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Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (1a parte)
IL DIRITTO D’ASILO PUÒ ESSERE FORMALMENTE RICONOSCIUTO E, CONTEMPORANEAMENTE, RESO QUASI IMPOSSIBILE DA ESERCITARE? È QUESTA LA DOMANDA, PROFONDAMENTE GIURIDICA PRIMA ANCORA CHE POLITICA, CHE HA ATTRAVERSATO L’INCONTRO «QUELLO CHE TRIESTE NON VEDE. LA ROTTA BALCANICA: TRA ARRIVI, ATTESE E BUROCRAZIA», ORGANIZZATO IL 20 OTTOBRE 2026 PRESSO LA SEDE DELL’ARCI DI TRIESTE, CON L’INTERVENTO DI GIANFRANCO SCHIAVONE, PRESIDENTE DEL CONSORZIO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ (ICS), ESPERTO DI MIGRAZIONI INTERNAZIONALI E COMPONENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI GIURIDICI SULL’IMMIGRAZIONE (ASGI). Ho partecipato alla conferenza perché ritengo che il fenomeno migratorio debba essere affrontato attraverso la conoscenza delle dinamiche internazionali, l’analisi rigorosa delle norme e l’osservazione delle loro conseguenze concrete. A Trieste, città nella quale ho scelto di vivere e dove frequento la Piazza del Mondo, queste questioni non rappresentano per me soltanto una materia di studio: incontrano quotidianamente persone, storie e condizioni di vulnerabilità che interrogano direttamente il nostro sistema democratico. L’intervento di Schiavone ha delineato un quadro particolarmente preoccupante: quello di una progressiva trasformazione delle procedure di protezione internazionale in un sistema nel quale l’accesso ai diritti rischia di essere ostacolato proprio dagli strumenti amministrativi che dovrebbero garantirlo. Il punto di partenza non può che essere la Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, riconosce allo straniero al quale sia impedito nel proprio Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Tale disposizione deve essere letta in relazione agli articoli 2 e 3, che tutelano i diritti inviolabili e il principio di eguaglianza, all’articolo 24, che garantisce il diritto alla difesa, e all’articolo 113, che assicura la tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione. Sul piano sovranazionale, l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto d’asilo nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo di New York del 1967, mentre l’articolo 19 vieta le espulsioni collettive e tutela contro l’allontanamento verso Paesi nei quali sussista un grave rischio di pena di morte, tortura o trattamenti inumani o degradanti. A completare il quadro intervengono l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il principio di non-refoulement, sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, nei rispettivi ambiti applicativi. Non si tratta di affermazioni programmatiche prive di conseguenze. Sono disposizioni che pongono limiti precisi all’esercizio del potere statale, anche quando quest’ultimo viene giustificato attraverso esigenze di sicurezza, gestione delle frontiere o razionalizzazione amministrativa. Proprio su questo terreno si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le cui principali disposizioni hanno trovato applicazione dal 12 giugno 2026. Il regolamento (UE) 2024/1348 disciplina una procedura comune di protezione internazionale, mentre il regolamento (UE) 2024/1351 interviene sulla gestione dell’asilo e della migrazione, ridefinendo anche i meccanismi di responsabilità e solidarietà tra Stati membri. A essi si affiancano, tra gli altri, la direttiva (UE) 2024/1346 sulle condizioni di accoglienza e il regolamento (UE) 2024/1356 relativo agli accertamenti preliminari. L’obiettivo dichiarato della riforma è rendere più uniforme ed efficiente il sistema europeo. Tuttavia, l’efficienza amministrativa non può diventare un valore assoluto, né può essere perseguita comprimendo oltre i limiti consentiti le garanzie individuali. Una procedura più rapida non è necessariamente una procedura più giusta, soprattutto quando la persona interessata non dispone degli strumenti linguistici, giuridici e materiali indispensabili per far valere le proprie ragioni. Durante la conferenza, Schiavone ha ricostruito le contraddizioni del precedente sistema di Dublino, evidenziando come la responsabilità attribuita prevalentemente agli Stati di primo ingresso abbia contribuito a produrre squilibri strutturali. Secondo la sua analisi, il sistema europeo ha finito per reggersi anche sulla mobilità spontanea delle persone tra gli Stati membri, in assenza di un meccanismo di redistribuzione sufficientemente efficace. Il nuovo quadro normativo introduce strumenti di solidarietà, ma non elimina automaticamente le tensioni tra responsabilità degli Stati di primo ingresso, interessi dei Paesi di destinazione e aspirazioni individuali dei richiedenti protezione. La libertà delle persone di costruire relazioni familiari, sociali e professionali continua a confrontarsi con un sistema nel quale la distribuzione delle competenze amministrative può prevalere sulle concrete prospettive di integrazione. La rotta balcanica rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa contraddizione. Attraversando Paesi caratterizzati da differenti sistemi giuridici e capacità di accoglienza, le persone migranti affrontano controlli, respingimenti, situazioni di precarietà e ostacoli nell’accesso alle procedure di protezione internazionale. Schiavone ha inoltre sottolineato un paradosso che merita particolare attenzione: l’inasprimento dei controlli e la progressiva chiusura delle possibilità di attraversamento autonomo possono incrementare la dipendenza dalle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. La domanda di mobilità, infatti, non viene necessariamente eliminata dalle restrizioni; può semplicemente essere intercettata da reti criminali sempre più organizzate e remunerative. Occorre distinguere, naturalmente, il traffico di migranti dalla tratta di esseri umani, trattandosi di fenomeni giuridicamente differenti, disciplinati anche dai Protocolli addizionali alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Ma proprio questa distinzione impone politiche capaci di contrastare lo sfruttamento senza criminalizzare indiscriminatamente chi cerca protezione. È però sulla situazione di Trieste che l’intervento ha assunto i caratteri di una denuncia particolarmente severa. Secondo i dati e le ricostruzioni illustrati da Schiavone, dal 2022 la città avrebbe conosciuto un progressivo deterioramento delle condizioni di accesso all’asilo e all’accoglienza, con persone costrette a permanere per settimane o mesi in strada prima di ottenere la registrazione della domanda o una sistemazione. La questione decisiva riguarda la distinzione tra manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e successiva formalizzazione amministrativa della domanda. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015 stabilisce che le misure di accoglienza si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, nel rispetto delle condizioni previste dall’ordinamento. Ne consegue che il funzionamento degli uffici non può essere utilizzato per differire arbitrariamente il riconoscimento di una posizione giuridica già rilevante. Nel corso dell’incontro sono stati descritti appuntamenti fissati a distanza di circa tre mesi e mezzo, documenti privi di indicazioni sufficientemente chiare sulla finalità della convocazione e difficoltà nel dimostrare quando una persona abbia effettivamente manifestato la volontà di presentare domanda. Se tali prassi vengono confermate, il problema non riguarda semplicemente la lentezza burocratica. Il rischio è che l’amministrazione, attraverso la dilazione temporale e l’incertezza documentale, finisca per ostacolare l’esercizio di diritti che la legge è tenuta a garantire. Particolarmente significativo è il riferimento alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 1° agosto 2025, nella causa C-97/24, S.A. e R.J.. La Corte ha chiarito, con riferimento alla disciplina dell’accoglienza allora applicabile, che uno Stato membro non può sottrarsi alla responsabilità derivante dalla mancata garanzia delle condizioni materiali essenziali invocando il temporaneo esaurimento delle strutture disponibili, neppure quando questo sia conseguenza di un afflusso improvviso e imprevedibile. Il principio giuridico è di straordinaria importanza: l’insufficienza organizzativa non costituisce, di per sé, una giustificazione per privare una persona indigente delle condizioni indispensabili a un’esistenza dignitosa. La pubblica amministrazione dispone certamente di margini organizzativi e di discrezionalità, ma questi devono essere esercitati entro i confini della legalità, della proporzionalità e del rispetto dei diritti fondamentali. L’articolo 97 della Costituzione impone il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione; non autorizza, al contrario, a trasformare le carenze del sistema in un onere sopportato esclusivamente dai soggetti più vulnerabili. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Il dissalatore di Filicudi, fermato dal Tar: posidonia, autorizzazioni a “salami” e patrimonio UNESCO
 La valutazione ambientale non può ridursi a uno strumento di legittimazione delle opere: deve garantire la tutela degli ecosistemi e riconoscere i limiti ecologici dei territori.   UN ECOSISTEMA FRAGILE, UN PATRIMONIO DA TUTELARE Il caso del dissalatore di Filicudi riporta al centro una questione fondamentale: quale ruolo svolgono oggi le valutazioni ambientali? Sono strumenti effettivi di prevenzione e tutela oppure rischiano di trasformarsi in procedure che accompagnano la realizzazione delle opere, anche in contesti di elevato valore naturalistico? Con il decreto assessoriale del febbraio 2026, la Regione Siciliana ha autorizzato la costruzione di un impianto di dissalazione a Filicudi, nelle Isole Eolie. L’intervento interessa un contesto di particolare sensibilità ecologica, inserito nella Rete Natura 2000 e compreso nell’arcipelago riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio mondiale. In un territorio insulare così fragile, la valutazione degli impatti non può limitarsi alla verifica formale di singoli parametri. Deve considerare le relazioni tra gli ecosistemi, gli effetti cumulativi delle opere e la vulnerabilità degli habitat interessati.   LA PRATERIA DI POSIDONIA: UN RISCHIO RICONOSCIUTO, MA NON ADEGUATAMENTE VALUTATO Una delle criticità più rilevanti riguarda la presenza di praterie di Posidonia oceanica, habitat fondamentale per l’equilibrio ecologico del Mediterraneo. Queste praterie contribuiscono alla conservazione della biodiversità, alla stabilità dei fondali, alla protezione delle coste e allo stoccaggio del carbonio. Nel decreto viene riconosciuta la presenza della Posidonia, ma, secondo le criticità evidenziate nell’atto autorizzativo, non risulta adeguatamente approfondito l’impatto che lo scarico della salamoia, caratterizzata da un’elevata concentrazione salina, potrebbe produrre sull’habitat, né vengono chiarite sufficientemente le possibili conseguenze nel lungo periodo. La questione non è secondaria. La dispersione della salamoia e le sue interazioni con le caratteristiche idrodinamiche locali devono essere valutate attraverso analisi scientifiche specifiche, capaci di considerare la sensibilità dell’ecosistema e gli effetti potenzialmente cumulativi. In presenza di incertezze significative, il principio di precauzione impone di non sottovalutare i rischi e di acquisire gli elementi necessari prima di assumere decisioni irreversibili. Riconoscere formalmente un habitat protetto, senza approfondire adeguatamente le conseguenze dell’intervento, rischia di svuotare la tutela della sua efficacia sostanziale.   LE AUTORIZZAZIONI «A SALAMI»: IL PROGETTO NON PUÒ ESSERE VALUTATO A PEZZI Un’altra criticità riguarda la separazione della componente marina da quella terrestre del progetto, secondo una logica riconducibile al cosiddetto salami slicing: la frammentazione di un intervento unitario in segmenti distinti, sottoposti a valutazioni separate. Questa impostazione può ridurre la percezione dell’impatto complessivo, facendo apparire sostenibili singole componenti che, considerate nel loro insieme, potrebbero evidenziare criticità rilevanti. Un dissalatore è infatti un sistema integrato: captazione dell’acqua marina, trattamento, infrastrutture terrestri e scarico della salamoia sono elementi interdipendenti. La loro valutazione deve restituire una visione complessiva delle pressioni esercitate sull’ambiente costiero. La frammentazione procedurale non deve diventare un modo per eludere l’esame degli effetti cumulativi o ridurre la portata delle verifiche ambientali. La tutela degli ecosistemi richiede una valutazione unitaria, coerente con le relazioni ecologiche reali e con il principio di precauzione.   IL VALORE UNESCO NON PUÒ ESSERE IGNORATO Colpisce inoltre l’assenza, nel decreto, di un riferimento esplicito al riconoscimento UNESCO delle Isole Eolie. L’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale identifica un valore universale eccezionale che deve essere considerato nelle decisioni capaci di incidere sull’integrità del sito. Il riconoscimento UNESCO non comporta un divieto automatico di qualsiasi trasformazione, ma richiede attenzione alla conservazione dei valori che hanno motivato l’iscrizione. Trascurare questa dimensione significa indebolire la visione complessiva del territorio e separare la decisione amministrativa dal contesto culturale e ambientale nel quale si inserisce. In luoghi di eccezionale valore naturalistico, la pianificazione delle infrastrutture deve misurarsi con la necessità di preservare il patrimonio comune, evitando che le esigenze contingenti prevalgano sulla responsabilità verso le generazioni future.   LA VALUTAZIONE AMBIENTALE DEVE POTER DIRE ANCHE NO Il caso di Filicudi solleva infine una questione più generale: la necessità di esaminare alternative progettuali e modalità diverse di soddisfare il fabbisogno idrico, compresa l’alternativa zero. Prima di autorizzare un’opera, occorre verificare non soltanto come realizzarla, ma anche se sia necessaria, quali alternative siano disponibili e quali conseguenze comportino. La sostenibilità non può essere ridotta a un insieme di prescrizioni, mitigazioni e compensazioni che accompagnano decisioni già assunte. Una valutazione ambientale efficace deve poter modificare un progetto, imporre approfondimenti e, quando i rischi non siano adeguatamente esclusi o risultino incompatibili con la tutela degli habitat, condurre anche a un diniego. La vicenda del dissalatore di Filicudi richiama dunque tre esigenze irrinunciabili: proteggere la prateria di Posidonia, impedire che la frammentazione amministrativa oscuri gli impatti complessivi e riconoscere pienamente il valore del Patrimonio UNESCO. La transizione ecologica non si misura dal numero di infrastrutture realizzate, ma dalla capacità di garantire servizi essenziali senza compromettere gli equilibri naturali. La valutazione ambientale deve tornare a essere uno strumento di scelta responsabile e di tutela effettiva, capace di riconoscere che non tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è necessariamente compatibile con la salvaguardia del territorio. Aurelio Angelini
