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Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
La tutela dei diritti del Lago di Garda in un progetto legislativo all’avanguardia
Il primo disegno di legge sul riconoscimento della soggettività giuridica di un bene naturale è stato presentato stamattina alla Rocca di Riva del Garda. L’ampia partecipazione di istituzioni, associazioni e società civile è segno dell’attenzione crescente verso il futuro del lago e dei suoi ecosistemi. Promotrice dell’iniziativa, la senatrice dei Verdi dell’Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, ha esordito dichiarando: «La grande partecipazione registrata oggi alla Rocca di Riva del Garda dimostra quanto sia sentita nel territorio la richiesta di un cambio di rotta nella tutela del Lago di Garda. Con questo disegno di legge apriamo nuove prospettive per il territorio gardesano: riconoscere che il nostro Lago rappresenta una risorsa preziosa, ma anche un bene che ha il diritto di difendersi, tutelarsi e – perché no – esprimersi. Un patrimonio naturale che va protetto e valorizzato, dando voce alle esigenze dell’ambiente e delle comunità che vivono e lavorano sulle sue sponde, in sinergia con le diverse realtà del territorio». «Il Lago di Garda rappresenta un patrimonio ambientale, economico e sociale di valore straordinario, un capitale naturale di cui possiamo essere solo orgogliosi – ha precisato Aurora Floridia – Le comunità chiedono tuttavia ora strumenti adeguati ed efficaci per tutelarlo e affrontare le criticità esistenti, attraverso soluzioni che travalichino i confini amministrativi e promuovano un approccio unitario e trasversale. Anche per questo è necessario affrontare con coraggio alcune delle sfide più urgenti, dalla mobilità alla gestione dell’overtourism, per garantire un equilibrio tra tutela dell’ecosistema e sviluppo sostenibile del territorio». Alla presentazione del disegno di legge che persegue tale obiettivo infatti è stato più volte ricordato che la proposta di riconoscere diritti al Lago di Garda è nata da una importante mobilitazione sociale sul territorio. La presidente della Federazione per il riconoscimento dei diritti del Lago di Garda, Isabella D’Isola, ha osservato: «Il percorso è stato intrapreso con la presentazione della Dichiarazione dei diritti del lago di Garda in funzione del riconoscimento del lago come soggetto di diritto. In tal senso, e primi in Italia, abbiamo iniziato il nostro lavoro ritenendo che agli enti naturali vadano riconosciuti dei diritti non solo perché in relazione con gli esseri umani, ma di per sé stessi, in quanto esistenti». Il presidente di Federalberghi Garda Veneto, Ivan De Beni, ha ricordato l’iniziativa Io sono il Lago di Garda che per prima ha promosso nel settore turistico-ricettivo una riflessione sulla “personificazione” del Benaco: «Anche Federalberghi Garda Veneto condivide e appoggia questa iniziativa, che tocca tematiche su cui ci siamo concentrati in particolare negli ultimi anni. Dobbiamo porre un blocco allo sviluppo di nuove strutture alberghiere, è necessario lavorare sulla viabilità e sul problema dei picchi di overturism». «Dal punto di vista giuridico, questo disegno di legge rappresenta un passaggio innovativo anche per l’ordinamento italiano – ha concluso Aurora Floridia – Abbiamo già iniziato a ricevere richieste di affiancamento per proposte legislative future per il riconoscimento di altri beni naturali nel Paese. Sono molto soddisfatta del percorso che abbiamo fatto fino a qui. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche e chiedere che venga avviato l’iter in commissione, per garantirne la discussione prima della fine della Legislatura». DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa dei senatori Aurora FLORIDIA, SPAGNOLLI e PATTON / Disposizioni per il riconoscimento della soggettività giuridica del Lago di Garda e per la sua tutela ecosistemica – COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 13 GENNAIO 2026 Maddalena Brunasti
March 7, 2026
Pressenza
“Oggi l’Iran sarà colpito duramente!”
Con il post diffuso alle 12:11 Donald Trump ha annunciato la propria intenzione di sconfiggere l’Iran fino al suo annientamento e che nel mirino della propria furia epica adesso ci sono anche “aree e gruppi di persone che finora non erano stati considerati come obiettivi”, che minaccia di colpire senza remore dichiarando che nelle zone in cui prevede di intervenire avanzerà fino alla loro “completa distruzione” e infierirà fino alla loro “morte certa” degli avversari. Inoltre Donald Trump sostiene che l’Iran “si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non li attaccherà più” perché, secondo lui, la repubblica islamica persiana sta soccombendo all’incessante offensiva di Stati Uniti e Israele e, vantando che > Per la prima volta in migliaia di anni l’Iran perde nel confronto con i paesi > mediorientali a lui circostanti. Hanno detto: “Grazie, Presidente Trump”. Io > ho risposto: “Prego!” proclama: > L’Iran non è più lo “spaccone del Medio Oriente”, è invece “IL PERDENTE DEL > MEDIO ORIENTE”, e lo sarà per molti decenni fino a quando non si arrenderà o, > più probabilmente, crollerà completamente! Iran, which is being beat to HELL, has apologized and surrendered to its Middle East neighbors, and promised that it will not shoot at them anymore. This promise was only made because of the relentless U.S. and Israeli attack. They were looking to take over and rule the Middle East. It is the first time that Iran has ever lost, in thousands of years, to surrounding Middle Eastern Countries. They have said, “Thank you President Trump.” I have said, “You’re welcome!” Iran is no longer the “Bully of the Middle East,” they are, instead, “THE LOSER OF THE MIDDLE EAST,” and will be for many decades until they surrender or, more likely, completely collapse! Today Iran will be hit very hard! Under serious consideration for complete destruction and certain death, because of Iran’s bad behavior, are areas and groups of people that were not considered for targeting up until this moment in time. Thank you for your attention to this matter! – President DONALD J. TRUMP Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Il Liceo di Lugo e il Diritto Internazionale “bocciato”
Nella tranquilla cittadina di Lugo, la censura viaggia silente, come fuoco sotto le ceneri. E parte proprio dalla scuola, luogo dove dovrebbero valere regole di trasparenza, pluralità e democrazia. L’episodio è accaduto proprio nel Liceo Statale Gregorio Ricci Curbastro di Lugo, nell’ottobre scorso, coinvolgendo il dirigente Giancarlo Frassineti e l’intero collegio docenti. E’ venuto fuori solo ora grazie a una fonte anonima, che ha deciso di raccontarci tutto.  “A settembre 2025, sull’onda delle oceaniche manifestazioni in tutta Italia, i genitori ci chiedevano cosa avremmo fatto per spiegare ai ragazzi la tragedia in Palestina, dal massacro di civili innocenti, alla violazione del diritto internazionale. Un docente, delegato sindacale Flc Cgil, durante i primi due Collegi Docenti ha chiesto che si potesse discutere in un successivo Collegio l’organizzazione di un incontro di approfondimento sulla crisi palestinese. In seguito al doppio rifiuto della dirigenza, il docente e altri colleghi hanno iniziato ad organizzare l’incontro in autonomia, contattando il professore Marco Mascia, Presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, titolare della Cattedra Unesco Diritti umani, democrazia e pace, Università di Padova, che si era reso disponibile a parlare con i ragazzi. Inoltre ci sarebbe stata la testimonianza sul campo di Medici senza Frontiere” racconta la fonte. Prima del terzo collegio docenti, datato 30 ottobre, il gruppo di professori ha presentato una formale proposta scritta, chiedendo di inserire un nuovo punto all’ordine del giorno: “convocazione di una conferenza sulla situazione umanitaria nella striscia di Gaza e in Cisgiordania con la partecipazione di esponenti del mondo associativo ed esperti del diritto internazionale”. La richiesta era corredata da 69 firme di docenti su 120. Secondo la normativa (articolo 7, comma 4 del decreto legislativo 297/94) almeno un terzo dei componenti del collegio docenti può convocare un collegio straordinario per trattare temi particolari. Quindi per estensione e nella prassi, almeno un terzo dei docenti può chiedere di inserire nuovi punti all’Odg di un collegio già convocato. “Il dirigente però lasciò la convocazione immutata, senza inserire la mozione richiesta. Il 30 ottobre all’inizio del collegio -continua la nostra fonte- spiegò il motivo del diniego a trattare e discutere il tema. Davanti ad oltre 100 docenti disse che il tema non era didatticamente rilevante ed era anzi divisivo, non accettò repliche perché il tema non era appunto all’ordine del giorno e non si poteva avviare la discussione. Insomma, ci ha vietato di discutere, di votare, di parlare”. Nei giorni successivi al collegio, per protesta, il docente che aveva avviato la raccolta firme, si dimise da delegato sindacale. Da una fonte sicura e a lui vicina apprendiamo che “era molto contrariato e deluso dallo scarso appoggio avuto dai colleghi che non si erano ribellati al preside durante il Collegio. Sulla sua decisione di dimettersi, sembra che abbia anche influito l’atteggiamento rinunciatario della Cgil, che in un primo tempo, verbalmente, aveva assicurato azioni sul piano istituzionale e un comunicato stampa, per poi tirarsi indietro”.  La Flc Cgil da ottobre ad oggi, effettivamente non ha emesso nessun comunicato di protesta, solidarietà o diffida in merito alla vicenda. Abbiamo chiesto un commento alla Flc Cgil senza per ora aver ottenuto risposta. Anche i delegati di Snals e Uil (non docenti) erano a conoscenza del fatto e anche queste organizzazioni sindacali, da quanto ci risulta, non hanno fatto nulla per protestare. La decisione di dimissioni ha destato preoccupazione tra molti docenti, che lamentano di non avere più un rappresentante sindacale e di non essere più tutelati nei loro diritti. “Bisognerebbe però chiedersi se i delegati servono solo a portare avanti rivendicazioni sindacali o anche a difendere la libertà di insegnamento contro la censura, in un contesto nazionale e internazionale sempre più difficile” riflette qualcun altro.  Passano i mesi e a inizio 2026 il Comune di Lugo riceve la richiesta da parte di un gruppo di docenti dello stesso liceo, di ospitare e patrocinare un incontro pubblico con i relatori il professore Marco Mascia ed Ettore Mazzanti di Medici Senza Frontiere. L’incontro pubblico effettivamente si svolge il 2 marzo 2026, nel Salone estense della Rocca di Lugo, patrocinato dal Comune dal titolo “Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”. “Non sapevo il retroscena, si è trattato di un incontro validissimo con relatori di primo ordine, la sala era piena di persone, c’erano anche molti studenti e docenti” spiega a Pressenza la sindaca Elena Zannoni. “L’incontro è stato organizzato dai docenti che ci hanno chiesto il patrocinio e, come Comune, lo abbiamo dato con convinzione”. Ma a scuola, da ottobre ad oggi, tutto tace e nulla si è più fatto sul tema. Rispondendo al nostro accesso agli atti, il dirigente ha ribadito la motivazione del suo diniego: “La proposta non è stata accolta, in quanto non pertinente con le mansioni attribuite al Collegio docenti dalla normativa vigente”.  Ricordiamo che il decreto legislativo 297/94 dà all’intero collegio docenti (e non solo al dirigente) “il compito di curare la programmazione dell’azione educativa ed esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente”, come sancito dall’art 33 della Costituzione.  Togliere la libertà di autodeterminazione della didattica ai docenti vuol dire togliere la libertà di insegnare a scuola.  Un fatto gravissimo che si inserisce nel clima di repressione generale e che dovrebbe fare riflettere.  Linda Maggiori
March 7, 2026
Pressenza
Il caos che chiamo vita
È stato presentato ieri sera presso l’associazione multietnica Moltivolti il secondo libro di Abdelkadir Hissen Abdallah, Il caos che chiamo vita, autoprodotto con Amazon, dopo la pubblicazione del precedente Sfide con Multimage. Se Sfide. Diario di un viaggio dal Ciad alla Sicilia costituiva una sorta di racconto “esteriore” e, tutto sommato, apparentemente sereno delle vicende che avevano condotto un giovane adolescente a lasciare la sua terra madre per la Libia prima e poi per il Nord Africa e l’Europa, questo nuovo testo rappresenta invece il percorso “interiore” di un giovane uomo, il viaggio dentro di sé e dentro l’affollata solitudine dell’algida e inospitale capitale siciliana, la delusione dell’approdo, l’amara ricerca di espedienti per la sopravvivenza, l’ingannevole conforto del caffè caldo che lo costringe all’insonnia, ma pure al pensiero e allo studio, il conforto autentico delle pagine dei filosofi e, primo fra tutti, dell’adorato Dostoevskij. Un diario intimo, dunque, ma anche un documento storico, poiché si fa testimonianza della caparbia resistenza di tanti giovani migranti venuti per studiare e sinceramente appassionati della cultura. Abdel ama i musei e il teatro lirico, si cimenta nella produzione di video oltre a scrivere, mentre altri suoi amici si sono da poco laureati in scienze infermieristiche o in cooperazione internazionale, avviandosi ad una carriera professionale. Una testimonianza, la sua, che si può definire politica oltre che esistenziale – anche se lui non vuol sentire parlare di politica, almeno di quella istituzionale che identifica con la corruzione – se per politica intendiamo quello che intendeva Platone: l’arte della ricerca della felicità comune. Uno zibaldone di pensieri e di incontri che delle frasi di Pascal e Leopardi ha anche la sapienza dolce dell’ironia, la quale, per essere autentica, è innanzi tutto autoironia, nonché la capacità di trascendere il proprio dolore personale per farne sguardo smagato sulla condizione umana, come nella metafora dell’umanità esposta in scaffali al supermercato. Ormai siamo valutati in base a ciò che possiamo offrire. Siamo prodotti di consumo; trascorriamo la nostra vita cercando di mantenere alta la nostra “valutazione di mercato”. Abbiamo paura di diventare indesiderabili o “scaduti”. […] Viviamo in un’epoca in cui l’arte di interrompere le relazioni è più celebrata di quella di costruirle. Siamo diventati esperti nel separare, nell’evitare, nel nasconderci. […] Nel mercato delle relazioni, ripetiamo lo stesso copione: guardiamo gli altri come se fossero prodotti in uno scaffale di supermercato. “Mmm, questo è carino, ma la confezione è leggermente aperta.” “Questo sembra buono, ma la sua data di scadenza è passata dopo un’esperienza fallita”. E così continuiamo: sostituisci, prova, consuma e ripeti. […] E forse un giorno realizzeremo che quel gioco stupido non era altro che una promozione falsa. Ridiamo di noi stessi mentre scuotiamo la testa: “Stavamo cercando di essere perfetti in un mercato di beni di lusso fittizi”. Ma la perfezione? È solo una bugia che ci avvolge in una facciata luccicante. Forse, solo forse, alla fine di questa farsa, qualcuno verrà con il coraggio di un bambino che sceglie un giocattolo rotto e dirà con orgoglio: “Adoro questo perché non è come tutti gli altri”. Poi all’improvviso, tra le riflessioni, s’illuminano alcuni versi, come pietre incastonate in un anello. E sono pregevolissimi per densità d’immagini e a volte ricordano l’asprezza della beat generation. La mia stanza è il mio mondo. E quello oltre la finestra è il mondo degli altri. Quando esco di notte per comprare la solitudine del caffè, non parlo con nessuno di loro. Cerco di passare accanto a loro senza disturbare la loro privacy, Gli uomini nudi dal potere, Le donne avvolte nelle tende, Attente all’alba di due soli inutili. Gli uomini della polizia che ordinano l’armadio della città, E raccolgono alcuni rottami, Quando appendono i vagabondi al filo della biancheria. E le mie copie quarantenni che si riflettono negli specchi, Per rovinarmi la giornata facendomi pensare chi sono. […] Immagino me stesso come un vecchio, Senza figli né nipoti né una moglie (complessa), Mia moglie è morte per un’esplosione di una delle sue arterie, Ero io la causa? Non lo so. In quel momento aspetto il giorno del giudizio, Mi diverto a mordere la mia memoria e le unghie, E sostituire il calendario con le rughe, E conto gli anni con i denti che sono caduti dalla mia bocca. […]  E ci sono ancora poesie per l’amata, meditazioni sull’esilio, momenti di incontri in leggerezza. Non è un libro facile né tanto meno consolatorio, come ci avverte l’Autore nella Dedica, ma è un libro utile, utile come “uno specchio crudele” che “si limita a metterti davanti alla domanda da cui fuggi da sempre: eri solo oppure hai scelto l’isolamento e lo hai chiamato destino?”. E non è forse – viene da aggiungere – la condizione umana, quella di noi tutti, condizione di migranti?   Daniela Musumeci
March 7, 2026
Pressenza
Iran: una scuola colpita a Teheran mentre in USA si indaga sulla strage a Minab
Con le immagini della scuola distrutta pubblicate in un post diffuso ieri, 6 marzo, su X, il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, informava che l’offensiva degli eserciti israeliano e americano ha colpito la Shahid Hamedani School di Teheran. Contemporaneamente, il New York Times e poi molti altri quotidiani rilanciavano la notizia, divulgata dalla Reuters il 5 marzo, che rivela il coinvolgimento degli USA nella carneficina alla scuola di Minab e dalla sede dell’ONU a New York il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, informava la stampa di tutto il mondo che dal 28 febbraio al 6 marzo 2026 le operazioni Ruggito del Leone e Furia Epica e le reazioni belliche all’attacco all’Iran hanno provocato la morte di oltre 190 bambini. Mentre le vittime della carneficina alla scuola elementare femminile di Minab venivano sepolte, l’agenzia Reuters informava che > Gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che le forze > statunitensi siano responsabili (…) > > Reuters non è stata in grado di accertare i dettagli dell’indagine, tra cui > quali prove siano state esaminate nell’inchiesta, che tipo di munizioni siano > state utilizzate, chi fosse il responsabile o perché gli Stati Uniti avrebbero > colpito la scuola. > > Mercoledì [4 marzo] il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, > ha ammesso che l’esercito americano stava indagando > sull’incidente. Avvalendosi dell’anonimato che li tutela nel rilasciare > dichiarazioni sul questioni militari delicate, alcuni funzionari non hanno > escluso la possibilità che emergano evidenze che assolvano gli Stati Uniti > dalla responsabilità e indichino in altri i colpevoli un’altra parte > responsabile dell’incidente. > > Reuters non è riuscita a stabilire per quanto tempo durerà ancora l’indagine, > né quali prove gli investigatori statunitensi stanno cercando prima di > concludere l’accertamento. > > US investigation points to likely US responsibility in Iran school strike, > sources say / REUTERS, 06.03.2026 Ieri, venerdì 6 marzo, Marco Pasciuti su Il Fatto Quotidiano riferiva: > La circostanza era emersa nei giorni scorsi da fonti militari israeliane. > La Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse > militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a > lungo raggio contro lo Stato ebraico. L’esercito americano, invece, lo ha > fatto nel meridione bombardando radar, infrastrutture logistiche e siti di > lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi Usa > nel Golfo. > > “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le > capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha > confermato il 4 marzo il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan > Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa > Hegseth. Una specifica geografica che non ha lasciato indifferenti i > giornalisti presenti, uno dei quali ha domandato del bombardamento della > scuola. “Naturalmente non prendiamo mai di mira obiettivi civili, ma stiamo > esaminando la questione e stiamo indagando“, ha risposto Hegseth. > > “La scuola femminile in Iran probabilmente bombardata dagli Usa”: la > rivelazione delle fonti Usa / IL FATTO QUOTIDIANO, 06.03.3036 Contemporaneamente Guglielmo Gallone su Vatican News precisava: > Sono passati sei giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È > doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 bambine, > studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud > dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva, si sia data poca > attenzione … > … mentre i funerali collettivi delle vittime si svolgevano nella città > costiera di Minab, nessuna delle parti coinvolte ha rivendicato direttamente > la responsabilità dell’attacco (…) Washington ha dichiarato di essere a > conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e di aver avviato verifiche > sull’accaduto, ribadendo che le forze statunitensi «non colpirebbero > deliberatamente una scuola». «Siamo a conoscenza delle segnalazioni > riguardanti danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso. > Prendiamo queste segnalazioni seriamente e le stiamo esaminando», ha > dichiarato inizialmente il capitano Tim Hawkins del Comando Centrale degli > Stati Uniti (Centcom), che supervisiona le operazioni Usa nella regione, che > poi ha aggiunto: «La protezione dei civili è di fondamentale importanza e > continueremo a prendere tutte le precauzioni disponibili per ridurre al minimo > il rischio di danni non intenzionali» (…) Anche il segretario di Stato, Marco > Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una > scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è > trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di > difesa israeliane (IDF), ha dichiarato ieri che l’esercito israeliano «non è a > conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la > scuola. Il 1° marzo l’UNESCO e la Messaggera di Pace delle Nazioni Unite, Malala Yousafzai, hanno dichiarato che “il bombardamento di una scuola elementare durante gli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran di sabato [28 febbraio 2026] costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Dopo l’intervento del 3 marzo sulle ricadute dell’escalation della guerra in Medio Oriente nelle crisi umanitarie, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, alla conferenza stampa di venerdì 6 marzo ha precisato che, in base alle informazioni ricevute, l’UNICEF segnalava che oltre 190 bambini sono stati uccisi dall’escalation, di cui oltre 180 in Iran, 7 in Libano, 3 in Israele e 1 in Kuwait. Inoltre, informando la stampa che * in Iran “100˙000 persone sono state sfollate internamente nell’ultima settimana” * in Libano “oltre 100 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite” e “circa 100˙000 cercano riparo in centinaia di rifugi” mentre “prima dell’escalation, il WFP segnalava che 874˙000 persone erano senza cibo” * nella Striscia di Gaza, dove Israele “ha chiuso tutti i valichi e bloccato molti movimenti umanitari una settimana fa”, i soccorsi indispensabili “non hanno potuto essere riforniti al ritmo necessario” * in Afghanistan, dove “decine di persone sono state uccise nei combattimenti al confine con il Pakistan, molte delle quali donne e bambini, e le infrastrutture civili sono state danneggiate, tra cui un ospedale presso il centro di transito dell’OIM e le strutture del centro di accoglienza per rimpatriati di Torkham”, la situazione sta precipitando, perché “Gli esuli, già numerosi, stanno aumentando rapidamente. Oltre 16˙000 famiglie in fuga dalle proprie case si aggiungono ai milioni di sfollati residenti in Afghanistan” mentre la chiusura delle frontiere ha bloccato l’accesso di oltre 168 container” e “la sospensione dei voli e le restrizioni di sicurezza stanno rendendo più difficile per noi raggiungere le persone bisognose” e, ribadendo che il prolungarsi e intensificarsi dei combattimenti provoca “una rapida escalation delle crisi umanitarie” e che tale reazione-a-catena ha conseguenze che sono “fuori controllo” e non vengono debitamente considerate soprattutto da chi fomenta i conflitti armati, Tom Fletcher ha specificato: > Stiamo assistendo allo spreco di enormi quantità di denaro, a quanto si dice 1 > miliardo di dollari al giorno che finanziano questa guerra e vengono spese per > la distruzione, mentre i politici continuano a vantarsi di tagliare i budget > destinati agli aiuti per chi è più nel bisogno. > > E stiamo assistendo alla sempre più letale alleanza tra tecnologia e assassini > impuniti. Alla domanda di Valeria Robecco dell’ANSAD /Associazione dei Corrispondenti delle Nazioni Unite, ha risposto: > Attenzione, finanze, risorse ed energie adesso si stanno tutte sempre più > concentrando sui molteplici modi con cui continuare a combattere questa > guerra, anziché che sui bisogni umanitari esistenti e, adesso, sui nuovi > bisogni umanitari creati dalla guerra. > > Hai ragione, c’è il rischio che l’attenzione si sposti da Gaza e dai Territori > Palestinesi Occupati. Cercheremo di evitarlo, naturalmente, e di continuare ad > operare in quest’area con tutto l’impegno necessario. > > Ma preoccupano anche altre crisi. > > Ho menzionato il Sudan, il Sud Sudan, l’Ucraina e la Repubblica Democratica > del Congo, che hanno anch’essi bisogno di un impegno costante. > > In questo momento le luci d’allarme accese sono tante. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Viaggio a Cuba tra black out e solidarietà
5 marzo, primo giorno all’Avana di questo mio viaggio dell’anno 2026. Ci sono già stato, ma ogni volta il mio amore per questo Paese, per la sua  storia, per la sua rivoluzione non fa che aumentare; è per questo che, se tutto andrà come spero (e io farò tutto il possibile perché vada così) fra poco più di due anni mi trasferirò definitivamente qui. Detto questo iniziamo a parlare di questo Paese, unico al mondo per la sua resilienza, la sua tenace difesa della propria libertà, della propria indipendenza, della propria sovranità, una resistenza che dura da moltissimi anni, esattamente dal 1° gennaio 1959, giorno del trionfo della rivoluzione, al quale a breve fece seguito quello che comunemente viene definito embargo, ma che in realtà è un assedio. E’ come se Cuba fosse un antico maniero arroccato sulla cima di una montagna e circondato dall’assediante, che da allora ha messo in campo qualunque tipo di aggressione diretta e indiretta, coercizione, minaccia, sanzione contro chiunque intrattenga qualsiasi tipo di rapporto con l’isola. Solo pochissime nazioni che non hanno praticamente rapporti con gli Stati Uniti e quindi non subiscono i loro ricatti riescono caparbiamente a far arrivare qualcosa a Cuba. Assedio che, anche se sembrava impossibile, è stato da poco ulteriormente inasprito dall’attuale inquilino della Casa Bianca (personaggio che non voglio neppure nominare tanto mi disgusta); questo inasprimento riguarda come molti sapranno l’importazione di petrolio e derivati. Gli Stati Uniti infatti colpiscono con ogni tipo di sanzione i Paesi produttori che inviano petrolio a Cuba. Come si può facilmente immaginare questo ha conseguenze terribili; i trasporti sono solo l’ultimo tassello di un sistema basato quasi interamente sulla produzione di energia elettrica da centrali termoelettriche alimentate a combustibile fossile. Infatti i problemi più grandi riguardano tutte quelle attività che senza energia elettrica non possono soddisfare le necessità primarie del Paese, ospedali in primis. Immaginiamo se questo accadesse in Italia, ospedali e strutture sanitarie senza energia elettrica… Perciò non ho nessuna remora a parlare di assedio. Nell’emergenza quindi il governo cubano ha realizzato diverse contromisure, tra cui la destinazione delle risorse energetiche disponibili alle attività imprescindibili e il razionamento dei combustibili riguardo alle altre. Con notevole lungimiranza ha anche avviato una politica energetica fortemente orientata verso la produzione fotovoltaica: già nel mio primo viaggio, nel 2023, ho potuto vedere diversi parchi fotovoltaici che si estendevano lungo la carretera central, il lungo serpentone stradale che corre da est a ovest dell’isola. Allora si trattava di impianti estesi che avevano bisogno di ampi spazi e che ovviamente non possedevano batterie di accumulo, così che l’energia prodotta veniva immessa direttamente nella rete nazionale. Oggi, già che qui il sole non manca, oltre al continuo incremento di tali parchi è stata avviata e incentivata, anche con contributi statali, l’installazione di impianti con accumulo in ogni tipo di edificio pubblico e privato. Questo soprattutto grazie allo straordinario aiuto della Cina, che come credo tutti sanno possiede tecnologie avanzatissime anche in questo campo; passeggiando per l’Avana infatti si ha la possibilità di vedere che molte aree di piccole e medie dimensioni, fino a poco tempo fa abbandonate, ora vengano sfruttate per montare questi impianti. Oggi io stesso, che mi trovo qui anche per conto dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba (ANAIC) della quale faccio parte, ho svolto una missione che mi ha riempito il cuore. I circoli lombardi dell’ANAIC sono gemellati da oltre trent’anni con la delegazione dell’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) della provincia di Las Tunas; non è un gemellaggio formale, ma un rapporto vivo e dinamico, grazie a cui la solidarietà da semplice formula si trasforma di aiuto concreto. L’anno scorso, quando in quella provincia si ruppe l’unica TAC disponibile, senza possibilità alcuna di reperire i pezzi di ricambio per via del suddetto assedio, i circoli della Lombardia si fecero prontamente carico, con moltissime donazioni da parte dei soci, dell’acquisto dei necessari ricambi e del loro invio a Cuba. Oggi invece con una nuova raccolta fondi fra tutti i soci abbiamo risposto alla loro richiesta di aiuto proprio per installare un impianto fotovoltaico con accumulo per la somma di 8.000 euro. Consegnare di persona questo aiuto concreto nelle mani della segretaria dell’ICAP di Las Tunas Maria Romero Rodriguez è stato per me un momento molto emozionante. Tutto questo però non basta, perché il percorso per una definitiva liberazione energetica è lungo e complesso; al momento la produzione di energia da fonti alternative copre solo circa il 30% del fabbisogno nazionale, mentre gli Stati Uniti stanno facendo l’impossibile per soffocare il Paese, con effetti purtroppo evidentissimi. I black-out durano decine di ore e lasciano la popolazione in uno stato di grandissima frustrazione, che si mischia alla rabbia per un castigo collettivo inumano e crudele e purtroppo anche al risentimento e alla disperazione, che rischiano di far implodere la società cubana per la mancanza di ogni tipo di bene di prima necessità. E la situazione si aggrava di giorno in giorno… Anche il turismo è ridotto al lumicino e con la sua quasi totale scomparsa viene a mancare se non la principale, quantomeno una delle più importanti risorse del Paese. Gli interventi in tema energetico però non finiscono con il fotovoltaico; camminando per le vie dell’Avana si nota subito un silenzio abbastanza surreale, sia perché i veicoli con motore a combustione in circolazione sono pochi per via del razionamento di combustibile, ma soprattutto perché le strade sono piene di moto e piccoli veicoli a tre ruote totalmente elettrici di produzione cinese. Tornando al tema degli aiuti concreti, io e molti altri viaggiatori appartenenti a ogni tipo di associazione di sostegno a Cuba non veniamo mai qui a mani vuote, ma con una o più valigie piene di ogni tipo di farmaco, che come potrete immaginare per via dell’assedio non possono arrivare qui. Trasportiamo farmaci per amici, amici degli amici, conoscenti, parenti, ma soprattutto per ospedali e strutture sanitarie. E’ proprio quando si presentano le maggiori necessità che più si concretizza la solidarietà. All’Avana vive da anni un’italiana che definire straordinaria è poco: Barbara Iadevaia, cooperante della Comunità Italiani nel Mondo, nonché rappresentante dell’ASC (Associazione Svizzera Cuba) del Canton Ticino, costituisce il ponte della solidarietà fra l’Europa e Cuba. A lei viene consegnato ogni tipo di farmaco, medicamento e presidio sanitario e Barbara si incarica di organizzare la distribuzione in ogni angolo dell’isola. L’amore incondizionato di Barbara e mio per questo Paese e per questo popolo ci spinge a fare quello che facciamo, perché Cuba è sempre stata solidale con qualunque altra nazione e merita tutto il nostro aiuto e il nostro sostegno. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Salute mentale e disabilità: alla Camera il Manifesto per abbattere le barriere all’accesso alla terapia
Secondo i dati dell’indagine “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal CENSIS in collaborazione con Lundbeck Italia, l’importanza della prevenzione nella salute mentale è affermata dal 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello (cioè, dei disturbi neurologici, del neurosviluppo e psichiatrici) ritenuti più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede il potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%). Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici (https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/01/Sintesi-del-Rapporto-Lundbeck-Censis-.pdf). In tema di salute mentale molte persone con disabilità e i loro caregiver incontrano barriere fisiche, logistiche e culturali. Eppure, spesso la loro salute mentale viene messa in secondo piano rispetto agli aspetti clinici e assistenziali. Per cercare di affrontare concretamente questo problema è stato presentato di recente alla Camera dei deputati il Manifesto per l’accesso  alla psicoterapia promosso da Serenis (https://www.serenis.it/),  centro medico online per il benessere mentale e fisico, e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie (https://fishets.it/). Il documento nasce dai risultati di una survey congiunta che mette in luce dati che meritano attenzione: quasi il 25% delle persone con disabilità intervistate ha dichiarato di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Le ragioni risiedono in barriere fisiche, logistiche, comunicative e culturali che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Anche lato caregiver emerge un’urgente necessità di supporto: infatti circa la metà dei rispondenti (43%) ritiene che il supporto psicologico fornito non sia adeguatamente offerto o accessibile. Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50.4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. Il cuore del Manifesto presentato è il principio di autodeterminazione. L’obiettivo è sollecitare le istituzioni a garantire percorsi di assistenza personalizzati, scelti liberamente dalla persona e integrati nel proprio progetto di vita. Non si tratta solo di accessibilità architettonica per le persone affette da disabilità, ma di una rivoluzione culturale che possa rimuovere ogni forma di pregiudizio e disparità nel sistema di cura. “Non può esserci vera salute senza un adeguato benessere psicologico, ha sottolineato Vincenzo Falabella, presidente di FISH Ets. Eppure, oggi, l’accesso alla psicoterapia è ancora un privilegio per pochi, non un diritto garantito per tutti. Il Manifesto condiviso con Serenis mette in luce una realtà allarmante: il 25% delle persone con disabilità rinuncia alla psicoterapia a causa di barriere fisiche, economiche e culturali. Il supporto psicologico deve, invece, diventare parte integrante del Progetto di Vita, come strumento concreto di autodeterminazione e piena partecipazione sociale. Senza un sostegno adeguato, infatti, il diritto all’autonomia resta incompleto. Garantire un accesso equo e universale alla psicoterapia significa rafforzare non solo le persone, ma l’intera comunità. Vuol dire investire nella coesione sociale, prevenire situazioni di maggiore fragilità, sostenere il benessere di milioni di cittadini”. E Daniele Francescon, co-founder di Serenis ha aggiunto: “Per una persona con disabilità il nodo non è solo trovare uno psicoterapeuta: è trovare il professionista giusto, con competenze specifiche e strumenti di comunicazione adeguati. II digitale può abbattere barriere territoriali e logistiche, ma solo se è progettato in modo accessibile e se facilita l’incontro con terapeuti specializzati. Con FISH, attraverso questo Manifesto, vogliamo mettere a sistema soluzioni concrete, perché la psicoterapia diventi una possibilità reale per persone con disabilità e caregiver.” Qui il Manifesto: https://www.serenis.it/manifesto-fish#1. Giovanni Caprio
March 7, 2026
Pressenza
Hugo Chávez, a tredici anni dalla scomparsa
Quando, il 30 gennaio 2005, nel discorso al Social Forum di Porto Alegre, Hugo Chávez proclamò il carattere socialista della rivoluzione bolivariana, lo espresse nei termini plurali di un socialismo patriottico e popolare, bolivariano e marxista, che «deve essere umanista e deve mettere gli esseri umani e non le macchine in condizioni di superiorità nei confronti di tutto e di tutti». Ecco perché quella di Chávez è un’ispirazione feconda, «né calco né copia», ma costruzione originale di un socialismo con caratteristiche bolivariane, fondata su una potente connessione sentimentale con le masse, e destinata a trascendere la stessa architettura tradizionale dello Stato. Il socialismo bolivariano è infatti, tra le altre cose, una straordinaria espressione di “via nazionale”: radicato, da un lato, nella vicenda sociale e popolare; alimentato, dall’altro, da una serie di apporti politici e culturali retroagenti, quali, nel caso dell’esperienza bolivariana, le «tres raíces», le tre radici, vale a dire il pensiero e l’azione di tre grandi rivoluzionari venezuelani quali Simón Rodríguez (1769-1854), Simón Bolívar (1783-1830) ed Ezequiel Zamora (1817-1860); e poi l’orientamento patriottico e di sinistra di settori delle forze armate, nelle cui cerchie, del resto, matura la riflessione ideologica legata al cosiddetto «albero delle tre radici», appunto Rodríguez, Bolívar, Zamora, compendiata in quel testo straordinario di filosofia politica che è il “Libro Blu”, ora disponibile anche in italiano.  Tre sono gli aspetti principali di questa singolare esperienza di “socialismo del XXI secolo”: le Misiones; i Consejos Comunales e le Comunas Socialistas; il disegno internazionalista e della Diplomacia de paz. Tra questi, il segmento di base è rappresentato dalle Misiones, vale a dire il Sistema delle Missioni e delle Grandi Missioni Socialiste. Sarebbe sbagliato considerarle una mera “variante bolivariana” del welfare europeo: se è vero che garantiscono diritti e soddisfano bisogni di larghi strati della popolazione, è altrettanto vero che si tratta di una forza espressiva del potere popolare e di un luogo di inclusione, partecipazione protagonistica e autogoverno di comunità. Corrispondono cioè alla forza motrice della rivoluzione bolivariana, la cosiddetta “democrazia partecipativa e protagonistica”. La Legge sulle Missioni (2014) definisce infatti la Missione come «una politica pubblica volta a concretizzare in modo massiccio, accelerato e progressivo le condizioni per l’esercizio effettivo e il godimento universale dei diritti sociali, che coniuga lo snellimento dei processi statali con la partecipazione diretta del popolo nella loro gestione, a favore della eliminazione della povertà e della conquista a livello popolare dei diritti sociali».  In questa strategia, la costruzione delle Basi delle Missioni serve ad estendere ed approfondire il lavoro sociale e politico con le comunità, dal momento che l’aggiornamento del sistema delle missioni (2021) definisce le Basi delle Missioni Socialiste come «spazi per la territorializzazione delle politiche e dei programmi di protezione sociale, il rafforzamento del potere popolare, le Missioni, le Grandi Missioni e le Micro-missioni sociali, con l’obiettivo di garantire l’assistenza primaria alle persone e alle famiglie e sviluppare lo Stato del benessere sociale». Questi spazi sono il tessuto connettivo delle Missioni, strutture per garantire il soddisfacimento dei bisogni, il riconoscimento dei diritti, l’accesso alle funzioni sociali, nonché la costruzione di comunità. Tali articolazioni sono dunque una struttura essenziale della rivoluzione bolivariana, vale a dire una manifestazione del potere popolare, organizzato, a propria volta, in una serie di articolazioni sociali, quali i CLAP (Comitati locali di approvvigionamento e produzione) e l’UBCh (Unità di battaglia Hugo Chávez, catalizzatori di mobilitazione popolare, nonché punti di collegamento tra le comunità e le autorità pubbliche). Il secondo pilastro, le Comunas Socialistas (le Comuni socialiste), registra un momento di svolta nel 2010, quando sono introdotti alcuni strumenti giuridici per garantire i fondamenti dello «Stato dei consigli» basato sul potere popolare. Uno di questi è la Legge organica delle Comunas, che stabilisce questa nuova forma partecipativa come la cellula fondamentale della nuova architettura statale, impostata come uno spazio socialista per l’autogoverno delle comunità, basata sui Consejos Comunales e le altre organizzazioni sociali comunitarie. Sia la Legge organica dei Consejos Comunales (2009), sia la Legge organica delle Comunas (2010) muovono infatti nella direzione di uno Stato dei consigli, ove le decisioni sono prese con meccanismi di democrazia diretta e numerose funzioni sono assegnate ai Consejos e alle Comunas. Queste sono, per un verso, aggregatori dei Consejos, e, per l’altro, soggetti dotati di compiti propri, tra i quali costruire una «economia della proprietà sociale» e garantire l’efficacia della partecipazione nella formulazione, esecuzione e controllo delle misure circa gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecologici e di sicurezza. Oggi, questa articolazione si struttura in ben 5.336 Circuiti comunali sull’intero territorio nazionale.  Si giunge così a una «geometria del potere» che non ha precedenti. Il Venezuela bolivariano si dota di meccanismi deliberativi e partecipativi, nei quali si esprime, al tempo stesso, l’autogoverno di base e la ricerca delle soluzioni condivise ai problemi comuni. Supera, inoltre, la configurazione tradizionale della divisione dei poteri, in quanto lo Stato non è più articolato in tre poteri, ma in cinque poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario, elettorale e cittadino, e, nel complesso, tali poteri definiscono l’articolazione del potere popolare. Chávez attribuì alle Comunas Socialistas il massimo risalto ai fini della trasformazione dello Stato e della società: «Le Comunas sono la base dello Stato sociale di diritto e giustizia, … una rete che si sviluppi come una vasta ragnatela che copra il territorio del nuovo, e che, altrimenti, sarebbe destinata al fallimento» (H. Chávez, 2012). Come ribadì nel celebre discorso del “Colpo di timone”, nel suo ultimo Consiglio dei Ministri (20 ottobre 2012): «Comunas o niente!».  L’integrazione dei popoli, in senso antimperialista, è alla base del terzo pilastro dell’ispirazione di Chávez: una politica indipendente e antimperialista per un mondo multipolare, e una Diplomazia di Pace («Diplomacia de Paz»), basata sull’internazionalismo, guidata dal principio della «cooperazione reciproca e solidaria», ispirata dall’esempio di Fidel Castro, nel senso dell’integrazione latinoamericana, dell’amicizia tra i popoli, dell’eguaglianza sovrana, della non-ingerenza e della composizione pacifica dei conflitti. Anche qui traspare un tratto di continuità dell’esperienza bolivariana sino ai giorni nostri. Come ha dichiarato il 9 gennaio scorso Delcy Rodríguez, presidente incaricata, all’indomani del sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro, a seguito della criminale aggressione statunitense del 3 gennaio, “il Venezuela continuerà ad affrontare questa aggressione attraverso gli strumenti diplomatici, fedele ai principi della Diplomazia bolivariana di pace, come via maestra per difendere la nostra sovranità e preservare la pace, promuovendo un ampio programma di cooperazione bilaterale, basato sul rispetto del diritto internazionale, sul dialogo rispettoso e costruttivo, sulla sovranità degli Stati e sul dialogo tra i popoli”.  Riferimenti: Hugo Chávez, Il libro blu. Il manifesto del socialismo del XXI secolo, Red Star Press, Roma 2026.  Hugo Chávez en Porto Alegre en clausura del V Foro Social Mundial: https://youtu.be/I5uAejoNDU0  Al cumplirse trece años del “Golpe de Timón”: https://www.facebook.com/reel/25255563544048103    Gianmarco Pisa
March 6, 2026
Pressenza
Costruire la pace. Decostruire la guerra
Costruire la pace. Decostruire la guerra E’ ora disponibile per tutti on line e gratuitamente la Rassegna stampa del sito https://padreangelocavagna.wordpress.com . E’ centrata sui temi della pace e della nonviolenza. E’ un tentativo unico in Italia. E’ una selezione di notizie e documenti tratti da siti, newsletter, riviste, quotidiani, profili social. E’ già arrivata al numero diciannove, 3 marzo 2026 Notizie 744 – 804. La Rassegna è prodotta da un gruppo informale di ex obiettori del GAVCI di Bologna e Modena ed altre persone, in ricordo di p. Angelo Cavagna, sacerdote dehoniano, strenuo difensore della obiezione di coscienza, e si occupa dei temi oggetto del suo impegno pastorale, civico, culturale, di uomo, sacerdote, giornalista … contadino ed operaio. L’invio della Rassegna stampa è gratuito per tutti. Scrivi a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovate qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza