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“Palermo città che si riscrive: mini-festival delle comunità grafomani e grafopittoriche”
Venerdì 12 giugno a Villa Filippina dalle 10 alle 18 il primo incontro delle ricerche Idea Azione dell’Istituto Arrupe.  Sarà un’occasione per riflettere sul rapporto tra scrittura, disegno, spazio urbano e partecipazione comunitaria, con sessioni sia esplicative che esperienziali. Con “Palermo città che si riscrive: mini-festival delle comunità grafomani e grafopittoriche” partono, infatti, gli incontri di condivisione dei risultati delle ricerche della XII edizione di Idea – Azione promosse dall’Istituto Arrupe. Il primo dei tre incontri sarà il prossimo 12 giugno; condurrà l’incontro di condivisione Alessio Castiglione presso Villa Filippina di Palermo, dalle 10  alle 18. Il ricercatore, dopo aver esplorato per un anno queste comunità, racconterà i risultati della sua attività. Le comunità interessate sono: Newbookclub community lab, Parole Notturne, Unìsono e Urban Sketchers Palermo. Dopo il saluto introduttivo di p. Gianni Notari (direttore dell’Istituto Arrupe), prenderanno la parola Massimo Massaro (ideatore e coordinatore del Programma di ricerca Idea – Azione), Federico Batini (tutor scientifico e docente dell’Università La Sapienza di Roma), Giocchino Lavanco (Università di Palermo), Charlie Barnao (sociologo) e Alessio Castiglione. A seguire ci saranno alcuni laboratori di comunità di scrittura e pittura e la creazione di un’installazione sociale con mostra temporanea. “Ho avuto modo, grazie a Idea Azione, di analizzare l’impatto sociale che, in questi anni, ha dato e continua a dare il Newbookclub – afferma Alessio Castiglione, fondatore di Newbookclub community lab – come arte a servizio del sociale per sviluppare comunità. Vogliamo fare capire il valore sociale, politico e culturale che hanno queste realtà nella vita della nostra città. Queste comunità stanno riscrivendo la città, con punti di forza e di debolezza, partendo dalla sua bellezza”. Nella ricerca è stata svolta pure una comparazione con la comunità montanaArvier, nella Valle d’Aosta per aprire un confronto con l’esperienza di Palermo. “Per i nostri borsisti della XII edizione di Idea – Azione – spiega Massimo Massaro ideatore e coordinatore del Programma di ricerca Idea-Azione – è giunto il momento di condividere i risultati della loro attività con stakeholder, esponenti del Terzo settore e soggetti istituzionali. Siamo molto soddisfatti del lavoro perchè Idea-Azione continua ad essere  un’iniziativa che propone un approccio alternativo alla ricerca, cooperativo e non competitivo che guarda molto ai bisogni sociali e punta ad azioni concrete nel territorio”. Le altre ricerche Idea-Azione – i cui risultati verranno presentati nei prossimi mesi di settembre e ottobre – sono: la ricerca di Mirco Vannoni che ha sperimentato nuove pratiche per contrastare il fenomeno di emarginazione sociale delle persone senza dimora (SFD) attraverso la co-creazione di programmi culturali; la ricerca di Valerio Lombino che sta lavorando alla creazione di un archivio della Primavera di Palermo per valorizzare il passato nella prospettiva di rilancio di una progettazione urbana partecipata dal basso. Da più di dieci anni, con il Programma di ricerca Idea-Azione finanziato dalla Tokyo Foundation for Policy Research attraverso il Programma Sylff viene proposta una ricerca con un approccio concreto, non autoreferenziale, ancorato al territorio e volto a migliorare la qualità di vita delle comunità. Tutti i lavori di ricerca prodotti all’interno di Idea-Azione sono consultabili presso la Biblioteca “p. Angelo Carrara SJ” dell’Istituto Arrupe e nella sezione del sito dedicato a Idea-Azione * https://istitutoarrupe.it/news…/3-incontri-x-3-ricerche/ Redazione Palermo
June 9, 2026
Pressenza
L’appello di due giovani sulla remigrazione
Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento. Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico… Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove? Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo.  La Rete degli Studenti Medi del Lazio diffonde l’appello scritto dai due giovani: > Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani. > Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà > non avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui > siamo cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver > visto che delle persone scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi > conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole. > Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. > Non siamo una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una > questione personale. > Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro. > Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a > casa stanca dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro > padre che si sveglia quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un > negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate > a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere a noi di > studiare e avere opportunità migliori. > Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di > famiglie italiane ogni > giorno. > Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo > sui libri, ripeto gli argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non > essere abbastanza preparato. Le stesse paure che hanno i miei compagni di > classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e si affacci alla > vita adulta. > Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato > nulla di diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le > persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio > guardando la Roma, prendo in giro gli amici e vengo preso in giro come accade > in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha > imparato a parlare. > Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la > parte che facciamo più fatica a comprendere. > Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da > osservare. L’abbiamo vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, > nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da > bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a > studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri. > Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel > secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è > molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa? > Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più > importanti? Per chi qui ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo > bacio, ha festeggiato i compleanni, ha pianto ai funerali delle persone care, > ha immaginato il proprio futuro? > La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee. > Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare > normali parole che qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi > vengono accolte con una scrollata di spalle. Fa paura accorgersi che sempre > più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di > numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che