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La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire» «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1 È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online.  > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. Ph: Women State Trafficking DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎
RADIO AFRICA: “LA RESISTENZA AFRICANA CONTRO IL FASCISMO” E GLI ABUSI SULLE DONNE MIGRANTI
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 23 aprile, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. Oggi dedicheremo i 35 minuti a nostra parlando innanzitutto del convegno intitolato “Bella Ciao. Resistenza africana contro il fascismo”. Lo faremo con il direttore di Africa Rivista, che organizza l’iniziativa, Marco Trovato. La parola poi a Pietro Gorza, antropologo e coordinatore dei progetti dell’associazione On Borders, che ci racconterà del rapporto presentato mercoledì 22 aprile al Parlamento Europeo e intitolato “Woman State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia. 33 testimonianze da un confine esterno della UE”. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 23 aprile alle ore 18.45 e in replica venerdì 24 aprile, alle ore 6.30. Ascolta o scarica Pubblichiamo il programma del convegno online che si tiene giovedì 23 aprile dalle ore 18.15 alle 19.20, al quale è possibile iscriversi gratuitamente cliccando qui. C’è una storia della Resistenza che raramente trova spazio nei manuali, ma che attraversa mari, deserti, altipiani e città ben oltre i confini italiani ed europei. È la storia delle donne e degli uomini africani che si opposero all’occupazione coloniale fascista, pagando un prezzo altissimo in termini di vite, repressione e memoria negata. Questo incontro online vuole riportare alla luce quelle vicende rimosse, intrecciando la Resistenza italiana e il contributo dei “partigiani neri” con le lotte anticoloniali nel continente africano. Dall’Etiopia alla Libia, fino all’esperienza dei combattenti antifascisti afrodiscendenti in Italia, emergerà un racconto più ampio, complesso e necessario: quello di una Resistenza plurale, capace di mettere in discussione miti consolatori, rimozioni e narrazioni parziali del nostro passato. Un viaggio nella storia, alla vigilia della Festa della Liberazione, che è anche un invito a guardare il presente con occhi più consapevoli, a partire da ciò che abbiamo scelto — troppo a lungo — di non vedere. Con l’adesione e il sostegno della CGIL – Confederazione Generale Italiana del Lavoro e IAFTUN – International Network of Antifascist Trade Unions e con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Programma: Memoria e Liberazione: Giustizia e antifascismo globale – Akhator Joel Odigie, Segretario Generale ITUC-AFRICA. Partigiani d’oltremare: dal Corno d’Africa alla lotta di Liberazione italiana – Matteo Petracci, storico e saggista. Etiopia resistente: la lunga lotta contro l’occupazione fascista – Gabriella Ghermandi, scrittrice italo-etiope. Giorgio Marincola, il partigiano nero: identità, lotta e memoria di un antifascista dimenticato – Carlo Costa, storico, dottore di ricerca, saggista. L’ascaro: una storia anticoloniale – Uoldelul Chelati Dirar, professore di Storia e Istituzioni dell’Africa, Università di Macerata. La Libia sotto l’occupazione italiana: repressione, deportazioni e Resistenza – Farid Adli, giornalista, direttore di AnbaMed. I miti del colonialismo italiano tra propaganda e rimozione – Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano scomparso nel 2021 (videointervista). Noi però gli abbiamo fatto le strade: il fascismo e le colonie tra bugie e razzismi – Francesco Filippi, storico della mentalità. Conduce Marco Trovato, direttore editoriale di Rivista Africa. Il video del convegno verrà pubblicato sul canale YouTube di Africa Rivista.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell’UE. di Roberta De Rosas (*) Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle
Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@1
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
Radio Blackout - Info
Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@2
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
Radio Blackout - Info
Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026@0
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di regolamenti, andando oltre il piano meramente narrativo e propagandistico promosso dalle destre a reti unificate, possiamo scorgere come la recente standardizzazione europea di politiche migratorie escludenti e razziste – nonché, più ampiamente, l’omologazione a tali politiche di tutto l’occidente bianco e suprematista – si componga di strumenti giuridici sempre più affilati, di relazioni neocoloniali e di un proprio arsenale tecno-militare. Strumenti giuridici che devono rispondere a imperativi politici e identitari, ma anche economici: da un lato relegare le persone nei quadranti in cui l’occidente intrattiene interessi industriali/estrattivi/finanziari, in modo da assicurarsi un buon bacino di forza lavoro sfruttabile in loco; dall’altro prevedere un residuo di mobilità verso l’Europa, monitorabile e ricattabile, per rispondere alla necessità di manodopera semi-schiavizzabile nei settori dell’agricoltura, della logistica, ma anche della micro-criminalità. In questa puntata – realizzata in collaborazione tra Harraga, Yasha Maccanico e Bello Come Una Prigione Che Brucia – iniziamo con il delineare alcuni elementi che compongono il piano tecnico del patto: dal funzionamento del processo di screening alle frontiere, alla normalizzazione della detenzione nei cosiddetti Return Hubs (centri dententivi sempre più esternalizzati), per passare al concetto di “finzione giuridica di non ingresso” e concludere con un’analisi sulla questione dei Paesi terzi di origine sicura. Nella seconda parte, ripartendo dal concetto di “Paesi sicuri”, attraverso un excursus su precedenti tentativi di esternalizzazione della detenzione (Inghilterra-Ruanda, Italia-Albania, Olanda-Uganda), ragioniamo su come si conforma la neocolonialità europea. Nella terza parte, ci concentriamo su database biometrici, interoperabilità, automazione del controllo alle frontiere: architetture tecnologiche della War on Migrants volte a marchiare, profilare, controllare ed escludere. Un modello di governo della popolazione che – in questa fase – sta venendo normalizzato all’interno del suo bacino maggiormente vulnerabilizzato.
April 20, 2026
Radio Blackout - Info
Sul Patto Migrazione e Asilo 2026
Nel giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Migrazione e Asilo vincolante per tutti i 27 Stati membri dell’UE. Cercando di osservare la realtà prodotta da questa serie di…
April 19, 2026
No CPR torino
Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di se stessi. Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di ricercatrici e ricercatori.  Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone vittime della tratta di stato. Women. Donne.  Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti. La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si tratta: di vite interrotte. Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita, tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.  Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e quella umana di persone è annientata. DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno testimoniato.  Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.  Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.  A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si viene smistati. Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un debito che viene saldato in modi diversi.  Ph: Rapporto Women State Trafficking La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne, famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla Tunisia alla Libia? Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena di mercificazione degli esseri umani,  identifica tre fasi. 1. Deumanizzare: la prima soglia La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico delle persone migranti razzializzate». Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare. Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la reificazione e la mercificazione. 2. Violentare: la continuità del gesto La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti. Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile. Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non eccezionali.  «La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa), spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente occultati».  La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena. «Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo». Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati. L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo. 3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà. Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati, altri prevedono la presenza di poche donne. Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.  Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma in stracci.  LA RESPONSABILITÀ EUROPEA Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere. Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un “paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei. Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non ascolta le testimonianze delle persone. Dopo il racconto Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco, indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro, invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse.  Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre volte su quattro sono ingoiate dal mare.  E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza invade chi la racconta e  chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione europea. Scarica il rapporto in italiano EN FR Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Incontri informativi e formativi WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO Giovedì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles 16 Aprile 2026
Women State Trafficking: presentazione del rapporto al Parlamento europeo
È disponibile online il nuovo rapporto “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia” che denuncia – attraverso testimonianze dirette e un lavoro di ricerca dettagliato – il brutale e rodato sistema di tratta di esseri umani ed espulsioni forzate tra Tunisia e Libia. Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Le oltre 30 testimonianze dirette di 19 donne e 14 uomini, tutte raccolte in forma anonima sul campo a partire dal dicembre del 2024, fotografano le sistematiche violazioni dei diritti umani tra Tunisia e Libia di fronte al silenzio complice di un’Europa che considera sicuro un Paese in cui il traffico di esseri umani è pane quotidiano per sempre più persone. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net . L’evento è organizzato da: Ilaria Salis, eurodeputata Alleanza Verdi e Sinistra (gruppo The Left) Leoluca Orlando, eurodeputato Alleanza Verdi Sinistra (gruppo Greens/EFA) Cecilia Strada, eurodeputata PD (gruppo Socialists & Democrats) Per partecipare in presenza è necessario registrarsi, entro il 21 aprile. Iscrizione all’evento – clicca qui L’evento sarà disponibile anche in diretta streaming, il link verrà pubblicato nei prossimi giorni. Interverranno: * RR[X]: Gruppo di ricerca internazionale che ha deciso di anonimizzarsi per tutelare la propria incolumità nel fare ricerca in un Paese, la Tunisia, oggi oggetto di una radicale repressione. RRX ha realizzato il disegno dell’indagine, la raccolta, l’analisi dei materiali, la supervisione scientifica. * Filippo Furri, Border Forensics * Testimoni del rapporto * Wahid Ferchichi, Membro del Tribunale Popolare Permanente sui Diritti Umani sulle violazioni contro i migranti negli Stati del Maghreb * Siobhán Mullally, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, in particolare donne e bambini * Ulrich Stege, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) * Olivia Sundberg, Amnesty International UE  *