Ambiente, disastro climatico

Per il ritorno della biodiversità basterebbe lasciar in pace la natura
Nel 2005, nel Norfolk settentrionale, la famiglia Sayer smise di coltivare colza in un campo di due ettari: il terreno era difficile da drenare e non ne valeva più la pena. Da allora su quella terra non è stato piantato un solo seme. Niente arature profonde, niente miscele commerciali di semi di fiori selvatici, niente rimozione del terriccio superficiale: i metodi standard con cui, in Europa, si prova a far rinascere un prato. Solo uno sfalcio l’anno, con il fieno portato via, come un secolo fa. Oggi quel campo, ribattezzato Sayer’s Meadow (il prato dei Sayer), ospita più di 150 specie vegetali e, in estate, migliaia di orchidee selvatiche che i residenti del villaggio raggiungono lungo un sentiero informale tracciato con i propri passi. A documentarlo è uno studio pubblicato su Restoration Ecology dal geografo Carl Sayer, dell’University College London, insieme al padre Derek, proprietario del terreno, e ai colleghi Peter Robinson e Jan Axmacher. Per undici anni, dal 2011 al 2022, il gruppo ha censito ogni due o tre stagioni le piante del campo, concentrandosi su alcune decine di parcelle di un metro quadrato. Risultato: il numero medio di specie per parcella è raddoppiato, da circa dieci a quasi venti. Dopo il primo decennio sono comparse specie localmente rare come l’orchide palustre meridionale, la carice a cespo e la centaurea comune, insieme alla cresta di gallo minore, pianta semiparassita che indebolisce le graminacee e apre spazio ai fiori più delicati: non a caso, in Inghilterra, la chiamano “meadow maker”, la pianta che fa il prato. Un dettaglio complica la lettura più rassicurante della vicenda: alcune specie rare non crescevano in nessun campo nel raggio di quasi cinque chilometri. I ricercatori ipotizzano che i semi siano arrivati incastrati negli zoccoli o nel pelo dei cervi di passaggio, un’ipotesi che dice più sulla dispersione della fauna selvatica che su qualunque piano di ripristino scritto a tavolino. Il punto che lo studio analizza riguarda le politiche di restauro ecologico che governi e agenzie ambientali finanziano in Europa. Il metodo standard prevede miscele di sementi commerciali, spesso non locali, capaci di produrre in fretta quelli che alcuni conservazionisti chiamano “McMeadow”, con un riferimento nemmeno troppo velato alla standardizzazione e alla scarsa qualità del McDonald’s: prati fioriti generici, dominati sempre dalle stesse margherite bianche e dallo stesso fiordaliso viola, identici dal Galles alla Slovenia. Il rischio, spiegano gli autori, è erodere proprio quella diversità genetica locale che la parola biodiversità dovrebbe proteggere. Sayer lo dice senza giri di parole: «Non dovremmo affidarci più spesso alla pazienza, invece che alla bustina di semi?». Nel Regno Unito i prati fioriti sono diminuiti di oltre il 90% dal secondo dopoguerra. Le superfici agricole abbandonate, però, non mancano, e da anni i governi le guardano come terreno di caccia per i piani di ripristino della biodiversità. Lo studio non dice che seminare sia sempre sbagliato: dove non esistono popolazioni di piante native nei dintorni, la natura da sola non basta. Ma prima di spendere in sementi e macchinari vale la pena chiedersi se un pezzo di terra lasciato in pace, con una gestione minima, non possa fare da solo gran parte del lavoro. Da quest’anno il campo ospita anche una coppia di barbagianni, che cacciano sopra l’erba alta. Sayer, che il progetto lo ha ereditato dal padre, non usa mezzi termini: «È la cosa di cui vado più fiero in tutta la mia vita». Il principio vale anche fuori scala, nel giardino di casa. Non serve un ettaro nel Norfolk: basta un angolo di prato non sfalciato ogni settimana, qualche pianta spontanea lasciata crescere invece che estirpata, foglie secche non sempre raccolte. Meno ordine e meno pesticidi significano più margine perché api, farfalle e piccola fauna trovino un rifugio. Non tutti i giardini diventeranno un santuario di orchidee, ma la logica è quella appena dimostrata: a volte il gesto più efficace, per la biodiversità, è non fare nulla, e avere la pazienza di aspettare. Foto di copertina: Joanna Atherton   The post Per il ritorno della biodiversità basterebbe lasciar in pace la natura appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
In Svezia oltre 50.000 persone hanno manifestato in difesa dell’ambiente
Un corteo da decine di migliaia di persone si è snodato tra le strade di Stoccolma, la capitale della Svezia. Erano in 50mila, secondo organizzatori e forze dell’ordine: tutti uniti nella richiesta di misure pubbliche a tutela dell’ambiente. Presente anche la giovane attivista Greta Thunberg, a guida di Fridays for Future (FFF), la sigla da lei fondata nel 2018. FFF faceva parte delle quasi 300 organizzazioni che hanno aderito al corteo, emerso come uno dei più partecipati degli ultimi anni. La manifestazione è stata organizzata a pochi giorni dalle elezioni, con le sigle promotrici che denunciano la sostanziale assenza della questione ambientale e del contrasto ai cambiamenti climatici all’interno del dibattito pubblico. Un corteo colorato, lungo chilometri e con partecipanti di ogni età si è mosso domenica scorsa tra le strade della capitale svedese. «Raduniamo le nostre forze e facciamo del cambiamento climatico la questione più importante delle elezioni! Trasformiamo l’ansia in azione e speranza per il futuro. Lo facciamo per poter guardare negli occhi i nostri figli, per il nostro futuro, per una politica che rifletta realmente ciò che pensiamo! Siamo la maggioranza: è tempo di venire ascoltati». Con queste parole Naturskyddsföreningen, tra le sigle promotrici, ha commentato la riuscita della manifestazione, a cui hanno aderito oltre 280 organizzazioni e almeno 50mila persone. «È commovente perché sono molti anni che non vedevo manifestazioni per il clima di questa portata in Svezia. È davvero ora che soprattutto gli adulti si diano da fare», ha dichiarato Greta Thunberg, presente al corteo. Nel mirino dei manifestanti è finito anzitutto l’indirizzo politico dell’attuale governo di centrodestra, guidato dal 2022 da Ulf Kristersson. Durante il proprio mandato la maggioranza ha invertito la rotta degli obiettivi climatici, tagliando il budget per gli interventi ambientali e le accise sulla benzina. L’incentivo all’uso dei combustibili fossili mina il raggiungimento degli obiettivi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO₂). Entro il 2030, il Paese dovrebbe tagliare del 70 per cento le emissioni di CO₂ dei trasporti, rispetto ai livelli del 2010. Sullo sfondo si staglia poi la neutralità carbonica — la condizione dove le emissioni dei gas serra prodotte dall’attività umana vengono compensate o rimosse dall’atmosfera — da raggiungere entro il 2045. Tali emissioni contribuiscono al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici in corso. «Oggi ci opponiamo alla politica svedese sulle emissioni mortali, per il futuro dei nostri figli e per la giustizia globale», dichiarano i manifestanti scesi in piazza a Stoccolma. Questi ultimi puntano il dito non solo contro il governo ma verso l’intero arco partitico, reo di aver lasciato la questione ambientale fuori dal dibattito pubblico. Viene chiesta l’adozione di misure urgenti, a livello nazionale e sovranazionale, anche alla luce dei recenti eventi estremi, come le ondate di calore che si sono abbattute sull’Europa. L’obiettivo è chiaro: imporre dal basso il tema della difesa dell’ambiente nell’agenda politica, indipendentemente da chi sarà il vincitore alle prossime elezioni parlamentari in programma il 13 settembre. The post In Svezia oltre 50.000 persone hanno manifestato in difesa dell’ambiente appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Guerre, corsa al collasso climatico
Nonviolenza o diritto a difendersi? La discussione su guerre e riarmo rischia di ridursi a una contrapposizione di principi astratti invece di fare i conti con la realtà. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la comparsa della bomba atomica aveva suscitato un vasto movimento per l’interdizione di quell’arma, ma anche di tutte le guerre, ritenendo che qualsiasi “escalation” avrebbe portato a prospettarne l’impiego; una minaccia ben presente nelle successive guerre in Corea, Vietnam e ora in Ucraina. Da tempo, però, alla minaccia nucleare si è aggiunta e sovrapposta quella della crisi climatica ormai in pieno corso. Il fattore “rischio” si è aggravato: mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti, media, centri di ricerca, università – tutti legati tra loro in una rete di rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla. Per questo la rotta verso il baratro climatico non cambierà se non in forme parziali, ipocrite e inefficaci, anche perché ha una solida base in abitudini, stili di vita, mancanza di alternative, convinzioni – per lo più frutto di ignoranza indotta – che coinvolgono, in misura diversa, miliardi di abitanti della Terra. L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al “riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla catastrofe climatica. Innanzitutto, perché le guerre, le loro devastazioni di territori e habitat, la produzione di armi e il loro uso legato ai combustibili fossili (le armi “verdi” non esistono) sono tutti fattori di una sua accelerazione. Poi, perché il ripudio (autentico) della guerra, costituisce una breccia attraverso cui milioni di cittadini e cittadine possono arrivare a mettere in crisi l’idea di una “crescita” continua, oggi più che mai affidata alle armi, che ignora la catastrofe a cui ci stiamo condannando. Dunque, ci sono molte altre ragioni oltre alla nonviolenza per ripudiare la guerra … Ancora più astratto dalla realtà è la rivendicazione del diritto a difendersi. Difesa di chi? si era chiesto. E da chi? Il governo di Israele ritiene che il diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi, quale ricorso alle armi è mai possibile per una popolazione ridotta in quelle condizioni contro l’esercito più feroce del mondo? Non è proprio questo il caso in cui solo la mobilitazione internazionale può imporre un cambio di rotta a livello diplomatico e negoziale? Cambiando quadrante, possiamo ancora chiamare “difesa” gli attacchi ucraini agli impianti russi posti a migliaia di chilometri dal fronte? Che cosa li differenzia dagli attacchi agli impianti ucraini da parte dei russi? Dopo l’invasione che ha segnato una sconfitta per Putin, che pensava di arrivare a Kiev con una passeggiata, ma anche con la perdita delle regioni orientali per il governo ucraino, si poteva e doveva cercare un compromesso, resuscitare gli accordi di Minsk, fermare la guerra in cui era sfociato il confronto “geopolitico” tra Russia e Nato in corso da anni sulla pelle della popolazione ucraina. Invece quella guerra ha subìto un salto di livello. “Viva gli Himars!” aveva esclamato qualcuno, preso dall’entusiasmo, quando il fronte ucraino era stato dotato dei primi razzi a lunga gittata per fare da contrappeso alle incursioni dell’aviazione russa. Senza accorgersi dello spirito bellicista che quell’entusiasmo stava inoculando in tutte le istituzioni europee e di cui vediamo ora le conseguenze. E senza accorgersi del fatto che da allora la “difesa” non ha più riguardato la popolazione dell’Ucraina, esposta a un quotidiano massacro e nemmeno i suoi soldati, mandati in prima linea a farsi ammazzare senza più capire perché, ma solo le carriere delle gerarchie militari che – come la controparte russa – non tengono in alcun conto le loro vite. Il confronto era ormai passato a strumenti che funzionano solo grazie a una centralizzazione del comando che, dalla parte ucraina, fa capo alla Nato. Il “diritto alla difesa” si è così trasformato in un confronto con solo due esiti possibili: vittoria o resa. Dove vittoria, per l’Ucraina, cioè per la Nato, significa dissoluzione del regime putiniano o dell’intera Federazione Russa, che in tal caso hanno già fatto sapere di essere pronti a usare l’atomica. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la difesa delle vite e delle aspettative della popolazione ucraina? Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che Zelensky aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare. E non offrirà, come è stato immaginato, l’occasione di supplire con una leva di immigrati al vuoto di uomini validi, persi al fronte o fuggiti per sottrarsi alla leva. No. L’Ucraina si ritroverà arsenale e laboratorio bellico di un’Unione Europea piena di vecchi incattiviti e di istituzioni logore, prigioniera di un’economia di guerra, divisa da  sovranismi contrapposti, in gara per scaricarsi a vicenda il “peso” dei migranti, gara a cui l’Ucraina non potrà sottrarsi. E questo in un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che l’Europa e il mondo hanno deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre… a meno che la diffusa opposizione a questa follia distruttiva non la spunti.   Guido Viale
August 24, 2026
Pressenza
La rana nella pentola
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È molto difficile poter descrivere gli effetti di questo cambiamento climatico che ha messo in ginocchio l’intero paese (e non solo) per il caldo. Così ho preferito anziché scrivere un saggio una breve storiella che può essere letta in pochi minuti. Una storiella neoliberista. La storiella, in parte, è nota a molte delle persone che leggeranno questo breve scritto, ma vale la pena di ricordarla perché è assai educativa, soprattutto di questi tempi. -------------------------------------------------------------------------------- Un giorno una rana fu messa in una pila d’acqua fredda per mano di un bambino un po’ capriccioso. La rana vi si trovava perfettamente a proprio agio e sguazzava allegramente dentro la pentola. Ma il bambino, per sua indole capriccioso, come abbiamo già detto, ma anche un po’ cattivello (si sa, ai bambini piace giocare in modo sadico a volte), accese un piccolo fornello alla base della pentola. Il secondo giorno la rana continuava a sguazzare allegramente nell’acqua che, nel frattempo, era diventata tiepida. Il terzo giorno, quando l’acqua cominciava a scaldarsi, la rana avvertì qualche lieve cambiamento dell’ambiente dove si trovava, ma non mostrò alcuna sensazione di sofferenza. La rana cominciò ad allarmarsi solo il quarto giorno: avvertiva che un leggero calore si diffondeva intorno ad essa. Il quinto giorno la rana smise di sguazzare ma, tutto sommato, soffriva appena un po’ più di caldo del giorno precedente. Poi iniziò, il sesto giorno, a preoccuparsi; sembrava facesse troppo caldo ma non se ne ebbe più di tanto. Il settimo giorno fece un gran balzo e uscì dalla pentola: si sentiva un po’ accaldata, le batteva forte il cuore e, passando, di balzo in balzo, davanti uno specchio scoprì: oh! Orrore, era diventata tutta rossa. Grosse pustole le ricoprivano il corpo e la sua pelle, inizialmente di colore verde e diventata ormai tutta rossa, si staccava a pezzi dal proprio corpo. Il cuore le batteva all’impazzata e, insieme allo spavento, le venne un infarto e stramazzò a terra. Lo stesso giorno il Servizio Meteorologico Nazionale avvertì via radio gli abitanti dell’intero Paese che la temperatura avrebbe raggiunto il valore di 45 gradi all’ombra. I primi a lasciare la città furono i Signori che, con i loro potenti Suv, si precipitarono a raggiungere le Grandi Montagne e ad occupare tutti i posti disponibili presso gli alberghi situati ad alta quota, alcuni addirittura salirono fino a 3.500 metri. Dopo di loro si misero in marcia, sulle loro meno potenti automobili, padri di famiglia con bambini e relative suppellettili al seguito. Gli altri, i poveri miserabili che non si potevano permettere di abbandonare la città, affollarono i supermercati dove potenti condizionatori consentivano loro di respirare, oppure si sdraiavano seminudi ai piedi dei pochi alberi rimasti (molti di questi alberi erano stati abbattuti l’anno precedente e sostituiti con “alberi” di cemento che non insudiciavano le strade con le loro foglie cadute). Giù nella Valle code di auto lunghe più di 20 chilometri erano ferme in attesa di salire sulle Grandi Montagne. Ma gli accessi erano loro sbarrati perché lassù in alto tutti i posti disponibili erano stati occupati. Dall’alto i Signori con indosso pesanti maglioni guardavano quella immensa distesa di auto ferme e facevano grandi risate al loro indirizzo. Nella Valle la temperatura aumentava anche a causa dei potentissimi condizionatori che erano accesi l’intero giorno negli alberghi situati in alto. Chiusi nei loro piccoli carapaci anche costoro accesero i condizionatori delle proprie auto, non potendo avanzare neppure di un metro. Il giorno dopo, di buon mattino, una piccola folla di Signori dall’alto osservò la scena che si prospettava loro nella Valle. Non c’era alcun movimento, nessuno usciva dalla propria auto e i motori erano silenziosi. Tutto il combustibile era stato consumato per tenere accesi i motori in modo che alimentassero i condizionatori. Nella Valle era sceso un gran silenzio. Anche in città c’era la stessa calma, un gigantesco blackout aveva spento i condizionatori dei supermercati e la folla era rimasta priva di aria fresca. All’interno del Supermercato Errelunga e in tutte le Tv dei grandi alberghi situati sulle Grandi Montagne, si udirono le previsioni del Servizio Meteorologico Nazionale che dicevano: “Oggi bel tempo soleggiato su tutto il Paese”. Non c’è alcun bisogno di commentare. Come nei film, anche in questo caso, ogni riferimento a persone, fatti e cose è puramente casuale, ma… -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rana nella pentola proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita
CENTINAIA DI PERSONE DI TANTE COMUNITÀ INDIGENE DELL’AMERICA LATINA SI SONO INCONTRATE IN MESSICO PER RICORDARE IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE IDRICHE IN CORSO, MA ANCHE LE VITTORIE RAGGIUNTE, SPESSO SMINUITE DA ISTITUZIONI E MEDIA. UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’INCONTRO E NELLE LOTTE TERRITORIALI PER L’ACQUA È QUELLO DELLE DONNE: UNA GENERAZIONE CHE HA FREQUENTATO L’UNIVERSITÀ MA NON HA INTRAPRESO LA CARRIERA ACCADEMICA, SPIEGA RAUL ZIBECHI, STA CONTRIBUENDO CON LE PROPRIE CONOSCENZE AD AZIONI DI RESISTENZA A LIVELLO COMUNITARIO Foto Asamblea Nacional por el Agua y la Vida -------------------------------------------------------------------------------- La settima Assemblea Nazionale per l’Acqua, la Vita e il Territorio (Anavi), svoltasi l’8 e il 9 agosto nella comunità Wixárika di Zitakua, a Tepic (Messico), ha visto la partecipazione di 427 adulti e 60 bambini provenienti da 18 comunità indigene e sette paesi. Ogni comunità ha espresso le proprie rimostranze, dal saccheggio delle risorse idriche e delle terre alla violenza e alle violazioni subite da coloro che le difendono. Hanno criticato aspramente il “grande progetto di riorganizzazione del territorio nazionale attraverso il Plan Mexico”, i piani idrici nazionali e regionali che offrono alle aziende forniture idriche illimitate e la possibilità di scarichi tossici da parte di industrie che trasformano i fiumi in fogne. Hanno criticato l’affermazione che il fracking sia “sostenibile”, anche sotto la maschera della sovranità energetica. I membri di Anavi non si sono fatti la minima illusione sul futuro immediato. L’industria dei data center prevede di sestuplicare la propria capacità elettrica, passando da 280 megawatt (MW) a oltre 1.500 MW entro il 2030. Ciò indica che il saccheggio delle risorse idriche crescerà esponenzialmente in ogni singolo paese dell’America Latina. I nostri territori sono diventati tele per la più brutale accumulazione capitalistica. La violenza della criminalità organizzata, collusa con le autorità e le istituzioni statali, è stata al centro delle denunce. Non è un caso che, in quasi tutti i casi, le vittime siano tra le persone e le comunità che difendono l’acqua e si oppongono al saccheggio. Gli oltre 133.000 scomparsi testimoniano la barbarie di questo sistema di morte. I membri dell’assemblea hanno anche ricordato le vittorie conseguite negli ultimi anni: il recupero della biblioteca comunale e la creazione del centro comunitario Tlamachtiloyan a San Gregorio Atlapulco, Xochimilco; La chiusura del pozzo Bonafont-Danone a San Mateo Cuanalá, Puebla; la fine del furto d’acqua tramite autocisterne a Santiago Mexquititlán; e l’occupazione dell’edificio dell’IMPI (Istituto Messicano della Proprietà Industriale) a Città del Messico e la sua trasformazione nella Casa del Popolo Samir Flores Soberanes da parte della comunità Otomi. Vorrei sollevare tre punti che – essendo questa la mia prima partecipazione all’Anavi (Assemblea Nazionale dei Popoli Indigeni) – ho appreso in questo evento e che credo influenzeranno il corso delle azioni nel prossimo futuro. Il primo riguarda il ruolo di primo piano delle donne, e in particolare di una generazione che ha frequentato l’università ma non ha intrapreso la carriera accademica, contribuendo invece con le proprie conoscenze ad azioni di resistenza a livello comunitario. Ascoltare, ad esempio, Estela Hernández Jiménez, una donna Otomi di Santiago Mexquititlán, o Argelia Betanzos, una donna mazateca di Eloxochitlán de Flores Magón, così come le giovani donne Otomi della Casa de los Pueblos o le donne Wixárika della comunità Zitakua che ci hanno accolto, ispira speranza e gioia. Sono in prima linea nella resistenza, mettendo a frutto le proprie conoscenze (Argelia è avvocata, Estela ha un dottorato in pedagogia) non per profitto personale, ma per rafforzare le proprie comunità, indicando una via opposta a quella promossa dal capitalismo e dai governi progressisti. Questa è una generazione che offre una prospettiva diversa rispetto alle precedenti, apportando nuove conoscenze a città e comunità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dei bambini e degli adolescenti. Durante i due giorni dell’incontro di Anavi, si è tenuta un’assemblea da cui sono scaturiti laboratori di serigrafia, pittura murale, creazione di libri in cartone, origami e giochi tradizionali. I ragazzi di età superiore ai 12 anni hanno esplorato la medicina tradizionale, creato filtri per l’acqua e partecipato a spettacoli come un’esibizione hip-hop degli indigeni Coca del Lago Chapala. È impossibile non ricordare Verónica, seduta tra il Capitano Marcos e il Subcomandante Moisés a Cideci, durante le sessioni di formazione a San Cristóbal de las Casas. Lei incarna quella generazione più recente che minaccia di lasciarci senza parole e sbalorditi con il suo spirito ribelle e di sfida. Questa è una delle notizie più entusiasmanti che abbiamo ricevuto negli ultimi anni, poiché ci permette di nutrire un certo ottimismo in mezzo al collasso sistemico. Il terzo punto è stato sollevato da un giovane che, durante un evento all’UNAM pochi giorni dopo, ha spiegato che la politica aveva “invaso” tutti gli spazi dell’incontro di Tepic, non limitandosi solo all’assemblea o ai cinque gruppi di lavoro, ma a ogni singolo spazio e momento di Anavi. Considero questa osservazione di grande importanza, poiché illustra come il percorso verso l’autonomia trascenda le strutture istituzionali, conferendo a tutte le attività, collettive o individuali, un carattere politico. La settima assemblea ha messo in luce il potenziale che i popoli indigeni stanno dimostrando, sia nel resistere all’espropriazione sia nel forgiare percorsi verso la dignità e l’autonomia, costruendo i propri mondi. Non è un’impresa da poco in questi tempi difficili. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Vince il movimento dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Sentire il bosco, diventare comunità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- «A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di comunità, l’impegno per un fine comune» (Mancuso & Mori, 2026, p. 23) Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione, memoria, incontro e appartenenza. Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola, 2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati, aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013). Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità, percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra esperienza quotidiana. Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi, seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano. In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità. Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana, soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore estremo e alla perdita di biodiversità. Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone. Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo. Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una comunità di viventi. Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco, quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non umana che si sta sedimentando intorno ad esse. L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E, rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della comunità. Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo, conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città. Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una memoria. -------------------------------------------------------------------------------- Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT – Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentire il bosco, diventare comunità proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Chi decide cos’è un bosco?
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA VA OLTRE LA DIFESA DI UN’AREA VERDE MINACCIATA DA UN NUOVO INSEDIAMENTO COMMERCIALE. METTE IN DISCUSSIONE IL MODO IN CUI DEFINIAMO IL VALORE DELLA NATURA URBANA, IL RAPPORTO TRA INTERESSI PRIVATI E BENI COLLETTIVI E LA CAPACITÀ DELLE ISTITUZIONI DI AGGIORNARE DECISIONI PRESE IN UN CONTESTO ORMAI PROFONDAMENTE CAMBIATO. TRA CRISI CLIMATICA, CONSUMO DI SUOLO E CONFLITTO DEMOCRATICO, LA DOMANDA DIVENTA ALLORA POLITICA PRIMA ANCORA CHE AMMINISTRATIVA: CHI DECIDE CHE COSA MERITA DI ESSERE TUTELATO? Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”?  Non si tratta di una domanda retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento. Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia, oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città, la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione per fette di mercato. D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000 abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si tratta di un problema diffuso nella pianura padana. In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della salute. Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, il dottor Marco Cervino, ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti. Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (Professore Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio Emilia), Lara Maistrello (Professoressa Associata in Entomologia Generale ed Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (Presidente Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) – hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Gli autorevoli colleghi hanno già sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2]. A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di Reggio Emilia». E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà territoriali. I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di mitigazione dell’isola di carbone urbana. L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il pagamento di penali economiche. Anche da questo punto di vista il caso appare emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica. In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima. È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sulla questione climatica ed ambientale si è approfondita, i processi decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati, istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità – su cui si sostiene la comunità democratica. Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle soluzioni private attualmente dominanti. C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della vegetazione, senza causare danni a cose o persone. Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata. Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità. Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione, confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle proprie condizioni di vita e sul proprio futuro. Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a CONAD i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto. Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura boschiva ed ecologica dell’area. Scopriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”, “piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del suolo.  Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura” fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove. Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale” ma «uno spazio comune del futuro».[3] La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia. Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva (nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re; [2] Per una visione aerea dell’area si veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/ [3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 25 e 61. APPELLO -------------------------------------------------------------------------------- UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA ED ECOLOGIA: APPELLO PER LA TUTELA DEL BOSCO OSPIZIO Come docenti e ricercatori/trici riteniamo che la vicenda del Bosco Ospizio di Reggio Emilia sollevi una questione che riguarda insieme la tutela ecologica e la qualità della democrazia. L’area, oltre 45.000 metri quadrati di verde spontaneo minacciati dalla realizzazione di nuove strutture commerciali, costituisce un importante spazio di biodiversità, conservazione e cattura del carbonio, mitigazione dell’isola di calore urbana. In una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica, riteniamo necessario preservare e ampliare parchi, boschi urbani e aree verdi quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura. Chiediamo pertanto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti di sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza. La protezione di questi spazi non riguarda soltanto il paesaggio: significa riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. I/le sottoscritti/e docenti, ricercatori e ricercatrici Marco Deriu, Docente di Comunicazione ambientale, Università di Parma Emanuele Leonardi, Docente di Urban Studies and Climate Change, Università di Bologna Pierluigi Musarò, Docente di Media Culture, Humanitarianism and Climate Mobility Justice, Università di Bologna Vando Borghi, Docente di Sociologia dello sviluppo, Università di Bologna Maria Cristina Ossiprandi, Docente di Ambiente e salute: priorità e criticità, Università di Parma Piergiorgio Ardeni, Docente di Environmental and Resource Economics, Università di Bologna Simona Bertolini, Docente di Filosofa dell’ambiente, Università di Parma Fausto Pagnotta, Docente di Storia del pensiero politico, Università di Parma Federico Chicchi, Docente di Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro, Università di Bologna Dario Tuorto, Docente di Sociologia della cittadinanza: partecipazione, istituzioni, controllo, Università di Bologna Sabrina Tosi Cambini, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma Martina Giuffrè, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma Valentina Gastaldo, Docente di Diritto dell’Ambiente, Università di Parma Antonio Bodini, Docente di Valutazione di impatto e valutazione ambientale strategica, Università di Parma Vincenza Pellegrino, Docente di Sociologia della globalizzazione, Università di Parma Paolo Savoia, Docente di Storia della scienza, Università di Bologna Francesco Fulvi, Docente a contratto di Architettura Tecnica, Università di Parma Alessio Malcevschi, Docente di Food Sustainability, Università di Parma L'articolo Chi decide cos’è un bosco? proviene da Comune-info.
August 20, 2026
Comune-info
Nucleare e guerra fuori dal pareggio di bilancio: la UE promuove morte e devastazione
La Commissione Europea ha emesso una nota sui criteri di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità, stabilendo una serie di deroghe ai vincoli. Dopo gli investimenti in difesa, vengono svincolati quelli energetici – in particolare per la prima volta gli investimenti nel nucleare figurano tra le […] L'articolo Nucleare e guerra fuori dal pareggio di bilancio: la UE promuove morte e devastazione su Contropiano.
August 20, 2026
Contropiano
I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto – di Franco Oriolo
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari [...]
August 19, 2026
Effimera
Il ritorno della tigre in Kazakistan: dopo 78 anni un predatore torna nella steppa
Il 31 luglio, in una riserva dell’Asia centrale, una femmina adulta è saltata giù dal cassone di un pickup ed è sparita tra i canneti del delta dell’Ili, verso il lago Balkhash. Nessun essere della sua specie si muoveva libero in quella regione da settantotto anni. Si chiama Umit, “speranza” in kazako, ed è una tigre dell’Amur. Il suo rilascio nella riserva statale di Ile-Balkhash, nel sud-est del Kazakistan, chiude simbolicamente una storia iniziata nel 1948, quando l’ultimo esemplare della tigre del Turan – la sottospecie che abitava queste foreste – fu ucciso dai cacciatori militari sovietici. La caccia sistematica, iniziata già nel 1891, e la distruzione dell’habitat avevano fatto il resto, spazzando via anche le sue prede come cervi, gazzelle e cinghiali. A riaprire la strada al suo ritorno è stata la genetica, come già accaduto per le tartarughe giganti delle Galapagos. Uno studio del 2009 sul DNA mitocondriale di esemplari da museo ha mostrato che la tigre del Turan e la tigre dell’Amur, oggi diffusa nell’estremo oriente russo, differiscono per un solo nucleotide. Da lì è nato, nel 2010, il progetto di reintroduzione discusso al primo forum internazionale sulla tigre a San Pietroburgo; nel 2018 è stata istituita la riserva di Ile-Balkhash, con quasi 500mila ettari non recintati; da allora sono stati reintrodotti oltre duecento cervi di Bukhara e più di cento kulan, una sottospecie dell’asino selvatico asiatico, per ricostruire una base di prede sufficiente, visto che un adulto ne caccia tra le cinquanta e le settanta l’anno. Umit è arrivata dalla Russia a maggio, insieme a un maschio adulto e due cuccioli, Turan e Ussuri; prima del rilascio ha trascorso due mesi sotto osservazione, per verificarne salute, comportamento e capacità di caccia. Porta un collare satellitare, e i villaggi entro cinque chilometri dalla riserva saranno avvisati in caso di avvicinamento. Altri due esemplari, Kuma e Bohdana, arrivati nel 2024 da un rifugio olandese dopo una vita in cattività, restano invece nella riserva come coppia riproduttiva: privi delle competenze per sopravvivere da soli, la loro funzione è generare cuccioli che un giorno potranno essere liberati. Se il programma riuscirà, il Kazakistan sarà il primo Paese al mondo a ristabilire una popolazione selvatica di tigri in un territorio da cui erano scomparse: ma per i conservazionisti si tratta solo dell’inizio di un lungo percorso, che si potrà dire concluso solo quando gli animali si riprodurranno senza più bisogno di sostegno umano. Mentre il Kazakistan muove il primo passo, il Nepal mostra dove quel percorso può condurre. Il censimento nazionale, annunciato il 29 luglio scorso, ha registrato 429 tigri selvatiche, contro le 355 del 2022 e le sole 121 del 2009: una crescita che va ben oltre l’obiettivo di raddoppio che il Paese si era dato nel 2010 aderendo all’impegno internazionale Tx2. Con questi numeri il Nepal supera l’Indonesia e diventa il terzo Paese al mondo per popolazione di tigri selvatiche, dietro solo a India (3.682) e Russia (circa 750), su un totale globale che oggi supera le 5.500 tigri contro le 3.200 del 2010. Il successo, però, ha già superato la capacità stimata degli habitat nepalesi, calcolata in circa 400 esemplari: più tigri significano più pressione territoriale, più animali spinti ai margini delle aree protette, più conflitti con le comunità che vivono e coltivano nei dintorni. Sedici tigri vivono già in cattività permanente perché coinvolte in incidenti o trovate ferite, e il governo ha proposto un nuovo santuario di 52 ettari a Devnagar, nel distretto di Chitwan. La tigre, in Asia, sta tornando: la domanda che resta aperta è se gli spazi e le regole per una sana convivenza stiano crescendo altrettanto in fretta. Foto di copertina: WWF Central Asia The post Il ritorno della tigre in Kazakistan: dopo 78 anni un predatore torna nella steppa appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 19, 2026
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LUNEDì 21 settembre Un percorso formativo pensato per chi ha già responsabilità di cura all’interno di un collettivo o gruppo in cui potersi confrontare con onestà anche su casi complessi e zone grigie. L’obiettivo è costruire competenze specifiche per affrontare situazioni di violenza di genere, molestia e abuso all’interno dei nostri spazi: come riconoscere le […] L'articolo Formazione su “violenza di genere” e mediazione in casi di abuso. su CampiAperti è stato scritto da sweet_admin.
August 18, 2026
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LAB 20 settembre: Mediazione dei conflitti in gruppi intenzionali
Un incontro aperto a tutt* per iniziare a esplorare insieme alcune domande che spesso diamo per scontate: Che cos’è un conflitto? Come facciamo ad affrontarlo in un gruppo scelto senza romperci? Partendo da queste domande generative, proveremo a costruire collettivamente alcuni strumenti per lavorare su situazioni conflittuali. Non è richiesta esperienza pregressa: è un percorso […] L'articolo LAB 20 settembre: Mediazione dei conflitti in gruppi intenzionali su CampiAperti è stato scritto da sweet_admin.
August 18, 2026
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