Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR
Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di
autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver
espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR.
Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega
quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio
al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e
giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto.
Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene
rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento
europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni
interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei
CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano,
rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione.
CPR DI MACOMER: «QUESTA È LA QUOTIDIANITÀ DENTRO LUOGHI DI SOPRAFFAZIONE»
L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla
di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9
febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti
a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel
comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un
altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine».
Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di
Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e
diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo
sciopero della fame.
«Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR.
Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di
concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere
«un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi».
«Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR.
CPR DI BARI-PALESE: LA MORTE DI SIMO SAID
La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la
morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui
abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause
naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha
contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità.
«Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia
morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della
giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo»,
ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della
salma.
Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in
circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa
sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere
medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla
bocca», parlando apertamente di «overdose».
Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe
scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della
sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un
trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso
di psicofarmaci per sedare il disagio.
«Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più
lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di
legge sull’immigrazione/sicurezza.
Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e
inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa
isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare
documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare
ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete.
CPR DI VIA CORELLI, MILANO
Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo
pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di
una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono
utilizzare il proprio smartphone.
«Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno
stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle
sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano
il CPR, si contano almeno cinque episodi.
Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone
migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la
generalità».
CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO: «LA RABBIA SI È TRASFORMATA IN FIAMME»
La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR
di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e
disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha
altro scopo se non negare la dignità umana».
Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in
un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato
di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver
chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale
parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra
infermeria e altri blocchi.
«Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono.
«Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio».
BOLOGNA: «I CPR SONO ISTITUZIONI TOTALI DA CHIUDERE»
È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito
riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in
regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al
ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che
non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna.
Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico
terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone
rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di
una trasformazione profonda dello Stato di diritto».
«La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge
nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx».
I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non
deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni
fa grazie alle mobilitazioni – né altrove».
Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale»
venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la
logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR,
contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del
conflitto».