La seconda volta. Ajoké, il mare e la ville morte
31 maggio 2026. È quasi mezzanotte quando Ajoké 1, una testimone del rapporto
Women State Trafficking mi scrive per dirmi che l’hanno arrestata. È la seconda
volta da quando ha iniziato l’aventure, qualche anno fa. Era partita dalla sua
terra d’origine, nell’Africa subsahariana, in fuga da violenze e abusi. Anche in
questa occasione, Ajoké è stata intercettata in mare.
La prima volta, ad arrestarla, era stata la Guardia Nazionale Tunisina (GNT),
una forza di sicurezza interna, militare, dipendente dal Ministero dell’Interno.
Picchiata selvaggiamente, incarcerata nella caserma di El Meguissem. Violentata.
Poi trasportata alla frontiera, venduta ai libici, detenuta di nuovo. Violentata
ancora. Infine, liberata previo pagamento del riscatto.
Approfondimenti
LA TRATTA DI STATO DELLE DONNE NERE E MIGRANTI TRA TUNISIA E LIBIA
La voce delle sopravvissute e testimoni nella presentazione del rapporto Women
State Trafficking al Parlamento Europeo
Nicoletta Alessio
23 Aprile 2026
La seconda volta la storia comincia in modo diverso, perché il porto di partenza
non è Sfax, in Tunisia, ma Zuwarah, in Libia. Ajoké è salita su un gommone
insieme ad altre persone, ma le hanno bloccate ugualmente. Pare che i prestanti
e abili militari della so called Guardia Costiera libica siano usciti subito a
prenderli in mare. Sono esperti e veloci, formati ed equipaggiati dai loro
colleghi italiani. I militari hanno portato a riva le persone intercettate in
mare, poi detenute in un primo hub e trasferite in un carcere libico ben noto, e
non solo agli autori del rapporto State Trafficking e Women State Trafficking.
Ajoké è di nuovo detenuta. Conosciamo il seguito di questa seconda detenzione,
anche se lei non l’ha ancora vissuto. E anche lei sa già come andrà a finire.
Ora che è in prigione, uscirà con il barnamiche, come viene chiamata la
negoziazione per l’uscita di un detenuto da un carcere libico. Una trattativa
economica. Uscirà perché la sua rete familiare o amicale pagherà il suo
riscatto. Oppure sarà venduta a qualcuno che guadagnerà facendole usare il suo
corpo. La porterà in qualche bordello, per recuperare i soldi anticipati per il
suo acquisto e moltiplicherà i propri guadagni, mettendosi in tasca molto di più
di quanto abbia speso per comprarla, obbligandola alla prostituzione.
Qualche giorno fa ho saputo che è stata arrestata e avrei preferito non esserne
a conoscenza. Confesso di averlo pensato quando ho ricevuto il suo primo
messaggio con il video che mi mostrava dove era detenuta insieme agli altri.
Me l’ha mandato lei stessa, domenica 31 maggio. In un audio concitato mi
racconta che ha nascosto il cellulare e che, per una fortuita casualità, non
l’hanno trovato durante la perquisizione. È quasi mezzanotte e il suo audio
dice: «La polizia ci ha arrestato di nuovo». Poi, un altro vocale, registrato a
voce bassa. Tanto bassa che faccio fatica a sentire. I suoni sono distinti,
capisco cosa succede: un pick-up in movimento, col portello posteriore di
lamiera che sbatte a ogni sobbalzo sulla strada dissestata. Si sente il rumore
dei sassi sotto le ruote, il cemento irregolare. In sottofondo, voci, parole
incomprensibili. Un chiacchiericcio. Persone. Li stanno trasportando. Poi,
ancora la sua voce: «Ci hanno arrestati mentre stavamo attraversando il mare.
Siamo nella macchina. E ora ci stanno portando in prigione».
