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Guerra, sanzioni e vita quotidiana: l’Iran sotto una pressione crescente
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti hanno nuovamente intensificato gli attacchi contro l’Iran. Secondo le notizie diffuse, gli attacchi hanno colpito obiettivi militari, infrastrutture strategiche e aree residenziali, provocando la morte e il ferimento di numerosi civili e militari. Tra I militari uccisi vi sono anche giovani soldati di leva, presenti nelle caserme semplicemente per svolgere il servizio militare obbligatorio. Prima di essere soldati, erano figli, fratelli e membri di una famiglia. Per chi li ha persi, la loro morte non è soltanto una «perdita militare», ma la perdita di una persona cara Il sud dell’Iran: la guerra entra nella vita quotidiana Anche diverse aree del sud dell’Iran sono state colpite pesantemente negli ultimi giorni e, secondo quanto riportato, alcune infrastrutture hanno subito gravi danni. In seguito agli attacchi, la fornitura di acqua, elettricità e gas ha registrato interruzioni in alcune zone. Queste infrastrutture non sono semplicemente strutture tecniche: fanno parte della vita quotidiana delle persone. Quando vengono danneggiate, le conseguenze ricadono direttamente sulle famiglie, sugli ospedali e sulla vita di milioni di persone. Allo stesso tempo, la situazione economica iraniana, già fortemente segnata dalle sanzioni e dalle restrizioni economiche, è stata ulteriormente aggravata dalla guerra. Il calo del potere d’acquisto, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e il forte rialzo del dollaro e dell’euro, arrivati a livelli senza precedenti, hanno reso la vita quotidiana ancora più difficile per molte famiglie. Dietro questi numeri ci sono persone reali: famiglie che faticano a comprare cibo e medicine, genitori preoccupati per I propri figli e persone che guardano al futuro con crescente incertezza. Quando una festa di matrimonio diventa teatro di guerra Uno dei rapporti più drammatici degli ultimi giorni riguarda un attacco aereo a Bandar Koushtak, nella contea di Sirik, nel sud dell’Iran, dove al momento dell’attacco era in corso una festa di matrimonio in un’abitazione. Secondo un rapporto della «Rete di documentazione dei diritti umani del Baluchistan», nella sera di martedì 10 Shahrivar 1405, un’antenna per le telecomunicazioni situata nelle vicinanze di un’abitazione è stata colpita durante un attacco aereo. Il rapporto riferisce che almeno due civili sono rimasti uccisi e più di 50 persone ferite, mentre alcune persone, tra cui donne presenti alla cerimonia, sarebbero rimaste intrappolate sotto le macerie. L’abitazione apparteneva ad Ali e Abbas Mollahi e ospitava numerosi cittadini riuniti per celebrare un matrimonio. Al di là di ogni differenza politica o militare, episodi come questo ricordano una realtà semplice e dolorosa: in guerra, sono spesso le persone comuni a pagare il prezzo più alto. Per una famiglia che perde una persona cara, qualunque sia la ragione dell’attacco, il risultato rimane lo stesso: una sedia vuota, una famiglia in lutto e una vita che non tornerà più come prima. I diritti umani non devono diventare vittime della guerra Difendere i diritti umani non significa difendere un governo o una delle parti coinvolte nel conflitto. Significa difendere il diritto alla vita e alla sicurezza delle persone. I civili nelle proprie abitazioni, le famiglie riunite per una festa e I giovani soldati di leva che stanno svolgendo il servizio militare non dovrebbero trasformarsi in numeri anonimi nei rapporti di guerra. Essere per la pace non significa ignorare le differenze politiche o le questioni di sicurezza. Significa riconoscere un principio fondamentale: la vita umana non dovrebbe mai diventare il prezzo da pagare per raggiungere obiettivi politici o militari. Oggi il popolo iraniano si trova ad affrontare contemporaneamente guerra, pressione economica e una crescente insicurezza fisica e psicologica. In una situazione simile, forse il bisogno più semplice è anche quello più importante: la sicurezza e la possibilità di continuare a vivere una vita normale. La comunità internazionale dovrebbe mettere al primo posto la protezione dei civili, il rispetto del diritto internazionale umanitario e ogni sforzo concreto volto a porre fine alla guerra. Perché una guerra può iniziare per decisione dei politici, ma troppo spesso sono le persone comuni a pagarne il prezzo con la propria vita, il proprio sostentamento e il proprio futuro.   Shayan Moradi
September 4, 2026
Pressenza
Cuba: sanzioni e guerra mediatica
Il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato una nuova serie di sanzioni contro Cuba, un’abitudine che è diventata quasi settimanale, mentre la guerra mediatica all’isola non si ferma. Questa volta le sanzioni hanno colpito i settori finanziari, minerari, metallurgichi ed energetici cubani. Nel suo proposito dichiarato di soffocare l’economia e punire collettivamente il popolo cubano, il segretario di stato statunitense, ha emesso sanzioni contro: – BANCO EXTERIOR DE CUBA, una banca statale di Cuba specializzata in business banking, finanziamento del commercio estero e transazioni internazionali. – EMPRESA DE SERVICIOS COMANDANTE RENÉ RAMOS LATOUR (NICAROTEC), un’entità di proprietà statale cubana, un’azienda che svolge servizi industriali e tecnici che fornisce supporto geologico e minerario al settore del nichel. – EMPRESA IMPORTADORA Y ABESTECEDORA DEL NÍQUEL (CEXNI), una società di commercio estero e logistica che importa e fornisce materie prime specializzate, macchinari e attrezzature per l’industria cubana del nichel e del cobalto. – EMPRESA IMPORTADORA DE APPROVECIMIENTO PARA EL PETRÓLEO (ABAPET), una filiale di CUPET che partecipa principalmente alle attività di supporto alle gare d’appalto per CUPET, e ha importato specificamente attrezzature tecnologiche, pezzi di ricambio, strumenti specializzati e prodotti industriali necessari per sostenere il settore energetico di Cuba. – COMERCIAL CUPET S.A. un’entità cubana di proprietà statale che rappresenta CUPET in trattative e joint venture con entità straniere. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14404, ha incluso nella sua lista di sanzionati Fidel Ernesto Castro Calis, ufficialmente legato da Washington ad Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro e figura degli organi di sicurezza del governo cubano. Parallelamente alle sanzioni continua la guerra mediatica contro Cuba portata avanti dai mezzi di informazione finanziati dal governo degli Stati Uniti attraverso diverse agenzie governative, una guerra a 360 gradi contro l’isola caraibica che si avvale di ogni mezzo possibile e immaginabile. “Profonda recessione”, “inflazione galoppante”, “trasporto pubblico paralizzato”, “collasso sanitario”, “notte intere senza elettricità”, giorni, anche “mesi senza acqua”, “condizioni di vita deplorevoli”, “aumento dello stress, fame, anemia”, “depressione” e “ansia”, scrive El Nuevo Herald di Miami, uno dei media più attivi nel gettare fango su Cuba, fa notare il sito spagnolo Cubainformaciòn. ovviamente tutte le responsabilità vengon gettate sul governo dell’isola, reo di non essere capace di risolvere la difficile situazione in cui si trova Cuba. Mai viene menzionato il blocco economico, commerciale e finanziario applicato da quelli che finanziano la testata, come mai vengono menzionate le centinaia di sanzioni emesse dal governo a stelle e strisce. Tutto è colpa di Miguel Diaz Canel e del suo esecutivo. Vengono volontariamente ignorati gli appelli di diversi gruppi di relatori e dello stesso Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, nei quali si esortano gli Stati Uniti a revocare le sanzioni all’isola, che causano morti per mancanza di forniture mediche e hanno un impatto sul cibo e sull’accesso all’acqua. Dal 2019, la guerra economica di Washington è riuscita a decimare il turismo, i servizi medici internazionali e le rimesse, tre pilastri essenziali dell’economia di Cuba, ha causato la fuga di massa delle società di investimento straniere, da otto mesi, impedisce l’arrivo di carburante per le centrali elettriche o il trasporto, e ha causato la detenzione nei porti caraibici di migliaia di container, con tutti i tipi di forniture già pagate, attraverso le minacce alle compagnie di navigazione. Ma tutti i problemi che affronta quotidianamente la popolazione, secondo questi “indipendenti” media, sono del governo cubano. Non dimentichiamoci poi la costante narrazione portata avanti da questi mezzi di informazione che imputa al modello socialista della rivoluzione la causa di tutti i problemi dell’Isola. Viene costantemente scritto che il governo cubano, con esasperante caparbietà, non vuole ammettere che la rivoluzione socialista ha fallito e che occorre trasformare Cuba in un paese moderno allineato alle politiche economiche liberali attuando riforme che orientino l’economia in questa direzione. Chiaramente anche in questo caso le sanzioni non hanno alcuna responsabilità, tutto è colpa del modello socialista dell’economia e del governo che non vuole abbandonarlo. Così è il giornalismo al servizio del genocidio. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
September 4, 2026
Pressenza
Inaugurato il Bene Confiscato di via Cosenz. Nasce la nuova sede del progetto “Per Aspera ad Astra” destinato a minori e famiglie straniere che vivono situazioni di vulnerabilità o difficoltà
INAUGURAZIONE DEL BENE CONFISCATO DI VIA COSENZ. NASCE LA NUOVA SEDE DEL PROGETTO “PER ASPERA AD ASTRA” DESTINATO A MINORI E FAMIGLIE STRANIERE CHE VIVONO SITUAZIONI DI VULNERABILITÀ O DIFFICOLTÀ È stato inaugurato questa mattina il Bene Confiscato alla criminalità organizzata sito in via Cosenz n. 26. L’immobile, restituito alla città e alla collettività, è stato assegnato all’associazione SALAM HOUSE GIOVANI ODV, capofila dell’associazione temporanea di scopo con RINASCITA SALAM HOUSE ODV, NEREA APS (Associazione di Promozione Sociale) e NAZARETH – Cooperativa Sociale a r.l. ONLUS. La struttura ospiterà il progetto di riutilizzo sociale “Per Aspera ad Astra”, un’iniziativa pensata per offrire un concreto sostegno e percorsi di integrazione a minori e famiglie straniere che vivono situazioni di vulnerabilità o difficoltà di inserimento nel tessuto sociale ed economico del Paese. All’inaugurazione ha partecipato l’Assessore alla Legalità del Comune di Napoli, Antonio de Iesu che ha dichiarato: “Oggi è una bella giornata. Lo dico senza retorica, lo dico con il cuore. Lo dico perché guardare questo bene confiscato che era utilizzato dai camorristi, vedendo invece che sono utilizzate per ospitare dei bambini anche di diverse culture significa vera integrazione. E questo è grazie al lavoro del Servizio beni confiscate e dell’amministrazione. Io personalmente su questo mi sto spendendo molto. Il ringraziamento va poi soprattutto alle Associazioni che spendono il loro tempo per aiutare tanti bambini che è bello vedere sono qui. È un quartiere delicato, sensibile e per questo non sono sufficienti solo le attività di pulizia Giudiziaria ma è necessario che il quartiere reagisca con tante iniziative da parte delle Associazioni. Abbiamo prossimamente l’inaugurazione di altri 2 beni confiscati per cui il nostro obiettivo è esaurire i beni confiscati dando a tutti una destinazione di alto profilo morale come in questo caso”. Redazione Napoli
September 4, 2026
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Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
I custodi della terra: l’importanza del ritorno all’agroecologia
Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola. Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate. A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto. Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica. Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno. Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa. C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche. La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori. In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale. Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto. Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni. Redazione Sardigna
September 4, 2026
Pressenza
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Coloni israeliani “escursionisti” nel mio villaggio della Cisgiordania.
IL PROSSIMO PASSO È IL VIOLENTO FURTO DI TERRE Gruppi organizzati ora vagano per Qira armati di fucili, rinominando i nostri luoghi sacri e mappando i nostri campi nell’ambito di un processo che si conclude con lo sradicamento dei palestinesi. Per decenni, la mia città natale di Qira è stata un santuario di tranquilla resistenza. Uno dei villaggi più piccoli della Cisgiordania occupata, situato nella governatorato di Salfit e nascosto a occhi avidi, è rimasto relativamente protetto dalle grandi confische di terre e dalle aggressive incursioni durante i lunghi anni di occupazione. Quella oscurità protettiva sta finendo. Nelle ultime settimane, gruppi organizzati di coloni israeliani armati hanno iniziato a fare regolari ed non autorizzate “escursioni esplorative” attraverso il nostro villaggio, passando davanti alle nostre case, ispezionando la nostra antica piscina romana e scendendo nella valle per esaminare i luoghi sacri locali, assegnando loro nomi ebraici e rivendicando collegamenti biblici. Ciò che potrebbe apparire a un osservatore esterno come innocue uscite ricreative è, di fatto, un precursore dell’espansione territoriale – una campagna di ricognizione che segnala che nessun spazio palestinese è al sicuro. Gli stessi coloni l’hanno dichiarato: “Ovunque calchi il piede l’escursionista”, ha affermato il fondatore di un gruppo escursionistico, “lì passerà il confine”. Non dobbiamo andare oltre il villaggio di Tell, vicino a Nablus, per vedere dove porta questa traiettoria. A luglio, quattro palestinesi sono stati uccisi lì dopo uno scontro innescato da una di queste “escursioni” armate di coloni, e i coloni impazziti hanno poi bruciato case nei villaggi vicini. In Cisgiordania, la ricognizione “civile” è l’avanguardia della violenza letale. Dalla tenda all’insediamento I coloni hanno avuto notevole successo nel radicarsi nella coscienza collettiva palestinese come minaccia costante, invadendo e prendendo sempre più ciò che appartiene ai palestinesi. La loro espansione non è più limitata ad aree aperte, terreni statali o spazi comuni. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro. La strategia segue un piano metodico: prima, i coloni arrivano per “esplorare” e fare ricognizione della terra, assegnando nomi ebraici ai siti palestinesi per fabbricare un diritto storico. Poi, montano una singola tenda, che presto diventa un caravan con strutture aggiuntive; seguono un recinto per animali e un camion che scarica un gregge. Gradualmente, questo posto temporaneo evolve in una casa permanente per una famiglia o un gruppo di giovani uomini, che lasciano pascolare il bestiame sui prati locali, cacciando fuori i greggi palestinesi e rivendicando la terra come propria. I fautori di questo modello di “insediamento pastorale” hanno dotato questi avamposti di veicoli fuoristrada, droni con telecamere, fucili automatici, occhiali per la visione notturna e tutto il supporto logistico necessario per sostenere la loro presenza. La loro portata si sta ora espandendo a un ritmo allarmante, con tour organizzati per familiarizzare con la geografia circostante: siti storici, luoghi sacri religiosi, cisterne d’acqua e sorgenti profonde nelle città, villaggi e comunità palestinesi. Una trappola narrativa La dimensione psicologica di queste incursioni è deliberata quanto la presenza fisica. I coloni registrano i loro tour e li trasmettono sui social media in video curati accompagnati da musica. Il più inquietante di tutti è il furto sonoro: i video presentano tradizionali melodie folcloristiche palestinesi, ritmi legati alla nostra campagna e ai nostri antenati, ri-registrate con testi ebraici che invocano temi religiosi. Sovrapponendo testi ebraici a melodie native palestinesi mentre camminano nei nostri campi, i coloni tentano una doppia cancellazione: etichettano antichi monumenti palestinesi con toponimi biblici mentre si appropriano dei paesaggi sonori della vita rurale palestinese. Queste incursioni creano anche una pericolosa trappola per i residenti. Non sorprende più, per un palestinese, aprire la finestra e vedere coloni vagare per le strade del villaggio, potenzialmente entrando nel suo cortile, ispezionando il suo negozio o prendendo le sue proprietà. Eppure, quando i palestinesi cercano di difendere le loro case o i loro beni, vengono immediatamente rappresentati dalle autorità e dai media israeliani come se avessero attaccato “escursionisti ebrei” per motivi nazionalistici. Questa narrativa invertita concede efficacemente ai coloni licenza di abusare o uccidere palestinesi sotto la copertura dell’autodifesa. Per un palestinese, il costo della resistenza è assoluto. Difendere la propria proprietà può significare essere uccisi sul colpo, vedere la casa familiare destinata alla demolizione punitiva e guardare l’intero villaggio soggetto a punizioni collettive e blocchi. Non ci sono ancora stati scontri o distruzione di proprietà a Qira, ma la quiete non porta sollievo: una ricognizione di questo tipo raramente rimane passiva a lungo. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro, trasformando il nostro santuario in una frontiera attiva. Nessuno può prevedere come, quando o dove questa tensione insopportabile esploderà. Rimanere con dignità Nonostante questo soffocamento incessante, il nostro legame con la nostra terra, la nostra storia e il nostro paese rimane incrollabile. Sumud, la nostra fermezza, è l’atto quotidiano di svegliarsi a Qira, curare i nostri ulivi e rifiutare di essere cancellati. Non vogliamo essere costretti a lasciare la nostra terra solo per diventare migranti indesiderati e senza documenti in Europa o negli Stati Uniti, dove politici come Donald Trump dipingono i rifugiati come minacce attraverso una lente razzista e li accusano di diluire la cultura occidentale. Non abbiamo alcun desiderio di partire, e non abbiamo altra casa. Ciò che vogliamo è rimanere con dignità sulla nostra terra. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha definito i coloni che attaccano le comunità palestinesi “terroristi”, ma insiste che siano una “molto piccola minoranza” di “non-coloni”, inquadrando la stragrande maggioranza come pacifici vicini. Eppure l’imprenditoria degli insediamenti stessa è un illegale e aggressivo takeover della nostra terra. Quando gruppi armati entrano nei nostri villaggi, espropriano la nostra acqua e smantellano le nostre comunità con il sostegno dello stato e la protezione militare, funzionano collettivamente come un apparato di terrore contro la vita civile. La pressione su di noi sta crescendo a un grado senza precedenti, soprattutto per una generazione più giovane che vede ogni percorso verso una vita normale bloccato. Per restare, abbiamo bisogno di un vero sostegno dalla comunità internazionale, e soprattutto di una pressione significativa sullo Stato occupante per fermare il terrorismo incontrollato dei coloni in tutta la Cisgiordania. Promettiamo che non lasceremo. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati in pace per vivere, costruire e fiorire nella nostra patria. Traduzione di Nazarena Lanza Fareed Taamallah 2 September 2026 Organised groups now roam through Qira armed with rifles, renaming our shrines and surveying our fields as part of a process that ends in Palestinian dispossession   For decades, my hometown of Qira was a sanctuary of quiet endurance. One of the smallest villages in the occupied West Bank, nestled in the Salfit governorate and tucked away from covetous eyes, it remained relatively shielded from major land confiscations and aggressive incursions throughout the long years of occupation. That protective obscurity is ending. In recent weeks, organised groups of armed Israeli settlers have begun making regular, unauthorised “exploratory hikes” through our village, wandering past our homes, inspecting our ancient Roman water pool and descending into the valley to survey local shrines, assigning them Hebrew names and claiming biblical connections. What may appear to an outside observer as harmless recreational outings is, in fact, a precursor to territorial expansion – a scouting campaign signalling that no Palestinian space is safe. The settlers themselves have said as much: “Wherever the hiker’s foot treads,” the founder of one hiking group has declared, “there the border will pass.” We need look no further than the village of Tell, near Nablus, to see where this trajectory leads. In July, four Palestinians were killed there after a confrontation sparked by one such armed settler “hike”, and rampaging settlers then burned homes in nearby villages. In the West Bank, “civilian” scouting is the vanguard of lethal violence. From tent to settlement Settlers have succeeded remarkably in embedding themselves in the collective Palestinian consciousness as a constant threat, encroaching upon and seizing ever more of what Palestinians own. Their expansion is no longer limited to open areas, state lands or communal grounds. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours The strategy follows a methodical blueprint: first, settlers arrive to “explore” and scout the land, assigning Hebrew names to Palestinian sites to manufacture historical entitlement. Next, they pitch a single tent, which soon becomes a caravan with additional structures; then come an animal pen and a truck unloading a herd. Gradually, this temporary post evolves into a permanent home for a family or a group of young men, who unleash their livestock to overrun local pastures, driving out Palestinian herds and claiming the land as their own. The architects of this “pastoral settlement” model have equipped these outposts with four-wheel-drive vehicles, camera drones, automatic rifles, night-vision goggles and all the logistical support needed to sustain their presence. Their reach is now expanding at an alarming pace, with organised tours to familiarise themselves with the surrounding geography: historic sites, religious shrines, water cisterns and springs deep within Palestinian cities, villages and communities. A narrative trap The psychological dimension of these incursions is as deliberate as the physical presence. Settlers record their tours and broadcast them across social media in polished videos set to music. Most unsettling of all is the sonic theft: the videos feature traditional Palestinian folk melodies, rhythms tied to our countryside and our ancestors, re-recorded with Hebrew lyrics invoking religious themes. By superimposing Hebrew lyrics on native Palestinian melodies while walking through our fields, the settlers attempt a double erasure, relabelling ancient Palestinian landmarks with biblical toponymy while appropriating the very soundscapes of rural Palestinian life. These incursions also set a dangerous trap for residents. It is no longer surprising for a Palestinian to open their window and see settlers wandering through the village streets, potentially entering their courtyard, inspecting their shop or taking their property. Yet when Palestinians attempt to defend themselves, their homes or their belongings, they are immediately portrayed by Israeli authorities and media as having attacked “Jewish hikers” out of nationalist motives. This inverted narrative effectively grants settlers licence to abuse or kill Palestinians under the guise of self-defence. For the Palestinian, the cost of resistance is absolute. Defending one’s property can mean being killed on the spot, seeing one’s family home slated for punitive demolition and watching the entire village subjected to collective punishment and lockdown. There have been no clashes or property destruction in Qira yet, but the quiet brings no relief: surveying of this kind rarely stays passive for long. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours, transforming our sanctuary into an active frontier. No one can predict how, when or where this unbearable tension will erupt. Remaining with dignity Despite this relentless strangulation, our attachment to our land, our history and our country remains unwavering. Sumud, our steadfastness, is the daily act of waking up in Qira, tending our olive trees and refusing to be erased. We do not want to be forced off our land only to become unwanted, undocumented migrants in Europe or the US, where politicians like Donald Trump paint refugees as threats through a racist lens and accuse them of diluting western culture. We have no desire to leave, and we have no other home. What we want is to remain with dignity on our own soil. US Ambassador to Israel Mike Huckabee has called the settlers attacking Palestinian communities “terrorists”, but insists they are a “very small minority” of “unsettlers”, framing the overwhelming majority as peaceful neighbours. Yet the settlement enterprise itself is an unlawful, aggressive takeover of our land. When armed groups enter our villages, expropriate our water and dismantle our communities with state backing and military protection, they function collectively as an apparatus of terror against civilian life. The pressure on us is mounting to an unprecedented degree, especially for a younger generation who sees every path to a normal life blocked. To stay, we need genuine support from the international community, and above all meaningful pressure on the occupying state to halt unchecked settler terrorism across the West Bank. We promise that we will not leave. All we ask is to be left in peace to live, build and flourish in our homeland. Fareed Taamallah
September 4, 2026
Pressenza
L’urgenza di occuparsi dei giovani adulti che non studiano né lavorano
I giovani NEET, dall’acronimo inglese Not in employment, education or training, sono l’insieme dei ragazzi e delle ragazze che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo corsi di formazione di alcun tipo. Non una generazione apatica, di “sdraiati” come sarebbe fin troppo facile classificarli, ma un insieme di risorse che non sempre la società e il mondo del lavoro sono capaci di valorizzare. Un primato poco edificante che tocca soprattutto l’Italia, a livelli mediamente più elevati rispetto al resto d’Europa. Ai NEET è dedicato “Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti“, il Terzo Rapporto sull’Agenda FAST1. realizzato da Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica, scritto da Alice Sofia Fanelli, Concetta Filace e Franca Maino, con la prefazione di Maurizio Ferrera. Si tratta di  un documento che si concentra in particolare sui cosiddetti giovani adulti, ovvero gli appartenenti alla fascia 25-34 anni. Un segmento spesso trascurato dalla letteratura e dalle statistiche ufficiali, in cui l’inattività rischia di trasformarsi da condizione transitoria in esclusione strutturale. Il Rapporto ricostruisce anzitutto il quadro teorico del fenomeno NEET, mettendo in luce l’estrema eterogeneità: dietro la stessa etichetta statistica convivono giovani disoccupati in cerca attiva di lavoro, persone scoraggiate, chi è assorbito da responsabilità familiari e chi, semplicemente, resta in attesa dell’occasione giusta. Sul piano empirico, i dati Istat 2018-2024 mostrano una riduzione dell’incidenza dei NEET dopo il picco pandemico, un segnale che il Rapporto collega alla ripresa economica e all’effetto di programmi pubblici. Un miglioramento, tuttavia, che non è uniforme: la fascia 25-34 anni resta quella più esposta, con un tasso di inattività femminile nel 2024 che sfiora ancora il 32%, a fronte di un 17% maschile, e un divario territoriale che vede il Mezzogiorno superare il 30% contro il 10-20% del Nord e del Centro. Anche l’istruzione, pur riducendo il rischio di esclusione, non è sufficiente ad azzerare le disuguaglianze di genere e territoriali.  “I dati Istat 2024, si legge nel Rapporto, evidenziano forti differenze territoriali e di genere nell’incidenza dei NEET nella fascia 25-34 anni. Il Mezzogiorno registra valori nettamente più elevati rispetto al Nord e al Centro, confermando la persistenza di un marcato divario territoriale. In tutte le macroaree le donne risultano più esposte al fenomeno dei NEET rispetto agli uomini, ma il divario di genere è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove l’incidenza femminile supera ampiamente il 40%, a fronte di valori significativamente più contenuti tra gli uomini. Anche nel Nord e nel Centro, pur in presenza di livelli complessivamente più bassi, le donne presentano tassi superiori rispetto ai coetanei maschi. L’incidenza totale dei NEET si mantiene su livelli relativamente contenuti nel Nord e nel Centro (tra il 10% e il 20%), mentre supera il 30% nel Mezzogiorno. Nel complesso, emerge con chiarezza come il genere e il contesto territoriale agiscano congiuntamente, amplificando le disuguaglianze nei percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per le giovani donne residenti nelle regioni meridionali”. Il Rapporto passa in rassegna le politiche attive del lavoro e le politiche giovanili adottate in Italia negli ultimi decenni, a partire dalla legge sull’apprendistato del 1955 fino alle riforme più recenti. Vengono analizzate nel dettaglio le principali misure rivolte ai NEET: Garanzia Giovani, avviata nel 2014 e capace di coinvolgere oltre 1,6 milioni di giovani ma con risultati più deboli proprio verso i profili più vulnerabili; Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, che ne ha raccolto l’eredità ampliando l’attenzione a donne e persone fragili; Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, perno del PNRR, che ha raggiunto oltre 4,2 milioni di beneficiari con un tasso di occupazione stabile pari al 33,8%. Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ampliato la platea dei beneficiari e migliorato il coordinamento tra i servizi, ma che continua a faticare nell’aggancio (outreach) dei giovani più distanti dal mercato del lavoro, penalizzati da una logica di attivazione che presuppone spesso una motivazione e delle risorse che proprio i più vulnerabili non hanno. Una parte interessante del Rapporto è dedicata a quattro esperienze territoriali, allo scopo di comprendere cosa funzioni davvero per affrontare il fenomeno dei NEET. Queste le esperienze indagate: Articolo+1 a Torino, basato su un modello di finanziamento a risultato e su partenariati tra servizi per il lavoro, agenzie formative ed enti del terzo settore; Aperti Orizzonti a Brescia, costruito sulla credibilità relazionale degli operatori per intercettare i giovani “invisibili” attraverso canali informali e formali; Level Up! a Ravenna, che ha puntato su una comunicazione non istituzionale e sulla gamification per superare lo stigma della categoria NEET; Oltre la Pandemia a Catania, incentrato sulla riattivazione motivazionale prima ancora che sull’acquisizione di competenze tecniche. Come scrive Maurizio Ferrera nella prefazione: “La <<questione NEET>> deve uscire dal cono d’ombra in cui è stata sinora relegata. Essa deve imporsi con urgenza nel dibattito e nell’agenda politica nazionale. I  giovani sono <<tutto il futuro che abbiamo>>. Un futuro già presente nell’oggi, che non possiamo permetterci di sprecare”. FAST è un acronimo delle direttrici di marcia necessarie al nostro welfare per invertire la rotta: F come famiglia, a cui indirizzare trasferimenti e agevolazioni fiscali capaci di ridurre il costo dei figli senza disincentivare il lavoro delle madri;  A come asili, soprattutto nidi; S come servizi che permettano a donne (e uomini) di non dover sacrificare la procreazione per i troppi carichi di cura; T come tempi flessibili da ottenere attraverso lavoro “agile”, riorganizzazione dei “tempi della città” e così via. Ma FAST, sottolineano gli autori, ricorda anche quanto serva fare in fretta (“fast” in inglese significa “veloce”) nello sviluppare interventi che siano in grado di andare oltre la retorica e che permettano di determinare un approccio strategico verso la natalità. Questo Terzo Rapporto sull’Agenda FAST estende lo sguardo che Fondazione Lottomatica e Percorsi di Secondo Welfare hanno rivolto, nei primi due Rapporti, alla famiglia, agli asili e ai servizi per la prima infanzia (https://www.secondowelfare.it/).  Qui il Rapporto sui NEET: https://www.secondowelfare.it/wp-content/uploads/2026/07/Rapporto-FAST-3_Neet_Percorsi-di-Secondo-Welfare-e-Fondazione-Lottomatica.pdf.  Giovanni Caprio
September 4, 2026
Pressenza
Toledo: 4ª Università estiva dell’ Umanesimo Universalista: “Rivoluzione nonviolenta, direzione umanizzante”
QUEST’ANNO, LA SUMMER UNIVERSITY OF UNIVERSALIST HUMANISM CELEBRA LA SUA QUARTA EDIZIONE CON IL MOTTO ” RIVOLUZIONE NONVIOLENTA. UNA DIREZIONE UMANIZZANTE “. Come nelle edizioni precedenti, si svolgerà nell’arco di tre giorni, dall’11 al 13 settembre , presso il Parco di Studi e Riflessione di Toledo . Perché è stato scelto questo tema generale per le attività che si svolgeranno questa volta? Indubbiamente, perché gli episodi di violenza si stanno intensificando e occorre una risposta urgente. ” Stiamo assistendo al crollo delle istituzioni e all’ascesa dell’individualismo, che porta a confusione e alla disgregazione di valori e credenze”, hanno affermato gli organizzatori . “E mentre una parte della popolazione è paralizzata, un’altra parte di noi si ribella per cambiare la situazione. Continuare con il sistema attuale non fa altro che prolungare il dolore e la sofferenza che stiamo vivendo”.  Per noi, l’unica soluzione valida è una rivoluzione nonviolenta in senso umanizzante, che rifiuti la violenza e metta il potere nelle mani del popolo. Nel corso dei tre giorni, si terranno conferenze, workshop, tavole rotonde e attività ricreative in cui i partecipanti esploreranno, si scambieranno idee e lavoreranno su diversi elementi essenziali per rendere possibile questa trasformazione. Il programma completo è consultabile qui . Parleremo di trasformazione personale e sociale, risveglio della coscienza, processi di pace, disarmo, movimenti internazionalisti o studenteschi, femminismo, riconciliazione, intelligenza artificiale e istruzione, salute, ambiente, casa, arte, spiritualità, come acquisire la fede interiore che questa rivoluzione sia possibile… e tutto questo per immaginare insieme e avvicinarci a quel futuro che stiamo già costruendo. Ovviamente, generazioni diverse si mescoleranno e il divertimento non mancherà, come in ogni edizione. La partecipazione è gratuita, ma è importante registrarsi per facilitare l’organizzazione. La sessione di apertura e la tavola rotonda saranno trasmesse in streaming online  e saranno disponibili collegamenti online per sessioni come quelle sul reddito di base e sull’assistenza sociale. Tuttavia, si incoraggia la partecipazione di persona. Per ISCRIVERSI, clicca qui: https://uvpt.org/inscripcion-2026/ “Un mondo sta crollando… Nel frattempo, noi stiamo costruendo quello che ci meritiamo: un mondo di pace e nonviolenza.”   Redacción España
September 4, 2026
Pressenza
Il baratto che umilia la Costituzione
Il ritiro dell’emendamento sul ballottaggio ha svelato ciò che era già nell’aria: un accordo tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Roberto Vannacci. E forse il pacchetto prevede anche il sacrificio della Lega di Salvini, già in difficoltà per gli smottamenti interni. La rinuncia allo strumento che doveva emarginare Vannacci, in cambio della sua benedizione a Giorgia Meloni per il Quirinale. Il leader di Futuro Nazionale, sanzionato e sospeso dal ministro Crosetto, diventa l’ago della bilancia della destra. La legge elettorale contro la massima carica dello Stato. Disposti a tutto. Ora, con il premio di maggioranza monstre ormai cosa fatta, il sostegno di Vannacci minaccia di cancellare quel residuo di democrazia che il Paese conserva. Perché un premio così schiacciante, che consegna il Parlamento a una sola parte, realizza di fatto un premierato senza riforma costituzionale e cancella le istituzioni di garanzia. La forma resta parlamentare, la sostanza è presidenziale. Il Presidente della Repubblica, di fronte a una maggioranza così compatta, non avrebbe altra scelta che affidare il governo al candidato prescelto dalla coalizione relativamente vincitrice. L’indicazione politica diventa un vincolo, non un suggerimento. A parlare di “mera indicazione” al Capo dello Stato si omette un aspetto fondamentale: il Presidente, in quel sistema, non potrebbe discostarsene senza provocare una crisi istituzionale. È dunque una reticenza che nasconde la verità: il premierato di fatto è già qui, senza che nessuno abbia avuto il coraggio di discuterne pubblicamente, né di scriverlo in Costituzione. È un sistema che aggira la Carta costituzionale senza modificarla che nessuno sembra voler fermare. Il centrosinistra, in questo quadro, latita. Incapace di sfruttare il vantaggio potenziale che gli deriva dall’atteggiamento antisistema di Futuro Nazionale ed incapace di trovare una linea comune, si limita a guardare. E nel farlo, asseconda e legittima una deriva che pure blandamente denuncia, tra un’invocazione di primarie web e l’altra ai gazebo, senza mai dire quale sia la sua prospettiva politica. Né da una parte, né dall’altra conoscono la Vergogna ed è questo il segnale più grave. Gregorio De Falco
September 4, 2026
Pressenza
Il mio Enzo Bianchi
“Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventare veramente uomo”  Enzo Bianchi Le parole che qui scrivo in ricordo di Enzo Bianchi difficilmente riusciranno ad essere esaurienti riguardo allo spessore umano, intellettuale e spirituale di un uomo che ha vissuto tutta una vita dedicata alla ricerca instancabile del volto di Cristo nel volto degli uomini, vissuta nell’obbedienza, nell’amore e nella libertà di chi ha riconosciuto in Gesù la via, la verità e la vita.  Uomo sapiente, capace di parlare a tutte le generazioni di credenti e non credenti, grazie al suo linguaggio semplice, diretto e penetrante, è stata una figura decisiva per il rinnovamento di una Chiesa sempre più narrante di un Dio vicino e buono.  Io ho avuto il privilegio di conoscerlo personalmente nell’Ottobre del 2025 alla Casa della Madia, partendo dalla mia città, Palermo. Ho sentito dentro di me l’urgenza di incontrare quest’uomo di cui ho sempre sentito parlare in famiglia, nella Comunità Kairòs (cui apparteniamo dalla sua fondazione) e che ho avuto modo di apprezzare attraverso la conoscenza diretta della realtà del Monastero di Bose, la lettura dei suoi libri e le numerose ore in ascolto delle sue meditazioni sulle Sacre Scritture e sui temi che più interessano l’umano.  Oltre ad aver avuto l’onore di mangiare alla stessa tavola piatti magnificamente cucinati da lui, sempre accompagnati da un buon vino rosso (e sappiamo che per Enzo il cibo era strumento per intessere relazioni umane e fraterne), ho potuto parlare direttamente con lui nel suo studio. Quella sera, invitandomi a dargli del tu, mi ha accolto accendendo un fuoco nel suo camino, fuoco che, mi diceva, gli teneva compagnia nei momenti di silenzio e solitudine. È stata una conversazione intima e accogliente: paternamente interessato alla mia vita di giovane pianista e compositore, abbiamo parlato di musica e di libri ma, tra le cose dette, ricordo, in particolare, di aver conversato con lui sulla volontà di Dio nel momento della passione di Gesù, e di come sarebbe assurdo pensare (anche se lo si è fatto e si continua a fare) che il Padre desiderasse la sofferenza e la morte del Figlio perché tutto si compisse. “Bel padre!”, direbbe lui con grande ironia. Piuttosto, la volontà di Dio si esaudiva nel Figlio che fino alla fine, nonostante l’angoscia e la paura vissuta nell’orto degli Ulivi la sera del suo arresto, è rimasto coerente con il suo essere mite, buono, giusto, irreprensibile nel suo messaggio di amore, misericordia e speranza di resurrezione. Il resto, è conseguenza di un mondo malvagio che uccide l’uomo giusto che lo abita.  Ecco, una cosa che ho estremamente chiara grazie a Enzo è che Dio non è mai causa di sofferenza, perché è Padre buono. Piange con noi e trasforma il dolore in un bene più grande del male, come è stato per Gesù che nella libertà, e per amore del mondo, si è consegnato alla croce e poi è stato resuscitato da Dio, vincendo la morte una volta e per sempre. “Forte come la morte è l’amore”, ma grazie alla resurrezione di Gesù noi cristiani abbiamo speranza nel dire che più forte della morte è l’amore. Enzo rigettava con forza tutto quello che potesse dare del Signore l’immagine di un Dio perverso, severo, bigotto, lontano, giusto ma non misericordioso, che provoca timore, che minaccia, che perdona in modo condizionato. Ci ricordava sempre infatti che l’amore di Dio non si merita, perché in realtà ce ne fa gratuitamente dono, così come il perdono, e che tutto quello che possiamo dire di Dio lo sappiamo da Gesù che, nella sua totale umanità, ha vissuto, parlato e agito tra gli uomini e le donne del suo tempo. Enzo insisteva moltissimo su questo aspetto fondamentale: l’umanità di Cristo. Metteva ben in guardia dai rischi di un cristianesimo che considerasse Gesù solo essere umano o solo essere divino, perciò soleva dire che Gesù, nella sua vita terrena, ha “messo tra parentesi” le sue prerogative divine per poter partecipare pienamente da uomo alla storia, perché Dio ha sete dell’uomo e nel corpo carnale dell’uomo si cela il vero tempio di Dio.  Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore (1Gv 4,18). Un modo che userei per descrivere Enzo Bianchi è quello di ricordarlo come un uomo profondamente umanizzato, termine che conserverò nel cuore per tutta la vita. Diceva infatti che l’uomo è un animale, ma può diventare veramente uomo o veramente donna solo se si umanizza, cioè se quotidianamente intraprende la strada che apre alle relazioni e alla speranza. Questa strada è la fiducia, da cui viene la parola fede. Solo se sappiamo riporre la nostra fiducia nell’altro, solo se crediamo in lui (e viceversa) possiamo veramente aprirci alla vita, realizzando nel concreto che la vocazione dell’umanità è la fraternità, come ben osservò Papa Francesco nella prefazione all’ultimo libro di Enzo, Fraternità.  Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20). Inoltre, Gesù non fonda una religione: ci chiede semplicemente di fidarci di lui e di seguirlo.  