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Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole. Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”. L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. “Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”. Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto. A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una dimensione concreta e locale. Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o indirettamente nel settore minerario. Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80% della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione. Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf (Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione geopolitica. “Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”, spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti, incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle famiglie”. Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo, ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a uno sgombero. Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle comunità. L’indagine tra le famiglie degli studenti Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi, attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico. L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni adeguate. “Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli. “L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il diritto all’istruzione diventa precario”. Le azioni intraprese A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative. In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità. Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di espansione e reinsediamento. “Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”, conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti.” Scarica il report integrale. Still I Rise
March 6, 2026
Pressenza
Governo italiano rispetti la Costituzione e promuova cessate il fuoco immediato
Di fronte all’escalation che minaccia di trascinarci in un conflitto mondiale, dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha reagito bombardando nove Paesi della regione e una base militare a Cipro, il governo spagnolo ha segnato una strada che l’Europa intera può percorrere: anteporre il diritto internazionale e la protezione delle popolazioni civili all’uso delle armi. Anche l’Italia può fare lo stesso. Chiediamo al governo italiano di: Rispettare la Costituzione: La nostra Costituzione è chiara: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’Italia deve rifiutare ogni coinvolgimento diretto o indiretto in operazioni militari contro l’Iran. Negare l’uso delle basi: Chiediamo che il nostro territorio e le basi militari sul suolo italiano non vengano concessi per operazioni di attacco unilaterale fuori dal diritto internazionale, che servirebbero solo a moltiplicare la sofferenza umana e l’instabilità globale. Promuovere una diplomazia dei diritti: Condannare il regime iraniano colpevole di una repressione interna feroce è un dovere morale, ma farlo attraverso i bombardamenti è una contraddizione insostenibile. La solidarietà verso chi lotta per la propria libertà non si esercita con il lancio di missili che colpiscono indiscriminatamente gli stessi cittadini che si dichiara di voler proteggere. Rifiutare la retorica del “regime change” e della “anticipazione strategica”, che hanno di fatto legittimato negli ultimi vent’anni interventi militari fuori dalla legalità internazionale, portando instabilità cronica e immani sofferenze ai civili e che hanno fatto perdere credibilità all’Occidente di fronte al resto del mondo. Rispettare la legge 185/90, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra, responsabili di violazioni dei diritti umani. Assumere un ruolo di mediazione in Europa: L’Italia può collaborare con il governo spagnolo e farsi promotrice di un cessate il fuoco immediato, adoperandosi per costruire un fronte comune con gli altri Paesi europei.  La guerra non è un destino inevitabile, è una scelta politica. È tempo che l’Italia dimostri che la politica può e deve essere uno strumento di pace, non di distruzione.   Emergency
March 6, 2026
Pressenza
“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
Audre Lorde: La poesia non è un lusso
LA VISIONE DELLA POETESSA STATUNITENSE AUDRE LORDE RIGUARDANTE LA POESIA FEMMINILE NERA NEL SUO SAGGIO “LA POESIA NON È UN LUSSO” Audre Lorde, poetessa, militante e pensatrice, nata nel 1934 ad Harlem e deceduta nel 1992 a Saint Croix, US. Virgin Islands, è “una figura che segna la sua epoca e i decenni successivi, impronta l’azione politica di molte donne, suscita risvegli di coscienza, lascia una traccia profonda nel pensiero femminista e precorre una serie di tematiche oggi più che mai attuali”. (Fonte: “Enciclopedia delle donne”). Qui di seguito Milena Rampoldi analizza il suo noto saggio sulla poesia intitolato “Poetry is not a luxury”. Il punto di partenza delle riflessioni della Lorde sulla poesia che non è un lusso e sulla sua importanza per la lotta per la giustizia sociale e l’affermazione della forza primordiale femminile è la luce che mette in discussione la vita stessa. Il punto di partenza di qualsiasi poesia consiste nell’occuparsi della propria biografia, un’auto-riflessione che ha un’influenza diretta sulla nostra vita e sul suo potenziale di cambiamento. > “La qualità della luce con cui mettiamo in discussione la nostra vita > influisce direttamente sul prodotto che viviamo e sui cambiamenti che vogliamo > apportare attraverso quelle vite.” La creazione poetica permette alla donna di mettere in pratica la sua magia. La poesia è quindi mistica e allo stesso tempo dinamica. La poesia viene dotata di nome e forma che costituiscono la sua forma estetica. > “È in questa luce che plasmiamo quelle idee con cui perseguiamo e realizziamo > la nostra magia. Si tratta di poesia come illuminazione, perché attraverso la > poesia diamo un nome a quelle idee che sono senza nome e senza forma fino alla > creazione della poesia e stanno per nascere, sebbene vengano già sentite in > anticipo”. La poesia è il risultato dell’esperienza femminile che genera pensieri. I sogni femminili generano i concetti, mentre le idee sono il risultato dei sentimenti e la comprensione è il risultato della conoscenza. La conoscenza femminile di sé porta al riconoscimento della forza primordiale femminile. L’autrice parla dell’”intimità della prova” che una donna forte deve “sostenere”. Una volta superata la prova, la donna ha un potere che deve sfruttare nella sua vita per bandire due nemici. Il primo nemico è la sua paura, il secondo il silenzio. La poesia ricollega la donna al cosiddetto “luogo oscuro” ove si trova la forza primordiale dell’anima femminile. La poesia diviene dunque nel pensiero della Lorde l’essenza del coraggio per tutte le donne nella loro biografia collettiva. Le donne attivano le proprie forze originarie, i potenziali sopravvissuti grazie all’oscurità. All’inizio l’autrice affronta la tematica della luce esterna che interroga la nostra vita, mentre in un secondo momento ci presenta un’oscurità interna in cui si cela la nostra forza creativa. Ed è a questo punto che entra in gioco la donna nera, emarginata e in lotta, contrapposta alla donna bianca e superficiale. L’autoaffermazione della donna nera prospera in questa dialettica radicale, rifiutando la “modalità europea”. Non si tratta di un processo psicologico e cognitivo, ma di potere e conoscenza che generano azioni che cambiano la biografia collettiva femminile. Lorde definisce la poesia femminile nera come  “rivelazione o distillazione dell’esperienza”, contrapposta alla poesia bianca, che chiama “gioco di parole sterile”. Non si tratta però solo di tensione dialettica tra bianco e nero, ma anche tra uomo e donna. La poesia è compito, vocazione e necessità esistenziale. Ma soprattutto non è un lusso perchè è vitale per l’esistenza delle donne. La luce è il prodotto della poesia. In questa luce noi donne ancoriamo le nostre speranze e i nostri sogni che generano poi azione e cambiamento. La poesia produce uno sconvolgimento radicale della nostra biografia, della nostra esistenza e del nostro mondo come donne che non si percepiscono più come vittime ma come combattenti forti. Esiste dunque un legame indissolubile tra pedagogia femminile della forza primordiale e terapia della poesia. Entrambe partono dalla luce dell’autoriflessione, sfociando poi nella conoscenza di sé e nell’affermazione della forza primordiale della donna, che si trasformano in azione e sconvolgimento dei rapporti sociali di emarginazione, oppressione e discriminazione. > “Gli orizzonti estremi delle nostre speranze e delle nostre paure sono > lastricati dalle nostre poesie, scolpite dalle esperienze rupestri della > nostra vita quotidiana”. Le speranze e le paure femminili sono dure come rocce. Perché le esperienze femminili sono esperienze scolpite nella roccia. E la poesia femminile è capace di intagliare le rocce. A questo punto l’autrice aggiunge un altro termine, quello del presupposto, unito alla conoscenza. Ogni donna è parte di una storia di femminilità e allo stesso tempo di oppressione ed emarginazione della forza primordiale del femminile. Le idee più radicali seguono lo sconvolgimento e il cambiamento attraverso un’azione significativa. Questa dimensione del significato però non è un dono, ma il risultato di un processo di dotazione semantica. Mediante la mia poesia attribuisco un significato a delle cose che prima non sembravano averne, perché spaventavano ed erano incomprensibili. > “Al momento potrei citare almeno dieci idee che una volta avrei considerato > insopportabili o incomprensibili e spaventose se non avessero seguito i sogni > e le poesie”. La poesia non rimane intrappolata nel mondo della fantasia. La poesia è azione e come suggerisce la Lorde è “l’architettura dello scheletro della nostra vita”. Poesia significa potenziale credibile e dunque vita. Ci opponiamo alla morte delle donne come unità collettiva. Le donne vengono costantemente accusate, ma soprattutto vengono considerate inferiori e deboli, infantili, sensuali e troppo poco universali. Ed è l’azione a generare la trasformazione femminile. L’azione non è secondo la Lorde né “temporanea” né “reattiva”. Non reagisco, ma agisco. La mia azione è radicale e costante e provoca il mio cambiamento autentico. La donna nera grazie alla sua azione supera il dettame cartesiano “Cogito, ergo sum”, sostituendolo con il motto delle madri-poetesse nere “Sento, quindi posso essere libera”. Questa libertà, frutto del movimento rivoluzionario delle donne, non si esprime solo nel linguaggio poetico, ma viene anche ancorata in esso. Il riferimento alle madri nere ci porta dunque all’utopia futura dell’autrice. Se vivo come madre, mio figlio vive. Se sogno come madre, mio figlio sogna perché viene nutrito in modo autentico. La dimensione onirica simboleggia l’alimento della nuova generazione. La salvezza non viene mai dalla ragione, ma dall’autoriconoscimento e dal coraggio di agire in modo creativo e di osare. L’azione “eretica” e coraggiosa e la realizzazione dei sogni sono ciò di cui la nostra generazione femminile ha bisogno. E questo cambiamento avviene attraverso la poesia, che colma le paure e traduce in realtà le speranze. In questo contesto si colloca anche la messa in discussione radicale del capitalismo come “disumanizzazione istituzionale”. Tuttavia, la forza primordiale della donna le ha permesso di sopravvivere perché è poetessa. Lorde sottolinea  nuovamente come i sogni e la libertà siano collegati in modo indissolubile. E questi sogni e questa libertà si ritrovano nelle poesie, “che ci danno la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare e di osare”. Il cerchio si chiude con la riflessione finale dell’autrice sull’impossibilità di una visione della poesia come lusso. > “Se ciò che dobbiamo sognare per muovere la nostra mente nel modo più profondo > e diretto verso e attraverso la promessa è un lusso, allora abbiamo > abbandonato il nucleo – il pozzo – della nostra forza, della nostra > femminilità, sì, il futuro dei nostri mondi”. Infine, la Lorde ci mostra che le donne sono forti, resistono alle loro paure e sperimentano nelle loro nuove potenzialità la loro forza creativa che trova espressione nel coraggio poetico. Milena Rampoldi
March 4, 2026
Pressenza
L’ICE arresta senza mandato una studentessa della Columbia University. L’intervento di Mamdani la libera
La mattina di giovedì 26 febbraio la studentessa della Columbia University Elmina “Ellie” Aghayeva, originaria dell’Azerbaigian, è stata arrestata a New York dagli agenti dell’ICE, che si erano introdotti nel suo edificio residenziale fuori dal campus senza mandato. La presidente ad interim della Columbia, Claire Shipman, ha dichiarato che le telecamere di sicurezza hanno ripreso gli agenti nel corridoio mentre mostravano le foto di un bambino scomparso, la falsa motivazione usata per avere accesso all’edificio. Aghayeva ha pubblicato un post sul suo arresto quella mattina presto su Instagram, scrivendo: “Il Dipartimento della Sicurezza Interna mi ha arrestata illegalmente. Aiutatemi, per favore.” I primi a muoversi per denunciare l’arresto sono stati gli amici della studentessa, che giovedì pomeriggio hanno organizzato un raduno all’entrata dell’università, con la partecipazione di circa duecento persone. Il rilascio di Elmina Aghayeva è avvenuto poco dopo che il sindaco di New York City Zohran Mamdani ha fatto appello direttamente al presidente Trump, durante la sua seconda visita alla Casa Bianca dopo la storica vittoria elettorale di novembre. “Ho appena parlato al telefono con il Presidente Trump. Gli ho espresso la mia preoccupazione per la detenzione della studentessa della Columbia Elmina Aghayeva, arrestata dall’ICE stamattina. Il presidente mi ha appena informato che sarà immediatamente liberata” ha scritto in seguito il sindaco di New York su X. La Columbia University ha confermato la notizia in un post sempre su X, dicendosi “sollevata ed emozionata per il rilascio della studentessa”. Zohran Mamdani ha anche consegnato al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles un elenco con i nomi di quattro studenti attuali ed ex studenti presi di mira dalle autorità federali per l’immigrazione e ha chiesto all’amministrazione di aiutare a chiudere i loro casi. Si tratta di Mahmoud Khalil, Yunseo Chung, Mohsen Mahdawi e Leqaa Kordia, tutti arrestati dopo aver partecipato a proteste a favore della Palestina. Leqaa Kordia è l’unica ancora in carcere, a quasi un anno dal suo arresto, in una prigione dell’ICE in Texas. Prima dell’intervento di Mamdani anche la governatrice democratica dello Stato di New York Kathy Hochul aveva criticato duramente l’irruzione degli agenti dell’ICE in uno spazio universitario e chiesto il rilascio della studentessa. “Nessuno dovrebbe scomparire per mano del governo. Nessuno studente dovrebbe essere portato via dal proprio dormitorio con l’inganno. Questi incidenti richiedono un’indagine indipendente e una reale assunzione di responsabilità. New York non si girerà dall’altra parte.” Fonti: Democracy Now! The New York Times Anna Polo
February 28, 2026
Pressenza
Due navi messicane portano aiuti umanitari a Cuba
Due navi della Marina messicana hanno attraccato giovedì 26 febbraio mattina nel porto dell’Avana, Cuba, con 814 tonnellate di generi alimentari, in uno sforzo umanitario volto ad alleviare la grave situazione che affligge la popolazione cubana, segnata da decenni di limitazioni nell’accesso ai beni essenziali e ai servizi di base. Pochi giorni prima, il Messico aveva già spedito un altro carico di 1.193 tonnellate di generi alimentari, tra cui fagioli e latte in polvere, con il sostegno di organizzazioni umanitarie. Queste azioni si inseriscono in un contesto in cui Cuba sta affrontando una crescente crisi energetica, aggravata dall’interruzione delle regolari forniture di petrolio dal Venezuela a partire dal dicembre 2025. I blackout e le restrizioni ai trasporti e ai servizi di base si sono intensificati, rendendo più urgente l’assistenza umanitaria. Nel 2025 il Venezuela aveva inviato carichi di aiuti a seguito degli uragani, tra cui una seconda nave con oltre 2.500 tonnellate di cibo e beni di prima necessità, ma tali spedizioni erano legate a situazioni climatiche specifiche e non all’attuale crisi strutturale dell’isola. La situazione si è ulteriormente complicata con l’operazione militare statunitense in Venezuela nel gennaio 2026, che è culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e il suo trasferimento fuori dal Paese. L’azione ha suscitato ampie condanne internazionali per possibili violazioni del diritto internazionale e della sovranità statale, secondo i governi della regione e le organizzazioni per i diritti umani. Mentre Washington ha difeso l’operazione come una misura contro il governo di Maduro, paesi come la Colombia e il Brasile l’hanno definita una violazione del diritto internazionale e i leader mondiali hanno espresso preoccupazione per il precedente che potrebbe creare per la stabilità regionale. A seguito di questi cambiamenti, le tradizionali forniture energetiche di Cuba provenienti sia dal Venezuela che, in parte, dal Messico, sono state ridotte o sospese. Tuttavia, il Messico mantiene una certa continuità nelle spedizioni di petrolio greggio e altri beni essenziali, oltre alle forniture di generi alimentari. Ciò ha permesso di alleviare parzialmente la crisi, anche se persistono blackout e carenza di carburante. Il coordinatore residente delle Nazioni Unite a Cuba, Francisco Pichón, ha chiesto pubblicamente agli Stati Uniti una “deroga umanitaria” per consentire l’invio di petrolio e altre risorse essenziali all’isola. Pichón ha avvertito che le conseguenze del blocco si sono “aggravate ogni giorno di più” e hanno aumentato il rischio di una crisi umanitaria sistematica che colpisce milioni di persone. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha ribadito l’impegno del suo governo nei confronti del popolo cubano e ha difeso la necessità di ripristinare le forniture energetiche per alleviare la situazione socioeconomica della popolazione. “Continueremo a sostenere Cuba e ad intraprendere tutte le azioni diplomatiche necessarie per ripristinare la fornitura di petrolio all’isola, perché non si può strangolare un popolo in questo modo”, ha dichiarato. Nel frattempo, altri paesi hanno manifestato l’intenzione di collaborare. Il governo canadese ha confermato che sta preparando un piano per inviare aiuti alimentari a Cuba in risposta alla grave carenza di carburante e cibo, aggravata dalle sanzioni e dall’embargo statunitense. D’altra parte, le dichiarazioni di vari governi e organizzazioni umanitarie riflettono l’interesse e la disponibilità a collaborare, anche se molti di questi aiuti non si sono ancora concretizzati. Nonostante 66 anni di blocco statunitense gli invii di aiuti umanitari continuano, dimostrando la persistenza della solidarietà internazionale di fronte alle difficoltà che Cuba deve affrontare. L’arrivo di cibo dal Messico e i piani di assistenza da parte di altri paesi cercano di mitigare l’impatto sociale e umanitario dell’embargo, mentre l’ONU e i governi alleati continuano a fare pressione per trovare meccanismi che consentano di mantenere i flussi essenziali di beni e carburante verso l’isola. Pressenza IPA
February 27, 2026
Pressenza
New York, ciclisti contro l’ICE: la solidarietà è contagiosa
Pubblichiamo l’intervista collettiva al gruppo newyorkese Cycling x Solidarity NYC , ispirato al gruppo simile attivo a Chicago. Quando è stato fondato il vostro gruppo? Abbiamo fondato Cycling x Solidarity NYC nell’ottobre 2025. Mi ero imbattuta in un articolo su Cycling x Solidarity Chicago e l’idea mi era sembrata bella e facilmente replicabile. Conoscevo altre persone che provavano la stessa silenziosa urgenza di fare qualcosa di concreto. Quindi, con il fuoco nel cuore, ho contattato gli organizzatori di Chicago, che hanno generosamente condiviso i loro consigli. Nel giro di una settimana abbiamo organizzato la nostra prima pedalata. Eravamo solo in tre. Il nostro piano era modesto: presentarci ai venditori ambulanti e distribuire volantini. Invece, abbiamo esaurito tutto il churro[1] di uno di loro e comprato tutti i tamales[2] di un altro. La gioia e la gratitudine che hanno espresso sono difficili da descrivere a parole. Abbiamo riempito un frigorifero comunitario e consegnato il resto a una mensa locale. Quella prima pedalata mi è rimasta impressa: la prova che una mattina di solidarietà può restituire un senso di sollievo e di possibilità. Con il via libera del gruppo di Chicago, abbiamo deciso di “copiare” il loro nome, per dimostrare che le buone idee viaggiano, mettono radici e possono nutrire una comunità. Il 6 febbraio, il sindaco Zohran Mamdami ha emesso un ordine esecutivo per proteggere gli immigrati di New York dalle retate dell’ICE. Questa decisione coraggiosa ha avuto un impatto positivo sulla situazione? L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani è un atto significativo