Ripartirà il 12 aprile la Global Sumud Flotilla“Per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione: abituarsi alla
distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone
possano vivere indefinitamente senza diritti e senza futuro”. Maria Elena Delia
racconta la nuova missione della Flotilla
Nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, conclusa tra fortissime
tensioni diplomatiche e ostacoli operativi, diverse imbarcazioni sono state
bloccate o costrette a deviare la rotta prima di raggiungere le coste di Gaza. I
volontari hanno denunciato ritardi nelle autorizzazioni, controlli straordinari
nei porti di partenza e restrizioni crescenti nei corridoi umanitari. Nonostante
la natura dichiaratamente civile e sanitaria dell’iniziativa, l’accesso è
rimasto incerto fino all’ultimo, confermando quanto il controllo dei punti di
ingresso rappresenti oggi uno snodo politico centrale.
È in questo clima che Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla,
annuncia una nuova e ancora più ampia missione, con partenza prevista per il 12
aprile 2026. Un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari,
ma di sfidare apertamente quella che definisce la “normalizzazione
dell’isolamento” di Gaza.
Perché avete deciso di ripartire proprio il 12 aprile 2026?
Abbiamo deciso di ripartire il 12 aprile 2026 perché a Gaza non è in corso una
generica “crisi complessa”, come troppo spesso viene raccontato, ma una
catastrofe umanitaria e politica di proporzioni storiche che il mondo sta
progressivamente normalizzando. Come portavoce della Global Sumud Flotilla sento
il dovere di dirlo senza attenuanti: ciò che sta accadendo non può essere
ridotto a un’emergenza temporanea, né nascosto dietro un linguaggio neutro che
finisce per rendere accettabile l’inaccettabile.
Qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza?
Oggi a Gaza milioni di persone vivono in condizioni che non hanno equivalenti
recenti per durata e intensità. Interi quartieri sono stati cancellati,
infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati.
Ospedali operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è
drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in
modo allarmante.
Non si tratta di una difficoltà transitoria: è una condizione strutturale che
sta compromettendo la sopravvivenza stessa della popolazione. Alla distruzione
materiale si accompagna una frattura sociale profonda: scuole chiuse, famiglie
disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente.
Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e
ricostruzione?
Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà sul
terreno. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte
del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle
spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di
civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza o libertà di movimento.
Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica
del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva
istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di
pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e
umanitaria come la nostra.
In cosa consiste concretamente la nuova missione della Flotilla?
La missione che stiamo organizzando è la più ampia mai realizzata in questo
contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da
oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri,
educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti.
Porteremo beni essenziali – alimenti, medicinali, attrezzature mediche, sistemi
per la potabilizzazione dell’acqua, materiali scolastici – ma molti
professionisti non intendono limitarsi alla consegna degli aiuti. Sono pronti a
restare sul posto per contribuire concretamente alla ricostruzione sanitaria,
sociale e infrastrutturale.
La partenza principale avverrà da Barcellona, con la convergenza di imbarcazioni
provenienti da diversi porti del Mediterraneo, inclusi scali italiani e
tunisini. Parallelamente stiamo organizzando un convoglio terrestre attraverso
il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. È una strategia multilivello:
moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo
degli accessi.
Qual è il significato politico della vostra iniziativa?
Non intendiamo limitarci a un’azione umanitaria emergenziale. L’assistenza è
necessaria per salvare vite nell’immediato, ma senza una pressione civile e
politica internazionale esiste il rischio concreto che l’emergenza diventi la
nuova normalità.
In questo contesto si inserisce anche la proposta del cosiddetto Board of Peace,
che dal nostro punto di vista non rappresenta una soluzione neutrale, ma il
tentativo di formalizzare una nuova architettura di potere sul territorio: una
governance esterna che rischia di trasformare Gaza in una sorta di protettorato
contemporaneo, dove le decisioni fondamentali su sicurezza, ricostruzione e
gestione delle risorse verrebbero prese al di fuori della volontà della
popolazione.
La nostra presenza ha un significato politico preciso: affermare che l’accesso
agli aiuti non può essere usato come strumento di pressione e che il diritto
umanitario non può essere subordinato a logiche militari o geopolitiche.
Siamo consapevoli dei rischi. Ma oggi il rischio più grande non è quello che
corriamo noi. Il rischio più grave è l’assuefazione: abituarsi alla distruzione
sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere
indefinitamente senza diritti politici reali e senza prospettive di futuro.
Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai
parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica:
riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani
e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente
accettata dal mondo.
Laura Tussi