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I portuali non lavorano per la guerra. A Genova assemblea con delegazioni da Grecia, Paesi Baschi, Marocco, Turchia e USA
“I portuali non lavorano per la guerra” è il titolo dell’assemblea nazionale indetta da USB venerdì 23 gennaio in preparazione della giornata internazionale di sciopero dei porti del 6 febbraio: i lavoratori portuali chiamano alla lotta contro guerre e riarmo, verso lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio. Sarà un momento di confronto e di dibattito: aperto al contributo non solo di tutte quelle forze e di quei movimenti con i quali abbiamo costruito le grandi giornate di sciopero generale del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre, ma anche a tutti coloro che vedono in questo appuntamento il possibile rilancio del percorso di solidarietà nazionale e internazionale contro le guerre, il genocidio, il nuovo imperialismo, lo sfruttamento del lavoro e la battaglia contro i migranti. All’assemblea parteciperanno con loro interventi e contributi alcune delegazioni sindacali dei lavoratori e lavoratrici portuali che hanno convocato la giornata del 6 febbraio, oltre a USB Grecia, Paesi Baschi, Marocco e Turchia, oltre al sindacalista Amazon Chris Small dagli USA.. Al momento, inoltre, hanno dato conferma a contribuire all’assemblea Emiliano Brancaccio, economista, Angelo D’Orsi, storico della filosofia italiana, e Alessandro Volpi, storico e studioso delle dinamiche economiche. Mai come in questo momento, dove i governi sono guidati dalla dottrina di aggressione, sfruttamento e rapina del lavoro, dell’ambiente e delle risorse naturali, i lavoratori si pongono con forza come elemento che rifiuta la guerra come unica prospettiva: lo fanno dentro la costruzione di una rete di solidarietà internazionale sempre più ampia e coraggiosa. Il 6 febbraio non sarà il punto di arrivo, ma un altro passaggio di una lotta sempre più estesa e collegata tra i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo, per fermare le guerre e dare un futuro a tutti noi. Venerdì 23 gennaio 2026 alle 18.30 al Cap (Circolo autorità portuali), Via Albertazzi 3, Genova L’iniziativa sarà trasmessa in streaming sul nostro canale YouTube a questo link https://www.youtube.com/watch?v=yEboxhdOd7g Unione Sindacale di Base
Il Pentagono pronto a schierare 1.500 soldati in Minnesota
La pagina Facebook The Other 98% riporta gli ultimi inquietanti sviluppi nel braccio di ferro tra le autorità federali e i cittadini di Minneapolis: il Pentagono annuncia di essere pronto a inviare 1.500 soldati “nel caso in cui la violenza nello Stato del Minnesota dovesse intensificarsi.” Il Pentagono ha ordinato a 1.500 soldati in servizio attivo di prepararsi per un possibile dispiegamento in Minnesota a causa dei crescenti disordini. Non all’estero. Non per rispondere a un uragano. Non per una guerra straniera. A Minneapolis. Proprio ora. In risposta alle proteste scatenate dall’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE. Questo potrebbe essere un punto di svolta. L’amministrazione insiste che si tratta “solo di una preparazione” e che non è stata presa alcuna decisione definitiva, ma il punto è proprio questo. Le unità di fanteria dell’11ª Divisione aviotrasportata – addestrate al combattimento, non al controllo della folla – sono state messe in standby mentre il presidente minaccia pubblicamente di invocare l’Insurrection Act, una reliquia della legislazione del XIX secolo concepita per reprimere le ribellioni, ora rispolverata per intimidire i civili che chiedono giustizia. Ciò che rende la situazione ancora più estrema è che il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz, non ha richiesto questo intervento, ma ha invece attivato la Guardia Nazionale dello Stato per supportare le forze dell’ordine locali e gestire le proteste, esortando pubblicamente Trump a “calmare gli animi”. Cerchiamo di essere chiari su ciò che sta accadendo. L’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione si espande in modo aggressivo nelle comunità. Un civile viene ucciso. Scoppiano le proteste. E invece di un allentamento della tensione, trasparenza o giustizia, la risposta è un’escalation: la CBP, la polizia responsabile della sicurezza delle frontiere, che sorveglia gli edifici federali, gli agenti dell’ICE dipinti come “patrioti”, i