Medici sotto indagine a Ravenna per le non idoneità ai CPR. L’appello: “La cura non è un reato”Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna
politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità
sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di
Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera
giornata del 12 febbraio.
Sono sei, al momento, i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di
Ravenna, che – secondo quanto riporta l’Ansa – è inerente ai certificati di
idoneità sanitaria necessari per il trattenimento delle persone straniere prive
di titolo di soggiorno nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR).
L’obiettivo degli inquirenti – prosegue l’agenzia di stampa – è verificare se le
attestazioni di non idoneità al trattenimento, e quindi ad un possibile
rimpatrio, fossero incomplete o del tutto arbitrarie.
Una contestazione che ha immediatamente sollevato una reazione compatta degli
Ordini dei medici e della Federazione nazionale, che parlano di un attacco
all’autonomia dell’atto medico e alla sua funzione esclusivamente clinica.
LA PETIZIONE: “LA CURA NON È UN REATO”
Per sollecitare una presa di posizione generale, è stata immediatamente lanciata
una petizione online su Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un
reato», indirizzata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
alle società scientifiche e all’opinione pubblica.
Nel testo si parla di «punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della
medicina e le logiche di pubblica sicurezza» dopo la perquisizione prima
dell’alba del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna il 12
febbraio 2026.
Il testo, a firma del promotore Dott. Nicola Cocco, denuncia il grave l’episodio
come «un attacco all’autonomia e alla deontologia medica» e invita medici,
infermieri, psicologi e operatori sanitari a firmare e a trasformare il caso di
Ravenna in una mobilitazione nazionale sull’autonomia della professione medica e
sul diritto alla salute.
«Sindacare una valutazione clinica di inidoneità al trasferimento in un Centro
di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) (…) attraverso strumenti repressivi
significa trasformare un atto medico in un atto burocratico di polizia.
Ribadiamo che la decisione clinica non può essere subordinata a esigenze di
ordine pubblico o di gestione migratoria».
Nel secondo punto si richiama anche un recente documento dell’World Health
Organization (Policy Brief, gennaio 2026), sostenendo che «la detenzione
amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive
e disturbi psichiatrici gravi» e che certificare l’inidoneità «significa
prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del principio di non
maleficenza».
L’appello parla inoltre di «modus operandi lesivo della dignità ospedaliera»,
denunciando uno spiegamento di forze «tipico delle operazioni contro
organizzazioni criminali» e affermando che tale condotta «si configura
concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.),
mettendo a rischio la continuità assistenziale».
Infine, il richiamo all’articolo 32 della Costituzione: «La salute come
fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questo
diritto non decade con lo status giuridico di una persona».
La petizione esprime «piena solidarietà ai colleghi indagati» e richiede «una
presa di posizione ferma della FNOMCeO e degli Ordini provinciali per difendere
l’inviolabilità dell’atto medico», nonché «l’intervento del Garante Nazionale
per arginare lo sviluppo di un clima inquisitorio».
«Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo».
La reazione compatta è arrivata nel corso della giornata di ieri da parte degli
Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna e della Federazione nazionale.
LA NOTA UNITARIA DEGLI ORDINI
In una presa di posizione firmata dalla presidente dell’Omceo di Ravenna, Gaia
Saini, dal presidente dell’Omceo di Rimini, Maurizio Grossi, e dal presidente
dell’Omceo di Forlì-Cesena, Michele Gaudio, i tre Ordini provinciali richiamano
i principi fondanti della professione.
«Il medico fonda la propria attività su valori irrinunciabili: rispetto della
dignità della persona, tutela della salute, equità, indipendenza e
responsabilità professionale. Ogni paziente viene visitato e assistito senza
alcuna discriminazione legata a età, sesso, religione, orientamento politico,
condizione sociale o provenienza. Questo principio è il presupposto essenziale
della relazione di cura: il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma
si prende cura».
Gli Ordini ricordano che «l’art. 24 del Codice di deontologia medica impone al
medico l’obbligo di rilasciare certificazioni sanitarie veritiere, precise e
diligenti, basate su rilievi clinici diretti o documentati» e che, nel caso
delle certificazioni per l’idoneità al trattenimento nei Cpr, «la visita è
svolta secondo criteri rigorosamente clinici», includendo anamnesi, valutazione
delle condizioni fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici
e condizioni di vulnerabilità.
Un passaggio è centrale: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta
esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento della
visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria».
E ancora: «Le indicazioni fornite dal medico non devono essere utilizzate come
strumento di legittimazione o di responsabilità politica. Il parere clinico
esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né
deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza
medica».
«Strumentalizzare l’atto medico per attribuirgli una funzione di garanzia
dell’ordine pubblico o di giustificazione politica significa snaturarne il senso
e compromettere l’autonomia e la responsabilità professionale. Difendere questa
distinzione significa tutelare sia l’etica della professione sia i diritti
fondamentali delle persone assistite».
L’INTERVENTO DELLA FNOMCEO
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale
degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli,
dopo le polemiche innescate sui social da un post del vicepremier Matteo
Salvini, che aveva invocato, in caso di conferma delle accuse, «licenziamento,
radiazione e arresto» per i medici coinvolti.
«Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice
deontologico: doveri del medico sono la tutela della vita, della salute
psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel
rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione
alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali
opera». E prosegue: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi
di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Questi sono i nostri
doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in
pratica».
Il Dott. Anelli esprime «piena fiducia nell’azione della Magistratura», ma anche
«solidarietà con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione
alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività
lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora
indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la
relativa certificazione».
«Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un
errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia.
Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela
della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo,
per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza
lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86%
degli italiani, affidiamo la cura delle persone».