti insieme a grandi aziende dell’industria militare, tra cui Thales e
Airbus, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio laboratorio per la
sorveglianza militare.
«Al momento i droni di grandi dimensioni non possono sorvolare i confini
terrestri, ed è per questo che il mare è diventato un banco di prova per questi
velivoli. Nel prossimo futuro comunque li vedremo anche sui confini terrestri.
La Germania, infatti, ha già modificato la propria normativa in materia di volo
per consentire il passaggio anche ai droni di grandi dimensioni» – Matthias
Monroy.
«Solo i giudici possono fermare Frontex» – Iftach Cohen, Front-lex.
Le persone sopravvissute a questo sistema mortifero di intercettazioni e
respingimenti chiedono giustizia. Iftach Cohen di Front-lex ha raccontato il
lavoro di contenzioso strategico iniziato nel 2021 con il primo ricorso contro
Frontex presentato per conto di due persone bloccate in Turchia dopo un pushback
nell’Egeo.
Le prime azioni sono state respinte, anche a causa di requisiti di ammissibilità
e standard probatori difficili da soddisfare. Un passaggio fondamentale è
arrivato nel dicembre 2025, con la sentenza della Grande Camera della Corte di
giustizia dell’Unione europea nel caso Hamoudi v. Frontex, che ha stabilito
nuovi criteri sull’onere e sullo standard della prova nei casi di pushback,
riconoscendo lo squilibrio strutturale nell’accesso alle evidenze tra l’Agenzia
e le persone che ne denunciano le condotte.
Per Cohen «tutte le misure volte al controllo democratico, alla trasparenza e
alla responsabilità hanno fallito. Frontex è preposta alla sorveglianza delle
frontiere e non sarà mai in grado di rispondere adeguatamente alle situazioni di
emergenza. Non abbiamo bisogno di una Frontex migliore o di una Frontex
riformata, ma abbiamo chiaramente bisogno di porre fine a Frontex».
La questione centrale riguarda quindi il rapporto tra potere e responsabilità.
Più potere deve sempre equivalere a più responsabilità e meccanismi di
bilanciamento democratico. L’evoluzione di Frontex dimostra una tendenza opposta
e chiama in causa le scelte delle Istituzioni europee, che in un momento in cui
in Europa aumentano le disuguaglianze e diminuiscono risorse e accesso a servizi
fondamentali, favoriscono l’industria bellica e privata generando la progressiva
militarizzazione dello spazio pubblico europeo.
La proposta di riforma arriva dunque come uno schiaffo in faccia alle
associazioni animate dalle persone sopravvissute a questo sistema necropolitico
e alla società civile nel suo complesso, che dopo anni di denunce e battaglie
esige giustizia, trasparenza e soprattutto un uso radicalmente diverso dei fondi
pubblici dei contribuenti.
Anche per questo la conferenza si conclude con l’appello di attivistə,
ricercatorə ed europarlamentari per una mobilitazione diffusa contro la riforma
UE che sarà presto discussa a Bruxelles.