#notav #nowar Fiero e orgoglioso di essere stato invitato ad intervenire
domenica mattina in #ValSusa al Festival dell'Alta Felicità per denunciare la
militarizzazione dei territori e il processo di israelizzazione della società e
dell'economia italiana. La mia vicinanza e fratellanza con il Movimento No Tav.
La violenza è nella Guerra e tra gli apparati che la finanziano e promuovono.
RBO al Festival della Felicità 2026: storie di mondi artificiali che diventano reali
Con Lorenzo Tecleme, autore del libro “Storie di (ordinario) capitalismo
selvaggio”, nato dal podcast “Unchained” per Valori.it, partiamo dalla crisi del
2008 per descrivere il percorso che ha portato l’economia all’oligarchia
tecnocratica che viviamo oggi. Cosa significa oggi tecnofeudalesimo? Come si
configura il capitalismo della Silicon Valley con le destre globali?
E poi che cosa ci raccontano questi mutamenti sul futuro del lavoro umano? La
nuova frontiera dell’accumulazione è infatti l’intelligenza artificiale, di cui
non si deve dimenticare la materialità del lavoro che la sorregge e le
condizioni di lavoro e il suo mantenimento che attualmente questo modello
richiede. Siamo disposti ad accettare l’enorme danno ambientale di una
tecnologia così asservita al bellico da essere definita da Alex Carp come il
futuro della deterrenza, paragonabile alla bomba atomica.
Siamo di fronte in ultimo ad una rinnovata società del controllo, rappresentata
fisicamente dai nuovi progetti di Data Center che costellano il territorio
italiano, previsti solo a Torino nel quartiere di Lucento, alle spalle della
ThyssenKrupp, dover per la sua costruzione si è rinunciato alla costruzione di
uno studentato, o il progetto per circa 4 miliardi di euro che approderà a
Vercelli, per fare un’altro esempio, mentre altri sono in arrivo targati Avio,
Bbbell, Enel e, soprattutto, Hines, che prepara un maxi progetto con la
costruzione di sei edifici alti 30 metri a due passi dall’aeroporto.
Difesa civile. Sì, ma quale? “Civilizzare” la difesa armata? (2)
RILANCIAMO IL SECONDO DI TRE ARTICOLI (QUI IL PRIMO) DI ERMETE FERRARO,
PRESIDENTE DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA
RICONCILIAZIONE (MIR), PUBBLICATI SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI
ESPRIMONO ALCUNE PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE.
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO
AVER LUNGAMENTE DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN
GIOCO, HA ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK.
Nella prima parte della mia analisi dei limiti della proposta di legge
d’iniziativa popolare sulla “Difesa Civile, Non-armata e nonviolenta” [i] ho
cercato di argomentare quali siano le mie perplessità a riguardo, Ma quando si
parla di ‘difesa civile’ – soprattutto se la maggioranza delle persone cui ci si
rivolge, in particolare le più giovani, finora non ne hanno mai letto o saputo
nulla – è opportuno fare riferimento a casi concreti, esperienze attuali e
pratiche correnti. Infatti, basta dare una scorsa ai siti web di alcuni
ministeri della difesa, in particolare degli stati dell’Unione Europea, per
farsi un’idea di quale significato e valore sia stato finora a livello
istituzionale, a questa particolare, ma ancora poco usuale, espressione.
Ovviamente le lingue di riferimento (e le rispettive traduzioni in italiano)
complicano un po’ il riferimento ai casi citati, eppure risulta comunque chiaro
che l’attributo ‘civile’, unito al sostantivo ‘difesa’, nella quasi totalità dei
casi esprime più che altro una componente ‘non armata’ di quella funzione.
Solitamente, in effetti, non si propone di ricorrere a una modalità alternativa
(o comunque parzialmente sostitutiva) rispetto a quella propria degli apparati
delle forze armate, con le loro consolidate tipologie organizzative e strategie
militari. Si tratta semmai di prevedere, per motivi di opportunità e di
controllo, anche l’istituzione ed organizzazione di funzioni aggiuntive ad essi
‘complementari’, differenti ma sostanzialmente integrative di quelle svolte dai
militari. Lo scopo, più o meno dichiarato, è quello di evitare che le forze
armate si accollino compiti non strettamente istituzionali, preferendo delegarli
a reparti formati da volontari o personale civile, adibiti a compiti
burocratici, sanitari e di protezione della popolazione da eventi bellici,
calamità naturali ed altre gravi emergenze.
BUNDESWEHR ŰBER ALLES
Il primo caso che prendo in esame è quello della Repubblica Federale Tedesca,
dove la consultazione del sito della Bundeswehr (le forze armate federali)
chiarisce la logica entro la quale il governo tedesco ha già inserito la ‘difesa
civile’.
«La Strategia Nazionale di Sicurezza 2023 ha definito l’obiettivo di una
politica di Sicurezza Integrata, come compito dell’insieme della società.
“L’interazione collaborativa di tutti i rilevanti attori, risorse e strumenti
che, combinandosi, possono garantire in modo comprensivo la sicurezza del nostro
Paese e rafforzarlo nei confronti e contro minacce esterne”. Il Piano Operativo
per la Germania è una componente militare essenziale per la difesa complessiva
della Germania. Esso combina gli elementi-chiave militari della difesa nazionale
e collettiva coi necessari servizi di supporto civile. La responsabilità
principale del Piano operativo per la Germania è affidata al Comando delle forze
congiunte della Bundeswehr» [ii]. Nella stessa pagina del sito troviamo più
avanti altre precisazioni.
«Un elemento essenziale del Piano Operativo per la Germania è fare da ponte tra
gli elementi chiave militari della difesa nazionale e collettiva ed i necessari
servizi di supporto civile. Un elemento centrale del Piano Operativo per la
Germania consiste nell’integrare le componenti militari chiave della difesa
nazionale e collettiva coi necessari servizi di supporto civile, al fine di
garantire un sostegno reciproco che coinvolga l’intero apparato statale ai vari
livelli di escalation: in tempo di pace, in situazioni di minaccia ibrida, in
caso di crisi e in guerra. Ciò comporta, da un lato, il supporto militare alla
preparazione civile in vista di un eventuale conflitto e, dall’altro, il
contributo civile alla pianificazione della difesa militare. Il piano comprende
processi e responsabilità, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione della
Bundeswehr con enti civili o governativi in situazioni di emergenza» [iii].
Le espressioni-chiave utilizzate nei testi citati (ribadendo peraltro che la
“responsabilità principale” delle operazioni congiunte resta comunque in capo
alle forze armate) sono: “sicurezza integrata”, “interazione collaborativa”,
“difesa complessiva/totale”, “difesa nazionale e collettiva”, “supporto
civile”, “sostegno reciproco”, “cooperazione della BW con enti civili e
governativi”. Risalta l’utilizzo d’un lessico improntato ad una visione
integrata, e quindi totale, della difesa, mantenendo però un rapporto ancillare
delle funzioni civili rispetto a quelle bellico-militari.
Se si vuole conoscere la struttura organizzativa della ‘difesa integrata’ nella
R.F.T., la risposta è in un’altra pagina del sito citato [iv], dove si evidenzia
un’arbitraria quanto allarmante commistione delle funzioni relative alla
protezione ambientale (Bundesamt für Infrastruktur, Umweltschutz und
Dienstleistungen der Bundeswehr) con quelle della logistica e della sussistenza
(Verpflegungsamt der Bundeswehr) e dei Vigili del Fuoco (Brandschutzamt der
Bundeswehr), collegandole a quelle degli uffici che si occupano del personale
civile della difesa e dei militari tedeschi impegnati all’estero. Da tale
semplice elenco risulta evidente la militarizzazione già in atto nella R.F.T.
d’importanti organismi di natura non militare, come i corpi di protezione civile
e difesa dal fuoco e addirittura di enti statali che si occupano di protezione
dell’ambiente.
LIBERTÉ, ÉGALITÉ…VIVE LES ARMÉES!
