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Agenzia di Stampa Internazionale

A marzo 2026 la fiera delle armi da caccia e da guerra arriva a Parma: perché, e come?
In precedenza svolta a Brescia, poi a Vicenza e a Verona, la “fiera della caccia, del tiro sportivo e del turismo venatorio-gastronomico” EOS nel 2026 verrà allestita e dal 28 al 30 marzo aperta al pubblico a Parma. Nel sito della manifestazione è spiegato che “Nell’ultima edizione a Verona ha registrato oltre 40˙000 visitatori e ha raccolto il meglio della produzione e del mercato del Paese [cioè dell’Italia – N.D.R.] e di altri Paesi (40 quelli rappresentati)” e che il suo svolgimento, organizzato da EOS s.r.l. che ha sede a Mestrino (PD), nei 60˙000 mq e 4 padiglioni di Fiere di Parma radunerà 400 aziende e  700 marchi e “segnerà un deciso salto di qualità in termini di contenuti e formato”. Un video realizzato per la LAC / Lega anti caccia e pubblicato su YouTube il 5 marzo 2024 e diffuso anche da Il Fatto Quotidiano mostra che a EOS “si mostrano armi da caccia ma anche armi da guerra“. Perciò il 7 novembre scorso la Casa della pace di Parma e altre 11 associazioni e aggregazioni locali – ANPI sez. di Parma, ANPI provinciale, ANPPIA, Casa delle donne, CIAC, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Donne in nero, Libera Parma, Associazione Medical Care Development Peace, Montanara laboratorio democratico, Associazione Papa Giovanni XXIII, Parma città pubblica e Parma por Cuba – hanno inviato una lettera “aperta agli organi di informazione e alla cittadinanza” sollecitando l’attenzione del sindaco di Parma, Michele Guerra, del presidente della Provincia di Parma, Alessandro Fadda, e del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e interpellando il presidente dell’ente Fiere di Parma, Franco Mosconi, in merito a varie questioni… Considerando che “nel nostro territorio ci sono numerosi Comuni che prendono le distanze dalle armi, esprimendo Assessorati per la pace ed anche Assessorati per il benessere animale”, veniva chiesto > Perché la fiera delle armi a Parma? Annotando che > Nelle due edizioni di Verona tre associazioni nazionali – Osservatorio > permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza, Rete Italiana Pace > e Disarmo e Movimento Nonviolento – avevano proficuamente collaborato con > l’Amministrazione comunale scaligera, con Verona Fiere ed anche con gli stessi > organizzatori di EOS raggiungendo significativi correttivi: un Codice etico > escludente la difesa personale dai settori della manifestazione, un > Regolamento Visitatori e un Regolamento Generale degli Espositori che non > ammetta aziende produttrici di armi di Stati sottoposti a embargo dalle > Nazioni Unite o ritenuti responsabili dalle Nazioni Unite di crimini di guerra > e crimini contro l’umanità, l’esclusione nella manifestazione di interventi di > tipo politico, una maggiore attenzione alla tutela dei minorenni ai quali è > stato precluso il maneggio delle armi. ed evidenziando che tra i suoi soci ci sono il “Comune di Parma (per il 15,96%), la Provincia di Parma (per altro 15,96%) e la Regione Emilia Romagna (per il 4,14%)”, a Fiere di Parma veniva domandato: * Per quanto tempo ha firmato il contratto per EOS ? * È revocabile? * I soci di Ente Fiere erano informati? La risposta del professor Franco Mosconi è pubblicata sul sito della Casa della Pace.     Maddalena Brunasti
Grande attesa per la quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale
In un momento critico della situazione mondiale, in cui riaffiorano violenze neocolonialiste e sembra scomparire ogni traccia di rispetto per i diritti umani e l’autodeterminazione di ogni popolo, assume grande rilevanza l’invito del Forum Umanista Mondiale a riflettere e agire collettivamente per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. Come espresso dal titolo di questa Quarta Assemblea, l’appello di questo spazio di scambio e azione congiunta è quello di superare la crisi e l’incertezza globale attraverso una decisa mobilitazione umana a favore del bene comune. L’interesse suscitato dall’Assemblea, che si terrà il 24 e 25 gennaio dalle 13:00 alle 15:00 (ora UTC, Londra, in Italia calcolare un’ora in più), si è manifestato con intensità nell’iscrizione di organizzazioni e attivisti provenienti da 42 paesi di tutti i continenti. Artisti, collettivi di educatori, promotori della pace e della nonviolenza, sportivi, ricercatori, economisti, rappresentanti del mondo accademico, operatori sanitari e alimentari, difensori dei diritti umani e dell’habitat, tra le altre espressioni della base sociale, confluiranno in questa Assemblea con spirito umanista per condividere visioni ed esperienze che contribuiscano ad aprire il futuro in questa fase complessa che gli esseri umani stanno affrontando. Sebbene la connessione internazionale avverrà tramite videoconferenza, ci saranno diversi momenti in cui si svolgeranno anche scambi di persona. La prima giornata, dopo brevi relazioni su alcune attività di rilievo svolte nell’ambito del Forum Umanista Mondiale negli ultimi mesi, sarà dedicata allo scambio partecipativo per cercare di generare una visione globale della situazione attuale. Durante la seconda giornata si lavorerà su 17 tavoli tematici per rafforzare l’applicazione di proposte e azioni in aree specifiche. Il programma dettagliato è disponibile qui La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Mosca nel 1993, è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Javier Tolcachier
Nazioni Unite: un report sulla “bancarotta idrica mondiale”
L’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (United Nations University institute for water, environment and health, Unu-Inweh) ha rilasciato il report “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era” che analizza a livello planetario lo stato delle riserve di acqua nel pianeta. Secondo quanto si legge nel rapporto circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno; Il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino, abbiamo perso circa 410 milioni di ettari di zone umide e in molte località più del 30% della massa glaciale dal 1970. Il report suggerisce la necessità di un intervento urgente, coordinato e che coinvolga tutti i paesi: “Il momento in cui viene pubblicato questo rapporto è fondamentale e rappresenta un’opportunità cruciale per  rafforzare la responsabilità e elevare l’acqua a priorità globale”. Pressenza IPA
“Per un Iran Libero” , presidio a Firenze : le foto
Con la partecipazione di Amnesty Intenational Toscana, Ampi Firenze, CGIL Firenze, Movimento Vita donna libertà Fi, Donna Vita Libertà ass CulturaleFi , ed altre assocazioni fiorentine, si è tenuto ieri in tardo  pomeriggio  in piazza Sant’Ambrogio nel cuore storico di Firenze un presidio di solidarietà con il popolo iraniano. Le varie associazioni  hanno testimoniato  la tragedia di quel  popolo  che vive da decenni sotto l’oppressione del regime teocratico islamico attuale, come di  quello precedente dittatoriale dello Shah  e che in cicli periodi di rivolte come questultima tenta  faticosamente di trovare  nonostrante la frantumazione e la repressione feroce di ogni forma di resistenza ed  opposizione una propria via verso la libertà. A metà presidio sono comparsi un gruppo di sostenitori del figlio dello Shah, sventolando bandiere monarchiche , creando un certo imbarazzo.  Il giovane Reza Pahlavi, principe in esilio, è proposto dagli gli Stati Uniti  come possibile figura sostitutiva in un cambio di regime da loro sostenuto. In una intervista Reza Pahlavi ha sostenuto “Necessari attacchi di Usa o Israele per il collasso del sitema iraniano”. Una prospettiva che le associazioni iraniane presenti  al presidio rifiutano con forza affermando che sta al popolo Iraniano in una necessaria unione delle forze di opposizione raggiungere la propria libertà ed mancipazione senza l’ingerenze  esterne. Si è chiesto inoltre un  incisivo intervento di tutte  le istanze istituzionali internazionali per condannare e mettere al bando gli atti criminali che il regime degli Attollhah stanno compiendo. foto di Cesare Dagliana Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi iran fi 2001026Donna Vita Libertà Fi   Redazione Toscana
Non entrare nel Board of Peace!
L’Italia non può e non deve entrare nel Board of Peace di Trump.  Lo ripetiamo ancora una volta (anche se il tempo e gli strumenti si stanno esaurendo)! I responsabili della politica italiana (tutti) devono agire con determinazione per fermare l’attacco in corso al sistema multilaterale democratico e difendere l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica. Al contrario, l’Italia e l’Unione Europea devono fare quello che non hanno ancora voluto fare: mobilitare tutti i governi disponibili per difendere e rilanciare l’Onu, il diritto e la legalità internazionale. Il “Board of Peace” di Trump è una minaccia esistenziale all’Onu che è e resta l’unica autorità legale universale. La Risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che attribuisce al “Board of Peace” il compito di mettere fine alla guerra di Gaza, è illegittima, viola gli articoli 1, 2, 24, 52, 54 della Carta delle Nazioni Unite e viola palesemente il diritto internazionale dei diritti umani, compreso il diritto di autodeterminazione dei popoli. Il fine del “Board of Peace” non è quello di promuovere la pace e la cooperazione internazionale bensì quello di difendere gli interessi del suo presidente, anche con la minaccia e l’uso della forza. La sua “carta costitutiva” non contiene alcun riferimento al diritto umanitario internazionale, al diritto internazionale dei diritti umani e al diritto penale internazionale, cioè a quel corpus organico di norme giuridiche che sono alla base della pace e della sicurezza. La sua struttura interna è autocratica, attribuisce il potere assoluto al suo presidente (che si è autonominato), compreso quello di ammettere o espellere i membri. Ricordiamo quello che abbiamo detto e scritto tantissime volte. La distruzione sistematica in corso dell’architettura internazionale e dei pilastri della convivenza, che dalla fine della seconda guerra mondiale ci hanno consentito di superare molte crisi difficili, è un crimine che deve essere fermato senza ulteriori indugi. Flavio Lotti, Presidente Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace Marco Mascia, Presidente Centro Diritti Umani “Antonio Papisca” – Università di Padova FIRMA L’APPELLO per la difesa della legalità e del diritto internazionale Redazione Italia
Il Rojava, in Siria, è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco. Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato. La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica. I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare, imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria. Donna, Vita, Libertà.   Redazione Italia
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità. Potere esecutivo e stato di polizia L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale. La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista. Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti. I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato. Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo. Le conseguenze delle rivolte Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico. Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni. C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017). Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili. Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario. Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone. La guerra in casa   Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata. Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso. L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri. Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione. L’importanza dei femminismi Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale. Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando. Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”.  Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente . La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa. Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra. Cerco le soluzioni in questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante. Susana Draper (traduzione di Cristina Morini) QUESTO ESTRATTO, TRATTO DAL PERIODICO DIGITALE OJALA, CHE RINGRAZIAMO, APPARTIENE A UN DIALOGO COLLETTIVO CURATO DA LA LABORATORIA. SPAZIO DI INCHIESTA FEMMINISTA, COLLETTIVA FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA. IL CONFRONTO MUOVE DALLA DOMANDA SU QUALI STRUMENTI DEL FEMMINISMO SIANO STATI INVENTATI E APPLICATI CON SUCCESSO NELL’ULTIMO DECENNIO. L’INTERA RACCOLTA DI TESTI È DISPONIBILE NEL NUMERO DI DICEMBRE 2025. LA LABORATORIA È UNA RETE TRANSTERRITORIALE E INTERNAZIONALISTA COMPOSTA DA COMPAGNE DI MADRID/CADICE, BUENOS AIRES, QUITO,   SAN PAOLO, PORTO ALEGRE, CITTÀ DEL MESSICO E NEW YORK CHE, IN MEZZO A MOLTEPLICI URAGANI GEOLOCALIZZATI, CERCA DI COSTRUIRE PRATICHE E PENSIERO POLITICO ; COMPRENDENDO LE PARTICOLARITÀ TERRITORIALI ALL’INTERNO DELLO STESSO QUADRO DI ESISTENZE TRANSFEMMINISTE E ANCHE PENSANDO, SOPRATTUTTO QUEST’ULTIMO ANNO, ALL’ATTUALE CONTRORIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE PATRIARCALE, COME PARTE DI UNA REAZIONE AI PROGRESSI DELL’ULTIMO DECENNIO DI MOBILITAZIONI SOCIALI, IN PARTICOLARE QUELLE FEMMINISTE, ANTIRAZZISTE E ANTICOLONIALI.   Redazione Italia
Barriere invisibili: la povertà educativa a Napoli e provincia
Sta andando in onda in questo periodo su Rai 1 la serie La Preside con Luisa Ranieri, che ripercorre la storia di una dirigente dell’Istituto comprensivo Viviani nel Parco Verde di Caivano, un paese di 40 mila abitanti in provincia di Napoli. Al di là del giudizio che si ha della fiction, che sta comunque riscuotendo un importante successo di pubblico, appare utile affiancare a tale rappresentazione televisiva qualche dato oggettivo e qualche conseguente riflessione sulle condizioni familiari di svantaggio socioeconomico e sulla scarsa offerta territoriale, quali principali fattori alla base della povertà educativa che colpisce adolescenti e giovani a Napoli e nella sua area metropolitana. Dando uno sguardo, per esempio, alla ricerca “Barriere invisibili”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Polo Ricerche di Save the Children. La ricerca è stata coordinata dalla docente Cristina Davino ed è stata realizzata con il supporto del progetto GRINS (Growing Resilient, INclusive and Sustainable), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR. L’indagine ha coinvolto oltre 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo Settore e servizi sociali, con la partecipazione di 3.800 studenti tra i 14 e i 19 anni e di 300 giovani usciti dal circuito scolastico. Dai dati emerge che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso rappresenta una delle barriere più rilevanti: il 12% degli intervistati dichiara questa condizione, mentre il 5% afferma di vivere in una situazione di grave deprivazione materiale. Le situazioni più critiche si riscontrano in alcune aree periferiche della città di Napoli e in diversi comuni dell’area metropolitana. Le difficoltà economiche incidono anche sul tempo dedicato allo studio. Il 6,7% dei ragazzi lavora tutti i giorni, il 16% saltuariamente e il 21% è alla ricerca di un’occupazione. A queste condizioni si aggiunge la necessità di occuparsi dei familiari o della gestione della casa, indicata dal 12% degli intervistati. Per quanto riguarda la scuola, il 59,4% del campione esprime un giudizio favorevole sulla disponibilità di servizi come corsi di recupero e attività culturali. Più critico, invece, il giudizio sulle infrastrutture scolastiche: il 43,3% degli studenti ritiene insoddisfacenti palestre, strumenti digitali e biblioteche. Il 12% dichiara inoltre di aver subito episodi di bullismo all’interno delle mura scolastiche. Dall’indagine emerge una ridotta partecipazione ad attività culturali e sociali: il 46,5% dei ragazzi non ha letto alcun libro nell’ultimo anno oltre ai testi scolastici, il 42,8% non pratica attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione. L’utilizzo dei dispositivi digitali è molto diffuso: il 33,4% trascorre online più di cinque ore al giorno. La ricerca mappa capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%). La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro “appagante” restando in Italia o nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %).   L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano dunque quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori. “Abbiamo affrontato un tema importante con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, ha spiegato Cristina Davino, coordinatrice della ricerca, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti. Un aspetto interessante ed anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito”.   Qui per approfondire: https://www.unina.it/it/    Giovanni Caprio
Lo sguardo di Gianmarco Pisa negli orizzonti della cultura come prospettiva di costruzione della pace
Un progetto di ricerca-azione per Corpi civili di pace in Kosovo e una ricerca condotta nei luoghi della cultura e della memoria nella ex Jugoslavia e nello scenario europeo sono questi i due elementi alla base del saggio scritto da un operatore e formatore di pace, Gianmarco Pisa, appena pubblicato da Multimage. Tra il 28 e il 30 gennaio prossimi il testo sarà al centro degli incontri tra l’autore e gli studenti di quattro scuole superiori: il Collegio Don Bosco e l’Istituto tecnico Da Vinci a Borgomanero, in provincia di Novara, e l’Istituto d’istruzione superiore D’Adda e l’Istituto alberghiero Pastore a Varallo Sesia, in provincia di Vercelli. Inoltre, giovedì 29 gennaio alle 20:30 nella Biblioteca comunale di Maggiora (via Gattico) Pisa presenterà in anteprima il proprio libro in dialogo con Daniele Longoni, già docente al Liceo artistico Casorati di Romagnano Sesia. Intitolato Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento: l’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace, il saggio indaga il ruolo dei monumenti e in generale della cultura e dell’arte nei processi di costruzione della pace (culture-oriented peacebuilding), nella direzione della “pace positiva”, accompagnata da democrazia, diritti umani e giustizia sociale. L’opera, che conclude la trilogia tematica di Pisa sull’asse cultura-memoria-pace, contiene un ampio reportage fotografico e ospita i contributi critici di George Kent, uno degli accademici più in vista nell’ambito degli studi sulla pace e sui conflitti, e di Alberto L’Abate, il principale promotore del Corso per operatori di pace all’Università di Firenze e il principale ispiratore del progetto delle Ambasciate di pace in zona di conflitto. La serata è promossa dal gruppo di Borgomanero del MIR / Movimento Internazionale della Riconciliazione nell’ambito delle sue attività volte alla diffusione di una cultura di pace, nonviolenza e obiezione di coscienza al servizio militare e all’uso delle armi. In un momento storico e politico così difficile come quello odierno, in cui sembra che la guerra, la sopraffazione, la negazione dei diritti umani, in una parola la violenza, abbiano il sopravvento, i Corpi civili di pace incarnano l’ideale di una difesa nonviolenta, di un’altra difesa possibile. INFORMAZIONI : borgomanero@miritalia.org   Gianmarco Pisa  Formatore e operatore di pace, impegnato in iniziative e in progetti di ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell’ambito dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, ha all’attivo diverse azioni di pace nei Balcani e nello scenario europeo e internazionale. Collabora con riviste e portali di documentazione (tra questi, l’agenzia stampa internazionale Pressenza, il blog di cultura e dibattito Odissea, le riviste di cultura e società Gramsci Oggi, La Città Futura, Mosaico di Pace) e ha all’attivo diverse pubblicazioni sui temi della pace positiva e della costruzione della pace, del conflitto, del ruolo della cultura e della memoria nei processi di trasformazione sociale. Componente dell’area di lavoro dedicata all’Educazione alla Pace nell’ambito della Rete italiana Pace e Disarmo, membro del Comitato scientifico del Centro Studi Difesa Civile, è autore del manuale sintetico Fare pace Costruire società. Orientamenti di base per la trasformazione dei conflitti e la costruzione della pace (Multimage, 2023). Tra le altre pubblicazioni recenti, Ordalie. Memorie e memoriali per la pace e la convivenza (Ad est dell’equatore, 2017), Di terra e di pietra. Forme estetiche negli spazi del conflitto, dalla Jugoslavia al presente (Multimage, 2021), Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace (Multimage, 2024). Redazione Piemonte Orientale
Ha vinto la Teranga
La finale della Coppa d’Africa, disputata domenica nella capitale del Marocco, Rabat, ha visto affrontarsi la squadra locale e quella del Senegal, popolarmente conosciuta come i Leoni della Teranga. Entrambe le squadre sono arrivate alla fase decisiva del più importante torneo calcistico del continente con l’obiettivo di conquistare il loro secondo trofeo, un traguardo che soprattutto il Marocco, in qualità di paese ospitante, aspirava a raggiungere dopo 50 anni dal suo primo titolo. La partita non è stata esente da polemiche ed emozioni estreme. A pochi minuti dalla fine del secondo tempo, dopo aver annullato un gol senegalese, l’arbitro ha fischiato un rigore contro il Senegal, provocando proteste rabbiose e l’abbandono del campo da parte della squadra ospite. Tuttavia, alla ripresa del gioco, Brahim Díaz, giocatore del Real Madrid, ha tirato malissimo, consegnando docilmente la palla al portiere. Si è così arrivati ai tempi supplementari, con il punteggio di zero a zero. La Teranga “Teranga” non è solo il soprannome della nazionale di calcio del Senegal. In wolof significa qualcosa di più della semplice “ospitalità” – definizione che è stata adottata soprattutto dalle guide turistiche – ed è un concetto profondamente radicato nella filosofia di vita del popolo senegalese. Basato sull’idea di generosità, è presente nella vita quotidiana degli abitanti. Seguire la Teranga equivale a mettere l’altro a proprio agio, indipendentemente dalla sua nazionalità, religione o classe sociale. Lo storico senegalese Ibra Sène spiega che la Teranga consiste, in particolare, nel consigliare e trattare le altre persone come se fossero membri della propria famiglia. Nell’alimentazione, la Teranga si riflette nel fatto che le famiglie senegalesi preparano un piatto in più nel caso in cui arrivi un visitatore. La convivenza tra le religioni è un altro aspetto della Teranga: ad esempio, i cristiani preparano per i musulmani il ngalax (miglio, burro di arachidi, polvere di baobab) quando si avvicina la Pasqua. Allo stesso modo, i musulmani condividono il cibo dell’Eid. I diversi gruppi etnici del Senegal convivono e il Senegal non conosce conflitti legati a questa diversità, grazie alla teranga, secondo Ibra Sène. Secondo l’interpretazione storica, la Teranga è stata importante nel collaborare alla coesistenza dei diversi gruppi etnici e nel contribuire all’unità necessaria per ottenere l’indipendenza dal regime coloniale. Il primo presidente del Senegal, il famoso poeta internazionale della negritudine Léopold Sédar Senghor, propose che la Teranga fosse lo strumento e il mezzo che avrebbe permesso l’unione dell’intero Paese, diventando la base della sua identità nazionale. Sebbene da allora il Paese non sia stato esente da conflitti interni, tentativi di colpo di Stato e secessionisti, il Senegal è riuscito nel tempo a consolidare una pace relativa e ad aumentare la propria sovranità. Nel luglio 2025, la Francia ha ceduto le sue ultime basi in territorio senegalese, ponendo fine a 65 anni di presenza militare francese nel Paese. Il risultato della partita I lettori si chiederanno quale sia stato il risultato finale della finale. Appena iniziato il tempo supplementare, al 93° minuto, Pape Gueye del Senegal ha segnato da fuori area il gol che ha rotto l’equilibrio. Un gol che, nonostante gli strenui tentativi marocchini, ha deciso la partita e consacrato il Senegal campione della Coppa d’Africa 2026. Forse lo spirito della Teranga, della solidarietà, della cura per il prossimo, dell’umanesimo, finirà per trionfare anche in questi tempi turbolenti, pieni di attacchi al benessere dell’umanità. Javier Tolcachier
24-25 gennaio a Bologna: “Contro i re e le loro guerre, per il futuro”
Da qualunque parte si osservi il mondo, siamo di fronte alla fine dell’illusione del capitalismo per tutti e della favola liberista del mercato come garanzia di benessere. Il migliore dei mondi possibili è di fatto imploso dentro le contraddizioni da esso stesso create: una disuguaglianza sociale mai così ampia nella storia dell’umanità; una crisi ecologica che mette a repentaglio persino la sopravvivenza della specie umana sulla terra; una democrazia, resa orpello formale dei grandi interessi finanziari, che non solo viene espropriata, ma rischia addirittura di smettere di essere desiderabile per le fasce più svantaggiate della popolazione. Nasce da qui la scelta sistemica della dimensione della guerra e della militarizzazione. La guerra per ridisegnare i rapporti di forza geopolitici a fronte della crisi della globalizzazione liberista e per l’accaparramento coloniale delle risorse primarie, per la prima volta rivendicato come tale, senza più bisogno di giustificazioni ideologiche (“esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “lotta al narcotraffico” e via inventando). La militarizzazione per disciplinare società ribollenti di rabbia, o intrise di disincantata rassegnazione. Rinascono da questa melma i nazionalismi e i fascismi contemporanei, come ennesimo tentativo di compattamento identitario e di costruzione del nemico esterno e interno, con un unico scopo: nascondere la realtà di una minoranza di ricchi che è causa di tutte le crisi in atto. Come segnala l’ultimo rapporto di Oxfam sulla disuguaglianza sociale, i numeri sono spietati: i dodici miliardari più ricchi del mondo possiedono una ricchezza superiore a quella posseduta dalla metà più povera della popolazione mondiale, ovvero quattro miliardi di persone. Per restare all’Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza prodotto negli ultimi 15 anni è andato al 5% dei nuclei familiari più ricchi, mentre la metà più povera delle famiglie italiane ha incamerato complessivamente il 2,7%. Sul fronte della crisi ecologica, con buona pace dei sostenitori dell’ideologia “siamo tutti sulla stessa barca”, sono ancora i ricchi la causa primaria dei cambiamenti climatici. E’ sempre Oxfam a documentare la realtà: un individuo appartenente allo 0,1% della parte più ricca del pianeta emette in un giorno più CO2 di quella prodotta in un anno dal 50% della popolazione più povera del mondo. Sono ormai decenni che ogni anno viene calcolato l’Overshoot Day, ovvero il giorno dell’anno in cui ogni Stato esaurisce le risorse della Terra che avrebbe a disposizione, provocando dal giorno successivo un debito ecologico nei confronti della natura. Per quanto riguarda l’intera umanità, nel 2025 l’Overshoot Day è arrivato l’8 agosto, mentre per quanto riguarda l’Italia è stato il 6 maggio. Ma se dagli Stati passiamo alle classi sociali, scopriamo che lo 1% dei più ricchi del pianeta ha esaurito le risorse naturali a propria disposizione già il 10 gennaio e l’0,01% degli ultra-ricchi non supera il 3 gennaio. E chi sono questi ricchi? Sono i possessori dei grandi fondi finanziari che detengono le leve dell’economia e della ricchezza e che influenzano, quando non governano direttamente, le leve del potere. Sono i re e le regine che chiamano al riarmo e alla guerra, che chiedono di marciare contro nemici da loro indicati per non farci pensare che un nemico certamente c’è ed è quello che marcia alla nostra testa. Siamo entrati nell’epoca del dominio dei ricchi contro i poveri, dei re contro i sudditi, degli oligarchi contro la democrazia. Serve una ribellione collettiva, ampia e determinata, convergente e plurale per dire a chiare lettere che non è tutto loro quello che luccica e che in nessun caso consegneremo il nostro futuro ai generali. Ci vediamo a Bologna il 24-25 gennaio “Contro i re e le loro guerre”. Attac Italia
A Decimomannu i docenti obiettori han vinto una ‘battaglia’ contro il militarismo
Al Collegio dei Docenti dell’I.I.S. “Meucci-Mattei” di Cagliari e Decimomannu del 28 ottobre 2025 un piccolo gruppo docenti aveva portato la mozione di minoranza formulata sulla base del modello riportato nel vademecum contro la militarizzazione delle scuole. Nella mozione i cinque docenti dichiaravano di essere contrari alla commistione tra studenti, studentesse e forze armate o forze dell’ordine, e pertanto indisponibili a esporre le classi a incontri con figure di militari sia in presenza che da remoto. Alla sua presentazione e lettura in collegio hanno constatato con stupore che molti più colleghi e colleghe di quanti non prevedessero vi hanno aderito… Arrivata a 30 firme, nel collegio successivo, tenutosi nell’attuale mese di gennaio, la mozione è stata inserita nel PTOF. Quest’obiezione di minoranza varrà ad evitare a studenti e studentesse parecchie iniziative “militarizzate” perché, per consuetudine di questa scuola, le iniziative parascolastiche, dell’orientamento e della FSL (ex PCTO) vengono prese con l’approvazione all’unanimità dei/delle docenti dei Consigli di classe. Ciò va indubbiamente visto come un segnale di affinamento della sensibilità educativa in una scuola di cui un’ampia parte, il “Mattei”, è situata a Decimomannu, cittadina che ospita un’attivissima base militare aeronautica, con funzione di raccordo tra i poligoni militari della Sardegna, rilanciatasi da alcuni anni come scuola dei piloti che andranno a guidare aerei F35 e Eurofighter. Docenti che in passato hanno portato le classi a visitare la base ora ritengono che sia forse arrivato il momento di riflettere sulle prospettive ultimative dell’umanità e sul rifiuto della guerra come portatrice di distruzioni drastiche e irreversibili per il genere umano. Che la critica alla presenza dei militari nelle scuole, strenuamente portata avanti dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, stia creando un imbarazzo diffuso e molte obiezioni, si capisce anche dal fatto che ormai difficilmente le circolari che indicono iniziative scolastiche con militari sono reperibili nei siti scolastici. Più spesso sono accessibili solo dai registri elettronici che non sono pubblici. Purtroppo però è tutt’ora vigente nelle scuole l’espediente, voluto da scelte politiche verticistiche e inaccettabili, di fare incontrare studenti, studentesse e militari. Le finalità sono la propaganda di valori militari e l’informazione sulle relative carriere, che culmina nell’invito all’arruolamento, visto il notevole bisogno delle nostre FFAA di incrementare gli effettivi. LA MOZIONE > I sottoscritti docenti dell’Istituto Meucci – Mattei di Cagliari, > > vista l’approvazione del PTOF e le pregresse iniziative di orientamento alle > quali hanno partecipato gli studenti e le studentesse del nostro Istituto e > nelle quali erano presenti le Forze dell’ordine e > > CONSIDERATO CHE > > * la presenza della militarizzazione e della guerra, in qualunque modalità e > forma con cui vengono presentate e promosse, è incompatibile con un > effettivo processo educativo in quanto i valori e le pratiche che esse > diffondono, contrastano con il ruolo di crescita personale e > socio-relazionale strettamente connesso alla scuola; > * la scuola a fine anno scolastico 2024/25 si è espressa a favore di una > educazione alla pace; > * le attività che coinvolgano i militari sono in conflitto con la nota MIUR, > prot. n. 4469 del 14 settembre 2017, che fornisce linee guida per > l’educazione alla pace e alla cittadinanza glocale; > * tali attività sono in contrasto con il comma 7 lettera d) della Legge > 107/2015, che indica tra gli obiettivi prioritari delle scuole lo sviluppo > delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso > l’educazione interculturale e alla pace; > * tali attività sono in contrasto con l’art. 11 della Costituzione italiana; > * tali attività sono in contrasto con la Convenzione ONU sui diritti > dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea generale delle > Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ratificata dall’Italia con legge del 27 > maggio 1991, n. 176; > * l’educazione alla pace è incompatibile con attività scolastiche che > prevedano il coinvolgimento diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, > delle Forze Armate italiane, delle forze armate di altre nazioni e di corpi > o istituzioni europee e internazionali che svolgono attività militari così > come di enti e soggetti ad essi collegati; > * tali attività sono in palese conflitto con la funzione istituzionale e > costituzionale della scuola e con i principi consacrati nella Carta delle > Nazioni Unite; > * la situazione internazionale richiede, al contrario, un’implementazione > della cultura della pace e dell’educazione alla pace; > > PREMESSO CHE I SOTTOSCRITTI > > * sono fortemente contrari ad attività che prevedano il coinvolgimento > diretto o indiretto delle Forze dell’ordine, delle Forze Armate italiane e > delle forze armate di altre nazioni e di istituzioni europee e > internazionali che svolgono attività militari così come di enti e soggetti > ad essi collegati, in quanto incompatibili con l’educazione alla pace; > * sono fortemente contrari all’esposizione e alla diffusione nella scuola o > fuori dalla scuola durante attività di orientamento, di materiale > promozionale delle sopra indicate Forze di Pubblica Sicurezza e Forze > Armate né di qualsiasi materiale finalizzato a propagandare le attività > belliche e militari, l’arruolamento e la vita militare (anche al fine di > orientare e condizionare le future scelte professionali degli/lle > studenti/esse); > * sono fortemente contrari all’organizzazione nella scuola di visite guidate > presso strutture militari (quali basi militari, sedi di forze militari > nazionali e non, caserme, ecc..) siano esse italiane o appartenenti ad > altre nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi statunitensi o > basi NATO); > * sono fortemente contrari alla realizzazione di progetti in partenariato con > strutture militari o aziende (italiane e non) coinvolte nella produzione di > materiale bellico; > > DICHIARANO > > * di avvalersi dell’opzione metodologica di gruppo minoritario ai sensi > dell’art. 3, comma 2 del DPR n.275/1999 come modificato dalla legge > 107/2015, art. 1 comma 14; > * di non rendersi disponibili a far entrare nella propria classe personale > militare per qualsivoglia attività, sia in presenza che in modalità online; > * di svolgere autonomamente le tematiche individuate o di avvalersi per le > stesse di esperti esterni della società civile che interverranno a titolo > gratuito, previa delibera del Consiglio di Classe; > * di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio ad > accompagnare le proprie classi in manifestazioni che prevedano la presenza > di militari e in visite presso basi militari, sedi di forze militari > nazionali e non, caserme, ecc. siano esse italiane o appartenenti ad altre > nazioni e organismi internazionali (ad esempio basi USA o basi NATO); > * di non rendersi disponibili fin da ora nelle proprie ore di servizio a > realizzare progetti in partenariato con strutture militari o aziende > (italiane e non) coinvolte nella produzione di materiale bellico; > * di non rendersi disponibili ad esporre i propri studenti/studentesse ad > attività di orientamento che prevedano la presenza di militari. > > CHIEDONO > > ai sensi della normativa vigente che la presente opzione di gruppo minoritario > sia inserita nel verbale della presente riunione e diventi parte integrante > del PTOF. > > Decimomannu, 28/10/2025 > > ( firme ) > >   > >   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università