#war Conflitto all’#Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente #italianairforce Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo, https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/03/conflitto-alliran-laeronautica-militare.html
March 7, 2026
Antonio Mazzeo
Le armi ‘made in Italy’ impiegate nella guerra all’Iran
La Federazione Anarchica Livornese oggi interviene esprimendosi contro la guerra e per il ritiro delle missioni militari italiane all’estero e la chiusura delle basi Usa in Italia e segnalando che WASS Fincantieri che ha sede a Trieste e numerosi stabilimenti i Italia e nel mondo, uno anche a Livorno, fabbrica i siluri leggeri MU90 che, con un accordo da 200 milioni di euro appena stipulato con il governo italiano, il Belapese fornirà alla Marina Reale Saudita. L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Persico al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, ma sappiamo bene che non sono mai interventi militari di potenze straniere a poter favorire processi di emancipazione e liberazione. Negli ultimi mesi diverse tendenze rivoluzionarie iraniane, in lotta contro il proprio governo, ci avevano messo in guardia, indicando proprio un intervento militare imperialista tra i più grandi rischi per le aspirazioni di libertà delle classi sfruttate e oppresse in Iran. L’intervento militare di USA e Israele mira a bloccare la crisi rivoluzionaria in Iran, che era esplosa con il movimento insurrezionale del dicembre e gennaio scorsi. La guerra spazza via dalla scena le masse in rivolta, già colpite duramente dalla terrificante repressione degli scorsi mesi, e rafforza invece la Repubblica Islamica che può fare appello all’unità nazionale e alla difesa del paese contro l’aggressione straniera. Anche un eventuale collasso della Repubblica Islamica, nel contesto della guerra rischierebbe di lasciare spazio ad un “cambio di regime” gestito da forze reazionarie, magari supportate da potenze globali e regionali. Le ripercussioni della reazione iraniana all’attacco statunitense e israeliano svelano un altro scenario, in cui gli USA impongono un disciplinamento degli stati della penisola arabica. Negli ultimi mesi avevamo assistito ad un avvicinamento della Arabia Saudita ai BRICS e ad un’alleanza militare dell’Arabia con il Pakistan (potenza nucleare) in funzione antiisraeliana; mentre il Qatar si era proposto come mediatore tra Israele ed Hamas e l’Oman fra Iran e USA. La guerra impone ora un riallineamento a quei paesi che sembravano muoversi anche in autonomia rispetto alla secolare subordinazione all’imperialismo angloamericano. Intanto il governo italiano dichiara “non siamo in guerra”. Ma l’Italia è pienamente coinvolta in questa guerra. Oltre al supporto politico assicurato dal governo agli USA e ad Israele, c’è il coinvolgimento negli attacchi delle basi statunitensi in Italia, a partire da Sigonella e dal MUOS, ci sono missioni militari italiane nei paesi del Golfo: solo tra Iraq e Kuwait sono presenti mille soldati italiani, divisi tra la base di Erbil, in Iraq, e Ali-al-Salem in Kuwait. Militari italiani sono già presenti in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto, oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Pertanto i soldati italiani nell’area sono molto più numerosi dei 2500 indicati dalla stampa ufficiale. Il governo ha già inviato aiuti a Cipro, dove la scorsa settimana sono state colpite le basi sovrane inglesi, da cui sono partiti attacchi allo Yemen e voli spia su Gaza. Nel quadro di un intervento europeo l’Italia ha annunciato di voler schierare a Cipro la fregata missilistica Federigo Martinengo, e di voler inviare sistemi anti-droni e sistemi di difesa anti-missilistica SAMP-T. Il governo è pronto ad intervenire direttamente nel Golfo Persico con l’invio di una o più fregate e ad inviare armi a Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, in particolare i sistemi contro droni e missili. SILURI WASS ALL’ARABIA SAUDITA: LE ARMI PER LA GUERRA ALL’IRAN PARTONO ANCHE DA LIVORNO Proprio qui, a Livorno, saranno prodotte alcune delle armi usate in questa guerra. La WASS Fincantieri, che ha qui la sua principale sede produttiva, ha appena stretto un accordo da 200 milioni di euro per una fornitura di siluri leggeri MU90 alla Marina Reale Saudita. Questo spiegherebbe secondo varie fonti giornalistiche il tanto discusso viaggio del ministro Crosetto a Dubai. È probabile che il governo Meloni sia venuto a conoscenza in anticipo dell’attacco all’Iran e abbia spedito il ministro Crosetto come commesso viaggiatore dell’industria bellica italiana. In ogni caso è chiaro che uno degli obiettivi del governo è modificare la legge 185/90 sull’esportazione di armi. Il governo Meloni ha fatto approvare in parlamento una risoluzione che prevede il rafforzamento delle missioni in Medio Oriente, la partecipazione a missioni UE in difesa di paesi dell’UE come Cipro, inoltre conferma l’autorizzazione all’uso delle basi statunitensi. Intanto il presidente Mattarella fa appello al senso di comunità. Bisogna fermare l’aggressione imperialista, in modo che le classi sfruttate iraniane possano davvero liberarsi dai loro oppressori. Scendiamo in piazza per il ritiro immediato delle truppe italiane dal Golfo Persico e dal Mar Rosso; per la chiusura delle basi militari italiane e delle potenze globali nel Golfo Persico nel Corno d’Africa e delle basi inglesi a Cipro; per il blocco di ogni missione in partenza da Sigonella verso il Medio Oriente e il blocco dell’attività del MUOS di Niscemi. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Conflitto all’Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran. Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare. Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani. “Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”. Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria. “L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar. Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
March 7, 2026
Antonio Mazzeo Blog
Possibile lancia campagna NO DDL “anticritiche”
Possibile ha lanciato una raccolta firme per fermare il cosiddetto DDL “antisemitismo”. La trovi all’indirizzo tinyurl.com/stopddl Perché firmare? Il Senato ha approvato il DDL antisemitismo. Un DDL non combatte l’odio: strumentalizza le critiche. La definizione IHRA adottata dal testo equipara l’antisemitismo alla critica politica a un governo – e lo dicono le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste. Inoltre, le scuole verrebbero formate su una definizione politicamente contestata da giuristi e relatori speciali ONU, oltre che da alcune realtà ebraiche antirazziste. L’articolo 3 prevede, infine, il potere di bloccare manifestazioni e cortei. Trovi tutti i dettagli nel testo della raccolta. La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il popolo palestinese, il contrasto al genocidio e la critica ad un governo come quello di Israele non sono negoziabili. Firma la petizione lanciata da Possibile, a prima firma Francesca Druetti e Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti. In poche ore la petizione ha raggiunto 15’000 firme. Possibile
March 7, 2026
Pressenza
Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza?
Rilanciamo un ampio stralcio del contributo (linkato a piè di pagina) di Gianni Alioti – ripreso recentemente sulle pagine di sulatesta.net.- che fa riferimento all’ultimo numero della rivista Su la testa. Argomenti per la Rifondazione Comunista (n. 28/25), dedicata al Rapporto all’Onu di Francesca Albanese (la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati). Un intervento che smaschera il ruolo della Leonardo Spa, mettendo in risalto le numerose omissioni  e ammissioni di Roberto Cingolani, Chief Executive Officer (“cioè il massimo dirigente”, così come sottolineato dall’autore) del gruppo multinazionale[accì]    […] E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu2 sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza interna zio  nale. Degli oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella. Nel momento che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use  per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’. Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non si dicono bugie al Papa». Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele»3. È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo?   Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite. Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a Varese). Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.   Analizziamo ora le omissioni Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate). Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla Agusta Westland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico. Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati nelle nuove corvette in costruzione. Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa. Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale d’armamento dall’Italia a Israele. L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica illecita di triangolazione. La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania. L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group e BAE Systems. Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.   E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione imbarazzante Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo, in quanto co-produttore degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui territori palestinesi occupati.   * GIANNI ALIOTI È ATTIVISTA E RICERCATORE DI THE WEAPON WATCH – OSSERVATORIO SULLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
L’attacco all’Iran è anche un attacco all’ONU
Il 16 febbraio, uno di noi (Jeffrey Sachs) ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avvertendo che gli Stati Uniti erano sul punto di stracciare la Carta delle Nazioni Unite. Quell’avvertimento si è ora avverato. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra non provocata contro l’Iran, in flagrante violazione dell’articolo 2(4) della Carta, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa ai sensi dell’articolo 51. Stanno cercando di uccidere la Carta delle Nazioni Unite e lo Stato di diritto internazionale, ma falliranno. Il 28 febbraio, al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno rivolto la loro condanna non all’aggressione americana e israeliana, ma all’Iran. Uno dopo l’altro, gli alleati degli Stati Uniti hanno condannato l’Iran per i suoi attacchi di rappresaglia, ma assurdamente non hanno condannato l’attacco illegale e non provocato degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Il comportamento di questi paesi è stato vergognoso e ha capovolto completamente la realtà. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono stati descritti da Trump come necessari perché l’Iran “ha rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari e non possiamo più tollerarlo”. Si tratta ovviamente di una bugia bell’e buona. Come riportato nella lettera del 16 febbraio, dieci anni fa l’Iran ha accettato un accordo nucleare, il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), adottato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2231. È stato Trump a strappare l’accordo nel 2018. Nel giugno 2025, Israele ha bombardato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Anche questa volta, i piani di guerra di Israele e Stati Uniti erano stati definiti settimane fa, quando Netanyahu ha incontrato Trump, e i negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran erano una farsa. Questo sembra essere il nuovo modus operandi degli Stati Uniti: avviare negoziati e poi mirare ad assassinare le controparti. È facile capire perché gli alleati degli Stati Uniti si comportino in modo imbarazzante e umiliante come hanno fatto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre agli Stati Uniti, otto degli altri 14 membri del Consiglio ospitano basi militari statunitensi o concedono all’esercito americano l’accesso alle basi locali: Bahrein, Colombia, Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia, Panama e Regno Unito. Questi paesi non sono completamente sovrani. Sono parzialmente governati dagli Stati Uniti. Le basi militari statunitensi ospitano operazioni della Cia e i paesi ospitanti sono costantemente all’erta per cercare di evitare la sovversione degli Stati Uniti nei propri paesi. Come disse Henry Kissinger nella famosa espressione “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale”. A questo possiamo aggiungere che ospitare basi militari statunitensi e operazioni della Cia significa trasformare il proprio paese in uno Stato vassallo. Come esempio assurdo, ma significativo, l’ambasciatrice danese ha ripetuto pappagallescamente ogni argomento degli Stati Uniti, puntando il dito contro l’Iran per la sua aggressività, come se l’Iran non fosse stato attaccato dagli Stati Uniti e da Israele. Ha completamente dimenticato che un vassallaggio così umiliante nei confronti degli Stati Uniti non gioverà alla Danimarca se gli Stati Uniti dovessero occupare la Groenlandia. Le voci sincere al Consiglio di Sicurezza provenivano dai paesi non occupati dagli Stati Uniti. La Russia ha spiegato correttamente che il cosiddetto Occidente (cioè i paesi occupati dagli Stati Uniti) sta incolpando la vittima quando punta il dito contro l’Iran. La Cina ha ricordato al Consiglio che la crisi è iniziata con gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, non con la rappresaglia dell’Iran. L’ambasciatore della Somalia, parlando a nome di diversi Stati membri africani, ha descritto in modo veritiero la causa di questa recente escalation. Il rappresentante presso le Nazioni Unite della Lega degli Stati Arabi ha parlato in modo brillante della causa principale della folle aggressione di Israele: la negazione dei diritti al popolo palestinese e il ricorso da parte di Israele a omicidi di massa e guerre regionali per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Quando l’Iran reagisce contro le basi militari statunitensi nel Golfo, esercita il suo diritto intrinseco di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta. Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti e Israele stanno apertamente e ripetutamente assassinando i leader iraniani, con l’obiettivo di rovesciare il suo governo. Quando gli Stati uccidono un capo di Stato straniero e tentano di distruggere il governo, il bersaglio di tali minacce ha il diritto, secondo il diritto internazionale, di difendersi. Il bombardamento statunitense-israeliano ha ucciso non solo la Guida Suprema dell’Iran e diversi alti funzionari governativi, ma anche più di 140 (il New York Times ora ne riporta almeno 175) ragazze nella loro scuola a Minab. Queste bambine sono vittime di un orribile crimine di guerra. I paesi che oggi hanno dato il via libera agli Stati Uniti e a Israele per questi omicidi – in particolare Danimarca, Francia, Lettonia, Regno Unito e, naturalmente, gli Stati Uniti – sono anch’essi complici di questo crimine di guerra. Questa riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà probabilmente ricordata come il giorno in cui le Nazioni Unite hanno cessato di funzionare dalla loro sede sul suolo americano. Un’organizzazione internazionale dedicata alla risoluzione pacifica delle controversie non può operare in modo credibile da un paese che intraprende guerre illegali, minaccia di annientare gli Stati membri e tratta le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come strumenti usa e getta di convenienza. Affinché le Nazioni Unite possano sopravvivere, e abbiamo bisogno che sopravvivano, avranno bisogno di diverse sedi in tutto il mondo – in Brasile, Cina, India, Sudafrica e altri paesi – che onorino la vera multipolarità del nostro mondo. Siamo chiari su ciò che gli Stati Uniti e Israele stanno perseguendo. L’obiettivo degli Stati Uniti non è la sicurezza del popolo americano. L’obiettivo è l’egemonia globale. Il tentativo è quello di distruggere l’Onu e lo Stato di diritto internazionale – un tentativo che fallirà. L’obiettivo di Israele è quello di creare una Grande Israele, distruggere il popolo palestinese e affermare la propria egemonia su centinaia di milioni di arabi in tutto il Medio Oriente (dal Nilo all’Eufrate, come ha recentemente affermato l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee). Gli sforzi deliranti degli Stati Uniti per ottenere l’egemonia globale stanno procedendo regione per regione. Gli Stati Uniti hanno recentemente affermato, in una presunta rivisitazione completamente distorta della Dottrina Monroe, di controllare l’emisfero occidentale e di poter dettare ai paesi latinoamericani come condurre i propri affari economici e politici. Gli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano in carica per dimostrare la loro tesi e ora minacciano di rovesciare anche il governo cubano. L’attuale guerra contro l’Iran mira a dimostrare che gli Stati Uniti possiedono anche il Medio Oriente. La guerra fa parte di una campagna trentennale, avviata dalla dottrina Clean Break (“taglio netto”,s’intende non avere remore) per rovesciare tutti i governi che si oppongono all’egemonia degli Stati Uniti e di Israele nella regione. Queste guerre congiunte tra Israele e Stati Uniti hanno incluso il genocidio a Gaza, l’occupazione della Cisgiordania e decenni di guerre e operazioni di cambio di regime in Iran, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Una parte del piano globale degli Stati Uniti consiste nel requisire le esportazioni mondiali di petrolio e indebolire così la Cina e la Russia. La conquista del Venezuela da parte degli Stati Uniti era finalizzata ad assicurare il controllo americano sulle esportazioni petrolifere di quel Paese, in particolare per controllare il flusso di petrolio verso la Cina. Le sanzioni statunitensi contro la Russia mirano a impedire che il petrolio russo raggiunga l’India e la Cina. Ora gli Stati Uniti mirano a fermare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina. Più in generale, gli Stati Uniti mirano a controllare l’intera regione del Golfo più l’Iran per mantenere il loro dominio imperiale. L’ordine internazionale che Franklin ed Eleanor Roosevelt hanno contribuito a costruire dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale si basava su un’idea semplice e profonda: che la legge e il rispetto, non la forza, dovessero governare le relazioni tra gli Stati. Quell’idea viene ora distrutta proprio dalla nazione che ha fatto di più per promuoverla fondando l’ONU. L’ironia è amara oltre ogni misura. La verità è che la devastazione della guerra non colpirà direttamente il cosiddetto Occidente: i loro figli non subiranno traumi o morte e i loro paesi non saranno incendiati. Le vittime di questo attacco sono i popoli del Medio Oriente. Sono loro i sacrificabili che soffrono per l’arroganza occidentale, l’abuso di potere e la dipendenza dalla guerra. In secondo luogo, se Israele continuerà la sua dipendenza dalla guerra e dall’occupazione, anch’esso non sopravviverà. Tale dipendenza rappresenta un misto di teocrazia e stress post-traumatico. Una parte di Israele crede di essere il regno biblico del V secolo a. C. L’altra parte vive nel ricordo traumatico dell’Olocausto ed è quindi determinata a uccidere qualsiasi avversario percepito piuttosto che imparare a convivere con esso in pace. La contorta difesa dell’ambasciatore israeliano dell’attacco sfrontato di Israele all’Iran, come al solito, ha citato la Bibbia e Auschwitz come le due giustificazioni. Questi sono i due riferimenti perenni di Israele, ma non il mondo reale di oggi. Uno Stato che dipende dalla guerra permanente, dall’occupazione permanente e dal massacro dei palestinesi, nonché dalla sottomissione indefinita di milioni di persone, non ha un futuro praticabile, e le politiche che gli Stati Uniti stanno attualmente perseguendo per conto di Israele accelereranno piuttosto che impedire tale esito. La soluzione dei due Stati, che il Consiglio ha ripetutamente approvato, offre a Israele una via verso la pace. Tragicamente, Israele la rifiuta. Il risultato, alla fine, sarà la fine dello stesso Israele nella sua forma attuale, soprattutto perché la popolazione statunitense si sta rapidamente rivoltando contro la violenta teocrazia israeliana e si sta schierando a favore della causa palestinese. Forse ci sarà un unico Stato democratico in cui arabi ed ebrei vivranno insieme in pace, ponendo fine al regime di apartheid. Sono verità dure, ma le emergenze richiedono onestà. L’Onu sta venendo uccisa da Israele e dagli Stati Uniti. Il Consiglio di Sicurezza deve risvegliarsi dall’occupazione militare degli Stati Uniti e ricordare che è custode della promessa della Carta delle Nazioni Unite di mantenere la pace e la sicurezza internazionali. Jeffrey Sachs (economista statunitense, consulente dell’Onu in varie occasioni) e Sybil Fares (consulente dell’Onu sullo sviluppo sostenibile) (traduzione di Giorgio Riolo)   ANBAMED
March 7, 2026
Pressenza
Trump contro l’élite della politica estera
Articolo di Paul Heideman L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo, l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile record dell’Operazione Iraqi Freedom. Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i suoi sostenitori tra i vertici aziendali. Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana – sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla bellicosità di Trump negli ultimi mesi. IL NETWORK PENSANTE Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank, a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni, nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione Trilaterale. Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy: Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’ contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle possibili soluzioni politiche. L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure si prendono in mano la leva di persona». I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo, i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016, > Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di > pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra > Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro > contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori > sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole, > scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite > aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica. Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie. Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti. Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare l’accordo. LA RETE SI È ROTTA La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure analoghe nelle precedenti amministrazioni. Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133. Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e significativa con la precedente configurazione del potere delle élite». Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato. Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo, il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la legittimità. Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera, la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa. Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump, proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via più facile. La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare (l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran. Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute (Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori, ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di pianificazione della politica estera. In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate, il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti. E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico incredibilmente incompetente. Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia. Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori. Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano aggravate. La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre. *Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Trump contro l’élite della politica estera  proviene da Jacobin Italia.
March 7, 2026
Jacobin Italia
Contro la militarizzazione della scuola, una mobilitazione degli studenti per la pace
La mobilitazione studentesca contro la militarizzazione rappresenta un esempio significativo di partecipazione politica giovanile sui temi della pace, della spesa pubblica e del ruolo delle istituzioni educative nella società contemporanea. In particolare un’iniziativa organizzata dalla Rete degli Studenti Medi e dall’Unione degli Universitari si è svolta presso il Ponte dei Serpenti a Roma, dando avvio a una giornata di mobilitazione diffusa nelle scuole e nelle università di tutta Italia, in coordinamento con analoghe mobilitazioni in altri Paesi europei, tra cui la Germania. «La mobilitazione – affermano gli studenti – arriva mentre nel mondo cresce l’escalation bellica e l’incapacità del governo Meloni è sempre più evidente. Mentre continua il genocidio in Palestina e, dopo le varie aggressioni degli ultimi mesi, gli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno aperto un nuovo e pericoloso fronte di guerra in Medio Oriente, con bombardamenti, vittime civili e il rischio concreto di un conflitto regionale più ampio. Mentre miliardi di euro vengono destinati alle armi e alla militarizzazione, nelle scuole e nelle università mancano fondi, spazi, trasporti e diritti». La denuncia della militarizzazione coinvolge sempre più anche il mondo delle istituzioni educative, attraverso forme di propaganda, attività di addestramento e iniziative di reclutamento promosse da organizzazioni militari. Secondo gli studenti, si tratta di un processo che rischia di normalizzare la presenza della guerra nella vita quotidiana, penetrando nei linguaggi, nelle scuole, nei giochi, nelle mode e nei media. Diventa quindi necessario smascherare i meccanismi culturali che plasmano mentalità e desideri, sviluppando una coscienza critica vigile e consapevole. Solo attraverso un’educazione alla nonviolenza e una pratica quotidiana di dialogo e responsabilità è possibile coltivare quei “semi di disarmo culturale” che contribuiscono a costruire una reale cultura della pace. Critica al riarmo e alle politiche di difesa Alla base della protesta vi è una critica al piano di riarmo promosso dall’Unione Europea e alle proposte di introduzione di forme di leva militare volontaria. Secondo gli studenti, tali politiche rappresenterebbero una risposta inadeguata alle tensioni internazionali contemporanee e rischierebbero di sottrarre risorse economiche a settori fondamentali come l’istruzione, la sanità e il welfare. La mobilitazione si inserisce in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni geopolitiche sempre più evidenti. Nel comunicato diffuso dagli organizzatori vengono citati, tra gli esempi più rilevanti, la guerra e la crisi umanitaria in Palestina e le tensioni militari che coinvolgono Iran, Stati Uniti e Israele, considerate segnali di un’escalation bellica sempre più preoccupante. Uno degli aspetti centrali della protesta riguarda proprio il rapporto tra politiche di difesa e investimenti pubblici. Gli studenti sostengono che l’aumento delle spese militari avvenga in un momento in cui scuole e università italiane continuano a soffrire di gravi carenze strutturali: mancanza di fondi, spazi insufficienti, servizi di trasporto inadeguati e limitate opportunità per gli studenti. In questa prospettiva, il riarmo non viene percepito come uno strumento di sicurezza, ma come una scelta politica che rischia di compromettere il futuro delle nuove generazioni. Difendere la funzione educativa di scuole e università Un ulteriore elemento di critica riguarda la possibile presenza di programmi o iniziative legate al mondo militare all’interno delle istituzioni educative. I manifestanti esprimono la preoccupazione che scuole e università possano trasformarsi in luoghi di propaganda bellica o in bacini di reclutamento, snaturando la loro funzione educativa e formativa. Al contrario, gli studenti rivendicano il diritto a un sistema educativo fondato su valori di pace, cooperazione internazionale e sviluppo sociale. In questa prospettiva, scuola e università dovrebbero essere spazi di formazione critica, di dialogo e di costruzione di una cittadinanza consapevole. In effetti, la mobilitazione studentesca non rappresenta soltanto una protesta contro specifiche politiche di difesa, ma si configura come una riflessione più ampia sul modello di società e sulle priorità della spesa pubblica. Attraverso la loro iniziativa, gli studenti chiedono che le risorse dello Stato e dell’Europa vengano indirizzate soprattutto verso istruzione, sanità e welfare, considerati strumenti fondamentali per costruire un futuro più equo, solidale e pacifico. L’osservatorio contro la militarizzazione della scuola «L’operazione che porta i militari nelle scuole e gli studenti nelle caserme – spiega su Avvenire Michele Lucivero, insegnante a Bisceglie e responsabile dell’Osservatorio – è diffusa da anni e riguarda tutte le fasce d’età: dalle scuole primarie alle superiori fino all’università. Si va dagli alunni di una scuola elementare di Trani ai quali sono state fatte maneggiare armi, agli studenti più grandi che possono svolgere i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto) in aziende del comparto militare-industriale, nelle caserme o nelle basi militari. Succede, per esempio, nella ex base Nato di Sigonella. Lunga anche la lista delle classi in cui l’armamentario bellico entra nelle aule sotto forma di computer, droni e robot “dual use”: strumenti utilizzati a scuola per esperimenti e attività didattiche ma progettati, in altri contesti, per impieghi militari. A Palermo, recentemente, i vigili urbani hanno organizzato, alla presenza di una scuola della città, una simulazione dell’arresto di un criminale: durante la dimostrazione sono stati esplosi colpi a salve, che hanno spaventato diversi bambini». L’Osservatorio raccoglie segnalazioni e monitora attivamente la stampa locale per individuare e documentare episodi simili sul territorio. Grazie alla rete di lavoratori della scuola e alla collaborazione con associazioni pacifiste, cerca poi di intervenire dall’interno degli istituti per contrastare queste iniziative una per una. «Normalmente – racconta Lucivero – i progetti e le uscite didattiche seguono un iter di approvazione molto preciso: vengono presentati al collegio docenti e successivamente votati nei consigli di classe. Ci siamo accorti, però, che questa procedura partecipativa e democratica viene spesso aggirata quando si tratta di iniziative legate al mondo militare. Un comandante di caserma o un sindaco contatta direttamente il dirigente scolastico e annuncia una manifestazione istituzionale per la quale è richiesta la presenza di una rappresentanza della scuola. A quel punto la partecipazione avviene senza ulteriori passaggi. Per questo – conclude – è necessario formare e sensibilizzare il personale scolastico affinché queste iniziative possano essere valutate e, se necessario, fermate». Proprio con questo obiettivo l’Osservatorio ha elaborato anche un vademecum che illustra gli strumenti giuridici a disposizione di docenti e lavoratori della scuola per opporsi concretamente ad attività di carattere militare che possano violare la libertà d’insegnamento o le norme contrattuali. «Attraverso queste operazioni – conclude Lucivero – la cultura della guerra rischia di entrare nella testa dei più giovani. Diventa un modo per legittimare e diffondere consenso, tra le nuove generazioni, rispetto alla presenza delle forze armate in contesti sempre più ampi: dalle missioni internazionali all’estero fino a numerosi ambiti della vita interna del Paese, anche al di fuori delle loro competenze strettamente militari».   Laura Tussi
March 7, 2026
Pressenza
In nome della legge. Giù le armi, Leonardo
Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa in totale violazione del diritto internazionale, fa un drammatico salto di qualità, diventando dimensione pervasiva delle nostre vite e della nostra società, un piccolo ma importante granello di sabbia prova a incepparne gli ingranaggi. Si terrà il prossimo 27 marzo, presso il Tribunale civile di Roma, la prima udienza relativa all’atto di citazione notificato a Leonardo spa e allo Stato italiano da una cittadina palestinese, che nei bombardamenti contro Gaza ha perso tutta la propria famiglia, e dalle associazioni A Buon Diritto, Acli, Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per. Leonardo spa è un’azienda controllata dallo Stato italiano, che detiene il 30,2% delle azioni, mentre tra i soci privati figurano gli onnipresenti grandi fondi finanziari come Blackrock e Vanguard. Si tratta di una multinazionale con oltre 60mila dipendenti che operano in Italia (60%), in Gran Bretagna (15%), negli Stati Uniti (13%), in Polonia (5%), mentre il restante 7% opera nel resto del mondo (fra cui Israele). Con questo atto – un inedito che potrebbe costituire un importante precedente – si chiede che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza dove quanto compiuto è stato qualificato come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto: a) con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; b) con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; c) con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); d) con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. Mentre la guerra imperversa e i listini di borsa delle industrie degli armamenti salgono alle stelle, questo atto, portato avanti da una semplice dottoressa palestinese e da alcune associazioni della società civile, può apparire velleitario. Ma è un atto che interroga non solo un giudice che darà le pertinenti risposte, ma un’intera classe politica, che oggi non solo collabora alle violazioni del diritto internazionale, bensì vuole cambiare la legge 185/90 sul commercio delle armi, e un’intera classe industriale che, nonostante le oceaniche piazze per Gaza dello scorso autunno, continua a riconoscersi nelle agghiaccianti parole di Roberto Cingolani, scienziato e Ceo di Leonardo spa, quando dice: “Il mercato risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità”. “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” è una famosa frase di Albert Einstein, scienziato di ben altra levatura, non solo per gerarchia di meriti scientifici, ma per il suo profondo ancoraggio a quel “restiamo umani”, che accomuna quanti nelle piazze odierne combattono i re e le loro guerre. Attac Italia
March 7, 2026
Pressenza
La guerra non è mai la soluzione
Il recente attacco del 28 febbraio condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è un atto isolato, né un incidente della storia. È l’ennesima manifestazione ben pianificata di una logica imperiale che traveste l’aggressione da difesa, la supremazia da sicurezza, la guerra da necessità morale, l’imperialismo capitalista da democrazia. Lo sappiamo, ogni potenza, quando colpisce, invoca la prevenzione; ogni bomba viene ben avvolta da un linguaggio tecnico, chirurgico, inevitabile e perfino da parole di pace. Ma sappiamo già chi pagherà ilprezzo di tale violenza, le vittime restano sempre le stesse: bambine, lavoratori, poveri, giovani mandati a morire, famiglie che perdono casa e futuro, i popoli oppressi. E sappiamo anche che il disordine che seguirà a questa aggressione favorirà nuove guerre e ulteriori fanatismi. I regimi possono essere contrastati e abbattuti solo dai propri popoli ed è sicuro che anche i movimenti popolari che hanno contrastato in questi anni il regime iraniano saranno travolti dall’arroganza imperialista americana. Che sia chiaro, non esistono guerre umanitarie, né bombardamenti liberatori. Le guerre sono scelte politiche non fattori naturali. Esiste una struttura globale di dominio che si alimenta della paura, del nazionalismo e della sottomissione volontaria. I governi parlano di minacce esistenziali, ma l’unica minaccia permanente per i popoli è proprio il continuo e storico intreccio creato dagli Stati, tra potere militare, interessi economici, mafie e propaganda mediatica. La vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla cooperazione tra i popoli, dalla fine del saccheggio economico che alimenta i conflitti. La vera prevenzione è smantellare le strutture Statali che producono guerra: basi militari, complessi industriali bellici, alleanze fondate sulla minaccia permanente e tutte le leggi statali repressive che colpiscono ogni forma di dissenso. Alle guerre bisogna rispondere con la diserzione. Disertare significa oggi, anzitutto, disertare la propaganda, rifiutare l’odio etnico e religioso, rifiutare la retorica della guerra inevitabile, rifiutare la paura della libertà vera. Significa sostenere l’obiezione di coscienza, proteggere chi si oppone agli imperialismi, costruire reti di solidarietà internazionali dal basso. Significa opporsi alla militarizzazione delle nostre società e dei nostri territori da Birgi fino al MUOS e a Sigonella; difendere spazi di autonomia, mutualismo, organizzazione diretta. Critichiamo senza ambiguità ogni forma di imperialismo, da qualunque bandiera e Stato provenga. Denunciamo l’ipocrisia di chi parla di diritto internazionale mentre lo calpesta. E ricordiamo che nessun popolo è nostro nemico. Se c’è una fiamma da accendere, è quella della solidarietà tra oppressi. Se c’è una diserzione da attuare, è quella dall’obbedienza cieca. Se c’è una rivoluzione da preparare, è quella che rende impossibile la guerra perché rende impossibile il dominio sulle nostre vite. Che le coscienze si sveglino. Che la paura diventi rabbia. Che il potere sappia di non poter contare più sulla nostra passività e sulla nostra paura di essere libere/i. Contro ogni Stato. Contro ogni regime. Contro la Guerra imperialista, Diserzione, Solidarietà Internazionale. Solo una società di liberi e uguali spazzerà ogni imperialismo. fas.corrispondenza@inventati.org Redazione Sicilia
March 7, 2026
Pressenza
Pressenza: “In fila per tre”: la militarizzazione delle scuole in provincia di Ancona
DI LEONARDO ANIMALI SU PRESSENZA DEL 6 MARZO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Leonardo Animali, pubblicato su Pressenza il 6 marzo 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. Un processo che risponde a protocolli tra i ministeri dell’Istruzione, della Difesa e degli Interni in atto da diversi anni. Sotto l’aspetto di educazione e prevenzione, gli attivisti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, evidenziano una malcelata azione di marketing militarista, tesa al reclutamento dei giovani nelle forze armate. Oltre a sottolineare che queste attività, fatte da personale in divisa, dovrebbero al contrario appartenere alle competenze certificate di professionisti civili dell’educazione, della formazione e dei servizi-socioassistenziali…continua a leggere su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Milano, 12 marzo: Presentazione “Disarmati” di Riccardo Bottazzo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 12 MARZO 2026, ORE 19.00 MILANO, CASA EMERGENCY Giovedì, 12 marzo 2026, alle ore 19.00 a Milano presso Casa Emergency si terrà la presentazione del libro Disarmati di Riccardo Bottazzo. Si tratta di un viaggio tra i Paesi che hanno scelto di vivere senza esercito. Attraverso esempi concreti, il libro mostra come il disarmo possa essere una scelta politica consapevole e sostenibile. La nonviolenza emerge come strategia reale, capace di generare stabilità, diritti e benessere sociale. Con Riccardo Bottazzo, giornalista e scrittore e Roberta Leoni, docente e presidente Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Modera Jacopo Mocchi, giornalista freelance. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente