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Una ‘aula della democrazia’, dove si concretizza la speranza per la pace
Civitavecchia, 21 gennaio 2026 – Nella mattinata gli studenti della città hanno partecipato all’iniziativa dedicata ai temi della pace, dei diritti umani e dell’impatto dei conflitti armati, con particolare attenzione alla Striscia di Gaza, promossa dall’Assessorato alle Politiche Sociali e svolta nell’Aula consiliare Renato Pucci del Comune. I ragazzi hanno incontrato due esponenti di Pax Christi Italia, Pio Castagna e Nandino Capovilla, il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, Gianrico Ruzza, e il sindaco di Civitavecchia, Marco Piendibene, che in seguito ha osservato: > Oggi abbiamo vissuto in Aula Consiliare un momento raro, di quelli che non > passano addosso e non si dimenticano in fretta. Don Nandino Capovilla è stato > eccezionale: una testimonianza limpida, senza enfasi e senza scorciatoie, > capace di tenere insieme verità e umanità, dolore e responsabilità. > E la cosa più bella è stata vedere ragazze e ragazzi così presenti: > responsivi, interessati, attenti. Non spettatori, ma persone che ascoltano > davvero, che fanno domande, che cercano di capire. In un tempo in cui sembra > più facile voltarsi dall’altra parte, oggi abbiamo scelto l’esatto contrario: > guardare in faccia la realtà e parlarne con serietà. > Porto via da questo incontro una convinzione semplice: la legalità, la pace, i > diritti umani non sono parole “alte” buone per le cerimonie. Sono scelte > quotidiane, sono educazione civica nel senso più pieno, sono il modo in cui > una comunità decide chi vuole essere. > Grazie di cuore a Don Nandino. Grazie a chi è intervenuto e a chi ha reso > possibile questa iniziativa. E grazie soprattutto ai nostri studenti e > studentesse: per la maturità, l’attenzione e la voglia di non restare > indifferenti. A sua volta, Nandino Capovilla ha riferito, e commentato: > MENTRE L’AULA DEL SENATO vota una incredibile legge per proibire ogni critica > ad Israele, L’AULA DEL CONSIGLIO COMUNALE di Civitavecchia convoca l’intera > cittá, tutti gli istituti superiori, gli assessori e dirigenti del Comune per > non tacere il genocidio in corso a Gaza. > Ha voluto essere presente il Vescovo Gianrico Ruzza e soprattutto il Sindaco > ha detto forti e chiare queste parole: “È semplicemente un dovere perché a > Gaza si continua a morire e rischiamo di abituarci. Oggi parliamo di umanità e > responsabilità. Non decide un Comune la geopolitica ma dobbiamo decidere che > comunità vogliamo essere, se voltare la testa o guardare. Diciamo forte che la > forza non può essere un alibi per cancellare il diritto e la sicurezza la > negazione dell’umanità dell’altro”. > Queste sono le aule della democrazia. C’è speranza. Maddalena Brunasti
Interpellato sulle sue attività in Israele… il ‘gigante buono’ non risponde
Dal 6 dicembre scorso ad oggi, 21 gennaio 2026, i dirigenti della Ferrero S.p.A. non hanno ancora risposto alla lettera inviata da numerose associazioni e aggregazioni del territorio dove è sorto il primo stabilimento del rinomato brand dei dolciumi. ‘LA’ FERRERO, E I SUOI TESTIMONIAL Fondata da Pietro Ferrero con il fratello Giovanni e la moglie Piera nel 1946 ad Alba, dove ha tuttora la sede principale, l’azienda multinazionale è il terzo gruppo a livello mondiale nel mercato della pasticceria al cioccolato. Le sue produzioni vengono realizzate negli impianti dislocati in 55 stati. Chi da piccolo prima di andare a nanna vedeva Carosello… ricorda lo spot della Ferrero con i suoi personaggi, Jo Condor e il Gigante buono, e ‘tormentoni’, E che c’ho scritto Jo Condor? e Gigante, pensaci tuuuuuuuu… : > due modi di dire che noi che non siamo nati ieri continuiamo ad usare, a volte > dimenticando che non tutti comprendono … Il Paese Felice non era mai felice > abbastanza. Ma quando il Gigante sistemava tutto, noi bambini capivamo il > messaggio, arriva il dolce! …  Ferrero sapeva come ipnotizzare i bambini, che > di certo non si preoccupavano di implicazioni nutrizionali, impatto sul volume > addominale e sulla circonferenza di fianchi e glutei, ma andavano pazzi per i > Kinder, la Fiesta, i Mon Cheri e, ovviamente, la Nutella” – Jo Condor e il > Gigante: un carosello, due meme immortali / BOOMERISSIMO, 08.11.2025 PROPOSTA DI DIALOGO CON FERRERO S.P.A.: UNA RICHIESTA DI CHIAREZZA E RESPONSABILITÀ SULLE ATTIVITÀ ECONOMICHE IN ISRAELE Siamo un gruppo di cittadinə appartenenti ad associazioni e collettivi impegnatə nella tutela dei diritti umani universali e nel sostegno al popolo palestinese. Rendiamo pubblico un dialogo avviato il 6 dicembre 2025 con Ferrero S.p.A., che ad oggi non ha ricevuto risposta. La lettera – che alleghiamo integralmente e che chiediamo cortesemente che venga pubblicata senza estratti o sintesi arbitrarie – nasce da una richiesta di chiarimento sulle attività economiche di Ferrero in Israele e sulla posizione dell’azienda rispetto alle violazioni dei diritti umani, non da un’accusa. Abbiamo scelto consapevolmente la via del dialogo, convinti che sia più utile costruire ponti piuttosto che alzare muri, e che il confronto con realtà complesse e influenti possa aprire spazi concreti di azione positiva. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare una dinamica che si ripete tristemente in molti contesti: non si può dare priorità all’economia trasformando la natura e le persone in mera risorsa, senza rispetto per la Vita Integrale; non si può continuare nella logica di guadagni enormi per poche persone, mentre il prezzo umano, sociale e ambientale viene pagato dall’intera collettività. Rete Cuneese per la Palestina a nome di TUTTE le realtà firmatarie ACLI Asti –  ANPI Carrù – ANPI di Villanova d’Asti – ANPI Grugliasco – ANPI Nizza Lingotto – ANPI-CGIL Cuneo – Asti per la Palestina – BDS Pinerolo – Camminare Lentamente – Casa del popolo Asti – CGIL Cuneo – Collettivo Statale 590 – Comitato Bruino democratica – Comitato Palestina Ivrea – Comuneroero ODV – Coordinamento Novara per la Palestina – CUB Cuneo e provincia – Cuneo per Gaza (coordinamento di circa 50 soggetti tra associazioni, organizzazioni sindacali e partiti) – Docenti ed educatori di Cuneo e provincia per i diritti umani in Palestina – Donne in cammino per la pace Mondovì – Donne in nero contro la guerra Alba – Federazione di Sinistra italiana della provincia di Cuneo – Italia Nostra Sezione del Braidese – Global Movement To Gaza Italia – La Casa Rotta Cherasco – Legambiente Langhe e Roero Aps – Mamme in piazza per la libertà del dissenso Torino – Mononoke Alba – Osservatorio per la tutela del paesaggio di Langhe e Roero  – Partito Comunista dei Lavoratori Torino – Partito della Rifondazione Comunista / Federazione di Cuneo – Possibile Cuneo – Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia – Pro-Tetto Migranti ODV Cavallermaggiore – Ramassin Fossano – Rete Welcoming Asti – Scuola per la Pace Torino e Piemonte – Sinistra Racconigese – Torino x Gaza (coordinamento di decine di associazioni, organizzazioni sindacali e partiti) – Uniti si può Asti – USB Federazione del Piemonte > Alla cortese attenzione dell’Ufficio Stampa Ferrero S.p.A. > Piazzale Pietro Ferrero 1 > 12051 Alba (CN) – Italia > > Gentili Responsabili, > > siamo un gruppo di cittadinə appartenenti ad associazioni e collettivi > impegnatə nella tutela dei diritti umani universali, pertanto nel sostegno al > popolo palestinese. Ci rivolgiamo alla Vostra azienda in quanto realtà di > rilievo internazionale e simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo, nonché > per la reputazione che Ferrero ha costruito come impresa attenta alle persone, > ai diritti e alla sostenibilità. > > Ferrero, infatti, si presenta nei propri documenti ufficiali e nei rapporti di > sostenibilità come un’azienda che “mette le persone al centro di ogni > decisione”, operando secondo principi di etica, trasparenza e responsabilità > sociale. In più occasioni avete sottolineato il Vostro impegno a garantire che > le vostre attività globali rispettino i principi fondamentali delle Nazioni > Unite e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, promuovendo un modello > industriale orientato al rispetto della dignità umana. > > Proprio in virtù di questi valori dichiarati, e alla luce delle informazioni > da Voi pubblicate riguardo alla vostra presenza in Israele, riteniamo > importante chiedere chiarezza riguardo alle relazioni economiche e commerciali > che Ferrero intrattiene con lo Stato di Israele. Tale richiesta viene rivolta > alla Vostra così come a tutte le imprese del territorio che hanno sede > commerciale in Israele e che non hanno ancora chiarito pubblicamente la natura > e i limiti di queste collaborazioni. > > Secondo quanto riportato sul vostro sito ufficiale: > > – Sul portale «Ferrero in Israel», Ferrero dichiara di operare in Israele > attraverso la società Ferrero Premium Confectionery & Trading Ltd, con sede > presso l’Azrieli Center di Holon. Lo stesso sito indica che la presenza > commerciale del gruppo in Israele risale al 1975 e che dal 2016 Ferrero opera > nel Paese tramite la propria organizzazione locale. > > – Nella sezione “Una presenza globale” del sito “ferrero.it”, Israele compare > fra i paesi in cui il gruppo è attivo, con la menzione del suddetto ufficio a > Holon. > > – Inoltre, la piattaforma «Ferrero Careers» pubblica regolarmente offerte di > lavoro per posizioni in Israele, a conferma di una presenza strutturata e > continuativa sul territorio. > > Alla luce delle gravi e documentate violazioni dei diritti umani in corso nei > Territori Palestinesi occupati, desideriamo chiedere alcuni chiarimenti. Da > fonti internazionali risulta che la International Criminal Court (ICC) ha > emesso mandati di arresto in data 21 novembre 2024 nei confronti del Primo > Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav > Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi > nel contesto del conflitto nella Striscia di Gaza *. > > Successivamente la Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha > ufficialmente definito le azioni israeliane a Gaza come genocidio in un > rapporto pubblicato il 16 settembre 2025. Secondo la Commissione, infatti, le > autorità israeliane stanno portando avanti un’aggressione militare che ha come > obiettivo “uccidere più palestinesi possibile” con l’intento di distruggere in > tutto o in parte il gruppo palestinese e rendere Gaza un luogo invivibile per > ə sopravvissutə. Le azioni militari israeliane sono state riconosciute come > azioni compiute per “[…] deliberatamente infliggere al gruppo condizioni di > vita calcolate per provocarne la distruzione fisica […]” e “[…] imponendo > misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo […]” **. > > Secondo i dati aggiornati del Ministero della Salute di Gaza ***, tra il 7 > ottobre 2023 e il 10 novembre 2025 sono > almeno 68.832 ə mortə palestinesi (di cui l’83% civili) e almeno 170.6G0 ə > feritə. I dati relativi all’infanzia sono impressionanti: almeno 20.632 > bambinə sono statə uccisə (il 30% del totale deə mortə, il 65% dei quali sotto > i 13 anni di età) e 10G8 bambinə hanno subito l’amputazione di almeno un arto. > Tra ə bambinə sopravvissutə 55.861 sono orfanə di almeno un genitore; inoltre, > la carestia dovuta anche al blocco dell’ingresso degli aiuti umanitari ha > fatto registrare nel 2025 nella striscia di Gaza 62.G42 casi di malnutrizione > in bambinə sotto i 5 anni di età. > > In questo contesto, chiediamo a Ferrero (in quanto azienda che dichiara di > essere attenta alle persone, > alla giustizia sociale e ai diritti umani) di chiarire: > > * Se Ferrero intrattiene ulteriori rapporti economici o di partnership con > aziende israeliane oltre alla distribuzione locale; > * Se l’azienda ha in atto accordi di fornitura, ricerca o sviluppo > tecnologico con entità israeliane, e se tali rapporti vengono valutati > secondo criteri di due diligence etica e rispetto dei diritti > umani; > * Se Ferrero possiede stabilimenti produttivi, magazzini o attività in aree > considerate territori occupati secondo il diritto internazionale; > * Se l’azienda intende rendere pubblica una propria policy di responsabilità > sociale che chiarisca come vengono gestiti i rapporti commerciali in > contesti di conflitto o violazione dei diritti umani. > > Riteniamo che una risposta trasparente e documentata a tali domande sia > coerente con la storia, i principi e la reputazione di Ferrero come impresa > socialmente responsabile. Una presa di posizione chiara su questo tema > rappresenterebbe non solo un atto di coerenza con i valori che l’azienda > promuove, ma anche un contributo concreto al rispetto del diritto > internazionale e alla tutela della dignità umana. > > Concludiamo offrendo la nostra disponibilità ad un confronto costruttivo e > alla valutazione di progetti condivisi a sostegno del popolo palestinese. > > Ringraziamo anticipatamente per la vostra attenzione e restiamo in attesa di > un riscontro ufficiale. > > – – – > > * International Criminal Court (ICC), Situation in the State of Palestine: ICC > Pre-Trial Chamber I rejects the State of Israel’s challenges to jurisdiction > and issues warrants of arrest for Benjamin Netanyahu and Yoav Gallant, 21 > November 2024, > https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestineicc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges > > ** Human Rights Council, Independent International Commission of Inquiry – > Legal analysis of the conduct of Israel in Gaza pursuant to the Convention on > the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (A/HRC/60/CRP.3), 16 > September 2025, > https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session60/advance-version/a-hrc-60-crp-3.pdf > > *** Palestinian Ministry of Health, Statistics of the Israeli aggression on > Gaza Strip 2023-2025, Sehatty, https://sehatty.ps/public/   Maddalena Brunasti
Il senso della giustizia è innato?
