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Anche alle Presenze di Pace diciamo, Teva: no grazie!
Le Presenze di Pace del sabato mattina sono momenti collettivi. Si riuniscono padri, madri, associazioni, gruppi, tutti accomunati dalla volontà di dire no alle guerre, un’affermazione che detta tutti insieme diventa più visibile, più efficace. Cos’altro possiamo fare per affermare questa volontà e opporsi a questa violenza? Sanitari per Gaza insieme a BDS Italia propongono un’ulteriore modalità per “far sentire la propria voce”, in questo caso specifico riferito ai farmaci. Come? Boicottando, ovvero comunicando con le aziende che producono beni più o meno essenziali grazie agli acquisti che non facciamo più, un’azione non violenta per far sentire la propria voce. I farmaci in questione sono quelli prodotti dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, leader mondiale nella produzione di farmaci generici ma produttrice anche di farmaci specialistici nei settori dell’immunologia, dell’immuno-oncologia e delle patologie del sistema nervoso centrale. È proprietaria anche dei marchi Ratiopharm, Dorom e Cephalon. L’azienda risulta in crescita: i bilanci indicano che il suo fatturato è salito da 14,9 miliardi di dollari nel 2022, a 15,8 miliardi di dollari nel 2023 con un aumento del 7% e a 16,5 miliardi di dollari nel 2024 con un aumento del 6%. Nonostante un’immagine attenta e sensibile alle necessità di cura, l’azienda ha potuto sfruttare i benefici della situazione palestinese ben prima del genocidio conseguente ai fatti del 7 ottobre. Fin dalla prima metà degli anni 90 ha potuto lavorare nella situazione di indubbio vantaggio commerciale conseguente agli Accordi di Oslo. Il primo, la Dichiarazione dei Principi di Oslo fu firmata il 20 agosto 1993 e ratificata settembre con la famosissima foto di Arafat che stringe la mano di Rabin accompagnati dalle braccia aperte di Clinton. Le relazioni commerciali ed economiche fra Israele e Territori Occupati vengono definite qualche mese dopo con il Protocollo di Parigi dell’aprile del 1994. Con quest’accordo di stabilisce a livello commerciale la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati e della Striscia di Gaza da Israele. Tutte le risorse economiche chiave come terra, acqua, forza lavoro e capitali, vengono legate alla giurisdizione israeliana così come il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi di merci, la riscossione delle tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese fino all’uso della moneta israeliana, lo shekel. Secondo il dossier curato da BDS Italia sono stati tre i fattori che hanno caratterizzato il settore farmaceutico israeliano e palestinese: * L’industria farmaceutica palestinese ha dovuto affrontare un forte aumento dei costi di produzione dovuto alle tasse imposte sulle materie prime importate, oneri che non gravano sui prodotti israeliani che riuscivano così a mantenere prezzi più bassi. * I farmaci non potevano transitare dall’aeroporto Ben Gurion per presunte ragioni di sicurezza dovendo essere esportati via mare attraverso la Giordania, con il risultato di un aumento dei prezzi. * I prodotti palestinesi erano proibiti negli ospedali, nelle farmacie di Gerusalemme Est così come vietata era la somministrazione di vaccini nelle scuole per la presunta bassa qualità dei farmaci di produzione palestinese. Teva ha potuto quindi sfruttare i vantaggi di una situazione genericamente a favore dell’economia israeliana. Ma il boicottaggio nasce da considerazioni più recenti. L’azienda ha sempre agito in maniera diretta a favore dell’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces (IDF). Nel periodo 2014-2016, ad esempio, donò circa 27.000 dollari all’anno per il programma “Adopt a Battalion” con l’obiettivo di dare l’opportunità di sviluppare “relazioni profonde e durature con i soldati dell’IDF” attraverso la partecipazione alle cerimonie di adozione e l’incontro con i soldati nelle basi militari. Dall’ottobre del 2023 in poi, nessuno ai vertici dell’azienda ha mai espresso contrarietà rispetto a quanto avveniva nella Striscia di Gaza. Nonostante gli impegni umanitari di Teva vogliano trasmettere la rassicurante immagine di un’azienda attenta alle esigenze di benessere fisico e psichico, di cura e salute, non si è registrata nessuna azione di aiuto e sostegno ai civili gazawi ridotti allo stremo e con un sistema sanitario al collasso. Questo vale ancora oggi. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 morti e feriti sono solo diminuiti ma la situazione non può dirsi in alcun modo pacificata: dalla dichiarazione della tregua sono stati uccisi 591 palestinesi e 1.591 sono rimasti feriti. Malattie che qui in Europa curiamo facilmente diventano terribili se non si hanno pulizia e cure mediche adeguate, per un aggiornamento recentissimo è molto utile leggere questo articolo de Il Manifesto. E queste cure nella Striscia non ci sono. I farmaci mancano, Teva li produce ma nessun aiuto è arrivato in quelle terre martoriate. Ecco perché il boicottaggio dei farmaci Teva, come di altri prodotti legati all’economia israeliana, è quanto mai necessario e utile visto che ci mette in condizione di mandare un segnale chiaro e inequivocabile, in maniera capitalisticamente significativa. Il boicottaggio dei prodotti Teva è proposto da BDS Italia insieme ai Sanitari per Gaza e sostenuto dalla rete #DigiunoGaza.   Sara Panarella
April 23, 2026
Pressenza
Tessere la pace, instancabilmente
Alla vigilia dell’appuntamento del 24 che, come ogni mese a Palermo, vede le donne del Presidio per la pace sollecitare la cittadinanza a una riflessione nonviolenta sulla geopolitica e il militarismo, e che precederà domani il corteo e i canti del 25 aprile, proponiamo un video appena diffuso da Viola Glorioso sull’evento del 28 marzo scorso: “10 100 1000 piazze per la pace” realizzato nella nostra città. Il prossimo appuntamento è per il 21 giugno a Roma. 28 marzo 2026 Redazione Palermo
April 23, 2026
Pressenza
La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire» «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1 È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online.  > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. Ph: Women State Trafficking DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎
Libertà per gli ostaggi palestinesi. Accendiamo la fiamma dell’umanità
Venerdì pomeriggio alle 17 presso il Centro Studi Sereno Regis si è svolto un interessantissimo incontro, Libertà per gli ostaggi palestinesi. Accendiamo la fiamma dell’umanità. All’incontro sono intervenuti Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, Giulia Torrini presidente di Un Ponte Per, Romana Rubeo caporedattrice di “The Palestine Cronichle” e Naim Abu Saif, studente di Gaza, autore de “L’ultimo respiro di Gaza”. L’evento, organizzato nella Giornata dei Prigionieri Palestinesi, è una risposta alla chiamata della campagna internazionale Red Ribbon. Attualmente sono 9.446 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, di questi 3.442 sono detenuti amministrativi senza accuse né processo, più di 350 i bambini. Si stima che dal 1967 in ogni famiglia palestinese ci sia stato almeno un membro detenuto nelle carceri israeliane. Detenuti che adesso hanno di fronte la nuova legge approvata dalla Knesset il 30 marzo che prevede: * La pena di morte per impiccagione senza possibilità di grazia. * Le sentenze saranno emesse da tribunali militari con una finestra di 90 giorni per eseguire le esecuzioni una volta emessa la sentenza. * Soprattutto questa legge si applica esclusivamente ai palestinesi in Cisgiordania, non ai coloni israeliani, un atto gravissimo che ci riporta direttamente agli anni del nazismo. Carcere è infatti una delle parole chiave dell’intervento del giovane Naim Abu Saif. Il carcere, è, nel suo racconto, un’entità vicina e tangibile. Tutti a Gaza hanno parenti, amici, conoscenti che sono o sono stati in carcere. Lo stesso padre di Naim venne incarcerato e poi ucciso durante la seconda Intifada. Tutti sanno di persone malate, maltrattate e detenute anche senza nessuna colpa se non quella di essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Naim ha voluto leggere la prima strofa della poesia “A mia madre”  del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, scritta nel 1965 agli inizi della sua carriera