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Stazioni spaziali gonfiabili!
Le Stazioni Spaziali gonfiabili, o Inflatable Habitat, sono la nuova frontiera tecnologica dell’Esplorazione Spaziale. Il progetto consiste nel poter sfruttare al massimo il volume di carico disponibile, nei veicoli di lancio, portando più sistemi atti a supportare la creazione di una Stazione Spaziale modulare ed ergonomica anche in termini di costi. L’idea di avere a disposizione una nuova Stazione Orbitale, si rende necessario con il ritiro programmato della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), previsto intorno al 2030, al fine di continuare le sperimentazioni in LEO (orbita bassa).       Ipotetica sezione di un futuro modulo gonfiabile A tale proposito la progettazione di alcune Stazioni Spaziali, soprattutto commerciali, stanno seguendo la strada degli habitat gonfiabili, realizzati con materiali incredibilmente resistenti, super-flessibili ed incredibilmente “leggeri” che vengono cuciti insieme e successivamente espansi in una grande struttura. Al lancio, questi habitat, sono ripiegati e imballati nella carenatura del carico utile del veicolo di lancio e, una volta in orbita, sono progettati per essere considerevolmente più grandi di un modulo metallico standard lanciato da un razzo simile. Non è tutto, infatti la possibilità di ripiegarli permetterebbe di lanciarne diversi insieme ad ogni volo, diversamente dal lancio di moduli standard rigidi che richiedono un vettore ciascuno e quindi alti costi di messa in orbita.   Habitat così grandi potrebbero anche essere utilizzati non solo in orbita terrestre bassa (LEO), come per la ISS, ma anche sulla Luna o persino su Marte per fornire elementi costruttivi da impiegare sulla loro superficie. Il materiale utilizzato per questi nuovi moduli gonfiabili si chiama Vectran, che è cinque volte più resistente dell’acciaio e dieci volte più resistente dell’alluminio.  La loro certificazione. Tuttora in fase di avanzamento, consiste in numerosi test, tra cui ovviamente un test di pressione o un test di scoppio, per verificarne la sicurezza, l’abitabilità e la loro affidabilità quando a contatto di un terreno extraterrestre. Tra le aziende del settore interessate al progetto, la più avanti è la Bigelow Aerospace che grazie al suo prototipo. il Bigelow Expandable Activity Module (noto anche come BEAM), si è già assicurata un posto sulla ISS.    Modulo BEAM agganciato alla ISS (Nasa courtesy) Lanciato verso la Stazione Spaziale Internazionale l’8 aprile 2016 e consegnato da una nave Cargo Dragon, CRS-8, il BEAM è stato agganciato alla porta di attracco posteriore del NODO 3 “Tranquillity” e ha un’estensione della sua vita di test prevista almeno fino al 2028.  È stato gonfiato e testato nel corso degli anni ed al momento utilizzato come modulo di stoccaggio per distribuire meglio i carichi. Se il BEAM è un accessorio della Stazione Spaziale Internazionale, nel progetto di Lockheed Martin, chiamato Starlab, tutta la stazione verrà assemblata con moduli gonfiabili; una piattaforma commerciale che ospiterà un equipaggio permanente, dedicata a condurre ricerche critiche, attività industriali e mediche che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) diventare operativa entro il 2027. Anche Sierra Space, in collaborazione con Blue Origin, ha un progetto “Inflatable”: si chiama Orbital Reef, una stazione spaziale a uso misto in orbita terrestre bassa per il commercio, la ricerca e il turismo, che, si spera, diventerà operativa intorno al 2030. Innovazione proposta a bordo di Orbital Reef sarà l’attuazione di un design modulare che avrà come punto focale l’habitat chiamato LIFE (Large Integrated Flexible Environment) il quale, a differenza dei moduli quali lo Starlab di Bigelow, potrà dotarsi di habitat con caratteristiche diverse a seconda del loro impiego: Node (per la connessione di più moduli), Core (una unità di comando e gestione della stazione) e Research (un modulo laboratorio). I moduli abitativi LIFE saranno disponibili in una vasta gamma di dimensioni ed allestimenti, iniziando dal modulo LIFE 10 che sarà il prototipo in scala ridotta, e potranno anche essere trasportati su Luna e Marte. Prototipo del modulo LIFE nella Space Station Processing Facility (NASA courtesy) Inoltre l’Orbital Reef sarà in grado di attraccare con quasi tutti i velivoli spaziali operativi attualmente utilizzati per le attività di trasporto da terra quali: SpaceX Dragon, Soyuz, Boeing Starliner e il futuro Sierra Space Dream Chaser. E così il “Camping Spaziale” è servito!!    Paolo Navone
March 3, 2026
Pressenza
Cuba si libera della dipendenza dal petrolio
Vi spiego: bisogna parlare in megawatt (MW) perché è così che funzionano le cose. Cuba non dipende totalmente dal petrolio poiché, in collaborazione con la Cina, sta portando avanti un piano accelerato di installazione di energia fotovoltaica, superando i 1.000 MW di capacità installata all’inizio del 2026 attraverso la sincronizzazione di più parchi fotovoltaici. Sono stati completati decine di parchi da 21,8 MW ciascuno, il che ha permesso di migliorare la produzione diurna e ridurre il consumo di combustibile. Cosa si consuma Orario diurno: 3000 MW Ore di punta dalle 18 alle 21: 3500 MW La generazione disponibile rimane al di sotto dei 2.500 MW, causando deficit compresi tra 500 MW e 1.000 MW e generando i fastidiosi “blackout”. Affinché il sistema sia efficiente, Cuba deve disporre di una capacità installata e disponibile compresa tra circa 4.000 MW e 4.500 MW. Perché più di quanto se ne consuma? Per le riserve operative, la manutenzione e altre esigenze impreviste. Affinché tutto il Paese sia coperto e non ci siano più blackout, è necessario un investimento massiccio in sistemi di stoccaggio (batterie) su larga scala che sono molto costosi. Tuttavia, si stanno incorporando sistemi di accumulo di energia in parchi selezionati (ad esempio L’Avana, Holguín, Granma) per migliorare la stabilità del Sistema Energetico Nazionale (SEN) e consentire l’uso dell’energia solare al di fuori delle ore di sole. Situazione attuale e proiezioni (febbraio 2026): Capacità e sincronizzazione: all’inizio del 2026, Cuba ha dichiarato di aver sincronizzato al Sistema Elettrico Nazionale (SEN) più di 45 parchi, superando i 1.000 MW di capacità installata totale. Obiettivo 2026: il Paese punta ad aggiungere altri 100 MW di generazione fotovoltaica nel 2026, mantenendo il ritmo di crescita dell’anno precedente. Nonostante questi progressi, continuano a verificarsi blackout, soprattutto di notte, a causa dell’elevata dipendenza dai combustibili fossili e della lenta implementazione delle batterie su larga scala. Ma i cubani sono ottimisti e hanno fiducia nella loro rivoluzione, che ha superato situazioni ben peggiori. Ora tutti li stanno aiutando. E per dimostrarvelo, vi racconterò un aneddoto: avevo un amico cubano molto simpatico, loquace e perennemente ottimista, purtroppo ormai scomparso, che mi diceva: “Stiamo molto bene perché ora, a volte, abbiamo i LAMPI.” (N.d.T) In caso di interruzioni elettriche, periodo di tempo (simile a un lampo) in cui viene ripristinata la corrente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Margarita Labarca Goddard
March 1, 2026
Pressenza
ITASEC26, la decima edizione della conferenza nazionale sulla cybersicurezza
La convention organizzata da CINI Cybersecurity National Lab e Fondazione SERICS con il patrocinio dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e dell’Università degli Studi di Cagliari ha radunato i vertici della cybersecurity europea e italiana nel capoluogo sardo. Vi sono intervenuti l’ACN – Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, Roberto Baldoni, il direttore esecutivo dell’European Cybersecurity Competence Center, Luca Tagliaretti, il direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, Bruno Frattasi, e il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Giovanni Melillo, a cui il direttore del CINI Cybersecurity National Lab e presidente del comitato scientifico della Fondazione SERICS, Alessandro Armando, si è rivolto affermando: “Non posso che esprimere soddisfazione e gratitudine per la presenza e il riconoscimento dato da figure istituzionali così rilevanti al ruolo strategico giocato dalla comunità scientifica nazionale per la resilienza del paese e per la tutela dei diritti nel cyberspazio. Mi sono commosso per le parole di stima e gratitudine del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo che ha ripetutamente ringraziato CINI per l’importante supporto dato al suo lavoro, una collaborazione iniziata nel 2022 che proseguirà con importanti progetti da sviluppare insieme”. Il referente scientifico del programma formativo The Big Game, Paolo Prinetto ha dichiarato: “É stato per noi un grandissimo onore che il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo abbia voluto partecipare in presenza a ITASEC26. Oltre ad aver espresso grande apprezzamento per la fruttuosa collaborazione da anni in atto tra la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e il CINI Cybersecurity National Lab, ha espresso l’interesse e la disponibilità ad avviare nuove e sfidanti collaborazioni su tematiche particolarmente rilevanti per il sistema Paese”. Redazione Sardigna
February 17, 2026
Pressenza
Lo spazio: da bene comune dell’umanità a nuova frontiera commerciale
Il 27 gennaio ricorre l’anniversario dell’apertura alla firma del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, il pilastro del diritto spaziale internazionale. Firmato nel 1967, il trattato rappresentò un atto di lungimiranza politica e giuridica: per la prima volta l’umanità riconosceva che lo spazio non poteva diventare terreno di conquista, ma doveva restare un bene comune, destinato a usi pacifici e a beneficio di tutti. Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, quello stesso trattato è chiamato a confrontarsi con una realtà radicalmente cambiata, segnata dall’ingresso massiccio di attori privati e dallo sfruttamento commerciale dell’orbita terrestre. Il trattato fu aperto alla firma a Washington, Londra e Mosca, ed entrò in vigore il 10 ottobre 1967. I tre Stati depositari furono Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, a testimonianza del tentativo di sottrarre lo spazio alla logica del confronto militare tra blocchi. I suoi principi fondamentali sono chiari: – lo spazio extra-atmosferico non può essere oggetto di appropriazione nazionale, né tramite rivendicazioni di sovranità, né tramite occupazione o altri mezzi; – l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio devono avvenire per scopi pacifici e a beneficio dell’intera umanità; – è vietato collocare armi nucleari o di distruzione di massa in orbita o su corpi celesti; – gli Stati sono responsabili delle attività spaziali condotte sia da enti pubblici sia da soggetti privati autorizzati sul proprio territorio. Ad oggi, oltre 115 Stati hanno ratificato il trattato, inclusi tutti i principali attori spaziali: Stati Uniti, Russia, Cina, i Paesi dell’Unione Europea, il Giappone e l’India. Il consenso quasi universale ne fa ancora oggi la pietra angolare del diritto spaziale internazionale. Nei decenni successivi alla sua entrata in vigore, il trattato ha fornito il quadro giuridico entro cui si sono sviluppate le grandi imprese spaziali del Novecento: dalle missioni lunari del programma Apollo alla cooperazione scientifica che ha portato alla Stazione Spaziale Internazionale. Lo spazio veniva percepito come un luogo di esplorazione, prestigio scientifico e cooperazione, seppure in un contesto di competizione geopolitica controllata. Tuttavia, con l’inizio del XXI secolo, questo equilibrio ha iniziato a cambiare. Negli ultimi quindici anni lo spazio è diventato sempre più un ambiente economico. Il caso più emblematico è quello di SpaceX, fondata da Elon Musk. Attraverso il progetto Starlink, SpaceX ha costruito la più grande costellazione satellitare mai realizzata: – oltre 7.500 satelliti attivi in orbita terrestre bassa (LEO) nel 2025; – piani di espansione che potrebbero arrivare fino a 40.000 satelliti nei prossimi anni; – circa il 60% di tutti i satelliti attivi attorno alla Terra appartiene oggi a questa sola costellazione. Si tratta di un’infrastruttura privata con effetti globali: fornisce accesso a Internet in aree remote, ma occupa porzioni significative dell’orbita terrestre, sollevando interrogativi su congestione, detriti spaziali, sicurezza e governance. Giuristi e osservatori hanno evidenziato come questa concentrazione di satelliti rischi di configurare una forma di appropriazione di fatto, pur in assenza di una rivendicazione formale di sovranità. Negli Stati Uniti, lo sviluppo commerciale dello spazio è accompagnato da un apparato istituzionale dedicato. Agenzie e dipartimenti come la Federal Communications Commission (FCC) e l’Office of Space Commerce autorizzano e supervisionano le attività private, in linea con l’obbligo previsto dal trattato di controllo statale sugli operatori non governativi. Anche l’Europa si sta muovendo in questa direzione. Con il progetto IRIS, l’Unione Europea prevede la messa in orbita di circa 290 satelliti per comunicazioni sicure e strategiche, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da infrastrutture extra-europee e rafforzare la sovranità tecnologica dell’UE. Il rispetto del trattato è monitorato dal Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico, che da anni richiama gli Stati alla necessità di evitare una nuova corsa allo spazio, questa volta di natura economica e militare. In questo contesto si inseriscono anche interventi simbolicamente rilevanti, come quello in cui, lo scorso 30 ottobre, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ribadito, davanti al Quarto Comitato dell’80ª sessione dell’Assemblea generale a New York, la necessità che lo spazio extra-atmosferico rimanga un “regno di pace”, non soggetto a logiche di dominio o di sfruttamento incontrollato. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 non nasceva per regolamentare megacostellazioni private, miniere lunari o infrastrutture commerciali globali. Eppure, i suoi principi restano sorprendentemente attuali. La sfida del nostro tempo non è riscriverli, ma interpretarli e rafforzarli, affinché lo spazio non diventi il nuovo Far West del XXI secolo, ma continui a essere ciò che il trattato immaginava quasi sessant’anni fa: un luogo di cooperazione, responsabilità e beneficio condiviso per tutta l’umanità. Tiziana Volta
January 28, 2026
Pressenza
Cuba, in arrivo le prime aspirine cino-cubane
Nell’ambito della strategia volta a garantire l’accesso della popolazione ai farmaci essenziali, è arrivata nel nostro Paese la prima spedizione di Aspirina da 81 milligrammi, prodotta nella Repubblica Popolare Cinese. Questa fornitura è destinata a soddisfare la domanda di medicinali essenziali. Questo traguardo è il risultato di un rigoroso processo di valutazione e trasferimento tecnologico, condotto dal Centro per il controllo statale dei medicinali, delle attrezzature e dei dispositivi medici (Cecmed), dall’azienda Laboratorios Medsol allo stabilimento dell’azienda cinese Hubei C&C, a Wuhan. Il completamento di questa spedizione consolida un modello di cooperazione bilaterale basato su due pilastri fondamentali: l’infrastruttura produttiva di Hubei C&C, partner strategico del Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNIC), e l’utilizzo dei profitti generati dalle vendite di PPG, il prodotto di punta dell’entità cubana. Questo meccanismo innovativo è progettato per garantire la sostenibilità e la stabilità dell’approvvigionamento di questo farmaco, essenziale nel trattamento e nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Con l’arrivo di questi primi lotti, lo scarico e la successiva distribuzione alla rete nazionale di ospedali e farmacie sono iniziati immediatamente. Si prevede che, grazie a questa collaborazione, la domanda di Aspirina da 81 mg del Ministero della Salute Pubblica cubano all’industria biofarmaceutica cubana sarà pienamente soddisfatta entro il 2026. Questa azione rafforza gli sforzi di BioCubaFarma e delle sue aziende per garantire medicinali vitali per la nostra popolazione, attraverso alleanze internazionali basate sulla complementarietà e sulla sostenibilità. https://cubaminrex.cu/es/llega-cuba-primer-envio-de-aspirina-81-mg-producida-en-china-mediante-cooperacion-bilateral Lorenzo Poli
January 23, 2026
Pressenza
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
January 19, 2026
Pressenza
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
January 18, 2026
Pressenza
Svizzera: il Cantone di Zurigo apre le porte alla sorveglianza biometrica di massa
Il Consiglio Cantonale di Zurigo prende una decisione controversa: per la prima volta in Svizzera, un parlamento cantonale decide che lo Stato può utilizzare il riconoscimento facciale biometrico per sorvegliare la popolazione. Il governo cantonale zurighese dovrebbe ottenere la prerogativa di poter avviare autonomamente progetti pilota. Con una decisione del 24 novembre 2025, il Cantone di Zurigo apre un nuovo capitolo della sorveglianza di massa che compromette la libertà e la democrazia in Svizzera. Chi utilizza le tecnologie digitali in questo modo contro l’integrità delle persone mina la loro fiducia nella comunità e nella democrazia. Questo tipo di sorveglianza indiscriminata e capillare è in netto contrasto con i principi fondamentali di una società democratica. Essa viola non solo il diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione, ma anche i diritti umani garantiti a livello internazionale. Se le persone possono essere identificate o osservate in qualsiasi momento negli spazi pubblici, si verifica una grave violazione del loro diritto all’autodeterminazione informativa. La possibilità di un riconoscimento continuo ha inoltre un effetto deterrente («chilling effect»). Il diritto di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunione, la libertà di espressione e la libertà di movimento ne risulta notevolmente compromesso. Con questa decisione, la grande maggioranza del Consiglio Cantonale di Zurigo ha ignorato i diritti delle persone nel Cantone e ha dato al Consiglio di Stato carta bianca per inaugurare una nuova era di sorveglianza di massa invasiva. In prima lettura della revisione totale della legge sull’informazione e la protezione dei dati (IDG), il Parlamento non solo ha respinto il divieto del riconoscimento facciale, ma al contrario ha deciso di consentire esperimenti pilota di sorveglianza biometrica di massa senza un’ulteriore base giuridica. Ci auguriamo che gli elettori reagiscano a questa violazione della fiducia già al referendum di domenica prossima, votando «sì» all’iniziativa popolare «Per un diritto fondamentale all’integrità digitale» o almeno «sì» alla controproposta. In ogni caso, ci aspettiamo che il Consiglio cantonale e, successivamente, la popolazione correggano la decisione attuale. Da anni la Società Digitale si impegna a livello nazionale e internazionale per vietare il riconoscimento facciale biometrico negli spazi pubblici. In Svizzera, un’ampia coalizione sostiene che in una società libera e democratica questa tecnologia non dovrebbe venire utilizzata. L’80% degli attivisti politici di tutti i partiti è favorevole al divieto del riconoscimento facciale biometrico, come dimostra un sondaggio del 2023. Negli ultimi anni, numerosi parlamenti cantonali e comunali si sono espressi a favore del divieto della sorveglianza biometrica di massa negli spazi pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. Untergrund-Blättle
January 6, 2026
Pressenza
Crimini ecologici e l’impunità del ceto politico nel passato recente della storia italiana
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la premessa del Libro-Inchiesta di Salvatore Palidda, CRIMINI ECOLOGICI E IMPUNITÀ (Multimage,2025), finito di stampare negli ultimi giorni dell’anno appena passato ieri e che sarà presentato a Palermo in anteprima al Laboratorio “Andrea Ballarò”, con la partecipazione degli esperti scientifici Ino Genchi e Maria Giannì. Alla giornata di studio, coordinata da Renato Franzitta, interverrà anche l’autore. L’inchiesta ricostruisce l’impressionante sequenza di crimini ecologici di cui la storia d’Italia è stata particolarmente segnata da questi misfatti, che non a caso spesso si intrecciano con le stragi di Stato (quindi con l’opera dei servizi deviati). Senza andare a tempi più remoti, dal 1945 in questo paese si è sperimentata una sconvolgente ripetizione di questo genere di reati, con migliaia di morti e giganteschi danni materiali e sanitari di cui si pagano ancora le conseguenze (soprattutto come contaminazionitossiche che provocano malattie mortali e come dissesto idrogeologico, frane e ripetute catastrofi). Tale reiterazione è l’esito sfacciato dell’operato di governi che non solo hanno resa vana la Carta costituzionale, ma hanno anche sabotato qualsiasi programma di bonifica e di prevenzione: un crimine contro l’umanità_  PREMESSA A PARTE I CRIMINI ATTRIBUITI ALLA CRIMINALITÀ O AL TERRORISMO, SINORA SI È SEMPRE PARLATO E STUDIATO SOLO DI CRIMINI DEFINITI SEMPLICEMENTE NATURALI O AL MASSIMO AMBIENTALI MENTRE PIÙ RARAMENTE SI È PARLATO E STUDIATO DI CRIMINI AI QUALI SI DEVONO TANTE STRAGI DI LAVORATORI E DI ABITANTI A SEGUITO DI INCIDENTI O DISASTRI INDUSTRIALI, CAMUFFATI COME NATURALI (COME FU IL CASO DEL VAJONT E DI ALTRI SIMILI) O DOVUTI ALLA DIFFUSIONE DI CONTAMINAZIONI TOSSICHE. ANCHE SE RECENTEMENTE SI È COMINCIATO A PARLARE DI DISASTRI ECOLOGICI, MANCA SPESSO LA CHIARA CAUSA DI TALI DISASTRI E L’IDENTIFICAZIONE DEI RESPONSABILI CHE SONO SEMPRE I DOMINANTI ECONOMICI E POLITICI IN NOME DEL PROGRESSO, OSSIA DELLO SVILUPPO ECONOMICO … SULLA PELLE DI VITTIME PRIVE DI PROTEZIONE. DA PARTE SUA LA CRIMINOLOGIA CRITICA HA IGNORATO QUESTO CAMPO DI STUDIO MALGRADO L’IMPEGNO E L’ATTENZIONE CHE EMERSERO DOPO IL ’68 FRA ALCUNI MAGISTRATI DEL LAVORO, MEDICI DEMOCRATICI E MILITANTI DELLA SINISTRA SINDACALE E POLITICA DI ALLORA. IN QUESTO TESTO CONSIDERIAMO CRIMINI ECOLOGICI TUTTI QUELLI CHE COLPISCONO TUTTO IL MONDO VIVENTE (GLI UMANI, GLI ANIMALI E I VEGETALI) OLTRE A DISTRUGGERE L’ASSETTO DELL’ECOSISTEMA, LE STRUTTURE ABITATIVE E LE INFRASTRUTTURE. QUINDI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ CHE PERÒ SPESSO RESTANO ANCORA IGNORATI AL PARI DELLE TANTE INSICUREZZE IGNORATE DAI GOVERNANTI (DELLE DESTRE E ANCHE DELL’EX-SINISTRA). PROVANDO A RICOSTRUIRE LA STORIA DI QUESTI CRIMINI IN ITALIA APPARE CHIARO CHE ESSA SI INCROCIA CON QUELLA DELLE STRAGI, DEI TENTATIVI DI COLPI DI STATO, CIOÈ DI UN PAESE CHE È RIMASTO ALLA MERCÉ DI UN DOMINIO CAPITALISTA REAZIONARIO CHE NON HA MAI SMESSO DI ACCANIRSI SULLA POPOLAZIONE E SUI LAVORATORI PRIVI DI PROTEZIONI.1 NONOSTANTE L’ECCESSO DI POLIZIE, DI LORO OPERATORI E DI LORO MEZZI E RISORSE FINANZIARIE, LA PROTEZIONE DEI LAVORATORI E DELLA POPOLAZIONE È STATA QUASI SEMPRE ASSENTE O ADDIRITTURA HA AGITO PER REPRIMERE LA RIVOLTA DELLE VITTIME. NESSUN GOVERNO HA PROVVEDUTO A VARARE UN PROGRAMMA DI RISANAMENTO DEI RISCHI E QUINDI DI PREVENZIONE; MA LE AGENZIE DI PREVENZIONE E CONTROLLO (ISPETTORATI DEL LAVORO E ISPETTORI-ASL, ETC.) SONO STATI RIDOTTI ALL’INCAPACITÀ DI OPERARE (BASTI PENSARE CHE IN OCCASIONE DELLA STRAGE ALLE ESSELUNGA DI FIRENZE IN TUTTA LA PROVINCIA C’ERA UN SOLO ISPETTORE). QUESTO TESTO SI RIFÀ E AGGIORNA LA RICERCA SVOLTA DAL 2010 (VEDI LE PUBBLICAZIONI IN NOTA2) ATTRAVERSO UN APPROCCIO DI SOCIOLOGIA STORICA (COME SUGGERIVA PAUL VEYNE3). PROVERÒ COSÌ A MOSTRARE COME LA STORIA DEI CRIMINI ECOLOGICI IN ITALIA FACCIA PARTE DELLO SVILUPPO ECONOMICO GOVERNATO DA AUTORITÀ PUBBLICHE ASSERVITE AGLI INTERESSI DEL PADRONATO (PRIVATO E PUBBLICO) SOPRATTUTTO DALLA FINE DEL FASCISMO SINO A OGGI.   ________________________   1 SI VEDA ROSALBA ALTOPIEDI, COSA SONO I CRIMINI AMBIENTALI?,HTTPS://LAVIALIBERA.IT/IT-SCHEDE-1305 2 SI VEDA: RESISTENZE AI DISASTRI SANITARI, AMBIENTALI ED ECONOMICI NEL MEDITERRANEO, DERIVE&APPRODI, 2018:  HTTPS://WWW.ACADEMIA.EDU/49066860/RESISTENZE (SCARICABILE GRATIS); GOVERNANCE OF SECURITY AND IGNORED INSECURITIES IN CONTEMPORARY EUROPE, LONDON: ROUTLEDGE/ASHGATE, 2016; POLIZIE, SICUREZZA E INSICUREZZE, MELTEMI, 2021. E SI VEDA L’IMPORTANTE OPERA DI G. GRIBAUDI, LA MEMORIA, I TRAUMI, LA STORIA. LA GUERRA E LE CATASTROFI NEL NOVECENTO, VIELLA, 2020.  3 PAUL VEYNE, LE PAN ET LE CIRQUE, SEUIL:1976, P.11 E 12 Salvatore Turi Palidda
January 1, 2026
Pressenza
Cina, politiche di riforestazione portano all’espansione dell’habitat per il 73,6% delle specie di uccelli
In questo secolo la società umana si trova davanti a due grandi sfide: ambiente e sviluppo. Il degrado ininterrotto dell’ambiente ha influito direttamente sulla sopravvivenza e lo sviluppo sostenibile dell’umanità. Le modalità di realizzazione di uno sviluppo in cui vi sia un maggiore equilibrio fra crescita economica e protezione dell’ambiente sono diventate un argomento d’importanze vitale, dove gli Stati Uniti in primis, la Cina, la Russia e le altre nazioni in via di sviluppo, sono tenute ad affrontare. Lo “spirito di Glasgow”, quando alla Cop26 la questione sembrava – e forse lo era pure – una priorità per il mondo appena uscito da una pandemia, si è esaurito da tempo ed è servito solamente per fare propaganda assurde in nome della “neutralità carbonica” che celava il perverso meccanismo finanziaria dei crediti di carbonio: una nuova colonizzazione del green capitalism in nome del netzero-washing. Le grandi potenze si sono impegnate a ristabilire nuovi rapporti di forza e nuove strategie per non modificare il loro atteggiamento nei confronti dell’ambiente e della crisi ecologica e climatica. Ma non tutti stanno seguendo la strada dell’inazione. Al Climate Summit di New York  di quest’anno Pechino è uscita allo scoperto con un discorso del Presidente cinese Xi Jinping. Xi ha confermato l’impegno “verde”, rimarcando la differenza con “alcuni altri paesi che agiscono in senso contrario”. Ogni riferimento a Donald Trump e agli Stati Uniti è puramente voluto e la marcia della transizione energetica è lunga, per dirla con una citazione storica, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. E, con questo approccio, ci si accorge che di passi, la Cina, ne ha già compiuti parecchi. A New York, Pechino ha riconosciuto l’importanza della transizione, e, per la prima volta, ha deciso di ridurre le emissioni di gas serra (senza semplicemente limitarsi a promettere di rallentarle): da qui al 2035 caleranno di una quota tra il 7% e il 10%. Il riferimento è rispetto al picco, cioè all’apice atteso per quest’anno o al massimo per il prossimo, ma su cui è impossibile, allo stato delle cose, avere certezze. Particolarmente importanti risultano le politiche di riforestazione cinesi per ristabilire habitat naturali. Un gruppo di ecologi cinesi ha recentemente quantificato i risultati complessivi in termini di biodiversità degli sforzi di ripristino forestale in Cina, scoprendo che tali sforzi hanno portato all’espansione dell’habitat del 73,6% delle specie di uccelli presenti nelle foreste, come riportato venerdì dal China Science Daily. In qualità di leader mondiale nel ripristino forestale, la Cina è riuscita a invertire la tendenza al degrado forestale negli ultimi due decenni attraverso importanti progetti ecologici come un progetto di protezione delle foreste naturali e il programma Grain for Green, ottenendo un aumento netto di circa 21.800 chilometri quadrati di superficie forestale. Tuttavia, l’impatto positivo del ripristino forestale sulla biodiversità è rimasto un obiettivo della comunità di ricerca. Wang Bin della China West Normal University ha collaborato con ricercatori di altre istituzioni a uno studio per valutare gli impatti positivi del ripristino forestale sulla biodiversità a livello nazionale dal 2000 al 2020. Utilizzando 402 specie di uccelli forestali stanziali come specie indicatrici e integrando i dati di telerilevamento con le registrazioni delle osservazioni dei residenti, hanno utilizzato un metodo di modellazione della nicchia ecologica per controllare gli effetti congiunti del cambiamento climatico. Secondo lo studio, pubblicato su Nature Communications, questo approccio ha rivelato con precisione gli effetti benefici del ripristino forestale sugli habitat degli uccelli. Lo studio ha rilevato che il ripristino forestale si riflette non solo nell’espansione dell’area, ma soprattutto nel miglioramento complessivo di indicatori di qualità come la copertura arborea, l’altezza, la connettività e la complessità strutturale. Questi miglioramenti strutturali forniscono agli uccelli habitat più adatti. Quasi tre quarti delle specie di uccelli hanno sperimentato una significativa espansione dell’habitat durante il periodo studiato, con notevoli benefici per le specie con nicchie ecologiche più ampie. Inoltre, il ripristino forestale ha, in una certa misura, mitigato la perdita di habitat causata dai cambiamenti climatici. Lo studio ha anche rilevato che sia le foreste naturali che quelle piantate hanno dimostrato un’efficacia comparabile nel ripristino della biodiversità, con la copertura arborea e la complessità strutturale della chioma identificate come fattori chiave. Questo è il frutto di un programma ambientale sviluppato dalle istituzioni socialiste cinesi.   Fonti: https://www.globaltimes.cn/page/202512/1349871.shtml   Ulteriori approfondimenti: https://www.wired.it/article/cina-ndc-clima-emissioni-carbonio-2035/ https://www.nature.com/articles/s41467-024-48546-0 https://www.nature.com/articles/s43247-025-02323-z https://www.nature.com/articles/s41467-024-52785-6 Lorenzo Poli
December 8, 2025
Pressenza