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Logistica tra la Via Emilia, il west… e oltre
In questa ennesima puntata sulla questione dello sfruttamento nel mondo della logistica, si parte da una lotta alla Fedex di Modena riportata da Enrico Semprini alla quale si aggancia, opportunamente, la presentazione del saggio di Andrea Bottalico. Nella conclusione diamo conto della persecuzione ad una studentessa perchè solidale ad una lotta …del Sudd Cobas. Articolo di Enrico Semprini   Nella
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Da Macomer a Palazzo San Gervasio, passando per Bari: il filo autoritario dei CPR
Incendi, rivolte, scioperi della fame. Morti da chiarire, atti di autolesionismo. E perfino medici finiti sotto inchiesta a Ravenna per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Da Macomer a Bari, fino a Palazzo San Gervasio, c’è un filo autoritario che lega quanto accaduto nelle ultime settimane nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio al nuovo pacchetto sicurezza e al clima intimidatorio che colpisce medici e giudici chiamati a garantire quel poco che resta dello Stato di diritto. Tutto questo avviene mentre il sistema della detenzione amministrativa viene rilanciato dal governo Meloni – anche grazie al consenso riscosso al Parlamento europeo – e rafforzato, con l’ipotesi di nuovi centri e maggiori restrizioni interne. Un impianto che le assemblee territoriali impegnate per la chiusura dei CPR definiscono «intrinsecamente violento e degradante» e che ora, denunciano, rischia di essere ulteriormente blindato dalle nuove misure in discussione. CPR DI MACOMER: «QUESTA È LA QUOTIDIANITÀ DENTRO LUOGHI DI SOPRAFFAZIONE» L’ultimo grave episodio arriva dalla Sardegna. L’Assemblea No CPR Macomer parla di un incendio scoppiato in uno dei blocchi del centro di Macomer lunedì 9 febbraio. «Non è raro che la disperazione degli internati dentro i CPR li porti a gesti estremi come il tentativo di bruciare le celle», si legge nel comunicato. Alla vista del fumo, riferiscono, sarebbe partita una protesta in un altro blocco, «sedata con violenza dalle Forze dell’Ordine». Il bilancio – scrive l’assemblea – è di feriti trasportati al pronto soccorso di Nuoro, persone «picchiate e tenute al freddo per ore», un blocco svuotato e diversi trasferimenti verso altri CPR. Alcuni trattenuti avrebbero iniziato lo sciopero della fame. «Questa è la quotidianità dentro luoghi di sopraffazione e violenza come i CPR. Una quotidianità che è puro fascismo» – prosegue -, definendo i CPR «campi di concentramento per migranti» e accusando il governo di imprimere «un’accelerazione verso l’abisso con decreti e disegni di legge repressivi». «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Macomer», conclude l’Assemblea No CPR. CPR DI BARI-PALESE: LA MORTE DI SIMO SAID La nuova scintilla che ha riacceso le tensioni anche in altri centri è stata la morte di Simo Said, 26 anni, trattenuto nel CPR di Bari. I primi referti di cui abbiamo già scritto parlano di «arresto cardiocircolatorio» legato a «cause naturali». Ma la moglie, che vive in Francia con un permesso regolare, ha contattato la Rete Mai più lager – No ai CPR e chiede verità. «Mio marito non era malato. Aveva 26 anni, era sano, come è possibile che sia morto d’infarto?», queste le sue parole riportate nell’intervista della giornalista Alessia Candito su Repubblica. «Voglio sapere cos’è successo», ripete la donna, che presto arriverà in Italia per il riconoscimento della salma. Secondo quanto ricostruito da Fanpage.it, la morte sarebbe avvenuta in circostanze contestate da altri trattenuti. Un uomo che si trovava nella stessa sezione ha raccontato alla testata che il giovane «continuava a chiedere medicine» e che sarebbe stato trovato «steso a terra con della schiuma alla bocca», parlando apertamente di «overdose». Fanpage, inoltre, riporta che, dopo il malore, all’interno del centro sarebbe scoppiata una protesta con danneggiamenti e uno sciopero della fame e della sete. E poi, accuse sulle condizioni interne della struttura, definita da un trattenuto «non un centro ma una stalla», con carenze igieniche e un uso diffuso di psicofarmaci per sedare il disagio. «Silenzio e oblio rischiano di cadere su tutti i CPR», avverte la Rete Mai più lager – No CPR, soprattutto se dovesse essere approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione/sicurezza. Il provvedimento vieterebbe l’uso degli smartphone, limiterebbe le ispezioni e inasprirebbe le sanzioni per le proteste interne. «Per molti significa isolamento coatto, impossibilità di vedere in video le famiglie, inviare documenti a un legale mentre si accorciano i termini per i ricorsi, silenziare ogni possibile denuncia», spiegano dalla Rete. CPR DI VIA CORELLI, MILANO Intanto da via Corelli, a Milano, filtrano nuovi video di autolesionismo pubblicati, quasi giornalmente, sulle pagine social della Rete. Per effetto di una sentenza, è uno dei pochi centri in cui le persone trattenute possono utilizzare il proprio smartphone. «Datemi le medicine», urla un ragazzo ripreso mentre cammina nudo in uno stanzone. Nel gergo interno si parla di «corde», i tentativi di impiccarsi alle sbarre. Solo dall’inizio di febbraio, denunciano le associazioni che monitorano il CPR, si contano almeno cinque episodi. Quanto accade nei CPR è «un laboratorio di carne viva», dove «le persone migranti sono il banco di prova delle politiche securitarie che riguardano la generalità». CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO: «LA RABBIA SI È TRASFORMATA IN FIAMME» La morte di Bari è stata appunto la scintilla anche per quanto accaduto nel CPR di Palazzo San Gervasio (PZ). L’Assemblea Lucana No CPR parla di «rabbia e disperazione esplose contro un sistema di detenzione amministrativa che non ha altro scopo se non negare la dignità umana». Nel modulo 9 sono scoppiati incendi e proteste. Un giovanissimo trattenuto, in un atto di autolesionismo, avrebbe ingerito pile. «Per ore nessuno si è occupato di prestargli soccorso», denunciano lə attivistə, che raccontano di aver chiamato loro stessi l’ambulanza «vincendo forti resistenze». Il bilancio finale parla di tre arresti, un modulo dichiarato inagibile e sei persone spostate tra infermeria e altri blocchi. «Non c’è riforma possibile per questi campi di concentramento», concludono. «Tutti i CPR devono chiudere. Iniziamo da Palazzo San Gervasio». BOLOGNA: «I CPR SONO ISTITUZIONI TOTALI DA CHIUDERE» È in questo contesto che la Rete regionale Emilia-Romagna NO CPR si è subito riattivata per mobilitarsi contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un CPR in regione, dopo che il presidente della Regione De Pascale ha offerto l’assist al ministro dell’interno Piantedosi (“disponibili a discutere con il Governo“) che non si è fatto scappare l’occasione per parlare di nuovo CPR a Bologna. Insieme al Tavolo asilo e immigrazione, la Rete parla di «passaggio storico terribile». Il rafforzamento del sistema dei centri, l’introduzione delle zone rosse, l’inasprimento delle misure contro le proteste sarebbero «il segnale di una trasformazione profonda dello Stato di diritto». «La repressione non colpisce più soltanto chi è ai margini», si legge nell’appello, «si estende ad attivistx, realtà solidali, magistratx, sanitarx». I CPR vengono definiti «istituzioni totali da chiudere», un modello che «non deve trovare spazio né a Bologna – dove quel luogo inumano è stato chiuso anni fa grazie alle mobilitazioni – né altrove». Per questo le realtà regionali convocano per un’assemblea «ampia e plurale» venerdì 20 febbraio ad ore 18.30 al Municipio sociale TPO per «superare la logica delle singole vertenze e costruire una risposta comune contro i CPR, contro la repressione degli spazi sociali, contro la criminalizzazione del conflitto».
Medici sotto indagine a Ravenna per le non idoneità ai CPR. L’appello: “La cura non è un reato”
Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio. Sono sei, al momento, i medici indagati nell’inchiesta aperta dalla Procura di Ravenna, che – secondo quanto riporta l’Ansa – è inerente ai certificati di idoneità sanitaria necessari per il trattenimento delle persone straniere prive di titolo di soggiorno nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR). L’obiettivo degli inquirenti – prosegue l’agenzia di stampa – è verificare se le attestazioni di non idoneità al trattenimento, e quindi ad un possibile rimpatrio, fossero incomplete o del tutto arbitrarie.  Una contestazione che ha immediatamente sollevato una reazione compatta degli Ordini dei medici e della Federazione nazionale, che parlano di un attacco all’autonomia dell’atto medico e alla sua funzione esclusivamente clinica. LA PETIZIONE: “LA CURA NON È UN REATO” Per sollecitare una presa di posizione generale, è stata immediatamente lanciata una petizione online su Change.org dal titolo «Appello urgente: la cura non è un reato», indirizzata ai Presidenti degli Ordini dei Medici, alla Fnomceo, al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, alle società scientifiche e all’opinione pubblica. Nel testo si parla di «punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza» dopo la perquisizione prima dell’alba del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna il 12 febbraio 2026. Il testo, a firma del promotore Dott. Nicola Cocco, denuncia il grave l’episodio come «un attacco all’autonomia e alla deontologia medica» e invita medici, infermieri, psicologi e operatori sanitari a firmare e a trasformare il caso di Ravenna in una mobilitazione nazionale sull’autonomia della professione medica e sul diritto alla salute. «Sindacare una valutazione clinica di inidoneità al trasferimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) (…) attraverso strumenti repressivi significa trasformare un atto medico in un atto burocratico di polizia. Ribadiamo che la decisione clinica non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico o di gestione migratoria». Nel secondo punto si richiama anche un recente documento dell’World Health Organization (Policy Brief, gennaio 2026), sostenendo che «la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi» e che certificare l’inidoneità «significa prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del principio di non maleficenza». L’appello parla inoltre di «modus operandi lesivo della dignità ospedaliera», denunciando uno spiegamento di forze «tipico delle operazioni contro organizzazioni criminali» e affermando che tale condotta «si configura concretamente come interruzione di un pubblico servizio (Art. 340 c.p.), mettendo a rischio la continuità assistenziale». Infine, il richiamo all’articolo 32 della Costituzione: «La salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Questo diritto non decade con lo status giuridico di una persona». La petizione esprime «piena solidarietà ai colleghi indagati» e richiede «una presa di posizione ferma della FNOMCeO e degli Ordini provinciali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico», nonché «l’intervento del Garante Nazionale per arginare lo sviluppo di un clima inquisitorio». «Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo». La reazione compatta è arrivata nel corso della giornata di ieri da parte degli Ordini dei medici dell’Emilia-Romagna e della Federazione nazionale. LA NOTA UNITARIA DEGLI ORDINI In una presa di posizione firmata dalla presidente dell’Omceo di Ravenna, Gaia Saini, dal presidente dell’Omceo di Rimini, Maurizio Grossi, e dal presidente dell’Omceo di Forlì-Cesena, Michele Gaudio, i tre Ordini provinciali richiamano i principi fondanti della professione. «Il medico fonda la propria attività su valori irrinunciabili: rispetto della dignità della persona, tutela della salute, equità, indipendenza e responsabilità professionale. Ogni paziente viene visitato e assistito senza alcuna discriminazione legata a età, sesso, religione, orientamento politico, condizione sociale o provenienza. Questo principio è il presupposto essenziale della relazione di cura: il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura». Gli Ordini ricordano che «l’art. 24 del Codice di deontologia medica impone al medico l’obbligo di rilasciare certificazioni sanitarie veritiere, precise e diligenti, basate su rilievi clinici diretti o documentati» e che, nel caso delle certificazioni per l’idoneità al trattenimento nei Cpr, «la visita è svolta secondo criteri rigorosamente clinici», includendo anamnesi, valutazione delle condizioni fisiche e psichiche, eventuali patologie, disturbi psichiatrici e condizioni di vulnerabilità. Un passaggio è centrale: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se, in base alle condizioni cliniche rilevate al momento della visita, sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria». E ancora: «Le indicazioni fornite dal medico non devono essere utilizzate come strumento di legittimazione o di responsabilità politica. Il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica». «Strumentalizzare l’atto medico per attribuirgli una funzione di garanzia dell’ordine pubblico o di giustificazione politica significa snaturarne il senso e compromettere l’autonomia e la responsabilità professionale. Difendere questa distinzione significa tutelare sia l’etica della professione sia i diritti fondamentali delle persone assistite». L’INTERVENTO DELLA FNOMCEO Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dopo le polemiche innescate sui social da un post del vicepremier Matteo Salvini, che aveva invocato, in caso di conferma delle accuse, «licenziamento, radiazione e arresto» per i medici coinvolti. «Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico: doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». E prosegue: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica». Il Dott. Anelli esprime «piena fiducia nell’azione della Magistratura», ma anche «solidarietà con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione». «Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone».
Solidarietà attivist3 denunciat3 a Ravenna. Istruiamoci, agitiamoci e organizziamoci!
Ce lo aspettavamo! Lo avevamo previsto da quasi un anno, ancora prima che venisse approvato il pacchetto sicurezza del Governo Meloni. A distanza di diversi mesi dalle imponenti e diffuse mobilitazioni popolari dello scorso autunno in solidarietà per il popolo palestinese e contro quel genocidio ancora in corso, la morsa repressiva del Governo si stringe sulle zone più calde delle proteste: la Toscana, Bologna, Milano e Torino ormai diventato un laboratorio della repressione. Ma le denunce e le risposte repressive colpiranno ogni area del Paese dove si sono tenute manifestazioni, iniziative e proteste a fianco del popolo palestinese. E già sono partite le sanzioni contro i sindacati accusati di avere convocato lo sciopero appellandosi alla Carta e senza il preavviso di giorni. Il prezzo è alto, la repressione si prefigge alcuni obiettivi che vanno dalla repressione degli/delle attivisti/e a lanciare un monito a molti/e altri/e perché non scendano, un domani, nelle piazze. La Palestina sta nel nostro cuore, i palestinesi vittima di genocidio, cacciati dalle loro terre e oggi, in presenza di una finta tregua, vittime dell’ennesimo piano di colonizzazione. Ma nel nostro cuore sono tutti i popoli lottano per la loro autodeterminazione, i pacifisti che si oppongono alle politiche di riarmo della UE che ci trascinano verso la terza guerra mondiale. In Emilia-Romagna tra i destinatari degli avvisi di garanzia numerosi militanti tra i quali sindacalisti, attivisti politici come il segretario regionale del Partito dei CARC, attivo nel Coordinamento No NATO. Nello specifico, l’avviso delle indagini riguarda la manifestazione del 28 novembre a Ravenna per bloccare il traffico illegale delle armi che passano da quel porto per giungere in Israele. A tutti i destinatari degli avvisi di garanzia, alle vittime di repressione va la solidarietà dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, ribadiamo la nostra vicinanza alle lotte di Ravenna. Continueremo ad opporci alla repressione del Governo e del sistema delle forze neoliberiste ed imperialiste, seguendo le indicazioni di gramsciana memoria: continueremo ad istruirci, ad agitarci e ad organizzarci… AVANTI INSIEME! TUTTE LIBERE, TUTTI LIBERI! Link al video dei CARC: https://www.facebook.com/share/v/16jexowpah Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
JOB&Orienta Verona, Pordenone, Modena: orientamento scolastico verso carriere in divisa
Tuttə riconosciamo l’importanza dei progetti di orientamento fatti nelle scuole prima che il percorso di studi giunga al termine. L’orientamento al lavoro e/o alla formazione universitaria è il focus di eventi come il JOB&Orienta di Verona, per esempio. E lì, anche quest’anno, dal 26 al 29 novembre era presente il settore della difesa con esercito, marina, aeronautica e carabinieri. Al padiglione 11 – stand 226 era possibile provare i simulatori di navigazione marittima e di volo, guardare i veicoli tattici e due robot quadrupedi diversi, uno in dotazione all’esercito e l’altro all’arma dei carabinieri. Parte dell’esposizione era dedicata ai settori spaziale e cibernetico. Alla giornata conclusiva hanno partecipato il neoeletto presidente della regione Veneto Stefani e il ministro Valditara, che ha parlato della filiera formativa tecnologica-professionale “4+2”  ricordando che questo è l’ultimo anno di sperimentazione. Sempre nel mese di novembre appena trascorso, a Pordenone, l’arma dei carabinieri ha preso parte al “Punto d’Incontro 2025”, manifestazione di orientamento rivolta alle/gli studenti delle classi 4^ e 5^ superiori. Solito stand informativo ed espositivo con membri della sezione Investigazioni Scientifiche, il simulatore di guida in stato di ebbrezza, indicazioni sulle attività dell’arma e sull’arruolamento.  Poche settimane fa le/gli studenti del “Leopardi-Majorana” di Pordenone sono statə invitatə in questura per conoscere da vicino attività, valori e percorsi della polizia di stato. Ha partecipato solo una rappresentanza di studenti e studentesse del quarto anno, che è stata coinvolta in una sessione sui requisiti richiesti dalla polizia e sui concorsi. Pare sia intervenuto anche il questore della provincia, in persona, sull’importanza di costruire una comunità migliore. Da Modena ci arriva una segnalazione sull’ITIS “Enrico Fermi”: il 26 novembre il dirigente scolastico ha scritto ai/le genitori degli/le studenti invitandolə a partecipare insieme ai/le loro figli/e al pomeriggio di orientamento con AssOrienta su carriere in divisa e accademie militari, il 10 dicembre. Questi incontri nascono da protocolli interministeriali, ma sono in grave contrasto con il mandato sociale affidato costituzionalmente alla Scuola. Inoltre, il percorso di orientamento non può essere svolto in maniera così episodica ed anonima, richiede attenzione e un dialogo continuo tra studenti, studentesse e adulti di riferimento. La contaminazione tra sistema militare e Scuola è inaccettabile. Quanto denunciamo sui nostri canali di comunicazione è solo una parte infinitesimale dell’intero fenomeno, ma continueremo. Al contempo chiediamo agli organi collegiali scolastici di non aderire a queste iniziative in futuro, se davvero vogliamo che la scuola sia un luogo in cui si costruiscono immaginari di pace. Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bologna, 11 dicembre, La conoscenza non marcia con Osservatorio contro la militarizzazione
La campagna nazionale de LA CONOSCENZA NON MARCIA sbarca giovedì 11 dicembre alle 16:30 a Bologna con un’iniziativa che si terrà presso l’Aula Magna di Scienze dell’Educazione in via Filippo Re 6. Alla campagna, oltre ad altre circa 20 realtà nazionali, aderisce anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, per l’occasione di Bologna presentato da Giuseppe Curcio. L’obiettivo ambizioso è mettere in campo soluzioni sistemiche contro il processo di militarizzazione in atto nei luoghi dell’istruzione (dalle scuole di ogni ordine e grado agli Atenei) e fermare gli accordi con le Forze Armate, con la filiera bellica (inclusa la NATO) e con le istituzioni che fanno capo al governo genocidiario di Israele. Tutto questo in una campagna in cui stanno convergendo docenti, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici dei settori dell’istruzione e della ricerca, ma anche organizzazioni che portano avanti la stessa lotta contro la militarizzazione della società. Dopo l’appuntamento di Bologna un’altra tappa della campagna è quella di Firenze, in programma per il 17 dicembre.
Ferrara, diffusione della cultura aeronautica nelle scuole: protagonisti oltre 200 student3
C’era una volta il sogno del volo che affascinava la cultura futurista con la esaltazione della velocità, della tecnologia e l’aeropittura, ma qui non siamo a rievocare le opere artistiche e le teorie futuriste, bensì l’ennesimo sconfinamento di una forza armata nelle scuole di ogni ordine e grado e tutto ciò accade a Ferrara (clicca qui per la notizia). L’aeronautica militare da tempo frequenta le aule e non per decantare il mito dell’aviazione italiana, ma per offrire a studenti e studentesse attività didattiche, laboratori, incontri con esperti e percorsi orientativi finalizzati non solo alla storia dell’aviazione civile e militare, il vero obiettivo è sempre lo stesso: esaltare le forze armate e al contempo proporre la carriera militare come scelta di vita. Le strategie adottate seguono un copione già noto, si utilizza la storia passata per suscitare interesse, curiosità e aspettative verso la vita militare in un periodo storico nel quale il Riarmo palesa la costante ricerca di aumentare gli organici delle forze armate. Centinaia di studenti e studentesse hanno partecipato alle attività dell’Aeronautica militare, dalle medie alle scuole superiori con la presenza anche di amministratori locali. Il mix tra storia recente e passata per arrivare direttamente al vero obiettivo di questa presenza nelle scuole: convincere i/le giovani alla carriera militare, a diventare, come dicono gli studenti tedeschi, carne da macello per i futuri conflitti bellici, assuefare le giovani generazioni alla normalità della guerra presentando la divisa come opportunità lavorativa per le giovani generazioni. Quanto avvenuto nelle scuole di Ferrara è l’ennesima dimostrazione della costante ricerca da parte dell’esercito di reclutare giovani alla vita militare unendo alla propaganda di guerra la promessa di un impiego che in tempi di mancata crescita dell’economia potrebbe rappresentare una alternativa appetibile rispetto al precariato e alla disoccupazione. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Bologna, 12 novembre: Incontro “Il processo di militarizzazione nell’istruzione”
MERCOLEDÌ, 12 NOVEMBRE ALLE ORE 17:00 BOLOGNA, CENTRO SOCIALE COSTARENA (SALA SOPRA IL BAR), VIA AZZO GARDINO 48 L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, a seguito dell’interesse mostrato da insegnanti di Bologna, ha organizzato un incontro formativo ed informativo dal titolo “il processo di militarizzazione nell’istruzione: strumenti per insegnanti e spunti di metodo“, in programma per mercoledì 12 novembre alle 17:00 (durata: 2 ore). L’iniziativa arriva subito dopo la censura del MIM con l’annullamento del corso organizzato dal Cestes e promosso dallo stesso Osservatorio. Una censura governativa alla quale non è tardata la determinata risposta sul campo col convegno e le piazze del 4 novembre e con il rilancio delle iniziative dirette a docenti delle scuole. Intervengono Serena Tusini e Giuseppe Curcio, entrambi promotori dell‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università L’obiettivo rimane naturalmente quello di arrestare il processo di militarizzazione in atto nei luoghi d’istruzione e nel Paese.
Fuori il sionismo dall’Università: ricercatore preso di mira da sionisti e soldati IDF all’Università di Bologna
Oggi vogliamo denunciare un caso di censura e diffamazione che restituisce il senso dell’ingiustizia e della gravità che la complicità con Israele può comportare. La storia che vi racconteremo ha come teatro l’ateneo più antico dell’Occidente, l’Università di Bologna, che porta avanti collaborazioni con istituzioni ed enti israeliani, nonostante gli appelli e le mozioni di studenti e lavoratori dell’Ateneo. Finora i proclami e le dichiarazioni della governance sono rimasti sulla carta e non si sono tradotti in pratica nell’interruzione degli accordi (al massimo, si limitano a non rinnovare quelli che giungono a scadenza). Ma oltre a mantenere in vita le collaborazioni con i partner israeliani, UNIBO aggiunge un altro tassello alla complcità col sionismo di Israele: negli ultimi tempi ha adottato una modalità con la quale asseconda le intemperanze e le pretese di un gruppo di studenti israeliani che frequentano l’Ateneo presso il DIMEVET di Ozzano dell’Emilia (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie), dove sono quasi una trentina. Avviene infatti che questi studenti, che non rappresentano comunque la totalità degli studenti israeliani in UNIBO, abbiano scelto come target delle loro azioni diffamatorie un ricercatore, la cui unica “colpa” sarebbe quella di indossare una kefiah. La loro intolleranza nei confronti di tale indumento è così forte da portarli a chiedere al Dipartimento di vietarne l’uso. Dopo aver diffuso voci diffamanti all’interno del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie un gruppo di studentesse israeliane, non paghe, lo ha segnalato all’Amministrazione di UNIBO e al Rettore con accuse diffamanti, che hanno portato ad un procedimento disciplinare di censura nei suoi confronti per un post critico contro Israele pubblicato sulla sua pagina personale di Facebook, solo perché dal suo profilo si evinceva che era affiliato all’Università di Bologna. Il messaggio via e-mail è partito da una studentessa che risulta far parte dell’IDF (Israel Defense Forces), l’esercito israeliano autore del genocidio in corso a Gaza, e sembra che non sia l’unica di loro a militare in quel corpo. Beh, UNIBO ha dato ragione alle studentesse israeliane sanzionando il docente con una censura scritta che gli blocca temporaneamente la carriera: è un ricercatore in tenure track (RTT), lo step che precede immediatamente l’assunzione come professore associato. L’attività che questi studenti hanno messo in campo, prendendo di mira questo lavoratore dell’Ateneo con una strategia di matrice sionista, che secondo un format oramai noto combina vittimismo, diffamazione e pressione alle massime cariche del Dipartimento e dell’Ateneo, rappresenta un segnale molto pericoloso nel mondo accademico ed un precedente che rischia di essere replicato altrove, proprio perché la governance lo ha assecondato. Nell’assistere il suo iscritto, USB ha portato in difesa del lavoratore tutta una serie di elementi (dettagli nell’allegato al comunicato) che fornivano un quadro chiaro della situazione, ma la Commissione disciplinare ed il Rettore hanno preferito “non vedere” e confermare una sanzione che risuona come profondamente ingiusta, che salta a piè pari la tutela dei diritti del lavoratore. Qualcuno pensava che il pericolo sionista potesse arrivare solo dagli accordi in ambito ricerca con potenziale dual use, mentre questa storia ci insegna come le insidie possano nascondersi anche in un semplice accordo di moblità con studenti israeliani. Già, perché quello che è emerso è che diversi studenti combattono nell’IDF, l’esercito genocida di Israele e fanno addirittura la spola fra le aule di UNIBO e le operazioni militari in Palestina ed in Medio Oriente, dove vengono chiamati come riservisti. Il colmo è che UNIBO, senza battere ciglio, conceda loro la possibilità di effettuare esami fuori dagli appelli ordinari, mentre nega tale possibilità  ad altri studenti che sono invalidi o in condizioni svantaggiate, che hanno motivazioni più giustificabili di un genocidio. Non smetteremo di ribadire che occorre rompere ogni complicità col sionismo di Israele. Da parte nostra, lavoratori e studenti di UNIBO, rinnoviamo l’impegno a mobilitarci per sensibilizzare la comunità accademica e per ripristinare un clima di giustizia e tutela per tutti in Ateneo. E insieme a ELSC – European Legal Support Center, con cui difendiamo il ricercatore, chiediamo che la comunità accademica si stringa in solidarietà attorno al ricercatore e respinga con determinazione gli attacchi sionisti in Ateneo e qualsiasi complicità e censura della libertà accademica. “FUORI IL SIONISMO DALL’UNIVERSITÀ! STOP ALLA COMPLICITÀ CON ISRAELE!” USB Emilia Romagna e Cambiare Rotta Bologna USB UNIVERSITÀ E CAMBIARE ROTTA ADERISCONO ALLA CAMPAGNA NAZIONALE “LA CONOSCENZA NON MARCIA”, contro la militarizzazione e l’israelizzazione dell’istruzione 5 QUESITI PER LA GOVERNANCE DI UNIBO Chiediamo alla governance dell’Ateneo di risponderci sui seguenti punti: 1. La governance di UNIBO sa che fra i banchi delle aule della nostra Università fra gli studenti siedono anche soldati dell’IDF, l’esercito israeliano artefice del genocidio in atto a Gaza? Cosa si intende fare nei loro confronti? Espellerli dalla nostra Università o continuare ad accoglierli nelle aule di UNIBO? 2. Risponde al vero che alcuni studenti israeliani godono di un trattamento speciale con possibilità di svolgere esami fuori dagli appelli ordinari? In che modalità? Online oppure con appelli straordinari predisposti per loro al rientro dalle missioni militari? 3. Una volta appurato che sono soldati, intendete procedere con una denuncia per chiedere alla Procura ed alle forze dell’ordine di investigare su eventuali crimini di guerra che possono aver commesso durante le loro missioni militari per le quali sono convocati, considerata la conferma ufficiale dell’ONU rispetto al genocidio in atto? I dati di cui è in possesso l’Ateneo sono fondamentali per ricostruire i loro spostamenti e fornire informazioni utili a chi indagherà e di certo davanti a orrendi crimini di guerra, non c’è diritto alla privacy che tenga! 4. Quali forme di tutela per il lavoratore si intende adottare per proteggerlo e tutelarlo nell’esercizio del suo lavoro in Ateneo, a fronte dei rischi ai quali è sottoposto a seguito di questa vicenda che la governance ha contribuito ad alimentare col suo assordante silenzio e la sua ingiustificabile inerzia? 5. Quali accordi e collaborazioni con i partner israeliani la governance ha deciso di interrompere in UNIBO? Allegato_storia_ricercatore_UniboDownload
Piacenza, 25 ottobre, “No al Riarmo Europeo” con Osservatorio contro la militarizzazione
PIACENZA, SABATO 25 OTTOBRE 2025, ORE 16.00 PARK HOTEL STR. VALNURE, 7 Su iniziativa dell’Associazione socio-culturale Oltreitaca (oltreitaca@gmail.com), a cui hanno aderito Associazione Culturale Nel Nuovo Mondo e il Comitato 15 Ottobre si presenta il seguente evento con incontro-dibattito con la partecipazione di: – Alberti Alessandra, attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e Università; –Gaetano Pedullà, Europarlamentare, membro commissione problemi economici; – Luca Zandonella , consigliere Comune di Piacenza e membro commissione sviluppo economico; L’avvocato Giovanna Quattrini, Presidente di Oltreitaca, coordinerà l’evento. Ursula Von der Leyen, appoggiata dalla maggioranza dei leader dell’Unione  Europea, prosegue tenacemente verso il ReArm Europe assumendo la tesi che vi sono minacce alla sicurezza ai Paesi dell’Unione Europea, tesi priva di fondamento anche a detta di esperti militari. Si dovranno fronteggiare i prevedibili tagli del Welfare state (sanità, istruzione pubblica, ambiente etc.) come già dichiarato da esponenti UE e NATO. Le popolazioni non vogliono questa politica bellicista, ma le lobbies delle armi esultano e ii vari premier  si attivano per dare corpo e gambe a questa politica. In particolare il reperimento di 800 miliardi per finanziare l’investimento e l’acquisto degli  armamenti (in maggior parte di importazione dagli USA). La militarizzazione, la limitazione dei diritti, la propaganda sono fondamentali in questa logica e la scuola è il luogo prediletto per formare le giovani generazioni e preparali alla guerra Mentre l’economia è sofferente (se non in recessione), inflazionata dal continuo aumento del carovita con  perdita di potere di acquisto degli stipendi, il potere finanziario/politico Europeo si sta dirigendo di fatto  verso un peggioramento delle condizioni sociali e alla escalation del conflitto UCRAINO (o NATO)/RUSSO, violando i principi  fondamentali dei trattati tesi alla convivenza pacifica, al ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Ora l’Europa sembra essere in preda all’ossessione di perdere prestigio, potenza e crede di fermare il processo storico armandosi fino ai denti, volendo utilizzare nuove armi tese a colpire e attaccare la Russia, andando in questo modo verso il declino impoverendo le proprie popolazioni economicamente, socialmente e culturalmente, come abbiamo imparato dalla storia passata. È questo il futuro che vogliamo? Essere protagonisti di espansione di conflitti armati, con il pericolo di una terza guerra  mondiale e diventare una mera periferia al servizio dei grandi gruppi finanziari e militari ? O è possibile opporsi e fare sentire la voce dei cittadini? Si raccolgono le firme contro il riarmo. Si prega di prenotazione per partecipare all’iniziativa tel.3467484688-3331326886 e-mail : oltreitaca@gmail.com