> «La giustizia e l´ingiustizia sono stati inventati per impedire alle persone > di riprendersi ciò che è stato loro rubato.»  (John Dutton, del ranch > Yellowstone). Con questa frase l’attore Kevin Costner (che interpreta Dutton nella serie TV Yellowstone, N.d.r.) vuole intendere che non esiste un diritto naturale a qualcosa. Se il diritto in quanto tale non esiste, perché dovremmo difenderlo? Perché il senso della giustizia è naturale e innato? In questo articolo non intendo lamentarmi dell’ingiustizia. Si tratta piuttosto di capire se esiste un “diritto”, da dove proviene e se ha qualcosa a che fare con la “giustizia”. Dall’invasione della Russia nel 2022, nei dibattiti politici è stato ripetutamente invocato il “diritto internazionale”. Lo stesso vale per i bombardamenti attuati da Israele nei paesi vicini. Evidentemente si presume che esista un “diritto” internazionale. Il ‘diritto’ senza una forma di “giustizia” implode, è privo di senso. Il simbolo della giustizia, però, è la bilancia. La giustizia è innanzitutto uno strumento per pacificare i gruppi. Impedisce conflitti aperti e prolungati per beni, potere e posizioni. Senza di essa, ci sarebbe il rischio di una lotta permanente di tutti contro tutti, distruttiva e improduttiva. In realtà, però, tutte le civiltà conosciute si basano su disuguaglianze strutturali. Già le prime città-stato della Mesopotamia – Ur e Uruk – erano organizzate in modo rigorosamente gerarchico, cioè ingiusto. Ed è proprio lì che troviamo la prima raccolta completa di leggi dell’umanità. L’ingiustizia di fatto è stata tradotta in forma di legge: intoccabile, apparentemente neutrale, per grazia di Dio. La legge garantiva a ciascuno il proprio posto, ma non la propria libertà. La più grande appropriazione di terre della storia antica ebbe luogo probabilmente sotto Alessandro Magno. Tuttavia, il suo impero durò solo circa 15 anni nella sua massima espansione. L’Impero Romano, invece, che si espanse lentamente, durò più o meno 500 anni. A differenza di Alessandro, i Romani portarono la legge, il diritto romano. Tutti gli abitanti dei territori conquistati divennero romani. Si potrebbe dire che i Romani conquistarono con l’esercito e assicurarono il loro dominio con la legge. Gli inglesi impararono dai Romani e applicarono lo stesso principio nelle loro colonie. L’appropriazione delle terre negli Stati Uniti è stata accompagnata da un genocidio senza precedenti, legittimato giuridicamente proprio come la schiavitù. Gli Stati Uniti disponevano di soldati, giudici e leggi, mentre le vittime avevano solo lo status di “bande”. In Canada non andó molto diversamente. Negli anni tra il 1960 e il 1970, il genocidio aperto e sanguinario era ormai bandito, ma la sterilizzazione forzata delle donne indigene veniva fortemente promossa dalla legge. Si stima che fino al 50% delle indigene ne sia stato colpito, mentre il mondo celebrava i Beatles e i Rolling Stones. Ciò che per gli Stati Uniti e il Canada è storia, in Palestina è il presente. La politica di Israele si differenzia da quella degli Stati Uniti soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno concluso la loro fase di espansione, dopo l’appropriazione delle terre del Texas e della California. Analogamente ai coloni invasori in Nord America, i coloni ebrei arrivarono in Palestina all’inizio del XX secolo, istituirono un parlamento, le leggi, un sistema giudiziario e un esercito, dichiarando cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Fino ad oggi questo Stato continua a sottrarre terreni a privati cittadini. I soldati di uno Stato di diritto costringono le persone ad andarsene e impongono la “loro” giustizia. Le organizzazioni di apolidi vengono rapidamente dichiarate illegali e quindi prive di diritti. L´esecrabile attacco del 7 ottobre sarebbe stato valutato diversamente a livello internazionale se la Palestina fosse stata riconosciuta come Stato. Senza essere meno orribile, sarebbe stato considerato giuridicamente come un tentativo da parte di uno Stato di riconquistare il territorio occupato. La storia dimostra che raramente la disuguaglianza e la miseria portano da sole alla ribellione: * Irlanda 1845-1852: un milione di morti per fame, nonostante l’esportazione di cereali. * India 1943: da due a tre milioni di morti. * Ucraina 1932-1933: da tre a quattro milioni di morti per fame. * Cina 1959-1961: da 15 a 45 milioni di morti. * Etiopia 1983-1985: un milione di morti per fame. Senza che si sfociasse in rivolte! E tuttavia, le persone si oppongono alle “ingiustizie”. Alla fine degli anni ’80, la chiusura di alcuni stabilimenti minacciava l’industria siderurgica tedesca. I lavoratori sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma ciò che determinò la loro resistenza non fu la prospettiva di perdere il lavoro, bensì la scoperta del doppio gioco politico. Quando si venne a sapere che il partito SPD prometteva pubblicamente solidarietà, ma internamente agiva in modo contrario, scoppiò una sommossa. Ció che seguì fu molto più di uno sciopero. Vi fu una rivolta intorno all’acciaieria Krupp di Rheinhausen, come non se ne erano mai viste prima. Dall’autunno del 1987 alla primavera del 1988 Rheinhausen rimase bloccata. La popolazione sostenne la resistenza. I media tacquero. Non è stata la necessità, bensì la perdita di legittimità a portare al conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto nelle rivolte della fame nei paesi arabi: Egitto 1977, Tunisia 1983-1984, Marocco 1981 e 1984, Sudan 1985-1986, Algeria 1988, Giordania 1989. Non è stato solo il prezzo del pane a essere determinante, ma la sensazione di essere vittime di un ordine ingiusto e determinato da altri. Il candidato alla presidenza Trump era detestato e temuto dai vertici europei, non per la sua aggressività, ma per la sua schiettezza. Senza peli sulla lingua rendeva noto quello che lui e i suoi predecessori – Biden e Obama – facevano, ma che questi ultimi non avevano mai dichiarato apertamente. Questa sua franchezza ha ostacolato l’élite di potere europea nello sforzo di mantenere l’illusione di una politica giusta agli occhi della gente. L’invasione militare in Venezuela, durante la quale sono state uccise oltre 100 persone e il presidente è stato rapito insieme alla moglie, è stata definita dai principali media tedeschi come un “arresto”. “Arresto” è un termine del diritto di polizia. Implica già che l’azione sia legalmente legittima e giustificata. Il cancelliere federale Merz si è affrettato a giustificare diligentemente l’evidente violazione della legge. Cosa possiamo imparare da questo? Primo: l’élite al potere fa quello che vuole. Secondo: ha bisogno del “diritto” per giustificare il proprio agire. Il potere moderno non può basarsi solo sulla forza bruta. Ha bisogno di certezza giuridica e accettazione. È proprio qui che sta la sua vulnerabilità. Le leggi promettono giustizia – ed è proprio in base a questa promessa che dobbiamo giudicare i loro creatori, senza cadere nell’illusione che queste leggi siano espressione di vera giustizia. Non dobbiamo credere alle leggi tanto quanto non dobbiamo credere a coloro che le creano. Ma è proprio sulla base delle leggi che promettono diritto e giustizia che si può smascherare l’ingiustizia. L’élite dominante deve essere giudicata in base ai criteri con cui essa stessa crea legittimità. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Jürgen Adriaans
A marzo 2026 la fiera delle armi da caccia e da guerra arriva a Parma: perché, e come?
In precedenza svolta a Brescia, poi a Vicenza e a Verona, la “fiera della caccia, del tiro sportivo e del turismo venatorio-gastronomico” EOS nel 2026 verrà allestita e dal 28 al 30 marzo aperta al pubblico a Parma. Nel sito della manifestazione è spiegato che “Nell’ultima edizione a Verona ha registrato oltre 40˙000 visitatori e ha raccolto il meglio della produzione e del mercato del Paese [cioè dell’Italia – N.D.R.] e di altri Paesi (40 quelli rappresentati)” e che il suo svolgimento, organizzato da EOS s.r.l. che ha sede a Mestrino (PD), nei 60˙000 mq e 4 padiglioni di Fiere di Parma radunerà 400 aziende e  700 marchi e “segnerà un deciso salto di qualità in termini di contenuti e formato”. Un video realizzato per la LAC / Lega anti caccia e pubblicato su YouTube il 5 marzo 2024 e diffuso anche da Il Fatto Quotidiano mostra che a EOS “si mostrano armi da caccia ma anche armi da guerra“. Perciò il 7 novembre scorso la Casa della pace di Parma e altre 11 associazioni e aggregazioni locali – ANPI sez. di Parma, ANPI provinciale, ANPPIA, Casa delle donne, CIAC, Coordinamento per la democrazia costituzionale, Donne in nero, Libera Parma, Associazione Medical Care Development Peace, Montanara laboratorio democratico, Associazione Papa Giovanni XXIII, Parma città pubblica e Parma por Cuba – hanno inviato una lettera “aperta agli organi di informazione e alla cittadinanza” sollecitando l’attenzione del sindaco di Parma, Michele Guerra, del presidente della Provincia di Parma, Alessandro Fadda, e del presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e interpellando il presidente dell’ente Fiere di Parma, Franco Mosconi, in merito a varie questioni… Considerando che “nel nostro territorio ci sono numerosi Comuni che prendono le distanze dalle armi, esprimendo Assessorati per la pace ed anche Assessorati per il benessere animale”, veniva chiesto > Perché la fiera delle armi a Parma? Annotando che > Nelle due edizioni di Verona tre associazioni nazionali – Osservatorio > permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza, Rete Italiana Pace > e Disarmo e Movimento Nonviolento – avevano proficuamente collaborato con > l’Amministrazione comunale scaligera, con Verona Fiere ed anche con gli stessi > organizzatori di EOS raggiungendo significativi correttivi: un Codice etico > escludente la difesa personale dai settori della manifestazione, un > Regolamento Visitatori e un Regolamento Generale degli Espositori che non > ammetta aziende produttrici di armi di Stati sottoposti a embargo dalle > Nazioni Unite o ritenuti responsabili dalle Nazioni Unite di crimini di guerra > e crimini contro l’umanità, l’esclusione nella manifestazione di interventi di > tipo politico, una maggiore attenzione alla tutela dei minorenni ai quali è > stato precluso il maneggio delle armi. ed evidenziando che tra i suoi soci ci sono il “Comune di Parma (per il 15,96%), la Provincia di Parma (per altro 15,96%) e la Regione Emilia Romagna (per il 4,14%)”, a Fiere di Parma veniva domandato: * Per quanto tempo ha firmato il contratto per EOS ? * È revocabile? * I soci di Ente Fiere erano informati? La risposta del professor Franco Mosconi è pubblicata sul sito della Casa della Pace.     Maddalena Brunasti
Grande attesa per la quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale
In un momento critico della situazione mondiale, in cui riaffiorano violenze neocolonialiste e sembra scomparire ogni traccia di rispetto per i diritti umani e l’autodeterminazione di ogni popolo, assume grande rilevanza l’invito del Forum Umanista Mondiale a riflettere e agire collettivamente per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. Come espresso dal titolo di questa Quarta Assemblea, l’appello di questo spazio di scambio e azione congiunta è quello di superare la crisi e l’incertezza globale attraverso una decisa mobilitazione umana a favore del bene comune. L’interesse suscitato dall’Assemblea, che si terrà il 24 e 25 gennaio dalle 13:00 alle 15:00 (ora UTC, Londra, in Italia calcolare un’ora in più), si è manifestato con intensità nell’iscrizione di organizzazioni e attivisti provenienti da 42 paesi di tutti i continenti. Artisti, collettivi di educatori, promotori della pace e della nonviolenza, sportivi, ricercatori, economisti, rappresentanti del mondo accademico, operatori sanitari e alimentari, difensori dei diritti umani e dell’habitat, tra le altre espressioni della base sociale, confluiranno in questa Assemblea con spirito umanista per condividere visioni ed esperienze che contribuiscano ad aprire il futuro in questa fase complessa che gli esseri umani stanno affrontando. Sebbene la connessione internazionale avverrà tramite videoconferenza, ci saranno diversi momenti in cui si svolgeranno anche scambi di persona. La prima giornata, dopo brevi relazioni su alcune attività di rilievo svolte nell’ambito del Forum Umanista Mondiale negli ultimi mesi, sarà dedicata allo scambio partecipativo per cercare di generare una visione globale della situazione attuale. Durante la seconda giornata si lavorerà su 17 tavoli tematici per rafforzare l’applicazione di proposte e azioni in aree specifiche. Il programma dettagliato è disponibile qui La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Mosca nel 1993, è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Javier Tolcachier
Nazioni Unite: un report sulla “bancarotta idrica mondiale”
L’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (United Nations University institute for water, environment and health, Unu-Inweh) ha rilasciato il report “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era” che analizza a livello planetario lo stato delle riserve di acqua nel pianeta. Secondo quanto si legge nel rapporto circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno; Il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino, abbiamo perso circa 410 milioni di ettari di zone umide e in molte località più del 30% della massa glaciale dal 1970. Il report suggerisce la necessità di un intervento urgente, coordinato e che coinvolga tutti i paesi: “Il momento in cui viene pubblicato questo rapporto è fondamentale e rappresenta un’opportunità cruciale per  rafforzare la responsabilità e elevare l’acqua a priorità globale”. Pressenza IPA
“Per un Iran Libero” , presidio a Firenze : le foto
Con la partecipazione di Amnesty Intenational Toscana, Ampi Firenze, CGIL Firenze, Movimento Vita donna libertà Fi, Donna Vita Libertà ass CulturaleFi , ed altre assocazioni fiorentine, si è tenuto ieri in tardo  pomeriggio  in piazza Sant’Ambrogio nel cuore storico di Firenze un presidio di solidarietà con il popolo iraniano. Le varie associazioni  hanno testimoniato  la tragedia di quel  popolo  che vive da decenni sotto l’oppressione del regime teocratico islamico attuale, come di  quello precedente dittatoriale dello Shah  e che in cicli periodi di rivolte come questultima tenta  faticosamente di trovare  nonostrante la frantumazione e la repressione feroce di ogni forma di resistenza ed  opposizione una propria via verso la libertà. A metà presidio sono comparsi un gruppo di sostenitori del figlio dello Shah, sventolando bandiere monarchiche , creando un certo imbarazzo.  Il giovane Reza Pahlavi, principe in esilio, è proposto dagli gli Stati Uniti  come possibile figura sostitutiva in un cambio di regime da loro sostenuto. In una intervista Reza Pahlavi ha sostenuto “Necessari attacchi di Usa o Israele per il collasso del sitema iraniano”. Una prospettiva che le associazioni iraniane presenti  al presidio rifiutano con forza affermando che sta al popolo Iraniano in una necessaria unione delle forze di opposizione raggiungere la propria libertà ed mancipazione senza l’ingerenze  esterne. Si è chiesto inoltre un  incisivo intervento di tutte  le istanze istituzionali internazionali per condannare e mettere al bando gli atti criminali che il regime degli Attollhah stanno compiendo. foto di Cesare Dagliana Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi iran fi 2001026Donna Vita Libertà Fi   Redazione Toscana
Barriere invisibili: la povertà educativa a Napoli e provincia
Sta andando in onda in questo periodo su Rai 1 la serie La Preside con Luisa Ranieri, che ripercorre la storia di una dirigente dell’Istituto comprensivo Viviani nel Parco Verde di Caivano, un paese di 40 mila abitanti in provincia di Napoli. Al di là del giudizio che si ha della fiction, che sta comunque riscuotendo un importante successo di pubblico, appare utile affiancare a tale rappresentazione televisiva qualche dato oggettivo e qualche conseguente riflessione sulle condizioni familiari di svantaggio socioeconomico e sulla scarsa offerta territoriale, quali principali fattori alla base della povertà educativa che colpisce adolescenti e giovani a Napoli e nella sua area metropolitana. Dando uno sguardo, per esempio, alla ricerca “Barriere invisibili”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Polo Ricerche di Save the Children. La ricerca è stata coordinata dalla docente Cristina Davino ed è stata realizzata con il supporto del progetto GRINS (Growing Resilient, INclusive and Sustainable), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del PNRR. L’indagine ha coinvolto oltre 55 istituti scolastici e circa 25 enti del Terzo Settore e servizi sociali, con la partecipazione di 3.800 studenti tra i 14 e i 19 anni e di 300 giovani usciti dal circuito scolastico. Dai dati emerge che vivere in una famiglia a reddito basso o molto basso rappresenta una delle barriere più rilevanti: il 12% degli intervistati dichiara questa condizione, mentre il 5% afferma di vivere in una situazione di grave deprivazione materiale. Le situazioni più critiche si riscontrano in alcune aree periferiche della città di Napoli e in diversi comuni dell’area metropolitana. Le difficoltà economiche incidono anche sul tempo dedicato allo studio. Il 6,7% dei ragazzi lavora tutti i giorni, il 16% saltuariamente e il 21% è alla ricerca di un’occupazione. A queste condizioni si aggiunge la necessità di occuparsi dei familiari o della gestione della casa, indicata dal 12% degli intervistati. Per quanto riguarda la scuola, il 59,4% del campione esprime un giudizio favorevole sulla disponibilità di servizi come corsi di recupero e attività culturali. Più critico, invece, il giudizio sulle infrastrutture scolastiche: il 43,3% degli studenti ritiene insoddisfacenti palestre, strumenti digitali e biblioteche. Il 12% dichiara inoltre di aver subito episodi di bullismo all’interno delle mura scolastiche. Dall’indagine emerge una ridotta partecipazione ad attività culturali e sociali: il 46,5% dei ragazzi non ha letto alcun libro nell’ultimo anno oltre ai testi scolastici, il 42,8% non pratica attività sportiva e solo il 13,1% frequenta un’associazione. L’utilizzo dei dispositivi digitali è molto diffuso: il 33,4% trascorre online più di cinque ore al giorno. La ricerca mappa capillarmente le istanze degli adolescenti, offrendo una visione dettagliata delle loro aspirazioni future e del contesto in cui vivono. E proprio rispetto al proprio territorio, gli intervistati indicano tra i motivi di insoddisfazione, la pulizia delle strade (63%), la percezione di insicurezza rispetto ad episodi di criminalità (41,6%), l’isolamento dovuto alla scarsità dei servizi pubblici (27,7%). La speranza (29,6%) e l’ansia (27,4%) sono i due stati d’animo prevalenti con cui i ragazzi guardano al futuro: la condizione di ansia affligge soprattutto le ragazze (34%), mentre circa il 10 % degli intervistati dichiara di non riflettere sul proprio domani. Dal campione analizzato emerge che i ragazzi non pensano di poter avere un futuro “appagante” restando in Italia o nel proprio luogo di residenza, mentre guardano con maggiore fiducia a un futuro all’estero. Il 50,9 % degli intervistati è convinto della necessità di sostenere i ragazzi e le ragazze in condizioni di difficoltà economiche, in modo che possano proseguire gli studi e inserirsi nel mondo del lavoro attraverso percorsi formativi di qualità per avere contratti stabili e una retribuzione adeguata (49,1 %).   L’indagine pertanto mette in luce che gli ostacoli alla crescita dei giovani risiedono in deprivazioni sistemiche e multidimensionali. Le “Barriere invisibili” rappresentano dunque quel complesso reticolo di mancanze sociali, familiari e ambientali che limitano lo sviluppo del potenziale dei minori. “Abbiamo affrontato un tema importante con l’obiettivo di contribuire alla definizione e alla misurazione della povertà educativa, ha spiegato Cristina Davino, coordinatrice della ricerca, e fornire dei dati che il gruppo di ricerca mette a disposizione di tutti. Un aspetto interessante ed anche innovativo della ricerca è stato valutare non solo le opportunità fornite da famiglia, scuola e territorio, ma comprenderne anche gli esiti, le future aspirazioni, i sogni dei nostri studenti. C’è un notevole gap tra aspirazione e aspettativa e c’è sempre la voglia di andare a cercare altrove un futuro migliore. La mancanza di opportunità ha un impatto non solo sul rendimento scolastico ma sulla vita dell’individuo dal punto di vista delle capacità emozionali, relazioni, di gestione dello stress. Abbiamo fatto un lavoro con le studentesse e gli studenti, ascoltato la loro voce perché solo misurando un fenomeno si può conoscerlo realmente e si possono intraprendere delle azioni in merito”.   Qui per approfondire: https://www.unina.it/it/    Giovanni Caprio
Ha vinto la Teranga
La finale della Coppa d’Africa, disputata domenica nella capitale del Marocco, Rabat, ha visto affrontarsi la squadra locale e quella del Senegal, popolarmente conosciuta come i Leoni della Teranga. Entrambe le squadre sono arrivate alla fase decisiva del più importante torneo calcistico del continente con l’obiettivo di conquistare il loro secondo trofeo, un traguardo che soprattutto il Marocco, in qualità di paese ospitante, aspirava a raggiungere dopo 50 anni dal suo primo titolo. La partita non è stata esente da polemiche ed emozioni estreme. A pochi minuti dalla fine del secondo tempo, dopo aver annullato un gol senegalese, l’arbitro ha fischiato un rigore contro il Senegal, provocando proteste rabbiose e l’abbandono del campo da parte della squadra ospite. Tuttavia, alla ripresa del gioco, Brahim Díaz, giocatore del Real Madrid, ha tirato malissimo, consegnando docilmente la palla al portiere. Si è così arrivati ai tempi supplementari, con il punteggio di zero a zero. La Teranga “Teranga” non è solo il soprannome della nazionale di calcio del Senegal. In wolof significa qualcosa di più della semplice “ospitalità” – definizione che è stata adottata soprattutto dalle guide turistiche – ed è un concetto profondamente radicato nella filosofia di vita del popolo senegalese. Basato sull’idea di generosità, è presente nella vita quotidiana degli abitanti. Seguire la Teranga equivale a mettere l’altro a proprio agio, indipendentemente dalla sua nazionalità, religione o classe sociale. Lo storico senegalese Ibra Sène spiega che la Teranga consiste, in particolare, nel consigliare e trattare le altre persone come se fossero membri della propria famiglia. Nell’alimentazione, la Teranga si riflette nel fatto che le famiglie senegalesi preparano un piatto in più nel caso in cui arrivi un visitatore. La convivenza tra le religioni è un altro aspetto della Teranga: ad esempio, i cristiani preparano per i musulmani il ngalax (miglio, burro di arachidi, polvere di baobab) quando si avvicina la Pasqua. Allo stesso modo, i musulmani condividono il cibo dell’Eid. I diversi gruppi etnici del Senegal convivono e il Senegal non conosce conflitti legati a questa diversità, grazie alla teranga, secondo Ibra Sène. Secondo l’interpretazione storica, la Teranga è stata importante nel collaborare alla coesistenza dei diversi gruppi etnici e nel contribuire all’unità necessaria per ottenere l’indipendenza dal regime coloniale. Il primo presidente del Senegal, il famoso poeta internazionale della negritudine Léopold Sédar Senghor, propose che la Teranga fosse lo strumento e il mezzo che avrebbe permesso l’unione dell’intero Paese, diventando la base della sua identità nazionale. Sebbene da allora il Paese non sia stato esente da conflitti interni, tentativi di colpo di Stato e secessionisti, il Senegal è riuscito nel tempo a consolidare una pace relativa e ad aumentare la propria sovranità. Nel luglio 2025, la Francia ha ceduto le sue ultime basi in territorio senegalese, ponendo fine a 65 anni di presenza militare francese nel Paese. Il risultato della partita I lettori si chiederanno quale sia stato il risultato finale della finale. Appena iniziato il tempo supplementare, al 93° minuto, Pape Gueye del Senegal ha segnato da fuori area il gol che ha rotto l’equilibrio. Un gol che, nonostante gli strenui tentativi marocchini, ha deciso la partita e consacrato il Senegal campione della Coppa d’Africa 2026. Forse lo spirito della Teranga, della solidarietà, della cura per il prossimo, dell’umanesimo, finirà per trionfare anche in questi tempi turbolenti, pieni di attacchi al benessere dell’umanità. Javier Tolcachier
Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia