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Mammellone: un archivio liquido
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Mammellone è un tratto di mare tra Tunisia e Sicilia, un luogo di incontro più che un confine. Qui, da generazioni, pescatori di sponde diverse condividono lavoro, parole e gesti, legati da una stessa vita sul mare. In queste acque si  custodiscono le tracce delle migrazioni: relitti, naufragi, memorie. Per questo, non è solo un banco di pesca. È un archivio vivente del Mediterraneo, intreccio tra scambi e perdite, vicinanza e frontiera. Il Mammellone è un luogo in cui il Mediterraneo mostra il suo volto più vero e  ricorda che gli uomini si sono incontrati molto prima che gli Stati tracciassero linee sulle mappe.  MAMMELLONE a cura di Enrico Fravega, Università di Genova Il Mammellone è un banco di pesca che si apre, quasi segreto, al centro del canale di Sicilia, lungo una linea immaginaria che unisce Sfax a Lampedusa, oggetto di frizioni e accordi gestionali tra Tunisia e Italia. È una tradizionale zona di pesca delle marinerie italiane ma, soprattutto, è uno dei molti spazi di contatto dove si incontrano pescatori provenienti da tutto il Mediterraneo: mazaresi, lampedusani, tunisini di Mahdia, Chebba o Sfax, maltesi e molti altri che qui pescano, si scontrano, si incontrano, scambiano vino per couscous e chissà cos’altro. Luoghi comuni che non si collocano su uno spazio meramente geografico ma rappresentano uno spazio di condivisione storico. Qui le barche restano immobili come astronavi in sospensione; gli uomini a bordo parlano lingue che non si assomigliano eppure si intrecciano in un esperanto di gesti, dialetti marinari e sguardi che bastano a intendersi. Sono gli operai del mare, uniti dalla fatica di tirare su dal fondo qualcosa che valga la pena di portare a riva. L’incontro, in queste acque, non è commercio e non è diplomazia. È piuttosto la legge del mare – un patto implicito di mutuo riconoscimento – continuamente incrinata dalla violenza dei regimi di frontiera. Perché qui le storie di pesca tori e di migranti, di Ong e di polizie marittime, si sfiorano, si sovrappongono, si ingarbugliano. «Quando lo abbiamo tirato su, sembrava un cristiano», racconta Franco Adragna, anche detto Capitan Ciccio, comandante della barca che, con le reti, portò alla luce il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo. Ma non sempre le reti restituiscono reperti antichi: in queste acque non è raro che si impiglino ai corpi dei migranti dispersi in mare. Il Mammellone dunque non è soltanto onda e corrente: è un archivio di incontri, naufragi, memorie e scambi. Uno spazio di mare vivente, in cui ogni barca che lo attraversa riscrive la sua storia, legata alla guerra della pesca e all’estrattivismo ittico. ESEMPI DAL CAMPO  Dovete sapere che tra gli anni ’60 e i ’90 il Mediterraneo era ancora ricco, una miniera d’oro, specialmente là al Mammellone. E noi, con le nostre barche che erano tra le più avanzate a quell’epoca, ci andavamo e pigliavamo pesci a volontà. Ma era come una corsa, capisci? Chi ci arrivava prima, prendeva di tutto… Ma piano piano, questo mare, pure quello vicino alla Tunisia si cominciava a sfruttare sempre di più… Ma era la vita nostra. Intervista con Antonino, pescatore in pensione di Mazara del vallo Ma quando mai l’Italia si è interessata di proteggere noialtri pescatori? L’unica cosa che sanno fare e lasciarci soli a mare con i problemi, il carburante che costa sempre più e le motovedette che ci sparano. Guarda la Libia, per esempio, si sono pigliati tutto il golfo della Sirte, come fosse loro. E ci scordiamo, poi, di quello che fece la buonanima di Andreotti? Un bel regalo ai tunisini, il Mammellone… Per anni, solo noi andavamo lì e ora rischiamo che ci multino o che ci sparino. Intervista con Vito, ex pescatore di Mazara del Vallo
[radio africa] Radio Africa: Niger, Tunisia, Zambia
