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Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎
Centri in Albania, brusca accelerata del governo. È il momento di una risposta all’altezza
Sotto il cielo grigio di Gjadër la bandiera italiana sventola con decisione. Nel CPR sono attualmente trattenute oltre 90 persone: il numero più alto dall’apertura del centro. Nei sedici mesi trascorsi dall’avvio della struttura costruita dal governo italiano in Albania, la presenza si era mantenuta su livelli molto più bassi, con una media attorno alle venti presenze. Nelle ultime settimane due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale oltre le novanta presenze. Il cambio di passo è evidente. Questo dato consente di archiviare la discussione a somma zero che ha finora dominato il confronto pubblico: la contrapposizione tra la denuncia del «fallimento» del progetto e la promessa che «funzioneranno!». In realtà, dall’11 aprile 2025 – data di avvio della seconda fase dell’esperimento, caratterizzata dal trasferimento in Albania di persone già trattenute in Italia – il centro non è mai rimasto vuoto. Funzionava quindi anche prima della svolta attuale, anche se in maniera differente dal progetto iniziale del governo. Con numeri inferiori alle attese, ma con persone reali – corpi, pensieri, desideri – esposte al trasferimento coatto, alla radicale violazione dei diritti e a una violenza istituzionale sistemica. Il salto di qualità di questi giorni è dunque netto. È in corso il tentativo di stabilizzare l’utilizzo intensivo di Gjadër come segmento ordinario del sistema italiano di detenzione amministrativa, nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. È questa la cornice che segna l’ingresso in una fase differente. Perché l’accelerazione proprio ora? Le risposte possibili sono molteplici e non necessariamente tra loro alternative. L’aumento netto dei trasferimenti può essere letto come una sfida nei confronti delle decisione della magistratura, con vista sul referendum, alla ricerca di uno scontro utile a consolidare il frame comunicativo del governo nella volata elettorale. Ma il rilancio del progetto è anche un segnale politico che dialoga con due novità incombenti su scala europea: la possibile configurazione di return hubs in paesi terzi e l’implementazione del Patto migrazione e asilo.  Occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Per ragioni differenti, né i return hubs – ancora in fase di definizione – né il Patto legittimano il modello Albania. Non solo perché si tratta di dispositivi giuridici non ancora operativi, ma perché il protocollo italo-albanese presenta caratteristiche precise – dalla pretesa di esercitare la giurisdizione italiana oltre confine alle specifiche procedure adottate – che restano fuori dal perimetro giuridico attuale e da quello futuro. Anche in questa fase di accelerazione, le modalità dei trasferimenti restano immutate. L’uso dei dispositivi di coercizione è generalizzato e copre l’intera durata del viaggio dall’Italia, senza che risulti alcuna valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Non è emesso un ordine formale di trasferimento, benché la magistratura abbia già censurato l’assenza di tale provvedimento. Giurisprudenza italiana/CPR, Hotspot, CPA TRASFERITO DAL CPR DI GRADISCA A GJADËR SENZA PROVVEDIMENTO: RISARCITO IL DANNO PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 18 Febbraio 2026 I criteri di selezione non sono pubblici e i profili delle persone trasferite risultano eterogenei per età, nazionalità, radicamento sociale e percorso migratorio. > L’opacità non è un incidente procedurale: è parte costitutiva del dispositivo. In questa fase emerge con maggiore chiarezza un tratto strutturale: il carattere punitivo del trasferimento. In assenza di parametri trasparenti, la decisione su chi inviare in Albania resta integralmente nella disponibilità dell’amministrazione. Non è necessario adottare una prospettiva abolizionista per comprenderne la gravità: si esercita la privazione della libertà personale al di fuori dell’assetto ordinario delle garanzie e in radicale tensione con il carattere democratico dell’ordinamento. Alcune vicende rendono questo quadro ancora più nitido. Due delle persone trasferite in questi giorni a Gjadër sono state prelevate dal CPR di Bari: erano presenti il giorno della tragica e ancora opaca morte di Simo Said, il venticinquenne deceduto il 12 febbraio. Una di loro ha trovato il corpo e ha dato l’allarme. Oggi presenta un grave stato di sofferenza psicofisica, testimoniato da ripetuti episodi di autolesionismo. Eppure è stata trasferita a Gjadër nei giorni immediatamente successivi alla morte di Said. Almeno due persone, tra quelle attualmente trattenute, si trovano al secondo trasferimento forzato in Albania: già inviate a Gjadër nei mesi precedenti, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite oltre Adriatico. Per la prima volta, inoltre, è stato attivato anche il carcere interno alla struttura per la detenzione di una persona che avrebbe commesso un reato nel CPR. «Non volevo questa vita», racconta A., una delle persone incontrate a Gjadër negli ultimi due giorni. Le sue parole non descrivono soltanto l’ultimo trasferimento, ma una traiettoria più lunga: lavoro precario e informale, irregolarità prodotta, sfruttamento radicale, precarietà