October 21, 2026
Pressenza
Fossili, clima e guerra: il 24 ottobre assemblea nazionale. Intervista a Renato Di Nicola
 Le fonti fossili non sono solo la causa principale del cambiamento climatico, ma sono anche il motivo per cui scoppiano la maggior parte delle guerre. Fossili, clima e guerra costituiscono, pertanto, la miscela esplosiva che sta portando il mondo verso l’autodistruzione. È su questi temi, e sulla necessità di riprendere la lotta contro un potere economico, politico e militare che sempre più determina il futuro dell’umanità, che sabato 24 ottobre si terrà a Roma (sede nazionale Cobas, viale Manzoni 55, ore 10) una assemblea nazionale aperta al contributo di tutte le realtà di movimento che lottano per la giustizia climatica e sociale, contro l’economia di guerra e per la difesa dei territori e dei beni comuni.   Chiediamo a Renato Di Nicola, coordinatore della Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”, promotrice dell’iniziava, quali sono le ragioni che hanno spinto per la convocazione dell’assemblea. Quello che accade è sotto gli occhi di tutti, stiamo attraversando il periodo più buio e più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mai come oggi abbiamo assistito ad una crisi climatica così grave e mai abbiamo avuto contemporaneamente più guerre così devastanti che rischiano di portarci verso una deflagrazione globale. Non a caso al centro delle due crisi ci sono i combustibili fossili, dei quali dobbiamo liberarci al più presto possibile. Il legame fossili-clima è certificato da tempo dalla comunità scientifica internazionale, ma quello tra fonti fossili e guerra?  E’ così da sempre, cioè da quando sono stati scoperti carbone, petrolio e gas – risponde Di Nicola -, senza combustibile non si muovono i carri armati e non volano gli aerei. L’ attuale crisi energetica, che sta avendo pesantissime ripercussioni soprattutto sulle economie dell’Occidente, è la diretta conseguenza della guerra in Iran, scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Dallo stretto di Hormuz passa il 25 per cento del petrolio mondiale e il 20 per cento del GNL (gas naturale liquefatto). Le guerre scoppiano non solo per conquistare le aree ricche di fonti fossili ma anche per avere il controllo delle loro rotte di transito. La situazione di oggi può essere paragonata alla prima grande crisi energetica del 1973, causata dalla guerra del Kippur. Da notare che il Medio Oriente è il più grande bacino di petrolio e di gas del mondo, e proprio in quest’area si è avuta una lunga serie di sanguinosi conflitti legati alle fossili, tra cui le due guerre del Golfo del 1990 e del 2003.  Anche molte guerre nel continente africano, oltre a ragioni di carattere etnico e territoriale, hanno avuto al centro le fonti fossili. Si pensi ai conflitti in Nigeria, Libia, Sud Sudan e Yemen. Neppure la guerra Russia-Ucraina sfugge alla trappola delle fossili. Infatti, le regioni contese, ovvero il Donbass e il Dnieper-Donetsk, hanno grandi riserve di carbone e di metano da carbone. Non solo, ma sono anche ricche di minerali strategici, come litio, titanio, uranio, grafite e manganese. È casuale tutto questo?.  Veniamo alla Palestina, dove è in atto il genocidio del popolo palestinese. Anche qui giocano un ruolo le fonti fossili. Nel 2000, al largo della costa di Gaza, sono stati scoperti due giacimenti di metano, con una capacità complessiva stimata in 30 miliardi di metri cubi, una quantità tale da poter soddisfare l’intero fabbisogno dei palestinesi, ma lo sfruttamento dei due campi di gas non è mai partito perché Israele ne rivendica illegalmente il controllo.  Ma le fonti fossili servono anche per la società civile, per le famiglie e per le industrie. Come se ne esce?   Le alternative esistono eccome, è una questione di scelte politiche; le fonti energetiche rinnovabili sono oggi più competitive rispetto alle fossili, e fanno risparmiare anche sulle bollette. Vedi il caso della Spagna dove il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è in media inferiore del 50 per cento rispetto all’Italia. Ciò dipende dal fatto che in Spagna il fabbisogno dell’elettricità è coperto per il 56 per cento dalle rinnovabili, che sono la fonte prevalente. In Italia, invece, è il gas che fa il prezzo perché incide per quasi il 50 per cento sulla produzione di energia elettrica.  È possibile sostituire le fossili, climalteranti ed inquinanti, con energia pulita e più economica. Infatti, si potrebbero realizzare 90 GW di rinnovabili in più entro il 2030, riducendo in questo modo il consumo di gas di almeno 20 miliardi di metri cubi; ed entro il 2035 la copertura elettrica nazionale potrebbe essere ottenuta al 100 per cento con le rinnovabili. Se ciò non avviene è perché le potenti lobby del settore fossile non sono disposte a rinunciare ai loro enormi profitti e al loro potere, con cui impongono le loro decisioni ai governi. E il governo italiano non sfugge a questa regola. Va detto, però, che l’utilizzo delle fonti rinnovabili deve essere sempre contestualizzato per evitare che si riproduca il sistema energetico dominante, danneggiando i territori e l’ambiente con una violenza simile all’estrattivismo fossile. L’energia deve essere considerata un bene essenziale e pubblico e quella rinnovabile, se vogliamo che sia davvero democratica, deve essere prodotta soprattutto dal basso attraverso le comunità energetiche e le comunità solari. Come siamo messi, al riguardo, in Italia? Siamo in forte ritardo rispetto agli stessi obiettivi del Piano nazionale energia e clima (PNIEC), che già di per sé è poco ambizioso. Il governo Draghi prima e quello Meloni dopo, anziché puntare sulle rinnovabili, hanno favorito grandi investimenti nello sviluppo delle infrastrutture del gas. Nel 2022, approfittando della guerra in Ucraina, è stata riavviata la realizzazione del grande metanodotto Linea Adriatica di 425 chilometri da Sulmona a Minerbio, con una nuova centrale di compressione a Sulmona; inoltre, saltando tutte le procedure di legge, si è deciso di realizzare i due nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna. Si tratta di opere del tutto inutili, la cui presunta necessità è basata sulla falsa narrazione che L’Italia, in seguito alla chiusura delle importazioni dalla Russia, correva il rischio di restare a corto di gas. In realtà nel nostro Paese il gas non è mai mancato perché già aveva diverse fonti di ingresso sostitutive. Oggi il consumo di metano è intorno ai 63 miliardi di metri cubi, mentre – senza considerare il gas russo e i rigassificatori di Piombino e Ravenna, e naturalmente senza la Linea Adriatica, che non è ancora completata – l’Italia ha una disponibilità tecnica di almeno 100 miliardi di metri cubi. Abbiamo, quindi, un eccesso di infrastrutture metanifere, non una carenza; e, come se ciò non bastasse, il governo ha deciso di realizzare tre nuovi rigassificatori a Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto. Inoltre, è stato già avviato il raddoppio del Tap ed è previsto un nuovo metanodotto, l’EastMed-Poseidon, da Israele ad Otranto. Con tutte queste nuove opere l’Italia arriverebbe ad avere assurdamente una disponibilità di metano di circa 160 miliardi di metri cubi, mentre i consumi non andranno oltre i 58 miliardi ad 2030, che è l’obiettivo del PNIEC. ENI e SNAM faranno profitti da capogiro mentre i costi di tutti questi impianti superflui saranno caricati per decenni sulle bollette dei cittadini italiani. A livello operativo qual’ è la finalità dell’assemblea del 24 ottobre? L’ultima grande mobilitazione nazionale per la difesa del clima e contro le grandi opere è stata quella di Roma del 2019; dopo di allora, non muovendosi più nulla in modo coordinato, abbiamo deciso di trasformare lo slogan del nostro striscione in una Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”. Poi è arrivato il Covid che ha rallentato una risposta nazionale e di massa, ma noi non ci siamo mai fermati.  In sette anni abbiamo realizzato, insieme ad indagini e analisi, centinaia di manifestazioni sincroniche contro lo strapotere di multinazionali quali Eni, Snam, Socar, Leonardo ed altre; convegni come quelli di Ravenna contro la fiera OMC Med Energy; e cortei partecipati da migliaia di persone a Sulmona, Ravenna, Piombino, Ancona, Falconara, Brindisi. Abbiamo preso parte ad iniziative promosse da altre realtà di lotta stabilendo relazioni e connessioni durature, sempre in una prospettiva di convergenza e rifiutando schemi di tipo verticistico. Abbiamo dato il nostro contributo per la costruzione di intese nazionali come il Climate Pride. Abbiamo seguito gli incontri COP da Glasgow a Belem, e partecipato al primo incontro contro i fossili di Santa Marta in Colombia. Abbiamo organizzato comunità energetiche e lotte anche con altre realtà di movimento, come a Milano per lo Stop Data Center, o a Taranto per la chiusura delle fabbriche di morte. Il 24 ottobre a Roma, con una visione rivolta al futuro, discuteremo, insieme a chi vuole condividere questo percorso, di come superare i limiti e le difficoltà date dal divario tra le giuste e puntuali lotte che vengono portate avanti nei territori e il rafforzamento del potere di dominio delle grandi compagnie del fossile, del nucleare, dell’apparato militare-industriale-finanziario, che condizionano fortemente le decisioni politiche a livello nazionale e globale.  Per realizzare un reale cambiamento non basta quello che si è fatto da parte delle diverse realtà in Italia, spesso ciascuna per conto proprio. Su questi temi riteniamo indispensabile aprire una nuova fase di confronto e di coordinamento, soprattutto sul “che fare”, con l’obiettivo di arrivare ad una mobilitazione nazionale che leghi le lotte per il clima con le lotte sociali e con quelle contro il riarmo e la crescente militarizzazione in atto nei territori. Sappiamo che è una sfida molto dura e difficile, ma se vogliamo cambiare i rapporti di forza nella nostra società, questa è l’unica strada da percorrere.   Mario Pizzola
October 21, 2026
Pressenza
Perù: la Commissione Costituzionale del Senato approva poteri legislativi con 7 punti aggiuntivi
Notizia sgradita. La Commissione Costituzionale del Senato – parte del Congresso della Repubblica – ha approvato i poteri legislativi richiesti dal governo di Keiko Fujimori, includendo sette punti supplementari che non sono stati oggetto di dibattito, come invece previsto dal regolamento. L’attribuzione di tali poteri è stata resa possibile dal voto del senatore Roger Astucuri, del gruppo parlamentare “Obras” (Opere) – un ex esponente dell’opposizione. Inizialmente, si prevedeva che i poteri legislativi si limitassero ai 20 punti già approvati dalla Camera dei Deputati, un perimetro concordato in quella sede dai blocchi di opposizione “Juntos por el Perú”, “Ahora Nación”, “Buen Gobierno” e “Obras”. Tuttavia, grazie alla partecipazione di Astucuri (Obras), la commissione ha potuto riunirsi e raggiungere il quorum necessario per approvare tutti i 27 punti. Era presente anche il legislatore Daniel Barragán (anch’egli di “Obras”), il quale ha dichiarato: “Non siamo l’opposizione, siamo la soluzione” (sebbene oggi sia emerso che sua sorella è stata assunta in un incarico nel settore pubblico). Dopo il parere della Commissione Costituzionale, la delega di poteri passerà all’ordine del giorno dell’aula del Senato per il dibattito finale e la votazione. Per l’approvazione sarà richiesta una maggioranza qualificata di 66 voti, una soglia che la maggioranza di governo conta di raggiungere con il sostegno del gruppo “Obras”. I sette punti aggiuntivi includono modifiche alle norme che regolano l’uso della forza da parte delle Forze Armate, una nuova classificazione per le organizzazioni criminali (inserendole in un quadro giuridico analogo a quello previsto per i terroristi), un’estensione delle tutele legali nei casi di legittima difesa e il rafforzamento dell’autorità operativa della Direzione Nazionale dell’Intelligence (DINI), tra le altre misure. Il percorso verso l’approvazione definitiva di questi poteri delegati rimane complesso e incerto. Inizialmente, la richiesta di poteri legislativi speciali riguardava anche altri ambiti che incidevano sui diritti dei lavoratori, ma l’approvazione alla Camera dei Deputati ne ha circoscritto l’ambito a due sole questioni: la sicurezza e il fenomeno “El Niño”. Per quanto riguarda l’attuale iter di approvazione, era stato raggiunto un accordo su 20 punti; tuttavia, in seguito a un mutamento di posizione da parte del settore dei Lavori Pubblici, oggi sono stati approvati altri sette punti senza un adeguato dibattito. Il Paese resta vigile, auspicando che l’opposizione non ceda nemmeno di un millimetro nella difesa dei diritti della stragrande maggioranza. Redacción Perú
October 21, 2026
Pressenza
Rep. Dem. Congo: le comunità locali di fronte all’epidemia di Ebola
> Negli ultimi mesi, l’epidemia di Ebola si è diffusa nella Repubblica > Democratica del Congo. L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, contro il > quale non esiste ancora un vaccino. Il Paese ha ricevuto dosi limitate di un > vaccino sviluppato per un altro ceppo di Ebola, con scarsa efficacia contro > Bundibugyo. Come spiegato in un precedente articolo di Pressenza sulla crisi dell’Ebola, la Repubblica Democratica del Congo ha una notevole esperienza nella lotta contro questa malattia. Nel corso degli anni, le autorità sanitarie e i partner internazionali hanno sviluppato competenze importanti in materia di sorveglianza, laboratorio, vaccinazione, trattamento e mobilitazione della comunità. Allora, come si spiega questa nuova epidemia, con una diffusione che sembra fuori controllo? Come si evince da uno studio (1) recentemente pubblicato sulla rivista African Journal of Reproductive Health, la comprensione di questa epidemia, come delle precedenti, non può essere ridotta a una questione sanitaria: «Ci ricorda che le epidemie non sono causate solo da agenti patogeni biologici, ma anche da disuguaglianze sociali, sconvolgimenti ambientali, sistemi sanitari fragili e conflitti armati persistenti. Se Ebola fa notizia per i suoi terribili sintomi e la sua elevata mortalità, molto meno studiate sono le condizioni che ne favoriscono la diffusione.» Gli autori aggiungono: «Molte delle comunità colpite nella parte orientale della RDC soffrono di carenza cronica di acqua potabile, servizi igienico-sanitari, elettricità, trasporti e accesso all’assistenza sanitaria.» Ciò comporta ritardi nella diagnosi, e di fatto aumenta il rischio di trasmissione all’interno del nucleo familiare e della comunità. Un altro fattore di ritardo nella diagnosi può essere la povertà estrema del nucleo familiare, perché una diagnosi di infezione comporta l’interruzione di un’attività e la perdita di reddito. Concludono: «Una prevenzione sostenibile richiede che siano affrontate le condizioni sociali e ambientali che favoriscono la proliferazione degli agenti patogeni. Se l’origine dell’Ebola è un virus, le epidemie sono alla fine alimentate da vulnerabilità che le società non riescono a gestire.» I CONSIGLI DEGLI OPERATORI SANITARI SUL CAMPO Pressenza ha intervistato Byenigulu Deidei Pacifico, animatore comunitario della zona sanitaria di Uvira, in RD Congo, Sud Kivu. Pressenza: Quali sono i timori della popolazione riguardo alla malattia da virus Ebola? BDP: Da noi, a Uvira, siamo nella zona vicino al confine tra il Burundi e il Congo. La gente teme di essere contaminata nel passaggio fra Uvira e Bujumbura, visti questi movimenti della popolazione. Pressenza: Quali sono le difficoltà della popolazione ad andare in un centro sanitario per fare un test? BDP: Innanzitutto le persone hanno timore della diagnosi e anche di conoscere il loro stato di salute generale. Il secondo problema è la distanza, che impedisce alle persone di accedere al centro sanitario. E il terzo punto è la mancanza di informazioni: le persone non sanno dove sono i laboratori per lo screening del virus Ebola. Pressenza: Qual è il suo messaggio alla popolazione sulle misure preventive? BDP: La chiave è lavarsi le mani con acqua corrente e sapone. Se non c’è il sapone, allora una soluzione idroalcolica. Altrimenti la cenere, da noi spesso utilizzata. Se non ci sono questi tre elementi, allora si può usare l’acqua contenente cloro allo 0,05%. Secondo messaggio: chiedo alla popolazione di Uvira di non stigmatizzare le persone che hanno un contatto con questa malattia. Chiederei anche alla popolazione di Uvira di avere il coraggio di andare a farsi testare. Pressenza: Ha un messaggio per le organizzazioni partner? BDP: Sì, raccomando ai partner di aiutare la popolazione nell’accesso ai servizi di cura: poiché c’è la paura, la mancanza di informazioni e anche la distanza, chiederei ai partner di sostenere i centri sanitari in materia di test, di materiale, in modo che le persone possano sapere dove andare per essere testate e avere altre informazioni sulla prevenzione. TENERE CONTO DELLE NORME E DELLE PRATICHE SOCIALI E CULTURALI La lotta contro un virus deve essere globale. Lo abbiamo visto in tutto il mondo al tempo della crisi da Covid-19, ora lo vediamo nell’Africa centrale con Ebola: le popolazioni esitano a fidarsi dei governi e delle agenzie pubbliche. Nell’est della RDC, ci sono state troppe violenze dovute ai conflitti armati, troppa violenza economica con la povertà legata allo sfruttamento delle ricchezze minerarie. Di fronte a Ebola, la popolazione si sente ancora una volta abbandonata a se stessa. In un articolo (2) apparso sulla rivista medica The Lancet, gli autori insistono sul fatto che questa lotta non potrà essere efficace se non si fonda sulle comunità locali. > «Le misure di intervento devono tenere conto delle norme e delle pratiche > sociali e culturali delle comunità colpite”, ma riconoscono che nella pratica > il coinvolgimento della comunità viene generalmente considerato solo dopo le > decisioni tecniche. Riconoscono anche che le comunità sono fonti di > informazione, data la conoscenza che apportano circa le norme sociali e i temi > delicati.  > > «Pertanto, una risposta incentrata sulla comunità deve includere leader > autorevoli a livello locale e affrontare gli ostacoli concreti che determinano > se le persone segnalano i sintomi o nascondono la malattia: costi di > trasporto, timore dell’isolamento, perdita di salario, presa in carico dei > bambini, accesso a cure di supporto gratuite, trattamento rispettoso delle > famiglie e procedure trasparenti per sepolture sicure e dignitose.» > > Si fa anche notare l’importanza delle persone che sono state infettate dal > virus e ne sono sopravvissute. «I sopravvissuti sono tra le risorse > comunitarie più potenti in qualsiasi risposta a Ebola, fornendo un supporto > tra pari, dimostrando che la sopravvivenza è possibile e contribuendo a > ridurre la dissimulazione della malattia spinta dalla paura, che ne ritarda > l’individuazione e ne amplifica la diffusione.» Per la redazione francofona, Roger Seko Raphaël e Jean-Marc Dunet -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: (1) Anne Baber Wallis e Friday Okonofua – Il ne s’agit pas seulement de virologie : l’épidémie d’Ebola de Bundibugyo, en RD Congo et en Ouganda, exige une réponse de santé publique plus large – African Journal of Reproductive Health, 2026, DOI 10.29063/ajrh2026/v30i13.1 (2) Placide Mbala-Kingebeni, Yap Boum, Mosoka P Fallah, Barthalomew Wilson, Marie-Roseline Belizaire, Nicole A Hoff, Armand Sprecher, Lisa E Hensley, Jason Kindrachuk, Anne W Rimoin – Bundibugyo Ebola in DR Congo and Uganda: community-centred response must be operational, not rhetorical – 23/06/2026 – https://doi.org/10.1016/S1473-3099(26)00322-1 -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
October 21, 2026
Pressenza
Giovani e violenza: “Altrimenti non si accorgono di noi”
“Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato con le loro scorribande dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane (ma anche di quelli in corso da molti più giorni in Francia e altrove). Molti, non tutti, minorenni e persino bambini, che Salvini vorrebbe incriminare e incarcerare per “associazione a delinquere”). Molti, non tutti, indicati con una crasi che i suoi inventori (ma non sanno che cos’è) hanno istituito tra marocchino e paranza (squadra dedita a piccoli reati): in sostanza, immigrati di seconda o terza generazione, molti dei quali già italiani, accomunati dalla povertà. Un termine orribile e schifoso, ormai portato all’onore delle prime pagine dei quotidiani e dei titoli di nuovi disegni di legge. Quei ragazzi, per far sapere che “esistono anche loro”, non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie (di giovani e adulti) che protestano: se non ci sono scontri o interruzioni del traffico se ne parla il meno possibile, o per niente. Lo sanno bene operai e studenti in lotta e non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco poliziesco di un corteo e a Torino hanno devastato la libreria Feltrinelli senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”; forse non sanno nemmeno molto bene che cosa sono i libri. Sicuramente nessuno gli ha insegnato (a scuola o altrove) che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, cioè i razzisti di un secolo fa, antesignani e numi ispiratori dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei CPR, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo sociale, dell’inedia. Ma di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. “Che fare?” ci si chiede nell’establishment e tra i suoi corifei. Tutti, senza distinzione, si scandalizzano e ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestanti che rompono qualche vetrina (molte), non quella a cui assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà e che non ruba scarpe, ma territori e nazioni. Ma con una differenza tra loro: gli uni propendono per la mano forte – più repressione, più carcere, più leggi liberticide (come se non ce ne fossero già abbastanza) – gli altri sono per la divisione (divide et impera): separare (ma fare in modo che lo facciano loro) i manifestanti “pacifici” da quelli violenti: due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio. Distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali, forse rimpiangendo i “servizi d’ordine” degli anni ’70 del secolo scorso, quando le manifestazioni si facevano tutti ben inquadrati. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due “segmenti” della popolazione giovanile non c’è né ci può essere un distacco. Agitano, in termini generali, temi comuni: il carovita (che vuol dire povertà), la casa (e molti di loro sanno bene che cosa significa abitare case invivibili, o non trovare un posto dove continuare gli studi), la sanità (chi non ha un parente che non riesce a curarsi?), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni a scuola e ovunque. Ma poi, quello che spinge gli studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: vogliono far sapere che “esistono anche loro”. Perché l’establishment (governo, partiti, media, direzioni didattiche, aziende) non tiene alcun conto di loro, dei loro bisogni (hanno alle costole solo l’esercito: per reclutarli… E dalla loro, per ora, solo quegli insegnanti schierati per difenderli dalle cariche), del loro presente e del loro futuro. Forse sanno meglio degli altri (“i violenti”) che cosa rivendicare (o si stanno chiarendo le idee occupando e manifestando): edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al confronto con il mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni), ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione forse non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. E certo sono in molti a vedere in quelle code violente dei loro cortei un ostacolo alla chiarezza dei loro obiettivi. Ciononostante tutto ciò fa delle ultime generazioni (Z e alfa: si ricomincia la conta da capo…) un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina… “I giovani come classe” è il titolo di un saggio di sessant’anni fa scritto da due autori di ispirazione “marcusiana” che metteva in discussione l’ortodossia marxista e rappresentava, allora e forse anche oggi, una forzatura estremizzante. Fatto sta che allora come oggi a costituire il nucleo portante della rivolta e delle lotte erano e sono le nuove generazioni: studenti, ma anche operai, disoccupati, artisti, nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto. Fatto sta che ad accomunarli nella lotta c’era allora (sessant’anni fa) la percezione di un incerto futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto da un futuro di soggezione agli imperativi di un’economia dominata dal profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nelle calure della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite, ormai consegnate a un pugno di “signori del mondo”. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti – quello di chi “conta” e sta in posizioni di comando, se non di vero potere –  gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa (pensano solo a se stessi e se la prendono con l’ignavia dei giovani). Quel futuro che si fa di tutto per far dimenticare, ma forse anche per dimenticare: per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti. Guido Viale
October 21, 2026
Pressenza
Perù: proposte misure per contrastare le economie illegali in Amazzonia
Le economie illegali – come l’estrazione aurifera illecita, il traffico di droga, il disboscamento illegale, il traffico di terreni e la tratta di esseri umani – presenti nell’Amazzonia peruviana sono state al centro di un seminario tenutosi il 28 settembre, intitolato “Oltre il crimine: come affrontare il futuro dell’Amazzonia partendo dalle sue condizioni socioeconomiche?”. L’evento ha fatto emergere possibili soluzioni, tra cui la promozione dell’agricoltura familiare, la tutela del territorio e l’integrazione dei saperi locali. Organizzato dal Centro di Ricerca Sociologica, Economica, Politica e Antropologica (CISEPA) e dal Gruppo di Ricerca su Stato e Società (GIES) della Pontificia Università Cattolica del Perù (PUCP), l’incontro ha messo in luce come i conflitti per la terra e la carenza di servizi pubblici alimentino tali problematiche. Secondo l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), tra il 2015 e il 2025 le economie illegali nell’Amazzonia peruviana hanno generato circa 199,9 miliardi di dollari all’interno del Paese. Tali attività interessano le regioni amazzoniche di Madre de Dios, Loreto, Ucayali e Huánuco, oltre alle zone di confine con il Brasile e la Colombia. La dottoressa Maritza Paredes, ricercatrice presso il GIES e il Dipartimento di Scienze Sociali della PUCP, ha osservato che l’espansione delle “frontiere estrattive” – favorita dalla costruzione di strade e dalla promozione dell’agricoltura – sta procedendo più rapidamente rispetto alla regolamentazione e al conferimento dei titoli di proprietà collettiva sulle terre. Ha inoltre sottolineato l’esistenza di una “zona grigia” in cui nessuna autorità si assume la responsabilità di quanto accade, il che facilita notevolmente il perdurare di attività illecite in queste aree. Da parte sua, Apu Julio Cusurichi – membro del consiglio direttivo dell’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana (AIDESEP) – ha chiesto che vengano riconosciuti gli sforzi di tutela territoriale compiuti dalle comunità native e che venga garantita una vigilanza volta a salvaguardare la sopravvivenza dei popoli che vivono in isolamento; “una realtà che rimane invisibile”, ha osservato. I dettagli sull’evento sono disponibili al seguente link: https://puntoedu.pucp.edu.pe/investigaciones/amazonia-proponen-agricultura-familiar-proteccion-territorial-y-uso-de-saberes-locales-para-combatir-economias-ilegales/ Redacción Perú
October 21, 2026
Pressenza
Rapporto Caritas-Migrantes: 5˙600˙000 stranieri “danno molto al nostro Paese e ricevono poco”
“COS’È UN CONFINE E COSA UNA FRONTIERA? SONO SINONIMI?”. ALLA TENSIONE SEMANTICA TRA CONFINI E FRONTIERE È DEDICATA L’EDIZIONE 2026, LA 35ESIMA, DEL RAPPORTO IMMIGRAZIONE DI CARITAS ITALIANA E FONDAZIONE MIGRANTES: 35 ANNI DI TESTIMONIANZA, ANALISI E PROPOSTE, GUARDANDO AL PRESENTE PER IMMAGINARE INSIEME UN FUTURO CONDIVISO. Pubblicato a cura di Manuela De Marco e Simone Varisco e con disegni di Francesco Piobbichi, raccoglie in 360 pagine il contributo di 32 autrici e autori.  Il Rapporto Immigrazione nel 2026 è intitolato Confini e Frontiere perché “viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano i confini e si riducono le frontiere – evidenziano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes – Crescono le linee di separazione, mentre si restringono gli spazi dell’incontro. Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro come fratello e sorella”. E, riconoscendo i percorsi positivi di integrazione in atto, denunciano i pericoli della moltiplicazione di barriere fisiche e ostacoli socio-economici, culturali ed esistenziali che creano divari nella società: da inefficienza e opacità dei canali di ingresso regolato dai Paesi di origine alla mancanza di misure che garantiscano l’opportunità di ottenere o conservare un regolare permesso soggiorno in Italia. Le provenienze si diversificano: restano centrali Romania, Albania e Marocco, ma rispetto al passato cresce il peso delle comunità asiatiche. In un solo anno gli immigrati sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%), contribuendo in maniera determinante a mitigare il calo demografico in corso in Italia, dove in confronto ai principali Paesi europei, negli ultimi 10 anni la crescita dell’immigrazione è stata più lenta: +13% tra il 2013 e il 2023, mentre in Francia +18%, in Spagna +33% e in Germania +51%. Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia erano quasi 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione. Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del PIL, quindi più della loro incidenza sulla popolazione, e hanno versato 12,6 miliardi di euro per l’IRPEF. Ma il reddito medio dei contribuenti stranieri è intorno ai 17˙000 euro annui, contro i quasi 27˙000 dei nati in Italia. E il Rapporto Immigrazione 2026 evidenzia che in Italia: * i lavoratori stranieri sono il 10,7% degli occupati; * gli immigrati sono ‘confinati’ nelle professioni meno qualificate e a basso salario – il 29% contro l’8% degli italiani – e con pesanti divari retributivi e sovra-qualificazione rispetto ai titoli di studio conseguiti; * il 60% del bilancio delle famiglie straniere serve a coprire i bisogni essenziali, mentre al risparmio è destinato solo il 13% perché viene eroso dalle rimesse, che assorbono 17% dei guadagni. Inoltre che a danno dei lavoratori stranieri e dell’intero sistema-Italia persistono preoccupanti sacche di lavoro nero e gravi irregolarità contrattuali, mentre il lavoro su piattaforma si attesta sempre più come nuova frontiera dello sfruttamento lavorativo. Anche nell’istruzione persistono divari negli apprendimenti e una maggiore propensione all’abbandono della scuola: il fenomeno dei NEET è più diffuso tra i giovani con background migratorio (30% contro 17%). Il Rapporto Immigrazione 2026 analizza e confronta molteplici indagini e ricerche, tra cui: * un sondaggio – svolto nei circa 400 uffici Caritas e Migrantes operativi sul territorio italiano – da cui emerge quali fattori determinano la propensione dei cittadini immigrati a restare in Italia, un desiderio espresso dal 67,4% degli intervistati, i quali dichiarano che a influire positivamente sono l’aver trovato nella società civile e nell’associazionismo laico ed ecclesiale un valido supporto, molta vicinanza e tanta amicizia; * un’inchiesta – promossa da Caritas Italiana – sull’opacità delle procedure di ingresso connesse al “Decreto flussi”, che possono nascondere indebitamento, dipendenza e irregolarità; * una ricerca – promossa da Fondazione Migrantes – sulle pratiche partecipative e di cittadinanza dei giovani di origine straniera; * un’indagine – promossa da Fondazione Migrantes – sulle comunità degli immigrati cattolici * per la prima volta, un censimento ragionato di sacerdoti, religiosi e religiose con cittadinanza non italiana che vivono e supportano le comunità di fede e i processi di partecipazione in Italia. Dieci impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione Nel corso della sua presentazione, svolta a Roma l’altro ieri, il 19 ottobre scorso, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes hanno indicato anche una serie di priorità politiche che emergono chiaramente dalle evidenze descritte nel Rapporto Immigrazione *. Tra le urgenze, l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Come il monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore della Caritas Italiana, nella prefazione al volume spiegano: > Il confine non è soltanto uno spazio di divisione fisica e valoriale, ma anche > di opportunità di vita. > > È tempo ormai di affrontarne i limiti con decisione e volontà risolutiva: > troppe sono ancora le barriere nell’accesso alla scuola e agli alloggi, nelle > possibilità occupazionali e di mantenere la regolarità del soggiorno, fino a > quelle della segregazione più esplicita. > > Cogliamo, dunque, l’occasione di questa pubblicazione per evidenziarli e > restituirli alla comunità civile e cristiana con il consueto sguardo > propositivo, che vuole essere un invito anche ai decisori politici perché > assumano queste evidenze e agiscano. *  Dieci impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione – CONFINI E FRONTIERE – Sintesi del XXXV Rapporto Immigrazione 2026 – XXXV Rapporto Immigrazione 2026 Confini e frontiere (TAU Editrice) – TAU Editrice : collana RAPPORTO EMIGRAZIONE (edizioni dal 2023 al 2026)     Giovanni Caprio
October 21, 2026
Pressenza
Torino, da città dell’auto a polo del nuovo caccia da guerra
DA INDOTTO DELL’AUTOMOBILE A CITTADELLA DELLA GUERRA. DOPO DECENNI DI DESERTIFICAZIONE INDUSTRIALE, TORINO SPERA NEL RILANCIO GIOCANDO OGNI CARTA SULLA PRODUZIONE DI GUERRA. Grandissime aree su cui sorgevano stabilimenti industriali sono state abbandonate per decenni e la crisi della Fiat ha determinato la rapida decadenza dell’indotto e dei servizi collegati al complesso metalmeccanico, un’autentica desertificazione industriale con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. La fabbrica fordista ha lasciato spazio per pochi anni alla fabbrica Toyota. Pochi lustri prima della decadenza industriale, per ogni tre posti di lavoro perduti il complesso militare ne offre a dire tanto uno. La riconversione dell’industria a fini militari sarà forse conveniente per la finanza e la speculazione, ma a fini occupazionali e industriali presenta risultati a dir poco deludenti. È di pochi giorni fa la nascita del primo sito internazionale del Global Combat Air Programme (GCAP) con la produzione del caccia di nuova generazione, doppione di altri aerei da guerra, che nasce dalla collaborazione di tre Paesi, Italia, Giappone e Regno Unito, riuniti nella joint venture Edgewing, a sua volta partecipata, con pari divisione delle quote azionarie, da Leonardo, BAE Systems e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. (JAIEC). Leggiamo testualmente dalla dichiarazione di un alto dirigente di Leonardo che «Il GCAP è uno dei programmi più sfidanti e all’avanguardia dell’intero settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza, in grado di preservare sovranità tecnologica per le generazioni future. Il GCAP guiderà lo sviluppo tecnologico e la crescita a lungo termine delle economie dei Paesi coinvolti, creando posti di lavoro altamente qualificati e sostenendo gli ecosistemi produttivi lungo l’intera filiera. Attraverso il GCAP, stiamo garantendo un futuro più sicuro e prospero per l’Italia, così come per i nostri alleati, Giappone e Regno Unito» (clicca qui per le informazioni). Quando parliamo di riconversione dell’industria civile a fini militari intendiamo molti dei processi trasformativi delle imprese, il riutilizzo di aree dismesse destinate a nuove imprese, join venture appositamente costruite per fare impulso alla produzione di guerra e allo sviluppo di tecnologie duali. E Torino non è scelta a caso, ha una importante università, laboratori e centri di ricerca all’avanguardia, un sistema rodato che mette insieme strutture pubbliche e private, è il territorio adatto allo sviluppo della produzione di guerra, a sistemi di arma come l’aereo di ultima generazione che mette insieme il digitale con la IA, la meccanica con la ricerca, la robotica con l’informatica, l’elettronica con il mondo cyber. La realizzazione di questo nuovo caccia sarà propedeutica per lo sviluppo di nuove cittadelle della guerra, per il salto di qualità tecnologico a lungo ricercato, il progetto di un nuovo caccia presenta poi risorse tali da mettere insieme le principali aziende di armi italiane con il loro indotto, le filiere al completo, i centri di ricerca e le start up, piccole e medie aziende. Non sarà impresa facile mettere d’accordo le aziende dei vari Paesi coinvolti, ma da quanto sappiamo hanno già creato un’organizzazione nella quale incanalare i contributi delle industrie nazionali. Siamo davanti alla realizzazione degli intenti comunitari ossia una industria europea capace di superare gli egoismi nazionali. Ad oggi siamo già nella fase operativa a tre anni dall’avvio del progetto la cui realizzazione è prevista nel 2035 con il sistema aereo di nuova generazione. La scelta di Torino, come dicevamo sopra, non è casuale, è una città industriale sui cui territorio operano centri di ricerca, aziende aeronautiche all’avanguardia. Quanto ai numeri di Leonardo, scordiamoci che possa nascere una nuova Fiat, ad oggi abbiamo poco più di 5.000 addetti alle sue dipendenze che diventano in tutta la Regione circa 14mila se consideriamo l’intero sistema che ruota attorno al bacino militare, spesso con maestranze impegnate in produzioni duali. Numeri deludenti che poi corrispondono a qualche reparto della vecchia Fiat. Chi pensava che la produzione di guerra facesse da volano alla occupazione presto dovrà ricredersi. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 21, 2026
Pressenza
Isolare i violenti: Trump, Putin, Zelensky, Netanyahu… istituzioni economiche internazionali e governo italiano
È una frase ricorrente: se vogliono far valere le proprie ragioni, i buoni devono “isolare i violenti”. Come pacifista sono considerata buona, quindi non mi sottraggo all’invito. Isolare Trump. È un uomo violentissimo, nel linguaggio e nei comportamenti. Da quando è presidente ha aggredito paesi sovrani (Libano, Iran…); ha rapito il presidente del Venezuela; ha sostenuto il genocida Netanyhau militarmente, economicamente e politicamente. Attualmente non lo stiamo isolando affatto: anzi custodiamo in Italia una trentina di bombe atomiche che lui solo controlla e prestiamo le basi alle sue guerre. Isolare Putin, Zelensky, Netanyahu e i signori delle decine di guerre africane di cui non conosciamo nemmeno il nome: alimentano i conflitti in corso che danno profitti miliardari alle nostre industrie belliche. Guerre che la nostra costituzione ci vieterebbe come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Attualmente stiamo isolando solo Putin, con sanzioni che danneggiano più noi che lui Isolare le istituzioni economiche internazionali: come hanno ribadito 25 anni fa durante il G8 banca mondiale e fondo monetario internazionale impongono al mondo le politiche liberiste che, attraverso il meccanismo del debito, soffocano le economie più povere ; e impongono le privatizzazioni che soffocano i poveri  nelle economie più ricche Isolare il governo italiano che discrimina poveri e stranieri per assicurarsi consenso. Che ha stravolto la costituzione con una legge elettorale indegna. Che sostiene Israele genocida. Che paga il governo libico per ammazzare, torturare e incarcerare chi cerca di varcare il Mediterraneo. Che sequestra le navi di soccorso e le boicotta in tutti i modi. Che taglia le spese sociali e la scuola per finanziare il riarmo. Se poi l’invito a “isolare i violenti” è un invito a criminalizzare i manifestanti di Milano, Torino e Bologna credo che debbano essere fatti una serie di distinguo. 1. Distinguo la violenza contro le persone, che condanno, dal danneggiamento di oggetti inanimati, che non soffrono, non muoiono e possono essere sostituiti. 2. Rilevo che borse e scarpe da migliaia di euro non servono a trasportare oggetti o a proteggere i piedi: servono a suscitare l’invidia sociale di chi non li possiede. Evidentemente hanno funzionato: i manifestanti erano davvero infuriati. A forza di sentirsi raccontare che se non hai “quelle” scarpe sei una nullità, hanno finito per crederci. E, secondo i nostri governanti, la scuola deve “prepararti al lavoro”, non trasmetterti cultura e valori che ti permettano di fregartene di quelle scarpe. 3. Osservo che i giovani e le giovanissime che hanno devastato e saccheggiato le vetrine (peraltro ASSICURATE!!!!)  di Milano hanno capito di non avere un futuro. Altro che scuola come ascensore sociale: saranno fortunat* se non prenderanno il soffitto della scuola in testa e se porteranno a casa un diploma squalificato. E non entreranno a scuola, se sono stranieri over il tetto del 30%. E soprattutto saranno selezionat* in base alla loro classe sociale di appartenenza. E la loro nonna non troverà posto all’ospedale, perché i soldi servono per i carri armati. 4. In Francia video indipendenti hanno dimostrato la presenza di poliziotti infiltrati tra i violenti: vestiti di nero, incappucciati, lanciano sassi e rientrano nei ranghi della polizia. E qui? Spero che il mio “isolamento dei violenti” sia sufficientemente deciso. Norma Bertullacelli – praticante la settimanale ORA DI SILENZIO PER LA PACE Redazione Genova
October 20, 2026
Pressenza