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La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
Svizzera: il Cantone di Zurigo apre le porte alla sorveglianza biometrica di massa
Il Consiglio Cantonale di Zurigo prende una decisione controversa: per la prima volta in Svizzera, un parlamento cantonale decide che lo Stato può utilizzare il riconoscimento facciale biometrico per sorvegliare la popolazione. Il governo cantonale zurighese dovrebbe ottenere la prerogativa di poter avviare autonomamente progetti pilota. Con una decisione del 24 novembre 2025, il Cantone di Zurigo apre un nuovo capitolo della sorveglianza di massa che compromette la libertà e la democrazia in Svizzera. Chi utilizza le tecnologie digitali in questo modo contro l’integrità delle persone mina la loro fiducia nella comunità e nella democrazia. Questo tipo di sorveglianza indiscriminata e capillare è in netto contrasto con i principi fondamentali di una società democratica. Essa viola non solo il diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione, ma anche i diritti umani garantiti a livello internazionale. Se le persone possono essere identificate o osservate in qualsiasi momento negli spazi pubblici, si verifica una grave violazione del loro diritto all’autodeterminazione informativa. La possibilità di un riconoscimento continuo ha inoltre un effetto deterrente («chilling effect»). Il diritto di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunione, la libertà di espressione e la libertà di movimento ne risulta notevolmente compromesso. Con questa decisione, la grande maggioranza del Consiglio Cantonale di Zurigo ha ignorato i diritti delle persone nel Cantone e ha dato al Consiglio di Stato carta bianca per inaugurare una nuova era di sorveglianza di massa invasiva. In prima lettura della revisione totale della legge sull’informazione e la protezione dei dati (IDG), il Parlamento non solo ha respinto il divieto del riconoscimento facciale, ma al contrario ha deciso di consentire esperimenti pilota di sorveglianza biometrica di massa senza un’ulteriore base giuridica. Ci auguriamo che gli elettori reagiscano a questa violazione della fiducia già al referendum di domenica prossima, votando «sì» all’iniziativa popolare «Per un diritto fondamentale all’integrità digitale» o almeno «sì» alla controproposta. In ogni caso, ci aspettiamo che il Consiglio cantonale e, successivamente, la popolazione correggano la decisione attuale. Da anni la Società Digitale si impegna a livello nazionale e internazionale per vietare il riconoscimento facciale biometrico negli spazi pubblici. In Svizzera, un’ampia coalizione sostiene che in una società libera e democratica questa tecnologia non dovrebbe venire utilizzata. L’80% degli attivisti politici di tutti i partiti è favorevole al divieto del riconoscimento facciale biometrico, come dimostra un sondaggio del 2023. Negli ultimi anni, numerosi parlamenti cantonali e comunali si sono espressi a favore del divieto della sorveglianza biometrica di massa negli spazi pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. Untergrund-Blättle
Crimini ecologici e l’impunità del ceto politico nel passato recente della storia italiana
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la premessa del Libro-Inchiesta di Salvatore Palidda, CRIMINI ECOLOGICI E IMPUNITÀ (Multimage,2025), finito di stampare negli ultimi giorni dell’anno appena passato ieri e che sarà presentato a Palermo in anteprima al Laboratorio “Andrea Ballarò”, con la partecipazione degli esperti scientifici Ino Genchi e Maria Giannì. Alla giornata di studio, coordinata da Renato Franzitta, interverrà anche l’autore. L’inchiesta ricostruisce l’impressionante sequenza di crimini ecologici di cui la storia d’Italia è stata particolarmente segnata da questi misfatti, che non a caso spesso si intrecciano con le stragi di Stato (quindi con l’opera dei servizi deviati). Senza andare a tempi più remoti, dal 1945 in questo paese si è sperimentata una sconvolgente ripetizione di questo genere di reati, con migliaia di morti e giganteschi danni materiali e sanitari di cui si pagano ancora le conseguenze (soprattutto come contaminazionitossiche che provocano malattie mortali e come dissesto idrogeologico, frane e ripetute catastrofi). Tale reiterazione è l’esito sfacciato dell’operato di governi che non solo hanno resa vana la Carta costituzionale, ma