Ambiente, disastro climatico

La tutela dei diritti del Lago di Garda in un progetto legislativo all’avanguardia
Il primo disegno di legge sul riconoscimento della soggettività giuridica di un bene naturale è stato presentato stamattina alla Rocca di Riva del Garda. L’ampia partecipazione di istituzioni, associazioni e società civile è segno dell’attenzione crescente verso il futuro del lago e dei suoi ecosistemi. Promotrice dell’iniziativa, la senatrice dei Verdi dell’Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, ha esordito dichiarando: «La grande partecipazione registrata oggi alla Rocca di Riva del Garda dimostra quanto sia sentita nel territorio la richiesta di un cambio di rotta nella tutela del Lago di Garda. Con questo disegno di legge apriamo nuove prospettive per il territorio gardesano: riconoscere che il nostro Lago rappresenta una risorsa preziosa, ma anche un bene che ha il diritto di difendersi, tutelarsi e – perché no – esprimersi. Un patrimonio naturale che va protetto e valorizzato, dando voce alle esigenze dell’ambiente e delle comunità che vivono e lavorano sulle sue sponde, in sinergia con le diverse realtà del territorio». «Il Lago di Garda rappresenta un patrimonio ambientale, economico e sociale di valore straordinario, un capitale naturale di cui possiamo essere solo orgogliosi – ha precisato Aurora Floridia – Le comunità chiedono tuttavia ora strumenti adeguati ed efficaci per tutelarlo e affrontare le criticità esistenti, attraverso soluzioni che travalichino i confini amministrativi e promuovano un approccio unitario e trasversale. Anche per questo è necessario affrontare con coraggio alcune delle sfide più urgenti, dalla mobilità alla gestione dell’overtourism, per garantire un equilibrio tra tutela dell’ecosistema e sviluppo sostenibile del territorio». Alla presentazione del disegno di legge che persegue tale obiettivo infatti è stato più volte ricordato che la proposta di riconoscere diritti al Lago di Garda è nata da una importante mobilitazione sociale sul territorio. La presidente della Federazione per il riconoscimento dei diritti del Lago di Garda, Isabella D’Isola, ha osservato: «Il percorso è stato intrapreso con la presentazione della Dichiarazione dei diritti del lago di Garda in funzione del riconoscimento del lago come soggetto di diritto. In tal senso, e primi in Italia, abbiamo iniziato il nostro lavoro ritenendo che agli enti naturali vadano riconosciuti dei diritti non solo perché in relazione con gli esseri umani, ma di per sé stessi, in quanto esistenti». Il presidente di Federalberghi Garda Veneto, Ivan De Beni, ha ricordato l’iniziativa Io sono il Lago di Garda che per prima ha promosso nel settore turistico-ricettivo una riflessione sulla “personificazione” del Benaco: «Anche Federalberghi Garda Veneto condivide e appoggia questa iniziativa, che tocca tematiche su cui ci siamo concentrati in particolare negli ultimi anni. Dobbiamo porre un blocco allo sviluppo di nuove strutture alberghiere, è necessario lavorare sulla viabilità e sul problema dei picchi di overturism». «Dal punto di vista giuridico, questo disegno di legge rappresenta un passaggio innovativo anche per l’ordinamento italiano – ha concluso Aurora Floridia – Abbiamo già iniziato a ricevere richieste di affiancamento per proposte legislative future per il riconoscimento di altri beni naturali nel Paese. Sono molto soddisfatta del percorso che abbiamo fatto fino a qui. Ora è tempo di rimboccarsi le maniche e chiedere che venga avviato l’iter in commissione, per garantirne la discussione prima della fine della Legislatura». DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa dei senatori Aurora FLORIDIA, SPAGNOLLI e PATTON / Disposizioni per il riconoscimento della soggettività giuridica del Lago di Garda e per la sua tutela ecosistemica – COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 13 GENNAIO 2026 Maddalena Brunasti
March 7, 2026
Pressenza
“Tempo scaduto”: oggi ultimo giorno per revocare il contratto sull’ex Polveriera.
Le associazioni ambientaliste della provincia Rimini rilanciano il loro appello. Oggi è il giorno della scadenza. Secondo quanto emerso nel dibattito pubblico delle ultime settimane, è infatti l’ultimo momento utile perché il Comune di Riccione possa revocare a costo zero il contratto di concessione alla società Hi Riviera srl relativo all’area dell’ex Polveriera di via Piemonte. Dopo questa data, l’eventuale rescissione comporterebbe per l’amministrazione comunale il pagamento di una penale. In questo contesto cresce la mobilitazione delle associazioni ambientaliste e animaliste che nelle scorse settimane hanno espresso forte preoccupazione per la prospettiva di organizzare grandi eventi musicali nell’area naturale dell’ex Polveriera. Le associazioni hanno annunciato di essere pronte a manifestare il proprio dissenso e continuano a chiedere con fermezza la rescissione del contratto di concessione. Di seguito rilanciamo ampi stralci del loro comunicato stampa diffuso alcuni giorni fa. Il comunicato delle associazioni ambientaliste Le associazioni scrivono: “Le associazioni ambientaliste ed animaliste della provincia di Rimini prendono atto delle dichiarazioni effettuate mezzo stampa, pochi giorni fa, dall’Amministrazione Comunale di Riccione in merito alla realizzazione di eventi musicali all’ex Polveriera di via Piemonte. Apprezziamo le dichiarazioni sulla volontà di evitare eventi impattanti e di tutelare l’ecosistema dell’area. Tuttavia, riteniamo necessario chiarire alcuni punti fondamentali.” Il nodo principale, secondo le associazioni, resta l’esistenza stessa di un contratto di concessione che prevede l’organizzazione di eventi: “La presenza di un bando, di una concessione e del relativo contratto (n° 87 del 07.07.2025, prot. n° 0080615/2025 del 16.10.2025) finalizzati all’organizzazione di eventi resta, di fatto, un elemento di forte contraddizione rispetto alla dichiarata incompatibilità dell’area con manifestazioni invasive.” Le associazioni sottolineano inoltre che la questione non riguarda soltanto le dimensioni degli eventi ma il principio stesso di destinare l’area a manifestazioni con afflusso di pubblico. “Per noi il problema non è solo la dimensione ‘di massa’, ma il principio stesso di destinare un’area che negli anni è diventata un habitat naturale consolidato ad iniziative che comportano afflusso di pubblico, allestimenti, illuminazione, impianti audio e pressione antropica.” Dal loro punto di vista, la tutela dell’ecosistema deve restare la priorità assoluta. “Ribadiamo con chiarezza che, dal punto di vista della tutela ambientale ed animale, non riteniamo compatibili tali eventi con le caratteristiche di quell’area. La tutela della biodiversità, della fauna selvatica, degli equilibri ecosistemici e della funzione naturale del sito non può essere subordinata ad una gestione orientata ad attività di intrattenimento, anche se formalmente limitate.” Un altro punto critico riguarda il percorso di confronto con le associazioni, che secondo i firmatari non sarebbe stato strutturato né realmente partecipato. “Inoltre, precisiamo che non esiste ad oggi un Tavolo Ambiente strutturato, permanente e condiviso con le associazioni ambientaliste ed animaliste sul progetto specifico dell’ex Polveriera e della sua concessione. Gli incontri avvenuti non possono essere considerati un percorso partecipativo definito, né una condivisione preventiva delle scelte, tanto più che solo a contratto firmato ci è stato chiesto di fornire proposte.” Le organizzazioni insistono anche sul valore naturalistico acquisito dall’area negli ultimi anni: “Proprio perché siamo associazioni apartitiche e ci muoviamo esclusivamente su basi ambientali e scientifiche, la nostra posizione non è ideologica ma tecnica: l’ex Polveriera è un’area che ha acquisito un valore naturalistico, paesaggistico e storico che merita una destinazione coerente con gli obiettivi di rinaturalizzazione e rafforzamento della rete ecologica regionale (progetto Recore).” Da qui la richiesta esplicita rivolta al Comune di Riccione: “Per questo chiediamo nuovamente con fermezza la rescissione del contratto di concessione a privato da parte del Comune di Riccione e l’avvio di un percorso realmente partecipato, finalizzato alla tutela integrale dell’area, alla sua valorizzazione naturalistica e alla fruizione sostenibile, in coerenza con i finanziamenti regionali ottenuti (Euro 756 mila) per il potenziamento della rete ecologica.” Il comunicato è firmato dalle associazioni ambientaliste e animaliste della provincia di Rimini (in ordine alfabetico): Ambiente & Salute Riccione – Cras Rimini – Legambiente Valmarecchia – Lipu Rimini – WWF Rimini. Il nodo della concessione Al centro della vicenda c’è la concessione dell’area comunale dell’ex Polveriera. Con determinazione dirigenziale n. 804 del 3 giugno 2025 il Comune di Riccione ha infatti indetto un’asta pubblica per la concessione dell’area di proprietà comunale situata in via Piemonte. Secondo l’avviso pubblico, la concessione riguarda lo spazio verde denominato “Ex Polveriera”, destinato ad attività compatibili con l’area. Il documento completo è consultabile sul sito del Comune: https://www.comune.riccione.rn.it/it/news/147765/avviso-di-asta-pubblica-per-la-concessione-di-area-denominata-ex-polveriera-sita-nel-comune-di-riccione-in-via-piemonte Proprio l’interpretazione di cosa sia realmente “compatibile” con quell’area naturale è diventata il punto di scontro tra associazioni ambientaliste e amministrazione. Una decisione che pesa sul futuro dell’area Con la scadenza odierna si apre quindi un passaggio delicato. Se il contratto non verrà revocato entro oggi, la rescissione comporterebbe per il Comune un costo economico legato alla penale prevista. Nel frattempo le associazioni ambientaliste ribadiscono la loro disponibilità a partecipare a un percorso condiviso di tutela e valorizzazione naturalistica dell’area, ma insistono sulla necessità di fermare il progetto degli eventi. Il confronto sul futuro dell’ex Polveriera resta dunque aperto, tra esigenze di tutela ambientale, scelte amministrative e gestione del territorio.   Maggiori informazioni: Per leggere il comunicato completo delle associazioni: qui Ambiente & Salute Riccione Cras Rimini Centro Recupero Animali Selvatici Legambiente Valmarecchia Lipu Rimini WWF Rimini Coordinamento Italiano Tutela Ambienti Naturali dai Grandi Eventi C.I. – T.A.N.G.E Redazione Romagna
March 7, 2026
Pressenza
Viaggio a Cuba tra black out e solidarietà
5 marzo, primo giorno all’Avana di questo mio viaggio dell’anno 2026. Ci sono già stato, ma ogni volta il mio amore per questo Paese, per la sua  storia, per la sua rivoluzione non fa che aumentare; è per questo che, se tutto andrà come spero (e io farò tutto il possibile perché vada così) fra poco più di due anni mi trasferirò definitivamente qui. Detto questo iniziamo a parlare di questo Paese, unico al mondo per la sua resilienza, la sua tenace difesa della propria libertà, della propria indipendenza, della propria sovranità, una resistenza che dura da moltissimi anni, esattamente dal 1° gennaio 1959, giorno del trionfo della rivoluzione, al quale a breve fece seguito quello che comunemente viene definito embargo, ma che in realtà è un assedio. E’ come se Cuba fosse un antico maniero arroccato sulla cima di una montagna e circondato dall’assediante, che da allora ha messo in campo qualunque tipo di aggressione diretta e indiretta, coercizione, minaccia, sanzione contro chiunque intrattenga qualsiasi tipo di rapporto con l’isola. Solo pochissime nazioni che non hanno praticamente rapporti con gli Stati Uniti e quindi non subiscono i loro ricatti riescono caparbiamente a far arrivare qualcosa a Cuba. Assedio che, anche se sembrava impossibile, è stato da poco ulteriormente inasprito dall’attuale inquilino della Casa Bianca (personaggio che non voglio neppure nominare tanto mi disgusta); questo inasprimento riguarda come molti sapranno l’importazione di petrolio e derivati. Gli Stati Uniti infatti colpiscono con ogni tipo di sanzione i Paesi produttori che inviano petrolio a Cuba. Come si può facilmente immaginare questo ha conseguenze terribili; i trasporti sono solo l’ultimo tassello di un sistema basato quasi interamente sulla produzione di energia elettrica da centrali termoelettriche alimentate a combustibile fossile. Infatti i problemi più grandi riguardano tutte quelle attività che senza energia elettrica non possono soddisfare le necessità primarie del Paese, ospedali in primis. Immaginiamo se questo accadesse in Italia, ospedali e strutture sanitarie senza energia elettrica… Perciò non ho nessuna remora a parlare di assedio. Nell’emergenza quindi il governo cubano ha realizzato diverse contromisure, tra cui la destinazione delle risorse energetiche disponibili alle attività imprescindibili e il razionamento dei combustibili riguardo alle altre. Con notevole lungimiranza ha anche avviato una politica energetica fortemente orientata verso la produzione fotovoltaica: già nel mio primo viaggio, nel 2023, ho potuto vedere diversi parchi fotovoltaici che si estendevano lungo la carretera central, il lungo serpentone stradale che corre da est a ovest dell’isola. Allora si trattava di impianti estesi che avevano bisogno di ampi spazi e che ovviamente non possedevano batterie di accumulo, così che l’energia prodotta veniva immessa direttamente nella rete nazionale. Oggi, già che qui il sole non manca, oltre al continuo incremento di tali parchi è stata avviata e incentivata, anche con contributi statali, l’installazione di impianti con accumulo in ogni tipo di edificio pubblico e privato. Questo soprattutto grazie allo straordinario aiuto della Cina, che come credo tutti sanno possiede tecnologie avanzatissime anche in questo campo; passeggiando per l’Avana infatti si ha la possibilità di vedere che molte aree di piccole e medie dimensioni, fino a poco tempo fa abbandonate, ora vengano sfruttate per montare questi impianti. Oggi io stesso, che mi trovo qui anche per conto dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia Cuba (ANAIC) della quale faccio parte, ho svolto una missione che mi ha riempito il cuore. I circoli lombardi dell’ANAIC sono gemellati da oltre trent’anni con la delegazione dell’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) della provincia di Las Tunas; non è un gemellaggio formale, ma un rapporto vivo e dinamico, grazie a cui la solidarietà da semplice formula si trasforma di aiuto concreto. L’anno scorso, quando in quella provincia si ruppe l’unica TAC disponibile, senza possibilità alcuna di reperire i pezzi di ricambio per via del suddetto assedio, i circoli della Lombardia si fecero prontamente carico, con moltissime donazioni da parte dei soci, dell’acquisto dei necessari ricambi e del loro invio a Cuba. Oggi invece con una nuova raccolta fondi fra tutti i soci abbiamo risposto alla loro richiesta di aiuto proprio per installare un impianto fotovoltaico con accumulo per la somma di 8.000 euro. Consegnare di persona questo aiuto concreto nelle mani della segretaria dell’ICAP di Las Tunas Maria Romero Rodriguez è stato per me un momento molto emozionante. Tutto questo però non basta, perché il percorso per una definitiva liberazione energetica è lungo e complesso; al momento la produzione di energia da fonti alternative copre solo circa il 30% del fabbisogno nazionale, mentre gli Stati Uniti stanno facendo l’impossibile per soffocare il Paese, con effetti purtroppo evidentissimi. I black-out durano decine di ore e lasciano la popolazione in uno stato di grandissima frustrazione, che si mischia alla rabbia per un castigo collettivo inumano e crudele e purtroppo anche al risentimento e alla disperazione, che rischiano di far implodere la società cubana per la mancanza di ogni tipo di bene di prima necessità. E la situazione si aggrava di giorno in giorno… Anche il turismo è ridotto al lumicino e con la sua quasi totale scomparsa viene a mancare se non la principale, quantomeno una delle più importanti risorse del Paese. Gli interventi in tema energetico però non finiscono con il fotovoltaico; camminando per le vie dell’Avana si nota subito un silenzio abbastanza surreale, sia perché i veicoli con motore a combustione in circolazione sono pochi per via del razionamento di combustibile, ma soprattutto perché le strade sono piene di moto e piccoli veicoli a tre ruote totalmente elettrici di produzione cinese. Tornando al tema degli aiuti concreti, io e molti altri viaggiatori appartenenti a ogni tipo di associazione di sostegno a Cuba non veniamo mai qui a mani vuote, ma con una o più valigie piene di ogni tipo di farmaco, che come potrete immaginare per via dell’assedio non possono arrivare qui. Trasportiamo farmaci per amici, amici degli amici, conoscenti, parenti, ma soprattutto per ospedali e strutture sanitarie. E’ proprio quando si presentano le maggiori necessità che più si concretizza la solidarietà. All’Avana vive da anni un’italiana che definire straordinaria è poco: Barbara Iadevaia, cooperante della Comunità Italiani nel Mondo, nonché rappresentante dell’ASC (Associazione Svizzera Cuba) del Canton Ticino, costituisce il ponte della solidarietà fra l’Europa e Cuba. A lei viene consegnato ogni tipo di farmaco, medicamento e presidio sanitario e Barbara si incarica di organizzare la distribuzione in ogni angolo dell’isola. L’amore incondizionato di Barbara e mio per questo Paese e per questo popolo ci spinge a fare quello che facciamo, perché Cuba è sempre stata solidale con qualunque altra nazione e merita tutto il nostro aiuto e il nostro sostegno. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
UG: giudice archivia la querela di Coldiretti ai danni di un’attivista
Lunedì 2 marzo, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale Ordinario di Roma, ha ARCHIVIATO la querela intentata all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco, dal presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini e dal segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo. L’ipotesi di reato di diffamazione per cui è stata querelata Miriam Falco, è riconducibile all’intervento dell’attivista di Ultima Generazione durante il programmo televisivo “Prima di domani” del 15 febbraio 2024, condotto su Rete 4 da Bianca Berlinguer. Il PM ha chiesto l’archiviazione del procedimento, ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di critica, esercitato nel rispetto dei limiti di veridicità dei fatti, della rilevanza sociale e della correttezza espositiva, più ampi rispetto a quelli del diritto di cronaca. Si legge nel decreto di archiviazione: ”Miriam Falco, nel suo intervento ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà. (…) Fatte queste premesse si deve, allora, osservare che l’opponente ha, anche nell’atto di opposizione, ribadito di non essere diretta beneficiaria dei fondi ma di svolgere una attività costante di sostegno ad operatori, sia del settore agroalimentare che ittico, per aiutarli a ricevere i contributi europei e/o nazionali. Tale attività, come emerge anche dagli articoli di stampa depositati in udienza, assume una importanza fondamentale poiché consente di accedere a risorse, nazionali ed europee, altrimenti di difficile fruizione. Ed allora il breve intervento dell’indagata, nel corso peraltro di una trasmissione televisiva, deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi. Ma anche se, come ritiene l’opponente, l’intervistata avesse voluto muovere una critica all’operato di Coldiretti, si tratterebbe di una critica lecita ed espressa in forme continenti” Miriam Falco, 38 anni, ha dichiarato: “Mi ha fatto molto piacere leggere nella sentenza che ho esercitato il mio legittimo diritto di critica, e che le mie valutazioni non sono avulse dai fatti reali ma anzi di evidente interesse pubblico. Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto. Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti. Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio? Nessuno di noi ha intenzione di farsi intimidire e anzi ringrazio tutte le persone che con le donazioni ci permettono di non farci schiacciare da questi giochi di potere”. L A QUERELA TEMERARIA STRUMENTO DEL POTERE PER REPRIMERE IL DISSENSO La querela temeraria è un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato, spesso giornalisti o attivisti. Spesso definita “bavaglio”, mira a limitare la libertà di espressione e il diritto di cronaca. Si tratta di un abuso del diritto che mira a proteggere interessi privati contro la libera informazione. Nel 2024 Il Parlamento europeo ha approvato una direttiva per proteggere i giornalisti e attivisti da azioni legali abusive. La direttiva permette ai giudici di archiviare rapidamente le cause manifestamente infondate e prevede sanzioni pecuniarie per chi abusa del sistema giudiziario. L’IITALIA HA IL RECORD EUROPEO DI QUERELE TEMERARIE Nonostante le direttive europee, l’Italia deve recepire pienamente le nuove norme per introdurre una reale deterrenza economica (sanzioni proporzionali) contro chi utilizza la querela come strumento di molestia legale, un comportamento spesso utilizzato da esponenti politici o grandi gruppi economici. Nel 2024 sono state censite 167 azioni legali di questo tipo in Europa. Ventuno arrivano dall’Italia, che per il secondo anno consecutivo è quello più colpito. Un segnale allarmante sulla contrazione dello spazio civico e sui limiti della nuova normativa europea anti-SLAPP. Ultima Generazione
March 6, 2026
Pressenza
Bologna, lo sgombero del Pilastro per imporre il museo dei bambini
(disegno di pietro cozzi) A novembre scorso il comune di Bologna ha presentato il progetto di un nuovo Museo delle bambine e dei bambini in un parco del Pilastro, rione popolare all’estrema periferia della città. Si chiamerà Futura, come la celebre canzone di Lucio Dalla. Quello che l’amministrazione ha descritto come “un attrattore di livello nazionale” capace di riqualificare l’area è stato però accolto da una parte consistente degli abitanti come un’imposizione calata dall’alto, dando origine a una mobilitazione sfociata in rivolta giovanile che oggi riguarda non solo il futuro del quartiere, ma un’idea stessa di città. Da sempre al centro di una narrazione mediatica stigmatizzante, il Pilastro è la zona di Bologna con la più alta percentuale di edilizia residenziale pubblica. Una periferia che sconta la carenza di servizi ma che, allo stesso tempo, ospita una fitta rete di realtà associative, sociali e culturali capaci di mantenere vivo un forte spirito comunitario. Il nuovo spazio, che di “museo” ha soprattutto il nome, si ispira ai cosiddetti children’s museums nati negli Stati Uniti, luoghi spesso gestiti da enti privati e diffusisi in Italia nell’ultimo decennio, dal MUBA di Milano a Explora a Roma. L’intervento era già stato annunciato nel 2022 tra quelli approvati per il Pnrr e sarà finanziato con cinque milioni e mezzo di euro dai fondi dei Piani Urbani Integrati e con ottocentomila euro dal bilancio comunale. Il museo dovrebbe però sorgere nel parco Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, intitolato ai tre carabinieri uccisi il 4 gennaio 1991 dalla banda della Uno Bianca, uno degli episodi che contribuì alla fama di “quartiere pericoloso”. Proprio questa lunga striscia verde, incastonata tra grandi complessi residenziali, è al centro della contesa che nelle ultime settimane ha visto crescere la mobilitazione di un numero sempre maggiore di cittadini riunitisi nel comitato MuBasta. L’edificio di tre piani andrà, infatti, a occupare un’area verde di 1.500 mq del parco molto utilizzata dalle famiglie e dai bambini, rendendo necessario l’abbattimento di quattro grandi platani e lo spostamento di nove alberi che in estate garantiscono ombra e refrigerio. Il nuovo volume dovrebbe inoltre collocarsi tra due ex case coloniche che oggi ospitano la Biblioteca Spina e la Casa Gialla, già presìdi culturali fondamentali