Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad, che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.  Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese). La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per i diritti umani. Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.  Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro lo compra. The post Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
#michiamohandalino “Mi chiamo #Handalino”, una fiaba rievoca la tragedia dei bambini di #Gaza «Fanno bene quei marinai a partire con il loro carico di aiuti. Non sarà abbastanza, ma per qualche piccolo palestinese ci sarà finalmente da mangiare. E grazie a quei doni chissà quanti nella Striscia torneranno a sorridere dopo giorni e notti d’inferno» #stopthegenocideingaza🇵🇸 https://africa-express.info/2026/09/12/mi-chiamo-handalino-una-fiaba-rievoca-la-tragedia-dei-bambini-di-gaza/
September 12, 2026
Antonio Mazzeo
Come un soffio
di Mauro Armanino Fragili come un soffio, continuiamo a costruire idoli: denaro, potere, guerra, tecnica e nazione. Una riflessione sulla crisi dell’Occidente e su chi ancora rifiuta di inginocchiarsi davanti …
September 12, 2026
Osservatorio Repressione
Può un dirigente impedire al collegio di discutere una mozione su Gaza?
Mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza”: una volta svolta la lezione del primo giorno di scuola per Gaza e per la libertà d’insegnamento, ricordati di compilare il questionario A QUESTO LINK. Il primo giorno di scuola si avvicina e con esso la prima lezione dell’anno. È in questa circostanza che si apre lo spazio per portare in classe una delle sei attività proposte dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per la mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza“. Le attività sono inserite all’interno di una mozione da presentare in Collegio Docenti. Riportiamo di seguito e commentiamo il caso di una scuola in cui il dirigente, illecitamente, ha di fatto ostacolato l’operato di un organo collegiale. Indipendentemente dall’esito della mozione in Collegio Docenti, ogni docente è libero e libera di aderire alla mobilitazione durante le sue prime ore di lezione dell’anno in virtù della libertà d’insegnamento. A pochi giorni dall’inizio, ricordiamo che le cinque attività sono: * Lettura corale della poesia “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish (vedi qui a pagina 3); * Visione del video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia; * Volo di aquiloni o di aeroplanini; * Lettura della lettera del prof. Massimo Sabbatini del Liceo “Francesco Vivona” di Roma (vedi qui a pagina 4); * Visione del video “Rajieen” ( راجعين – “Torneremo”); * Visione del video del prof. Alessandro Barbero dal titolo “Nel 2030 ci sarà una guerra?“. La mozione in sostanza esprime «l’intenzione di parlarne [di quanto succede in Palestina], sia tra di noi che con i nostri studenti e le nostre studentesse, per approfondire e contribuire a far conoscere una tragedia umana di cui ancora è difficile vedere la fine, e di lavorare affinché memoria e azione siano, per le nuove generazioni, strumenti per una lettura critica della realtà e richiamo a un impegno quotidiano per la difesa dei diritti di chi non ha voce». Sottolineaimo che un Collegio Docenti ha pieno diritto di pronunciarsi in merito a tale questione, come stabilito per esempio dal Testo Unico del 1994 all’Articolo 7 comma 2: «Il collegio dei docenti ha potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell’istituto. In particolare cura la programmazione dell’azione educativa anche al fine di adeguare, nell’ambito degli ordinamenti della scuola stabiliti dallo Stato, i programmi di insegnamento alle specifiche esigenze ambientali e di favorire il coordinamento interdisciplinare. Esso esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ribadiamo questo aspetto a causa di una segnalazione. In un Collegio Docenti, un dirigente ha (colpevolmente) impedito la discussione sostenendo che: «Il collegio si esprime solo su questioni legate all’organizzazione e alla didattica della scuola. Quindi se voi proponete una vicinanza al popolo palestinese, è una cosa politica e le cose politiche non possiamo farle». È proprio qui che la mobilitazione arriva al suo nucleo più vivo: agire contro l’estrema e impunita oppressione del popolo palestinese rivendicando la libertà d’insegnamento attraverso una lezione in classe. Il dirigente ha colto pienamente. E ha scelto di abusare della sua posizione per impedire, in questa occasione, di discutere la mozione. Ha scelto di agire per mantenere il silenzio. Verrebbe da chiedergli chi è quindi che sta facendo una “cosa politica”. E verrebbe in mente il Freire della Pedagogia dell’Autonomia. > «Qual è la mia neutralità se non il modo comodo, forse, ma ipocrita, di > nascondere la mia scelta o la mia paura di accusare l’ingiustizia? “Lavarsi le > mani” di fronte all’oppressione è rafforzare il potere dell’oppressore, è > sceglierlo». Perché la mozione della mobilitazione riguarda sia il funzionamento didattico dell’istituto in modo diretto, attraverso la proposta delle attività didattiche per il primo giorno, sia in modo indiretto nel momento in cui si riconosce che la presenza oggi di un genocidio in corso. Un genocidio in cui il mondo in cui viviamo noi e i nostri e le nostre studenti è coinvolto pesantemente. E quindi un genocidio che dovrebbe avere ovvie conseguenze sull’azione educativa. E quindi sì, discuterne in Collegio Docenti è nostro diritto. Che la scuola italiana sia democratica non arriva dal nulla e sta a noi mantenerla tale. A noi con le nostre lezioni e i nostri collegi di questo anno che comincia e dei prossimi a venire. Il testo della mozione è a disposizione, e se non è stata discussa al primo collegio, nulla vieta di raccogliere un terzo delle firme dei docenti e obbligare il suo inserimento al successivo ordine del giorno. E poi, come possiamo discutere “programmando l’azione educativa”, sembrerebbe che ci siano leggi e leggi: > «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dike, fissò mai > leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un > mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono > d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Esercitazione Nato in Finlandia: quale distinzione fra civile e militare?
