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Presidio a Firenze per i morti di Amendolara : le Foto
Questo pomeriggio davanti alla Prefettura di Firenze, cosi come  incontemporanea in varie piazze nazionali , convocato dalla CGIL , si è tenuto un folto presidio composto da molti fiorentini e  partecipato da altrettanti giovani lavoratori provenienti dal  continente indiano per denunciare il regime di violenza  e sfruttamnto che ha portato alla morte ad Amendolara nella provincia di Cosenza  quattro  giovani lavoratori estracomunitari. Amin Fazal ,Ullah Ismat, Safi  tutti afghani e Waseem pakistano, braccianti agricoli, sono stati barbaramente bruciati vivi all’interno di un furgone  da caporali loro conterranei. Una tragedia scaturita all’interno dei rapporti di oppressione  ricatto e vessazione che sono costretti a subire i moltissimi braccianti stranieri costretti ad un lavoro senza alternative al limite della schiavitù, nelle campagne del sud ma non solo. Per coloro che partiti con la speranza e un sogno  di una vita migliore  trovano invece qui  unicamente feroce sfruttamento, è stata richiesta una vita e un lavoro dignitosa che deve essere garantita dalla istituzioni.  Davanti a targedie come questa  che vanno ripetendosi , sembra che non ci siano risposte se non vuoti impegni ad un maggiore controllo del territorio. foto di Cesare Dagliana lavoratori extracomunitari per la tragedidi di Amendolara Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Presidio fi morti Amendolara cgil Redazione Toscana
June 6, 2026
Pressenza
Perù: due programmi economici, lo stesso vuoto
Dopo la chiusura della campagna elettorale dei due candidati alla presidenza della Repubblica del Perù, Keiko Fujimori e Roberto Sánchez, è indispensabile esaminare i programmi di governo per poter votare con cognizione di causa. A questo proposito, la ricercatrice principale dell’Istituto di Studi Peruviani (IEP), Roxana Barrantes, presenta un’interessante analisi di uno dei settori fondamentali per il futuro governo, che avrà un’influenza diretta sui cittadini: l’economia. CIÒ CHE NÉ FUJIMORI NÉ SÁNCHEZ DICONO AL PERÙ SULLA SUA STABILITÀ ECONOMICA C’è una domanda a cui nessuno dei due programmi di governo nel ballottaggio peruviano risponde con onestà: da dove arriveranno i soldi? Fuerza Popular promette di portare la spesa sanitaria al 7% del PIL e quella per l’istruzione al 6%, creare diverse nuove istituzioni e formalizzare un milione di MYPES. Da parte sua, Juntos por el Perú promette di estendere il programma Juntos a un milione di madri urbane, aumentare il salario minimo vitale a 1.500 soles, riattivare il Fondo di stabilizzazione dei combustibili e raddoppiare gli investimenti rurali. Sono promesse che, sommate, rappresentano un enorme onere fiscale. E nessuno dei due ha chiaro come finanziarle. Questo, in un paese che nel 2024 ha violato per il secondo anno consecutivo le proprie regole fiscali — con un deficit del 3,5% del PIL, al di sopra del limite consentito — non è un dettaglio da poco. È l’eredità più pesante che riceverà chi vincerà il 7 giugno, ed entrambi i programmi la trattano con una leggerezza che dovrebbe allarmare. La tentazione, in dibattiti come quello di questa settimana, è quella di classificare i piani in base a chi offre maggiore stabilità per gli investimenti privati. Si tratta di una domanda valida, ma incompleta. Gli investimenti privati non avvengono in una camera a tenuta stagna: necessitano di equilibrio dei poteri, di un potere giudiziario che funzioni, dello Stato di diritto. Senza quel contesto istituzionale, il tipo di investimento che si attira non è quello che trasforma un’economia: è un investimento rentista, che sottrae e non costruisce. E su questo, i due programmi presentano gravi problemi. Nel caso di Fuerza Popular, il problema più evidente non sta in ciò che dice il programma, ma in chi lo sostiene. Il Congresso che accompagnerebbe quel governo è lo stesso che, secondo i dati del piano rivale, ha promosso più di mille progetti di legge con un costo fiscale stimato in 27 miliardi di soles all’anno in esenzioni a grandi interessi economici. La pressione fiscale è scesa dal 17,5% al 14,6% del PIL in meno di quattro anni. Ogni punto perso equivale a oltre dieci miliardi di soles in meno per scuole, centri sanitari e strade. Di fronte a questo storico, la promessa di una riforma fiscale che semplifichi e formalizzi suona come una volontà senza contrappeso. Nel caso di Juntos por el Perú, il rischio più grave è l’incertezza giuridica. Il loro programma parla di rivedere il sistema delle concessioni minerarie, dare priorità alle future concessioni alle imprese che accettino condizioni di trasferimento tecnologico, costituire un fondo sovrano con i proventi minerari e decretare una moratoria in Amazzonia. Sono proposte che, prese nel loro insieme, incidono sulla sicurezza giuridica dei contratti in vigore e possono innescare arbitrati internazionali. Il Perù ha un vantaggio comparativo nel settore minerario — non è ideologia, è geografia — e la sfida non è negare tale vantaggio, ma sfruttarlo per finanziare il capitale umano e le infrastrutture che attivino una dinamica economica più diversificata. Dire che non esporteremo più rocce è uno slogan, non una politica. L’industrializzazione proposta da JP è strutturalmente corretta come orizzonte a lungo termine. Il problema è che costruire raffinerie, parchi industriali e catene del valore metallurgiche richiede decenni di investimenti sostenuti e una certezza giuridica che lo stesso programma mette a rischio con le sue altre proposte. Non c’è contraddizione più costosa di questa. Un tema che merita particolare attenzione è la proposta di Fuerza Popular di cambiare la governance della SUNAT attraverso un consiglio di amministrazione. Chi ricorda gli episodi del RUC sensibile alla fine degli anni ’90 sa che qualsiasi modifica istituzionale nell’amministrazione fiscale che non preveda protezioni esplicite contro l’ingerenza politica può trasformarsi in uno strumento di pressione sui contribuenti. La SUNAT ha bisogno di una riforma, sì, ma di una riforma che rafforzi la sua autonomia tecnica, non che la esponga a nuove influenze. Alla fine, la domanda che rimane aperta dopo aver letto entrambi i programmi non è quale dei due sia più filo-mercato o più filo-Stato. È una domanda più scomoda: quale dei due ha più probabilità di governare con sufficiente coerenza istituzionale affinché le sue promesse — qualunque esse siano — si trasformino in politiche reali e non in chiacchiere? Nessuno dei due programmi risponde a questa domanda. E in un paese che da anni governa in modalità di crisi, questa omissione è, forse, il rischio maggiore di tutti. Vedi l’articolo originale su Jugo.pe. Redacción Perú
June 6, 2026
Pressenza
Ucraina: cessiamo il fuoco!
Non provo alcuna simpatia per il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kjy, anzi…, ma, come si dice, “anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta” e quindi, nessuno se ne abbia a male, dico in tutta onestà che sono d’accordo con quanto scrive nella sua lettera a Putin, poichè ritengo seria e motivata la sua proposta di Pace e penso che sprecare questa occasione significherebbe condannare a morte decine di migliaia di giovani Ucraini e Russi per poi arrivare tra qualche mese, nella migliore delle ipotesi, o tra qualche anno di guerra alle stesse conclusioni che sono oggi proposte. Intendiamoci, io considero il Presidente Zelens’kjy uno dei signori della guerra, al pari di Putin, ovviamente, ma anche di Biden, di Ursula von der Leyen, di Boris Johnson, di Jens Stoltenberg, di Mark Rutte, di Olaf Scholz, di Friedrich Merz, di Emmanuel Macron, di Mario Draghi, di Giorgia Meloni e compagnia bella. La guerra in Ucraina non è iniziata peraltro nel 2022 ma nel 2014 come guerra civile per il controllo  del Donbass. Una guerra in cui l’Occidente appoggiava l’Ucraina e suoi governi mentre la Federazione Russa sosteneva le autoproclamate repubbliche popolari di Doneck e Lugansk (ora, peraltro, annesse a tutti gli effetti alla Federazione Russa, insieme alla Crimea ovvero a circa il 20% del territorio Ucraino). Il conflitto attuale, che gli Ucraini indicano come “guerra su vasta scala” e che Putin si ostina a chiamare “operazione militare speciale di denazificazione”, è iniziato il 24 febbraio del 2022 ed è la prosecuzione della guerra in Donbass, un tumore maligno che in Europa nessuno ha saputo nè voluto seriamente eradicare. Perchè ritengo che la lettera che il presidente Zelens’kjy ha inviato al suo collega Putin e che contiene una proposta di Pace sia da prendere sul serio? Zelens’kjy venne eletto al ballottaggio contro l’oligarca ed ex presidente Petro Porosenko che sosteneva e aveva praticato politiche ultranazionaliste, promuovendo la lingua Ucraina come unica lingua dello stato e mettendo di conseguenza al bando il Russo, che è la lingua madre di almeno il 30% della popolazione, sempre Porosenko aveva voluto riabilitare, quando non addirittura proclamare come eroi della patria, tutti i combattenti che si erano opposti, durante la Seconda Guerra Mondiale, all’Armata Rossa, combattendo di conseguenza, spesso e volentieri, al fianco dei nazisti tedeschi e rendendosi inoltre autori di efferate stragi contro Ebrei, Zingari e Polacchi che abitavano nei territori sotto il loro controllo. Zelens’kjy, durante la campagna elettorale, a parole, sosteneva invece il pieno rispetto della lingua e cultura Russa, dichiarando di essere lui stesso di madre lingua Russa e tenendo nelle regioni orientali comizi in Russo. Promise di operare per la Pace con la Russia, nel rispetto degli accordi di Minsk, e la lotta alla corruzione. Chi lo ha votato lo ha fatto dunque per questi motivi, che poi lui sia stato fedele a questi impegni presi con il popolo è tutt’altro paio di maniche. Il presidente Zelens’kjy sa che la sua popolarità ha avuto un tracollo per tre ragioni di fondo: le indagini contro la corruzione, che sono arrivate a lambirlo; la discriminazione verso i Russi di Ucraina, che hanno risentito pesantemente della russofobia che ha continuato a demonizzarne la loro Storia e la loro Cultura (si pensi ad esempio alla rimozione della statua della Zarina Caterina la Grande da una piazza di Odessa, città che ne deve l’esistenza)  e la guerra, che ha voluto prolungare respingendo le iniziali proposte russe di Pace, sperando che l’aiuto della Nato l’Ucraina avrebbe ottenuto la vittoria militare e quindi la riconquista dei territori persi nel 2014. Un vasto e spontaneo movimento di base, formato soprattutto di giovani autoconvocatisi attraverso i social media, nel luglio del 2025 è sceso in piazza, cosa assai inconsueta per un Paese in guerra, per protestare contro la legge che voleva mettere sotto il controllo del governo i due principali enti anticorruzione, un movimento che si è quindi schierato contro il Parlamento, il Governo e il Presidente, che furono quindi costretti ad abrogare in tutta fretta la legge in questione. Inoltre ormai la gente comune è stanca della guerra e vorrebbe il cessate il fuoco e trattative per una Pace giusta. Anche in questo secondo caso monta la protesta con le grandi mobilitazioni contro un’altra legge approvata dal Parlamento allo scopo di decretare come morti in guerra gli oltre 90 000 dispersi. I manifestanti, con cui ho parlato nei pressi di Majdan Nezaleznosti (Piazza dell’Indipendeza a Kiev), sono i famigliari dei soldati. Sarebbe più giusto dire le manifestanti poichè al 90% sono donne ossia le madri, le mogli, le sorelle e le fidanzate riunitesi dal basso contro la legge che, senza prove in mano, vuole cancellare la loro speranza di poter un  giorno riabbracciare vivi i loro cari. Queste donne coraggiose chiedono un cessate il fuoco permenenete, lo scambio dei prigionieri o delle loro salme. Voglio insomma la verità su ciò che è succcesso ai loro cari, li rivogliono indietro  vivi, ma se davvero sono morti pretendono un corpo a cui dare degna sepoltura. Si tratta anche in questo caso di un movimento che assume sempre di più connotazioni politiche di critica nei confronti del Presidente, del Governo e del Parlamento. Zelens’kjy si muove attualmente in due direzioni opposte: da un lato continua a lisciare il pelo delle forze più estremiste, neo fasciste e neonaziste riabilitando i loro eroi, a partire dal nazionalista suprematista Stepan Bandera, e dall’altro è costretto a fare credibili proposte di Pace sapendo che ne uscirebbe bene sia se fossero accolte, permettendogli di avere così un ruolo nel processo di Pace, sia se venissero respinte da Mosca, rendendo così giustificabile agli occhi della popolazione la guerra, vista come unica alternativa alla capitolazione. Zelens’kjy ha ragione quando chiede un immediato cessate il fuoco, da proseguire per tutto il tempo necessario alle trattative di pace, allo stesso tempo appare eccessiva la richiesta perentoria di Mosca di assumere il controllo dell’intero Donbass e cioè di quei territori che gli Ucraini hanno strenuamente difeso fino ad oggi, come precondizione ad ogni trattattiva. Non me ne vogliate ma in questo momento è Putin a frenare una ipotesi realistica di Pace, ossia il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte, d’altro canto vi sono  diverse potenze Europee come la Germania e il Regno Unito, insieme a Polonia e ai Paesi Baltici che continuano a gettar benzina sul fuoco. Nel frattempo il movimento contro la guerra in Europa e nel mondo, che ha dato origine ad imponenti manifestazioni contro il genocidio in Palestina e che si è mobilitato (a dire il vero in misura assai minore) contro l’aggressione Usa al Venezuela, contro la guerra di Israele e Stati Uniti d’America contro l’Iran ed il Libano, e al tempo stesso a sostegno delle Flottille di Mare, la Freedom e la Sumud, così come alla Carovana di aiuti via Terra, bloccata dai Libici e a ora a difesa di Cuba indipendente e socialista, sulla questione Ucraina dorme sonni profondi, malgrado noi Europei ed Italiani questa guerra la alimentiamo fornendo importanti e costosissimi aiuti militari. Ci sono persone che per mobilitarsi contro una guerra vogliono sapere chi sono i buoni ed i cattivi, ma spesso non esiste una parte buona in una guerra, basti pensare alla Prima Guerra Mondiale, ad esempio. E’ tempo quindi di scendere in piazza anche contro la guerrra in Ucraina, contro chi l’ha provocata, contro chi ha violato con una aggressione il Diritto Internazionale, contro chi l’ha alimentata e contro chi di volta in volta ha sabotato le trattative di Pace. Il movimento per la Pace è l’unico soggetto che può imporre, attraverso i propri governi, alle parti in conflitto un immediato cessate il fuoco, anzi meglio sarebbe dire “cessiamo” il fuoco poichè il nostro governo e l’Unione Europea nel suo complesso, con poche coraggiose eccezioni, sono tra quelli che questo focolaio di guerra, questa orribile ed inutile carneficina (che tuttavia è fonte di incalcolabili guadagni per una ristretta minoranza di oligarchi, capitalisti e di politici corrotti) continuano ad alimentare scherzando con il fuoco, rendendo questa guerra ogni giorno più pericolosa per tutti. Mauro Carlo Zanella
June 6, 2026
Pressenza
La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica”
Mercoledì 3 giugno la Camera dei deputati USA ha deliberato che le truppe attualmente impegnate in Medio Oriente nella guerra all’Iran devono essere immediatamente ritirate dal fronte e sollecitato il presidente della nazione ad attenersi alla Costituzione e alla War Powers Resolution del 1976, ovvero ad astenersi da ogni attività bellica che non sia stata prima autorizzata dal Congresso federale. Nel post pubblicato il 4 giugno su Truth.com Trump ha reagito definendo tale delibera “insignificante”, perché la considera un patetico tentativo di mettergli i bastoni tra le ruote (“limitare i miei poteri di guerra”) mentre il conflitto in Iran si sta concludendo proprio per merito suo (“le mie negoziazioni”) e, specificando che è stata approvata da “4 repubblicani corrotti e tutti i democratici”, commentando: > Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica? > > I democratici sono affetti dalla sindrome anti-Trump. Piuttosto che ammettere > un’altra, dopo le tante altre, mie vittorie, preferirebbero che il nostro > Paese fallisse. > > Tutt’altra storia invece è quella dei quattro repubblicani. Sono dei buffoni! > E dovrebbero vergognarsi di se stessi. > > MAGA!!! In effetti la mozione era stata proposta molto tempo fa, ma la votazione è stata rimandata più volte e, come evidenzia Associated Press (AP), “È la quarta volta che la Camera tenta di frenare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran … man mano che cresceva il malcontento politico, ogni volta che i democratici hanno presentato la mozione sui poteri di guerra il numero di voti a favore è aumentato”, incrementando di poco però abbastanza. L’approvazione infatti è stata raggiunta con l’assenso di 215 deputati, pochi più dei 208 contrari, però sufficienti a sbilanciare gli equilibri. Politico specifica che i quattro deputati repubblicani che Trump accusa di averlo tradito sono Tom Barrett del Michigan, Warren Davidson dell’Ohio, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania e Thomas Massie del Kentucky (in foto), che aveva già accusato il leader del proprio partito di aver omesso di pubblicare la documentazione sul caso Epstein e contrario all’operazione “furia epica” contro l’Iran fin dall’inizio dell’offensiva. E, siccome al voto della Camera dei deputati seguirà quello del Senato, in questa fase rileva anche il fatto, nel frangente evidenziato da AP, che “Il Senato ha approvato una propria risoluzione sui poteri di guerra il mese scorso, quando alcuni senatori repubblicani si sono dissociati dal presidente repubblicano”. L’iter però potrebbe venire bloccato da Trump, che – come riferisce ADN Kronos – “ha ripetutamente manifestato l’intenzione di contrastare qualsiasi tentativo del Congresso di limitare i suoi poteri di guerra” e, come presidente degli Stati Uniti, “potrebbe porre il veto” all’attuazione del provvedimento e così non procedere al ritiro delle truppe dal Medio Oriente. «Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico – osserva un collaboratore di Limes, Lorenzo Noto, nell’intervista pubblicata da Affaritaliani – Sul piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro mesi di guerra». “Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non voler riprendere una guerra su vasta scala contro l’Iran a meno che Teheran non provochi nuove vittime tra i militari statunitensi schierati nella regione – riferisce Vatican News – Formalmente la Casa Bianca continua a considerare valida la tregua entrata in vigore ad aprile, nonostante gli scontri e gli attacchi registrati nelle ultime settimane. Sul fronte dei rapporti con Israele, il presidente americano ha inoltre cercato di ridimensionare le recenti tensioni con il premier, Benjamin Netanyahu, definendolo «un grande partner». Trump ha rivendicato il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti nelle operazioni militari contro l’Iran, sostenendo che Israele «non avrebbe potuto farcela senza di noi»”. «Sul piano militare – spiega Lorenzo Noto – il quadro è l’opposto di un negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi dall’inizio della tregua. È plausibile un memorandum interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. Il rischio principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più preoccupante. Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le dinamiche regionali». «La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso – precisa Lorenzo Noto – Il voto rappresenta quindi il primo tentativo istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire: secondo funzionari statunitensi, il presidente non intende riprendere una guerra su vasta scala a meno che Teheran non provochi vittime americane. Il voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più difficile invertirla. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine». Oltre che la guerra in Iran, sulle consultazioni autunnali incombono molte altre questioni, in particolare quella sulla legittimità dell’operato dell’ICE. E proprio oggi il quotidiano della capitale, la cui redazione ha sede in Capitol street di Washington DC, The Hill, informa che, confermando la sentenza del giudice John McConnell del tribunale distrettuale degli Stati Uniti nel Rhode Island, che aveva sancito che “lo stato di diritto deve applicarsi a tutti in modo equo e, come dimostra questo caso, l’USCIS non ha né ‘rispettato la legge’ né ‘agito correttamente’. Anzi, l’agenzia ha violato le stesse leggi sull’immigrazione che il Congresso le ha affidato il compito di amministrare” e ammonito l’amministrazione Trump per “aver intrapreso azioni volte a sconvolgere la vita di coloro che sono immigrati legalmente negli Stati Uniti”, un giudice federale “ha annullato una serie di provvedimenti emanati da Trump” e così imposto di “riesaminare le domande di cittadini provenienti da quasi 40 paesi”. Perciò per convincere gli americani che la sua furia epica si sta concludendo a buon fine grazie alle trattative da lui stesso condotte, un trionfo che lui vorrebbe celebrare in una data emblematica – il prossimo 4 luglio, 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America – il leader scaglia la sua ‘ira funesta’ contro i nemici della sua MAGA-patria: democratici e contestatori che lo avversano, repubblicani che lo smentiscono… e star che disertano il palcoscenico della festa per la sua gloriosa vittoria . > Mercoledì 24 giugno, alle 19:00, nella magnifica Washington, DC, ora > completamente rinnovata e una delle città più sicure al mondo, e per celebrare > i 250 anni di storia del nostro Paese, vi offriremo, DAL VIVO, il più grande > raduno di SEMPRE! Sarà speciale sotto ogni punto di vista: un raduno che porrà > fine a tutti i raduni! Non vogliamo cantanti senza talento, ma ben pagati per > farvi addormentare, abbiamo detto a tutti di restare a casa. Tutto ciò che > vogliamo siamo voi, io, alcuni oratori e la musica più bella mai suonata, la > stessa musica che avete ascoltato per anni! Avremo il favoloso Lee Greenwood > che mi introdurrà con quello che si è rivelato uno dei più grandi successi di > tutti i tempi, GOD BLESS THE USA, e lo straordinario Christopher Macchio, che > canterà Nessun Dorma, Hallelujah, Ave Maria, God Bless America e altri brani: > dai tempi del leggendario Luciano Pavarotti non si sentiva una voce simile! Il > raduno vedrà anche la partecipazione della meravigliosa banda dell’esercito > americano “Pershing’s Own” e del coro delle forze armate, nonché della banda > dei Marine degli Stati Uniti “The President’s Own”, con il coro congiunto > delle forze armate, tutti i vostri successi preferiti, PIÙ un distinto e > stimatissimo gentiluomo noto come il Presidente DONALD J. TRUMP! – Donald J. > Trump (@realDonaldTrump – Truth.com) / 4 giugno 2026 Maddalena Brunasti
June 5, 2026
Pressenza
Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza
Perché la patrimoniale non dovrebbe essere un tabù
Imposta patrimoniale: due parole che, quando vengono pronunciate pubblicamente, sollevano sempre un grande polverone tra molti esponenti della politica e non soltanto della compagine governativa. Eppure, persino un liberale come Luigi Einaudi era favorevole ad un’imposta patrimoniale, a condizione che fosse straordinaria. In realtà un’imposta patrimoniale straordinaria è sempre un’implicita ammissione di colpe. Significa che mancano risorse per un eccesso di spesa pubblica, oppure le imposte ordinarie sono insufficienti rispetto alle necessità collettive, oppure il sistema fiscale ha ingiustamente tartassato i ceti meno abbienti, oppure ci sono contribuenti che hanno eluso o evaso la tassazione ordinaria, oppure un mix di queste cause. Inoltre, è proprio la straordinarietà dell’imposta patrimoniale a lasciare perplessi. Se si tratta di un evento straordinario non è chiaro perché debba avvenire adesso (anziché ieri o domani). L’estemporaneità tradisce in ogni caso un sistema tributario incerto, inefficiente e ingiusto. In Italia esistono già alcune imposte patrimoniali ordinarie. Secondo l’Ufficio Studi della CGIA le entrate complessive derivanti dalle imposte sul patrimonio nel 2024 ammontavano a circa 51,2 miliardi di euro annui. In dettaglio il gettito fiscale sui patrimoni era composto soprattutto da: 23 miliardi di euro dagli immobili (IMU), 8,9 miliardi da depositi e titoli, 7,5 miliardi dagli autoveicoli, 6 miliardi dalle compravendite immobiliari, 1,9 miliardi dal canone RAI. Se si volesse ampliare l’imposizione patrimoniale, sarebbe più logico che questa operazione avesse una caratteristica periodica e stabile (e non una tantum), per evitare di ritrovarsi con lo stesso problema negli anni successivi. Questa impostazione sarebbe anche più conforme al dettato costituzionale, che stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53). E sicuramente il patrimonio è un elemento fondamentale della capacità contributiva, spesso erroneamente confusa con il reddito o con il livello di consumi. Pertanto sarebbe più equo che ogni anno tutti i contribuenti presentassero una dichiarazione contributiva (e non soltanto dei redditi), nella quale venissero tenuti in conto anche i patrimoni (non soltanto immobiliari, ma anche mobiliari). In realtà questo già avviene per chi presenta l’ISEE, ma si tratta di un documento facoltativo, predisposto con lo scopo di chiedere sconti per alcuni servizi pubblici (per esempio le tasse universitarie o le rette dell’asilo nido). Se invece si rendesse obbligatoria per tutti una dichiarazione annuale che contenesse tutti i dati economici di ogni cittadino, si avrebbe un quadro più equilibrato e corretto della effettiva capacità contributiva. La Banca d’Italia segnala che al 31 dicembre 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.338 miliardi di euro. Pertanto, se mettiamo a confronto i dati della ricchezza dei cittadini italiani con il totale delle imposte patrimoniali, rileviamo che in Italia il patrimonio viene attualmente tassato con una aliquota media annuale dello 0,45%. Anche a parità di gettito fiscale, il peso delle imposte patrimoniali potrebbe essere aumentato per poter diminuire le tasse sui redditi e sui consumi. Una simile scelta andrebbe nella direzione di far pagare un po’ di più anche agli evasori, che magari sono riusciti a nascondere alcuni redditi, ma che più difficilmente possono nascondere i patrimoni. Non sarebbe una rivoluzione e nemmeno una vera equità fiscale, ma una decisione di buon senso: ottenere qualche risorsa in più dai pochi che hanno molto, per poter chiedere un po’ meno ai tanti che hanno poco. A maggior ragione se venissero utilizzati forti “criteri di progressività”, applicando di fatto l’imposta soprattutto sui grandi patrimoni. La proposta secondo logica dovrebbe ottenere la stragrande maggioranza dei consensi. Forse proprio per questa ragione vengono sollevati polveroni: evidentemente servono per non far comprendere come dovrebbe funzionare il sistema tributario seguendo i principi costituzionali. Rocco Artifoni
June 5, 2026
Pressenza
Un’alternativa al caporalato c’è ed è già sperimentata
Quattro lavoratori, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, sono stati bruciati vivi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, perché si sono ribellati ai loro caporali. Il nostro Paese continua a faticare nella gestione della migrazione, non considerata come una vera opportunità socio-economica e da tempo il fallimento dei decreti flussi e l’inefficacia dell’anacronistico sistema dei “click day” sono sotto gli occhi di tutti. Linda Pezzano su Melting Pot Europa ha messo a confronto alcune realtà europee, cinque modelli europei contro il caos italiano del decreto flussi, evidenziando tutti i gravi limiti del nostro sistema. Come ha lucidamente sottolineato il VI Rapporto sullo sfruttamento lavorativo e il caporalato, curato dal Laboratorio “L’Altro Diritto”, dalla Fondazione Placido Rizzotto e dalla Flai Cgil, per spezzare il meccanismo dello sfruttamento bisogna affrontare lo stato di bisogno delle vittime: senza strumenti capaci di far uscire dallo stato di bisogno le sue vittime, ogni forma di repressione dello sfruttamento è quasi del tutto ininfluente a livello di impatto sistematico. Si è partiti, come avviene ormai da più di quarant’anni per i problemi sociali, dallo strumento penale ma, per fortuna, ci si è resi rapidamente conto che per combattere lo sfruttamento del lavoro l’intervento penale consente di catturare l’epifenomeno dello sfruttamento, non il suo motore. Eppure, qualcosa si può fare per combattere efficacemente il caporalato. Lo dimostra il caso del Progetto “Spartacus. Liberiamo gli schiavi di Rosarno”, un’iniziativa promossa dall’Associazione Chico Mendes e selezionata, tra l’altro, per la Mappatura delle buone pratiche per l’inclusione lavorativa di migranti e rifugiati curata dal Settore Economia e Lavoro di Fondazione ISMU ETS. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Peppino Vismara e dall’Unione buddhista italiana e rivolto ai braccianti residenti nella tendopoli di San Ferdinando o nelle baraccopoli sorte nella Piana di Gioia Tauro (Comune di Rosarno e Comune di San Ferdinando), è partito il 1° febbraio 2019 con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo regolare e contrastare la segregazione abitativa tramite la promozione di un alloggio dignitoso. E’ stato dapprima creato un database con i dati di circa 150 immigrati prevalentemente provenienti dall’Africa Sub-sahariana che vivono nelle baraccopoli e tendopoli della Piana di Gioia Tauro. Questi ultimi sono stati intervistati per conoscere il livello scolastico raggiunto, i lavori svolti in passato, le loro attitudini e aspirazioni ed è stato quindi tracciato un profilo delle competenze professionali da loro già possedute e di quelle necessariamente da rafforzare. È stato successivamente offerto loro un percorso di formazione lavorativa in ambito agricolo e socio culturale, funzionale a una vera integrazione nella società (grazie anche al supporto dell’ufficio di Reggio Calabria dell’educazione degli adulti). Questo è stato un passaggio essenziale per il match con le aziende, che si configura quale attività cardine del progetto. E’ stato creato poi un secondo database di circa 100 imprese sensibili e solidali da coinvolgere nel processo di assunzione degli immigrati. Tramite anche l’aiuto di don Roberto Meduri, sacerdote attivo da anni nella Piana di Gioia Tauro, e alla sua conoscenza approfondita dei braccianti; è stata avviata una prima fase di selezione e alcuni migranti sono stati inseriti presso le aziende identificate. Per tutti i migranti registrati nel database è stato previsto un percorso di accompagnamento nella ricerca di un alloggio dignitoso con un eventuale sussidio da parte del progetto. Inoltre, i destinatari sono stati supportati nelle procedure amministrative relative agli aspetti migratori, in particolar modo per la sanatoria in corso. Come ha sottolineato l’Associazione Chico Mendes, “in soli 10 mesi, il progetto Spartacus ha già ottenuto risultati straordinari: più di 350 beneficiari hanno usufruito di servizi fondamentali come trasporto sicuro, supporto legale e accesso a alloggi dignitosi. Grazie al nostro impegno, 55 persone hanno lasciato i ghetti, trovando nuove case dove vivere con dignità, mentre oltre 42 lavoratori hanno iniziato un percorso di lavoro regolare in aziende etiche certificate dall’ Associazione NO CAP. Non ci siamo fermati qui: con corsi di formazione tecnica e civica, abbiamo dato a 34 partecipanti nuove competenze e a 10 migranti la certificazione di lingua italiana A2, essenziale per la loro integrazione. Abbiamo promosso il dialogo con istituzioni, aziende e associazioni, creando nuove partnership per una filiera agricola più giusta e sostenibile”. Il progetto, grazie ad un finanziamento di 180mila euro concesso dalla Fondazione con il Sud, è stato replicato per 130 braccianti migranti che risiedono nei ghetti di Foggia e nell’area metropolitana di Bari, agendo sull’intera filiera agricola, dalla produzione alla commercializzazione del prodotto e che tutela i diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Qui per approfondire il progetto. Giovanni Caprio
June 5, 2026
Pressenza
Un Tribunale Penale svizzero riconosce il genocidio a Gaza e assolve 5 attivisti
Ginevra, 4 giugno 2026 – Una decisione di portata storica che farà giurisprudenza in Europa: 1. riconosce che un genocidio è in corso; 2. giudica che nessun motivo giustifica la sanzione di militanti pacifici; 3. ricorda che la libertà di espressione protegge la disobbedienza civile non violenta e che reprimere queste mobilitazioni è incompatibile con la democrazia. Una vittoria cruciale: difendere i diritti umani non è un crimine. Il Tribunale Penale di Ginevra ha assolto cinque membri del Collectif Urgence Palestine che erano stati processati per aver partecipato a diverse manifestazioni pacifiche denunciando il genocidio a Gaza. Gli imputati hanno contestato sedici multe per un totale di 6.400 CHF, oltre a considerevoli costi legali e giudiziari. Gli attivisti erano rappresentati dagli avvocati Olivier Peter ed Emma Lidén (Peter & Moreau), insieme a Jan Fermon, un avvocato belga specializzato in diritto internazionale. Nella sentenza, che rappresenta una prima in Svizzera, il Tribunale ha stabilito che un genocidio era in corso a Gaza. Nel giungere a questa conclusione, si è basato in particolare sui rapporti internazionali presentati come prova e sulla testimonianza di Raji Sourani, Direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani. Durante la sua testimonianza, il signor Sourani ha sottolineato che “i movimenti di solidarietà possono rompere la cospirazione del silenzio e dare voce a chi non ne ha; senza di essi, la situazione potrebbe essere cento volte peggiore.” La Corte ha inoltre stabilito che le sanzioni imposte ai manifestanti costituivano un ingiustificato intervento nel diritto di riunione pacifica protetto dall’articolo 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Ritenendo che l’interferenza non perseguisse alcun obiettivo legittimo né fosse necessaria in una società democratica, la Corte ha assolto tutti gli imputati. Questa decisione rappresenta una potente affermazione di solidarietà internazionale con il popolo palestinese e la necessità di proteggere la protesta pacifica di fronte a un genocidio in corso. InfoPal
June 5, 2026
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Ungheria, annullate le accuse contro gli organizzatori dei Pride di Budapest e Pécs
Il 4 giugno 2026 la Procura Generale ungherese ha annullato le accuse nei confronti del sindaco di Budapest Gergely Karácsony e dell’insegnante rom e gay Géza Buzás-Hábel, che erano stati posti sotto indagine per aver organizzato lo scorso anno, rispettivamente, il Pride nella capitale e quello nella città di Pécs. In particolare, Géza Buzás-Hábel rischiava un anno di carcere per il reato di “organizzazione di un raduno vietato”. Nel marzo 2025, infatti, i due eventi erano stati dichiarati illegali a seguito di una serie di emendamenti legislativi, adottati dal Parlamento fedele all’ex primo ministro Victor Orban, che vietavano le manifestazioni in favore dell’uguaglianza dei diritti delle minoranze sessuali e di genere. Il divieto fu sfidato con successo da centinaia di migliaia di persone, che presero parte ai due Pride e da un ricorso di quattro gruppi della società civile ungherese alla Corte europea dei diritti umani. A sua volta, la Commissione Europea aprì una procedura d’infrazione contro la cosiddetta “legge anti-propaganda” del 2021, in quanto stigmatizzante e discriminante nei confronti delle persone lgbtqia+ e già condannata dalla Corte europea dei diritti umani.   Riccardo Noury
June 5, 2026
Pressenza
Perù: alleanze per la democrazia
A soli tre giorni dal ballottaggio presidenziale, diversi attori politici del Paese continuano a costruire alleanze con il candidato Roberto Sánchez Palomino (Juntos por el Perú), unendosi all’impegno per il ripristino della democrazia e del buon governo. Oggi, in una conferenza stampa tenutasi nel centro di Lima, è stata annunciata l’alleanza dei “Leader politici per la governabilità e il recupero della democrazia” che si sono uniti alla candidatura di Roberto Sánchez “per rendere trasparente il governo e porre fine alla corruzione nel nostro amato Paese, un Paese che ha bisogno di verità, abbracci e non di proiettili”, hanno affermato i politici. Ai partiti politici che hanno già aderito al nuovo Piano di Governo, come Ahora Nación (Alfonso López Chau), Partido Cívico Obras (Ricardo Belmont), Primero La Gente (Marisol Perez Tello) e Alianza electoral Venceremos (Ronald Atencio), si sono aggiunti oggi il Partido Morado (Mesías Guevara), Cooperación Popular (Yonhy Lescano) e George Forsyth (candidato di Somos Perú, ma il cui partito ha successivamente precisato che il suo sostegno è a “titolo personale”). “Da questo momento inizia una nuova fase, non alla ricerca delle antinomie che ci dividono, ma delle cose che ci uniscono”, ha sottolineato Ricardo Belmont, mentre a sua volta George Forsyth ha detto al candidato Roberto Sánchez che “insieme a milioni di peruviani, faremo un atto di fede, voteremo per te perché vogliamo la democrazia, non vogliamo vivere in una dittatura. Non deluderci, datti da fare per il Paese, abroga le leggi a favore del crimine, ripristina il diritto al referendum”. “Non vi deluderò, perché cammino con la mia famiglia e con uomini onesti per far risorgere il Perù”, ha infine risposto il candidato Sánchez Palomino. All’interno dell’alleanza virtuale, è stato progettato «un canale televisivo nazionale che capisca cos’è il Perù, perché ora gli abbiamo voltato le spalle; e faremo “le mañaneras” affinché la gente sia informata, per la trasparenza degli atti di governo», ha aggiunto Belmont. FIRMA DELLE 6 CONDIZIONI DEMOCRATICHE Il candidato Roberto Sánchez ha incontrato anche Delia Espinoza, decana dell’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), l’Accordo Storico Cittadino (AHC) e le organizzazioni sindacali per sottoscrivere le 6 Condizioni Democratiche, sottolineando che “Sì, siamo assolutamente d’accordo. Loro (l’Accordo Storico Cittadino) insistono non solo sugli standard istituzionali ma anche su quelli di sviluppo, incorporando la prospettiva dei cittadini e del territorio. E questo ci sembra fondamentale”. Inoltre, in mattinata il Congresso della Repubblica ha sospeso la seduta plenaria di giovedì, impedendo la discussione della richiesta del candidato Sánchez Palomino di abrogare le “leggi pro-crimine” contestate da diversi settori della magistratura perché danneggiano la lotta contro la criminalità organizzata.   Redacción Perú
June 5, 2026
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