Ambiente, disastro climatico

Il tallone d’Achille del Medio Oriente
-------------------------------------------------------------------------------- Sharq, Kuwait City, Kuwait. Foto di Azhar Munir Din su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nello scenario in ebollizione concentriamo l’attenzione sul petrolio, dimentichiamo l’acqua e il suo ruolo essenziale per i paesi del Golfo. Dove le metropoli fondate su petrodollari, business finanziari, turismo internazionale e immaginario dell’opulenza concentrano milioni di abitanti in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa, nel mezzo di un conflitto irresponsabile e dell’ambigua partnership con gli Usa. Ma anche prefigurazione dei rischi dell’adattamento tecnologico al surriscaldamento oltre che conferma delle fosche previsioni che indicano l’acqua come l’obiettivo bellico del futuro. I dissalatori, in gran parte integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente. Dalla metà del Novecento la popolazione della penisola arabica è passata da pochi milioni a oltre 80 milioni di abitanti concentrati in grandi aree urbane. Una crescita consentita dall’installazione dei dissalatori a partire dagli anni ’60-70. Attualmente a Riad si addensano 7 milioni di abitanti, a Dubai tra 3,5 milioni a oltre 4 nelle ore diurne. Il Kuwait, che non ha fiumi né laghi, poche falde in prevalenza salmastre, dipende per il 90% da acqua dissalata. L’Oman per l’86%. Il Bahrain, che sconta anche l’insularità, ha una dipendenza quasi assoluta. Riad, lontana dal mare a un’altitudine di 600 metri nell’altopiano desertico del Najd, riceve acqua dal Golfo, attraverso reti di pompaggio ad altra pressione lunghe più di 500 chilometri in grado di superare il dislivello. Si è anche dotata di giganteschi serbatoi che però garantiscono acqua per soli due giorni e sta lavorando per arrivare a 7 nel 2030. Il Qatar, quasi privo di risorse idriche, ha costruito enormi serbatoi che portano l’autosufficienza fino a 14 giorni. Abu Dhabi inietta acqua in una vecchia falda sotterranea a 160 chilometri nel deserto, nella Liwa Oasis, e promette 90 giorni per 1 milione di persone. Soluzioni diverse che in ogni modo garantiscono autonomie limitate rendendo i sistemi urbani sauditi altamente vulnerabili. Anche Israele ha il problema dell’acqua, lo ha affrontato con riuso delle acque reflue e irrigazione a goccia, con cui ha messo a coltura parte del deserto del Negev. La dissalazione su larga scala è partita dal 2000 con cinque grandi impianti sulla costa mediterranea e dallo scorso anno con una pipeline che porta acqua dissalata verso l’entroterra fino al Lago Kinneret (Mare di Galilea), eroso dall’utilizzo e dal surriscaldamento, che potrà ora fungere da serbatoio. Mentre la guerra con Beirut apre prospettive implicite di controllo delle acque del fiume Litani, perno del conflitto, che irriga le aree rurali del Libano meridionale. L’Iran, paese in gran parte montuoso, è meno dipendente dalla dissalazione, continua a sfruttare falde, fiumi e vecchie dighe, ma ha infrastrutture datate e malridotte e si trova in una crisi idrica strutturale legata a sovrasfruttamento delle falde e cambiamento climatico. Sotto il profilo geopolitico e ecologico il caso più emblematico è quello dell’Iraq, antica Mesopotamia, le cui famose paludi, il “Giardino dell’Eden” patrimonio Unesco, si sono trasformate in distese di fango secco e deserti salini. A monte, grandi dighe costruite in Turchia e in Iran hanno ridotto la portata del Tigri e dell’Eufrate e causato l’abbassamento del flusso alla foce dello Shatt al-Arab, il corso d’acqua formato dall’unione dei due fiumi. Associato al surriscaldamento, ciò ha provocato l’estensione del cuneo salino, che ora entra per decine di chilometri e ha portato a rovina i territori invasi dal mare, espulso il vivente, popolazioni e fauna, decimato la biodiversità. Esempio drammatico del combinato di contrapposizioni per l’accaparramento delle risorse idriche e cecità ecosistemica. Non a caso la geopolitica dell’acqua è uno dei temi centrali del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), a cui aderiscono i paesi della penisola arabica che, pensando soprattutto alle emergenze belliche, intendono unificare, come hanno già fatto per l’elettricità, la rete idrica per scambiarsi acqua in caso di necessità. I dissalatori sono infrastrutture imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno di un contratto sociale in cui gli stati forniscono acqua e energia a prezzi (per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini. Non a caso fino all’inizio degli anni Novanta gli impianti appartenevano a organismi nazionali mentre quelli recenti sono realizzati in project financing, un passaggio per attrarre capitali e scaricare il rischio finanziario sui mercati globali. Quote di maggioranza e supervisione rimangono in ogni modo in mano governativa, come le reti di distribuzione, gestite da enti statali o municipali. Un controllo biopolitico ben saldo. Per i nuovi complessi è intensa la ricerca per l’efficientamento energetico attraverso tecnologie a osmosi inversa, che riducono fabbisogno energetico e costi, integrazione con energia solare, riutilizzo delle acque reflue, abbassamento dei sussidi ai consumi a fronte di uno spreco sfarzoso. Innovazioni che inducono a ritenere che in futuro i paesi del Golfo non venderanno solo petrolio, ma know-how su come sopravvivere in un mondo surriscaldato. Rinnovando in certo qual modo il primato su estrazione e distribuzione dell’acqua che, nel medioevo, la dominanza araba aveva trasferito ai paesi mediterranei. Alla fine le petromonarchie del Golfo possano essere assunte come reificazione del paradigma economico e politico in corso, oltre che presagio del suo destino climatico. Rendite (petrolifere) che alimentano regimi di accumulazione assoggettati a asset finanziari dall’influenza globale e faraoniche rendite immobiliari in metropoli che esistono sotto il perenne ricatto delle risorse vitali. Estremizzando le condizioni del rentier capitalism e liberandolo da vecchie ubbie come quella della democrazia. Coronazione insomma dei sogni del neoliberismo redditiere. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tallone d’Achille del Medio Oriente proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Navdanya International: la guerra è oltraggio all’umanità ed anche all’ambiente
Messaggio della Direttrice esecutiva di Navdanya International, Ruchi Shroff, in occasione della Giornata Mondiale della Terra 2026 “In occasione della giornata mondiale della Terra vogliamo ricordare come la guerra sia un oltraggio non solo per l’umanità ma anche per l’ambiente che sostiene la nostra vita. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato non solo una crisi energetica ma anche l’ennesima debacle dell’agricoltura industriale. Fino a un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti transita nello Stretto di Hormuz e quasi la metà dell’urea vi passa ogni anno. La sua chiusura ha già spinto in alto i prezzi dei fertilizzanti del 20–45% con un rincaro globale su mais, riso e grano. Urea e ammoniaca sono così diventate materie prime strategiche al pari del petrolio. L’agricoltura industriale si mostra per quello che è: una filiera estremamente fragile dipendente dai fossili e da pochi stretti e porti controllati da alleanze militari e oligopoli industriali. L’agroecologia non è, allora, l’ennesima “soluzione tecnica”, ma una rottura politica. Significa rigenerare la fertilità dei suoli; rimettere i semi nelle mani dei contadini oltrepassando la logica dei brevetti; accorciare le filiere e promuovere la sovranità alimentare perché il cibo non dipenda dalle rotte militari ma dalle reti di solidarietà tra comunità. Si tratta di un’alternativa bottom up che ha già dimostrato la sua capacità di rigenerare suolo e comunità. Continuiamo a lavorare in armonia con la Terra per una rigenerazione ecologica e sociale.” Ruchi Shroff, Navdanya International – Direttrice Esecutiva Navdanya International
April 22, 2026
Pressenza
Rieti: ecologia e antifascismo
Aggiornamenti dal fronte antifascista ed ecologista di Rieti, con una compagna di Balia dal collare: dopo l'agguato dell'estrema destra alla tifoseria del basket rietino dell'ottobre scorso, compagne e compagni invitano a partecipare al corteo e all'aperitivo conviviale organizzati dal Comitato Antifascista di Rieti. Per altri appuntamenti dai un'occhiata all'agenda autogestita locale: https://sabina.convoca.la/ ;)
April 22, 2026
Radio Onda Rossa
Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
Non solo Tav; guerra, crisi climatica e opere inutili.
La campagna a Sud Ovest di Milano sta vedendo la costruzione da ormai vent’anni (giovincelli) della SS 11/494, che si traduce in 354 milioni e 18 km di terreno agricolo […] The post Non solo Tav; guerra, crisi climatica e opere inutili. first appeared on notav.info.
April 21, 2026
notav.info
GUERRE, ARMI E AMBIENTE. A BRESCIA IL SEMINARIO ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE MICHELETTI
“Guerre, armi e ambiente. Difendere la pace, salvare il pianeta”. E’ questo il titolo del seminario in programma mercoledì 22 aprile 2026 presso la sede della Fondazione Micheletti di Brescia, in via Cairoli 9.  Un pomeriggio di approfondimento – dalle ore 14.30 alle ore 17.30 – presso la sala di lettura della Fondazione con le comunicazioni di Mariam Ahamad, Emanuele Leonardi, Marino Ruzzenenti, Enzo Ferrara e Pirous Fateh-Moghadam a tema guerra e l’impatto su ambiente e interi popoli (in fondo all’articolo locandina e programma completo). Come spiega lo storico ambientale Marino Ruzzenenti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le guerre “oltre ai danni che provocano immediatamente cioè i morti, i feriti, i bombardamenti, lasciano un’eredità pesantissima che è destinata a durare per decenni su quei territori, in termini di invivibilità, di danni all’ambiente, danni di dispersione di inquinanti di ogni genere da metalli pesanti a gas tossici, a polveri, a diossine, PCB, polveri di amianto.” Ruzzenenti sintetizza con questa premessa l’importanza di riflettere sulla correlazione tra guerra, armi e ambiente, con le conseguenti implicazioni, che saranno al centro del seminario in programma domani, mercoledì, a Brescia. “E’ un aspetto che viene spesso sottovalutato”, sottolinea Ruzzenenti. “Tutti questi danni rendono invivibile quei territori perchè tutto questo inquinamento significa provocare danni alla salute a tutti coloro che dovranno ricostruirsi una vita. Per di più il nesso tra guerra ed ambiente è tremendo perchè è chiaro che nel momento in cui si fa la guerra non solo si investono risorse per gli armamenti come sta avvenendo in tutto l’occidente e anche nel mondo ma queste risorse non possono e non vengono investite per affrontare la vera e grande crisi che attende l’umanità che è la crisi ecologica e la crisi sociale connessa con la crisi ecologica”. L’intervista completa allo storico dell’ambiente e collaboratore della Fondazione Micheletti Marino Ruzzenenti, per presentare il seminario “Guerre, armi e ambiente”. Ascolta o scarica.   Il Programma 22 aprile ore 14 e 30 – 17 e 30, sala di lettura della Fondazione Luigi Micheletti, via Cairoli 9, Brescia. Coordina i lavori Davide Caselli. Comunicazioni di 15-20 minuti: * Le grandi mobilitazioni per la Palestina, Mariam Ahmad Dai movimenti per il clima del 2019 a quelli recenti per la Palestina, Emanuele Leonardi Verso un mondo post-occidentale, Marino Ruzzenenti Il peso ambientale delle armi, “merci oscene”, Enzo Ferrara Il danno alla salute delle guerre, a Gaza e non solo, Pirous Fateh-Moghadam Al termine previsto un momento conviviale. L’avvento di Trump sembra stia mettendo in discussione in Occidente la narrazione consolidatasi negli ultimi trent’anni: la globalizzazione neoliberista è vincente e destinata a sconfiggere gli stati del terrore e le autocrazie conseguendo l’uniformazione al modello occidentale, fondato sul libero mercato, i diritti individuali, la democrazia. Questo ottimismo, inoltre, è messo a dura prova dagli orrendi crimini contro l’umanità perpetuati da Israele a Gaza, con il sostegno di buona parte dell’Occidente, nonché dall’illegale aggressione all’Iran da parte degli Usa e di Israele, e infine dalla guerra “alle porte di casa” tra Russia e Ucraina, tutt’ora in corso, che minaccia di scatenare un conflitto mondiale nucleare. In verità, studiosi più attenti, da diversi versanti ideologici, da tempo stanno mettendo radicalmente in discussione questa narrazione: John Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Luiss University Press, Roma 2019; F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Roma-Bari 2023; E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024; A. Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina, Milano 2025. Dunque, forse, staremmo transitando verso un mondo post-occidentale, del tutto nuovo rispetto a cinque secoli di storia in cui il dominio del sistema economia mondo capitalistico (I. Wallerstein; S. Arrighi) è appartenuto sempre ad una potenza occidentale (Spagna, Paesi Bassi, Inghilterra, Stati Uniti). Potrebbe affermarsi, per la prima volta nella modernità, un mondo multipolare, senza alcuna potenza dominante ed egemone, come sembrano auspicare i BRICS, un nuovo mondo che affida davvero e concordemente a istituzioni internazionali condivise il compito di derimere i conflitti tra le nazioni, sapendo che, in ogni caso, le grandi sfide della crisi ecologica e sociale rimangono del tutto aperte e richiedono un impegno comune. In questo contesto complesso e in continua evoluzione vano visti con grande preoccupazione la corsa agli armamenti decisa dall’Ue, nonché il conseguente accantonamento dei pur timidi propositi di affrontare la crisi ecologica con il Green Deal o e i fallimenti delle ultime Cop convocate per la crisi climatica. Un focus particolare intendiamo dedicare alla Palestina, sia per valorizzare le recenti mobilitazioni giovanili, sia perché si tratta di un caso esemplare del rapporto perverso tra guerra e crisi ambientale: oltre alle tante vittime umane, quasi tutte civili, causate dalla criminale aggressione di Israele a Gaza, quei territori sono stati resi invivibili dalle distruzioni e dagli inquinanti dispersi in ambiente a seguito dei bombardamenti; a ciò si aggiungerebbe il paradosso di una ricostruzione affidata ai Petrostati del Golfo (gli stessi che hanno fatto fallire le Cop impedendo che si potessero anche solo citare i fossili) e con la regia degli Usa che l’ultima Cop l’hanno addirittura disertata. Il seminario, dunque, ha lo scopo di approfondire questi temi per rilanciare una prospettiva di pace, unica condizione per affrontare sia la crisi ecologica, che la crisi sociale, ambedue aggravate dai trent’anni di egemonia neoliberale. I materiali prodotti potrebbero poi essere raccolti in un dossier da pubblicare su “Altronovecento”. Brevi bio dei partecipanti: * Davide Caselli, professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio (GSPS-08/B) e insegna Culture urbane e Sociologia del territorio e comunicazione ambientale al Corso di laurea triennale di Scienze della comunicazione e Welfare locale e istituzioni culturali al Corso di laurea magistrale in Valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale presso il Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le politiche sociali, il lavoro sociale, il ruolo di esperti ed expertise nelle società contemporanee e i processi di finanziarizzazione. Su questi temi ha pubblicato il libro, Esperti. Come studiarli e perché (il Mulino, 2020) e diversi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. * Mariam Ahmad, 26 anni, Palestinese nata e cresciuta a Brescia, studentessa di sistemi agricoli sostenibili presso l’università degli studi di Brescia. Giovane attivista da sempre impegnata nella causa palestinese. * Emanuele Leonardi, Professore Associato presso l’Università di Bologna dal 2024, svolge le sue attività nell’ambito della sociologia economica. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare all’ecologia politica, all’ambientalismo operaio e ai movimenti per la giustizia climatica. Attualmente incentra la sua ricerca sui temi della Transizione Giusta, in particolare nel contesto dei progetti PRIN ‘Just Transition in the Factory’ e PRIN PNRR ‘Digital Food and Just Transition’. Suoi articoli sono ospitati in riviste prestigiose quali “Ecological Economics”, “Globalizations, Sustainability: Science, Practice and Policy”, “Sociologia del Lavoro”, e “Partecipazione e Conflitto”. Per l’editore Orthotes ha pubblicato Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita (2017) e L’era della giustizia climatica (2023 – con Paola Imperatore). * Marino Ruzzenenti, responsabile del Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti, ultimo testo in uscita per Altreconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea. * Enzo Ferrara, chimico ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica-INRIM e presidente del Centro Studi per la pace dedicato a Domenico Sereno Regis (Torino), Direttore del Gruppo di Redazione di “Medicina Democratica”, socio della cooperativa “Epidemiologia & Prevenzione”, redattore e collaboratore delle riviste “Gli Asini”, “Altronovecento”, “Vision For Sustainability e Close Encounters in War”. * Pirous Fateh-Moghadam, laureato in medicina e specializzato in Igiene e Medicina preventiva presso l’Università di Bologna, con master universitario di II livello in Epidemiologia Applicata presso l’Istituto superiore di sanità/Università Tor Vergata di Roma. Lavora presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Asuit di Trento. I suoi interessi professionali maggiori sono il monitoraggio della salute e dei fattori che la determinano ponendo attenzione anche alle disuguaglianze sociali nella salute, alle relazioni tra salute e sostenibilità ambientale e all’impatto sulla salute di guerra e militarismo. Coordina il gruppo di lavoro di promozione della pace dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ed è l’autore di Guerra o salute, Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Alto Casertano, come il business del biogas ha scoperto il margine verde
(foto di giuseppe carrella) È la mattina del 28 marzo, Mel, Peppe e io nella Clio grigia, diretti nell’Alto Casertano. Superiamo i monti Trebulani che finora avevano segnato il confine fisico della nostra inchiesta. Nel cruscotto posteriore scompare la sagoma di Pizzo San Salvatore che si staglia sul monte Maggiore. Il paesaggio è diverso da quello già esplorato, l’aria più fresca. Siamo diretti a Pietramelara per incontrare Ivana, attivista del comitato Radici Pulite dell’Alto Casertano. I pendii ricoperti di verde mostrano il lato assolato. L’acqua di fiumi e torrenti scorre per buona parte del tragitto sempre a vista. Ci fermiamo a una fonte ferrosa per bere. Sotto il getto limpido i sassi si fanno rossi. Percorriamo le curve, una staffetta di ponticelli per arrivare nei pressi della Metalplast, ex sito di stoccaggio e trattamento rifiuti in località Ailano. Davanti l’ingresso è appeso uno striscione ripiegato dal vento. Stendendolo si legge: “No discarica – Sì bonifica”. Accanto un cartello più piccolo: “Area sottoposta a sequestro”. Appoggiato all’edificio principale che riporta l’insegna commerciale, vi è un enorme cubo di lamiera, la parte coperta della discarica. Appena fuori si ergono traballanti torri di ecoballe, molte interamente di plastiche. Più giù, indistinguibili masse di oggetti e stracci, i grossi teloni di copertura spostati dal vento svelano il crescere delle erbacce tra i legacci che racchiudono il tutto. Ancora più in basso una distesa di tessuti industriali arrotolati, sembrano enormi tappeti grigi. Costeggiamo l’abbandono, intorno ci sono diversi campi coltivati, proprio dietro di noi un trattore fa su e giù per un colle scosceso. Un cartello divelto riporta il codice CER della tipologia di rifiuti e la descrizione “Pannelli sportelli auto 6.11”. «Seguiamo la vicenda della Metalplast dall’estate del 2024 – ci racconta Ivana –, quando ci fu un principio di incendio che poi fu domato. In ogni caso aspettiamo ancora la prima messa in sicurezza e poi la bonifica. Qualche anno fa non eravamo così in allerta per il nostro territorio. Poi abbiamo assistito al moltiplicarsi di interessi imprenditoriali, tra l’immondizia e il biogas, e il proliferare dei siti ad alto impatto anche qui nell’Alto Casertano. Il comitato è nato a gennaio per era sensibilizzare le persone che proprio per assenza storica di minacce, si trovano impreparate». Notiamo che il sito è costeggiato da un canalone di scolo, lo percorriamo fino a incontrare il punto in cui si getta nel Lete, a meno di duecento metri. Prendiamo di nuovo la macchina, ci spostiamo a Pietravairano. Dal piccolo santuario che sovrasta il