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Da Cosenza, dai SUD,  una nuova sfida comune
Facendo seguito al comunicato sull’Assemblea meridionale, tenutasi in quel di Cosenza lo scorso 11/12 aprile, ripreso dalla redazione siciliana di Pressenza.com, per completezza di informazione pubblichiamo adedso la nota politica conclusiva dei lavori, postata sulla pagina social de La Base_   A Cosenza abbiamo dato vita a due giorni di discussione e confronto importanti, dando seguito al percorso collettivo iniziato a Messina negli scorsi mesi e facendo insieme un ulteriore passo in avanti. Eravamo in tante, da ogni parte dei sud. Decine e decine di compagne impegnate sui territori hanno risposto alla chiamata alla discussione, confermando quanto questo momento fosse necessario. Lo abbiamo ribadito sin dall’inizio. È necessario uno spazio di confronto collettivo e permanente tra le realtà politiche e sociali impegnate nei sud, che i sud li vivono e che nei sud si autorganizzano. Uno spazio capace di rafforzare e amplificare la nostra azione e di sviluppare, attraverso la discussione collettiva, un nuovo pensiero sui sud, che aggiorni e attualizzi le lenti attraverso cui leggere i processi politici, sociali ed economici che attraversano i nostri territori. Tutto ciò con una consapevolezza comune che è emersa con chiarezza nel corso delle due giornate. La trasformazione radicale di cui abbiamo bisogno alle nostre latitudini può nascere solo dalla capacità di mettere in campo nuove mobilitazioni sociali e dal riconoscimento del conflitto e dell’organizzazione come strumenti fondamentali per costruire la forza necessaria a uno scontro con la controparte. Una controparte che ha prodotto le condizioni materiali che vediamo ogni giorno fuori dalle nostre porte: di distruzione dei territori, povertà, prevaricazione, emigrazione e sfruttamento. Una minaccia costante, quotidiana, per le nostre vite. Il cammino comune che abbiamo rafforzato in questi giorni rappresenta quindi un’urgenza e una necessità, un’assunzione di responsabilità collettiva. La scelta di mettere al centro i sud come pluralità è uno stimolo a riflettere sull’evoluzione dei processi di periferizzazione e marginalizzazione, su come il capitalismo estrattivista e la ridefinizione degli stati in senso competitivo, abbiano ridisegnato anche in senso spaziale le differenze territoriali, che non scompaiono, ma diventano più complesse: attraversano città e aree interne, centri e periferie, Nord e Sud. Territori caratterizzati spesso dalle stesse dinamiche socio-economiche, a lungo considerati come spazi a disposizione, sacrificabili, da mettere a valore e da cui estrarre risorse materiali e umane a vantaggio dei centri, attraverso la logica della “accumulazione per espropriazione”. Una logica di dominio sui territori che si intreccia con processi di marginalizzazione e valorizzazione estrattiva dei corpi, che colpiscono in modo specifico le donne e le soggettività non binarie nei contesti dei sud. Per questo, l’analisi e l’azione devono partire necessariamente da presupposti di intersezionalità, capaci di mettere in relazione le diverse matrici di oppressione e di svelare come esse si co-producono all’interno dei dispositivi di potere. Su questo stesso terreno di sfruttamento, dobbiamo contrastare le immagini più romantiche, quelle del turismo diffuso, dei borghi “autentici”, della cartolina “dove il tempo si è fermato”, perché funzionano come dispositivi di mercificazione, che riducono territori e vite a oggetti di consumo. Ciò che viene celebrato come qualità, o addirittura volano di “sviluppo”, diventa facilmente valore da estrarre, senza produrre trasformazioni materiali concrete per chi quei luoghi li abita quotidianamente. Ci siamo riconosciute come territori e soggettività che affrontano sfide comuni, a partire dalla crisi socio-ecologica che minaccia la nostra stessa esistenza, ma guardando anche oltre, alle tante periferie e aree marginali che dal resto d’Italia si estendono fino agli altri paesi del Mediterraneo. Le trasformazioni che interessano i nostri territori non possono essere comprese pienamente se non all’interno di dinamiche globali. Oggi, qui e ora, il meccanismo della guerra si configura come un paradigma di governo che assume forme molteplici e arriva fino a noi con grande forza. È un dispositivo che dobbiamo riconoscere e contrastare, dai piccoli paesi alle grandi città, individuando obiettivi chiari attorno ai quali mobilitarci. Riteniamo fondamentale che il Mediterraneo smetta di essere un mare di morte e torni a essere uno spazio di solidarietà e di mobilitazione internazionale contro la guerra globale. E proprio sul terreno delle mobilitazioni, le piazze dell’autunno contro il genocidio del popolo palestinese e il No al governo Meloni attraverso il referendum hanno rappresentato l’emersione di un’insoddisfazione crescente nel Paese, che arriva con forza dai Sud e dalle giovani. Una domanda politica chiara che ci riguarda. C’è una disponibilità al rifiuto della miseria di questo stato di cose che cogliamo collettivamente nei tanti territori che hanno contribuito alla discussione di questi giorni, uno stimolo importante per tutte a rafforzare le connessioni, ad interrogarsi su nuovi strumenti all’altezza della fase politica che viviamo. Abbiamo vissuto due giorni di entusiasmo e fiducia. Abbiamo rafforzato relazioni sincere e profonde. Ci siamo riconosciute come compagne. Nelle discussioni, dentro e fuori i momenti assembleari, abbiamo condiviso la soddisfazione per la ripresa di questo cammino comune, oltre le differenze e le specificità di ciascuna, nel segno del riconoscimento reciproco. Negli anni abbiamo visto diversi tentativi fallire, ma da Messina a Cosenza e nei prossimi appuntamenti che verranno abbiamo posto le basi per una storia nuova, forte della condivisione di un intento comune: rafforzare un luogo di discussione e confronto per amplificare le nostre voci, per connettere e potenziare le iniziative che conduciamo sui territori, per tenere viva una nuova riflessione sui Sud alla luce delle mutate condizioni globali e del Paese. Vogliamo vivere una vita bella e vogliamo avere la possibilità di viverla nei nostri territori. Questo processo dipende dalla nostra capacità d’azione, senza appelli a terzi e senza attese messianiche. Noi, qui e ora. È stato solo l’inizio. Da oggi siamo impegnate ad alimentare uno spazio di discussione comune da Sud per i Sud. Sono tanti gli appuntamenti che, città per città e territorio per territorio, ci vedranno protagoniste. Il prossimo 8 agosto torneremo a mobilitarci collettivamente a Messina, non solo contro il ponte in quanto infrastruttura, ma contro il ponte come modello di sviluppo che si vuole imporre ai nostri territori. Alla lotta. Per una nuova stagione di riscatto e conflitto sociale. I Sud si organizzano insieme.   IL DIBATTITO ASSEMBLEARE PUÒ SEGUITO È STATO TRASMESSO IN DIRETTA SU RADIO CIROMA.ORG         Redazione Sicilia
April 22, 2026
Pressenza
Ci ha insegnato “la politica del desiderio”
È morta Lia Cigarini. Per noi è stata una figura politica di riferimento: una presenza capace di orientare il pensiero e di aprire domande che restano. Avvocata, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e protagonista della pratica dell’autocoscienza, ha tenuto insieme con rigore pensiero e vita, senza mai cadere nell’astrazione né nell’ideologia. Ci ha mostrato che la libertà femminile non si dà dentro un modello già definito, ma nasce da uno spostamento di sguardo e di posizione nel mondo. Nel femminismo ha aperto una pratica generativa: una libertà che passa dal desiderio, dal linguaggio, dalle relazioni tra donne. E ha insistito su un punto che resta decisivo: la politica delle donne non è una parte separata, ma un modo di interrogare l’universale a partire da sé, senza rinunciare a farlo entrare in gioco. Con la Libreria delle donne ha dato corpo a questa ricerca dando vita ad uno spazio politico attraversato da relazioni, lavoro e confronto, dove il sapere delle donne resta processo vivo. La “politica del desiderio” che ci lascia è un invito esigente: partire da sé senza chiudersi in sé, attraversare la realtà senza ridurla, continuare a cercare forme di libertà non già date. Il dolore oggi è reale. E insieme resta ciò che Lia ha reso possibile. Con gratitudine. Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale – Udipalermo ETS Redazione Palermo
April 22, 2026
Pressenza
“Banche armate” italiane: verso utili per oltre 7 miliardi di euro
“Banche armate” italiane: verso utili a inizio 2026 per oltre 7 miliardi di euro Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, fra i maggiori esperti del settore armiero, una analisi aggiornata per Pressenza dei profitti delle grandi banche tramite le produzioni militari. Sono solo passate alcune settimane dalla presentazione al Parlamento della Relazione sul controllo dell’esportazione, importazione, transito di materiali d’armamento, da cui risulta che nel 2025 le transazioni bancarie legate all’export di armamenti hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 miliardi nel 2024). Due-terzi di queste transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank. Tra i rimanenti istituti bancari maggiormente coinvolti per importo troviamo: Intesa Sanpaolo, Barclays Bank Ireland-Milan Branch, Banca Popolare di Sondrio, Crédit Agricole, Banco BPM, Banca Valsabbina, Banca Monte dei Paschi di Siena, BPER Banca ecc. In questi giorni Noemi Peruch, analista di Morgan Stanley, ha presentato un report basato su 5 istituti bancari italiani: UniCredit, BPER Banca, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, in cui si prevedono utili bancari italiani nel primo trimestre del 2026 per oltre 7 miliardi di euro (7,11 miliardi di euro a essere precisi). UniCredit, al primo posto assoluto tra le “Banche Armate” italiane, registra profitti superiori del 2-4% rispetto le attese, con un risultato operativo nel primo trimestre 2026 di 6,594 miliardi di euro e un utile netto di 2,867 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, al terzo posto tra le “Banche Armate” italiane dietro UniCredit e Banca Nazionale del Lavoro, sale invece al primo per risultato operativo pari a 7,074 miliardi di euro e al secondo posto per utile netto attestatosi a 2,69 miliardi di euro (+2,9%), sostenuto in particolare da profitti da trading pari a 426 milioni (+60,7%). BPER Banca tra le prime dieci “Banche Armate” italiane è destinata, in questo ambito, a fare un salto in avanti con l’incorporazione in questi della Banca Popolare di Sondrio, al quarto posto nel 2025 subito dietro le tre grandi. BPER Banca nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un risultato operativo di 1,812 miliardi di euro (+26,8% su base annua) e un utile netto di 515 milioni di euro (+16,3%). Banco BPM, al quinto posto tra le “Banche Armate” italiane, prevede nel primo trimestre 2026 un risultato operativo pari a 1,514 miliardi (+2,6%) e un utile netto di 480 milioni (-6%). Banca Monte dei Paschi di Siena, anche nel 2025 figura tra le “Banche armate” italiane, ma con importi modesti rispetto al passato. Il risultato operativo atteso nel primo trimestre 2026 è di 1,957 miliardi di euro (+94,3%) e l’utile netto è previsto a 567 milioni (+37,3%). Tra la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti e gli utili netti delle banche coinvolte, sicuramente, non ci sono correlazioni “automatiche”, ma neppure semplici coincidenze. Constatiamo, infatti, che le principali “Banche Armate” italiane nel 2025 sono quelle che, in questi mesi, conseguono “risultati particolarmente brillanti”, secondo l’analista di Morgan Stanley, sia in termini di risultati operativi, sia di profitti. Come ripeteva spesso Giulio Andreotti “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina.” Motivo più che sufficiente per togliere i propri risparmi (per chi li ha) o, semplicemente, il proprio conto corrente da questi istituti bancari. È un gesto forte, per affermare la nostra responsabilità etica e sociale, contro un sistema economico e finanziario che, insieme agli Stati, non ha alcuna remora a sostenere la crescita costante e infinita – sin dal 2014 – delle spese militari e del commercio d’armi. Con il risultato paradossale che, invece di aumentare la sicurezza, si stanno moltiplicando i conflitti armati e si alimentano le guerre. Già i nostri Governi destinano, senza il nostro consenso, una montagna di miliardi di euro delle nostre tasse per le spese militari e l’acquisto di nuovi armamenti, sottraendole al welfare e agli investimenti pubblici per la sanità, l’educazione, la ricerca in campo civile, la protezione ambientale ecc. Non è il caso, quindi, che lasciamo anche alla nostra banca la decisione di utilizzare allo stesso scopo i nostri soldi. È per questo importante sostenere la “campagna di pressione alle banche armate” https://www.banchearmate.org/ , sostenuta da gennaio 2026 anche dalla CEI. Partecipare a questa campagna è una delle azioni dirette più efficaci che possiamo fare per la pace e il disarmo.nche armate Togliamo i nostri risparmi e la gestione dei nostri conti correnti dalle mani “sporche di sangue” delle banche coinvolte nel traffico di armi https://finanzadisarmata.it/risorse/zero-armi/ Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
23 aprile, incontro “La Cina al centro” con il prof. M. Scarpari
L’Associazione culturale Tina Modotti APS e Knulp invitano   giovedì 23 aprile alle ore 17.30 presso il bar-libreria Knulp in via Madonna del mare 7/A (Trieste)   all’incontro “Dalla Cina al centro alla Cina nell’era Trump”. Il prof. Maurizio Scarpari, autore del libro La Cina al centro. Ideologia imperiale e disordine mondiale (Il Mulino), dialogherà con Giovanni Leghissa (Università di Torino).   Cina contro Occidente, autocrazie contro democrazie? Quali sono le ragioni storiche e culturali alla base del modello di potere cinese, ritenuto da Xi Jinping superiore a quello delle democrazie liberali? Impossibile rispondere senza legare l’attualità alla storia imperiale. Il progetto di Xi è infatti quello di porre la Cina al centro, com’era nella concezione cinese prima dell’arrivo delle potenze occidentali, e di tornare a occupare la scena del mondo, da protagonista. Lo scontro non è solo economico e politico, ma anche culturale e valoriale: a essere messi in discussione sono infatti gli stessi principi liberali, fondamento delle democrazie di un Occidente oggi sempre più preda di una forte crisi identitaria. Contrapponendo un nuovo assetto internazionale a quello creato dai vincitori della Seconda guerra mondiale, la Cina di Xi si avvicina adesso alla Russia di Putin. Ci troviamo di fronte a un nuovo tornante della storia? Riuscirà il mondo a evitare un nuovo conflitto mondiale?   Maurizio Scarpari ha insegnato Lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra i suoi libri: Il Confucianesimo. I fondamenti e i testi (Einaudi, 2010) e Mencio e l’arte di governo (Marsilio, 2013); per le Grandi Opere Einaudi ha curato La Cina (2009-2013), sulla civiltà cinese dalle origini ai giorni nostri. Con il Mulino ha già pubblicato Il Daoismo (con A. Andreini, 2007) e Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (2015).   “C’è molto da fare e, quindi, molto da studiare”   Rosa Luxemburg   ASSOCIAZIONE CULTURALE TINA MODOTTI – APS Via Ponziana 14 – 34137 Trieste C.F. 90104220323 Redazione Friuli Venezia Giulia
April 22, 2026
Pressenza
La Resistenza Continua: il 25 Aprile Manifestiamo Per Tenere Fuori l’Italia dalla Guerra
Il 25 Aprile non può ridursi ad una semplice ritualità. Oggi difendere lo spirito della guerra di Liberazione partigiana richiede di trasformare la memoria in una giornata di lotta per ribadire con forza ciò che la nostra Costituzione afferma senza ambiguità: l’Italia ripudia la guerra. L’Unione Europea, il Governo italiano e la sua contraddittoria opposizione parlamentare con le loro politiche guerrafondaie e complici ci stanno facendo pagare i costi della guerra in Ucraina, in Medio Oriente e del riarmo europeo alimentando inflazione, carovita, crisi energetica, impoverimento sociale, diseguaglianze, smantellamento dello stato sociale, militarizzazione e repressione, con un’escalation sempre più pericolosa. Inoltre la presenza di oltre 120 basi NATO/USA, anche con bombe nucleari, rende evidente la condizione di subordinazione strategica, di paese colonizzato e di obiettivi militari. Per quello spirito che la guerra di Liberazione partigiana ci ha trasmesso: – non è accettabile che nel corteo del 25 aprile sfilino le bandiere dello stato terrorista, colonialista e genocida di Israele rappresentato dalla Brigata Ebraica. – è necessario distinguersi dalle ambiguità di coloro che non si oppongono alla linea guerrafondaia e di riarmo dell’Unione Europea contro la Russia, che si oppongono solo strumentalmente alle azioni di Trump e Netanyahu non condannando seriamente le criminali aggressioni all’Iran e al Libano, dimenticandosi delle guerre scatenate dagli USA negli ultimi decenni e degli 80 anni di feroce occupazione israeliana della Palestina. Per queste ragioni, il Coordinamento per la Pace – Milano, esprimendo solidarietà ai popoli di Palestina, Libano e Iran, sarà come sempre nel corteo tra gli antifascisti ma formando uno spezzone autonomo con interventi alternativi alla conclusione per riaffermare, nelle attuali condizioni, la Resistenza continua contro la guerra, il riarmo e le aggressioni. UNISCITI AL NOSTRO SPEZZONE E AL COMIZIO ALTERNATIVO CONCLUSIVO FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA Coordinamento Per La Pace – Milano https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano/ https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano/ https://www.youtube.com/@coordinamentopacemilano   Cristina Mirra
April 22, 2026
Pressenza
Pesaro: il corteo per un 25 Aprile resistente, contro fascismo e imperialismo
Il 25 aprile, a Pesaro, alle ore 11 dalla Palla di Pomodoro partirà  il corteo cittadino “Per un 25 Aprile resistente, contro fascismo e imperialismo”, promosso da Casamatta, Spazio Popolare Anna Campbell, FGC Marche e Pesaro Antifascista. L’iniziativa nasce dalla volontà di restituire al 25 Aprile il suo significato più profondo: non una ricorrenza svuotata e ridotta a semplice cerimoniale, ma una giornata di lotta, memoria viva e mobilitazione contro ogni forma di oppressione, controllo sociale, sfruttamento e neofascismo. Ricordare la Liberazione dal nazifascismo significa ricordare l’insurrezione di centinaia di migliaia di partigiani e partigiane, il sacrificio di chi ha scelto di non piegarsi e di mettere la propria vita al servizio della libertà e dell’uguaglianza. Ma significa anche interrogare il presente, in una fase storica segnata dal riemergere di pulsioni reazionarie, da un crescente clima repressivo e da uno scenario internazionale attraversato da guerre, genocidi e aggressioni imperialiste. Per le realtà promotrici, il 25 Aprile non può essere separato dall’attualità. La memoria della Resistenza parla ancora oggi a chi si oppone al fascismo in tutte le sue forme, a chi rifiuta la guerra, a chi si batte per la giustizia sociale e la parità di genere, per la casa, per la salute ambientale e contro la repressione dei movimenti. In questo senso, la manifestazione vuole essere un momento di convergenza per tutte le realtà sociali, politiche e collettive che sul territorio continuano a tenere viva una pratica antifascista militante e conflittuale. Il corteo del 25 vuole quindi lanciare un appello ampio alla città, agli spazi sociali, alle associazioni, ai collettivi, alle realtà sindacali, ai comitati territoriali e a tutte le persone che si riconoscono nei valori dell’antifascismo, della solidarietà e della giustizia sociale. Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Incontro con la gioventù migliore
A Sulmona, in una assemblea molto partecipata dei giovani in servizio civile, si è discusso di come costruire un mondo senza guerre,  fondato sul rispetto dei diritti umani, sulla cooperazione tra i popoli e sui principi della nonviolenza. Non è vero che i giovani sono indifferenti alle cose del mondo. Non è vero perché c’è una parte sempre più consistente delle nuove generazioni che non vuole essere spettatrice ma protagonista del cambiamento di una realtà sempre più segnata dall’imbarbarimento delle relazioni internazionali, dalle guerre, dal riarmo forsennato, dallo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, dal dominio di una minoranza di super ricchi contro il resto dell’umanità. Sono giovani che innalzano le bandiere della pace, della nonviolenza, della solidarietà e della fratellanza tra i popoli, del rispetto dell’ambiente e della casa comune che è il pianeta Terra. E lo fanno riempiendo le piazze nelle manifestazioni contro le folli scelte belliciste che incendiano il mondo e nei dibattiti sempre più affollati su come costruire un presente e soprattutto un futuro che metta al centro non il potere ma l’essere umano. Eccone un esempio. A Sulmona si è svolta una assemblea che ha visto la partecipazione, in presenza e online, di circa 100 giovani impegnati nel Servizio Civile Universale e operativi nelle quattro province abruzzesi. L’assemblea, coordinata nella sede del CSV da Francesco D’Ascenzo e da Giorgia Di Bella, ha affrontato tanti temi, tra cui: la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la legge istitutiva del servizio civile, l’esperienza del carcere militare, i grandi maestri della nonviolenza, il confronto tra il periodo della “guerra fredda” e il mondo di oggi, come rendere concreto il ripudio della guerra attraverso l’istituzione della Difesa Civile. Nell’incontro sono stato coinvolto anch’io in quanto obiettore prima del riconoscimento giuridico. Nell’occasione i giovani mi hanno rivolto molte domande per conoscere la storia del movimento pacifista negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e per sapere se il mondo era più sicuro allora oppure adesso. Impossibile riportare in poche righe il confronto con quella che oggi rappresenta la migliore gioventù. 59 anni fa a Sulmona nacque il Gruppo di Azione Pacifista che ebbe relazioni con Aldo Capitini fondatore del Movimento Nonviolento, con Pietro Pinna primo obiettore politico del dopoguerra, con Marco Pannella e il Partito Radicale unico partito antimilitarista italiano, con Ignazio Silone convinto sostenitore degli obiettori di coscienza. Dal convegno antimilitarista di Sulmona degli inizi di gennaio 1971 scaturì la prima obiezione di coscienza collettiva in Italia e vennero messi a punto i principi di una giusta legge per il riconoscimento giuridico dell’obiezione. La legge 772 del 15 dicembre 1972, da cui è nato il servizio civile alternativo al servizio militare, venne bollata dagli obiettori come “legge truffa” perché conteneva forti limitazioni e penalizzazioni, ma venne comunque accettata perché per la prima volta veniva riconosciuto nell’ordinamento italiano il diritto all’obiezione. Sarebbe toccato ai successivi obiettori in servizio civile migliorare la legge, come poi avvenne. I giovani chiedono: cosa succede adesso con la leva militare? Il servizio militare obbligatorio in Italia è stato sospeso nel 2005 e da allora le forze armate sono costituite solo da professionisti. Ma con i venti di guerra che soffiano sempre più forte sono diversi i Paesi che lo hanno reintrodotto o stanno pensando di reintrodurlo. Tra questi il governo italiano, che però procede con i piedi di piombo perché sa che una larga maggioranza dei giovani è decisamente contraria al ritorno della leva. Intanto si dà il via libera al potenziamento della componente professionale ma la possibilità del ripristino dell’obbligatorietà del servizio militare resta in attesa sul tavolo del Ministero della Difesa. Il mondo era migliore una volta oppure oggi? Sicuramente è peggiore adesso. Quando si era sotto la cappa dei due blocchi militari – Nato e Patto di Varsavia – mai si è arrivati ad uno scontro militare diretto. Le armi, comprese quelle atomiche, venivano usate come deterrenza. Nei momenti peggiori, come la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962, i leader di allora, Kennedy e Krusciov, ebbero il senso di responsabilità e l’intelligenza politica di risolvere pacificamente il conflitto. Oggi il mondo è nelle mani di un pugno di governanti che hanno fatto del ricorso alla guerra, anzi alla guerra preventiva, la prima opzione: Putin in ucraina, Trump in Iran; che parlano di distruggere un’intera civiltà (ancora Trump sull’ Iran) o che lo stanno facendo (Netanyahu a Gaza); l’impiego dell’arma atomica non è più un tabù ma viene evocata da entrambe le parti; l’ONU è confinata in un angolo e il diritto internazionale è calpestato; i crimini di guerra sono all’ordine del giorno; la guerra è totale e a pagarne il prezzo maggiore è sempre  la popolazione civile. Le guerre mostrano sempre più chiaramente il loro vero volto: hanno dietro enormi interessi economici e la parte del leone la fa il controllo delle fonti fossili, che sono la causa prima dei cambiamenti e dei disastri climatici. Le nostre menti vengono hackerate da una massiccia propaganda che cerca di convincerci che il nemico è alle porte. Un nemico che cambia continuamente maschera: prima erano i seguaci di Bin Laden; poi la Russia di Putin; poi il terrorismo islamico; ora l’Iran. E se il nemico è alle porte cosa si fa? “Dobbiamo prepararci”. Così l’Unione Europea abbandona il Green Deal e riversa enormi risorse economiche nella produzione di armamenti. Il complesso militare-industriale-tecnologico-finanziario realizza profitti stellari e ingigantisce ancora di più il proprio potere sui decisori politici. L’Italia si adegua, ripudia l’articolo 11 della Costituzione e gonfia l’industria bellica sottraendo risorse fondamentali alla vita di tutti i cittadini. I giovani domandano se è possibile opporsi a questa pazzia. Sì, è possibile. Facendo crescere dal basso un grande movimento per la pace che inceppi i meccanismi della preparazione della guerra. Respingendo la propaganda militare che cerca di penetrare ovunque e in primo luogo nelle scuole. Ostacolando la produzione, il commercio delle armi e la militarizzazione dei territori. Sostenendo gli obiettori di coscienza, i disertori e gli attivisti nonviolenti di Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele e Palestina, come fa da tempo il Movimento Nonviolento. Lo stesso M.N. ha promosso la campagna nazionale “Obiezione alla guerra”. Chiunque può firmare fin da adesso una dichiarazione con la quale rende nota alle autorità di governo la propria indisponibilità a nessuna “chiamata alle armi” e quindi alla preparazione e alla partecipazione a qualsiasi guerra. Le dichiarazioni saranno trasmesse al Presidente della Repubblica in quanto capo delle forze armate. Reti di associazioni pacifiste hanno inoltre rilanciato la proposta di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile”, finalizzata alla istituzione in Italia del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica. L’assemblea di Sulmona non resterà un momento isolato. Altre iniziative seguiranno per testimoniare il proprio impegno nella società da parte dei giovani in servizio civile. Il 25 aprile una delegazione del Servizio Civile Universale, non solo dell’Abruzzo ma anche di Lazio e Sardegna parteciperà alla marcia del Freedom Trail da Sulmona a Campo di Giove. Una seconda delegazione si recherà a Pietransieri dove depositerà una corona di fiori e la bandiera della nonviolenza al sacrario che ricorda l’eccidio perpetrato dall’esercito nazista il 21 novembre 1943. Mario Pizzola   Mario Pizzola
April 22, 2026
Pressenza
22 aprile: il giorno del Global Sumud Parliamentary Congress
Al convegno “Smantellare l’apartheid coloniale: dal diritto internazionale alla liberazione palestinese”, in svolgimento a Brussels e trasmesso in diretta su YouTube, verrà presentata la Dichiarazione su finalità e metodi degli interventi realizzati per garantire l’accesso dei soccorsi umanitari a Gaza. DICHIARAZIONE DI BRUSSELS Per coordinare l’azione politica a sostegno dei diritti dei palestinesi e del rispetto del diritto internazionale, sulle questioni della crisi umanitaria a Gaza, degli obblighi giuridici internazionali e degli interventi e provvedimenti riguardo ai trasferimenti di armi, alle responsabilità per i crimini commessi e alla garanzia e tutela dell’accesso umanitario interverranno numerosi politici e giuristi di varie nazioni, funzionari delle Nazioni Unite e leader della società civile (vedi elenco), tra cui le italiane Francesca Albanese, Annalisa Corrado, Benedetta Scuderi e Cecilia Strada, e * Rashida Tlaib — Member of the United States Congress * Jeremy Corbyn — Member of Parliament of United Kingdom * Irene Montero — Member of the European Parliament, former Spanish Minister * Manon Aubry — Member of the European Parliament, Co-Chair of The Left * Rima Hassan — Member of the European Parliament * Mustafa Barghouti — Palestinian National Initiative * Michael Fakhri — UN Special Rapporteur on the Right to Food * Diana Buttu — Palestinian-Canadian lawyer and former PLO Il programma dei lavori, che iniziano alle 8:30 e proseguono fino alle 17:30 di mercoledì 22 aprile, è pubblicato online alla pagina https://gscongress.org/#agenda Al termine del congresso, relatori e partecipanti marceranno fino al Parlamento europeo. Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Fisco & Debito: la Costituzione tradita
Il 2 giugno 2026 ricorrerà l’80° anno dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che elaborò la Costituzione della Repubblica italiana. Purtroppo sono ancora molte le “promesse” della Carta in attesa di essere attuate. Addirittura ce ne alcune che sono palesemente tradite: 1. L’art. 53, comma 1: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Stando alla Costituzione il criterio per il pagamento delle imposte dovrebbe essere la capacità contributiva. Nella realtà il criterio principale è il reddito lordo, con scarsa considerazione sia delle spese necessarie per vivere (in modo da considerare come imponibile il reddito netto) sia del patrimonio (che è tassato in modo marginale). Inoltre, le imposte sui redditi variano in base alla tipologia di reddito: da lavoro dipendente e da pensione, da lavoro autonomo, da locazione, da capitale, ecc., applicando percentuali diverse a parità di reddito, violando l’equità orizzontale. Non solo: non esiste il cumulo dei redditi, il che favorisce i più ricchi che hanno varie fonti di entrate. Dalla una ricerca sulla disuguaglianza di redditi in Italia, pubblicata nel 2024 da alcuni docenti dell’Università Sant’Anna di Pisa e di Milano Bicocca, emerge con chiarezza come il 5% dei contribuenti con redditi più elevati paghi complessivamente meno imposte in percentuale rispetto al resto dei contribuenti meno abbienti. 2. L’art. 53, comma 2: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Negli ultimi decenni il criterio della progressività sui redditi delle persone è stato sempre più attenuato: da 32 scaglioni (con aliquote dal 10 al 72%) si è scesi a tre (dal 23 al 43%). Inoltre, l’imposta progressiva non è più la regola, ma l’eccezione del sistema tributario. Tutte le altre imposte sono proporzionali e a tassazione separata (regime forfettario, cedolare secca, redditi da capitale, ecc.). In un recente “data room” del Corriere della Sera Simona Ravizza ha scritto: “Il risultato è un sistematico smantellamento dell’IRPEF, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria. Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi. Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative”. 3. Art. 81, secondo comma: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. È del tutto evidente che in Italia il ricorso all’indebitamento è a ciclo continuo, a prescindere dal ciclo economico e dal verificarsi di eventi eccezionali. Ogni anno il bilancio dello stato chiude in deficit senza eccezioni. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo tra i Paesi dell’Unione Europea: nel 2025 il primato spetta all’Italia con il 3,8%, seguita dalla Grecia con il 3,2%, la Spagna con il 2,1%. La media dell’Euro Zona è all’1,7%, cioè meno della metà della percentuale pagata dall’Italia. In valore assoluto l’Italia nel 2025 ha speso per interessi quasi 90 miliardi di euro, il quadruplo dell’ultima legge di bilancio che ammontava a circa 22 miliardi di euro. 4. Art. 97, primo comma: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”. Secondo le previsioni del “fiscal monitor” del Fondo Monetario Internazionale nel 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, raggiungendo il 138,4%, scavalcando anche la Grecia che arriverà al 136,9%. I dati ISTAT certificano che il debito pubblico italiano negli ultimi anni è in aumento: nel 2014 era al 134,7% del PIL, nel 2015 al 137,1%. L’aumento del debito – a parità di contesto finanziario – comporterà un ulteriore incremento della spesa per interessi. Di conseguenza sarà ancora più difficile assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico stabilito dalla Costituzione. Rocco Artifoni
April 21, 2026
Pressenza
Un potente messaggio di speranza
La 21ª Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti il 20 aprile scorso ha radunato israeliani e palestinesi a Tel Aviv e, in collegamento, da Jenin, Nablus, Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh,… e molte altre città di tutto il mondo. Durante l’evento sono state condivise molte esperienze, di cui riferisce l’autrice del reportage, Daniela Bezzi.  La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre: “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…”. La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il cui volto e la cui voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad: “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio, il 20enne Abd-El Karim: “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise la sera del 20 aprile dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21esima edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe. Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione. Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e altre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit. Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà. La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre. Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.” In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti”. “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato – gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed – Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo”. Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Al molo Dalmazia di Marina di Ravenna, mentre la Flotilla parte dalla Sicilia
I tempi dimostrano che la mobilitazione contro la guerra e l’economia di guerra, l’embargo popolare dal basso, sono sempre più utili e necessari. Il diritto internazionale viene calpestato e i civili continuano a pagare il prezzo più alto, ma le mobilitazioni dello scorso autunno ci dimostrano che i lavoratori e i popoli dal basso possono fare quello che i governi complici non intendono fare. In questi giorni, le barche della Global Sumud Flotilla hanno simbolicamente “accerchiato” e ostacolato le navi MSC dirette ad Ashdod, che portano acciaio balistico e rifornimento alla macchina militare israeliana.  Intanto a Cagliari e Gioia Tauro ci sono container pieni di acciaio balistico bloccati e ispezionati da Guardia di Finanza e Dogane grazie alle pressioni popolari e al grande lavoro di monitoraggio e denuncia di BDS. Uomini e donne, da tutto il mondo, prendono parte a una nuova missione, imbarcandosi per portare aiuto a Gaza. Nell’equipaggio in partenza dalla Sicilia ci sono anche uomini e donne delle Marche e della Romagna. Da Ravenna a San Benedetto del Tronto, e in tanti altri porti d’Italia, domenica 26 aprile, alle ore 11 ci ritroveremo sui moli per sostenere e salutare la Flotilla. A Ravenna ci troviamo al molo Dalmazia a Marina di Ravenna, ore 11, con bandiere e striscioni. Il Coordinamento contro il traffico di armi nel porto di Ravenna vuole dare il suo contributo nella costruzione dell’Equipaggio di terra e chiama tutti gli interessarsi a mobilitarsi e coordinarsi per questo obiettivo. Molo Dalmazia: il luogo è altamente significativo. Da questo lembo di mare entrano ed escono settimanalmente navi portacontainer Zim e MSC, dirette ai porti di Ashdod e Haifa. Nelle migliaia di container che portano, ci sono anche armi, dual use e beni che alimentano occupazione e genocidio in Palestina. Il porto di Ravenna continua ad essere snodo di traffici di armi e hub del fossile, con il petrolchimico e il rigassificatore, segnando il sempre più inestricabile legame tra fossile e guerre. Il tutto mentre le istituzioni (comunali, doganali, portuali) si trincerano dietro una cappa di silenzio invalicabile. Il sindaco non risponde alle nostre domande e non sta facendo nulla per cambiare il codice etico della Sapir, come promesso pomposamente a settembre. Il fatto che non risponda nemmeno alle interrogazioni dei consiglieri della sua stessa maggioranza, dimostra che pressioni ci sono per non modificare lo status quo. Anche le dogane hanno alzato una pesante cortina: non vogliono rendere noti i dati aggregati dei traffici di armi nel 2025, perché la loro pubblicazione comporterebbe un “pregiudizio concreto alla sicurezza nazionale, alla sicurezza pubblica e alle relazioni internazionali dello Stato” e hanno rigettato l’accesso generalizzato agli atti. Ma noi non ci arrendiamo e abbiamo fatto ricorso al Tar. La legge 185/90 impone trasparenza sul traffico di armi. Il 15 maggio ci sarà la prima udienza a Bologna e noi siamo pronti, sostenuti come sempre dal grande avvocato Andrea Maestri. E mentre l’esposto contro il traffico di armi dal porto di Ravenna verso Israele (fatto a settembre 2025) langue nelle aule della procura, di contro, però, procede spedita la denuncia contro i manifestanti che l 28 novembre 2025 hanno provato a fermare i container diretti a Israele per poche ore: 34 pacifici attivisti tra cui ostetriche, studenti e pensionati sono stati denunciati per blocco stradale e rischiano anni di carcere. Criminale è il transito di armi e la complicità con Israele non chi pacificamente manifesta! Noi ribadiamo che a ripudiare la guerra al porto di Ravenna, c’eravamo tutti e tutte. Anche per questo scenderemo al modo Dalmazia, domenica 26 aprile: perché nonostante denunce e silenzi pesanti, nonostante pressioni e poteri forti, noi continuiamo nella nostra attività. Siamo solidali con la Flotilla e chiamiamo tutti a sostenerci nella battaglia per l’archiviazione delle denunce. Sosteniamo e rilanciamo lo sciopero nazionale dei porti del 7 maggio per il lavoro usurante lanciato a US,  lo sciopero SGB-CUB il 29 maggio e le altre mobilitazioni nazionali che si preannunciano nel mese di maggio perché la mano che sfrutta è la stessa che sgancia le bombe. Per restare umani e non rassegnarci al silenzio. Domenica unisciti a noi. Ore 11 molo Dalmazia.. Chi può esca in mare. Chi resta a terra faccia sentire la propria presenza con sirene, suoni, campanacci. Coordinamento contro il traffico di armi nel porto di Ravenna Redazione Italia
April 21, 2026
Pressenza
Contest fotografico “Uno scatto per il clima”
In occasione della Giornata della Terra, l’UNICEF ricorda che a livello globale, quasi la metà dei 2,4 miliardi di bambine, bambini e adolescenti è esposta a una combinazione pericolosa di shock climatici e ambientali, mentre circa un miliardo vive in contesti ad alto rischio e lancia la nuova edizione del concorso fotografico “Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me” per promuovere la partecipazione attiva dei giovani fra i 14 e i 19 anni. “La crisi climatica colpisce in modo particolare le nuove generazioni, non solo sul piano ambientale ma anche su quello emotivo. Secondo gli ultimi dati Istat il 67,9% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni è preoccupato per il cambiamento climatico, mentre cresce il fenomeno dell’ecoansia, che incide sul benessere psicologico e sulle scelte di vita. Secondo i dati di un sondaggio dell’ UNICEF Italia e Youtrend del 2025: il 24% degli italiani ha sentito parlare di ecoansia e il 22% indica che la propria esperienza personale è molto o abbastanza compatibile con l’ecoansia” – ha dichiarato Nicola Graziano Presidente dell’UNICEF Italia – Promuovere la partecipazione dei più giovani è una priorità per UNICEF Italia, che sottolinea l’importanza di coinvolgerli nei processi decisionali e nelle azioni per il clima. In un contesto in cui il cambiamento climatico incide sempre più anche sul benessere psicologico, è fondamentale riconoscere e valorizzare il loro punto di vista, offrendo spazi di espressione e ascolto.” Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me “Scatta una foto: racconta come il cambiamento climatico influenza il tuo mondo e le tue speranze sul futuro”: iscrizioni aperte dal 22 aprile fino al 30 novembre 2026, partecipazione gratuita. Il concorso fotografico è promosso dall’UNICEF Italia per dare voce a bambine, bambini e adolescenti sul tema della crisi climatica e dei diritti dell’infanzia e offrire loro uno spazio per esprimere idee, emozioni e proposte, trasformando la preoccupazione in consapevolezza e azione. L’iniziativa invita i più giovani – tra i 14 e i 19 anni – a raccontare, attraverso la fotografia, il proprio sguardo sugli effetti del cambiamento climatico, sulle sfide del presente e sulle speranze per il futuro. Lo scorso anno diversi ragazzi e ragazze hanno partecipato al concorso fotografico. Le fotografie inviate dimostrano quanto le nuove generazioni siano consapevoli e protagoniste del cambiamento. A questo link è possibile vedere le foto vincitrici e quelle selezionate per l’edizione 2025. È possibile iscriversi tramite il form online e rispondere alla mail ricevuta inviando a fino a 3 fotografie originali aggiungendo un titolo e una breve didascalia. Per approfondire, consultare il regolamento: https://www.unicef.it/scatto-clima. Il concorso fotografico “Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me” viene realizzato nell’ambito della campagna dell’UNICEF Italia Cambiamo ARIA su cambiamenti climatici e diritti delle giovani generazioni: “partecipa al quiz e scopri quanto sei sostenibile su www.misurailtuoimpatto.unicef.it“. UNICEF
April 21, 2026
Pressenza