sistemica. Gjadër non interrompe questo percorso: lo radicalizza. Il nuovo scenario impone uno sforzo inedito. Attivistə, movimenti, società civile, forze politiche che si oppongono al progetto sono collocatə anch’essə in una nuova fase. Occorre riattivare la discussione collettiva, comprendere fino in fondo la posta in gioco, dotarsi di lenti e strumenti coerenti con il nuovo scenario. In gioco non c’è soltanto la vita delle persone trasferite, ma la qualità della democrazia. La partita non si gioca in un futuro indeterminato. Riguarda l’oggi. Il prossimo mese, da qui al referendum, sarà decisivo. Il rischio è che il governo utilizzi le persone migranti come strumento di campagna elettorale, costruendo un nuovo scontro con la magistratura – forse dalla portata inedita – attorno alle prevedibili non convalide dei nuovi trattenimenti, soprattutto nei casi di domanda di asilo. Denunciare con chiarezza, attivare tutti gli strumenti disponibili – contenzioso giuridico, comunicazione limpida, mobilitazioni – per collocare il modello Albania dove merita di essere: oltre il perimetro dell’accettabile. Se nello spazio pubblico si afferma la consapevolezza diffusa della portata giuridica e politica di questo progetto, le eventuali non convalide non potranno essere presentate come l’atto ostile di singolə giudicə, ma appariranno per ciò che sono: la conseguenza coerente di un impianto incompatibile con principi fondamentali. Dopo il referendum si aprirà una finestra temporale precisa e ugualmente importante: pochi mesi per consolidare definitivamente il centro o per rimettere radicalmente in discussione l’esistenza. Siamo davanti a un bivio e non possiamo più rifugiarci nella retorica del flop. Qui e ora occorre moltiplicare gli sforzi, a ogni livello. Rompere l’isolamento delle persone e l’asimmetria informativa attraverso una presenza costante a Gjadër. Costruire alleanze inedite lungo entrambe le sponde dell’Adriatico. Rafforzare l’iniziativa giuridica, politica e comunicativa con forza e creatività, intelligenza e coraggio.
Report sull’accesso ispettivo al CPR di Bari-Palese del 13 febbraio 2026
Il 13 febbraio 2026, alle ore 11:00, una delegazione parlamentare composta dall’onorevole Rachele Scarpa, insieme alle collaboratrici Giulia Bruno e Roberta Papagni, e dall’onorevole Marco Lacarra con i collaboratori Filippo Cantalice ed Erminia Sabrina Rizzi, si è recata presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Bari-Palese per effettuare un accesso ispettivo, a seguito della morte del detenuto Simo Said, avvenuta l’11 febbraio 2026. A due collaboratori dell’on. Lacarra è stato tuttavia impedito l’ingresso, in quanto i rispettivi contratti, con decorrenza dalla stessa giornata, non sono stati ritenuti idonei. La delegazione, pertanto, ha svolto l’ispezione in composizione ridotta. Nel corso della visita sono stati ispezionati i principali ambienti della struttura, in particolare le celle di trattenimento, i locali sanitari e quelli destinati all’osservazione. Sono stati inoltre svolti colloqui con il personale dell’ente gestore, le forze dell’ordine e alcune persone trattenute, al fine di raccogliere testimonianze e informazioni sui protocolli e sulle prassi medico-sanitarie, sulle modalità di prescrizione e somministrazione dei farmaci, nonché sulle condizioni di salute dei trattenuti e sulle circostanze del decesso di Simo Said. Leggi la relazione completa a firma dell’on. Rachele Scarpa LA SINTESI A CURA DELLA REDAZIONE DI MELTING POT Al momento della visita, la struttura risultava operativa solo parzialmente: “attivi 5 moduli su 7”, per un totale di “90 posti”, mentre la capienza teorica più elevata “non è mai stata approvata dalla Prefettura”. La popolazione trattenuta è descritta come composta in prevalenza da giovani, “appena maggiorenni” e per lo più di origine nord-africana. Già sotto il profilo organizzativo emergono criticità: il personale sanitario è limitato e non sempre identificabile, con operatori “privi di cartellino identificativo”. Il medico è presente solo “per 5 ore al giorno”, mentre il servizio psicologico, formalmente garantito, risulta nei fatti insufficiente, con “un numero di interventi significativamente esiguo rispetto […] alle esigenze dei trattenuti”. Dal punto di vista strutturale, il CPR si presenta come uno spazio chiuso e opprimente: un “lungo corridoio senza finestre né luce naturale” collega i moduli, dai quali provengono “urla e rumori violenti”. All’interno, le camere sono “completamente prive di sistemi di chiamata di emergenza”, rendendo impossibile richiedere aiuto tempestivo. Le condizioni igienico-sanitarie risultano particolarmente degradate: i bagni sono in “pessime condizioni”, con “lavandini e piatti doccia intasati” e acqua “fredda e non regolabile”. Inoltre, la presenza di finestre senza vetri costringe i trattenuti a lavarsi “in condizioni di diretta esposizione agli agenti atmosferici”. Anche il vitto rappresenta un elemento di criticità: il cibo, fornito da catering esterno e non riscaldabile, viene spesso rifiutato. I detenuti riferiscono di rinunciare ai pasti per le “asserite scadenti caratteristiche organolettiche […] dichiarando di preferire il digiuno”. Durante la visita emergono segnali evidenti di sofferenza psichica diffusa. Alcuni trattenuti appaiono in stato di “estrema calma simile al