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Il senso della giustizia è innato?
> «La giustizia e l´ingiustizia sono stati inventati per impedire alle persone > di riprendersi ciò che è stato loro rubato.»  (John Dutton, del ranch > Yellowstone). Con questa frase l’attore Kevin Costner (che interpreta Dutton nella serie TV Yellowstone, N.d.r.) vuole intendere che non esiste un diritto naturale a qualcosa. Se il diritto in quanto tale non esiste, perché dovremmo difenderlo? Perché il senso della giustizia è naturale e innato? In questo articolo non intendo lamentarmi dell’ingiustizia. Si tratta piuttosto di capire se esiste un “diritto”, da dove proviene e se ha qualcosa a che fare con la “giustizia”. Dall’invasione della Russia nel 2022, nei dibattiti politici è stato ripetutamente invocato il “diritto internazionale”. Lo stesso vale per i bombardamenti attuati da Israele nei paesi vicini. Evidentemente si presume che esista un “diritto” internazionale. Il ‘diritto’ senza una forma di “giustizia” implode, è privo di senso. Il simbolo della giustizia, però, è la bilancia. La giustizia è innanzitutto uno strumento per pacificare i gruppi. Impedisce conflitti aperti e prolungati per beni, potere e posizioni. Senza di essa, ci sarebbe il rischio di una lotta permanente di tutti contro tutti, distruttiva e improduttiva. In realtà, però, tutte le civiltà conosciute si basano su disuguaglianze strutturali. Già le prime città-stato della Mesopotamia – Ur e Uruk – erano organizzate in modo rigorosamente gerarchico, cioè ingiusto. Ed è proprio lì che troviamo la prima raccolta completa di leggi dell’umanità. L’ingiustizia di fatto è stata tradotta in forma di legge: intoccabile, apparentemente neutrale, per grazia di Dio. La legge garantiva a ciascuno il proprio posto, ma non la propria libertà. La più grande appropriazione di terre della storia antica ebbe luogo probabilmente sotto Alessandro Magno. Tuttavia, il suo impero durò solo circa 15 anni nella sua massima espansione. L’Impero Romano, invece, che si espanse lentamente, durò più o meno 500 anni. A differenza di Alessandro, i Romani portarono la legge, il diritto romano. Tutti gli abitanti dei territori conquistati divennero romani. Si potrebbe dire che i Romani conquistarono con l’esercito e assicurarono il loro dominio con la legge. Gli inglesi impararono dai Romani e applicarono lo stesso principio nelle loro colonie. L’appropriazione delle terre negli Stati Uniti è stata accompagnata da un genocidio senza precedenti, legittimato giuridicamente proprio come la schiavitù. Gli Stati Uniti disponevano di soldati, giudici e leggi, mentre le vittime avevano solo lo status di “bande”. In Canada non andó molto diversamente. Negli anni tra il 1960 e il 1970, il genocidio aperto e sanguinario era ormai bandito, ma la sterilizzazione forzata delle donne indigene veniva fortemente promossa dalla legge. Si stima che fino al 50% delle indigene ne sia stato colpito, mentre il mondo celebrava i Beatles e i Rolling Stones. Ciò che per gli Stati Uniti e il Canada è storia, in Palestina è il presente. La politica di Israele si differenzia da quella degli Stati Uniti soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno concluso la loro fase di espansione, dopo l’appropriazione delle terre del Texas e della California. Analogamente ai coloni invasori in Nord America, i coloni ebrei arrivarono in Palestina all’inizio del XX secolo, istituirono un parlamento, le leggi, un sistema giudiziario e un esercito, dichiarando cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Fino ad oggi questo Stato continua a sottrarre terreni a privati cittadini. I soldati di uno Stato di diritto costringono le persone ad andarsene e impongono la “loro” giustizia. Le organizzazioni di apolidi vengono rapidamente dichiarate illegali e quindi prive di diritti. L´esecrabile attacco del 7 ottobre sarebbe stato valutato diversamente a livello internazionale se la Palestina fosse stata riconosciuta come Stato. Senza essere meno orribile, sarebbe stato considerato giuridicamente come un tentativo da parte di uno Stato di riconquistare il territorio occupato. La storia dimostra che raramente la disuguaglianza e la miseria portano da sole alla ribellione: * Irlanda 1845-1852: un milione di morti per fame, nonostante l’esportazione di cereali. * India 1943: da due a tre milioni di morti. * Ucraina 1932-1933: da tre a quattro milioni di morti per fame. * Cina 1959-1961: da 15 a 45 milioni di morti. * Etiopia 1983-1985: un milione di morti per fame. Senza che si sfociasse in rivolte! E tuttavia, le persone si oppongono alle “ingiustizie”. Alla fine degli anni ’80, la chiusura di alcuni stabilimenti minacciava l’industria siderurgica tedesca. I lavoratori sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma ciò che determinò la loro resistenza non fu la prospettiva di perdere il lavoro, bensì la scoperta del doppio gioco politico. Quando si venne a sapere che il partito SPD prometteva pubblicamente solidarietà, ma internamente agiva in modo contrario, scoppiò una sommossa. Ció che seguì fu molto più di uno sciopero. Vi fu una rivolta intorno all’acciaieria Krupp di Rheinhausen, come non se ne erano mai viste prima. Dall’autunno del 1987 alla primavera del 1988 Rheinhausen rimase bloccata. La popolazione sostenne la resistenza. I media tacquero. Non è stata la necessità, bensì la perdita di legittimità a portare al conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto nelle rivolte della fame nei paesi arabi: Egitto 1977, Tunisia 1983-1984, Marocco 1981 e 1984, Sudan 1985-1986, Algeria 1988, Giordania 1989. Non è stato solo il prezzo del pane a essere determinante, ma la sensazione di essere vittime di un ordine ingiusto e determinato da altri. Il candidato alla presidenza Trump era detestato e temuto dai vertici europei, non per la sua aggressività, ma per la sua schiettezza. Senza peli sulla lingua rendeva noto quello che lui e i suoi predecessori – Biden e Obama – facevano, ma che questi ultimi non avevano mai dichiarato apertamente. Questa sua franchezza ha ostacolato l’élite di potere europea nello sforzo di mantenere l’illusione di una politica giusta agli occhi della gente. L’invasione militare in Venezuela, durante la quale sono state uccise oltre 100 persone e il presidente è stato rapito insieme alla moglie, è stata definita dai principali media tedeschi come un “arresto”. “Arresto” è un termine del diritto di polizia. Implica già che l’azione sia legalmente legittima e giustificata. Il cancelliere federale Merz si è affrettato a giustificare diligentemente l’evidente violazione della legge. Cosa possiamo imparare da questo? Primo: l’élite al potere fa quello che vuole. Secondo: ha bisogno del “diritto” per giustificare il proprio agire. Il potere moderno non può basarsi solo sulla forza bruta. Ha bisogno di certezza giuridica e accettazione. È proprio qui che sta la sua vulnerabilità. Le leggi promettono giustizia – ed è proprio in base a questa promessa che dobbiamo giudicare i loro creatori, senza cadere nell’illusione che queste leggi siano espressione di vera giustizia. Non dobbiamo credere alle leggi tanto quanto non dobbiamo credere a coloro che le creano. Ma è proprio sulla base delle leggi che promettono diritto e giustizia che si può smascherare l’ingiustizia. L’élite dominante deve essere giudicata in base ai criteri con cui essa stessa crea legittimità. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Jürgen Adriaans
Gaza, Trump e la necessità di uscire dal buio – di Gennaro Avallone
Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone [...]
Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israeliano
Da qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come, spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della ‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta la sua esperienza. “Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese. Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati, sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare. Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”. D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre? R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani, sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico, sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più. Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della Palestina stessa. D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti. R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a Gaza. Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*, student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di solidarietà internazionale concrete ed efficaci. D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania. R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali, checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano, isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9 metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro. Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari e greggi. Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento, rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione. D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze? R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste. Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni. Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni. Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione, incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina. Leonardo Animali
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché insegna una vera e propria “tecnica” pratica di gestione del muro, del confine, insomma una pratica di “separazione”: dividere, rendere visibile l’attraversamento, trasformare lo spostamento in sospetto per poi vendere la soluzione come metodo. In questo senso hanno prodotto “Elbit Systems”, che dal campo palestinese porta verso l’esterno torri, sensori, camere a lunga distanza, sistemi di comando e controllo, presentati come strumenti “di sicurezza” e però pensati per un obiettivo primario, quello di chiudere una popolazione dentro un perimetro. Loewenstein racconta che la frontiera USA Messico, dopo l’11 settembre, ha accelerato verso una forma di Stato militare dove migranti e comunità indigene vengono trattati come minacce da gestire, dove il confine diventa laboratorio interno. Quindi le tecnologie che nascono in guerra vengono applicate a una linea amministrativa e trasformano la vita quotidiana in controllo continuo. Il libro porta anche un dato importante, ovvero che fra il 2021 e 2022, lungo quella frontiera, sono morte almeno 750 persone. Nel frattempo, il Dipartimento della Difesa statunitense ha previsto per l’anno fiscale 2022 una spesa vicina ai 500 milioni di dollari per ricerca, sviluppo ed equipaggiamenti legati a questo tipo di barriera tecnologica. (Cfr. Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, cit, p. 137). In Arizona l’effetto si vede con chiarezza, perché l’installazione delle torri incide su terre indigene. Loewenstein riporta la voce di Ofelia Rivas, che descrive il cantiere come una ferita sul territorio e parla di siti funerari ancestrali disturbati, di pattuglie che entrano nella vita quotidiana e di gravi restrizioni alla libertà di movimento: «Military fear tactics are very present in our lives». Ci racconta dell’azione dell’ansia come strumento di governo. Loewenstein aggiunge un dettaglio tecnico che spiega il ponte fra Palestina e Arizona fuor di metafora. The Intercept (giornale investigativo americano) assiste a una dimostrazione dal vivo di Elbit nel 2019, in cui viene mostrato un sistema basato su un disegno di comando e controllo costruito in origine per le IDF, con capacità di osservazione diurna e notturna tramite infrarossi a lunga distanza e illuminatori laser. L’esportazione è avvenuta alla lettera. Dal colonialismo delle terre palestinesi al controllo dei confini americani. A completare il quadro sappiamo che fra il 2006 e il 2018 CBP, Guardia Costiera e ICE hanno rilasciato oltre 344.000 contratti per servizi legati all’immigrazione, per un valore di 80,5 miliardi di dollari. I primi droni testati e usati da CBP sul confine, nel 2004, erano prodotti da Elbit. Il “confine” diventa un’industria al servizio dell’ideologia della segregazione e dell’Apartheid. Jonathan Rothschild, allora sindaco di Tucson, disse che chi passava da Israele all’Arizona meridionale poteva avere difficoltà a distinguerli. Todd Miller, giornalista che lavora sul confine, sintetizza l’obiettivo: «L’Arizona è pensata come una vetrina per la tecnologia prima che si espanda in tutto il Paese». L’occupazione dei territori palestinesi funziona da vero e proprio manuale del controllo totale. Loewenstein collega l’uso di droni israeliani anche alla sorveglianza del Mediterraneo. La promessa è “contatto zero”, controllo a distanza e gestione algoritmica. L’effetto concreto poi si misura nei soccorsi che arrivano tardi e nel modo in cui l’occhio aereo diventa un alibi. Droni e armi “non letali”: il dolore come prodotto In un lessico industriale, l’etichetta «non letale» diventa una specie di lasciapassare, piace ai governi; anche il taser, introdotto recentemente in Italia, suona bene. In realtà spesso provoca decessi, ma sono danni collaterali…  Non letale suona civile, suona moderna, suona adatta a una democrazia che desidera reprimere restando rispettabile. Poi se si osservano gli strumenti da vicino e si capisce la funzione reale possiamo comprendere che questi strumenti servono a produrre dolore amministrabile, abbastanza intenso da spezzare una presenza collettiva, ma anche abbastanza “presentabile” da finire in un catalogo da vendere ai governi. Gaza e Cisgiordania offrono questo vantaggio tecnico, una sperimentazione a ciclo continuo, dalla prova sul campo all’addestramento, fino alla vendita. * Drone “Sea of Tears”: per il contenimento dall’alto, progettato per rilasciare gas lacrimogeni su una folla. L’idea operativa coincide con l’idea politica di spostare l’urto dal contatto diretto alla verticalità, trasformare lo spazio pubblico in un luogo dove il colpo arriva da sopra e la percezione del pericolo resta confusa, quasi indecifrabile. Durante la Grande Marcia del Ritorno, avviata nel 2018 lungo la recinzione di Gaza, quella logica si vede nella disposizione delle forze. Deadly Exchange parla di oltre cento cecchini, carri armati e droni lungo il confine, e registra che oltre 166 manifestanti furono uccisi e più di 16.000 risultarono feriti o mutilati. Il gas dall’alto, in questa sequenza, diventa un metodo di governo della percezione dove il corpo tossisce e si contorce e la folla si dissolve, l’ordine si ricompone, e soprattutto il prodotto resta vendibile ovunque. * Lo “Skunk”: la cosiddetta puzzola lavora su un altro registro. È un liquido spruzzato ad alta pressione, capace di impregnare pelle, vestiti e ambienti per giorni. Deadly Exchange riporta che il prodotto è sviluppato dalla polizia israeliana e prodotto da Odortec, poi viene pubblicizzato come opzione “umana”, mentre B’Tselem lo descrive come punizione collettiva, spruzzata dentro negozi, scuole, case, cortili e perfino frutteti nelle comunità coinvolte nelle proteste e anche nelle case palestinesi che vogliono sfrattare per far entrare i coloni. (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, pp. 32–33). L’odore colpisce la vita sociale in modo quasi automatico, rende un corpo isolabile, la propria casa invivibile, trasferisce la repressione dentro lo spazio domestico o intimo. Poi, come abbiamo ormai ben capito, arriva la conversione commerciale. Lo stesso report segnala che la statunitense Mistral Security avrebbe iniziato a vendere lo Skunk a dipartimenti di polizia negli Stati Uniti, fra cui St. Louis, dopo le proteste di Ferguson del 2014, e lo promuove come strumento adatto anche a carceri, manifestazioni e lungo confini. * I proiettili a spugna: entrano invece nella categoria perfetta per lo sguardo pubblico; strumenti “non letali” che consentono di colpire, invalidare, spaventare, restando dentro un linguaggio di ordine. Matt Kennard riporta le parole dell’avvocato israeliano per i diritti umani Eitay Mack sul passaggio da un proiettile “blu” a uno “nero”, più potente, giustificato anche con l’argomento che i palestinesi, indossando abiti pesanti, risultavano “meno vulnerabili”. Nel testo si parla di “decine” di persone che avrebbero perso occhi e organi. (Cfr. Matt Kennard, The Cruel Experiments of Israel’s Arms Industry, Pulitzer Center, 2016). Kennard indica anche il produttore, la statunitense Combined Tactical Systems, e riporta l’avvertenza aziendale sulle possibili lesioni gravi o fatali in caso di impatto su testa, collo, torace, cuore o colonna vertebrale. (Ivi.). La parola “sponge” fa pensare a morbidezza. In realtà è capace di lesioni interne anche fatali o di menomazioni permanenti. Insieme, questi casi mostrano un meccanismo più ampio della singola arma. Il mercato della sicurezza desidera strumenti esibibili, “dimostrabili” davanti a delegazioni. All’interno di quel circuito la tolleranza per il danno, per la mutilazione, per la morte “incidentale” va benissimo, perché l’obiettivo resta il controllo. Deadly Exchange insiste proprio su questo punto: la riuscita si misura nella capacità di spegnere una mobilitazione senza assumere, davanti al pubblico, il costo politico di un eccidio dichiarato. Gaza e Cisgiordania, in questo senso, offrono ciò che un poligono militare non offre. Una prova continua su persone, emozioni collettive e se ci scappano i morti nessuno può protestare. L’industria della sicurezza israeliana oltre alla tecnologia repressiva vende anche l’idea che il controllo totale di una popolazione privata di diritti civili sia possibile e profittevole. Come avverte Jeff Halper, Israele sta guidando l’espansione di una “Apartheid globale” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Se la Palestina è il laboratorio, le nostre città sono le prossime zone di test. La sicurezza venduta da Israele di certo non promuove la pace, ma semmai garantisce che il conflitto e la repressione continuino all’infinito perché, semplicemente, “sono buoni per gli affari” (Stephen Graham, Cities Under Siege, 2010).   Redazione Italia
La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Prima parte
Nel 1981, alcuni studenti liceali israeliani, compagni di classe del futuro analista Neve Gordon, si preparavano per l’esame di guida. Vivevano negli insediamenti ebraici della penisola del Sinai e, per imparare a guidare, si recavano regolarmente nella vicina città palestinese di Rafah. Oggi, a distanza di quarant’anni, un’immagine simile è diventata semplicemente inconcepibile. Come racconta Gordon nel suo libro Israel’s Occupation, i suoi studenti universitari del 2006 trovavano la storia incomprensibile, incapaci di immaginare adolescenti israeliani che prendono lezioni di guida in quella che, nelle loro menti, è solo «un nido di terroristi crivellato di tunnel». Questo aneddoto è la cartina di tornasole di una trasformazione profonda e violenta. Segna la letterale scomparsa dei palestinesi dal paesaggio israeliano. Un tempo parte integrante di quel paesaggio, seppure come forza lavoro a basso costo, i palestinesi sono oggi rinchiusi nella Striscia di Gaza o confinati nelle loro città e villaggi in Cisgiordania. L’atto un tempo banale di prendere un taxi palestinese da Gaza a Beer-Sheva, esperienza comune per Gordon nella sua giovinezza, è diventato un atto impensabile. Questa mutazione non è casuale. È il risultato di un’evoluzione deliberata delle tecniche di governo e di dominio. Da dove arrivano queste pratiche di confinamento, questa logica di separazione totale, questo modo di presentare la forza come una necessità tecnica e inevitabile?  Il laboratorio a cielo aperto: sperimentare il dominio Oggi, la Palestina non è semplicemente un territorio sotto occupazione, ma il più avanzato “showroom a cielo aperto” dell’industria della sicurezza globale. Quello che viene perfezionato tra le macerie di Gaza e i checkpoint della Cisgiordania è un modello di controllo biopolitico che Israele impacchetta come “combat-proven” (testato sul campo) e vende alle democrazie liberali e ai regimi autoritari di tutto il mondo. Come sottolineato da Antony Loewenstein, “il laboratorio palestinese è un punto di vendita distintivo di Israele” (Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory, 2023). «Il ruolo di Israele è quello di servire da modello», disse il neoconservatore Elliott Abrams, uno degli architetti principali della “guerra al terrore” sotto i presidenti statunitensi George W. Bush e Donald Trump. Parlando a una conferenza conservatrice a Gerusalemme nel maggio 2022, esortò il mondo a seguire lo Stato ebraico come “un esempio di potenza militare, di innovazione, di incoraggiamento alla natalità. Capitalizzare sul marchio delle IDF ha portato con successo le aziende israeliane della sicurezza a essere fra le più redditizie al mondo. Il laboratorio palestinese è un tratto distintivo del suo punto vendita”. Il “laboratorio” passa anche dalla lingua. Chi subisce il controllo lo riconosce quando deve chiedere un permesso e restare fermo davanti a un varco più volte al giorno, tanto che spostarsi diventa quasi impossibile e il tempo si dilata all’infinito. Chi compra questo modello di gestione di spazio e tempo della popolazione occupata sa che quel modello verrà trasformato in promessa di efficienza. L’occupazione come asset economico e il marchio “Battle-Tested” Israele ha trasformato la gestione di una popolazione civile ostile in un vantaggio competitivo unico nel mercato della difesa. Mentre altre nazioni testano le armi in simulazioni, Israele lo fa su esseri umani vivi. Questo permette alle aziende israeliane di vendere non solo hardware, ma la garanzia di efficacia repressiva. “Le aziende di armi israeliane commercializzano le loro armi e tecnologie come ‘testate in battaglia’ e ‘provate sul campo’” (Jeff Halper, War Against the People, 2015). Questa metodologia contemporanea vede quindi l’occupazione come una risorsa economica, una vera e propria opportunità. Durante l’operazione “Protective Edge” nel 2014, nuovi sistemi furono testati in tempo reale per essere poi promossi poche settimane dopo nelle fiere internazionali. Eli Gold, CEO della Meprolight, ha ammesso candidamente: “Dopo ogni campagna del tipo di quella che sta avvenendo a Gaza, vediamo un aumento del numero di clienti dall’estero” (Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit.). Sorveglianza digitale e algoritmi di controllo: Pegasus e Blue Wolf L’esportazione più pervasiva del “metodo israeliano” è oggi la sorveglianza digitale. Software spia come Pegasus, sviluppato da NSO Group, hanno ridefinito il concetto di spionaggio politico globale, trasformando i telefoni cellulari in dispositivi di monitoraggio h24. Pegasus è uno strumento che “combina un grande livello di intrusività con caratteristiche capaci di rendere inefficaci la maggior parte delle salvaguardie legali e tecniche esistenti” (European Parliament, IPOL | Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2022). Nei Territori Occupati, questa tecnologia è integrata in sistemi di controllo ancora più distopici: * Blue Wolf: Un’applicazione per smartphone utilizzata dai soldati israeliani per fotografare i volti dei palestinesi e caricarli in un database di massa, descritto dagli stessi veterani come il “Facebook per i palestinesi” (Antony Loewenstein, cit.). * AnyVision (ora Oosto): Una startup israeliana che utilizza l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ai checkpoint, alimentando database che permettono di tracciare ogni movimento della popolazione occupata senza alcun consenso (Ivi). L’episodio che meglio chiarisce queste dinamiche, con una crudezza quasi didattica, lo si è riscontrato in grande stile il 17 e 18 settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e poi centinaia di ricetrasmittenti usati da Hezbollah esplosero in modo coordinato in Libano e Siria. Le ricostruzioni di Reuters e di Associated Press hanno attribuito l’operazione a Israele, collocandola dentro una strategia di infiltrazione della catena di fornitura: dispositivi pensati per sfuggire alla tracciabilità digitale trasformati in ordigni. Questa vicenda riguarda anche l’Iran, perché Hezbollah è un attore armato sostenuto da Teheran e l’attacco colpì pure figure legate alla presenza diplomatica iraniana in Libano. (Cfr. The Guardian, 18 settembre 2024). Il “Deadly Exchange”: l’israelizzazione della polizia USA Un capitolo cruciale di questa esportazione passa dai viaggi di addestramento e dalle partnership fra apparati. L’idea, presentata come scambio tecnico, produce invece una mutazione politica: la gestione di una città si avvicina al trattamento di una popolazione considerata ostile. L’ADL, nel materiale promozionale del suo Leadership Seminar in Israel, parla di formazione avanzata per dirigenti delle forze dell’ordine statunitensi, con accesso “dietro le quinte” alle strategie di sicurezza israeliane; segnala anni di durata e centinaia di agenzie coinvolte. «Agenti di polizia statunitensi in visita compiono regolarmente tour della rete di quattrocento telecamere che ricopre a tappeto la Città Vecchia di Gerusalemme e monitora gli spostamenti palestinesi. Dopo visite in Israele da parte della polizia di Atlanta, il dipartimento ha creato un Video Integration Center, che raccoglie e monitora riprese provenienti dalle migliaia di telecamere di sorveglianza pubbliche e private operative ventiquattro ore su ventiquattro in città. Il Dipartimento di polizia di Atlanta ha riferito che il centro è modellato sul centro di comando e controllo della Città Vecchia di Gerusalemme e riproduce metodi israeliani per monitorare in modo proattivo il crimine» (Cfr. ADL, Leadership Seminar in Israel: Resilience and Counterterrorism, 2019). Nello stesso passaggio, il report mette in parallelo la visita turistica alle tecnologie di Gerusalemme e la dimensione informativa più “oscura”, fatta di infiltrazioni e informatori. Evoca il caso del NYPD e della sua unità dedicata al monitoraggio della vita quotidiana delle comunità musulmane, con l’idea che il tessuto sociale diventi materiale investigativo. L’adozione di questo sguardo, una volta normalizzata, ridefinisce chi merita fiducia e chi merita sospetto. «Le delegazioni statunitensi delle forze dell’ordine incontrano regolarmente l’esercito israeliano e lo Shin Bet durante i loro viaggi, per discutere metodi di intelligence umana, come l’uso di informatori e l’infiltrazione delle proteste tramite agenti sotto copertura. Il NYPD ha gestito anche una “Demographics Unit” per spiare la vita quotidiana delle comunità musulmane a New York. Informatori noti come “mosque crawlers” venivano impiegati per visitare moschee, bodegas e organizzazioni studentesche, e tenevano dossier estesi sulle comunità musulmane. I fondatori di questo programma hanno ammesso che si erano ispirati a pratiche israeliane nei Territori Palestinesi Occupati» (Cfr. Jewish Voice for Peace, Deadly Exchange Report, cit, p. 6). La catena prosegue con il profitto. Il report osserva che gli scambi creano finestre di mercato per aziende israeliane attive nella sorveglianza di rete, nella raccolta dati, nell’estrazione forense da telefoni: nomi che compaiono poi in contratti con dipartimenti di polizia e agenzie statunitensi. In questo punto l’esportazione diventa un circuito stabile, perché l’addestramento crea domanda e più c’è esportazione e più rafforzano la reputazione del “metodo”. Il legame con il confine emerge in un passaggio che vale per capire anche l’ICE, come funzione interna di cattura e deportazione dentro un ecosistema più ampio. Il report cita le parole di un capo della polizia locale in Georgia che, dopo avere appreso in Israele, sostiene che il confine sarebbe la “prima linea di difesa” e invoca l’adozione del modello israeliano di sicurezza. Nel testo appare anche una constatazione aberrante: l’abitudine a perquisizioni ricorrenti e alla rinuncia di diritti personali viene descritta come un prezzo accettabile. (ibid., p. 36). Oggi, dopo l’assassinio di Renee Good da parte di un federale dell’ICE e delle città messe a ferro e fuoco dall’amministrazione Trump, i metodi delle forze israeliano emergono alla luce del sole. Qui ci torna utile la formula che Stephen Graham riprende da Michel Foucault, il “boomerang effect”. L’idea è semplice, e per certi versi spietata. Le pratiche nate su frontiere coloniali, dove la vita altrui vale poco e l’eccezione diventa abitudine, rientrano poi nelle città metropolitane sotto forma di gestione ordinaria. Cambiano nome, indossano un linguaggio burocratico, vengono ammesse nelle “leggi ordinarie”, entrano, per così dire, nei protocolli e si presentano come pragmatismo. Lo abbiamo visto anche, in parte, nelle nostre città italiane. Telecamere, controlli, zone rosse, daspo urbani, militarizzazione delle stazioni e dei centri storici. Come scrive Foucault: «Non deve mai essere dimenticato che, se la colonizzazione, con le sue tecniche e le sue armi politiche e giuridiche, ha ovviamente trasportato i modelli europei in altri continenti, essa ha anche prodotto un considerevole effetto boomerang sui meccanismi del potere in Occidente, e sugli apparati, le istituzioni e le tecniche del potere. Un’intera serie di modelli coloniali è stata riportata in Occidente, e il risultato è stato che l’Occidente ha potuto praticare qualcosa che somiglia alla colonizzazione, una colonizzazione interna esercitata su se stesso.» (Cfr. Stephen Graham, Cities Under Siege. The New Military Urbanism, Verso, 2010, p. 17). Graham mostra, via Foucault, come le guerre coloniali e le operazioni di sicurezza, da Gaza a Baghdad, funzionano come campi di prova per tecniche e tecnologie. Poi quelle stesse tecniche rientrano nelle metropoli, nel lessico della “sicurezza interna”, dentro apparati e procedure che si presentano come gestione ordinaria. L’effetto si vede nella normalizzazione della sorveglianza pervasiva, nell’uso di strumenti aerei e digitali pensati per dominare dall’alto, nella saldatura fra dottrina militare e polizia urbana, nel modo in cui confine e quartiere finiscono per parlare la stessa lingua. Graham insiste su una continuità commerciale e operativa: ciò che viene testato in un teatro coloniale torna come prodotto, diventa “combat proven”, entra nei mercati della sicurezza e si diffonde per imitazione, fino a produrre una forma di colonizzazione domestica, esercitata sulle città e sui corpi che, in patria, vengono trattati come problema. Redazione Italia
Zubin Metha annulla i suoi impegni in Israele per protesta contro Netanyahu
Il famoso direttore d’orchestra indiano Zubin Mehta, ex direttore dell’Orchestra Filarmonica d’Israele, ha annunciato di aver annullato tutti gli impegni professionali nel Paese a causa della sua opposizione alle politiche governative. “Ho annullato tutti i miei impegni in Israele quest’anno a causa della mia opposizione al modo in cui Netanyahu sta trattando l’intera questione palestinese”, ha dichiarato. ANBAMED
Verso il Giorno della Memoria 2026. Israele/Palestina, a che punto è la notte?
Lunedì 19 gennaio 2026 ore 18-20:30 Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano Apertura sala 17:30 Anche quest’anno in vista del Giorno della Memoria, Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, in collaborazione con il Teatro Elfo Puccini di Milano, proseguono la riflessione su che cosa significhi “fare memoria” oggi. A questo scopo propongono un dibattito pubblico sui temi chiave della catastrofe in corso: guerra e crimini di guerra, sionismo, antisionismo, antisemitismo, ruolo di vittima o carnefice, termini spesso strumentalizzati. È perciò necessario fare chiarezza per un confronto che, rompendo la spirale di odio e violenza, conduca verso una prospettiva di giustizia e pacificazione. Interverranno: -Stefano Levi Della Torre, saggista, studioso del mondo ebraico: Una frattura nell’ebraismo; -Claudia Rosenzweig, docente di letteratura yiddish antica – Università di Bar-Ilan (Ramat Gan), Israele: Un po’ di storia; -David Calef, esperto di crisi umanitarie e scrittore freelance che si occupa di affari internazionali: L’ebraismo italiano di fronte alla strage del 7 ottobre e ai massacri di Gaza; -Gad Lerner, giornalista e autore: ”Dagli amici mi guardi Iddio”, a proposito dell’ambiguo filosemitismo delle destre nazionaliste; – LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista: Come fare memoria oggi? -Annie Cohen-Solal, storica, scrittrice, Distinguished Professor presso l’Università Bocconi di Milano: Ci sono mille modi di essere ebrei; Modera Matteo Pucciarelli, giornalista, membro della rete LƏA. Piccole clip musicali e letture interpretate da Elio De Capitani, attore e regista, accompagneranno gli interventi. www.maiindifferenti.it maiindifferenti6@gmail.com LƏA è su Facebook e Ig Mail: laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com Ingresso con biglietto, 5 euro, in vendita dal 16 dicembre 2025 previa registrazione su www.elfo.org Entrate nella home page, cliccate l’omino, poi sulla pagina successiva in alto a destra ”Registrazione”   Redazione Milano
L’analisi satellitare rivela la distruzione di 2.500 edifici a Gaza dopo il cessate il fuoco
Gaza – MEMO. Un’analisi di immagini satellitari pubblicata dal quotidiano statunitense The New York Times ha rivelato una distruzione diffusa nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Le immagini mostrano che oltre 2.500 edifici sono stati distrutti nell’ambito di operazioni di demolizione su larga scala condotte dall’esercito di occupazione israeliano. Le immagini mostrano interi quartieri rasi al suolo, insieme alla distruzione di vaste aree di terreni agricoli in diverse parti di Gaza. Ciò riflette l’entità dei danni alle infrastrutture, alle aree residenziali e alle terre agricole durante il periodo successivo al cessate il fuoco. L’analisi fornisce prove visive dell’ampio impatto degli attacchi dell’esercito di occupazione israeliano. Evidenzia le gravi sfide umanitarie che i residenti di Gaza devono affrontare, in particolare gli sforzi per ricostruire e ripristinare una vita normale tra la distruzione massiccia e la una grave carenza di risorse. Il bilancio delle vittime dell’offensiva israeliana contro Gaza è salito a 71.412 persone uccise e 171.314 ferite dal 7 ottobre 2023. Si ritiene che un numero di vittime sia ancora intrappolato sotto le macerie o giaccia nelle strade. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre dello scorso anno, 442 persone sono state uccise e 1.236 ferite. Durante questo periodo, sono stati recuperati 688 corpi.