manifestanti etichettati come “insurrezionalisti” e l’esercito che si mette silenziosamente in posizione. Non si tratta di sicurezza pubblica. Si tratta di potere. Ogni svolta autocratica nella storia moderna segue lo stesso copione: ridefinire il dissenso come disordine, descrivere la polizia e le forze di sicurezza come ultima linea della “legge” e normalizzare la presenza dei soldati nella vita civile. Il linguaggio si inasprisce. Le leggi si allargano. Si crea un precedente. Una volta invocato l’Insurrection Act, il confine tra governo civile e forza militare non solo si confonde, ma crolla. Quello che si sta testando a Minneapolis non è solo il controllo della folla. Si tratta di capire se gli americani accetteranno le truppe armate come risposta alle proteste, se resteremo indifferenti mentre l’esercito si schiera contro il proprio popolo, se la paura prevarrà sulla memoria. E una volta che questa porta si apre, raramente si chiude in silenzio.   Anna Polo
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
Movimenti: il 24-25 gennaio a Bologna Assemblea Nazionale “O Re o Libertà”
Oltre 700 sigle per la convergenza sociale contro guerra e autoritarismo. Sabato 24 e domenica 25 gennaio si terrà a Bologna, presso il TPO (via Casarini, 17/5), l’Assemblea Nazionale “O Re o Libertà” (https://reoliberta.noblogs.org), promossa da un’ampia galassia di movimenti, reti, attivisti, associazioni, campagne, realtà politiche e sindacali riunitesi nella Convergenza Sociale “Contro i re e le loro guerre”, che ad oggi riunisce oltre 700 sigle complessive e il cui nome trae ispirazione dal movimento “No Kings” nato negli USA contro le politiche liberticide di Trump. Chi siamo Un percorso di convergenza, presentato in una prima assemblea nazionale lo scorso 15 novembre all’Università La Sapienza di Roma, e di cui fanno parte, tra gli altri, la Rete No Dl Sicurezza “A Pieno Regime”, in cui si sono mobilitate oltre 200 realtà, e la Campagna europea “Stop Rearm Europe” contro guerra, riarmo, genocidio e autoritarismo, che conta l’adesione di oltre 500 sigle (https://stoprearmitalia.it/aderenti/) Il programma L’inizio dell’assemblea è previsto sabato, 24 gennaio, alle ore 14. Seguiranno, alle ore 15, una prima assemblea plenaria e poi dalle ore 17 le tre assemblee tematiche in contemporanea, intitolate: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio”. I lavori riprenderanno domenica mattina, 25 gennaio, alle ore 9:30, con una prima assemblea plenaria su “La questione europea”, seguita alle ore 11:30 dalla plenaria conclusiva “Fare la primavera” con restituzione finale e le proposte sul proseguimento del percorso. Nei prossimi giorni saranno resi noti i nomi dei relatori. Per partecipare all’evento non è necessario accreditarsi. Redazione Italia
Minneapolis, il ghiaccio sconfigge l’ICE
La pagina Facebook The Other 98%  racconta come a Minneapolis il gelido inverno sia diventato un prezioso e sorprendente alleato per la popolazione locale decisa a resistere con ogni mezzo, anche il più creativo, alla brutalità degli agenti federali dell’immigrazione. A Minneapolis la resa dei conti tra l’ICE e la resistenza locale ha preso una piega inaspettata; non si tratta solo di politica, ma anche di temperatura. Mentre gli agenti federali si schierano in forze, i manifestanti stanno trasformando il ghiaccio e le condizioni invernali in un vantaggio tattico. Le strade intorno agli edifici federali sono scivolose a causa della gelida umidità. La neve, il fango e le lastre di ghiaccio create intenzionalmente hanno reso difficile il movimento dei veicoli blindati e ancora più difficile per il personale dell’ICE muoversi a piedi. I video che circolano online mostrano gli agenti che fanno fatica a mantenere l’equilibrio e scivolano sui marciapiedi ghiacciati, mentre i residenti, ben coperti, rimangono saldi senza cadere. I funzionari federali hanno persino accusato gli attivisti di avere versato acqua per creare condizioni pericolose, definendo tali atti un crimine federale, a riprova del fatto che l’inverno di Minneapolis è una parte integrante della resistenza. Le proteste sono state enormi e prolungate, attirando migliaia di persone a temperature sotto zero per condannare le tattiche federali e chiedere che venga fatta giustizia per la morte di Renee Good. Le manifestazioni a Powderhorn Park e le marce lungo Lake