Tag - tunisia

Didon sopra il livello del mare
Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica Sostieni ora → Didon sopra il livello del mare è il racconto di un soccorso effettuato durante la rotation #9 a bordo del veliero Nadir di ResqShip. Attraverso la mia esperienza personale, tra il ponte della Nadir e le comunicazioni con le autorità di quattro MRCC, racconto come le prigioni libiche, la sorveglianza dal cielo e dal mare e le nuove procedure europee si inscrivano nei corpi delle persone soccorse. È passato quasi un anno dalla mia precedente navigazione con la Nadir, il veliero di ResqShip. Molto è accaduto in questi mesi, a cominciare dal fatto che l’Europa ha continuato ad innalzare le mura della sua fortezza. In generale, il mondo ha male ovunque e si frantuma.  Tra gennaio e ottobre 2026 l’UE ha completato la cornice giuridica che ha reso l’asilo un privilegio, ha adottato la prima lista comune di Paesi di origine sicuri il 23 febbraio, tra cui la Tunisia, e rivisto il concetto di paese terzo sicuro. Dal 12 giugno il Patto migrazione e asilo è entrato in applicazione. Nel frattempo, in Tunisia il diritto d’asilo è sospeso e Amnesty ha documentato espulsioni verso i confini libico e algerino 1. A settembre si sono raggiunti oltre 5000 “rimpatri volontari”, su un obiettivo di 10.000 2. Si è continuato a colpire chi assiste: condanne per Terre d’Asile il 5 gennaio 3, otto anni a Saadia Mosbah confermati in appello il 23 giugno 4. Come ha risposto l’UE a questa negazione dei diritti da parte della Tunisia? Per il momento continuando a finanziare con 105 milioni il controllo delle frontiere tunisine 5.  In Libia la situazione non è molto diversa. L’OHCHR ha descritto un “modello economico violento” di detenzione, tortura e schiavitù, spesso legato alle autorità, e chiesto una moratoria su intercettazioni e rimpatri 6 . A giugno i governi di Tripoli e Bengasi hanno intensificato arresti ed espulsioni di massa: nell’est sono state oltre 10.000 le persone migranti espulse ed è stato imposto un divieto d’ingresso per sudanesi, eritrei, etiopi e somali 7. Eppure, Bruxelles ha esteso la cooperazione con “le istituzioni libiche responsabili dell’applicazione della legge e del soccorso in mare” 8: un accordo tecnico con Irini (maggio), un centro di coordinamento dei soccorsi a Bengasi, 25 milioni annunciati il 13 ottobre 9. Tutto questo, nonostante si sappia e si abbiano le prove, dal cielo e dal mare, che la Guardia costiera libica respinge e non soccorre e che lo fa con ogni mezzo 10. Anche minacciando con armi le barche che prestano soccorso nella SAR di sua competenza: secondo la Justice Fleet sono 87 gli episodi violenti tra il 2016 e settembre 2026 perpetrati da una serie di milizie libiche, alcune delle quali si presentano come la cosiddetta Guardia Costiera libica 11. Ad aprile 2026 è uscito il report Women State trafficking che racconta la compravendita di persone migranti ad opera di agenti di Stato, in divisa, tunisini e libici: pochissimi hanno dato rilievo a questo report che ha denunciato un sistema organizzato di tratta di esseri umani in cui i trafficanti sono agenti in divisa.  Rapporti e dossier/In mare WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA TUNISIA E LIBIA Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE Roberta Derosas 16 Aprile 2026 Sul piano giudiziario, il 16 luglio la Corte Penale Internazionale ha rinviato a giudizio Khaled El Hishri per i crimini nel carcere di Mitiga; il 21 giugno un tribunale di Tripoli ha condannato Almasri a sette anni e quattro mesi, per una parte limitata dei fatti contestati dall’Aja. Nel frattempo, gli arrivi in Italia si sono dimezzati – 8.599 al 5 maggio, l’85% dalla Libia – mentre i morti e dispersi sono almeno 1000 dall’inizio del 2026 a fine settembre 12. Ovviamente questo numero non da conto di tutti quei naufragi che non si conoscono. Il calo degli arrivi non prova che la violenza dall’altro lato del Mediterraneo si sia ridotta, solo che è sempre più contenuta e nascosta a sud della fortezza europea.  Poco prima di partire per questa nuova rotation con Nadir ho appreso della morte di Nadège, testimone 56 del rapporto WST. Il gommone su cui galleggiava è partito nella notte tra il 9 e il 10 settembre e lei, con altre 30 persone, è stato ingoiata dal mare. Del suo naufragio non c’è stato annuncio ufficiale; la sua scomparsa è passata in silenzio insieme a quella dei compagni di navigazione. In questa rotation #9, siamo in sette a bordo. A me, di nuovo, il ruolo di guest care, ma anche e ancora, di comunicare con le autorità di tutte le MRCC in cui navigheremo: italiana, maltese, tunisina e libica. Un volo per arrivare a Malta a fine settembre. E l’inizio. Training medico. Cambusa. Prima navigazione verso Lampedusa. Prima esercitazione in mare. E poi via, diretti verso il profondo Mediterraneo centrale, quello denso, con l’olio e il gas delle piattaforme. Ogni volta mi sembra che scendere a sud sia come entrare nell’Ade.  Navigare regala la meraviglia di albe e tramonti, promesse fatte prima del viaggio e mai disattese. Il Mediterraneo centrale trasuda bellezza; è dono e monito per chi naviga. Questa perfezione che si disegna davanti agli occhi è forse una delle ragioni che rende i ritmi e le operazioni di soccorso sopportabili.  Arriviamo in zona operativa nell’arco di 20 ore e il primo soccorso è immediato. Ne faremo sei durante le tre settimane di navigazione, portando a bordo 116 persone. Tra queste, uomini e donne, spesso minori non accompagnati, avventurieri in viaggio da molti anni. Bangladesh, Pakistan, Etiopia, Eritrea, Somalia, Siria, Egitto, Sudan i paesi d’origine. Tunisia e Libia quelli di transito e partenza per l’Europa, in cui sono spesso stati venduti e comprati. Chi parte dall’Algeria per raggiungere la Sardegna non si incrocia: altra rotta, altra strada. Persone che hanno tentato di attraversare il mare già due o tre volte molto spesso, che arrivano a bordo, infreddolite, talvolta terrorizzate, sfinite, felici, ferite, fradicie, bruciate dal sole e dalla benzina. Tra loro bambini cresciuti troppo in fretta, che hanno viaggiato soli, macinato chilometri di sabbia e di terra, consumato suole e calcagni. Soggetti vulnerabili, fragili, potenti, determinati, capaci. Sei soccorsi in cui forse si possono intravvedere alcune nuove strategie che i trafficanti, tra cui agenti di Stato in divisa, operano dall’altra parte del mare: imbarcazioni più piccole, meno persone a bordo. Non ci sono più carichi di centinaia di persone alla volta, ma molto spesso barchini di una trentina di persone.  Sei soccorsi nell’incrocio di quattro zone SAR, accompagnati e sorvegliati spesso dalla GC Libica, che ci ha navigato attorno, a volte avvicinandosi minacciosa, o gracchiando alla radio e intimandoci di lasciare le acque internazionali in cui hanno competenza per il coordinamento dei soccorsi e che rivendicano come proprie. E poi i droni: che passano in alto, sopra le vele, riconoscibili dal ronzio inconfondibile. Il Mediterraneo centrale è sorvegliato. C’è poi un fenomeno che ha smesso di essere isolato: persone partite dalla Libia che hanno trovato rifugio temporaneo su piattaforme di gas o petrolio, in attesa che un soccorso arrivi. Nel 2026 la piattaforma Didon, tra acque libiche e tunisine, è diventata un approdo ricorrente: il 3 aprile la Aurora di Sea-Watch ha evacuato 44 persone rimaste lì circa cinque giorni, mentre le segnalazioni di Alarm Phone restavano senza risposta; il 21-22 aprile la Nadir di ResqShip ne ha soccorse 47; il 2 ottobre, ancora la Nadir, altre 54 e poi di nuovo il 12 ottobre.  Quello che segue è il resoconto di un soccorso che io ho vissuto il 2 ottobre durante questa rotation #9.  È il terzo, compiuto al quarto giorno di navigazione. Didon si trova in SAR libica, ma è una piattaforma petrolifera di proprietà tunisina. Ha nome epico e regale forse per rendere omaggio ad una regina abbandonata. O per raccontare la resistenza di un luogo che si erige con forza come quella donna fece. Virgilio e Dante ne hanno raccontato la storia. Una regina bellissima, intelligente e ospitale che invocò odio eterno contro il popolo dell’uomo che la abbandonò.  Un mayday relay ci informa che tra i suoi tubi si trovano 54 persone. Ci appare navigando questa piattaforma. È un incastro di linee orizzontali e verticali, color giallo e ruggine. Tre piani, all’origine perfettamente paralleli, ora lasciano intravedere il tempo e l’abbandono. Sembra una gigantesca palafitta moderna. Le scale ne disegnano la diagonale, ma non arrivano fino al mare: forse i libici hanno tolto l’ultima rampa, che permette l’accesso dall’acqua. I naufraghi che si sono rifugiati su Didon, si sono inerpicati tra i tubi del suo scheletro freddo. Scopriremo che le persone che vediamo sono partite da Zawiya e hanno pagato circa 1.500 euro per attraversare. Non so se fossero su una barca in ferro o un gommone sgonfio, ma dopo due giorni di navigazione si sono rifugiate qui. Quando arriviamo sono lì da almeno 36 ore. Del mezzo che li ha condotti su Didon però non c’è traccia. Al nostro arrivo 54 uomini sono al secondo piano della regina di ferro, in attesa. Alla nostra vista ci salutano con ampi movimenti delle braccia, in alto; rispondiamo allo stesso modo. PH: Roberta Derosas Lanciamo tender e RHIB in mare, che fanno la spola tra il nostro veliero e Didon. L’operazione dura meno di un’ora. Io sono a bordo, chiamo le autorità, mando le comunicazioni ufficiali. Mentre impreco tra risposte assenti e autorizzazioni attese, le persone salgono con calma a bordo. Alle cinque del pomeriggio sono tutti al sicuro. Un trasbordo complesso e ordinato: dalla piattaforma al tender, dal tender al ponte della Nadir. Ordine e disciplina nel soccorso in mare. Mi restano impressi i sorrisi di chi finalmente si sente al sicuro a prua. Gli uomini, tra cui sei minori non accompagnati, sono in pessime condizioni. La scabbia ne ha divorato la pelle e, dove si è infettata, si sono formate pustole gialle impressionanti. Sono disidratati, alcuni tremano di febbre e di freddo. In molti si svuotano di quello che non è il resto di un pasto mal digerito; bile vomitata senza tregua, per ore. Nessuno di noi parla urdu, bengali o arabo, lingue dei loro paesi di origine, pochi di loro un inglese sufficiente. Subentra un linguaggio senza parole: pollice e indice stretti a cerchio per chiedere se va tutto bene. Alcuni annuiscono, altri si toccano la pancia e risalgono con la mano fino alla bocca. I medici a bordo li curano, mentre prepariamo un couscous e del tè caldo. Poi, quando la notte cala, le coperte termiche stropicciano il silenzio. Alcuni dei naufraghi a bordo proviene da paesi considerati sicuri, come Egitto e Bangladesh, o con bassi tassi di riconoscimento, come il Pakistan: per loro, il Patto europeo su migrazione e asilo prevede una procedura accelerata, spesso alla frontiera e in tempi molto ridotti. Nella pratica questo significa che la grande maggioranza di domande che riguarda questi paesi rischia di essere respinta.  Le persone sono tutte transitate dalla Libia. Se chiedo se siano stati in prigione, incrociando i polsi come per le manette, rispondono: «Yes, yes, Tajoura». O Mitiga. Il Patto impone di individuare le persone vulnerabili, e chi è stato torturato lo è. Ma valutazione della vulnerabilità si riduce oggi a un’osservazione rapida e superficiale, senza strumenti né mediatori adeguati, che coglie solo ciò che si vede a occhio nudo. Non rispetta nemmeno gli standard del Regolamento Screening, uno dei testi del Patto, che ne richiede l’identificazione precoce. Così persone vulnerabili finiscono nelle procedure di frontiera senza che le tutele previste si attivino, e problemi di salute non accertati rischiano di aggravarsi. Una mancata identificazione compromette la sorte amministrativa, e non solo, di una persona 13. Al mattino Lampedusa si avvicina e gli sguardi, come sempre, si illuminano. Il resto è storia nota. Al molo li aiutiamo a scendere, mentre la polizia li conta: uno, uomo; due, uomo; tre, uomo. Fino all’ultimo. Gli agenti di Frontex si mettono subito a cercare chi abbia condotto la barca che li ha portati fino alla Didon. Cosa ne sarà di loro, non lo sappiamo. Sono approdati in una terra che credono accogliente e che invece farà di tutto per respingerli, come si espelle un’infezione. Come se, per l’Europa, fossero loro le pustole. Ripenso a Didon. E a quanti ancora cercheranno protezione in quel luogo fantasma, fatto di linee storte e di scale ripide. Ci saliranno, resteranno aggrappati al metallo freddo e guarderanno l’orizzonte sperando che non sia una motovedetta libica a soccorrerli.  1. “Tunisie. Les autorités ayant démantelé des garanties cruciales, les réfugié·e·s et demandeurs·euses d’asile se retrouvent pris au piège d’un cycle de violations“, Amnesty (luglio 2026); la tag Tunisia sempre sul sito di Amnesty ↩︎ 2. Si legga l’articolo su Kapitalis (marzo 2026) ↩︎ 3. Si legga l’articolo su La Presse (gennaio 2026) ↩︎ 4. Tunisie: La justice confirme la peine de huit ans de prison pour la militante anti-raciste Saadia Mosbah, Radio France Internationale (giugno 2026) ↩︎ 5. Funding overview of DG NEAR support to Tunisia in the area of migration, Council of the EU (febbraio 2024); Rome-Tunis-Alger, super gardiens de la forteresse Europe, Politis (febbraio 2026) ↩︎ 6. Migrants in Libya victims of “violent business model” of systemic violations and abuses – UN report, Nazioni Unite (febbraio 2026) ↩︎ 7. Libya: Anti-Migrant Rhetoric Fuels Abuses, HRW (luglio 2026) ↩︎ 8. Operation IRINI: technical arrangement – capacity building and training pillar under the Quick Impact Project (CB&T), State Watch (maggio 2026) ↩︎ 9. EU expands migration cooperation with eastern Libya through new funding, Reuters (ottobre 2026) ↩︎ 10. Migrants and refugees in Libya subjected to ‘systematic’ abuse: UN report, (febbraio 2026) ↩︎ 11. Violent Incidents with Libyan Militias, Justice Fleet ↩︎ 12. Migranti, meno arrivi nel 2026 ma più vittime. Aumentano i minori soli, Agi (2 ottobre 2026) ↩︎ 13. Il Patto UE sulla migrazione e asilo alla prova della frontiera: la valutazione della vulnerabilità e gli obblighi informativi in fase di screening tra norma e realtà operativa, di Salvatore Fachile, Bianca Maurizi, Marina Chetoni (avvocate e avvocato del foro di Roma) Questione Giustizia (luglio 2026) ↩︎
[radio africa] RDCongo, Tunisia, Mozambico
RDCongo: Joseph Kabila, l’ex presidente della RDC, ha annunciato la sua leadership di un nuovo movimento di opposizione al governo congolese. Ora a capo del gruppo armato Fronte per la rifondazione della nazione (FRN), nato dalla fusione dell’AFC e del M23, organizzazioni politico militari attive nell’est del paese, si è schierato contro il presidente congolese Félix Tshisekedi con l’obiettivo dichiarato di porre fine alla tirannia con ogni mezzo, inclusa la forza. Assumendo la guida del FRN, l'ex capo dello Stato diventa di fatto un alleato del Ruanda, il principale partner militare dei ribelli. Tunisia: migliaia di persone hanno manifestato, a Tunisi, contro l'aumento del costo della vita e la contrazione delle libertà. Nell'attuale contesto, in cui la mobilitazione di piazza appare difficoltosa, la manifestazione ha assunto dimensioni notevoli: circa 6.000 persone hanno sfilato su iniziativa della centrale sindacale UGTT e di nove organizzazioni, tra cui la Lega tunisina per i diritti umani e l'Ordine degli avvocati. Indicatori economici ai minimi storici, assenza di un'alternativa politica e repressione di ogni forma di opposizione pesano sempre più sulla società civile, che intende unirsi per reclamare un cambiamento. I manifestanti denunciano il fallimento delle politiche attuate dal governo, le ripetute violazioni dei diritti umani e il deterioramento della situazione economica. Mozambico: il 19 ottobre del 1986, l’aereo presidenziale di Samora Machel precipitò in seguito ad un misterioso incidente. La commissione d’inchiesta sudafricana non ha chiarito la dinamica dell’incidente ma, a distanza di quattro decenni, il capo dello stato mozambicano Chapo ha dichiarato che le famiglie delle vittime meritano una risposta. Machel è stato un protagonista della lotta di liberazione del Mozambico dal colonialismo portoghese e un fiero oppositore del regime razzista sudafricano. 
October 28, 2026
Radio Ondarossa
Nuova istanza di sospensiva accolta dopo un primo rigetto, alla luce della DL 100/2026
Il Tribunale di Salerno ha accolto l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento di diniego della Commissione territoriale, presentata nell’interesse di un cittadino tunisino. Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È STATO UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → Il caso Una prima istanza di sospensiva, proposta dal precedente difensore, era stata rigettata. Subentrata nella difesa, l’avvocata ha depositato una nuova istanza fondata su elementi ulteriori, non valutati in precedenza: fotografie di cicatrici da arma da fuoco, accompagnate da un referto medico. I principi affermati Nell’esaminare le censure, il Tribunale fissa alcuni punti sulla corretta interpretazione e applicazione del decreto legge n. 100/2026: 1. al procedimento si applicano le regole del cosiddetto rito cautelare; 2. l’attuale assetto normativo non prevede espressamente che le decisioni sulle istanze di sospensione dell’efficacia esecutiva del diniego della Commissione territoriale siano reclamabili davanti a un giudice diverso, né modificabili dallo stesso giudice; 3. nonostante il “giudicato cautelare” formatosi con il rigetto, l’istanza può essere riproposta ai sensi dell’art. 669-septies c.p.c. “quando si verifichino mutamenti delle circostanze o vengano dedotte nuove ragioni di fatto o di diritto“. La riproposizione non può però tradursi in un riesame delle questioni già sollevate o delle circostanze già dedotte, perché la decisione di rigetto resta fonte di un vincolo stabile almeno per quanto riguarda il dedotto e il conosciuto. La decisione Secondo il Tribunale, i nuovi elementi prodotti meritano approfondimento nel giudizio di merito, in quanto attivano la tutela costituzionale del diritto alla salute richiamata dagli artt. 5, comma 6, e 19, comma 1.1, del d.lgs. n. 286/1998. Tribunale di Salerno, decreto del 10 ottobre 2026 Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione e il commento.
In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied
Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, […] L'articolo In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
In Tunisia si è svolta la più grande protesta degli ultimi anni contro il governo
Anche in Tunisia il vento delle proteste scuote la politica istituzionale. Nella giornata di sabato 17 ottobre, migliaia di persone nella capitale Tunisi hanno preso parte ad una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. Il corteo, convocato dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT) ha radunato varie organizzazioni della società civile, la classe lavoratrice, fino ad esponenti dell’opposizione per reclamare a gran voce soluzioni contro una crisi economica che non fa altro che peggiorare. A questo si aggiunge una condizione critica dal punto di vista delle libertà personali ed associative: i manifestanti hanno denunciato una situazione di forte controllo sociale e limitazioni dei diritti democratici e sindacali. Inoltre hanno richiesto la scarcerazione delle figure politiche che hanno espresso nel corso degli ultimi anni critiche contro il governo. Sebbene la manifestazione abbia visto una partecipazione massiva, nonostante le stime probabilmente a ribasso delle agenzie di stampa nazionali che limitano il numero dei presenti a 3.000 persone, quest’evento non è stato un caso isolato. Solo due mesi fa, il 20 agosto, fu organizzato un altro corteo per denunciare l’aumento insostenibile dei prezzi e le difficoltà nell’accesso ai beni di prima necessità. Un mese dopo, in Tunisia il settore delle persone impiegate nel trasporto di carburante ha scioperato per due giorni per reclamare salari più alti e condizioni lavorative più dignitose. Anche in questo caso, coadiuvati da una sezione dell’UGTT. Le migliaia di persone presenti sabato a Tunisi sono partite da piazza Mohamed Alì, sede del sindacato, e si sono dirette verso Viale Habib Bourguiba, luogo simbolo delle manifestazioni svolte durante la Primavera Araba di quindici anni fa. Al corteo, inoltre, hanno partecipato anche settori impegnati direttamente nella difesa delle libertà democratiche, come la Lega per i Diritti Umani, l’Ordine degli Avvocati e il Sindacato dei Giornalisti. La protesta a Tunisi convocata dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini La situazione economica e sociale in Tunisia degenera di mese in mese. Dall’inizio dell’anno, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo il 5,6% nel settembre del 2026. I prezzi di alimenti come pollame, frutta e agnello sono saliti di un tasso superiore al 14%, mentre il potere d’acquisto, in media, diminuisce. Sebbene il tasso di occupazione generale (attualmente al 14,9%) stia gradualmente calando rispetto al 2020, anno nel quale si attestò al 17%, il dato più desolante riguarda i giovani: la disoccupazione delle persone tra i 15 e 24 anni ha raggiunto il 35,4%, quella dei giovani laureati il 26,6%. Inoltre, l’indebitamento del paese continua a salire, toccando la cifra di 3,7 miliardi di dollari solo nel 2026. A una situazione economica e lavorativa drammatiche, si aggiungono i problemi legati alla figura stessa del presidente Kais Saied. «La crisi odierna della Tunisia è fondamentalmente il risultato del monopolio di tutto il potere da parte di una sola persona» ha dichiarato alla folla il segretario generale di UGTT, Slah Eddine Salmi. Difatti, tra il 2021 e il 2022, Saied si è mosso per erodere gradualmente alcuni dei diritti democratici ottenuti dopo il 2011, con il fine di accentrare sempre più potere tra le sue mani. Facendo riferimento all’Articolo 80 della Costituzione tunisina, il presidente ha sospeso il Parlamento, rimosso il primo ministro e ha assunto il controllo del potere esecutivo; successivamente ha mantenuto la sospensione parlamentare fino alla celebrazione di una nuova tornata elettorale e ha continuato a svolgere le proprie funzioni facendo utilizzo dei decreti legge. Attraverso un referendum considerato “controverso” da vari esponenti dell’opposizione, ha cambiato la Costituzione ed è riuscito, tra le altre cose, a stringere le maglie del controllo informatico per limitare l’informazione libera; attraverso leggi sul “buon costume” ha limitato i diritti delle persone appartenenti alla comunità LGBT e, infine, ha perseguitato attivisti ambientali, facendo riferimento alle accuse di “ostruzione al lavoro” presenti nel Codice Penale. Secondo l’opposizione e i collettivi impegnati nella difesa dei diritti umani, ad esempio, l’arresto e la detenzione degli attivisti della Global Sumud Flotilla rientrano perfettamente nel controllo imposto dall’esecutivo contro la dissidenza e l’attivismo indipendente: quattro attivisti restano in stato di detenzione preventiva dal marzo del 2026. Come nel vicino Marocco, una grande parte della popolazione tunisina è scesa in piazza per protestare contro gli effetti sull’economia e sui diritti sociali del governo. Migliaia di persone hanno chiesto le dimissioni di Saied. «Il popolo vuole la caduta del regime»: contro la sua figura, i manifestanti hanno ripreso i cori simbolo della rivolta del 2011. Un altro Paese si è aggiunto alle proteste di un autunno sempre più caldo. The post In Tunisia si è svolta la più grande protesta degli ultimi anni contro il governo appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎
La barca del nemico
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per gli harraga è il nome dato alle motovedette della Guardia nazionale tunisina, incaricate di intercettare chi tenta di attraversare il mare. Se la skadra appare all’orizzonte, il viaggio rischia di finire prima di cominciare. Mentre flouqa rappresenta la possibilità della partenza,  skadra è il contrario: il ritorno forzato. Per chi attraversa il Mediterraneo, non è soltanto un mezzo navale: è la forma concreta della frontiera nel mare, delle politiche di controllo che generano inseguimento e cattura. Per questo la parola porta con sé paura e frustrazione. Oltre che descrivere una nave, indica il momento in cui un orizzonte aperto si chiude e segna la fine della speranza. Un’apparizione che ricorda come, al contempo, il mare sia strada e barriera nel Mediterraneo occidentale. SKADRA a cura di Filippo Torre, Università di Genova La motovedetta militare tunisina è chiamata colloquialmente, dagli harraga, skadra, un termine di evidente derivazione italiana e francese. Skadra è la nave o il gommone della Garde Nationale che pattuglia le coste in subappalto dell’Italia e dell’Unione Europea, la guardia costiera che fa il lavoro sporco intercettando e riportando indietro i migranti prima che arrivino ed entrino nella zona del non-respingimento (si veda Eau-bleue). In questo senso se flouqa è il mezzo necessario per attraversare il confine senza documenti e fabbricare una via di fuga (si veda Flouqa), skadra è la barca nemica, quella che interrompe il sogno di inseguire una vita dignitosa, trasformando il percorso migratorio in un momento di umiliazione, di ferite fisiche e psicologiche e, in tantissimi casi, di morte in mare. Il sostegno europeo alla Tunisia per controllare le coste europee, con il finanziamento e la fornitura di attrezzature nautiche e mezzi militari, risale al periodo del presidente Ben Ali, ma si è intensificato negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’utilizzo della rotta marittima tunisina, che nel 2023 ha superato quella libica in termini di partenze undocumented verso l’Italia. Seguendo il modello degli accordi con le milizie libiche del 2017, alle autorità tunisine sono stati forniti navi, radar mobili, telecamere, veicoli, motori e pezzi di ricambio. Diversi report denunciano che a partire dal 2022 le intercettazioni delle barche dei migranti da parte della Garde Nationale hanno assunto contorni sempre più violenti, scanditi da casi di mancata assistenza, speronamenti e manovre pericolose, uso di bastoni, fucili e gas lacrimogeno, furto dei motori. Con il rafforzamento del ruolo della Tunisia come alleato dell’Europa nel controllo del confine mediterraneo, il numero di attacchi segnalati contro le imbarcazioni cariche di viaggiatori subsahariani – quanto verso quelle che trasportano cittadini tunisini – è aumentato notevolmente. Attraverso le testimonianze dei superstiti, la Garde Nationale è accusata di non limitarsi ad abbordare, arrestare e mettere in salvo i migranti ma di provocare intenzionalmente dei naufragi come tecnica di dissuasione e – una volta a terra – di organizzare delle deportazioni forzate e un sistema di vendita di esseri umani verso il confine con la Libia o l’Algeria (si vedano Or noir e Kidnappeur). Con l’istituzione della zona Sar tunisina nel giugno 2024, queste stesse pratiche prima ristrette alle acque territoriali avvengono ora anche nelle acque internazionali. ESEMPI DAL CAMPO Erano le cinque del mattino, era il 10 luglio 2021. Eravamo su una barca con sessantacinque persone. Alcune ore dopo la nostra partenza da Sfax, eravamo molto vicini alle acque internazionali (trenta minuti secondo la posizione Gps). Le guardie costiere tunisine si sono avvicinate alla nostra barca e ci hanno chiesto di fermarci. Abbiamo deciso di obbedire e il capitano ha spento il motore. Ma le guardie costiere tunisine hanno fatto una virata molto rapida e hanno deliberatamente colpito la nostra barca. La nostra barca si è rovesciata. Tutti sono caduti in acqua. Alcuni di noi avevano i giubbotti di salvataggio, ma non tutti. Molti non sapevano nuotare e sono annegati. Un’altra barca delle guardie costiere è arrivata e hanno portato i sopravvissuti sulla loro barca. Eravamo solo trentuno sopravvissuti. Tutti i bambini sono morti. Hanno portato anche sette corpi sulle loro barche. […] Quando siamo arrivati nel porto di Sfax, le guardie costiere sono scappate. Intervista con Ali, testimone del rapporto Mare Interrotto SKADRA è la parola che tutti pronunciano appena si parte in barca. Tutti si mettono a vedere se c’è una skadra e tengono i telefoni spenti per non fare luce e non essere intercettati dai radar… Se non ci sono skadra niente ti può impedire di arrivare a Lampedusa sano e salvo. A me era capitato di essere intercettato da una skadra, ma l’ultima volta mio fratello è stato accerchiato da otto navi: non avevo mai sentito di una cosa del genere. Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
Swinging Addis,Tunisia anni’80,electro Mauritania e Habibi funk
Playlist: HAILU MERGIA & THE WALIAS BAND-NEFAS NEW ZEMEDIE MULATU ASTATKE-CHA CHA SEYFU YOHANNES-MELA MELA ALEMAYEHU ASHETE-TCHERA ADARI NEGAN YASSINE NANA-FATMA FADOUL-BSSLAMA HABITI SADOK GHARBI-NOUJOUM THE SCORPIONS & SAIF ABU BAKR-NILE WAVES YASSINE NANA-MA AHLA LILAT SAMA CORNICHE BAND-DANCE IBRAHIM ESNAWI-ONLY WORD feat.SUZAN SHARHABIL AHMED-ARGOS FARFISH
October 13, 2026
Radio Blackout - Info
Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr
October 11, 2026
Radio Blackout - Info