e coraggioso ed è importante che New York abbia un sindaco disposto a usare tutto il peso della sua carica per proteggere i suoi cittadini. Detto questo, la politica e l’esperienza vissuta spesso procedono a velocità diverse. Anche quando le tutele legali vengono rafforzate, la paura e le conseguenze economiche possono persistere. L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani aiuterà direttamente queste comunità? Credo di sì. Ma ricostruire un senso di sicurezza richiederà più tempo e l’adeguata applicazione di tali politiche è tutta un’altra questione. È importante anche riconoscere che l’attuale clima di paura va ben oltre gli immigrati privi di documenti. Residenti permanenti legali, titolari di visto, beneficiari del DACA, richiedenti asilo e persino cittadini statunitensi sono stati coinvolti in operazioni repressive, detenuti illegalmente e in alcuni casi uccisi. Nel caso specifico dei venditori ambulanti, la vulnerabilità è profonda. Molto prima che i budget dell’ICE fossero ampliati fino a rivaleggiare con quelli del 15° esercito più grande al mondo, i venditori operavano già in base a un sistema di autorizzazioni restrittivo e vecchio di decenni, che limita le licenze e costringe molti a lavorare senza un’autorizzazione adeguata, esponendoli a multe salate, alla confisca (e allo spreco) del loro cibo e a potenziali conseguenze per il loro status di immigrati legali. Anche il quadro più ampio è allarmante… Solo a New York City, decine di migliaia di rifugiati legali, richiedenti asilo e immigrati con status di protezione temporanea hanno già perso l’accesso al programma di assistenza alimentare per persone a basso reddito in seguito al One Big Beautiful Budget Act [3] e in meno di un anno oltre un milione di newyorkesi rischia di perdere l’assistenza sanitaria, con conseguente aumento della fame. Sempre più bambini arrivano a scuola affamati, mentre altri non la frequentano più , trattenuti a casa dal timore di essere arrestati. Con il ritiro delle famiglie dalla vita pubblica, i venditori ambulanti e le piccole imprese dei quartieri di immigrati hanno segnalato al nostro gruppo un calo significativo delle vendite. Tutto ciò per dire che è improbabile una rapida ripresa come conseguenza diretta di questo ordine esecutivo. Se c’è spazio per credere in un futuro più luminoso, credo che Mamdani userà tutto il potere della sua carica per cambiare, si spera, la rotta che New York sta attualmente seguendo. Quali sono le vostre attività? Organizziamo giri mensili in bicicletta durante i quali raccogliamo in anticipo fondi per il cibo, acquistiamo quanto più cibo possibile dai venditori ambulanti e poi lo ridistribuiamo alla comunità. L’obiettivo è duplice: sostenere i venditori ambulanti, la cui sicurezza e il cui sostentamento sono sempre più precari e ridistribuire il loro cibo fresco e fatto in casa ai vicini che vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Il cibo viene distribuito ai frigoriferi comunitari, alle mense locali, alle persone senza fissa dimora e a chiunque abbia bisogno di un pasto. Ogni giro è pensato per avere un impatto immediato e concreto. In sostanza, Cycling x Solidarity NYC si avvale di newyorkesi appassionati e di biciclette per trasportare il cibo da un angolo all’altro della nostra comunità. Siete in contatto con altri attivisti a New York e in altre città? Siamo in contatto con altri gruppi a New York e oltre, principalmente per condividere le migliori pratiche, imparare dai successi e dalle battute d’arresto reciproci e, in generale, per sostenerci a vicenda. Le sfide che stiamo affrontando sono più grandi di quelle che qualsiasi singola organizzazione può sostenere da sola e imparando dagli altri, condividendo risorse, amplificando le voci degli altri e aiutandoci a vicenda, potremo sostenere i nostri sforzi per andare avanti. L’appoggio che abbiamo ricevuto da altri gruppi è stato fondamentale per la nostra crescita. Il gruppo di Chicago, in particolare, è stato straordinariamente generoso con noi. Non solo ci ha ispirato per l’idea di partenza, ma ha anche sostenuto attivamente il nostro lavoro, condividendo la sua esperienza organizzativa conquistata con fatica, amplificando la nostra presenza sui social media e mettendoci in contatto con volontari che non avremmo mai potuto raggiungere da soli. È stata la nostra principale fonte di nuovi volontari e gliene siamo profondamente grati. Quali conseguenze pratiche ed emotive ha l’impegno ad aiutare le persone vulnerabili come gli immigrati privi di documenti? La storia – personale, locale e internazionale – è sempre stata la mia materia preferita perché insegna una lezione essenziale: prestare attenzione. Ciò che è accaduto in passato ritorna con nomi diversi, in momenti diversi, ma con conseguenze familiari. La storia non riguarda solo il passato. È uno specchio che contestualizza il presente. E il nostro presente negli Stati Uniti riflette ciò che accade quando troppi di noi non riescono a difendersi a vicenda, indipendentemente dalle differenze. L’impegno nei confronti delle comunità vulnerabili è radicato nella consapevolezza che le cose possono sempre peggiorare, se lo permettiamo e che qualsiasi comunità può diventare rapidamente vulnerabile. In pratica, l’avvio del nostro gruppo ha richiesto