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Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎
Roma – La Questura impedisce anche a un ragazzo evacuato dalla Libia di chiedere asilo
Un ragazzo di 24 anni, sopravvissuto alle violenze in Libia e arrivato in Italia attraverso un corridoio umanitario, respinto allo sportello e costretto ad attendere ore per poi vedersi rinviare l’appuntamento di tre mesi. È la vicenda raccontata da Baobab Experience, che denuncia quanto accaduto all’Ufficio immigrazione della Questura di Roma in via Patini, definendo quanto è successo frutto di «razzismo istituzionale e sistemico». A Roma, come in altre città italiane, sono note le difficoltà nel formalizzare la domanda di protezione internazionale tra lungaggini e prassi illegittime: c’è chi attende mesi, a volte anche un anno. E questo accade anche in città meno caotiche in cui la Pubblica amministrazione è considerata più efficiente – ma evidentemente non per tutti, soprattutto se si è “stranieri”. Approfondimenti CODE, RITARDI E PRASSI ILLEGITTIME: I QUOTIDIANI ABUSI IN QUESTURA  Un problema strutturale dalle metropoli alle città di provincia Redazione 12 Febbraio 2025 L’associazione sottolinea che non si tratta di un caso isolato, ma «esemplificativo di una condizione che pervade e permea le istituzioni». E proprio la storia del ragazzo, proseguono, rende il tutto ancora più emblematico: «Non è l’“odiato” migrante giunto col barcone, ma è un profugo arrivato con un volo aereo e un visto d’ingresso, attraverso un corridoio umanitario». R. è infatti arrivato in Italia l’11 dicembre con un corridoio umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose. Prima, però, aveva attraversato un percorso drammatico. Il fratello è morto in mare dopo lo speronamento dell’imbarcazione su cui viaggiavano; lui è stato catturato e trasferito nel centro di detenzione di Al-Assah, descritto da Baobab come «l’hub dell’orrore» gestito da milizie sotto il ministero dell’Interno di Tripoli. «La perdita del fratello e le torture subite devastano il ragazzo», scrive l’associazione che aggiunge che R. «ha tentato più volte di togliersi la vita». Nonostante una convocazione formale della Questura, il giorno dell’appuntamento R. si è trovato davanti a una serie di ostacoli. «Sveglia all’alba per mettersi in fila», racconta Baobab, ma una volta entrato «viene invitato ad andarsene». Prima la motivazione della carenza di personale, poi quella di un appuntamento che non risulta. Solo dopo l’intervento di un’attivista, che mostra la convocazione, R. viene fatto attendere. Passa un’ora, due ore, tre ore e alla fine – prosegue il racconto – un mediatore gli fa firmare un documento senza spiegazioni: «R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo». Quando l’attivista chiede chiarimenti, «gli operatori minacciano di chiamare la polizia», mentre il ragazzo, sempre più provato, «inizia a sentirsi male». Poco dopo, in stato di confusione, strappa il foglio e lascia l’ufficio. > Trattamenti degradanti sono la norma Per Baobab Experience, quanto accaduto non rappresenta un’eccezione: «I trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la norma alla Questura di Roma». L’associazione descrive una situazione strutturale di inefficienze che porta a condizioni inaccettabili: «Famiglie con bambini costrette a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila, spazzatura ovunque, inciviltà dilagante di parte del personale». E denuncia anche la presenza di «avvocati truffaldini che provano a vendere false soluzioni». Nel comunicato, Baobab ribalta la narrazione dominante sul degrado di via Patini: «Per noi il degrado non è la povertà e non è la marginalità sociale di persone con background migratorio». Al contrario, «queste sono l’esito dell’inciviltà e del razzismo strutturale». Il rischio, conclude l’associazione, è quello di una spirale di esclusione: «Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e alimentare lo sfruttamento». Da qui l’appello finale: «Siamo stanchi di restare silenti dinanzi a queste continue umiliazioni dei diritti e della dignità delle persone. Via Patini è dietro l’angolo: qualcuno dovrebbe andare a dare un’occhiata».
Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta
Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto, la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione reale. L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene sistematicamente disatteso? Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA OLTRE QUATTRO ANNI DI INGIUSTIZIA: LIBERTÀ PER ABDULRAHMAN AL KHALIDI Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali Redazione 10 Novembre 2025 Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente uso di misure amministrative come la detenzione prolungata. Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e simbolico 2. Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione amministrativa. Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione, annullando una precedente decisione favorevole. DETENZIONE SENZA FINE: CINQUE ANNI DI ARBITRIO Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di Sofia. Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni di detenzione non giustificata 3. Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali. Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del 1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine pubblico. Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro interesse statale, compresa la sicurezza nazionale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di destinazione. PH: @streetchroniclesbyluis LA PRASSI CHE CONTRADDICE I PRINCIPI Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione, l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione positiva sembra ancora lontana. Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto internazionale a proteggere i più vulnerabili. La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali. La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di “sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani. Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva disattivazione. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento ordinario di governo delle migrazioni. L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili. 1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎ 2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook Alkhabd21 ↩︎ 3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five – Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎ 4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve: il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The 1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎
“Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale
Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica e umana che intreccia memoria, denuncia e mobilitazione. Crotone, Cutro, Riace, Caulonia e Reggio Calabria saranno le tappe di un viaggio organizzato da Carovane Migranti e Caravana Abriendo Fronteras 1, che si intreccia con una parte delle iniziative organizzate a Steccato di Cutro e Crotone dalla Rete 26 Febbraio nei giorni del terzo anniversario della strage di Cutro. «Verità e giustizia per le famiglie delle vittime, per i superstiti, dignità ai morti e agli scomparsi delle stragi nel Mediterraneo», è la richiesta trasversale a tutti gli appuntamenti. Le organizzazioni nel loro appello identificano quanto sta avvenendo come «una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone». E ancora: «Non vi è termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente». Il riferimento esplicito è alle politiche europee e alla loro recente evoluzione: «L’Europa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti». Un impianto che trova applicazione concreta «nel famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo», i cui effetti «vediamo nella recente decretazione del Governo». Nel mirino anche il clima politico complessivo: «Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi», mentre «le navi umanitarie» vengono «vessate in ogni modo» e «i solidali criminalizzati preventivamente». Lo scenario attuale viene definito «una guerra di frontiera». Una guerra che, si legge, produce un sistema in cui «i migranti sono meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra». Da qui la necessità di una risposta collettiva: «La risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte». Una azione politica che deve essere internazionale «intrecciando le voci delle madri, dei familiari che da Tunisi o Algeri, dal Marocco o dall’estremo Oriente chiamano le Americhe ed il resto del mondo». La strage di Cutro è stato un momento in cui questa risposta si è data e le giornate successive ne sono state un esempio». Per questo «dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti», costruendo percorsi che «vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni». Durante tutte le tappe saranno presenti i Lenzuoli della Memoria Migrante, le pagine bianche di un libro che vogliono «raccontare e dare un nome alle persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo». Un gesto simbolico che accompagna ogni Carovana, «riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata». IL PROGRAMMA GIORNO PER GIORNO 24 febbraio – Crotone, davanti al tribunale * Alle 14.00 conferenza stampa con familiari, sopravvissuti e associazioni. * Dalle 14.30 alle 17.30 presidio: «per dare voce alle famiglie» anche di fronte al rinvio del processo. 25 febbraio – Crotone * Alle 10.00, al campo di Tufolo, partita di calcio “friendly match”. * Alle 16.30, in Piazza dell’Immacolata, incontro pubblico su «stragi nel Mediterraneo e nelle rotte di terra», con l’obiettivo dichiarato di «dare voce ai diritti dei superstiti, delle famiglie delle vittime e degli scomparsi». * Alle 20.00, al Cinema Teatro Apollo, la proiezione del docufilm “Cutro, 94… and more”. 26 febbraio – Crotone / Steccato di Cutro * Alle 4.00 la veglia commemorativa: un momento che risponde all’appello delle famiglie a «non sentirsi sole nella notte di Steccato di Cutro». * Alle 11.30 conferenza stampa al Municipio di Crotone con «le voci dei familiari di ritorno dall’alba». * Alle 15.00 dibattito su «genocidio, migranticidio, guerra e disinformazione di massa», che mette in relazione le politiche migratorie con i conflitti globali. * Nel pomeriggio, proiezione del docufilm a Cutro e presentazione del libro “Un viaggio verso Cutro” a Crotone. 27 febbraio – Riace / Caulonia * A Riace incontro con Mimmo Lucano. * A Caulonia, alle 17.30, l’iniziativa: «Resistere, esistere. Dal basso, contro la barbarie del migranticidio e del genocidio a Gaza». 28 febbraio – Reggio Calabria * Visita al cimitero di Armo e al Museo diocesano delle migrazioni. * Nel pomeriggio, iniziativa conclusiva: «Mare nMostrum, rompere il silenzio su genocidio e migranticidi di Stato». Un momento pensato per «tirare le fila del viaggio» e rilanciare le mobilitazioni. Le iniziative organizzate dalla Rete 26 febbraio “PROCEDURE CERTE, DEGNE E TRASPARENTI” Tra le richieste più concrete avanzate dalla Carovana c’è quella di vincolare le istituzioni «di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti». In particolare su «identificazione», «supporto psicologico ai familiari», «presenza nelle diverse fasi dell’iter processuale», fino a «sepolture e rimpatrio dei corpi». L’obiettivo è anche internazionale: «Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale» per definire «un protocollo per l’identificazione dei corpi» e «garantire il diritto inalienabile dei familiari a conoscere la sorte dei loro cari». LA VOCE DELLE FAMIGLIE E DEI SOPRAVVISSUTI «PERCHÉ VI SIETE DIMENTICATI DI NOI?» Al centro restano loro. Le parole con le quali le famiglie hanno chiesto che non cali il silenzio sulla strage di Steccato di Cutro e che siano rispettate le promesse che la Presidente del Consiglio Meloni fece a loro nelle settimane successive al naufragio di tre anni fa. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari». E aggiungono, «ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi». Le promesse istituzionali, denunciano, «non si sono realizzate» e «nessuna delle altre promesse […] è stata mantenuta». Da qui la decisione di tornare, «con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare». Una voce che si unirà a quella di tante persone solidali che saranno mobilitate per «rompere il silenzio». 1. Scarica il comunicato completo ↩︎
Naufragi nel Canale di Sicilia: «Identificare i corpi e dare risposte alle famiglie»
Dopo i naufragi avvenuti tra il 14 e il 21 gennaio 2026 nel Canale di Sicilia, in coincidenza con il passaggio del ciclone “Harry”, Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane 1 per sollecitare interventi urgenti sulle operazioni di identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste e la necessità di garantire procedure rigorose per restituire le vittime alle famiglie. Secondo quanto ricostruito dalle organizzazioni Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea e Alarm Phone, nel mese di gennaio centinaia di persone sono partite dalla Tunisia, in particolare da Sfax, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Le partenze si sono concentrate proprio nei giorni in cui il ciclone “Harry” ha reso estremamente difficili le condizioni in mare, compromettendo le rotte e aumentando il rischio di naufragi. Le organizzazioni stimano che «sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo», per un totale di almeno mille dispersi. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Ad oggi, solo una di queste imbarcazioni sarebbe riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, alcuni corpi sono stati recuperati: uno dalla nave Ocean Viking, altri lungo le coste siciliane – tra Trapani, Marsala e Pantelleria – e calabresi, nei territori di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Si teme che nei prossimi giorni possano emergere ulteriori salme, spesso in condizioni tali da rendere difficile il riconoscimento. Le associazioni riferiscono anche di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca dei propri cari dispersi. In questo contesto, Mem.Med ha già attivato canali legali per chiedere alle autorità competenti verifiche puntuali sulle salme rinvenute. Al centro delle richieste c’è il rispetto dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, oltre alla tracciabilità certa delle sepolture. L’obiettivo è garantire alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei propri congiunti. «Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», dichiarano le organizzazioni, chiedendo che tutte le operazioni siano svolte «con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti». Nel comunicato viene sottolineato come il riconoscimento delle vittime non sia solo un passaggio tecnico, ma un principio fondamentale di civiltà giuridica: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere». Le organizzazioni insistono quindi sulla necessità di un intervento immediato e coordinato da parte delle autorità nazionali e locali, affinché sia possibile identificare il maggior numero possibile di corpi e restituirli alle famiglie, interrompendo almeno in parte l’incertezza che accompagna queste tragedie. 1. Le lettere inviate: – alle autorità nazionali e di Siracusa – alle autorità di Trapani – alle autorità calabresi ↩︎
Chiudere i CPR. Verità e giustizia per Simo Said
Venerdì 20 febbraio, alle ore 15.30, è stato convocato un presidio davanti al CPR di Bari Palese. Una chiamata pubblica che attraversa associazioni, attivistə, realtà sociali e cittadinanza 1, dopo la morte di Simo Said, 25 anni, avvenuta l’11 febbraio all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Bari. Said è entrato vivo in un CPR dello Stato italiano ed è uscito morto. Non è il primo. «Di CPR si muore», denunciano le realtà promotrici del presidio. UNA MORTE “IN CUSTODIA DELLO STATO” Negli anni si sono susseguiti decessi avvenuti durante la detenzione amministrativa, cioè una forma di privazione della libertà personale che non deriva da una condanna penale ma da un provvedimento amministrativo legato all’espulsione. Il nome di Moussa Mamadou Balde è diventato simbolo di questa lunga scia: morì nel maggio 2021 nel CPR di Torino. Proprio nei giorni scorsi si è chiuso con una condanna il processo di primo grado sulla sua morte. L’allora responsabile della struttura è stata riconosciuta colpevole di omicidio colposo e condannata a un anno di reclusione con pena sospesa, beneficiando delle attenuanti generiche nonostante la richiesta contraria della procura. Interviste/CPR, Hotspot, CPA IL CASO MOUSSA BALDÉ E LA VIOLENZA STRUTTURALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Intervista a Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Masha Hassan 20 Novembre 2025 Mentre si attendeva giustizia per lui, un altro giovane perdeva la vita a Bari. «In contemporanea alla sentenza per Balde – si legge nel comunicato – «Said moriva a Bari di CPR e un altro giovane, presente con lui nello stesso modulo, riusciva a salvarsi» 2. Le domande restano aperte e urgenti: cosa è successo la mattina dell’11 febbraio? Era presente un medico? Il malore è stato accertato subito? I soccorsi sono stati tempestivi e adeguati? Gli erano stati somministrati farmaci? Aveva vulnerabilità sanitarie non considerate? «Le domande sono tante, ma resta il fatto che Simo Said è morto durante la detenzione amministrativa e che di CPR si muore». Da anni associazioni e movimenti denunciano le condizioni in cui versano le persone trattenute nei CPR: lesione del diritto alla salute, accesso difficile o inadeguato alle cure, somministrazione massiccia di psicofarmaci, isolamento forzato, autolesionismo, tentativi di suicidio, violenze, ostacoli all’accesso alla difesa legale, vulnerabilità psichiatrica non riconosciuta, patologie croniche e infettive non adeguatamente seguite. Il CPR di Bari-Palese è stato oggetto di monitoraggi ripetuti. Il Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme ad altre realtà, ha più volte segnalato una situazione allarmante. A settembre 2025 anche la Commissione CPR dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con la Camera penale di Bari, aveva lanciato un allarme pubblico sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Il report del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 13 Febbraio 2026 A metà dicembre dal rapporto della visita di una delegazione del Garante nazionale dei diritti della libertà personale (GNPL) 3 emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA BARI COME PALAZZO SAN GERVASIO: TROPPE OMBRE NEI CPR ITALIANI Dal rapporto del Garante emergono violazioni dei diritti, carenze sanitarie e gestione militarizzata Avv. Arturo Raffaele Covella 25 Settembre 2025 «È del tutto chiara la natura patogena dei CPR. È una evidenza scientifica, non una semplice opinione», affermano i promotori del presidio, richiamando il report presentato nei giorni scorsi in Senato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, che parla di sistematica violazione dei diritti, assenza di trasparenza amministrativa e gravi criticità sanitarie in tutti i CPR italiani. Negli ultimi mesi – denunciano le organizzazioni – sarebbe in atto un tentativo di restringere ulteriormente le possibilità di monitoraggio esterno. Viene citata la circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025, che attraverso un’interpretazione restrittiva dell’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario limita il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo loro di accedere con personale di supporto. «È accaduto a Bari durante le ultime visite di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione», denunciano, parlando di criticità gravi nella gestione del centro e nei servizi garantiti, soprattutto sotto il profilo sanitario. LA SOLIDARIETÀ AI MEDICI E IL CASO RAVENNA Il comunicato esprime anche solidarietà alle mediche e ai medici che operano nei contesti di frontiera e nei luoghi di trattenimento. «Non possono essere strumenti al servizio dell’ordine pubblico né i loro atti medici un’azione di polizia». Vengono richiamati i fatti del 12 febbraio 2026 presso l’Ospedale di Ravenna, dove la perquisizione del reparto di Malattie Infettive e l’indagine a carico di sei medicə sono descritti come «un grave attacco alla professione medica, alla sua deontologia e alla dignità della cura». Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 “NESSUN CORPO È ILLEGALE” «Said è morto. Ucciso dalla detenzione amministrativa», si legge nel testo. Parole che indicano una responsabilità strutturale e politica, oltre le singole gestioni. Nei mesi scorsi, con il viaggio di Marco Cavallo davanti ai CPR di tutta Italia, le reti solidali avevano già denunciato quella che definiscono «la violenza strutturale della detenzione amministrativa», chiedendone l’immediata chiusura. > «Oussama Darkaouie, Moussa Mamadou Balde e un numero troppo grande di persone, > alcune ancora senza nome: sono entrati vivi e sono usciti morti». La richiesta è chiara: accertare la verità e le responsabilità per la morte di Simo Said, nel rispetto delle disposizioni della famiglia, e rompere il silenzio che spesso avvolge queste vicende. «Di CPR si muore, sono ferite del diritto, luoghi dove la dignità e i diritti sono sistematicamente calpestati. Il modello di confinamento che rappresentano riguarda tutte e tutti». Venerdì 20 febbraio, davanti al CPR di Bari Palese, la richiesta tornerà a farsi collettiva: «Verità e giustizia per Simo Said. Verità e giustizia per tutte le persone morte nei CPR. I CPR devono essere chiusi. Nessun corpo è illegale». 1. Queste le adesioni: ANPI Sezione di Bari ARCI Bari; ASGI sezione Puglia; Assemblea Lucana NOCPR; Assemblea Bari per la Palestina; Associazione 180amici Puglia ETS; Associazione Origens ETS; Associazione Periplo ODV Associazione Solidaria; Babele APS; CGIL Camera del lavoro di Bari; CNCA Puglia; Comitato IOaccolgo Puglia; Convochiamociperbari; Digiuno di Giustizia in solidarietà coi Migranti – Bari; Ex Caserma Liberata Bari; Giraffa APS; Gruppo Educhiamoci alla Pace ODV; Gruppo Lavoro Rifugiati ETS; LasciateCIEntrare; Migrantes Arcidiocesi Bari-Bitonto; No CPR Brindisi; Psichiatria Democratica Pugliese; Sportello Autodifesa Sindacale; Fuorimercato – Villaroth; SQuola Senza Confini Penny Wirton Bari ODV; Unione Sindacale di Base – USB Bari; Unione degli Studenti Bari Unione degli Universitari Bari; Zona Franka ↩︎ 2. Muore a 25 anni nel Cpr di Bari, un altro trattenuto: “L’hanno riempito di psicofarmaci, nessuna causa naturale” – Fanpage (16 febbraio 2026) ↩︎ 3. Vedi il rapporto: Rapporto sulle visite effettuate ai Cpr di Palazzo San Gervasio e di Bari il 12 e il 13 dicembre 2024 del GNPL ↩︎
Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR
Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto. Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano, rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione. CPR DI MACOMER: «QUESTA È LA QUOTIDIANITÀ DENTRO LUOGHI DI SOPRAFFAZIONE» L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9 febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine». Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo sciopero della fame. «Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR. Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere «un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi». «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR. CPR DI BARI-PALESE: LA MORTE DI SIMO SAID La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità. «Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo», ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della salma. Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla bocca», parlando apertamente di «overdose». Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso di psicofarmaci per sedare il disagio. «Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione/sicurezza. Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete. CPR DI VIA CORELLI, MILANO Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono utilizzare il proprio smartphone. «Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano il CPR, si contano almeno cinque episodi. Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la generalità». CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO: «LA RABBIA SI È TRASFORMATA IN FIAMME» La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha altro scopo se non negare la dignità umana». Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra infermeria e altri blocchi. «Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono. «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio». BOLOGNA: «I CPR SONO ISTITUZIONI TOTALI DA CHIUDERE» È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna. Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di una trasformazione profonda dello Stato di diritto». «La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx». I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni fa grazie alle mobilitazioni – né altrove». Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale» venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR, contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del conflitto».
«Non siamo a Minneapolis, ma a Verona»
Non è Minneapolis, è Verona. Quanto è accaduto a Moussa Diarra non è successo negli Stati Uniti né poche settimana fa né per mano di agenti incappucciati dell’ICE, ma il 20 ottobre 2024, all’ingresso della stazione dei treni di Verona per mano della polizia italiana. Nonostante sia successo “a casa nostra”, l’attenzione mediatica su questa vicenda si è riaccesa solo qualche giorno fa dopo la diffusione del video pubblicato dall’on. Ilaria Cucchi, mentre il procedimento rischia ancora di chiudersi con l’archiviazione per “legittima difesa” dello sparo che ha ucciso il giovane. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ilaria Cucchi (@ilariacucchiofficial) «Alle ore 7.50 del 20 ottobre 2024 – scrive la senatrice nel commento su Instagram – viene inserito sulla chat “squadra 2 “ della Polfer di Verona, il filmato che riprende l’uccisione di Moussa Diarra, ragazzo del Mali incensurato ed ‘armato’ di una posata da tavola. Quel ragazzo è in preda ad una crisi psichiatrica da frustrazione inflittagli dalla burocrazia cinica e violenta del nostro Paese. Giorni e giorni con appuntamenti andati a vuoto per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno che per lui era vitale. Quel lavoro gli serviva per rimanere in Italia e per contribuire al mantenimento della sua famiglia in Mali. All’ennesima volta nella quale si è visto chiudere lo sportello in faccia dopo ore di coda, Moussa non ce l’ha più fatta. La disperazione da frustrazione ha avuto il sopravvento. Dallo zainetto che conteneva tutta la sua vita ha estratto una posata che usava per mangiare e l’ha usata in modo scomposto per minacciare un agente della Municipale che ha subito compreso lo stato di quel ragazzo incensurato e disperato. Il comandante dei vigili ha organizzato un intervento per eseguire un TSO per quel ragazzo in evidenti difficoltà che se la prendeva, nel frattempo con le auto parcheggiate della Polizia e vetrine della stazione. Ci hanno pensato quelli della Polfer di Verona. Avevano taser e scudi, ma hanno preferito prendere solo la pistola. Lo hanno inseguito. Gli hanno sparato tre colpi tutti ad altezza uomo: uno ha forato il cappuccio della felpa di Moussa, un altro la vetrina dietro di lui ed infine il terzo al cuore. Doveva essere fatto così. Dicono. Si deve sparare alla sagoma per colpire organi vitali. I proiettili sono fatti per questo altrimenti non funzionano. Diarra è morto. Salvini ha subito detto che non ci mancherà. Siamo a Verona e non Minneapolis. E Salvini non è Trump. Almeno spero». La diffusione del filmato è arrivata mentre si attende la decisione della giudice sull’opposizione all’archiviazione presentata dalla famiglia. In queste settimane il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra sta diffondendo sui suoi profili social 1 stralci del corposo dossier con gli elementi che spiegano in dettaglio perché è necessario un processo. «La ricerca della verità e della giustizia è un percorso difficile», scrive il Comitato, e passa anche attraverso «momenti estremamente dolorosi come la visione del video “organizzato” da A.F., il poliziotto che ha ucciso Moussa Diarra». Al centro della ricostruzione ci sono i tempi dell’intervento: «Sette secondi, per la precisione: questo il tempo dei 3 colpi tutti alla figura ed in rapida successione, questo il tempo che si è dedicato per decidere della vita di un uomo». Secondo i legali della famiglia, che ha presentato il ricorso, dall’intercettazione di Moussa da parte di due agenti alla sua morte sarebbero trascorsi solo sette secondi, un intervallo che – si legge nel comunicato – «sembra più una esecuzione che un tentativo di calmarlo». Il video integrale dura invece molto di più. «I 2 minuti e 37 secondi del video integrale sembrano un’eternità al confronto, ed in pratica sono tutti concentrati su una posata da cucina», afferma il Comitato, riferendosi al coltello che Moussa teneva in mano. Un passaggio centrale riguarda proprio le modalità di ripresa. «Nelle immagini precedenti si vede A.F. chiedere al suo collega di spostarsi, per poter essere lui sul corpo di Moussa ad essere ripreso», si legge nel comunicato. E ancora: «Si vede e si sente A.F. chiedere al collega di inquadrare bene la mano di Moussa con il coltello da cucina». Per il Comitato, «solo dopo questa messa in scena, il poliziotto prende la radio e chiama i soccorsi». Un elemento che, insieme ad altri, porta a sostenere che «questo omicidio merita un’indagine ed un processo». Dopo l’udienza dei giorni scorsi, «restiamo in attesa che la giudice sciolga le riserve sull’opposizione all’archiviazione per poter andare a processo», prosegue il Comitato, «perché la giustizia non abbia un colore». Le questioni aperte sono molte: perché non sarebbero stati utilizzati strumenti alternativi come taser o manganello? Perché sparare subito ad organi vitali, nonostante la presenza di un collega? E ancora, cosa è accaduto alle telecamere presenti nella zona? Il team legale della famiglia ha discusso per circa tre ore con la giudice per evitare l’archiviazione e con un obiettivo preciso: «Dimostrare che il poliziotto poteva evitare di sparare, uccidendo Moussa, in quanto non si trovava in pericolo di vita». Il comunicato del Comitato richiama l’attenzione dell’intera società civile su quanto sta accadendo – qui e ora – in Italia, e sul clima politico e culturale in cui si inserisce la vicenda di Moussa. Una storia che, pur nella sua specificità, non è molto diversa da quella di tante persone con background migratorio che si trovano a fare i conti con violenza burocratica, abusi e abbandono istituzionale. Allo stesso tempo, ribadisce la necessità che sia un processo pubblico ad accertare responsabilità e verità, anche perché l’ambiente della polizia veronese non è nuovo a gravi abusi e insabbiamenti. Proprio in questi giorni, infatti, si è chiusa una fase importante dell’inchiesta sui fatti del 2022 dove la Procura della Repubblica ha parlato di vera e propria tortura inflitta dai poliziotti a due uomini sottoposti a fermo di identificazione. Quattro agenti sono coinvolti, ma in totale sono dodici i poliziotti della Questura di Verona rinviati a giudizio accusati, a vario titolo, di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per non aver impedito le violenze commesse dai colleghi. 1. Instagram – Facebook ↩︎
La Humanity 1 bloccata per 60 giorni a Trapani per aver obbedito alla legge del mare
La nave di soccorso Humanity 1 è stata fermata per 60 giorni nel porto di Trapani. Il provvedimento, notificato il 13 febbraio, prevede anche una multa da 10mila euro. A renderlo noto è l’Ong tedesca SOS Humanity, che denuncia la criminalizzazione in corso e l’ulteriore stretta contro le operazioni civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il provvedimento riguarda un’operazione SAR in cui erano state soccorse 33 persone in pericolo e avvistati due cadaveri in acqua. Le autorità italiane contestano alla nave di non aver comunicato preventivamente con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. Nella sostanza, si tratta di una fotocopia del fermo notificato a marzo 2024, che sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Catanzaro, nel novembre 2025, hanno definito illegittimo, ribadendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un’autorità legittima di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Notizie/In mare SOS HUMANITY VINCE LA SUA PRIMA CAUSA CONTRO IL FERMO ILLEGALE DI NAVI DI SOCCORSO La Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza del Tribunale di Crotone Redazione 4 Novembre 2025 Non è un caso che il fermo arrivi a poche ore dalla presentazione, da parte del governo Meloni, del disegno di legge che introduce la possibilità del cosiddetto “blocco navale” per le navi delle ONG, ennesima misura securitaria per cercare di impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane dopo aver svolto una operazione di soccorso. Su X il ministro dell’Interno Piantedosi ha subito rivendicato il provvedimento con un post di propaganda: «L’ONG ancora una volta – scrive – non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone». La replica di SOS Humanity non si è fatta attendere: «Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale», ha dichiarato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso. «Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione». L’Ong ha poi aggiunto che si tratta della terza detenzione in tre mesi di una nave appartenente all’alleanza “Justice Fleet”. Nell’agosto 2025, ricorda, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. «Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche. E’ il secondo fermo in tre mesi che SOS Humanity subisce: «Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso». In precedenza era stata bloccata anche la Sea-Watch 5, una delle principali navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale. Con due grandi imbarcazioni ferme in porto, sottolinea infine l’organizzazione, si riduce ulteriormente la capacità di soccorso in un tratto di mare sempre più pericoloso. Nel frattempo il numero delle persone migranti morte nel Mediterraneo centrale continua a crescere. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno almeno 484 persone risultano morte o disperse a seguito di diversi naufragi, spesso legati alla mancanza di soccorsi tempestivi. Ma bilancio reale è purtroppo molto più grave. Numerosi sono infatti i naufragi “invisibili”, mai ufficialmente registrati. Tra questi, quelli denunciati da Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, durante il ciclone Harry: un evento che può essere definito come una delle più grandi stragi degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, con oltre un migliaio di persone disperse.