Cagliari: sit-in contro il Ddl Bongiorno. Senza consenso è stupro
Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro! Realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale cancellando la parola consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissenso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta. Il NO non deve essere “abbastanza chiaro”, ma è il SÌ a dover essere libero e volontario. Si torna indietro nel tempo, ai processi che interrogano la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Una cultura giuridica che giudica se la donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”. Sit-in contro il DDl Bongiorno, 9 marzo 2026, Ore 10:00 presso Consiglio Regionale, Via Roma 25 – Cagliari Organizza: Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestas Più info: https://associazioneliberas.org/sit-in-contro-il-ddl-bongiorno/ Redazione Cagliari
March 7, 2026
Pressenza
8 MARZO: AL VIA IL WEEKEND LUNGO DI LOTTA TRANSFEMMINISTA. OGGI CORTEO A TORINO, DOMENICA MANIFESTAZIONI IN TUTTA ITALIA, LUNEDÌ LO SCIOPERO
E’ iniziato il weekend di lotta femminista e transfemminista. In occasione dell’8 di marzo, data di mobilitazione che Non Una di Meno organizza da oltre 10 anni, sono in programma in tutta Italia centinaia di appuntamenti. Il clou sono le due giornate, domenica e lunedì 8 e 9 marzo, lanciate da Non Una di Meno: “quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione”, fanno sapere le attiviste. Almeno le 60 le piazze organizzate, decine di eventi e iniziative di avvicinamento. Tutte le informazioni qui. Già questo sabato, 7 di marzo, è stato organizzato a Torino un corteo con appuntamento in Piazza XVIII dicembre dalle ore 15. Nel capoluogo piemontese, infatti, le giornate di lotta sono divenute tre: si inizia oggi, sabato, con un primo corteo; domenica iniziative diffuse in diversi quartieri della città; lunedì lo sciopero. Il collegamento con Daniela di Non Una di Meno Torino a inizio manifestazione. Ascolta o scarica.
March 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza
La novità non è la trita retorica dell’austerità che instilla senso di colpa nelle masse ottenendone il  tacito assenso per contrarre altro debito. E nemmeno che questo avvenga favorendo soggetti privati a spese di fasce di popolazione marginalizzate che vanno ingrossandosi di giorno in giorno. La novità è l’accelerazione vertiginosa che questo tipo di violenza economica esercita e la crescente pervasività dei fenomeni di estrattivismo finanziario a essa legati. Oggi è lecito parlare di uno scontro tra riproduzione sociale e capitale senza precedenti e, in particolare, della fascistizzazione di questo antagonismo, come spiega Veronica Gago. > Procedendo per gradi, è utile capire il nesso che intercorre tra debito e > finanza come elemento cruciale di una logica neoestrattivista che raggiunge > nelle politiche del “saccheggio” il proprio culmine. In questa ottica, è > proprio la riproduzione sociale a venire sacrificata, e con essa ogni soggetto > marginalizzato e marginalizzabile.  Lo abbiamo visto e continuiamo a osservarlo in Argentina con le politiche dichiaratamente antifemministe e “antigenere” di Milei, il quale si è rivolto alla platea internazionale dei forum di Davos del 2024 e 2025 definendo l’attivismo femminista e quello ambientalista radicali e aberranti e asserendo come al mondo esistano solo due generi e che, in buona sostanza, l’omosessualità andrebbe associata alla pedofilia. Citando Gago, «L’antifemminismo di stato, in quanto guerra dichiarata e supportata da risorse pubbliche contro soggetti identificati in base al genere […] è ciò che permette al neoliberalismo autoritario di esacerbarsi utilizzando metodi fascisti. In altre parole, è attraverso l’antifemminismo di stato che il governo anarcolibertario intensifica il progetto neoliberale autoritario fino a riuscire ad organizzarlo secondo la logica fascista di annichilimento di alcune popolazioni». Fascistizzazione perché sono proprio le donne e le soggettività LGBTQIA+, le persone povere, razzializzate e in generale i soggetti marginalizzati e marginalizzabili a fare le spese di questo processo, che aggiunge via via maggior potere al capitale finanziario, rendendo sacrificabili persone e realtà ritenute improduttive e opponendosi apertamente a tutte le pratiche femministe volte all’esplorazione di forme alternative di interdipendenza, attraverso l’esercizio di una cura libera dai legacci e dalla normatività della famiglia mononucleare borghese.   > Ci troviamo dunque all’interno di un regime di guerra economica in cui è in > gioco la sopravvivenza di popolazioni e soggettività marginalizzabili, > “sacrificabili” (donne, persone trans e non binarie, razzializzate, povere, > disabili…). Guerra alimentata dall’impulso di morte del capitale finanziario, > che definanzia il welfare per favorire soggetti privati.  Che elegge un «presidente patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto» (è notizia di questi giorni la sospensione delle patenti delle persone trans in Kansas, mentre sappiamo bene cosa stia accadendo alle persone migranti e al diritto all’aborto negli States). Che espropria e saccheggia territori e popoli interi in America Latina per estrarre terre rare e costruire resort. Che finanzia il genocidio del popolo palestinese per lasciare spazio alla devastazione coloniale.  Per dirla con Susana Draper, «Il genocidio riproduttivo (di cui ci parla il Palestinian Feminist Collective, NdR), elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso». Risulta dunque oggettivamente arduo, se non impossibile, non perdere la speranza davanti a uno scenario tanto desolante. > Ma la risposta feroce e repressiva del capitale e delle destre che > imperversano a livello globale altro non ci dicono che la lotta dei movimenti > femministi e transfemministi, delle reti informali, funziona. Tanto da dover > essere repressa e schiacciata, con violenza. E del resto, anche quello che accade in Italia ce lo dimostra: ddl sicurezza, antisemitismo, un referendum sulla giustizia che altro non è che l’ennesimo espediente per inasprire l’approccio punitivo del nostro governo verso una società che va irregimentata a suon di bastonate. Consenso per riformare la giustizia, dissenso per sperare di non essere stuprate.  Quest’anno segna la decima proclamazione dello sciopero transfemminista del movimento Non Una di Meno, giunto in Italia proprio grazie alle lotte, alle conquiste, alla rabbia e all’amore dellə compagnə argentine. Questo è cio che porta in piazza un movimento che in dieci anni è stato capace di produrre una trasformazione radicale, nel discorso pubblico, nel linguaggio, nella vita quotidiana di quelle persone che cercano e trovano reti di cura alternative a un modello imposto che non possiamo più sostenere. Molto spesso sento parlare di rivoluzione come di qualcosa che vedranno i nostri figli, nipoti, le discendenze future. Ma non è questo, o almeno, lo è solo in parte. E del resto, è Silvia Federici a ricordarci che la rivoluzione è ora, davanti ai nostri occhi: in una militanza gioiosa che quotidianamente attraversa non solo le piazze ma costruisce nuove affettività, che vadano oltre la solitudine cui il capitale ci relega. Un lavoro invisibile di costruzione e rafforzamento di relazioni affettive, di solidarietà, essenziale allo scardinamento della finanziarizzazione e dell’estrazione di valore dalle nostre esistenze, senza il quale non ha senso pensare di lottare. Immagine in evidenza di Lucía Ares per Dinamopress, Marchia dell’Orgoglio Antifascista Buenos Aires 1 febbraio 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riproduzione sociale, nuovi fascismi e pratiche di resistenza proviene da DINAMOpress.
March 7, 2026
DINAMOpress
Un otto marzo per ricordare il cammino verso i diritti
Alla vigilia dell’otto marzo Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha diffuso la seguente dichiarazione “Quella che nel 1977 le Nazioni Unite hanno istituito come Giornata internazionale delle donne non è una ‘festa’, come spesso viene proposta in termini commerciali, ma un’occasione per ricordare quanto ancora resta da fare per garantire i diritti delle donne. Tre milioni di pagine di documenti pubblicati sul caso Epstein mostrano come sessismo, patriarcato e suprematismo si intreccino e si saldino come strumenti di potere all’interno di una rete mondiale sostenuta da violenze, abusi e torture sui corpi di donne, soprattutto minorenni. La consapevolezza che questa rete abbia funzionato per decenni ci costringe a guardare all’8 marzo 2026 in modo più che mai lontano da ogni ritualità. Le donne non godono ancora di pari diritti in molti ambiti: consenso, educazione sessuo-affettiva, salute sessuale e riproduttiva sono campi in cui i diritti delle donne non sono ancora sufficientemente tutelati. Amnesty International Italia continua a chiedere una modifica del codice penale che introduca una definizione di stupro basata sull’assenza di consenso liberamente prestato, informato e revocabile, in linea con gli standard internazionali: solo un approccio basato sul consenso può garantire un accesso effettivo alla giustizia. I dati dimostrano che questo approccio migliora i tassi di denuncia, di condanna e di recupero. È inoltre necessario introdurre linee guida in materia di prevenzione, protezione e sostegno alle sopravvissute. Sappiamo che la violenza non nasce all’improvviso né dal nulla: è il risultato di pregiudizi che trovano espressione nel linguaggio, nelle battute e nei modi di dire. L’investimento sull’educazione e sulla formazione è fondamentale per contrastare gli stereotipi di genere e le diverse forme di violenza, per combattere i miti sullo stupro e la propaganda misogina online, inclusi i contenuti anti-gender e la propaganda incel che normalizzano la violenza contro le donne. Chiediamo anche una formazione specifica per agenti di polizia, giudici, pubblici ministeri, operatori sanitari e servizi in prima linea, al fine di prevenire la vittimizzazione secondaria ed eliminare gli stereotipi di genere dannosi. L’attuazione di un’educazione sessuale completa, sebbene riconosciuta dall’Unione europea come essenziale, continua a incontrare una crescente resistenza. Si tratta di un’opposizione strutturata, finanziata e transnazionale che influenza con successo il dibattito pubblico e le decisioni politiche. Questa opposizione fa parte di un più ampio movimento ‘anti-gender’ che mette in discussione i diritti a livello europeo, minando i principi di uguaglianza di genere, non discriminazione e promozione della salute e dei diritti umani, in particolare quelli delle ragazze, delle donne e delle persone Lgbtqia+. In Italia non esiste una legge nazionale che renda obbligatoria l’educazione sessuale. Le iniziative in materia restano quindi a discrezione delle scuole ed è richiesto il consenso dei genitori per la partecipazione dei figli e delle figlie a tali attività. Per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia il ministero della Salute è in grave ritardo nella diffusione dei dati: gli ultimi pubblicati sono relativi al 2022, sebbene il ministero sia tenuto per legge a fornirli attraverso una relazione annuale sull’attuazione della Legge 194. La mancanza di dati aggiornati non consente un’analisi completa del fenomeno, ad esempio su chi ricorre all’aborto, dove, con quale metodo e con quali difficoltà. Alcune difficoltà sono tuttavia note. Una delle principali è l’elevato numero di personale sanitario obiettore di coscienza (in media il 60 per cento, con punte dell’80 per cento in alcune regioni), che rende di fatto impossibile o molto difficile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza per molte donne. Oltre a non intervenire su questo problema, individuando modalità per conciliare la libertà di coscienza del personale sanitario con l’accesso a un diritto sancito dalla legge per le donne, il governo italiano giustifica le limitazioni al diritto all’aborto nell’ambito della retorica sulla ‘protezione dei valori legati alla famiglia’, oppure con argomentazioni legate alla natalità. Sono state inoltre adottate iniziative legislative che consentono a gruppi antiabortisti e a ‘sostenitori della maternità’ di accedere ai consultori frequentati da persone incinte in cerca di un aborto legale. Grazie alla pressione della campagna europea My Voice, My Choice, alla quale anche Amnesty International ha collaborato, la Commissione europea ha espresso parere positivo sulla proposta di utilizzare fondi europei per sostenere il diritto all’aborto. Non sono state stanziate nuove risorse, ma la Commissione sosterrà attivamente gli stati membri nell’utilizzo dei fondi dell’Unione europea per questa importante questione di salute sessuale e riproduttiva. Se qualche risultato arriva, tuttavia, la strada è ancora lunga”. Amnesty International
March 7, 2026
Pressenza
Guerra è patriarcato
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, è apparsa a Roma una nuova opera della street artist Laika dal titolo “War Is Patriarchy” (La Guerra è Patriarcato). Il poster, affisso in via Boncompagni, a pochi passi dall’Ambasciata USA, raffigura una militante transfemminista che spezza in due un missile con un calcio. L’artista spiega che questa giornata di lotta arriva in un momento terribile per l’umanità, in cui “venti di guerra su larga scala soffiano sempre più forte”. Parla di un conflitto allargato frutto di anni di investimenti per la spesa bellica e tagli a salute, istruzione e diritti civili e sociali. “Una guerra voluta da leader dispotici, che se ne infischiano del diritto internazionale e si rendono responsabili della morte di migliaia di vite, spesso donne e bambini, solo per i propri interessi economici e per le loro dinamiche di potere”, dichiara Laika. Secondo l’artista, sono gli stessi responsabili e complici del genocidio del popolo palestinese, della spartizione di Gaza, dell’attacco al Venezuela, al Rojava, delle stragi continue in Iran e della Terza Guerra del Golfo, dei massacri in Congo e Sudan, della minaccia a Cuba, delle violenze e gli omicidi dell’ICE, della repressione del dissenso, delle politiche anti-migranti. “‘La guerra è patriarcato’ perché del patriarcato è l’espressione più estrema. Con la logica del dominio, della violenza e della sottomissione, la guerra applica su scala globale la gerarchia patriarcale, dove la forza, la violenza e il controllo prevalgono su diplomazia, cooperazione e diritti”. Laika punta poi il dito contro il Governo italiano: “Guerra è anche quella che il nostro governo ha deciso di fare alle donne, alle soggettività femminilizzate, alle persone trans e non binarie attraverso il DDL Bongiorno, che ha come obiettivo minare la credibilità di chi subisce violenza e tutelare chi abusa, aggravando la vittimizzazione nei tribunali”. E cita Non Una di Meno: “’Dire no alla guerra significa rifiutare un sistema patriarcale che impone il sacrificio dei molti per il profitto di pochi’; significa rivendicare che le nostre vite non sono strumenti di morte, ma la base stessa della vita. Per eliminare la guerra è necessario scardinare le basi stesse del patriarcato e del militarismo, visti come due facce della stessa medaglia”. L’artista conclude poi con un appello: “Oggi più che mai è importante scendere in piazza domenica 8 marzo e partecipare allo sciopero di lunedì 9 marzo. Essere contro guerra e patriarcato significa stare dalla parte giusta della storia”.   Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Giorgia Serughetti: una buona società è possibile
di Patrizio Paolinelli (*)   La filosofa della politica Giorgia Serughetti ha dato alle stampe un libro controcorrente intitolato La società esiste (Laterza, Bari-Roma 2023, pag. 174, 18 euro). Il volume costituisce una critica al neoliberismo e pone il problema del suo superamento. Ma andiamo con ordine. Serughetti interpreta la pandemia da Covid 19 (2020-2023) come l’evento che ha inflitto
ROMA 8 – 9 marzo 2026 Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
8 MARZO – ORE 17.00 CORTEO PIAZZA UGO LA MALFA 9 MARZO – ORE 9.30 SCIOPERO PIAZZALE OSTIENSE Non una di meno chiama a un nuovo “weekend lungo” di lotta e di sciopero per l’8 e il 9 marzo, articolando le due giornate con cortei e mobilitazioni per l’8 marzo e con lo sciopero generale del 9 marzo. Sono diversi i sindacati che hanno proclamato lo sciopero, Non Una Di Meno ha predisposto un vademecum per fornire informazioni e supporto per scioperare. Le mobilitazioni saranno dislocate in più di 60 città in tutta Italia  con lo slogan “le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” Le giornate mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra: la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabili e povere.   In particolare, le conseguenze dell’approvazione del DdL Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria. “il DdL Bongiorno va bloccato con ogni mezzo: anche con lo sciopero. Rilanciamo l’agitazione permanente contro l’approvazione del DdL sul Dissenso: Sorella, io ti credo! Senza consenso è stupro!” La bocciatura del congedo retribuito ai padri, l’eliminazione di Opzione Donna e i dati sul gender pay gap, smascherano un governo che fa propaganda sulla natalità e la conciliazione vita-lavoro ma non le sostiene. Le donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l’aumento del lavoro povero e precario, il part time imposto, l’aumento dei prezzi e la distruzione del welfare. “Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa e al welfare” Questo 8 marzo si svolgerà mentre si apre un nuovo fronte di guerra contro l’Iran e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo per la repressione da parte del Regime e per l’attacco israelo-americano. “Scioperiamo. Contro la guerra all’Iran e i bombardamenti sul Libano, fuori da ogni legalità internazionale, che stanno provocando un’escalation dagli esiti imprevedibili. Contro l’utilizzo delle basi italiane ed europee e qualsiasi coinvolgimento italiano nel conflitto.” La guerra è sempre più vicina: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica. “Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero globale transfemminista, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai ruoli di genere, per Fermare la guerra, non vogliamo essere né vittime né complici”.   Ufficio stampa Nonunadimeno Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza
[2026-03-07] SCIOPERO ANTAGONISTA PERMANENTE @ online
SCIOPERO ANTAGONISTA PERMANENTE online - https://RADIOSONAR.NET (sabato, 7 marzo 11:00) Due compa di Corpi e Terra dialogano sulla manifesta per uno sciopero antagonista permanente sulla sanzione fucsia lanciate dall'assemblea per il 2026. Alle 11 su radiosonar.net Il testo della manifesta a questo https://assembleacorpieterra.net/2026/03/01/sciopero-antagonista-permanente-2/ Sanzione fucsia https://assembleacorpieterra.net/sanzione-fucsia/
March 6, 2026
Gancio de Roma
Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora
A Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise). Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo femonazionalista di estrema destra “Nèmèsis”, che non ha perso un attimo a fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti. A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto, mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista” violento e assassino, il media indipendente Contre-Attaque ha pubblicato un video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione fornita sia da Nèmèsis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia. Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle voci dal basso. Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo Nèmèsis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si sa, per citare il più basico patriarcato: “dietro un uomo che agisce c’è sempre una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta”. E in questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte. MA CHI È NÈMÈSIS? Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La Manif pour tous. Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35 anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con Rassemblement National di Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: “un collettivo nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra”. > Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la > civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto > dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali. Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Nèmèsis nel panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre, quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza. Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come collettivo di estrema destra — identitario, xenofobo, razzista, anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente — questa dicitura viene rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) “innamorati della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti”. In realtà la posizione di Nèmèsis è fin troppo chiara, ciarlerie fumose a parte. E no: Nèmèsis non è un gruppo femminista. Nèmèsis è innanzitutto un gruppo di estrema destra femonazionalista — concetto elaborato dalla sociologa Sara R. Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche nazionaliste e anti-immigrazione — che costruisce la propria matrice identitaria su un inganno in termini. Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare i salari. Solo che Nèmèsis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela, rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono raccontata, e continuano a raccontarsela, a modo loro, ovviamente. NON ESISTE, E MAI ESISTERÀ, IL FEMMNISMO DI DESTRA Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo. Al di là dell’excursus storico — che qui non riassumeremo, anche perché parte dalla fine del XVII secolo — il femminismo ha una caratteristica di base che non potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere. Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la propria identità Nèmèsis, ma andiamo avanti. Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie contraddizioni interne — e ancora le vive — ma si fonda su principi basilari che ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità. Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente. SEPARARE, OPPORRE, ESCLUDERE, SOTTOMETTERE Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi — uomini, bianchi, ricchi, eterosessuali — ed esclude politicamente, socialmente ed economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e omo-lesbo-bi-transfobia. Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente: ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle destre e ai loro sistemi valoriali. A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone — ad esempio TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism)— o neoliberale che esclude o non ha come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza. Beh, ad esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere. > Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al > contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione, > portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di > quella di altrə, non può definirsi tale. Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale” due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine “naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di una famiglia nucleare tradizionale. L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa, spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa, occupandosi del lavoro di cura — non retribuito — e dei figli. La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione. Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke. Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e l’eteronormatività come unica opzione possibile. L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni scuola di ordine e grado. Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici. CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO? Dentro a questo quadro si inserisce dunque Nèmèsis, “femministe diverse”, come amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura, meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la responsabilità della violenza di genere. Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio Oriente e contesto islamico come “patriarcali e sessisti” e perciò incompatibili con i diritti delle donne occidentali. All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi. È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la purezza e la sicurezza delle donne bianche. > In questo senso il discorso di Nèmèsis non rappresenta soltanto una posizione > marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e > culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare > confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di > detenzione in Albania. La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato. La retorica della difesa delle donne proposta da Nèmèsis è perciò un mero dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi. Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle società europee. Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da origine, religione o status giuridico. > Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma > rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere. Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate. Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto: riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non selezionino le vittime in base alla loro appartenenza. Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla logica della propaganda e restituirli al terreno — molto più difficile ma necessario — dei diritti e della giustizia sociale. NÈMÈSIS ITALIA: IL VOLTO SOCIAL DEL FEMMINISMO IDENTITARIO Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano con scritto: “Le femministe non sono antifa”, “Noi stiamo con la polizia”. Sono le aderenti al gruppo Nèmèsis Italia, costola neonata ma già interessantissima del Collectif Nemesis France. Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale (fronte giovanile di FdI). > Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche > figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è > sicuramente la comunicazione social di Nèmèsis Italia. È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social. L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: “stop agli stupri stranieri” e “difesa della nostra cultura”, scritti a caratteri cubitali, duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”, senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o dei contesti in cui questa avviene. L’ESTETICA VISIVA DELLA PAGINA È IN LINEA CON I TEMI DELLA SICUREZZA, DELLA PROTEZIONE E DELLA DIFESA I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di “buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona. In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: “vogliamo tutti i profughi”. > L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più > giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo. Ai post che riprendono — rari — momenti collettivi si affiancano poi i decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche, dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere ad opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti vari stereotipi di bellezza pacata — biondo miele e “100% femminile” — da contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole primarie! In sintesi, la pagina social di Nèmèsis Italia somiglia molto a Nèmèsis Italia. La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie, e che non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice. Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento. Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza al grido di “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” per ribadire che la lotta e di tutt3 e non si ferma. 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March 6, 2026
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