[2026-09-17] Festival di Economia Sociale - Vivere, Abitare, Cooperare @ Nuoro7
FESTIVAL DI ECONOMIA SOCIALE - VIVERE, ABITARE, COOPERARE
Nuoro7 - Via Nuoro, 7
(giovedì, 17 settembre 10:30)
UN’ALTRA ECONOMIA È GIÀ QUI: 30 APPUNTAMENTI E OLTRE 60 OSPITI A «VIVERE,
ABITARE, COOPERARE», IL FESTIVAL DEDICATO ALL’ECONOMIA SOCIALE
BRANCACCIO, GIARDINI, SPIN TIME, FOSSICK PROJECT, FETTARAPPA E MARAGONI: DAL 17
AL 20 SETTEMBRE QUATTRO GIORNI GRATUITI A NUORO7.
IL 23 E 24 SETTEMBRE L’OFF FESTIVAL «DIGITALE BRUTALE» SUL CASO
AUTISTICI/INVENTATI
Programma completo: https://nuoro7.it/
30 appuntamenti e oltre 60 ospiti e realtà coinvolte: è online il programma di
«Vivere, Abitare, Cooperare», il primo festival organizzato da NUORO7 e
interamente dedicato all’economia sociale. Dal 17 al 20 settembre, in Via Nuoro
7, nel giardino affacciato sull’Acquedotto Felice tra Piazza Lodi e Pigneto,
quattro giornate a ingresso libero tra talk, laboratori, mercatini, musica e
spettacoli. E il 23 e 24 settembre si continua con «Digitale Brutale», l’Off
Festival che parte dal caso Autistici/Inventati per interrogarsi su piattaforme,
intelligenza artificiale, sovranità digitale e tecnologie alternative.
Il Festival nasce da una domanda: è davvero questo capitalismo l’unico orizzonte
possibile? La risposta viene cercata nelle pratiche che già oggi costruiscono
economie diverse: cooperative e imprese sociali, mutualismo abitativo, economia
circolare, beni comuni, lavoro di cura, mercati di prossimità e forme di
produzione collettiva del valore.
Tra i fili centrali del Festival, il rapporto tra concentrazione del capitale e
alternative cooperative, il futuro dei beni comuni e le nuove forme
dell’abitare: dalla riflessione sul desiderio post-capitalista al confronto
sulla finanziarizzazione dei beni pubblici, fino al «Capitale Comune» e al
mutualismo abitativo a partire dall’esperienza di Spin Time. Accanto a questi
temi, spazio anche all’economia circolare e al lavoro di cura, affrontato
attraverso welfare, migrazioni e disuguaglianze. Domenica il percorso confluirà
nei tavoli aperti alla cittadinanza e nell’incontro «Verso il Piano per
l’Economia Sociale di Roma», mettendo in dialogo pratiche, organizzazioni e
istituzioni.
Tra gli ospiti Emiliano Brancaccio, Federica Giardini, Giuseppe Allegri, Luigi
Corvo, Alessandro Coppola, insieme a esperienze come Spin Time, Confcooperative,
Scomodo, Barikamà, Programma Integra, Officine Zero, Stalker e Open Impact. Nel
programma anche la musica di Marcello Newman, FOSSICK PROJECT con Marta Del
Grandi e Cecilia Valagussa e gli spettacoli di Riccardo Goretti, Niccolò
Fettarappa e Lorenzo Maragoni, Aurora Spreafico e Altri Libertini.
Il 23 settembre, con «Keep the NET open! Still possible? Il caso
Autistici/Inventati», l’Off Festival «Digitale Brutale», organizzato in
collaborazione con il Master ProPART (Sapienza - IUAV), porterà la stessa
domanda nello spazio della rete: è ancora possibile costruire infrastrutture
digitali autonome e non estrattive? Il 24 settembre, «Resistere agli algoritmi.
Piattaforme, AI, sovranità, alternative» allargherà il confronto al potere delle
grandi piattaforme e dell’intelligenza artificiale. Gli ospiti di Off Festival
saranno Giuseppe Allegri, Tiziano Bonini, Andrea Capocci, Emiliana De Blasio,
Nicolas Denis, Marco Deseriis, Giulio De Petra, Michele Mezza, Sonia Montegiove,
Teresa Numerico, Stefano Simoncini. Parteciperanno anche i collettivi AVANA e
CIRCE.
Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero e gratuito. Il programma completo
è in allegato.
17–20 settembre 2026
OFF FESTIVAL: 23–24 settembre
NUORO7 – Via Nuoro 7, Roma
https://nuoro7.it/
Corpi in movimento. «Zapruder» 70 in tour!
Iniziano le presentazioni del numero 70 di «Zapruder»: “Corpo a corpo”… non
perderle!
L'articolo Corpi in movimento. «Zapruder» 70 in tour! sembra essere il primo su
StorieInMovimento.org.
Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti
Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro. A cura di Laura
Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis/Lo scandalo della differenza,
2026, pp.184, euro 16,00 stampa
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Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro è un titolo di
particolare bellezza, molto ben scelto per un libro che raccoglie le relazioni
presentate al convegno omonimo dedicato alla filosofa italiana nel settembre
2025 all’Università Cattolica di Milano. Un titolo suggestivo capace di evocare
la corrente affettiva, la gratitudine, il desiderio di esprimere riconoscenza a
una delle fondatrici del pensiero italiano della differenza sessuale, sentimenti
che hanno animato, in sua presenza, l’incontro milanese, voluto dalle amiche
della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima negli
spazi della stessa Università in cui Muraro aveva studiato più di sessant’anni
prima.
Il volume, pubblicato subito dopo la sua scomparsa, avvenuta il 13 giugno
scorso, intesse i contributi di Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Diana Sartori,
Ida Dominijanni, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci, Carla Lunghi,
Maria-Milagros Rivera Garretas, Wanda Tommasi, Annarosa Buttarelli Zambelli,
Paolo Gomarasca, Laura Colombo, donne e uomini che sono stati in uno stretto
rapporto di dialogo e scambio ideale con Muraro e riprendono «questioni e nodi
dei suoi testi», partendo dalla constatazione proposta da Chiara Zamboni
nell’Introduzione: «il pensiero di Luisa Muraro è un bene comune». Un bene
comune perché la sua vastissima produzione – libri, saggi, interviste, articoli
– non è mai stata confinata da lei in rigide definizioni, ma considerata sempre
aperta al contributo di chi legge, alla possibilità di una sua trasformazione,
di una ritessitura e di un rilancio, in continuità con l’intenzione iniziale del
suo pensiero.
Zamboni sottolinea un tratto essenziale della sua persona, «la vocazione alla
scrittura», sperimentata in tanti contesti del suo percorso di vita:
l’immersione nelle lotte del Sessantotto, la relazione con Rosetta Infelise con
cui fondò il Circolo Bernanos, la collaborazione con Elvio Facchinelli e il
movimento antiautoritario nei primi anni ’70, per approdare finalmente al «luogo
proprio dello scrivere», quello del femminismo, grazie all’incontro con Lia
Cigarini divenuta poi sua compagna di vita e di pensiero, con cui, insieme ad
altre amiche, nel 1975 inaugurò la Libreria delle Donne di Milano. Un
laboratorio politico, questo, in cui confluivano le esperienze dei gruppi di
autocoscienza maturate negli anni precedenti, le suggestioni che arrivavano
dalle pratiche dell’inconscio delle donne francesi di Politique et Psychanalise
e in cui prendeva consistenza, nei suoi snodi teorici e nella ricchezza di nuove
pratiche, il pensiero della differenza, come emerge dall’intervento di Carla
Lunghi, dove l’attività della Libreria viene attentamente indagata nel rapporto
con il Gruppo Promozione Donna di Milano lungo gli anni Ottanta e Novanta.
È dunque «nel terreno fertile del femminismo della differenza», per tornare a
Chiara Zamboni, che si esprime il valore politico della scrittura di Luisa
Muraro, sempre avvertita come necessità esistenziale, come strumento
indispensabile per dar forma al pensiero, mai scissa dalla relazione con le
altre e autorizzata dall’ascolto delle loro parole. Per lei la scrittura è sì
una vocazione, ma anche «un impegno assunto interiormente» per offrire le
condizioni affinché le donne possano comunicare «la loro esperienza con
indipendenza, sottraendosi ai regimi discorsivi di potere ed esplorando
liberamente sé stesse nel legame intimo che hanno con il mondo».
Attorno a questo impegno si muove tutto il pensiero di Muraro che già nel 1981,
con Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra
metafora e metonimia, si interroga sulla dicibilità della verità soggettiva e
illumina due direttrici possibili della lingua, quella metaforica,
dell’astrazione, dei rimandi ideali, che interpreta i fatti secondo codici
unitari, generali, prestabiliti, e quella metonimica che si fa strada nella
concretezza dei vissuti, dando senso a «nessi materiali, di tipo spaziale,
temporale, causale». Incrociando questi due assi linguistici, come fa chi lavora
a maglia usando due ferri, il libro mostra la possibilità di dare voce e
attendibilità all’esperienza soggettiva, rivolgendosi soprattutto a chi non
possiede le competenze simboliche per portarla nel discorso pubblico ed è
costretto al conformismo, all’imitazione dei modelli linguistici dominanti, ad
una uniformazione che cancella potenzialità personali e collettive.
È una condizione in cui si sono trovate anche le donne prima del sommovimento
degli anni Settanta, quando, grazie alla ricchezza delle pratiche di relazione,
del partire da sé, grazie alla capacità di mettere in parola le esperienze
precedentemente confinate nell’opacità, hanno potuto uscire da uno stato di
povertà simbolica, trovando la propria voce, aprendo così la strada a una
trasformazione di sé stesse e della realtà, ingegnandosi a «mettere al mondo il
mondo», come titolava uno dei libri di Diotima, la comunità filosofica femminile
che Muraro, insieme ad altre docenti, fondò all’Università di Verona nel 1984.
Uno spazio di produzione teorica e politica e di intensa attività editoriale,
che secondo Vita Cosentino testimonia un altro aspetto rilevante della
personalità di Muraro, quello di essere «una iniziatrice e una costruttrice di
imprese», sostenuta da un sentimento importante, l’amore per le iniziative delle
altre donne, sentimento che la portò ad essere «un’instancabile viaggiatrice
della differenza», a intrecciare, fuori e dentro l’Europa, rapporti con
innumerevoli interlocutrici, «che fossero professoresse universitarie e grandi
intellettuali o sindacaliste e operaie o insegnanti o infermiere o anche suore»,
e a frequentare associazioni, seminari, incontri pubblici, disseminati in
Italia.
Il dare inizio, inteso come attitudine ma anche come ricerca e fatica, ritorna
nel saggio di Diana Sartori dedicato al libro più conosciuto di Luisa Muraro,
L’ordine simbolico della madre, un libro tradotto in più lingue, molto
commentato ed anche criticato in Italia e all’estero, e dalla stessa autrice
riconsiderato nel corso degli anni. Uscito nel 1991, a dieci anni di distanza da
Maglia e uncinetto, il volume dice dello sforzo intrapreso da Muraro per
sciogliersi dalla «trappola dell’inizio», dai vincoli che la filosofia
tradizionale ha sempre posto a tutti quelli che l’hanno praticata, imponendo
loro, ogni volta, «di partire da un inizio assoluto». Una trappola in cui sono
state coinvolte anche le donne che in quella filosofia hanno cercato risposte al
proprio desiderio di sapere e al proprio bisogno di senso.
Compiendo uno scarto radicale di pensiero, Muraro afferma di essersi
«improvvisamente accorta» che «l’inizio cercato» era «davanti» a lei, consisteva
nel legame con la madre da cui abbiamo ricevuto la vita e appreso la lingua, una
lingua viva che ci consente di esplorare il mondo e di dare valore
all’esperienza che ne traiamo. Imparare ad esprimere amore e gratitudine nei
confronti della madre, «comunque lei sia stata», anche quella che non avremmo
voluto fosse, apre al simbolico perché il riconoscimento del rapporto originario
di dipendenza da lei introduce all’accettazione della dipendenza nei confronti
delle altre donne e della realtà stessa, perché l’autorità attribuita alla madre
costruisce relazioni femminili in cui è contemplato il valore della genealogia,
in cui agiscono la disparità e l’affidamento, lo scambio e la mediazione.
Si trattava di una proposta sovversiva, che sottraeva le figlie al logos del
padre e tracciava un percorso per guadagnare l’indipendenza simbolica, trovando
nel riferimento all’autorità materna non una limitazione della propria libertà
ma, come afferma Sartori, «un ordine e una misura», una «misura più alta ed
anche più esigente» di quella paterna.
