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“Tortura e genocidio”. Il rapporto di Francesca Albanese
La tortura messa a sistema. L’ultimo rapporto di Francesca Albanese in italiano Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche sui palestinesi da parte di Israele. In anteprima in italiano per i nostri lettori. Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo
Il Comitato olimpico palestinese denuncia Israele: “siti sportivi come campi di concentramento”
Dal 7 ottobre 2023, alcune strutture sportive della Striscia di Gaza sono state utilizzate da Israele “come campi di concentramento sulla stregua di quelli nazisti, come centri di detenzione dove gli arrestati sono stati svestiti in condizioni disumane“. Lo ha detto Jibril Rayoub, presidente del Comitato olimpico palestinese e della […] L'articolo Il Comitato olimpico palestinese denuncia Israele: “siti sportivi come campi di concentramento” su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano
Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo.
  L’INDICE COMPLETO DEL SOMMARIO, con aggiornamenti, articoli e riflessioni   aggiornamenti da Anbamed aggiornamenti da Radio Onda d’Urto; sulla prossima Global Sumud Flottilla del 29 marzo di Ruben Tzanoff Ettore Macchieraldo su Pressenza ci parla della proiezione di Disunited Nations Pressenza contro la persecuzione mediatica dei palestinesi da Ecoinformazioni sulla restrizione della libertà di parola Mario Sommella commenta l’ennesimo
February 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Global Sumud Flotilla, missione storica in partenza il 29 marzo
La Global Sumud Flotilla (GSF) ha annunciato ufficialmente il lancio della più grande iniziativa civile coordinata per la Palestina mai intrapresa: un convoglio marittimo unificato e una carovana umanitaria via terra che partiranno simultaneamente il 29 marzo 2026 da numerosi porti del Mediterraneo. L’annuncio è stato dato durante la conferenza stampa presso la Nelson Mandela Foundation a Johannesburg, in cui la missione della primavera 2026 è stata descritta come un atto senza precedenti di resistenza civile globale, messa in atto in risposta al fallimento catastrofico di governi e istituzioni internazionali nell’impedire il genocidio in corso, l’assedio, la carestia e la distruzione sistematica della vita civile a Gaza da parte di Israele. “Questo è il nemico che stiamo affrontando. Non è una persona, è un modo di vivere che determina il futuro di altre nazioni”, ha dichiarato Saif Abukeshek, membro del Comitato Direttivo della GSF. L’operazione mobiliterà migliaia di partecipanti provenienti da oltre 100 Paesi, costituendo un intervento umanitario e nonviolento coordinato via mare e via terra. Il convoglio marittimo salperà da Barcellona, da porti italiani, tunisini e da altri punti di partenza nel Mediterraneo, mentre una carovana via terra avanzerà in parallelo verso Gaza dal Nordafrica. Tra i partecipanti:  Oltre 1.000 medici, infermieri e operatori sanitari che risponderanno alle necessità mediche, ai traumi e al collasso del sistema sanitario di Gaza;  Educatori, ingegneri e squadre di ricostruzione pronte a dare supporto alla sopravvivenza e al recupero delle comunità; Investigatori sui crimini di guerra, sull’ecocidio e osservatori legali che documenteranno le violazioni del diritto internazionale. Gli organizzatori della GSF hanno sottolineato che la missione non è simbolica, né strettamente umanitaria: si tratta di un intervento concreto basato sul diritto internazionale, sulla responsabilità collettiva e sul rifiuto di normalizzare la sofferenza civile di massa. “Ci uniamo nella Global Sumud Flotilla perché riconosciamo che, come collettività globale, possiamo isolare l’apartheid israeliano, farlo crollare e metterlo in ginocchio, proprio come abbiamo fatto con l’apartheid sudafricano”, ha affermato Nkosi Zwelivelile “Mandla” Mandela, ex partecipante alla GSF e nipote del compianto Nelson Mandela. Gli organizzatori hanno descritto la missione come un rifiuto diretto delle recenti proposte di “ricostruire Gaza” senza sovranità palestinese o responsabilità, inclusi i piani che consoliderebbero il controllo esterno negando ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione. La partenza del 29 marzo è presentata dalla GSF sia come una linea vitale umanitaria che come una linea morale globale: un atto che afferma il diritto e il dovere di tutti i popoli di intervenire quando i sistemi politici falliscono nel proteggere la vita. Guarda la conferenza stampa completa al link qui. Global Movement to Gaza
February 7, 2026
Pressenza
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
January 19, 2026
Pressenza
LA CONTINUA ESCALATION ISRAELIANA IN CISGIORDANIA
Nonostante il cessate il fuoco, come potevamo immaginare, la violenza in Palestina non si è mai fermata. Sappiamo che questa è la realtà di chi vive lì da ben prima dei fatti del 7 ottobre, ci troviamo però in una fase in cui sembra esserci una escalation. L’obiettivo, ormai dichiarato, di Israele è quello di guadagnare sempre più territorio, fagocitando le terre palestinesi, sia a Gaza che nella Cisgiordania occupata. Il livello dell’attenzione si sta progressivamente abbassando, complice anche la situazione internazionale complicata ulteriormente dalle azioni degli USA in Venezuela e le minacce portate avanti dagli stessi verso paesi nella regione e, per ultima, la Groenlandia. Ormai in Cisgiordania le incursioni violente non si limitano soltanto ai coloni, con l’esercito in prima linea in azioni violente come quella condotta il 6 gennaio all’Università di Birzeit, luogo che fino ad allora era stato considerato intoccabile. Questo dimostra come Israele abbia la volontà di aggredire le persone nella loro quotidianità, in questo caso nell’ambito dell’educazione. Il governo israeliano, a tal proposito, continua a spingere per gli allargamenti, puntando alla costruzione di nuove colonie. L’ultimo passo è l’approvazione di un piano che consentirà ai coloni di tornare a Sanour, evacuata nel 2005 dall’allora primo ministro Sharon. L’entrata in vigore di questo piano è programmata entro due mesi. Ne parliamo con una compagna dalla Cisgiordania occupata.
January 13, 2026
Radio Blackout - Info
Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona
Mentre l’università di Bir Zeit, in Cisgiordania, è stata presa d’assalto dall’IDF, con 11 feriti e alcuni giornalisti arrestati ma senza nemmeno la minima decenza di inventarsi un motivo che potesse “giustificare” l’operazione militare, l’Accademia Israeliana delle Scienze e delle Lettere lancia l’allarme sul futuro del settore scientifico dello stato […] L'articolo Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona su Contropiano.
January 11, 2026
Contropiano
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri