Testimonianza di Antonella Bundu: L’esperienza con la Freedom Flotilla
Siamo qui con Antonella Bundu, attivista da poco tornata dalla missione con la
Global Freedom Flotilla, intercettata dalla Marina Militare israeliana.
Antonella è una persona da sempre impegnata in cause sociali e faceva parte
degli equipaggi attaccati durante la navigazione. Il video integrale
dell’intervista in fondo a quest’articolo.
Per prima cosa, come stai?
Sto relativamente bene. A livello fisico ho subito percosse, ma molti altri
attivisti e attiviste della flotilla hanno riportato danni peggiori, per non
parlare di quello che subiscono quotidianamente i palestinesi. Diciamo che sto
bene ‘storicamente’ bene.
Racconta un po’ come è andata…
Il progetto della flotilla non riguarda solo l’atto finale di tentare di rompere
il blocco navale illegale di Gaza, ma parte da un lungo percorso di
condivisione.
Io e altri compagni, tra cui Dario Salvetti, siamo arrivati in Sicilia il 15
aprile, circa un mese prima dell’intercettazione. Ad Augusta c’erano persone che
lavoravano alle imbarcazioni già da mesi. Io mi sono stabilita a Siracusa, dove
abbiamo partecipato a corsi di formazione sulla nonviolenza, sulla cura
collettiva e sulla gestione degli approcci per minimizzare i pericoli.
L’obiettivo era portare aiuti umanitari e supporto attivo alla resistenza
palestinese, non sostituirci a loro. Abbiamo anche fatto un lavoro di
sensibilizzazione nei paesini siciliani, coinvolgendo quello che chiamiamo
‘l’equipaggio di terra’: persone che ci hanno sostenuto dal basso, facendo ciò
che i governanti non fanno.
Siamo partiti da Augusta intorno al 27 aprile. Io ero a bordo della nave Tin
Ching con un equipaggio di sette persone. Dopo sole tre ore di navigazione,
abbiamo avuto un guasto al motore e siamo dovuti tornare in porto, mentre il
resto della flotilla proseguiva.
Il mattino seguente siamo ripartiti sulla Trinidad. Eravamo in cinque (quattro
italiani e uno svizzero) e costituivamo la coda della flotilla. Mentre eravamo
ancora in acque internazionali — a oltre 500 miglia nautiche da Gaza,
praticamente tra l’Italia e la Grecia — è avvenuto il primo attacco.
Abbiamo visto i droni e sentito i messaggi radio della marina israeliana che
intimava di tornare indietro. Ventidue imbarcazioni sono state attaccate e gli
equipaggi rapiti. In molti casi hanno tagliato le vele e manomesso i motori,
lasciando alcune persone alla deriva.
Noi siamo arrivati sul luogo dell’intercettazione il mattino dopo. C’era un mare
calmo ma inquietante, con barche vuote che galleggiavano a un miglio l’una
dall’altra. Abbiamo iniziato a cercare i compagni della nave Tam Tam. In quel
momento siamo stati affiancati dalla nave di Open Arms. Dato che stava arrivando
il maltempo, Open Arms ci ha preso a rimorchio. Durante la burrasca notturna,
alcune delle barche salvate hanno iniziato a imbarcare acqua e affondare;
abbiamo dovuto tagliare le cime per sicurezza e siamo rimasti a bordo della Open
Arms.
Siamo stati portati a Creta come naufraghi. Lì abbiamo incontrato altri 175
attivisti che erano stati già rilasciati da Israele: molti erano feriti, con
ossa rotte, ematomi o segni di colpi d’arma da fuoco. I cittadini cretesi sono
stati incredibilmente ospitali, portandoci vestiti e cibo.
Dopo alcuni giorni ci siamo spostati a Marmaris, in Turchia. Lì la nostra flotta
si è ricongiunta con altre imbarcazioni, arrivando a circa 60 barche. Nonostante
la paura e i rischi, abbiamo deciso quasi all’unanimità di continuare la
missione verso Gaza.
La mattina del secondo attacco, eravamo ancora in acque internazionali. Sono
spuntate tre navi da guerra e due navi prigione. Dai ponti sono scesi i RIB
(gommoni potentissimi) carichi di soldati armati fino ai denti, vestiti di
grigio e col volto coperto.
Sulla nostra barca, la Don Juan, abbiamo cercato di seguire il protocollo di
non-escalation imparato nei corsi: abbiamo messo in una busta e buttato in mare
qualsiasi oggetto che potesse essere usato come scusa per accusarci di essere
terroristi (coltellini da cucina, forbici, attrezzi).
Quando ci hanno abbordato, avevamo le mani alzate e i passaporti in vista.
Nonostante questo, hanno usato subito il Taser sul collo di uno dei nostri
compagni senza motivo. Ci hanno costretti a stare sulla prua e hanno iniziato a
prenderci in giro, mettendo canzoni come Africa dei Toto a tutto volume.
Sembrava una scena grottesca, fuori dal mondo.
Una volta portati sulla nave da guerra, sono stata separata dagli altri. Mi
hanno costretta a spogliarmi per perquisirmi. Altre attiviste hanno subito
trattamenti peggiori: a una ragazza è stata strappata la maglietta lasciandola
seminuda, a donne malesiane è stato strappato l’hijab.
Ci hanno ammanettati con fascette di plastica e portati in spazi comuni simili a
container per il trasporto del bestiame. Sopra di noi, i soldati facevano la
guardia con le armi puntate 24 ore su 24. Ci hanno sparato addosso con cannoni
ad acqua un liquido giallo schiumoso e sparavano colpi in aria o proiettili di
gomma per non farci dormire o per disperderci se provavamo a parlare. I bagni
erano chimici, senza acqua, e il pavimento era costantemente allagato. Abbiamo
dormito uno sopra l’altro per proteggerci dal freddo.
Siamo arrivati al porto di Ashdod. Ci hanno fatto passare in un tunnel dove i
soldati ci colpivano; io sono stata sollevata di peso e piegata in due, tanto da
non riuscire a respirare. In un’area presidiata dal ministro Ben-Gvir, ci hanno
tenuti inginocchiati a testa bassa con l’inno israeliano in loop per ore.
Successivamente ci hanno portato in una prigione (la stessa dove vengono
detenuti i minori palestinesi). Il trasporto è avvenuto in celle di metallo
piccolissime, buie e gelide per l’aria condizionata. In carcere ci spostavano di
cella ogni venti minuti per impedirci di riposare. Non ci davano acqua né
medicinali (una ragazza epilettica è rimasta senza cure, così come una signora
con problemi cardiaci). Io e Dario Salvetti abbiamo iniziato lo sciopero della
fame.
Infine, ci hanno caricato su dei furgoni e portati all’aeroporto. Ci hanno fatto
sfilare davanti alle telecamere della TV israeliana. All’interno dell’aeroporto,
i passeggeri civili ci insultavano e ci facevano gesti minacciosi. Solo una
volta saliti sull’aereo ci hanno ridato l’acqua e un kit di prima necessità.
Erano passate tra le 48 e le 72 ore dal nostro sequestro.
Dato che a livello mediatico la notizia tende a sparire, cosa dobbiamo fare
adesso, sia politicamente che umanamente, per mantenere alta l’attenzione sulla
questione palestinese, sull’apartheid e su tutto ciò che sta accadendo?
Prima di rispondere, vorrei aggiungere un paio di dettagli importanti e
chiederti anche il permesso di condividere questa intervista con il nostro team
di legali, perché rappresenta un resoconto fedele che mi evita di dover
ricordare e ripetere ogni volta questi traumi.
Ci tengo a precisare che, sebbene io tenda a mettere da parte la mia esperienza
personale rispetto a chi ha subito fratture o ferite da arma da fuoco, anche io
sono stata presa a calci mentre eravamo inginocchiati davanti al ministro
Ben-Gvir. Abbiamo subito tutti violenze e privazione d’acqua senza aver fatto
nulla. Desidero denunciare questo, così come voglio accendere i riflettori sulla
Marcia Globale verso Gaza che sta partendo dalla Mauritania e sta cercando di
raggiungere Rafah. Proprio recentemente il convoglio è stato attaccato e
picchiato in Libia, e due attivisti italiani sono stati prima fermati e poi
deportati.
Parliamo di movimenti assolutamente nonviolenti. Questa è una delle volte in cui
la giustizia coincide perfettamente con la legalità: navigare in acque
internazionali per portare aiuti umanitari non è illegale sotto nessun aspetto,
né per la Convenzione di Ginevra né per i trattati internazionali. Sequestrarci,
rapirci e torturarci in acque internazionali, invece, lo è.
Tra gli attivisti della flotilla c’erano persone con passaporti forti e altre
con passaporti deboli, ma i palestinesi un passaporto non ce l’hanno proprio,
perché il loro Stato non è riconosciuto da tutti. Io sono di origine
sierra-leonese e sono grata alla Sierra Leone per essere stata uno dei primi
Paesi a riconoscere lo Stato di Palestina. L’Italia, invece, è tra quelli che
ancora non lo hanno fatto.
Il riconoscimento politico è il primo passo fondamentale, perché restituisce
dignità a un popolo riconoscendolo, innanzitutto, dal punto di vista umano. Le
istituzioni italiane e i governi internazionali devono muoversi subito in questa
direzione, anziché limitarsi a chiedere semplici chiarimenti formali agli
ambasciatori.”
Cosa può fare la società civile, cosa dobbiamo fare dalla base della società?
Dal basso non dobbiamo fermarci a un momento passeggero di indignazione o alle
sole manifestazioni di piazza; serve un movimento strutturato che porti avanti
un boicottaggio economico reale.
Quando ad esempio chiediamo che le navi da crociera israeliane non attracchino a
Livorno, non abbiamo nulla contro i singoli cittadini, ma contestiamo le
politiche di uno Stato che si fonda strutturalmente sulla repressione e
sull’espansione illegale. Questo sistema non è iniziato oggi con Netanyahu o
Ben-Gvir, ma è insito nel sionismo.
Rivendicare l’autodeterminazione del popolo palestinese significa stare dalla
parte di chi resiste a un’occupazione, proprio come i nostri partigiani che
hanno combattuto il nazifascismo. Chi difende la propria terra e la propria casa
non è un terrorista. La parola chiave è Sumud, la fermezza e la resilienza di un
popolo che non vuole vedere il proprio territorio occupato dai coloni.
Dobbiamo essere chiarissimi su un punto, per non dare adito a
strumentalizzazioni: l’antisemitismo non c’entra nulla. Una delle figure a cui
mi ispira è Alessandro Sinigaglia — ebreo, nero e comunista. Noi commemoriamo
l’orrore della Shoah senza alcun revisionismo; eravamo dalla parte degli ebrei
nel secolo scorso quando erano loro i perseguitati, e oggi siamo dalla parte dei
palestinesi. Siamo contro il sionismo, non contro gli ebrei.
“Dobbiamo agire concretamente sul territorio. A Firenze, grazie al lavoro di
Dmitrij Palagi in Consiglio Comunale, siamo riusciti a far approvare un atto per
escludere i farmaci dell’azienda israeliana Teva dalle farmacie comunali. Questo
è il tipo di boicottaggio che serve.
E le cose sono tutte collegate. Mentre noi eravamo in mare, in un’altra zona del
Mediterraneo la Guardia Costiera libica sparava contro una nave ONG che aveva
appena tratto in salvo novanta naufraghi, nel tentativo di riportarli nei lager
che noi stessi finanziamo. Tutto questo avviene in base agli accordi stretti
dall’Italia con la Libia quasi dieci anni fa (all’epoca del ministro Minniti),
accordi sostenuti trasversalmente sia dal centrodestra che dal centrosinistra.
Nel frattempo, Frontex non salva le persone e permette che navi da guerra
pattuglino uno dei mari più controllati al mondo per andare a rastrellare e
rapire attivisti che agiscono nella piena e totale legalità.
La strada da seguire è questa:
1. Boicottare Israele dal basso in ogni modo possibile.
2. Spingere le istituzioni locali e nazionali a votare atti concreti.
3. Interrompere ogni rapporto economico e commerciale con Israele, poiché la
sua forza si basa su quello.
4. Pretendere il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina e della
dignità del suo popolo.
5.
Video integrale dell’intervista
Olivier Turquet