dietro ci sono > ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno > di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i > tuoi vicini di casa. > Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce > un’idea disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di > sentire. > Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra > i banchi di scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso > abituarsi a certe parole e ho studiato anche la Costituzione italiana. Ho > letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità > sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che > spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata. > Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perché non > è soltanto un nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la > qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana > e il futuro che vogliamo costruire insieme. > Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo. > Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo > persone che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, > non per le nostre origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è > molto più grande delle paure che qualcuno prova ad alimentare per propaganda > politica. > Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo. > La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a > camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri > amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa > schifo. > Per questo non vogliamo restare in silenzio. > E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano > all’Italia. > Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di > noi? > Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire > alla società in cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad > alcuni di loro che, qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai > abbastanza? > Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a > chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a > essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un > intero Paese. Redazione Roma
June 9, 2026
Pressenza
“Riusi-AMO – Un aiuto per Gaza” a Foggia dall’11 al 13 giugno
Dopo il successo della prima edizione, torna il mercatino di beneficenza che unisce solidarietà, sostenibilità e partecipazione collettiva e offrirà la possibilità di acquistare capi di abbigliamento estivi e accessori per donna, uomo e teenager. Promossa dal Club per l’Unesco di Foggia, in collaborazione con l’Ufficio Missionario dell’Arcidiocesi di Foggia-Bovino, con il supporto del Coordinamento Capitanata per la Pace ed il sostegno logistico della direttrice di Prenatal Foggia, Lucia La Torre, l’iniziativa mira a raccogliere fondi da destinare alla Parrocchia Latina “Sacra Famiglia” di Gaza, impegnata quotidianamente nel sostegno alla popolazione palestinese duramente provata da anni di conflitto e da condizioni di vita sempre più drammatiche. L’edizione dello scorso febbraio ha consentito di raccogliere una discreta somma, interamente devoluta alla comunità assistita dalla parrocchia gazawi. In un recente collegamento video con Foggia, il parroco della “Sacra Famiglia”, padre Gabriel Romanelli, ha ribadito l’importanza di questi contributi, sottolineando come rappresentino una risorsa fondamentale per la sopravvivenza di molte famiglie. «Ognuno deve fare la propria parte – sottolineano gli organizzatori – partendo da un gesto semplice: acquistare un capo di abbigliamento in buono stato e di qualità, riutilizzarlo con consapevolezza e, allo stesso tempo, contribuire concretamente a salvare vite umane». Il progetto richiama inoltre l’attenzione sul tema della sostenibilità ambientale. Lo slogan “Riusi-AMO” evidenzia infatti il valore del riuso e dell’economia circolare, promuovendo una cultura del consumo responsabile e contrastando gli effetti ambientali prodotti dall’eccessiva produzione di beni, in particolare nel settore tessile. La cittadinanza è invitata a visitare il mercatino, effettuare un acquisto solidale o lasciare un’offerta libera, contribuendo così a un gesto concreto di vicinanza e speranza. L’inaugurazione si terrà giovedì 11 giugno 2026 alle ore 18, alla presenza di Mons. Giorgio Ferretti, Arcivescovo di Foggia-Bovino. Il mercatino sarà aperto dall’11 al 13 giugno 2026 dalle 11 alle 13 e dalle 17:30 alle 20:30 presso il Centro Diocesano Oratori dell’Arcidiocesi di Foggia (via Oberdan 7). Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
Un rapporto e un appello delle associazioni contro l’apertura di un CPR in Toscana
In programma l’11 giugno a Firenze un evento pubblico per discuterne, alla luce del monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione sui Centri di Permanenza e Rimpatrio in Italia realizzato nel 2025. Il dibattito è promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia, che hanno anche lanciato un appello aperto alla sottoscrizione della società civile e della cittadinanza. Firenze, 9 giugno 2026 – I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) rappresentano spazi di sospensione dei diritti fondamentali delle persone migranti, che si trovano a dover affrontare condizioni sistematiche di isolamento, violenza, degrado materiale, sofferenza fisica e psichica. Inoltre, la loro inefficienza nell’esecuzione degli ordini di rimpatrio, scopo a cui sarebbero preposti, è clamorosamente evidente. È quanto emerge dal secondo Rapporto di monitoraggio dei CPR del Tavolo Asilo e Immigrazione, realizzato nel corso del 2025, che sarà presentato l’11 giugno a Firenze nel corso dell’incontro promosso da Arci Toscana, Asgi Toscana, CGIL Toscana, COSPE, Florence Must Act, Iparticipate, MEDU, Migrantes Toscana e OXFAM Italia. Un dossier che restituisce la fotografia di un sistema strutturalmente incompatibile con i principi dello Stato di diritto e totalmente disfunzionale. Per questo motivo le associazioni promotrici hanno deciso di rilanciare, in concomitanza con la presentazione del report, un appello alla Regione Toscana perché assuma una netta presa di posizione contro l’apertura di un CPR sul territorio regionale, ipotizzato dal Governo.  Un appello che ha già raccolto numerose adesioni e che sarà aperto alla sottoscrizione di tutta la società civile toscana e di tutti i cittadini e le cittadine. “Non è un caso che questo rapporto venga presentato a Firenze proprio in questo periodo – sottolineano le organizzazioni promotrici – quando si sono riaccese le polemiche circa la volontà del governo di realizzare un CPR a Pallerone, nei pressi di Aulla Lunigiana, così come dichiarato dal Ministro dell’Interno Piantedosi in più occasioni. Vogliamo ribadire con forza che la società civile è assolutamente contraria sia alla realizzazione di un CPR nel territorio toscano, che al mantenimento delle dieci strutture attualmente aperte sul territorio nazionale. I contenuti del rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione non lasciano dubbi circa la necessità di chiudere quanto prima l’esperienza della detenzione amministrativa – che avviene, cioè, in assenza di reato – nel nostro Paese”.   Il programma dell’incontro di giovedì 11 GIUGNO a Firenze L’incontro di giovedì 11, ad ingresso libero, si terrà dalle ore 17.30 presso la sede Arci di piazza dei Ciompi 11 a Firenze, e vedrà la partecipazione di membri delle delegazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione che hanno effettuato gli accessi ai CPR sul territorio nazionale, di associazioni del territorio impegnate contro l’aperura di un CPR nella nostra regione e di esponenti delle istituzioni nazionali e locali, come la Deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa e l’Assessora Regionale, Alessandra Nardini. La denuncia nel report del Tavolo Asilo e Immigrazione La fotografia restituita nel dossier parte dalle visite effettuate nel corso del 2025 dalle delegazioni delle associazioni che compongono il Tavolo Asilo e Immigrazione, assieme a parlamentari ed europarlamentari, in dieci CPR sul territorio nazionale: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Un’analisi da cui emerge come i CPR siano vere e proprie “istituzioni totali”, per richiamarsi alla tradizione critica inaugurata da Franco Basaglia contro i manicomi: luoghi chiusi, opachi e segreganti, che sottraggono le persone allo spazio pubblico e allo sguardo della comunità e usano la privazione della libertà come pratica di gestione di fenomeni sociali. Proprio partendo dal parallelo con le istituzioni manicomiali, il report mostra come nei CPR italiani il diritto alla salute, in particolare, sia formalmente riconosciuto ma sistematicamente compromesso nella pratica. Si registrano ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. La detenzione amministrativa è poi associata a un aumento significativo di disturbi ansiosi, depressivi e post-traumatici, ed è stato ovunque riscontrato un uso improprio e massiccio di psicofarmaci, spesso impiegati come strumento di contenimento piuttosto che di cura. Il Rapporto documenta anche numerosi eventi critici, tra cui atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e crisi psichiatriche acute. Critiche anche le condizioni materiali di vita all’interno dei CPR. Il monitoraggio documenta spazi sovraffollati o degradati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, assenza di aree comuni funzionali e lunghi periodi di inattività forzata. La vita quotidiana è segnata da isolamento, mancanza di attività strutturate e compressione sistematica dell’autonomia personale. Il dossier evidenzia inoltre gravi limitazioni nell’accesso effettivo alla tutela legale, che è invece un diritto fondamentale delle persone private della libertà personale. Le persone trattenute incontrano difficoltà nell’incontrare i propri legali, nell’ottenere informazioni chiare sui procedimenti che li interessano e nell’esercitare in modo consapevole il diritto di difesa. In molti casi, l’informazione giuridica risulta frammentaria, tardiva o affidata a strumenti standardizzati che non garantiscono una reale comprensione della propria situazione. Evidente è inoltre il fallimento sugli obiettivi dichiarati. A fronte dell’aumento della capacità detentiva e dell’estensione dei tempi di trattenimento, l’efficacia dei rimpatri è progressivamente diminuita. Se si guarda al totale dei provvedimenti di allontanamento, il peso dei CPR resta marginale: nel periodo 2011–2024 la quota media dei rimpatri realizzati tramite detenzione si ferma al 9,9%. Nel 2024 il dato è pari al 10,4%, in lieve calo rispetto all’anno precedente.  Ne emerge quindi un sistema che assorbe risorse pubbliche crescenti senza produrre risultati proporzionati, ledendo al tempo stesso in modo gravissimo i diritti fondamentali delle persone trattenute. Il rapporto colloca poi l’esperienza nazionale dei Centri per il Rimpatrio, che adesso potrebbe trovare attuazione anche in Toscana, in una traiettoria europea più ampia. La Toscana non diventi un laboratorio per sperimentare le nuove politiche anti-immigrazione del Governo. “Il prossimo 12 giugno entra formalmente in vigore il Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, e a brevissimo è atteso il nuovo Regolamento Rimpatri – concludono le associazioni promotrici dell’appello – Queste norme distruggeranno il diritto di asilo come lo conosciamo finora, e trasformeranno la detenzione amministrativa da misura eccezionale a strumento di gestione ordinaria delle politiche migratorie. Respingiamo l’idea che la nostra regione sia un nuovo terreno di sperimentazione di norme che riteniamo contrarie al diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani. La posizione del Tavolo Asilo e Immigrazione è la nostra, i CPR non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Chiediamo quindi l’esclusione definitiva della detenzione amministrativa dalle politiche migratorie, l’adozione di alternative non detentive e un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana”. Redazione Toscana
June 9, 2026
Pressenza
Intesa Sanpaolo è la prima banca fossile italiana, sempre più legata al GNL USA
Il 17esimo rapporto annuale “Banking on Climate Chaos”, pubblicato oggi da un’ampia coalizione di organizzazioni della società civile, tra cui ReCommon, conferma Intesa Sanpaolo come prima banca fossile italiana, ribadendo il suo fortissimo legame con il settore oil&gas a stelle e strisce. Nel 2025, l’istituto torinese ha destinato 4,7 miliardi di dollari ai combustibili fossili, sostanzialmente invariati rispetto al 2024 (-0,6%). Dall’analisi di ReCommon sui dati del rapporto emerge che questa stabilità nasconde due dinamiche. L’esposizione fossile di Intesa non si riduce, ma si distribuisce su un numero crescente di controparti, (oltre 150 operazioni nel 2025, il dato più alto del quinquennio) e si sposta nettamente verso gli Stati Uniti: nel 2025 gli USA sono il primo paese di destinazione del finanziamento fossile della banca, con un valore superiore al doppio di quello destinato all’Italia, quasi la metà dell’intero portafoglio fossile e il distacco più ampio degli ultimi cinque anni. Il rapporto fotografa un boom mondiale del gas naturale liquefatto (GNL), e Intesa Sanpaolo si conferma dentro il segmento più caldo. Il più grande debitore fossile del mondo nel 2025 è Venture Global, società statunitense del GNL vicina all’amministrazione Trump, che da sola ha raccolto 32,9 miliardi di dollari di finanziamenti (+631% in un anno, pari al 2,7% di tutto il fossile globale). Intesa Sanpaolo è tra le sue banche: finanzia il terminal di esportazione Calcasieu Pass 2 (CP2), in Louisiana, con un ruolo di arrangiatore mandatario, cioè tra i principali registi dell’operazione. Lo stesso ruolo che ricopre per Rio Grande LNG, in Texas, sviluppato da NextDecade, altra società salita quest’anno al nono posto tra i maggiori debitori fossili mondiali (+193 posizioni in un solo anno). Il legame italiano con Venture Global non si ferma alla finanza: nel luglio 2025 ENI ha firmato con la società un contratto ventennale per la fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL proprio da CP2, impianto non ancora operativo. Venture Global è già al centro di contenziosi con acquirenti europei di gas per i carichi del suo primo