La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parteNel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro
analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli
insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si
recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza
di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile.
Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti
universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di
immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che,
nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel».
Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e
violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano.
Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso
costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati
nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere
un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua
giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È
il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio.
Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione
totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e
inevitabile?
Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio
Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il
più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale.
Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della
Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come
“combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi
autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il
laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony
Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023).
«Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore
Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto
i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una
conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a
seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione,
di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato
con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più
redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo
punto vendita”.
Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce
quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al
giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata
all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della
popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di
efficienza.
L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested”
Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un
vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni
testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo
permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di
efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro
armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff
Halper, War Against the People, 2015).
Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa
economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective
Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi
promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della
Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che
sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero”
(Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.).
Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf
L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza
digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito
il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in
dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande
livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la
maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European
Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional
Affairs, 2022).
Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo
ancora più distopici:
* Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani
per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa,
descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony
Loewenstein, cit.).
* AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza
artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando
database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione
occupata senza alcun consenso (Ivi).
L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi
didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando
migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah
esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di
Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro
una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati
per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda
riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran
e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in
Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024).
Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA
Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e
dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce
invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al
trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale
promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata
per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le
quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e
centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita
compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a
tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi.
Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha
creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti
dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative
ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta
ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della
Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in
modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience
and Counterterrorism, 2019).
Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle
tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di
infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata
al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che
il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo
sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita
sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano
regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per
discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e
l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha
gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle
comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano
impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e
tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo
programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei
Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange
Report, cit, p. 6).
La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano
finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete,
nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi
in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto
l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea
domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”.
Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE,
come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio.
Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo
avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di
difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo
appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti
e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile.
(ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale
dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i
metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole.
Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il
“boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche
nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa
abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione
ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse
nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano
come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane.
Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni
e dei centri storici.
Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la
colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha
ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche
prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in
Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera
serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è
stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla
colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr.
Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p.
17).
Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di
sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e
tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico
della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come
gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza
pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare
dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in
cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste
su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro
coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della
sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di
colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria,
vengono trattati come problema.
Redazione Italia