per il quartiere. Ad aggiudicarsi il concorso è stato lo studio romano Aut Aut Architettura che, lamenta il comitato, non avrebbe però rispettato l’indicazione inserita nel bando di utilizzare un’area del parco già impermeabilizzata, così da ridurre l’impatto ecologico dell’intervento. Comune e progettisti sostengono invece che il saldo ambientale sarà positivo: sono previste trentanove nuove piantumazioni e la de-sigillazione di alcune superfici asfaltate, che verranno sostituite con percorsi drenanti per compensare la permeabilità perduta. Il 26 gennaio gli attivisti di MuBasta hanno interrotto il consiglio comunale chiedendo la sospensione del cantiere e l’avvio di un confronto pubblico. All’alba del 23 febbraio, però, una ditta incaricata dall’amministrazione, scortata da decine di agenti di polizia e dalla Digos, ha avviato il taglio dei platani. Le proteste dei primi manifestanti non hanno impedito l’inizio dei lavori, ma due giorni dopo un attivista di Extinction Rebellion è riuscito a entrare nell’area recintata e ad arrampicarsi su uno degli alberi destinati allo spostamento. Un atto di resistenza durato ben dieci ore durante le quali il sostegno del rione è cresciuto e al presidio si sono uniti numerosi ragazzi e famiglie residenti dei palazzi vicini, insieme ad altri attivisti, studenti e collettivi. In serata, infine, alcune barriere sono state rimosse e il cantiere è stato occupato, trasformandosi in un presidio permanente con tende, striscioni e generi di conforto portati dagli abitanti. Il confronto è proseguito nei giorni successivi in un clima sempre più teso, con il Pd bolognese che ha chiesto esplicitamente un intervento per ristabilire “ordine e legalità”. All’alba di lunedì 2 marzo è scattato lo sgombero dell’area occupata e decine di agenti hanno liberato il parco con la forza, portando in Questura almeno sei persone. Per tre di loro sono addirittura scattati gli arresti. Ma la tensione non si è fermata allo sgombero. Dopo un’assemblea pubblica molto partecipata, un gruppo di ragazzi del Pilastro – tra cui molti giovanissimi – ha dato vita a una protesta spontanea che si è rapidamente trasformata in una rivolta giovanile e popolare. Per due serate di fila si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno risposto con cariche, idranti e lanci di lacrimogeni, in alcuni casi anche ad altezza d’uomo. La questione ambientale è però solo una parte della controversia. Al centro della protesta c’è la richiesta di maggiore partecipazione alle decisioni e il timore che l’intervento possa innescare anche al Pilastro dinamiche di valorizzazione e speculazione immobiliare già viste altrove in città. «Qui la sensazione – racconta Roberta Pagnoni, una residente – è che le scelte che ci riguardano sono già state prese altrove, che l’importante sia non perdere il finanziamento del Pnrr e che del Pilastro non importi davvero a nessuno».. Tra i membri di MuBasta c’è anche Sergio Spina, ex maestro elementare del quartiere e figlio di Luigi Spina, primo presidente del comitato inquilini del Pilastro negli anni Sessanta, a cui è intitolata la biblioteca. Sessant’anni fa anche il padre partecipò a una mobilitazione per impedire la costruzione di un’ulteriore stecca residenziale sul parco. Gli abitanti, in maggioranza operai e piccoli impiegati, si opposero e ottennero una variante al piano regolatore, grazie alla quale sorsero così scuole a basso impatto edilizio e furono recuperate le case coloniche già presenti. «Quest’area – spiega Sergio Spina – è il cuore del polmone verde salvato allora. Qui si vive la socialità degli abitanti oltre che dei ragazzi del quartiere. Sotto questi alberi tagliati, che hanno caratterizzato anche la mia infanzia, si svolgono ancora attività scolastiche, letture all’aperto, feste. Le scuole partecipano al progetto Scuole Aperte, che promuove l’educazione all’ambiente e alla comunità. Come si può, da una parte, fare scuola all’aperto e, dall’altra, sostituire il parco con un edificio di cemento di 1.500 metri quadrati su tre piani?». Eppure, secondo il Comune, il progetto nasce proprio dopo aver ascoltato le richieste dei cittadini che hanno preso parte ai percorsi partecipativi, una serie di incontri gestiti da una fondazione, la FIU Rusconi Ghigi, nei quali sono state coinvolte le scuole e le associazioni del quartiere. Il comitato sostiene però che quegli incontri abbiano riguardato solo un numero limitato di persone rispetto agli oltre settemila residenti del quartiere, rimasti nella stragrande maggioranza all’oscuro di tutto. In uno dei report si legge peraltro che i bambini, “nell’indicare i loro luoghi preferiti del parco sottolineano l’importanza del verde e, in particolare, degli alberi, che ritengono fondamentali per il loro benessere”. E alla protesta si è unito anche un gruppo di diciotto maestre e maestri delle scuole elementari scrivendo in una lettera che si sentono “traditi” perché “le idee dei bambini e delle bambine non sono state tenute in considerazione”. «C’è una questione che secondo me è dirimente ed è l’assoluta mancanza di ascolto – continua Spina –. I bambini avevano chiesto interventi semplici: chiudere le buche, installare fontanelle e altalene. Le loro richieste non sono state accolte. Il Pilastro, inoltre, chiede da molti anni più servizi. Un museo del genere qui, invece, non l’ha chiesto nessuno, soprattutto non sopra questo parco». La critica del comitato si inserisce in una stagione di mobilitazioni ambientaliste che negli ultimi anni hanno attraversato Bologna, a partire dalla vicenda delle Scuole Besta. Tra il 2022 e il 2023, il progetto di demolizione e ricostruzione del plesso nel quartiere San Donato-San Vitale, con l’abbattimento di numerosi alberi, diede vita a un presidio permanente che riunì genitori, insegnanti e attivisti climatici. Non mancarono tensioni e scontri con le forze dell’ordine durante l’avvio dei lavori. Dopo mesi di mobilitazione e ricorsi, il Comune dovette rinunciare. Il sindaco Lepore dichiarò che la decisione era stata presa per evitare ulteriori violenze: «Non voglio – disse – uno sgombero stile G8 e il parco non poteva diventare un’altra Val Susa». Per molti, un precedente che dimostra come la pressione dal basso possa incidere sulle scelte amministrative. A questo si aggiunge un ulteriore nodo, finora rimasto sullo sfondo: cosa significhi, concretamente, che il museo sarà “a guida pubblica”. L’espressione viene ripetuta dall’amministrazione per rassicurare sul controllo comunale del progetto, ma è cosa diversa dal definirlo un museo pubblico in senso pieno, con personale assunto e gestione diretta dell’ente. Il Comune è, infatti, da mesi alle prese con una vertenza interna legata al personale poiché non riesce ad aumentare gli stipendi e a fare nuove assunzioni. Il sottodimensionamento colpisce in particolare musei e biblioteche civiche. “Chi lavorerà nei nuovi spazi annunciati, se già oggi manca personale per garantire l’apertura regolare dei musei esistenti?”, chiedono i sindacati. Un interrogativo che riguarda anche altri progetti in cantiere, come il futuro Polo della Memoria Democratica nell’area dell’ex Scalo Ravone, e su cui pesa il precedente del Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, la cui gestione è stata affidata alla Fondazione Bologna Welcome. In questo quadro, tra residenti e lavoratori della cultura cresce il timore che anche Futura possa essere esternalizzato, pur restando formalmente “a guida pubblica”. Un aspetto su cui molti chiedono maggiore chiarezza. «Non siamo contro la cultura né contro un museo per bambini – chiarisce Spina – ma contro un metodo. Ci viene detto che il progetto è partecipato, ma quando chiediamo di fermarci e discutere davvero, la risposta sono le transenne e la polizia. Uno schieramento tale non si vedeva dai tempi della strage dei carabinieri. Ed è inspiegabile perché non c’è stata alcuna violenza nelle settimane scorse che potesse giustificarlo». Tuttavia la giunta comunale non pare voler sentire ragioni: «L’amministrazione è convinta del percorso che sta facendo e non può accettare che una minoranza occupi un cantiere», ha dichiarato l’assessore alla scuola, Daniele Ara, uno dei più convinti sostenitori del progetto. Due narrazioni contrapposte che oggi si fronteggiano intorno a un fazzoletto di verde diventato il simbolo di un conflitto più ampio sulla città che Bologna vuole essere. (salvatore papa)
March 6, 2026
Napoli MONiTOR
Mymovies. “Il sentiero azzurro”, viaggio in una vita secondo natura
“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro è la storia di un viaggio alla volta di una vita libera e secondo natura. Protagonista Tereza, (Denise Weinberg) una signora che a 77 anni viene “rottamata” dal governo perché inutile dal punto di vista produttivo e destinata a una colonia dove i vecchi vengono radunati. Spogliata dei suoi diritti, sotto tutela di una figlia che la priva delle sue libertà e dei suoi soldi, Tereza si ribella alla deportazione. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni incontrando avventurieri, capitani di mare, suore non credenti, una donna anziana come lei e giramondo. Una fiaba ironica, bizzarra, paradossale, una metafora sulla capacità di ribellarsi e sulla resilienza umana, che esiste a prescindere dall’età. Il Paese in cui Tereza aveva vissuto è un Brasile di là da venire, governato da severissime leggi sulla terza età, nel quale gli anziani vengono presi per strada come cani randagi e sbattuti in furgoncini-prigione. Lei ha tirato avanti osservando le regole, da brava cittadina e da brava madre, guadagnandosi la vita col macello della carne di alligatore. Il film fa pensare al valore imprescindibile della vita secondo natura e senza costrizione, un viaggio attraverso un habitat incontaminato, fuori da categorie anagrafiche e sociali, un mondo che non conosce l’esistenza di uomini di serie B. “Il sentiero azzurro” è stato presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento 2025. Il sentiero azzurro (2025) Un film di Gabriel Mascaro con Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo Reis, Clarissa Pinheiro. Genere: Drammatico. Durata: 85 minuti. Produzione: Brasile, Messico, Paesi Bassi, Cile 2025. In streaming su Mymovies   Bruna Alasia
March 6, 2026
Pressenza
Ultima Generazione: Roma, assoluzione per il blocco stradale sull’Aurelia del 7 dicembre 2021
È stata una delle prima azioni del movimento. Tra assoluzioni, non luogo a procedere e tenuità del fatto siamo alla 63° sentenza favorevole. “Il fatto non sussiste”: questa la sentenza pronunciata ieri dal Tribunale riguardo all’accusa di interruzione di pubblico servizio per il blocco stradale del 7 dicembre 2021 sulla via Aurelia. Una sentenza, la 63° che tra assoluzioni piene, non luogo a procedere e tenuità del fatto, dimostra ancora una volta che la protesta non è un crimine. Si è trattata di una delle prime azioni del movimento; un’azione, come le altre che seguiranno, compiuta tra lo stupore – e lo sconcerto – dei più, ma necessaria. Sono passati più di quattro anni; al collasso climatico, si è aggiunto il collasso del già fragile ordine internazionale. Le persone comuni devono scegliere, noi dobbiamo scegliere: o subire le scelte di una classe dirigente sempre più incapace e criminale o organizzarci per far sentire la nostra voce e riprendere le nostre vite. Le persone imputate oggi in tribunale, difese dalle avvocate Francesca De Prosperis, Paola Bevere e dall’avvocato Cesare Antetomaso, così come le persone che decisero di seguirle e che si sono sedute sul GRA e su tante altre strade in Italia, questa decisione l’hanno già presa. “Oggi siamo stati assolti dall’accusa di interruzione di pubblico servizio dopo il blocco stradale di via Aurelia del 7/12/21. All’udienza hanno testimoniato un giornalista che era presente quel giorno (portato in commissariato insieme a noi) e un esperto di clima (Vittorio Marletto, fisico, già responsabile Osservatorio clima Arpae Emilia-Romagna, ideatore e coordinatore dell’ Atlante climatico regionale n.d.r.), che ha spiegato al giudice quanto fosse grave e drammatica già al tempo la situazione a livello climatico. Inoltre Peter (una delle persone imputate) ha dichiarato che durante il blocco abbiamo fatto passare le ambulanze. Oggi questa sentenza dimostra come fare azioni di protesta pensate strategicamente per essere eclatanti e attirare l’attenzione pubblica sia possibile senza ripercussioni a livello legale. È quanto mai necessario ampliare il nostro immaginario di azione, per poter incidere sull’agenda mediatica e sull’opinione pubblica. Possiamo fare molto di più di così e dobbiamo! La crisi climatica avanza e con lei il nostro futuro si sgretola, le speranze per una vita in un ambiente sano e in equilibrio si fanno sempre più vane. Dobbiamo pretendere giustizia, finché i nostri soldi non smetteranno di finanziare l’industria dell’energia fossile e delle armi, finché non vedremo un’equa distribuzione delle risorse e la messa in sicurezza dei territori” ha dichiarato Davide 26 anni, una delle persone imputate. Processi in corso * Roma 5 marzo, udienza predibattimentale per blocco di Ponte Milvio del 18 aprile 2023 * Roma 5 marzo, udienza predibattimentale per blocco del MEF del 4 febbraio 2022 * Roma 5 marzo, ore 11.30 udienza predibattimentale per assemblea popolare in piazza Vittorio Emanuele II 11 maggio 2024 I nostri canali Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22. Ultima Generazione
March 5, 2026
Pressenza
Terra dei Fuochi, un bilancio sugli interventi di bonifica a un anno dalla sentenza Cedu
È trascorso un anno dall’emanazione della sentenza Cedu che condanna l’Italia per aver violato il diritto alla vita di due milioni e mezzo di abitanti, residenti in novanta comuni tra Napoli e Caserta. Gli anniversari possono offrire occasioni autocelebrative ma servono anche a fare dei bilanci, tanto più, nel caso specifico, in ragione del fatto che la corte ha concesso all’Italia solo due anni per approvare misure generali per affrontare il fenomeno dell’inquinamento in Terra dei Fuochi. L’8 agosto 2025 il governo ha approvato il decreto-legge n. 116, “Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti per la bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi”. Il disegno di legge ha un approccio prevalentemente sanzionatorio, con lo slittamento di diverse fattispecie di reato da contravvenzioni a delitti punibili con la reclusione. Così facendo si rende inapplicabile l’istituto dell’oblazione o della tenuità del fatto, che avrebbero prodotto l’estinzione del reato, e si legittima l’utilizzo di strumenti di indagine più invasivi, come le intercettazioni telefoniche, l’arresto in flagranza differita e le operazioni sotto copertura. Il decreto interviene in modo significativo sul Testo Unico Ambientale (TUA), introducendo un’ulteriore differenziazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Configura per ogni reato ambientale un’ipotesi base, per cui sono previste sanzioni amministrative, e una più grave (c.d. “di pericolo”), quando dalla condotta deriva un pericolo per la vita, per l’incolumità delle persone o per l’ambiente, oppure qualora esso avvenga in siti già contaminati, per cui è prevista la reclusione. Il governo sembra mostrare i muscoli dinanzi all’annosa questione degli illeciti in materia di rifiuti ma, a ben vedere, il tentativo maldestro di rispondere alla sentenza Cedu si risolve nella creazione di un sistema ipertrofico, sempre più complesso e di difficile applicazione, che finisce per generare anche effetti paradossali: nella sua fattispecie più grave, l’abbandono di rifiuti non pericolosi per opera dei singoli cittadini è punita con la reclusione fino a sei anni; l’attività di gestione non autorizzata di rifiuti non pericolosi (con cui si indicano una o più fasi nell’ambito della filiera, per opera di un’impresa o un ente) è invece punita soltanto con una sanzione amministrativa. Ancora, il reato di miscelazione non autorizzata (una sorta di “diluizione” di rifiuti pericolosi con altri non pericolosi), pratica molto frequente in Terra dei Fuochi, viene anch’esso declassato e punito con contravvenzione. Se il nuovo articolo 259 aggiunge, inoltre, un’aggravante laddove i reati di combustione illecita, spedizione illegale di rifiuti e gestione non autorizza siano commessi nell’ambito di un’impresa, in sede di conversione è scomparsa la disposizione che vedeva il titolare d’impresa responsabile anche per omessa vigilanza sugli autori materiali del reato riconducibili all’impresa stessa. Pur chiedendo quindi la corte maggior fermezza nel contrasto ai reati ambientali, del tutto inascoltata è rimasta la richiesta di rendere più precisa la ripartizione delle competenze e tra lo Stato e le regioni, per evitare sovrapposizioni o vuoti di responsabilità. Così formulato, l’inasprimento delle sanzioni per i crimini ambientali non solo è inutile, ma è del tutto anacronistico. Lo fanno notare i membri dell’opposizione in sede di discussione parlamentare: i rifiuti si muovono su nuove rotte, e la criminalità organizzata non opera più esclusivamente nel mercato illegale. Ha piuttosto gli occhi puntati sulle bonifiche, fa affari con i comuni – spesso l’unico soggetto economico rilevante sul territorio – attraverso appalti con affidamenti diretti e fumosi raggruppamenti temporanei o consorzi, che consentono di eludere i controlli antimafia, concentrati esclusivamente sulla società madre. A conferma di ciò, la recente scoperta di una nuova discarica nel territorio tra Nola e Marigliano, i cui rifiuti, secondo quanto riscontrato dai volontari antiroghi di Acerra, sembrerebbero provenire proprio dalle operazioni di bonifica del Regi Lagni. A fugare ogni dubbio circa il reale interesse dell’esecutivo ad affrontare la questione, c’è la dimensione dello stanziamento previsto dal decreto, di quindici milioni. Le previsioni di spesa formulate dal suo stesso commissario fanno infatti riferimento a tutt’altro ordine di grandezza: dal suo insediamento, il generale Vadalà redige ciclicamente una relazione sullo stato dei lavori; i siti individuati a oggi sono duecento novantatré, di cui ottantacinque sono di competenza pubblica e i restanti duecento otto di competenza privata (rispetto a questi ultimi le varie amministrazioni comunali dovrebbero agire in danno). Per la loro bonifica sono necessari dieci anni e due miliardi di euro. I quindici milioni previsti sono però insufficienti persino per i soli siti individuati nel piano per il biennio 2025-2027, settanta circa di cui solo una quindicina risultano già finanziati, o parzialmente finanziati, con fondi regionali stanziati (in alcuni casi, già nel 2009, come per località Calabricito). A questi finanziamenti vanno aggiunti gli ulteriori quarantotto milioni stimati per le azioni di prevenzione della salute pubblica, i biomonitoraggi e l’aumento degli screening per le patologie tumorali. Tocca ahinoi citare, a tal proposito, il deputato dei Verdi Borrelli: «Con quindici milioni ci può giusto pulire i guardrail degli assi periferici della provincia di Caserta». Certo, sul finire dell’anno il governo ha emesso un ulteriore stanziamento, proveniente dalle casse del ministero dell’ambiente. Ma si tratta di appena sessanta milioni per le bonifiche, a cui vanno aggiunti due milioni di euro per le attività di prevenzione sanitaria. Cifre che appaiono ancora decisamente insufficienti. E dunque, a che punto siamo con queste bonifiche? Sentiti telefonicamente i membri del comitato esecutore della sentenza ironizzano: «Se non stiamo a zero, siamo comunque a uno». Questa considerazione rispecchia in effetti quanto scritto nel report: per i pochi siti finanziati si è ancora in una fase di caratterizzazione e in alcuni casi di rimozione dei rifiuti top soil, per un totale di tremila tonnellate. Sul versante tutela della salute lo scenario è anche peggiore. Nei vari congressi che hanno preceduto l’anniversario della sentenza, gli stessi esponenti politici che fino a qualche anno fa minimizzavano i rischi connessi all’esposizione di sostanze contaminanti pericolosi – come diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici – intonavano come un ritornello la necessità di aumentare screening oncologici, abbassare l’età minima per l’accesso agli stessi e implementare biomonitoraggi. Tuttavia, l’Asl Napoli 2 Nord, che più di tutte si sovrappone amministrativamente all’area della Terra dei fuochi, non fornisce dati circa le attività di screening da giugno 2025. Il comitato di esecuzione della sentenza Cedu, seppur critico nei confronti del commissariamento, rinnova tuttavia la collaborazione con lo stesso, ma mette in guardia rispetto a un preoccupante scenario. Senza un adeguato stanziamento di risorse e un intervento strutturale sulla filiera dello smaltimento di rifiuti – oggi frammentata in un sistema di scatole cinesi che favorisce la continua movimentazione degli stessi – la corte potrebbe giudicare inadeguate le misure messe in campo dal governo, e aprire un procedimento sanzionatorio per l’Italia, i cui costi ricadrebbero, inevitabilmente, sulla collettività. (maddalena de simone)
March 5, 2026
Napoli MONiTOR
Argentina, Milei e lobby estrattiviste all’assalto dei ghiacciai
La Ley de Glaciares, in vigore dal 2010, rischia di essere stravolta sebbene l’Argentina abbia visto la sua superficie dei ghiacciai ridursi di circa il 17% nell’ultimo decennio. La riforma su cui scommette Milei mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero Paese. di David Lifodi La motosega del presidente argentino Javier Milei non si inceppa mai e, purtroppo, gli ingranaggi sono talmente ben oliati che il meccanismo difficilmente si blocca. E così, dopo il progetto della legge sul lavoro, presentata come una attività di modernizzazione necessaria, ma volta, tra le altre cose, a disarticolare i sindacati, consentire alle aziende di pagare gli stipendi anche in valuta estera, differenziare i salari in base alla produttività ed estendere l’orario di lavoro quotidiano dei dipendenti fino a 12 ore, ad essere a forte rischio di essere stravolta Ley de Glaciares. Lo scopo del presidente è quello di concedere campo libero alle imprese estrattive e limitarsi esclusivamente a salvaguardare i ghiacciai ritenuti strategici. Le multinazionali di litio e rame si fregano le mani, mentre in tutto il paese, già da tempo, si susseguono le proteste, soprattutto a seguito del dibattito al Congresso delle scorse settimane. Finora la Ley de Glaciares, il cui nome burocratico è Ley 26.639, aveva definito i ghiacciai come riserve strategiche imprescindibili per il consumo umano e classificato lo sviluppo dell’agricoltura e la tutela della biodiversità come “beni di carattere pubblico”. In questo contesto, lo stesso ambiente periglaciale risultava altrettanto necessario per la conservazione degli ecosistemi e il mantenimento delle risorse idriche, nonché della loro regolazione. Al contrario, l’azzardo di Javier Milei consiste nel voler tutelare solo le riserve idriche per lui rilevanti e trasferire ai governatori delle singole province (e a lui vicini) il potere di decidere se avviare o meno nuovi progetti minerari in aree ricche proprio di rame e litio, nonostante ben 85 costituzionalisti abbiano bollato la cosiddetta “riforma dei ghiacciai” come incostituzionale. A questo proposito, l’Accordo di Escazú, sottoscritto in Costarica nel 2018, entrato ufficialmente in vigore nel 2021, ma soprattutto il primo trattato della regione latinoamericana e caraibica a promuovere la partecipazione pubblica in merito alle tematiche ambientali, sostiene che non si può compiere un passo indietro in merito agli accordi di protezione e tutela in ambito ambientale. Di fronte alle proteste, soprattutto nelle aree dove l’eventuale modifica della legge avrebbe conseguenze peggiori per la presenza di governatori favorevoli a Milei (Mendoza, Catamarca, Jujuy, Salta e San Juan), il governo ha già scatenato una repressione che ha provocato diversi arresti di ambientalisti e tentato di vendere all’opinione pubblica la favola della maggiore libertà alle lobby minerarie come volano di maggior sviluppo, attrattività economica e creazione di nuovi posti di lavoro. Il governo invoca la modernizzazione della Ley de Glaciares, come già fatto per la normativa sul lavoro, e intanto reprime con estrema violenza le proteste di piazza. Anche a El Calafate, città della Patagonia meridionale e porta d’ingresso per l’imponente ghiacciaio del Perito Moreno, la mobilitazione contro la riforma di Milei è stata massiccia. Gli slogan “El agua es de los pueblos” e “La Ley de Glaciares no se toca” hanno caratterizzato le manifestazioni antigovernative. Nell’ultimo decennio l’Argentina, uno dei paesi con la maggiore estensione di ghiacciai al mondo, ha visto la sua superficie ridursi di circa il 17%. Eppure Milei può contare su molti alleati che non hanno alcuna intenzione di ascoltare gli allarmi lanciati a più riprese dall’Instituto Nacional de Glaciología y Glaciología su una riforma che mette a forte rischio le riserve di acqua dolce dell’intero paese. Dall’acqua che sgorga dai ghiacciai dipende la vita di almeno sette milioni di persone che risiedono in circa 1.800 località dell’Argentina. Quello che Milei spaccia come “adeguamento della legge” si configura, in realtà, come un enorme passo indietro a livello di tutela dell’ambiente e di violazione di un diritto umano quale è l’accesso, per tutti, all’oro blu. Fu proprio l’Assemblea generale dell’Onu, sedici anni fa, a definire l’accesso all’acqua potabile come un diritto umano essenziale. Il presidente intende applicare alla lettera lo slogan scelto per creare il partito che poi ha permesso all’estrema destra di conquistare la Casa Rosada, La Libertad Avanza, assegnando cioè la massima libertà ai governatori a favore dell’estrattivismo minerario delle singole province del paese e svendendo un bene comune come l’acqua. Nel 2010, sotto il governo di Néstor Kirchner, lo stato argentino ritenne che i ghiacciai e l’ambiente periglaciale del paese, che rappresentano il 70% delle risorse di acqua dolce nel mondo, necessitassero di una protezione legale particolare, sancita appunto dalla Ley de Glaciares, approvata e poi mantenuta, almeno fino all’arrivo di Javier Milei, da governi di diverso orientamento politico. L’attacco di Milei alla Ley de Glaciares si inserisce nell’ambito della postura assunta da gran parte dei governi di estrema destra sia a livello latinoamericano sia a livello mondiale, fieramente negazionisti in relazione al cambiamento climatico e incuranti che la perdita della biodiversità, il fenomeno del riscaldamento globale e l’esasperato estrattivismo accrescano le disuguaglianze sociali. Peraltro, già da tempo, assai prima della vittoria di Milei alle ultime presidenziali, l’Argentina aveva aperto agli investimenti stranieri tramite il Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones, volto ad offrire una serie di facilitazioni, dalle politiche fiscali a quelle doganali, favorevoli allo sfruttamento del territorio, ma con l’attuale presidente gli attacchi all’agricoltura familiare, indigena e contadina sono divenuti più violenti e le politiche pubbliche di tutela dei beni comuni, a partire dalla tutela dei boschi (in Patagonia, dallo scorso dicembre, gli incendi hanno già trasformato in cenere più di 30 mila ettari di foresta) sono state progressivamente definanziate, al pari della drastica riduzione dei fondi a prestigiosi istituti di ricerca come il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet) allo scopo di applicare il modello di sviluppo più aggressivo del capitalismo, quello che non riconosce alcuna legittimità allo sviluppo sostenibile. Nel 2019 la mobilitazione della provincia di Mendoza condusse alla revoca della legge sullo sfruttamento minerario voluta dalle destre da una popolazione che si definì orgogliosamente “guardiana dell’acqua”. Oggi occorre una mobilitazione simile, a livello nazionale, per scongiurare l’assalto di Milei alle risorse idriche all’insegna di un estrattivismo sempre più pericoloso e invadente. La Bottega del Barbieri
March 4, 2026
Pressenza
Assemblea pubblica, sabato 7 marzo ore 16.30,al Villaggio Ardeatino c/o Tripolini
GUALTIERI SI AUTORIZZA L’INCENERITORE E PREPARA IL CANTIERE FACCIAMO CRESCERE L’OPPOSIZIONE POPOLARE Due settimane fa Gualtieri si è assegnato il PAUR (Procedimento Autorizzatorio Unico Regionale) per il progetto definitivo dell’inceneritore a Cancelliera. Dopo aver fatto acquistare dall’AMA un terreno ad un prezzo almeno doppio del valore di mercato e aperto e vinto un bando di … Leggi tutto "Assemblea pubblica, sabato 7 marzo ore 16.30,al Villaggio Ardeatino c/o Tripolini"
Se sterminare una popolazione non basta
La guerra uccide e distrugge. Vale per tutte le guerre, qui un report sulla situazione in Ucraina, lo stesso vale per la Striscia di Gaza dove per l’offensiva israeliana si parla sia di genocidio ma anche di ecocidio così come definito da più parti. Terribile il quadro delineato dall’Environmental Impact of the Escalation of Conflict in the Gaza Strip, l’ultimo report di Unep – United Nations Environment Programme, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Lo studio è stato richiesto dallo Stato di Palestina per valutare il danno ambientale. Secondo questo rapporto circa il 78% dei 250.000 edifici presenti prima dell’attacco è andato distrutto producendo 61 milioni di tonnellate di detriti. Di questi, circa il 15% è a rischio elevato di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Tra le strutture distrutte ci sono anche i serbatoi di stoccaggio dell’acqua e gli impianti di pompaggio: 9 dei 54 rimangono attivi (di cui solo 3 non danneggiati) da aprile 2025. Ciò significa una riduzione dell’84% nella fornitura di acqua dolce, mentre non risultano più operative le strutture per il trattamento delle acque reflue. Inoltre, pesante distruzione dei sistemi di tubazioni e aumento dell’uso di fosse settiche per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere. Secondo l’Euro-med Human Rights Monitor, organizzazione svizzera indipendente, l’attacco israeliano a Gaza ha causato l’uccisione di quasi tutti gli animali presenti nel territorio, circa il 97% dei nostri compagni di vita su questo pianeta, in quella striscia di terra, non esiste più. Prima del genocidio, a Gaza, si contavano circa 6.500 allevamenti avicoli che fornivano circa tre milioni di polli al mercato locale ogni mese. Dopo due anni di guerra oltre il 93% di questi allevamenti è stato completamente distrutto e i pochi rimasti hanno cessato completamente l’attività. Sempre prima del 7 ottobre si trovavano 15.000 mucche, 60.000 pecore, 10.000 capre e 20.000 asini, oltre a diversi cavalli e muli utilizzati come animali da lavoro. Ad agosto 2024, circa il 43% di questi animali era morto, nel 2025 non ne rimaneva più del 6%.  il che riflette un collasso quasi totale di questo settore vitale. Anche il terreno stesso è stato “ucciso”. Gli attacchi militari hanno raso al suolo gran parte della vegetazione, a cominciare dagli uliveti: il 97% delle colture arboree, il 95% degli arbusti e l’82% delle colture stagionali sono andati distrutti. Secondo il report FAO “Land available for cultivation in the Gaza Strip as of 28 July 2025 solo l’1,5% del terreno agricolo (232 ettari) era accessibile e non danneggiato. Il suolo, martoriato da bombardamenti e attività militari di terra, è stato contaminato da bombe e fuoco, ovunque detriti. Ad inizio conflitto sempre la Euro-Med Human Rights Monitor dichiarò che le forze di difesa israeliane avrebbero usato armi al fosforo bianco sul porto di Gaza e in un’area del Libano al confine con Israele. Armi tra l’altro usate anche in Ucraina. Il fosforo bianco “quando viene a contatto con l’aria produce anidride fosforica generando calore; l’anidride fosforica, a sua volta, reagisce violentemente con composti contenenti acqua, come il corpo umano, e li disidrata producendo acido fosforico. Il calore sviluppato da questa reazione brucia la parte restante del tessuto molle. Il risultato è la distruzione completa del tessuto organico. Gli effetti di avvelenamento e di bruciatura che ne conseguono risultano dunque drammatici e, nella maggior parte dei casi, mortali” (estratto da Giacomo Cassano di Iriad, Archivio disarmo). La notizia non risulta però confermata. Fosforo a parte, l’uccisione di esseri umani e animali e la distruzione dell’ambiente sono comunque stati perpetrati in maniera così massiccia da descrivere la volontà di cancellare un’intera popolazione, insieme alla sua cultura e al suo territorio. Genocidio ed ecocidio non sono parole a caso. Sara Panarella
March 4, 2026
Pressenza
Inceneritori, il modello è perdente e la Corte dei Conti bacchetta. Ma Schifani va avanti lo stesso
Dal modello lineare “produco-consumo-getto” al modello circolare “prevenzione-riuso-riciclo”. E’ questo il passaggio che dovrebbe avvenire, anche perché indicato dalle istituzioni europee. Abbiamo, invece, ancora due modelli – fra loro molto diversi – per affrontare la gestione dei rifiuti in Sicilia. Il primo è caldeggiato dal commissario straordinario Schifani, nominato con decreto n.800 nel febbraio 2024 dalla presidente del consiglio Meloni, il quale ha annunciato l’investimento di 800 milioni di euro per la costruzione di due termovalorizzatori (più corretto dire inceneritori) in Sicilia, uno a Catania nella zona del Simeto e un altro a Bellolampo a Palermo. Il secondo modello è sostenuto da circa 14 associazioni che aderiscono alla campagna Futuro in cenere, che gridano a gran voce “Stop agli inceneritori”, in quanto anche quelli di ultimissima generazione non sono esenti da emissioni pericolose e inquinanti come il PM10, nocive sia alla salute pubblica sia all’ambiente. Manuela Leone responsabile di Zero Waste Sicilia in una recente intervista rilasciata a Sicra Press il 15/12/2025, ricorda gli studi condotti da Toxico-Watch (“sorveglianza ambientale”). Si tratta di un’organizzazione indipendente olandese senza scopo di lucro che si occupa di monitorare e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sostanze inquinanti e tossiche persistenti come la diossina, Pfas PAH, metalli pesanti, prodotti dagli inceneritori. I suoi studi hanno dimostrato che, durante le fasi di accensione e spegnimento o in casi di malfunzionamento, le emissioni inquinanti degli inceneritori aumentano in maniera significativa. Del resto, come fa notare la stessa Leone, in Europa in alcune zone come Ivry sur Seine in Francia, Zubieta in Spagna, Harlingen nei Paesi Bassi, inceneritori definiti a impatto Zero hanno presentato molte criticità, essendo stati riscontrati elevati livelli di diossina, Pfas e metalli pesanti in uova di galline, sul suolo, nell’acqua e nel muschio. A questo proposito una coalizione europea di 156 associazioni ambientaliste ha chiesto all’U.E di fermare la costruzione di nuovi impianti di incenerimento. Nel documento presentato si legge “Gli inceneritori non sono fonte di energia pulita. Infatti gran parte dei rifiuti è composta da plastica e materiali derivati da combustibili fossili e l’energia prodotta risulta più carbonica di quella generata da molte centrali tradizionali”. Di più. La costruzione dei due inceneritori in Sicilia, annunciata dal commissario come “una svolta storica” che porrà fine all’emergenza rifiuti nella regione, rappresenta un forte ostacolo alla strategia della mitigazione dei cambiamenti climatici e va contro il D.N.S.H (Do No Significant Harm) introdotto dall’Unione Europea (2020/852), che impone ai progetti di non arrecare danno significativo all’ambiente. Per questo motivo l’U.E non finanzia gli inceneritori perché il loro funzionamento peggiora la crisi climatica. Vengono emessi gas serra e sostanze tossiche, si danneggia la salute aumentando il rischio di malattie oncologiche e cardiovascolari, e vengono – inoltre – minacciati ecosistemi preziosi come la Riserva Naturale Orientata Oasi del Simeto. Quali, allora, le alternative possibili? * Innanzi tutto l’applicazione rigorosa della gerarchia europea che mette al 1° posto la riduzione della produzione di rifiuti, seguita dal riuso, dalla raccolta differenziata e dal riciclo. * In secondo luogo la trasformazione dei rifiuti in risorse: i materiali non devono essere distrutti ma recuperati. * Ed infine, tutti i prodotti, fin dalla loro creazione, devono essere programmati in funzione del loro riutilizzo e riciclo. Non è una Utopia, conclude Manuela Leone, ma una strategia internazionale per passare dal modello lineare a quello circolare. Tanto che è stata istituita una giornata internazionale dedicata a Zero Waste, per sensibilizzare e informare l’opinione pubblica, il 30 marzo. Nel corso dell’intervista Leone fa notare che nella VAS del piano regionale sono completamente assenti le tematiche climatiche, cosa che testimonia la mancata osservanza delle normative europee. Quanto alla raccolta differenziata, non viene certo incoraggiata. Secondo il Dossier di Legambiente, la differenziata – negli anni 2018/2023 – era cresciuta dal 29,52% al 55,20% grazie all’impegno di cittadini e amministratori. Nel 2024 si è, invece, registrato un calo ed una crescita dell’indifferenziata, da 949.000 a 953.000 tonnellate. Perché la differenziata non decolla nelle città metropolitane siciliane? si chiede l’esperta. Perché raccogliere in maniera differenziata significa implementare le pratiche che servono al recupero di materie, come prescritto dagli obiettivi dell’Europa. Significa lasciare nel circuito oggetti da valorizzare e avviare al recupero e dunque al riuso. Le città metropolitane di Catania e Palermo sono invece scarico–centriche, producono, consumano, gettano! Non dotando i comuni di adeguati impianti di conferimento per il legno, la carta, il vetro, la plastica, necessari per il recupero delle materie, si alimenta la politica del fossile e del consumismo. “Manca purtroppo una politica che abbia una visione a lungo termine della gestione dei rifiuti, commenta amareggiata la responsabile di Zero Waste. La Regione deve fare un piano regionale che accolga le osservazioni della Corte dei Conti (Delibera n 275/2025/Gest) che ha bocciato il ciclo dei rifiuti in Sicilia nel dicembre 2025. La Corte ha evidenziato carenze di visione e di programmazione, espresso dubbi sul rispetto dei principi dell’economia circolare, notato criticità sul dimensionamento dei termovalorizzatori previsti a Palermo e a Catania e sul loro rapporto con l’ampliamento delle discariche. Il documento chiede altresì chiarimenti sui costi e sulla sostenibilità finanziaria degli impianti, oltre che sulla gestione dei fumi e delle ceneri. A proposito dei costi, la Regione non potendo usufruire dei fondi del PNRR (a causa del vincolo europeo sull’obbligo di non arrecare danno all’ambiente), ricorre al supporto di fondi pubblici statali e regionali per finanziare il piano. Dopo la costruzione con fondi pubblici è prevista la gestione pluriennale (20 anni) affidata a privati che saranno remunerati attraverso il costo di conferimento dei rifiuti, la vendita di energia elettrica prodotta e il recupero dei metalli. La gara di progettazione e fattibilità tecnico-economica è stata gestita da Invitalia ed è stata aggiudicata con un appalto del valore di oltre 14 milioni di euro. La Regione, sebbene sia stata bacchettata più volte dalla Corte dei Conti, ha comunicato che intende proseguire l’iter per la realizzazione dei due termovalorizzatori. I nostri amministratori, fermi a modelli già superati e incuranti delle direttive europee sulla salvaguardia dell’ambiente e sulla salute pubblica, hanno deciso di procedere senza tentennamenti verso la realizzazione dei loro obiettivi, con impegni economici onerosi per la nostra comunità. Leggi anche Inceneritori, in Sicilia si progettano, in Europa si dismettono, ed anche Inceneritori, l’Europa li chiude. la sicilia li progetta     Redazione Sicilia
March 4, 2026
Pressenza