Riprendiamoci il futuro. Senza chiedere permesso, senza più guardare indietro
Pubblichiamo un testo di un gruppo di spazi romani sull’attuale situazione politica del paese e le prospettive verso le mobilitazioni dell’autunno e le prospettive di lotta. Siamo dentro il precipizio di un modello. La crisi dell’Occidente e del dominio coloniale e maschile che lo hanno fondato stanno dimostrando sempre più la loro irriformabilità. Il collasso a cui assistiamo nella “vecchia Europa” non è una congiuntura sfavorevole né una crisi passeggera, ma l’esito sistemico di 40 anni di politiche neoliberali volte ad azzerare la lunga stagione di lotte e conquiste che ha segnato il dopoguerra fino a tutti gli anni Settanta. Di fronte all’incapacità di ricomporre il caos economico e la stagnazione dei mercati, il capitale globale ha compiuto un salto programmatico: rimettere ordine attraverso l’economia di riarmo. L’inflazione bellica, la speculazione energetica e il carovita non sono “effetti collaterali”, ma precise decisioni politiche volte a finanziare l’escalation militare tagliando e riorientando la spesa sociale. L’investimento in un modello estrattivista che ignora la crisi ambientale e climatica che produce e’ sfacciata quanto la nobiltà di fine ‘800. La compromissione delle vite di miliardi di persone è un misero costo sociale da sopportare: un’operazione di una violenza inaudita, messa in atto col piglio di chi, dall’alto delle proprie lussuose e opulente torri d’avorio, gira l’olivetta nel Martini. Non si punta il dito contro i profitti delle industrie belliche o i tagli alla sanità, alla casa e all’educazione, ma contro le persone migranti e razzializzate, le persone trans e queer, chi percepisce un sussidio o chi scende in piazza, deviando la sofferenza sociale verso la guerra dei penultimi contro gli ultimi. È la distruzione di Gaza, la guerra permanente, il genocidio riproduttivo, il razzismo istituzionale e l’islamofobia, l’ecocidio, l’ordine patriarcale, la criminalizzazione di chi prova ad opporsi contro la devastazione della vita e del vivente tutto che chiamiamo violenza. UNA FRATTURA CHE MESCOLA LE CARTE In questo scenario si colloca una frattura generazionale profonda: giovani cresciuti durante l’isolamento pandemico, segregati in una quotidianità segnata dai social media, perché nel “mondo reale” non è stato lasciato loro alcun margine di agibilità o di futuro. Quando questa generazione esplode nelle strade, porta con sé un carico di sofferenza viscerale, di estraneità alle istituzioni e alla politica – anche “di movimento” -, di rabbia (che potrebbe sembrare) cieca. Una rabbia istintiva contro l’ingiustizia, che appare “prepolitica”, talvolta aspra, ma assolutamente legittima, in una società che offre solamente precarietà, competizione, solitudine, forme di disciplinamento e polizia. Una generazione si unisce e si muove, i governi rispondono a suon di coprifuoco, violenza poliziesca, decreti sicurezza. Ci vengono in soccorso le parole di Bertold Brecht: «Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, toglierli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato». I fatti di questi giorni ci mostrano una debolezza inaspettata del sistema di comando, rispetto alle narrazioni di comodo, in cui la lotta sui bisogni materiali conquista la scena con intelligenza e radicalità, nonostante un apparato repressivo e di controllo preventivo senza precedenti: mettere in gioco i corpi attraverso le forme di riappropriazione diretta, l’occupazione dello spazio pubblico, i cortei selvaggi, il blocco della mobilità e del trasporto, interroga con forza il terreno della riproduzione sociale e i processi di fascistizzazione della società. Se la vita delle persone è tenuta in scacco dalle condizioni materiali legate al salario, al welfare, alla disponibilità di tempo, ciò che ci separa realmente dal migliorarle è spesso molto più alla nostra portata. Nella quotidianità quello che ci separa dal cibo é una cassa di supermercato, quello che ci separa dal lusso é una vetrina, quello che ci separa dall’avanzare é un cordone di polizia e quello che può portare al blocco delle grandi industrie sono camion che si fermano davanti a un casello.  Quando questo accade il sistema trema: le persone non restano più a guardare rassegnate, prendono in mano la propria vita e provano ad abbattere i muri di una condizione sociale non più sopportabile. > Ci troviamo di fronte all’apertura di una inedita finestra di possibilità che > ci consente di allargare lo spettro di ciò che è ritenuto possibile e > praticabile in maniera comune. Organizzarsi diventa quindi una responsabilità collettiva: più che la vetrina infranta o la riappropriazione della merce, colpisce la semplicità dell’utilizzo di diverse pratiche di conflitto, la loro capacità di risonanza e di connessione di soggetti sociali diversi: dal protagonismo delle seconde e terze generazioni, fino ai blocchi di agricoltori e autotrasportatori. Un inedito ed embrionale processo di riconoscimento e ricomposizione di classe. IL CAMBIAMENTO NON È MAI GENTILE Guardando all’Europa, le forme dell’insorgenza parlano la stessa lingua della sofferenza, ma assumono tratti differenti. Se in Albania, Francia, Spagna e Serbia, la conflittualità si esprime in cicli di rivolta metropolitana o blocchi prolungati, in Italia le ultime piazze mostrano una composizione meticcia e giovanissima che rompe con i vecchi schemi ideologici. Allo stesso tempo, un capitolo cruciale riguarda le mobilitazioni del Sud Italia.  Il Mezzogiorno è stato prima scientemente ingannato dalle promesse demagogiche di Meloni e della destra per poi essere cinicamente abbandonato e ignorato. Con lo smantellamento del Reddito di cittadinanza, l’imposizione dell’Autonomia differenziata e la desertificazione industriale, il governo ha condannato intere regioni alla marginalità. Oltre alla propaganda ufficiale e il silenzio dei media mainstream, al Sud stanno emergendo dinamiche sociali e forme di resistenza “indigene”, nate dalla rabbia per il tradimento subito e dalla necessità quotidiana di sopravvivenza. La strada era stata già indicata un anno fa, durante il formidabile autunno di lotta contro il genocidio in Palestina e di solidarietà alla Global Sumud Flottiglia: dobbiamo accogliere la disponibilità al conflitto, reimmaginandone le forme. A nostro avviso, lo sciopero generale e sociale rimane lo strumento fondamentale per affermare un principio di giustizia sociale, riattivare meccanismi di conflittualità reale nei luoghi di lavoro e nei territori, e soprattutto sottrarsi alla morsa repressiva con cui il governo vorrebbe schiacciare la questione sociale. Da questo punto di vista è quanto mai urgente e opportuno farsi “infrastruttura sociale e politica”, in grado di dare spazio e tempo a quell’ecosistema di rivendicazioni, lotte e pratiche che stanno riprendendo vigore nel nostro paese: rifiuto della guerra, abbandono dell’economia fossile, aumento dei salari, reddito sociale, autodeterminazioni dei corpi, diritto alla casa e all’istruzione pubblica, sanità pubblica. > Se la casa costa troppo, se la vita costa troppo, se hanno venduto il futuro > di un’intera generazione, se aggrediscono in continuazione i nostri diritti, > se violentano ogni giorno i nostri corpi.. Non possiamo tornare a casa. Per > dirla con bell hooks, avremmo bisogno di “adottare una prospettiva radicale da > cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”. Nei prossimi mesi abbiamo la possibilità materiale di invertire la rotta: a partire dallo sciopero generale del 30 ottobre, che attraverserà i porti e i flussi metropolitani, dove “bloccare tutto” significa spezzare la catena del valore, passando per lo sciopero generale e studentesco internazionale del 20 novembre, fino ad arrivare alla settimana di mobilitazione chiamata da Non una di meno contro la violenza patriarcale verso il 28 novembre. Il futuro non è scritto. Riprendiamocelo. Senza chiedere permesso e senza più guardare indietro. Appuntamento venerdì 30 ottobre alle 10.30 a Piazza dei Cinquecento. Foto di copertina di Veronica Figliuzzi, corteo per il 25 aprile a Roma Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 28, 2026
DINAMOpress
Il 30 ottobre è qualcosa di più di uno sciopero generale
Il 30 ottobre sarà una grande giornata di sciopero generale, una mobilitazione indetta da USB contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, contro il carovita che sta strangolando la popolazione, contro la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita e contro la guerra. […] L'articolo Il 30 ottobre è qualcosa di più di uno sciopero generale su Contropiano.
October 28, 2026
Contropiano
#nodatacenters #elezioniusa Il progetto di una mega Data Center da 830 ettari potrebbe determinare il voto nello stato dello #iowa e, di conseguenza, modificare la composizione del Senato degli Stati Uniti d'America. La lotta popolare contro il Data Center ha caratterizzato il dibattito politico statale e, oggi, di tutto il Paese. Donald Trump trema, ma tremano anche i grandi colossi informativi e dell'Intelligenza Artificiale i cui scopi bellico-nucleari sono sempre più preponderanti.
October 27, 2026
Antonio Mazzeo
#michiamohandalino Antonio Mazzeo – Spettacolo La Fiaba #stopthegenocideingaza🇵🇸 Antonio Mazzeo, giornalista, attivista e docente messinese, ci anticipa i temi de <La Fiaba che avrei voluto raccontare ai bambini di #Gaza>, un reading teatrale che affronta il tema del conflitto israelo-palestinese con un linguaggio adatto a fare comprendere meglio la realtà ai più piccoli. https://www.tcftv.it/antonio-mazzeo-spettacolo-la-fiaba-2/
October 27, 2026
Antonio Mazzeo
Armi e angeli della morte: due libri di verità
Per prepararvi degnamente in vista dello sciopero globale dei portuali (e dei non portuali) contro il riarmo del 30 ottobre, oggi la Bottega vi consiglia due letture ad hoc. La logistica delle armi Dai porti al genocidio: la rotta mondiale della filiera bellica di Linda Maggiori Edizioni Altreconomia, 2026, pp. 288. Ogni giorno tonnellate di esplosivi, munizioni, carburanti speciali e
October 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Colle di Val d’Elsa, l’eroe fascista Bandini commemorato da istituzioni e scuole
Da 26 anni il 28 ottobre viene commemorata la morte del fascista colonialista Roberto Bandini, in una piazza a suo nome. Nato a Colle di val d’Elsa, si arruola nelle camicie nere a 18 anni come volontario e parte per la campagna coloniale etiope. L’evento organizzato dal comune e dall’Associazione Paracadutisti d’Italia avviene ogni 28 ottobre, anche se Bandini è morto il 25 ottobre; la data sembra non essere casuale, essendo che il 28 ottobre si svolge un altro grande anniversario: la marcia su Roma. Presenzia ad onorare il defunto fascista il sindaco Piero Pii. Il comune eroga e promuove in collaborazione con l’associazione nazionale dei Paracadutisti della Folgore, delle borse di studio a nome del fascista, a cui possono partecipare student* dai 14 ai 20 anni. Infatti ogni anno a questo evento sono caldamente invitate le scuole del territorio Colligiano, che presenziano la commemorazione di un militare fascista con canti militari e forze dell’ordine. Nella dicitura della borsa di studio il comune descrive Roberto Bandini come l’eroe colligiano (clicca qui per il bando). Da una prospettiva antifascista e antimilitarista, la celebrazione annuale di Roberto Bandini a Colle di Val d’Elsa rappresenta una grave mistificazione storica che utilizza le istituzioni pubbliche e la scuola per sdoganare la retorica bellicista e il passato coloniale italiano. Presentare come un “eroe” e un modello per i giovani un soldato che scelse volontariamente di arruolarsi nelle camicie nere per partecipare alla sanguinosa aggressione coloniale in Etiopia — un’operazione segnata da crimini di guerra e violenze sistematiche contro le popolazioni locali — significa ribaltare i valori democratici e civili. Il fatto che il bando della borsa di studio, rivolto a studentesse e studenti in età scolare, utilizzi parole d’ordine come “amor di patria” ed “esempio di sacrificio” applicate a contesti di guerre di aggressione fasciste costituisce un’inaccettabile operazione di indottrinamento e normalizzazione della violenza militare. Sul piano strettamente politico e simbolico, la scelta di mantenere la commemorazione il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, è una provocazione insostenibile per un’istituzione democratica. Spostare la memoria della morte dal 25 al 28 ottobre rivela la chiara volontà di evocare il calendario liturgico del Ventennio, camuffando la celebrazione nostalgica sotto il velo formale dell’onore militare. La partecipazione attiva del sindaco e delle autorità civili a un evento che unisce canti d’arma, forze dell’ordine e scolaresche non fa che legittimare la continuità di un culto della forza e del militarismo. Le istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione antifascista dovrebbero promuovere la cultura della pace, del rifiuto della guerra e della decolonizzazione della memoria, anziché finanziare e patrocinare cerimonie che riabilitano figure organiche ai regimi dittatoriali. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Opinione pubblica, art. 11 e armi all’Ucraina: risposta a Crosetto
PREMESSA Crosetto ha più volte sostenuto che il sostegno militare all’Ucraina non può dipendere dagli orientamenti dell’opinione pubblica. Questo articolo discute quattro punti: il valore dell’opinione pubblica in democrazia, il rapporto con l’articolo 11, le iniziative diplomatiche italiane e la qualifica di «difensivo» attribuita alle armi. Le formule in discussione provengono dall’intervista di Crosetto alla BBC, trasmessa il 18 ottobre 2026 (trascrizione fornita; da verificare sulla registrazione). Crosetto afferma che «non si può cedere all’opinione pubblica» quando si pensa che stia sbagliando; che la maggioranza è contraria agli aiuti; che è difficile spiegare che aiutare una nazione a resistere «non significa essere contro la pace»; che «noi vorremmo una pace domani mattina». Alla domanda se consideri sbagliata l’opinione pubblica, risponde ricordando che la maggioranza è contraria e che l’Italia ha inviato dodici pacchetti, con un tredicesimo probabile entro l’anno. Dichiarazioni affini alla Camera: 7 giugno 2024 (non esiste pace giusta se un popolo aggredito non può difendersi) e 15 gennaio 2026 (interrompere gli aiuti significherebbe rinunciare alla pace prima di costruirla). L’OPINIONE PUBBLICA NON È UN ERRORE DA CORREGGERE In una democrazia l’opinione pubblica è condizione di funzionamento del governo, non un ostacolo da contenere. Lo mostra già Hume nel saggio Of the First Principles of Government (1741): la forza materiale è sempre dalla parte dei governati, e ciò che permette ai pochi di essere obbediti dai molti è l’opinione. Per questo soltanto sull’opinione si fonda il governo, anche il più dispotico. Per Luca Cobbe (Il governo dell’opinione: l’epistemologia politica di David Hume, Università di Ferrara) ne segue che l’attività principale di chi governa non è eseguire ma «pensare per la società e attraverso di essa». L’opinione non è una conoscenza inferiore o transitoria: è la materia di cui è fatta l’autorità politica. Nessun governo può prescindere dall’opinione, sebbene quest’ultima non abbia sempre ragione. «Sbagliare» vale per i giudizi di fatto, mentre un’opinione sull’invio di armi o sulla spesa militare è un giudizio su priorità, costi e rischi. Per Derrida è una valutazione impegnativa, non un sapere, e non coincide con i sondaggi. Per Dewey il pubblico è l’insieme di chi subisce le conseguenze indirette di decisioni che non ha preso: nel nostro caso la spesa militare, i costi dell’energia e il rischio di escalation. Habermas fornisce il criterio. L’opinione pubblica nasce dalla discussione critica di cittadini privati sulle decisioni del potere. Una decisione è legittima se può essere giustificata in una discussione pubblica aperta, e l’opinione che si forma nello spazio pubblico alimenta le istituzioni, che devono rispondere con ragioni. La critica a un governo che dichiara «sbagliata» l’opinione riguarda quindi la qualità della giustificazione, non il sondaggio: il criterio non è che il pubblico abbia sempre ragione, ma che le decisioni siano argomentate in pubblico. Sul piano empirico, un’indagine Eumetra per PiazzaPulita (ItaliaOggi, 28 settembre 2026) rileva che il 61,1% degli italiani chiede lo stop immediato all’invio di armi, con quote alte anche nell’opposizione (M5S 76,7%; Pd 47% contro 41% favorevoli a proseguire). Una rilevazione Euroskopia-Swg dava invece l’Italia quasi alla pari, 45% favorevoli e 46% contrari. Un orientamento trasversale a più elettorati è difficile da spiegare con la sola disinformazione straniera, documentata altrove: contano anche costi, stanchezza e timore di escalation. Ridurre il dissenso a manipolazione lo tratta come effetto indotto. L’ARTICOLO 11: CONSENTE, NON IMPONE L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente limitazioni di sovranità per un ordinamento di pace e promuove le organizzazioni internazionali con questo scopo. Sull’invio di armi la dottrina è divisa. * Lettura permissiva. Flick (già presidente della Corte costituzionale) lo ritiene compatibile; Pagella Politica osserva che l’aiuto a uno Stato aggredito che esercita la legittima difesa non è vietato (art. 51 Carta ONU, richiamato anche dalla relazione al ddl governativo). * Lettura critica. De Fiores definisce il ripudio un principio supremo; Volpi sostiene che l’invio di armi rende l’Italia parte belligerante; Villone, più sfumato, ricorda che la Costituzione non è pacifista a prescindere. Ne seguono tre rilievi. Anche nella lettura permissiva l’articolo consente, non impone: l’aiuto è una scelta politica, soggetta a deliberazione e consenso. La seconda parte dell’articolo, sulla promozione della pace, fonda inoltre un’aspettativa di azione diplomatica oltre che militare. Crosetto lo invoca come limite (31 maggio 2024: armi usabili solo per la difesa dell’Ucraina, non in territorio altrui), ma per Pagella Politica l’articolo non vincola l’uso da parte di chi le riceve: il vincolo è politico. Il Parlamento ha autorizzato le proroghe; il 15 gennaio 2026 la risoluzione di maggioranza è passata con 186 voti favorevoli, 49 contrari e 81 astenuti. LA DIPLOMAZIA: AZIONI DICHIARATE, NESSUNA INIZIATIVA AUTONOMA VERIFICATA Nelle fonti consultate non risulta un’iniziativa italiana autonoma di mediazione né un canale negoziale con Mosca, anche se non si può escludere che esista e non sia pubblica. Risultano azioni dichiarative e in coordinamento con altri: * Tajani al Consiglio di sicurezza ONU (23 settembre 2026): appello al cessate il fuoco immediato e alla Russia perché negozi seriamente. * La risoluzione di maggioranza (bozza del 10 giugno 2026): «ogni utile iniziativa» per una pace giusta, in coordinamento con Stati Uniti, NATO e G7 e con un ruolo dell’UE. * La proposta di Crosetto di una tregua con monitoraggio e garanzia ONU (Salone del Libro di Torino; data da verificare) e la Ukraine Recovery Conference di Roma (luglio 2025), che riguarda la ricostruzione e non la mediazione. Il 15 gennaio 2026 lo stesso Crosetto ha detto che il negoziato non decolla perché la Russia temporeggia. Il rilievo va quindi formulato con precisione: le dichiarazioni sulla pace non dicono quale proposta italiana, con quali interlocutori, con quali tempi e con quali esiti sia in corso. «DIFENSIVO»: UNA QUALIFICA POLITICA CHE NON SI PUÒ VERIFICARE L’aiuto è difensivo per finalità, cioè respingere un’aggressione; per tipo di arma la distinzione è meno netta. La legittima difesa (art. 51 Carta ONU) comprende anche azioni offensive sul piano tattico, come i contrattacchi. Il 26 gennaio 2023 Crosetto ha detto che il sesto decreto era l’unico con soli armamenti difensivi, cioè sistemi antiaerei (SAMP/T, Aspide e Stinger secondo la stampa): i cinque precedenti non lo erano esclusivamente. L’elenco dei materiali inviati è secretato; i pacchetti sono dodici, per un valore stimato tra 2,5 e 3 miliardi di euro (Affaritaliani, che cita Bloomberg). Il governo afferma che le armi italiane non possono essere usate in territorio russo. Secondo Quotidiano.net il vincolo riguarda l’uso fuori dai confini ucraini internazionalmente riconosciuti, quindi non esclude di colpire le forze russe in Crimea o nei territori occupati; Crosetto stesso ha detto che l’uso difensivo comprende anche colpire i russi in Ucraina. Non risulta come il rispetto del vincolo sia verificato. Decode39, citando La Stampa e una fonte della Difesa, riporta che le armi italiane possono servire a scopi sia difensivi sia offensivi. Finché l’elenco è secretato, né i cittadini né il Parlamento nel suo complesso (l’elenco passa per le sedi riservate, come il Copasir) possono giudicare la qualifica di «difensivo». Si chiede il consenso su una scelta di cui non si possono verificare i termini. OBIEZIONI PREVEDIBILI * «Il mandato parlamentare non è imperativo» (art. 67 Cost.). Vero, ma riguarda il rapporto tra eletto ed elettori: non autorizza a dichiarare errata l’opinione né dispensa dal giustificare le scelte. * «Su fatti verificabili l’opinione può sbagliare». Vero; l’onere della prova spetta però a chi governa, in pubblico. Per Habermas l’errore si corregge con l’argomentazione, non con la delegittimazione. * «La disinformazione ostile esiste». È documentata, ma resta da dimostrare quanto spieghi un orientamento trasversale a più elettorati. * «L’azione diplomatica passa per UE, G7 e ONU». Posizione sostenibile, che non toglie la domanda su quali proposte italiane siano state avanzate e con quali esiti. * «I sistemi antiaerei sono difensivi per natura e la riservatezza protegge l’operatività». Plausibile per quei sistemi, non per l’intero elenco dei dodici pacchetti, né spiega come sia controllato il vincolo d’uso. CONCLUSIONE «Non si può cedere all’opinione pubblica.» Cedere a chi? Alla maggioranza degli italiani, che per ammissione dello stesso ministro è contraria agli aiuti. Un governo che procede contro la maggioranza dei cittadini ha almeno il dovere di dirlo e di spiegarlo. Non basta credere di avere ragione: bisogna poterlo dimostrare. Una convinzione non è una prova, e chi decide sulla guerra deve poter essere contraddetto. Hume lo sapeva già nel 1741: chi governa non ha dalla sua altro che l’opinione. Dewey: chi sopporta le conseguenze ha titolo a giudicarle. Habermas: nessuna decisione è legittima se non regge davanti a chi ne è toccato. Derrida: la democrazia non è mai data, si inventa ogni giorno. Quattro voci, una sola lezione: l’opinione non è l’avversario della politica, ne è la condizione. Si vuole la pace «domani mattina»? Allora si dica che cosa fa l’Italia questa mattina: quale proposta, con quali interlocutori, con quali esiti. Si chiamano «difensive» le armi? Allora si mostri che cosa si invia e chi controlla come viene usato. Si dichiara sbagliata la maggioranza dei cittadini? Allora lo si dimostri, davanti a quei cittadini. Spiegare è difficile. Ma è la fatica della democrazia, non il suo ostacolo: una democrazia che si difende all’estero non può smettere di praticarsi in casa. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sciopero generale del 30 ottobre. Appello a tutti quelli che producono la ricchezza del paese, contro chi vuole rubarci il futuro
Non è il momento di farci mettere paura, è il momento di riempire le piazze e di unire le categorie e le generazioni. Il governo Meloni sta usando la mano pesante per evitare di affrontare i problemi reali. Noi dobbiamo riuscire a rappresentare tutto il Paese e non lasciarci trascinare […] L'articolo Sciopero generale del 30 ottobre. Appello a tutti quelli che producono la ricchezza del paese, contro chi vuole rubarci il futuro su Contropiano.
October 27, 2026
Contropiano
La “guerra cognitiva” a Milano la fa lo Stato
Martedì 20 ottobre il nostro Ministro della Difesa, Guido Crosetto, era preoccupato. Intervenendo al “2nd defence procurement” a Roma diceva: “I fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida“. E giù giornalisti in rivoli di articoli e servizi televisivi per diffondere l’idea nella popolazione. Poi si lasciava andare in quella che sembrava quasi una confessione: “Non riusciamo a trasmettere quanto sia importante la difesa come pilastro della sicurezza e delle istituzioni. La cultura della difesa non ha appeal”. E giù il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, a firmargli un manifesto di intenti per «rafforzare la collaborazione tra le due Amministrazioni e promuovere un dialogo più stretto e costante tra mondo accademico, industria e istituzioni, dedicato alla Cultura della Sicurezza». A quanto ci risulta, questa è la prima volta in cui una fonte istituzionale esplicita mediaticamente che l’Italia ha subito un attacco cognitivo. Le dichiarazioni di Crosetto per commentare i danneggiamenti avvenuti nelle manifestazioni ai negozi nel centro di Milano successivamente alla manifestazione contro il caro vita e nel giorno successivo, il 17 e il 18 ottobre indicano che le chiamate a scendere in piazza dalle quali sono nati gli scontri potrebbero essere state state inoltrate sui social da un Paese straniero con l’intenzione di danneggiare l’Italia. Ma cosa significa? Che cos’è la guerra cognitiva? E davvero siamo sotto attacco? “UNA GUERRA COGNITIVA È UN CONFLITTO CHE CONSIDERA IL PENSIERO UMANO E LA PERCEZIONE DELLE PERSONE I BERSAGLI PRINCIPALI DEI PROPRI ATTACCHI”. Di solito le definizioni che si trovano in rete o nei documenti aggiungono specificazioni che però ne inficiano la portata. In particolare, spesso si dice che è guerra cognitiva (solo) quella fatta dall’apparato militare di uno stato contro la popolazione di un altro stato. Questo è falso per due motivi: il primo, come rivelano le stesse fonti militari, è che la guerra cognitiva include anche operazioni militari “di difesa” che consistono nel tentativo di manipolare le menti della popolazione della propria nazione; il secondo è che non è condotta solo da militari, perché ad esempio anche un’azienda bellica che offre “gratuitamente” alle scuole su determinate materie scientifiche e il Ministero dell’Istruzione e del Merito e le Forze dell’Ordine che diffondono la Cultura della Difesa nelle scuole stan facendo guerra cognitiva. Perché? Perché stanno pianificando e attuando tecniche che hanno l’obiettivo di influenzare la lettura della realtà dei giovani con scopi predeterminati. Il conflitto in questo caso è tra chi la guerra la vuole e chi si troverebbe a doverla combattere con il proprio corpo. Veniamo al caso di Milano. Gli esperti di flussi, algoritmi e bot, avrebbero rilevato che i messaggi circolati sui social subito prima delle manifestazioni avessero un target predefinito composto da giovani arrabbiati, potenzialmente disubbidienti e facilmente incitabili alla rivolta. I contenuti e gli appelli poi sono stati rilanciati e ognuno si sarebbe quindi trasformato in un moltiplicatore che ha contribuito a far crescere da subito le adesioni agli atti violenti. Questa azione così precisa ha fatto pensare agli esperti che vi fosse sotto una competenza digitale e un modello predefinito, simile a ciò che è successo a Ceuta e in Albania. La diffusione in concomitanza dei immagini provenienti dalla Francia avrebbe creato nei giovani un effetto emulazione. Le devastazioni del 17 e 18 ottobre sarebbero quindi per gli esperti del ministero il risultato di una azione informatica, tecnologica e sociale insieme: che non ha creato il malcontento, ma si è “limitato a intercettarlo, orientarlo e amplificarlo”. Non è stato un fenomeno spontaneo ma sono state rilevate secondo i servizi “tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti“ volte a chiamare in piazza più persone, corroborando poi la tesi aggiungendo che le fonti degli appelli non erano state rintracciate. Ma sebbene non sia possibile escludere che ci sia stata un’ingerenza di tipo cognitivo da parte di un altro paese, c’è un po’ di differenza tra considerare questa ipotesi e diffonderla mediaticamente come l’unica e utilizzarla per delegittimare il malconento e il disagio giovanile, equiparare la partecipazione alle manifestazioni con quella ai danneggiamenti e prendere provvedimenti quali inviare l’aeronautica a sfilare a Milano in Difesa di negozi di lusso. Anche perché affermare che siamo sotto attacco cognitivo ha anche diverse conseguenze che al netto sono decisamente a favore del Ministero della Difesa. Tanto che la dichiarazione di Crosetto e la successiva diffusione a mezzo stampa può essere anch’essa letta come un attacco cognitivo alla società italiana. In effetti, tale messaggio: * introduce nell’immaginario collettivo il termine guerra cognitiva senza dire che i militari la fanno anche manipolando le menti delle “proprie” popolazioni; * contribuisce a costruire un Nemico senza definirlo chiaramente. Forse “i russi”, forse “gli jihadisti”, forse “i comunisti”. L’unica cosa che si capisce è che l’artefice c’è e che è contro il meravigliosamente libero e democratico Occidente. * alimenta quindi un clima di paura da utilizzare per sostenere l’introduzione del cyber-esercito in discussione ora in Parlamento oppure il ritorno della leva (clicca qui).1 * legittima l’invio di 500 militari a Milano senza dire che così militarizza la società, favorisce la deriva bellica e agisce quella pedagogia nera che considera la repressione un metodo d’insegnamento.2 Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, denunciamo che l’idea che le manifestazioni di dissenso ed i conflitti sociali siano generati da agenti esterni o fiancheggiatori di agenti esterni all’interno di quella che viene chiamata minaccia ibrida e guerra cognitiva è estremamente pericolosa. Da manuale militare, rientra nella generale identificazione di un nemico al quale attribuire le responsabilità. L’identificazione di queste categorie possono portare sia ad attacchi espliciti (verbali o fisici) sia a conseguenze a livello di sistema (limitazione e esclusione). Per i fatti di Milano la ricerca di un soggetto che avrebbe in nome dell’Islam coordinato i fatti sminuisce i reali problemi che hanno creato le manifestazioni di dissenso e gli attacchi ai simboli del lusso. Esiste poi un’altra possibilità che è stata fatta passare del tutto sottotraccia dalle voci istituzionali ed è quella del fearmongering [In inglese, fear è “paura” e monger è “commerciare, saper vendere”] di stampo neofascista. Fra i vari contenuti che sono partiti non si sa dove, sono diventati “virali” e sono poi stati capaci di influenzare l’opinione pubblica giovanile in varie città, ci sono state anche delle presunte conversazioni “trapelate” da chat di gruppi Telegram che rivelavano l’intenzione dei membri di questi gruppi di scendere in piazza per andare a compiere crimini come “stuprare le ragazze”. Notizie che dopo qualche giorno si sono rivelate essere fake anche fra i giovani, ma che all’inizio hanno spaventato molto, come ci ha sengalato una docente di una secondaria di primo grado di Brescia. Il fearmongering si basa sul diffondere tensione e preoccupazione e portare così le persone a credere che ci sia un crescente bisogno di forze dell’ordine. In questo caso specifico, ha “contribuito” inducendo diversi giovani a non scendere in piazza per paura. Cosa sarebbe se questi messaggi non fossero circolati? Forse avremmo visto più piazze come quella di Cosenza, in cui un migliaio di giovani ha organizzato in pochissimo tempo una manifestazione pacifica e travolgente, in cui partecipare era insieme presa di coscienza d’essere collettività, politicizzazione e modo per “bruciare” un giorno di scuola. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1. L’incremento delle forze armate per raggiungere l’obiettivo di un soldato ogni 300 abitanti e di istituire la riserva militare territoriale era stato annunciato a giugno e rimandato a questo autunno. Notizia di questi giorni è l’intenzione della parlamentare Cinzia Pellegrino di proporre il tema all’interno già in discussione proprio in questi giorni in Parlamento ︎ 2. Il convegno di formazione del 4 novembre mattino verterà anche su questo, in particolare con un intervento di Stefano Cobello (clicca qui per iscriverti) ︎ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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#lascuolavaallaguerra Sabato 31 ottobre 2026 | ore 15:00, sarò ospite a #Perugiadi RICREAZIONE | Festival della #scuola pubblica, democratica, coraggiosa. Con Girolamo De Michele, insegnante, scrittore, attivista, Piero Magri, Terre di mezzo editore, Sfide-La scuola di tutti; Roberta Pompili, insegnante, antropologa e membro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, discuteremo insieme de "La scuola sempre più in grigioverde. Sulla #militarizzazione della #formazione".
October 27, 2026
Antonio Mazzeo
Toolkit disponibile online: una cassetta degli attrezzi per smontare la militarizzazione in università
Da oggi è disponibile per il download gratuito il Toolkit per resistere alla militarizzazione delle università, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, dal CORDA Padova, dalla Rete RUP Ricerca e Università per la Palestina con il prezioso contributo di ELSC-European Legal Support Center e BDS Italia. Nella primavera del 2025, all’indomani del lancio del programma ReArm-Europe, la Commissaria europea per la preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib, presentò un kit di sopravvivenza di cui dotarsi in caso di guerra e di crisi geopolitiche. Noi, che siamo invece preoccupati di evitare la guerra, di contrastarne la violenza e le odiose ingiustizie, e che ci impegniamo a prevenirla anziché darla per scontata, abbiamo predisposto un altro tipo di kit: una cassetta degli attrezzi che vuole contribuire a diffondere strumenti e strategie di resistenza ai processi di militarizzazione della ricerca e della formazione, rivolgendosi in particolare a chi all’interno delle università ed enti di ricerca avverte la necessità di organizzarsi contro una guerra che i nostri governi raccontano come inevitabile o addirittura necessaria. Poiché le realtà che hanno realizzato questo strumento hanno nei luoghi dell’istruzione e della ricerca il loro ambito di azione, abbiamo pensato di proporlo laddove le lobby guerrafondaie cercano spazio per reclutare e per sfruttare le potenzialità dell’innovazione tecnologica e la legittimazione scientifico-culturale che la ricerca offre, cioè nelle università. In questa fase, ci è parso necessario raccogliere in un unico strumento le buone pratiche maturate nei diversi contesti accademici dalle realtà che, da prospettive differenti, si sono impegnate a resistere alla militarizzazione, e metterle a disposizione di chi deve ancora affrontare questi temi. Circa la metà degli atenei non si è ancora attivata, in diversi casi semplicemente perché non si è trovata di fronte a collaborazioni problematiche; conviene però attrezzarsi per tempo, perché il processo di militarizzazione dell’università è destinato a estendersi. È infatti fondamentale ricordare che la militarizzazione non è un fenomeno circoscritto alle Forze Armate e alla filiera bellica, ma un processo alimentato da flussi economici e finanziari, sviluppo tecnologico e legittimazione scientifica – che coinvolge tanto le scienze dure quanto quelle umane e sociali – e sostenuto dalla costruzione di un discorso pubblico che, attraverso linguaggi, simboli e immagini, rende l’idea della guerra accettabile. Lo vediamo già in atto anche nell’università, dove l’ingresso crescente di fondi privati e legati alla difesa è reso accettabile dal definanziamento pubblico e dalla drammatica precarizzazione del lavoro di ricerca, che rende il personale di ricerca precario sempre più alienato e ricattabile rispetto al proprio lavoro. Per questo è fondamentale ricordare come militarizzazione e precarizzazione della ricerca siano due fenomeni intrecciati. Questo intreccio rende più forte l’offensiva contro l’idea di un’università libera dagli interessi bellici, dello Stato e del capitale. Al tempo stesso, riconoscerlo è un passo necessario perché lavorat3 dell’università – personale della ricerca, tecnico e amministrativo, lavorat3 dei servizi esternalizzati come portinerie e  pulizie, così come la componente studentesca – possano rispondere a questa offensiva con modalità all’altezza delle sfide attuali. IL TOOLKIT DI RESISTENZA HA UN DUPLICE OBIETTIVO: OFFRIRE UN QUADRO DELLE DINAMICHE IN ATTO NEL PROCESSO DI MILITARIZZAZIONE DELLE UNIVERSITÀ E, INSIEME, METTERE A DISPOSIZIONE SPUNTI DI METODO E STRUMENTI PRATICI PER CONTRASTARLO DAL BASSO. La prima sezione fornisce un quadro normativo e ricostruisce come la militarizzazione si stia facendo spazio negli atenei: attraverso la ricerca bellica e il dual use – ormai sdoganato anche nel programma quadro europeo per la ricerca –, ma anche attraverso la presenza sempre più pervasiva del Ministero della Difesa, della NATO, delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine nella didattica e nell’orientamento. Un aspetto non trascurabile riguarda, inoltre, gli accordi con università e partner israeliani coinvolti nel genocidio in Palestina. In primo luogo, per il supporto materiale e la legittimazione politica che questi accordi offrono ad Israele; in secondo luogo, in quanto Israele costituisce un laboratorio avanzato di militarizzazione della società: la collaborazione con le sue istituzioni, anche in ambiti non esplicitamente militari, finisce per sostenere le politiche di occupazione e per fare da apripista a una militarizzazione più ampia della ricerca, attraverso lo sviluppo e lo scambio di tecnologie belliche e di sorveglianza, all’interno di un paradigma che abbiamo definito Israelizzazione. La seconda sezione illustra le fasi di un metodo già sperimentato in numerosi atenei. Il punto di partenza è l’accesso agli atti, che permette di ottenere, attraverso un successivo lavoro d’inchiesta, le informazioni necessarie a mappare gli accordi e i progetti legati in senso ampio alla filiera bellica presenti in ciascun ateneo, per poi monitorarli e comunicarli dentro e fuori la comunità accademica. La terza sezione discute le azioni possibili a livello di ateneo: dalle mozioni da presentare agli organi accademici all’istituzione di comitati tecnici o etici che monitorino le collaborazioni problematiche e si esprimano su di esse, fino alla rivendicazione del diritto all’obiezione di coscienza rispetto alle attività, presenti in ateneo, che direttamente o indirettamente sono connesse al sistema della guerra. La quarta sezione allarga infine lo sguardo oltre il singolo ateneo. Un problema sistemico come la militarizzazione del mondo accademico richiede una risposta sistemica: costruire una rete tra le realtà che esistono e resistono, realizzare una mappatura nazionale, mettere a sistema le esperienze. Significa connettersi a campagne nazionali – come La Conoscenza Non Marcia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina o l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – o internazionali – come la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI), parte del movimento Boycott, Divestment, Sanctions (BDS), o la rete Stop Academic Complicity – ma anche a realtà esterne al mondo universitario, come l’osservatorio Weapon Watch e la rete dei lavoratori portuali. La quinta sezione raccoglie alcune indicazioni utili su policy e strumenti di autotutela, digitale e non, inclusa la protezione in caso di whistleblowing e quella del personale precario della ricerca, oltre a consigli pratici sul pacchetto sicurezza del Governo Meloni. Un accenno è dedicato anche al DDL Romeo: se approvato, potrebbe avere serie ripercussioni sul boicottaggio accademico nei confronti di Israele, ma anche, più in generale, sulla libertà di insegnamento e di ricerca e sulla possibilità stessa di organizzare momenti di dibattito e confronto su questi temi negli atenei, limitando così la libera manifestazione del pensiero e reprimendo il dissenso proprio là dove dovrebbe formarsi il pensiero critico della società. Una sitografia e una bibliografia ragionata chiudono il toolkit, insieme ad alcuni strumenti utili per l’inchiesta. Il toolkit ha una struttura modulare: può essere usato per intero, seguendo tutte le fasi del metodo, oppure attingendo a uno o più moduli, proprio come si prende un singolo attrezzo da una cassetta per intervenire su un segmento della catena di azioni possibili nel contesto universitario. L’augurio è che questo strumento vi ispiri, vi aiuti a resistere e vi coinvolga nella lotta comune, per affermare insieme: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!” Scarica qui il Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’università in pdf. Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’universitàDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#lascuolavaallaguerra San Lazzaro Savena ( #Bologna), giovedì 5 novembre, ore 20,30. #sanlazzarodisavenacity Presentazione del libro “LA SCUOLA VA ALLA GUERRA” di Antonio Mazzeo. Interverranno: Prof. Demostenes Floros: ricercatore-docente di Geopolitica; Prof. Andrea Zirotti, docente di Fisica in un liceo Budrio e Medicina; Prof. F. Domenico Capizzi: Presidente SMIPS; Dr. Marco Pondrelli: ex- Assessore alla Cultura di S.Lazzaro.
October 27, 2026
Antonio Mazzeo