paese, vediamo il riflesso del sole nelle cupole bombate e lucenti dei biodigestori, a metà della piana. Qui vi è infatti uno dei ventuno impianti di biogas che Retina Srl (tramite la holding Retina Biometano) prevede di realizzare tra Lazio e Campania entro il 2026. Il nome non ci è nuovo: una delle controllate di Retina è Ingegneria Sostenibile Srl, di cui abbiamo parlato qui per i lavori avviati con firme contraffatte e vedette appostate in odore di ecomafia. Quello di Pietravairano non è dunque un caso isolato. Un’inchiesta di IrpiMedia descrive l’impianto a biometano di Dragoni, esempio emblematico di come la transizione energetica finanziata dal Pnrr possa trasformarsi in un’operazione finanziaria calata dall’alto senza il coinvolgimento delle comunità. Al centro della vicenda c’è la società Cannavina Srl, che ha ottenuto circa 16,4 milioni di euro di fondi pubblici per un progetto di cui i cittadini hanno scoperto l’esistenza solo a cantiere avviato nel 2022. La complessa struttura societaria a scatole cinesi fa ancora capo a Retina Holding, ed è legata a fondi d’investimento internazionali e al colosso australiano Macquarie, banca d’investimento con ramificazioni che toccano Lussemburgo e Regno Unito. Un’architettura finanziaria che, secondo l’inchiesta, serve a blindare l’investimento grazie alle garanzie statali fornite da SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e ai prestiti di grandi gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas, rendendo l’affare a rischio zero per i privati ma scaricando le conseguenze ambientali sul territorio. Inizia a fare buio, torniamo alla macchina. Il tramonto colora il profilo delle vette intorno alla valle aperta. Le ombre invece prendono forma proprio nel solco irregolare dell’acqua. Poco prima che faccia buio, si intravede una centrale idroelettrica con le grandi tubature perpendicolari al versante. (foto di giuseppe carrella) Oggi è sabato 11 aprile. La primavera non ha più niente di timido. In maniche corte raggiungo Dragoni, comune di circa duemila abitanti immerso nel verde dell’Alto Casertano. Qui si terrà un corteo che terminerà sotto il costruendo impianto di biogas di Cannavina Srl. Sullo sfondo il massiccio del Matese è ancora innevato. A pochi chilometri dall’arrivo si scarica il telefono. Devo orientarmi alla vecchia maniera e chiedo indicazioni al bar tabacchi nella piazza di Caiazzo. «Quella è una strada dritta che taglia e scende a valle, passi Alvigliano e sei a Dragoni», mi spiega un signore. Nella piazza del mercato sono radunate una cinquantina di persone tra manifestanti, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine, oggi non particolarmente numerose. Si susseguono gli interventi al microfono. Parla anche la sindaca Antonella D’Aloia che racconta di aver subito un accanimento legale e attacchi personali per la sua opposizione all’impianto. Secondo Pasquale De Pasquale, l’attivista del comitato NO Biogas Dragoni, il cantiere è stato contestato sia per la violazione delle norme antisismiche, con l’esecuzione di lavori strutturali senza le necessarie autorizzazioni, sia per la sua parziale sovrapposizione alla fascia di rispetto della strada statale. Incominciamo a percorrere i tre km di strada e selciato che ci separano dalla sede del biodigestore, nell’ultimo tratto superiamo un piccolo Acquapark, si intravedono gli scivoli colorati. Un motoscafo rosa lo presidia insieme a due carabinieri. Una multipla traina un carrello in alluminio che ospita gli altoparlanti e un piccolo generatore. Per buona parte del tragitto passano gli Inti Illimani. Si susseguono gli interventi, molti menzionano che è il primo corteo per la città di Dragoni. Arrivati di fronte al sito, al di qua della sbarra che ci separa dai cilindri di cemento, ci aspetta la Digos e un Suv scuro parcheggiato di fronte. «Sono i proprietari dell’impianto», dice una signora davanti a me. Interviene anche il parroco, che in conclusione del breve sermone fa una pausa: «E allora cosa possiamo fare…» – la stessa signora risponde neanche troppo sottovoce: «Mettere una bomba». Qualcuno ride. La bomba in realtà potrebbe essere lo stesso impianto che in caso di emergenze sismiche produrrebbe effetti devastanti. Terminato il corteo ci spostiamo a un bar poco lontano per intervistare alcune attiviste del comitato Radici Pulite. «Il rogo di Teano dell’agosto 2025 è stato apocalittico – ci dicono –. Ha bruciato per un mese, quindici giorni di nube tossica. Abbiamo scoperto che quel sito era lì da dieci anni, sequestrato, abbandonato, nessuno lo sapeva. Da lì è cambiata la percezione del territorio. Nel raggio di dieci chilometri ci sono circa cinque impianti di biogas. Riteniamo che non ci sia tutto questo letame da smaltire, ci sembra evidente la speculazione». Il punto sollevato è quello del cosiddetto “turismo dei rifiuti”, ovvero la necessità di trasportare enormi quantità di scarti zootecnici su gomma da lunghe distanze per alimentare un’attività sovradimensionata rispetto ai siti di trasformazione locali. «L’amministrazione è spesso impreparata – continuano le attiviste –. I comuni non informano i cittadini. Alla prima assemblea a Pietramelara sono arrivati comitati che non conoscevamo. Per noi ora c’è da tenere gli occhi aperti sulla Metalplast di Ailano. È strapiena, rischia l’autocombustione. La paura è che questa estate possa bruciare di nuovo». A questo punto chiedo degli effetti sulla salute. Risponde Simona, veterinaria e attivista: «Abbiamo già visto effetti teratogenici sulle bufale. Ci sono casi documentati di malformazione nei feti bovini. Ma l’Arpac ha detto che a Pietramelara non servivano monitoraggi. Chi deve tutelarti, minimizza, non necessariamente per negligenza, a volte per mancanza di informazioni. Ci siamo persuase che ci sia  un disegno più grande. L’Alto Casertano si sta spopolando, è visto come terra colonizzabile. Noi rispondiamo con un sistema di sorveglianza collettiva. Il territorio, adesso, sta reagendo». L’Alto Casertano non era sulla cartina del disastro ambientale campano. Mentre l’adiacente Agro Caleno portava i segni visibili della contiguità con la Terra dei Fuochi, qui permaneva un’idea di margine immune, di verde intatto. È in quello spazio – geografico e immaginario – che si sono infilati i capitali. Le ecoballe di Ailano, il biodigestore di Pietravairano, il cantiere di Dragoni: non sono anomalie di un sistema che funziona, sono il sistema nel suo funzionamento. Cambia solo chi paga il conto. Poco lontano i rifiuti arrivavano di notte, sui camion. Qui arrivano con i progetti Pnrr, le autorizzazioni regionali, le scatole cinesi lussemburghesi. Però c’è qualcosa che la speculazione non aveva previsto: qualcuno non ha intenzione di stare a guardare o di andare via. La primavera è esplosa e non solo nel paesaggio. (edoardo benassai)
April 21, 2026
Napoli MONiTOR
Un maggio contro l’aeroporto. L’appello
Pubblichiamo l’appello a sostegno della manifestazione di sabato 16 maggio dal Polo scientifico, in via dell’Osmannoro, Sesto Fiorentino, presidio ore 14,00. In un momento così delicato per il futuro della Piana e della nostra regione, crediamo sia necessario fare un … Leggi tutto L'articolo Un maggio contro l’aeroporto. L’appello sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Natura spontanea a Firenze: quale valore e quale spazio le vengono riconosciuti?
Sabato 18 aprile 2026 presso la Biblioteca delle Oblate di Firenze si è tenuto un incontro per discutere il ruolo dei boschi e degli ecosistemi spontanei nelle aree urbane dismesse come risorsa per la rigenerazione delle città, con contributi da … Leggi tutto L'articolo Natura spontanea a Firenze: quale valore e quale spazio le vengono riconosciuti? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Avanzi di Castelletti
Una città “virtuosa” Il Comune di Brescia chiude il 2025 con conti in ordine e un avanzo di oltre 110 milioni di euro. La narrazione è quella della solidità, della prudenza, della buona amministrazione. Ma la questione vera resta un’altra: a chi serve questa virtù? Il segreto dei conti: A2A […] L'articolo Avanzi di Castelletti su Contropiano.
April 21, 2026
Contropiano