Nella Repubblica Francese, al di là della presenza d’un rilevante personale
civile, prevalentemente nel settore amministrativo e logistico – già all’interno
delle Forze Armate è comunque già in atto una ‘difesa civile’ integrata con
quella militare. Formalmente, la Sécurité Civile (Protezione Civile, Corpo dei
Pompieri, etc.) sarebbe una realtà istituzionale gestita dal Ministero degli
Interni, che si occupa prevalentemente di protezione della popolazione da
catastrofi, altre crisi ed emergenze [v]. A supporto della ‘difesa civile’ così
intesa – come avviene anche in Italia – la legislazione francese ha previsto
però anche interventi di natura militare, ad esempio per svolgere funzioni di
‘pubblica sicurezza’. Viceversa, le stesse norme assicurano un supporto degli
organismi di protezione civile alle operazioni militari, ovviamente sotto il
coordinamento (cioé il comando) delle forze armate.
«Il ministro dell’interno riceve dal ministro della difesa, per lo sviluppo e
l’attuazione dei suoi mezzi, il sostegno dei servizi e dell’infrastruttura delle
forze armate e, in particolare, per il mantenimento dell’ordine pubblico,
l’eventuale appoggio delle forze militari. Nelle zone dove si sviluppano
operazioni militari, e su decisione del Governo, il comando militare designato a
tale scopo diventa responsabile dell’ordine pubblico ed esercita il
coordinamento delle misure di difesa civile con le operazioni militari. In caso
di minaccia riguardante una o più installazioni prioritari della difesa, il
comando militare designato a tale scopo può essere incaricato, per decreto del
consiglio dei ministri, della responsabilità dell’ordine pubblico e del
coordinamento delle misure di difesa civile con le misure militari di difesa
interna del o dei settori di sicurezza delimitati attorno a queste installazioni
dal Presidente della Repubblica in sede di consiglio di difesa e di sicurezza
nazionale»[vi].
Se visitiamo il sito web del Ministero della Difesa francese [vii], al di là
della designazione del servizio militare (volontario e selettivo) col titolo
neutro di “Servizio Nazionale”, troviamo poi una pagina dedicata specificamente
alla “Politica delle Risorse Umane militari e civili”, dove ci sono altre
interessanti affermazioni.
«Nel quadro di una professionalizzazione delle forze armate giunta a maturità,
la politica delle risorse umane riafferma i principi e fondamenti inerenti
all’identità del ministero, tra i quali figurano al primo posto la
complementarietà tra civili e militari e l’importanza delle logiche di ambito
[…] Politiche comuni ai militari e ai civili. La mescolanza statutaria
(personale militare e civile) è una particolarità strutturale del ministero
delle forze armate. A dispetto di queste differenze statutarie, le due
popolazioni che operano insieme e concorrono alla riuscita delle missioni
affidate al ministero, beneficiano di politiche che sono loro comuni» [viii].
In questo caso, le espressioni-chiave riscontrate sono: “coordinamento delle
misure di difesa civile con le operazioni militari”, “complementarietà tra
civili e militari”, “politiche comuni ai militari e ai civili”.
LA SPAGNA GIOCA IN “DEFENSA NACIONAL INTEGRADA”
Va riconosciuto che il governo del Regno di Spagna, soprattutto nella fase più
recente, sta cercando positivamente di sottrarsi alla perversa logica riarmista,
militarista e bellicista che contamina anche i paesi della U.E. Le forze armate
spagnole, s’altra parte, restano tradizionalmente un’istituzione forte e
autorevole, integrata nella NATO e difficilmente sottraibile alle sue
verticistiche direttive. Andando a cercare informazioni sul sito del Ministerio
de Defensa, infatti, troviamo alcuni riferimenti utili alla nostra ricerca.
«Integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale. Gli
sforzi militari volti a proteggere il territorio e le popolazioni degli alleati
devono essere affiancati da una solida preparazione civile, capace di ridurre le
potenziali vulnerabilità e mitigare i rischi, sia in tempo di pace che durante
crisi o conflitti. Come già evidenziato, tale preparazione civile assolve tre
funzioni essenziali: garantire la continuità dell’azione di governo, assicurare
l’erogazione di servizi essenziali alla popolazione e fornire supporto civile
alle operazioni militari. È dunque evidente che la resilienza deve fondarsi su
una stretta cooperazione tra attori civili e militari: un modello reciprocamente
vantaggioso, tanto in tempo di pace quanto in situazioni di crisi […] Ma come
possiamo integrare questi due aspetti della resilienza, quello civile e quello
militare? Esistono numerosi esempi in tal senso. Le esercitazioni rappresentano
un paradigma eccellente e un metodo efficace per mettere alla prova la
preparazione nazionale. A questo proposito, costituiscono un modello ideale per
sperimentare le risposte a situazioni di emergenza su larga scala, come attacchi
a sorpresa dagli effetti devastanti o scenari di guerra ibrida. È dunque
fondamentale includere elementi di preparazione civile nelle esercitazioni
militari, integrandoli a ogni livello: dalle esercitazioni di gestione delle
crisi a livello strategico fino alle attività addestrative di livello
tattico» [ix].
Non è casuale che i riferimenti per queste affermazioni hanno a che fare con le
indicazioni della NATO in merito all’integrazione militare-civile in vista di
una difesa totale, come dimostra anche l’esempio citato poco dopo.
L’esercitazione Steadfast Defender 2024 — il più grande dispiegamento militare
della NATO dalla fine della Guerra Fredda — è stata infatti portata ad esempio
di “mobilitazione massiccia di truppe e mezzi militari attraverso diversi Paesi
[in] stretto coordinamento con le autorità civili — in particolare per quanto
riguarda trasporti, logistica e infrastrutture — sottolineando così la necessità
di garantire la resilienza delle infrastrutture civili e la continuità dei
servizi essenziali» [x].
Nei brani citati, ancora una volta, vanno sottolineate espressioni-chiave come:
“integrazione della difesa e della protezione civile nella difesa nazionale”,
“stretta cooperazione tra attori civili e militari”, “preparazione civile nelle
esercitazioni militari”, “garantire la resilienza delle infrastrutture civili e
la continuità dei servizi essenziali”.
PER GLI INGLESI “RESILIENCE” FA RIMA CON “DEFENCE”
Il Regno Unito (U.K.) – fedele e zelante membro della NATO, ma non più
dell’Unione Europea – ha alle spalle una lunga tradizione militarista, che gli
deriva ovviamente dalla sua storia imperiale. Anche sul sito del Ministry of
Defence, pertanto, non mancano riferimenti alla dottrina dell’Alleanza atlantica
in materia d’integrazione della difesa militare con quella ‘civile’. La
parola-chiave, in questo caso, è “resilienza”, in nome della quale il governo
britannico nel luglio 2025 ha appunto adottato il suo “Piano d’Azione per la
Resilienza” e ha partecipato all’OSCE Forum for Security Co-operation, che si è
tenuto a Vienna tre mesi dopo, intervenendovi con un suo delegato.
«Il Regno Unito accoglie con favore l’iniziativa della Finlandia di convocare
questo tempestivo Dialogo sulla sicurezza dedicato alla resilienza attraverso
una sicurezza globale e integrata. Sosteniamo pienamente l’enfasi posta sulla
cooperazione civile-militare quale pilastro strategico della difesa nazionale.
[…] Consideriamo la resilienza non semplicemente come un meccanismo di risposta,
bensì come un sistema proattivo e integrato che abbraccia governo, imprese,
società civile e singoli cittadini. La nostra strategia privilegia la
prevenzione, la preparazione, la risposta e il ripristino, garantendo la
continuità delle funzioni sociali essenziali anche in condizioni di forte
stress. Tale modello trova riscontro nella nostra Revisione strategica della
difesa del 2025, che sottolinea l’importanza dell’integrazione civile-militare
per la salvaguardia della sicurezza nazionale […] dalla difesa cibernetica e la
protezione delle infrastrutture alla sanità pubblica e alla comunicazione in
situazioni di crisi […] Nell’attuale panorama delle minacce — caratterizzato da
tattiche ibride, disinformazione e diplomazia coercitiva — la resilienza
rappresenta un imperativo strategico. Il Regno Unito apprezza l’approccio
multidimensionale dell’OSCE e l’enfasi posta dal Codice di condotta sul
controllo democratico delle forze armate. Consideriamo la cooperazione
civile-militare non solo una risorsa per la difesa, ma anche un punto di forza
democratico» [xi].
