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Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Report sull’accesso ispettivo al CPR di Bari-Palese del 13 febbraio 2026
Il 13 febbraio 2026, alle ore 11:00, una delegazione parlamentare composta dall’onorevole Rachele Scarpa, insieme alle collaboratrici Giulia Bruno e Roberta Papagni, e dall’onorevole Marco Lacarra con i collaboratori Filippo Cantalice ed Erminia Sabrina Rizzi, si è recata presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Bari-Palese per effettuare un accesso ispettivo, a seguito della morte del detenuto Simo Said, avvenuta l’11 febbraio 2026. A due collaboratori dell’on. Lacarra è stato tuttavia impedito l’ingresso, in quanto i rispettivi contratti, con decorrenza dalla stessa giornata, non sono stati ritenuti idonei. La delegazione, pertanto, ha svolto l’ispezione in composizione ridotta. Nel corso della visita sono stati ispezionati i principali ambienti della struttura, in particolare le celle di trattenimento, i locali sanitari e quelli destinati all’osservazione. Sono stati inoltre svolti colloqui con il personale dell’ente gestore, le forze dell’ordine e alcune persone trattenute, al fine di raccogliere testimonianze e informazioni sui protocolli e sulle prassi medico-sanitarie, sulle modalità di prescrizione e somministrazione dei farmaci, nonché sulle condizioni di salute dei trattenuti e sulle circostanze del decesso di Simo Said. Leggi la relazione completa a firma dell’on. Rachele Scarpa LA SINTESI A CURA DELLA REDAZIONE DI MELTING POT Al momento della visita, la struttura risultava operativa solo parzialmente: “attivi 5 moduli su 7”, per un totale di “90 posti”, mentre la capienza teorica più elevata “non è mai stata approvata dalla Prefettura”. La popolazione trattenuta è descritta come composta in prevalenza da giovani, “appena maggiorenni” e per lo più di origine nord-africana. Già sotto il profilo organizzativo emergono criticità: il personale sanitario è limitato e non sempre identificabile, con operatori “privi di cartellino identificativo”. Il medico è presente solo “per 5 ore al giorno”, mentre il servizio psicologico, formalmente garantito, risulta nei fatti insufficiente, con “un numero di interventi significativamente esiguo rispetto […] alle esigenze dei trattenuti”. Dal punto di vista strutturale, il CPR si presenta come uno spazio chiuso e opprimente: un “lungo corridoio senza finestre né luce naturale” collega i moduli, dai quali provengono “urla e rumori violenti”. All’interno, le camere sono “completamente prive di sistemi di chiamata di emergenza”, rendendo impossibile richiedere aiuto tempestivo. Le condizioni igienico-sanitarie risultano particolarmente degradate: i bagni sono in “pessime condizioni”, con “lavandini e piatti doccia intasati” e acqua “fredda e non regolabile”. Inoltre, la presenza di finestre senza vetri costringe i trattenuti a lavarsi “in condizioni di diretta esposizione agli agenti atmosferici”. Anche il vitto rappresenta un elemento di criticità: il cibo, fornito da catering esterno e non riscaldabile, viene spesso rifiutato. I detenuti riferiscono di rinunciare ai pasti per le “asserite scadenti caratteristiche organolettiche […] dichiarando di preferire il digiuno”. Durante la visita emergono segnali evidenti di sofferenza psichica diffusa. Alcuni trattenuti appaiono in stato di “estrema calma simile al torpore”, mentre altri manifestano agitazione, autolesionismo e disperazione. Un giovane, coperto di ferite, dichiara di “star perdendo la testa” e di vivere “in uno stato di profonda angoscia”. La gestione del rischio suicidario appare del tutto inadeguata: “non esistono […] protocolli anti-suicidari né dispositivi a ciò preposti”, nonostante la presenza nel registro di “numerosi episodi di tentato suicidio”, tra cui ingestione di batterie e tentativi di impiccagione. Gravi criticità emergono anche nella gestione sanitaria e farmacologica. I farmaci, inclusi psicofarmaci e benzodiazepine, sono conservati in condizioni non sicure, in armadi “privi di chiusura effettiva”. Il personale stesso ammette difficoltà nel controllo dell’assunzione: i pazienti “sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale”, mentre si registra una “continua contrattazione” per ottenere dosaggi più elevati. In relazione al decesso di Simo Said, il quadro appare incerto e problematico. Sebbene sia stato diagnosticato un “arresto cardiaco”, il medico ritiene “plausibile l’ipotesi che il soggetto possa aver ingerito altre sostanze”. Al momento dell’evento “non vi era alcun medico” presente e la terapia mattutina non era stata somministrata perché il paziente “si presumeva dormisse”. Ulteriori elementi emergono dalle testimonianze dei trattenuti, che descrivono un sistema informale di circolazione del metadone all’interno del CPR. Il farmaco verrebbe venduto “in cambio di pacchetti di sigarette” e ottenuto anche tramite minacce e violenze tra detenuti, sfruttando la possibilità di sottrarre parte delle dosi prescritte. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro di forte vulnerabilità e abbandono. Un giovane racconta che, dopo la morte dell’amico, ha iniziato a soffrire di “allucinazioni e incubi”, arrivando a desiderare la morte. Nonostante ripetute richieste, riferisce di non essere stato preso in carico: “non è stato predisposto alcun colloquio con la psicologa”. Complessivamente, il quadro che emerge dall’ispezione è quello di una struttura caratterizzata da carenze strutturali, criticità sanitarie e grave disagio psichico diffuso, in cui la tutela della salute e della dignità delle persone trattenute appare fortemente compromessa.
Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta
Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto, la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione reale. L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene sistematicamente disatteso? Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA OLTRE QUATTRO ANNI DI INGIUSTIZIA: LIBERTÀ PER ABDULRAHMAN AL KHALIDI Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali Redazione 10 Novembre 2025 Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente uso di misure amministrative come la detenzione prolungata. Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e simbolico 2. Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione amministrativa. Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione, annullando una precedente decisione favorevole. DETENZIONE SENZA FINE: CINQUE ANNI DI ARBITRIO Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di Sofia. Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni di detenzione non giustificata 3. Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali. Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del 1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine pubblico. Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro interesse statale, compresa la sicurezza nazionale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di destinazione. PH: @streetchroniclesbyluis LA PRASSI CHE CONTRADDICE I PRINCIPI Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione, l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione positiva sembra ancora lontana. Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto internazionale a proteggere i più vulnerabili. La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali. La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di “sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani. Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva disattivazione. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento ordinario di governo delle migrazioni. L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili. 1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎ 2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook Alkhabd21 ↩︎ 3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five – Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎ 4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve: il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The 1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎
Chiudere i CPR. Verità e giustizia per Simo Said
Venerdì 20 febbraio, alle ore 15.30, è stato convocato un presidio davanti al CPR di Bari Palese. Una chiamata pubblica che attraversa associazioni, attivistə, realtà sociali e cittadinanza 1, dopo la morte di Simo Said, 25 anni, avvenuta l’11 febbraio all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Bari. Said è entrato vivo in un CPR dello Stato italiano ed è uscito morto. Non è il primo. «Di CPR si muore», denunciano le realtà promotrici del presidio. UNA MORTE “IN CUSTODIA DELLO STATO” Negli anni si sono susseguiti decessi avvenuti durante la detenzione amministrativa, cioè una forma di privazione della libertà personale che non deriva da una condanna penale ma da un provvedimento amministrativo legato all’espulsione. Il nome di Moussa Mamadou Balde è diventato simbolo di questa lunga scia: morì nel maggio 2021 nel CPR di Torino. Proprio nei giorni scorsi si è chiuso con una condanna il processo di primo grado sulla sua morte. L’allora responsabile della struttura è stata riconosciuta colpevole di omicidio colposo e condannata a un anno di reclusione con pena sospesa, beneficiando delle attenuanti generiche nonostante la richiesta contraria della procura. Interviste/CPR, Hotspot, CPA IL CASO MOUSSA BALDÉ E LA VIOLENZA STRUTTURALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Intervista a Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Masha Hassan 20 Novembre 2025 Mentre si attendeva giustizia per lui, un altro giovane perdeva la vita a Bari. «In contemporanea alla sentenza per Balde – si legge nel comunicato – «Said moriva a Bari di CPR e un altro giovane, presente con lui nello stesso modulo, riusciva a salvarsi» 2. Le domande restano aperte e urgenti: cosa è successo la mattina dell’11 febbraio? Era presente un medico? Il malore è stato accertato subito? I soccorsi sono stati tempestivi e adeguati? Gli erano stati somministrati farmaci? Aveva vulnerabilità sanitarie non considerate? «Le domande sono tante, ma resta il fatto che Simo Said è morto durante la detenzione amministrativa e che di CPR si muore». Da anni associazioni e movimenti denunciano le condizioni in cui versano le persone trattenute nei CPR: lesione del diritto alla salute, accesso difficile o inadeguato alle cure, somministrazione massiccia di psicofarmaci, isolamento forzato, autolesionismo, tentativi di suicidio, violenze, ostacoli all’accesso alla difesa legale, vulnerabilità psichiatrica non riconosciuta, patologie croniche e infettive non adeguatamente seguite. Il CPR di Bari-Palese è stato oggetto di monitoraggi ripetuti. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme ad altre realtà, ha più volte segnalato una situazione allarmante. A settembre 2025 anche la Commissione CPR dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con la Camera penale di Bari, aveva lanciato un allarme pubblico sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Il report del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 13 Febbraio 2026 A metà dicembre dal rapporto della visita di una delegazione del Garante nazionale dei diritti della libertà personale (GNPL) 3 emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA BARI COME PALAZZO SAN GERVASIO: TROPPE OMBRE NEI CPR ITALIANI Dal rapporto del Garante emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata Avv. Arturo Raffaele Covella 25 Settembre 2025 «È del tutto chiara la natura patogena dei CPR. È una evidenza scientifica, non una semplice opinione», affermano i promotori del presidio, richiamando il report presentato nei giorni scorsi in Senato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, che parla di sistematica violazione dei diritti, assenza di trasparenza amministrativa e gravi criticità sanitarie in tutti i CPR italiani. Negli ultimi mesi – denunciano le organizzazioni – sarebbe in atto un tentativo di