Niger: il tentato colpo di stato in Niger nella notte fra il 28e 29 agosto mette in luce le divisioni all’interno dell’esercito e la debolezza della giunta di Tiani, salito al potere con grandi promesse di sviluppo per il paese e garanzie di sicurezza. Il tentativo di golpe è stato respinto con l’aiuto dei paramilitari russi dell’Africa Corp e con il sostegno dell’Algeria, ma i protagonisti di questa vicenda sono anche i vecchi padroni francesi che guardano con nostalgia ai tempi in cui gestivano l’uranio nigerino. Tunisia: Il 20 agosto, diverse centinaia di persone hanno manifestato nel centro di Tunisi per denunciare quella che definiscono l'inazione del presidente Kaïs Saïed. La carenza di acqua potabile e i blackout sono aggravati dall'ondata di calore, che sta colpendo anche altre parti del mondo. I manifestanti hanno anche chiesto il rilascio dei "prigionieri politici". Dalla presa di potere del presidente Kaïs Saïed il 25 luglio 2021, che gli ha conferito ampi poteri, le ONG locali e internazionali hanno denunciato un declino dei diritti e delle libertà nel paese che è stato la culla della Primavera araba nel 2011. Decine di membri dell'opposizione e attivisti della società civile sono sotto processo in base a un decreto presidenziale ufficialmente volto a combattere le "fake news", ma soggetto a un'interpretazione molto ampia, denunciata dai difensori dei diritti umani. Zambia: Il 13 agosto, in Zambia si sono tenute le elezioni generali. Il presidente Hichilema si candidava per un secondo mandato, contro un movimento di opposizione guidato dal leader del Partito Nazionale di Riconciliazione per l'Unità e la Prosperità, Brian Mundubile. Il giorno dopo le elezioni, le forze di sicurezza governative hanno fatto irruzione nella residenza di Mundubile e arrestato quattro membri del partito, accusandoli di pianificare un'insurrezione. Mentre i voti venivano scrutinati, Mundubile ha rivendicato la vittoria. Poi, la commissione elettorale ha sospeso lo spoglio per sei ore a causa di segnalazioni di violenza. Poco dopo, Hichilema è stato dichiarato vincitore, con il 60% dei voti. Lo Zambia è uno dei principali produttori di rame al mondo Le attività legate al rame costituiscono circa il 15 per cento del PIL, e il 70 per cento delle esportazioni.
September 2, 2026
Radio Onda Rossa
Proteste in Tunisia dopo l’ennesimo naufragio verso l’Italia
La Gen Z chiede politiche per far fronte a crisi e disoccupazione   Scontri con la polizia a Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, vicino al confine con la Libia, dopo il naufragio di un’imbarcazione con a bordo 15 persone, 14 delle quali originarie della regione tunisina. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare. Dopo lo stop delle operazioni di ricerca dei migranti a bordo dell’imbarcazione naufragata a largo di Zarzis domenica 23 agosto mentre si dirigeva verso l’Italia, sono scoppiate le proteste. Centinaia di giovani hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze di polizia hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche i giorni successivi, con scontri tra la popolazione e i militari. I manifestanti, gran parte giovani e giovanissimi, chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità per le nuove generazioni, con la disoccupazione crescente, anni di marginalizzazione e assenza di prospettive che stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. MATTEO GARAVOGLIA, GIORNALISTA FREELANCE CHE SI OCCUPA DI NORD AFRICA E IN PARTICOLARE DI TUNISIA CON REPORTAGE SUL CAMPO. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
August 30, 2026
Pressenza
PROTESTE IN TUNISIA DOPO L’ENNESIMO NAUFRAGIO VERSO L’ITALIA. LA GEN Z CHIEDE POLITICHE PER FAR FRONTE A CRISI E DISOCCUPAZIONE
Scontri con la polizia a Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, vicino al confine con la Libia, dopo il naufragio di un’imbarcazione con a bordo 15 persone, 14 delle quali originarie della regione tunisina. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare. Dopo lo stop delle operazioni di ricerca dei migranti a bordo dell’imbarcazione naufragata a largo di Zarzis domenica 23 agosto mentre si dirigeva verso l’Italia, sono scoppiate le proteste. Centinaia di giovani hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze di polizia hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche i giorni successivi, con scontri tra la popolazione e i militari. I manifestanti, gran parte giovani e giovanissimi, chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità per le nuove generazioni, con la disoccupazione crescente, anni di marginalizzazione e assenza di prospettive che stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. Matteo Garavoglia, giornalista freelance che si occupa di Nord Africa e in particolare di Tunisia con reportage sul campo. Ascolta o scarica.
August 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Naufragio al largo delle coste di Ben Guerdane e Zarzis (sud-est Tunisia)
Un’imbarcazione diretta verso l’Italia è affondata nei giorni scorsi al largo delle coste di Zarzis, nel sud-est della Tunisia. A bordo c’erano 15 giovani uomini. Al 25 agosto erano stati recuperati 12 corpi, mentre due persone risultavano ancora disperse. Una sola persona è sopravvissuta, dopo essere rimasta in mare per circa 48 ore prima di essere soccorsa. La maggior parte delle persone a bordo proveniva da Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia. Tra loro c’erano sette membri della stessa famiglia, giovani tra i 18 e i 25 anni, tra cui i due fratelli Koussay e Ghassan. Secondo le ricostruzioni della stampa tunisina, l’imbarcazione era partita il 19 agosto dalla zona di El Ktef, a Ben Guerdane. Dopo circa cinque ore di navigazione, in condizioni di mare difficili, l’imbarcazione è affondata. Le ricerche hanno coinvolto la Guardia nazionale, la Marina, elicotteri e numerosi pescatori della zona. A raccontare la storia dei sette giovani della stessa famiglia è Atef Chouat, loro cugino, intervistato dalla stampa tunisina 1. I giovani avevano lasciato presto gli studi e si erano dedicati al commercio informale, un’attività che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento nella regione. Secondo Chouat, a spingerli verso la partenza sono stati soprattutto la disoccupazione e l’assenza di prospettive. «Le famiglie allargate della città di confine di Ben Guerdane si trovano ad affrontare una disoccupazione generalizzata e la situazione sociale è peggiorata con la persistente chiusura, da quasi due anni, del valico di frontiera di Ras Jedir», ha dichiarato. Il valico di Ras Jedir, al confine tra Tunisia e Libia e a pochi chilometri da Ben Guerdane, è da sempre centrale per l’economia della regione. Il commercio transfrontaliero e gli scambi con la Libia hanno rappresentato per migliaia di persone una fonte essenziale di reddito, soprattutto attraverso il commercio informale. La sua chiusura prolungata ha avuto pesanti conseguenze sull’economia locale. Secondo Chouat, ha lasciato migliaia di giovani in una situazione di disoccupazione forzata, aggravando una condizione già segnata dalla mancanza di opportunità e rendendo la migrazione irregolare una delle poche possibilità percepite per cercare un futuro altrove. Il naufragio ha provocato dolore e rabbia a Ben Guerdane. Nei giorni successivi, la città è stata attraversata da proteste: alcune strade sono state bloccate e sono stati incendiati pneumatici, mentre la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni. I manifestanti hanno denunciato le difficili condizioni economiche e sociali della regione e chiesto che le operazioni di ricerca dei dispersi fossero intensificate 2. È in questo contesto che interviene Latifa Ouelhazi, presidente dell’Association des mères de migrants disparus, che parla a nome dell’associazione e a partire dalla propria esperienza di sorella di un migrante disperso da anni. > «Quando i nostri figli scompaiono, non scompare il nostro diritto a conoscere > la verità». «VEDIAMO NUOVAMENTE NOI STESSE» La dichiarazione parte dalle famiglie di Ben Guerdane che in questi giorni cercano i propri figli. «Quello che sta accadendo non è un incidente passeggero, né una notizia destinata a concludersi con la diffusione delle immagini e il recupero dei corpi». Dietro ogni persona dispersa, ricordano le madri, c’è una famiglia che dal momento della scomparsa vive «in uno stato di attesa senza fine». «Una madre che non sa se piangere suo figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro ogni giorno che un membro della loro famiglia non è più tornato». È un’attesa che Ouelhazi conosce direttamente. «So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare e che passino gli anni senza sapere dove sia, cosa gli sia accaduto, se sia sopravvissuto e dove sia terminato il suo viaggio». «So cosa significa che la domanda rimanga aperta e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana». Per questo, davanti alle famiglie di Ben Guerdane, l’associazione non vede semplicemente «nuovi numeri nel dossier delle migrazioni». «Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore passeggero, per poi essere dimenticate quando le notizie smettono di occupare le prime pagine». Le richieste sono precise: «Vogliamo la verità». «Vogliamo che ogni famiglia conosca il destino di suo figlio». «Vogliamo una ricerca seria delle persone disperse, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie a riavere i propri figli e a seppellirli con dignità». Ma per le madri dei migranti dispersi la ricerca della verità non può fermarsi al recupero e all’identificazione dei corpi. Il naufragio obbliga a interrogarsi anche sulle ragioni per cui tanti giovani continuano a mettere a rischio la propria vita in mare. «QUANDO LE PORTE LEGALI VENGONO CHIUSE, IL DESIDERIO DI PARTIRE NON SCOMPARE» «Vogliamo inoltre che si apra un vero dibattito sulle ragioni che spingono i nostri giovani a prendere il mare in viaggi esposti alla morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire». La dichiarazione mette in discussione apertamente l’efficacia delle politiche di controllo: «Gli anni hanno dimostrato che il solo approccio securitario non ha fermato le partenze e che la chiusura delle frontiere e l’inasprimento delle politiche sui visti non hanno cancellato il desiderio dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere con dignità». E aggiungono: «Quando le porte legali vengono chiuse, il desiderio di partire non scompare: diventano semplicemente più pericolose le vie attraverso cui partire». È una denuncia che si intreccia con quanto emerso nelle proteste di Ben Guerdane. La rabbia della comunità non riguarda soltanto il naufragio e la ricerca dei dispersi, ma anche le condizioni sociali ed economiche di una regione in cui la chiusura del valico di Ras Jedir ha aggravato una situazione occupazionale già difficile. Per le madri, però, la risposta non può essere soltanto impedire le partenze. «Non vogliamo altre tragedie e non vogliamo altre madri costrette a vivere ciò che abbiamo vissuto noi». Chiedono «politiche che garantiscano ai giovani il diritto a muoversi in modo sicuro e legale» e, allo stesso tempo, «ragioni concrete per restare, se scelgono di farlo: lavoro, dignità e speranza per il futuro». Per chi ha perso la vita, chiedono che la morte non venga archiviata come una statistica. «Abbiamo il dovere di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero all’interno di un rapporto». Alle famiglie spettano «la verità, la giustizia, la dignità, il sostegno psicologico e sociale» e soprattutto «il diritto di sapere dove sono i propri figli e cosa è accaduto loro». «Noi non parliamo da dietro una scrivania», scrive Ouelhazi. «Parliamo dall’interno di questo dolore». «Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone scomparse, che hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta». Per questo l’associazione continuerà a rivendicare i diritti delle persone disperse e delle loro famiglie «ogni volta che un giovane scompare in mare». Perché, conclude la presidente, «sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta». «Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, né che le persone disperse diventino semplicemente dei numeri». «Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità». E infine: > «Ogni madre ha il diritto di sapere dove si trova suo figlio». 1. Leggi l’articolo su La Press Tunisia ↩︎ 2. La ricostruzione di Al Jazeera sul naufragio e sulle proteste a Ben Guerdane ↩︎
Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale
La Tunisia, partner di primo livello per l’Italia e l’UE nelle politiche di contenimento dei flussi migratori, sarà chiamata a rispondere davanti a un tribunale internazionale per le sistematiche violenze inflitte alle persone migranti che attraversano il suo territorio per la prima volta nella sua storia. Quattro ricorsi sono stati infatti presentati alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e dall’avvocato tunisino Brahim Belguith, per conto di quattro cittadini dell’Africa subsahariana. Le accuse riguardano detenzioni arbitrarie, torture, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani e violenze sessuali. Il procedimento in questione potrebbe protrarsi per anni, ma rappresenta una svolta storica nel riconoscimento giudiziario di abusi sistematici finora documentati solo da organizzazioni umanitarie, agenzie ONU e stampa indipendente. Non si tratta di un processo penale contro singoli funzionari, ma di un giudizio sulla responsabilità internazionale dello Stato. La novità consiste proprio nell’oggetto: la Corte ha già affrontato la deriva autoritaria tunisina, ma non si era mai pronunciata sistematicamente sul trattamento riservato ai migranti stranieri, scenario a cui apre la denuncia in questione. Le sue sentenze sono giuridicamente vincolanti e, in caso di condanna, possono ordinare risarcimenti e misure strutturali per porre rimedio alle violazioni, la cui attuazione viene successivamente monitorata, pur senza disporre di strumenti coercitivi paragonabili a quelli di un ordinamento nazionale. Le storie dei quattro ricorrenti evidenziano, secondo i loro legali, un copione ripetuto che migliaia di altre persone hanno subito. Una donna camerunense, dopo aver tentato la traversata, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, detenuta per oltre venti giorni in una gabbia nel deserto insieme a cento persone sottoposte a violenze continue, per poi essere venduta alle guardie di frontiera libiche e subire altri abusi. Un cittadino ivoriano ha denunciato di essere stato pestato con bastoni e cinture, privato dei suoi effetti e lasciato nel deserto, dove due persone del suo gruppo sarebbero decedute. Un guineano sostiene di essere stato deportato verso il confine, detenuto per tredici giorni in un luogo in cui ha assistito a stupri commessi su altre donne detenute – e venduto a trafficanti libici, che lo hanno liberato dopo il pagamento di un riscatto. Infine, un cittadino della Sierra Leone ha visto la sua imbarcazione speronata deliberatamente dalla motovedetta tunisina: molti passeggeri sono annegati, lui è sopravvissuto nuotando, per poi essere ammanettato, picchiato e abbandonato nel deserto con i sopravvissuti. Secondo Amnesty International, dal 2023 la politica migratoria tunisina ha assunto una marcata dimensione razziale. Tra giugno 2023 e maggio 2025 l’organizzazione ha registrato almeno 70 espulsioni collettive, le quali hanno coinvolto oltre 11.500 persone, in gran parte nere: in seguito ad arresti mirati o intercettazioni in mare, a essere condotti nelle aree desertiche al confine con Libia e Algeria, spesso senza acqua né cibo e dopo la confisca degli averi personali, sarebbero state anche donne incinte e bambini. Amnesty ha inoltre documentato vari episodi di tortura e stupro da parte delle forze di sicurezza. La repressione ha investito anche almeno sei ONG: dal maggio 2024, secondo Amnesty, otto operatori e due ex funzionari locali sono stati arrestati arbitrariamente. Nel giugno 2024, le autorità tunisine hanno ordinato la cessazione del ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nell’esame delle richieste di asilo, eliminando di fatto l’unica via per ottenere asilo nel paese. Questo sistema è stato, nei fatti, rafforzato dalla cooperazione europea. Il memorandum firmato il 16 luglio 2023 ha infatti destinato 105 milioni di euro al controllo delle frontiere e alle intercettazioni in mare. Almeno 65 milioni di questa somma risultavano già contrattualizzati per l’addestramento e l’equipaggiamento della Guardia costiera e il sostegno del centro tunisino di coordinamento dei soccorsi. Secondo i legali dell’ASGI, un’eventuale condanna non provocherebbe l’automatico invalidamento del memorandum e non eliminerebbe la Tunisia dalla lista europea dei Paesi di origine sicuri, ma potrebbe trasformarsi in un fattore rilevante nell’ambito delle controversie sull’utilizzo del Paese come luogo sicuro di sbarco o come Paese terzo sicuro per i migranti che lo hanno attraversato, oltre ad aumentare la pressione politica sulla Commissione UE. The post Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Il leader della flotilla tunisina Wael Naouar inizia lo sciopero della fame. Quattro attivisti sono al sesto mese di detenzione
La Global Sumud Flotilla (GSF) esprime profonda indignazione e grande preoccupazione in seguito all’annuncio che Wael Naouar, membro del Comitato direttivo, ha ufficialmente iniziato lo “sciopero della fame Sumud” domenica 16 agosto. Come confermato dal Comitato nazionale per la difesa degli attivisti della Sumud Flotilla durante una conferenza stampa a Tunisi, lo sciopero della fame di Naouar segna una nuova e pericolosa fase nella sua protesta contro la detenzione preventiva in corso, nonché contro quella di altri tre organizzatori: Ghassen Henchiri, Ghassen Boughdiri e Nabil Channoufi. La decisione di Naouar di mettere a rischio la propria vita è l’espressione in continuità di una vita dedicata alla giustizia. Dai suoi primi anni alla guida del movimento studentesco tunisino e dal suo impegno all’interno del Partito dei Lavoratori, fino al ruolo centrale svolto nelle campagne internazionali di boicottaggio e nelle flottiglie della libertà, Naouar ha sempre scelto di porsi al centro dello scontro. Anche quando è stato minacciato direttamente per nome dai funzionari israeliani prima della partenza della prima Sumud Flotilla, Naouar ha rifiutato di lasciarsi intimidire, scegliendo invece di unirsi alla flottiglia che sfidava il blocco per consegnare aiuti e stare al fianco di Gaza. Giunto ormai al sesto mese di detenzione nel carcere di El Mornaguia, Naouar si trova ad affrontare un nuovo fronte nella stessa lotta. Lui e i suoi tre compagni sono stati arrestati nel marzo 2026, poco dopo che le autorità tunisine avevano bloccato la prevista partenza della Global Sumud Flotilla dal porto di Sidi Bou Said. Rimangono detenuti con accuse di natura finanziaria che la GSF denuncia come inventate e motivate politicamente, nel tentativo di criminalizzare l’azione umanitaria e la solidarietà organizzata con la Palestina in Tunisia. Mentre tre co-organizzatori sono stati rilasciati a condizioni restrittive che vietano l’attività politica, i “4 di Sumud” rimangono dietro le sbarre in condizioni di sovraffollamento e degrado, con ritardi nell’accesso alle cure mediche essenziali. Naouar è padre di due figli (Yasar e Sumud) ed è noto ai suoi compagni e alleati per la sua calma determinazione e per la sua presenza inconfondibile alle manifestazioni, dove indossa magliette raffiguranti potenti eroi degli anime che affrontano sfide impossibili. Naouar sta ora vivendo proprio quella prova nella realtà. Oggi, quella stessa determinazione viene messa alla prova in carcere, dove lo sciopero della fame è diventato il suo ultimo mezzo per protestare contro la detenzione prolungata e per chiedere giustizia. I principali sindacati, le organizzazioni per i diritti umani e altre associazioni che sostengono la causa palestinese, nonché vari parlamentari di tutto il mondo, hanno espresso la loro piena solidarietà ai detenuti di Sumud, considerando il protrarsi della loro detenzione una macchia vergognosa sulla storia del sostegno tunisino alla lotta palestinese. La Global Sumud Flotilla ritiene le autorità tunisine pienamente responsabili dell’incolumità fisica e della vita di Wael Naouar e dei suoi compagni detenuti. La GSF esige il rilascio immediato e incondizionato dei “4 di Sumud”, l’archiviazione di tutte le accuse a loro carico e la revoca di tutte le restrizioni imposte agli organizzatori rilasciati. In attesa del loro rilascio, le autorità devono garantire immediatamente cure mediche complete e condizioni di detenzione conformi ai loro diritti fondamentali. Le vessazioni da parte dello Stato non riusciranno mai a cancellare l’imperativo morale di porre fine al genocidio a Gaza, né a scoraggiare coloro che si schierano in solidarietà con il popolo palestinese. GSF rimane irremovibile al fianco di Wael Naouar, della sua famiglia e dei nostri compagni in carcere e invita la società civile di tutto il mondo a chiedere il loro immediato rilascio.     Global Sumud Flotilla
August 20, 2026
Pressenza
Le diverse forme della violenza di genere e credibilità del racconto: due decreti del Tribunale di Bologna riconoscono lo status di rifugiata
Due pronunce del Tribunale di Bologna riconoscono, in riforma delle decisioni della Commissione territoriale, lo status di rifugiata a due richiedenti in fuga da violenze di genere: una cittadina della Sierra Leone sottoposta a mutilazione genitale femminile e destinata a succedere alla madre nella società segreta Bondo (decreto del 12 giugno 2026), e una cittadina della Costa d’Avorio fuggita da un matrimonio forzato e poi vittima di tratta in Tunisia (decreto del 27 febbraio 2026). Entrambe ribadiscono un punto centrale: le COI non possono essere usate per negare credibilità a fenomeni esistenti e strutturali. COSTA D’AVORIO – VITTIMA DI VIOLENZA DI GENERE E DI MATRIMONIO FORZATO NONCHÉ VITTIMA DI TRATTA AI FINI DELLO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO IN TUNISIA: RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna, relatore Dott. M. Gattuso, in riforma della decisione della Commissione territoriale, riconosce lo status di rifugiata a una richiedente ivoriana fuggita dal Paese di origine per sottrarsi alla violenza di genere e al matrimonio forzato, nonché successivamente – nell’ambito del proprio percorso migratorio – vittima di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo in Tunisia. La Commissione territoriale di Bologna aveva ritenuto non credibile il racconto in quanto, sulla base delle informazioni disponibili dalle COI, vi sarebbe da un lato una presunta “bassa incidenza” del fenomeno dei matrimoni forzati in Costa d’Avorio e, dall’altro, una asserita incongruenza con il profilo personale della richiedente, qualificata come donna adulta e istruita, negando di conseguenza qualsiasi forma di protezione. Il Tribunale, al contrario, censura in modo netto tale impostazione, evidenziando come non possa configurarsi alcuna contraddizione logica tra il racconto individuale e le COI, osservando che “va evidenziato, in vero, come possa parlarsi di contraddizione se un fenomeno è escluso dalle COI, o è, quantomeno, riferito come altamente improbabile, non potendosi invece, già da un punto di vista logico, parlare di una “incoerenza” o “contraddizione” se un fenomeno nel paese d’origine effettivamente sussista, seppure – secondo le informazioni reperite dalla Commissione territoriale – in modo infrequente“. Parimenti, viene ritenuta infondata l’argomentazione relativa al profilo personale della richiedente, in quanto le stesse fonti confermano che i matrimoni combinati e le pratiche coercitive non sono affatto limitati alle minorenni né esclusi in presenza di un minimo livello di istruzione, specie in contesti rurali e di grave povertà. Sulla base delle COI acquisite, il Collegio ricostruisce un quadro caratterizzato da una persistente diffusione della violenza di genere in Costa d’Avorio, da pratiche di matrimonio forzato radicate soprattutto nei contesti rurali e da gravi carenze nella protezione statale, evidenziando come il rifiuto del matrimonio imposto possa comportare conseguenze estremamente gravi, fino alla diseredazione, all’espulsione dal nucleo familiare o a violenze anche estreme. In tale contesto, il Tribunale ribadisce il corretto metodo di valutazione della credibilità alla luce dell’art. 3, co. 5, d.lgs. 251/2007 e della giurisprudenza di legittimità, richiamando il principio della “procedimentalizzazione legale della decisione” e affermando che le dichiarazioni del richiedente, ove coerenti e plausibili, “possono anche – di per sé sole – costituire prova dei fatti“, imponendo il riconoscimento del beneficio del dubbio. Ulteriore profilo di rilievo è rappresentato dalla qualificazione della vicenda migratoria della ricorrente anche in termini di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento lavorativo in Tunisia, profilo del tutto ignorato dall’organo amministrativo. Il Tribunale valorizza, infatti, una serie di indicatori tipici della tratta di persone dalla Costa d’Avorio alla Tunisia: il reclutamento mediante promessa di lavoro, la contrazione di un debito, la sottrazione dei documenti, la reclusione in ambiente domestico, l’assenza totale di retribuzione, il controllo continuo e la limitazione della libertà personale. Tali elementi, corroborati anche dalla relazione dell’ente anti-tratta, consentono di ricondurre la vicenda a una “vera e propria riduzione in servitù“. Le COI richiamate confermano, inoltre, la diffusione di reti di traffico che reclutano donne ivoriane con promesse fraudolente di lavoro all’estero, esponendole a sfruttamento domestico e lavorativo nei paesi di transito, tra cui la Tunisia e la Libia, nonché l’elevata vulnerabilità delle donne lungo le rotte migratorie, con frequenti situazioni riconducibili alla tratta. Ciò posto, il Tribunale di Bologna riconosce lo status di rifugiata alla richiedente sulla base della sua appartenenza sia al gruppo sociale delle donne vittime di violenza di genere (a causa del matrimonio forzato dal quale è fuggita) sia a quello delle donne vittime di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo, correggendo l’approccio riduttivo della Commissione territoriale. La decisione si segnala, dunque, per l’importante chiarimento metodologico in ordine all’uso delle COI – che non possono essere impiegate per negare credibilità in presenza di fenomeni comunque esistenti – nonché per il riconoscimento della centralità degli indicatori di tratta anche nei casi di sfruttamento lavorativo domestico, spesso sottovalutati in sede amministrativa. Tribunale di Bologna, decreto del 27 febbraio 2026 SIERRA LEONE. MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI E RIFIUTO DI SUCCEDERE ALLA MADRE NELLA SOCIETÀ BONDO: RICONOSCIUTO LO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto lo status di rifugiata a una cittadina della Sierra Leone, sottoposta a mutilazione genitale femminile all’età di otto anni e destinata a succedere alla madre nell’esercizio della pratica di MGF all’interno della società segreta Bondo. La ricorrente aveva riferito di essere fuggita dopo essersi rifiutata di assumere il ruolo attribuitole dalla tradizione familiare. La Commissione territoriale aveva giudicato poco credibile questa parte del racconto, ritenendola generica e stereotipata e contestando, in particolare, l’assenza di una specifica prova della mutilazione subita. Il Tribunale riforma tale valutazione richiamando il criterio elaborato dalla Corte di cassazione per l’esame delle dichiarazioni del richiedente: “In tema di protezione internazionale, la valutazione del racconto del richiedente asilo deve avvenire dapprima secondo il modello cd. “atomistico-analitico”, che comporta un iniziale, rigoroso esame di ciascun singolo “fatto indiziante” emergente dalla narrazione del ricorrente, per poi procedere a una valutazione complessiva e globale di tutti quei fatti che, alla luce dei principi di coerenza logica, compatibilità inferenziale, congruenza espositiva, concordanza prevalente, possa condurre all’approdo della prova presuntiva del “factum probandum”. Ne consegue che, alla luce di tale ragionamento probatorio, il giudice ben potrà ritenere credibili solo parte delle dichiarazioni del ricorrente, non potendosi ritenere che un giudizio negativo di credibilità su alcune parti del racconto possa travolgere tutte le singole circostanze oggetto di dichiarazione” (Cass. civ., sez. III, 13 giugno 2022, n. 19045). Ogni circostanza deve essere esaminata autonomamente e poi ricondotta al più ampio quadro probatorio, verificandone la coerenza con gli altri elementi acquisiti e con le informazioni sul Paese d’origine. Nel caso esaminato, la ricorrente aveva descritto in modo costante e lineare la mutilazione subita, il ruolo della madre nella società segreta e le pressioni ricevute affinché ne proseguisse l’attività. La narrazione trova riscontro nelle fonti internazionali relative alle società Bondo e Sande, nelle quali la mutilazione costituisce un rito di iniziazione e il rifiuto della successione espone la donna all’emarginazione familiare e comunitaria. La certificazione ginecologica prodotta in giudizio ha inoltre attestato la mutilazione genitale di II grado. Su tali basi, il Tribunale ha formulato una “prognosi di assoluta attendibilità della versione dei fatti fornita dalla ricorrente“. Accertata la credibilità, il decreto distingue gli elementi costitutivi dello status: “L’art. 7 individua gli atti – e quindi la forma che devono assumere – di persecuzione, mentre è il successivo art. 8 che qualifica le ragioni che consentono di ritenere quegli atti idonei all’accoglimento dello status di rifugiato“. La mutilazione genitale integra un atto persecutorio per la gravità della lesione fisica e psichica e per la sua natura di violenza fondata sul genere. Il riconoscimento dello status richiede, inoltre, la riconducibilità della persecuzione a uno dei motivi convenzionali e la sussistenza di un fondato timore, da accertare mediante una prognosi concreta sul rischio in caso di rimpatrio: “Ai fini del riconoscimento della protezione maggiore occorre il fondato timore di persecuzione basato su un giudizio di prognosi futura circa il rischio di subire atti di persecuzione“. In questa valutazione assume rilievo l’art. 3, comma 4, del d.lgs. n. 251/2007. Il fatto che la ricorrente sia già stata sottoposta a mutilazione genitale non esclude l’attualità del rischio persecutorio. Nel caso di specie, la prognosi richiesta dall’art. 3 del d.lgs. n. 251/2007 non riguarda, infatti, la sola ripetizione dell’identico atto già subito: le fonti richiamate dal Tribunale documentano anche il pericolo di successive reinfibulazioni, in particolare dopo il parto. La nascita in Italia della secondogenita della ricorrente ha introdotto inoltre un ulteriore e decisivo elemento nella valutazione del rischio futuro. Il decreto afferma: “Deve certamente ritenersi assai elevato, con un grado di probabilità rilevante, che in caso di rientro in Sierra Leone, la piccolina […] possa trovarsi esposta al pericolo di subire il medesimo trattamento senza che la odierna ricorrente possa evitarlo“. Il pericolo cui sarebbe esposta la minore non rimane estraneo alla posizione giuridica della madre. Esso concorre direttamente alla prognosi persecutoria relativa alla ricorrente, la quale, in caso di rimpatrio, sarebbe nuovamente assoggettata al sistema familiare e comunitario dal quale era fuggita e posta nell’impossibilità concreta di proteggere la figlia dalla medesima pratica subita durante l’infanzia. Il rischio assume così una dimensione intergenerazionale, in quanto la tradizione che aveva imposto la mutilazione alla ricorrente è la stessa che, attraverso la linea familiare, minaccia ora la figlia. Nel caso in esame, tale conclusione è rafforzata dal ruolo rivestito dalla madre della ricorrente nella società segreta. Secondo il Tribunale, quest’ultima “non avrebbe difficoltà a rintracciare la figlia e la nipotina e quindi esercitare la pressione sufficiente e necessaria per proseguire nella pratica di famiglia”. Tribunale di Bologna, decreto del 12 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Ivana Stojanova per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione: * da parte di cittadini/e della Sierra Leone; * da parte di cittadini/e della Costa D’Avorio. * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale