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La condizione delle persone anziane nell’area metropolitana fiorentina
Le pensionate e i pensionati dell’area metropolitana fiorentina vivono una condizione di fragilità sempre più estesa. È quanto emerge dal rapporto “Vivere al minimo”, promosso da SPI Cgil Firenze, Cgil Firenze, Caritas Firenze e VoisLab, basato su 445 interviste agli utenti dei servizi Spi-Caritas realizzate tra aprile e giugno 2025. I dati fotografano una situazione preoccupante: il 68,3% degli anziani vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale, mentre il 48,5% è in grave deprivazione. Solo poco più di 3 su 10 si collocano sopra una soglia minima di benessere. Sul piano dei redditi, emerge una forte insufficienza delle pensioni: tra gli anziani più fragili, oltre il 76% di chi vive solo percepisce meno di 800 euro al mese, ben al di sotto delle soglie necessarie per una vita dignitosa. Le disuguaglianze di genere sono marcate: fino all’86,4% delle donne risulta sotto la soglia di povertà. La difficoltà economica si riflette nella quotidianità: oltre il 72% degli anziani non riesce a risparmiare, mentre una parte è costretta a spendere più del proprio reddito. Inoltre, più di un quarto (27%) rinuncia alle cure sanitarie per costi, tempi di attesa o difficoltà organizzative. Critica anche la dimensione abitativa: se il 55,3% vive in una casa di proprietà, quasi 1 anziano su 4 è in affitto e una quota significativa fatica a sostenere spese e utenze. Tra i più vulnerabili, oltre il 50% considera l’affitto un peso insostenibile. A tutto questo si aggiunge la fragilità delle reti sociali: tra le persone più in difficoltà, oltre il 50% non può contare su un aiuto familiare o amicale, con effetti diretti su isolamento e qualità della vita. Il quadro che emerge è quello di una vulnerabilità strutturale, che riguarda reddito, casa, salute e relazioni. Lo studio pone l’accento sulla fragilità del sistema di welfare e individua quattro criticità strutturali. La prima riguarda l’adeguatezza dei trattamenti previdenziali e para-previdenziali rispetto ai panieri di spesa effettivi delle aree metropolitane. L’indagine evidenzia una porzione ampia di pensioni al di sotto delle soglie Istat di povertà assoluta, con incidenze particolarmente elevate tra le donne e tra chi vive solo; la forbice fra reddito disponibile e soglia di sussistenza, per i single over65 nell’area metropolitana toscana, supera spesso i cento euro mensili e, in molti casi, è ben più ampia. Tale scostamento non è assorbito da meccanismi di integrazione sufficientemente stabili e universalistici, con il risultato che gli shock di spesa (affitti, utenze, cure) si trasformano in morosità e rinunce. La seconda criticità riguarda la limitata capacità di risparmio e la conseguente esposizione a indebitamento o consumo di patrimonio. Più di sette anziani su dieci non riescono ad accantonare nulla; fra gli utenti dei servizi Caritas la quota sale ulteriormente e non è raro che si spenda più del reddito mensile, intaccando risparmi o ricorrendo a prestiti. Una terza criticità concerne l’abitazione e la quarta fragilità riguarda, infine, le reti sociali.  Per SPI Cgil, Caritas e VoisLab è necessario un cambio di passo nelle politiche pubbliche, con interventi integrati su pensioni, welfare territoriale, abitare e servizi di prossimità. “La condizione delle persone anziane, hanno sottolineato  Mario Batistini, segretario generale dello Spi Cgil di Firenze e Giancarla Casini  della Cgil di Firenze, deve essere considerata una questione strutturale di giustizia sociale e non un ambito residuale delle politiche pubbliche. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione, ciò che conta non è solo vivere più a lungo, ma le condizioni in cui si invecchia: reddito, lavoro, salute, casa, servizi e relazioni sociali determinano la qualità della vita nella terza età. Inoltre, la condizione delle persone anziane è strettamente legata a quella delle generazioni più giovani: precarietà del lavoro e indebolimento dei diritti oggi rischiano di tradursi in maggiore vulnerabilità domani. Dalla ricerca emerge anche il valore di un metodo basato sulla collaborazione tra sindacato, terzo settore e ricerca, capace di trasformare l’ascolto quotidiano dei bisogni in conoscenza utile a orientare le politiche pubbliche. Serve un cambio di approccio: mettere al centro la dignità nella vecchiaia significa investire sulla coesione sociale e sul futuro della comunità”.  E Marzio Mori, direttore della Caritas di Firenze, ha aggiunto: “I risultati della ricerca mostrano come, per molte persone anziane, la vecchiaia sia diventata una stagione di restrizione: si rinuncia all’essenziale, si misura ogni spesa, si evita di chiedere aiuto fino all’ultimo. Spesso si soffre in silenzio. La povertà, quando riguarda gli anziani, è quasi sempre una povertà nascosta, accompagnata da vergogna, pudore, timore di ‘pesare sugli altri’. L’esperienza realizzata a Firenze dimostra che è possibile costruire alleanze autentiche, produrre conoscenza rigorosa, dare voce a chi spesso non ne ha. Dimostra anche che si può scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Prendersi cura delle persone anziane non e solo una buona politica. E un atto di giustizia. E un gesto di umanità. E’ una responsabilità verso il futuro”. Qui lo studio: https://cgilfirenze.it/wp-content/uploads/2026/04/INTERNO-2-BOZZA.pdf.  Giovanni Caprio
April 22, 2026
Pressenza
“Banche armate” italiane: verso utili per oltre 7 miliardi di euro
“Banche armate” italiane: verso utili a inizio 2026 per oltre 7 miliardi di euro Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, fra i maggiori esperti del settore armiero, una analisi aggiornata per Pressenza dei profitti delle grandi banche tramite le produzioni militari. Sono solo passate alcune settimane dalla presentazione al Parlamento della Relazione sul controllo dell’esportazione, importazione, transito di materiali d’armamento, da cui risulta che nel 2025 le transazioni bancarie legate all’export di armamenti hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 miliardi nel 2024). Due-terzi di queste transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank. Tra i rimanenti istituti bancari maggiormente coinvolti per importo troviamo: Intesa Sanpaolo, Barclays Bank Ireland-Milan Branch, Banca Popolare di Sondrio, Crédit Agricole, Banco BPM, Banca Valsabbina, Banca Monte dei Paschi di Siena, BPER Banca ecc. In questi giorni Noemi Peruch, analista di Morgan Stanley, ha presentato un report basato su 5 istituti bancari italiani: UniCredit, BPER Banca, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, in cui si prevedono utili bancari italiani nel primo trimestre del 2026 per oltre 7 miliardi di euro (7,11 miliardi di euro a essere precisi). UniCredit, al primo posto assoluto tra le “Banche Armate” italiane, registra profitti superiori del 2-4% rispetto le attese, con un risultato operativo nel primo trimestre 2026 di 6,594 miliardi di euro e un utile netto di 2,867 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, al terzo posto tra le “Banche Armate” italiane dietro UniCredit e Banca Nazionale del Lavoro, sale invece al primo per risultato operativo pari a 7,074 miliardi di euro e al secondo posto per utile netto attestatosi a 2,69 miliardi di euro (+2,9%), sostenuto in particolare da profitti da trading pari a 426 milioni (+60,7%). BPER Banca tra le prime dieci “Banche Armate” italiane è destinata, in questo ambito, a fare un salto in avanti con l’incorporazione in questi della Banca Popolare di Sondrio, al quarto posto nel 2025 subito dietro le tre grandi. BPER Banca nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un risultato operativo di 1,812 miliardi di euro (+26,8% su base annua) e un utile netto di 515 milioni di euro (+16,3%). Banco BPM, al quinto posto tra le “Banche Armate” italiane, prevede nel primo trimestre 2026 un risultato operativo pari a 1,514 miliardi (+2,6%) e un utile netto di 480 milioni (-6%). Banca Monte dei Paschi di Siena, anche nel 2025 figura tra le “Banche armate” italiane, ma con importi modesti rispetto al passato. Il risultato operativo atteso nel primo trimestre 2026 è di 1,957 miliardi di euro (+94,3%) e l’utile netto è previsto a 567 milioni (+37,3%). Tra la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti e gli utili netti delle banche coinvolte, sicuramente, non ci sono correlazioni “automatiche”, ma neppure semplici coincidenze. Constatiamo, infatti, che le principali “Banche Armate” italiane nel 2025 sono quelle che, in questi mesi, conseguono “risultati particolarmente brillanti”, secondo l’analista di Morgan Stanley, sia in termini di risultati operativi, sia di profitti. Come ripeteva spesso Giulio Andreotti “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina.” Motivo più che sufficiente per togliere i propri risparmi (per chi li ha) o, semplicemente, il proprio conto corrente da questi istituti bancari. È un gesto forte, per affermare la nostra responsabilità etica e sociale, contro un sistema economico e finanziario che, insieme agli Stati, non ha alcuna remora a sostenere la crescita costante e infinita – sin dal 2014 – delle spese militari e del commercio d’armi. Con il risultato paradossale che, invece di aumentare la sicurezza, si stanno moltiplicando i conflitti armati e si alimentano le guerre. Già i nostri Governi destinano, senza il nostro consenso, una montagna di miliardi di euro delle nostre tasse per le spese militari e l’acquisto di nuovi armamenti, sottraendole al welfare e agli investimenti pubblici per la sanità, l’educazione, la ricerca in campo civile, la protezione ambientale ecc. Non è il caso, quindi, che lasciamo anche alla nostra banca la decisione di utilizzare allo stesso scopo i nostri soldi. È per questo importante sostenere la “campagna di pressione alle banche armate” https://www.banchearmate.org/ , sostenuta da gennaio 2026 anche dalla CEI. Partecipare a questa campagna è una delle azioni dirette più efficaci che possiamo fare per la pace e il disarmo.nche armate Togliamo i nostri risparmi e la gestione dei nostri conti correnti dalle mani “sporche di sangue” delle banche coinvolte nel traffico di armi https://finanzadisarmata.it/risorse/zero-armi/ Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
La Resistenza Continua: il 25 Aprile Manifestiamo Per Tenere Fuori l’Italia dalla Guerra
Il 25 Aprile non può ridursi ad una semplice ritualità. Oggi difendere lo spirito della guerra di Liberazione partigiana richiede di trasformare la memoria in una giornata di lotta per ribadire con forza ciò che la nostra Costituzione afferma senza ambiguità: l’Italia ripudia la guerra. L’Unione Europea, il Governo italiano e la sua contraddittoria opposizione parlamentare con le loro politiche guerrafondaie e complici ci stanno facendo pagare i costi della guerra in Ucraina, in Medio Oriente e del riarmo europeo alimentando inflazione, carovita, crisi energetica, impoverimento sociale, diseguaglianze, smantellamento dello stato sociale, militarizzazione e repressione, con un’escalation sempre più pericolosa. Inoltre la presenza di oltre 120 basi NATO/USA, anche con bombe nucleari, rende evidente la condizione di subordinazione strategica, di paese colonizzato e di obiettivi militari. Per quello spirito che la guerra di Liberazione partigiana ci ha trasmesso: – non è accettabile che nel corteo del 25 aprile sfilino le bandiere dello stato terrorista, colonialista e genocida di Israele rappresentato dalla Brigata Ebraica. – è necessario distinguersi dalle ambiguità di coloro che non si oppongono alla linea guerrafondaia e di riarmo dell’Unione Europea contro la Russia, che si oppongono solo strumentalmente alle azioni di Trump e Netanyahu non condannando seriamente le criminali aggressioni all’Iran e al Libano, dimenticandosi delle guerre scatenate dagli USA negli ultimi decenni e degli 80 anni di feroce occupazione israeliana della Palestina. Per queste ragioni, il Coordinamento per la Pace – Milano, esprimendo solidarietà ai popoli di Palestina, Libano e Iran, sarà come sempre nel corteo tra gli antifascisti ma formando uno spezzone autonomo con interventi alternativi alla conclusione per riaffermare, nelle attuali condizioni, la Resistenza continua contro la guerra, il riarmo e le aggressioni. UNISCITI AL NOSTRO SPEZZONE E AL COMIZIO ALTERNATIVO CONCLUSIVO FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA Coordinamento Per La Pace – Milano https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano/ https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano/ https://www.youtube.com/@coordinamentopacemilano   Cristina Mirra
April 22, 2026
Pressenza
Incontro con la gioventù migliore
A Sulmona, in una assemblea molto partecipata dei giovani in servizio civile, si è discusso di come costruire un mondo senza guerre,  fondato sul rispetto dei diritti umani, sulla cooperazione tra i popoli e sui principi della nonviolenza. Non è vero che i giovani sono indifferenti alle cose del mondo. Non è vero perché c’è una parte sempre più consistente delle nuove generazioni che non vuole essere spettatrice ma protagonista del cambiamento di una realtà sempre più segnata dall’imbarbarimento delle relazioni internazionali, dalle guerre, dal riarmo forsennato, dallo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, dal dominio di una minoranza di super ricchi contro il resto dell’umanità. Sono giovani che innalzano le bandiere della pace, della nonviolenza, della solidarietà e della fratellanza tra i popoli, del rispetto dell’ambiente e della casa comune che è il pianeta Terra. E lo fanno riempiendo le piazze nelle manifestazioni contro le folli scelte belliciste che incendiano il mondo e nei dibattiti sempre più affollati su come costruire un presente e soprattutto un futuro che metta al centro non il potere ma l’essere umano. Eccone un esempio. A Sulmona si è svolta una assemblea che ha visto la partecipazione, in presenza e online, di circa 100 giovani impegnati nel Servizio Civile Universale e operativi nelle quattro province abruzzesi. L’assemblea, coordinata nella sede del CSV da Francesco D’Ascenzo e da Giorgia Di Bella, ha affrontato tanti temi, tra cui: la storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare e la legge istitutiva del servizio civile, l’esperienza del carcere militare, i grandi maestri della nonviolenza, il confronto tra il periodo della “guerra fredda” e il mondo di oggi, come rendere concreto il ripudio della guerra attraverso l’istituzione della Difesa Civile. Nell’incontro sono stato coinvolto anch’io in quanto obiettore prima del riconoscimento giuridico. Nell’occasione i giovani mi hanno rivolto molte domande per conoscere la storia del movimento pacifista negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso e per sapere se il mondo era più sicuro allora oppure adesso. Impossibile riportare in poche righe il confronto con quella che oggi rappresenta la migliore gioventù. 59 anni fa a Sulmona nacque il Gruppo di Azione Pacifista che ebbe relazioni con Aldo Capitini fondatore del Movimento Nonviolento, con Pietro Pinna primo obiettore politico del dopoguerra, con Marco Pannella e il Partito Radicale unico partito antimilitarista italiano, con Ignazio Silone convinto sostenitore degli obiettori di coscienza. Dal convegno antimilitarista di Sulmona degli inizi di gennaio 1971 scaturì la prima obiezione di coscienza collettiva in Italia e vennero messi a punto i principi di una giusta legge per il riconoscimento giuridico dell’obiezione. La legge 772 del 15 dicembre 1972, da cui è nato il servizio civile alternativo al servizio militare, venne bollata dagli obiettori come “legge truffa” perché conteneva forti limitazioni e penalizzazioni, ma venne comunque accettata perché per la prima volta veniva riconosciuto nell’ordinamento italiano il diritto all’obiezione. Sarebbe toccato ai successivi obiettori in servizio civile migliorare la legge, come poi avvenne. I giovani chiedono: cosa succede adesso con la leva militare? Il servizio militare obbligatorio in Italia è stato sospeso nel 2005 e da allora le forze armate sono costituite solo da professionisti. Ma con i venti di guerra che soffiano sempre più forte sono diversi i Paesi che lo hanno reintrodotto o stanno pensando di reintrodurlo. Tra questi il governo italiano, che però procede con i piedi di piombo perché sa che una larga maggioranza dei giovani è decisamente contraria al ritorno della leva. Intanto si dà il via libera al potenziamento della componente professionale ma la possibilità del ripristino dell’obbligatorietà del servizio militare resta in attesa sul tavolo del Ministero della Difesa. Il mondo era migliore una volta oppure oggi? Sicuramente è peggiore adesso. Quando si era sotto la cappa dei due blocchi militari – Nato e Patto di Varsavia – mai si è arrivati ad uno scontro militare diretto. Le armi, comprese quelle atomiche, venivano usate come deterrenza. Nei momenti peggiori, come la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962, i leader di allora, Kennedy e Krusciov, ebbero il senso di responsabilità e l’intelligenza politica di risolvere pacificamente il conflitto. Oggi il mondo è nelle mani di un pugno di governanti che hanno fatto del ricorso alla guerra, anzi alla guerra preventiva, la prima opzione: Putin in ucraina, Trump in Iran; che parlano di distruggere un’intera civiltà (ancora Trump sull’ Iran) o che lo stanno facendo (Netanyahu a Gaza); l’impiego dell’arma atomica non è più un tabù ma viene evocata da entrambe le parti; l’ONU è confinata in un angolo e il diritto internazionale è calpestato; i crimini di guerra sono all’ordine del giorno; la guerra è totale e a pagarne il prezzo maggiore è sempre  la popolazione civile. Le guerre mostrano sempre più chiaramente il loro vero volto: hanno dietro enormi interessi economici e la parte del leone la fa il controllo delle fonti fossili, che sono la causa prima dei cambiamenti e dei disastri climatici. Le nostre menti vengono hackerate da una massiccia propaganda che cerca di convincerci che il nemico è alle porte. Un nemico che cambia continuamente maschera: prima erano i seguaci di Bin Laden; poi la Russia di Putin; poi il terrorismo islamico; ora l’Iran. E se il nemico è alle porte cosa si fa? “Dobbiamo prepararci”. Così l’Unione Europea abbandona il Green Deal e riversa enormi risorse economiche nella produzione di armamenti. Il complesso militare-industriale-tecnologico-finanziario realizza profitti stellari e ingigantisce ancora di più il proprio potere sui decisori politici. L’Italia si adegua, ripudia l’articolo 11 della Costituzione e gonfia l’industria bellica sottraendo risorse fondamentali alla vita di tutti i cittadini. I giovani domandano se è possibile opporsi a questa pazzia. Sì, è possibile. Facendo crescere dal basso un grande movimento per la pace che inceppi i meccanismi della preparazione della guerra. Respingendo la propaganda militare che cerca di penetrare ovunque e in primo luogo nelle scuole. Ostacolando la produzione, il commercio delle armi e la militarizzazione dei territori. Sostenendo gli obiettori di coscienza, i disertori e gli attivisti nonviolenti di Ucraina, Russia, Bielorussia, Israele e Palestina, come fa da tempo il Movimento Nonviolento. Lo stesso M.N. ha promosso la campagna nazionale “Obiezione alla guerra”. Chiunque può firmare fin da adesso una dichiarazione con la quale rende nota alle autorità di governo la propria indisponibilità a nessuna “chiamata alle armi” e quindi alla preparazione e alla partecipazione a qualsiasi guerra. Le dichiarazioni saranno trasmesse al Presidente della Repubblica in quanto capo delle forze armate. Reti di associazioni pacifiste hanno inoltre rilanciato la proposta di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile”, finalizzata alla istituzione in Italia del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica. L’assemblea di Sulmona non resterà un momento isolato. Altre iniziative seguiranno per testimoniare il proprio impegno nella società da parte dei giovani in servizio civile. Il 25 aprile una delegazione del Servizio Civile Universale, non solo dell’Abruzzo ma anche di Lazio e Sardegna parteciperà alla marcia del Freedom Trail da Sulmona a Campo di Giove. Una seconda delegazione si recherà a Pietransieri dove depositerà una corona di fiori e la bandiera della nonviolenza al sacrario che ricorda l’eccidio perpetrato dall’esercito nazista il 21 novembre 1943. Mario Pizzola   Mario Pizzola
April 22, 2026
Pressenza
22 aprile: il giorno del Global Sumud Parliamentary Congress
Al convegno “Smantellare l’apartheid coloniale: dal diritto internazionale alla liberazione palestinese”, in svolgimento a Brussels e trasmesso in diretta su YouTube, verrà presentata la Dichiarazione su finalità e metodi degli interventi realizzati per garantire l’accesso dei soccorsi umanitari a Gaza. DICHIARAZIONE DI BRUSSELS Per coordinare l’azione politica a sostegno dei diritti dei palestinesi e del rispetto del diritto internazionale, sulle questioni della crisi umanitaria a Gaza, degli obblighi giuridici internazionali e degli interventi e provvedimenti riguardo ai trasferimenti di armi, alle responsabilità per i crimini commessi e alla garanzia e tutela dell’accesso umanitario interverranno numerosi politici e giuristi di varie nazioni, funzionari delle Nazioni Unite e leader della società civile (vedi elenco), tra cui le italiane Francesca Albanese, Annalisa Corrado, Benedetta Scuderi e Cecilia Strada, e * Rashida Tlaib — Member of the United States Congress * Jeremy Corbyn — Member of Parliament of United Kingdom * Irene Montero — Member of the European Parliament, former Spanish Minister * Manon Aubry — Member of the European Parliament, Co-Chair of The Left * Rima Hassan — Member of the European Parliament * Mustafa Barghouti — Palestinian National Initiative * Michael Fakhri — UN Special Rapporteur on the Right to Food * Diana Buttu — Palestinian-Canadian lawyer and former PLO Il programma dei lavori, che iniziano alle 8:30 e proseguono fino alle 17:30 di mercoledì 22 aprile, è pubblicato online alla pagina https://gscongress.org/#agenda Al termine del congresso, relatori e partecipanti marceranno fino al Parlamento europeo. Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Fisco & Debito: la Costituzione tradita
Il 2 giugno 2026 ricorrerà l’80° anno dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che elaborò la Costituzione della Repubblica italiana. Purtroppo sono ancora molte le “promesse” della Carta in attesa di essere attuate. Addirittura ce ne alcune che sono palesemente tradite: 1. L’art. 53, comma 1: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Stando alla Costituzione il criterio per il pagamento delle imposte dovrebbe essere la capacità contributiva. Nella realtà il criterio principale è il reddito lordo, con scarsa considerazione sia delle spese necessarie per vivere (in modo da considerare come imponibile il reddito netto) sia del patrimonio (che è tassato in modo marginale). Inoltre, le imposte sui redditi variano in base alla tipologia di reddito: da lavoro dipendente e da pensione, da lavoro autonomo, da locazione, da capitale, ecc., applicando percentuali diverse a parità di reddito, violando l’equità orizzontale. Non solo: non esiste il cumulo dei redditi, il che favorisce i più ricchi che hanno varie fonti di entrate. Dalla una ricerca sulla disuguaglianza di redditi in Italia, pubblicata nel 2024 da alcuni docenti dell’Università Sant’Anna di Pisa e di Milano Bicocca, emerge con chiarezza come il 5% dei contribuenti con redditi più elevati paghi complessivamente meno imposte in percentuale rispetto al resto dei contribuenti meno abbienti. 2. L’art. 53, comma 2: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Negli ultimi decenni il criterio della progressività sui redditi delle persone è stato sempre più attenuato: da 32 scaglioni (con aliquote dal 10 al 72%) si è scesi a tre (dal 23 al 43%). Inoltre, l’imposta progressiva non è più la regola, ma l’eccezione del sistema tributario. Tutte le altre imposte sono proporzionali e a tassazione separata (regime forfettario, cedolare secca, redditi da capitale, ecc.). In un recente “data room” del Corriere della Sera Simona Ravizza ha scritto: “Il risultato è un sistematico smantellamento dell’IRPEF, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria. Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi. Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative”. 3. Art. 81, secondo comma: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. È del tutto evidente che in Italia il ricorso all’indebitamento è a ciclo continuo, a prescindere dal ciclo economico e dal verificarsi di eventi eccezionali. Ogni anno il bilancio dello stato chiude in deficit senza eccezioni. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo tra i Paesi dell’Unione Europea: nel 2025 il primato spetta all’Italia con il 3,8%, seguita dalla Grecia con il 3,2%, la Spagna con il 2,1%. La media dell’Euro Zona è all’1,7%, cioè meno della metà della percentuale pagata dall’Italia. In valore assoluto l’Italia nel 2025 ha speso per interessi quasi 90 miliardi di euro, il quadruplo dell’ultima legge di bilancio che ammontava a circa 22 miliardi di euro. 4. Art. 97, primo comma: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”. Secondo le previsioni del “fiscal monitor” del Fondo Monetario Internazionale nel 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, raggiungendo il 138,4%, scavalcando anche la Grecia che arriverà al 136,9%. I dati ISTAT certificano che il debito pubblico italiano negli ultimi anni è in aumento: nel 2014 era al 134,7% del PIL, nel 2015 al 137,1%. L’aumento del debito – a parità di contesto finanziario – comporterà un ulteriore incremento della spesa per interessi. Di conseguenza sarà ancora più difficile assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico stabilito dalla Costituzione. Rocco Artifoni
April 21, 2026
Pressenza
Un potente messaggio di speranza
La 21ª Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti il 20 aprile scorso ha radunato israeliani e palestinesi a Tel Aviv e, in collegamento, da Jenin, Nablus, Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh,… e molte altre città di tutto il mondo. Durante l’evento sono state condivise molte esperienze, di cui riferisce l’autrice del reportage, Daniela Bezzi.  La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre: “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…”. La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il cui volto e la cui voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad: “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio, il 20enne Abd-El Karim: “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise la sera del 20 aprile dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21esima edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe. Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione. Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e altre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit. Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà. La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre. Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.” In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti”. “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato – gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed – Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo”. Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Rete Studenti Medi del Lazio: «non ci faremo intimidire» dalle scritte fasciste
Il comunicato della Rete degli Studenti Medi di Roma Est riferisce: “Stanotte, a cinque giorni dalla Festa della Liberazione dal nazifascismo, un gruppo di neofascisti ha nuovamente imbrattato i muri dell’Istituto Livia Bottardi con scritte e simboli inequivocabili: Forza Nuova, una croce celtica, un fascio littorio e diverse svastiche”. «Un’organizzazione condannata per l’assalto alla sede della CGIL e che continua a rivendicare la violenza squadrista come pratica politica. Una minaccia concreta ai valori democratici e antifascisti su cui si fonda la nostra convivenza – denuncia la Rete degli Studenti Medi di Roma Est – Sabato avevamo organizzato un presidio antifascista proprio davanti a quella scuola, riqualificando il muro già colpito da precedenti scritte neofasciste. Un gesto collettivo di cura e partecipazione, quello organizzato dal Sindacato Studentesco, per restituire dignità a uno spazio pubblico». «Quanto accaduto oggi è un grave atto provocatorio contro chi organizza momenti di partecipazione e antifascismo – conclude l’organizzazione studentesca – La scuola deve essere, oggi più che mai, un presidio invalicabile di democrazia, inclusione e antifascismo». Redazione Italia
April 21, 2026
Pressenza
Misurare la povertà educativa. I risultati del lavoro della Commissione scientifica ISTAT
Il 16 e il 17 aprile scorsi, presso la Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli, si è svolto per iniziativa dell’ISTAT il Convegno “Misurare la Povertà Educativa: Risultati e prospettive del lavoro della Commissione Scientifica Interistituzionale”. La Commissione scientifica interistituzionale sulla povertà educativa è stata istituita nel 2023 dall’Istat con il coinvolgimento della comunità scientifica, della società civile, di esponenti di governo e delle istituzioni. Il Convegno, che ha riunito esperti, rappresentanti delle Istituzioni e del mondo educativo, è stato il momento finale di un percorso di studio e approfondimento su dimensioni e determinanti della povertà educativa nel nostro Paese. Nel corso della prima giornata, i lavori si sono concentrati sulla presentazione dei risultati della Commissione, analizzando le diverse dimensioni della povertà educativa. La seconda giornata ha invece esplorato le nuove prospettive della ricerca sul campo e il ruolo della cultura statistica nelle scuole. Nelle diverse sessioni tematiche sono stati approfonditi casi di studio, con un momento speciale dedicato all’esperienza laboratoriale degli studenti. Si sono inoltre svolte due tavole rotonde per creare sinergie tra ricerca, interventi e politiche territoriali. “Il nostro Paese sta facendo progressi importanti nel settore dell’istruzione che si riscontrano nell’andamento di diversi indicatori – ha sottolineato Francesco Maria Chelli, Presidente dell’Istat – Ad esempio, nel 2025, il fenomeno dell’abbandono scolastico precoce si è attestato all’8,2%, registrando un risultato migliore rispetto all’obiettivo fissato dall’Agenda 2030 dell’Unione Europea (9%). Tuttavia, non possiamo ignorare le disuguaglianze che ancora persistono e che la statistica ufficiale ha il compito di illuminare. In questo senso, il lavoro svolto dalla Commissione costituisce un fondamentale benchmark di riferimento. L’aggiornamento periodico di questo sistema di indicatori contribuirà a misurare i progressi, monitorare i cambiamenti nel tempo e valutare l’impatto delle politiche attuate sul territorio.” La povertà educativa è un fenomeno multidimensionale frutto del contesto familiare, economico e sociale in cui i bambini e i ragazzi vivono. La povertà di risorse è una condizione che deriva da una carenza di risorse educative e culturali della comunità di riferimento (famiglia, scuola, luoghi di apprendimento e aggregazione) o da una limitazione nelle opportunità di fare esperienze utili alla crescita personale. La povertà di esiti significa, infine, non avere acquisito competenze personali, sociali e cognitive necessarie per crescere e sviluppare relazioni con gli altri; coltivare talenti e aspirazioni; sentirsi parte di una comunità, a livello collettivo, ed esercitare con consapevolezza il diritto di cittadinanza attiva. Vediamo alcuni dati relativi alla povertà educativa emersi durante il Convegno: il 20,7% di ragazzi in povertà educativa ha genitori con basso titolo di studio; il 37% vivono in abitazioni senza libri o con al massimo 25 libri; il 27,1 % sono figli di genitori che non hanno visto spettacoli fuori casa nell’ultimo anno; il 42,7% sono studenti non iscritti al tempo pieno; il 13,3% sono bambini e ragazzi che dichiarano di vivere in una zona senza spazi verdi, parchi e giardini; il 35,6% sono i bambini che non praticano sport; il 13% sono i bambini e ragazzi che invece si dichiarano poco o per niente soddisfatti della vita; il 9,5% si dichiarano poco o per niente soddisfatti delle relazioni amicali; il 14,1% dichiara che la scarsa fiducia in se stesso non gli ha permesso di superare momenti difficili; il 9,8% è uscito precocemente dal sistema di istruzione e formazione (dispersione esplicita). “Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che colpiscono bambini, bambine e adolescenti – ha ribadito Save the Children, al convegno ISTAT a Napoli – In Italia il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta e il 6,5% delle famiglie con almeno un minore si trova in grave deprivazione materiale e sociale. Dati che rendono urgente rafforzare le politiche educative nei territori più fragili. Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che continuano a penalizzare l’orizzonte di migliaia di bambine, bambini e adolescenti nel nostro Paese”. Save the Children che dieci anni fa introdusse in Italia il concetto di “Povertà Educativa – definendola come “la privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” – e promosse il primo Indice di Povertà Educativa (IPE), per misurare le disuguaglianze educative a livello regionale:  https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/la-lampada-di-aladino.pdf. Ed è significativo che la nuova misurazione elaborata dall’ISTAT abbia adottato proprio un approccio multidimensionale, che non si limita al successo scolastico ma comprende tutte le dimensioni educative della crescita, dallo sport alle opportunità culturali. Importante anche il passaggio dalla dimensione nazionale e regionale alla mappatura dei territori, utile per individuare con maggiore precisione dove concentrare gli investimenti. Il tema degli spazi della crescita sarà centrale nella edizione 2026 di IMPOSSIBILE, la biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza promossa da Save the Children, che si terrà a Roma il 21 maggio e che quest’anno sarà dedicata al tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/impossibile-2026. Giovanni Caprio
April 21, 2026
Pressenza
Stop ai fossili, la carovana ecologista da Santa Marta a Ravenna
In Colombia, a Santa Marta, dal 24 al 29 aprile, si tiene il summit globale per l’uscita dai fossili promossa da Paesi Bassi e Colombia, al quale parteciperanno quarantacinque Stati (stranamente ci sarà anche l’Italia). E’ un appuntamento del quale si sta parlando pochissimo, soltanto pochi articoli di alcuni giornali e qualche servizio radiotelevisivo ne danno notizia, e solo sui canali comunicativi del mondo associativo se ne discute un po’ di più. Eppure, la situazione mondiale catastrofica, che nelle ultime settimane ha preso soprattutto la forma dei “nuovi” sviluppi della guerra mediorientale, con tutta la drammaticità della “questione Stretto di Hormuz”, sta dimostrando , qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che il legame guerre-dipendenza dai fossili, non solo è strettissimo, ma è la ragione stessa dell’esplodere dei conflitti, dei massacri, dei genocidi. E pur di mettere le mani su quanto più petrolio e gas possibile, la maggior parte dei criminali che guidano il mondo, è disposta a rischiare la distruzione del genere umano. Mentre, intanto, la crisi climatico-ambientale avanza a passi da gigante battendo sempre nuovi record, configurando così una sorta di derby su chi, fra guerre e impazzimento della situazione ecologica, riuscirà per primo a mettere fine all’avventura umana sul pianeta Terra. La città colombiana di Santa Marta ospiterà la prima  conferenza globale interamente dedicata all’uscita dai combustibili fossili, con l’obiettivo esplicito di colmare il divario tra impegni dichiarati e politiche effettivamente perseguite, divario che ha caratterizzato (anche molto prima dell’avvento dell’era Trump) le scelte della maggior parte dei governi e  di moltissime  forze politiche, non solo delle destre negazioniste. In qualche modo in risposta all’inefficacia e alle estenuanti trattative nei vertici COP, Santa Marta  cerca (almeno si spera) di costruire strumenti  e alleanze mirati ad accelerare davvero la transizione energetica, al fine di portare