terminal, ed è indicata dal rapporto come l’emblema di come le società del GNL sfruttino l’instabilità geopolitica per realizzare profitti straordinari. «Intesa Sanpaolo ha fatto una scelta precisa: puntare sul gas liquefatto statunitense, il business più speculativo del momento. Un business che alla banca porta profitti, ma che a noi lascia una dipendenza sempre più stretta dal gas americano e bollette in balìa delle crisi geopolitiche» ha commentato Daniela Finamore di ReCommon. «Finanziare Venture Global, che macina profitti record sulle guerre e sui rincari energetici, significa arricchire pochi miliardari, mentre famiglie e comunità pagano il prezzo di un clima sempre più instabile. Ogni nuovo dollaro all’espansione del GNL ci lega di più a un’industria che prospera sulle crisi: Intesa Sanpaolo ne è pienamente responsabile» ha concluso Finamore. Il quadro globale che fa da sfondo al caso Intesa è di crescita, non di ritirata. Nel 2025 le 65 maggiori banche del mondo hanno destinato 906 miliardi di dollari ai combustibili fossili, in aumento del 7,6% rispetto all’anno precedente, portando il totale a 8,7 mila miliardi dalla firma dell’Accordo di Parigi. Il finanziamento alle compagnie che espandono attivamente il fossile è salito a 508 miliardi di dollari, con un balzo del 27% in un solo anno, il valore più alto mai registrato. Il mercato resta dominato da pochissimi attori: JPMorgan Chase si conferma la prima banca fossile al mondo con 58 miliardi, e le dodici maggiori, la cosiddetta “Dirty Dozen”, coprono da sole quasi il 40% del totale globale. A trainare l’espansione è soprattutto il segmento midstream (gasdotti, terminal e GNL) cresciuto dell’84% in un anno: metà di tutto il finanziamento all’espansione è andato a società con almeno un grande progetto di gas liquefatto o di pipeline. Sul fronte italiano, l’altra banca presente in classifica, UniCredit, ha ridotto il proprio finanziamento fossile del 18,5% nel 2025, scendendo a 4,6 miliardi di dollari: una delle poche grandi banche europee ad aver operato un taglio significativo. Anche il principale gruppo energetico italiano figura tra i protagonisti dell’espansione del gas: ENI è partner, insieme alla compagnia emiratina ADNOC e alla tailandese PTT, del giacimento offshore Ghasa, il cui sviluppo è stato finanziato nel 2025 con un’operazione da 11 miliardi di dollari. * rapporto annuale “Banking on Climate Chaos” 2026 Re: Common
June 9, 2026
Pressenza
Varese dice NO alla “Piazza della Pace” realizzata con contributi di Leonardo SpA
Le associazioni e i gruppi firmatari riuniti nella “Tenda per la Palestina e contro le armi” hanno consegnato al Sindaco e alla Giunta Comunale di Varese una lettera aperta per chiedere di non attuare quanto deliberato in data 23 dicembre 2025 in riferimento alla sottoscrizione del protocollo d’Intesa con la Fondazione Leonardo, per la riqualificazione del sito dell’ex Aermacchi in via Sanvito Silvestro a Varese, e dichiarano: > Come associazioni e gruppi della società civile varesina respingiamo in > maniera categorica la possibilità di partecipare alla costruzione di una > “Piazza della Pace” progettata e finanziata con il contributo di una fabbrica > di armi. > > Ci opponiamo recisamente alla logica  aberrante secondo cui se vuoi la pace > devi preparare la guerra. > > È una visione che non possiamo in nessun modo tollerare e soprattutto non > intendiamo tramandare ai nostri figli: la Pace si costruisce con la Pace , la > verità e la giustizia. > > Finché a Varese continueremo a vedere la produzione di armi passata e presente > come una cosa di cui sentirci orgogliosi non riusciremo a vedere nel nostro > futuro un’ opportunità di pace e di vita degna, per noi e per tutti. > > Per spiegare meglio la proposta di pace vera (cioè  radicalmente alternativa > alla collaborazione con aziende armiere) cui vorremmo contribuire, abbiamo > voluto accompagnare la nostra lettera con l’omaggio del bel lungo “Lettere dei > bambini ai fabbricanti di armi ” che ebbe l’ appoggio di Papa Francesco. > > La lettera, già firmata da una rosa di sottoscrittori, è aperta a chiunque > desideri aderirvi. > > Noi promotori  chiediamo  all’amministrazione comunale di darci un riscontro > pubblico in tempi rapidi , con  la garanzia di non sottoscrivere qualsiasi  > accordo  con aziende armiere, quale premessa indispensabile per poter valutare > le proposte concrete che vorremmo offrire come alternativa  al progetto in > questione. La comunicazione è stata inoltrata attraverso l’account di posta del Comitato Varesino per la Palestina a nome di tutte le associazioni firmatarie della lettera allegata, riunite nella “Tenda per la Palestina e contro le armi”: * Abbasso la guerra OdV * Caritas della Zona Pastorale di Varese * Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV * Sanità di Frontiera * Collettivo da Varese a Gaza * nAzione Umana * Donne in Nero * FLC CGIL sezione provinciale di Varese * Emergency – Gruppo Varese * Partito della Rifondazione Comunista, federazione di Varese * Comitato Antifascista Busto Arsizio * Rete Antifascista Varesina * Associazione Un’Altra Storia * Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Sezione di Induno Olona (Elenco in aggiornamento ) TESTO DELLA LETTERA: All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d’intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l’esposizione come simbolo del velivolo MB-326 in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l’intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell’obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’ area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. Redazione Varese
June 9, 2026
Pressenza
Ebola e il neocolonialismo sanitario degli Usa
Washington ha ottenuto da Nairobi la disponibilità a ospitare una struttura di quarantena destinata a cittadini Usa che provengono dalla Repubblica Democratica del Congo e che potenzialmente sarebbero esposti al virus di Ebola. Una scelta che ha provocato proteste popolari, ricorsi alla magistratura e accuse di neocolonialismo sanitario. Il diritto alla salute, infatti, è un bene universale, non una merce da negoziare secondo il peso economico o geopolitico. Se la tutela della salute è un diritto umano, non può trasformarsi in una sorta di esportazione del pericolo verso chi dispone di minori strumenti per far sentire la propria voce. Per questo le proteste dei cittadini kenyani non riguardano soltanto la paura del contagio. Esprimono il rifiuto di una logica antica e mai del tutto scomparsa: quella per cui i Paesi ricchi decidono e quelli poveri subiscono. Una logica che ricorda, in forme nuove, rapporti di dominio che il mondo dovrebbe avere archiviato da tempo. La lotta contro Ebola richiede piuttosto cooperazione internazionale, condivisione delle responsabilità e solidarietà. Non può basarsi sull’idea che alcuni popoli siano chiamati a sopportare rischi che altri non intendono assumere. La dignità umana non conosce confini e la vita di un kenyano vale quanto quella di un americano.   Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
Spese militari nucleari: nel 2025 +19%, record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono
I NUOVI DATI ICAN E SIPRI SULLE SCELTE DEGLI STATI DOTATI DI ARSENALI ATOMICI CONFERMANO LA PIÙ GRAVE CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI DALLA FINE DELLA GUERRA FREDDA Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente (pari a 16,8 miliardi di dollari in più). Il rapporto “Premeditated: Nuclear Weapons Spending in 2025” diffuso oggi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN – Premio Nobel per la Pace 2017) ricostruisce come le nove potenze nucleari (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) hanno deciso di investire nelle armi più distruttive della storia ben 3.768 dollari al secondo (cioè 226.069 dollari al minuto) senza interruzioni per tutti i 365 giorni dell’anno scorso. Va poi notato come nel solo 2025 la spesa sia aumentata di quasi un quinto rispetto all’anno precedente. In parallelo a queste valutazioni sugli “investimenti nucleari”, i nuovi dati del SIPRI fotografano arsenali nucleari in espansione in tutti Paesi che li possiedono. La Rete Italiana Pace e Disarmo, parte della Campagna ICAN, diffonde queste informazioni con profonda preoccupazione, chiedendo all’Italia e alla comunità internazionale di invertire urgentemente una rotta che potrebbe portare l’Umanità verso un disastro esistenziale. Nell’arco degli ultimi cinque anni, cioè dal 2020 al 2025, le nove potenze nucleari hanno complessivamente investito 471 miliardi di dollari nei loro arsenali. In conseguenza di questa spesa pubblica sempre crescente, il settore privato ha incassato almeno 38 miliardi di dollari in contratti legati alle armi nucleari nel solo 2025, con aziende come Honeywell (5,27 mld), Lockheed Martin (4,51 mld), Fluor (3,84 mld) e Northrop Grumman (3,17 mld) tra le principali beneficiarie. Gli Stati Uniti da soli spendono più di tutti gli altri otto paesi messi insieme: con 69,2 miliardi di dollari e un aumento annuo di 12,4 miliardi (+22%), Washington copre il 58% della spesa nucleare mondiale e ha Washington ha registrato anche il maggiore aumento annuale (+ 12,4 miliardi). La cifra stanziata dagli USA per il nucleare militare nel 2025 sarebbe bastata a coprire 19 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. La Cina è il secondo Stato per spesa con 13,5 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha superato la Russia diventando il terzo maggiore spenditore con 12,6 miliardi di dollari, contro i 9,5 miliardi stanziati da Mosca. “In un’epoca in cui il costo della vita sale vertiginosamente e cibo e carburante sono inaccessibili per milioni di persone, è impensabile che questi nove Stati spendano miliardi per una falsa promessa di sicurezza. Le armi nucleari non possono essere usate senza causare una catastrofe, e la falsa logica della deterrenza nucleare ci chiede di affidarci ai nostri nemici per la nostra stessa sopravvivenza”, evidenzia Susi Snyder, Direttrice dei Programmi di ICAN. Per mettere in prospettiva queste cifre, la campagna ICAN ricorda che le stesse risorse potrebbero essere utilizzate per rispondere a bisogni umani urgenti, tra cui: * Un minuto di spesa nucleare globale potrebbe garantire accesso ad acqua potabile e servizi igienici a 3.478 persone * Un giorno di spesa militare nucleare potrebbe sottrarre alla fame 2 milioni di persone * Una settimana di spesa per gli arsenali nucldari potrebbe proteggere oltre 12 miliardi di persone da morbillo, parotite e rosolia * Un anno di spesa militare nucleare potrebbe dotare di energia solare più di 6 milioni di abitazioni Mentre gli Stati nucleari aumentano questo tipo di spese militari, l’ONU e l’intero settore umanitario e dello sviluppo hanno subito tagli drastici ai finanziamenti proprio da parte di quei Paesi che si stanno pesantemente riarmando: una scelta politica che rivela le pericolose priorità reali di chi governa questi arsenali. Alicia Sanders-Zakre, co-autrice del rapporto e responsabile delle politiche di ICAN aggiunge: “La nostra analisi sui costi è annuale, ma la spesa per le armi nucleari non lo è. Questi nove Stati hanno in programma di mantenere e modernizzare le proprie forze nucleari per i decenni a venire, distogliendo miliardi e miliardi di dollari da reali bisogni di sicurezza umana”. Questa spesa sta inoltre alimentando il pericoloso panorama geopolitico odierno: l’espansione e la modernizzazione degli arsenali nucleari intensificano tensioni in un momento in cui il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate in un conflitto è già ampiamente riconosciuto come il più alto dalla Guerra Fredda. Sono in corso guerre che vedono l’aggressione di Stati dotati di armi nucleari contro l’Ucraina e l’Iran, persiste una tensione costante tra India e Pakistan (entrambi potenze nucleari) e rimane sempre presente la minaccia di una guerra nucleare nella penisola coreana. E ovviamente l’aumento di spesa per gli arsenali si riflette nel numero delle testate: secondo i nuovi dati del SIPRI Yearbook 2026 a gennaio 2026 si contavano 12.187 testate nucleari totali nel mondo, di cui circa 9.745 nelle scorte militari operative (+130 rispetto all’anno precedente). Di queste, 4.012 sono già schierate su missili e aerei pronti all’uso, e tra le 2.100 e 2.200 sono mantenute in stato di massima allerta operativa, pronte al lancio in pochi minuti. Il dato paradossale è che il totale globale risulta ancora in lieve calo solo perché USA e Russia continuano a smantellare vecchie testate ritirate dal servizio. Ma questa tendenza si invertirà presto: il ritmo degli smantellamenti rallenta, mentre quello dei nuovi dispiegamenti accelera. Tutte e nove le potenze nucleari hanno modernizzato i propri arsenali nel 2025, dispiegando nuovi sistemi d’arma. Anche l’Italia è direttamente coinvolta in questo scenario. Le basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) ospitano bombe nucleari statunitensi B61-12 nell’ambito del programma di “nuclear sharing” della NATO. Secondo le stime SIPRI, tra 100 e 120 bombe B61-12 sono attualmente dislocate in sei o sette basi aeree di sei Paesi europei dell’Alleanza Atlantica tra cui l’Italia. A questa situazione di presenza di testate sul nostro territorio si devono poi aggiungere le risorse destinate dal nostro Paese al programma di acquisto dei caccia F-35A, certificati per il trasporto delle bombe nucleari sopra citate. L’Italia contribuisce dunque, con risorse pubbliche, alla catena della deterrenza nucleare della NATO, in un momento in cui questa catena si sta allungando e si stanno discutendo nuove forme di condivisione nucleare europea. La Rete Italiana Pace e Disarmo ritiene che i dati pubblicati oggi da ICAN e SIPRI non lascino spazio a equivoci: il mondo sta percorrendo la strada sbagliata. La corsa agli armamenti nucleari non rende nessuno più sicuro ma al contrario aumenta il rischio di una catastrofe nucleare per errore di calcolo, per incidente tecnico o per escalation di conflitti convenzionali. Per questo la nostra Rete chiede con urgenza, tra le altre cose, che l’Italia ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), già firmato da 94 paesi e in vigore dal 2021, unendosi ai 73 stati che lo hanno già ratificato; che il governo italiano avvii una discussione parlamentare trasparente e pubblica sulla presenza di armi nucleari sul territorio nazionale e sui costi (economici, politici e di sicurezza) della partecipazione italiana al “nuclear sharing” della NATO e che il nostro Paese sostenga in tutte le sedi internazionali (ONU, NATO, G7, Unione Europea) una politica attiva di de-escalation nucleare, rifiutando la logica del potenziamento degli arsenali come strumento di falsa sicurezza. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 9, 2026
Pressenza
Global Sumud Land Convoy: sciopero della fame e proteste
Una crisi internazionale si sta rapidamente acutizzando poiché 10 volontari umanitari entrano nella terza settimana di prigionia illegale in Libia. In un estremo tentativo di ottenere la libertà, 10 dei volontari del convoglio rapiti e detenuti a Bengasi hanno intrapreso un duro sciopero della fame e della sete dal 1° giugno, esponendosi al rischio di insufficienza organica e morte. In un atto di solidarietà e per richiamare l’attenzione sulla criticità della loro situazione, è stato rapidamente organizzato uno sciopero della fame di solidarietà globale in cinque continenti. Decine di attivisti di 13 paesi, tra cui: Canada, Spagna, Italia, Stati Uniti e Sudafrica, sono ora in sciopero della fame per chiedere che i governi intervengano e garantiscano l’immediato rilascio di questi difensori dei diritti umani. Oltre agli scioperi della fame individuali, in tutto il mondo si stanno svolgendo proteste presso le ambasciate libiche e i Ministeri degli affari esteri per chiedere un’azione e un intervento immediati da parte dei governi presso le autorità libiche affinché rilascino immediatamente i 10 volontari internazionali rapiti. La crisi si protrae da oltre tre settimane e tutti i 10 volontari sono attualmente detenuti in centri di detenzione segreti libici, prigioni illegali e reti di detenzione nascoste, con accesso minimo o nullo all’assistenza legale, diplomatica o familiare. Cronologia della crisi: 24 maggio – dieci volontari (i “10 di Sirte”), in qualità di negoziatori ufficiali del Global Sumud Land Convoy, vengono rapiti nei pressi di Sirte e trasferiti con la forza in un centro di detenzione a Bengasi. 1 giugno – i 10 di Sirte iniziano uno sciopero della fame e della sete per protestare contro il loro rapimento, i maltrattamenti e la totale negazione dell’assistenza legale. 7 giugno – lo sciopero della fame e della sete dei 10 volontari rapiti entra nel suo settimo giorno, lasciando un margine sempre più ristretto per un intervento diplomatico. I 10 rapiti – Achraf Khoja, Lucas Ezequiel Aguilera, Maria Paula Giménez, Ana Margarida França Santana Baptista, Domenico Centrone, Leonarda “Dina” Alberizia, Jenelle Jones, Matías Álvarez, Laura Kwoczała-Alsubaih, Alicia Armesto – sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Richieste internazionali e inazione dei governi La Global Sumud Coalition e le famiglie delle vittime rapite sollecitano i governi dei paesi coinvolti — tra cui Tunisia, Argentina, Portogallo, Italia, Stati Uniti, Uruguay, Polonia, Spagna e Canada — a intensificare immediatamente gli sforzi diplomatici per garantire il loro rilascio incondizionato senza ulteriori differimenti. La petizione chiede: 1. Il rilascio immediato e incondizionato di tutti i 10 volontari umanitari. 2. L’accesso consolare immediato e senza restrizioni, e valutazioni mediche indipendenti. 3. Canali di comunicazione aperti tra i detenuti, le loro famiglie e i loro legali. Questo rapimento illegale fa purtroppo parte di un più ampio schema di criminalizzazione degli sforzi di solidarietà con i palestinesi a livello globale, nel tentativo di mettere a tacere l’attivismo e le richieste di liberazione e libertà per i palestinesi. Global Sumud Flotilla
June 9, 2026
Pressenza
A Gaza la “impasse diplomatica” è in realtà guerra contro i bambini
Il Guardian la definisce “impasse diplomatica” e parla di mancanza di progressi sul campo a Gaza: lo stallo renderebbe i Paesi aderenti al Board of Peace “reluctant to pay”, riluttanti a pagare: “Così, mentre la diplomazia latita e i leader mondiali disertano il tavolo negoziale di Gaza, l’esercito israeliano si accanisce con maggior virulenza contro i bambini“. Nelle ultime 48 ore ne ha uccisi con chirurgica precisione almeno tre su una decina di civili: lunedì un bambino di otto anni, Jad Suleiman è stato ammazzato (assieme ad altre tre persone), mentre tornava da scuola verso il campo per sfollati di Jabalia, ed è morto allo Shifa Hospital. > Nei video strazianti è il padre che gli dà l’ultimo addio gridando e dicendo > che stava solo tornando a casa dopo le lezioni. Altre immagini mostrano invece bambini mutilati e sofferenti in ospedale: non ancora uccisi ma destinati all’agonia. Secondo i negoziatori del trumpiano Board of Peace sarebbe il rifiuto di Hamas di cedere le armi ad ostacolare il processo di pace, mentre di fatto, sul campo, è l’aviazione Israeliana che sgancia bombe e droni a distruggere la vita dei palestinesi superstiti. E non solo a Gaza: la Cisgiordania, soprattutto l’area di Hebron è diventata intoccabile. Le persone a Gaza muoiono nei loro stessi accampamenti di fortuna, senza protezione e senza ragione. > Nei villaggi della West Bank vengono invece colpiti “per errore”, così dice > l’esercito. Che si è giustificato nel caso di Sam, un bambino sette mesi ammazzato mentre era in auto con la madre e il padre. Impossibile oramai negarlo: i bambini sono stati in questi tre anni (e continuano ad esserlo) un target privilegiato per Israele. Il reportage del de Volkskrant What the wounds are telling us, Cosa ci dicono le ferite, premiato all’European Press Prize 2026, documenta il targeting deliberato di bambini a Gaza. Dall’inchiesta emerge che le ferite parlano: di colpi mirasti alla testa, di volontà precisa di mirare ai più piccoli, non solo per uccidere ma per mutilare. Il reportage combina raccolta di dati e ritratti di medici: quindici su diciassette hanno dichiarato di aver trattato bambini di quindici anni o meno con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al petto, con il resto del corpo intatto. Si tratta di almeno 114 bambini, la maggior parte dei quali non è sopravvissuta. «Una singola pallottola alla testa o al petto di un bambino è, sul piano della medicina legale, un indicatore forte di targeting deliberato: un colpo mirato, sparato da un cecchino o da un drone armato, da lunga distanza», spiega Francesco Russo. E’ con questi crimini non denunciati e non sanzionati che avremo a che fare in futuro, come Paesi europei sovrani: a scendere in piazza al momento sono sparuti gruppi di attivisti e di società civile che sa e non tace. > Gli altri si lamentano in silenzio o guardano altrove. Ma il rimosso e la negazione torneranno presto a galla condannandoci alla colpa perpetua. Questo è il momento di dissociarsi: “non in mio nome”, in ogni piazza e in ogni luogo, pena la complicità totale consegnata alla Storia. Redazione Italia
June 9, 2026
Pressenza
È nato il microcredito per senza dimora: “Ci dai una mano? Bastano 25 euro!”
L’iniziativa ha per protagonisti i “senza dimora”, i “non bancabili”, i “paria del credito” ed è nata dalla collaborazione tra Mag Firenze e Micro1 A volte per finire nel baratro basta veramente poco. Non hai i soldi per pagarti una cura essenziale quando la burocrazia ti esclude dal Servizio sanitario nazionale; qualche rata arretrata dell’affitto di casa da evadere, o qualche utenza, quando perdi il lavoro e non lo ritrovi; una multa o una cartella esattoriale che arrivano dal passato; la necessità di un paio di costosi occhiali nuovi o dell’apparecchio acustico; l’assicurazione dell’auto in cui dormi, perché se non la paghi il tuo unico giaciglio verrà sequestrato e addio riparo notturno. Tutti casi reali, di persone che rischiano di perdere anche il poco o nulla che hanno. E accomunate da un unico destino: essere persone “non bancabili”. Ovvero che per loro è proprio inutile andare in banca a chiedere un prestito perché non glielo daranno mai. Sono persone prive di garanzie patrimoniali, che non possono accedere ad un conto corrente, ad un prestito o ad altri servizi bancari perché hanno un reddito basso o inesistente, vivono di contratti precari e poveri, hanno vecchi debiti o sono prive dei documenti che dimostrano la loro esistenza. È per questo che il nostro giornale ha deciso di lanciare un programma di microcredito per i più vulnerabili, per gli esclusi dal mondo della finanza tradizionale, che diventano protagonisti nel progetto Fuori Binario. Per noi l’inclusione finanziaria è un diritto e l’esperienza dimostra che chi non ha garanzie patrimoniali può essere una persona affidabile, se ascoltata, accompagnata, messa al centro di una relazione umana. Il Fondo di microcredito Fuori Binario è nato così lo scorso 10 maggio con un’iniziativa promossa con Micro1, Mutua Auto Gestione (Mag) Firenze e Mediterranea Saving Humans, a cui sono intervenute più di cento persone. L’idea affonda le radici in un momento di dolore collettivo, la scomparsa di Stefano, animatore della sede di Fuori Binario, che si è tolto la vita il 3 febbraio 2026. Un gesto che ha scosso profondamente la redazione e l’intera associazione editrice, Periferie al Centro, e che si è così trasformato in azione concreta. Chiunque voglia sostenere il fondo può farlo direttamente attraverso Micro1, associandosi con 10 euro e versando a titolo di prestito una quota da 25 euro (o multipli). Il primo prestito per Nanu  Nanu è stato il primo beneficiario del microcredito frutto della collaborazione tra Micro1 e Fuori Binario. Da molti anni è nostro diffusore, presenza fissa nella zona di Sant’Ambrogio, dove vende il giornale, da cui ricava un piccolo reddito che non consente risparmi né garanzie patrimoniali. Ha bisogno di 400 euro, che non ha, per pagare l’assicurazione semestrale alla vecchia auto in cui dorme la notte con la moglie. È la loro casa, il loro rifugio, tutto quello che hanno. Non possono permettersi di farsela sequestrare, anche se non circolante, perché priva del tagliando assicurativo. Grazie alla loro appartenenza alla Comunità di Fuori Binario vengono a conoscenza della possibilità di avere un prestito. Insieme andiamo a parlare con Paola, Anna e Chiara. A loro racconta la sua storia, le sue preoccupazioni, l’impossibilità di andare in banca a chiedere soldi. Micro1 decide così di procedere con il prestito: 400 euro da restituire in poco più di un anno, 30 euro al mese. Oggi Nanu espone la quietanza dell’assicurazione sul cruscotto dell’auto e dorme sonni tranquilli, seppur scomodi. Il suo sogno, come quello degli altri diffusori di Fuori Binario, resta quello di avere una casa ad un affitto decente. Una storia di innovazione sociale e finanziaria Il microcredito per i non bancabili nasce a Firenze da un’intuizione della Comunità delle Piagge più di venti anni fa, quando nella periferia ovest della città viene fondato il Fondo Etico & Sociale. I principi alla base del fondo sono estremamente semplici: “Dal denaro non si può fare altro denaro” e “Se hai, hai per dare”. Tradotto vuol dire che le persone sono più importanti del denaro e che quest’ultimo viene ritenuto un mero strumento. Significa che viene data priorità alle garanzie relazionali anziché a quelle patrimoniali e che i prestiti non sono gravati da nessun interesse, ovvero il capitale prestato non ha remunerazione. In soldoni si punta alla redistribuzione del denaro piuttosto che al guadagno e lo si fa in maniera radicalmente alternativa, fuori da qualsiasi percorso bancario ordinario. Da quell’intuizione, divenuta realtà, nasce poi la rete fiorentina che costituirà Mag Firenze, animata dal Fondo Etico piaggese e dai progetti Se.Me., Il Raggio, Micro1 e Micro5 a Firenze e Micropoli nell’empolese. Ad essi si aggiungono ben 1160 singoli cittadini che impiegano così i loro risparmi o parte di essi. Ad oggi i prestiti fatti, grazie ad una raccolta di circa 800mila euro, sono oltre 350. È grazie al mutualismo, all’autogestione e alla convivialità, che decine e decine di persone in difficoltà hanno avuto una concreta possibilità di emanciparsi fuori dalle solite logiche assistenzialistiche, di affrontare le difficoltà della vita, di fuggire al ricatto dell’usura: Giuseppina, Franco, Florián, Marisa, Hassan, Giovanna, Dario, Olga e gli altri hanno potuto far fronte con dignità al loro destino, senza dover niente a nessuno salvo che restituire, nei tempi e nei modi a loro più utili, il denaro ricevuto. E tutti i prestiti tornano indietro, nessuno bara, perché hanno ben chiara la consapevolezza che la restituzione è fondamentale per sostenere altre persone escluse come loro. Sanno cosa vuol dire, ci sono passati. Per la Mag non ha senso parlare di insolvenza o di sofferenza dei prestiti. È un’esperienza rivoluzionaria proprio per questo, perché mette al centro del processo finanziario la persona e non il denaro: finché c’è la relazione di fiducia con il socio finanziato (e la conoscenza delle sue difficoltà, più o meno durature) ogni ritardo nella restituzione non può mai costituire insolvenza. La fiducia che si instaura ha inoltre permesso all’assemblea della Mag, il luogo deputato a decidere i prestiti, di includere le persone che quei prestiti hanno chiesto, in modo tale da permettere loro di deliberare e assumere una responsabilità condivisa. La collaborazione tra Fuori Binario, Micro1 e Mag, a cui siete tutti invitati a partecipare, aggiunge oggi un piccolo tassello a questa esperienza, allargando la possibilità di tappare le emergenze e guardare con un po’ più di serenità al futuro anche a chi vive in strada. Fuori Binario
June 9, 2026
Pressenza
“Occhi aperti sulla corruzione”: le iniziative di LIBERA fino al 13 giugno
Flash mob, sit-in, incontri pubblici e azioni di monitoraggio civico per chiedere più trasparenza, controllo e responsabilità. Da ieri  e fino al 13 giugno Libera promuove in tutta Italia la settimana di mobilitazione “Occhi aperti sulla corruzione”, un’iniziativa che rientra nella campagna nazionale “Fame di verità e giustizia”, nata per riportare al centro della vita pubblica l’urgenza del contrasto alle mafie e alla corruzione. In decine di piazze italiane saranno organizzate iniziative pubbliche dedicate a casi e contesti specifici: dalla corruzione nel settore sanitario a Palermo, Messina e Vibo Valentia, al fenomeno del cosiddetto “caro estinto” a Bologna; dalla corruzione negli appalti tecnologici a Roma a quella politico-ambientale a Pisa, fino agli approfondimenti sui presunti intrecci tra ‘ndrangheta, appalti pubblici e politica a Torino e alle gare pubbliche per l’erogazione di servizi dei Comuni e degli ambiti territoriali sociali a Napoli e Benevento. L’iniziativa prende avvio da un dato allarmante: dal 1° gennaio al 1° giugno 2026, Libera ha censito attraverso fonti di stampa 38 inchieste per corruzione e concussione, condotte da 23 procure in 10 regioni italiane, con 386 persone indagate. Le regioni maggiormente coinvolte risultano essere Campania, Lazio e Sicilia. Le indagini riguardano reati che spaziano dalla corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso. Le vicende emerse raccontano di tangenti pagate per ottenere false attestazioni di residenza finalizzate all’acquisizione della cittadinanza italiana iure sanguinis o falsi certificati di morte, ma anche di presunti episodi corruttivi legati all’aggiudicazione di appalti nella sanità, nella gestione dei rifiuti, nella realizzazione di opere pubbliche, nel rilascio di licenze edilizie e nell’affidamento dei servizi di refezione scolastica. Lo sguardo si allarga ulteriormente se si considerano gli ultimi diciotto mesi: dal monitoraggio realizzato da Libera emergono 105 inchieste per corruzione e concussione e 1.507 persone indagate, tra cui 71 esponenti politici, tra sindaci, assessori e consiglieri regionali e comunali. I dati sono stati raccolti attraverso l’analisi di lanci di agenzia, articoli di stampa nazionali e locali, rassegne istituzionali, comunicati delle Procure della Repubblica e delle forze dell’ordine. Per tutte le persone coinvolte vale naturalmente il principio della presunzione di non colpevolezza. Nel contempo assistiamo ad un progressivo smantellamento dei principali strumenti anticorruzione, sia repressivi che preventivi, introdotti a partire dalla legge 190 del 2012, come: * l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che rende impuniti molti casi di favoritismi e conflitti di interesse; la riforma del reato di traffico di influenze illecite, che ora copre una parte molto più ristretta dei casi di mediazione corruttiva; * le limitazioni alle intercettazioni e ai trojan nelle indagini sulla corruzione e sugli altri reati contro la pubblica amministrazione; * la possibile eliminazione dell’obbligo di decadenza per amministratori locali già condannati, anche se non in via definitiva; * l’indebolimento del ruolo della Corte dei Conti, soprattutto sul controllo degli appalti legati al PNRR; * la riduzione dei poteri di vigilanza dell’ANAC, l’Autorità Anticorruzione, prevista dal nuovo Codice Appalti. “Occorre rinnovare un patto forte e lungimirante tra istituzioni responsabili e cittadinanza attiva – ha sottolineato Francesca Rispoli, Copresidente nazionale di Libera – Da un lato, le istituzioni devono consolidare i presìdi di prevenzione e dotarsi di strumenti efficaci di contrasto alla corruzione, anziché indebolirli. Dall’altro, è necessario rafforzare la capacità dei cittadini di far sentire la propria voce attraverso la segnalazione, il monitoraggio civico e l’impegno condiviso nella difesa dei beni comuni e dell’interesse pubblico“. La corruzione non è soltanto una questione giudiziaria. È un fenomeno che sottrae risorse ai servizi pubblici, alimenta disuguaglianze, altera la concorrenza e indebolisce la fiducia nelle istituzioni democratiche. Per questo, il suo contrasto richiede responsabilità politica, strumenti adeguati e una cittadinanza attiva e consapevole. Libera chiede di: – ripristinare efficaci strumenti di contrasto all’abuso di potere nella pubblica amministrazione; – rafforzare le norme sui conflitti di interesse, per garantire imparzialità e indipendenza nelle decisioni pubbliche; – assicurare una trasparenza amministrativa reale e accessibile ai cittadini; – tutelare e valorizzare il whistleblowing, proteggendo chi segnala illeciti e irregolarità; – rendere più efficaci i controlli sui finanziamenti alla politica; – sbloccare il registro dei titolari effettivi, strumento fondamentale per conoscere chi controlla realmente società e imprese; – introdurre una regolamentazione rigorosa e trasparente delle attività di lobbying; – rafforzare i controlli e i meccanismi di vigilanza negli appalti pubblici, soprattutto nei settori più esposti al rischio corruttivo. https://www.libera.it/it-schede-2727-fame_di_verita_e_giustiza_2 Giovanni Caprio
June 9, 2026
Pressenza