Street hanno riunito folle con cartelli, slogan e cori di solidarietà in un clima che dovrebbe indurre la maggior parte delle agenzie a pensarci due volte prima di inviare agenti sul campo. Al di là dello spettacolo degli agenti in tenuta mimetica che scivolano sulle lastre di ghiaccio, questo momento rivela qualcosa di più profondo sullo scontro: un conflitto tra un apparato federale altamente militarizzato e una comunità radicata nell’esperienza vissuta. Molti manifestanti sono arrivati equipaggiati con abbigliamento isolante, stivali con ramponi e il tipo di conoscenza dell’inverno che deriva da anni di freddo nel Minnesota, piuttosto che dai manuali di addestramento federali. Questa differenza – la resilienza invernale vissuta contro l’applicazione burocratica della legge – si sta manifestando in tempo reale nelle strade della città. Sta anche provocando una reazione legale e politica. Un giudice federale del Minnesota ha vietato agli agenti dell’ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare tattiche di controllo della folla come i gas lacrimogeni, a meno che non vi sia un fondato motivo, una decisione dovuta alla pressione dei gruppi per le libertà civili, che contestano quella che definiscono una condotta incostituzionale. Nel frattempo, lo Stato del Minnesota e le città di Minneapolis e St. Paul hanno collettivamente citato in giudizio il governo federale, sostenendo che la massiccia ondata di repressione, che ha già portato a migliaia di arresti, viola i diritti costituzionali e chiedendone la fine. Allo stesso tempo, la risposta federale non si è ammorbidita. All’inizio della settimana un agente dell’ICE ha sparato a un venezuelano, ferendolo a una gamba durante un controllo stradale e scatenando ancora una volta l’indignazione generale. Quello che sta succedendo a Minneapolis ci ricorda che il potere non è solo legge o forza, ma anche territorio, memoria e appartenenza a un luogo. L’ICE è arrivata con autorità e armi. I manifestanti sono arrivati con stivali invernali e in una città costruita per resistere al freddo questo squilibrio è importante. Anna Polo
Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini”
Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere. Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini. Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump. La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari. L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”. A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”. Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato. Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione. Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule. “Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”. Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù. L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata. Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso. “Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari. Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”. Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE. I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità. “Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”. Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale. Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini. Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia. Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”. Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra. Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda: “Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington. Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”   Fonti: https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/ > A Minneapolis, l’America arresta se stessa: l’ICE ferma i nativi americani Lorenzo Poli
Machado regala Nobel a Trump. Estrema destra venezuelana collaborò nell’aggressione USA al Venezuela
Giovedì sera 15 gennaio 2026, la leader fascista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado ha regalato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump la medaglia del suo Premio Nobel per la Pace con il fine di supplicarne un ritorno politico in Venezuela contro il legittimo governo socialista bolivariano e nel tentativo di influenzare i suoi sforzi per plasmare il futuro politico del suo Paese. Un funzionario della Casa Bianca ha confermato che Trump, che non ha mai vinto il premio di cui intende conservare la medaglia, anche se ne è ossessionato. In un post sui social media, Trump si è vantato della medaglia, dicendo: “Maria Machado mi ha conferito il Premio Nobel per la Pace per il mio lavoro. Un meraviglioso gesto di rispetto reciproco. Grazie, Maria!” Trump, che si era pubblicamente battuto per il premio prima che Machado lo vincesse il mese scorso, si è lamentato aspramente di non averlo ricevuto. Lei stessa ha dichiarato che meritava il premio dopo averlo ricevuto, e poi gliel’ha “dato”, nonostante la commissione avesse chiarito che il Premio Nobel non è trasferibile nè revocabile. La Casa Bianca ha pubblicato una foto di un sorridente presidente Donald Trump che regge una grande cornice dorata contenente la medaglia. Il testo di accompagnamento recitava: “Al presidente Donald Trump, in riconoscimento della sua straordinaria leadership nel promuovere la pace attraverso la forza”. Affermava inoltre che si trattava di “un segno personale di gratitudine a nome del popolo venezuelano”. Trump ha ringraziato per il regalo e poi ha ribadito a Machado che non può guidare il Venezuela per il semplice fatto che non ha consenso alcuno, uscendone del tutto squalificata (più di quanto già lo fosse). Di conseguenza l’Istituto Nobel e l’Accademia di Stoccolma ne sono uscite svilite: un’operazione oscena, senza dignità, senza vergogna e senza rispetto. Svilite ulteriormente di fronte alla notizia di questi giorni che vede l’opposizione dell’estrema destra venezuelana guidata dalla Machado essere al centro della collaborazione con gli USA per l’aggressione imperialista al Venezuela e al sequestro Maduro. Un memorandum segreto del governo degli Stati Uniti conferma la partecipazione dell’estrema destra venezuelana, guidata da María Corina Machado, all’attacco ordinato dal presidente Donald Trump contro il Venezuela il 3 gennaio, evento in cui sono stati rapiti anche il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, secondo il Wall Street Journal . Il portale statunitense cita a sua volta il suddetto memorandum del Dipartimento di Giustizia di quella nazione, in cui si afferma che nel dicembre dell’anno scorso l’Ufficio di consulenza legale ritenne che non fosse necessario avere l’autorizzazione del Congresso, né del Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per bombardare il nostro Paese. “Il parere dell’Ufficio del consulente legale del 23 dicembre 2025 ha anche affermato che il diritto statunitense o internazionale non ha impedito a Trump di ordinare l’operazione militare del 3 gennaio, citando numerosi casi di presidenti che hanno autorizzato missioni senza l’approvazione del Congresso o le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, ha affermato l’agenzia. Il WSJ chiarisce che i dettagli della partecipazione dell’estrema destra venezuelana a questo piano di attacco e saccheggio contro il nostro Paese sono stati censurati nel documento del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, pubblicato ieri in una versione modificata.   “Dietro spesse linee nere si cela un’altra giustificazione, secondo alcune fonti: il lobbying dell’opposizione”, osserva il sito web, aggiungendo che “questa sezione appare censurata nell’ultimo paragrafo di pagina 6 del promemoria di 22 pagine, secondo una delle persone che ha letto una versione non censurata. Una delle note a piè di pagina non censurate cita i commenti di Machado, il quale affermava che intensificare la pressione statunitense era l'”unico modo” per liberare il Venezuela”. Il media americano sottolinea la contraddizione tra il rapporto della suddetta organizzazione e quanto dichiarato dal presidente americano dopo aver bombardato la città di Caracas e alcune zone degli stati di La Guaira, Aragua e Miranda. Il Dipartimento di Giustizia ha basato la sua giustificazione per l’attacco militare sulla presunta vittoria di Edmundo González alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, un trionfo che l’estrema destra non ha mai dimostrato e che è stato utilizzato per attaccare e tentare di delegittimare l’autorità del presidente Maduro. “Il memorandum del Dipartimento di Giustizia è scioccante, dato che si basa in parte sulla legittimità di Machado come giustificazione legale, nonostante l’amministrazione Trump abbia sostenuto la vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, e continui a lavorare con lei come leader ad interim del Paese”, sottolinea il WSJ. Vale la pena ricordare che poche ore dopo aver ordinato l’attacco militare, il magnate ha tenuto una conferenza stampa in cui, tra le altre cose, ha affermato che María Corina Machado “non ha il sostegno né il rispetto per guidare il Paese”. Il rapporto cita dichiarazioni pubbliche rilasciate da Machado nell’ottobre dello scorso anno, quando affermò di ritenere che “l’escalation che si è verificata è l’unico modo per costringere Maduro a capire che è ora di andarsene”, mentre il regime statunitense intensificava i bombardamenti nei Caraibi contro imbarcazioni presumibilmente appartenenti al narcotraffico. L’articolo pubblicato oggi dal sito web americano sottolinea che il memorandum afferma che “le dimissioni di Maduro, volontarie o meno”, genererebbero caos nel Paese e che “non esiste un chiaro favorito” per succedergli. “Prima dell’operazione, una valutazione dell’intelligence statunitense aveva stabilito che i membri più importanti del regime di Maduro, tra cui Rodríguez, sarebbero stati i più adatti a guidare un governo temporaneo a Caracas”, riporta il Wall Street Journal. In sostanza, l’Istituto Nobel e l’Accademia di Stoccolma dovrebbero provare vergogna nel sapere di aver dato l’illustrissimo (un tempo, ora decaduto) Premio Nobel per la Pace ad una mercenaria di guerra, come ha giustamente ribadito il giornalista investigativo Julian Assange presentando una denuncia penale in Svezia accusando 30 persone associate alla Fondazione Nobel, tra cui i suoi dirigenti, di aver commesso gravi sospetti reati, tra cui il reato di appropriazione indebita di fondi, favoreggiamento di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e finanziamento del crimine di aggressione ai sensi della legge svedese, chiedendo il congelamento di 11 milioni di corone svedesi (1,18 milioni di dollari) di trasferimenti pendenti a Machado.   Il deposito della denuncia penale di Assange contro Fondazione Nobel è disponibile qui: https://file.wikileaks.org/files/2025/machado29-dist.pdf   > Memorándum secreto de EEUU confirma participación de extrema derecha en > bombardeo a Venezuela Lorenzo Poli
L’ICE spara a un uomo a Minneapolis. Il governatore Walz denuncia la “campagna federale di brutalità organizzata”
In Minnesota, gli agenti federali hanno lanciato gas lacrimogeni, palline al pepe e granate stordenti contro i manifestanti che si erano radunati mercoledì sera vicino al luogo in cui un agente federale ha sparato e ferito un uomo nella zona nord di Minneapolis. Il sindaco Jacob Frey ha dichiarato dopo la sparatoria che i dettagli rimangono poco chiari, pur condannando ancora una volta l’ondata di agenti dell’ICE che ha invaso le Twin Cities. Testimoni hanno riferito allo Star Tribune che una serie di colpi di pistola ha fatto seguito a un inseguimento in auto e a piedi che ha coinvolto agenti federali, i quali avrebbero ordinato ai residenti di uscire dalle loro case con le mani in alto. Diverse persone, tra cui alcuni bambini, sono quindi uscite nel freddo gelido. Secondo l’amministrazione Trump, la vittima è stata colpita alla gamba dopo aver opposto resistenza all’arresto e aver “aggredito violentemente” un agente. Minneapolis ha registrato tre sparatorie dal giorno di Capodanno. Due di queste sono state compiute da agenti federali. In una dichiarazione video rilasciata poco prima dell’ultima sparatoria, il governatore del Minnesota Tim Walz ha condannato quella che ha definito “una campagna di brutalità organizzata contro la popolazione del Minnesota da parte del nostro stesso governo federale”. “Agenti dell’ICE armati, mascherati e poco addestrati stanno andando di porta in porta, ordinando alle persone di indicare dove vivono i loro vicini di colore. Fermano indiscriminatamente le persone, compresi i cittadini statunitensi e chiedono loro di mostrare i documenti. Nei negozi di alimentari, alle fermate degli autobus, persino nelle nostre scuole, rompono le finestre, trascinano per strada donne incinte, afferrano semplicemente i cittadini del Minnesota e li spingono in furgoni senza contrassegni, rapendo persone innocenti senza alcun preavviso e senza un regolare processo” ha denunciato il governatore del Minnesota Tim Walz.   Anna Polo
David Bowie canta la paura degli americani!
Sono passati dieci anni da quando il cantante e compositore britannico David Bowie è partito verso altri universi, il 10 gennaio 2016. Alla fine della sua vita, Bowie spiegò di non credere nella trascendenza dello spirito umano. D’altra parte, le sue canzoni e i suoi video hanno trasceso il tempo e lo spazio e continuano a girare nei club di tutto il mondo, stupendo le nuove generazioni. David Bowie, il cui vero nome era David Robert Jones, era un cantante, autore, compositore e attore. Bowie è considerato uno dei musicisti più influenti del XX secolo. È stato particolarmente acclamato per il suo lavoro negli anni ’70. La sua carriera è stata caratterizzata da una costante reinvenzione e da una cura particolare per la scenografia. La sua musica e le sue esibizioni esplosive hanno avuto un impatto considerevole sulla musica popolare. Il singolo Starman e l’album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972) gli hanno valso un’immensa popolarità. Bowie ha scritto Space Oddity, la storia di un astronauta immaginario di nome Major Tom. Con questa canzone ha firmato uno dei suoi primi contratti con la Mercury Records e la sua filiale britannica Philips. Il singolo Space Oddity è uscito l’11 luglio 1969, cinque giorni prima del lancio dell’Apollo 11. Il brano è rimasto nella top 5 del Regno Unito per diversi mesi. Nel suo terzo album pubblicato nel 1971, The Man Who Sold the World (1970), affronta i temi della schizofrenia, della paranoia e della follia delle società occidentali. Questo disco segna una rottura con lo stile folk rock e la chitarra acustica del suo secondo album, per un sound più hard rock. È in questo periodo che Bowie sfrutta il suo aspetto androgino durante il tour promozionale negli Stati Uniti. Nel corso della sua vita, le vendite dei suoi dischi sono state stimate in oltre 100 milioni di copie in tutto il mondo, rendendolo uno dei musicisti più venduti di tutti i tempi. I’m Afraid of Americans (ho paura degli americani) è una canzone interpretata da David Bowie e prodotta da Trent Reznor (con il contributo di Charlie Clouser), pubblicata nel 1997 nell’album Earthling e poi come singolo. Secondo il sito American Songwriter, Bowie scrisse I’m Afraid of Americans in risposta all’apertura del primo ristorante McDonald’s sull’isola indonesiana di Giava. Profondamente sconvolto da questa visione, sentì il bisogno di reagire attraverso la sua musica. Alla luce degli eventi che si sono verificati negli ultimi giorni negli Stati Uniti, delle minacce che incombono di invadere diversi paesi e delle azioni di terrore dell’ICE (la polizia federale dell’immigrazione degli Stati Uniti), non possiamo che constatare che Bowie aveva colto nel segno con le sue parole. In un comunicato stampa, Bowie dichiarava: > L’invasione di una cultura omogeneizzata è profondamente deprimente, e la > costruzione di un altro Disney World, ad esempio in Umbria, in Italia, lo è > ancora di più. Soffoca la cultura autoctona e limita l’espressione della vita. La canzone I’m Afraid of Americans impiegò solo sei settimane per raggiungere la 66ª posizione della Hot 100, la sua posizione migliore, ma vi rimase per altre dieci settimane. I’m Afraid of Americans era tra le trenta canzoni più suonate da Bowie nei suoi concerti. La interpretò quasi con la stessa frequenza di classici come Moonage Daydream e Panic in Detroit, nonostante fosse stata pubblicata più di vent’anni dopo. Bowie ci aveva avvertiti. Ci aveva lanciato un messaggio che solo oggi prendiamo sul serio! -------------------------------------------------------------------------------- Fonti: American Songwriter, Wikipedia -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Rédaction Montréal