#war Conflitto all’#Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
#italianairforce
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle
infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi
(Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato
diverse missioni nell’area del Golfo,
https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/03/conflitto-alliran-laeronautica-militare.html
Le armi ‘made in Italy’ impiegate nella guerra all’Iran
La Federazione Anarchica Livornese oggi interviene esprimendosi contro la guerra
e per il ritiro delle missioni militari italiane all’estero e la chiusura delle
basi Usa in Italia e segnalando che WASS Fincantieri che ha sede a Trieste e
numerosi stabilimenti i Italia e nel mondo, uno anche a Livorno, fabbrica i
siluri leggeri MU90 che, con un accordo da 200 milioni di euro appena stipulato
con il governo italiano, il Belapese fornirà alla Marina Reale Saudita.
L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad
una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Persico al Mediterraneo. La propaganda
ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che
governa il paese, ma sappiamo bene che non sono mai interventi militari di
potenze straniere a poter favorire processi di emancipazione e liberazione.
Negli ultimi mesi diverse tendenze rivoluzionarie iraniane, in lotta contro il
proprio governo, ci avevano messo in guardia, indicando proprio un intervento
militare imperialista tra i più grandi rischi per le aspirazioni di libertà
delle classi sfruttate e oppresse in Iran. L’intervento militare di USA e
Israele mira a bloccare la crisi rivoluzionaria in Iran, che era esplosa con il
movimento insurrezionale del dicembre e gennaio scorsi. La guerra spazza via
dalla scena le masse in rivolta, già colpite duramente dalla terrificante
repressione degli scorsi mesi, e rafforza invece la Repubblica Islamica che può
fare appello all’unità nazionale e alla difesa del paese contro l’aggressione
straniera. Anche un eventuale collasso della Repubblica Islamica, nel contesto
della guerra rischierebbe di lasciare spazio ad un “cambio di regime” gestito da
forze reazionarie, magari supportate da potenze globali e regionali.
Le ripercussioni della reazione iraniana all’attacco statunitense e israeliano
svelano un altro scenario, in cui gli USA impongono un disciplinamento degli
stati della penisola arabica. Negli ultimi mesi avevamo assistito ad un
avvicinamento della Arabia Saudita ai BRICS e ad un’alleanza militare
dell’Arabia con il Pakistan (potenza nucleare) in funzione antiisraeliana;
mentre il Qatar si era proposto come mediatore tra Israele ed Hamas e l’Oman fra
Iran e USA. La guerra impone ora un riallineamento a quei paesi che sembravano
muoversi anche in autonomia rispetto alla secolare subordinazione
all’imperialismo angloamericano.
Intanto il governo italiano dichiara “non siamo in guerra”. Ma l’Italia è
pienamente coinvolta in questa guerra.
Oltre al supporto politico assicurato dal governo agli USA e ad Israele, c’è il
coinvolgimento negli attacchi delle basi statunitensi in Italia, a partire da
Sigonella e dal MUOS, ci sono missioni militari italiane nei paesi del Golfo:
solo tra Iraq e Kuwait sono presenti mille soldati italiani, divisi tra la base
di Erbil, in Iraq, e Ali-al-Salem in Kuwait.
Militari italiani sono già presenti in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto,
oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Pertanto i soldati italiani
nell’area sono molto più numerosi dei 2500 indicati dalla stampa ufficiale. Il
governo ha già inviato aiuti a Cipro, dove la scorsa settimana sono state
colpite le basi sovrane inglesi, da cui sono partiti attacchi allo Yemen e voli
spia su Gaza. Nel quadro di un intervento europeo l’Italia ha annunciato di
voler schierare a Cipro la fregata missilistica Federigo Martinengo, e di voler
inviare sistemi anti-droni e sistemi di difesa anti-missilistica SAMP-T.
Il governo è pronto ad intervenire direttamente nel Golfo Persico con l’invio di
una o più fregate e ad inviare armi a Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, in
particolare i sistemi contro droni e missili.
SILURI WASS ALL’ARABIA SAUDITA: LE ARMI PER LA GUERRA ALL’IRAN PARTONO ANCHE DA
LIVORNO
Proprio qui, a Livorno, saranno prodotte alcune delle armi usate in questa
guerra.
La WASS Fincantieri, che ha qui la sua principale sede produttiva, ha appena
stretto un accordo da 200 milioni di euro per una fornitura di siluri leggeri
MU90 alla Marina Reale Saudita.
Questo spiegherebbe secondo varie fonti giornalistiche il tanto discusso viaggio
del ministro Crosetto a Dubai. È probabile che il governo Meloni sia venuto a
conoscenza in anticipo dell’attacco all’Iran e abbia spedito il ministro
Crosetto come commesso viaggiatore dell’industria bellica italiana. In ogni caso
è chiaro che uno degli obiettivi del governo è modificare la legge 185/90
sull’esportazione di armi.
Il governo Meloni ha fatto approvare in parlamento una risoluzione che prevede
il rafforzamento delle missioni in Medio Oriente, la partecipazione a missioni
UE in difesa di paesi dell’UE come Cipro, inoltre conferma l’autorizzazione
all’uso delle basi statunitensi. Intanto il presidente Mattarella fa appello al
senso di comunità.