hanno anche sabotato qualsiasi programma di bonifica e di prevenzione: un crimine contro l’umanità_  PREMESSA A PARTE I CRIMINI ATTRIBUITI ALLA CRIMINALITÀ O AL TERRORISMO, SINORA SI È SEMPRE PARLATO E STUDIATO SOLO DI CRIMINI DEFINITI SEMPLICEMENTE NATURALI O AL MASSIMO AMBIENTALI MENTRE PIÙ RARAMENTE SI È PARLATO E STUDIATO DI CRIMINI AI QUALI SI DEVONO TANTE STRAGI DI LAVORATORI E DI ABITANTI A SEGUITO DI INCIDENTI O DISASTRI INDUSTRIALI, CAMUFFATI COME NATURALI (COME FU IL CASO DEL VAJONT E DI ALTRI SIMILI) O DOVUTI ALLA DIFFUSIONE DI CONTAMINAZIONI TOSSICHE. ANCHE SE RECENTEMENTE SI È COMINCIATO A PARLARE DI DISASTRI ECOLOGICI, MANCA SPESSO LA CHIARA CAUSA DI TALI DISASTRI E L’IDENTIFICAZIONE DEI RESPONSABILI CHE SONO SEMPRE I DOMINANTI ECONOMICI E POLITICI IN NOME DEL PROGRESSO, OSSIA DELLO SVILUPPO ECONOMICO … SULLA PELLE DI VITTIME PRIVE DI PROTEZIONE. DA PARTE SUA LA CRIMINOLOGIA CRITICA HA IGNORATO QUESTO CAMPO DI STUDIO MALGRADO L’IMPEGNO E L’ATTENZIONE CHE EMERSERO DOPO IL ’68 FRA ALCUNI MAGISTRATI DEL LAVORO, MEDICI DEMOCRATICI E MILITANTI DELLA SINISTRA SINDACALE E POLITICA DI ALLORA. IN QUESTO TESTO CONSIDERIAMO CRIMINI ECOLOGICI TUTTI QUELLI CHE COLPISCONO TUTTO IL MONDO VIVENTE (GLI UMANI, GLI ANIMALI E I VEGETALI) OLTRE A DISTRUGGERE L’ASSETTO DELL’ECOSISTEMA, LE STRUTTURE ABITATIVE E LE INFRASTRUTTURE. QUINDI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ CHE PERÒ SPESSO RESTANO ANCORA IGNORATI AL PARI DELLE TANTE INSICUREZZE IGNORATE DAI GOVERNANTI (DELLE DESTRE E ANCHE DELL’EX-SINISTRA). PROVANDO A RICOSTRUIRE LA STORIA DI QUESTI CRIMINI IN ITALIA APPARE CHIARO CHE ESSA SI INCROCIA CON QUELLA DELLE STRAGI, DEI TENTATIVI DI COLPI DI STATO, CIOÈ DI UN PAESE CHE È RIMASTO ALLA MERCÉ DI UN DOMINIO CAPITALISTA REAZIONARIO CHE NON HA MAI SMESSO DI ACCANIRSI SULLA POPOLAZIONE E SUI LAVORATORI PRIVI DI PROTEZIONI.1 NONOSTANTE L’ECCESSO DI POLIZIE, DI LORO OPERATORI E DI LORO MEZZI E RISORSE FINANZIARIE, LA PROTEZIONE DEI LAVORATORI E DELLA POPOLAZIONE È STATA QUASI SEMPRE ASSENTE O ADDIRITTURA HA AGITO PER REPRIMERE LA RIVOLTA DELLE VITTIME. NESSUN GOVERNO HA PROVVEDUTO A VARARE UN PROGRAMMA DI RISANAMENTO DEI RISCHI E QUINDI DI PREVENZIONE; MA LE AGENZIE DI PREVENZIONE E CONTROLLO (ISPETTORATI DEL LAVORO E ISPETTORI-ASL, ETC.) SONO STATI RIDOTTI ALL’INCAPACITÀ DI OPERARE (BASTI PENSARE CHE IN OCCASIONE DELLA STRAGE ALLE ESSELUNGA DI FIRENZE IN TUTTA LA PROVINCIA C’ERA UN SOLO ISPETTORE). QUESTO TESTO SI RIFÀ E AGGIORNA LA RICERCA SVOLTA DAL 2010 (VEDI LE PUBBLICAZIONI IN NOTA2) ATTRAVERSO UN APPROCCIO DI SOCIOLOGIA STORICA (COME SUGGERIVA PAUL VEYNE3). PROVERÒ COSÌ A MOSTRARE COME LA STORIA DEI CRIMINI ECOLOGICI IN ITALIA FACCIA PARTE DELLO SVILUPPO ECONOMICO GOVERNATO DA AUTORITÀ PUBBLICHE ASSERVITE AGLI INTERESSI DEL PADRONATO (PRIVATO E PUBBLICO) SOPRATTUTTO DALLA FINE DEL FASCISMO SINO A OGGI.   ________________________   1 SI VEDA ROSALBA ALTOPIEDI, COSA SONO I CRIMINI AMBIENTALI?,HTTPS://LAVIALIBERA.IT/IT-SCHEDE-1305 2 SI VEDA: RESISTENZE AI DISASTRI SANITARI, AMBIENTALI ED ECONOMICI NEL MEDITERRANEO, DERIVE&APPRODI, 2018:  HTTPS://WWW.ACADEMIA.EDU/49066860/RESISTENZE (SCARICABILE GRATIS); GOVERNANCE OF SECURITY AND IGNORED INSECURITIES IN CONTEMPORARY EUROPE, LONDON: ROUTLEDGE/ASHGATE, 2016; POLIZIE, SICUREZZA E INSICUREZZE, MELTEMI, 2021. E SI VEDA L’IMPORTANTE OPERA DI G. GRIBAUDI, LA MEMORIA, I TRAUMI, LA STORIA. LA GUERRA E LE CATASTROFI NEL NOVECENTO, VIELLA, 2020.  3 PAUL VEYNE, LE PAN ET LE CIRQUE, SEUIL:1976, P.11 E 12 Salvatore Turi Palidda
Cina, politiche di riforestazione portano all’espansione dell’habitat per il 73,6% delle specie di uccelli
In questo secolo la società umana si trova davanti a due grandi sfide: ambiente e sviluppo. Il degrado ininterrotto dell’ambiente ha influito direttamente sulla sopravvivenza e lo sviluppo sostenibile dell’umanità. Le modalità di realizzazione di uno sviluppo in cui vi sia un maggiore equilibrio fra crescita economica e protezione dell’ambiente sono diventate un argomento d’importanze vitale, dove gli Stati Uniti in primis, la Cina, la Russia e le altre nazioni in via di sviluppo, sono tenute ad affrontare. Lo “spirito di Glasgow”, quando alla Cop26 la questione sembrava – e forse lo era pure – una priorità per il mondo appena uscito da una pandemia, si è esaurito da tempo ed è servito solamente per fare propaganda assurde in nome della “neutralità carbonica” che celava il perverso meccanismo finanziaria dei crediti di carbonio: una nuova colonizzazione del green capitalism in nome del netzero-washing. Le grandi potenze si sono impegnate a ristabilire nuovi rapporti di forza e nuove strategie per non modificare il loro atteggiamento nei confronti dell’ambiente e della crisi ecologica e climatica. Ma non tutti stanno seguendo la strada dell’inazione. Al Climate Summit di New York  di quest’anno Pechino è uscita allo scoperto con un discorso del Presidente cinese Xi Jinping. Xi ha confermato l’impegno “verde”, rimarcando la differenza con “alcuni altri paesi che agiscono in senso contrario”. Ogni riferimento a Donald Trump e agli Stati Uniti è puramente voluto e la marcia della transizione energetica è lunga, per dirla con una citazione storica, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. E, con questo approccio, ci si accorge che di passi, la Cina, ne ha già compiuti parecchi. A New York, Pechino ha riconosciuto l’importanza della transizione, e, per la prima volta, ha deciso di ridurre le emissioni di gas serra (senza semplicemente limitarsi a promettere di rallentarle): da qui al 2035 caleranno di una quota tra il 7% e il 10%. Il riferimento è rispetto al picco, cioè all’apice atteso per quest’anno o al massimo per il prossimo, ma su cui è impossibile, allo stato delle cose, avere certezze. Particolarmente importanti risultano le politiche di riforestazione cinesi per ristabilire habitat naturali. Un gruppo di ecologi cinesi ha recentemente quantificato i risultati complessivi in termini di biodiversità degli sforzi di ripristino forestale in Cina, scoprendo che tali sforzi hanno portato all’espansione dell’habitat del 73,6% delle specie di uccelli presenti nelle foreste, come riportato venerdì dal China Science Daily. In qualità di leader mondiale nel ripristino forestale, la Cina è riuscita a invertire la tendenza al degrado forestale negli ultimi due decenni attraverso importanti progetti ecologici come un progetto di protezione delle foreste naturali e il programma Grain for Green, ottenendo un aumento netto di circa 21.800 chilometri quadrati di superficie forestale. Tuttavia, l’impatto positivo del ripristino forestale sulla biodiversità è rimasto un obiettivo della comunità di ricerca. Wang Bin della China West Normal University ha collaborato con ricercatori di altre istituzioni a uno studio per valutare gli impatti positivi del ripristino forestale sulla biodiversità a livello nazionale dal 2000 al 2020. Utilizzando 402 specie di uccelli forestali stanziali come specie indicatrici e integrando i dati di telerilevamento con le registrazioni delle osservazioni dei residenti, hanno utilizzato un metodo di modellazione della nicchia ecologica per controllare gli effetti congiunti del cambiamento climatico. Secondo lo studio, pubblicato su Nature Communications, questo approccio ha rivelato con precisione gli effetti benefici del ripristino forestale sugli habitat degli uccelli. Lo studio ha rilevato che il ripristino forestale si riflette non solo nell’espansione dell’area, ma soprattutto nel miglioramento complessivo di indicatori di qualità come la copertura arborea, l’altezza, la connettività e la complessità strutturale. Questi miglioramenti strutturali forniscono agli uccelli habitat più adatti. Quasi tre quarti delle specie di uccelli hanno sperimentato una significativa espansione dell’habitat durante il periodo studiato, con notevoli benefici per le specie con nicchie ecologiche più ampie. Inoltre, il ripristino forestale ha, in una certa misura, mitigato la perdita di habitat causata dai cambiamenti climatici. Lo studio ha anche rilevato che sia le foreste naturali che quelle piantate hanno dimostrato un’efficacia comparabile nel ripristino della biodiversità, con la copertura arborea e la complessità strutturale della chioma identificate come fattori chiave. Questo è il frutto di un programma ambientale sviluppato dalle istituzioni socialiste cinesi.   Fonti: https://www.globaltimes.cn/page/202512/1349871.shtml   Ulteriori approfondimenti: https://www.wired.it/article/cina-ndc-clima-emissioni-carbonio-2035/ https://www.nature.com/articles/s41467-024-48546-0 https://www.nature.com/articles/s43247-025-02323-z https://www.nature.com/articles/s41467-024-52785-6 Lorenzo Poli
Immunoterapia contro l’invecchiamento: siamo vicini a rompere il ciclo vitale?
Dai primi miti sulla fonte dell’eterna giovinezza alle moderne terapie cellulari, la ricerca umana di prolungare la vita sembra entrare in una nuova fase, dove la scienza converge con un desiderio ancestrale. Da quando l’essere umano è consapevole della sua finitezza, ha sognato di sfuggirle. Nel Poema di Gilgamesh (circa 2100 a.C.), l’eroe mesopotamico intraprende un viaggio alla ricerca della pianta che dona la vita eterna. Gli alchimisti medievali cercavano instancabilmente l’elisir di lunga vita e le leggende della Fontana della Giovinezza hanno popolato l’immaginario delle culture di tutto il mondo. Oggi, quel sogno millenario viene perseguito nei laboratori di biotecnologia (eredi di quegli antichi alchimisti e dei loro laboratori), dove si sta sviluppando un vaccino progettato non per prevenire una malattia specifica, ma per combattere il processo stesso dell’invecchiamento. Una rivoluzione nella comprensione dell’invecchiamento L’invecchiamento, considerato per secoli un declino inevitabile e omogeneo, è ora inteso come un processo biologico con meccanismi specifici e potenzialmente curabili. Uno di questi meccanismi chiave è la senescenza cellulare. Nel corso della vita, alcune cellule smettono di dividersi ma non muoiono. Invece di contribuire al tessuto, secernono sostanze infiammatorie che danneggiano le cellule vicine e creano un ambiente favorevole alla malattia. La proposta è un’immunoterapia senolitica. Il suo obiettivo è quello di addestrare il sistema immunitario a riconoscere ed eliminare in modo preciso ed efficiente queste cellule senescenti. In questo modo, si attacca una delle cause profonde del deterioramento fisico associato all’età e di patologie come il cancro, dove queste cellule proteggono i tumori. Questo approccio rappresenta un cambiamento di paradigma: non si tratta solo di allungare la vita, ma di prolungare gli anni di vita sana, comprimendo i periodi di malattia e dipendenza. Come funziona questo vaccino contro l’invecchiamento? A differenza di un vaccino preventivo tradizionale, si tratta di un trattamento personalizzato. Sebbene i dettagli tecnici siano complessi, il concetto può essere semplificato: 1. Vengono isolate le cellule senescenti specifiche del paziente. 2. Queste cellule vengono utilizzate per insegnare al sistema immunitario del paziente a riconoscere la loro firma unica. 3. Il sistema immunitario, così addestrato, mobilita le sue risorse per cercare e distruggere le cellule senescenti in tutto il corpo. Negli studi preclinici sugli animali, questo approccio ha mostrato risultati straordinari, non solo migliorando i marcatori di salute, ma aumentando l’aspettativa di vita di oltre il 100%. Immorta Bio, con sede a Miami, ha già presentato la documentazione normativa necessaria alla FDA statunitense per avviare la prima sperimentazione clinica sull’uomo, inizialmente incentrata su pazienti con cancro ai polmoni in stadio avanzato. Cosa significa rompere il ciclo? Lo sviluppo del trattamento ci pone di fronte a un profondo bivio filosofico ed etico. La finitezza è stata, storicamente, un motore essenziale della cultura, dell’arte, della trascendenza e del senso di urgenza vitale. Cosa succede quando questo confine si confonde? La prospettiva di vivere più a lungo in piena salute è potente. Significherebbe ridurre la sofferenza delle malattie degenerative, prolungare il tempo di contribuzione e creatività e ridefinire le fasi della vita. È la materializzazione di un desiderio antico quanto l’umanità. Sorgono inevitabili domande. Chi avrà accesso a queste terapie? Come influenzerà le dinamiche demografiche, le pensioni o le relazioni intergenerazionali? Cambierà la nostra percezione del valore del tempo? Già nel XVII secolo il filosofo francese Blaise Pascal rifletteva su come l’inquietudine umana derivi dalla nostra incapacità di stare seduti in silenzio in una stanza, un’inquietudine che la finitezza acuisce. La scienza sta avanzando verso la possibilità tecnica di allungare il ciclo. Tuttavia, come società, dobbiamo riflettere se siamo pronti per questo. La storia di Gilgamesh si conclude con l’eroe che perde la pianta dell’immortalità, un promemoria del fatto che la ricerca, più che il destino, può essere ciò che ci definisce. Oggi, la pianta potrebbe germogliare in un laboratorio, e il suo raccolto dipenderà non solo dalla biologia, ma anche dalla saggezza con cui decideremo di usarla. Le informazioni su SenoVax si basano sui comunicati della società Immorta Bio e sulla sua domanda di brevetto internazionale PCT/WO2025184665. Il trattamento è in fase preclinica avanzata e i risultati sugli esseri umani devono ancora essere determinati in futuri studi clinici. Ci troviamo di fronte a una nuova sfida per l’umanità, la vita e il significato di tutto ciò che esiste. Quim De Riba
Vaccini e alluminio, i numeri che nessuno ti mostra. La realtà che nessuno vuole discutere
Perché parlare di alluminio nei vaccini? Nel primo anno di vita un bambino italiano riceve più alluminio che in qualsiasi altro periodo della sua esistenza, non perché lo ingerisca: perché lo iniettiamo. Abbiamo più volte trattato l’argomento (vedi QUI) mostrando come l’alluminio sia l’adiuvante più usato da decenni ma: * i meccanismi non sono completamente chiariti, * non esistono studi a lungo termine nei neonati, * e i limiti regolatori non considerano peso, co-somministrazione e cumulativo. L’obiettivo di questo nuovo articolo è semplice: mettere i numeri sul tavolo. I VACCINI NON SONO TUTTI UGUALI Ogni vaccino è un prodotto a sé: antigeni, adiuvanti, eccipienti, residui di produzione, stabilizzanti, tensioattivi. Dire “tutti i vaccini sono sicuri” è uno slogan, la realtà scientifica è semplice: ogni vaccino ha un suo rischio-beneficio unico. LE TECNOLOGIE VACCINALI * Vivi attenuati Imitano un’infezione naturale. * Inattivati / subunità Poco immunogeni → richiedono adiuvanti, soprattutto alluminio. * Vaccini genetici (mRNA, DNA, adenovirus) Non usano alluminio, ma altri stimoli immunologici. COSA FA L’ALLUMINIO? L’alluminio è il “segnale di pericolo” che attiva il sistema immunitario ma: * il suo comportamento nel corpo non è completamente noto, * i tempi di smaltimento non sono stati studiati nei neonati, * i sali vaccinali non hanno farmacocinetica paragonabile all’alluminio alimentare. Eppure l’alluminio nei vaccini viene considerato “sicuro” per tradizione, non per dati. QUANTO ALLUMINIO CONTENGONO I VACCINI ITALIANI? Dati ufficiali dei fogli illustrativi EMA: * Esavalente (Infanrix hexa) 0,82 mg * Prevenar 13 0,125 mg * Bexsero (MenB) 0,50 mg
 I NUMERI REALI DEL CALENDARIO ITALIANO A 2 mesi (peso medio 4,5 kg) * Esavalente → 0,82 mg * Prevenar → 0,125 mg * Bexsero → 0,50 mg Totale: 1,445 mg corrispondente a 321 μg/kg A 5 mesi (peso medio 6,5 kg) Stessa combinazione: Totale: 1,445 mg corrispondente a 222 μg/kg A 11 mesi (peso medio 9 kg) * Esavalente → 0,82 mg * Prevenar → 0,125 mg * Bexsero → 0,50 mg Totale: 1,445 mg corrispondente a 160 μg/kg Totale di alluminio iniettato nel primo anno * Esavalente: 3 × 0,82 mg = 2,46 mg * Prevenar: 3 × 0,125 mg = 0,375 mg * Bexsero: 3 × 0,50 mg = 1,50 mg Totale: 4,335 mg di alluminio nel primo anno Oltre 4,3 mg, senza che nessuno lo dica. I LIMITI STABILITI NON PROTEGGONO IL BAMBINO Limite regolatorio della FDA USA è 0,85 mg per singolo vaccino MA non esiste limite per: la somma dei vaccini nella stessa seduta
 i mg/kg di peso
 il totale annuale
 i neonati prematuri
 i neonati di peso inferiore. RISULTATO: A 2, 5 e 11 mesi un neonato riceve 1,445 mg a seduta, più del limite previsto per un singolo vaccino. E questo per tre volte. LA SOGLIA PRUDENZIALE ATSDR Soglia prudenziale sistemica → 1 μg/kg/die Esposizioni reali: * 2 mesi → 321 μg/kg * 5 mesi → 222 μg/kg * 11 mesi → 160 μg/kg Da 160 a 321 volte la soglia prudenziale. Un farmaco qualunque che superasse di 300 volte una soglia tossicologica
→ verrebbe ritirato immediatamente.
Ma sui vaccini?
Silenzio. ATSDR è una sigla che indica: Agency for Toxic Substances and Disease Registry (Agenzia per le Sostanze Tossiche e il Registro delle Malattie)È un’agenzia federale degli Stati Uniti, parte del Department of Health and Human Services (HHS), la stessa struttura del CDC. È l’ente che: * studia la tossicità delle sostanze chimiche * stabilisce livelli di esposizione considerati “minimali” o “a rischio” * pubblica limiti tossicologici per metalli pesanti, solventi, inquinanti * usa criteri molto più prudenti di quelli clinici o industriali * valuta l’impatto su popolazioni vulnerabili (bambini, neonati, donne incinte). È considerata l’autorità principale negli USA per le linee guida tossicologiche: i suoi valori (MRL, Minimal Risk Levels) vengono usati in epidemiologia, pediatria, tossicologia e salute ambientale. PERCHÉ È RILEVANTE NEL DISCORSO SULL’ALLUMINIO DEI VACCINI? Perché l’ATSDR ha stabilito un valore chiave: MRL orale per l’alluminio = 1 mg/kg/die
ma con assorbimento intestinale stimato allo 0,1%. Convertito in equivalente sistemico (cioè quello che realmente entra nel sangue), questo dà: ≈ 1 µg/kg/die Questo è il valore che molti tossicologi considerano una soglia di sicurezza “ragionevole” per neonati, e che è centinaia di volte inferiore rispetto alle dosi realmente iniettate nei bambini durante le sedute vaccinali. PERCHÉ È UN PROBLEMA? Nei vaccini la somministrazione è iniettiva, non orale; l’assorbimento è 100%, non lo 0,1% dell’intestino; il sistema immunitario è stimolato artificialmente; la clearance dei sali di alluminio è lenta, non immediata. RISULTATO? UN NEONATO PUÒ RICEVERE 160–321 VOLTE IL LIMITE PRUDENZIALE ATSDR IN UN SINGOLO GIORNO. DOVE VA L’ALLUMINIO NEL CORPO? Dati noti: * persiste nel muscolo per anni * accumulo nei macrofagi * migrazione verso fegato, milza, cervello * trovato in cervelli umani in quantità elevate (autismo, Alzheimer, SM) * attraversa la barriera ematoencefalica in condizioni immunoattivate * nessuno studio a lungo termine sui neonati Lo studio clinico a cui si fa riferimento per la sicurezza dell’alluminio ha una durata di 24 ore con 15 neonati.
Fine. MMF: LA LESIONE CHE NESSUNO VUOLE DISCUTERE La Miofascite Macrofagica: * macrofagi carichi di alluminio * granulomi nel deltoide * persistenza fino a 10–15 anni * sintomi riportati: stanchezza, mialgie, disturbi cognitivi Non esiste spiegazione alternativa.
Non esiste indagine sistemica.
Eppure è documentata. La posizione ufficiale OMS, FDA, EMA affermano che l’alluminio vaccinale è “sicuro” ma basano tutto su: * modelli matematici * ipotesi di clearance veloce * assenza totale di studi longitudinali sui neonati La co-somministrazione multipla del calendario italiano?
Ignorata. Fatti certi: 1. I mg di alluminio contenuti nei vaccini sono noti e precisi. 2. A ogni seduta si iniettano 1,445 mg. 3. Totale primo anno: oltre 4,3 mg. 4. Esposizione per kg: fino a 321× la soglia prudenziale. 5. Mancano studi sulla farmacocinetica nei neonati. 6. L’alluminio persiste e migra nei tessuti. 7. Esiste la possibilità che si depositi nel cervello umano. 8. Le agenzie non considerano peso, cumulativo, seduta multipla. 9. La sicurezza dell’alluminio è “presunta, non dimostrata”. I numeri ci sono.
Gli studi mancano.
Le garanzie non esistono. In scienza, quando i dati non ci sono, non si dice “sicuro”:
si dice “non lo sappiamo”. E nel caso dell’alluminio “Non lo sappiamo” significa che non possiamo dare per scontato nulla.
Nemmeno ciò che ci hanno sempre chiesto di credere. AsSIS
Dentro i laboratori che “leggono” le malattie: l’alleanza AITIC–Fondazione Alessandra Bono e la sfida di rilanciare l’Anatomia Patologica in Italia
C’è un luogo, nella medicina moderna, dove la diagnosi prende forma prima ancora che inizi la terapia: è il laboratorio di Anatomia Patologica. Un crocevia silenzioso, spesso invisibile agli occhi del grande pubblico, ma decisivo per stabilire se una cura sarà efficace o se un tumore potrà essere intercettato in tempo. Ed è proprio da qui, da questo “dietro le quinte” della sanità, che nasce l’alleanza strategica tra AITIC (Associazione Italiana Tecnici di Istologia e Citologia) e la Fondazione Alessandra Bono, presentata a Corte Franca il 28 novembre. Un progetto che unisce formazione, ricerca e divulgazione per restituire centralità a una disciplina tanto complessa quanto cruciale. L’anatomia invisibile che guida le cure Quando un paziente si sottopone a una biopsia o a un intervento chirurgico, il percorso non si esaurisce in sala operatoria. Quel frammento di tessuto finisce nelle mani di tecnici specializzati e anatomo-patologi, professionisti che – attraverso microscopia, colorazioni, citologia e oggi anche test molecolari – decodificano la malattia. In un’epoca di terapie personalizzate, sono loro a individuare biomarcatori e mutazioni che orientano oncologi e chirurghi nelle scelte terapeutiche. Senza un laboratorio efficiente, la medicina di precisione resta una promessa incompiuta. Eppure, raccontano gli addetti ai lavori, questo settore soffre ancora di una scarsa visibilità. «È una disciplina in continua evoluzione – ricorda il professor P. Luigi Poliani, direttore dell’Anatomia Patologica degli Spedali Civili di Brescia – ma poco conosciuta dai giovani, che spesso ignorano quanto sia centrale per la medicina moderna». Quando scienza e comunità si incontrano È qui che interviene la collaborazione AITIC–Fondazione Alessandra Bono, decisa a colmare un vuoto culturale e a investire sulle nuove generazioni. I progetti avviati negli ultimi anni parlano chiaro: laboratori aperti agli studenti degli istituti superiori, concorsi artistici nati dall’elaborazione di immagini microscopiche, mostre itineranti e strumenti digitali divulgativi. Un modo per raccontare la scienza fuori dalle aule universitarie, rendendola accessibile e attraente. Ma la divulgazione non basta. Serve anche sostenere chi nei laboratori ci lavora ogni giorno. Per questo nel 2026 partirà un bando nazionale rivolto ai Tecnici di Laboratorio under 35 iscritti a Master in ambito anatomo-patologico: fondi dedicati e la possibilità di presentare le tesi al Congresso Nazionale AITIC. «Un investimento concreto nella crescita professionale», sottolinea Massimo Bonardi, vicepresidente AITIC. Dai laboratori pilota a una rete nazionale La partnership ha già prodotto risultati tangibili. Il Progetto Multicentrico, avviato nel 2022 con sei laboratori, oggi coinvolge 18 centri in dieci regioni. L’obiettivo è ambizioso: standardizzare protocolli, migliorare la qualità pre-analitica e fotografare lo stato dell’arte dell’Anatomia Patologica italiana. Un documento condiviso verrà pubblicato nella primavera 2026. Intanto cresce anche l’offerta formativa: i “Mercoledì Accademici” sono passati da quattro a sei appuntamenti annuali, con oltre 150 iscritti nel 2025, mentre prosegue il Premio Studio Alessandra Bono, dedicato ai neolaureati che scelgono di specializzarsi in un ambito ancora considerato “di nicchia”. Una scommessa sulla cura del futuro «Per migliorare la sopravvivenza nelle malattie oncologiche servono laboratori d’eccellenza e risorse umane altamente qualificate», afferma Laura Ferrari, vicepresidente della Fondazione Alessandra Bono. Parole che riassumono il senso ultimo di questa alleanza: riportare attenzione su un settore che, pur lavorando lontano dai riflettori, determina la qualità dell’intero sistema sanitario. Dietro ogni vetrino, dietro ogni immagine microscopica, c’è una diagnosi che cambia la vita di un paziente. Rafforzare l’Anatomia Patologica significa, in ultima analisi, rafforzare il diritto alla cura. Ed è su questo terreno – tecnico, umano e politico insieme – che AITIC e la Fondazione Alessandra Bono hanno scelto di investire. Una scelta che parla di futuro, non solo della medicina, ma della comunità intera.   Per approfondimenti: https://www.fondazionealessandrabono.it/  e   https://www.aitic.it/ Simona Duci
IRIS ultima corsa?
Circa trentatré anni fa, il 22 ottobre 1992, dal poligono di lancio del Kennedy Space Center (KSC) in Florida, decolla la Missione Shuttle STS-52. Uno dei tanti viaggi, in orbita bassa (LEO), che lo Space Transportation System “Columbia” effettuava ormai regolarmente da diversi anni, se non fosse per il carico a bordo di questo nuovo volo: il Sistema di Lancio IRIS, un progetto tutto italiano. La missione del velivolo “Columbia”, durò 9 giorni, 20 ore, 56 minuti e 13 secondi (secondo fonti NASA) e durante tale lasso di tempo, l’Italia ebbe il suo momento di gloria. Il volo avveniva “solo” una decina di giorni dopo il 500° anniversario della scoperta dell’America, ma quello che accadde fu che un nuovo pezzo di Storia dell’Aero-Spazio vene scritto grazie alle competenze dell’Industria Aerospaziale Italiana… Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, un passo importante verso l’evoluzione delle attività spaziali e scientifiche italiane si era compiuto grazie ad un accordo tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche – Piano Spaziale Nazionale (CNR) e la NASA, per lo sviluppo e il lancio del satellite scientifico, per studi geodetici, LAGEOS II (Laser Geodynamics Satellites), e del suo sistema di Lancio IRIS (Italian Research Interim Stage): uno stadio per l’immissione in orbita di carichi fino a 900 Kg da utilizzare in combinazione con lo Space Shuttle. Grazie al succitato accordo il Progetto, e successiva Missione, IRIS-LAGEOS ebbe inizio. Lo sviluppo, supervisionato dalla neonata ASI (Agenzia Spaziale Italiana già PSN/CNR), venne affidato ad Alenia Spazio (ex Aeritalia) e Snia BPD (azienda del gruppo Fiat ed incaricata della parte motoristica a propellente solido) i quali avrebbe dovuto costruire un sistema simile al lanciatore NASA “PAM-D”. LAGEOS II, un satellite passivo di forma sferica di 60 cm di diametro, del peso di 411 Kg e ricoperto di prismi (426 retroriflettori), aveva l’obiettivo di definire con precisione la forma della Terra, determinare i movimenti delle placche tettoniche dovuti alla deriva dei continenti e misurare alcuni parametri della relatività generale teorizzati da Einstein, con una precisione del 10% e per fare questo si rendeva necessario posizionarlo su un’orbita geostazionaria a circa 6000 Km di quota. Per il trasferimento in orbita ed il posizionamento del satellite, si erano ingegnerizzati e costruiti “ad hoc” due stadi a propellente solido identificati come di Apogeo e di Kick-Off. Questi due motori, promossero l’Italia come eccellenza in campo propulsivo aerospaziale, poiché, grazie alla qualità costruttiva dei sistemi impiegati, vennero accettati ed autorizzati da NASA al loro utilizzo, ma soprattutto al loro trasporto e condivisione della Cargo Bay di uno Space Shuttle con altri carichi. Ma il vero momento di gloria fu lo svolgimento completo della Missione IRIS-LAGEOS II. Il secondo giorno di volo lo Space Shuttle “Columbia” aprì le porte della Cargo Bay, il sistema IRIS attivato e la procedura semiautomatica espose il gruppo di lancio LAGEOS II all’ambiente spaziale. Sganciato il sistema LAGEOS II, esso venne posto in rotazione per stabilizzarne la traiettoria di uscita dallo Shuttle. Arrivato al regime di rotazione e stabilizzato, il gruppo di lancio venne liberato dal sistema IRIS e fatto uscire dalla Cargo Bay grazie all’impiego di 4 molle in acciaio. Una volta all’esterno del “Columbia”, l’STS manovrò per arrivare in una posizione di sicurezza opposta al punto di lancio del satellite. Il motore di Apogeo, 40 minuti dopo l’uscita nello Spazio, venne attivato per trasferire LAGEOS II dall’orbita bassa alla sua orbita definitiva. Raggiunta l’altitudine corretta venne attivato il secondo motore, di Kick-Off, per dare la necessaria spinta di messa in orbita al satellite. Profilo di Missione IRIS-LAGEOS II. Tutto si svolse nel migliore dei modi e il satellite venne posizionato a 5900 Km di distanza dalla Terra con una inclinazione orbitale compresa di 52° ed una eccentricità di orbita inferiore allo 0,01.  Per circa 38 ore di missione del volo STS 52, lo Spazio divenne Italiano.     Tutte le operazioni di assemblaggio, preparazione al volo e Test, sia del Lanciatore IRIS che del gruppo di lancio LAGEOS II, le operazioni di supporto alla Missione IRIS-LAGEOS II al Kennedy Space Center (dalle operazioni di caricamento a bordo dello Space Shuttle “Columbia”, le attività in rampa di lancio, le fasi del volo e le attività dopo l’atterraggio) vennero svolte da un Team scelto di Ingegneri e Tecnici tutto italiano. IRIS-LAGEOS II Mission Team Nel 2000, il Lanciatore IRIS, venne espressamente richiesto da NASA per la sua versatilità ed affidabilità, in ambito del progetto TRIANA al fine di portare in orbita e lanciare l’omonimo satellite per osservazioni ambientali della Terra. Il progetto TRIANA era appoggiato dal politico e ambientalista statunitense Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti d’America dal 1993 al 2001 durante la presidenza di Bill Clinton. Ma le sorti del secondo volo di IRIS non seguirono i passi del precedente, perché il progetto TRIANA venne cancellato con la sconfitta del politico alla corsa per la presidenza USA nel 2001. Da dopo la sua dismissione come lanciatore, nel 2005, il sistema di volo ha trovato casa presso la sede di ALTEC S.p.a. ed è stato uno dei pezzi più ammirati dai visitatori dei suddetti spazi espositivi.  In questi giorni il Sistema IRIS, secondo progetto completamente Italiano, dopo lo SPACELAB ad essere stato nello Spazio ed essere rientrato a Terra per il suo riutilizzo, si appresta al suo, speriamo non ultimo, viaggio verso il magazzino esterno che comunque sancisce inequivocabilmente anche il termine della sua missione divulgativa post-operativa. La speranza per il futuro, di questo incredibile pezzo di Storia dello Spazio Italiano, e quella che non cada nell’oblio, ma possa lasciare l’attuale area “di parcheggio”, per essere esposto nuovamente al pubblico magari nel futuro museo dell’Aerospazio di Torino di cui tanto si parla da anni. Paolo Navone
Dove finiscono i nostri dispositivi digitali?
C’è un rumore che non si sente, ma che accompagna ogni nostro gesto digitale: quello delle terre rare, dei minerali nascosti nei circuiti che illuminano i nostri schermi. È un’eco lontana, che dal cuore dell’Africa arriva fino alle nostre valli. Oggi, in Valle Trompia nella provincia di Brescia, quella domanda silenziosa trova una risposta concreta: un nuovo punto di raccolta per la campagna TERRE RARE, nella bottega del mondo della cooperativa Karibu a Gardone Val Trompia, dove un gesto semplice – consegnare un cellulare guasto – diventa un atto ambientale, culturale e umano. Un progetto globale che mette radici locali La campagna, ideata dal Jane Goodall Institute e promossa nel Bresciano da 5R Zero Sprechi, porta con sé un’eredità pesante: quella di Jane Goodall, l’etologa che ha trasformato lo studio della natura in una forma di rispetto attivo. Il nuovo desk si aggiunge ai punti già attivi a Lumezzane, Sarezzo e Villa Carcina, contribuendo a un mosaico solidale che ora conta 17 stazioni di raccolta in tutta la provincia, molte ospitate in biblioteche e spazi comunitari. Il progetto ha anche il patrocinio di UNICEF Brescia, rafforzando il legame tra sostenibilità ambientale e diritti dell’infanzia. Il viaggio nascosto dei rifiuti elettronici La raccolta non è fine a sé stessa: tablet e cellulari irrecuperabili vengono smontati, i metalli estratti e riutilizzati per dare vita a nuovi dispositivi rigenerati. Ad oggi, la provincia di Brescia ha già conferito circa 300 kg di materiale elettronico. Dietro quei numeri c’è una storia complessa, che coinvolge sfruttamento minerario, lavoro minorile e tonnellate di rifiuti difficili da trattare. Per questo le scuole del territorio hanno iniziato percorsi di sensibilizzazione: parlare di ciò che c’è dietro un semplice smartphone è il primo passo per ridurne l’impatto.   Fotografie d’archivio 5rzerosprechi   Un ponte con la Tanzania Il ricavato della campagna sostiene un orfanotrofio in Tanzania legato al Jane Goodall Institute. Mentre i nostri dispositivi esauriti trovano una seconda vita, quella filiera circolare si trasforma in aiuto concreto: meno rifiuti per noi, più opportunità per chi vive in condizioni fragili. È un equilibrio di responsabilità che va oltre l’ambiente e tocca direttamente la giustizia sociale. L’inizio simbolico di un percorso L’inaugurazione del nuovo desk si è svolta il 22 novembre. Un momento in cui cittadini, volontari e istituzioni hanno potuto consegnare simbolicamente i primi apparecchi non riparabili, inaugurando ufficialmente la raccolta a Gardone. Un piccolo rito collettivo, un modo per prendere coscienza che anche gli oggetti più comuni – quelli che dimentichiamo in un cassetto – hanno un costo ambientale e umano. Inoltre il 6 dicembre è prevista l’apertura di un punto raccolta, anche a Ome. La campagna TERRE RARE ricorda che la sostenibilità non nasce da gesti eroici, ma da una somma di scelte quotidiane. Ogni dispositivo recuperato è un frammento di mondo sottratto allo spreco, un pezzo della storia che potrà ricominciare altrove. Come recita il motto dell’iniziativa: “Se tuttə facciamo poco, insieme possiamo fare molto.”   Simona Duci