Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera,
studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una
giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata
da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di
schiavitù contemporanea in Libia.
La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi
informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone
migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura
allo sfruttamento lavorativo e sessuale.
Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di
frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra
denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea
geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui
si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento.
La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora
presenti nel nostro mondo e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente
la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano.
Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che
agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza
pace e senza limite che è un confine.
A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi,
finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite,
spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li
porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati
nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di
esistere, anche quando vorrebbero ancora.
È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a
uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le
bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro
carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro.
A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che
stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”.
I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente
soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi
nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati,
attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso.
In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra
pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano
tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza
e di contestazione. Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.
È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia.
Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta
distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un
pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è
abbastanza.
So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per
affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la
storia che segue.
Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La
chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo,
perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.
Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa
violenza.
Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha
crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con
un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di
me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato.
Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e
dell’avventura.
Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi.
La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei.
Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo
incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno
le persone migranti.
È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno.
Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre
venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre
vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno
respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì.
Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025.
Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette
persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o
Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani
uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a
reti informali di controllo del territorio.
Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che
intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei
detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in
attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e
violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da
un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali.
Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da
sfruttare, da vendere.
Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa
prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una
risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo
sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il
sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono
considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani.
Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano
umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come
una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono
violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione.
La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È
un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare.
Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato.
Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva,
l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come
animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.
Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli
sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola
finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto.
Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far
giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di
andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le
organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare?
È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che
ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate
davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni
pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace.
Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni
preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio
aveva due settimane quando è entrata lì dentro.
Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello
stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad
uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli,
perché è lì che le donne sono violentate.
Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano
ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno
solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere
quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà
sodomizzata.
È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi
ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della
violenza, taglienti, rudi, ruvide.
In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta,
sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle
andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non
dall’obbligo di esserne spettatrice.
Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le
guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha
proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà,
insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in
Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.
Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi
mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe
deciso.
Lei ha accettato.
Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa.
Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una
ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce
alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata.
Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.
Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che
lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.
Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a
tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui
benevolmente accorda.
Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare
una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti prima di
attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di
solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio.
Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle
periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a
Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia.
Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire:
una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto
per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o
inganno.
Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che
erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con
reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione
della libertà.
Victoire è schiava. Ora.
Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti
potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui
vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un
essere umano e lo rivende.
Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire:
mi ha parlato della sua sorte di schiava.
Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di
raccontare la sua storia, proprio la sua.
Allora tengo fede alla promessa.
Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto
questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le
restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere
di diritto.
Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi,
come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la
calpesta.
A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come
un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara
l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di
splendore, di umanità, di verità.
Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare
Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte,
sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho
incontrata io.