Bisogna fermare l’aggressione imperialista, in modo che le classi sfruttate
iraniane possano davvero liberarsi dai loro oppressori.
Scendiamo in piazza per il ritiro immediato delle truppe italiane dal Golfo
Persico e dal Mar Rosso; per la chiusura delle basi militari italiane e delle
potenze globali nel Golfo Persico nel Corno d’Africa e delle basi inglesi a
Cipro; per il blocco di ogni missione in partenza da Sigonella verso il Medio
Oriente e il blocco dell’attività del MUOS di Niscemi.
Redazione Italia
Conflitto all’Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle
infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi
(Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato
diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il
conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14
voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed
Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing
KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo
dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è
presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il
rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari
del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente
movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar.
“Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di
andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico,
principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A
dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento
in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento
di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari,
rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni
di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno
sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto
rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima
tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del
personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130
dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait.
Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento
presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che
avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia
Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di
stanza proprio nello scalo siciliano.
Possibile lancia campagna NO DDL “anticritiche”
Possibile ha lanciato una raccolta firme per fermare il cosiddetto DDL
“antisemitismo”. La trovi all’indirizzo tinyurl.com/stopddl
Perché firmare? Il Senato ha approvato il DDL antisemitismo. Un DDL non combatte
l’odio: strumentalizza le critiche. La definizione IHRA adottata dal testo
equipara l’antisemitismo alla critica politica a un governo – e lo dicono le
stesse organizzazioni ebraiche antirazziste. Inoltre, le scuole verrebbero
formate su una definizione politicamente contestata da giuristi e relatori
speciali ONU, oltre che da alcune realtà ebraiche antirazziste. L’articolo 3
prevede, infine, il potere di bloccare manifestazioni e cortei. Trovi tutti i
dettagli nel testo della raccolta.
La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il
popolo palestinese, il contrasto al genocidio e la critica ad un governo come
quello di Israele non sono negoziabili.
Firma la petizione lanciata da Possibile, a prima firma Francesca Druetti e
Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti.
In poche ore la petizione ha raggiunto 15’000 firme.
Possibile
Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Rilanciamo un ampio stralcio del contributo (linkato a piè di pagina) di Gianni
Alioti – ripreso recentemente sulle pagine di sulatesta.net.- che fa riferimento
all’ultimo numero della rivista Su la testa. Argomenti per la Rifondazione
Comunista (n. 28/25), dedicata al Rapporto all’Onu di Francesca Albanese (la
Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei
Territori palestinesi occupati). Un intervento che smaschera il ruolo della
Leonardo Spa, mettendo in risalto le numerose omissioni e ammissioni di Roberto
Cingolani, Chief Executive Officer (“cioè il massimo dirigente”, così come
sottolineato dall’autore) del gruppo multinazionale[accì]
[…] E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu2 sulla
situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967,
definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie
operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero
uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo.
Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2%
delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza interna zio nale. Degli
oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il
13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo
tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a
Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto
“mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal
2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel
“resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella. Nel momento che il portafoglio
ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle
politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in
Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di
non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in
un generico mercato dual use per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza.
Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’.
Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei
fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di
1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin
Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un
comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire
dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro
produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato,
utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni
navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti
di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti
dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile.
Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo
«Non si dicono bugie al Papa».
Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine
settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della
Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere
l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti
manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il
genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le
accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come
Israele»3. È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di
Leonardo?
Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni
Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel
genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai
ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale
dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni –
rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali
dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni
che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e
dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la
circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando
vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come
nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso
altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia
della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti
umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi
internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite.
Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di
supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i
trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a
Varese). Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu
firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi
simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti
dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora
bombardano Gaza.
Analizziamo ora le omissioni
Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo
Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la
sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista
geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate).
Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di
fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di
dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla
Agusta Westland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da
Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari
comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove
infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del
vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un
trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale
coerente o no con il proprio Codice Etico.
Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei
cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in
dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati
nelle nuove corvette in costruzione.
Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro
cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe
Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine
Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una
cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa.
Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto
Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori
affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per
un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e
manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale
d’armamento dall’Italia a Israele.
L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati
negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato
opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90,
la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza
di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo
saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la
cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei
cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica
illecita di triangolazione.
La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come
Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di
Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione
non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager
di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia
potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come
l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania.
L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di
Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la
principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del
controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da
Airbus Group e BAE Systems.
Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti
chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in
numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati
uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento
negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39,
prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di
essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA
Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi
trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso
l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400
milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.
E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione
imbarazzante
Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al
programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense
Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara)
dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti
elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei
caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi
lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024
Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e
partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei
bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio
una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore degli
F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia
del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui
territori palestinesi occupati.
* GIANNI ALIOTI È ATTIVISTA E RICERCATORE DI THE WEAPON WATCH – OSSERVATORIO
SULLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI
Redazione Italia
L’attacco all’Iran è anche un attacco all’ONU
Il 16 febbraio, uno di noi (Jeffrey Sachs) ha inviato una lettera al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite avvertendo che gli Stati Uniti erano sul punto
di stracciare la Carta delle Nazioni Unite. Quell’avvertimento si è ora
avverato.
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra non provocata contro l’Iran,
in flagrante violazione dell’articolo 2(4) della Carta, senza l’autorizzazione
del Consiglio di Sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa
ai sensi dell’articolo 51.
Stanno cercando di uccidere la Carta delle Nazioni Unite e lo Stato di diritto
internazionale, ma falliranno.
Il 28 febbraio, al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti e i loro alleati
hanno rivolto la loro condanna non all’aggressione americana e israeliana, ma
all’Iran. Uno dopo l’altro, gli alleati degli Stati Uniti hanno condannato
l’Iran per i suoi attacchi di rappresaglia, ma assurdamente non hanno condannato
l’attacco illegale e non provocato degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.
Il comportamento di questi paesi è stato vergognoso e ha capovolto completamente
la realtà.
Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono stati descritti da Trump
come necessari perché l’Iran “ha rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle
proprie ambizioni nucleari e non possiamo più tollerarlo”.
Si tratta ovviamente di una bugia bell’e buona. Come riportato nella lettera del
16 febbraio, dieci anni fa l’Iran ha accettato un accordo nucleare, il Piano
d’azione congiunto globale (JCPOA), adottato dal Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite con la risoluzione 2231. È stato Trump a strappare l’accordo nel
2018.
Nel giugno 2025, Israele ha bombardato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati tra
Stati Uniti e Iran. Anche questa volta, i piani di guerra di Israele e Stati
Uniti erano stati definiti settimane fa, quando Netanyahu ha incontrato Trump, e
i negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran erano una farsa. Questo sembra
essere il nuovo modus operandi degli Stati Uniti: avviare negoziati e poi mirare
ad assassinare le controparti.
È facile capire perché gli alleati degli Stati Uniti si comportino in modo
imbarazzante e umiliante come hanno fatto al Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. Oltre agli Stati Uniti, otto degli altri 14 membri del Consiglio
ospitano basi militari statunitensi o concedono all’esercito americano l’accesso
alle basi locali: Bahrein, Colombia, Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia,
Panama e Regno Unito.
Questi paesi non sono completamente sovrani. Sono parzialmente governati dagli
Stati Uniti. Le basi militari statunitensi ospitano operazioni della Cia e i
paesi ospitanti sono costantemente all’erta per cercare di evitare la
sovversione degli Stati Uniti nei propri paesi.
Come disse Henry Kissinger nella famosa espressione “Essere nemici dell’America
può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale”. A questo possiamo aggiungere
che ospitare basi militari statunitensi e operazioni della Cia significa
trasformare il proprio paese in uno Stato vassallo.
Come esempio assurdo, ma significativo, l’ambasciatrice danese ha ripetuto
pappagallescamente ogni argomento degli Stati Uniti, puntando il dito contro
l’Iran per la sua aggressività, come se l’Iran non fosse stato attaccato dagli
Stati Uniti e da Israele. Ha completamente dimenticato che un vassallaggio così
umiliante nei confronti degli Stati Uniti non gioverà alla Danimarca se gli
Stati Uniti dovessero occupare la Groenlandia.
Le voci sincere al Consiglio di Sicurezza provenivano dai paesi non occupati
dagli Stati Uniti.
La Russia ha spiegato correttamente che il cosiddetto Occidente (cioè i paesi
occupati dagli Stati Uniti) sta incolpando la vittima quando punta il dito
contro l’Iran. La Cina ha ricordato al Consiglio che la crisi è iniziata con gli
attacchi degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, non con la rappresaglia
dell’Iran.
L’ambasciatore della Somalia, parlando a nome di diversi Stati membri africani,
ha descritto in modo veritiero la causa di questa recente escalation. Il
rappresentante presso le Nazioni Unite della Lega degli Stati Arabi ha parlato
in modo brillante della causa principale della folle aggressione di Israele: la
negazione dei diritti al popolo palestinese e il ricorso da parte di Israele a
omicidi di massa e guerre regionali per impedire la nascita di uno Stato
palestinese.
Quando l’Iran reagisce contro le basi militari statunitensi nel Golfo, esercita
il suo diritto intrinseco di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta.
Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti e Israele stanno apertamente e
ripetutamente assassinando i leader iraniani, con l’obiettivo di rovesciare il
suo governo. Quando gli Stati uccidono un capo di Stato straniero e tentano di
distruggere il governo, il bersaglio di tali minacce ha il diritto, secondo il
diritto internazionale, di difendersi.
Il bombardamento statunitense-israeliano ha ucciso non solo la Guida Suprema
dell’Iran e diversi alti funzionari governativi, ma anche più di 140 (il New
York Times ora ne riporta almeno 175) ragazze nella loro scuola a Minab. Queste
bambine sono vittime di un orribile crimine di guerra.
I paesi che oggi hanno dato il via libera agli Stati Uniti e a Israele per
questi omicidi – in particolare Danimarca, Francia, Lettonia, Regno Unito e,
naturalmente, gli Stati Uniti – sono anch’essi complici di questo crimine di
guerra.
Questa riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà
probabilmente ricordata come il giorno in cui le Nazioni Unite hanno cessato di
funzionare dalla loro sede sul suolo americano.
Un’organizzazione internazionale dedicata alla risoluzione pacifica delle
controversie non può operare in modo credibile da un paese che intraprende
guerre illegali, minaccia di annientare gli Stati membri e tratta le risoluzioni
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come strumenti usa e getta di
convenienza.
Affinché le Nazioni Unite possano sopravvivere, e abbiamo bisogno che
sopravvivano, avranno bisogno di diverse sedi in tutto il mondo – in Brasile,
Cina, India, Sudafrica e altri paesi – che onorino la vera multipolarità del
nostro mondo.
Siamo chiari su ciò che gli Stati Uniti e Israele stanno perseguendo.
L’obiettivo degli Stati Uniti non è la sicurezza del popolo americano.
L’obiettivo è l’egemonia globale. Il tentativo è quello di distruggere l’Onu e
lo Stato di diritto internazionale – un tentativo che fallirà.
L’obiettivo di Israele è quello di creare una Grande Israele, distruggere il
popolo palestinese e affermare la propria egemonia su centinaia di milioni di
arabi in tutto il Medio Oriente (dal Nilo all’Eufrate, come ha recentemente
affermato l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee).
Gli sforzi deliranti degli Stati Uniti per ottenere l’egemonia globale stanno
procedendo regione per regione. Gli Stati Uniti hanno recentemente affermato, in
una presunta rivisitazione completamente distorta della Dottrina Monroe, di
controllare l’emisfero occidentale e di poter dettare ai paesi latinoamericani
come condurre i propri affari economici e politici.
Gli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano in carica per dimostrare
la loro tesi e ora minacciano di rovesciare anche il governo cubano.
L’attuale guerra contro l’Iran mira a dimostrare che gli Stati Uniti possiedono
anche il Medio Oriente. La guerra fa parte di una campagna trentennale, avviata
dalla dottrina Clean Break (“taglio netto”,s’intende non avere remore) per
rovesciare tutti i governi che si oppongono all’egemonia degli Stati Uniti e di
Israele nella regione.
Queste guerre congiunte tra Israele e Stati Uniti hanno incluso il genocidio a
Gaza, l’occupazione della Cisgiordania e decenni di guerre e operazioni di
cambio di regime in Iran, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.
Una parte del piano globale degli Stati Uniti consiste nel requisire le
esportazioni mondiali di petrolio e indebolire così la Cina e la Russia. La
conquista del Venezuela da parte degli Stati Uniti era finalizzata ad assicurare
il controllo americano sulle esportazioni petrolifere di quel Paese, in
particolare per controllare il flusso di petrolio verso la Cina.
Le sanzioni statunitensi contro la Russia mirano a impedire che il petrolio
russo raggiunga l’India e la Cina. Ora gli Stati Uniti mirano a fermare il
flusso di petrolio iraniano verso la Cina. Più in generale, gli Stati Uniti
mirano a controllare l’intera regione del Golfo più l’Iran per mantenere il loro
dominio imperiale.
L’ordine internazionale che Franklin ed Eleanor Roosevelt hanno contribuito a
costruire dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale si basava su un’idea
semplice e profonda: che la legge e il rispetto, non la forza, dovessero
governare le relazioni tra gli Stati.
Quell’idea viene ora distrutta proprio dalla nazione che ha fatto di più per
promuoverla fondando l’ONU. L’ironia è amara oltre ogni misura.
La verità è che la devastazione della guerra non colpirà direttamente il
cosiddetto Occidente: i loro figli non subiranno traumi o morte e i loro paesi
non saranno incendiati. Le vittime di questo attacco sono i popoli del Medio
Oriente. Sono loro i sacrificabili che soffrono per l’arroganza occidentale,
l’abuso di potere e la dipendenza dalla guerra.
In secondo luogo, se Israele continuerà la sua dipendenza dalla guerra e
dall’occupazione, anch’esso non sopravviverà. Tale dipendenza rappresenta un
misto di teocrazia e stress post-traumatico.
Una parte di Israele crede di essere il regno biblico del V secolo a. C. L’altra
parte vive nel ricordo traumatico dell’Olocausto ed è quindi determinata a
uccidere qualsiasi avversario percepito piuttosto che imparare a convivere con
esso in pace.
La contorta difesa dell’ambasciatore israeliano dell’attacco sfrontato di
Israele all’Iran, come al solito, ha citato la Bibbia e Auschwitz come le due
giustificazioni. Questi sono i due riferimenti perenni di Israele, ma non il
mondo reale di oggi.
Uno Stato che dipende dalla guerra permanente, dall’occupazione permanente e dal
massacro dei palestinesi, nonché dalla sottomissione indefinita di milioni di
persone, non ha un futuro praticabile, e le politiche che gli Stati Uniti stanno
attualmente perseguendo per conto di Israele accelereranno piuttosto che
impedire tale esito.
La soluzione dei due Stati, che il Consiglio ha ripetutamente approvato, offre a
Israele una via verso la pace. Tragicamente, Israele la rifiuta. Il risultato,
alla fine, sarà la fine dello stesso Israele nella sua forma attuale,
soprattutto perché la popolazione statunitense si sta rapidamente rivoltando
contro la violenta teocrazia israeliana e si sta schierando a favore della causa
palestinese.
Forse ci sarà un unico Stato democratico in cui arabi ed ebrei vivranno insieme
in pace, ponendo fine al regime di apartheid.
Sono verità dure, ma le emergenze richiedono onestà. L’Onu sta venendo uccisa da
Israele e dagli Stati Uniti. Il Consiglio di Sicurezza deve risvegliarsi
dall’occupazione militare degli Stati Uniti e ricordare che è custode della
promessa della Carta delle Nazioni Unite di mantenere la pace e la sicurezza
internazionali.
Jeffrey Sachs (economista statunitense, consulente dell’Onu in varie occasioni)
e Sybil Fares (consulente dell’Onu sullo sviluppo sostenibile)
(traduzione di Giorgio Riolo)
ANBAMED
Trump contro l’élite della politica estera
Articolo di Paul Heideman
L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da
gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva
fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo,
l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali
Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della
guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro
e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente
dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di
ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile
record dell’Operazione Iraqi Freedom.
Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente
impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e
incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla
regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno
chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello
scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente
pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela
molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump
sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della
guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i
suoi sostenitori tra i vertici aziendali.
Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una
spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità
più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che
questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana –
sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi
settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network
pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e
l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera
americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che
contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla
bellicosità di Trump negli ultimi mesi.
IL NETWORK PENSANTE
Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX
secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank,
a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il
Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni,
nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti
dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign
Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta
fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono
l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione
Trilaterale.
Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In
primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave
del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy:
Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere
in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’
contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato
il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto
rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati
uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da
parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio
di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i
problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle
possibili soluzioni politiche.
L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è
quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza
americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello
cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste
posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica
estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano
in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni
decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha
affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione
Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si
sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure
si prendono in mano la leva di persona».
I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo
luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi
direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo,
i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti
direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van
Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016,
> Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di
> pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra
> Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro
> contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori
> sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole,
> scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite
> aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica.
Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste
dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un
fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere
presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo
consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e
amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso
modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il
suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore
di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo
consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del
Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione
è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie.
Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti.
Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il
personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati
e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa
supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste
istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente
aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico
consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare
l’accordo.
LA RETE SI È ROTTA
La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa
tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente
ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper
come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster
come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano
tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure
analoghe nelle precedenti amministrazioni.
Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le
amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn
e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili
della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank.
Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica
estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133.
Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e
de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata
nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con
tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e
significativa con la precedente configurazione del potere delle élite».
Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura
radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la
voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma
nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle
amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della
Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato.
Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa
di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano
d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura
violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo,
il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la
legittimità.
Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background
istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera,
la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione
significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura
inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano
ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva
nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi
per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa.
Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o
Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di
un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump,
proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via
più facile.
La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure
paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha
alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo
aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente
J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno
alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili
politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen
Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare
(l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina
all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di
Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry
Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e
faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a
livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili
nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente
associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un
tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby
israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la
missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare
l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico
delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore
chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran.
Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma
fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute
(Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato
profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori,
ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del
consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico
ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti
funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John
Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno
ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha
praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di
pianificazione della politica estera.
In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella
seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente
disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate,
il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di
intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il
male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il
Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più
radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin
dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze
militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano
sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico
rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la
Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una
politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti.
E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo
bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter
replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso
e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò
fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico
incredibilmente incompetente.
Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia
per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di
sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in
cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e
nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali
dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia.
Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento
dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era
ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli
effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi
nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di
società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della
difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think
tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi
appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori.
Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di
rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano
aggravate.
La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un
insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta
a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle
amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a
tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump
e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre.
*Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso
la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How
Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo
articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
L'articolo Trump contro l’élite della politica estera proviene da Jacobin
Italia.
Contro la militarizzazione della scuola, una mobilitazione degli studenti per la pace
La mobilitazione studentesca contro la militarizzazione rappresenta un esempio
significativo di partecipazione politica giovanile sui temi della pace, della
spesa pubblica e del ruolo delle istituzioni educative nella società
contemporanea.
In particolare un’iniziativa organizzata dalla Rete degli Studenti Medi e
dall’Unione degli Universitari si è svolta presso il Ponte dei Serpenti a Roma,
dando avvio a una giornata di mobilitazione diffusa nelle scuole e nelle
università di tutta Italia, in coordinamento con analoghe mobilitazioni in altri
Paesi europei, tra cui la Germania.
«La mobilitazione – affermano gli studenti – arriva mentre nel mondo cresce
l’escalation bellica e l’incapacità del governo Meloni è sempre più evidente.
Mentre continua il genocidio in Palestina e, dopo le varie aggressioni degli
ultimi mesi, gli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro l’Iran
hanno aperto un nuovo e pericoloso fronte di guerra in Medio Oriente, con
bombardamenti, vittime civili e il rischio concreto di un conflitto regionale
più ampio. Mentre miliardi di euro vengono destinati alle armi e alla
militarizzazione, nelle scuole e nelle università mancano fondi, spazi,
trasporti e diritti».
La denuncia della militarizzazione coinvolge sempre più anche il mondo delle
istituzioni educative, attraverso forme di propaganda, attività di addestramento
e iniziative di reclutamento promosse da organizzazioni militari. Secondo gli
studenti, si tratta di un processo che rischia di normalizzare la presenza della
guerra nella vita quotidiana, penetrando nei linguaggi, nelle scuole, nei
giochi, nelle mode e nei media.
Diventa quindi necessario smascherare i meccanismi culturali che plasmano
mentalità e desideri, sviluppando una coscienza critica vigile e consapevole.
Solo attraverso un’educazione alla nonviolenza e una pratica quotidiana di
dialogo e responsabilità è possibile coltivare quei “semi di disarmo culturale”
che contribuiscono a costruire una reale cultura della pace.
Critica al riarmo e alle politiche di difesa
Alla base della protesta vi è una critica al piano di riarmo promosso
dall’Unione Europea e alle proposte di introduzione di forme di leva militare
volontaria. Secondo gli studenti, tali politiche rappresenterebbero una risposta
inadeguata alle tensioni internazionali contemporanee e rischierebbero di
sottrarre risorse economiche a settori fondamentali come l’istruzione, la sanità
e il welfare.
La mobilitazione si inserisce in un contesto globale segnato da conflitti e
tensioni geopolitiche sempre più evidenti. Nel comunicato diffuso dagli
organizzatori vengono citati, tra gli esempi più rilevanti, la guerra e la crisi
umanitaria in Palestina e le tensioni militari che coinvolgono Iran, Stati Uniti
e Israele, considerate segnali di un’escalation bellica sempre più preoccupante.
Uno degli aspetti centrali della protesta riguarda proprio il rapporto tra
politiche di difesa e investimenti pubblici. Gli studenti sostengono che
l’aumento delle spese militari avvenga in un momento in cui scuole e università
italiane continuano a soffrire di gravi carenze strutturali: mancanza di fondi,
spazi insufficienti, servizi di trasporto inadeguati e limitate opportunità per
gli studenti. In questa prospettiva, il riarmo non viene percepito come uno
strumento di sicurezza, ma come una scelta politica che rischia di compromettere
il futuro delle nuove generazioni.
Difendere la funzione educativa di scuole e università
Un ulteriore elemento di critica riguarda la possibile presenza di programmi o
iniziative legate al mondo militare all’interno delle istituzioni educative. I
manifestanti esprimono la preoccupazione che scuole e università possano
trasformarsi in luoghi di propaganda bellica o in bacini di reclutamento,
snaturando la loro funzione educativa e formativa.
Al contrario, gli studenti rivendicano il diritto a un sistema educativo fondato
su valori di pace, cooperazione internazionale e sviluppo sociale. In questa
prospettiva, scuola e università dovrebbero essere spazi di formazione critica,
di dialogo e di costruzione di una cittadinanza consapevole.
In effetti, la mobilitazione studentesca non rappresenta soltanto una protesta
contro specifiche politiche di difesa, ma si configura come una riflessione più
ampia sul modello di società e sulle priorità della spesa pubblica. Attraverso
la loro iniziativa, gli studenti chiedono che le risorse dello Stato e
dell’Europa vengano indirizzate soprattutto verso istruzione, sanità e welfare,
considerati strumenti fondamentali per costruire un futuro più equo, solidale e
pacifico.
L’osservatorio contro la militarizzazione della scuola
«L’operazione che porta i militari nelle scuole e gli studenti nelle caserme –
spiega su Avvenire Michele Lucivero, insegnante a Bisceglie e responsabile
dell’Osservatorio – è diffusa da anni e riguarda tutte le fasce d’età: dalle
scuole primarie alle superiori fino all’università. Si va dagli alunni di una
scuola elementare di Trani ai quali sono state fatte maneggiare armi, agli
studenti più grandi che possono svolgere i Percorsi per le competenze
trasversali e l’orientamento (Pcto) in aziende del comparto
militare-industriale, nelle caserme o nelle basi militari. Succede, per esempio,
nella ex base Nato di Sigonella.
Lunga anche la lista delle classi in cui l’armamentario bellico entra nelle aule
sotto forma di computer, droni e robot “dual use”: strumenti utilizzati a scuola
per esperimenti e attività didattiche ma progettati, in altri contesti, per
impieghi militari. A Palermo, recentemente, i vigili urbani hanno organizzato,
alla presenza di una scuola della città, una simulazione dell’arresto di un
criminale: durante la dimostrazione sono stati esplosi colpi a salve, che hanno
spaventato diversi bambini».
L’Osservatorio raccoglie segnalazioni e monitora attivamente la stampa locale
per individuare e documentare episodi simili sul territorio. Grazie alla rete di
lavoratori della scuola e alla collaborazione con associazioni pacifiste, cerca
poi di intervenire dall’interno degli istituti per contrastare queste iniziative
una per una.
«Normalmente – racconta Lucivero – i progetti e le uscite didattiche seguono un
iter di approvazione molto preciso: vengono presentati al collegio docenti e
successivamente votati nei consigli di classe. Ci siamo accorti, però, che
questa procedura partecipativa e democratica viene spesso aggirata quando si
tratta di iniziative legate al mondo militare. Un comandante di caserma o un
sindaco contatta direttamente il dirigente scolastico e annuncia una
manifestazione istituzionale per la quale è richiesta la presenza di una
rappresentanza della scuola. A quel punto la partecipazione avviene senza
ulteriori passaggi. Per questo – conclude – è necessario formare e
sensibilizzare il personale scolastico affinché queste iniziative possano essere
valutate e, se necessario, fermate».
Proprio con questo obiettivo l’Osservatorio ha elaborato anche un vademecum che
illustra gli strumenti giuridici a disposizione di docenti e lavoratori della
scuola per opporsi concretamente ad attività di carattere militare che possano
violare la libertà d’insegnamento o le norme contrattuali.
«Attraverso queste operazioni – conclude Lucivero – la cultura della guerra
rischia di entrare nella testa dei più giovani. Diventa un modo per legittimare
e diffondere consenso, tra le nuove generazioni, rispetto alla presenza delle
forze armate in contesti sempre più ampi: dalle missioni internazionali
all’estero fino a numerosi ambiti della vita interna del Paese, anche al di
fuori delle loro competenze strettamente militari».
Laura Tussi
In nome della legge. Giù le armi, Leonardo
Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa
in totale violazione del diritto internazionale, fa un drammatico salto di
qualità, diventando dimensione pervasiva delle nostre vite e della nostra
società, un piccolo ma importante granello di sabbia prova a incepparne gli
ingranaggi.
Si terrà il prossimo 27 marzo, presso il Tribunale civile di Roma, la prima
udienza relativa all’atto di citazione notificato a Leonardo spa e allo Stato
italiano da una cittadina palestinese, che nei bombardamenti contro Gaza ha
perso tutta la propria famiglia, e dalle associazioni A Buon Diritto, Acli,
Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per.
Leonardo spa è un’azienda controllata dallo Stato italiano, che detiene il 30,2%
delle azioni, mentre tra i soci privati figurano gli onnipresenti grandi fondi
finanziari come Blackrock e Vanguard. Si tratta di una multinazionale con oltre
60mila dipendenti che operano in Italia (60%), in Gran Bretagna (15%), negli
Stati Uniti (13%), in Polonia (5%), mentre il restante 7% opera nel resto del
mondo (fra cui Israele).
Con questo atto – un inedito che potrebbe costituire un importante precedente –
si chiede che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e
sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla
fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da
decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani,
non solo a Gaza dove quanto compiuto è stato qualificato come genocidio dalla
Corte Internazionale di Giustizia, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme.
Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la
fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto: a) con
l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra
come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese –
e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; b) con la
legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “a paesi le cui
politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”
e “a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni
internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle
Nazioni Unite”; c) con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); d)
con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della
stessa Leonardo.
Mentre la guerra imperversa e i listini di borsa delle industrie degli armamenti
salgono alle stelle, questo atto, portato avanti da una semplice dottoressa
palestinese e da alcune associazioni della società civile, può apparire
velleitario.
Ma è un atto che interroga non solo un giudice che darà le pertinenti risposte,
ma un’intera classe politica, che oggi non solo collabora alle violazioni del
diritto internazionale, bensì vuole cambiare la legge 185/90 sul commercio delle
armi, e un’intera classe industriale che, nonostante le oceaniche piazze per
Gaza dello scorso autunno, continua a riconoscersi nelle agghiaccianti parole di
Roberto Cingolani, scienziato e Ceo di Leonardo spa, quando dice: “Il mercato
risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo
fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità”.
“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” è una famosa frase di
Albert Einstein, scienziato di ben altra levatura, non solo per gerarchia di
meriti scientifici, ma per il suo profondo ancoraggio a quel “restiamo umani”,
che accomuna quanti nelle piazze odierne combattono i re e le loro guerre.
Attac Italia
La guerra non è mai la soluzione
Il recente attacco del 28 febbraio condotto da Stati Uniti e Israele contro
l’Iran non è un atto isolato, né un incidente della storia. È l’ennesima
manifestazione ben pianificata di una logica imperiale che traveste
l’aggressione da difesa, la supremazia da sicurezza, la guerra da necessità
morale, l’imperialismo capitalista da democrazia. Lo sappiamo, ogni potenza,
quando colpisce, invoca la prevenzione; ogni bomba viene ben avvolta da un
linguaggio tecnico, chirurgico, inevitabile e perfino da parole di pace.
Ma sappiamo già chi pagherà ilprezzo di tale violenza, le vittime restano sempre
le stesse: bambine, lavoratori, poveri, giovani mandati a morire, famiglie che
perdono casa e futuro, i popoli oppressi. E sappiamo anche che il disordine che
seguirà a questa aggressione favorirà nuove guerre e ulteriori fanatismi.
I regimi possono essere contrastati e abbattuti solo dai propri popoli ed è
sicuro che anche i movimenti popolari che hanno contrastato in questi anni il
regime iraniano saranno travolti dall’arroganza imperialista americana. Che sia
chiaro, non esistono guerre umanitarie, né bombardamenti liberatori. Le guerre
sono scelte politiche non fattori naturali. Esiste una struttura globale di
dominio che si alimenta della paura, del nazionalismo e della sottomissione
volontaria. I governi parlano di minacce esistenziali, ma l’unica minaccia
permanente per i popoli è proprio il continuo e storico intreccio creato dagli
Stati, tra potere militare, interessi economici, mafie e propaganda mediatica.
La vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla cooperazione tra i
popoli, dalla fine del saccheggio economico che alimenta i conflitti. La vera
prevenzione è smantellare le strutture Statali che producono guerra: basi
militari, complessi industriali bellici, alleanze fondate
sulla minaccia permanente e tutte le leggi statali repressive che colpiscono
ogni forma di dissenso.
Alle guerre bisogna rispondere con la diserzione. Disertare significa oggi,
anzitutto, disertare la propaganda, rifiutare l’odio etnico e religioso,
rifiutare la retorica della guerra inevitabile, rifiutare la paura della libertà
vera. Significa sostenere l’obiezione di coscienza, proteggere chi si oppone
agli imperialismi, costruire reti di solidarietà internazionali dal basso.
Significa opporsi alla militarizzazione delle nostre società e dei nostri
territori da Birgi fino al MUOS e a Sigonella; difendere spazi di autonomia,
mutualismo, organizzazione diretta.
Critichiamo senza ambiguità ogni forma di imperialismo, da qualunque bandiera e
Stato provenga. Denunciamo l’ipocrisia di chi parla di diritto internazionale
mentre lo calpesta. E ricordiamo che nessun popolo è nostro nemico.
Se c’è una fiamma da accendere, è quella della solidarietà tra oppressi.
Se c’è una diserzione da attuare, è quella dall’obbedienza cieca.
Se c’è una rivoluzione da preparare, è quella che rende impossibile la guerra
perché rende impossibile il dominio sulle nostre vite.
Che le coscienze si sveglino. Che la paura diventi rabbia. Che il potere sappia
di non poter contare più sulla nostra passività e sulla nostra paura di essere
libere/i.
Contro ogni Stato. Contro ogni regime.
Contro la Guerra imperialista, Diserzione, Solidarietà Internazionale.
Solo una società di liberi e uguali spazzerà ogni imperialismo.
fas.corrispondenza@inventati.org
Redazione Sicilia
Pressenza: “In fila per tre”: la militarizzazione delle scuole in provincia di Ancona
DI LEONARDO ANIMALI SU PRESSENZA DEL 6 MARZO 2026
Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto
da Leonardo Animali, pubblicato su Pressenza il 6 marzo 2026 in cui viene
ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire
un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della
formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo.
Un processo che risponde a protocolli tra i ministeri dell’Istruzione, della
Difesa e degli Interni in atto da diversi anni. Sotto l’aspetto di educazione e
prevenzione, gli attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università, evidenziano una malcelata azione di marketing
militarista, tesa al reclutamento dei giovani nelle forze armate. Oltre a
sottolineare che queste attività, fatte da personale in divisa, dovrebbero al
contrario appartenere alle competenze certificate di professionisti civili
dell’educazione, della formazione e dei servizi-socioassistenziali…continua a
leggere su www.pressenza.com.
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Milano, 12 marzo: Presentazione “Disarmati” di Riccardo Bottazzo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 12 MARZO 2026, ORE 19.00
MILANO, CASA EMERGENCY
Giovedì, 12 marzo 2026, alle ore 19.00 a Milano presso Casa Emergency si terrà
la presentazione del libro Disarmati di Riccardo Bottazzo.
Si tratta di un viaggio tra i Paesi che hanno scelto di vivere senza esercito.
Attraverso esempi concreti, il libro mostra come il disarmo possa essere una
scelta politica consapevole e sostenibile. La nonviolenza emerge come strategia
reale, capace di generare stabilità, diritti e benessere sociale.
Con Riccardo Bottazzo, giornalista e scrittore e Roberta Leoni, docente e
presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università. Modera Jacopo Mocchi, giornalista freelance.
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