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L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’
Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai ‘pastori’ cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati in protesta contro il genocidio hanno presentato un bilancio delle proprie attività e il programma del 22 settembre prossimo a Roma. Dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio i ‘Preti contro il Genocidio’ marceranno in preghiera passando per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno a implorare la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi. Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso i referenti dell’aggregazione hanno presentato la dichiarazione ufficiale della rete ‘Preti contro il genocidio’ e l’appello Genocidio, non guerra che rivolgono a governanti e pastori della Chiesa. Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando: > Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono > ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una > struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo > una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità. > > Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in > cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: > arrivare a 4˙000 adesioni. > > Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero > cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la > Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo > il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa > cambiare. > > Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo > anniversario. > > In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato > l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie > degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è > fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della > violenza. > > Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per > far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte. > > Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in > processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele > durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. > Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un > numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di > diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo. > > E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose > con il loro nome. > > Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una > guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono > le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo > “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché > rende accettabile ciò che è inaccettabile. > > Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose. > > Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto > internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri > facoltativi. > > Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, > più profetica, più concreta. > > Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le > atrocità. > > Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i > sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della > Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la > fine di ogni genocidio e il disarmo. > > Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non > cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di > costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità. Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico.  Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare. La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato: > Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici > ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono > polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però > ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica > un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che la denunciano. Ovunque, > soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e conservatrici, i preti che > parlano del genocidio palestinese vengono tacciati di antisemitismo e > un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report > ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che si oppongono > al genocidio dei palestinesi. Sono intervenuti i giornalisti: * Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa; *  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV; * Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli; * Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici;  * Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”. Maddalena Brunasti
September 5, 2026
Pressenza
Il Sudario per Gaza ieri a Saronno
Centinaia di persone di ogni età hanno partecipato venerdì sera alla tappa del “Sudario per Gaza”, organizzata a Saronno dalla rete “Quattro passi di pace”. L’enorme lenzuolo lungo 25 metri e largo 8, realizzato dal collettivo Carnia per la pace, riporta i nomi di 18.457 bambini e bambine sotto i 17 anni uccisi dall’esercito israeliano tra il 7 ottobre 2023 e il maggio 2025. Malgrado lo striscione di apertura del corteo recitasse “Non dimenticare un solo nome”, Ivan del collettivo Carnia ha ammesso che “purtroppo centinaia di altri piccoli palestinesi sono stati massacrati in questi 15 mesi, prima e dopo il cosiddetto ‘cessate il fuoco’ del 10 ottobre, per non parlare delle migliaia ancora sepolte sotto le macerie. La loro memoria è compresa simbolicamente nello spazio bianco in fondo al sudario”. Dopo una danza collettiva di omaggio alle vittime, da piazza Libertà il grande lenzuolo funebre è stato portato a braccia da decine di persone lungo un tragitto che si è snodato nelle vie del centro, accompagnato dai rintocchi delle campane a morto e poi dalla musica di due suonatori di chitarra e cornamusa, facendo tappa in diverse piazze per fare infine ritorno al punto di partenza. Qui sul sagrato della chiesa si sono alternate voci istituzionali e della società civile. Khader Tamimi, presidente della comunità palestinese della Lombardia, ha sottolineato come il genocidio continui indisturbato a Gaza, dove oltre due milioni di donne, uomini e bambini sono costretti a vivere in un territorio di 150 chilometri quadrati (la Striscia è invasa per il 70% dall’esercito israeliano), e in Cisgiordania, dove è in atto una campagna di pulizia etnica paragonabile alla Nakba del 1948. Tutto ciò nel silenzio e nella complicità del mondo. Monsignor Giuseppe Marinoni, prevosto di Saronno, ha poi invitato tutti a pregare e a impegnarsi per la pace e la convivenza pacifica tra gli appartenenti a tutte le fedi, mentre l’assessora Francesca Rufini ha portato il saluto dell’amministrazione e la propria personale partecipazione a un evento di grande impatto emotivo e simbolico. Il percorso del Sudario per Gaza prosegue oggi a Domodossola e attraverserà tutta l’Italia fino in Puglia e in Sicilia (a Palermo il 3 ottobre, ndR) per risvegliare le coscienze e riportare l’attenzione generale sulle terribili condizioni di vita e sulle ingiustizie subite ogni giorno dal popolo palestinese sotto il giogo del sanguinario governo Netanyahu.  Claudia Cangemi
September 5, 2026
Pressenza
L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza
Cile: Il problema dei tecnocrati
Il Governo del Presidente Kast sembra aver fatto tutto ciò che dicono i manuali dell’ortodossia economica per rilanciare l’economia. Ha promosso una mega-riforma che riduce gradualmente l’imposta di prima fascia dal 27% al 23%, ha reintegrato il sistema tributario, ha eliminato le imposte sulla prima casa per gli over 65 e ha stabilito incentivi per le donazioni e il rimpatrio dei capitali. Tuttavia, qualcosa non sta funzionando. I cittadini non hanno fiducia né nel presente né nel futuro. La disoccupazione è arrivata al 9,5%, il livello più alto dal 2021. In sei dei primi sette mesi del 2026 l’IMACEC ha registrato variazioni interannuali negative e tra gennaio e luglio l’attività accumula un calo dello 0,4%. Le stime collocano già la crescita del Paese per quest’anno al di sotto dell’1%. Allora sorge una domanda scomoda: se il Governo sta facendo esattamente ciò che, secondo i suoi economisti, dovrebbe stimolare gli investimenti e l’occupazione, perché l’economia si indebolisce e aumenta la disoccupazione? Perché l’economia non funziona soltanto con imposte, tassi d’interesse, incentivi e fogli Excel. Funziona anche, e molto, con aspettative e fiducia. Keynes lo comprese quasi un secolo fa quando parlò degli animal spirits. Quando un imprenditore decide di investire non conosce il futuro. Può calcolare costi, tassi d’interesse, imposte e redditività attese, ma alla fine deve prendere una decisione su qualcosa che ancora non esiste. Investe quando confida che domani sarà migliore di oggi. È proprio questo il punto che sembrano dimenticare i tecnocrati: le aspettative sul futuro sono una variabile economica. E queste aspettative non si costruiscono soltanto dal Ministero delle Finanze. Si costruiscono osservando la politica, la capacità di governare, gli accordi che si raggiungono, la stabilità delle regole e la possibilità di prevedere ragionevolmente verso dove sta andando il Paese. Il governo del Presidente Kast ha approvato la riforma tributaria con uno o due voti di scarto e ha celebrato il risultato. Ma governare non consiste soltanto nel contare i voti. Consiste nel costruire maggioranze politiche e sociali capaci di proiettarsi nel tempo. La riforma costituzionale sulla sicurezza promossa dal Governo, che ha provocato il rifiuto dell’opposizione e dubbi all’interno dello stesso schieramento di governo, trasmette esattamente il segnale contrario: incertezza riguardo alle regole future e alla capacità di costruire accordi duraturi. E chi prende decisioni imprenditoriali osserva tutto questo. Soprattutto le piccole e medie imprese e gli imprenditori, dove si concentra una parte fondamentale dell’occupazione privata. Non basta convincere dieci grandi gruppi imprenditoriali. Bisogna fare in modo che migliaia di