poetica, scritta dopo una visita in carcere della madre del poeta. Lo spunto arrivò in occasione di una visita della madre del poeta che gli portò pane e caffè. La guardia rovesciò tutto a terra. Da quel gesto, di una violenza che nella sua semplicità è devastante, nacque la poesia diventata un simbolo della memoria e della resistenza palestinese. Mi manca il pane di mia madre Il suo caffè La sua carezza Che cresce con la mia infanzia Giorno dopo giorno Amo la vita Perché se morissi Non sopporterei il pianto di mia madre! Madre, mancanza sono le altre parole chiave del racconto del giovane scrittore. La sua famiglia è ancora a Gaza, ancora in pericolo. Comunicare con loro è difficile, soprattutto con la madre che vive nel nord dove viveva lui stesso fino a pochi mesi fa, dove la situazione è peggiore rispetto ad altre zone del paese e non ha internet ne telefoni a disposizione. Due sorelle vivono a Gaza City e lì, racconta, la situazione va un pochino meglio. Naim adesso è a Torino, è tornato all’Università e ha pubblicato il libro “L’ultimo respiro di Gaza”, una raccolta di quanto scritto quando ancora viveva a Gaza, quando scrittura è servita per dare nome e, forse, un senso a quanto stava avvenendo. Il suo libro non è però possibile reperirlo in libreria. Per trovarlo bisogna partecipare a una delle varie presentazioni previste oppure contattare Naim sui social. Quello che è stato ben delineato grazie ai vari interventi è che la situazione è difficile ancora adesso, i numeri di morti e uccisioni è ridotto ma la pace è ancora lontana. Non potrebbe essere diversamente pensando alla legge che prevede la pena di morte per i palestinesi detenuti, solo per loro, e per impiccagione. Ecco perché partirà nuovamente la Global Sumud Flotilla, a breve dalla Sicilia via mare ma a maggio partirà anche un equipaggio via terra. Maria Elena Delia esprime in modo chiaro e netto il significato politico della spedizione. Con la Flotilla partiranno medici, educatori, eco builders, se c’è la pace non potranno non farli attraccare. Chiede anche il nostro sostegno nel seguirli e accompagnarli. Lo scorso anno furono le manifestazioni e le proteste a difenderli, facciamolo anche stavolta, rimaniamo pronti “a bloccare tutto”. Dopo l’incontro è stata organizzata una fiaccola in piazza Castello. Si può rivedere tutto l’evento sul canale youtube del Centro Sereno Regis: https://www.youtube.com/@serenoregistv/streams Sara Panarella
April 18, 2026
Pressenza
Il caso Angela Lano e la Congiura contro l’Umanità. Con Paolo Sensini
Occhio alla Storia. LA TANA DEL LUPO CAPITOLO #28. Il caso Angela Lano e il confine tra sicurezza e libertà Nel dicembre 2025 si è verificato un episodio che ha sollevato interrogativi concreti sul rapporto tra libertà individuali e intervento dello Stato. Al centro della vicenda c’è Angela Lano, giornalista e autrice, insieme ad altri cittadini coinvolti in un’operazione che ha attirato attenzione e polemiche. Congiura contro la Libia. L’alleanza tra neocolonialismo occidentale e islamismo politico nel golpe contro Gheddafi e la Jamahiriyyah: https://www.lafeltrinelli.it/congiura…
April 6, 2026
InfoPal
Kiev: I famigliari dei soldati ucraini dispersi chiedono il cessate il fuoco e la verità sui loro cari
A Kiev si sono dati oggi appuntamento i famigliari (mogli, figli, fratelli e sorelle, nonne e nonni) dei soldati scomparsi di cui da mesi non si hanno più notizie. Il governo ha fatto approvare dal parlamento una legge che li considera morti attuando così un colpo di spugna perché siano di fatto dimenticati o relegati ad un dolore e a una memoria privata. I famigliari che sono diverse migliaia giunti da ogni parte dell’Ucraina, chiedono che la legge venga ritirata. Vogliono la verità: o la salma per dare loro funerali e una degna sepoltura o la liberazione ed il ritorno a casa se sono prigionieri dei russi. Tutte, sono quasi soltanto donne a parte bambini, ragazzini e qualche anziano, portano la bandiera nazionale con i colori azzurro e giallo, il cielo e un campo di girasoli con impressa l’immagine dei loro cari e sono migliaia e migliaia di volti. Chiedono l’ immediato cessate il fuoco e e trattative per giungere ad una pace giusta. Sono contro alla guerra ma rifiutano l’umiliazione di una resa o di una capitolazione, vogliono la fine dell’aggressione e vere trattative per garantire l’indipendenza dell’Ucraina che é il motivo per cui i loro cari hanno combattuto. Le auto che passano suonano il clacson in segno di solidarietà.   Mauro Carlo Zanella
April 6, 2026
Pressenza
Seminare la morte, seminare la vita
  L’agricoltura a Gaza sta morendo L’agricoltura nella Striscia di Gaza non è più solo un’attività economica; nel contesto dell’aggressione genocidaria israeliana, è diventata un mezzo di sopravvivenza e di resistenza. Vaste aree di terreno hanno perso la loro capacità produttiva a causa dell’uso israeliano di insetticidi diserbanti e per le difficoltà degli agricoltori nell’accesso alle risorse di base, come semi e fertilizzanti. Il settore agricolo è stato preso di mira in modo massiccio e intenzionale dall’esercito israeliano, controllando oltre il 60% dei terreni agricoli all’interno della cosiddetta linea gialla. Israele infatti ha imposto restrizioni all’ingresso di fertilizzanti, sementi e piantine. Abbiamo sentito un giovane palestinese di Jebalia, che ci ha raccontato che, per lui e per la sua famiglia, l’agricoltura è diventata un’opzione indispensabile: “non ci arrendiamo al genocidio ed all’azione di morte messa in atto da Israele e ci sforziamo di continuare a coltivare la terra, anche in piccoli appezzamenti attorno alle tende, nonostante tutte le circostanze, affinché la vita possa proseguire”. E poi ha concluso: “Il lavoro agricolo mi offre una tregua dalle pressioni quotidiane, oltre a garantire un minimo indispensabile di cibo, in una realtà che si fa ogni giorno più difficile, con l’aumento dei prezzi e il blocco degli aiuti da parte dell’esercito israeliano”. Il cimitero Mediterraneo Ieri, domenica, oltre 70 persone sono state considerate disperse e sicuramente morte, dopo il ribaltamento nel Mar Mediterraneo di un’imbarcazione con a bordo 105 migranti. L’ONG Mediterranea Saving Humans ha annunciato il salvataggio di 32 persone. Secondo l’organizzazione, l’imbarcazione era salpata dalla Libia sabato pomeriggio con a bordo donne, uomini e bambini. L’ONG ha affermato che tali tragici incidenti “sono una conseguenza delle politiche dei governi europei che si rifiutano di aprire vie di transito sicure e legali”. Un video pubblicato dall’organizzazione sui social, filmato dall’aereo di sorveglianza Seabird 2, mostra degli uomini aggrappati allo scafo dell’imbarcazione capovolta mentre questa va alla deriva in mare aperto, e successivamente una nave mercantile che si avvicina. Mediterranea Saving Humans su X: “ Tragico naufragio di #Pasqua: 32 superstiti, due corpi senza vita recuperati, oltre 70 persone disperse. Ieri pomeriggio un’imbarcazione in legno con ~105 donne, uomini e bambini, salpata da Tajoura in fuga dalla #Libia, si è rovesciata in zona SAR sotto controllo libico. 1/4 https://t.co/mkQCtNXt9s” / X E intanto sugli altri fronti di guerra a cadere sono quasi solo civili….   ANBAMED
April 6, 2026
Pressenza
Libano: 370.000 bambini sfollati in tre settimane
Libano: 370.000 bambini sfollati in tre settimane, in media 19.000 al giorno. Ad oggi 121 bambini sono stati uccisi e 395 feriti. In tutto il Paese, oltre 1 milione di persone si trovano ora sfollate, molte delle quali per la seconda, terza o addirittura quarta volta. Ad oggi, almeno 121 bambini sono stati uccisi e 395 sono rimasti feriti. Con circa 435 scuole pubbliche che ora fungono da centri di accoglienza, l’istruzione di oltre 115.000 studenti è stata bruscamente interrotta. “In sole tre settimane, più di 370.000 bambini sono stati costretti a lasciare le proprie case in Libano, in media almeno 19.000 ragazze e ragazzi sono sfollati ogni giorno. Per rendersi conto della portata del fenomeno, è come se ogni 24 ore centinaia di scuolabus pieni di bambini scappassero per salvarsi la vita. In meno di un mese, circa il 20% della popolazione del Libano è stata sfollata. La rapidità e la portata di questo fenomeno sono sconcertanti. In tutto il Paese, oltre 1 milione di persone si trovano ora sfollate, molte delle quali per la seconda, terza o addirittura quarta volta. Si tratta di uno sfollamento di massa improvviso e caotico, che sta separando le famiglie e svuotando intere comunità, con conseguenze che si faranno sentire a lungo anche dopo che la violenza si sarà placata. L’esaurimento mentale ed emotivo che grava sui bambini del Libano è devastante. Senza aver avuto nemmeno un attimo per riprendersi dal trauma dell’ultima escalation, avvenuta appena 15 mesi fa, (i bambini) vengono nuovamente sradicati con la forza. Questo ciclo senza sosta di bombardamenti e sfollamenti sta aggravando gravemente le loro ferite psicologiche, radicando una paura profonda e minacciando di causare danni emotivi gravi e duraturi. Oggi, oltre 135.000 sfollati interni – molti dei quali sono bambini –  hanno trovato rifugio in più di 660 centri di accoglienza collettivi. Le condizioni di vita sono sempre più difficili. Molte famiglie sfollate vivono in contesti informali, sovraffollati e insicuri, tra cui edifici in costruzione, spazi pubblici e veicoli. La crisi economica del Libano e l’infrastruttura ormai logora limitavano già la capacità del Paese di soddisfare i bisogni primari; oggi, quell’infrastruttura sta cedendo sotto la pressione. I servizi essenziali di cui i bambini hanno bisogno per la loro sopravvivenza e il loro futuro stanno subendo gravi interruzioni. In zone come la Bekaa e Baalbek, i bombardamenti hanno distrutto serbatoi idrici e stazioni di pompaggio fondamentali, privando decine di migliaia di persone dell’accesso all’acqua potabile. Inoltre, con circa 435 scuole pubbliche che ora fungono da centri di accoglienza, l’istruzione di oltre 115.000 studenti è stata bruscamente interrotta. Il costo umano di questa escalation è sconvolgente. Ad oggi, almeno 121 bambini sono stati uccisi e 395 sono rimasti feriti*. Coloro che sopravvivono ai bombardamenti si ritrovano ad affrontare una realtà umanitaria drammatica. Assistiamo a famiglie in fuga con solo i vestiti che indossano, costrette a spostarsi più volte nel giro di pochi giorni a causa dei ripetuti ordini di sfollamento. Nel frattempo, le infrastrutture civili essenziali – tra cui ospedali, scuole, ponti e sistemi idrici e fognari – da cui i bambini dipendono per andare avanti con la loro vita, sono state costantemente attaccate, danneggiate o distrutte. L’UNICEF è sul campo e lavora senza sosta insieme ai nostri partner e alle istituzioni nazionali per sostenere i bambini sfollati, nei centri di accoglienza e nelle zone difficili da raggiungere. Solo nelle ultime settimane, il nostro Meccanismo di risposta rapida ha fornito a oltre 167.000 sfollati beni di prima necessità non alimentari e kit per l’inverno. Abbiamo consegnato più di 140 tonnellate di materiali sanitari essenziali agli ospedali e attivato 40 Unità Satellite di Assistenza Sanitaria di Base per garantire che i bambini e le famiglie nei centri di accoglienza abbiano accesso alle cure. Stiamo fornendo assistenza d’emergenza per l’acqua e i servizi igienico-sanitari a quasi 190 rifugi e stiamo lavorando per proteggere il futuro dei bambini, sostenendo il Ministero dell’Istruzione nella creazione di un accesso all’apprendimento online e nella pianificazione di Spazi di Apprendimento Temporanei. Tuttavia, l’assistenza umanitaria da sola non può risolvere questa crisi. La nostra capacità di risposta alle emergenze è gravemente compromessa dai ripetuti attacchi contro paramedici e operatori sanitari, e migliaia di famiglie rimangono isolate in zone difficili da raggiungere a causa dei rischi per la sicurezza e della mancanza di mezzi di trasporto. I bambini stanno pagando il prezzo più alto per questo conflitto. Chiediamo con urgenza che sia garantito un accesso umanitario senza ostacoli a tutti coloro che ne hanno bisogno. Chiediamo la cessazione immediata degli attacchi alle infrastrutture civili, comprese scuole, ospedali e sistemi idrici. Soprattutto, i 370.000 bambini sfollati hanno un disperato bisogno di un cessate il fuoco immediato. Devono smettere di fuggire e ricominciare a vivere come dovrebbero vivere i bambini.” *dato aggiornato al 27/3 FOTO E VIDEO: https://weshare.unicef.org/Share/7we68nn7f2d7mbs3lf526pb532tqvq2s   UNICEF
March 28, 2026
Pressenza