Un’ora di pausa: poi, di nuovo un video. Questa volta è lei che descrive, mentre
filma: «Guarda come siamo» dice la sua voce. Filma due stanze: è l’interno di
una casa, vuota, fatta di due piccoli spazi comunicanti. Pareti bianche, il
pavimento di mattonelle beige. Non ci sono porte, ma gli infissi sono in legno e
la forma è arcuata. Le persone sono ammassate. Alcune sono distese: è lo stesso
principio di quando sono in barca, la tobà, con i corpi serrati, incastrati, in
un’assurda perfetta armonia di forme concave e convesse. Altre possono solo
restare sedute perché non hanno lo spazio di allungare le gambe. C’è qualche
bambino. I corpi sono docili. Restano lì, immobili. Si sente la voce di Ajoké
mentre filma per qualche secondo: si sente la stanchezza, la disperazione, ma
non c’è nessun atto di ribellione. Ancora qualche minuto e ricevo la
localizzazione: Zuwarah, accanto al mare. Se ingrandisco la mappa, vedo una
specie di costruzione rettangolare, che è proprio sulla costa, quasi sulla
spiaggia.
LUNEDÌ 1 GIUGNO 2026
Silenzio. Non ho notizie per tutto il giorno. Alle otto di sera, ricevo una foto
di un hangar dall’interno. Cemento battuto a terra. Pavimento bagnato in alcuni
punti, luce artificiale potente, neon. Materassi di gommapiuma sparsi, di colore
verde pallido. La struttura ha la forma di un tunnel. Il tetto curvo che lo
richiude è di lamiera ondulata. Il caldo dev’essere soffocante lì dentro.
Un’unica porta in metallo e al di sopra una finestra protetta da una griglia.
L’unica. Non si esce di lì.
Non c’è audio che accompagna, né parole per spiegare. Ma immagino che l’abbiano
trasferita in prigione.
MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 ORE 15.54
Una foto, sfuocata.
Poi un video. Diciotto secondi. «Siamo molti qui, tanti tanti». Corpi ammassati.
Tutte donne, alcune sedute, altre in piedi. Un vociare indistinto di sottofondo.
Rimbomba. C’è un unico uomo nella stanza. Hanno separato gli uomini dalle donne.
Poi un audio che segue. Concitato, mormorato: «Questa è la prigione. Questa è la
prigione». Nell’inquadratura, una ventina di donne visibili, sedute sui
materassini, qualche sacco addossato alle pareti. Lo spazio aperto intorno è un
vuoto che non dà riparo. La foto è scattata da una soglia, come chi guarda da
dietro una porta socchiusa. Forse quella di un unico bagno. Di solito le donne
vengono violentate lì.
Prima e ora, ancora
Ajoké è una delle testimoni del rapporto Women State Trafficking, quello che
documenta come Tunisia e Libia, attraverso i loro apparati di controllo delle
frontiere, i loro accordi bilaterali, i finanziamenti ricevuti grazie
all’esternalizzazione, siano direttamente implicati nel traffico di esseri umani
e in particolare delle donne che tentano di attraversare il corridoio
Tunisia-Libia verso il Mediterraneo centrale.
I meccanismi che il rapporto descrive sono ancora in funzione e Ajoké, insieme a
moltissimi altri, è di nuovo dentro quegli ingranaggi ben oliati.
La volta passata, qualche mese fa, aveva ottenuto il suo rilascio in cambio di
servizi sessuali in prigione. Uscita, era rimasta bloccata in Libia. A Zawiya si
era stabilita in un insediamento informale, un “campo”. Con lei, il figlio di
poco più di un anno. Per mantenersi raccoglieva bottiglie di plastica per
rivenderle. Non era assistita. Non era protetta. Semplicemente presente, in uno
spazio sospeso, che non è né accoglienza né libertà. La sua condizione –
visibile, precaria, documentata – non ha attivato nessuna forma di protezione da
parte degli Stati che pure finanziano la presenza di organizzazioni umanitarie
in Libia e che siedono ai tavoli diplomatici, contribuendo a disegnare le
politiche migratorie nel Mediterraneo centrale.
