La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link.
Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico
Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in
Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una
vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una
pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento,
trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo.
In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta
verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e
controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un
obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro.
Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha
accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene
vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio
interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una
linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il
libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo
quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento
della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina
ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a
questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine
Laboratory, cit, p. 137).
In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri
incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che
descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari
ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi
restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present
in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo.
Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e
Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano)
assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un
sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le
IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga
distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal
colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani.
A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera
e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati
all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni
testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il
“confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e
dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi
passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a
distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza
l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che
si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona
da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di
droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è
“contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto
poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo
diventa un alibi.
Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto
In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di
lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in
Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni
collaterali… Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una
democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli
strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che
questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da
spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire
in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo
vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo
all’addestramento, fino alla vendita.
* Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per
rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea
politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità,
trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la
percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande
Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella
logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre
cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre
166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati.
Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della
percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve,
l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque.
* Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido
spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti
per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla
polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come
opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva,
spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle
comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono
sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly
Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo
quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile,
trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come
abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report
segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo
Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le
proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a
carceri, manifestazioni e lungo confini.
* I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo
pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare,
spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le
parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio
da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con
l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno
vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso
occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms
Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la
statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale
sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo,
torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a
morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di
menomazioni permanenti.
Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il
mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a
delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la
mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta
il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si
misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al
pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in
questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua
su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare.
L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende
anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti
civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta
guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the
People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le
prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la
pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino
all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham,
Cities Under Siege, 2010).
Redazione Italia