Come valutare un politico dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dei diritti umani e della democrazia: Caso di Abdul El-SayedUn metodo per non partire dalla conclusione.
Negli ultimi due mesi Pressenza ha seguito la campagna elettorale di Abdul
El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti in Michigan.¹ Fin
dall’inizio ci è sembrato un politico meritevole di attenzione dal punto di
vista della pace e della nonviolenza. Ma su quali criteri si fonda questa
impressione?
Valutare un politico è più difficile di quanto sembri. Se ci si chiede non
soltanto se ne condividiamo le proposte, ma se la sua azione contribuisca alla
pace, alla nonviolenza, ai diritti umani e alla democrazia, il programma non
basta.
Occorre osservare anche come reagisce alla violenza, se applica gli stessi
criteri alla propria parte e a quella avversaria, se dialoga con chi lo
contesta, riconosce sofferenze contrapposte, corregge i propri errori e mantiene
coerenza tra mezzi e fini.
Scegliendo opportunamente i fatti, però, dallo stesso politico si possono
ricavare immagini quasi opposte. Nel caso di El-Sayed, sul conflitto
israelo-palestinese convivono un linguaggio talvolta molto duro, l’ammissione «I
made a mistake» dopo le polemiche seguite all’attacco alla sinagoga Temple
Israel,² e il successivo sostegno di Sander Levin, storica figura democratica
ebraica del Michigan, pur in presenza di un «significant disagreement» sulla
questione israelo-palestinese.³
Come mettere insieme fatti di questo genere? Costruire un ritratto scegliendo
quelli più congeniali sarebbe facile. Per ridurre l’arbitrarietà, si è scelto il
percorso opposto: definire prima che cosa osservare, poi raccogliere i dati e
soltanto alla fine tentare una valutazione.
La prima versione del quadro comprendeva 14 indicatori. Ma quando si è cercato
di disporli in una tabella, è emerso che la sezione «politiche e idee» era
troppo concentrata su guerra, Israele e politica estera, mentre quasi
scomparivano sanità, costo della vita, lavoro, denaro in politica, casa,
istruzione, ambiente e diritti civili — temi centrali anche nel programma di
El-Sayed.⁴ Inoltre la «radicalità del linguaggio» appartiene più correttamente
allo stile politico.
Il quadro è stato quindi ampliato a 20 indicatori di base, distribuiti in tre
aree, più un indicatore di esito indipendente sulla capacità di superare le
divisioni. È il primo risultato del test dello strumento stesso.
Indicatori per valutare un politico — primo caso: Abdul El-Sayed
Area N. Indicatore
A Politiche e idee
1 Distanza dall’ideologia socialista 2 Sanità e sistema di assicurazione
sanitaria 3 Costo della vita, lavoro e distribuzione del reddito 4 Denaro in
politica e riforme democratiche 5 Casa, istruzione e infrastrutture sociali 6
Ambiente, acqua e sostenibilità 7 Immigrazione, diritti civili e tutela delle
minoranze 8 Posizione sulla politica del governo israeliano verso i palestinesi
9 Principi ed eccezioni riguardo agli interventi militari statunitensi
B Stile e condotta politica
10 Grado di radicalità del linguaggio 11 Capacità di dialogare con gli
oppositori 12 Capacità di doppia empatia 13 Coerenza nella nonviolenza 14
Capacità di ridurre la tensione 15 Autocorrezione accompagnata da apprendimento
16 Coerenza tra mezzi e fini 17 Prudenza nell’accertamento dei fatti e nel
giudizio C Costruzione del sostegno 18 Radicamento dal basso (grassroots) 19
Rapporto con gli elettori ebrei 20 Sostegno organizzato oltre alle donazioni
individuali D Capacità di superare le divisioni — Capacità di includere gruppi
contrapposti nella stessa coalizione politica
I primi 20 sono indicatori di base. L’area D è un indicatore di esito
indipendente: è collegata soprattutto alle aree B e C, ma non ne costituisce la
semplice somma.
Il cambiamento del quadro non è un difetto. Un criterio può sembrare sufficiente
finché non viene applicato a un caso concreto. Il problema non è correggere il
metro, ma cambiarlo perché il risultato ottenuto non piace.
Prendiamo il «grado di radicalità del linguaggio». Due o tre dichiarazioni forti
possono facilmente dipingere un politico come aggressivo o incendiario. Per
ridurre questo rischio sono stati raccolti almeno una ventina di esempi,
arrivando in una prima fase a ventiquattro dichiarazioni per ciascuno dei due
politici messi a confronto, El-Sayed e Zohran Mamdani.
Le dichiarazioni sono state classificate provvisoriamente in quattro gruppi:
spiegazioni di principi o politiche; critiche politiche forti; espressioni che
possono aumentare la contrapposizione; interventi orientati alla riparazione o
alla riconciliazione. Il campione non è casuale e non consente precisione
statistica, ma sposta la domanda da «Ha mai pronunciato una frase estrema?» a
«Con quale frequenza compare questo linguaggio, in quali circostanze e contro
quale bersaglio?»
Anche un errore diventa così un dato più ricco. Interessa la sequenza: errore →
critica → comprensione → correzione → apprendimento. Un semplice «mi scuso» non
dimostra ancora che qualcosa sia stato imparato: bisogna vedere se lo stesso
tipo di errore si ripete.
Un secondo esempio riguarda il sostegno delle organizzazioni. Non basta sapere
quali sindacati o associazioni sostengano un candidato: conta quando entrino
nella coalizione. Esisteva fin dall’inizio una grande infrastruttura? Il
sostegno si è ampliato gradualmente? I nuovi gruppi sono sempre più diversi?
Alcuni sono arrivati soltanto dopo una vittoria?
La politica va osservata non soltanto come una fotografia, ma come un film. Nel
caso di El-Sayed, conta quindi anche il modo in cui organizzazioni di natura
diversa sembrano aggiungersi nel tempo.
Gli indicatori non servono a dare un’apparenza matematica a un giudizio
politico, ma a impedire che si cambino inconsapevolmente le regole davanti a un
fatto che piace o disturba. Anche il quadro deve poter cambiare: correggere uno
strumento perché non misura bene ciò che intendiamo osservare è ricerca;
modificarlo perché il risultato non piace è razionalizzazione.
I 20 indicatori di base e l’indicatore di esito non costituiscono un modello
universale: sono, per ora, strumenti costruiti per un primo caso, Abdul
El-Sayed.
Il lavoro suggerisce però una prospettiva più ampia: ricavare da casi concreti
un nucleo generale di indicatori per osservare i politici dal punto di vista
della democrazia, dei diritti umani, della nonviolenza e della sostenibilità,
adattandolo a ruolo, contesto e domanda di ricerca.
Per un senatore statunitense pesano guerra e politica estera; per un sindaco,
polizia, casa, immigrazione e conflitti urbani; in un’analisi della
sostenibilità, clima, energia e responsabilità verso le generazioni future.
Ma sarebbe prematuro costruire ora un modello universale: prima bisogna
verificare questi strumenti su un caso concreto.
Il passo successivo non partirà quindi dalla domanda: «El-Sayed è un buon
politico oppure no?» Ma da domande più limitate: che cosa mostrano i dati? Dove
sono coerenti? Dove si contraddicono? Che cosa sappiamo con una certa sicurezza,
e che cosa resta da verificare?
Prima di giudicare una persona, vale la pena mettere alla prova il metro con cui
intendiamo misurarla. È da qui che vorrei cominciare.
Note
1. Pressenza ha pubblicato finora nove articoli che seguono direttamente o
contestualizzano la campagna di El-Sayed: ① ② ③ ④ ⑤ ⑥ ⑦ ⑧ ⑨
2. Andrew Lapin, “Abdul El-Sayed apologizes for Temple Israel comments in
meeting with Michigan Jewish Dems”, Jewish Telegraphic Agency, 29 agosto
2026. Link
3. Andrew Lapin, “Sander Levin, storied Michigan Jewish Democrat, endorses
Abdul El-Sayed in Senate race”, Jewish Telegraphic Agency, 16 settembre
2026; cfr. The Washington Post, 16 settembre 2026. JTA / Washington Post
4. La pagina ufficiale delle priorità della campagna pone al centro “Money Out
of Politics”, “Money in Your Pocket” e “Medicare for All”, e include inoltre
casa, istruzione, ambiente, acqua, immigrazione, diritti civili e politica
estera. Priorities
Kazuhiro Imamura