tempo, energia e risorse. Ha significato coordinare e alimentare lo sforzo durante i periodi di inattività e chiedere aiuto a sconosciuti. Dal punto di vista emotivo, ogni viaggio è stato pesante, pieno di speranza ed energizzante. Pesante, perché una volta che si assiste da vicino alla vulnerabilità, non si può più ignorarla. Pieno di speranza, grazie al calore e alla generosità di tutti coloro che si sono fatti avanti e degli stessi venditori, che meritano molto più riconoscimento di quello che ricevono. Molto prima delle turbolenze politiche degli ultimi anni, queste persone si svegliavano sempre prima dell’alba, stavano al freddo e sotto la pioggia e nutrivano questa città ogni singolo giorno. Sono sempre stati gli eroi silenziosi dei quartieri di New York. Era vero prima e rimane vero ora. Ed energizzante, perché la solidarietà è contagiosa. Non c’è niente di meglio che girare in bicicletta insieme a nuovi amici, vedere l’espressione di un venditore quando gli chiedi di venderti tutto, riempire i frigoriferi con il loro cibo cucinato in casa e tornare un’ora dopo per trovarli vuoti. In una città dove siamo condizionati a valutare ogni interazione in termini commerciali, in base al rischio e alla ricompensa, c’è qualcosa di silenziosamente radicale nell’aiuto reciproco. Invita le persone a tornare a un modo diverso di relazionarsi con i propri vicini, radicato nella cura piuttosto che nel calcolo. Tornando a Mamdani, in Italia la sua campagna elettorale e la sua vittoria, che come Pressenza abbiamo seguito con numerosi articoli, hanno suscitato grande interesse e speranza. A quasi due mesi dall’entrata in carica come sindaco, avvenuta il 1° gennaio, ha già intrapreso iniziative per iniziare a mantenere alcune delle sue ambiziose promesse, ad esempio per quanto riguarda i servizi di assistenza all’infanzia e il trasporto pubblico gratuiti, da finanziare aumentando le tasse ai residenti più ricchi? Sulla base di tutto ciò che ho seguito finora, Zohran Mamdani sembra prendere sul serio le sue promesse e fare tutto ciò che è in suo potere per migliorare la vita di tutti i newyorkesi. Ci saranno inevitabilmente delle resistenze e il cambiamento avverrà quasi certamente in modo graduale. Ma c’è qualcosa di significativo nell’avere un sindaco in carica con l’energia e il desiderio di correggere gli errori e riparare un sistema malato. Quando una giovane coalizione di base può determinare un cambiamento così rapido nei risultati elettorali, come nel caso di Zohran Mamdani, l’unica vera risposta è la speranza. [1] I churros sono dei dolci dalla forma cilindrica e allungata tipici della cucina spagnola e sudamericana, a base di una pastella fritta spolverata con lo zucchero a velo e con l’aggiunta a volte di cannella. [2] I tamales sono involtini salati o dolci, tipici della cucina sudamericana. [3] Radicale riforma fiscale e di spesa degli Stati Uniti firmata da Donald Trump il 4 luglio 2025, comporta massicci tagli alle tasse e una contemporanea riduzione della spesa sociale. Anna Polo
February 25, 2026
Pressenza
Chicago, uno spazzaneve di nome Abolish ICE
Riprendiamo dalla pagina Facebook The Other 98% un esempio di resistenza creativa alla violenza dell’ICE. Chicago prende in giro Trump battezzando uno spazzaneve della città “Abolish ICE” nel bel mezzo della repressione federale sull’immigrazione. Il concorso annuale “You Name a Snowplow” è appena diventato un lanciafiamme politico. Gli elettori, stanchi della repressione dell’immigrazione da parte dell’amministrazione Trump nella loro città e nei sobborghi, hanno inviato il numero più alto di proposte nella storia del concorso, oltre 13.300 nomi e 39.000 voti e il vincitore indiscusso è stato “Abolish ICE”. L’operazione “Midway Blitz”, lanciata nel settembre 2025 dal Dipartimento della Sicurezza Interna e dall’ICE avrebbe dovuto prendere di mira criminali pericolosi, ma si è trasformata in arresti di massa, paura diffusa nelle comunità di immigrati e almeno una sparatoria mortale da parte degli agenti dell’ICE a Franklin Park. Anziché eludere la controversia, i funzionari della città l’hanno abbracciata. Il sindaco di Chicago Brandon Johnson ha ringraziato i residenti per la loro creatività e il loro orgoglio civico e ha approvato il nome che trasforma uno spazzaneve in un simbolo di resistenza. Il disprezzo per l’applicazione della legge federale non è solo simbolico. Chicago ha emanato un ordine esecutivo ICE On Notice che impone alla polizia locale di documentare e indagare sui presunti comportamenti scorretti degli agenti federali dopo mesi di azioni di contrasto. Nei quartieri a maggioranza latina come Little Village e Pilsen gli effetti delle retate sono ancora visibili, con i residenti che affermano che la presenza federale ha sconvolto la vita quotidiana, danneggiato gli affari e costretto le famiglie a nascondersi. Uno spazzaneve della città ora porta un messaggio rivolto direttamente a Washington. Di fronte alle retate di massa e alla violenza federale, gli elettori di Chicago hanno risposto con derisione e sfida. “Abolire l’ICE” non è solo una battuta su uno spazzaneve, è una dimostrazione che le comunità possono reagire anche nei modi più inaspettati. Un applauso a Chicago! Anna Polo
February 24, 2026
Pressenza
Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files
Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali. 1. LA PRESENZA DI CONTENUTI VIOLENTI L’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”. L’ammissione implica l’esistenza di materiale ben più compromettente rispetto a quello reso pubblico. Tra i documenti pubblicati figurano e-mail che attestano lo scambio di video di torture tra Epstein e l’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che si è dimesso dai vertici di DP World dopo le polemiche. Il rilascio appare dunque parziale e fortemente selettivo. 2. I DOCUMENTI FBI CITANO L’IPOTESI DI LEGAMI CON L’INTELLIGENCE ISRAELIANA L’ex Premier israeliano Ehud Barak Un memorandum dell’FBI (FD-1023) riporta la testimonianza di una fonte confidenziale secondo cui Epstein avrebbe operato per l’intelligence israeliana, il Mossad. Non si tratta di una prova giudiziaria, ma l’informazione è agli atti. I files mostrano, inoltre, rapporti stretti e duraturi con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e con Yehoshua “Yoni” Koren, alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN) e suo collaboratore diretto, che ha soggiornato per settimane nell’appartamento di Epstein a Manhattan, in almeno tre occasioni tra il 2013 e la fine del 2015. * 3. DONAZIONI E FLUSSI FINANZIARI VERSO NODI CENTRALI DELL’ECOSISTEMA ISRAELIANO La documentazione fiscale contenuta negli Epstein Files mostra donazioni e trasferimenti economici verso fondazioni e soggetti collegati all’ecosistema istituzionale israeliano. Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish National Fund (JNF), coinvolto nella gestione dei terreni e nella costruzione di insediamenti, inclusi quelli in Cisgiordania. 4. I LEGAMI CON L’ALTA FINANZA GLOBALE Gli Epstein Files ricostruiscono una rete di rapporti con il mondo della grande finanza internazionale. Tra i contatti figurano esponenti di famiglie storiche e dirigenti apicali di importanti istituzioni bancarie, in particolare il gruppo Rotschild. In una mail del 28 febbraio 2026, Epstein scriveva a Peter Thiel vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild: «Come probabilmente sai, rappresento i Rothschild». Un documento del 5 ottobre 2015 indica che la sua società offshore, la Southern Trust Company Inc., aveva siglato un accordo da 25 milioni di dollari con il gruppo Rothschild per servizi di analisi del rischio e algoritmi finanziari. Significativo è anche il caso di Kathy Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs ed ex consigliera della Casa Bianca, che si è dimessa dopo la pubblicazione delle e-mail che evidenziavano uno stretto rapporto con Epstein, da lei descritto come una figura di riferimento personale. 5. LE CONNESSIONI CON IL WORLD ECONOMIC FORUM L’ex Ministro degli Esteri norvegese Børge Brende Sono documentati i rapporti di Epstein con figure legate al World Economic Forum, tra cui il CEO Børge Brende e l’intermediario Olivier Colom, di cui sono agli atti mail disturbanti in cui si paragonano le donne a “gamberetti”. Le carte indicano che Brende ha partecipato ad almeno tre cene di lavoro con Epstein tra il 2018 e il 2019 e che vi sono stati numerosi scambi di e-mail, foto e messaggi SMS tra i due. In un’e-mail del 16 settembre 2018, Epstein avanzava delle proposte sul futuro del World Economic Forum (WEF): «Davos può davvero sostituire l’ONU». 6. I PROGETTI CON STEVE BANNON PER FINANZIARE LA DESTRA SOVRANISTA EUROPEA Dai documenti emerge il tenativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per sostenere finanziariamente i movimenti e i partiti della destra sovranista europea Dai documenti emerge il tentativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per sostenere finanziariamente movimenti e partiti della destra sovranista europea, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui l’ex stratega di Donald Trump cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa. I files mostrano discussioni, ipotesi operative e canali di finanziamento transnazionali, anche se molti progetti non si sono concretizzati. Bannon chiese aiuto, nel 2018, per contatti in Europa: «Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento europeo e con esso l’UE?», mentre il 5 marzo 2019 scrisse di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete». 7. EPSTEIN COME FACILITATORE DI RELAZIONI DIPLOMATICHE MULTILATERALI L’ambasciatrice norvegese Mona Juul Gli Epstein Files delineano un quadro di relazioni e mediazioni internazionali che coinvolgono figure come l’ambasciatrice norvegese Mona Juul e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. Epstein, modificò il testamento due giorni prima della morte, destinando 10 milioni di dollari  ai due figli di Juul. A questo si aggiungono legami finanziari opachi, soprattutto tramite il marito Terje Rød-Larsen (ex alto funzionario ONU, dimessosi nel 2020 proprio per legami con Epstein), che in passato ammise prestiti e donazioni da Epstein al suo International Peace Institute. 8. I TENTATIVI DOCUMENTATI, MA FALLITI, DI INCONTRARE PUTIN Le e-mail private di Epstein, soprattutto tra il 2010 e il 2018, rivelano una sequenza ripetuta di tentativi falliti di avvicinamento al Cremlino. Il finanziere appare ossessionato dall’idea di incontrare Vladimir Putin, percepito come un interlocutore strategico su investimenti, economia e potere globale. Un ruolo centrale in questi tentativi è attribuito all’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, all’epoca figura influente nei circuiti diplomatici europei. I tentativi non hanno avuto successo, ma la loro esistenza è indicativa dell’ambizione geopolitica del network in cui Epstein si muoveva. 9. I CONTATTI CON GATES E JP MORGAN SUI PROGETTI DI “PREVISIONE” DELLE PANDEMIE Tra il 2015 e il 2017, anni che precedono l’esplosione della crisi da Covid-19, compaiono scambi di mail che chiamano in causa Bill Gates e ambienti riconducibili a Epstein e a JPMorgan Chase, in un perimetro di discussione che ruota attorno alla “preparazione alle pandemie”, alle simulazioni di ceppi patogeni e alla costruzione di infrastrutture – anche finanziarie e tecnologiche – per la gestione delle emergenze sanitarie. I documenti mostrano come, ben prima del 2020, una parte dell’élite economica stesse ragionando su scenari pandemici anche in termini di “opportunità” di intervento, investimento e governance. 10. IL FINANZIAMENTO DI PROGETTI DI CLONAZIONE UMANA ED EDITING GENETICO Il ranch di Epstein nel Nuovo Messico Infine, gli Epstein Files documentano il sostegno economico di Epstein a progetti di ricerca avanzata nel campo della clonazione umana e dell’editing genetico. A partire dai primi anni 2000, in diverse occasioni, il finanziere di Brooklyn confidò a scienziati e uomini d’affari le sue ambizioni di utilizzare il suo Zorro Ranch, nel Nuovo Messico, come laboratorio in cui alcune donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Documenti pubblicati rivelano che Epstein stava finanziando un progetto di Bryan Bishop volto a progettare «la nascita di un bambino umano su misura, e possibilmente di un clone umano, entro 5 anni». Epstein appare coinvolto personalmente anche nella sperimentazione di tecniche di editing genetico, tramite il cosiddetto “Venus Project”, del dottor Joseph Thakuria, all’epoca medico e ricercatore affiliato al Massachusetts General Hospital (MGH) e collaboratore del Personal Genome Project della Harvard Medical School. L'Indipendente
February 22, 2026
Pressenza
USA “Come resistiamo all’ICE”
Per riaccendere i riflettori sulla resistenza in Minnesota, dopo lo spegnimento dei fari sulla vicenda operato dall’informazione italiana, riprendiamo da “Officina Primo Maggio” l’intervista a Janette Zahia Corcelius (sindacalista  dei Democratic Socialists of America) e Rafael Gonzales (rapper, insegnante) attivisti del “Ice Out”,  il movimento spontaneo mobilitatosi a Minneapolis contro l’offensiva anti-immigrati a seguito dell’uccisione a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty. Le manifestazioni di piazza nella città americana «hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non, come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi subalterne: scioperi e manifestazioni»[accì]   Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle? Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti, un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati. Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020, quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro. In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato? J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi, discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo: alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi. R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono. L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le stesse cose che ha fatto qui. Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici? J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce. R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo molto. Parli del governo del Minnesota? R.: Sì, ma anche del sindaco. Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE davanti alle telecamere, ma non è andato oltre? R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la copertura mediatica si riduce, diminuiscono. J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio, perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un vero sciopero generale. Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano sanzioni severe fino all’arresto. Giusto? J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60 giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%. In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete ricavato da quanto è successo? R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa 700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città. In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli. Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili, perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”. Più in generale come vedi il futuro? R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno. J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme, molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle. Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa. E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump, ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla normalità”, voglio una società nuova.   ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU PUNTOCRITICO Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza