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Perché gli israeliani difendono i diritti umani degli iraniani mentre calpestano quelli dei palestinesi?
di Hanin Majadli,  Haaretz, 6 marzo 2026.   La cosa più cinica è che molti israeliani credono davvero che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia e la libertà. Basta guardare Gaza o la Cisgiordania. I coloni israeliani lanciano pietre contro gli abitanti di un villaggio palestinese durante un attacco a Turmus Ayya, in Cisgiordania, nel mese di giugno. Crediti: Ilia Yefimovich/dpa Ci sono momenti – e in Israele ce ne sono parecchi – in cui il cinismo si trasforma in psicosi collettiva. In questo momento stiamo vivendo uno di quei momenti. La fantasia è simile a quella di un film hollywoodiano: un regime tossico cade, la gente decora i carri armati con fiori e vengono issate bandiere in nome della libertà americana. Per quanto riguarda la realtà, ricordiamo l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan e praticamente tutti gli altri paesi in cui gli Stati Uniti si sono invischiati, con o senza l’incitamento di Israele. L’immagine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come cavalieri su bianchi cavalli persiste. Tuttavia, sullo sfondo della corruzione e del potere sfrenato, almeno nel caso di Netanyahu, assumere una posa democratica è a dir poco grottesco. Si diceva che l’ultima guerra con l’Iran, meno di un anno fa, avesse lo scopo di eliminare la minaccia nucleare; e quella guerra era stata salutata come una vittoria totale dopo 12 giorni di combattimenti. Eppure, senza alcun annuncio formale, siamo ora impegnati in un’altra guerra, con un nuovo paradigma: improvvisamente, non si tratta più delle capacità nucleari dell’Iran, ma di un cambio di regime in Iran verso uno più favorevole all’Occidente. Sappiamo bene quanto questi piani abbiano funzionato in passato. Se dovessimo giudicare le cose in base a ciò che viene detto negli studi televisivi israeliani e nelle strade israeliane, il paese sarebbe impegnato in una missione umanitaria, se non addirittura divina. È una guerra per salvare le donne iraniane e aiutare il fantastico popolo iraniano (l’opposizione in esilio in Occidente). Improvvisamente, ogni tassista, ogni TikToker e ogni influencer dei social media si preoccupa dei diritti umani iraniani. E questo in un momento in cui, in Cisgiordania, buoni ebrei uccidono palestinesi disarmati, li espellono, bruciano le loro case e rubano le loro mandrie. E in Israele? Silenzio. È davvero sorprendente come gli israeliani riescano a identificare regimi crudeli e malvagi, ma non il proprio regime malvagio. Ecco il punto davvero cinico: gli israeliani credono sinceramente che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia, la libertà e i diritti umani in Iran e in Medio Oriente in generale. Ma se i diritti umani fossero il loro principio guida, la situazione non sarebbe quella che si vede in Cisgiordania e la guerra di Gaza non avrebbe raggiunto le dimensioni di un genocidio. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altri regimi tirannici che reprimono il loro popolo non meno degli ayatollah non sarebbero loro alleati. Le armi israeliane non sarebbero presenti nelle guerre civili che hanno avuto luogo nel Sud Sudan, in Ruanda e in Myanmar. Il lungo braccio di Israele non sarebbe presente ovunque ci sia instabilità regionale o genocidio in Africa. La democrazia, tuttavia, è una moneta malleabile quando incontra gli interessi. E come se non bastasse, un’atmosfera di euforia e gioia pervade la guerra. La guerra dovrebbe causare paura, angoscia e ansia esistenziale, ma in Israele si parla solo di resilienza (!) e l’aria è piena di arroganza, molta arroganza. Le emittenti televisive fanno parte del carnevale: non ci sono critiche, non c’è quasi alcun dubbio. Nei rifugi antiaerei in Israele, la gente organizza feste con vino e alcolici. Non ho mai visto persone festeggiare le loro guerre come gli israeliani amano mostrare al mondo. I post sui social media scherzano tra foto di bombardamenti in Iran e immagini di Khamenei e Nasrallah che si abbracciano in paradiso. Tutto è volgare, crudo e paralizzante. Un’altra guerra eterna che Israele sta intraprendendo, contro nemici che, secondo loro, minacciano di distruggerlo. Lungo il percorso, Israele sta portando avanti la propria distruzione, ancora e ancora, ovunque. L’importante è farlo con gioia. https://www.haaretz.com/opinion/2026-03-06/ty-article-opinion/.premium/its-astonishing-how-israelis-can-identify-evil-regimes-but-just-not-their-own/0000019c-bf70-db5a-a99f-bf75beae0000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=f327e0bf7e Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
La guerra in Iran è anche una guerra climatica
di Mark Hertsgaard e Giles Trendle,  The Nation, 5 marzo 2026.   Gli effetti sul clima non sono una parte marginale di ciò che stiamo vedendo in Iran: sono strutturalmente integrati nella guerra moderna. Uomini che osservano da una collina una colonna di fumo che si alza dopo un’esplosione il 2 marzo 2026 a Teheran, in Iran. (Majid Saeedi / Getty Images) La guerra aggrava il cambiamento climatico in molti modi e viceversa. Il costo in termini di vite umane dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – centinaia di persone morte, tra cui, secondo quanto riferito, 175 ragazze e insegnanti uccisi nella scuola elementare Shajareh Tayyibeh – è una tragedia. I crescenti rischi economici – interruzione delle catene di approvvigionamento, aumento dei prezzi dell’energia, mercati azionari sconvolti – sono inquietanti. Il pericolo che questa guerra scelta da due stati dotati di armi nucleari si intensifichi ulteriormente, coinvolgendo potenze della regione e oltre, è allarmante. E alla base di ciascuna di queste preoccupazioni c’è il fatto che la guerra moderna è indissolubilmente legata al cambiamento climatico. I collegamenti vanno in entrambe le direzioni. Le guerre provocano emissioni enormi che riscaldano il pianeta: la guerra della Russia in Ucraina, ad esempio, ha generato emissioni pari a quelle annuali della Francia. Queste emissioni extra causano calore, siccità, tempeste e altri impatti più letali che distruggono i mezzi di sussistenza, destabilizzano le economie e stimolano la migrazione, rendendo più probabili i conflitti armati. Le agenzie di intelligence britanniche MI5 e MI6 hanno avvertito a gennaio che i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, se non controllati, causeranno “cattivi raccolti, intensificazione dei disastri naturali ed epidemie di malattie infettive… esacerbando i conflitti esistenti, causandone di nuovi e minacciando la sicurezza e la prosperità globali”. Lo scoppio di qualsiasi guerra è una cattiva notizia per il clima, proprio come lo è l’elezione di politici ostili all’azione per il clima. Le conseguenze climatiche di questa nuova guerra non sono al centro dell’attenzione in questo momento, ma sono un contesto essenziale per comprendere la posta in gioco. In un momento in cui la civiltà sta precipitando verso un collasso climatico irreversibile, trascurare le conseguenze climatiche di una guerra fra tre delle forze armate più letali della Terra sarebbe una negligenza giornalistica. Eppure la guerra ha l’effetto perverso di relegare la questione climatica in fondo all’agenda delle notizie. I media sono guidati dagli eventi e danno la priorità agli sviluppi dell’ultima ora e alle minacce immediate. Le guerre generano immagini potenti e narrazioni drammatiche, che alimentano l’interesse del pubblico per le notizie (almeno nelle fasi iniziali di una guerra). Il cambiamento climatico, al contrario, si sviluppa tipicamente su tempi più lunghi. Ad eccezione di disastri acuti come uragani o incendi, la questione climatica tende a mancare dell’urgenza necessaria per conquistare i titoli dei giornali e suscitare l’interesse del pubblico. Si tratta di una guerra per il petrolio? Il fatto che l’Iran possieda la terza riserva di petrolio più grande al mondo solleva inevitabilmente la questione, così come la lunga storia di conflitti fra Stati Uniti e Iran su tali riserve, compreso il rovesciamento da parte della CIA di un leader democraticamente eletto che cercava di nazionalizzarle. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela a gennaio, il presidente Donald Trump ha dichiarato apertamente di voler ottenere il controllo delle vaste riserve petrolifere di quel paese. Ora sono necessarie ulteriori informazioni per stabilire quanto il petrolio abbia influito sulla decisione di attaccare l’Iran. Ciò che è fuori discussione è che questa guerra non potrebbe essere combattuta senza il petrolio. Le portaerei, gli aerei a reazione e la miriade di sistemi di supporto di cui hanno bisogno consumano immense quantità di combustibili fossili. Ciò aiuta a spiegare perché il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è il più grande emettitore istituzionale di gas serra a livello globale, come documenta Neta Crawford, professoressa all’Università di Oxford, nel suo libro The Pentagon, Climate Change, and War. Nel loro insieme, le forze armate mondiali hanno un impatto ambientale annuo maggiore di qualunque paese del mondo, con l’eccezione di solo tre paesi. Date le immense implicazioni di questa guerra – per l’emergenza climatica e per molto altro – la questione del perché sia stata lanciata in primo luogo richiede un esame approfondito, soprattutto alla luce dei cambiamenti radicali nelle motivazioni dichiarate dall’amministrazione Trump. Entro 24 ore dai primi attacchi, il Washington Post ha citato quattro fonti dell’amministrazione secondo cui “le valutazioni dell’intelligence statunitense non vedevano alcuna minaccia immediata” da parte dell’Iran. Ciononostante, Trump ha deciso di attaccare, secondo quanto riportato dal Post, “dopo settimane di pressioni” da parte di Israele, che considera l’Iran un acerrimo nemico, e dell’Arabia Saudita, rivale regionale di lunga data dell’Iran e suo omologo petro-stato. Come nella maggior parte delle guerre, così anche con il cambiamento climatico: i poveri e gli innocenti sono quelli che soffrono di più. Il cambiamento climatico non è un fattore marginale, ma è strutturalmente integrato nella guerra moderna. I giornalisti non possono coprire in modo completo ed equo una guerra così intensiva in termini di emissioni di carbonio, destabilizzante e con conseguenze così gravi se le sue dimensioni climatiche vengono trattate come elementi aggiuntivi opzionali piuttosto che come fatti fondamentali. Questo articolo fa parte di Covering Climate Now, una collaborazione giornalistica globale co-fondata da Columbia Journalism Review e The Nation per rafforzare la copertura delle notizie sul clima. Mark Hertsgaardè corrispondente ambientale di The Nation e direttore esecutivo della collaborazione mediatica globale Covering Climate Now. Il suo nuovo libro è Big Red’s Mercy: The Shooting of Deborah Cotton and A Story of Race in America. Giles Trendleè l’ex amministratore delegato di Al Jazeera English e copresidente del comitato direttivo di Covering Climate Now. https://www.thenation.com/article/environment/iran-war-climate-change/?custno=&utm_source=Sailthru&utm_medium=email&utm_campaign=Weekly%203.6.2026&utm_term=weekly Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Israele sta applicando la “dottrina Gaza” in Libano e in Iran
di Faris Giacaman,  Mondoweiss, 6 marzo 2026.   Per anni Israele ha applicato la “dottrina Dahiya” a Gaza. Ora sta applicando la “dottrina Gaza” a Dahiya e a Teheran. Persone che camminano tra edifici distrutti a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, il 21 aprile 2024 (Foto: Omar Ashtawy / APA Images) Giovedì mattina presto, il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che “molto presto Dahiya assomiglierà a Khan Younis”. Con queste parole ha dato voce a un cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si rapporta con i popoli di questa regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per il quartiere Dahiya nella parte meridionale di Beirut, dove vivono oltre mezzo milione di persone, mentre il panico dilaga nella città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano che, insieme a Dahiya, ha una popolazione costituita soprattutto da coloro che sostengono Hezbollah. Il paragone con Gaza era ben presente alla mente degli abitanti, che temevano che Beirut potesse subire lo stesso destino di annientamento totale, come sottolineato da alcuni commentatori. Altri riconoscono un modello simile nelle scene “apocalittiche” che stanno accadendo a Teheran. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un piano “tornado” per “distruggere Teheran”, descrivendo una strategia per radere al suolo obiettivi con “alta visibilità in un ambiente civile” nella città. Solo ieri, nel sud-ovest di Teheran, altre due scuole sono state prese di mira nel corso di questa campagna. Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nel suo settimo giorno e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come vengono condotte le guerre asimmetriche. Ciò segna un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito perseguire l’azione militare, anche se continua a seguire una logica simile. La vecchia dottrina di Israele Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele era stata plasmata da una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. L’azione militare non mirava solo a colpire i gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano. La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esplicitamente enunciato questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, affermò che la distruzione di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. La logica dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Prendere di mira i civili a Dahiya non era un “danno collaterale”, perché il danno collaterale era proprio l’obiettivo. Eisenkot si assicurò di far passare questo messaggio, dichiarando che “ciò che è accaduto nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele” e che “useremo una forza sproporzionata su [quei villaggi] causando grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili. Sono basi militari”. Questa politica divenne nota come “dottrina Dahiya”, ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza dal 2008 al 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome dato a questa politica era “falciare il prato”, poiché aveva lo scopo di mantenere le capacità di resistenza al di sotto di una certa soglia arbitraria. Un aspetto centrale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo distingue dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba del 1948, tutte le guerre di Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero così distruttive. La loro breve durata era il risultato del presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, perché i vincoli dell’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare una devastazione così schiacciante a tempo indeterminato. Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. “Falciare il prato” non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche contro i civili, sostenute dalla generosità finanziaria e militare americana, Israele sta ora cercando di applicare elementi della sua condotta a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo che questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, viene messa in atto in Libano e in Iran. La nuova dottrina Nonostante tutta la malvagità che il commento di Smotrich mette in luce, esso sottolinea una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non si tratta di un conflitto tra stati e gruppi politici, ma di una guerra tra società. Queste società non sono divise lungo linee razziali, etniche, religiose o nazionali. Le vere linee di demarcazione si trovano tra le società che resistono al dominio straniero, quelle che lo accettano e quelle che cercano di dominare. I contorni della nuova posizione di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma subito dopo il 7 ottobre. “È un’intera nazione là fuori che è responsabile”, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. “Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut”, ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. “Coloro che ne pagheranno il prezzo sono, prima di tutto, i cittadini del Libano”.  L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha delineato questa politica in modo più completo in un articolo del novembre 2023 in cui sosteneva l’idea di affamare i palestinesi a Gaza. “Chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas“, ha scritto Eiland. ”Fanno parte dell’infrastruttura che sostiene quell’organizzazione“. Per lui, causare una ”grave epidemia“ a Gaza avrebbe ”avvicinato la vittoria“, poiché ”i combattenti di Hamas e i comandanti più giovani avrebbero cominciato a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie”. Eiland considerava “legittima” la “pressione sugli aspetti umanitari”, perché Israele non cerca solo di distruggere i combattenti di Hamas, ma “l’intero sistema avversario” con l’obiettivo di provocare il “collasso civile”. E si è spinto ancora oltre: Quando alti funzionari israeliani dicono ai media: “O noi o loro”, dovremmo chiarire chi sono “loro”. ‘Loro’ non sono solo i combattenti di Hamas con le armi, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori degli ospedali e delle scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza che ha sostenuto con entusiasmo Hamas. Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano, elaborato un anno dopo l’inizio del genocidio, presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto “Piano dei Generali”, iniziato nell’ottobre 2024 e proseguito fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, ha visto campagne di sterminio su larga scala nel nord e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie per sostenere la vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: muovere guerra a una società non solo per soggiogarla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran, questa politica è tinta dalla rinata ambizione sionista di conquistare la “Grande Israele”, sancita in una nuova era di espansionismo israeliano in tutta la vasta geografia di questa parte del mondo. Israele non si fermerà finché non sarà il padrone incontrastato in un’era di unipolarità americana in declino. Mentre la mossa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la campana a morto della Pax Americana, per Israele è l’assalto finale ai tessuti di resistenza che esistono nelle società di questa regione. Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina. https://mondoweiss.net/2026/03/israel-is-using-the-gaza-doctrine-in-lebanon-and-iran/?ml_recipient=181199904345949757&ml_link=181199853481624601& utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-03-06&utm_campaign=Catch-up Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 6, 2026
Assopace Palestina
Sciopero generale della Scuola il 6 e 7 maggio con manifestazioni territoriali
Contro le prove Invalsi inutili e dannose. Siamo contro i quiz Invalsi perchè: a) non hanno determinato alcun sviluppo positivo nel sistema educativo; b) non possono misurare competenze poiché sono costituite da test decontestualizzati a risposta chiusa o aperta univoca; c) la valutazione delle competenze richiede strumenti specifici, l’utilizzo di test contraddice il concetto stesso di competenza; d)  hanno diffuso nelle scuole la pratica del teaching to test, sottraendo tempo e attenzione alla didattica attiva. Quest’anno i quiz Invalsi si svolgeranno nella scuola Primaria in due giornate consecutive, il 6 e 7 maggio: il che ci consente di bloccarne il maggior numero, convocando lo sciopero sia il 6 sia il 7 . Non chiediamo a docenti ed ATA di scioperare per due giorni ma di scegliere il giorno in cui lo sciopero avrà maggiori effetti. Però, anche gli altri ordini di scuola, pur non coinvolti nei quiz, hanno validi motivi per scioperare e partecipare alle mobilitazioni di quelle giornate. Per cui abbiamo deciso di estendere lo sciopero alle Scuole di ogni ordine e grado, aggiungendo al rifiuto delle prove Invalsi i seguenti obiettivi. Recupero di almeno il 30% del potere d’acquisto di docenti ed ATA, perso in questi anni. Negli ultimi 30 anni, il potere d’acquisto di docenti ed ATA si è ridotto di circa il 30%. Gli aumenti del contratto-miseria, appena firmato, non solo non compensano il forte calo del valore dei salari, ma sono anche ben lontani dal coprire l’inflazione del 14,8% dell’ultimo triennio, visto che gliaumenti sono solo del 6%, con una perdita ulteriore di oltre l’8%. Questa continua perdita svaluta la funzione educativa, impoverendo le condizioni di vita di docenti e ATA. Il recupero del 30% del potere d’acquisto è una necessità di giustizia e dignità sociale. La qualità dell’istruzione dipende anche dal riconoscimento economico dei suoi protagonisti. Per docenti ed ATA pensione corrispondente all’ultimo stipendio e in età compatibile con un lavoro gravoso e usurante – No al Fondo Espero e al silenzio -assenso. Il personale scolastico merita una pensione corrispondente all’ultimo stipendio. Il Fondo Espero, promosso e amministrato dai sindacati “rappresentativi” e dall’amministrazione, rappresenta una inaccettabile privatizzazione della previdenza pubblica, così comeè inaccettabile il meccanismo liberticida del silenzio- assenso per i neo assunti. È necessario destinare risorse pubbliche per rafforzare il sistema previdenziale, garantendo un’uscita dal lavoro a un’età compatibile con la fatica fisica e psicologica che l’insegnamento e i compiti ausiliari comportano (lavori gravosi e usuranti).  Assunzione su tutti i posti disponibili e ripristino del “doppio canale” per eliminare il precariato. Il precariato nella scuola è una ferita aperta da decenni. Più di 200.000docenti e ATA vivono in una condizione di instabilità cronica, passando da un contratto all’altro, privi di continuità didattica e di tutele. Questa situazione penalizza i lavoratori/trici e danneggia la qualità dell’insegnamento e la continuità educativa. È necessario assumere “in ruolo” su tutti i posti vacanti edisponibili in organico, procedendo a stabilizzazioni immediate tramite procedure snelle e trasparenti e ripristinando il “doppio canale”. Ruolo unico docenti dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La frammentazione della professione docente in una molteplicità di ruoli e contratti differenziati ha creato disuguaglianze ingiustificate. La proposta di un ruolo unico docente, che comprenda l’istruzione statale, dall’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, intende riconoscere la natura unitaria della funzione docente. L’insegnamento, pur con le sue specificità, è fondato sulla medesima finalità educativa e formativa. Il ruolo unico permetterebbe di superare disparità contrattuali e di carriera, favorendo una retribuzione equa e commisurata alla professionalità. No alla riduzione a quattro anni dei percorsi di istruzione secondaria. La contrazione del ciclo di studi superiore da cinque a quattro anni comporterebbe l’impoverimento dell’offerta formativa, la compressione dei programmi e l’abbassamento della qualità, l’aumento delle ore settimanali e dei carichi di lavoro e di studio (per docenti e studenti), la drastica riduzione degli organici e la perdita di posti di lavoro, l’aumento delle diseguaglianze educative, perché colpirebbe maggiormente gli studenti più fragili per i quali l’istruzione è l’unico motore di crescita. No alle Indicazioni Nazionali 2025. E’ un documento fortemente ideologico, intriso di nazionalismo e retorica, che utilizza la “personalizzazione” e la “valorizzazione dei talenti” come strumenti di selezione classista. L’obiettivo politico è costruire nel tempo l’egemonia politico-culturale della destra.  Denunciamo in particolare l’ossessione identitaria e occidentalista, soprattutto nell’insegnamento della storia, e la deriva autoritaria che le attraversa – in contrasto con l’idea di una scuola attiva, democratica, pluralista – e che ancora una volta vieta (o limita) attività didattiche su sessualità ed affettività anche alle medie e alle superiori. No all’Autonomia differenziata. L’AD non garantisce i servizi essenziali e i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, frammenta scuola e sanità creando disuguaglianze nell’offerta formativa, nei diritti sociali, in particolare nei diritti all’istruzione e alla salute della popolazione. Esecutivo Nazionale COBAS Scuola
March 6, 2026
Cobas Scuola
Sanchez: la posizione del governo spagnolo è: “No alla guerra”
da Pressenza IPA, Pressenza, 4 marzo 2026.   Così si è espresso questa mattina, dal Palazzo della Moncloa, il presidente spagnolo Pedro Sánchez. Il capo del governo ha analizzato la crisi in Medio Oriente, ha chiarito la posizione del suo governo e ha affermato: “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi”. Questi sono alcuni dei punti principali del suo discorso. “La posizione del governo spagnolo di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, specialmente i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con i conflitti e le bombe. E infine, no al ripetersi degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo spagnolo si riassume in tre parole: no alla guerra”. “Dalla guerra in Iran non nascerà un ordine internazionale più giusto, e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. (…) Quello che per ora possiamo intravedere è una maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo motivo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone (…). Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader che non sono in grado di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti noti. Gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”. “Collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale, che sono due facce della stessa medaglia. (…) E continueremo a lavorare per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati. “Infine, il governo continuerà a chiedere la cessazione delle ostilità e una risoluzione diplomatica di questa guerra. E voglio anche specificarlo, perché sì, la parola giusta è chiedere. Perché la Spagna è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della NATO e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. (…) L’ho detto in molte occasioni e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità. Dobbiamo imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo ora gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia. Perché la questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo e, ovviamente, nemmeno il governo spagnolo. La domanda, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. “Noi ripudiamo il regime iraniano che reprime e uccide vilmente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma è ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. È ingenuo credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine. O pensare che praticare un’obbedienza cieca e servile sia un modo di governare. Al contrario, credo che questa posizione non sia affatto ingenua, è coerente e quindi non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. “Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è vero. Il governo spagnolo è con chi deve essere. È con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna è con i principi fondanti dell’Unione Europea. È con la Carta delle Nazioni Unite. È con il diritto internazionale e quindi è con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi. Siamo inoltre (…) con milioni di cittadini e cittadine che chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima alternativa avvantaggia solo pochi, mentre la seconda avvantaggia tutti noi”. Video: https://www.youtube.com/live/4sKsp0nBlkw?si=5mNCBV0l5T8dtul3 Testo completo del discorso in spagnolo https://www.pressenza.com/it/2026/03/sanchez-la-posizione-del-governo-spagnolo-e-no-alla-guerra/
March 6, 2026
Assopace Palestina
No liste, no bersagli. Stiamo con le Ong, stiamo con Gaza
Il problema Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i principi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale. Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori. Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata. I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita. Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane. La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 operatori sanitari uccisi e 161 arrestati. In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale. L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso. Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni. Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti.  Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, si è dimostrata affidabile.  Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 morti. A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza organizzata contro una popolazione. Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un genocidio. Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di: ● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;  ● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio; ● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi. Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile. Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone. Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza. Il silenzio è complicità. L’azione è dovere. Firma anche tu! Usa QR code dall’immagine in fondo Per info: digiunogaza@gmail.com  Coordinatori della petizione * Luisa Morgantini (AssoPacePalestina) * Jonathan Montomoli (#DigiunoGaza) * Roberto De Vogli (Università di Padova) * Ghassam Abu-Sittah (University of Glasgow, University of Beirut) * Gennaro Giudetti (operatore umanitario) Soggetti promotori 1. #DigiunoGaza 2. Sanitari per Gaza 3. AssoPacePalestina 4. FNOMCEO – Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri  5. Global Movement to Gaza Italia 6. Assemblea Corpi e Terra – Non unə di meno 7. Medicina Democratica 8. SPIGC – Società Polispecialistica Italiana Giovani Chirurghi 9. RUP – Ricerca e Università per la Palestina 10. Specializzandi per la Palestina 11. Women in Surgery Italia 12. Isde Italia – Associazione Medici per l’Ambiente 13. EPHA – European Public Health Alliance 14. People’s Health Movement Europe 15. G2H2 – Geneve Global Health Hub 16. SID – Society for International Devolopment Associazioni prime firmatarie 1. Rimini4Gaza 2. Ecomapuche – Emilia Romagna 3. Ass.ne Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA Abruzzo 4. Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste 5. Comitato “Fermiamo la guerra” – Firenze 6. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo 7. Fucina per la Nonviolenza – Firenze 8. SUMUD Centro Culturale palestinese delle Marche 9. Comunità delle Piagge – Firenze 10. Rete Pace e Disarmo Fano – Pesaro 11. Centro Culturale Paolo VI – Rimini 12. La Bottega del Barbieri 13. Rifugio antispecista Agripunk – Arezzo 14. Circolo Arci Ugo Winkler, Brentonico 15. Fondazione Cetacea – Riccione 16. Associazione Periferie al Centro – Fuori Binario – Firenze 17. Sanitari per Gaza Ravenna 18. Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone” 19. Libere Cittadine per la Palestina – Roma  20. Associazione Progetto Arcobaleno – Firenze 21. Mani Rosse Antirazziste – Roma 22. Associazione Culturale Lavoratori e Lavoratrici del commercio equo e solidale “Flavio Iuliani” 23. Statunitensi contro la guerra – Firenze 24. Casa dei Diritti dei Popoli – Firenze
March 6, 2026
Assopace Palestina
Perché gli Stati del Golfo non reagiscono all’Iran?
del The New Arab Staff,  The New Arab, 2 marzo 2026.   Gli Stati del Golfo colpiti dagli attacchi iraniani hanno evitato una ritorsione diretta, valutando il rischio economico, il timore del caos e le preoccupazioni di un’escalation. È improbabile che i leader del Golfo facciano qualcosa per intensificare unilateralmente l’attuale guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran [Getty] Gli Stati del Golfo sono stati colpiti da ondate di missili e droni iraniani per tre giorni, poiché Teheran si scaglia contro i suoi vicini dopo l’attacco non provocato di sabato contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele. Nonostante gli hotel, i porti, gli impianti energetici e le basi siano stati colpiti dai proiettili di Teheran, nessuno degli stati del Gulf Cooperation Council (CCG) colpiti ha reagito con attacchi diretti sul territorio iraniano. La moderazione è sorprendente. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein hanno attivato le difese aeree, condannato gli attacchi e riservato il diritto di rispondere, mentre alcuni ospitano strutture militari statunitensi che sono state utilizzate nella campagna in corso di Washington contro l’Iran. Tuttavia, anche se gli attacchi iraniani si sono estesi oltre le basi statunitensi fino a includere le infrastrutture civili, gli Stati del Golfo si sono fermati prima di una ritorsione diretta. Coinvolti, ma non alla guida della guerra Al centro della crisi c’è una guerra non provocata da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e, sebbene gli stati del Golfo non siano direttamente coinvolti, ne sono seriamente implicati. Diversi paesi del Golfo ospitano installazioni militari statunitensi che hanno svolto un ruolo nelle operazioni degli Stati Uniti in tutta la regione e, dal punto di vista di Teheran, questi stati stanno consentendo attacchi sul territorio iraniano perché hanno queste strutture sul loro suolo. I funzionari iraniani hanno definito la loro campagna con missili e droni come una rappresaglia mirata alle risorse americane, anche se alcuni proiettili hanno colpito o preso di mira infrastrutture economiche e civili in città del Golfo che non hanno nulla a che vedere con l’esercito di Washington. Questo crea un paradosso per i governanti del Golfo: sono esposti a rappresaglie dal punto di vista operativo, ma un’escalation diretta contro l’Iran li trasformerebbe formalmente da stati ospitanti a combattenti a tutti gli effetti. L’escalation è lo “scenario meno preferibile” Per molti leader del Golfo, essere coinvolti in una guerra diretta con l’Iran è il peggior risultato possibile. “Gli Stati del Golfo hanno molto da perdere, in termini di sicurezza ed economia, se vengono trascinati in una guerra, per non parlare degli stati più piccoli che non hanno la capacità di farlo. Cercheranno di stabilire una qualche forma di de-escalation con l’Iran”, ha detto a Le Monde Dania Thafer, direttrice del Gulf International Forum di Washington. “La più grande risorsa che i paesi del Golfo hanno attualmente è quella di lavorare all’unisono, per presentare un fronte unito nei loro messaggi all’Iran, per perseguire il contenimento attraverso il dialogo e rafforzare le loro capacità di difesa collettiva e la condivisione di informazioni”, ha aggiunto. Le economie del Golfo sono fortemente esposte: i terminali di esportazione del petrolio, gli hub aeroportuali, i porti, i settori turistici e i centri finanziari sono tutti vulnerabili a un conflitto prolungato. Anche scambi bellici limitati hanno perturbato lo spazio aereo e sconvolto i mercati; una guerra su vasta scala minaccerebbe le basi economiche su cui poggia la stabilità del Golfo. Il timore di un crollo del regime e di un caos regionale Al di là dei rischi economici immediati, c’è un timore strategico più profondo: cosa succederebbe se fosse l’Iran stesso a destabilizzarsi? Tra i responsabili politici del Golfo, l’idea di un cambio di regime a Teheran, discussa apertamente negli Stati Uniti e in Israele, è vista con cautela. “La strategia del cambio di regime è stata provata e ha fallito in Afghanistan e in Iraq. Pensate che un paese di 90 milioni di persone cadrà facilmente? Il motivo principale dell’esitazione dei paesi del Golfo è il timore del caos, piuttosto che la preferenza per il mantenimento del regime”, ha dichiarato al quotidiano Le Monde il professore associato dell’Università del Kuwait Bader Al-Saif. Per gli Stati del Golfo, un’implosione dell’Iran potrebbe scatenare una prolungata instabilità in tutta la regione, dai flussi di rifugiati alle ricadute delle milizie e ai conflitti per procura. Uno stato iraniano in difficoltà ma funzionante può essere ostile; uno frammentato potrebbe essere molto meno prevedibile. Questo calcolo aiuta a spiegare perché anche i governi che diffidano di Teheran sono cauti nell’escalation di un conflitto che potrebbe sfuggire ad ogni controllo. Segnali degli Stati Uniti e gestione delle alleanze Un altro fattore che determina la cautela del Golfo è la posizione di Washington. Il presidente Donald Trump ha recentemente indicato in un’intervista al New York Times che non ritiene necessario che gli stati arabi del Golfo si uniscano direttamente agli Stati Uniti e a Israele nell’attacco all’Iran. Questo messaggio riduce la pressione sulle capitali del Golfo affinché dimostrino la loro lealtà attraverso azioni offensive. I governi del Golfo hanno invece posto l’accento sulle misure difensive e sul coordinamento collettivo, rilasciando dichiarazioni congiunte che condannano gli attacchi iraniani senza però annunciare operazioni di ritorsione proprie. Infrastrutture civili e costo della ritorsione Gli attacchi dell’Iran hanno colpito sempre più spesso non solo strutture legate al settore militare, ma anche infrastrutture energetiche e siti civili. Aeroporti, zone industriali e aree urbane sono stati danneggiati o resi inagibili, sia come obiettivi diretti che come conseguenza delle intercettazioni. Per gli stati del Golfo, questo cambiamento aumenta la posta in gioco. Una ritorsione diretta potrebbe provocare salve di missili più pesanti contro le arterie economiche che sostengono la loro stabilità interna e la loro posizione globale. Molti osservatori notano che la capacità dell’Iran di lanciare ripetute salve di missili e droni supera la profondità difensiva disponibile alla maggior parte degli stati del Golfo. In questo contesto, la moderazione non è passività, ma un necessario calcolo strategico. Le capitali del Golfo rimangono allineate con Washington, ospitano le forze statunitensi e condannano gli attacchi iraniani, ma sembrano scommettere che il contenimento, la difesa collettiva e la de-escalation siano più sicuri che varcare la soglia di una guerra diretta con un potente vicino. Per ora, stanno assorbendo le ritorsioni cercando di evitare di diventare la prossima linea del fronte. https://www.newarab.com/news/why-are-gulf-states-not-striking-back-iran Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 5, 2026
Assopace Palestina
L’ordine mondiale del Trasimaco di Platone è il presupposto dell’attacco all’Iran
di Ofer Cassif,  Instagram, 4 marzo 2026.   La reazione sanguinaria di molti israeliani all’uccisione di Ali Khamenei rappresenta l’opinione che identifica la giustizia con la forza. Nella “Repubblica” di Platone, Trasimaco – uno degli interlocutori di Socrate – sostiene che la forza fa il diritto: il potere è l’unica fonte del diritto e della moralità, che a loro volta esprimono solo gli interessi dei forti. Si tratta di una visione pericolosa e nichilista, in cui la verità, l’integrità o l’equità non hanno alcun valore. Invece di essere basata sulla solidarietà, sulle regole e sulle norme di giustizia ed equità, la società viene descritta come un perenne campo di battaglia, una giungla in cui prevale la violenza. Il punto di vista di Trasimaco, che identifica la giustizia con il potere, è stato un filo conduttore costante nel pensiero politico, dall’antichità fino ad oggi. Niccolò Machiavelli gli ha dato un volto “realistico” quando ha posto il potere al di sopra della moralità. Thomas Hobbes sosteneva che senza un sovrano onnipotente il concetto di giustizia non ha alcun significato; Friedrich Nietzsche formalizzò questo approccio nella sua adorazione della “moralità dei padroni” e Michel Foucault sosteneva che non c’è mai stata e non ci sarà mai una verità oggettiva e una giustizia assoluta, ma solo percezioni che esprimono il potere esercitato nella società. Questa è anche la visione darwiniana degli autori della teoria razziale e del fascismo, così come dei neoconservatori della destra economica della scuola di Thomas Robert Malthus e Herbert Spence per i quali la vera giustizia consiste nel permettere la libera competizione in modo da eliminare gli “incapaci”. Al di là della violenza barbarica e del potenziale omicida insiti nella visione di Trasimaco, il predominio e il rispetto del più forte possono trasformarsi in una vittoria di Pirro. Dopo tutto, la storia pullula di esempi di come i forti di ieri siano i deboli di oggi, sia che si tratti semplicemente della caduta di imperi e stati o della nozione marxista di una guerra di classe durante la quale i cambiamenti economici creano nuove classi che succedono ai loro predecessori nel controllo della società, materialmente e ideologicamente. Così, ad esempio, la Roma classica ha ceduto il passo al cristianesimo e ai suoi numerosi regni, in cui la cittadinanza e la sovranità territoriale sono state sostituite da un ordine teocentrico e feudale. Lo stato moderno li ha sostituiti con la sovranità popolare, la burocrazia centralizzata e lo stato di diritto. Pertanto, la vittoria dei forti, che finisce nella distruzione dei valori universali di pace, giustizia e verità che si erano diffusi nel mondo post-illuminista, torna a perseguitarli quando essi stessi cessano di essere superiori. L’attacco all’Iran e la barbara e sanguinaria reazione in Israele all’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei e della sua banda, ignorando l’alto costo pagato da civili innocenti lì e in Israele, sono l’incarnazione della visione di Trasimaco in cui la forza determina ciò che è giusto e lecito. L’opposizione alla forza e il rispetto degli obblighi universali vengono visti come tradimento, follia o pura stupidità. La giustizia non è più percepita come un valore o una legge universale, ma semplicemente come l’interesse dei forti, sostenuto dalla potenza militare. Il governo israeliano non è interessato al bene del popolo iraniano, né alla sua liberazione dal terrore del regime fondamentalista (basti pensare al sostegno dei vari governi israeliani all’oppressione esistente sotto lo Scià o a molti regimi sanguinari in America Latina), né alla sicurezza degli israeliani. Il suo interesse risiede nella capacità del bullo imperialista di Washington di determinare ciò che è permesso e ciò che è proibito, eliminando completamente il diritto internazionale e cancellando ogni valore universale di giustizia, democrazia e pace. L’obiettivo di fondo è la neutralizzazione delle istituzioni internazionali che si impegnano a difendere questi valori, anche se nella pratica vengono spesso violati, e la creazione di un nuovo ordine mondiale normativo, istituzionale e morale. Accusare istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU o i tribunali internazionali dell’Aia di antisemitismo e unilateralismo fa parte di questa mossa pericolosa. L’indifferenza della comunità politica internazionale, e persino la sua acquiescenza, nei confronti del genocidio nella Striscia di Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania hanno fatto da apripista all’attuale attacco e alla creazione di quel nuovo ordine mondiale. Ciò si riflette nella palese ipocrisia dimostrata negli ultimi due anni e mezzo dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti, che pur condannando i regimi di Russia, Iran, Siria e altri paesi e persino agendo contro di essi, non hanno fatto nulla per fermare lo spargimento di sangue a Gaza e vi hanno persino contribuito. Al di là dei crimini commessi, che in futuro non potranno che aumentare, esiste il pericolo di una vittoria di Pirro. Questo nuovo ordine mondiale di potere potrebbe essere ribaltato e l’eliminazione della legge e dei valori universali potrebbe rivolgere questo nichilismo omicida contro Israele. Pertanto, il passaggio automatico al silenzio di coloro che costituiscono l’“opposizione liberale” e il loro saluto ai tamburi di guerra non solo deriva da un abominio morale, ma serve anche all’imperialismo americano e al governo di massacri del primo ministro Netanyahu, contro il vero interesse di Israele e del suo popolo. L’attacco all’Iran dovrebbe essere inteso non solo come un tentativo di “cambiamento materiale”, cioè come uno sforzo per cambiare violentemente l’ordine mondiale istituzionale, ma anche come un progetto di cambiamento morale e ideologico in cui i forti hanno il diritto di governare, il potere ha il diritto di decidere, i deboli hanno solo il diritto di chinare il capo e la moralità viene cancellata. Se coloro che si considerano liberali non lo capiscono e continuano ad allinearsi con il nuovo Trasimaco, saremo tutti condannati. Ofer Cassif è membro della Knesset per il partito Hadesh. Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 4, 2026
Assopace Palestina