restringere ulteriormente le possibilità di monitoraggio esterno. Viene citata la circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025, che attraverso un’interpretazione restrittiva dell’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario limita il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo loro di accedere con personale di supporto. «È accaduto a Bari durante le ultime visite di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione», denunciano, parlando di criticità gravi nella gestione del centro e nei servizi garantiti, soprattutto sotto il profilo sanitario. LA SOLIDARIETÀ AI MEDICI E IL CASO RAVENNA Il comunicato esprime anche solidarietà alle mediche e ai medici che operano nei contesti di frontiera e nei luoghi di trattenimento. «Non possono essere strumenti al servizio dell’ordine pubblico né i loro atti medici un’azione di polizia». Vengono richiamati i fatti del 12 febbraio 2026 presso l’Ospedale di Ravenna, dove la perquisizione del reparto di Malattie Infettive e l’indagine a carico di sei medicə sono descritti come «un grave attacco alla professione medica, alla sua deontologia e alla dignità della cura». Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 “NESSUN CORPO È ILLEGALE” «Said è morto. Ucciso dalla detenzione amministrativa», si legge nel testo. Parole che indicano una responsabilità strutturale e politica, oltre le singole gestioni. Nei mesi scorsi, con il viaggio di Marco Cavallo davanti ai CPR di tutta Italia, le reti solidali avevano già denunciato quella che definiscono «la violenza strutturale della detenzione amministrativa», chiedendone l’immediata chiusura. > «Oussama Darkaouie, Moussa Mamadou Balde e un numero troppo grande di persone, > alcune ancora senza nome: sono entrati vivi e sono usciti morti». La richiesta è chiara: accertare la verità e le responsabilità per la morte di Simo Said, nel rispetto delle disposizioni della famiglia, e rompere il silenzio che spesso avvolge queste vicende. «Di CPR si muore, sono ferite del diritto, luoghi dove la dignità e i diritti sono sistematicamente calpestati. Il modello di confinamento che rappresentano riguarda tutte e tutti». Venerdì 20 febbraio, davanti al CPR di Bari Palese, la richiesta tornerà a farsi collettiva: «Verità e giustizia per Simo Said. Verità e giustizia per tutte le persone morte nei CPR. I CPR devono essere chiusi. Nessun corpo è illegale». 1. Queste le adesioni: ANPI Sezione di Bari ARCI Bari; ASGI sezione Puglia; Assemblea Lucana NOCPR; Assemblea Bari per la Palestina; Associazione 180amici Puglia ETS; Associazione Origens ETS; Associazione Periplo ODV Associazione Solidaria; Babele APS; CGIL Camera del lavoro di Bari; CNCA Puglia; Comitato IOaccolgo Puglia; Convochiamociperbari; Digiuno di Giustizia in solidarietà coi Migranti – Bari; Ex Caserma Liberata Bari; Giraffa APS; Gruppo Educhiamoci alla Pace ODV; Gruppo Lavoro Rifugiati ETS; LasciateCIEntrare; Migrantes Arcidiocesi Bari-Bitonto; No CPR Brindisi; Psichiatria Democratica Pugliese; Sportello Autodifesa Sindacale; Fuorimercato – Villaroth; SQuola Senza Confini Penny Wirton Bari ODV; Unione Sindacale di Base – USB Bari; Unione degli Studenti Bari Unione degli Universitari Bari; Zona Franka ↩︎ 2. Muore a 25 anni nel Cpr di Bari, un altro trattenuto: “L’hanno riempito di psicofarmaci, nessuna causa naturale” – Fanpage (16 febbraio 2026) ↩︎ 3. Vedi il rapporto: Rapporto sulle visite effettuate ai Cpr di Palazzo San Gervasio e di Bari il 12 e il 13 dicembre 2024 del GNPL ↩︎
Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR
Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto. Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano, rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione. CPR DI MACOMER: «QUESTA È LA QUOTIDIANITÀ DENTRO LUOGHI DI SOPRAFFAZIONE» L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9 febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine». Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo sciopero della fame. «Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR. Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere «un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi». «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR. CPR DI BARI-PALESE: LA MORTE DI SIMO SAID La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità. «Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo», ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della salma. Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla bocca», parlando apertamente di «overdose». Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso di psicofarmaci per sedare il disagio. «Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione/sicurezza. Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete. CPR DI VIA CORELLI, MILANO Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono utilizzare il proprio smartphone. «Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano il CPR, si contano almeno cinque episodi. Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la generalità». CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO: «LA RABBIA SI È TRASFORMATA IN FIAMME» La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha altro scopo se non negare la dignità umana». Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra infermeria e altri blocchi. «Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono. «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio». BOLOGNA: «I CPR SONO ISTITUZIONI TOTALI DA CHIUDERE» È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna. Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di una trasformazione profonda dello Stato di diritto». «La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx». I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni fa grazie alle mobilitazioni – né altrove». Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale» venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR, contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del conflitto».
Trasferito dal CPR di Gradisca a Gjadër senza provvedimento: risarcito il danno per violazione dei diritti fondamentali
AVV. MARGHERITA SALERNO 1, DOTT. RAFFAELE BIONDO 2 Con la sentenza del 10 febbraio 2026 (R.G. n. 10914/2025), il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per il trasferimento di un cittadino straniero trattenuto nel CPR di Gradisca verso il centro albanese di Gjader in assenza di un provvedimento scritto e motivato, con violazione, nel caso concreto, dei diritti fondamentali garantiti dagli artt. 13 e 97 Cost., dalla legge 241/1990 e dall’art. 8 CEDU. LA VICENDA Il caso riguarda un cittadino algerino, padre di due minori affidati ai nonni materni, coinvolto in un percorso di valutazione della capacità genitoriale disposto dal Tribunale per i Minorenni, che prevedeva incontri monitorati con i figli. La sera del 10 aprile 2025, mentre era trattenuto nel CPR di Gradisca, veniva improvvisamente prelevato con l’indicazione generica che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Dopo circa venti ore di viaggio – in pullman e su nave militare, con i polsi legati da fascette di velcro “con la facoltà di toglierle solamente per andare in bagno, in due sole occasioni” – scopriva di trovarsi invece a Gjadër, in Albania, a centinaia di chilometri dai suoi figli e senza possibilità di proseguire il percorso genitoriale disposto dall’autorità giudiziaria minorile. Nessun provvedimento gli era stato notificato, nessuna motivazione fornita, nessuna valutazione della sua situazione concreta risultava agli atti. Come testimoniato dalla compagna in un messaggio inviato all’europarlamentare Cecilia Strada, “era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. IL RAGIONAMENTO DEL TRIBUNALE Il Tribunale muove dalla natura del trattenimento amministrativo, qualificato dalla Corte Costituzionale (sent. n. 96/2025) come “situazione di assoggettamento fisico all’altrui potere” che comporta un’ingerenza nel diritto alla libertà personale tutelato dall’art. 13 Cost. e dall’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali UE.  Il punto innovativo è l’interpretazione estensiva del concetto di libertà personale compiuto dall’organo giudicante: la libertà personale non è limitata alla “possibilità di disporre del proprio essere fisico”, ma abbraccia la “disponibilità di sé stessi”, comprensiva della libertà morale e della “pretesa dei singoli all’autodeterminazione”. In questa prospettiva, una decisione amministrativa restringe la libertà quando, limitando la “disponibilità della propria persona”, incide “sulla personalità morale e sulla dignità sociale del singolo”. Ne deriva una conseguenza di rilievo sistematico: l’essere già in una situazione di restrizione della libertà non impedisce una lesione ulteriore dello stesso diritto derivante da una nuova decisione che incide sulla sfera fisica, psichica e morale. Chi è trattenuto non diventa un “non-soggetto” privo di tutele: ogni interferenza successiva richiede sempre e comunque il rispetto delle garanzie costituzionali. Il secondo aspetto valorizzato dal Tribunale è il principio di legalità sostanziale (art. 97 Cost.), da cui scaturisce la regola generale della procedimentalizzazione (L. 241/1990). Il Tribunale respinge l’eccezione ministeriale – “nel nostro ordinamento non è prevista l’emissione di un provvedimento amministrativo relativo al trasferimento di uno straniero già trattenuto in altra struttura” – affermando che “tutta l’azione amministrativa è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione, sicché la decisione finale viene espressa nella forma del provvedimento”. Richiamando l’art. 1, co. 1, L. 241/1990 con particolare riferimento ai criteri di “pubblicità e trasparenza”, e co. 2-bis che stabilisce l’obbligo di “collaborazione e buona fede”, i giudici sostengono che la scelta del trasferimento, pur discrezionale, “non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa, tanto più quando coercitiva e incidentale su persona assoggettata all’altrui potere”. Nell’ambito delle garanzie procedurali emerge un “noyau dur irrinunciabile”: “un obbligo informativo che discende […] dalla conformazione dell’agire amministrativo ai criteri di pubblicità e trasparenza e al rispetto dei principi di collaborazione e buona fede”. In concreto, il trattenuto deve sapere “attraverso un provvedimento, dove, quando e perché”. Questa conclusione ha “carattere generale e sistematico” e garantisce l’autodeterminazione poiché permette che “il trattenuto sia reso edotto in modo completo del contenuto delle decisioni amministrative a carattere coercitivo”. Il Ministero ha tentato di difendersi citando l’art. 3, co. 4, L. 14/2024, ai sensi del quale il trasferimento a Gjadër “non fa venire meno il titolo del trattenimento né produce effetti sulla procedura amministrativa”. Sul punto, il Tribunale precisa che la norma fa salvo il vigore originario, nel senso che non occorre una nuova convalida di trattenimento, ma non sostituisce un provvedimento specifico. Il decreto iniziale indicava Gradisca, non Gjadër: “la scelta di trasferire è frutto di una nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”, che richiede garanzie proprie. Le conclusioni sono rafforzate dal fatto che i trasferimenti avvengono dopo “valutazione e selezione su criteri come […] la sussistenza di stretti legami personali e familiari sul territorio nazionale”, evidentemente non compiute dall’Amministrazione. E infatti, nel caso di specie il trasferimento ha compromesso il diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU; artt. 2, 29, 31 Cost.), impedendo il “percorso di valutazione prognostica della capacità genitoriale che prevede incontri monitorati tra il minore e il padre” (Trib. Minorenni Piemonte). Il Ministero non ha provato che tali “modalità specifiche, finalizzate a garantire il benessere della prole”, fossero assicurate da Gjadër: il mero richiamo alla regola generale dei contatti all’esterno dei centri è stato ritenuto insufficiente dal Tribunale. Invocando, infine, l’art. 3 Convenzione New York 1989 (che prevede l’“interesse superiore del fanciullo […] preminente”), i giudici impongono scelte proporzionate e frutto di procedure eque: l’ingerenza deve sì essere “prevista dalla legge”, ma altresì motivata da “esigenze imperative” e bilanciata tra interessi pubblici e privati. La decisione assume rilievo non solo per il riconoscimento del danno nel caso concreto, ma soprattutto perché afferma un principio di carattere generale: anche nei confronti di persone già trattenute, il trasferimento in altra struttura costituisce una nuova manifestazione di potere autoritativo incidente sulla libertà personale e deve quindi essere formalizzato mediante un provvedimento scritto, motivato e conoscibile dall’interessato. Viene così sancita, in termini chiari, l’illegittimità dei trasferimenti disposti in assenza di un atto formale, ponendo un limite a prassi amministrative caratterizzate da decisioni non documentate e sottratte al controllo giurisdizionale. Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 1. Avvocata del Foro di Roma, con studio in via Durazzo 12 a Roma esercita la professione nel settore del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione al diritto di asilo e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone straniere. Coordinatrice dell’APS Attiva Diritti e socia ASGI, svolge attività di consulenza e formazione e collabora con diverse realtà associative impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti, adottando un approccio attento alle discriminazioni e alle questioni di genere (email: margheritasalerno@gmail.com) ↩︎ 2. Praticante avvocato e volontario di Attiva Diritti ↩︎
«Non siamo a Minneapolis, ma a Verona»
Non è Minneapolis, è Verona. Quanto è accaduto a Moussa Diarra non è successo negli Stati Uniti né poche settimana fa né per mano di agenti incappucciati dell’ICE, ma il 20 ottobre 2024, all’ingresso della stazione dei treni di Verona per mano della polizia italiana. Nonostante sia successo “a casa nostra”, l’attenzione mediatica su questa vicenda si è riaccesa solo qualche giorno fa dopo la diffusione del video pubblicato dall’on. Ilaria Cucchi, mentre il procedimento rischia ancora di chiudersi con l’archiviazione per “legittima difesa” dello sparo che ha ucciso il giovane. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ilaria Cucchi (@ilariacucchiofficial) «Alle ore 7.50 del 20 ottobre 2024 – scrive la senatrice nel commento su Instagram – viene inserito sulla chat “squadra 2 “ della Polfer di Verona, il filmato che riprende l’uccisione di Moussa Diarra, ragazzo del Mali incensurato ed ‘armato’ di una posata da tavola. Quel ragazzo è in preda ad una crisi psichiatrica da frustrazione inflittagli dalla burocrazia cinica e violenta del nostro Paese. Giorni e giorni con appuntamenti andati a vuoto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno che per lui era vitale. Quel lavoro gli serviva per rimanere in Italia e per contribuire al mantenimento della sua famiglia in Mali. All’ennesima volta nella quale si è visto chiudere lo sportello in faccia dopo ore di coda, Moussa non ce l’ha più fatta. La disperazione da frustrazione ha avuto il sopravvento. Dallo zainetto che conteneva tutta la sua vita ha estratto una posata che usava per mangiare e l’ha usata in modo scomposto per minacciare un agente della Municipale che ha subito compreso lo stato di quel ragazzo incensurato e disperato. Il comandante dei vigili ha organizzato un intervento per eseguire un TSO per quel ragazzo in evidenti difficoltà che se la prendeva, nel frattempo con le auto parcheggiate della Polizia e vetrine della stazione. Ci hanno pensato quelli della Polfer di Verona. Avevano taser e scudi, ma hanno preferito prendere solo la pistola. Lo hanno inseguito. Gli hanno sparato tre colpi tutti ad altezza uomo: uno ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, un altro la vetrina dietro di lui ed infine il terzo al cuore. Doveva essere fatto così. Dicono. Si deve sparare alla sagoma per colpire organi vitali. I proiettili sono fatti per questo altrimenti non funzionano. Diarra è morto. Salvini ha subito detto che non ci mancherà. Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero». La diffusione del filmato è arrivata mentre si attende la decisione della giudice sull’opposizione all’archiviazione presentata dalla famiglia. In queste settimane il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra sta diffondendo sui suoi profili social 1 stralci del corposo dossier con gli elementi che spiegano in dettaglio perché è necessario un processo. «La ricerca della verità e della giustizia è un percorso difficile», scrive il Comitato, e passa anche attraverso «momenti estremamente dolorosi come la visione del video “organizzato” da A.F., il poliziotto che ha ucciso Moussa Diarra». Al centro della ricostruzione ci sono i tempi dell’intervento: «Sette secondi, per la precisione: questo il tempo dei 3 colpi tutti alla figura ed in rapida successione, questo il tempo che si è dedicato per decidere della vita di un uomo». Secondo i legali della famiglia, che ha presentato il ricorso, dall’intercettazione di Moussa da parte di due agenti alla sua morte sarebbero trascorsi solo sette secondi, un intervallo che – si legge nel comunicato – «sembra più una esecuzione che un tentativo di calmarlo». Il video integrale dura invece molto di più. «I 2 minuti e 37 secondi del video integrale sembrano un’eternità al confronto, ed in pratica sono tutti concentrati su una posata da cucina», afferma il Comitato, riferendosi al coltello che Moussa teneva in mano. Un passaggio centrale riguarda proprio le modalità di ripresa. «Nelle immagini precedenti si vede A.F. chiedere al suo collega di spostarsi, per poter essere lui sul corpo di Moussa ad essere ripreso», si legge nel comunicato. E ancora: «Si vede e si sente A.F. chiedere al collega di inquadrare bene la mano di Moussa con il coltello da cucina». Per il Comitato, «solo dopo questa messa in scena, il poliziotto prende la radio e chiama i soccorsi». Un elemento che, insieme ad altri, porta a sostenere che «questo omicidio merita un’indagine ed un processo». Dopo l’udienza dei giorni scorsi, «restiamo in attesa che la giudice sciolga le riserve sull’opposizione all’archiviazione per poter andare a processo», prosegue il Comitato, «perché la giustizia non abbia un colore». Le questioni aperte sono molte: perché non sarebbero stati utilizzati strumenti alternativi come taser o manganello? Perché sparare subito ad organi vitali, nonostante la presenza di un collega? E ancora, cosa è accaduto alle telecamere presenti nella zona? Il team legale della famiglia ha discusso per circa tre ore con la giudice per evitare l’archiviazione e con un obiettivo preciso: «Dimostrare che il poliziotto poteva evitare di sparare, uccidendo Moussa, in quanto non si trovava in pericolo di vita». Il comunicato del Comitato richiama l’attenzione dell’intera società civile su quanto sta accadendo – qui e ora – in Italia, e sul clima politico e culturale in cui si inserisce la vicenda di Moussa. Una storia che, pur nella sua specificità, non è molto diversa da quella di tante persone con background migratorio che si trovano a fare i conti con violenza burocratica, abusi e abbandono istituzionale. Allo stesso tempo, ribadisce la necessità che sia un processo pubblico ad accertare responsabilità e verità, anche perché l’ambiente della polizia veronese non è nuovo a gravi abusi e insabbiamenti. Proprio in questi giorni, infatti, si è chiusa una fase importante dell’inchiesta sui fatti del 2022 dove la Procura della Repubblica ha parlato di vera e propria tortura inflitta dai poliziotti a due uomini sottoposti a fermo di identificazione. Quattro agenti sono coinvolti, ma in totale sono dodici i poliziotti della Questura di Verona rinviati a giudizio accusati, a vario titolo, di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per non aver impedito le violenze commesse dai colleghi. 1. Instagram – Facebook ↩︎
CPR d’Italia: istituzioni totali
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) conferma l’orrore dei CPR: strutture costose, inefficaci e disumane, dove i diritti fondamentali vengono sistematicamente violati. Il nuovo rapporto del TAI arriva mentre, ancora una volta, i CPR tornano al centro della cronaca. Nella tarda mattinata dell’11 febbraio un giovane di 25 anni è morto nel CPR di Bari-Palese, dove era trattenuto. Nelle stesse ore, il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo ddl migranti 1: una stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori che interviene anche sulla detenzione nei CPR, rafforzando divieti e limitazioni, dalla compressione delle visite indipendenti al divieto di comunicare e documentare ciò che accade all’interno dei centri 2. Un intreccio inquietante, che conferma quanto denuncia il TAI: i CPR non sono un fallimento accidentale, ma un dispositivo strutturalmente violento, che lo Stato continua a difendere mentre produce sofferenza e morte. Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione 3 fotografa la situazione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e conferma quanto ormai noto sulle condizioni di tali strutture e sulla sistematica violazione dei diritti umani perpetrati da un sistema di detenzione amministrativa assurdo per diverse ragioni. Come giustamente scritto nel rapporto, «i CPR non rappresentano una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni, ma un’aberrazione strutturale: un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte» 4. Il monitoraggio compiuto nel 2025 dal TAI 5rappresenta la prosecuzione di un percorso già tracciato che mira non solo e non tanto a verificare lo stato di salute dei CPR, quanto piuttosto ad analizzare le generali condizioni di vita delle persone ivi trattenute nell’ottica di un monitoraggio sulla “tenuta dello Stato di diritto” e sul rispetto dei diritti umani da parte dello Stato e delle altre istituzioni. Proprio in quest’ottica, assumono particolare importanza, alcune riflessioni preliminari. La prima, in chiave negativa, nasce dalla presenza di segnali di allarme sulla perdita di trasparenza dell’azione amministrativa. Sono da tempo in atto tentativi di rendere sempre più difficile, se non impossibile, adeguati controlli su quanto accade all’interno dei CPR, proprio perché l’azione di monitoraggio portata avanti in questi anni da alcuni parlamentari, da alcune associazioni, e dal sistema di garanti presente a livello nazionale e locale, ha smascherato le gravi violazioni perpetrate nei CPR evidenziando le gravi mancanze, non solo degli enti gestori, ma anche delle Prefetture e del Ministero dell’Interno. È difficile dare una diversa interpretazione della circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025 che, attraverso una interpretazione fortemente restrittiva dell’articolo 67 della Legge 26 luglio 1975 n. 354, mira a depotenziare il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo, di fatto, l’accesso a questi soggetti con personale di fiducia. Approfondimenti/Circolari del Ministero dell'Interno/CPR, Hotspot, CPA CPR: VIETATO ENTRARE Il Ministero dell’Interno limita e depotenzia le visite ispettive ai Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 18 Luglio 2025 Anche il TAI, dunque, evidenzia, questo tentativo di ostacolare o rendere più difficoltosi i controlli da parte di autorità indipendenti e autonome da parte del Ministero. Il tentativo di nascondere ciò che accade realmente all’interno dei CPR riducendo la possibilità di accesso a tali strutture. La seconda riflessione, questa volta positiva, riguarda la maggiore presa di coscienza rispetto al problema della salute (fisica e mentale) delle persone soggette a restrizione della libertà personale all’interno dei CPR. Il tema della salute dei trattenuti è divenuto centrale nel dibattito sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio anche grazie al tour di Marco Cavallo che ha attraversato tutta l’Italia sostando davanti ai singoli CPR insieme a operatori e operatrici, associazioni e cittadini. La permanenza in un qualsiasi centro, infatti, può essere devastante dal punto di vista fisico e psicologico. Notizie/CPR, Hotspot, CPA IL VIAGGIO DI MARCO CAVALLO NELLA VERGOGNA DEI CPR Si è conclusa l'iniziativa del Forum Salute Mentale per chiedere la chiusura dei «manicomi del presente» Redazione 15 Ottobre 2025 Tantissimi stranieri, portano anche fuori dai centri segni della loro permanenza in questi luoghi. Segni sul corpo e nella mente. Sono tantissimi i gesti di autolesionismo che si consumano tra le mura dei CPR, atti non solamente simbolici, come dimostra il caso di Ousmane Sylla, morto suicida a Ponte Galeria all’età di 22 anni. Altissima è anche la percentuale di persone che sviluppano forme di dipendenza da psicofarmaci propri all’interno dei Centri. Come nel caso di Oussama Darkaoui morto nel CPR di Palazzo San Gervasio anch’egli all’età di 22 anni. Notizie/CPR, Hotspot, CPA OUSSAMA DARKAOUI, UN ANNO DOPO: IL RICORDO, LA LOTTA, LA SPERANZA Dal CPR di Palazzo San Gervasio, una storia che chiede giustizia Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2025 Poi ci sono i tanti soggetti fragili, persone che già prima di entrare in un CPR portavano con loro il peso di una dipendenza, di una malattia, di una fragilità psicologica. Tutti questi vedono peggiorare la loro condizione a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria all’interno di queste strutture. «Dal punto di vista medico-scientifico, risulta evidente che i CPR rappresentano una istituzione patogena che lede la dignità della persona e della collettività, un sistema disumanizzante in cui la salute, fisica e mentale, è tutelata solo formalmente, mentre si erode ogni diritto delle persone trattenute, a partire da quello alla salute, un luogo usato solo per nascondere e contenere le persone fastidiose e indesiderate» (cfr. Rapporto TAI) Queste due riflessioni preliminari ad ogni analisi dei dati raccolti dal monitoraggio compiuto dal Tavolo Asilo e Immigrazione, sono necessarie per parlare compiutamente dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e, più, in generale, dell’istituto della detenzione amministrativa. Soprattutto in questo particolare momento storico caratterizzato dalla perdita progressiva di eccezionalità della detenzione amministrativa nel quadro generale di politiche migratorie nazionali ed europee sempre più propense a ricorrere sistematicamente a tale strumento. Una attenta analisi del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, porta inevitabilmente a concludere che ormai le politiche migratorie europee sono caratterizzate da un approccio molto meno garantista dei diritti delle persone. La detenzione amministrativa diviene centrale nel nuovo sistema di regole ma, più in generale, ad essere complessivamente accolto è un approccio al fenomeno migratorio tutto basato sull’idea dei controlli, della limitazione, della privazione della libertà di movimento e, quindi, sui rimpatri. Ma tornando, al rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione, possiamo pacificamente affermare che questo rappresenta l’ultima testimonianza, in ordine di tempo, di un fenomeno ormai ben noto: il fenomeno della patogenicità dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. A fronte della realtà descritta dal TAI, caratterizzata da inefficienze del sistema di detenzione amministrativa, che peraltro si regge su pochi gestori privati e su servizi a basso costo, da costi esorbitanti per le casse pubbliche, da gravissimi problemi con specifico riguardo alla tutela della salute dei soggetti trattenuti, da continue e sistematiche violazioni dei diritti costituzionali, la soluzione prospettata è la chiusura di tali Centri e il superamento della fallimentare normativa europea e interna sulla cosiddetta detenzione amministrativa. Pur condividendo la conclusione cui giunge il Tavolo Asilo e Immigrazione, perplessità derivano da quello che possiamo definire gestione del periodo transitorio. Nel rapporto infatti si afferma: «La necessità di procedere quanto prima a una riforma della normativa vigente che preveda la chiusura dei CPR non significa che, nelle more di tale ampia riforma, l’attuale configurazione dei CPR italiani possa rimanere inalterata, risulta infatti inderogabile ed urgente realizzare immediati interventi al fine di rendere le strutture attuali almeno conformi agli standard minimi previsti dal diritto dell’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano». Chi scrive non condivide tale approccio. Si ritiene anzi che proprio la mancanza degli standard minimi previsti dall’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano dovrebbe portare ad una chiusura immediata di tali strutture e non ad interventi di adeguamento o di miglioramento. La battaglia da condurre, allora, deve essere netta per la loro chiusura non domani, rispetto a quello che insegna la storia italiana, rischia di far tramontare definitivamente la speranza di un superamento del sistema CPR secondo la massima prezzoliniana che «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo». 1. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 161 (11 febbraio 2026) ↩︎ 2. Una norma contenuta nell’articolo 17 della bozza di disegno di legge recita: «Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate», allo straniero trattenuto «non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo». ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”. I risultati del monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione – Asgi (28 gennaio 2026) ↩︎ 5. Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) nasce nel 2008 ed è una rete nazionale italiana che riunisce organizzazioni della società civile impegnate sui temi di asilo, migrazioni, diritti umani e accoglienza ↩︎
CPR: si continua a morire
Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello Stato. Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di origine marocchina, veniva trovato privo di vita. Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato. È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi. Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore. LE DENUNCE IGNORATE Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Notizie/CPR, Hotspot, CPA RIVOLTA AL CPR DI BARI: IL SILENZIO CHE BRUCIA Le proteste contro le condizioni disumane del centro mentre l’accesso ispettivo viene sempre più ostacolato Redazione 25 Luglio 2025 La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo «un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto», hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto». Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale. Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa “naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato non può fare finta di nulla. A TORINO C’È UN GIUDICE, MA NON BASTA Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nel CPR di corso Brunelleschi. Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò. La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo italiano nei confronti delle persone straniere.  Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di 300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale. Il medico responsabile è stato assolto. Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura». Interviste/CPR, Hotspot, CPA IL CASO MOUSSA BALDÉ E LA VIOLENZA STRUTTURALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Intervista a Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Masha Hassan 20 Novembre 2025 È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in Italia.  UN SISTEMA DA ABOLIRE CHE PRODUCE VIOLENZA ISTITUZIONALE Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario su persone che sono prive di un titolo di soggiorno. Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto. Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte che dovrebbero essere chiusi immediatamente!
Paese di origine sicuro? La Tunisia non lo è
«Non si può rendere sicuro un paese semplicemente inserendolo in un elenco». È da questa affermazione netta che prende le mosse la dichiarazione congiunta sottoscritta 1 da 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani, alla vigilia del voto del Parlamento europeo sulla proposta di istituire un elenco UE dei cosiddetti paesi di origine sicuri 2. Al centro dell’appello 3 c’è la Tunisia, indicata dalla Commissione europea come possibile paese “sicuro” 4, una definizione che – secondo le ONG – «è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo» e rischia di compromettere gravemente il diritto di asilo. Rapporti e dossier “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 UN ELENCO CHE NEGA PROTEZIONE Secondo le organizzazioni firmatarie, l’elenco UE dei paesi di origine sicuri non è uno strumento neutro, ma «un mezzo per negare l’accesso alla protezione e legittimare violenze e persecuzioni». La classificazione di uno Stato come “sicuro” consente infatti procedure di asilo accelerate e facilita le deportazioni, riducendo drasticamente le possibilità di un esame individuale, equo ed effettivo delle domande di protezione. Nel caso tunisino, avvertono le ONG, questa scelta avrebbe conseguenze particolarmente gravi. «Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo», si legge nell’appello. LA CORNICE GIURIDICA EUROPEA Secondo il diritto dell’Unione europea, un paese di origine sicuro può essere tale 5 solo se, in modo generale e coerente, non vi sono persecuzioni, né rischio di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, se è garantito il rispetto dello Stato di diritto e se esiste una protezione effettiva dei diritti fondamentali. Nell’agosto 2025 6, la Corte di giustizia dell’UE ha ribadito che questa qualificazione deve fondarsi su prove aggiornate e affidabili, applicarsi all’intero territorio nazionale e non può ignorare l’esistenza di gruppi esposti a persecuzioni o a gravi danni. Anche se tale interpretazione non sarà più formalmente vincolante con l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo regolamento sulle procedure di asilo che introduce l’elenco UE dei paesi sicuri, la sentenza resta un riferimento centrale per i giudici chiamati a valutare la legittimità di queste designazioni, soprattutto in relazione agli standard probatori, alla certezza del diritto e alla tutela effettiva dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’UE. Alla luce delle numerose e credibili evidenze di repressione, discriminazione e gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono gruppi identificabili in Tunisia, le organizzazioni firmatarie concludono che la classificazione del paese come paese di origine sicuro non è giuridicamente né fattualmente sostenibile. LA DERIVA AUTORITARIA DELLA TUNISIA Dal 2021, con l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente Kais Saïed, la Tunisia ha attraversato una profonda trasformazione autoritaria. Le organizzazioni denunciano «la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la soppressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media», oltre a gravi violazioni dei diritti fondamentali che colpiscono sia cittadini tunisini sia persone migranti e rifugiati 7. Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) 8, avverte che la designazione di “paese sicuro” avrebbe un effetto devastante: «Equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva. Non colpisce solo migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo ancora più stretto dello spazio pubblico, attraverso la criminalizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale». Negli ultimi anni, ricordano le ONG, si sono moltiplicati i processi contro oppositori politici e attivisti, con condanne durissime, «da 22 a 66 anni di carcere, fino alla pena di morte per aver criticato il governo» 9. MIGRAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA L’appello collega esplicitamente l’elenco dei paesi sicuri alla più ampia strategia europea di esternalizzazione delle politiche migratorie. «Classificare la Tunisia come paese di origine sicuro estende ulteriormente la logica di deterrenza dell’UE», si legge nel testo. Una logica che, secondo Marie Michel di SOS Humanity, si traduce nella sistematica negazione del diritto d’asilo: «Da anni assistiamo alla strategia spietata dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere. Classificando Stati come la Tunisia come paesi sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se riescono a raggiungere le coste europee. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo». Le ONG ricordano come il Memorandum d’intesa UE–Tunisia del 2023, con finanziamenti fino a un miliardo di euro, abbia rafforzato il ruolo delle autorità tunisine nel controllo delle frontiere e nella cosiddetta ricerca e soccorso, «facilitando intercettazioni illegali in mare e respingimenti verso un paese in cui i diritti fondamentali non sono garantiti». UN “MARCHIO DI APPROVAZIONE” PER GOVERNI REPRESSIVI Durissime anche le parole di Karl Kopp, direttore di Pro Asyl, che definisce l’elenco dei paesi sicuri come una sorta di legittimazione politica: «Il Parlamento europeo sta assegnando un marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che li violano sistematicamente. Così l’UE scredita sé stessa e abbandona le persone perseguitate». Secondo le organizzazioni, ignorare le evidenze documentate da Nazioni Unite, ONG internazionali e realtà locali «in nome del controllo dell’immigrazione costituisce un grave fallimento politico e morale». L’APPELLO AL PARLAMENTO EUROPEO Le 39 organizzazioni firmatarie chiedono al Parlamento europeo di respingere la proposta dell’elenco UE dei paesi di origine sicuri e di rispettare il diritto europeo e gli obblighi internazionali. «La Tunisia non è né un paese di origine sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o soccorse in mare», affermano. E concludono con un monito chiaro: «L’estensione degli strumenti di asilo basati su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà il diritto fondamentale all’asilo, aumenterà le violazioni dei diritti e renderà l’UE complice della repressione e della violenza invece di prevenirle». Un messaggio che, nel giorno del voto europeo, chiama in causa non solo le politiche migratorie, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio di tutela dei diritti fondamentali. 1. Qui le organizzazioni firmatarie ↩︎ 2. Un comunicato stampa ufficiale del Parlamento europeo che annuncia una conferenza stampa post-voto con i relatori principali della normativa (inclusa la lista dei paesi di origine sicuri) ↩︎ 3. Qui l’appello integrale ↩︎ 4. Joint Statement: Tunisia is Not a Place of Safety for People Rescued at Sea – HRW (ottobre 2024) ↩︎ 5. Directive 2013/32/EU of the European Parliament and of the Council of 26 June 2013 ↩︎ 6. Asylum policy: the designation of a third country as a safe country of origin must cover its entire territory (Judgment of the Court in Case C-406/22) ↩︎ 7. La pagina di Amensty International sulla Tunisia ↩︎ 8. Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere. Un policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – MP (gennaio 2026) ↩︎ 9. “All Conspirators”. How Tunisia Uses Arbitrary Detention to Crush Dissent – Un rapporto di Human Rights Watch (aprile 2025) ↩︎