127.000 tende inadatte a fornire riparo mentre una nuova tempesta polare colpisce Gaza
Gaza. Circa 127.000 tende nei campi per sfollati di Gaza, ritenute inadatte all’abitazione, stanno ora affrontando il sistema di bassa pressione polare più rigido dell’inverno e le temperature più fredde, in un contesto di carenze critiche che superano il 70 per cento nei mezzi di riscaldamento e nelle coperte. L’Ufficio Governativo per i Media di Gaza (GMO) ha riferito che 127.000 delle 135.000 tende presenti nei campi per sfollati sono diventate inabitabili e sono ora esposte a una tempesta polare che porta gelate intense. Secondo il GMO, le famiglie sfollate di Gaza stanno affrontando una grave carenza di coperte, biancheria da letto e altri beni essenziali per il riparo. La situazione è particolarmente drammatica per coloro che vivono in tende logore in aree remote e isolate, il che aggrava ulteriormente la loro sofferenza nelle attuali e severe condizioni meteorologiche.
La stanza del sindaco. A Porto Sant’Elpidio (Fermo) negata una sala del Comune per un convegno sul disarmo
Approda in Parlamento con un’interrogazione presentata dal deputato di AVS Francesco Mari la decisione del sindaco di Porto Sant’Elpidio di negare la concessione di uno spazio comunale pubblico, la Sala Gigli di Piazza Garibaldi. La richiesta di utilizzo era per l’incontro promosso dal Coordinamento Marche per la Palestina domenica 18 gennaio dal tema: “Disarmiamo il futuro. Contro l’economia di guerra e il colonialismo”. I relatori invitati sono Raffaele Spiga di BDS Italia, il ricercatore universitario Marco Caligari, Josè Nivoi dei portuali di Genova, il prof. Stefano Lucarelli dell’Università di Bergamo e la giornalista Linda Maggiori; quest’ultima autrice dell’inchiesta in cui viene documentato che frammenti dei componenti militari prodotti dalla Civitanavi Honeywell di Porto S. Elpidio sono stati rinvenuti tra i residui bellici dei bombardamenti israeliani su Gaza. Il tema centrale dell’incontro del 18 gennaio è l’economia di guerra, con inevitabili riferimenti a tutte quelle aziende marchigiane, compresa Civitanavi-Honeywell, che sul territorio regionale producono tecnologie militari, ad uso anche di uno Stato genocida come Israele. Porto Sant’Elpidio infatti è la città dove ha sede ed opera la Civitanavi Systems, da tempo al centro dell’attenzione del movimento Pro Pal per le sue connessioni con quella che Francesca Albanese ha definito “economia del genocidio”: lo scorso 28 novembre, giorno dello sciopero generale, proprio di fronte ai cancelli dell’azienda di componentistica elettronica marchigiana si è tenuto un un presidio nonviolento da Marche per la Palestina e da Sumud Centro Culturale Palestinese Una decisione molto grave, quella del sindaco Massimiliano Ciarpella (eletto nel 2023 con il 71% dei consensi al ballottaggio a capo di una lista Fratelli d’Italia, UDC e Civiche) di negare uno spazio pubblico cittadino, formalmente richiesto in base ai regolamenti comunali. Nella lettera con cui l’avv. Ciarpella ha motivato la sua scelta, si legge: “Risulta tuttavia, dalla promozione social dell’evento, come dalla diffusione di materiale cartaceo, che l’argomento centrale di discussione sarà l’attività di una azienda locale, la Civitanavi Honeywell. Ad ogni modo, ai sensi dell’art. 3, comma 3, del Regolamento per la concessione in uso temporaneo della Sala Gigli, si prevede la facoltà dell’Amministrazione Comunale di non concedere l’utilizzo della Sala “in tutti i casi in cui … ritenga l’iniziativa inadeguata alla promozione e valorizzazione del territorio comunale o lesiva degli interessi della Comunità cittadina”. Nelle Marche, come altrove, spesso i rapporti tra imprese, comunità e istituzioni sono molto stretti e condizionanti. Che il sindaco Ciarpella tenga alla Civitanavi Honeywell lo si capisce dall’averci accompagnato il 21 giugno 2024 la sottosegretaria all’Economia Lucia Albano, di origini marchigiane, in visita istituzionale. E’ la stessa esponente di FDI del governo Meloni che sul proprio profilo Instagram scrisse: “In visita all’azienda Civitanavi a Porto Sant’Elpidio, eccellenza Made in Marche nella produzione di radar aerei, accompagnata dal CEO Andrea Pizzarulli, dal consigliere regionale Andrea Putzu, dal sindaco di Porto Sant’Elpidio Massimiliano Ciarpella e dal vicesindaco Andrea Balestrieri. Siamo orgogliosi di avere nelle Marche un’azienda che sa coniugare l’eccellenza del manifatturiero con l’innovazione tecnologica. Il governo è con voi e vi sostiene”. In questi rapporti tra imprese e istituzioni non mancano le occasioni di ricadute mecenatistiche per i territori, spesso operazioni di solo greemwashing. Nel caso della Civitanavi, è la stessa azienda a renderne conto sul proprio sito nella pubblicazione dei Bilanci Sostenibilità 2022 e 2023 (non sono stati ancora pubblicati quelli del 2024 e 2025): “L’impegno verso il territorio e la comunità. Civitanavi è fortemente radicata nel suo territorio e supporta attivamente le attività della comunità locale. Nel corso del 2023 sono state fatte donazioni verso la Croce Verde Valdaso, impegnata nelle emergenze sanitarie e nell’assistenza al trasporto sanitario e disabili, e verso l’Università Politecnica delle Marche per l’istituzione di borse di studio, come indicato nel paragrafo a seguire.  Anche per il 2024 Civitanavi continua il suo impegno verso il territorio e la comunità. Nel mese di aprile 2024 la Società ha scelto di supportare con una donazione il progetto INFINITAE-DRAGON BOAT, proposto dall’associazione INFINITAEODV di Fermo. Nell’anno 2023, è proseguito lo stretto rapporto con le Università e gli Istituti Tecnici locali, volti a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e a rafforzare le relazioni con il territorio. In particolare, l’azienda ha organizzato incontri presso l’Istituto Tecnico Tecnologico G. e M. Montani di Fermo e ha ospitato tre tirocini curriculari. Nel mese di giugno, ha aderito all’Iniziativa di sponsorizzazione della Laurea Magistrale in Ingegneria Elettronica, riconoscendo un contributo economico all’Università Politecnica delle Marche allo scopo di istituire borse di studio con graduatoria a esaurimento per gli studenti della laurea Magistrale in Ingegneria Elettronica”. A sottolineare il radicamento dell’azienda nel territorio, fu proprio l’AD Andrea Pizzarulli in un’intervista del 2024 alla notizia dell’ingresso del colosso americano Honeywell in Civitanavi Systems: “Viviamo e lavoriamo nelle Marche, cerchiamo fornitori di fiducia nel nostro territorio dando la priorità al consolidamento del rapporti umani.” Si capisce quindi, paradossalmente, la decisione antidemocratica del sindaco Ciarpelli nel negare la sala comunale per un incontro pubblico, che avrebbe puntato il focus dell’approfondimento anche sulla Civitanavi Honeywell; anche se, come quasi certamente è avvenuto, non ci sarà stata sul sindaco alcuna pressione dell’azienda. Oramai, specie nelle Marche, la politica e le istituzioni agiscono di default. Un sindaco, quello di Porto Sant’Elpidio, che al contrario, nel 2024, non ebbe lo stesso atteggiamento censorio e di diniego verso un evento culturale in città che vedeva presenti associazioni ed esponenti della galassia di riferimento di Casapound, tanto che il Comune fu tra gli organizzatori. Altro caso che, dalla provincia fermana, finì direttamente in Senato, a seguito di un’interrogazione del Sen. Francesco Verducci del PD. Giovedì 15 gennaio nel primo pomeriggio una trentina di persone, tra cui i promotori dell’incontro, hanno tenuto un sit-in sotto la sede del Comune di Porto Sant’Elpidio. Una delegazione è salita a parlare con il sindaco Ciarpella. “Il sindaco – racconta un’attivista dopo l’incontro – ha ripetuto come un disco rotto che non possiamo accostare un’azienda che insiste nel Comune di Porto Sant’Elpidio a parole come morte, genocidio, etc. Il problema è soltanto questo. Tanto che abbiamo risposto che lui non è l’avvocato dell’azienda, che ha tutti gli strumenti per difendersi da sola. Lui è il Sindaco di una città e non può proibire ad associazioni o movimenti di esprimere opinioni politiche o di denunciare. Gli abbiamo spiegato che nella gerarchia delle fonti il regolamento comunale, che tra l’altro interpreta in maniera arbitraria, non può che sottostare alle leggi e ancor più alla nostra Costituzione. Inoltre abbiamo annunciato tutte le azioni nelle sedi opportune perché questo atto rappresenta un grave precedente. Non si può parlare male di un’azienda privata del territorio. Quindi non potremmo parlare di Della Valle e la filiera degli appalti e caporalato, etc. Uscendo abbiamo detto che per la prossima iniziativa chiederemo a lui argomenti da trattare, relatori da invitare e così via”. Intanto i promotori hanno deciso di cambiare città: l’incontro si terrà a Fermo, capoluogo di provincia, sempre domenica alle ore 17, nella sede della Croce Verde, che non è la stessa sezione dell’associazione volontaristica (Croce Verde Valdaso di Altidona), finanziata dalla Civitanavi Honeywell, come riportato nel Bilancio di Sostenibilità 2023.   Leonardo Animali