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Oriri. Spiriti e Incubi.
Una parola latina che significa sorgere, nascere, venire alla luce – la stessa radice da cui discende oriente, il punto cardinale del sole che si alza. In lingua Bini, nel sud della Nigeria, significa spiriti. Incubi. Oriri parla di Sicilia, di Mediterraneo, Benin, Niger, Nigeria, Ghana. Segue il filo invisibile che lega donne che arrivano in Europa a un rito celebrato migliaia di chilometri più a sud, prima della partenza. Un giuramento. Una promessa estorta. Una forma di controllo che attraversa il mare insieme a loro. Il guardiano del Tempio dei Pitoni, il più antico luogo sacro del Voodoo, prende in braccio uno dei serpenti custoditi nel Tempio. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018. – Ph: Francesco Bellina Questa narrazione fotografica è la storia di quel filo. L’autore è Francesco Bellina. Oriri è una storia di migrazioni, spostamenti e scambi tra persone, luoghi e ritualità. Un percorso che si svela passo dopo passo, rivelando progressivamente la realtà di troppe donne nigeriane vittime di schiavitù sessuale. Per raccontarla in immagini, Bellina ha attraversato mari, deserti, città e campagne, ritracciando le tappe delle rotte della tratta e portando lo sguardo verso realtà sottili, spesso invisibili, che nel silenzio agiscono e trasformano la vita delle vittime in oriri, appunto. Incubi. Le testimonianze che ha raccolto hanno la forza di una denuncia: il fotografo rivela come la partecipazione ai riti iniziatici delle religioni locali – generalmente associate al voodoo – rinforzi il controllo degli sfruttatori sulle vittime. Attraverso un linguaggio insieme etico ed estetico, le sue opere mettono in luce la dipendenza reciproca tra reti criminali e culti religiosi nella loro duplice dimensione di vincolo e potenziale protezione, là dove politica, economia e spiritualità si fondono in una partecipazione rituale collettiva. Due maschere tradizionali del Festival del Voodoo durante la sfilata tra le strade di Ouidah. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018 – Ph: Francesco Bellina Dettaglio del backstage a un concerto tenutosi in occasione del festival “Emérgence, Arts et Racines”, organizzato dalla compagnia teatrale “Arène”, in Niamey, Niger, 2018 – Ph: Francesco Bellina Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. È il 28 maggio, l’indomani del vernissage della mostra, che resterà qui fino al 7 luglio. Incontro Francesco in questa città che è stata, dopo Palermo, uno dei luoghi di arrivo di molte donne nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani ai fini dello sfruttamento sessuale. Mi racconta il suo lavoro e le ragioni che lo hanno spinto a trattare in immagini questo tema. Mi parla di riti, di movimento di persone, di connection house, luoghi di snodo della tratta e il suo desiderio di capire il rito voodoo, il Juju. Ne è andato a cercare le origini fino allo stato del Benin: nella “tratta nigeriana” quel rito è stato svuotato del suo senso originario di protezione. Il giuramento imposto alle donne per sancirne la sottomissione, svuotato di ciò che di benevolo lo animava, genera incubi – oriri, appunto – e si riduce a due parole: I swear. Giuro. Fedeltà e sottomissione in cambio di una protezione falsa. Protezione falsa che impone un debito capace di raggiungere fino ai cinquantamila euro. Parliamo insieme della sua rappresentazione in immagine di Oriri.  Qui di seguito, la conversazione con Francesco, il cui lavoro fotografico di inchiesta è una rivendicazione politica.  Le interviste di Radio Melting Pot Oriri. Spiriti e Incubi. Intervista al fotografo Francesco Bellina Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:12 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:12 | Registrato il 5 Giugno 2026 D: CI RACCONTI LA STORIA CHE HA GENERATO QUESTA MOSTRA? R: Io mi sono trasferito a Palermo da Trapani. Vivevo in un quartiere popolare dove sono cresciuto. Proprio quello che ha visto per la prima volta sorgere un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea, il Serraino Vulpitta, dove il 28 dicembre 1999 sono morti sei migranti, in seguito ad una protesta sfociata in dramma. E quella, per me, è stata una vicenda importante, anche se avevo solo dieci anni. Uomini migranti, detenuti in quel centro diedero fuoco ai materassi nelle celle in cui si trovavano. Sei di loro persero la vita. Anni dopo, mi sono trasferito a Palermo. Vivevo a Ballarò, quartiere multietnico dove si parlano più di 100 lingue, di cui una è comune: il siciliano. È un posto meraviglioso, una periferia nel centro storico. Quando dal 2016-2017 molte persone migranti non passavano per il circuito dell’accoglienza vera e propria ma cercavano situazioni di fortuna, molte persone si sono rifugiate a Ballarò. Chi occupava delle case… chi invece faceva parte di organizzazioni criminali… chi era membro della Black Axe nigeriana che gestiva delle connection houses… . In realtà mi sono ritrovato a entrare dentro una di queste e, restando fedele al mio ruolo e alla mia professione, ho iniziato a fotografare quel luogo. La prima volta che ho immortalato una vittima di tratta, ricordo uno di quei ragazzi che controllavano, là dietro, con il coltello puntato sulla mia schiena, che mi ha detto: “fai la foto, ma non parlare”. Questa cosa mi ha fatto sentire in un modo terribile. Mi sentivo in colpa con questa ragazza: l’ho vissuto come un abuso nei suoi confronti, anche se non ho avuto rapporti sessuali con lei. Quello è stato un momento cruciale, in cui ho deciso che volevo capire cosa fosse la tratta. Allora, ho chiesto aiuto a Don Enzo Volpe, a Valeria Gandini, che sono degli attivisti di Ballarò, e mi hanno subito fatto entrare in quel mondo. Contestualmente, mi sono avvicinato tantissimo alla comunità ghanese, alla comunità Ibo, che mi ha dato anche un altro punto di vista. Alla fine, mi sono ritrovato un po’ con “la mia Africa” a Ballarò. E ho deciso di andarci beneficiando dell’ospitalità dalle famiglie di questi miei amici che vivono lì. Per esempio, a Kumasi, in Ghana, sono andato a dormire dai parenti dei pastori della chiesa dove andavo la domenica a fare le fotografie a Palermo e poi fino a Benin City, in Nigeria. Una gran parte del lavoro, l’ho speso in Niger, un posto veramente interessante per tutti i tipi di traffici. E poi a Benin, mi sono reso conto di quello che volevo investigare e sono riuscito ad avere un quadro completo. Nel frattempo, anni dopo quegli scatti, voglio ricordare che le tratte e le rotte sono cambiate. Quello che ho cristallizzato io anni fa non è più così. Quello è stato un periodo storico che è stato terribile, che ha lasciato delle ferite che sanguinano ancora. E poi, purtroppo la tratta continua anche con altre nazionalità, con persone di altra provenienza. D: TU FAI RIFERIMENTO A TUTTA UNA SERIE DI TERMINI CHE SONO TIPICI DELLA TRATTA NIGERIANA. PARLI DI CULTS, DI RITI, PARLI DI CONNECTION HOUSE. PUOI SPIEGARE, PER CHI NON SA CHE COSA SIANO, RAPIDAMENTE? Capire cosa c’è a livello immaginario, spirituale, religioso dietro il traffico di esseri umani ed in particolare delle donne, per me è stato fondamentale. Volevo capire quale fosse la relazione tra i rituali e il traffico di donne. In realtà, ho compreso molto andando nella Repubblica del Benin, dove il voodoo è la religione ufficiale. Ho parlato con tanti pastori e sciamani, “veri”, ma ho incontrato anche dei criminali che si spacciavano per sciamani e si vantavano con me di aver mandato a Palermo molte ragazze. A Benin City, c’erano finti preti che facevano questa sorta di rituale: di mistico non c’era nulla. Si servivano di quella paura, di quella cultura tradizionalmente radicata, quanto meno in queste persone, per cercare di spaventarle. È semplice fare un parallelismo con il giuramento d’ingresso all’Ndrangheta o alla Sacra Corona Unita: qui si bruciano le immagini sacre di santi nelle proprie mani. In realtà, non c’è una relazione tra religione e criminalità, ma chi subisce questo rito d’iniziazione sente un trasporto emotivo che altri strumenti non darebbero. D: PARLI DI CAMBIAMENTI DELLE ROTTE MIGRATORIE. COSA È SUCCESSO? Mi sono accorto, stando soprattutto in Africa, che sono cambiate le vittime di tratta, sia per quanto riguarda la lingua che i paesi di origine: Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Liberia, non solo Nigeria o Benin City. Questa è stata la prima cosa che ho visto. E sicuramente presumo che ad Agadez sia cambiata la situazione, perché ci sono andato per tre anni ed era diverso ogni volta che tornavo. Se i paesi di origine sono altri, ci saranno altri crocevia come Agadez che si sono creati nel frattempo. E poi, la situazione nel Sahel si è ribaltata: prima era il cortile di casa della Francia, ora il tentativo è quello di mantenere un’autonomia, e penso che questo abbia determinato e determini dei cambiamenti nelle rotte. D: LA TUA OPERA SI CHIAMA ORIRI. PERCHÉ HAI SCELTO QUESTA PAROLA PER LA MOSTRA E DI CHE COSA PARLA? Oriri vuol dire incubi, spiriti, nella lingua Bini, parlata a Benin City. Ricordo che mentre lavoravo a questo progetto, lì, un ragazzo mi ha fatto sentire una canzone che si trova anche su YouTube che diceva “Oriri la notte porta gli spiriti”. Oriri è questo. Sono questi fardelli che ti seguono: il debito che hai con la tua famiglia, o il rituale del rito voodoo, o anche una sorta di sofferenza patriarcale che si porta dietro, quella familiare, che conduce poi in un modo o nell’altro dentro questo giro di schiavitù sessuale. Gli Oriri non hanno bisogno di visti, non seguono il criterio di quote per l’immigrazione, non hanno bisogno di ONG, perché i trafficanti passano sempre e riescono sempre a essere ovunque. Invece chi subisce tutta una serie di strette legalitarie sono sempre le vittime. Gli Oriri, che rappresentano la parte del male, sono quasi legittimati dal potere, altrimenti non esisterebbero. D: QUESTI ORIRI NELLE TUE FOTO SI VEDONO? Nel 2019, a bordo della Mare Jonio di Mediterranea, un amico mi aveva detto di cercare gli Oriri nel mare. Non ho dimenticato quella cosa. Ho fotografato la schiuma sull’acqua – un’immagine molto siciliana – di notte, in bianco e nero. Gli Oriri per me sono un po’ quelli.  I resti di un gommone che aveva a bordo 98 persone migranti tra cui 22 bambini, soccorsi nell’agosto 2019. Mar Mediterraneo, 2019 – Ph: Francesco Bellina D: NELLE SONO FOTO CHE FANNO PARTE DI QUESTA MOSTRA E DEL TESTO, ALCUNE RAPPRESENTANO I RITI VOODOO. POI, CI SONO FOTO DEL MARE, DELLE PERSONE… PERCHÉ RACCONTI ORIRI IN QUESTO MODO E CHE CRITERIO HAI USATO? Allora, intanto è ovvio che ci sia una scelta estetica, che rende un lavoro potente, perché comunque le nostre percezioni si basano sulla visione. In realtà ho inserito tantissime immagini che non erano necessarie per qualcun altro. Per esempio, la foto del deserto d’oro. Io sono siciliano trapanese e da noi d’inverno la spiaggia è rossa come il corallo. Allora, c’era questa associazione per me tra la polvere d’oro e quella del corallo. E poi, una riflessione alla base: nonostante questa ricchezza, sappiamo quello che succede lì. Ecco, allora, quella foto parla di colonizzazione: vecchia e nuova, di estrazione delle risorse minerarie in Niger. Poi ce ne sono altre che parlano di eventi culturali fatti nel deserto da studenti senza una lira. Un modo, per me, di mostrare che l’Africa non è solo morte e sofferenza, perché non è così. C’è una grande umanità, gioia di vivere, speranza, solidarietà, ed è giusto mostrare anche questo. È come se avessi dosato, attraverso le mie idee e i miei valori, queste fotografie. C’è un omaggio a Fela Kuti, che per me è fondamentale. C’è una critica alle Mushroom Churches, cioè a quelle chiese create solo per fregare i soldi. E poi c’è un omaggio alle suore che aiutano ragazzi ogni giorno. D: QUESTO LAVORO CHE IMPATTO HA AVUTO NELLA TUA VITA? Probabilmente lo scoprirò tra un po’. Però posso dire che mi ha dato tantissime soddisfazioni, sono felice di quello che ho fatto, lo rifarei e penso soprattutto sia utile. Per me è stato un investimento di quattro anni in cui ho faticato. Quasi nessuno ha creduto in questo progetto, non è stato finanziato, dunque è stato molto oneroso. Dal punto di vista umano, se io già avevo una particolare attenzione alle questioni di genere, verso storie e vicende particolari, il progetto l’ha amplificata. La mia sensibilità e il mio modo parlare rispetto a questi temi si sono modificati. Questo lavoro ha inciso sulla mia vita privata e sulla mia visione politica. D: IL TUO LAVORO COSA DICE DELLE DONNE E COSA DICE DELLE DONNE VITTIME DI TRATTA? Innanzitutto, per me la donna è una figura semidivina. Questo è un retaggio della mia cultura e della mia educazione. Ho subito l’influenza della mia Sicilia, una terra più matriarcali di tante altre regioni o culture. E poi, io ho avuto l’esempio di donne nella mia vita: le mie nonne e mia mamma, che mi hanno cresciuto e mi hanno insegnato la dignità, a perseguire i propri obiettivi a costo della vita. Quindi questo ha condizionato il mio modo di vedere la donna. E penso che questo si percepisca anche nelle foto, in cui cerco di trasmettere il rispetto che sento.  Sulle vittime di tratta, la risposta è semplice: mi auguro di non vederne mai più in vita mia. Purtroppo non è così. Io vivo, oltre che a Palermo, vivo anche in Ghana. Basta uscire in strada per vedere il traffico di donne. Solo che prima erano di Benin City, ora sono tutte della Namra State. Prima erano trafficate, detenute in ostaggio, sequestrate dalla Black Axe; ora vengono rapinate dalla polizia. Cambia il carnefice, però alla fine l’oggetto da utilizzare, da sfruttare, è sempre quello. Voglio però aprire una riflessione: quando si parla di donne, bisogna discutere anche di uomini — non per parità, ma per una questione di domanda e offerta. Se ci sono uomini che pagano, e che lo fanno esercitando violenza — perché non si può chiamare sesso ciò che nasce da una violenza — allora l’uomo deve entrare in questo dibattito e guardare alle proprie responsabilità. D: C’È UNA STORIA DELLE PERSONE CHE HAI FOTOGRAFATO CHE TI HA COLPITO PIÙ DI ALTRE, O CHE HAI DECISO DI RACCONTARE IN IMMAGINI? C’è la storia di Jennifer, sicuramente, che io coinvolgo in tutto quello che faccio. Mi ha colpito perché è stata una cosa inaspettata. Ero andato a Kumasi, in un quartiere; mi ero infilato in una casa di schiavitù. Questa ragazza pensava che fossi lì per fare sesso a pagamento. Invece le ho raccontato che sono un artista e che volevo parlare. Lei mi ha chiesto di aiutarla a scappare e quella sera l’ho fatto. Lei adesso è in Nigeria, salva; è sposata, con un figlio. Con lei, parliamo di mille cose — di politica, di business, di tutto e di più — perché non è un rapporto che si è fermato a quell’episodio. Ci alimentiamo a vicenda. È un rapporto alla pari. Perché per me questo è fondamentale. Siccome questa storia con lei è importante nel lavoro e ne parlo spesso, un giorno le ho chiesto di raccontarla dal suo punto di vista. E così la sua versione della storia è scritta nel libro di Oriri ed è sempre installata accanto alla sua fotografia. Quando ho letto la sua versione sono rimasto deluso in fondo, ma questi sono affari miei. Lei, mi dipinge come l’uomo bianco arrivato a salvarla. L’opposto di quello che penso. Eppure, questa visione esiste ancora: il bianco viene e ti salva. Ma non è così, ed è quanto di più lontano dalla visione che ne ho io.  Jennifer, 25 anni, è stata portata via dalla sua abitazione a Lagos e venduta a Khumasi, in Ghana, come schiava sessuale. È stata aiutata a scappare, 3 anni dopo, durante la realizzazione del progetto Oriri – Ph: Francesco Bellina D: È POLITICA LA TUA OPERA? Ovviamente è politica, come tutto quello che faccio. Il mio modo di vivere è politico. Infilo la politica ovunque. Perché come mi hanno insegnato a scuola, l’arte è un’arma carica. D: COSA VUOI TRASMETTERE CON ORIRI A CHI OSSERVA LE FOTO, A CHI GUARDA IL LIBRO? Vorrei trasmettere intanto un po’ d’Africa, anche se detto così non dà veramente l’idea giusta. Africa vuol dire decine di paesi, non uno solo, terra di molteplici visioni e culture, di ricchezza, povertà, come in tutti i posti del mondo. Ma soprattutto io vorrei che la gente si facesse domande leggendo, guardando queste immagini, guardando il libro. Più domande riesco a far suscitare in una persona, più mi avvicino a quello che mi sono prefissato. D: UNA CONCLUSIONE? Penso che la cosa più importante sia che questo lavoro venga divulgato. Non perché sia il mio, ma perché per me è importante che circolino le storie di persone in carne e ossa di cui ho raccolto la storia in immagini e che possano essere utili per migliorare il futuro. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Poi sicuramente l’Italia non è il luogo migliore dove far circolare certe idee, esperienze o progetti. E soprattutto se vieni dalla Sicilia, spesso è molto complicato. Quindi il fatto di essere riuscito a portare a termine questo progetto e che stia girando così tanto, che ancora le persone ritratte in quelle foto lo apprezzino e mi dicano grazie… ecco, per me è la cosa più bella di tutte.
“Vite che sconfinano”: donne transgender migranti tra tratta, diritti negati e protezione mancata
Le donne transgender migranti provenienti dal Sudamerica sono tra i gruppi sociali meno assistiti nei percorsi di riconoscimento dello status di rifugiate e di inserimento sociale. Sono inoltre tra le persone migranti maggiormente esposte alla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Sono tra le cittadine con background migratorio che, pur potendo contare su una residenza prolungata in territorio italiano, permangono spesso in uno stato di precarietà e marginalità molto prolungato che le rende vittima di re-traficking. È il quadro generale che emerge dal rapporto Vite che sconfinano 1, documento riassuntivo dell’esperienza del progetto LightonRights 2. Tra 2023 e 2025, il Progetto ha seguito 30 donne cisgender con background migratorio e 40 persone lgbtqia+ migranti, soprattutto donne transgender latinoamericane, escluse dall’accesso a diritti essenziali (soggiorno, salute, abitare) a causa dell’inefficienza del sistema istituzionale italiano, della (spesso) poca preparazione dei suoi operatori e della generale mancanza di risorse del sistema d’accoglienza (anche del Circuito a bassa soglia) nel territorio di Roma Capitale. Eppure, gli strumenti giuridici per ottenere la protezione internazionale, condizione fondamentale per una stabilità di vita e un migliore accesso ai diritti fondamentali, ci sono. Vite che sconfinano sottolinea infatti che (sebbene solo di recente) la giurisprudenza ha stabilito la possibilità concreta di riconoscere la protezione internazionale a persone che, nel proprio Paese d’origine, potrebbero subire o subiscono (nel passato, presente e futuro) discriminazioni in base a orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere o caratteristiche sessuali 3. Gli abusi subiti dalle donne transgender si possono poi ascrivere alla violenza di genere. L’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Rifugiati (UNHCR) definisce “violenza di genere” qualsiasi atto perpetrato contro la volontà di una persona su base di differenze socialmente costruite (come il genere). In altre parole, è violenza di genere qualsiasi danno o sofferenza mentale, sessuale e fisica, la minaccia di questi atti, la coercizione e altre privazioni della libertà che sono subite da una persona per il modo in cui esprime la sua identità, modo che è percepito sbagliato dalle norme sociali maggioritarie. Raccogliendo le testimonianze delle persone assistite e l’esperienza comune giurisprudenziale e non, il report di LightonRights individua tre attori principali che operano violenza di genere contro donne transgender. Lo Stato, con i suoi vari operatori, genera supporta e riproduce discriminazioni socio-culturali e penali che condannano le persone trangender a condizioni di marginalità, subordinazione e pericolo di vita. Per esempio, in diversi Paesi sono vietati i progetti a difesa e sostegno delle persone lgbtqia+ oppure la queerness nell’espressione di genere e sessuale è considerata un reato passibile di pena di morte. Ancora, le autorità statali non attuano le tutele previste dalle leggi esistenti a beneficio di persone lgbtqia+, ossia le leggi rimangono lettera morta. Famiglie e comunità sono le altre due sorgenti di violenza di genere. Le norme sociali che percorrono e costruiscono questi due nuclei puniscono spesso in modo molto duro chiunque deragli dalla loro via. Nel caso di donne trangender latinoamericane, è possibile supporre che il loro contesto socio-culturale sia segnato dalla cultura del machismo e come un individuo di sesso maschile che esprima la propria identità femminile sia stigmatizzato in modo violento e negativo. Non sono però solo il Paese e i nuclei sociali d’origine a produrre violenza di genere contro donne trangender. Anche il Paese e la società d’arrivo hanno responsabilità, perché anche in questi contesti esistono norme comuni e atteggiamenti istituzionali che designano le persone transgender/lgbtqia+ migranti come individui di serie B. in Italia, sembra che l’unica possibilità di inserimento sociale delle persone trangender provenienti dal Sudamerica (e in particolare delle donne) sia il lavoro sessuale, in strada o in case d’appuntamento. Questa visione restrittiva e predeterminata del loro progetto migratorio ed esistenziale, che dovrebbe invece essere autodeterminato, alimenta il meccanismo di loro traffico a fini di sfruttamento sessuale. Anche i media alimentano questo meccanismo, descrivendo le donne transgender come vite a perdere: donne destinate al lavoro sessuale “per abitudine”, destinate a rimanere sulla strada per una sorta di incapacità di riscatto e/o predisposizione derivata dalla loro identità di genere e sessuale. Persone che non vogliono o non possono riabilitarsi. Questo quadro costringe le donne trangender a condizioni di estrema precarietà esistenziale, che a sua volte le svolgere attività lavorative obbligate e/o di sussistenza come il sex work, spesso tra l’altro fonte di guadagno per la famiglia e la comunità che le ripudia. Esclusione sociale e marginalizzazione economica sono solo due delle forme che prendono gli abusi sulle donne transgender nelle comunità di partenza, passaggio e arrivo. Gli altri hanno carattere fisico (aggressioni), sessuale (stupro) ed emotivo (maltrattamenti verbali ed esclusione sociale). Ci sono anche l’esclusione dall’accesso ai diritti e alle risorse a essi collegati e la violenza assistita (ossia il fatto di essere persone testimoni dirette o indirette di violenze subite da altre persone transgender). Inoltre, il timore nei confronti delle Forze dell’ordine (causato e alimentato da esperienze negative vissute) e delle ritorsioni di trafficanti, sfruttatori e cittadini violenti ferma spesso la volontà di denuncia, primo passo verso l’uscita dalla condizione di sfruttamento e discriminazione. La specificità dell’identità di questi individui e il vissuto, la coscienza, la storia comune e condivisa ne fanno un “particolare gruppo sociale”. Pertanto, le persone transgender (e lgbtqia+) possono essere titolari di tutela da parte del diritto internazionale come rifugiate secondo le Convenzione di Ginevra del 1951, recepita a livello europeo dalla Direttiva qualifiche del 2004 (diffusa nel 2011). L’art. 2 di questa Direttiva mette in chiaro quali sono i principi secondo cui è riconoscibile lo status di rifugiat3, mentre l’art. 10 specifica cosa significhi appartenere a un particolare gruppo sociale3. L’art. 7 determina che le misure di protezione per queste persone poste in essere dallo Stato d’origine possono essere ritenute effettive solo se sono durature, effettive e accessibili. Ossia, come detto sopra, non basta una legge anti-discriminazione: è necessario che esistano strumenti pratici che assicurino alle persone queer una protezione costante e abilitante all’accesso ai diritti e al godimento di una vita dignitosa. L’art. 5 stabilisce che le persone transgender devono essere tutelate anche in riferimento a minacce e violenze subite durante o dopo la partenza dal Paese d’origine. In generale, poi, il pericolo sempre attivo che minaccia queste persone rende per loro valido il principio di non refoulement: non possono cioè essere espulse, perché l’espulsione comporterebbe per loro un rischio troppo grande di ricadere nella discriminazione e nei circuiti di sfruttamento di cui sono state vittime nel Paese d’origine e durante il percorso migratorio. L’applicazione della Convenzione di Ginevra sopracitata è facilitata anche dalle Linee guida UNHCR in materia di riconoscimento dello status delle persone rifugiate in base a orientamento sessuale e/o identità di genere. L’Alto Commissariato riconduce ancora questo riconoscimento al fatto che le persone trangender, così come lgbtqia+, sono ascritte in un particolare gruppo sociale. Le sue Linee guida determinano che, nel dare protezione internazionale, bisogna tenere in considerazione non solo gli episodi di sfruttamento già avvenuti ma anche i danni che la tratta 4 ha causato nel Paese d’origine, anche se le persone in questione non sono a rischio di re-trafficking. Insieme alle diverse fonti legislative che sostengono il riconoscimento dello status di persone rifugiate per le donne transgender, il rapporto Vite che sconfinano richiama anche il Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, volto a prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini. La sua esistenza costituisce di per sé un’ulteriore conferma della necessità di considerare le persone migranti LGBTQIA+ e transgender vittime di tratta come soggetti a rischio, da tutelare attraverso strumenti di protezione internazionale. Esistono quindi diverse fonti di diritto internazionale che spingono alla protezione delle persone trangender migranti. La Direttiva qualifiche europea è vincolante per gli Stati membri, quindi anche per l’Italia. Eppure, in Italia non esistono percorsi davvero efficaci per la tutela e l’inclusione di queste soggettività. Oltre alle cause fondamentali già elencate sopra, bisogna tenere in considerazione un altro fattore determinante in questa questione: l’intersezionalità rappresentata dalle persone lgbtqia+ migranti. Le donne trangender latinoamericane seguite dal progetto LightonRights non sono solo persone queer, ma sono anche migranti, sono latinoamericane, sono donne, sono spesso in condizioni di precarietà abitativa e hanno spesso un accesso claudicante alle cure mediche. Sono persone a cui la violenza subita ha lasciato in eredità malattie di carattere psichico e/o che l’instabilità esistenziale ha spinto verso dipendenze da sostanze. Appunto mettendo in pratica la complessità della vita trangender migrante in Italia, il rapporto Vite che sconfinano approfondisce anche la questione dell’accesso al diritto alla salute e all’abitare mettendola in relazione alla mancanza di un qualsiasi permesso di soggiorno nel territorio italiano. Quello che il progetto LightonRights ha fatto davvero emergere è quindi la necessità di affrontare un problema per il quale esistono tutte le premesse risolutive con uno sguardo multidisciplinare e intersezionale. Perché tutela e accesso ai diritti implicano un ripensamento della cittadinanza in senso più inclusivo e partecipato, che coinvolge non solo persone migranti lgbtqia+ e chi opera nel settore, ma anche la società nel suo complesso. 1. Leggi il report ↩︎ 2. LightonRights è un progetto di Diritti di Frontiera-Laboratorio di teoria e pratica dei diritti APS e di Libellula Italia APS che ha lo scopo di supportare (con un atteggiamento multidisciplinare e intersezionale) persone lgbtqia+ e queer nella rivendicazione dei loro diritti attraverso uno sportello socio-legale all’Università degli Studi di Roma Tre. LightonRights è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea ↩︎ 3. L’Art. 10 specifica anche che un particolare gruppo sociale è costituito da quelle persone che hanno un’identità o una storia comune, che definisce la loro identità, basata su un tratto identitario irrinunciabile e al quale non dovrebbero rinunciare in ragione di discriminazioni da esso derivanti, soprattutto nel Paese d’origine. Specifica che l’individuazione di un particolare gruppo sociale avviene anche in base a considerazioni di genere e in base all’orientamento sessuale ↩︎ 4. La definizione di tratta adottata comunemente è contenuta nel “Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini” ↩︎
Women State Trafficking: l’appello di RR[X]
Dal giugno 2023 a oggi, almeno 7.400 persone sono state vendute come merce umana alla frontiera tra Tunisia e Libia. Si tratta di una stima per difetto. Esseri umani in cambio di denaro. O scambiati con carburante e droga. Opera di agenti in divisa, ufficiali di stato della Garde Nationale Tunisienne ed altrettanti colleghi, di stato e non, libici. I fondi che hanno contribuito e continuano a costruire l’infrastruttura logistica di questa filiera sono europei. Questo è ciò che documenta Women State Trafficking, il secondo rapporto di RR[X] 1, pubblicato sulla base di 33 nuove testimonianze raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026. Donne, uomini, minori, madri con neonati in braccio, donne incinte. Sono storie che lasciano solchi, che non si vorrebbero sentire per la violenza che trasudano, che ricordano l’assurdità di un mondo in cui tutto questo è possibile, legale, impunito. Le abbiamo portate a Bruxelles, alla sede del parlamento Europeo. IL RAPPORTO, IN SINTESI Women State Trafficking è la prosecuzione del primo rapporto State Trafficking (presentato a gennaio 2025) e si concentra sulle violenze di genere subite dalle donne migranti e rifugiate nel corso delle operazioni di espulsione, vendita e detenzione tra Tunisia e Libia. Il sistema, ampiamente documentato, funziona in modo stabile e reiterato: arresti arbitrari fondati sul colore della pelle, trasporto verso la frontiera con grandi bus o camion destinati al bestiame, detenzione in gabbie metalliche sotto antenne ad alta tensione, vendita a gruppi armati libici, che poi trasportano e recludono nelle prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah. La caserma della Garde Nationale Tunisienne di El Meguissem è il nodo principale di questa catena in Tunisia. Precede la vendita. Intorno a essa, diversi testimoni hanno descritto fosse comuni, cadaveri, corpi abbandonati nel deserto. Poi, l’acquisto e l’arrivo nelle prigioni libiche. Le interviste descrivono un ciclo di violenza articolato in tre fasi: * deumanizzare, attraverso umiliazioni pubbliche, distruzione dei documenti, annientamento giuridico e fisico, privazione di cibo, acqua e cure mediche. * Violentare: stupri sistematici da parte di agenti in divisa sia in Tunisia che in Libia, perquisizioni intime su donne e bambini, violenze fisiche e psicologiche, veri e propri atti di tortura. * Prostituire: attraverso un sistema di schiavitù per debito in cui le donne che non possono pagare il riscatto vengono avviate al lavoro sessuale forzato o in case di prostituzione forzata o presso privati. Gli uomini sono invece destinati allo sfruttamento lavorativo. Il corpo delle donne vale di più: ha un prezzo più alto, segue spesso traiettorie carcerarie separate da quelle degli uomini, inclusi i mariti, i padri dei loro figli. > Non c’è una singola testimonianza raccolta in questi due rapporti che non > menzioni la morte di qualcuno. NESSUNO PUÒ DIRE DI NON SAPERE Il sistema di Tratta di Stato tra Tunisia e Libia è documentato. È geolocalizzato. Ha nomi, coordinate, uniformi. Una caserma in Tunisia ha le coordinate esatte. El Meguissem. Ci sono prigioni in Libia: Al Assah. Bir el Ghanam, CharaCharah. Le prime due sono state localizzate. In Libia, c’è persino una parola che spiega la vendita al dettaglio, il barnamiche. Alla pubblicazione del primo rapporto, il governo tunisino ha parlato di “notizie false”. La Commissione europea non ha avviato nessuna indagine. Il Parlamento Europeo, nel febbraio 2026, ha inserito la Tunisia nella lista dei “Paesi di origine sicuri” e nella lista di Paesi Terzi sicuri. Le nostre segnalazioni, ripetute e documentate, hanno avuto come sola risposta dichiarazioni di circostanza. Grazie al lavoro legale di ASGI, due sopravvissuti alla tratta di stato, oggi in Italia, hanno depositato ricorsi contro la Tunisia presso la Corte Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli. > Nessuno oggi può più dire di non sapere. IL CORAGGIO DEI TESTIMONI, IL DOVERE DELLA DENUNCIA, IL RICHIAMO ALL’AZIONE I testimoni hanno parlato, raccontato. Per farlo hanno rivissuto la violenza di quei lunghi mesi di soprusi. Violenze reiterate ad ogni arresto, ad ogni rapimento, ad ogni cattura in mare. Hanno messo in gioco la propria incolumità perché la loro voce fosse portata di fronte alle istituzioni. Ci hanno facilitato il compito fornendo dettagli, date e luoghi, dolorose memorie. Ci hanno permesso di ascoltare altre persone, anch’esse sopravvissute agli orrori. Alcuni di loro, da allora, sono scomparsi. Altri sono stati nuovamente arrestati e deportati. La maggior parte vive ancora in Libia, esposta al rischio di nuovo sequestro. Alcuni hanno attraversato il mare, continuando a lottare e perseguire la volontà di arrivare in Europa per costruirsi un futuro. Come RR[X] abbiamo scelto di lavorare anonimi: viviamo in un mondo contorto in cui chi denuncia può essere perseguito. Lavoriamo anonimi perché non sono i nostri nomi o le istituzioni a cui apparteniamo ad avere importanza, ma le storie che raccontiamo. Abbiamo raccolto e analizzato 63 testimonianze su 59 diverse operazioni di espulsione. Abbiamo condiviso le coordinate geografiche dei luoghi della tratta con funzionari di agenzie internazionali e organismi dell’Unione Europea. Abbiamo portato le voci delle vittime al Parlamento Europeo, alla Camera dei Deputati, al Senato italiano, al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, al Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo. Continueremo a raccogliere voci e testimonianze finché l’orrore non finirà, a trasmettere la violenza attraverso le parole di chi l’ha subita. Non sono certo le testimonianze a mancare. Ma non possiamo continuare noi soli, perché non è più il tempo della sola ricerca. IL NOSTRO È UN APPELLO Ora pensiamo sia il momento di azioni concrete: poco importa se siano semplici o eclatanti. È il momento per la società civile, europea e non, di intervenire, di agire, di provare direttamente a cambiare una situazione di ingiustizia radicale. Altre esperienze – quella della flottilla tra le più recenti – dimostrano che questo è possibile. E’ il momento di costruire un’azione che provi ad interrompere la riduzione in schiavitù di migliaia di persone in nome della Fortezza Europa. Il nostro è un appello al mondo della solidarietà e dell’antirazzismo, al movimento femminista e transfemminista, alla flotta civile e agli equipaggi di terra, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani, a quanti nelle istituzioni lottano per la giustizia sociale e la libertà di movimento. Continuiamo a diffondere questo rapporto. Parliamone. Portiamolo nelle scuole, nelle università, nelle redazioni, nei teatri, nelle parrocchie e nei centri sociali, nei nostri gruppi, nelle nostre reti, nel mondo di cui facciamo parte. Facciamolo conoscere e diffondiamo le voci dei sopravvissuti e delle vittime. Perché i rapporti che abbiamo scritto non devono restare letteratura per esperti e addetti ai lavori. Chiediamo ai rappresentanti politici di prendere posizione a livello locale, nazionale, europeo; di andare a ispezionare i luoghi che sono finanziati con i soldi dei contribuenti europei. La caserma di El Meguissem in Tunisia, le prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah in Libia. Sono lager della tratta di stato. Devono essere chiusi. Sosteniamo le azioni legali già in corso e moltiplichiamole. Portiamo le voci dei testimoni di fronte a tribunali nazionali e Corti Internazionali. Apriamo un corridoio umanitario immediato. Mettiamo in sicurezza i testimoni, perchè sono tutti in condizioni di pericolo. Solo 8 su 63 sono ora in un paese sicuro. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere verso Tunisia e Libia, hanno determinato la diminuzione degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. E’ un dato reale. Ma le cifre che si abbassano hanno il prezzo di migliaia di persone che affogano e di esseri umani catturati e destinati al mercato degli schiavi. I finanziamenti europei destinati alla gestione delle frontiere tunisine e libiche, che alimentano le infrastrutture della tratta di stato, devono essere sospesi finché le responsabilità non saranno accertate. Ognuno di noi può fare qualcosa. Ora. 1. RR[X] è il gruppo di ricerca internazionale autore dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking. Opera in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare il lavoro di documentazione. Per informazioni: statetrafficking@onenetbeyond.org Ufficio stampa: redazione@meltingpot.org ↩︎
La Tratta di Stato delle donne nere e migranti tra Tunisia e Libia
«Que les aventuriers soient traités comme des humains, avec douceur et amour. Vous avez le pouvoir de le faire» «Che gli avventurieri siano trattati come esseri umani, con dolcezza e con amore. Voi avete il potere di farlo» 1 È con questa richiesta – diretta e disarmante – che inizia il racconto di ciò che è emerso il 22 aprile 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles, durante la presentazione del report “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia 2“. Il rapporto, realizzato dal collettivo di riceratorə anonimə sotto lo pseudonimo RR[X], documenta il traffico di esseri umani tra Tunisia e Libia articolata in 5 fasi: 1) Gli arresti; 2) Il trasporto verso la frontiera tunisino-libica; 3) Il ruolo dei campi di detenzione alla frontiera tunisina; 4) Il passaggio e la vendita a corpi armati libici; 5) La detenzione nelle prigioni libiche sino al pagamento del riscatto. Una vera e propria filiera dello sfruttamento di persone nere e migranti, ridotte in schiavitù da agenti statali di Libia e Tunisia, anche grazie al supporto economico e politico di Unione Europea e Italia, impegnate a contenere gli sbarchi a qualsiasi costo. Su iniziativa dellə europarlamentari Ilaria Salis, Cecilia Strada e Leoluca Orlando, il rapporto è stato presentato al Parlamento Europeo, in un evento che ha messo al centro il racconto di vittime e sopravvissute, in molte a testimoniare sia in presenza che online.  > Sono stata catturata in mare. Venduta. Sono stata spostata a destra e sinistra > come una merce senza valore. > > Aicha Conte, sopravvissuta Prima ancora del mare, le violenze hanno luogo sul territorio tunisino, dove i migranti sono ormai costretti a ripararsi in accampamenti di fortuna nei zitouna, i campi di ulivo. > A noi che vivevamo nei zitouna ci chiamavano animali. Veramente vivevamo come > degli animali, per scappare dalla Guardia Nazionale. Arrivavano con i gas > lacrimogeni, a volte liberavano i cani per inseguirci e sparavano in aria per > spaventarci e disperderci. > > Rose Tchapet Souchtoua > La polizia ci stava alle calcagna ogni notte. Dormivamo sempre con un occhio > aperto (…) Un giorno, credo fosse il 7 di maggio, la polizia è arrivata e ha > preso tutti. Ma prima di prendere tutti, hanno cominciato a picchiare i > bambini. Anche a me hanno picchiato, di fronte a mio figlio. Mio figlio ha > cominciato a piangere e ancora oggi è molto traumatizzato… Ci hanno preso e ci > hanno portato in commissariato dove ci hanno legato con delle corde. Hanno > anche rotto i piedi agli uomini perché non fuggissero. > > Aicha Conte Veri e propri sequestri per terra o per mare, nelle intercettazioni delle barche, rese possibili grazie al supporto dello Stato Italiano, fornitore e finanziatore delle attrezzature impiegate dagli agenti in operazioni ormai del tutto assimilabili a quelli della cosiddetta «guardia costiera libica». > Quando abbiamo chiamato la Guardia Nazionale per ricevere soccorso, ci hanno > detto che non potevano. Non ci restava che morire > > Rose Tchapet Souchtoua Omissioni di soccorso, sequestro del motore e abbandono alla deriva, manovre atte a turbare intenzionalmente le acque per capovolgere le imbarcazioni, percosse con bastoni e altri oggetti contundenti: sono alcune delle esperienze che hanno raccontato i sopravvisuti, molti dei quali hanno visto morire i propri compagni di viaggio mentre la Guardia Tunisina rimaneva a guardare. Il rapporto è basato su 33 testimonianze: 14 uomini e 19 donne che, ancora localizzate in Libia o in Tunisia, ancora sotto il controllo dei propri trafficanti, hanno raccontato il loro vissuto al telefono e condiviso immagini e descrizioni, che, grazie alla collaborazione con Border Forensic, hanno permesso di localizzare le testimonianze e i luoghi di snodo principali di questa tratta. L’intercettazione in mare e il porto di Sfax; il trasporto coatto in furgoni insalubri e completamente sigillati per successive detenzioni arbitrarie lungo la rotta che dalla prigione di El Meguissem – dove le persone vengono imprigionate in gabbie situate sotto a un antenna in territorio desertico – prosegue oltre il confine con la Libia, dove il primo snodo sembra essere la prigione di Al Assah. > Sono stata imprigionata lì [a El Meguissem] 21 giorni, fino al trasferimento > finale che doveva avvenire alle 4 del mattino. La polizia libica è venuta e la > polizia tunisina ha scambiato la merce – noi – con dei bidoni di carburante > > Rose Tchapet Souchtoua > Si sono scambiati delle carte, hanno firmato… E poi, un bidone di carburante > ai tunisini, una persona saliva sul furgone dei libici. E così poi sono saliti > tutti e la Tunisia è ripartita con il carburante > > Aicha Conte Ognuno di questi passaggi è marcato da violenze efferate e vittime. Diverse testimonianze hanno riportato l’esistenza di almeno una fossa comune nei pressi della prigione di El Meguissem, dove un sopravvissuto ha raccontato di essere stato gettato insieme agli altri corpi perché creduto morto, riuscendo poi a salvarsi scappando a piedi nel deserto. Il racconto di chi è sopravvissuto apre dunque all’inquietudine di tutto ciò che non sappiamo, dei nomi, delle storie e del numero effettivo di tutti quanti non ce l’hanno fatta.  > Con me ce n’erano alcuni che volevano fuggire. A loro hanno sparato e sono > morti. Erano ivoriani … Hanno sparato e sono morti > > Rose Tchapet Souchtoua Il collettivo RRX ha ricondotto le testimonanze raccolte a un totale di 59 operazioni di espulsione condotte dalla Guardia Nazionale Tunisina, stimando che tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone, tra cui molte donne, bambini e minori, siano state vendute a cittadini libici o scambiate con carburante e droga. Ph: Women State Trafficking DISUMANIZZATE, STUPRATE E PROSTITUITE Se tutti gli avventurieri sono esposti alla violenza, le donne lo sono in modo specifico e aggravato. Il report pone infatti particolare attenzione sulle pratiche di schiavitù e sfruttamento delle donne nere lungo la tratta di Stato, evidenziandone tre che ne scandiscono l’esperienza : la disumanizzazione, lo stupro e la prostituzione forzata. > Noi donne eravamo obbligate a lavarci di fronte alla Guardia Nazionale > Tunisina. Esigevano che ci spogliassimo e lavassimo di fronte a loro. > > Rose Tchapet Souchtoua Una testimonianza audio di una donna di 33 anni trasmessa anonima durante la presentazione ha raccontato: «Sono stata arrestata, stuprata e venduta». > Hanno diviso gli uomini e le donne. Io ero con il mio compagno e il mio > bambino piangeva perché voleva il suo papà. Ci hanno messo in una prigione con > sole donne e bambini. Er auna prigione molto sporca, bevevamo l’acqua dei > bagni che ci faceva venire i dolori nel corpo. I bambini si ammalavano. Una > donna ha partorito lì. Chiedevamo aiuto, di chiamare i nostri parenti. Loro > venivano e ci stupravano. Di notte venivano a cercare le donne per stuprarle. > > Aicha Conte Le testimonianze descrivono stupri sistematici nei centri di detenzione, prostituzione forzata per estinguere debiti, ricatti sessuali. La violenza sessuale non è episodica. È parte integrante del sistema di sfruttamento. I carcerieri libici raccolgono foto delle donne detenute per mostrarle ai possibili acquirenti privati, che le acquistano per impiegarle nella schiavitù domestica e/o nella prostituzione forzata. Come ha sottolineato Siobhán Mullally, la Relatrice Speciale sul traffico di persone, specialmente donne e bambini, si tratta di fenomeni «profondamente genderizzati», che configurano in alcuni casi crimini contro l’umanità, inclusa la schiavitù sessuale. La violenza è anche razziale. Le testimonianze parlano chiaro: persone nere vendute, trasferite, selezionate. Il sistema funziona come un mercato. La Tunisia vende le persone all’ingrosso, la Libia le rivende al dettaglio. «È un processo strutturato» ha spiegato Ulrich Stege (ASGI). «Trasforma individui da titolari di diritti a oggetti di scambio». LA VIOLENZA DELLE ISTITUZIONI EUROPEE C’è poi una violenza meno visibile, ma centrale: quella delle politiche europee. «Con le nostre risorse finanziamo ciò che sta accadendo», ha dichiarato Ilaria Salis, che auspica la costruzione di un’ampia intesa tra persone migranti, società civile e politica per porre argine alle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Secondo Olivia Sundberg (Amnesty International UE), centinaia di milioni di euro sono stati destinati al controllo migratorio in Tunisia, rafforzando attori responsabili di abusi, senza adeguate garanzie sui diritti umani. Una contraddizione politica evidente rimarcata anche da Cecilia Strada: «Approviamo risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani e poi continuiamo a collaborare con gli stessi governi che le commettono». Leoluca Orlando ha infine evidenziato come le responsabilità italiane risalgono a ben prima dei finanziamenti alla Guardia Nazionale Tunisina, ricordando il memorandum d’intesa del 2017 con la Libia come un «patto criminogeno». «Non si tratta di criminalità comune, ma di responsabilità istituzionali», ha affermato, chiedendo protezione per le vittime, indagini indipendenti e la sospensione dei finanziamenti a Tunisia e Libia. Le testimonianze raccontano una continuità. «Come dei pacchi, un trasferimento di mano in mano» dice una testimone. Una catena che, come ha detto Stege, «porta direttamente in Europa». Non solo geograficamente, ma politicamente. «Qual è la ragione di tutta questa violenza? Non sono anche io un essere umano?» dice un’altra voce di donna registrata al telefono e trasmessa durante l’evento. Il rapporto si conclude con raccomandazioni urgenti inviate alla Commissione Europea, tra cui l’istituzione di corridoi umanitari per l’evacuazione dei testimoni ancora in pericolo, la sospensione immediata dei finanziamenti alle guardie di frontiera coinvolte e l’avvio di un’indagine internazionale indipendente per individuare le fosse comuni segnalate dai sopravvissuti lungo il confine. 1. Dal “Contro Dizionario del confine” ↩︎ 2. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net ↩︎
Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di se stessi. Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di ricercatrici e ricercatori.  Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone vittime della tratta di stato. Women. Donne.  Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti. La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si tratta: di vite interrotte. Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita, tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.  Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e quella umana di persone è annientata. DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno testimoniato.  Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.  Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.  A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si viene smistati. Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un debito che viene saldato in modi diversi.  Ph: Rapporto Women State Trafficking La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne, famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla Tunisia alla Libia? Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena di mercificazione degli esseri umani,  identifica tre fasi. 1. Deumanizzare: la prima soglia La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico delle persone migranti razzializzate». Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare. Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la reificazione e la mercificazione. 2. Violentare: la continuità del gesto La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti. Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile. Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non eccezionali.  «La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa), spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente occultati».  La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena. «Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo». Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati. L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo. 3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà. Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati, altri prevedono la presenza di poche donne. Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.  Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma in stracci.  LA RESPONSABILITÀ EUROPEA Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere. Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un “paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei. Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non ascolta le testimonianze delle persone. Dopo il racconto Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco, indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro, invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse.  Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre volte su quattro sono ingoiate dal mare.  E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza invade chi la racconta e  chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione europea. Scarica il rapporto in italiano EN FR Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Incontri informativi e formativi WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO Giovedì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles 16 Aprile 2026
Women State Trafficking: presentazione del rapporto al Parlamento europeo
È disponibile online il nuovo rapporto “Women State Trafficking. Violenze di genere, espulsioni e tratta delle donne nere migranti tra Tunisia e Libia” che denuncia – attraverso testimonianze dirette e un lavoro di ricerca dettagliato – il brutale e rodato sistema di tratta di esseri umani ed espulsioni forzate tra Tunisia e Libia. Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Le oltre 30 testimonianze dirette di 19 donne e 14 uomini, tutte raccolte in forma anonima sul campo a partire dal dicembre del 2024, fotografano le sistematiche violazioni dei diritti umani tra Tunisia e Libia di fronte al silenzio complice di un’Europa che considera sicuro un Paese in cui il traffico di esseri umani è pane quotidiano per sempre più persone. Il rapporto in italiano, inglese e francese è disponibile al sito web: statetrafficking.net . L’evento è organizzato da: Ilaria Salis, eurodeputata Alleanza Verdi e Sinistra (gruppo The Left) Leoluca Orlando, eurodeputato Alleanza Verdi Sinistra (gruppo Greens/EFA) Cecilia Strada, eurodeputata PD (gruppo Socialists & Democrats) Per partecipare in presenza è necessario registrarsi, entro il 21 aprile. Iscrizione all’evento – clicca qui L’evento sarà disponibile anche in diretta streaming, il link verrà pubblicato nei prossimi giorni. Interverranno: * RR[X]: Gruppo di ricerca internazionale che ha deciso di anonimizzarsi per tutelare la propria incolumità nel fare ricerca in un Paese, la Tunisia, oggi oggetto di una radicale repressione. RRX ha realizzato il disegno dell’indagine, la raccolta, l’analisi dei materiali, la supervisione scientifica. * Filippo Furri, Border Forensics * Testimoni del rapporto * Wahid Ferchichi, Membro del Tribunale Popolare Permanente sui Diritti Umani sulle violazioni contro i migranti negli Stati del Maghreb * Siobhán Mullally, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani, in particolare donne e bambini * Ulrich Stege, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) * Olivia Sundberg, Amnesty International UE  *
Lo stigma del lavoro sessuale come persecuzione autonoma nella protezione internazionale: l’evoluzione da Cass. 676/2022 a 27205/2025
LOREDANA LEO E SALVATORE FACHILE 1. IL QUADRO DI PARTENZA: CASS. N. 676/2022 E IL “PARTICOLARE GRUPPO SOCIALE” FEMMINILE La giurisprudenza italiana in materia di riconoscimento della protezione internazionale alle vittime di tratta ha compiuto, nel triennio 2022-2025, una traiettoria evolutiva di notevole spessore dogmatico, il cui ultimo punto di approdo – l’ordinanza della Prima Sezione Civile della Cassazione n. 27205 del 2025 – merita di essere letto alla luce del percorso che lo ha preceduto. Il punto di partenza è l’ordinanza n. 676 del 12 gennaio 2022, con cui la stessa Prima Sezione ha ricostruito organicamente il sistema multilivello di tutela delle vittime di tratta, affermando che la sottoposizione a tratta ai fini di sfruttamento sessuale può costituire atto di persecuzione riconducibile all’appartenenza al genere femminile come “particolare gruppo sociale”, ai sensi dell’art. 8, lett. d)), d.lgs. n. 251/2007. Le donne giovani, prive di validi legami familiari e provenienti da zone povere condividono una caratteristica innata e immutabile – il genere – che le espone strutturalmente al fenomeno della tratta: questa, in altri termini, non è una vicenda individuale ma l’esito prevedibile di una condizione di vulnerabilità collettiva. Ai fini del riconoscimento della protezione, la Corte prescrive al giudice di acquisire informazioni pertinenti e aggiornate sul paese di origine per accertare il rischio attuale di atti lesivi, “anche diversi” da quelli già subiti, purché qualificabili come persecutori. È in questo inciso – “anche diversi” – che si fonda l’elaborazione successiva sullo stigma del lavoro sessuale come causa autonoma di persecuzione. 2. IL PROGRESSIVO AFFINAMENTO: DALLA PERSECUZIONE DI GENERE ALLO STIGMA DEL LAVORO SESSUALE L’ordinanza n. 676/2022 pone al giudice un mandato valutativo ampio; tuttavia, nella prassi applicativa di molti Tribunali, la verifica tende a esaurirsi nella sola valutazione del rischio di re-trafficking: la cittadina straniera che si sia emancipata dalla rete criminale, e nei confronti della quale non risulti più attiva una specifica pressione dei trafficanti, si vede frequentemente negare ogni forma di protezione. È questo il limite che Cass. n. 7283 del 19 marzo 2024 – richiamata quale pilastro argomentativo dall’ordinanza in commento – interviene a correggere in modo esplicito. La pronuncia del 2024 introduce la nozione di “trattamento persecutorio di genere più ristretto di quello femminile”, individuando un sottogruppo sociale specifico: le donne che hanno esercitato il lavoro sessuale, anche se costrette o ingannate. Si tratta di un passaggio decisivo sul piano sistematico, poiché l’oggetto della tutela si sposta dal solo rischio di reingresso nel circuito criminale al rischio di discriminazione e stigma sociale che attende la cittadina straniera rimpatriata in una società, come quella nigeriana, ove il lavoro sessuale comporta un marchio indelebile di disonore, indipendentemente dalle circostanze – volontarie o coatte – in cui esso è stato esercitato. 3. LA CONSACRAZIONE DEL PRINCIPIO: CASS. N. 27205/2025 L’ordinanza n. 27205/2025, pronunciata dalla Prima Sezione Civile il 25 settembre 2025 (Pres. Acierno, Rel. Tricomi), è la prima pronuncia di legittimità a fondere organicamente i due filoni, conferendo al principio dello stigma come causa autonoma di persecuzione il rango di ratio decidendi, espressa e autonomamente censurabile in sede di legittimità. Il caso riguarda una cittadina nigeriana identificata come vittima di tratta da uno specifico ente antitratta – Magliana 80 – nonché, successivamente, dallo stesso centro SAI presso cui era accolta. Alla stessa, il Tribunale di Roma aveva negato sia il riconoscimento dello status di rifugiata sia la protezione sussidiaria, ritenendo il racconto contraddittorio e attribuendo la reticenza della richiedente alla “possibile vergogna” per l’aver svolto attività di lavoro sessuale. La Cassazione cassa con rinvio su tutti e tre i motivi, sviluppando un ragionamento che merita di essere esaminato in ciascun punto. 4. IL “GRUPPO SOCIALE RISTRETTO” E LA PERSECUZIONE DA STIGMA: LA STRUTTURA DEL RAGIONAMENTO La Corte costruisce la protezione su una doppia base. Il primo pilastro è il rischio di re-trafficking, già elaborato dalla giurisprudenza precedente e non controverso. Il secondo – e più innovativo – è il rischio di subire “gravi discriminazioni dal contesto sociale o sottoposizione a vessazioni, per la particolare vulnerabilità conseguente alla tratta”, anche quando la cittadina straniera si sia emancipata dalla rete criminale e il rischio di reingresso forzato nel circuito sia ridotto o inesistente. Non solo. La Corte precisa espressamente che questo rischio persiste “anche ove non sia conseguita a tratta”, ossia investe qualunque donna che abbia esercitato il lavoro sessuale – costretta o meno – a causa del discredito sociale e dello stigma a esso collegato. In Nigeria, come confermano le COI analizzate nel medesimo contesto dal Tribunale di Bologna nel decreto del 17 ottobre 2024 (n. 5979/2022, rel. Gattuso), le cittadine straniere rimpatriate con una storia di lavoro sessuale sono stigmatizzate dalla comunità come donne di discredito, esposte ad isolamento, rifiuto familiare, percepite come portatrici di malattie sessualmente trasmissibili, private di ogni prospettiva lavorativa e matrimoniale: uno scenario che, nella sua sistematicità, integra pienamente la nozione di persecuzione cumulativa elaborata dalle Linee Guida UNHCR n. 1 sulla persecuzione di genere. Il parallelismo con il caso bangladese sviluppato dal Tribunale di Firenze nel decreto del 17 luglio 2024 (n. 9362/2022, rel. Minniti) è illuminante, e non soltanto per l’analogia strutturale. In quel caso, il giudice fiorentino aveva riconosciuto lo status di rifugiato a un cittadino straniero vittima di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo non solo per il rischio di re-trafficking, ma per lo stigma multidimensionale del cosiddetto “migrante di ritorno” insolvente – stigma economico, di genere, psicologico -, fondando la propria analisi sull’appartenenza al “particolare gruppo sociale” delle ex vittime di tratta come storia comune immutabile. L’ordinanza del 2025 compie per le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale ciò che il Tribunale di Firenze aveva compiuto per le vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo: riconosce, in altri termini, che la persecuzione può realizzarsi nella forma diffusa e silenziosa dell’esclusione sociale, senza che vi sia un singolo agente persecutore identificabile, e che questa forma di persecuzione è giuridicamente non meno grave di quella esercitata con la violenza diretta. 5. LE IMPLICAZIONI OPERATIVE: LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO NON PUÒ PIÙ FERMARSI AL RE-TRAFFICKING Le conseguenze pratiche di questa evoluzione giurisprudenziale sono significative. Il giudice che esamina la domanda di protezione di una cittadina straniera con storia di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è oggi tenuto, in primo luogo, a non limitare l’indagine al rischio di reingresso nel circuito criminale; in secondo luogo, ad acquisire COI specifiche e aggiornate sulla condizione delle donne con storia di lavoro sessuale nel paese di origine, anche in assenza di una rete criminale ancora attiva nei confronti della richiedente; in terzo luogo, a valutare lo stigma sociale – nelle sue manifestazioni di ostracismo, rifiuto familiare, discriminazione nell’accesso al lavoro e alla vita comunitaria – come potenziale atto persecutorio, ai sensi dell’art. 7 d.lgs. n. 251/2007, nelle forme della discriminazione cumulativa che può privare la donna del diritto al lavoro, alla vita familiare, all’inserimento comunitario. L’omissione di ciascuno di questi passaggi è vizio di diritto censurabile ex art. 360, n. 3, c.p.c., come avvenuto nell’ordinanza in esame. Non solo. La Corte ribadisce che l’attribuzione della reticenza della richiedente alla “vergogna per il lavoro sessuale in proprio” – senza alcun fondamento concreto che escluda l’assoggettamento a tratta – costituisce una motivazione “astratta e soggettiva” che non può prevalere sulle risultanze delle relazioni degli enti antitratta specializzati, i quali operano secondo le specifiche procedure previste dalle Linee Guida UNHCR e dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo e costituiscono, pertanto, uno strumento istruttorio qualificato che il giudice non può semplicemente ignorare. CONCLUSIONE L’ordinanza n. 27205/2025 rappresenta il punto di arrivo di un’evoluzione triennale coerente che trasforma lo stigma del lavoro sessuale da elemento di contorno – rilevante al più per la protezione speciale – a fattore costitutivo del rischio persecutorio rilevante per il riconoscimento dello status di rifugiato. Ciò che la Corte afferma, in definitiva, è che la vulnerabilità non si esaurisce con la fuga dalla rete criminale: essa sopravvive nel corpo sociale del paese di origine, nei pregiudizi culturali, nell’impossibilità concreta di ricostruire una vita dignitosa. Riconoscere questa forma di persecuzione diffusa e sistemica è non solo giuridicamente corretto – alla luce della nozione ampia di “atti persecutori” e di “particolare gruppo sociale” elaborata dalla normativa europea e dalle Linee Guida internazionali – ma costituisce la risposta più coerente con la funzione costituzionale della protezione internazionale, che è quella di garantire alle persone perseguitate la possibilità di condurre una vita libera proprio dal timore di persecuzione. Corte di Cassazione, ordinanza n. 27205 dell’11 ottobre 2025 Fonti giurisprudenziali richiamate: Cass. I Sez. Civ., ord. n. 676/2022; Cass. I Sez. Civ., ord. n. 7283/2024; Cass. I Sez. Civ., ord. n. 27205/2025 (R.G. 3801/2025); Trib. Bologna, decreto 17.10.2024, n. 5979/2022 R.G.; Trib. Firenze, decreto 17.7.2024, n. 9362/2022 R.G.