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Iran, comunità ebraica condanna fermamente l’aggressione imperialista USA-Israele
Attualmente, le vergognose campagne mediatiche – funzionali all’iranofobia – sono volte a dare un’immagine mostrificante dell’Iran islamico sciita in modo tale da creare il nemico necessario contro cui scagliare l’indignazione e il “disgusto” (citando Bismark) dell’opinione pubblica occidentale per poi legittimare l’intervento armato. Ed ecco che anche sull’Iran si riabilita, come fu per l’Afghanistan, una narrazione femoimperialista (1) in cui si usano i diritti delle donne, l’esportazione della democrazia come una giustificazione di guerra. “Disgusto” che nasce dal fatto di percepire l’Iran sciita come un governo teocratico addirittura contro il suo popolo e contro qualunque cosa sia diversa dall’Islam sciita. Questo è un falso mito veicolato dai media occidentali proprio per ingigantire la demonizzazione di questo Paese. La religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita secondo la Costituzione, ma la Repubblica Islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddhismo e l’induismo. La condizione fondamentale è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era in Siria, prima che arrivassero gli ex-qaedisti tagliagole del Fronte Al-Nusra a portare la democrazia, a sostenere esplicitamente il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele ed a dialogare normalmente con i leader europei. I diritti costituzionali di cui godono le minoranze religiose in Iran, sono sanciti e rispettati, avendo centinaia di luoghi di culto, sinagoghe, chiese e templi, dove praticano liberamente le proprie fedi. Secondo varie statistiche i credenti sono: gli sciiti circa il 90%, i sunniti il 6%, il resto suddiviso tra le altre fedi. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere molestato o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. Si tratta di minoranze religiose, che sono garantite e protette nella Costituzione del Paese e tutte, storicamente, si sentono parte integrante del popolo iraniano: dalla comunità ebraica, ai cristiani, ai sunniti, agli armeni, agli assiri. Non è un caso infatti che tutti i rappresentanti delle varie comunità, si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione imperialista USA-Israele e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche. Il 5 marzo 2026, in una potente dimostrazione di unità nazionale, il rabbino Younes Hamami Lalehzar – presidente della comunità ebraica iraniana – ha condannato con forza l’attacco congiunto USA-israeliano. Il leader religioso ebraico Younes Hamami Lalehzar, ha emesso una forte condanna dei recenti attacchi statunitensi e israeliani sul suo paese, definendo l’azione “… un tradimento della fiducia” e dichiarando: “Chiediamo che i due regimi (n.d.r:USA e Israele) siano ritenuti responsabili del loro comportamento criminale. Ancora una volta, l’America criminale, in cooperazione con il regime sionista, si è ulteriormente precipitata nel fango della caduta attraverso un attacco infido e incauto. Questo atto sarà condannato da tutte le nazioni libere e riceverà certamente una risposta decisiva e di forza delle Forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, che faranno tutto il possibile per vendicare il sangue dei martiri iraniani… Il leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, è stato assassinato con un assalto militare congiunto americano e israeliano a Teheran, con i negoziati sul nucleare in corso. La scomparsa dell’ayatollah Khamanei è una grande e irreparabile perdita per la nazione iraniana, ma ho fiducia che il popolo iraniano saprà salvaguardare il suo sangue, la sua guida e il suo percorso…In questo frangente difficile sottolineiamo la necessità di preservare l’unità, l’empatia e la fermezza riunite di tutti i livelli della nazione iraniana. Certifichiamo anche la nostra costante convinzione che, secondo le tradizioni divine e gli insegnamenti delle nostre religioni, il diritto alla fine trionferà sulla falsità, e l’onore e la gloria apparterranno finalmente alle nazioni resilienti, fedeli e in cerca di verità…”. Il rabbino ha deplorato la “perdita irreparabile” dell’Ayatollah Khamenei e di oltre 750 civili, incluse 170 bambine studenti morte a Minab il 28 febbraio 2026 durante l’attacco imperialista delle forze statunitensi e israeliane. Insieme ai leader cristiani e zoroastriani, ha chiesto un’unità nazionale incrollabile. Anche Siyamak More Sedgh politico e medico ebreo iraniano, titolare del seggio parlamentare riservato alla minoranza ebraica nel Parlamento iraniano dal 2008 al 2020, anche presidente dell’istituzione benefica ebraica Dr. Sapir Hospital and Charity Center, definito “l’ebreo numero uno” dell’Iran, spesso critico e polemico su alcune posizioni espresse dalle autorità iraniane, ha preso posizione contro l’aggressione al proprio paese invitando all’unità e alla difesa del paese prima di tutto. Questa è la tessitura diversificata dell’Iran che si erge come un’unica entità. Va ricordato che in Iran è sempre vissuta una comunità ebraica più numerosa rispetto a tutti i Paesi arabi.   (1) Il fenonazionalismo e il femoimperialismo sono narrazioni tossiche e strumentalizzanti dei diritti delle donne, fortemente criticate dal femminismo stesso. Interessante il libro Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne della sociologa Sara R Farris, in cui il concetto di femonazionalismo diventa una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte delle istituzioni, degli apparati mediatici e soprattutto dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.   Per ulteriori info: https://www.ancorafischiailvento.org/2026/03/06/la-voce-degli-ebrei-iraniani-e-laggressione-alliran/ Speciale-Iran-Israele-USA Lorenzo Poli
March 7, 2026
Pressenza
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
LIBANO: MEZZO MILIONE DI SFOLLATI IN FUGA DAI BOMBARDAMENTI ISRAELIANI SU BEIRUT, “UNA GUERRA, ANCHE PSICOLOGICA, MOLTO DURA”
Israele conduce le sua guerre criminali di occupazione e colonizzazione nell’intera regione mediorientale, non soltanto in Palestina e Iran. Da lunedì 2 marzo l’esercito israeliano è tornato ad aggredire militarmente il Libano, con l’invasione via terra nel sud del Paese e i bombardamenti sulla capitale Beirut. I raid israeliani sulla capitale libanese prendono di mira in particolare i sobborghi meridionali, considerati la roccaforte del movimento sciita Hezbollah nella città. Da Dahiyeh, cioè la vasta periferia meridionale di Beirut, sono dunque in fuga disperata almeno mezzo milione di persone. “Diventerà come Khan Younis”, ha minacciato nelle scorse ore il ministro delle finanze israeliano, il fascista e colono Smotrich, mentre l’Onu chiede “indagini immediate” sui raid indiscriminati di Tel Aviv in mezzo ad aree densamente popolate da civili. “I quartieri di Dahiyeh vengono considerati, nella narrativa generale, i bastioni di Hezbollah”, spiega David Ruggini, capomissione in Libano di Un Ponte per in collegamento telefonico con Radio Onda d’Urto. “Oltre a essere bastioni del movimenti sciita, però, sono anche dei quartieri estremamente popolari. Ieri l’ordine di evacuazione ha riguardato tra le 200 e le 500mila persone da evacuare in mezzo pomeriggio… Una follia!”, commenta Ruggini. “Dentro questi quartieri ci sono ospedali, tre dei quali evacuati dalla Croce rossa libanese, ci sono scuole, gli accessi all’aeroporto… Si tratta di una mossa di guerra psicologica molto dura“, conclude. Nel sud del Paese dei cedri, intanto, si registrano raid aerei israeliani (5 vittime a Sidone) e scontri sul terreno tra le truppe di occupazione israeliane e l’ala militare di Hezbollah, messa al bando dal governo libanese su pressione israelo-statunitense. Razzi e colpi d’artiglieria sparati dal movimenti sciita libanese sono caduti anche nel nord dei territori controllati dallo stato di Israele. La corrispondenza da Beirut, su Radio Onda d’Urto, di David Ruggini, capomissione in Libano di Un Ponte per. Nelle scorse ore l’ong italiana ha lanciato la campagna di raccolta fondi “Emergenza Libano” per far fronte alla grave situazione umanitaria. Ascolta o scarica.
March 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Governo italiano rispetti la Costituzione e promuova cessate il fuoco immediato
Di fronte all’escalation che minaccia di trascinarci in un conflitto mondiale, dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha reagito bombardando nove Paesi della regione e una base militare a Cipro, il governo spagnolo ha segnato una strada che l’Europa intera può percorrere: anteporre il diritto internazionale e la protezione delle popolazioni civili all’uso delle armi. Anche l’Italia può fare lo stesso. Chiediamo al governo italiano di: Rispettare la Costituzione: La nostra Costituzione è chiara: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’Italia deve rifiutare ogni coinvolgimento diretto o indiretto in operazioni militari contro l’Iran. Negare l’uso delle basi: Chiediamo che il nostro territorio e le basi militari sul suolo italiano non vengano concessi per operazioni di attacco unilaterale fuori dal diritto internazionale, che servirebbero solo a moltiplicare la sofferenza umana e l’instabilità globale. Promuovere una diplomazia dei diritti: Condannare il regime iraniano colpevole di una repressione interna feroce è un dovere morale, ma farlo attraverso i bombardamenti è una contraddizione insostenibile. La solidarietà verso chi lotta per la propria libertà non si esercita con il lancio di missili che colpiscono indiscriminatamente gli stessi cittadini che si dichiara di voler proteggere. Rifiutare la retorica del “regime change” e della “anticipazione strategica”, che hanno di fatto legittimato negli ultimi vent’anni interventi militari fuori dalla legalità internazionale, portando instabilità cronica e immani sofferenze ai civili e che hanno fatto perdere credibilità all’Occidente di fronte al resto del mondo. Rispettare la legge 185/90, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra, responsabili di violazioni dei diritti umani. Assumere un ruolo di mediazione in Europa: L’Italia può collaborare con il governo spagnolo e farsi promotrice di un cessate il fuoco immediato, adoperandosi per costruire un fronte comune con gli altri Paesi europei.  La guerra non è un destino inevitabile, è una scelta politica. È tempo che l’Italia dimostri che la politica può e deve essere uno strumento di pace, non di distruzione.   Emergency
March 6, 2026
Pressenza
Varese, rompiamo il silenzio sul genocidio e sulle donne palestinesi in carcere
Il Comitato Varesino per la Palestina alza la voce per rispondere all’appello “Rompiamo il silenzio” sulle donne palestinesi in ostaggio e sul genocidio in corso in Palestina. Ci ritroviamo a Varese in Piazza Garibaldino sabato 7 marzo dalle 16,30 alle 17,30: porta una pentola e un mestolo da battere! Porteremo la protesta e il nostro sostegno a tutte le donne anche nel corteo dell’8 marzo. Giornate globali di azione 6-8 marzo 2026. FreePalHostages Testo dell’appello: In occasione della Giornata internazionale della donna, alziamo la voce per le 66 donne palestinesi ancora in ostaggio, trattenute dietro le mura delle carceri israeliane; tra di loro tre giovani ragazze. Madri, studentesse, figlie e membri della comunità, strappate alle loro famiglie e private dei diritti fondamentali che ogni essere umano merita. La loro sofferenza non è una statistica. È una realtà quotidiana di isolamento, paura e ingiustizia. Ogni ora che rimangono imprigionate è un’altra ora rubata alle loro vite, ai loro figli e al loro futuro. La loro libertà non è uno slogan, è un diritto. Il mondo non può restare in silenzio. La giustizia chiede il loro rilascio e l’umanità chiede che la loro voce venga ascoltata. Stiamo al loro fianco. Parliamo per loro. Chiediamo giustizia.     Redazione Varese
March 5, 2026
Pressenza
Antonio Mazzeo: “Sigonella attiva dall’inizio dell’attacco all’Iran”. Qual è il ruolo dell’Italia?
Rilanciamo il servizio Radio Onda d’Urto sul pieno utilizzo della base-USA di Sigonella e della stazione-MOUS di Niscemi, con allegate le due importanti interviste all’attivista Federica del Movimento NoMuos e al giornalista-pacifista Antonio Mazzeo, raccolte dall’emittente radiofonica_    La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”.   L’INTERVISTA COMPLETA DI RADIO ONDA D’URTO A ANTONIO MAZZEO, GIORNALISTA, SCRITTORE E ATTIVISTA ANTIMILITARISTA. ASCOLTA O SCARICA. L’INTERVISTA A FEDERICA, NO MUOS. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
March 5, 2026
Pressenza
IRAN: IL PJAK LANCIA L’APPELLO AD “AUTOGOVERNO E AUTODIFESA” NEL KURDISTAN ORIENTALE. “FALSA LA NOTIZIA SU UN’OFFENSIVA DI TERRA CURDA A FIANCO DEGLI USA”
Nell’ambito dell’aggressione israelo-statunitense che da sabato 28 febbraio ha portato guerra e bombardamenti in tutto l’Iran, nelle ultime ore diverse agenzie di stampa, tutte legate alla destra trumpiana Usa o alla destra israeliana, hanno riportato la notizia di una presunta offensiva via terra, contro l’esercito iraniano, di “migliaia di combattenti curdi” che sarebbero stati “armati dalla CIA” allo scopo. Anche alcune testate italiane hanno ripreso la notizia. Il Corriere della Sera l’ha addirittura scelta come notizia di apertura della sua edizione cartacea uscita stamattina, 5 marzo 2026, nelle edicole. Tutte le organizzazioni politiche del Rojhelat (Kurdistan iraniano) – alcune delle quali da fine febbraio hanno formato una coalizione – hanno smentito la notizia. “Lavoriamo all’interno di una coalizione formata da forze del Rojhelat. Qualsiasi movimento sarà annunciato da questa coalizione e nessuna forza può scavalcarla”, riferisce per esempio una fonte del Partito per la Libertà del Kurdistan (PAK), legato ai partiti conservatori e nazionalisti curdi della regione del Kurdistan in Iraq, da sempre vicini politicamente agli Usa. Non solo, anche il ministro della Guerra di Trumo, Pete Hegseth, e la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, hanno negato di aver armato gruppi armati curdi e organizzato offensive via terra. “Finora nessuno dei partiti curdi iraniani ha accettato di essere il proxy di terra per l’attacco israelo-statunitense”, commenta su Radio Onda d’Urto Mattia Berera dell’Accadema della modernità democratica. “Non è detto che questo non avverrà in futuro dal momento che tra loro ci sono diversi alleati storici degli Stati Uniti, ma ad oggi questa è una notizia falsa”, specifica Berera. Quel che è vero, invece, è che il Partito per la vita libera in Kurdistan, il Pjak (che fa parte del movimento di liberazione e confederalista curdo ispirato alle idee di Abdullah Öcalan) ha diffuso un appello alla popolazione del Kurdistan iraniano. Il Pjak – che riveste un ruolo trainante all’interno della Coalizione di recente formazione – invita gli abitanti delle aree a maggioranza curda dell’Iran a “istituire l’autogoverno e l’autodifesa”. L’appello invita i giovani a prendere le armi e la popolazione a formare comitati di autodifesa per proteggersi dagli attacchi, anche da quelli israelo-statunitensi, che in Rojhelat hanno fatto centinaia di vittime. L’appello chiama poi all’istituzione di comitati di autogoverno locali e invita i soldati del regime presenti sul territorio a disertare e unirsi alla popolazione. “Questo appello va nella direzione del volersi costituire come una terza via contro i piani di Israele e Stati Uniti di ristrutturazione del Medio oriente, e anche contro la Repubblica Islamica, che da sempre attacca, arresta, uccide i curdi in Iran, in particolare i militanti del Pjak”, spiega Mattia Berera nell’intervista. “Si tratta di non soccombere alle guerre imposte sulla testa del proprio popolo e rafforzare le proprie autodifese sociali in tutti i sensi: dai servizi, all’autodifesa locale, alla gestione delle proprie comunità”, aggiunge. L’approccio del Pjak, i cui dirigenti hanno più volte ribadito di essere a favore di una sollevazione contro il regime di Teheran che parta dalla società curda e iraniana, ma di essere contrari all’intervento militare delle potenze egemoniche dall’esterno, si rifà alla lettura dell’attuale fase imperialista e di escalation bellica nel capitalismo del movimento di liberazione curdo e al paradigma elaborato da Abdullah Öcalan, in particolare rispetto al ruolo che un movimento socialista, internazionalista e anti-capitalista dovrebbe avere rispetto a questo scenario. “È importante cogliere il fatto che questa non è più la Guerra fredda. Nessuno stato al mondo oggi rappresenta, come l’Unione Sovietica in passato, l’afflato e il desiderio di miliardi di persone per la libertà e l’uguaglianza. Oggi ogni scontro tra stati è in realtà solo una contrattazione all’interno di un sistema unico per chi deve pesare di più e chi di meno”, afferma l’esponente dell’Accademia della modernità democratica ai nostri microfoni. Quello che sta facendo il Pjak è di “non scegliere l’uno o l’altro stato ma scegliere se stessi come popolo, come struttura e come società“. Secondo Mattia Berera, quella tra lo “schierarsi con la Repubblica Islamica o con gli Stati Uniti e Israele non è, in realtà, una vera scelta: se si sta in questa polarizzazione si sta da un’unica parte, quella della ristrutturazione capitalista e imperialista”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, esponente dell’Accademia della modernità democratica, struttura internazionale nata su impulso del movimento curdo e si occupa di diffondere la proposta politica e il paradigma del movimento curdo nel mondo. Ascolta o scarica.  
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
A Gaza la sopravvivenza stessa sembra l’ottava meraviglia del mondo
Da settembre la mia insegnante di inglese si chiama Reem, ha 26 anni ed è una cittadina gazawi;  originaria di Beit-Hanoun, è ora sfollata nell’accampamento di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza. Ogni settimana facciamo lezione tramite una traballante connessione, io in video, lei solo voce. Ed è un’ora bellissima fuori dal tempo… Pubblichiamo un testo che Reem ha scritto per noi alcuni giorni fa, prima che la situazione mondiale  precipitasse ancora di più nell’oscurità a causa della follia disumana di Israele e Stati Uniti. Attraverso le parole di Reem, profonde e importanti, cariche di una dignità 100% palestinese, possiamo sentire più vicino il suo stato d’animo e lasciarci così richiamare all’urgente domanda di cosa possiamo essere e fare, da questa parte della storia, per non diventare complici e opporci al genocidio, alle guerre, all’imperialismo e alla disumanizzazione. A Gaza, la sopravvivenza stessa sembra l’ottava meraviglia del mondo. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto, il fatto di essere ancora vivi è a dir poco miracoloso. Quello che abbiamo passato va oltre ciò che la mente può facilmente descrivere: ci sono stati momenti in cui trovare anche solo un pezzo di pane o un sorso d’acqua sembrava impossibile. Ci siamo abituati a scene che nessuno dovrebbe mai considerare normali e che hanno sostituito ogni immagine della nostra vita quotidiana: sangue per le strade e macerie ovunque. Ecco a cosa si sono ridotte le nostre giornate… Ora stiamo cercando di guarire. Le condizioni potrebbero migliorare lentamente, ma i nostri pensieri sono ancora fermi a quei momenti in cui le strade erano rosse di sangue. Stiamo facendo del nostro meglio per andare avanti, nonostante questo fragile senso di sicurezza. Oggi qualcosa di semplice come mangiare un pezzo di cioccolato può farci sentire come se fossimo entrati in un altro mondo, quasi irreale. Tuttavia continuiamo a provarci: stiamo cercando di trasformare la speranza in realtà, non solo in uno slogan. A Gaza ciò che stiamo affrontando ora va oltre l’idea di “problemi”: semplicemente non c’è ancora una vita chiara e stabile che ci permetta di identificare i problemi e iniziare a risolverli. La nostra speranza è innanzitutto quella di poter tornare a una vita normale, in modo da poter iniziare a sistemare le cose, un passo alla volta. Per noi, l’idea di una vita normale potrà davvero prendere forma quando gli sfollati e i senzatetto troveranno finalmente un posto dove vivere, una casa in cui ricominciare a gettare le basi della loro vita. Mi manca davvero essere a casa. Reem H. e Veronica Pujia Traduzione di Cristina Morandi Redazione Italia
March 5, 2026
Pressenza
MEDIO ORIENTE: GUERRA TOTALE IN TUTTA LA REGIONE. NUOVA ONDATA DI MISSILI SULL’ IRAN. BLACKOUT TOTALE IN IRAQ.
Sono più di mille le vittime dei bombardamenti cominciati sabato sull’Iran, secondo quando ha calcolato la “Fondazione iraniana per i martiri e gli affari dei veterani”, citata dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. Tra gli attacchi con più vittime, potrebbero essere 140 le vittime dell’affondamento causato (sulla base di quanto ricostruito finora) dall’attacco di un sottomarino militare statunitense contro una nave militare iraniana al largo dello Sri Lanka, 32 i marinai feriti recuperati su un equipaggio di circa 180 persone, mentre i cadaveri sono quasi un centinaio al momento in cui scriviamo. Sono più di venti le navi affondate, o almeno colpite, dall’inizio degli attacchi da parte degli USA. 5mila le bombe sganciate, secondo le fonti dell’esercito israeliano. Ma il conflitto si allarga sempre di più. Circa un’ora fa sono arrivate le notizie di un blackout totale dell’Iraq, informazioni confermate dalle autorità del paese, mentre nella città di Erbil si sentono esplosioni continue. Nella risposta dell’Iran agli attacchi continua il blocco dello stretto di Hormuz, centrale snodo di passaggio del commercio petrolifero mondiale. Si calcola una riduzione del 90% del traffico delle petroliere. Oltre agli attacchi contro Israele e contro le sedi Usa nel Golfo, l’Iran ha anche lanciato missili balistici contro la Turchia. Missili bloccati dalle difese della Nato, senza che ci fossero vittime. Non è certo che la Turchia fosse l’obiettivo: secondo Ankara il missile sarebbe stato diretto invece sulle basi americane a Cipro. Nel resto dell’area, invece, a fuoco il consolato Usa a Dubai, missili sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman, Cipro, Bahrein, Giordania e Kuwait. Iran e Hezbollah, gruppo sciita filo iraniano in Libano, hanno lanciato simultaneamente missili e droni su Tel Aviv e il centro di Israele, e subito dopo l’esercito israeliano ha annunciato nuove ondate di raid sul Libano. In totale in Libano sono 72 le persone uccise da lunedì, e 437 le ferite. Sulla situazione generale di conflitto abbiamo sentito Francesco Vignarca della Rete Pace e Disarmo Ascolta o scarica  Non ci sono ancora conferme ufficiali sulla scelta del figlio dell’ex guida suprema Ali Khamenei, ucciso in questi giorni, alla sua successione. Mojtaba Khamenei, 56 anni, avrebbe al suo fianco quel che resta della vecchia guardia del padre e questa scelta va di pari passo con le dichiarazioni che arrivano dal regime, tra cui spicca quella dell’influente consigliere politico Mokhbar: “l’Iran non ha intenzione di negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia negli americani e non abbiamo basi per negoziare con loro. Possiamo continuare la guerra per tutto il tempo che vogliamo”. Sulla situazione politica interna al paese sentiamo Samira dell’associazione dei Giovani Iraniani Residenti in Italia  Ascolta o scarica  Il governo italiano dovrebbe riferire sulla situazione alle Camere domani, con i ministri degli Esteri Tajani e quello della difesa Crosetto.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Se sterminare una popolazione non basta
La guerra uccide e distrugge. Vale per tutte le guerre, qui un report sulla situazione in Ucraina, lo stesso vale per la Striscia di Gaza dove per l’offensiva israeliana si parla sia di genocidio ma anche di ecocidio così come definito da più parti. Terribile il quadro delineato dall’Environmental Impact of the Escalation of Conflict in the Gaza Strip, l’ultimo report di Unep – United Nations Environment Programme, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Lo studio è stato richiesto dallo Stato di Palestina per valutare il danno ambientale. Secondo questo rapporto circa il 78% dei 250.000 edifici presenti prima dell’attacco è andato distrutto producendo 61 milioni di tonnellate di detriti. Di questi, circa il 15% è a rischio elevato di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Tra le strutture distrutte ci sono anche i serbatoi di stoccaggio dell’acqua e gli impianti di pompaggio: 9 dei 54 rimangono attivi (di cui solo 3 non danneggiati) da aprile 2025. Ciò significa una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua dolce, mentre non risultano più operative le strutture per il trattamento delle acque reflue. Inoltre, pesante distruzione dei sistemi di tubazioni e aumento dell’uso di fosse settiche per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere. Secondo l’Euro-med Human Rights Monitor, organizzazione svizzera indipendente, l’attacco israeliano a Gaza ha causato l’uccisione di quasi tutti gli animali presenti nel territorio, circa il 97% dei nostri compagni di vita su questo pianeta, in quella striscia di terra, non esiste più. Prima del genocidio, a Gaza, si contavano circa 6.500 allevamenti avicoli che fornivano circa tre milioni di polli al mercato locale ogni mese. Dopo due anni di guerra oltre il 93% di questi allevamenti è stato completamente distrutto e i pochi rimasti hanno cessato completamente l’attività. Sempre prima del 7 ottobre si trovavano 15.000 mucche, 60.000 pecore, 10.000 capre e 20.000 asini, oltre a diversi cavalli e muli utilizzati come animali da lavoro. Ad agosto 2024, circa il 43% di questi animali era morto, nel 2025 non ne rimaneva più del 6%.  il che riflette un collasso quasi totale di questo settore vitale. Anche il terreno stesso è stato “ucciso”. Gli attacchi militari hanno raso al suolo gran parte della vegetazione, a cominciare dagli uliveti: il 97% delle colture arboree, il 95% degli arbusti e l’82% delle colture stagionali sono andati distrutti. Secondo il report FAO “Land available for cultivation in the Gaza Strip as of 28 July 2025 solo l’1,5% del terreno agricolo (232 ettari) era accessibile e non danneggiato. Il suolo, martoriato da bombardamenti e attività militari di terra, è stato contaminato da bombe e fuoco, ovunque detriti. Ad inizio conflitto sempre la Euro-Med Human Rights Monitor dichiarò che le forze di difesa israeliane avrebbero usato armi al fosforo bianco sul porto di Gaza e in un’area del Libano al confine con Israele. Armi tra l’altro usate anche in Ucraina. Il fosforo bianco “quando viene a contatto con l’aria produce anidride fosforica generando calore; l’anidride fosforica, a sua volta, reagisce violentemente con composti contenenti acqua, come il corpo umano, e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del tessuto organico. Gli effetti di avvelenamento e di bruciatura che ne conseguono risultano dunque drammatici e, nella maggior parte dei casi, mortali” (estratto da Giacomo Cassano di Iriad, Archivio disarmo). La notizia non risulta però confermata. Fosforo a parte, l’uccisione di esseri umani e animali e la distruzione dell’ambiente sono comunque stati perpetrati in maniera così massiccia da descrivere la volontà di cancellare un’intera popolazione, insieme alla sua cultura e al suo territorio. Genocidio ed ecocidio non sono parole a caso. Sara Panarella
March 4, 2026
Pressenza