torpore”, mentre altri manifestano agitazione, autolesionismo e disperazione. Un giovane, coperto di ferite, dichiara di “star perdendo la testa” e di vivere “in uno stato di profonda angoscia”. La gestione del rischio suicidario appare del tutto inadeguata: “non esistono […] protocolli anti-suicidari né dispositivi a ciò preposti”, nonostante la presenza nel registro di “numerosi episodi di tentato suicidio”, tra cui ingestione di batterie e tentativi di impiccagione. Gravi criticità emergono anche nella gestione sanitaria e farmacologica. I farmaci, inclusi psicofarmaci e benzodiazepine, sono conservati in condizioni non sicure, in armadi “privi di chiusura effettiva”. Il personale stesso ammette difficoltà nel controllo dell’assunzione: i pazienti “sarebbero in grado di occultare i medicinali nel cavo orale”, mentre si registra una “continua contrattazione” per ottenere dosaggi più elevati. In relazione al decesso di Simo Said, il quadro appare incerto e problematico. Sebbene sia stato diagnosticato un “arresto cardiaco”, il medico ritiene “plausibile l’ipotesi che il soggetto possa aver ingerito altre sostanze”. Al momento dell’evento “non vi era alcun medico” presente e la terapia mattutina non era stata somministrata perché il paziente “si presumeva dormisse”. Ulteriori elementi emergono dalle testimonianze dei trattenuti, che descrivono un sistema informale di circolazione del metadone all’interno del CPR. Il farmaco verrebbe venduto “in cambio di pacchetti di sigarette” e ottenuto anche tramite minacce e violenze tra detenuti, sfruttando la possibilità di sottrarre parte delle dosi prescritte. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro di forte vulnerabilità e abbandono. Un giovane racconta che, dopo la morte dell’amico, ha iniziato a soffrire di “allucinazioni e incubi”, arrivando a desiderare la morte. Nonostante ripetute richieste, riferisce di non essere stato preso in carico: “non è stato predisposto alcun colloquio con la psicologa”. Complessivamente, il quadro che emerge dall’ispezione è quello di una struttura caratterizzata da carenze strutturali, criticità sanitarie e grave disagio psichico diffuso, in cui la tutela della salute e della dignità delle persone trattenute appare fortemente compromessa.
Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta
Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto, la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione reale. L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene sistematicamente disatteso? Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA OLTRE QUATTRO ANNI DI INGIUSTIZIA: LIBERTÀ PER ABDULRAHMAN AL KHALIDI Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali Redazione 10 Novembre 2025 Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente uso di misure amministrative come la detenzione prolungata. Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e simbolico 2. Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione amministrativa. Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione, annullando una precedente decisione favorevole. DETENZIONE SENZA FINE: CINQUE ANNI DI ARBITRIO Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di Sofia. Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni di detenzione non giustificata 3. Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali. Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del 1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine pubblico. Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro interesse statale, compresa la sicurezza nazionale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di destinazione. PH: @streetchroniclesbyluis LA PRASSI CHE CONTRADDICE I PRINCIPI Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione, l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione positiva sembra ancora lontana. Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto internazionale a proteggere i più vulnerabili. La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali. La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di “sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani. Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva disattivazione. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento ordinario di governo delle migrazioni. L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili. 1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎ 2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook Alkhabd21 ↩︎ 3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five – Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎ 4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve: il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The 1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎
Chiudere i CPR. Verità e giustizia per Simo Said
Venerdì 20 febbraio, alle ore 15.30, è stato convocato un presidio davanti al CPR di Bari Palese. Una chiamata pubblica che attraversa associazioni, attivistə, realtà sociali e cittadinanza 1, dopo la morte di Simo Said, 25 anni, avvenuta l’11 febbraio all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Bari. Said è entrato vivo in un CPR dello Stato italiano ed è uscito morto. Non è il primo. «Di CPR si muore», denunciano le realtà promotrici del presidio. UNA MORTE “IN CUSTODIA DELLO STATO” Negli anni si sono susseguiti decessi avvenuti durante la detenzione amministrativa, cioè una forma di privazione della libertà personale che non deriva da una condanna penale ma da un provvedimento amministrativo legato all’espulsione. Il nome di Moussa Mamadou Balde è diventato simbolo di questa lunga scia: morì nel maggio 2021 nel CPR di Torino. Proprio nei giorni scorsi si è chiuso con una condanna il processo di primo grado sulla sua morte. L’allora responsabile della struttura è stata riconosciuta colpevole di omicidio colposo e condannata a un anno di reclusione con pena sospesa, beneficiando delle attenuanti generiche nonostante la richiesta contraria della procura. Interviste/CPR, Hotspot, CPA IL CASO MOUSSA BALDÉ E LA VIOLENZA STRUTTURALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Intervista a Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Masha Hassan 20 Novembre 2025 Mentre si attendeva giustizia per lui, un altro giovane perdeva la vita a Bari. «In contemporanea alla sentenza per Balde – si legge nel comunicato – «Said moriva a Bari di CPR e un altro giovane, presente con lui nello stesso modulo, riusciva a salvarsi» 2. Le domande restano aperte e urgenti: cosa è successo la mattina dell’11 febbraio? Era presente un medico? Il malore è stato accertato subito? I soccorsi sono stati tempestivi e adeguati? Gli erano stati somministrati farmaci? Aveva vulnerabilità sanitarie non considerate? «Le domande sono tante, ma resta il fatto che Simo Said è morto durante la detenzione amministrativa e che di CPR si muore». Da anni associazioni e movimenti denunciano le condizioni in cui versano le persone trattenute nei CPR: lesione del diritto alla salute, accesso difficile o inadeguato alle cure, somministrazione massiccia di psicofarmaci, isolamento forzato, autolesionismo, tentativi di suicidio, violenze, ostacoli all’accesso alla difesa legale, vulnerabilità psichiatrica non riconosciuta, patologie croniche e infettive non adeguatamente seguite. Il CPR di Bari-Palese è stato oggetto di monitoraggi ripetuti. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme ad altre realtà, ha più volte segnalato una situazione allarmante. A settembre 2025 anche la Commissione CPR dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con la Camera penale di Bari, aveva lanciato un allarme pubblico sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Il report del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 13 Febbraio 2026 A metà dicembre dal rapporto della visita di una delegazione del Garante nazionale dei diritti della libertà personale (GNPL) 3 emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA BARI COME PALAZZO SAN GERVASIO: TROPPE OMBRE NEI CPR ITALIANI Dal rapporto del Garante emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata Avv. Arturo Raffaele Covella 25 Settembre 2025 «È del tutto chiara la natura patogena dei CPR. È una evidenza scientifica, non una semplice opinione», affermano i promotori del presidio, richiamando il report presentato nei giorni scorsi in Senato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, che parla di sistematica violazione dei diritti, assenza di trasparenza amministrativa e gravi criticità sanitarie in tutti i CPR italiani. Negli ultimi mesi – denunciano le organizzazioni – sarebbe in atto un tentativo di restringere ulteriormente le possibilità di monitoraggio esterno. Viene citata la circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025, che attraverso un’interpretazione restrittiva dell’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario limita il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo loro di accedere con personale di supporto. «È accaduto a Bari durante le ultime visite di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione», denunciano, parlando di criticità gravi nella gestione del centro e nei servizi garantiti, soprattutto sotto il profilo sanitario. LA SOLIDARIETÀ AI MEDICI E IL CASO RAVENNA Il comunicato esprime anche solidarietà alle mediche e ai medici che operano nei contesti di frontiera e nei luoghi di trattenimento. «Non possono essere strumenti al servizio dell’ordine pubblico né i loro atti medici un’azione di polizia». Vengono richiamati i fatti del 12 febbraio 2026 presso l’Ospedale di Ravenna, dove la perquisizione del reparto di Malattie Infettive e l’indagine a carico di sei medicə sono descritti come «un grave attacco alla professione medica, alla sua deontologia e alla dignità della cura». Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 “NESSUN CORPO È ILLEGALE” «Said è morto. Ucciso dalla detenzione amministrativa», si legge nel testo. Parole che indicano una responsabilità strutturale e politica, oltre le singole gestioni. Nei mesi scorsi, con il viaggio di Marco Cavallo davanti ai CPR di tutta Italia, le reti solidali avevano già denunciato quella che definiscono «la violenza strutturale della detenzione amministrativa», chiedendone l’immediata chiusura. > «Oussama Darkaouie, Moussa Mamadou Balde e un numero troppo grande di persone, > alcune ancora senza nome: sono entrati vivi e sono usciti morti». La richiesta è chiara: accertare la verità e le responsabilità per la morte di Simo Said, nel rispetto delle disposizioni della famiglia, e rompere il silenzio che spesso avvolge queste vicende. «Di CPR si muore, sono ferite del diritto, luoghi dove la dignità e i diritti sono sistematicamente calpestati. Il modello di confinamento che rappresentano riguarda tutte e tutti». Venerdì 20 febbraio, davanti al CPR di Bari Palese, la richiesta tornerà a farsi collettiva: «Verità e giustizia per Simo Said. Verità e giustizia per tutte le persone morte nei CPR. I CPR devono essere chiusi. Nessun corpo è illegale». 1. Queste le adesioni: ANPI Sezione di Bari ARCI Bari; ASGI sezione Puglia; Assemblea Lucana NOCPR; Assemblea Bari per la Palestina; Associazione 180amici Puglia ETS; Associazione Origens ETS; Associazione Periplo ODV Associazione Solidaria; Babele APS; CGIL Camera del lavoro di Bari; CNCA Puglia; Comitato IOaccolgo Puglia; Convochiamociperbari; Digiuno di Giustizia in solidarietà coi Migranti – Bari; Ex Caserma Liberata Bari; Giraffa APS; Gruppo Educhiamoci alla Pace ODV; Gruppo Lavoro Rifugiati ETS; LasciateCIEntrare; Migrantes Arcidiocesi Bari-Bitonto; No CPR Brindisi; Psichiatria Democratica Pugliese; Sportello Autodifesa Sindacale; Fuorimercato – Villaroth; SQuola Senza Confini Penny Wirton Bari ODV; Unione Sindacale di Base – USB Bari; Unione degli Studenti Bari Unione degli Universitari Bari; Zona Franka ↩︎ 2. Muore a 25 anni nel Cpr di Bari, un altro trattenuto: “L’hanno riempito di psicofarmaci, nessuna causa naturale” – Fanpage (16 febbraio 2026) ↩︎ 3. Vedi il rapporto: Rapporto sulle visite effettuate ai Cpr di Palazzo San Gervasio e di Bari il 12 e il 13 dicembre 2024 del GNPL ↩︎
Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR
Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto. Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano, rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione. CPR DI MACOMER: «QUESTA È LA QUOTIDIANITÀ DENTRO LUOGHI DI SOPRAFFAZIONE» L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9 febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine». Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo sciopero della fame. «Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR. Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere «un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi». «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR. CPR DI BARI-PALESE: LA MORTE DI SIMO SAID La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità. «Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo», ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della salma. Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla bocca», parlando apertamente di «overdose». Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso di psicofarmaci per sedare il disagio. «Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione/sicurezza. Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete. CPR DI VIA CORELLI, MILANO Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono utilizzare il proprio smartphone. «Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano il CPR, si contano almeno cinque episodi. Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la generalità». CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO: «LA RABBIA SI È TRASFORMATA IN FIAMME» La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha altro scopo se non negare la dignità umana». Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra infermeria e altri blocchi. «Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono. «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio». BOLOGNA: «I CPR SONO ISTITUZIONI TOTALI DA CHIUDERE» È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna. Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di una trasformazione profonda dello Stato di diritto». «La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx». I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni fa grazie alle mobilitazioni – né altrove». Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale» venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR, contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del conflitto».
Trasferito dal CPR di Gradisca a Gjadër senza provvedimento: risarcito il danno per violazione dei diritti fondamentali
AVV. MARGHERITA SALERNO 1, DOTT. RAFFAELE BIONDO 2 Con la sentenza del 10 febbraio 2026 (R.G. n. 10914/2025), il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per il trasferimento di un cittadino straniero trattenuto nel CPR di Gradisca verso il centro albanese di Gjader in assenza di un provvedimento scritto e motivato, con violazione, nel caso concreto, dei diritti fondamentali garantiti dagli artt. 13 e 97 Cost., dalla legge 241/1990 e dall’art. 8 CEDU. LA VICENDA Il caso riguarda un cittadino algerino, padre di due minori affidati ai nonni materni, coinvolto in un percorso di valutazione della capacità genitoriale disposto dal Tribunale per i Minorenni, che prevedeva incontri monitorati con i figli. La sera del 10 aprile 2025, mentre era trattenuto nel CPR di Gradisca, veniva improvvisamente prelevato con l’indicazione generica che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Dopo circa venti ore di viaggio – in pullman e su nave militare, con i polsi legati da fascette di velcro “con la facoltà di toglierle solamente per andare in bagno, in due sole occasioni” – scopriva di trovarsi invece a Gjadër, in Albania, a centinaia di chilometri dai suoi figli e senza possibilità di proseguire il percorso genitoriale disposto dall’autorità giudiziaria minorile. Nessun provvedimento gli era stato notificato, nessuna motivazione fornita, nessuna valutazione della sua situazione concreta risultava agli atti. Come testimoniato dalla compagna in un messaggio inviato all’europarlamentare Cecilia Strada, “era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. IL RAGIONAMENTO DEL TRIBUNALE Il Tribunale muove dalla natura del trattenimento amministrativo, qualificato dalla Corte Costituzionale (sent. n. 96/2025) come “situazione di assoggettamento fisico all’altrui potere” che comporta un’ingerenza nel diritto alla libertà personale tutelato dall’art. 13 Cost. e dall’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali UE.  Il punto innovativo è l’interpretazione estensiva del concetto di libertà personale compiuto dall’organo giudicante: la libertà personale non è limitata alla “possibilità di disporre del proprio essere fisico”, ma abbraccia la “disponibilità di sé stessi”, comprensiva della libertà morale e della “pretesa dei singoli all’autodeterminazione”. In questa prospettiva, una decisione amministrativa restringe la libertà quando, limitando la “disponibilità della propria persona”, incide “sulla personalità morale e sulla dignità sociale del singolo”. Ne deriva una conseguenza di rilievo sistematico: l’essere già in una situazione di restrizione della libertà non impedisce una lesione ulteriore dello stesso diritto derivante da una nuova decisione che incide sulla sfera fisica, psichica e morale. Chi è trattenuto non diventa un “non-soggetto” privo di tutele: ogni interferenza successiva richiede sempre e comunque il rispetto delle garanzie costituzionali. Il secondo aspetto valorizzato dal Tribunale è il principio di legalità sostanziale (art. 97 Cost.), da cui scaturisce la regola generale della procedimentalizzazione (L. 241/1990). Il Tribunale respinge l’eccezione ministeriale – “nel nostro ordinamento non è prevista l’emissione di un provvedimento amministrativo relativo al trasferimento di uno straniero già trattenuto in altra struttura” – affermando che “tutta l’azione amministrativa è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione, sicché la decisione finale viene espressa nella forma del provvedimento”. Richiamando l’art. 1, co. 1, L. 241/1990 con particolare riferimento ai criteri di “pubblicità e trasparenza”, e co. 2-bis che stabilisce l’obbligo di “collaborazione e buona fede”, i giudici sostengono che la scelta del trasferimento, pur discrezionale, “non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa, tanto più quando coercitiva e incidentale su persona assoggettata all’altrui potere”. Nell’ambito delle garanzie procedurali emerge un “noyau dur irrinunciabile”: “un obbligo informativo che discende […] dalla conformazione dell’agire amministrativo ai criteri di pubblicità e trasparenza e al rispetto dei principi di collaborazione e buona fede”. In concreto, il trattenuto deve sapere “attraverso un provvedimento, dove, quando e perché”. Questa conclusione ha “carattere generale e sistematico” e garantisce l’autodeterminazione poiché permette che “il trattenuto sia reso edotto in modo completo del contenuto delle decisioni amministrative a carattere coercitivo”. Il Ministero ha tentato di difendersi citando l’art. 3, co. 4, L. 14/2024, ai sensi del quale il trasferimento a Gjadër “non fa venire meno il titolo del trattenimento né produce effetti sulla procedura amministrativa”. Sul punto, il Tribunale precisa che la norma fa salvo il vigore originario, nel senso che non occorre una nuova convalida di trattenimento, ma non sostituisce un provvedimento specifico. Il decreto iniziale indicava Gradisca, non Gjadër: “la scelta di trasferire è frutto di una nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”, che richiede garanzie proprie. Le conclusioni sono rafforzate dal fatto che i trasferimenti avvengono dopo “valutazione e selezione su criteri come […] la sussistenza di stretti legami personali e familiari sul territorio nazionale”, evidentemente non compiute dall’Amministrazione. E infatti, nel caso di specie il trasferimento ha compromesso il diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU; artt. 2, 29, 31 Cost.), impedendo il “percorso di valutazione prognostica della capacità genitoriale che prevede incontri monitorati tra il minore e il padre” (Trib. Minorenni Piemonte). Il Ministero non ha provato che tali “modalità specifiche, finalizzate a garantire il benessere della prole”, fossero assicurate da Gjadër: il mero richiamo alla regola generale dei contatti all’esterno dei centri è stato ritenuto insufficiente dal Tribunale. Invocando, infine, l’art. 3 Convenzione New York 1989 (che prevede l’“interesse superiore del fanciullo […] preminente”), i giudici impongono scelte proporzionate e frutto di procedure eque: l’ingerenza deve sì essere “prevista dalla legge”, ma altresì motivata da “esigenze imperative” e bilanciata tra interessi pubblici e privati. La decisione assume rilievo non solo per il riconoscimento del danno nel caso concreto, ma soprattutto perché afferma un principio di carattere generale: anche nei confronti di persone già trattenute, il trasferimento in altra struttura costituisce una nuova manifestazione di potere autoritativo incidente sulla libertà personale e deve quindi essere formalizzato mediante un provvedimento scritto, motivato e conoscibile dall’interessato. Viene così sancita, in termini chiari, l’illegittimità dei trasferimenti disposti in assenza di un atto formale, ponendo un limite a prassi amministrative caratterizzate da decisioni non documentate e sottratte al controllo giurisdizionale. Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 1. Avvocata del Foro di Roma, con studio in via Durazzo 12 a Roma esercita la professione nel settore del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione al diritto di asilo e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone straniere. Coordinatrice dell’APS Attiva Diritti e socia ASGI, svolge attività di consulenza e formazione e collabora con diverse realtà associative impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti, adottando un approccio attento alle discriminazioni e alle questioni di genere (email: margheritasalerno@gmail.com) ↩︎ 2. Praticante avvocato e volontario di Attiva Diritti ↩︎
L’omessa informativa sull’asilo viola e interrompe la procedura accelerata, anche in frontiera
La decisione della Corte d’Appello di Palermo, in accoglimento del reclamo cautelare ex art. 35 ter d.lgs 25/2008, dispone il ripristino della procedura d’asilo ordinaria quando la procedura accelerata sia stata eseguita in violazione del pieno rispetto dei diritti dello straniero nel corso dell’iter amministrativo.  Il ricorrente è un richiedente asilo proveniente dal Pakistan a cui, una volta sbarcato a Lampedusa, era stata applicata la procedura accelerata di frontiera a Porto Empedocle ex art. 28 bis co. 2 bis d.lgs 25/2008. Il Prefetto, inoltre, aveva disposto nei suoi confronti un obbligo di dimora nel centro Villa Sikania, nella provincia di Agrigento, per il tempo necessario ad espletare la procedura accelerata di frontiera. Al momento della formalizzazione della domanda di protezione, il richiedente aveva ricevuto una informativa sulla procedura d’asilo svolta solo in lingua italiana, alla presenza di un mediatore di nazionalità bengalese. La Commissione Territoriale di Agrigento rispettava i termini di procedura accelerata e dichiarava la domanda manifestamente infondata per avere il richiedente sollevato questioni non attinenti alle ipotesi di protezione. Il richiedente presentava ricorso ex art. 35 ter d.lgs 25/2008 con istanza di sospensiva, lamentando, tra i diversi motivi, la violazione degli obblighi informativi di cui all’art. 10 ter d.lgs 286/98. Sulla base del principio emesso dalle SS.UU. n. 11399/2024, la difesa chiedeva di dichiarare automaticamente sospeso il provvedimento impugnato, per violazione delle garanzie procedurali della domanda accelerata, nello specifico appunto, il diritto all’informativa. Il Tribunale di Palermo rigettava la domanda cautelare limitandosi a ritenere rispettati i termini di cui all’art. 28 bis d.lgs 25/2008 per lo svolgimento della procedura accelerata. Pertanto, la Questura operava il trattenimento del richiedente ai sensi dell’art. 14 d.lgs 286/98 presso il CPR di Caltanissetta, successivamente convalidato dal Giudice di Pace. La difesa proponeva reclamo cautelare in Corte d’Appello ex art. 35 ter d.lgs 25/2008 avverso il rigetto del Tribunale di Palermo, reiterando dinanzi alla Corte le medesime tesi difensive.  La Corte d’Appello, in accoglimento del reclamo e in applicazione del principio espresso dalla Sezioni Unite, ha motivato nel senso che “Occorre, pertanto, valutare la regolarità della procedura accelerata da vagliare tenendo conto di ogni passaggio amministrativo e del pieno rispetto dei diritti dello straniero in ogni momento del relativo iter, il quale deve essere informato, deve poter narrare la propria storia e il proprio vissuto, debitamente assistito da un interprete e/o mediatore che, nella lingua al medesimo comprensibile, veicoli ogni notizie utile all’esercizio delle prerogative del diritto di asilo, senza che, la ristrettezza e la celerità dei tempi amministrativi possa giammai comprimerli o ancor più violarli“. Il principio enunciato dalla Corte pone un argine importante allo svuotamento di garanzie nel corso delle procedure accelerate. La portata della decisione, come si evince, non è limitata solo all’ipotesi di violazione degli obblighi informativi ma è molto più ampia e spiega effetti in tutte le ipotesi di compressione delle garanzie del richiedente asilo sottoposto a procedura accelerata e di frontiera. Nel caso di specie, l’obbligo di dimora imposto al richiedente era legato alla procedura di frontiera e adottato “per il tempo strettamente necessario all’esame della domanda in procedura di frontiera“. Il ripristino della procedura ordinaria, pertanto, ha reso inoperante l’obbligo di dimora originario. Tuttavia, continua ad essere importante monitorare l’applicazione dell’obbligo di dimora sul territorio nazionale. Ciò soprattutto agli arbori dell’introduzione del nuovo Patto Europeo sull’Asilo e Immigrazione, con il quale è prevedibile che il ricorso all’obbligo di dimora avrà applicazione massiccia, funzionale all’espletamento delle procedure accelerate e di frontiera. Corte d’Appello di Palermo, ordinanza del 13 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Martina Stefanile per la segnalazione e il commento. Il caso è seguito con il fondamentale supporto del team InLimine di ASGI.
Medici sotto indagine a Ravenna per le non idoneità ai CPR. L’appello: “La cura non è un reato”
Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio. Sono sei, al momento, i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Ravenna, che – secondo quanto riporta l’Ansa – è inerente ai certificati di idoneità sanitaria necessari per il trattenimento delle persone straniere prive di titolo di soggiorno nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR). L’obiettivo degli inquirenti – prosegue l’agenzia di stampa – è verificare se le attestazioni di non idoneità al trattenimento, e quindi ad un possibile rimpatrio, fossero incomplete o del tutto arbitrarie.  Una contestazione che ha immediatamente sollevato una reazione compatta degli Ordini dei medici e della Federazione nazionale, che parlano di un attacco all’autonomia dell’atto medico e alla sua funzione esclusivamente clinica. LA PETIZIONE: “LA CURA NON È UN REATO” Per sollecitare una presa di posizione generale, è stata immediatamente lanciata una petizione online su Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un reato», indirizzata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, alle società scientifiche e all’opinione pubblica. Nel testo si parla di «punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza» dopo la perquisizione prima dell’alba del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna il 12 febbraio 2026. Il testo, a firma del promotore Dott. Nicola Cocco, denuncia il grave l’episodio come «un attacco all’autonomia e alla deontologia medica» e invita medici, infermieri, psicologi e operatori sanitari a firmare e a trasformare il caso di Ravenna in una mobilitazione nazionale sull’autonomia della professione medica e sul diritto alla salute. «Sindacare una valutazione clinica di inidoneità al trasferimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) (…) attraverso strumenti repressivi significa trasformare un atto medico in un atto burocratico di polizia. Ribadiamo che la decisione clinica non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria». Nel secondo punto si richiama anche un recente documento dell’World Health Organization (Policy Brief, gennaio 2026), sostenendo che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi» e che certificare l’inidoneità «significa prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del principio di non maleficenza». L’appello parla inoltre di «modus operandi lesivo della dignità ospedaliera», denunciando uno spiegamento di forze «tipico delle operazioni contro organizzazioni criminali» e affermando che tale condotta «si configura concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.), mettendo a rischio la continuità assistenziale». Infine, il richiamo all’articolo 32 della Costituzione: «La salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questo diritto non decade con lo status giuridico di una persona». La petizione esprime «piena solidarietà ai colleghi indagati» e richiede «una presa di posizione ferma della FNOMCeO e degli Ordini provinciali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico», nonché «l’intervento del Garante Nazionale per arginare lo sviluppo di un clima inquisitorio». «Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo». La reazione compatta è arrivata nel corso della giornata di ieri da parte degli Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna e della Federazione nazionale. LA NOTA UNITARIA DEGLI ORDINI In una presa di posizione firmata dalla presidente dell’Omceo di Ravenna, Gaia Saini, dal presidente dell’Omceo di Rimini, Maurizio Grossi, e dal presidente dell’Omceo di Forlì-Cesena, Michele Gaudio, i tre Ordini provinciali richiamano i principi fondanti della professione. «Il medico fonda la propria attività su valori irrinunciabili: rispetto della dignità della persona, tutela della salute, equità, indipendenza e responsabilità professionale. Ogni paziente viene visitato e assistito senza alcuna discriminazione legata a età, sesso, religione, orientamento politico, condizione sociale o provenienza. Questo principio è il presupposto essenziale della relazione di cura: il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura». Gli Ordini ricordano che «l’art. 24 del Codice di deontologia medica impone al medico l’obbligo di rilasciare certificazioni sanitarie veritiere, precise e diligenti, basate su rilievi clinici diretti o documentati» e che, nel caso delle certificazioni per l’idoneità al trattenimento nei Cpr, «la visita è svolta secondo criteri rigorosamente clinici», includendo anamnesi, valutazione delle condizioni fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici e condizioni di vulnerabilità. Un passaggio è centrale: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento della visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria». E ancora: «Le indicazioni fornite dal medico non devono essere utilizzate come strumento di legittimazione o di responsabilità politica. Il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica». «Strumentalizzare l’atto medico per attribuirgli una funzione di garanzia dell’ordine pubblico o di giustificazione politica significa snaturarne il senso e compromettere l’autonomia e la responsabilità professionale. Difendere questa distinzione significa tutelare sia l’etica della professione sia i diritti fondamentali delle persone assistite». L’INTERVENTO DELLA FNOMCEO Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo le polemiche innescate sui social da un post del vicepremier Matteo Salvini, che aveva invocato, in caso di conferma delle accuse, «licenziamento, radiazione e arresto» per i medici coinvolti. «Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico: doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». E prosegue: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica». Il Dott. Anelli esprime «piena fiducia nell’azione della Magistratura», ma anche «solidarietà con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione». «Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone».