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Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva
Via libera al ddl che adotta la definizione IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo Il Senato ha compiuto un passo che […] L'articolo Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Sentenza processo per Tarek
Si è svolta oggi l'udienza per il primo grado per il processo a Tarek, accusato degli scontri avvenuti a Piramide a Roma il 5 ottobre del 2024 in occasione di una manifestazione per la Palestina. La condanna è di un anno e 8 mesi meno di quanto richiesto che era di 3 anni. Sentiamo un compagno.
March 6, 2026
Radio Onda Rossa
Varese, rompiamo il silenzio sul genocidio e sulle donne palestinesi in carcere
Il Comitato Varesino per la Palestina alza la voce per rispondere all’appello “Rompiamo il silenzio” sulle donne palestinesi in ostaggio e sul genocidio in corso in Palestina. Ci ritroviamo a Varese in Piazza Garibaldino sabato 7 marzo dalle 16,30 alle 17,30: porta una pentola e un mestolo da battere! Porteremo la protesta e il nostro sostegno a tutte le donne anche nel corteo dell’8 marzo. Giornate globali di azione 6-8 marzo 2026. FreePalHostages Testo dell’appello: In occasione della Giornata internazionale della donna, alziamo la voce per le 66 donne palestinesi ancora in ostaggio, trattenute dietro le mura delle carceri israeliane; tra di loro tre giovani ragazze. Madri, studentesse, figlie e membri della comunità, strappate alle loro famiglie e private dei diritti fondamentali che ogni essere umano merita. La loro sofferenza non è una statistica. È una realtà quotidiana di isolamento, paura e ingiustizia. Ogni ora che rimangono imprigionate è un’altra ora rubata alle loro vite, ai loro figli e al loro futuro. La loro libertà non è uno slogan, è un diritto. Il mondo non può restare in silenzio. La giustizia chiede il loro rilascio e l’umanità chiede che la loro voce venga ascoltata. Stiamo al loro fianco. Parliamo per loro. Chiediamo giustizia.     Redazione Varese
March 5, 2026
Pressenza
PALESTINA: MENTRE GLI OCCHI SONO PUNTATI SULL’IRAN, ISRAELE PORTA AVANTI IL GENOCIDIO
Sesto giorno di aggressione militare israelo-statunitense all’Iran che ha infiammato tutto il Levante e oltre. Nelle ultime 24 ore gli eserciti di Stati Uniti e Israele hanno sferrato 117 attacchi aerei e missilistici contro 51 obiettivi militari in tutto l’Iran. Colpite le province di Tehran, Kermanshah, Urmia, Baluchistan, Esfahan, Alborz, Ilam e Tabriz. In meno di una settimana i raid israelo-statunitensi hanno ucciso più di mille civili nel Paese. In questo contesto, mentre gli occhi sono puntati sull’Iran, l’esercito di occupazione israeliano continua a portare avanti il proprio progetto coloniale anche in Palestina, scomparsa di nuovo dalla narrazione dei media. Con una decisione unilaterale, giustificata ufficialmente con l’invocazione dello “stato di emergenza nazionale” e per non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’attacco a Teheran, il governo israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza interrompendo così, istantaneamente, lo scarso flusso di cibo, acqua e carburante, necessarie a due milioni di persone, già stremate da anni di aggressione e privazioni. Il genocidio, la pulizia etnica e l’annessione continua con raid di esercito e coloni nella Cisgiordania occupata. Anche qui chiusura immediata dei valichi nell’area B e C e intensificazione degli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Fabian Odeh, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese
La relazione annuale dei servizi di intelligence di quest’’anno doveva essere presentata pubblicamente il 28 febbraio, ma lo scatenamento dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran lo stesso giorno, ha costretto gli estensori ad aggiornarne “le premesse”. Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin […] L'articolo “Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese su Contropiano.
