
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
Pressenza - Monday, January 19, 2026La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link.
Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico
Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro.
Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137).
In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani.
A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi.
Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto
In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali… Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita.
- Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque.
- Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini.
- I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti.
Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare.
L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).