Da settimane si sta giocando una partita dagli esiti incerti ma senza dubbio assai pericolosa, con i paesi Ue che vorrebbero inviare a Kiev sistemi di arma sempre più potenti [1] e numerosi funzionari occidentali che accusano ormai apertamente la Russia di stare organizzando una campagna di sabotaggio in tutta Europa, realizzando quella guerra non convenzionale e a bassa intensità che spingerebbe Nato e Ue ad adottare contromisure via via più incisive. Le accuse di avere invaso con droni russi lo spazio aereo di alcuni paesi dell’Unione vengono lanciate nel corso di una offensiva militare russa che sta portando ad avanzamenti in territorio ucraino e che fa uso cospicuo dei bombardamenti sulle città, mentre dal canto proprio Kiev sceglie di bombardare infrastrutture civili nel cuore della Russia beneficiando degli armamenti di ultima generazione forniti ad hoc dalle potenze occidentali. A proposito, la Commissione Europea ha già fatto circolare la voce di un nuovo finanziamento all’Ucraina di 90 miliardi mirato proprio all’acquisto di sistemi anti-missilistici, mentre 6,1 miliardi sono già stati recentemente stanziati per l’acquisto di sistemi d’arma anche offensivi.[2] Allo stesso tempo si stanno facendo più forti le pressioni su Giappone, Corea del Sud e Grecia affinché donino all’Ucraina parte del proprio arsenale anti-missilistico. Non si tratta, però, soltanto di droni e missili russi, bensì anche di «atti di sabotaggio, assassinii, violazioni dello spazio aereo, disturbo del sistema di posizionamento globale (GPS), gravi danni alle infrastrutture sottomarine critiche (CUI), attacchi informatici, migrazione a scopo bellico e interferenze politiche ed elettorali».[3] Tutte accuse lanciate da Nato e Unione Europea, senza che però vengano presi in considerazione i sabotaggi dei gasdotti provenienti dalla Russia e diretti verso i paesi comunitari, che hanno provocato danni incalcolabili alle nostre economie favorendo la speculazione finanziaria attorno al greggio, dettando nuove catene di approvvigionamento e obbligando infine ad acquistare il gas liquefatto statunitense a prezzi superiori – fino al 500 per cento – di quello russo. Ebbene, è in questo scenario che si è svolta, in Finlandia, una grande esercitazione militare[4] che ha coinvolto non solo militari ma anche volontari e studenti: si parla «della più grande esercitazione di difesa civile in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale».[5] L’Italia vi ha preso parte con la Brigata “Folgore”, tramite cui partecipa al comando interforze Nato “Airborne Community”. Durante l’esercitazione è stato anche simulato un cyberattacco in grado di mettere fuori gioco il sistema che gestisce l’erogazione di elettricità e acqua nella città finlandese – che, peraltro, si trova a poca distanza dal confine russo –, determinando il coinvolgimento di una certa parte dell’apparato civile istituzionale locale. Difesa civile e militare Siamo davanti a un deciso salto di qualità nelle strategie militari: la difesa cosiddetta “civile”, per quanto se ne dica, diventa parte attiva e integrata nel sistema militare più generale. Del resto a supporto dello sforzo bellico servono anche ingegneri, informatici, tecnici, operai e medici.[6] È dunque in atto un’operazione complessa per sondare soprattutto la capacità di risposta Ue e Nato di affrontare una guerra con la Russia, coinvolgendo non solo il settore specificamente militare ma anche quello civile – da cui però potrebbero provenire, a seconda degli ordinamenti locali, richieste di obiezione di coscienza. In Italia il concetto di “difesa civile” è stato parzialmente trascurato dalla legislazione e per molti anni, nella pratica, ha finito quasi per coincidere con quello di “protezione civile” – nel senso della mobilitazione delle risorse civili per la protezione della popolazione in tempo di guerra, ossia di una forma di “protezione civile di guerra”. Oggi, però, i governi europei vorrebbero intendere – come da tempo rimarcano i Carabinieri sul proprio portale ufficiale – la difesa civile come l’«organizzazione dell’intera Nazione (e non solo della sua componente militare) per la guerra».[7] Nell’ordinamento italiano esiste una Legge[8] che assegna i compiti di difesa civile al Ministero dell’Interno, anziché a quello della Difesa; tuttavia non specifica in cosa consistano tali compiti, né la definizione giuridica di “difesa civile”. Con la probabile assegnazione della cybersicurezza al Ministero della Difesa[9] potrebbe essere compiuto un primo passo per riformare questa ambiguità legislativa, riportando alcune componenti della difesa civile sotto il controllo della Difesa anziché dell’Interno. E se queste sono le premesse possiamo ancora parlare di distinzione tra militare e civile? Siamo di fronte a una crescente e progressiva militarizzazione della società, che finirà con il riciclare in ambito militare anche la protezione civile. Agitare, oggi, le parole d’ordine della protezione civile e della difesa non violenta – come negli anni Settanta – rischia pertanto di riprodurre ideologie ormai fuori dal contesto storico. Vista aerea di Kuopio, luogo di un’esercitazione civile-militare con 2000 volontari civili. Photo by Kallerna. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- 1 Cfr. L. Bertuzzi, S. Vakulina, EU readies fresh cash for Ukraine’s air defence as Patriot stocks run low, 2nd September 2026, https://www.euronews.com/my-europe/2026/09/02/eu-readies-fresh-cash-for-ukraines-air-defence-as-patriot-stocks-run-low. 2 A. Skujins, EU expected to lobby member states to give Patriot interceptors to Ukraine, 31st August 2026, https://www.euronews.com/my-europe/2026/08/31/eu-expected-to-lobby-allies-to-give-patriot-interceptors-to-ukraine. 3 Congressional Research Service, Russian Hybrid Warfare Activities in Europe: Considerations for Congress, 11th August 2026, p. 1. Traduzione nostra dall’inglese. 4 “Shelter 2026”, 2 e 3 Settembre 2026, Comune di Kuopio. 5 G. Blackburn, With an eye on Russia, Finland runs Europe’s largest civil defence exercise since WWII, 3rd September 2026, https://www.euronews.com/my-europe/2026/09/03/with-an-eye-on-russia-finland-runs-europes-largest-civil-defence-exercise-since-wwii. 6 A tal proposito rimandiamo ai percorsi formativi previsti per preparare il personale sanitario ad affrontare traumi di guerra, stabiliti in base al D. Lgs. 134/2024 e denunciati dal Coordinamento Regionale Toscano Salute Ambiente Sanità. 7 F. Bassetta, Alcune osservazioni sulla difesa civile, «Rassegna dell’Arma», Anno 2004, n. 4, https://www.carabinieri.it/media—comunicazione/rassegna-dell-arma/la-rassegna/anno-2004/n-4—ottobre-dicembre/studi/alcune-osservazioni-sulla-difesa-civile. 8 Cfr. D. Lgs. 300/1999, art. 14, c. 1. 9 Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Riforma militare: la cyber sicurezza passa alla Difesa?, 1° Settembre 2026, https://diogenenotizie.com/riforma-militare-la-cyber-sicurezza-passa-alla-difesa/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti
Una caratteristica interessante del sistema elettorale statunitense è la propensione ad accusare l’avversario di essere uno strumento di un nemico straniero. Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] […] L'articolo Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti su Contropiano.
September 12, 2026
Contropiano
No cara Emma. non ci mancherai…
Leader di uno dei partiti più canaglieschi della storia repubbicana. I radicali: doppiogiochisti, subdoli, giani bifronte della politica, spregiudicati e soprattutto asserviti al grande capitale. A partire dal loro segretario, Pannella Marco: occhio azzurro come l’Atena dell’Iliade. Guerrafondaia, grande amica di Israele, sionista convinta, affermava che Netanyahu stesse cadendo nella […] L'articolo No cara Emma. non ci mancherai… su Contropiano.
September 12, 2026
Contropiano
#nowar #Milano, 18-19-20 SETTEMBRE 2026 Tre giorni per la #Pace Al centro la necessità di portare l'Italia fuori dalla guerra. Nella scorsa edizione avevamo deciso di usare come sottotitolo "Perché siamo in guerra" consci del fatto che l'Italia è immersa nel sistema guerra, a causa dell'adesione ad organizzazioni funzionali agli interessi di Washington: NATO ed Unione Europea.
September 12, 2026
Antonio Mazzeo
#repressione La questura di #Catania fa retromarcia: archiviato il procedimento contro la nostra dirigente #humanrights Convocata in questura nella tarda mattinata di oggi, la nostra dirigente di Catania Dafne Anastasi, si è vista ricevere da uno stuolo di funzionari che voleva “scusarsi” e farle sapere che il provvedimento sarebbe stato archiviato (cosa che poi è effettivamente avvenuta con tanto di certificazione scritta).
September 11, 2026
Antonio Mazzeo
Presentazione del docufilm Stop Cop City
Breve corrispondenza con il regista del docufilm Stop Cop City. La proiezione prevista venerdì 11 settembre al CSOA Ex-Snia si inserisce nel tour Tessere la rete dell'abbondanza. Dalla foresta di Atlanta alla Val di Susa. Infatti dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all'interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Insieme ad Abundia viaggeranno anche altrx attivistx che come lei hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. Qui un'intervista con Abundia: https://serenoregis.org/2026/08/26/intervista-con-abundia-alvarado-diffondere-le-reti-dellabbondanza/. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l'abbattimento della foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell'amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell'Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura di chi manifesta. Sabato 12 settembre invece, sempre a SNIA, sarà una giornata di approfondimento della pratica degli Autonomous Kitchen Councils, nata su impulso di Abundia proprio durante l'organizzazione delle lotte contro la Cop City. 🌿 se vuoi sostenere il tour di Abundia Alvarado in Italia puoi darci una mano partecipando al crowfounding https://sostieni.link/41063 🌶 qui trovi la pagina degli AKC Automous Kitchen Council https://akccollective.noblogs.org/ 🌲 qui la storia della lotta STOP COP CITY https://stopcop.city/ NB: nella corrispondenza telefonica non abbiamo parlato con l'attivista Abundia Alvarado, ma con uno dei registi del documentario !
September 11, 2026
Radio Onda Rossa
#repressione #humanrights Se toccano un@ toccano tutti!! La mia solidarietà piena e incondizionata a Dafne Anastasi dirigente USB #Catania, contro cui la Questura ha avviato un procedimento per “l’irrogazione della misura di prevenzione del Foglio di Via con Divieto di Ritorno nel comune di Catania”. Un atto ignobile, terroristico, del tutto illegittimo e arbitrario che punta a colpire ogni forma di dissenso e chi si oppone alle guerre, ai processi di militarizzazione e saccheggio dei territori
September 11, 2026
Antonio Mazzeo
Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra
LA GUERRA MONDIALE IN CUI CI TROVIAMO STA INCIDENDO IN PROFONDITÀ SULLE FORME MATERIALI E IDEOLOGICHE DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DEI SAPERI, SULLE CONDIZIONI DELLA RICERCA SCIENTIFICA DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI ACCADEMICHE, E SULL’INTEGRAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA TRA SCUOLE, UNIVERSITÀ E MERCATO. C’È BISOGNO DI APRIRE CAMPI DI SPERIMENTAZIONE COLLETTIVA SU COME COLTIVARE SAPERI ALTRI CONTRO UNA SOCIETÀ GERARCHICA E SEMPRE PIÙ PROIETTATA VERSO LA GUERRA Foto di Samuel Yongbo Kwon su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione, discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra, mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo. L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi da più di quattro anni. Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie. Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni, culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra, militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre le mura scolastiche e i dipartimenti universitari. La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche, e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di lavoro e di studio di milioni di persone. La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite. Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova legittimazione.  Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare, come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale, che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è immerso.  Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.  -------------------------------------------------------------------------------- Indice dell’opuscolo -------------------------------------------------------------------------------- In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie, all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa competizione internazionale. Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025, quando ha  auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026, dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di «investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle «scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca, istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti. Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025). Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati (anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del governo della scienza.  Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.  Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione. Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli. L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti dentro le scuole e le università. L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro, l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione, lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno. Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra, precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica. -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra (DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto e iniziativa politica (i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di legge del governo Meloni). Per saperne di più e organizzare una discussione del libro: laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte Connessioniprecarie.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info