piccoli e medi imprenditori credano che nel prossimo futuro avranno clienti, regole ragionevolmente stabili e un Paese governabile. Nessun presidente può ordinare queste decisioni dalla Moneda. Ogni imprenditore deve rispondere a una domanda molto semplice: mi fido abbastanza di ciò che verrà da rischiare oggi i miei soldi? E oggi la risposta maggioritaria è no, anche tra molti che possono avere affinità ideologica con il Governo. Altrimenti è difficile spiegare perché, l’economia continui a indebolirsi e la disoccupazione ad aumentare. Uno dei punti di forza dei trent’anni della Concertación fu che il Cile offriva una ragionevole prevedibilità politica. Governo e opposizione erano profondamente in disaccordo, ma esistevano una visione dello Stato, la capacità di costruire accordi e la continuità istituzionale. Quel periodo non ebbe successo soltanto perché c’erano buoni economisti al Ministero delle Finanze o eccellenti tecnici nella Banca Centrale. Ci furono leadership politiche capaci di guidare, negoziare, cedere e coinvolgere il Paese attorno a obiettivi comuni. Generarono aspettative di stabilità e futuro. La stabilità generò fiducia; la fiducia, investimenti; e gli investimenti, crescita e occupazione. Ecco la differenza tra amministrare e governare. I tecnocrati possono progettare eccellenti strumenti economici, ma non possono sostituire la Politica. Si possono ridurre di quattro punti le imposte sulle società, offrire l’invariabilità tributaria e facilitare il rimpatrio dei capitali. Ma nessuna legge può obbligare un imprenditore a investire né un imprenditore ad assumere. Per investire bisogna credere nel futuro. E la fiducia nel futuro non si decreta né si inserisce come articolo in una riforma tributaria. Si costruisce facendo buona Politica. Marcelo Trivelli
September 5, 2026
Pressenza
Promuovere la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) nelle amministrazioni locali
Il “divario generazionale”, che rischia di ampliarsi sempre più, impone di adoperarsi per introdurre in maniera diffusa – e a tutti i livelli di governo – la Valutazione di Impatto Generazionale, che consente di stimare l’impatto generazionale ex ante ed ex post delle politiche pubbliche nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale. In maniera complementare: https://www.pressenza.com/it/2026/08/le-disuguaglianze-tra-generazioni-continuano-ad-ampliarsi/. La legge 167/2025 ha introdotto la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e un Osservatorio dedicato, innovando qualità e sostenibilità della normazione. Ogni atto normativo del Governo, a esclusione dei decreti legge, dovrà essere accompagnato da un’analisi degli effetti ambientali e sociali che ricadono sulle generazioni future. Una valutazione che si colloca all’interno dell’Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR), già prevista dalla legge 246/2005. La VIG, quindi, diventa obbligatoria quando un provvedimento produce effetti significativi di tipo ambientale o sociale, promuovendo di fatto l’equità intergenerazionale e obbligando a considerare gli effetti ambientali, sociali ed economici delle politiche pubbliche sulle giovani generazioni. Oltre alla VIG, la legge istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei ministri l’Osservatorio nazionale per l’impatto generazionale delle leggi, un organismo con funzioni di monitoraggio, analisi e proposta, che avrà il compito di verificare se le norme promuovono effettivamente l’equità tra generazioni, suggerendo strumenti per migliorare la qualità della produzione normativa. L’introduzione della VIG in una norma, tuttavia, non garantisce di per sé un cambiamento reale: senza una maggiore informazione, una larga partecipazione e una forte spinta civica, anche questa riforma (come è successo altre volte) corre il rischio di non produrre effetti significativi. Una spinta importante potrebbe arrivare dai territori, dalle autonomie regionali e locali. Di recente alcune amministrazioni locali hanno attivato iniziative che si ispirano alla stessa logica della VIG, puntando sulla prossimità, sulla conoscenza diretta dei bisogni del territorio e sulla capacità di intervenire in modo tempestivo e mirato sulle politiche pubbliche territoriali. Un interessante Paper di  ASviS e di Save the Children, che analizza le basi giuridiche della VIG, il quadro europeo e il caso italiano, offrendo dati, modelli e dieci raccomandazioni operative per attuare la riforma, realizzato nell’ambito del progetto Ecosistema Futuro, una partnership lanciata nel maggio 2025 che coinvolge oltre 70 soggetti con l’obiettivo di riportare i “futuri” al centro del dibattito pubblico (https://asvis.it/ecosistema-futuro/), passa in rassegna alcune “buone pratiche” territoriali. E’ il caso del Comune di Parma, designata Città europea dei Giovani 2027, che rappresenta la prima sperimentazione di VIG locale in Europa, e una delle più avanzate sul piano applicativo. Con la delibera di Giunta n. 156 dell’8 maggio 202349, la collaborazione con le e i giovani si è tradotta nella creazione di focus group dedicati alla marcatura delle misure del Documento Unico di Programmazione (DUP). Questo percorso ha consentito di individuare un set di indicatori per le successive valutazioni e la produzione di report utili alla definizione di un modello replicabile. Sulla stessa linea si colloca il Comune di Bologna che, con la delibera di Giunta n. 118 del 21 maggio 2024, ha approvato le “Linee guida per la programmazione e Valutazione dell’Impatto Generazionale (VIG) delle politiche pubbliche”, richiamando la definizione di sviluppo sostenibile del Rapporto Brundtland (1987) e i principi dell’Agenda 2030, sottolineando la necessità di politiche capaci di “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. A queste esperienze si affianca quella del Comune di Casalecchio di Reno, che si appresta a diventare il primo Comune italiano non capoluogo ad adottare formalmente la VIG, integrandola con processi di coprogettazione che coinvolgono le associazioni giovanili attive nella consulta locale. Infine, rilevante è anche quella dell’area metropolitana di Reggio Calabria, che ha formalmente adottato la VIG con delibera di Giunta di fine dicembre 2025 relativa al DUP 2026-2028. La successiva marcatura ha permesso già di orientare verso le giovani generazioni alcuni bandi a valere sulle risorse del PON Metro. La stessa Associazione dei Comuni, l’ANCI, è intervenuta con le “Linee Guida per la Valutazione di Impatto Generazionale dei Documenti Unici di Programmazione dei Comuni”, che propongono un modello articolato in quattro fasi principali: marcatura delle azioni; attribuzione degli indicatori generazionali; monitoraggio periodico; consultazione giovanile (https://www.osservatoriopolitichegiovanili.it/_files/ugd/176730_c3255148268c414cb16438f8466e75e6.pdf). Nel Paper vengono schematizzate 10 Raccomandazioni di carattere generale affinché la VIG non resti sulla carta: 1. Assumere la VIG come “infrastruttura cognitiva permanente” del processo normativo e di disegno delle politiche; 2. Utilizzare la VIG come leva per spostare le politiche da una logica difensiva a una generativa; 3. Rafforzare la partecipazione delle cittadine e dei cittadini, e in particolare delle e dei giovani, come componente strutturale della valutazione; 4. Garantire l’indipendenza tecnica degli organismi individuati quali responsabili della VIG e dotarli di adeguate e qualificate risorse umane e strumentali; 5. Rafforzare la capacità del Parlamento di utilizzare i risultati della VIG e valutare l’impatto intergenerazionale di emendamenti introdotti durante l’iter legislativo; 6. Assicurare la tempestività della VIG, specialmente nel caso di decreti legge; 7. Promuovere l’uso della VIG a livello locale e favorire lo scambio di buone pratiche tra i diversi livelli di governo; 8. Potenziare il sistema informativo nazionale e l’ecosistema dei dati su infanzia, adolescenza e transizioni generazionali;  9. Rafforzare la base metodologica della VIG attraverso la costruzione di modelli e indicatori integrati; 10. Considerare nella VIG l’effetto degli andamenti demografici di medio-lungo periodo. Qui il Paper “La valutazione d’impatto generazionale delle leggi: un cambio di paradigma per le politiche pubbliche”:  https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf.   Giovanni Caprio
September 5, 2026
Pressenza
Il golpe cyberpunk di Trump
Accelerazionismo. Marinetti. Tecnofeudalesimo. Asma Mhalla, brillante accademica, ci mette in guardia, con un piccolo capolavoro, per Einaudi, Resistere ai tempi oscuri. Il futuro è già arrivato. Suprematisti messianici a milioni sostengono l’apocalisse per vedere il messia. E Trump è solo il mago del kaos postwestfaliano. Istruito da un copione di 900 pagine, che non ha letto ma interpreta da clown, scritto dai veri strateghi di questa nuova era distopica postnormativa. Il re è un giullare malefico, che spinge sul militarismo tecnocratico. La peggiocrazia non lascia nulla al caso. Siamo troppo impegnati nella nostra bolla di sopravvivenza per capire. Per pensare non abbiamo tempo. Ognuno odia l’altro, ma il copione non lo hai scritto tu. Il delirio di onnipotenza dei nuovi tiranni crea e avvolge la nostra mente come la tela di un ragno diabolico. Siamo tutti polli di Renzo. Ci becchiamo mentre la mano innominata ci porta al macello. La speranza si nasconde nella consapevolezza che non sei tu a scrivere la tua storia. Siamo già anestetizzati dalla dopamina e guidati dalla rabbia.  Musk ci vede lottare a sangue nelle strade, ma non è una profezia. Sta già succedendo. Era progettato. Il golpe cyberpunk di Trump si basa sulla velocità e sulla violenza. Gli anticorpi sociali sono in movimento. “No King” gridiamo alle manifestazioni mentre i tiranni governano il mondo. Speriamo nel popolo americano. In un sussulto antifascista. Anche se Placido Rizzotto diceva che il nemico è dentro di noi. Sono le nostre paure. Gli inganni della mente. Ed anche oggi il nemico è dentro di noi, mentre lo abbiamo tra le mani: dispositivi di controllo e manipolazione così sofisticati, che ti suonano come un pjanoforte. E ti illudi di essere originale. La speranza cammina sulle nostre gambe, per la resistenza civile nonviolenta. E spegniamo la TV, il PC, gli smartphone. Prendiamoci una pausa per leggere un buon libro e amare di più. Ray Man
September 5, 2026
Pressenza
Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Guerra, sanzioni e vita quotidiana: l’Iran sotto una pressione crescente
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti hanno nuovamente intensificato gli attacchi contro l’Iran. Secondo le notizie diffuse, gli attacchi hanno colpito obiettivi militari, infrastrutture strategiche e aree residenziali, provocando la morte e il ferimento di numerosi civili e militari. Tra I militari uccisi vi sono anche giovani soldati di leva, presenti nelle caserme semplicemente per svolgere il servizio militare obbligatorio. Prima di essere soldati, erano figli, fratelli e membri di una famiglia. Per chi li ha persi, la loro morte non è soltanto una «perdita militare», ma la perdita di una persona cara Il sud dell’Iran: la guerra entra nella vita quotidiana Anche diverse aree del sud dell’Iran sono state colpite pesantemente negli ultimi giorni e, secondo quanto riportato, alcune infrastrutture hanno subito gravi danni. In seguito agli attacchi, la fornitura di acqua, elettricità e gas ha registrato interruzioni in alcune zone. Queste infrastrutture non sono semplicemente strutture tecniche: fanno parte della vita quotidiana delle persone. Quando vengono danneggiate, le conseguenze ricadono direttamente sulle famiglie, sugli ospedali e sulla vita di milioni di persone. Allo stesso tempo, la situazione economica iraniana, già fortemente segnata dalle sanzioni e dalle restrizioni economiche, è stata ulteriormente aggravata dalla guerra. Il calo del potere d’acquisto, l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e il forte rialzo del dollaro e dell’euro, arrivati a livelli senza precedenti, hanno reso la vita quotidiana ancora più difficile per molte famiglie. Dietro questi numeri ci sono persone reali: famiglie che faticano a comprare cibo e medicine, genitori preoccupati per I propri figli e persone che guardano al futuro con crescente incertezza. Quando una festa di matrimonio diventa teatro di guerra Uno dei rapporti più drammatici degli ultimi giorni riguarda un attacco aereo a Bandar Koushtak, nella contea di Sirik, nel sud dell’Iran, dove al momento dell’attacco era in corso una festa di matrimonio in un’abitazione. Secondo un rapporto della «Rete di documentazione dei diritti umani del Baluchistan», nella sera di martedì 10 Shahrivar 1405, un’antenna per le telecomunicazioni situata nelle vicinanze di un’abitazione è stata colpita durante un attacco aereo. Il rapporto riferisce che almeno due civili sono rimasti uccisi e più di 50 persone ferite, mentre alcune persone, tra cui donne presenti alla cerimonia, sarebbero rimaste intrappolate sotto le macerie. L’abitazione apparteneva ad Ali e Abbas Mollahi e ospitava numerosi cittadini riuniti per celebrare un matrimonio. Al di là di ogni differenza politica o militare, episodi come questo ricordano una realtà semplice e dolorosa: in guerra, sono spesso le persone comuni a pagare il prezzo più alto. Per una famiglia che perde una persona cara, qualunque sia la ragione dell’attacco, il risultato rimane lo stesso: una sedia vuota, una famiglia in lutto e una vita che non tornerà più come prima. I diritti umani non devono diventare vittime della guerra Difendere i diritti umani non significa difendere un governo o una delle parti coinvolte nel conflitto. Significa difendere il diritto alla vita e alla sicurezza delle persone. I civili nelle proprie abitazioni, le famiglie riunite per una festa e I giovani soldati di leva che stanno svolgendo il servizio militare non dovrebbero trasformarsi in numeri anonimi nei rapporti di guerra. Essere per la pace non significa ignorare le differenze politiche o le questioni di sicurezza. Significa riconoscere un principio fondamentale: la vita umana non dovrebbe mai diventare il prezzo da pagare per raggiungere obiettivi politici o militari. Oggi il popolo iraniano si trova ad affrontare contemporaneamente guerra, pressione economica e una crescente insicurezza fisica e psicologica. In una situazione simile, forse il bisogno più semplice è anche quello più importante: la sicurezza e la possibilità di continuare a vivere una vita normale. La comunità internazionale dovrebbe mettere al primo posto la protezione dei civili, il rispetto del diritto internazionale umanitario e ogni sforzo concreto volto a porre fine alla guerra. Perché una guerra può iniziare per decisione dei politici, ma troppo spesso sono le persone comuni a pagarne il prezzo con la propria vita, il proprio sostentamento e il proprio futuro.   Shayan Moradi
September 4, 2026
Pressenza
La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Coloni israeliani “escursionisti” nel mio villaggio della Cisgiordania.
IL PROSSIMO PASSO È IL VIOLENTO FURTO DI TERRE Gruppi organizzati ora vagano per Qira armati di fucili, rinominando i nostri luoghi sacri e mappando i nostri campi nell’ambito di un processo che si conclude con lo sradicamento dei palestinesi. Per decenni, la mia città natale di Qira è stata un santuario di tranquilla resistenza. Uno dei villaggi più piccoli della Cisgiordania occupata, situato nella governatorato di Salfit e nascosto a occhi avidi, è rimasto relativamente protetto dalle grandi confische di terre e dalle aggressive incursioni durante i lunghi anni di occupazione. Quella oscurità protettiva sta finendo. Nelle ultime settimane, gruppi organizzati di coloni israeliani armati hanno iniziato a fare regolari ed non autorizzate “escursioni esplorative” attraverso il nostro villaggio, passando davanti alle nostre case, ispezionando la nostra antica piscina romana e scendendo nella valle per esaminare i luoghi sacri locali, assegnando loro nomi ebraici e rivendicando collegamenti biblici. Ciò che potrebbe apparire a un osservatore esterno come innocue uscite ricreative è, di fatto, un precursore dell’espansione territoriale – una campagna di ricognizione che segnala che nessun spazio palestinese è al sicuro. Gli stessi coloni l’hanno dichiarato: “Ovunque calchi il piede l’escursionista”, ha affermato il fondatore di un gruppo escursionistico, “lì passerà il confine”. Non dobbiamo andare oltre il villaggio di Tell, vicino a Nablus, per vedere dove porta questa traiettoria. A luglio, quattro palestinesi sono stati uccisi lì dopo uno scontro innescato da una di queste “escursioni” armate di coloni, e i coloni impazziti hanno poi bruciato case nei villaggi vicini. In Cisgiordania, la ricognizione “civile” è l’avanguardia della violenza letale. Dalla tenda all’insediamento I coloni hanno avuto notevole successo nel radicarsi nella coscienza collettiva palestinese come minaccia costante, invadendo e prendendo sempre più ciò che appartiene ai palestinesi. La loro espansione non è più limitata ad aree aperte, terreni statali o spazi comuni. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro. La strategia segue un piano metodico: prima, i coloni arrivano per “esplorare” e fare ricognizione della terra, assegnando nomi ebraici ai siti palestinesi per fabbricare un diritto storico. Poi, montano una singola tenda, che presto diventa un caravan con strutture aggiuntive; seguono un recinto per animali e un camion che scarica un gregge. Gradualmente, questo posto temporaneo evolve in una casa permanente per una famiglia o un gruppo di giovani uomini, che lasciano pascolare il bestiame sui prati locali, cacciando fuori i greggi palestinesi e rivendicando la terra come propria. I fautori di questo modello di “insediamento pastorale” hanno dotato questi avamposti di veicoli fuoristrada, droni con telecamere, fucili automatici, occhiali per la visione notturna e tutto il supporto logistico necessario per sostenere la loro presenza. La loro portata si sta ora espandendo a un ritmo allarmante, con tour organizzati per familiarizzare con la geografia circostante: siti storici, luoghi sacri religiosi, cisterne d’acqua e sorgenti profonde nelle città, villaggi e comunità palestinesi. Una trappola narrativa La dimensione psicologica di queste incursioni è deliberata quanto la presenza fisica. I coloni registrano i loro tour e li trasmettono sui social media in video curati accompagnati da musica. Il più inquietante di tutti è il furto sonoro: i video presentano tradizionali melodie folcloristiche palestinesi, ritmi legati alla nostra campagna e ai nostri antenati, ri-registrate con testi ebraici che invocano temi religiosi. Sovrapponendo testi ebraici a melodie native palestinesi mentre camminano nei nostri campi, i coloni tentano una doppia cancellazione: etichettano antichi monumenti palestinesi con toponimi biblici mentre si appropriano dei paesaggi sonori della vita rurale palestinese. Queste incursioni creano anche una pericolosa trappola per i residenti. Non sorprende più, per un palestinese, aprire la finestra e vedere coloni vagare per le strade del villaggio, potenzialmente entrando nel suo cortile, ispezionando il suo negozio o prendendo le sue proprietà. Eppure, quando i palestinesi cercano di difendere le loro case o i loro beni, vengono immediatamente rappresentati dalle autorità e dai media israeliani come se avessero attaccato “escursionisti ebrei” per motivi nazionalistici. Questa narrativa invertita concede efficacemente ai coloni licenza di abusare o uccidere palestinesi sotto la copertura dell’autodifesa. Per un palestinese, il costo della resistenza è assoluto. Difendere la propria proprietà può significare essere uccisi sul colpo, vedere la casa familiare destinata alla demolizione punitiva e guardare l’intero villaggio soggetto a punizioni collettive e blocchi. Non ci sono ancora stati scontri o distruzione di proprietà a Qira, ma la quiete non porta sollievo: una ricognizione di questo tipo raramente rimane passiva a lungo. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro, trasformando il nostro santuario in una frontiera attiva. Nessuno può prevedere come, quando o dove questa tensione insopportabile esploderà. Rimanere con dignità Nonostante questo soffocamento incessante, il nostro legame con la nostra terra, la nostra storia e il nostro paese rimane incrollabile. Sumud, la nostra fermezza, è l’atto quotidiano di svegliarsi a Qira, curare i nostri ulivi e rifiutare di essere cancellati. Non vogliamo essere costretti a lasciare la nostra terra solo per diventare migranti indesiderati e senza documenti in Europa o negli Stati Uniti, dove politici come Donald Trump dipingono i rifugiati come minacce attraverso una lente razzista e li accusano di diluire la cultura occidentale. Non abbiamo alcun desiderio di partire, e non abbiamo altra casa. Ciò che vogliamo è rimanere con dignità sulla nostra terra. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha definito i coloni che attaccano le comunità palestinesi “terroristi”, ma insiste che siano una “molto piccola minoranza” di “non-coloni”, inquadrando la stragrande maggioranza come pacifici vicini. Eppure l’imprenditoria degli insediamenti stessa è un illegale e aggressivo takeover della nostra terra. Quando gruppi armati entrano nei nostri villaggi, espropriano la nostra acqua e smantellano le nostre comunità con il sostegno dello stato e la protezione militare, funzionano collettivamente come un apparato di terrore contro la vita civile. La pressione su di noi sta crescendo a un grado senza precedenti, soprattutto per una generazione più giovane che vede ogni percorso verso una vita normale bloccato. Per restare, abbiamo bisogno di un vero sostegno dalla comunità internazionale, e soprattutto di una pressione significativa sullo Stato occupante per fermare il terrorismo incontrollato dei coloni in tutta la Cisgiordania. Promettiamo che non lasceremo. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati in pace per vivere, costruire e fiorire nella nostra patria. Traduzione di Nazarena Lanza Fareed Taamallah 2 September 2026 Organised groups now roam through Qira armed with rifles, renaming our shrines and surveying our fields as part of a process that ends in Palestinian dispossession   For decades, my hometown of Qira was a sanctuary of quiet endurance. One of the smallest villages in the occupied West Bank, nestled in the Salfit governorate and tucked away from covetous eyes, it remained relatively shielded from major land confiscations and aggressive incursions throughout the long years of occupation. That protective obscurity is ending. In recent weeks, organised groups of armed Israeli settlers have begun making regular, unauthorised “exploratory hikes” through our village, wandering past our homes, inspecting our ancient Roman water pool and descending into the valley to survey local shrines, assigning them Hebrew names and claiming biblical connections. What may appear to an outside observer as harmless recreational outings is, in fact, a precursor to territorial expansion – a scouting campaign signalling that no Palestinian space is safe. The settlers themselves have said as much: “Wherever the hiker’s foot treads,” the founder of one hiking group has declared, “there the border will pass.” We need look no further than the village of Tell, near Nablus, to see where this trajectory leads. In July, four Palestinians were killed there after a confrontation sparked by one such armed settler “hike”, and rampaging settlers then burned homes in nearby villages. In the West Bank, “civilian” scouting is the vanguard of lethal violence. From tent to settlement Settlers have succeeded remarkably in embedding themselves in the collective Palestinian consciousness as a constant threat, encroaching upon and seizing ever more of what Palestinians own. Their expansion is no longer limited to open areas, state lands or communal grounds. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours The strategy follows a methodical blueprint: first, settlers arrive to “explore” and scout the land, assigning Hebrew names to Palestinian sites to manufacture historical entitlement. Next, they pitch a single tent, which soon becomes a caravan with additional structures; then come an animal pen and a truck unloading a herd. Gradually, this temporary post evolves into a permanent home for a family or a group of young men, who unleash their livestock to overrun local pastures, driving out Palestinian herds and claiming the land as their own. The architects of this “pastoral settlement” model have equipped these outposts with four-wheel-drive vehicles, camera drones, automatic rifles, night-vision goggles and all the logistical support needed to sustain their presence. Their reach is now expanding at an alarming pace, with organised tours to familiarise themselves with the surrounding geography: historic sites, religious shrines, water cisterns and springs deep within Palestinian cities, villages and communities. A narrative trap The psychological dimension of these incursions is as deliberate as the physical presence. Settlers record their tours and broadcast them across social media in polished videos set to music. Most unsettling of all is the sonic theft: the videos feature traditional Palestinian folk melodies, rhythms tied to our countryside and our ancestors, re-recorded with Hebrew lyrics invoking religious themes. By superimposing Hebrew lyrics on native Palestinian melodies while walking through our fields, the settlers attempt a double erasure, relabelling ancient Palestinian landmarks with biblical toponymy while appropriating the very soundscapes of rural Palestinian life. These incursions also set a dangerous trap for residents. It is no longer surprising for a Palestinian to open their window and see settlers wandering through the village streets, potentially entering their courtyard, inspecting their shop or taking their property. Yet when Palestinians attempt to defend themselves, their homes or their belongings, they are immediately portrayed by Israeli authorities and media as having attacked “Jewish hikers” out of nationalist motives. This inverted narrative effectively grants settlers licence to abuse or kill Palestinians under the guise of self-defence. For the Palestinian, the cost of resistance is absolute. Defending one’s property can mean being killed on the spot, seeing one’s family home slated for punitive demolition and watching the entire village subjected to collective punishment and lockdown. There have been no clashes or property destruction in Qira yet, but the quiet brings no relief: surveying of this kind rarely stays passive for long. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours, transforming our sanctuary into an active frontier. No one can predict how, when or where this unbearable tension will erupt. Remaining with dignity Despite this relentless strangulation, our attachment to our land, our history and our country remains unwavering. Sumud, our steadfastness, is the daily act of waking up in Qira, tending our olive trees and refusing to be erased. We do not want to be forced off our land only to become unwanted, undocumented migrants in Europe or the US, where politicians like Donald Trump paint refugees as threats through a racist lens and accuse them of diluting western culture. We have no desire to leave, and we have no other home. What we want is to remain with dignity on our own soil. US Ambassador to Israel Mike Huckabee has called the settlers attacking Palestinian communities “terrorists”, but insists they are a “very small minority” of “unsettlers”, framing the overwhelming majority as peaceful neighbours. Yet the settlement enterprise itself is an unlawful, aggressive takeover of our land. When armed groups enter our villages, expropriate our water and dismantle our communities with state backing and military protection, they function collectively as an apparatus of terror against civilian life. The pressure on us is mounting to an unprecedented degree, especially for a younger generation who sees every path to a normal life blocked. To stay, we need genuine support from the international community, and above all meaningful pressure on the occupying state to halt unchecked settler terrorism across the West Bank. We promise that we will not leave. All we ask is to be left in peace to live, build and flourish in our homeland. Fareed Taamallah
September 4, 2026
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