Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, February 18, 2026

Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR.

Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto.

Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano, rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione.

CPR di Macomer: «Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione»

L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9 febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine».

Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo sciopero della fame.

«Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR. Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere «un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi».
«Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR.

CPR di Bari-Palese: la morte di Simo Said

La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità.

«Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo», ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della salma.

Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla bocca», parlando apertamente di «overdose».

Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso di psicofarmaci per sedare il disagio.

«Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione/sicurezza.

Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete.

CPR di via Corelli, Milano

Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono utilizzare il proprio smartphone.

«Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano il CPR, si contano almeno cinque episodi.

Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la generalità».

CPR di Palazzo San Gervasio: «La rabbia si è trasformata in fiamme»

La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha altro scopo se non negare la dignità umana».

Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra infermeria e altri blocchi.

«Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono. «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio».

Bologna: «I CPR sono istituzioni totali da chiudere»

È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna.

Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di una trasformazione profonda dello Stato di diritto».

«La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx». I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni fa grazie alle mobilitazioni – né altrove».

Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale» venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR, contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del conflitto».