confronto e scelte dalle dichiarazioni alle decisioni operative. Con l’obiettivo dichiarato e primario della progressiva eliminazione di carbone, petrolio e gas. In questo periodo, siamo di fronte all’evidenza della spirale disastrosa in cui ci porta il mantenimento della dipendenza dal fossile; crisi energetica e tensioni geopolitiche risultano strettamente intrecciate al controllo delle risorse fossili, e l’energia continua a essere il più importante fattore di conflitto e di ridefinizione degli equilibri globali. La scelta di molti governi di rafforzare la dipendenza da fonti fossili (anche se, in teoria, nel breve periodo), rallentando gli investimenti nella transizione, non fa che peggiorare la situazione. Santa Marta proverà a rilanciare un’agenda alternativa, fondata sulla progressiva dismissione dei combustibili fossili come condizione non solo ambientale, ma anche politica ed economica per una maggiore stabilità globale, chiedendo ai vari Paesi di aderire a un percorso vincolante. La crisi climatica non può essere affrontata solo attraverso la gestione delle emissioni, ma richiede un intervento diretto sulla produzione e sull’uso delle fonti,  causa prima del problema. Una specifica attenzione sarà dedicata ai temi della giustizia climatica, della redistribuzione dei costi della transizione e del ruolo della finanza, per unire al superamento dell’era fossile una nuova prospettiva di eguaglianza e di giustizia sociale. Fra i Paesi che parteciperanno, concordi nella convinzione di dare ascolto alla scienza e di procedere, in modo urgente e coordinato, verso l’eliminazione di gas, carbone e petrolio, si dovrà cercare di costruire una coalizione internazionale capace di tenere insieme la riduzione delle emissioni e la gestione delle dinamiche sociali  legate all’abbandono delle fonti fossili. In questa prospettiva, giunge inattesa la partecipazione dell’Italia, considerato che negli ultimi mesi il governo ha operato scelte energetiche difficilmente conciliabili con gli obiettivi della conferenza:  principalmente, il rinvio della chiusura delle centrali a carbone fino al 2038, il ruolo centrale attribuito al gas, le posizioni espresse in sede Ue per la soppressione  degli Ets. Quello che interessa di più, ad ogni modo è la presenza significativa della società civile, rappresentata da reti internazionali, movimenti climatici, organizzazioni sindacali e realtà territoriali, per un totale di oltre 2.600 le organizzazioni. La Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile sarà presente con una sua delegazione. In Italia organizzazioni ambientaliste, movimenti per il clima, sindacati e realtà della società civile,  stanno promuovendo percorsi di mobilitazione e pressione istituzionale, che sostengono di fatto gli obiettivi della conferenza, legandoli alle realtà e alla vita quotidiana dei territori. In Emilia Romagna, l’11 aprile è partita una Carovana promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) e da AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna). Dopo le prime due tappe a Piacenza e a Parma, e dopo gli attesi appuntamenti nelle altre province emiliane, dalla metà di maggio la Carovana approderà in Romagna, con iniziative – nell’ordine – a Faenza,  Imola,  Forli e Cesena, Ravenna e infine a Rimini; per poi continuare nelle settimane successive verso Ferrara e convergere definitivamente a Bologna con un importante convegno regionale il 14 e 15 di giugno. La tappa ravennate avrà luogo sabato 23 maggio, con appuntamenti a Punta Marina e a Casalborsetti, luoghi simbolo della pervasività del sistema fossile nei nostri territori e con la richiesta netta e pressante di avviare, anche in sede locale, un percorso di riduzione, finalizzata all’eliminazione, delle fonti fossili. E l’auspicio che una vera pianificazione gestita democraticamente possa portare alla loro sostituzione quanto più possibile rapida  con un nuovo modello, basato sulle rinnovabili, sulla produzione decentrata e diffusa, su un vero piano di risparmio, efficientamento e moderazione dei consumi energetici. E’ chiaro che, in questo quadro, il messaggio che emerge sia dalle mobilitazioni locali e generali, sia da importanti iniziative multipolari come il vertice di Santa Marta, è che si apra un ciclo politico che metta realmente al centro la questione energetica e la transizione ecologica. Ma per costruire questo scenario, bisogna che prenda forza una visione complessiva in cui il settore dell’energia venga “trasferito” dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Non è più sostenibile che le necessità vitali delle persone e degli ecosistemi debbano dipendere ed essere subordinate alle speculazioni finanziarie, alle bufere geopolitiche e in generale ad una logica di mercato, nella quale gli interessi di pochi sopravanzano di gran lunga quelli di intere popolazioni. La posta in gioco va oltre Santa Marta. Nel contesto di oggi, segnato da crisi e disuguaglianze crescenti, la transizione oltre i combustibili fossili è la questione regina, e riguarda non solo la sfida climatica, ma anche la stabilità internazionale, la giustizia sociale e la democrazia. Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile Redazione Romagna
April 21, 2026
Pressenza