March 5, 2026
Contropiano
Gaza nel silenzio del mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Una cucina popolare della Striscia di Gaza (sostieni il progetto) -------------------------------------------------------------------------------- Mentre il Medio Oriente brucia, Gaza resta invisibile agli occhi del mondo. La sua popolazione, già assediata da anni, paga il prezzo di guerre che non ha scelto e di politiche di occupazione che rendono la vita quotidiana un inferno costante. La guerra è finita in Palestina dice l’aspirante premio Nobel per la pace. Finita perché non ne sappiamo più nulla. Perché hanno spento i riflettori e l’hanno lasciata in mano al governo di Israele e soprattutto ai suoi coloni. Ed è così che i valichi vengono di nuovo chiusi, gli aiuti sospesi, il passaggio dei civili e delle ambulanze bloccato: due milioni di persone si ritrovano assediate, affamate, isolate. Il diritto internazionale reso carta straccia. Non ci sono sirene, non ci sono rifugi, non ci sono allarmi: ogni missile, ogni detonazione diventa una minaccia diretta per chi non ha mezzi di autodifesa. Negare misure di protezione significa violare il principio fondamentale di tutela della vita dei civili, indipendentemente dalle contingenze belliche. Le conseguenze sono drammatiche. La carestia, la malnutrizione, le morti per fame o freddo sono ancora all’ordine del giorno, mentre raid e violenze continuano a mietere vittime tra uomini, donne e bambini. I neonati muoiono per mancanza di cibo, i villaggi vengono attaccati dai coloni paramilitari, gli ospedali e le strade rimangono isolati dai checkpoint. Anche il diritto alla preghiera viene limitato: la moschea di al-Aqsa resta chiusa, percepita dai fedeli come simbolo di controllo e oppressione. La politica dell’occupazione trasforma il territorio in un recinto di sofferenza, dove la vita dei civili diventa sacrificabile per proteggere altri territori o interessi. Ogni escalation esterna – il duello balistico tra Tel Aviv e Teheran – sposta l’attenzione internazionale, rendendo invisibile la punizione collettiva che prosegue silenziosa. L’ingiustizia non è più straordinaria: è diventata routine. Milioni di persone vivono nella povertà, senza cure, senza casa, esposte alle conseguenze delle scelte di chi detiene il potere. Ciò che succede in Palestina è lo stesso meccanismo che, in scala minore, troviamo ovunque l’indifferenza governa la vita degli altri. È così anche in Italia, ormai lo sappiamo. Forse sarebbe necessario un risveglio collettivo e dovremmo ricordare che la nostra Costituzione non è un testo da ammirare a distanza: ripudia la guerra, tutela la dignità della persona, e richiede responsabilità verso chi è più vulnerabile. Guardare Gaza significa guardare noi stessi e misurare la nostra capacità di agire, di difendere i principi che abbiamo scelto come società. Non possiamo distogliere lo sguardo: ogni volta che lo facciamo, lasciamo che l’ingiustizia continui, e che la dignità dei più deboli venga calpestata. Dobbiamo ricordare all’Europa che per questo era nata. Scrive la poetessa e saggista palestinese Fadwa Tucan) in “Basta che io resti”: “Resterò qui. E nel mio cuore coltiverò il grano della speranza. Anche se il vento urla e la notte si addensa, resterò“. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gaza nel silenzio del mondo proviene da Comune-info.
March 4, 2026
Comune-info
Israelizzazione di scuole e università in Italia, scolasticidio in Palestina
La grave crisi del sistema educativo palestinese non sta solo nei 110 studenti e studentesse di Gaza vincitori e vincitrici delle borse  di studio IUPALS per l’Italia, (vedi l’appello del prof. Violante della Statale di Milano (clicca qui), che rischiano di perdere anche il secondo semestre universitario. Nell’intervista a Michele Giorgio su Radio Onda d’Urto per la rubrica settimanale Scuola Resistente, viene denunciata una forte pressione israeliana, soprattutto sull’UNRWA, riguardo ai libri di testo palestinesi, accusati da Israele di promuovere il terrorismo; ciò si traduce in una vera e propria censura con modifiche nei contenuti scolastici, inclusi cambiamenti linguistici, culturali e sui luoghi geografici. Michele Giorgio, inviato a Gerusalemme per il Manifesto è il direttore del noto sito di informazioni Pagine esteri, descrive un fenomeno da più parti definito “scolasticidio”: molte scuole sono state distrutte o danneggiate e quelle rimaste funzionano spesso come rifugi per sfollati, diventando spesso obiettivi militari con danni alle strutture gravissimi. Nei libri scolastici israeliani la storia palestinese è palesemente assente e la situazione si è aggravata dopo l’approvazione della legge fondamentale del 2018 che equipara lo Stato di Israele ad uno stato confessionale tagliando definitivamente qualsiasi Ponte culturale possibile tra ebrei e “non-ebrei”: la disumanizzazione associata alla negazione della specificità etnica palestinese, sono gli altri  tratti distintivi della pulizia etnica che va avanti da 80 anni inserendosi all’interno dei programmi scolastici israeliani.  La situazione attuale viene fatta risalire, quindi, a processi iniziati ben prima del 7 ottobre e riacceleratisi dopo gli accordi di Oslo. A Gerusalemme Est, sotto controllo israeliano, la situazione è paradigmatica: le scuole hanno dovuto adottare programmi e testi conformi al sistema educativo israeliano, mentre crescono le pressioni per estendere questo modello all’intero sistema scolastico palestinese, già colpito da forti tagli ai finanziamenti. Notevoli, inoltre, sono anche le difficoltà pratiche quotidiane: limitazioni agli spostamenti degli insegnanti, stipendi bassi e condizioni lavorative che compromettono la qualità dell’istruzione. La popolazione palestinese ha sempre fatto della qualità e del livello elevato di istruzione diffuso un punto di forza della propria capacità di resistenza alle difficoltà ma in questi ultimi due anni questo modello è seriamente messo in pericolo. Clicca qui per ascoltare la puntata su Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lettera dal confine
Mi sveglio, sono le 07:00. Tra mezz’ora arriva il taxi che l’ostello mi ha prenotato per arrivare al ponte di King Hussein (confine tra Giordania e Palestina) e attraversare il confine. Mi vesto e raccolgo le poche cose rimaste nella stanza. Il viaggio in taxi dura circa quaranta minuti, giusto il tempo per controllare un’ultima volta il telefono (non dev’esserci nessuna traccia che possa fare intuire un mio sostegno alla Palestina), ripercorrere i dettagli della storia con cui cercherò di giustificare il mio ingresso e dare qualche occhiata alle colline brulle che scorrono nel finestrino. Una persona cara un giorno mi ha detto che, andando lì, avrei capito finalmente perché i sionisti quella terra la vogliono così tanto. Adesso lo capisco, è bellissima. Scendo dal taxi e mi avvicino ai primi controlli. Nelle narici sento l’aria fredda del mattino mista a un odore pungente di sigaretta. Supero il metal detector e arrivo al controllo passaporti: cominciano le prime domande. Vogliono sapere se lavoro per una ONG, perché voglio entrare dentro Israele proprio ora, che posti intendo visitare. Mi chiedono anche il numero di telefono e se lo appuntano. Facciamo fatica a comunicare, l’ufficiale parla poco inglese e per capirci usiamo Google Translate. Mi fanno sedere nella sala di attesa senza passaporto e senza nessuna indicazione. Dopo un paio di ore mi approvano l’uscita e mi fanno salire su uno shuttle diretto per il confine israeliano. Il viaggio dura un’oretta, arriviamo alla frontiera verso le 11:00. Entro per i controlli, ma dentro l’aria è già diversa. I controlli sono ben ritmati, l’organizzazione è chiara e in ogni sala c’è almeno una bandiera israeliana a vista. I lavori manuali sono svolti da persone arabe, nelle cabine a fare i controlli invece ci sono solo persone bianche. Anche questa volta supero il metal detector e mi dirigo al controllo passaporti per le domande di routine. L’operatore è molto gentile, ha un ottimo inglese e ride alle mie battute. Mi chiede dei miei programmi, vuole sapere che lavoro faccio e dove e perché io stia viaggiando da sola. Mi ringrazia e mi invita a sedermi. Aspetto di nuovo senza documenti e senza nessuna indicazione, finché non arriva un operatore della sicurezza italo-israeliano. Mi saluta in italiano e mi chiede di seguirlo. Mi porta in una stanza a isolata dove mi chiede di lasciare la borsa e lo zaino, poi ci dirigiamo verso il suo ufficio. Siamo solo io e lui, mi offre un bicchiere d’acqua. Ci prepariamo al primo interrogatorio. Mi chiede perché voglio entrare in Israele, perché proprio ora che l’Iran potrebbe attaccare da un giorno all’altro. Mi chiede di mostrargli la prenotazione dell’ostello, l’itinerario che ho in programma di seguire, quando e come tornerò a casa. Poi mi fa domande più personali, vuole sapere di più sul mio lavoro, sui miei studi, sulle mie attività di volontariato, sul mio posizionamento politico (cosa so su Israele, cosa ne penso del 7 ottobre). Mi raccomanda di non mentire, perché loro sono aperti anche a idee politiche differenti. Vuole sapere se ho partecipato alle grandi mobilitazioni che ci sono state negli ultimi mesi, se ho dei contatti in Israele e in Palestina. Cerco di rispondere a ogni domanda senza tradire la mia storia. Poi mi controlla il telefono, apre WhatsApp, legge i messaggi, nella barra di ricerca digita “Palestina” e “Gaza”, cerca se c’è qualche numero palestinese salvato in rubrica, scorre le immagini in galleria, apre i social. Dopo circa un’oretta di interrogatorio mi lascia uscire. Aspetto ancora una mezz’ora fuori dal suo ufficio e poi mi richiama. Comincia la seconda parte dell’interrogatorio, ma questa volta i toni sono cambiati. Inizia ad urlarmi contro: “sei una bugiarda e io i bugiardi non li faccio entrare nel mio paese”. Dice che lui sa che sono qui per fare resistenza ai coloni e sa che ho dei contatti in Israele e in Palestina, vuole solo sapere queste persone chi sono. Mi guarda con disprezzo, sa tutto delle manifestazioni. Mi chiede con che coraggio una persona bugiarda come me possa pensare di fare del bene. Mi minaccia, dice che riferirà tutto alle autorità italiane. Continua ad urlarmi contro, al ché gli dico che in quella stanza non mi sento più al sicuro. “Neanche io mi sento al sicuro” mi risponde, sminuendo il mio disagio. Rifà le stesse domande, vuole delle informazioni, io continuo a negare tutto. Mi fa uscire e mi rimanda nella sala di attesa, ritorno nello stesso limbo. Attendo altre due ore, finché non arriva un altro uomo che mi invita a seguirlo. Entriamo nell’ufficio del Ministero degli Interni e inizia il secondo interrogatorio. Vuole sapere perché io abbia mentito al suo collega. Io ripeto la mia storia, lui ripete le stesse domande. Mi dice che sa che voglio andare a fare interposizione in Cisgiordania, vuole sapere con chi sono in contatto. “Allora tornatene da dove sei venuta” mi dice in ultimo e mi fa riaccompagnare nella sala di attesa. Provo a chiedere spiegazioni e mi dicono di attendere, chiedo di riavere i documenti e mi dicono che a breve li riavrò. Passano altre due ore e intanto vedo gli ufficiali riconsegnare i documenti alle persone sedute vicino a me: alcuni entrano, altri non superano il confine. Le persone lasciano la stanza una ad una e gli impiegati cominciano a chiudere le sale per l’inizio dello Shabbat. Provo una rabbia che poche volte ho provato nella vita, quel tipo di rabbia che non trova via di sfogo perché alimentata dall’impotenza e allora si attorciglia su se stessa. Potrei mettermi ad urlare, lanciare lo zaino, spaccare le sedie, e non cambierebbe nulla: hanno deciso che non entrerò, l’hanno deciso fin dal primo momento, e non c’è niente che io possa dire o fare per fargli cambiare idea. Gli interrogatori, l’attesa, l’andare e venire per quei corridori bianchi tutti uguali se non fosse per qualche stella di David blu a scandire gli spazi, erano solo un pro forma. Un meccanismo di disciplinamento per ricordarmi che, in questo sistema, sono loro a disporre del mio corpo, a scandire il mio tempo, a decidere se posso o non posso entrare e non ci sono regole di cui devono rispondere, perché sono loro a deciderle. Non c’è una logica che permetta di anticipare le loro mosse, è tutto arbitrario, soggiogato a un caso apparente che è controllo e dominio: l’imprevedibilità non permette di anticipare vie di fuga. Vado in bagno, sul gabinetto è incollato un adesivo “Si prega di rispettare l’ordine e la pulizia”. Lo stacco e lo butto nel cestino, per un attimo mi sembra di sentirmi di nuovo umana. Sono ormai le 17:30 e lo stesso ufficiale che mi ha fatto il secondo interrogatorio chiama finalmente il mio nome. Mi consegna un foglio su cui è scritto che l’ingresso è stato rifiutato, motivo: prevenzione dell’immigrazione illegale. Chiedo perché e lui mi risponde “perché lo decido io”. Leggo il documento più e più e volte. Dopo essere stata trattenuta e spostata qua e là come un oggetto da poco, voglio che siano loro per una volta ad attendere. Un uomo mi riaccompagna allo shuttle verso la frontiera giordana. Dopo un paio di ore mi ritrovo di nuovo ad Amman. Fumo una shisha con il rumore della città di sottofondo, neanche dodici ore dopo si sarebbero sentite le sirene, poco dopo le prime esplosioni. Neanche dodici ore e Israele avrebbe bombardato l’Iran, ma non lo sapevo ancora. Ludovica Nota: omettiamo per motivi di sicurezza il nome completo dell’autrice di questa testimonianza Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza