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ROJAVA: DAVIDE GRASSO, “IL MOVIMENTO CONFEDERALE IN SIRIA PAGA LA SUA AMMIREVOLE COERENZA”
“Il movimento confederale paga la sua ammirevole coerenza: pensiamo a quanti soldi, oltre che posti di rilievo nel nuovo governo, sono stati offerti in questi mesi ai rappresentanti delle Sdf e della Daanes in cambio dell’abbandono della propria causa ideologica, per porre fine alle tensioni in Siria e permettere ai capitali internazionali di arrivare, cominciare la depredazione delle risorse e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro siriana secondo i crismi del FMI, cui Al-Sharaa ha aderito dopo che per anni la Siria non ne aveva fatto parte. Ora, invece, stanno rischiando moltissimo e si stanno preparando a proteggere le comunità in caso di un eventuale attacco. È un movimento che non fa dichiarazioni roboanti ma, se si guarda ai fatti, mantiene ferme le sue convinzioni e in questo è un esempio“. Sono le parole con cui Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, ha commentato quanto sta accadendo in Siria del nord-est e Rojava in queste ore ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Nell’intervista abbiamo parlato dell’attacco totale delle milizie salafite di Damasco contro la rivoluzione del confederalismo democratico, anche a partire dall’articolo da lui pubblicato su Dinamo Press dal titolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo. Con lui abbiamo commentato le enormi conquiste politiche e sociali ottenute dalla rivoluzione confederale nei territori dell’Amministrazione autonoma, ma anche le contraddizioni e i limiti che caratterizzano “ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale”. Nell’intervista, Davide Grasso spiega anche perché, a suo avviso, “non ha senso stupirsi che l”Occidente’ abbia ‘abbandonato’ i ‘curdi’ suoi ‘alleati'” ma, al contrario, avrebbe senso stupirsi del fatto “che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere”. Infine, abbiamo affrontato il tema di una delle fake-news sulle quali la propaganda turco-jihadista – e in generale dei nemici della rivoluzione del Rojava – insiste particolarmente: la presunta alleanza tra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est e lo stato di Israele. “Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa”, commenta Davide Grasso. Al contrario, aggiunge Grasso, “è davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto alle lusinghe israeliane, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982)”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Ascolta o scarica.
Il Rojava, in Siria, è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco. Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato. La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica. I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare, imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria. Donna, Vita, Libertà.   Redazione Italia
MEDIO ORIENTE: INTERVISTA A ZAGROS HIWA, PORTAVOCE DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ DEL KURDISTAN (KCK)
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico. Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato turco con il processo di pace in corso. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica. Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista: Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso? Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze egemoniche. Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale contro l’esercito jihadista di Al Joulani. Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa. Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una nuova forma di colonizzazione per altri cento anni. Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i curdi non è cambiato nulla. Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli. Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un gruppo jihadista e di regimi dittatoriali. Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali? Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale. Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo. Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata, partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere governato da ideologie medievali. Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte. Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle potenze internazionali. Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo? Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica. La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora oggi. È ancora lì, in isolamento. Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria. Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine, attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione dell’ambiente naturale.
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
SIRIA: ROJAVA SOTTO ATTACCO. JACOPO BINDI: “È UNO SCONTRO POLITICO TRA OPZIONI DIVERSE PER IL MEDIO ORIENTE”
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese. Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di Al-Jolani/Al-Sharaa. “Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco – dagli Usa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est. Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine settimana è iniziata l’escalation. Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis. Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqa per, ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia della prigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti dell’organizzazione Isis. Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo, da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e petrolifere, sui confini. Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito della resistenza di Kobane deve sollevarsi!” “Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18 gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem. “L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, un’opzione politica fondata sull’autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato, militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze imperialiste e coloniali per i loro interessi. Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
Zubin Metha annulla i suoi impegni in Israele per protesta contro Netanyahu
Il famoso direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta, ex direttore dell’Orchestra Filarmonica d’Israele, ha annunciato di aver annullato tutti gli impegni professionali nel Paese a causa della sua opposizione alle politiche governative. “Ho annullato tutti i miei impegni in Israele quest’anno a causa della mia opposizione al modo in cui Netanyahu sta trattando l’intera questione palestinese”, ha dichiarato. ANBAMED
Raccolta firme e Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare per l’interruzione dei rapporti fra Roma Capitale e lo Stato di Israele
Venerdì 23 gennaio 2026 il Comitato promotore “Roma sa da che parte stare” depositerà in Campidoglio una Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare finalizzata all’interruzione immediata di ogni rapporto fra Roma Capitale e lo Stato di Israele. In questi mesi, a partire dalla presunta tregua, il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e Gerusalemme est non si sono fermati. Centinaia di bombardamenti che hanno ucciso circa 500 palestinesi, di cui cento bambini, blocco dei rifornimenti, espulsione di decine di associazioni internazionali. A Gaza si muore ancora di freddo e di fame. In Cisgiordania continuano gli attacchi dei coloni e dell’esercito. Non intendiamo accettare che la nostra città intrattenga, stante questa situazione, un qualsivoglia tipo di rapporto con lo Stato genocidario di Israele e le sue aziende. Di fronte all’inerzia e alle complicità delle istituzioni, numerose realtà della solidarietà alla Palestina e alcuni sindacati di base hanno deciso di promuovere l’iniziativa popolare, come prevede lo Statuto di Roma Capitale. La raccolta delle firme partirà sabato 24 con banchetti in tutta la città è proseguirà per i prossimi tre mesi nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle scuole e nelle università. L’obiettivo del Comitato “Roma sa da che parte stare” è quello di raccogliere molte più firme delle 5.000 necessarie affinché l’Assemblea Capitolina sia obbligata a pronunciarsi sulla rottura di ogni rapporto con lo Stato di Israele, a partire da quelli con MEKOROT e TEVA. Conferenza stampa di presentazione della delibera popolare venerdì 23 gennaio, alle 12.00 in piazza del Campidoglio. Comitato “Roma sa da che parte stare” Redazione Roma
Non smettiamo di parlare di Gaza
È morta stamattina a Gaza la bambina Aisha Agha, 27 giorni d’età, a causa del freddo e della malnutrizione. La città di Gaza è senz’acqua a causa del bombardamento israeliano di ieri che ha colpito la principale conduttura dell’acquedotto. I lavori di riparazione sono impediti dai continui attacchi dei cecchini e dei carri armati sulle squadre della protezione civile. Medici per i diritti umani e UN Women hanno denunciato in un rapporto che Israele sta prendendo di mira le donne palestinesi di Gaza con una politica di genocidio, basata sul genere, per impedire loro di avere figli. Intanto si è riunito ieri al Cairo, in seduta congiunta, l’organismo internazionale denominato “Peace Council” e il Comitato di amministrazione palestinese, guidato dall’ingegnere Alì Shaath. Sono due organismi previsti dal piano Trump, approvato poi, obtorto collo, dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’astensione di Mosca e Pechino. Sono in realtà organismi senza potere effettivo e Israele ha già dichiarato per bocca di Netanyahu che non si ritirerà né dal valico di Rafah, né dalla “linea gialla”, che considera come nuova linea di confine. È la pace dei cimiteri. In Cisgiordania un giovane è stato ucciso ucciso e decine sono i feriti negli attacchi israeliani contro i villaggi palestinesi nella provincia di el-Khalil. L’intervento militare con licenza di uccidere è generalizzato in tutto il territorio occupato. Sono stati registrati ieri 29 attacchi militari contro villaggi e città palestinesi. Le aggressioni dei coloni sono state 13. È una guerra generalizzata che mira alla cacciata dei palestinesi autoctoni per sostituirli con coloni ebrei arrivati da ogni dove. In tale piano occupa un ruolo fondamentale l’urbanistica segregazionista. Va avanti il piano per la “strada 45”, fondamentale arteria per il progetto colonialista E1, ad est di Gerusalemme, che viene realizzato sulle terre delle comunità palestinesi con l’intento dichiarato di cancellare la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, per impedire la costituzione di uno stato palestinese. Iran La repressione continua e il black-out delle comunicazioni anche. Ma l’intensità delle proteste è calata, a causa dell’uso sproporzionato della forza. Le poche testimonianze filtrate parlano di paura della gente, a causa dello spietato uso delle armi da guerra contro manifestanti disarmati, che erano scesi in piazza con le mani alzate. Il regime continua a dipingere i manifestanti come agenti di forze straniere, specialmente israeliane e statunitensi. “Abbiamo sequestrato armi di fabbricazione israeliana, che sono state usate contro gli agenti”, ha detto il procuratore generale della Repubblica. La tv pubblica ha trasmesso i funerali degli agenti uccisi, affermando che si è trattato di 300 assassinati da colpi di arma da fuoco e da accoltellamenti. Probabilmente, oltre alla spietata repressione, anche l’incitamento israeliano e dello stesso Trump, con l’aggiunta delle immagini di vandalismo contro uffici pubblici, incendi di auto e autobus, pubblici e privati, sparatorie contro la polizia e slogan a favore dello Shah hanno fatto desistere gli iraniani onesti dallo scendere in piazza. In diverse città iraniane si sono svolti i funerali dei membri delle forze di sicurezza e degli agenti di polizia uccisi nelle recenti proteste in tutto il Paese. I partecipanti hanno scandito slogan che condannavano gli atti di violenza e vandalismo. Hanno inoltre condannato l’ingerenza americana e israeliana negli affari iraniani e nel processo ai responsabili delle proteste. Chiusa la pagina delle proteste, si apre adesso la strada della repressione. Secondo fonti della sicurezza del regime sono state arrestate 3 mila persone accusate di terrorismo. Rischiano la condanna a morte, in un paese che detiene un primato delle esecuzioni capitali, con Cina, Usa e Arabia Saudita. Siria Offensiva ad est di Aleppo delle milizie governative e filo-turche contro le Forze siriane democratiche. Il centro degli scontri è la cittadina di Deir Hafer, nella zona rurale di Aleppo, che si trova ad ovest del fiume Eufrate. Il comandante delle FSD, Mazloum, ha annunciato che da oggi, sabato, le sue forze si ritireranno ad est del fiume, in seguito alla mediazione di autorità amiche (Usa) e per dare spazio all’applicazione degli accordi di integrazione delle unità curde nelle strutture dello stato siriano. In applicazione degli accordi, il presidente autonominato, Sharaa, ha diramato un decreto che afferma il curdo come lingua ufficiale della Siria e conferisce la cittadinanza a tutti i curdi residenti attualmente sul territorio dello stato. Libano Due civili uccisi e decine di feriti nei bombardamenti israeliani ieri sul Libano. Le azioni militari sono state compiute con bombardieri, con droni e con l’avanzata di carri armati, in violazione della tregua firmata nel novembre 2024. Non sono state risparmiate le unità dei caschi blu dell’Onu. In un comunicato, l’Unifil accusa l’esercito israeliano di aver messo in pericolo i soldati internazionali, mentre stavano ispezionando una casa che era stata minata dagli israeliani. Un drone ha colpito la costruzione con un missile malgrado il coordinamento con l’esercito israeliano, mettendo a repentaglio la vita dei caschi blu. Da Tel Aviv è arrivato subito il solito comunicato che sostiene che l’attacco era diretto a Hezbollah. Un falso clamoroso smentito dagli osservatori internazionali. Per le istituzioni italiane, Palestinese = terrorista Viminale/VVFF Il Viminale richiama dieci vigili del fuoco di Pisa che il 22 settembre si sono inginocchiati durante una manifestazione per Gaza. La contestazione disciplinare riguarda la “forma” della partecipazione, “perché indossavano la divisa”. Rischiano dalla sospensione al licenziamento. Non lasciamoli soli! Tribunale Genova È attesa per lunedì 19 gennaio la decisione del tribunale del riesame di Genova su Mohammad Hannoun e gli altri otto uomini finiti in carcere lo scorso 27 dicembre. L’accusa è di terrorismo per presunti finanziamenti ad Hamas. I giudici decideranno se confermare le misure cautelari, modificarle oppure annullarle. Ieri si è tenuta una lunga udienza in cui l’impianto accusatorio ha iniziato a scricchiolare, mostrando errori e contraddizioni. Il materiale per l’accusa è stato fornito dalla polizia israeliana e non dal sistema giudiziario israeliano, come prevedono gli accordi di cooperazione. Dalle carte, il collegio di difesa ha scoperto che la documentazione a carico è stata raccolta da un agente, Avi Abramson. Si tratterebbe di un agente con 25 anni di carriera, che ha svolto anche ruoli di consigliere legale per gli uffici del primo ministro Benjamin Netanyahu, un premier accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Tribunale L’Aquila Giustizia italiana a sovranità limitata. Non valgono i principi della Carta delle Nazioni Unite, ma le informative dell’esercito israeliano. È arrivata ieri, 16 gennaio, la sentenza nel processo che vedeva imputati tre palestinesi, accusati di associazione con finalità di terrorismo. Anan Yaeesh è stato condannato a 5 anni e 6 mesi, mentre Ali Irar e Mansour Dogmosh sono stati assolti. Alla lettura del dispositivo, il pubblico presente in aula ha gridato «Vergogna», «Palestina libera» e «Ora e sempre resistenza». All’esterno del tribunale, come già in occasione delle precedenti udienze, si è tenuto un sit-in di protesta. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, arrestati nel marzo 2024, vivono in Italia da tempo e non sono mai stati al centro di atti violenti. Il solo Yaeesh è ancora in carcere, gli indizi a carico degli altri due erano caduti in Cassazione: hanno fatto sei mesi di carcere e ora arriva anche l’assoluzione. ANBAMED