Nei tanti interventi raccolti nel volume si fa più volte riferimento al modo di
procedere del pensiero e della scrittura di Muraro, ma è nel contributo di Ida
Dominijanni che la mossa della schivata viene messa particolarmente a fuoco. La
schivata «è una mossa a lato», è la capacità di «cambiare improvvisamente
tracciato» per non farsi trovare laddove gli altri pensano di poterci
raggiungere, è la scelta di «aggirare l’ordine del discorso predefinito», di
«guardare le cose da un punto di vista decentrato». Questa mossa filosofica,
ricorda Dominijanni, è stata associata dalla stessa Muraro a un passaggio
storico decisivo, «la separazione femminile dalla politica maschile», un
distacco che nei primi anni Settanta diede origine al femminismo della «seconda
ondata» e alla nascita di un «soggetto imprevisto», quello della differenza
sessuale. Si trattava di un esodo che «metteva in gioco il paradigma della
modernità». Le donne, infatti, rifiutando la condizione marginale imposta dai
«compagni» con cui fino allora avevano condiviso la ribellione del Sessantotto,
ingaggiavano «una rivolta dentro la rivolta», perché gli uomini a cui si erano
affiancate – impegnati a rivendicare i principi di libertà uguaglianza e
fraternità impliciti nel contratto sociale moderno (tutto declinato al maschile)
– non ne riconoscevano il fondamento patriarcale che aveva determinato la loro
oppressione ed esclusione dalla scena pubblica. Se fino a quel momento il legame
con la politica maschile era stato ineludibile, soprattutto sul terreno delle
lotte intraprese per la parità e l’emancipazione femminile, il gesto della
separazione offriva una prospettiva radicalmente diversa, consentendo alle donne
di definire la propria esistenza senza modellarla su quella dell’altro sesso,
fuori dalla dialettica «servo padrone», già rifiutata da Carla Lonzi nel suo
inaugurale Sputiamo su Hegel (1970), fuori anche da ogni vittimismo e ricerca di
fusione e complementarietà con gli uomini.
Come quando si accende la luce dà conto della vastità degli interessi e degli
studi di Luisa Muraro, studi che nello spazio di questa recensione non sono
stati sempre nominati. Il suo pensiero, definito da Cesare Casarino «un’anomalia
nella storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea», non ha
trovato però un giusto riconoscimento nel variegato panorama del femminismo
italiano e internazionale da cui spesso sono arrivate letture fuorvianti.
Come dice ancora Ida Dominijanni, Muraro non si è mai impegnata in «un pensiero
incentrato sul genere», sulla «critica della costruzione patriarcale del
femminile». Se il genere si è definito dentro la «continuità storica» del
patriarcato, «la differenza sessuale» ha interrotto «questa continuità
inaugurando una storia di libertà. Un territorio in cui le donne non sono solo
costrutti del linguaggio e dell’immaginario maschile, bensì soggetti pensanti e
parlanti».
Sono considerazioni che chiariscono come il pensiero della differenza non possa
essere ridotto a essenzialismo, perché il partire da sé, dal corpo sessuato, non
significa rimanere avvinte alla propria specificità. Il partire da sé – fondato
sull’esercizio della parola – indica il punto da cui prende avvio l’espressione
di un vissuto interiore, ma comporta la capacità di allontanarsene, di
incontrare l’alterità, di compiere un movimento che immette nella complessità
del reale e inaugura il nuovo, contraddicendo ogni chiusura identitaria.
Rifuggendo dall’essenzialismo, in uno scambio proficuo, il pensiero delle donne
ha saputo incrociare anche l’inquietudine di molti uomini che, riconoscendosi
nelle sue pratiche, hanno provato a sovvertire dentro di sé, nella sfera delle
relazioni, dell’affettività e della sessualità il paradigma del maschile
ereditato dalla tradizione patriarcale.
La politica del simbolico proprio perché agisce nell’ambito del linguaggio, si
apre allora a tutte quelle soggettività che cercano di significare la propria
esperienza fuori dagli assetti dominanti del dicibile, mosse dal desiderio,
dalla tensione e dalla responsabilità di andare verso una trasformazione di sé e
della realtà esistente.
L'articolo Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti proviene da Pulp
Magazine.
10-11 OTTOBRE 2026- ASSEMBLEA NAZIONALE TRANSFEMMINISTA
Nel 2016 il femminicidio di Sara Di Pietrantonio ci ha spintx ad unire le forze:
donne, lesbiche, trans, froce, queer insieme con rabbia e desiderio, ci siamo
organizzatx e siamo scesx nelle strade per la prima enorme marea fuksia. Abbiamo
affermato che la violenza non è un’emergenza, ma è strutturale e sistemica e
come tale doveva emergere, essere nominata e affrontata.
Oggi, a dieci anni dalla prima assemblea nazionale del movimento che avremmo
chiamato Non Una Di Meno, lanciamo una grande assemblea transfemminista a
Bologna il 10 e 11 Ottobre.
Vogliamo liberare nodi per tessere trame di nuova natura e forma, al volgere di
un decennio che ha cambiato il mondo, così come è cambiato il nostro (di tutt3!)
movimento.
Sentiamo il desiderio e la necessità di stravolgere analisi e strumenti, per
rafforzarli e rinnovarli con le tante esperienze femministe, transfemministe,
queer cresciute in questi anni approfondendo lo sguardo decoloniale,
antirazzista, antiabilista, antipunitivista, e con cui vogliamo confrontarci,
immaginare nuovi futuri e lottare insieme nel presente.
I movimenti femministi e transfemministi hanno determinato un cambio di
paradigma sul discorso della violenza patriarcale sistemica. Se, tuttavia,
aumenta la consapevolezza diffusa, allo stesso tempo si riorganizza il
contrattacco autoritario e patriarcale.
Rivendicare futuro nella guerra quotidiana ai corpi e ai territori è, quindi, la
sfida che lanciamo: se arretrare non è un’opzione, sentiamo forte il desiderio
di cambiare tutto.
Facciamolo insieme, perché solo insieme siamo più forti
Ci vogliamo vivx, liberx ed autodeterminatx.
Save the date! Presto tutte le info sull’assemblea
Utero di Stato: cosa c’è davvero dietro il capitolo “salute” di Vannacci
Nel documento “ideologico-programmatico” di Futuro Nazionale, un centinaio di
pagine firmate dal generale Roberto Vannacci e dal suo responsabile del
programma Lorenzo Gasperini, la parola “salute” compare quasi sempre insieme a
un’altra parola: “civiltà”. Non è un caso. Nel capitolo dedicato a demografia,
vita, famiglia e identità cristiana non si parla mai di corpi, di persone, di
scelte concrete. Si parla di “sostenibilità antropologica”, di “shock
generativo”, di “patrimonio della Nazione”. Il nostro corpo diventa,
testualmente, uno strumento di “sovranità economica e fiscale”. Proviamo a
leggere questo testo per quello che è.
LA PILLOLA RU-486 COME “PROBLEMA DI SICUREZZA NAZIONALE”
Il programma propone il divieto di somministrazione della pillola abortiva
RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare, ripristinando l’obbligo di
ricovero già superato dalle linee di indirizzo ministeriali del 2020. Il
pretesto è sanitario (“tutela della salute della madre”), ma la sostanza è
politica: rendere l’aborto farmacologico il più difficile, lento e umiliante
possibile, moltiplicando le tappe burocratiche e mediche.
Questo capitolo del programma di Vannacci ci risuona rispetto a quello che sta
succedendo dall’altra parte dell’Atlantico.
> Negli Stati Uniti, con l’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022, il
> mifepristone, l’equivalente della RU-486, è diventato il bersaglio principale
> di una strategia legale coordinata da procuratori generali repubblicani e
> gruppi conservatori: non si abolisce il farmaco per legge, lo si rende
> inaccessibile per via amministrativa.
Sei stati a guida repubblicana, attraverso una serie di cause ancora pendenti,
stanno cercando di limitare l’accesso al mifepristone. Per citare alcuni esempi:
la Louisiana ha aperto le ostilità contestando una norma del 2023 che permette
la prescrizione a distanza del farmaco e la spedizione per posta, e similmente
anche il Texas e la Florida. Questi tre Stati hanno lanciato un attacco ancora
più ampio, puntando direttamente all’approvazione originaria del mifepristone da
parte della FDA (Food and Drug Administration) nel 2000.
Il fine di questa offensiva legale è eliminare la prescrizione da remoto, la
distribuzione in farmacia e la spedizione postale del mifepristone su scala
nazionale, incluse le zone dove non vige un divieto totale dell’aborto.
A maggio 2026, la battaglia è arrivata fino alla Corte Suprema: il 14 maggio la
Corte ha bloccato un’ordinanza di un tribunale inferiore che avrebbe ristretto
la distribuzione nazionale del mifepristone, lasciando in vigore le regole FDA
attuali. Una tregua, non una vittoria definitiva, perché i contenziosi non solo
proseguono ma aumentano.
Il “ripristino del ricovero obbligatorio” italiano sembra molto simile: si
moltiplicano le tappe, si allungano i tempi, si colpiscono soprattutto le
persone che hanno meno mezzi per permettersi viaggi e permessi dal lavoro. Da
una parte all’altra del mondo, la stessa architettura politico-ideologica
produce le medesime soluzioni tecniche: non serve vietare un diritto, basta
renderlo logisticamente insostenibile.
IL LINGUAGGIO È LO STESSO, E NON È UN CASO
Chi segue le destre europee riconosce subito il lessico. La retorica del “vero
problema è la denatalità” mutuata dal dibattito tedesco, l’ossessione per il
quoziente familiare, l’idea della famiglia “naturale” come unico argine alla
“sostituzione etnica”: sono le stesse coordinate che da anni strutturano la
propaganda di AfD in Germania.
Natalità come compito nazionale, famiglia eterosessuale come “cellula”
biopolitica dello Stato, LGBT+ come “ideologia” da arginare nelle scuole e nei
media.
Nel documento di Vannacci queste categorie non sono citate per caso: sono
riprodotte quasi punto per punto, fino alla proposta di premiare con quote
riservate nei concorsi pubblici (“quote azzurre”) solo chi fa figli e a quella
di introdurre il “voto plurimo per i genitori in rappresentanza dei figli”.
> “Chi non vuol lavorare neppure mangi”: la salute come premio di produttività.
Il programma introduce il cosiddetto “principio economico di San Paolo” anche in
materia previdenziale e assistenziale: chi non ha lavorato abbastanza, o si è
“rifiutato” di farlo, potrà vedersi azzerata la pensione minima, ricevendo in
cambio solo “mensa dei poveri, dormitorio pubblico e assistenza sanitaria
essenziale”.
È la trasformazione del welfare da diritto a premio di produttività: si ottiene
la possibilità di continuare a sopravvivere con cura e assistenze
proporzionalmente a quanto si è stati utili alla Nazione. Chi non rientra nello
schema – chi non lavora, chi non genera figli italiani, chi non “si assimila” –
riceve solo il minimo per non morire.
L’EUTANASIA NEGATA IN NOME DEL DOLORE ALTRUI
Sul fine vita il programma è altrettanto netto: nessuna apertura a eutanasia,
suicidio assistito o disposizioni anticipate di trattamento reali, bollate come
“omicidio del consenziente”. Alimentazione e idratazione artificiali vengono
ridefinite per legge come “sostegni normali” e non come trattamenti sanitari. Si
rivendica esplicitamente, come modello, il mancato via libera di Napolitano al
“decreto salva-Eluana” del governo Berlusconi.
Anche qui la logica è la stessa del capitolo sulla natalità: il corpo, quello
che nasce e quello che muore, non appartiene alla persona, ma alla comunità,
alla “civiltà”.
UTERO IN AFFITTO, REATO UNIVERSALE, PENA RADDOPPIATA
Coerente con questa impostazione, la maternità surrogata (già reato universale
in Italia dal 2024, ma abbiamo capito che qui si gioca a spararla più grossa)
vedrebbe la pena minima salire da uno a cinque anni e quella massima a dieci,
equiparandola sostanzialmente alla schiavitù. Ma il bersaglio dichiarato è
impedire in ogni modo la genitorialità delle coppie omosessuali, esplicitamente
citata come obiettivo nel testo, insieme al divieto di trascrizione degli atti
di nascita esteri con due madri o due padri.
IL FANTASMA DEL VENTENNIO NELLA RETORICA NATALISTA
Non serve nemmeno leggere tra le righe: il programma stesso richiama
esplicitamente il 1978-79, il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, l’identità “romana
e cristiana”, l’idea di un’Italia che deve “risvegliarsi” da un sonno imposto
dall’esterno.
È lo stesso registro retorico della “battaglia demografica” annunciata da
Mussolini nel discorso dell’Ascensione del 1927: natalità come misura della
potenza nazionale, madri “medaglia d’oro” della patria, corpo delle donne
mobilitato per il “destino della razza”. Ottant’anni dopo cambiano gli strumenti
ma l’impianto resta lo stesso: la natalità è un dovere da imporre e la sanità
riproduttiva diventa lo strumento con cui lo Stato decide chi deve nascere, chi
deve curarsi, e chi deve morire in silenzio.
PERCHÉ CE NE DOBBIAMO OCCUPARE ORA
Questo non è un programma marginale: è la base ideologica dichiarata di un
partito guidato da un generale con seggio al Parlamento europeo. Ogni misura
presentata come “buon senso” o “tutela della vita”, dal blocco della RU-486
domiciliare alla revoca della pensione per chi non ha figli o non ha lavorato
abbastanza, è un tassello dello stesso disegno: trasformare la salute
riproduttiva e il fine vita da diritti individuali a strumenti di ingegneria
demografica nazionale.
> Non si sta discutendo soltanto di aborto, di fine vita, di natalità o di
> maternità surrogata. Si sta discutendo di una domanda molto più radicale: chi
> decide della nostra vita?
Non possiamo permetterci di normalizzare una cosa del genere. Non possiamo
aspettare che il giorno dopo un’elezione qualcuno venga a dirci che “era solo un
programma”. I programmi servono esattamente a questo: a dire quale società si
vuole costruire quando si avranno abbastanza voti per farlo.
Se qualcuno pretende di trasformare l’utero in una risorsa strategica dello
Stato, la risposta deve essere politica, collettiva e senza ambiguità: i nostri
corpi non sono patrimonio della Nazione. La nostra salute non è uno strumento di
sovranità. La nostra libertà non è una concessione del potere, è un diritto.
Immagine di copertina di Daniele Napolitano
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Vannacci proviene da DINAMOpress.
[2026-09-12] Tant'anni di lotta @ Spazio sociale occupato 100celle Aperte
TANT'ANNI DI LOTTA
Spazio sociale occupato 100celle Aperte - Via delle Resede, 5, 00171 Roma
(sabato, 12 settembre 18:00)
Ciao, questo l'invito a partecipare alla festa incontro dedicata al rifugio
antispecista Agripunk .
Tant'anni di lotta!
Sarà il 12 settembre 2026 a 100celle aperte, via delle Resede 5, a Roma.
Come sai il rifugio antispecista Agripunk è sotto sfratto e stiamo cercando con
ogni mezzo che il progetto di rigenerazione individuale, collettiva, sociale,
culturale e ambientale possa continuare.
Puoi partecipare portando qualcosa di vegano da condividere (non troppo perché
di base il menù è affidato al cuoco palestinese di 100celle), stare per qualche
ora al bar o occuparti dello spiattamento, occuparti del banchino, o
dell'animazione della serata.
La cena sarà ad offerta libera e, per il bar, ci saranno prezzi modici!
Tutto ma proprio tutto il ricavato sarà destinato ad Agripunk!
Intanto rinnovo l'invito a partecipare al crowfunding lanciato su produzioni dal
basso, così sentirò la tua vicinanza se non potrai esserci! O potrai lasciare la
tua donazione al banchino!
Questo il link del crowfunding
https://www.produzionidalbasso.com/project/salviamo-agripunk-1/
Programma della serata:
h 18:00 accoglienza nel giardino di 100celle aperte
h 19:00 Ora si gioca con Tabù transfemminista e Domande scomode
h 20:00 cena all'aperto (menù vegano palestinese integrato dai nostri
contributi)
h 21:30 perfo drag di Nuvola e Peppina l'Ametista
h 22:30 arriva la torta, una sorpresa nella sorpresa!
h 23:00 Sfilata indecorosa animata da Nuvola e Peppina (portate abiti e
accessori favolosamente queer da condividere per la sfilata)
h 24:00 Ci salutiamo..... e ci aiutiamo a rimettere tutto in ordine!!!
Per tutta la serata incursioni musicali con la DJ Peppina l'Ametista sul tema
tant'anni in lotta.
Sono aperte le proposte per la playlist di canzoni di lotta e di rivolta dagli
anni 70 ai nostri giorni Mandate nei commenti le proposte musicali!
La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente
dibattito /1
Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico
La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale:
se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora
renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi
che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più
dure.
La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è
filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la
suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi
senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo
tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che
Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna
non si nasce, ma si diventa”.
Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il
messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il
messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si
afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per
coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non
riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a
compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è
ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette
di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì.
Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo
snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell
hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare,
come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne
decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L.
Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già
strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia
i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro
non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro.
Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio?
È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo
della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo
residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura
quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza
abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo.
Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci
sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica,
creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino
e pericolosissimo.
Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida,
perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la
separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione
economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi
diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha
già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la
legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere
una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa
portarti a iniziarla?
In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti
distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da
una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita
ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative
dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento
giuridico.
Ma non la si impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che
dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei
committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può
sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono
rifiutarlo se nasce disabile.
Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo
Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela
Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo
materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e
sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano,
accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie?
La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e
lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico
materno è storico, quindi interrogabile.
Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La
protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo
delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso
schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al
contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa
esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista
la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa.
Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori.
L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né
tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa
negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può
essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo
intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in
privilegio di classe.
Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando
una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la
questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni
materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza
concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma
metafisica.
Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è
per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella
responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la
donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di
serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche
l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la
libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza
indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca. Il consenso può essere
viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente
coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul
corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no
come per il sì.
Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via:
una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e
sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito
del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in
modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né
Stato.
Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino
Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è
discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il
merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la
maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta
è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che
trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista.
Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è
l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge,
come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza
altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è
disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide.
Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L.
Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo,
lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento.
Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente,
tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento
nominabile e sanzionabile.
La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia
sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più
scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo?
Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di
un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere.
Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire
che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.
Redazione Palermo
BRESCIA: SABATO TORNA IL PRIDE AL GRIDO DI “ESISTIAMO OVUNQUE, RESISTIAMO UNITƏ”
“Rabbia, memoria, lotta e rivendicazione” al centro della settima edizione di
Brescia Pride il cui appuntamento cardine è il corteo di questo sabato 5
settembre con partenza da Campo Marte alle ore 15.30.
Una manifestazione che ha l’obiettivo di denunciare la discriminazione e la
marginalizzazione che ancora oggi troppo spesso colpiscono la comunità
LGBTQIAPK+ e di celebrare ancora una volta la diversità sotto lo slogan
“Esistiamo Ovunque, Resistiamo Unitə”.
L’organizzazione ha già portato le istanze di lotta direttamente in Comune, al
quale sono stati presentati tre progetti “per una Brescia che preveda tutte le
persone: l’attuazione della Carriera Alias, già prevista dal Gender Equality
Plan dell’Amministrazione, la costruzione di un catalogo comunale di percorsi di
educazione socio-emotiva che il Comune possa mettere a disposizione delle scuole
interessate e l’avvio di una co-progettazione per uno spazio civico stabile
dedicato alla comunità LGBTQIAPK+”.
La giornata al parco Campo Marte inizierà già a mezzogiorno e ospiterà le 34
associazioni e realtà bresciane che si occuperanno della buona riuscita
dell’iniziativa. Saranno presenti quasi 150 volontar che si prenderanno cura
del queer market con autoproduzioni e hobbistica, del bar con cucina interamente
vegana, dell’Area Bimbx di Siamo Gatti con postazioni trucca Queer e trucca
Bimbx.
Come lo scorso anno non mancherà l’Area Salute e Prevenzione di ASST Spedali
Civili, dove sarà possibile vaccinarsi gratuitamente contro il papilloma virus.
Brescia Checkpoint si occuperà invece della zona informativa sulla salute
sessuale e la cooperativa Il Calabrone dell’area di riduzione del danno con il
progetto Safe Trip.
Sul palco di Campo Marte gli interventi e le performance inizieranno alle ore
14.30, poi alle 15.30 il corteo per le vie cittadine, che tornerà al parco dopo
circa due ore. La giornata continua fino alle ore 20.30 con musica, interventi e
socialità.
Abbiamo presentato il Pride bresciano nei nostri studi con Greta Tosoni,
presidente del Comitato organizzatore e con Chicca Negroni della redazione
culturale di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
Transizioni. Corpi e vite nelle maglie del capitalismo antropomorfo – di Cristina Morini
Love - is anterior to Life – Posterior - to Death – Initial of Creation, and The
Exponent of Earth – Emily Dickinson, 1864[2] 1. Introduzione Il presente testo
si propone a indagare i collegamenti esistenti tra il femminismo – in
particolare il femminismo italiano di matrice marxista, ma non solo - il [...]