Nel testo citato troviamo espressioni-chiave ricorrenti, come: “sicurezza
globale e integrata”, “cooperazione civile-militare”, “salvaguardia della
sicurezza nazionale”, anche perché il riferimento comune è il documento-guida di
62 pagine nel quale, all’inizi degli anni 2000, la NATO ha enunciato la sua
“Dottrina per la pianificazione, la condotta e la valutazione della cooperazione
civile-militare (CIMIC) nel contesto delle operazioni congiunte alleate” [xii],
fonte esplicita delle politiche adottate dal Regno Unito e da altri paesi membri
in materia d’integrazione delle attività militari e civili in un concetto
globale e totalizzante di ‘difesa’.
Va sottolineato, a tal proposito, che il “Multinational CIMIC Group” della NATO
(MNCG, composto da contingenti militari italiani, greci, ungheresi, portoghesi,
rumeni e sloveni, con sede a Treviso) dal 2024 è comandato da un ufficiale
italiano: il Col. Piero Furlan. Non posso Al termine della 19^ Conferenza dei
vertici dell’organizzazione (che si è tenuta nel giugno 2026 proprio nella mia
Napoli, presso il Comando NATO di Giugliano-Lago Patria,) è stata diramata, tra
l’altro, questa dichiarazione:
«La comprensione dell’ambiente civile, l’analisi basata sull’intelligenza
artificiale, il giudizio umano, il contributo dei sottufficiali e la prontezza
multinazionale non sono temi distinti. Fanno parte di un unico percorso:
sviluppare il CIMIC come capacità militare rilevante per scenari di sicurezza
complessi. Attraverso il CUCC 2026, il Multinational CIMIC Group continua a
mettere in rete persone, esperienze e competenze all’interno della comunità
CIMIC della NATO, trasformando il confronto professionale in indirizzo
operativo» [xiii].
“CIVIL-MILITÄRT FÖRSVAR”: RISPOSTA INTEGRATA SVEDESE COME DETERRENZA
Uno dei paesi sempre più allineati a questa dottrina è il Regno di Svezia, che
anche recentemente ha ribadito sul sito del suo Ministero della Difesa (dotato
di uno specifico ministro responsabile) che “la difesa civile e le attività
correlate si fondano sulla preparazione della società a gestire le crisi e
mirano a proteggere la popolazione, salvaguardare le funzioni sociali essenziali
e contribuire alla capacità delle Forze armate svedesi di rispondere a un
attacco armato – sia prima che durante una situazione di allerta rafforzata o in
caso di guerra” [xiv].
Da poco (giugno 2026) il Governo svedese ha anche pubblicato un corposo rapporto
di 42 pagine sul tema della c.d. “difesa totale”, cui ovviamente rimando [xv],
limitandomi a citare alcuni brani più significativi del terzo capitolo.
«Il sistema di difesa totale della Svezia comprende attività militari (difesa
militare) e attività civili (difesa civile). Esso si fonda sulle risorse
collettive della società. Difendere la Svezia e i suoi alleati da attacchi
armati, nonché salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità
territoriale del Paese, non è solo un compito militare, ma una responsabilità
dell’intera società. La difesa totale richiede il contributo personale di tutti
i residenti; ciò presuppone una popolazione partecipe, per cui ci si attende che
ciascuno offra il proprio contributo […] La difesa totale della Svezia deve
possedere una forza, una composizione, una struttura di comando, una prontezza
operativa e una capacità di tenuta tali da fungere da deterrente contro la
guerra, svolgendo così una funzione preventiva e di mantenimento della pace. Una
difesa totale svedese solida, dotata di capacità difensive credibile, rafforza
la difesa collettiva della NATO e, di conseguenza, la complessiva capacità di
deterrenza» [xvi].
Ritorna, in modo martellante, la visione d’una difesa globalizzante, che
abbraccia e coordina le attività di natura militare e civile, per di più col
pretesto di rendere partecipe e responsabile l’intera società e, ancor più
paradossalmente, di promuovere la deterrenza contro la guerra cui invece i
cittadini sono chiamati a prepararsi…
In questo caso le espressioni-chiave riscontrabili sono: “responsabilità
dell’intera società”, “contributo personale”, “prontezza operativa e capacità di
tenuta”, “funzione preventiva e di mantenimento della pace”.
“SIVILT-MILITÆRT SAMARBEID”: LA COOPERAZIONE DIFENSIVA IN NORVEGIA
Non è molto diversa la situazione del fratello Regno di Norvegia, sul cui sito
del Ministero della Difesa troviamo una pagina specifica del “Dipartimento per
la Sicurezza e la Cooperazione Civile-Militare”, che a sua volta fa riferimento
ad una specifica “Sezione per la Cooperazione nella Difesa Totale”. Per il
periodo 2025-2036, inoltre, il Governo norvegese ha stilato un “Piano a lungo
termine della Difesa”, da cui traggo il seguente brano.
«È necessario un approccio che coinvolga l’intero apparato statale per
migliorare la resilienza della società di fronte a minacce di natura militare e
non militare. La cooperazione internazionale e la collaborazione tra enti
governativi, imprese e popolazione – nell’ambito del concetto norvegese di
difesa totale – costituiscono una priorità. La cooperazione civile-militare è
parte integrante dell’impegno norvegese in materia di difesa»[xvii].
Se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, un’esposizione dettagliata di
cosa comporta la cooperazione difensiva norvegese la troviamo in un documento
del 2018, a firma congiunta del ministro della difesa e di quello della
giustizia e pubblica sicurezza, intitolato appunto: “Supporto e Cooperazione.
Una descrizione della difesa totale in Norvegia”.
«Esiste una netta distinzione tra responsabilità civili e militari, fondata su
solide fondamenta politiche e costituzionali. Il Governo ha la responsabilità
generale di garantire la sicurezza (security) pubblica e nazionale. Le autorità
e gli enti civili sono responsabili di assicurare la
sicurezza (safety) pubblica. Le Forze armate norvegesi hanno la responsabilità
primaria di preservare l’indipendenza e i diritti sovrani della Norvegia, nonché
di mantenere la sicurezza (security) nazionale, difendendo il Paese da attacchi
esterni. Tuttavia, la preparazione alle emergenze e la gestione delle crisi –
sia in ambito civile che militare – sono interdipendenti; e una cooperazione
costante è quindi indispensabile. La cooperazione civile-militare è importante
anche per ottimizzare l’impiego delle risorse complessive della società,
contribuendo così a una buona gestione economica» [xviii].
Non mi soffermo oltre sulle affermazioni del governo norvegese sulla “difesa
totale”, di cui si riconosce che le radici costituzionali sono piuttosto dubbie,
sostenendo però di non poterne fare a meno. Tutto, ovviamente, per assicurare
quella sicurezza che in italiano sembrerebbe un concetto unico, mentre in lingua
inglese si articola più compiutamente in due differenti
vocaboli: safety e security, come peraltro ho avuto modo di chiarire in un
precedente articolo.[xix] L’intera sezione 4 del testo citato è dedicata al
“Ruolo della Società Civile nella Difesa Totale” e, anche in questo caso, le
espressioni-chiave sono: “preparazione olistica e coordinata nel settore
civile”, “dipendenza delle forze armate dal supporto civile”.
L’ALFABETO DELLA “DIFESA TOTALE“
Questa rapida carrellata sulle modalità concrete di attuazione della ‘difesa
civile’ nei paesi dell’E.U., a partire da una concezione sicuramente ‘altra’
piuttosto che ‘alternativa’ rispetto alla tradizionale difesa armata di natura
militare, dovrebbe farci riflettere di più e meglio sul senso di proposte
legislative che, pur ipotizzando qualcosa di diverso, rischiano comunque di
avvalorare l’omologazione dell’Italia al modello globale di ‘difesa totale’
dettato dalla NATO ai paesi membri col citato acronimo CIMIC, ossia avvalendosi
di una strumentale ‘”Cooperazione Civile-Militare”.
L’analisi linguistica dei testi citati, peraltro, mette in luce un lessico
piuttosto omogeneo da parte dei governi degli Stati presi in esame, col
ricorrente l’impiego delle parole-chiave già evidenziate che ora provo ad
elaborare, ordinandole alfabeticamente e ricordando gli attributi che le
accompagnano.
* Contributo è un termine di sapore vagamente morale, riferito retoricamente a
ciò che ogni ‘persona’ potrebbe (e, si lascia intendere, dovrebbe) fare per
la sicurezza collettiva.
* Cooperazione è la seconda importante key-word, intesa come collaborazione
(non esattamente paritetica…) tra attori civili e militari in materia di
difesa.
* Complementarietà indicherebbe, almeno in teoria, un rapporto orizzontale e
biunivoco tra civile e militare, che viene però contraddetto dal seguente
termine:
* Coordinamento, vocabolo in apparenza neutro, che indica invece un rapporto
unidirezionale fra i due attori, affidando alle istituzioni militari il
compito di co-ordinare le misure di difesa civile con le operazioni militari
già programmate.
* Difesa – la parola più centrale e basilare di tutte – è accompagnata da un
poker di attributi, che la qualificano come: collettiva, complessiva,
nazionale, preventiva e totale. E questoper sottolineare che si tratta di un
concetto ‘globale’, peraltro ben diverso da quello tradizionale, in quanto
ossimoricamente fa appello alla ‘preventività’ della risposta ad un’ipotetica
minaccia.
* Dipendenza: apparentemente da parte dei governi s’insiste su quella delle
forze armate nei riguardi del ‘supporto civile’, ma è evidente la posizione
ancillare di quest’ultimo nei confronti dell’organizzazione e controllo da
sempre esercitati in tale ambito dalle forze armate.
* Integrazione/interazione, pur non essendo sinonimi, alludono entrambi alla
ricerca di una visione comune e complessiva della difesa nazionale,
inglobando al suo interno la protezione civile e finendo quindi col
militarizzarne di fatto le attività.
* Preparazione/Prontezza, sebbene anche in questo caso non si tratti di
sinonimi in senso stretto, traducono il concetto anglosassone
di Preparadness/Readyness, che non indica tanto la fase di formazione
preliminare degli attori ad un’azione congiunta civile-militare, quanto un
efficientistico stato di prontezza ad intervenire hic et nunc laddove
insorgano emergenze di vario genere o si temano attacchi armati.
* Resilienza è un’altra delle parole-attaccapanni di moda, che servono a
giustificare un po’ di tutto, con scarsa precisione semantica e finalità
quanto meno ambigue. Essendomene occupato in un articolo di alcuni anni fa,
rinvio ad esso per approfondirne il senso[xx]. Mi limito piuttosto a rilevare
che questo termine è riferito specificamente alle ‘infrastrutture civili’ e
alla ‘continuità dei servizi essenziali’, dando importanza alle istituzioni
ed ai servizi più che alla salvaguardia dell’assetto democratico-
costituzionale dello stato da ‘difendere’.
* Responsabilità: è attribuita strumentalmente alla ‘intera società’, come se i
decisori del modello di difesa, ma anche della protezione civile, fossero
davvero i cittadini, o quanto meno gli organismi a loro più prossimi, anziché
complesse strutture gerarchiche di natura militare.
* Salvaguardia è una parola un po’ ambigua quando viene riferita alla
‘sicurezza nazionale’. Se questa viene assunta come un valore prioritario e
indiscutibile, infatti, le ipotetiche minacce ad essa consentono l’adozione
di interventi ‘eccezionali’, nel senso che – come ci racconta sempre più
spesso la cronaca politica – possono fare eccezione alle normative ordinarie
e perfino aggirare le garanzie costituzionali.
* Sicurezza – come abbiamo visto concetto assai estensibile ed arbitrariamente
interpretabile – è la principale motivazione e giustificazione per
provvedimenti autoritari, repressivi ed antidemocratici, oltre che per una
progressiva sterzata verso un ordinamento che ingloba nella c.d. ‘difesa
totale’ finalità, compiti ed obiettivi eterogenei, in nome di una loro
dichiarata interdipendenza. Gli attributi più comuni che la definiscono sono
appunto: globale e integrata.
* Sostegno/Supporto sono sostantivi simili che, accompagnati da un aggettivo
come reciproco, lascerebbe intendere che l’intervento dei civili (volontari o
personale retribuiti che siano) non comporti un mero servizio reso alle
funzioni e strutture militari che ne avvertano il bisogno. Ma il comune
prefisso su- dei due termini, che rinvia alla preposizione latina sub, indica
invece una sostanziale subalternità di una componente della difesa nei
confronti dell’altra.
Concludendo, se qualcuno vuole meritoriamente far conoscere, diffondere e
proporre concretamente la teoria e la pratica d’un modello di difesa davvero
‘civile’, alternativa e quindi contrapposta a quella militare, non dovrebbe
cadere nella trappola di ricorrere a soluzioni pasticciate e di compromesso, né
dovrebbe chiedere ad altri di sostenere proposte legislative quanto meno poco
chiare.
Questa mia mia breve rassegna di come i nostri partner europei e NATO intendono
nei fatti l’integrazione fra difesa civile e militare, così come la denuncia
dell’ambiguità semantica del lessico utilizzato per farla apparire
indispensabile, vuol essere pertanto un personale contributo ad una necessaria
presa di coscienza delle palesi contraddizioni che il movimento per pace
italiano rischia di pagar caro.
Ermete Ferraro
[i] Cfr. Ermete Ferraro, Difesa civile. Sì, ma quale? (1)
08.07.2026. https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/
[ii] Bundeswehr, Working together for defence. Operational Plan for Germany. A
core military element of overall
defence. https://www.bundeswehr.de/en/organization/bundeswehr-joint-force-command/missions/operational-plan-for-germany (trad.
mia).
[iii] Ibidem.
[iv] Bundeswehr, Infrastructure, Environmental Protection and
Services. https://www.bundeswehr.de/en/organization/infrastructure-environmental-protection-and-services.
[v] Cfr. Wikipedia, voce “Sécurité civile en
France”. https://fr.wikipedia.org/wiki/S%C3%A9curit%C3%A9_civile_en_France.
[vi] République Française, Code de la défense, Titre II : Défense civile
(Articles
L1321-1.2). https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006071307/LEGISCTA000006151474/ -(trad.
mia).
[vii] Ministére del Armées et des Anciens
Combattants. https://www.defense.gouv.fr/.
[viii] Ivi, Secrétariat général pour l’administration, Politique RH militarie et
civile. https://www.defense.gouv.fr/sga/au-service-armees/ressources-humaines/politique-rh-militaire-civile (trad.
mia).
[ix] Ministerio de Defensa, Portal de CESEDEN, IEEE., Miguel Ángel Pérez Franco,
Gabinete Técnico de JEMAD, IEEE. Resiliencia y defensa nacional: la fortaleza de
la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica europeaResiliencia y defensa
nacional: la fortaleza de la sociedad civil en la nueva realidad geopolítica
europea. https://www.defensa.gob.es/ceseden/-/ieee/resiliencia-y-defensa-nacional-sociedad-civil (trad.
mia).
[x] Ibidem.
[xi] Gov.UK, Ministry of Defence, Resilience through Comprehensive Security: UK
statement to the
OSCE. https://www.gov.uk/government/speeches/resilience-through-comprehensive-security-uk-statement-to-the-osce (trad.
mia).
[xii] NATO Standard AJP-3.19, Allied Joint Doctrine for Civil-Military
Cooperation, Edition B, Version 1, June
2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/685a8bdce9509f1a908eb108/AJP_3_19_EdB_CIMIC.pdf.
[xiii] Multinational CIMIC Group, After CUCC 2026: turning dialogue into
direction. https://cimicgroup.org/after-cucc-2026-turning-dialogue-into-direction/.
[xiv] Government Offices of Sweden, Civil
defence. https://www.government.se/government-policy/civil-defence/ (trad. mia).
[xv] Cfr. The Swedish Defence Commission’s interim report on the current state
of Sweden’s total defence and the security situation, June
2026. https://www.government.se/contentassets/999b43e37fc84384827d09156be6a65f/report-the-swedish-defence-commissions-interim-report-on-the-current-state-of-swedens-total-defence-and-the-security-situation-june-2026.pdf.
[xvi] Ivi, 3. Total defence, p. 20 (trad. mia).
[xvii] Norwegian Ministry of Defence, The Norwegian Defence Pledge Long-term
Defence Plan
2025–2036. https://www.regjeringen.no/contentassets/0faae3f9efcf4c2fa0f43e2a15bfbc1d/en-gb/pdfs/the-norwegian-defence-pledge.pdf (trad.
mia).
[xviii] Norwegian Ministry of Defence – Norwegian Ministry of Justice and Public
Security, Support and Cooperation. A description of the total defence in
Norway. https://www.regjeringen.no/contentassets/5a9bd774183b4d548e33da101e7f7d43/support-and-cooperation.pdf.
[xix] Ermete Ferraro, Etimostorie #15:
SICUREZZA (01.12.2024) https://ermetespeacebook.blog/2024/12/01/etimostorie-15-sicurezza/.
[xx] Ermete Ferraro, Etimostorie #9 –
RESILIENZA (12.03.2023) https://ermetespeacebook.blog/2023/03/12/etimostorie-9-resilienza/
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BLACK CUBE, INFLUENCERS, DIPLOMAZIA INDUSTRIALE: RETI DI CONDZIONAMENTO SIONISTA
Estratti dalla puntata del 28 luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia
RETI DI CONDIZIONAMENTO SIONISTE
Torniamo a parlare delle multiformi reti sioniste di diplomazia tecnomilitare e
manipolazione politica.
Partiamo dalle interferenze agite tramite operazioni dalla rete spionistica
israeliana, non tramite il Mossad o la capillare struttura di cyberguerra, ma
attraverso una struttura di intelligence privata come Black Cube, che avevamo
già visto all’opera nelle ultime elezioni in Slovenia (marzo 2026).
Andiamo quindi a osservare quanto recentemente emerso grazie al lavoro di Middle
East Eye sull’utilizzo di una vera e propria brigata di influencer stranieri
arruolati da Israele per le proprie campagne di guerra di informazione (note:
Middle East Eye, sito di inchiesta e approfondimento britannico, era stato
coinvolto in un cyber attacco nel 2020, dove era emerso il ruolo della compagnia
israeliana Candiru).
Concludiamo ritornando su tema già affrontato in passato: le reti di diplomazia
militare-industriale intessute da colossi israeliani come Elbit Systems (con
l’emiratina Edge Group) o Israel Aerospace Industries (con l’americana Palladyne
AI), ma soprattutto osservando l’avanzamento formale dell’integrazione militare
tra Israele e USA sancito a fine luglio 2026.
NUCLEARE SAUDITA TRA GEOPOLITICA E GEOTECNOLOGIA
A margine cerchiamo di gettare uno sguardo sulla questione del nucleare Saudita:
il via libera, stabilito in modo univoco dagli USA di Trump, per lo sviluppo di
un programma nucleare “civile” senza alcuna supervisione da parte dell’Aiea, il
potenziale ingresso in scena di una seconda potenza nucleare in quel quadrante,
ma anche un fenomeno connesso alla geopolitica dell’AI.
GRAPHENE_OS E DURESS PASSWORD
Samuel Tunick, cittadino statunitense attivo nel movimento contro Cop City ad
Atlanta, è sotto accusa per aver fornito agli agenti del Customs and Border
Protection una “duress password” che ha cancellato i dati del suo telefono. Un
persona fermata nel limbo giurisdizionale dell’aeroporto, a cui viene chiesto di
consegnare il telefono per analizzarne i contenuti, che fornisce una “password
di autodistruzione” e finisce sotto accusa per essersi autodifeso.
Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?
Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento
sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che
abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie
testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta.
Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi.
Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente
dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra
cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso
in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per
l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir
poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta.
Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma
dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti
di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per
noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole
ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di
scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza.
Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei
test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto
l’allora tenente Sgroi.
Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine,
prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato
contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille
polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica.
Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la
“trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via
D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a
Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e
dell’economia italiana.
Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza
Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla
pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari
giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come
ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista.
L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu
quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre
contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci
capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo
di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature”
durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività
e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il
solito strascico di polemiche sui mass-media.
Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite,
ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’
come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la
classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il
traffico”.
Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche
militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di
preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della
scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale
di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a
bruciapelo ad un rapinatore.
Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso
di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare
l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio,
mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da
usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo
sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel
mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre
contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie
parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti
della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di
proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e
numerati.
Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di
piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di
materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante.
Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica
riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste
contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti
eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel
suo complesso.
Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che
coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece
combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti
della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né
la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di
mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela
marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine
i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di
carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana
che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso
“quasi una normalità”
(https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/).
Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di
reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici,
rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale,
perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata,
tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e
spaccio di stupefacenti
(https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In
quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a
30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso.
Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da
prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata
percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle
registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde
contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno,
recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma
araldico dell’Arma.
Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero
le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte
invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove
le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma
(https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci
vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco
trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale
come andarono effettivamente i fatti.
Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a
questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla
propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a
gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale
che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi,
si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine
sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice
penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di
procedura.
In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni
psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che
sussistano lungo tutta la catena di comando militare.
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle
Università
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Perbacco.com: Spara che ti rinfresca
DI ANTONIO DI BACCO SU PERBACCO.COM DEL 26 GIUGNO 2026
Ospitiamo con piacere il contributo scritto da Antonio Di Bacco, pubblicato
su Substack il 26 giugno 2026, in cui cita il lavoro di denuncia fatto
dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
partendo dalla diffusione ancora oggi dei giocattoli che richiamano alla
guerra. Nel suo articolo ricorda la possibilità per docenti e genitori di
sottrarsi alle attività organizzate a scuola con i militari. Per farlo potete
usare il nostro Vademecum con modelli di mozioni da presentare nel Collegio
docenti, opzioni di minoranza, diffide per genitori e studenti, diffide ai
dirigenti. Riguardo alla raccolta firme per Un’altra difesa è possibile, citata
nell’articolo, vi invitiamo a leggere qui alcune delle perplessità emerse negli
ambienti pacifisti e antimilitaristi e che consideriamo degne di nota.
«Dai fucili ad acqua agli zainetti Folgore: come ci si abitua alla divisa,
partendo dai più piccoli. […] Una volta era la pistola a tappo o, al massimo,
la canna del giardino puntata sul fratello o il gavettone a tradimento che però
più facilmente non arrivava al bersaglio. Adesso è un fucile d’assalto in
miniatura, mitra con il caricatore a serbatoio da oltre 1 litro, repliche sempre
più fedeli all’originale. […] Passando dal parco giochi ai banchi di scuola,
alcune aziende come Giochi Preziosi hanno pensato bene di vendere zainetti
“Esercito”, “Folgore” o “Alpini” con uno slogan che è già tutto un programma:
“Per sentirsi sempre in missione”…continua a leggere
su www.perbacco.substack.com.
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Francia: dalle discussioni informali in sala insegnanti alla campagna nazionale. Chi vuole la pace, prepara la pace.
Anche in Francia insegnanti e genitori si mobilitano contro la guerra. È quanto
sta accaduto alla scuola media “Jean Lolive” di Pantin, nella provincia di Seine
– Saint-Denis (nell’Île de France, stessa regione di Parigi), dove a maggio è
stata lanciata la campagna “Ècole contre la guerre“.
Su iniziativa del personale scolastico e dei genitori degli alunni di quella
scuola, con il sostegno dei rappresentanti sindacali dell’Istruzione si è svolta
un’affollata assemblea che ha visto la rappresentanza di 14 istituti scolastici
della provincia. È durante l’incontro che si è deciso di condividere l’appello
per trasformarlo in una petizione.
Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università, il ritorno della leva, in qualsivoglia forma e definizione (incluso
quindi tutte le misure volte ad aumentare gli arruolamenti volontari), appare
come un fenomeno strutturale europeo e, in tutta Europa, passa attraverso la
militarizzazione delle scuole. Oltre a quanto mostrano la campagna de La
conoscenza non marcia, le ricerche dell’Osservatorio e le stesse narrazioni
delle varie istituzioni, ora anche questa notizia francese arriva a conferma che
la “difesa” europea si è di fatto sostituita all’impegno green, dai fondi di
investimento fino ai banchi di scuola. Riportiamo qui alcuni dei contenuti della
petizione e le parole di un docente francese (clicca qui per visionare e firmare
il testo completo della petizione).
> «Non lasceremo sensibilizzare i nostri studenti alle questioni relative alla
> difesa al fine di un riarmo morale della popolazione e in particolare dei
> giovani».
È dall’inizio dell’anno scolastico che il personale docente e non docente,
discute della crescente militarizzazione della società in generale e della
scuola in particolare. All’unisono denunciano questa militarizzazione messa in
atto da Emmanuel Macron.
Durante le assemblee sindacali hanno denunciato la necessità di fermare queste
collaborazioni e questi moduli di propaganda, così come i corsi di difesa, i
raduni civici, i libretti didattici che servono solo a catturare i giovani.
Le e i firmatari chiedono fermamente che vengano sospesi sia la legge Blanchet,
una legge ad hoc per militarizzare le scuole, in quanto volta a «rafforzare
l’insegnamento della difesa nazionale nell’ambito del percorso di cittadinanza»,
sia l’aggiornamento della legge di programmazione militare che aggiungerebbe 36
miliardi di euro ai 432 già previsti per 2026-2030 a sostegno del riarmo.
> «Questi dispositivi propagandistici mirano a distruggere la Scuola nelle sue
> fondamenta, trasformandola in un luogo di indottrinamento. Laddove invece le
> nostre professioni mirano a trasmettere le conoscenze e le competenze delle
> nostre discipline, a stimolare lo spirito critico e la capacità di
> riflessione».
«Prima delle vacanze, con una mozione approvata all’unanimità e poi ripresa dal
Consiglio di Istituto, abbiamo chiesto l’abbandono della legge Blanchet», dice
un docente della scuola media Jean Lolive di Pantin e aggiunge: «Se dovesse
essere approvata, non la applicheremo».
Denunciano che malgrado molti e molte insegnanti abbiano manifestato contro il
genocidio a Gaza, i sanguinosi attacchi di Trump in Iran, la guerra di Israele
in Libano, la propaganda bellica dilaga e si è fatta più intesa.
«Il governo e la presidenza della Repubblica intendono fare di noi, della
scuola, «punti di riferimento per i giovani» a favore dell’esercito», scrivono
le e gli insegnanti, che indicano come il militarismo serva anche a minare i
diritti.
L’aggiornamento della legge di programmazione militare poi prevede la
possibilità di derogare alle norme in caso di “minaccia grave e attuale” – una
formulazione ampia e vaga che consente ogni tipo di abuso.
Come se non bastasse, le misure attuali vengono attuate a scapito delle ore di
lezione. «Sono inoltre concepite per dividere la categoria. Tutti noi subiamo la
precarietà delle nostre professioni, a causa della mancata rivalutazione dei
nostri stipendi sotto E. Macron e, prima di lui, sotto F. Hollande, N. Sarkozy,
J. Chirac e compagnia. Alcuni colleghi, per mancanza di denaro, accettano questi
«progetti», non per ideologia, ma per necessità», continua il collega.
> «Insomma, vogliamo insegnare. Vogliamo ore di lezione per le nostre materie.
> Vogliamo che il numero di alunni per classe sia limitato. Come insegnanti,
> assistenti sociali, infermieri e medici scolastici, non ce la facciamo più.
> Vogliamo porre fine a questa politica di armamento che sta distruggendo i
> nostri servizi pubblici».
> «Chi vuole la pace, prepara la pace».
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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La Ue si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina
In un discorso tenuto alla Georgetown University di Washington in occasione
della “Serata della Difesa europea”, il commissario alla Difesa europeo
Kubilius, ha messo nero su bianco gli orientamenti della Ue in materia di spesa
militare e di ambizioni belliciste verso la Russia ma non solo. Colpisce in un
passaggio […]
L'articolo La Ue si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina su
Contropiano.
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Megacentro dati dell’ #Università di #Palermo con la
multinazionale contractor del Pentagono e #Israele
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli
Studi di Palermo e la piattaforma #HPE Private Cloud #AI.
https://osservatorionomilscuola.com/2026/07/27/megacentro-dati-universita-palermo-multinazionale-contractor-pentagono-israele/
Megacentro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono e Israele
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli
Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. «Si tratta di una delle
infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative
nel panorama europeo», scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano: «Un
investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA
di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull’intelligenza
artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei
dati e pieno controllo delle informazioni».
Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che
contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le
piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di
alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche
in caso di blackout o guasti. «Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è
rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per
sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e
sicuro», aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. «La nuova infrastruttura è
equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi
disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a
64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed
eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme
esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza
delle informazioni».
L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI
anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche
amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. È stato
avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza
Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più
elevati per questo tipo di infrastrutture.
Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro
mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE
Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian
Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri
dall’Università.
L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5
milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per
il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di
ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva
paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio
interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e
militare.
Ovviamente, anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e
politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non
potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale,
sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa.
Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e
della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per
i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico
una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale
negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il
governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane.
L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo
“Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo
palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale
all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari
Pietro Paolo Corso, Fabrizio D’Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la
piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro
Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto
colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede
centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello
del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi
militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense.
La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche
in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader
nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT.
La netta vocazione di HPE – Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca
e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella
pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede
a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. «Offriamo soluzioni
e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e
della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e
resiliente», vi si legge. «Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e
all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto
logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone,
preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della
missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni
fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain
militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento
giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili». Cloud e
AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane.
Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il
coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne
di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. «HPE è
complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di
insediamento a Gaza e in West Bank», denuncia BDS Italia, organizzazione a guida
palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro
Israele. «HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari.
HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione
israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP
e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti
con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che
riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti
di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda
il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e
l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia
israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei
diritti umani perpetrate da entrambi».
Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva
stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma
dello Stato sionista di Israele.
Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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Difesa civile. Sì, ma quale? Che ci faccio qui?
RILANCIAMO IL PRIMO DI TRE ARTICOLI PUBBLICATI DA ERMETE FERRARO, PRESIDENTE
DIMISSIONARIO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR),
PUBBLICATO SUL BLOG ERMETESPEACEBOOK.BLOG CON IL QUALE SI ESPRIMONO ALCUNE
PERPLESSITÀ IN RELAZIONE ALLA PDL UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE. L’OSSERVATORIO
CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, DOPO AVER LUNGAMENTE
DISCUSSO LA QUESTIONE E APPROFONDITO COLLETTIVAMENTE LA POSTA IN GIOCO, HA
ESPOSTO LA PROPRIA POSIZIONE IN UN DOCUMENTO REPERIBILE A QUESTO LINK.
Il 16 marzo scorso, in occasione del deposito alla Corte di Cassazione del testo
della proposta di legge d’iniziativa popolare “Istituzione e modalità di
finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e
nonviolenta” [i], è stata scattata questa fotografia dei rappresentanti delle
associazioni e organizzazioni aderenti alle sue tre Reti promotrici.
C’ero anch’io, presidente del Movimento Internazionale della
Riconciliazione (MIR), ma curiosamente ero l’unico del gruppo che non guardava
avanti, verso l’obiettivo del fotografo, bensì lateralmente, suscitando
l’impressione di una sorta di spaesamento, come se mi stessi chiedendo – per
mutuare il titolo dell’ottima trasmissione di Domenico Iannacone – “Che ci
faccio qui?”. In effetti qualcosa aveva attirato altrove la mia attenzione al
momento dello scatto ma, a volerci scorgere un significato più profondo, quel
particolare può essere visto come la metafora iconica della mia posizione ‘fuori
dal coro’.
Quando nel 2014 fu presentata la prima proposta di legge d’iniziativa popolare
su “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa
civile, non armata e nonviolenta” [ii], largamente ripresa nel testo attuale,
già allora espressi il mio disagio per quella che mi sembrava una versione
minimalista ed ambigua di una vera difesa alternativa alla militare (civile,
sociale, popolare e nonviolenta), che aveva ispirato per decenni il movimento
pacifista italiano ed al cui sviluppo effettivo del progetto contribuì
soprattutto Antonino Drago.
In un articolo per il mio blog, datato novembre 2014 [iii], infatti, manifestai
dubbi e perplessità nel merito di quel testo e sul metodo con cui era stato
frettolosamente imbastito, ricorrendo ironicamente ad espressioni del teatro di
Eduardo de Filippo per sottolinearne gli aspetti problematici.
Oggi, dopo 12 anni, rileggere quell’articolo mi fa ancora più male. Di fronte
all’incalzare della militarizzazione della cultura della formazione e della
società ed al rifiorire di assurde pulsioni guerrafondaie, l’evidente crisi del
movimento per la pace – al quale purtroppo non è bastato coagularsi intorno ad
una rete unitaria per diventare più autorevole ed efficiente – mi sembra il
risultato tangibile d’una lunga e pericolosa stasi di riflessioni ed azioni. Una
stasi che ha portato fatalmente a banalizzare le originarie proposte
antimilitariste, adattandole conseguentemente ad un lessico da realpolitik,
senza che per questo farle diventare davvero più realistiche ed efficaci.
“ALTRA” E “ALTERNATIVA” NON SONO SINONIMI
Il testo presentato lo scorso marzo in Cassazione, sul quale vanno raccolte
50.000 firme di cittadini a sostegno di quella legge d’iniziativa popolare,
conserva purtroppo gli stessi limiti della precedente proposta, con la
differenza che, nel frattempo, il quadro nazionale ed internazionale è molto
cambiato, mettendo sempre più allo scoperto il nervo di una difesa
esclusivamente militare, sempre più professionale e tecnologica. Un modello
difensivo forse meno retoricamente paludato, ma rispondente alle ferree regole
di un efficientismo aziendale [iv], per di più in un drammatico contesto
geopolitico in cui sembra tramontata l’autorevolezza degli organismi di
mediazione sovranazionali, mentre cresce a vista d’occhio l’arroganza
militarista e l’aggressività bellicista, con sfoggio di un lessico violento a
tutti i livelli.
Va avanti, in effetti, una strategia comunicativa che alterna tentativi di
‘civilizzazione’ della difesa militare con pulsioni alle militarizzazione delle
istituzioni civili, alimentando la confusione e aprendo a vari scenari
possibili, nazionali ed internazionali
L’istituzione d’una Rete unitaria per la pace e il disarmo avrebbe dovuto non
solo coagulare le azioni sparse di tante organizzazioni in un progetto unitario
di opposizione a questa incalzante deriva guerrafondaia, ma anche consentire una
riflessione comune seria e articolata su un indispensabile ‘programma
costruttivo’, da elaborare condividere e diffondere, tenendo conto, fra l’altro,
di una realtà socioculturale sempre più ostica e poco sensibile alle visioni
globali.
Diluire le proprie proposte, però, non era e non è la soluzione. Non lo è
neppure svendere decenni di studi e riflessioni sull’efficacia – oltre che sulla
validità etica – di un’autentica difesa civile non armata e nonviolenta, in
cambio dell’ipotetico riconoscimento legislativo di un dipartimento governativo
che si occupi di una forma ‘complementare’ di difesa, in quanto non armata e non
strettamente militare.
Eppure la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), insieme con la Consulta Nazionale
per il Servizio Civile (CNESC) e la Campagna Sbilanciamoci! hanno deciso
comunque di ripresentare questa proposta, senza un vero confronto sulla sua
validità e coerenza, ad un anno dalla scadenza della legislatura e senza
preventivo coinvolgimento delle forze politiche che dovrebbero sostenerla, una
volta avallata da 50.000 firme ed incardinata nell’agenda parlamentare.
Ecco perché, con una costruttiva lettera – a mia firma ma condivisa dall’intero
Consiglio Nazionale del MIR – abbiamo cercato chiarire la nostra imbarazzante
posizione all’interno della RIPD, chiedendo di aprire una discussione franca,
anche se tardiva, su quel testo, a partire dalle ‘obiezioni’ avanzate
pubblicamente [v]da Antonino Drago, autorevole esperto italiano di Difesa
Popolare Nonviolenta.
> «Già nell’art. 1 della LIP si afferma: “la difesa civile, non armata e
> nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione,
> protezione e gestione non armata dei conflitti, [è] complementare alle forme
> di difesa militare”. Nella relazione introduttiva alla PdL si parla poi di “…
> forme di difesa civile basate su principi non armati e
> nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza
> nazionale […] L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa
> militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori
> strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente,
> richiedono risposte civili…”. Ebbene, il fatto di aver definito la difesa
> civile e nonviolenta –l’aggiunta del termine “non armata” – mediante aggettivi
> quali “complementare”, “integrato”, “affiancata” nei confronti della
> tradizionale difesa basata sulle forze armate è il primo punto critico, da cui
> sorge legittimamente il dubbio che ad una visione alternativa se ne sia de
> facto sostituita una più ambigua e compromissoria» [vi].
IMMAGINE PUBBLICA E SOSTANZA EFFETTIVA…
A quell’appello, però, non a fatto seguito un’adeguata risposta ed anche qualche
altra timida voce di dissenso è stata subito messa a tacere, in nome di
un’adesione acritica e passiva a decisioni assunte verticisticamente, ma che
rischiano di compromettere la credibilità stessa del movimento per la pace ed in
particolare della sua componente tradizionalmente nonviolenta.
Nella conferenza stampa di presentazione pubblica e lancio pubblicitario della
L.I.P. – tenuta in Senato il 6 luglio 2026 [vii] – i relatori intervenuti hanno
piuttosto insistito sugli elementi che accomunano in modo un po’ generico le
persone che odiano la ferocia della guerra ed aspirano a modalità difensive e di
resistenza non armate. La prof.ssa De Cesare ha ribadito il no al riarmo, alla
retorica militarista e alla logica bellica. L’attore Ascanio Celestini ha
giustamente ricordato come anche in Italia la resistenza abbia spesso assunto le
caratteristiche di una difesa civile, disarmata e popolare.
Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, ha inquadrato la proposta
come uno strumento per aprire un nuovo scenario, attuando l’art. 52 della
Costituzione e contribuendo a costruire strutture di pace. Ha insistito,
inoltre, sull’esigenza di “mettere sotto un unico cappello quello che c’è già”,
sebbene – a dire il vero – i tre obiettivi individuati (prevenzione, gestione e
risoluzione dei conflitti) allo stato attuale siano lontani dall’essere stati
già affrontati organicamente ed efficacemente.
Guido Marcon (Sbilanciamoci!) ha parlato di dialogo, riconciliazione,
disobbedienza civile e resistenza, lamentando l’assenza dell’ONU ma ipotizzando
a livello italiano una difesa alternativa che integri servizio civile e ‘corpi
civili di pace’. Rossano Salvatore (CNESC), infine, ha insistito sul valore del
servizio civile ed ha fatto appello a ripartire da ciò che si è già fatto, ma
nella cornice di un Dipartimento specifico che coordini la difesa civile con le
preesistenti struttura della protezione civile nazionale e del corpo
(militarizzato)dei Vigili del Fuoco.
Insomma, in quella conferenza stampa si è parlato molto dello scenario e della
possibile trama dell’azione scenica da svolgervi, ma poco del copione che è
stato scelto per questo portare avanti compito. Si è mantenuto non a caso un
‘low profile’, lasciando intendere che la legge proposta sarebbe in fondo una
necessaria razionalizzazione di ciò che c’è già, guardandosi bene viceversa
dall’insistere sulla carica alternativa, antimilitarista e nonviolenta insita in
una difesa civile, sociale e popolare degna di questo nome.
Peccato davvero, perché il comprensibile realismo di un ‘programma costruttivo’
non mi sembra che giustifichi una versione annacquata ed ambigua di quella vera
alternativa difensiva che, invece, sarebbe l’unica seria motivazione per uscire
dalle secche della rassegnazione e dell’adattamento ad una deriva militarista,
riarmista e bellicista.
La stessa campagna di rilancio dell’obiezione di coscienza, a mio avviso,
potrebbe essere compromessa da questo totale investimento sulla normalizzazione
legislativa di una difesa solo ‘altra’, per di più col rischio che un eventuale
fallimento della sua sottoscrizione si riverberi negativamente su tutto il
movimento italiano per la pace oppure che, una volta giunta sui banchi del
Parlamento, quella zoppicante proposta venga ulteriormente azzoppata e
cinicamente fagocitata dalla logica perversa del complesso militare-industriale.
Non era questa “l’aggiunta nonviolenta” di cui parlava Aldo Capitini, che
avrebbe nutrito seri dubbi sulla strumentale banalizzazione di quella
nonviolenza alla cui teoria e pratica aveva dedicato i suoi fondamentali
contributi ed alla quale dovrebbero comunque ispirarsi, anche al loro interno,
coloro che si fregiano di quel titolo.
Ermete Ferraro
[i] https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf
[ii] https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/
[iii] https://ermetespeacebook.blog/2014/11/23/nonviolenza-o-nonvolenza/
[iv] Cfr. alcuni miei precedenti articoli, fra
cui: https://ermetespeacebook.blog/2021/04/03/piano-di-ripresa-militar-industriale/
https://ermetespeacebook.blog/2024/11/14/un-militarismo-futurista/
[v] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/05/16/nonviolenzala-legge-sulla-difesa-popolare-non-protegge-lobiezione/8388182/
[vi] Dalla lettera inviata il 12 maggio 2026 dal MIR Italia alla Segreteria
della Campagna “Un’altra difesa è possibile”
[vii] https://retepacedisarmo.org/2026/un-altra-difesa-e-possibile-accelera-la-raccolta-verso-lobiettivo-delle-50-000-firme-necessarie-per-il-deposito-del-testo-di-legge/
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Dal caso Fakir all’ordine pubblico nelle scuole: l’altro volto della militarizzazione
Il caso dell’uccisione di Fakir, a Bologna, ad opera dei due poliziotti, ci
riporta ancora una volta al concetto di fondo, alla base della militarizzazione
della società: il conflitto, il disagio o anche solo la sofferenza/fragilità
anche psichica, in tutte le sue forme esteriori, a volte “plateali” e
impressionanti, affrontato come un problema di ordine pubblico.
Qualche anno fa nell’ex-istituto magistrale “Caetani“, una scuola superiore
piuttosto nota, al centro di Roma, una ragazza di 14-15 anni, peraltro anche
molto minuta di corporatura, come in analoghi casi, però di “mala-polizia”,
stava dando in “escandescenza”, (termine un po’ abusato in questi ultimi anni e
usato per Aldovrandi, Magherno e tanti altri) secondo dinamiche molto simili al
mondo degli adulti, in cui tali azioni rientrerebbero nel cosiddetto “delirio
iperattivo”: la fronte sbattuta ripetutamente contro le pareti di una classe
(vuota), urla, movimenti repentini e scoordinati del corpo, banchi e sedie
buttate rumorosamente a terra, ecc. Insomma, una situazione in cui il
contenimento da parte di persone adulte, docenti ed operatori, educatori,
insegnanti di sostegno, collaboratori scolastici, in teoria preparati a tali
situazioni, potevano certamente mettere in campo soluzioni alternative alla
chiamata delle forze dell’ordine in quel caso i Carabinieri.
Vogliamo ricordare a tutti i colleghi e colleghe, ma anche a tutti i cittadini e
le cittadine, che cosa riporta il sito ufficiale del numero di emergenza “112”
ex-numero di emergenza dei Carabinieri: il numero unico europeo per le emergenze
(NUE) 112 è il numero di telefono per chiamare i servizi di emergenza in tutti
gli Stati membri dell’Unione Europea. Prevede una centrale unica di risposta
(CUR), nella quale vengono convogliate le linee 112, 113, 115 e 118.
All’interno della Centrale gli operatori, formati per gestire la prima risposta
alla chiamata, smistano le telefonate agli enti responsabili della gestione
delle emergenze (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco o il
Soccorso sanitario). Dunque, è chi chiama che deve specificare in modo assertivo
e convincente, fornendo tutti gli elementi oggettivi che si tratta di
un’emergenza sanitaria e non di ordine pubblico, perché in caso contrario è
sempre un poliziotto o un carabiniere che arriva e molto spesso si ritrova a
dover applicare il proprio protocollo con il corpo dell’esagitato/a sbattuto a
terra a pancia in giù e con due o tre agenti sopra di lui a contenerlo.
In un istituto superiore, quindi, dove si insegnano pedagogia, psicologia e
sociologia, docenti un po’ impauriti e/o sprovveduti, preferirono chiamare le
forze dell’ordine proprio come se fosse, appunto, un problema di ordine
pubblico. Quando la marginalità, la povertà socio-economica, lo stato di
disoccupazione, vengono riclassificati sotto il capitolo della “colpa” con lo
stigma sociale del demerito, ecco che si fa strada l’atteggiamento
giustificazionista nei confronti del “lavoro sporco” fatto dai poliziotti in
nome e per conto della società: questi omicidi, quando emergono e non rimangono
nel dimenticatoio dei trafiletti delle cronache locali, vengono a loro volta
derubricati in chiave di “tragiche fatalità” o “serie sfortunate di circostanze
rivelatesi poi fatali”.
La militarizzazione delle scuole passa anche attraverso le modalità di
intervento qui sopra descritte, che non rappresentano affatto casi isolati:
come, per esempio, quando ci si ritrova ad affrontare casi di presenza, vera o
presunta, di sostanze stupefacenti, come la diffusissima cannabis: qui, spesso,
l’atteggiamento da parte di molti colleghi e colleghe è analogo, se non ancora
più repressivo.
Il corpo docente, in quei casi, non dovrebbe passare dalla figura del pubblico
ufficiale “civile” a quello con le stellette, ma affrontare il caso come una
sfida professionale nel quadro del proprio ruolo sociale di educatore.
In concreto, come avvenne qualche anno fa in un istituto scolastico superiore di
Bracciano, area peraltro fortemente militarizzata, se un allievo quattordicenne
tiene nervosamente e con “fare sospetto” uno zainetto, tornato in classe dopo
essere andato in bagno e il docente presume che questo contenga della cannabis,
non si sequestra il “corpo del reato” affinché la dirigente scolastica lo
custodisca nella propria cassaforte; allo stesso modo, si può trovare una
strategia alternativa alla chiamata della volante dei Carabinieri che (in
divisa) fa irruzione nell’istituto proprio nel momento in cui c’è l’uscita degli
studenti e delle studentesse per la fine delle lezioni! Il quattordicenne fu
subito etichettato dagli altri studenti come “spacciatore” mentre i compagni di
“bravate”, sapendolo sotto torchio nell’ufficio dei Carabinieri, come
delatore/traditore.
Questi due casi concreti, presi ad esempio, rappresentano l’altra faccia della
medaglia della militarizzazione delle scuole in cui tutti i colleghi e le
colleghe sono chiamati a trovare e provare soluzioni alternative a misure di
semplice “ordine pubblico” che hanno ben poco di educativo e che non
rappresentano di certo un esempio di prevenzione del disagio o della devianza,
ma solo come più volte ricordato di deterrenza.
Mentre scriviamo, ad una settimana esatta dal caso Fakir, a Cosenza, un altro
giovane, Momo (qui l’articolo dell’Osservatorio), agli arresti domiciliari, con
una diagnosi conclamata di depressione e appuntamento già fissato la settimana
successiva presso il Centro di Igiene Mentale, durante l’ennesima perquisizione
domiciliare da parte dei Carabinieri, dalla finestra della sua stanzetta da
letto, si lancia nel vuoto trovando la morte.
(https://www.radiondadurto.org/2026/07/24/cosenza-mohamed-amin-bessioud-morto-suicida-durante-un-controllo-di-carabinieri-interrogativi-sullintervento-e-sulla-tutela-delle-persone-fragili/).
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle
Università
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