INTANTO, FUORI: LA VILLE MORTE
Mentre Ajoké è detenuta, gli altri testimoni di Women State Trafficking che si
trovano ancora in Libia sono bloccati nei “campi”. Non perché siano stati
arrestati – non ancora – ma perché in questi giorni Tripoli – e molte altre
città- sono in stato di blocco. I testimoni di Women State Trafficking, con cui
siamo ancora in contatto, ne danno l’allerta. Da Tripoli arriva un’espressione
sola: la ville morte. La città morta. Significa che le persone nere si
nascondono – più del solito, per quanto sia possibile. La popolazione libica è a
caccia. Linciaggi liberi. Operati da cittadini, imposti dalla violenza, dalle
milizie, dalla paralisi istituzionale. Chi è nei campi non esce, non si muove.
Le comunicazioni sono intermittenti. Il monitoraggio diventa impossibile o
quasi.
La stessa dinamica si sta replicando, in questi stessi giorni, in Tunisia. Anche
lì, le possibilità di movimento per le persone black sono ulteriormente ridotte,
che siano amministrativamente regolari oppure no. Le reti di supporto sul
territorio riferiscono una situazione di pressione crescente: blitz della
polizia nelle case abitate da persone migranti, arresti arbitrari. Violenza
documentata che circola nelle reti sociali, sotto gli occhi di tutti, tra
l’impotenza di chi vorrebbe agire ma non può intervenire e la totale
indifferenza di chi ha il potere di farlo. E, come sempre, il silenzio complice
dell’Unione europea.
Comunicati stampa e appelli
WOMEN STATE TRAFFICKING: L’APPELLO DI RR[X]
Un appello per trasformare il rapporto di ricerca presentato a Bruxelles il 22
aprile 2026 in un'azione diffusa e collettiva per fermare la tratta di stato
29 Aprile 2026
> La storia di Ajoké mostra diverse cose insieme.
Innanzitutto, che la doppia intercettazione – da parte di due diversi apparati
statali, in due momenti diversi – non è un’eccezione ma una possibilità
strutturale per chi vive in Libia o in Tunisia senza protezione. Chi è stato già
fermato, rilasciato e rimasto sul territorio, torna ad essere soggetto agli
stessi meccanismi, senza che nulla nel frattempo sia cambiato nella sua
condizione di vulnerabilità.
Mostra che essere testimone non offre protezione sul campo.
Mostra che la povertà estrema non attiva nessun meccanismo di risposta da parte
degli Stati che pure finanziano la presenza umanitaria in quei territori e che
la visibilità della condizione delle persone razzializzate nere è invisibile
anche quando è sotto lo sguardo di tutti.
Rende chiaro, infine, che l’esternalizzazione delle frontiere produce catene di
responsabilità che gli Stati finanziatori si rifiutano sistematicamente di
riconoscere. La Guardia Nazionale Tunisina e la Guardia Costiera Libica operano
con risorse, formazione e copertura politica fornite dall’Unione Europea.
L’Italia è in prima linea. Ogni intercettazione, ogni respingimento, ogni
trasferimento in detenzione avviene all’interno di un quadro che l’Europa ha
contribuito a costruire e che continua a sostenere e a rafforzare.
Ajoké è detenuta di nuovo. Gli ultimi messaggi che mi ha mandato risalgono a
martedì, due giugno. Una foto mostra due uomini nello spazio all’esterno
dell’hangar: un nero e un libico. L’audio racconta che stanno iniziando il
barnamiche, l’operazione di negoziazione: il mediatore, nero e della stessa
comunità a cui la persona appartiene, con l’accordo delle guardie libiche, fa da
intermediario tra il detenuto e il suo mondo esterno, per ottenere il pagamento
del riscatto. La seconda foto, scattata dal cortile, mostra uomini in
lontananza. L’audio di Ajoké racconta che li stanno picchiando.
Da martedì 2 giugno non ho più sue notizie.
Gli altri testimoni di Women State Trafficking sono nei campi in Libia. Altri
con cui siamo in contatto sono in Tunisia.
La politica del confine continua a funzionare. La città è morta e insieme a lei
la dignità, la vergogna, il rispetto, il diritto.
1. Il nome é ovviamente di fantasia. La prigione in cui è attualmente detenuta
è stata resa anonima per questioni di protezione ↩︎