Sulla cultura dello stupro e maschilitàAncora una riflessione a partire dai fatti di cronaca
Secondo me una parte enorme della difficoltà collettiva nel guardare davvero la
violenza sessuale sta qui: nel fatto che figure come Silvio Berlusconi o Jeffrey
Epstein non vengono percepite fino in fondo come totalmente estranee
all’immaginario dominante della maschilità. Anzi, continuano in qualche modo ad
affascinare nonostante ciò che è emerso sulle loro pratiche sessuali e
relazionali, ma anche attraverso quelle pratiche.
E questo non perché “gli uomini vogliono essere stupratori”, banalizzazione
moralistica che non spiega nulla. Ma perché la nostra cultura continua a
intrecciare profondamente desiderio, potere e accesso ai corpi. L’uomo ricco
circondato da ragazze giovanissime, l’adulto che supera i limiti e proprio per
questo appare potente, il capo che “può permetterselo”, il vecchio che continua
ad avere accesso a corpi giovani come prova di successo, prestigio e virilità.
Tutto questo non viene soltanto tollerato: viene continuamente erotizzato,
raccontato, reso aspirazionale.
E allora forse bisogna dirlo chiaramente: il problema non è solo la violenza
esplicita. Il problema è che il dominio maschile continua a essere culturalmente
desiderabile. Anche in forme apparentemente “soft”, ironiche o glamour. Ed è per
questo che molti scandali non producono vere fratture culturali. Perché
metterebbero in discussione non soltanto alcuni individui, ma una pedagogia
intera della maschilità.
Guardando insieme mesi di cronaca locale — non i grandi casi nazionali, ma
proprio la massa continua di articoletti di provincia, trafiletti, arresti,
denunce, misure cautelari — la sensazione è devastante. Non perché emerga
qualcosa di nuovo, ma perché si accumula continuamente la conferma materiale di
quello che femministe e movimenti antiviolenza dicono da decenni: la violenza
sessuale non è una deviazione della società. È dentro la società. Dentro le sue
gerarchie normali, i suoi desideri educati, i suoi modelli di potere.
E infatti la cosa che colpisce guardando decine di casi insieme è che la
violenza raramente arriva da un “fuori” mostruoso. Arriva molto più spesso da
uomini perfettamente integrati nella normalità sociale: compagni, ex, mariti,
insegnanti, allenatori, medici, colleghi, uomini adulti che si muovono dentro
rapporti di fiducia o autorità. Moltissimi casi parlano molto più di potere che
di sesso. Il sesso diventa linguaggio del controllo, dell’umiliazione,
dell’accesso garantito al corpo altrui.
E sì, esistono anche aggressioni in strada. In questi mesi ce ne sono state
diverse: donne aggredite vicino alle stazioni, all’uscita di locali, sui mezzi
pubblici, nelle zone della movida. A Milano pochi giorni fa una ragazza è stata
violentata fuori da una discoteca dopo essere stata seguita da un gruppo di
uomini. E proprio questi casi mostrano un’altra continuità importante: anche
quando la violenza avviene nello spazio pubblico, raramente nasce dal nulla.
Nasce dentro una cultura che educa alcuni uomini a percepire determinati corpi
come accessibili, disponibili, attraversabili.
Anche il digitale amplifica tutto questo. Revenge porn, gruppi Telegram,
immagini condivise senza consenso, adescamento, molestie continue, controllo
tramite chat e geolocalizzazione. Online e offline ormai sono la stessa
infrastruttura del dominio. E infatti tantissime violenze non iniziano dal gesto
estremo, ma da una lunga educazione alla disponibilità del corpo altrui: il
ricatto emotivo, l’insistenza normalizzata, la pressione sessuale continua, il
senso di diritto frustrato quando arriva un rifiuto.
E guardando la geografia dei casi si vede chiaramente anche un’altra cosa: la
violenza segue le linee della vulnerabilità sociale. Minori, persone disabili,
donne economicamente dipendenti, migranti, persone trans, persone isolate, sex
worker. Non perché siano “fragili per natura”, ma perché hanno meno protezione
sociale, meno credibilità, meno possibilità di essere credute immediatamente.
Poi c’è il linguaggio mediatico, che continua ossessivamente a trasformare tutto
in psicologia individuale: il raptus, la gelosia, “amava troppo”, “era
ossessionato”. Ma questa non è ossessione individuale che compare dal nulla. È
una cultura intera che continua a insegnare a troppi uomini che desiderare
significa ottenere, insistere, superare limiti, possedere. E che il potere renda
tutto questo più legittimo, più affascinante, persino più virile.
Ed è forse questo il punto più disturbante che emerge guardando tutta questa
cronaca insieme. Non solo la presenza della violenza, ma la difficoltà
collettiva ad abbandonare il fascino del dominio maschile stesso. Anche quando
quel dominio mostra apertamente il proprio volto predatorio.
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L'articolo Sulla cultura dello stupro e maschilità proviene da Osservatorio
nazionale NUDM.