Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva
fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole.
Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”.
L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del
Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni
minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella
Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del
cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle
tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali.
“Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele
non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di
petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella
sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno
degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima
Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La
partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali
critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”.
Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del
cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente
strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene
di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto.
A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in
licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono
interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei
grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una
dimensione concreta e locale.
Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale
Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali
di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto
a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni
di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie
digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un
milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o
indirettamente nel settore minerario.
Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di
competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80%
della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi
riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una
presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione.
Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed
economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica
Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento
occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi.
In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf
(Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di
alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse
di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è
stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del
settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe
rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione
geopolitica.
“Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente
finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare
l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”,
spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie
porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali
decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti,
incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle
famiglie”.
Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa
Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni
minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo,
ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le
risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa
che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree
destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di
documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a
uno sgombero.
Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati
negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività
estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi
isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle
concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle
comunità.
L’indagine tra le famiglie degli studenti
Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle
famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi,
attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo
era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari
e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico.
L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie
vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di
queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato
e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente
concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati
in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di
povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce
drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni
adeguate.
“Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua
permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli.
“L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in
interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro
minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il
diritto all’istruzione diventa precario”.
Le azioni intraprese
A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo
dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e
avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative.
In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits
Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti
in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità.
Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e
con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di
espansione e reinsediamento.
“Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere
anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”,
conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono
pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare
alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto
irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per
decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i
propri diritti.”
Scarica il report integrale.
Still I Rise