Per questo motivo Enzo amava citare spesso il suo amico filosofo francese Marcel Gauchet: “Le christianisme est la religion de la sortie de la religion” (Il cristianesimo è la religione dell’uscita dalla religione), che significa che esso va oltre le logiche del potere politico e istituzionale o cultuale, ma pone il suo fulcro sulla Parola di Gesù. Non si tratta neanche di teismo che afferma semplicemente “Dio c’è”, perché Gesù ci dice che per arrivare a Dio possiamo farlo solo e unicamente tramite l’uomo, il Cristo. Riferendosi a Pascal, diceva “meglio un ateo che un teista”! Pertanto, la fede non coincide con la religione. La fede va ben oltre.  Enzo è stato un uomo che sapeva ricominciare ogni giorno, che riconosceva nella sua debolezza l’agire salvifico della parola di Dio, che insegnava con i fatti ad avere fortezza e resilienza lungo tutto il duro mestiere del vivere, che predicava la fede nella resurrezione non solo dell’ultimo giorno, ma di tutti i giorni. Risorgere ogni giorno, abbandonandosi nelle mani di chi può aiutare a rialzarci. Abbandonandosi con fiducia a Dio. La mattina del 1° settembre 2026, poco dopo le 9:00, a letto, ripensavo all’abbraccio lungo e fraterno che ci siamo dati nel suo studio come saluto al momento del mio congedo. Poche ore dopo, sarei venuto a sapere della sua mancanza. Caro Enzo, tu per me sei stato e sarai per sempre un Maestro. Amavi dire che chi in-segna è colui che dà il segno, cioè indica una via. Ecco, io spero che il tuo insegnamento continui a ispirare i cuori e a portare frutto, soprattutto tra i giovani, miei coetanei, che possano fare della loro vita un capolavoro, come tu auguravi. Io cercherò, per quanto la vita me ne darà la possibilità, di fare la mia parte, nelle parole ma soprattutto nei gesti.  Grazie di vero cuore. Adesso, gioisci nel Signore.      Redazione Palermo
September 3, 2026
Pressenza
Comunicare i dati delle esportazioni di armi dai porti italiani. Il parere della Regione Emilia-Romagna
Da tempo su Pressenza stiamo dando notizia (a differenza di altri media) delle esportazioni di armi dai porti italiani, sia per i sequestri che in alcuni casi sono stati effettuati dalla Finanza, sia per la specifica richiesta di accesso ai dati avanzati da una giornalista di inchiesta alla Agenzie delle Dogane di Ravenna. Per un’inquadramento dei problemi rinviamo al recentissimo articolo di Gianni Alioti di Weapon Watch https://www.pressenza.com/it/2026/09/sorpresa-secondo-lavvocatura-dello-stato-siamo-in-una-guerra-mondiale-a-pezzi/ Nei giorni scorsi la Regione e il Sindaco di Ravenna hanno preso una importante posizione sulla questione, richiedendo di avere una risposta e un accesso ai dati dell’export armiero nel merito non solo locale ma di livello nazionale, cioè per tutti i porti. Si tratta di una proposta di grande rilievo nel chiedere accesso ai dati e trasparenza. Ecco i comunicato stampa integrale della Regione e del Comune. Porto di Ravenna. Armi, de Pascale e Barattoni scrivono al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: “Garantire uniformità di comportamento e fornire i dati sui transiti di tutti gli scali italiani” Il presidente della Regione Emilia-Romagna e il sindaco di Ravenna in merito alla richiesta di accesso agli atti sul transito di armamenti dallo scalo ravennate Bologna – “Siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che la pronuncia della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi, tutelando invece le informazioni relative a provenienze e destinazioni, avesse tenuto ampiamente conto della necessità di garantire questo equilibrio”. Così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, in una lettera inviata al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, intervengono sulla vicenda giudiziaria relativa a un’istanza di accesso agli atti presentata all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna, riguardante la trasparenza dei traffici di materiale bellico e componenti di armamenti attraverso il porto della città. All’istanza, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Ravenna si è opposta e il Tar di Bologna ha censurato, seppur parzialmente, tale decisione, ora sottoposta al giudizio del Consiglio di Stato. Parallelamente, un’altra articolazione territoriale dell’Agenzia, quella di Livorno, a fronte di un’analoga richiesta ha fornito una risposta di diverso tenore, comunicando i quantitativi annui di transito. “Posto che conosciamo la professionalità e la competenza delle donne e degli uomini dell’Agenzia delle Dogane e il loro preziosissimo contributo a tutela del traffico portuale, e che riteniamo sbagliato che in questo momento si trovino, loro malgrado, al centro di una polemica nazionale di cui non hanno alcuna responsabilità diretta- sottolineano de Pascale e Barattoni- siamo consapevoli della complessità della materia e della difficoltà di conciliare le esigenze di trasparenza della Pubblica amministrazione con quelle di sicurezza pubblica. In tal senso, ci era apparso che il pronunciamento della giustizia amministrativa, che chiede di rendere pubblici i quantitativi proteggendo invece provenienze e destinazioni, avesse tenuto in ampio conto tale equilibrio”. Da qui la richiesta di garantire uniformità di comportamento dell’Agenzia su base nazionale, “anche al fine di evitare il moltiplicarsi delle richieste e la diffusione di dati parziali che, in assenza di elementi di confronto, rischiano di distorcere la percezione del singolo scalo rispetto alle sue vocazioni distintive. Chiediamo pertanto alla sede centrale di fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano, in coerenza con quanto già diffuso per il porto di Livorno- concludono de Pascale e Barattoni-. Riteniamo che tali dati possano contribuire ad accrescere la conoscenza di cittadine e cittadini per un dibattito pubblico improntato alla serietà e alla correttezza, senza pregiudizio per la sicurezza nazionale”. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza