Source - Jacobin Italia

Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza
Negli ultimi 15 anni nessuna esperienza di movimento è riuscita a costruire un immaginario collettivo potente come quello prodotto dalle due Flotille per Gaza, quella di settembre-ottobre 2025 e quella di aprile-maggio 2026.  Una semplice pratica umanitaria è riuscita a rompere la sensazione di impotenza di fronte alla guerra e al genocidio, a rianimare le piazze in tutta Italia e a produrre una convergenza politica e sociale come non si vedeva almeno dai tempi di Genova 2001. Una convergenza durata purtroppo troppo poco, ma che è riuscita non solo a smascherare la natura dello Stato di Israele, ma anche a costringere i Governi a cambiare strategia politica e comunicativa. Lo stesso vergognoso «Board of peace» di Trump è stato un cambio di strategia militare sul campo scaturito anche dalla pressione crescente del movimento per Gaza cresciuto grazie all’esperienza della Flotilla.  Non c’è stato però un dibattito approfondito su qual è stata l’efficacia del «metodo Flotilla», né sulle differenze tra la prima e la seconda missione. Se lo scorso autunno si era prodotto un vero e proprio movimento durato un mese, le mobilitazioni della scorsa primavera sono state importanti per rimettere in primo piano ciò che accade in Palestina ma indubbiamente meno esplosive. E, soprattutto, se in autunno il movimento per Gaza aveva intrecciato il conflitto di classe e la pratica dello sciopero, questa primavera non siamo riusciti ad andare oltre alle manifestazioni di solidarietà. Del resto andrebbero analizzati anche i sei mesi intercorsi tra una Flotilla e l’altra, in cui c’è stato un sostanziale vuoto di mobilitazione interrotto in modo significativo solo dalla manifestazione No Kings.  Abbiamo posto tali questioni ad Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto quotidiano salito a bordo in entrambe le Flotille, Giulia Bucalossi, attivista di Acrobax e dell’esperienza romana degli Equipaggi di terra, e Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex Gkn imbarcatosi nella seconda missione per Gaza. Per capire cos’è e cosa ci insegna il metodo Flotilla e se può essere davvero esteso alle esperienze di attivismo quotidiano nei luoghi sociali.  Iniziamo da te Alessandro. Ti sei imbarcato in entrambe le Flotille e hai subito per due volte le torture dell’esercito israeliano. La reazione israeliana alla seconda missione è sembrata più violenta, o almeno con una violenza più esplicita, in pieno giorno. Cos’è cambiato secondo te, concretamente e sul piano della comunicazione, tra le due missioni, sia da parte israeliana che nelle dinamiche interne alla Global Sumud Flotilla? Alessandro Mantovani: L’esibizione della violenza che ha fatto Ben Gvir nella seconda missione è stata più grave della violenza stessa, perché segnala la degenerazione a cui è arrivata gran parte della società israeliana. In Israele i voti ormai si prendono in quel modo.  Come hai detto, nella seconda Flotilla l’abbordaggio da parte dell’esercito israeliano è avvenuto in pieno giorno, eppure lo scorso autunno i militari israeliani avevano sostenuto, anche con i loro colleghi italiani, che di giorno non potevano agire. A ciò si aggiunge che il primissimo abbordaggio di questa primavera è avvenuto a seicento miglia da casa loro, cioè a ovest di Creta, dove tutti i sistemi radar delle marine militari europee e italiane non possono non accorgersi dei movimenti delle navi israeliane. A settembre avevamo avuto l’attacco con i droni a sud di Creta (attacco non rivendicato ma difficile da attribuire a qualcun altro) e a quell’attacco seguì l’impegno di una nave militare italiana ad accompagnarci con l’idea di fare soccorso, ma in realtà con un’evidente funzione di deterrenza. La cosa strana è che il nostro Governo, pur di fronte a un comportamento più grave ed esplicito, durante la seconda missione non ha fatto nulla. Ciò fa pensare che le relazioni con il governo israeliano si siano in realtà approfondite, nonostante non ci siano più esportazioni dirette di armi.  LEGGI ANCHE… «FLOTILLA È CONFLITTO SOCIALE E MUTUO AIUTO» Salvatore Cannavò - Dario Salvetti La differenza tra le due missioni all’interno della Flotilla è invece che la seconda ha deciso di avere una rappresentazione più consistente dei paesi del Sud del mondo. Rispetto alla prima spedizione, infatti, sono stati molto più presenti i paesi musulmani, e il peso delle organizzazioni di paesi come la Malesia e la Turchia è stato più rilevante anche dal punto di vista finanziario rispetto all’autunno. La Flotilla è diventata un’organizzazione mondiale, pur con le caratteristiche sui generis di un’organizzazione di scopo. Io non ricordo niente di simile a livello di movimento. Lo stesso Movimento No Global, di cui ricorre il venticinquesimo anniversario, era in larga parte europeo e occidentale, mentre la Flotilla si posiziona in modo più forte anche nel Sud del mondo, accogliendo una partecipazione anche di matrice religiosa.   Un’altra differenza tra le due spedizioni è che se a settembre siamo partiti durante l’occupazione militare di Gaza City, a maggio ci siamo imbarcati per rompere il silenzio prima ancora che l’assedio intorno a Gaza. Ma è un silenzio che riguarda soprattutto noi europei perché, come ci hanno raccontato sulle barche, in tutto il mondo arabo e islamico di Gaza si parla tutti i giorni.  Giulia, voi avete lanciato la rete romana degli «equipaggi di terra» della Flotilla durante le mobilitazioni dello scorso autunno. Come avete letto le differenze che ci sono state tra le due mobilitazioni? A cosa attribuisci il sostanziale vuoto di movimento dopo la convergenza inedita degli scioperi dello scorso ottobre? Sicuramente c’è da tener conto di un cambiamento strutturale dei movimenti, che ovunque nel mondo mostrano da anni grandi fiammate ma una durata breve e un radicamento sociale e organizzativo modesto. C’è però anche qualcosa di specifico in questa vicenda su cui varrebbe la pena riflettere meglio? Giulia Bucalossi: Il movimento dello scorso autunno è stato corale, fatto di singolarità, diversità aggregative, organizzative, generazionali e di genere. Una ricchezza che si vede solo nei momenti moltitudinari. Nelle emozionanti piazze di fine estate 2025 si è finalmente visto un popolo.  Il vuoto che c’è stato subito dopo quelle settimane è in realtà lo stesso vuoto che c’era prima. Per tanti anni ci siamo battuti faticosamente per riuscire a parlare di Palestina, e quando è cominciato il genocidio ci chiedevamo: ma possibile che nemmeno di fronte a un tale massacro in diretta tv esploda l’indignazione popolare? A Roma, nello specifico, prima dello scorso autunno c’erano state solo manifestazioni di poche migliaia di persone, spesso tra l’altro diversi cortei in contemporanea in competizione tra loro. Quando il genocidio si è acuito fino ad arrivare all’invasione di terra, con i carri armati diretti verso Gaza City, eravamo una pentola a pressione: c’era bisogno di fare qualcosa.  A volte la storia è fatta anche di contingenze: per fortuna qualcuno ha messo in gioco il proprio corpo, ha lanciato una scommessa che è stata assolutamente vinta. Qualcuno ha detto: dobbiamo andare a Gaza, perché non stanno più facendo entrare neanche le associazioni umanitarie, neanche gli aiuti alimentari, neanche le associazioni legate all’Onu. E sono partite queste barche con dentro un’umanità plurale. Mentre viaggiavano, giorno dopo giorno, miglio dopo miglio, avvicinandosi a quell’obiettivo, siamo stati tutti coinvolti in un processo collettivo. Per la prima volta abbiamo sentito la forza della possibilità: l’idea di potercela fare.  Di fronte all’enorme generosità di chi ha messo i propri corpi su quelle barche, il tappo è saltato. Grazie a una semplice pratica, perché le pratiche aprono spazi e possibilità anche per nuove teorie. La pratica della Flotilla ha aperto delle maree che nessuno si aspettava: né noi né tanto meno loro. Lo stesso Trump, come hai detto, si inventa il Board of Peace perché era diventato impossibile andare avanti nello stesso modo di prima, non aveva più il consenso per farlo. Così, dopo aver guardato con invidia le altre piazze in giro per il mondo, stavolta l’Italia ha dato un segnale importantissimo e l’ha dato attraverso la pratica dello sciopero, con il metodo del blocchiamo tutto. Una pratica che si è affiancata a quella svolta in mare dalle barche, mettendo anche noi a terra il nostro corpo nei luoghi in cui stavamo. Sono stati bloccati porti, fabbriche, scuole, tangenziali e aeroporti. Per anni abbiamo discusso se fosse possibile o meno fare uno sciopero politico: in un attimo abbiamo avuto la prova lampante che si può fare. A Roma abbiamo bloccato la tangenziale in centinaia di migliaia in barba ai decreti sicurezza. Abbiamo denunciato dappertutto il nesso tra il genocidio e le forme di speculazione che l’economia della guerra scarica direttamente sulle nostre vite. Il genocidio del resto ha svelato fino a dove può arrivare il capitalismo colonialista ed estrattivista.  Per questo penso che sia sbagliato pensare che gli scioperi dello scorso autunno non abbiano cambiato niente. Nelle mobilitazioni intorno alla seconda Flotilla siamo partiti già dal consenso raccolto intorno alla prima: un consenso diffuso su pratiche radicali e conflittuali. Non a caso la seconda volta anche il Governo Meloni è stato costretto a usare parole diverse, oltre che per il fatto che il conflitto è ormai esteso al Libano e all’Iran, e l’Europa si trova in enorme difficoltà politica.  Gli equipaggi di terra sono nati dal desiderio di tenere vivo uno spazio pubblico accessibile a strutture e a singoli. Uno spazio di confronto che mette al centro, come ha saputo fare la Flotilla, la pratica di obiettivi chiari contro il genocidio e l’economia di guerra. Uno spazio pubblico a cui tutte le realtà sociali, sindacali e culturali possono contribuire. È il metodo della convergenza. Dobbiamo curare questo metodo, perché non riusciremo a fare conflitto in questa fase politica così atroce se non ci cureremo le une delle altre, se non continueremo a tessere le relazioni.  Dario, hai vissuto la prima flotilla negli equipaggi di terra fiorentini, poi la seconda dentro a una delle barche. Come Collettivo di fabbrica ex Gkn avete deciso di portare, in modo per nulla scontato, il vostro conflitto di classe dentro a una missione umanitaria internazionale. In autunno avevano fatto una cosa simile i portuali del Calp di Genova. Ma se proprio gli scioperi e il conflitto di classe intorno alla questione palestinese, come ha sottolineato Giulia, hanno suscitato interesse in ogni parte del mondo lo scorso autunno, nella seconda missione questo intreccio non è scattato, se non per la vostra presenza. Qual è la tua riflessione da questo punto di vista?  Nell’ottica invece di provare a portare il metodo Flotilla nelle lotte di tutti i giorni, ci puoi spiegare cosa intendete quando presentate il vostro progetto di reindustrializzazione dal basso come una «Flotilla nell’economia»?  Dario Salvetti: Qualcuno ha polemizzato con la Flotilla perché trasmetterebbe l’idea del «bianco salvatore» ma, come ha detto Alessandro, le navi in cui ci siamo imbarcati non erano affatto composte da bianchi. C’erano 60-70 nazionalità, in grossa parte del Sud del mondo, con persone con enormi differenze politiche. Per capire cos’è il metodo Flotilla dobbiamo infatti innanzitutto chiederci: com’è possibile rimanere uniti nelle differenze per tre settimane, con quella tensione, con la consapevolezza che si sta per essere rastrellati dall’esercito più armato del mondo?  Durante l’intercettazione del 18 maggio ho visto una delle nostre barche a vela tirare dritto prua contro prua contro una nave militare israeliana. Sopra quella barca c’erano persone che, se va bene, si conoscevano da un mese, che non parlavano la stessa lingua, non praticavano la stessa religione, eppure in un attimo decidono insieme di fare questa scelta coraggiosa e pericolosa. Si tratta di un’unità che ancora prima che essere politica è umana. Il metodo Flotilla permette, rimanendo sulla semplice pratica, di politicizzare l’aiuto, di far diventire conflittuale il mutualismo, su un obiettivo che è legato a un grosso evento della storia, drammatico e devastante, come il genocidio. Si tratta di un metodo che dovrebbe insegnare qualcosa a una sinistra radicale italiana talmente frammentata da non riuscire a trovarsi d’accordo nemmeno di fronte alla contromanifestazione sulla remigrazione.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL METODO FLOTILLA CURA LA «SINDROME GENOVA» Salvatore Cannavò Quel 18 maggio io avevo appena mandato un messaggio a Radio Popolare in cui dicevo che, essendo passata la nottata, eravamo tranquilli perché loro sono la forza delle tenebre, attaccano di notte. E invece poco dopo ci hanno attaccato, di giorno. Il messaggio che ci hanno dato è stato chiaro: ormai anche i rigurgiti nazisti possono essere espressi alla luce del sole perché lo stesso capitalismo mostra senza più infingimenti le proprie dinamiche più distruttive, sdogando la guerra, la deportazione, la stessa speculazione immobiliare nella terra di un genocidio.  Il capitalismo che mostra ormai in pieno giorno i suoi lati più atroci, ha nel fattore tempo uno dei principali strumenti. Da parte nostra siamo infatti letteralmente sospesi tra due tempi: quello dell’accelerazione della catastrofe del capitale e quello immobile delle istituzioni.  La distruzione capitalista è ormai talmente rapida che non ti lascia nemmeno la possibilità di provare a intervenire sull’ultimo avvenimento. Una delle cose che veniva chiesta criticamente alla seconda missione della Flotilla era: cosa partite a fare per la Palestina se ora c’è anche la guerra in Libano e in Iran? Come se l’accelerazione della catastrofe fosse una ragione per bloccarsi, per rimanere fermi. C’è poi il tempo immobile delle istituzioni: ad esempio nel caso del movimento ambientalista tutto viene sempre rimandato alla Cop successiva (la conferenza intergovernativa dell’Onu sui cambiamenti climatici), mentre nel caso di Gkn ci dicono di aspettare le prossime elezioni o la prossima legge da approvare che risolverà i nostri problemi. Si tratta di un tempo in cui si rimane in attesa, immobili. Mentre le istituzioni sembrano intente a far sì che nulla cambi, persino quando accettano le tue richieste. Come Gkn lo abbiamo visto con il Consorzio regionale pubblico che avrebbe dovuto rilevare la fabbrica e far partire la nostra reindustrializzazione e invece rimane fermo. A Roma vediamo qualcosa di simile ad esempio al Quarticciolo, dove i cittadini ottengono dei riconoscimenti per le loro proposte e poi però concretamente non succede nulla.  Dobbiamo infine fare i conti anche con un tempo asimmetrico all’interno dei movimenti. Noi qui discutiamo e poi torniamo alle nostre case, ma è una cosa che le compagne e i compagni con cui parliamo in Palestina a Gaza non possono più fare. Allo stesso modo noi qui ci immaginiamo a un domani lontano in cui cambieranno le cose, ma questo domani è inimmaginabile per i sei milioni di poveri assoluti del nostro paese.  Salpare, decidere di rompere il tempo dell’attesa, è quindi fondamentale per la lotta contro il genocidio così come per tutte le lotte sociali. L’efficacia del metodo Flotilla è quella di riportare tutti noi al fatto che se non riusciamo ad affrontare il problema della sopravvivenza oggi, non riusciamo nemmeno a parlare del domani, anche se sappiamo che l’unica soluzione sta in un domani diverso da questo, in cui la realtà viene trasformata radicalmente.  Il metodo Flotilla dovrebbe far ristrutturare la nostra militanza e probabilmente non è quello che è avvenuto dopo il movimento di settembre e ottobre 2025. Una serie di realtà organizzate infatti hanno supportato e sostenuto la Flotilla ma, appena scesi da quelle barche, sono tornati al vecchio modo di far politica. Gli scioperi separati di Usb e Cgil di novembre e dicembre 2025 hanno testimoniato che non abbiamo imparato il metodo della generalizzazione dello sciopero, dell’unità nella radicalità.  Non siamo inoltre riusciti a individuare e a provare a far saltare tutte le articolazioni sioniste nella nostra società. Noi per esempio non siamo riusciti a evidenziare il legame materiale che c’è tra la gentrificazione e la speculazione immobiliare a Firenze e il sionismo, cosa che avrebbe rafforzato l’unità e l’efficacia delle lotte. Ci è mancato insomma quello che sta invece succedendo nel movimento dei fenicotteri in Albania, dove c’è la perfetta convergenza tra la lotta contro la speculazione immobiliare, la svendita del paese, e i legami con i Kings (Trump, Kushner e il sionismo).  Nel caso dell’ex Gkn facciamo nostro il metodo Flotilla perché non vogliamo semplicemente fare importanti mobilitazioni contro il riarmo e il genocidio, ma mettere in pratica un esempio concreto in mezzo all’economia con la nostra reindustrializzazione dal basso, anche con delle barche che non sono quelle che vorremmo, che non risolvono davvero e complessivamente i problemi in campo. Adottiamo poi una forma simile. La Flotilla non è privata ma non è statale. È una forma pubblica comunitaria, finanziata da una raccolta fondi di associazioni e persone private che mettono un capitale a disposizione e creano una forza comunitaria. Non a caso la nostra missione in mare è stata trattata come un esercito nemico da affossare perché gli aiuti umanitari quando vuoi annientare una popolazione a livello psico-fisico, diventano un’arma. Nella lotta dell’ex Gkn abbiamo cercato di far cambiare strada al capitale privato lottando contro la speculazione e i licenziamenti. Abbiamo poi cercato di far intervenire le istituzioni con il Consorzio regionale pubblico. Ora non possiamo più attendere e abbiamo messo in campo un capitale comunitario per far ripartire la fabbrica con una produzione per la comunità stessa, che quindi non può che essere ecologica.  In questo modo usciamo anche dalla mera enunciazione del fatto che dobbiamo fermare il riarmo e iniziamo a scardinare il ricatto che subiamo: quello che per poter avere un lavoro dobbiamo affidarci alla riconversione bellica. Il metodo Flotilla per noi è questo: la rottura dell’attesa, la rottura del tempo asimmetrico per cui per me, da disoccupato, è impossibile continuare a lottare se non faccio ripartire qualche forma di lavoro; e contemporaneamente costruire, con i nostri corpi, un esempio concreto che a sua volta può innescare movimenti più grandi ed efficaci per cambiare i rapporti di forza.  *Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza proviene da Jacobin Italia.
July 24, 2026
Jacobin Italia
Di cosa parliamo quando parliamo di classe
Il dibattito statunitense sulla «classe sociale»  è davvero caotico. Sembra che ognuno abbia un proprio significato personale del termine, non solo in termini di confini, ma anche per quanto riguarda aspetti fondamentali. Nei dibattiti su come classificare individui in una classe sociale o nell’altra, in genere si offre una mini-narrazione della vita di qualcuno per poi concludere che quella narrazione renda evidente a quale classe appartenga la persona.  In parte, ciò riflette la solita malafede e il ragionamento tendenzioso che inquinano qualsiasi tipo di discorso politico. Ma in parte riflette anche la natura stessa del termine. Le persone confondono la classe economica con la classe sociale, ma definiscono anche ciascuno di questi sottoconcetti in modo diverso. Nell’uso comune, esistono molti indicatori diversi di classe, il che significa che è possibile, e di fatto comune, che la stessa persona abbia una combinazione di indicatori che puntano in direzioni diverse. Ad esempio, una persona può avere un’istruzione elevata e un reddito basso, un lavoro di alto livello e un’istruzione bassa, un’infanzia difficile e un’età adulta agiata, oppure un patrimonio elevato e un lavoro di basso livello. Esistono opinioni divergenti su quali tra i vari indicatori debbano essere utilizzati nella valutazione della classe sociale, quale peso attribuire a ciascuno di essi qualora si decida di utilizzarne più di uno, e se sia opportuno utilizzare una valutazione unificata (ovvero, tutti gli indicatori devono essere bassi affinché una persona appartenga a una classe sociale bassa) o una valutazione disgiuntiva (ovvero, è sufficiente che solo uno degli indicatori sia basso affinché una persona appartenga a una classe sociale bassa). STATUS SOCIOECONOMICO La sociologia ha introdotto il concetto di status socioeconomico (Ses) per cercare di superare queste difficoltà. Invece di definire la classe sociale con una singola variabile, un approccio che non sembra rispecchiare il modo in cui la nostra società attuale percepisce questo concetto, il Ses è definito da un indice che combina diverse variabili in un unico valore numerico. Il Ses non offre un approccio disinvolto, perché di fatto tratta la classe sociale come uno spettro, mentre il discorso richiede categorie ben definite. Con il Ses, si potrebbe dire che qualcuno si trova al 20° percentile della distribuzione delle «classi»  , ma non che appartiene alla «classe inferiore» , alla «classe operaia»  o alla «classe professionale» . Quindi, sebbene risolva in qualche modo uno dei problemi che affliggono questo discorso, lo fa in un modo semplicemente incompatibile con le modalità con cui le persone sono abituate a parlare di questo argomento. Gli indici socioeconomici (Ses) in genere combinano variabili relative a istruzione, reddito e professione in un unico numero. Quando sono disponibili altre variabili come patrimonio, contesto familiare o consumi, anche queste possono essere incluse. Per calcolare l’indice Ses di una persona, si calcola innanzitutto la media di ciascun indicatore e poi si misura quanto l’individuo si discosta da tale media. Si somma quindi il punteggio ottenuto per ciascuno di questi sotto-indicatori per ottenere il punteggio complessivo. A partire da questo, è possibile confrontare il punteggio complessivo con la distribuzione generale dei punteggi e determinare se l’individuo si colloca, ad esempio, nel 10% inferiore della distribuzione Ses, nell’1% superiore o al valore mediano. Quando ho sentito parlare per la prima volta di SES all’università, l’ho trovato un concetto piuttosto ingegnoso ed elegante. L’indice Ses basato su reddito, istruzione e professione riesce a evidenziare bene come, nella nostra società, le persone si trovino spesso in difficoltà a causa del fatto che questi elementi non sempre coincidono, il che alimenta inevitabilmente il dibattito sulle classi sociali. LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia Molti vorrebbero poter affermare che una persona con un dottorato di ricerca che guadagna 80.000 dollari all’anno come professore universitario appartenga davvero a una « «classe»  superiore rispetto a un diplomato che guadagna 100.000 dollari all’anno come idraulico. Anzi, molti vorrebbero poter affermare che anche se il dottore di ricerca diventasse un idraulico da 100.000 dollari all’anno, apparterrebbe comunque a una «classe»  superiore rispetto all’idraulico con il solo diploma di scuola superiore. D’altro canto, credo che in generale non si voglia affermare che una persona laureata che lavora per salari bassi nel commercio al dettaglio o nella ristorazione appartenga a una classe sociale superiore rispetto a una persona senza laurea che è un dirigente d’azienda ben pagato. Le definizioni di classe basate esclusivamente sul reddito, sull’istruzione o sulla professione non ci permetterebbero di giungere alle conclusioni auspicate. Un indice socioeconomico che tenga conto di reddito, istruzione e professione, invece, potrebbe farlo, in quanto attribuisce peso a tutti e tre gli indicatori, partendo dal presupposto che ciascuno contribuisca alla classe sociale di un individuo, pur non essendone l’unico fattore determinante. Condurre un’analisi socioeconomica (Ses) e scomporla nelle sue componenti è anche un buon modo per illustrare come il dibattito su questo tema si impantani spesso. Nel grafico sottostante, ho implementato una misura Ses basata su reddito, istruzione e occupazione e ho suddiviso tutti gli individui di età compresa tra i venticinque e i cinquantaquattro anni in decili Ses. All’interno di ciascun decile, ho rappresentato graficamente tre colonne che mostrano la gamma di risultati relativi ai tre sotto-indicatori presenti in quel decile. L’andamento generale del grafico è quello che ci si aspetterebbe. Man mano che si sale nella distribuzione del livello socioeconomico (Ses), anche i tre pilastri tendono a spostarsi verso l’alto nella distribuzione percentile. Tuttavia, per ciascuno dei sotto-indicatori all’interno di ogni decile si osserva ancora un intervallo piuttosto ampio. È facile capire come, se si analizzasse un individuo con un basso livello socioeconomico, si potrebbe spesso riscontrare che uno dei sotto-indicatori si colloca nella fascia più alta. E se si adottasse un approccio unificato per definire la «classe»  bassa, si potrebbe concentrarsi su quell’unico indicatore e dichiarare che in realtà l’individuo non appartiene alla classe bassa. E questo con un’analisi che combina solo tre sotto-indicatori per costruire l’indice Ses. Se iniziassimo ad aggiungerne altri – nel dibattito sembrano esserci decine di indicatori citati – allora il numero di persone per le quali letteralmente tutti i possibili indicatori sono bassi diventerebbe infinitesimale. DOVREMMO DISCUTERE DI PIÙ SUGLI INDICATORI Finora ho cercato di fornire una descrizione di come le persone parlano effettivamente di «classe»  nel discorso. È un caos totale. Ma probabilmente dovremmo dedicare un po’ più di tempo a discutere con le persone sui contorni della classe, soprattutto quando hanno approcci molto specifici e impraticabili al riguardo. Ad esempio, Noah Smith ha scritto un articolo intitolato «Non sono mai stato della classe operaia»  in cui propone questa definizione di classe: > Perché no? Perché non ho mai pensato che la classe sociale fosse definita da > un’istantanea attuale dello stile di vita o delle condizioni materiali di una > persona. Piuttosto, ho sempre pensato che la classe sociale riguardasse il > potenziale di una persona . E sono cresciuto sapendo che il mio potenziale > economico andava ben oltre le circostanze piuttosto umili della mia prima > infanzia. Secondo questa definizione, sembrerebbe che non esista una vera e propria mobilità sociale ascendente. Nessuno può elevarsi dalla classe inferiore a quella superiore nella vita americana. Dopotutto, chiunque finisca nella classe superiore ha necessariamente avuto il potenziale per farlo, e se ha avuto il potenziale per farlo, allora non è mai stato di classe inferiore fin dall’inizio. Inoltre, questa definizione di classe basata sul potenziale sembrerebbe permettere alle persone di appartenere a più classi contemporaneamente. Molti bambini hanno il potenziale per ritrovarsi, da adulti, nella classe alta o in quella bassa. Ciò significa forse che appartengono a entrambe le classi allo stesso tempo? Questo è un approccio bizzarro alla definizione del termine e sospetto che, nonostante lo scriva, Smith in realtà non pensi che abbia un senso. Se si continua a leggere il suo articolo, ciò che egli sembra voler sottolineare è che, nonostante un reddito e un consumo bassi, la sua famiglia aveva un alto livello di istruzione e una professione elevata (suo padre aveva un dottorato ed era professore). Questa, ovviamente, è esattamente l’intuizione che l’indice Ses di cui sopra cattura già elegantemente senza divagare in questo strano discorso sul «potenziale» . Il problema è solo che l’indice Ses farebbe una media di questi quattro indicatori e collocherebbe la famiglia di Smith da bambino intorno al cinquantesimo percentile della distribuzione Ses, il che è un problema solo perché le persone vogliono categorie distinte con nomi distinti come «working class» , non una posizione su un grafico percentile. LEGGI ANCHE… WORKING CLASS LA CLASSE PER NOI Redazione Jacobin Italia CLASSE COME DIPENDENZA ECONOMICA DAL MERCATO DEL LAVORO Soprattutto quando si ha a che fare con la sinistra, è opportuno tenere conto della concezione marxista di classe, sebbene questa si discosti dal modo più ambiguo in cui il termine viene utilizzato nella società attuale. In quest’ottica, l’espressione «working class»  si riferisce a coloro che dipendono economicamente dal mercato del lavoro. Se non si condivide questa definizione attribuita ai socialisti, è importante almeno riconoscerla come concetto e idea distinti. Altrimenti, si farà fatica a comprendere ciò di cui i socialisti parlano spesso. In quest’ottica di «working class», elementi come l’istruzione, la professione, il modo di vestire, l’accento, il potenziale e quant’altro non sono particolarmente rilevanti. Non perché questi aspetti siano irrilevanti per altri ambiti della vita, ma semplicemente perché non ci dicono se una persona dipende economicamente dal mercato del lavoro o meno. I confini precisi di questo tipo di dipendenza economica saranno sfumati, e naturalmente ci saranno dibattiti su soglie specifiche. A mio avviso, una buona approssimazione è chiunque abbia un patrimonio che generi reddito inferiore a venti volte il reddito medio. Ma ovviamente altri hanno soglie diverse o modi diversi di approssimare la dipendenza economica. Nell’ottica socialista, le persone economicamente dipendenti dal mercato del lavoro occupano un ruolo unico nella società, in quanto sono al contempo vulnerabili a causa della loro posizione economica subordinata e potenti grazie alla loro capacità di bloccare la produzione. Da ciò, si suppone che derivino molte implicazioni su come la società potrebbe essere trasformata se questo gruppo si unisse e lavorasse insieme per promuovere i propri interessi come «working class» . Non è necessario credere a tutto ciò per riconoscere che si tratta di un’idea radicata da tempo e condivisa da molti. Se si ignorano le contraddizioni semantiche, dovrebbe essere evidente che esiste un mondo in cui il concetto di «working class»  coesiste con concetti più ampi di «classe sociale»  o «status sociale». *Matt Bruenig è il fondatore del People’s Policy Project. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo di classe proviene da Jacobin Italia.
July 23, 2026
Jacobin Italia
Trump attacca i socialisti, ma li teme
Nella puntata di mercoledì scorso di The Joe Rogan Experience, Rogan e JD Vance hanno riflettuto sul socialismo, un fenomeno che ha particolarmente preoccupato Donald Trump e i suoi alleati, soprattutto dopo una serie di vittorie elettorali ottenute nell’ultimo mese dai Democratic Socialists of America (Dsa). Vance concorda con Rogan – sostenitore di Bernie Sanders nel 2020 che ha votato per Trump nel 2024 – sul fatto che il movimento socialista attragga molte «persone gentili ed empatiche», ma anche che la sua popolarità sia motivo di preoccupazione. Vance afferma che il socialismo è «folle», ma una risposta comprensibile alle difficoltà economiche degli americani. «L’estrema disuguaglianza di ricchezza crea problemi», sostiene. Riguardo specificamente ai Dsa, Vance dice: «Penso che le loro idee siano folli e… porteranno a un regime totalitario». «Ma tendo ad essere un po’ più empatico – aggiunge – Perché i giovani sono attratti dal socialismo nell’America del ventunesimo secolo?». Ricorda che Charlie Kirk, poco prima di morire, aveva sottolineato: «Se non si dà ai giovani un interesse, se non si dà loro un senso di appartenenza, se non si dà loro un senso del sogno americano e delle possibilità per il futuro, diventeranno socialisti». Vance continua: > Quindi penso che, a meno che non si intraprenda quella strada che permette ai > giovani americani di possedere qualcosa, il socialismo sia l’esito > inevitabile. Penso che sia una cosa positiva? No. Ma mi preoccupa davvero… Se > non risolviamo questo problema e, direi, se non torniamo a una concezione > dell’economia più cristiana, il socialismo sarà l’alternativa. È questa la > direzione che prenderà la situazione. > Joe Rogan: Beh, la gente non possiede niente. > JD Vance: Esattamente. E in un certo senso, Joe, il gioco è truccato. Vance si è espresso in termini più concilianti su altri funzionari dell’amministrazione Trump preoccupati per la popolarità del socialismo. Con un linguaggio ben più cupo e vendicativo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha tenuto giovedì a Washington, DC, una conferenza sulla «violenza di sinistra», alla quale hanno partecipato rappresentanti di circa sessanta paesi. Rubio ha definito la sinistra «un male unico, radicato in un profondo risentimento verso la civiltà». Nello stesso incontro, il vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, ha affermato che la sinistra è «fondamentalmente motivata dall’invidia, dall’odio e dalla gelosia», e l’amministrazione ha annunciato restrizioni sui visti per i membri di alcuni gruppi politici di sinistra, invocando il concetto ampio di «sabotaggio economico». LEGGI ANCHE… POLITICA I CONTI CON I SOCIALISTI Liza Featherstone Trump si è espresso in termini altrettanto repressivi, ripubblicando di recente un video del personaggio mediatico di estrema destra Michael Savage che sostiene (in maiuscolo, come molti post di Trump) che «Il socialismo democratico deve essere criminalizzato, i leader deportati», incluso il sindaco di New York Zohran Mamdani (che Trump ha definito nell’ultimo anno «il mio piccolo sindaco comunista», ma anche «una persona molto razionale, un uomo che vuole davvero vedere New York tornare grande»). Ultimamente Trump ha anche divagato sul «comunismo», che non fa parte della politica statunitense tradizionale da decenni, ma che spesso, nell’immaginario ansioso dell’élite di destra, è sinonimo di qualsiasi opposizione all’oligarchia e al capitalismo sfrenato in stile americano. Queste denigrazioni arrivano, non a caso, in un momento in cui il «socialismo democratico» è in forte ascesa, il che rende piuttosto difficile per la destra lanciare una nuova ondata di paura rossa. Bernie Sanders è una delle figure più popolari della politica americana, così come Zohran Mamdani. Il 4 luglio a Mount Rushmore, quindi, con le vittorie dei Dsa a New York, in Colorado e altrove ben impresse nella mente, Trump ha raccolto la sfida imitando Joe McCarthy. «L’America non sarà mai un paese comunista. Non succederà», assicura Trump. > È come un cancro. Bisogna estirparlo… I nostri guerrieri non hanno combattuto > il comunismo sui campi di battaglia di tutto il mondo solo perché quella > minaccia rialzasse la sua brutta testa in America. Non lo permetteremo. Si tratta di cliché tipici della destra. Eppure ci sono alcuni spunti interessanti. Nel bel mezzo della sua demonizzazione del socialismo, Trump a tratti sembra quasi nostalgico della sinistra, come se desiderasse far parte di questa squadra intrigantemente in ascesa. «Sarei il più grande comunista della storia – ha riflettuto di recente – Sarei al livello di Lenin». Come per dissuadersi da questa tentazione incombente, ha aggiunto che il «comunismo» odierno rappresenta uno dei pericoli peggiori che questo paese avesse mai affrontato. Quando «si diventa comunisti – sostiene – non si torna più indietro. Si muore nella miseria. Si muore di una morte orribile. Si muore nella miseria, e la situazione diventa davvero malvagia e ripugnante». In un certo senso, Trump sta regredendo al maccartismo perché è un uomo anziano che sta perdendo il controllo della situazione e questo è un terreno a lui familiare. L’avvocato di McCarthy, Roy Cohn, era il suo mentore. Si sente a suo agio in un clima di paura rossa. Ma la recente ossessione di Trump per il comunismo non è solo il delirio di un uomo che sente lo spirito del tempo, insieme alla sua stessa sanità mentale, sfuggirgli di mano, né è semplice nostalgia o un disperato ritorno a qualcosa che un tempo funzionava per la destra. Come Vance, Rubio e tutti gli altri esponenti della destra che si stanno agitando per i Democratic Socialists of America, anche Trump si sta preoccupando – razionalmente – di un avversario potenzialmente formidabile. Le prove sono dapperttutto. Mamdani ha vinto le elezioni a sindaco di New York l’anno scorso, poi i socialisti hanno fatto piazza pulita nelle elezioni per il Congresso e per l’assemblea legislativa statale di New York. Francesca Hong sta ottenendo ottimi risultati nella corsa a governatore del Wisconsin, e Melat Kiros del Colorado entrerà presto al Congresso; i progressisti che non si identificano come socialisti ma ne condividono molti dei punti programmatici fondamentali, come il candidato al Senato del Michigan Abdul El-Sayed, stanno ottenendo buoni risultati nelle loro elezioni. LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella Come ha riconosciuto Vance, il programma politico del movimento socialista del XXI secolo, che spazia dagli alloggi a prezzi accessibili agli stipendi più alti fino all’assistenza sanitaria universale, gode di un’enorme popolarità. L’amministrazione Trump lo sa meglio di chiunque altro, perché lo stesso Trump ha condotto una campagna elettorale nel 2024 incentrata su temi legati alla classe lavoratrice, come l’alto costo della vita. Non aveva alcuna intenzione di agire concretamente su questi temi, ma sapeva che si trattava di argomenti potenti in campagna elettorale. Ora Trump e il movimento Maga si trovano ad affrontare un movimento socialista che è seriamente intenzionato a legiferare per migliorare la vita dei lavoratori, e questo li preoccupa. È evidente che il Dsa abita nella testa di Trump e dei suoi stretti collaboratori senza pagare la pigione, o perlomeno con un affitto bloccato. I loro commenti sono stati a tratti bizzarri e persino contraddittori, ma riflettono il timore della destra che la sinistra stia guadagnando terreno e costruendo un movimento, e che detenga soluzioni a problemi che né la destra né il centro sono in grado di risolvere. Su questi punti, almeno su questi, Trump e soci hanno ragione. *Liza Featherstone è editorialista di JacobinMag e giornalista freelance. Ha scritto, tra le altre cose, Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers’ Rights at Wal-Mart (Basic Books, 2002) e Divining Desire: Focus Groups and the Culture of Consultation (Or, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Trump attacca i socialisti, ma li teme proviene da Jacobin Italia.
July 22, 2026
Jacobin Italia
La Forza della polizia
Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia.  Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devi dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili.  Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile.  La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile.  È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati.  Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforma capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *Carlo Caprioglio è assegnista di ricerca e docente a contratto di Clinica legale all’Università Roma Le informazioni circa l’uso della forza, la percezione e la formazione degli operatori di polizia sono frutto delle ricerche realizzate nell’ambito del progetto «Reforming police accountability in Italy (REPOLITY)» sulla responsabilità delle forze dell’ordine, realizzato dalle università di Bari e Firenze. I risultati e i materiali di ricerca sono liberamente consultabili sul sito del progetto. Le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente all’autore. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo La Forza della polizia proviene da Jacobin Italia.
July 21, 2026
Jacobin Italia
L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà
I Mondiali del 2026 hanno avuto tre paesi ospitanti, ma saranno sempre ricordati come un evento americano. E come la maggior parte delle cose americane nell’ultimo decennio, Donald Trump ne ha fatto un evento incentrato su se stesso. Bombardare una nazione partecipante, vantarsi a gran voce di aver corrotto il gioco, intromettersi nella finale… anche se Trump ha avuto un paio di periodi insoliti lontano dai riflettori, le sue mani coperte di trucco sono state ovunque. E nonostante le presenze record (e, cosa ancora più importante per l’organizzatore Fifa, i ricavi ), gli emozionanti momenti calcistici e i momenti virali dei tifosi dimostrino che questo Mondiale non sia stato un totale fallimento, qualcosa non quadra. Abbiamo assistito a prezzi dei biglietti esorbitanti e alla conseguente atmosfera fiacca; un numero limitato di tifosi in grado di viaggiare dall’estero; un approccio commerciale dilagante, stridente persino per un’organizzazione senz’anima e orientata al profitto come la Fifa. Gli aspetti peggiori di questo Mondiale sono stati i più «trumpiani». Gli Stati uniti hanno lasciato il segno sul calcio mondiale, e lo sentiremo. La progressiva americanizzazione del calcio, in atto da tempo, è stata suggellata da questo torneo, che ha unito spietata finanziarizzazione e dilagante corruzione, influenzando il gioco come mai prima d’ora. Purtroppo, tutto ciò sopravviverà a Trump e all’organizzazione dei Mondiali da parte degli Stati uniti. NON È POI COSÌ MALE, VERO? Tuttavia, viste le basse aspettative che circondavano un Mondiale che fungeva anche da testimonianza dell’amicizia tra Trump e il presidente della Fifa Gianni Infantino, molti sono rimasti piacevolmente sorpresi. Sul campo, dove gli amministratori corrotti di solito riescono a combinare meno guai, è stato un successo generale. La Spagna ha giocato il suo solito calcio soffocante e bellissimo, e Lionel Messi ci ha ricordato quanto siamo fortunati ad assistere alle sue gesta. La Germania ha trovato nuovi ed entusiasmanti modi per dimostrare di non essere più una potenza calcistica, e questa volta nessuno cercherà di dare la colpa al politicamente corretto per il loro fallimento. Sebbene a tratti macchinoso e costretto a fare più calcoli, il formato allargato a quarantotto squadre ha funzionato discretamente bene, anche se in gran parte si trattava di una strategia per vendere più biglietti e per consentire alla Fifa di consolidare il proprio sostegno in Asia e Africa. Le debuttanti Uzbekistan, Giordania e Curaçao hanno portato una ventata di novità, mentre l’altra esordiente, Capo Verde, ha offerto prestazioni notevoli. Gli stadi erano gremiti, persino per le partite della fase a gironi meno pubblicizzate. La richiesta di biglietti ha superato ogni aspettativa, e i tifosi non si sono lasciati scoraggiare nemmeno dai prezzi esorbitanti . A tratti, il torneo è sembrato soprattutto la dimostrazione di un consumistico, e inarrestabile, potere di acquisto (e/i di debito, con carta di credito) durata sei settimane che una competizione calcistica. Ha inoltre lasciato spazio a quell’amore, molto radicato tra le persone, a essere derubati sfacciatamente. Chi altri ammetterebbe allegramente di aver pagato 4.000 dollari per una partita della fase a gironi, senza aggiungere, tra l’altro, che non ammetterebbe mai che ne valeva la pena? LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI SONO LA STORIA DEL CAPITALISMO Andrea Natella Un altro motivo per cui gli stadi si sono riempiti dipende semplicemente dalla diversità della popolazione statunitense. Le immense e orgogliose diaspore hanno garantito che nessuna squadra rimanesse senza sostegno. E questo, almeno per una breve fase, ha trasformato il torneo di Trump in una sorta di sogno liberale e positivo. Pochi altri paesi sono abbastanza diversificati da poter realizzare un evento del genere su tale scala, e la Coppa del mondo ha spesso offerto l’opportunità di celebrare la vita degli immigrati. Anche questo ha permesso di offrire un’alternativa alla ristretta interpretazione dell’identità americana propria del trumpismo. Gli Stati uniti sembrano aver impressionato anche i tifosi internazionali che sono riusciti ad arrivare. C’erano i tifosi scozzesi che, allegramente, hanno insegnato a Boston come si beve. Molti tifosi europei sono diventati virali quando si sono stupiti delle dimensioni delle corsie dei supermercati e delle porzioni dei fast food. (Resoconti come quello di Freddy hanno facilmente suscitato entusiasmo tra gli americani di ogni schieramento politico, desiderosi di positività). Ma nel complesso, molti visitatori hanno trovato gli Stati uniti e la sua gente molto più affascinanti di quanto le aspettative create dai reportage internazionali incentrati su Trump avessero previsto. Anche gli stadi di football climatizzati da 5 miliardi di dollari sembravano diversi da qualsiasi cosa la maggior parte dei tifosi avesse mai visto, ma questo anche perché la maggior parte del mondo preferisce sovvenzionare lo sport giovanile piuttosto che gli stadi sportivi di proprietà di miliardari . Per fortuna, i legittimi timori pre-torneo che l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) potesse sfruttare le partite come facile pretesto per arrestare gli immigrati non si sono concretizzati. Sebbene l’operato della polizia americana abbia avuto un impatto diretto limitato sui Mondiali, la brutalità dell’Ice, che è riuscita a uccidere diverse persone anche durante il torneo e a essere comunque considerata irreprensibile, è un segno della sua condotta. Per gran parte dei Mondiali, sembrava che la Fifa e Trump fossero riusciti a mettere a segno un vero e proprio colpo di scena in termini di pubbliche relazioni, superando le aspettative e generando un’atmosfera positiva. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! RUBARE LA SCENA Quella benevolenza poteva durare solo finché Trump avesse mantenuto il suo inopportuno silenzio riguardo al torneo. Tuttavia, essendo Trump quello che è, prima o poi avrebbe cercato di far parlare di sé. L’intervento diretto del presidente per fare pressione sulla Fifa affinché annullasse la squalifica per cartellino rosso inflitta all’attaccante della nazionale maschile statunitense Folarin Balogun prima della partita a eliminazione diretta contro il Belgio è stato un abuso di potere clamoroso. Che la mente confusa di Trump abbia pensato che il modo migliore per gestire un evidente caso di corruzione in campo fosse quello di vantarsene gli si addice perfettamente. Che Infantino ceda alle pressioni politiche della Fifa non è una novità, ma farlo per influenzare direttamente l’esito della partita è un nuovo livello di bassezza, che ha trovato una sorta di giustizia karmica solo nella clamorosa disfatta degli Stati uniti contro il Belgio, nonostante il vantaggio iniziale. Anche l’ex presidente della Fifa, Sepp Blatter, si è unito alle critiche contro Infantino. Sicuramente ha un conto in sospeso: Infantino ha assunto la carica nel 2016 dopo che Blatter era stato costretto a dimettersi a causa di uno scandalo di corruzione. Dato il passato di Blatter, non è certo un buon segno se critica il tuo giudizio etico. Eppure, l’aperta sottomissione di Infantino ai despoti ha raggiunto un nuovo minimo storico. Almeno Blatter e i suoi simili sapevano come essere un po’ più discreti nella loro corruzione, mentre Infantino è stato contagiato dalla propensione trumpiana a ostentare le proprie malefatte nel modo più evidente possibile. Il caso di Balogun è stato il più discusso, ma probabilmente non il più eclatante, su come Trump abbia effettivamente influenzato il calcio. Ferendo lo spirito fraterno dello sport internazionale, il fatto che una nazione ospitante abbia bombardato l’Iran, altro partecipante al Mondiale, durante tutta la competizione, non solo è stato un evento senza precedenti, ma ha avuto anche ripercussioni sportive. A causa della guerra, il campionato iraniano, in cui gioca la maggior parte della nazionale, è stato sospeso per mesi prima del torneo. Poco prima dell’inizio, l’Iran è stato costretto a trasferire la base della squadra dagli Stati uniti al Messico, con visti di breve durata concessi solo per le singole partite, che obbligavano i giocatori a tornare immediatamente a Tijuana, e con alcuni membri dello staff impossibilitati a entrare negli Stati uniti per le partite. Nonostante l’evidente svantaggio sportivo dei giocatori iraniani, visibilmente stanchi, e la pura depravazione morale degli Stati uniti nell’imporre tali regole, la Coppa del Mondo è proseguita come se nulla di straordinario stesse accadendo.E sebbene la vibrante celebrazione della vita degli immigrati americani fosse spesso davvero commovente, la Coppa del Mondo si è dovuta affidare alle diaspore per riempire gli stadi, poiché entrare nel paese era praticamente impossibile. Il sistema di controllo delle frontiere degli Stati uniti si è occupato del lavoro sporco, in modo che le retate dell’Ice non si verificassero mai durante il torneo. Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal avevano tutti almeno un divieto parziale di viaggio verso gli Stati uniti, nonostante partecipassero alla competizione. LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI DELLO SFRUTTAMENTO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato UN PROGETTO INQUIETANTE Tutti gli aspetti peggiori di questa Coppa del mondo – la corruzione, la cinica speculazione finanziaria e l’insistenza nel voler stravolgere lo sport più amato al mondo – rischiano di radicarsi ulteriormente. Se i tifosi di altri paesi non sono altrettanto a loro agio quanto quelli statunitensi nello sborsare somme esorbitanti per i biglietti, forse farebbero meglio ad abituarsi. Anche se i prezzi dovessero diminuire in futuro, è improbabile che tornino ai livelli pre-2026. L’eccessiva finanziarizzazione di questa Coppa del mondo, in stile statunitense, manifestatasi in modo evidente nel sistema di «prezzi dinamici» che ha reso l’acquisto dei biglietti simile alle scommesse sportive e alla deleteria diffusione delle scommesse sportive, probabilmente accompagnerà anche le future competizioni. È improbabile che scompaiano anche le «hydration break» obbligatorie – una modifica al formato della competizione imposta dalla Fifa per consentire una maggiore pubblicità anche quando non necessaria a causa della temperatura. La Fifa ha apportato tali modifiche senza che i tifosi statunitensi dovessero fare pressioni. Lo stesso vale per lo spettacolo di quasi mezz’ora in stile Super Bowl nell’intervallo della finale (di solito la pausa dura solo quindici minuti). Nessuno ha chiesto che Justin Bieber e i Bts interrompessero la competizione sportiva più importante del mondo, eppure è successo lo stesso. Che piaccia o no, la Fifa sosterrà con fermezza che è stato un successo strepitoso. Al di fuori delle competizioni internazionali, il calcio è da tempo sempre più dominato da miliardari e fondi di private equity speculativi. I cambiamenti introdotti dai Mondiali non faranno altro che consolidare ulteriormente la presa del capitale sul calcio globale, e il fatto che queste riforme vengano testate sul palcoscenico più importante ne faciliterà l’applicazione ad altre competizioni. L’avidità aziendale che infetta il calcio non è una novità: le radici operaie di questo sport sono state brutalmente minate nel corso dei decenni. Ma ora minaccia di rendere il calcio irriconoscibile. E poiché la Fifa, l’istituzione più importante di questo sport, è un’organizzazione senza scrupoli, il clientelismo intensificatosi durante un Mondiale influenzato da Trump probabilmente impedirà a chiunque di fermare tutto ciò. Forse Infantino si è spinto troppo oltre e (a differenza delle ultime due volte) e probabilmente dovrà affrontare una vera opposizione alle elezioni presidenziali Fifa del prossimo anno. Eppure, sembra ancora intoccabile. Ha risposto alle feroci critiche provenienti dall’Europa proponendo un’ulteriore espansione della Coppa del mondo, questa volta da quarantotto a sessantaquattro nazioni, in un tentativo neanche troppo velato di assicurarsi i voti delle federazioni asiatiche, africane e centroamericane che trarrebbero vantaggio da una soglia di partecipazione più bassa. Con i Mondiali del 2030 che si preannunciano come un evento mastodontico distribuito su tre continenti, e l’edizione del 2034 in programma in Arabia Saudita, il potenziale per ulteriori episodi di corruzione e «sportswashing» è enorme, a prescindere da chi sia al timone della Fifa. E anche se la Coppa del mondo si spostasse in tutto il mondo, l’egocentrismo provinciale degli Stati uniti – un paese ospitante pieno di commentatori che si vantano di non capire la cultura sportiva – verrà esportato. Un maggior numero di paesi partecipanti allarga il campo, eppure l’ossessione della Fifa per i profitti a tutti i costi ridurrà la presenza globale di tifosi che potranno effettivamente assistere alle partite. L’evento multicontinentale del 2030 sarà logisticamente ancora più complesso, e probabilmente anche più costoso per i tifosi, rispetto a quello attuale. E, come il Qatar nel 2022, l’Arabia saudita nel 2034 si rivelerà probabilmente una destinazione inospitale e poco attraente per le tifose e le persone LGBTQ+. Il declino a lungo termine del calcio fa sì che tutto ciò sembri una logica conseguenza di quanto accaduto nel 2026. Ma se il 2026 ci insegna qualcosa, dovrebbe essere che non deve per forza andare così. Nonostante tutto, sei settimane di football in Nord America hanno portato gioia al mondo. Hanno dimostrato – se non sempre – che anche nelle condizioni più ostili, il football può unire le persone e contribuire a ricostituire il concetto di comunità e appartenenza. È questo potere che ci mostra che questo sport deve essere protetto, non usato contro di noi. Le vittorie in termini di accessibilità economica e di creazione di comunità, come quelle ottenute nella New York di Zohran Mamdani, dimostrano che le istituzioni marce del calcio possono essere sfidate. Dobbiamo solo farlo prima che non ci sia più nulla da riconquistare. *Dave Braneck è un giornalista di Berlino che si occupa di sport e politica. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà proviene da Jacobin Italia.
July 20, 2026
Jacobin Italia
Quel che resta di Genova
Nel ventesimo anniversario dalle giornate di Genova, sull’Espresso apparve l’editoriale del direttore Marco Damilano, in cui si diceva che si era trattato di «un ‘68 durato 48 ore». Secondo Damilano, infatti, la traumatica repressione di quei giorni determinò «l riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo». A distanza di cinque anni da quell’articolo e da 25 anni da quei giorni si potrebbe anche pensare che di Genova non sia rimasto nulla, se non l’indignazione e la rabbia delle 48 ore successive. Non è stato così. C’è una lunga lista di eventi e di concatenazioni di movimenti che lo dimostra e ne faremo una rapida elencazione. Ma la questione su cosa sia davvero rimasto, a che livello, che dinamiche siano potute vivere e quindi quanto è attuale Genova, che significa chiedersi quanto sia attuale il movimento «no-global» e la stagione dei Social forum, è sicuramente più complessa. Che Genova non sia stata archiviata in 48 ore lo dimostra la forza che si scatenò subito dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti decisero di rispondere all’attacco sulle Torri gemelle con la nuova guerra infinita. Dall’ottobre del 2001 al 15 febbraio 2003 si manifestò una delle stagioni più intense del movimento contro la guerra, figlio esattamente di Genova e delle alleanze costruite nelle piazze e nei social forum. E ancora, nel 2002, proprio in Italia, a Firenze, si tiene il primo Social forum europeo che vede una manifestazione conclusiva di almeno centomila persone. Portandosi dietro anche la Cgil, che invece prima si era tenuta alla larga. I Forum sociali europei si organizzarono, con successo, anche nel 2003 e nel 2004 a Parigi e Londra e in tutti questi appuntamenti si condensano le due coordinate di quel movimento: il no al liberismo e il no alla guerra. Ed è abbastanza comprovato che in Italia la forza di quei movimenti si riversò nella striminzita vittoria dell’Unione del 2006 e nella nascita del secondo governo Prodi. Che poi questo produsse la rottura con le istanze di fondo e quindi un riflusso durato anni è un’altra storia, ma comunque documentata dalla giornata del 9 giugno 2007 quando il movimento contro la guerra si divise per la venuta in Italia di George W. Bush. La battuta di arresto più generale, però, è data dalla crisi del 2007-2008 che non vede azioni unitarie contro la gestione di quella crisi da cui invece nasce una fase più centrata sugli equilibri nazionali che sulle alleanze internazionali. Ma scampoli di social forum, di convergenze unitarie, di denuncia delle politiche neoliberiste si avranno nelle «primavere arabe» del 2010-2011, e poi nei movimenti contro l’austerity in Europa, dalla piazza degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid fino a piazza Syntagma ad Atene. In realtà si riproduce anche a Roma, il 15 ottobre del 2011, proprio a opera dei soggetti che avevano costruito le giornate di Genova, che costituiscono però il bersaglio da spezzare da parte di settori del movimento che non volevano avallare quel tipo di convergenza. LEGGI ANCHE… GENOVA GENOVA NON DURÒ 48 ORE Giulio Calella E poi c’è Occupy Wall Street, la piazza più chiaramente esplicita contro le cause della crisi del 2007 e soprattutto contro la sua gestione a sostegno delle banche, a opera dello stesso governo Obama. Quel movimento di fondo, iniziato alla fine degli anni 90, che mette in discussione la gestione del capitalismo, si ripropone in forme diverse, ma tali da costituire la base per il rilancio delle idee e delle politiche socialiste negli Stati uniti. Senza Ows, infatti, non si capirà il successo delle due campagne di Bernie Sanders alle primarie Dem del 2016 e 2020, e poi successi come quelli di Zhoran Mamdani e di altre candidate dei Dsa a primarie più recenti. Non si tratta di sostenere che ogni movimento sia nato dopo il 2001 abbia un debito di riconoscenza con l’ondata no-global. Anzi, probabilmente occorre analizzare i punti di rottura che con quella fase avranno i due più grandi movimenti mondiali degli ultimi anni: Ni una menos che inizia in Argentina e in Spagna e poi dilaga anche in Italia e Fridays for future, rappresentato simbolicamente dal personaggio Greta Thunberg. Però, dalle dinamiche no global, tutti questi movimenti hanno ormai interiorizzato la dimensione internazionale, il metodo delle alleanze, anche nazionali, e quindi le convergenze e in ogni caso sempre la critica antiliberista è la chiave che spiega le mobilitazioni, compreso il loro successo. Quel metodo è oggi ravvisabile nella mobilitazione internazionale più importante e densa di significato, la Global Sumud Flotilla, che a differenza dei social forum ha una pratica mutualistica a darle senso e una alleanza internazionale nettamente sbilanciata nel sud del mondo, cosa che nonostante gli sforzi dell’epoca, i Social forum, a guida europea-latinoamericana, non hanno mai avuto in modo significativo. E poi c’è l’esperimento No Kings – che non a caso terranno proprio il 18 luglio la loro assemblea nazionale a Genova – che ripropongono lo stesso metodo di lotta, la voglia di parlare non solo alle cerchie ridotte dell’anticapitalismo, ma di farsi capire da larghi strati, negli Usa come in Italia. E si vedrà se questo esperimento riuscirà a imprimere un’efficacia sociale – di lotte articolate, pratiche solidali e mutualistiche, piccole vittorie parziali – alla propria convergenza politica così come sarà anche chiamato a dimostrare la propria capacità autonoma rispetto alle forze politiche che, come nel 2006, già tendono le braccia per intestarsene i successi. Proprio per questo, quello che è interessante e utile analizzare oggi è il grado di permeabilità della politica generale alle istanze che segnarono le giornate di Genova e che tanta eco oggi hanno sulla stampa mainstream allora tutta schierata contro quel movimento e tutta intenta a segnalarne le derive estremiste e pericolose. Insomma, possiamo dire che Genova alla lunga ha segnato la fase successiva oppure è stata sepolta in un cumulo di errori e di travisamenti, sia da parte della politica che dei movimenti sociali e sindacali? Sul piano politico, la risposta sembra netta. La sinistra post-Genova è stata in gran parte spazzata via oppure si è modificata profondamente. Prendiamo i tre paesi che hanno rappresentato forse il grado più alto di relazione tra partiti e movimento no-global tra il 1999 e il 2003, Francia, Brasile e Italia. In Francia, il rapporto con i movimenti era appannaggio del Pcf e della allora Lcr, oggi Npa, grazie in particolare al loro ruolo nei movimenti sociali. Il Brasile si è talmente identificato con il Social forum da vedere l’intervento di Lula nella piazza antistante l’evento del 2002 propedeutico poi alla sua prima grande vittoria elettorale. In Italia, c’era Genova, ovviamente, e il ruolo di Rifondazione comunista e in parte della sinistra Ds e della sinistra Cgil che lavoravano insieme. Proprio l’Italia rappresenta l’esempio peggiore: il movimento, dopo la vittoria elettorale del 2006 si inabissa e si divide e la sinistra politica viene spazzata via dal Parlamento alle elezioni del 2008, come ricompensa della propria prestazione di governo. La Francia vede una crisi verticale del Pcf mentre la sinistra più radicale, l’Npa, si incamminerà verso una propria crisi che produrrà scissioni, disorientamenti, entrambe poi sorprese dall’emersione improvvisa e vincente del fenomeno Mélenchon e della sua France Insoumise. In Brasile, il Pt al governo si piegherà ai diktat del capitalismo e subirà la scissione del Psol, oggi un solido partito della sinistra che critica Lula anche se di fatto lo sostiene al governo. Insomma, le speranze nate nel periodo tra il 2001 e il 2003 erano ben altre, erano quelle cioè che nascessero soggetti politici di dimensioni importanti e in grado di declinare le due coordinate no-global: il no alla guerra e il no al liberismo. In Italia la suggestione di creare un soggetto antiliberista di quel tipo fu discussa e da tempo l’allora segretario del Prc, Fausto Bertinotti, ammette che l’errore principale del suo partito fu proprio quello di non sciogliersi in un nuovo soggetto politico. E invece, come riflesso diretto della sconfitta di quel movimento – che non ha modificato i rapporti di forza internazionali e, tranne alcuni paesi dell’America latina, non ha sperimentato il governo nazionale (e quando l’ha fatto ha prodotto anche dei disastri) – in Italia, ad esempio, abbiamo subito a sinistra una gestione politica che ha prodotto leader come Walter Veltroni, Matteo Renzi, Enrico Letta-Mario Draghi e quando c’è stata una parziale discontinuità, ad esempio con Pierluigi Bersani, questa ha prodotto il… governo Monti. Solo con Elly Schlein si realizza una apparente spostamento anche se fortemente ipotecato dalla componente di destra del Pd. Alla sinistra di questo, invece, abbiamo visto la ricomposizione dell’asse rosso-verde rappresentato da Avs che si presenta però soprattutto e innanzitutto come cartello elettorale e non come espressione di un radicamento sociale. Mentre ancora più a sinistra osserviamo una crisi verticale di Rifondazione e una presenza come Potere al popolo che non sembra poter o voler andare oltre il suo corpo militante. La continuità con Genova non è quindi una priorità in Italia. Così come non lo è in Brasile, Francia o Spagna dove la sinistra si è scossa soprattutto per effetto del movimento Indignados e per la particolare traduzione politica di quel «populismo di sinistra» tanto cara a intellettuali come Ernesto Laclau o Chantal Mouffe. In effetti, la sinistra politica dopo la crisi del 2007-2008 ha saputo orientarsi, e declinarsi, soprattutto a livello nazionale, sulla spinta della crisi e sulle risposte urgenti che queste richiedevano. Ma il suo esperimento più rilevante, audace per certi versi, il governo Tsipras in Grecia, nell’isolamento complessivo e nella imprecisione degli obiettivi  si è risolto in un fallimento tale che oggi la sinistra greca proveniente da Syriza, è divisa almeno in quattro o cinque partiti. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL METODO FLOTILLA CURA LA «SINDROME GENOVA» Salvatore Cannavò Quello che di positivo, però, può essere recuperato è che in fondo a Genova «avevamo ragione noi» e che quella critica al neoliberismo e alle leggi inossidabili del mercato si è rivelata giusta. E a riproporle oggi, quelle idee, hanno una certa cittadinanza. La sinistra riformista non ha abbandonato del tutto le tentazioni liberiste: si pensi al fallimento di Keir Starmer in Gran Bretagna, alla stagnazione socialdemocratica in Germania, alle giravolte suicide del Ps francese. Ma ci sono anche segnali di un recupero di critica come si è visto nella Mobilitazione globale progressista di Barcellona, guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, di qualche mese fa. Qualcosa si intravede nel Pd di Schlein, anche se in forme troppo timide, e si vedrà se il cambio della guardia nel Labour britannico produrrà dei cambiamenti visibili. Insomma, la critica antiliberista ha maggiore cittadinanza ma non ha ancora occupato il centro della scena a sinistra e le formazioni più radicali, si pensi alla France Insoumise, devono ancora condurre una battaglia di offensiva, spesso delegittimate e criminalizzate, ad esempio per le posizioni anti-israeliane oppure ostili alla guerra, compresa quella in Ucraina.  Se c’è un filo rosso che si può trarre da Genova fin qui è questa legittimità della critica, la giustezza dell’analisi e la bontà del metodo della convergenza che non a caso è stato messo al centro della più grande mobilitazione operaia avutasi in Italia, quella della Gkn. Da quel movimento ha beneficiato certamente la Cgil che dopo le attitudini concertative rappresentate molto bene dalla prima fase della segreteria di Sergio Cofferati vede un cambiamento di strategia proprio nel 2002, con la grande manifestazione a Roma del 23 marzo e vedrà poi una internità alla dimensione globale dei movimenti che nutre all’inizio l’approccio della Fiom, la categoria più combattiva e spostata a sinistra, ma che si espande anche in altre categorie, come la Flc. La segreteria Fiom di Maurizio Landini, ad esempio, fa proprio il metodo della «coalizione sociale» tra il 2010 e il 2015 valorizzando proprio una dinamica di convergenza con i movimenti che solo in parte verrà riproposto con la sua segreteria della Cgil dal 2019. Ci sarà l’esperienza della Via Maestra che sembra più efficace su temi istituzionali e costituzionali, ma meno profonda sui temi sociali più caldi, a partire da salario e precarietà. Ma la Cgil in ogni caso, a meno di ripensamenti successivi all’uscita dalla segreteria di Landini, è forse il soggetto che più ha risentito di quella stagione di movimento. E poi ci sono le associazioni, i movimenti, diversi tra loro, che esistevano allora, che hanno resistito, che oggi riemergono con l’iniziativa No Kings, in larga parte sovrapponibile con quello che si mobilitò nei primi anni 2000. E, a conclusione di questa panoramica, si può dire che il filo rosso della continuità e della perseveranza sia  stato tenuto proprio da questi soggetti, a fasi alterne, con prestazioni diverse tra loro, ma con una capacità di tenere il punto e il passo. Oggi abbiamo strutture come l’Arci, gran parte del mondo dei centri sociali, nel tempo evoluto, settori di sindacalismo, Cgil e non, movimenti nuovi come Non una di meno, l’ecologismo, il mutualismo conflittuale, che sperimentano – anche qui a fasi alterne- il metodo della convergenza e che tengono vive le critiche al neoliberismo e alla guerra articolando programmi per un’alternativa.  La continuità di Genova è soprattutto in questa vitalità residua che aspetta ancora, però, di legarsi alla nuova generazione che al tempo di Genova non era ancora nata. Questa nuova generazione politica ha fatto il suo primo debutto in piazza nelle giornate di solidarietà con la Global Sumud Flotilla, ha sperimentato le dinamiche della politica con il voto al referendum nel marzo 2026, ha messo alla prova la propria indignazione e sta cercando di capire come dispiegare la propria volontà di impegno sociale. Che non vorrà dire automaticamente impegno politico o elettorale come in molti si illudono.  Sta alle scelte che faranno i movimenti sociali organizzati, alla difesa della loro autonomia, alla capacità di mantenere viva la critica e, anche, di costruire un immaginario di cambiamento, che una nuova fase politica potrà nascere recuperando quel patrimonio di 25 anni fa e dandogli così gambe nuove. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Quel che resta di Genova proviene da Jacobin Italia.
July 18, 2026
Jacobin Italia
Richard Pryor e la «parola con la N»
Elizabeth Stordeur Pryor fa, nel mondo accademico e come autrice di saggi, ciò che suo padre, Richard Pryor, ha fatto attraverso la comicità. Durante il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta e Ottanta, Pryor è stato un comico, attore e sceneggiatore pioniere che ha coraggiosamente aperto la strada a nuovi modi di discutere e affrontare il tema della razza sul palco e sullo schermo. Pryor è stato la dimensione comica del Black Power, spesso al fianco di Gene Wilder in commedie e nel ruolo di un eroe della classe operaia in Tuta blu (1978) di Paul Schrader. In quello che potrebbe essere definito l’«errore Pryor», Richard usava spesso la parola «negro» nei suoi sketch, finché un evento drammatico non lo portò a ripudiarne l’uso. Ora, in Something We Said: Richard Pryor, a Notorious Word, and Me (37ink, 2026), sua figlia Elizabeth Stordeur Pryor decostruisce la storia e l’etimologia di quella famigerata parola, intrecciandola con un racconto personale della sua infanzia trascorsa con una leggenda di Hollywood, e narrando al contempo la storia del padre problematico, che trasformò i racconti della sua infanzia in un postribolo in umorismo di attualità che influenzò il dibattito nazionale sulle dinamiche razziali e di genere. Elizabeth Stordeur Pryor, professoressa di storia allo Smith College, è stata intervistata telefonicamente da Oakland. Something We Said è un libro unico che unisce uno sguardo dietro le quinte della vita di una celebrità, le tue memorie personali, la storia di una problematica sociale e il modo in cui tutti questi elementi si intrecciano. Ho tratto ispirazione da molti libri diversi: Wild di Cheryl Strayed , perché ho adorato il modo in cui riusciva a vivere nel presente e a richiamare il passato; Caste e The Warmth of Other Suns di Isabel Wilkerson, dove l’autrice torna indietro nel tempo, introducendo personaggi, rivelandone la storia e l’interiorità. Da qui è nata l’idea di fondere tutte queste storie. E poi, In the Wake: On Blackness and Being di Christina Sharpe. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «AMERICAN FICTION» RIAPRE IL DIBATTITO Eileen Jones Qual è l’origine di Something We Said ? Nel semestre primaverile del 2010, ero al secondo semestre del mio primo anno di insegnamento allo Smith College, come professoressa di storia da poco assunta. Stavo tenendo una lezione sulla Guerra civile e in particolare sul Fugitive Slave Act, quando uno studente mi chiese se avessi visto Mezzogiorno e mezzo di fuoco, cosa che mi spiazzò completamente, perché non avevo mai parlato ai miei studenti del fatto che mio padre fosse Richard Pryor. Ebbi la sensazione che lo studente stesse cercando di rivelare che fossi sua figlia, perché mio padre aveva scritto, insieme a Mel Brooks, quella commedia satirica del 1974 sul tema razziale. Quindi dissi di averlo visto, ma non era vero. Se l’avessi visto, probabilmente avrei interrotto bruscamente il racconto. Ha citato una battuta del film che, senza dubbio, è stata scritta da mio padre, in cui si usava un termine dispregiativo per le persone di origine cinese e la parola «negro», e gli studenti hanno sentito gli insulti. In quel momento sono rimasta profondamente scossa. È stato come se due mondi si fossero scontrati. La mia storia personale con quella parola, come persona birazziale ed ebrea, nonché figlia di Richard Pryor, e come professoressa universitaria che cercava di insegnare queste storie in modo consapevole, perché a volte possono essere scomode. Può essere molto forte quando le si insegna, e non lo avevo ancora capito del tutto. Inoltre, la storia della parola stessa. Mi sono chiesto: so davvero cosa significa? Ha lo stesso significato di allora? Come posso approfondire la sua storia? Più mi addentravo in quella storia, più il nome di mio padre continuava a emergere per via del suo lavoro pionieristico negli anni Settanta e della sua disponibilità a usare quella parola per costringere il pubblico a confrontarsi con il proprio razzismo. Nel tuo libro scrivi che Richard ti aveva ingaggiato per lavorare alla sua autobiografia, ma eri bloccata e non potevi. Pensi che Something We Said riesca finalmente a realizzare questo obiettivo? Lo penso davvero. Mi sembra una sorta di scusa, un modo per rimediare. Un modo per riallacciare i rapporti con lui, raccontare la nostra storia insieme e raccontare la sua. Spero che possa far conoscere la sua opera a un pubblico più giovane. Il semestre scorso ho tenuto un corso, L’America di Richard Pryor, e sono rimasta scioccata dal fatto che i miei studenti non sapessero chi fosse, nonostante l’importanza della sua voce negli anni Settanta. La «parola famigerata» nel sottotitolo del tuo libro è la parola con la N. Qual è l’etimologia di questa parola e la storia del suo utilizzo e del suo abuso? Il libro è diviso in tre parti: la storia del mio rapporto con mio padre e il modo in cui la parola si intreccia con esso; la storia del mio lavoro in classe; un’altra parte è dedicata alla storia, per dare un punto di riferimento alla storia della parola e poter così comprendere le altre parti del libro. Era il 1619 quando i primi venti africani furono rapiti e portati a Jamestown, e la parola fu applicata a loro. Divenne un’ideologia fondamentale per considerare le persone di colore come «diverse». La parola assume una connotazione davvero offensiva quando le persone di colore iniziano a ottenere la libertà. Negli anni Trenta dell’Ottocento, nel Nord prebellico, rappresenta un vero e proprio attacco alla libertà, alla mobilità, alla prosperità e alla partecipazione economica e politica dei neri. Quando le persone non sono più schiavizzate, la parola le intrappola come una catena. Perché ora ci sono oratori straordinari, invitati a cene da grandi personalità americane, che vengono chiamati con questo termine. Funge da guardiano nello spazio pubblico, tenendo fuori i neri, come uno strumento di segregazione. E si evolve in violenza. Ho anche scoperto che, quasi dalla fine del Settecento, le persone non bianche se ne stavano riappropriando e usandola come strumento di sovversione e protesta nel loro linguaggio per parlare di sé stesse, un po’ come si sente nell’hip-hop. Non furono mio padre, né importanti scrittori neri degli anni Settanta, né gli intellettuali del Black Power a iniziare a usare la parola «negro» in questo modo; loro si basavano su secoli di tradizione orale di protesta. I comici erano degli storici. Non si limitavano a inventare storie sulle loro vite, ma le collegavano a una storia più ampia. Comprendevano il contesto della loro esperienza come uomini neri. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «ALWAYS DO THE RIGHT THING» Bruno Walter Renato Toscano Parli di due significati e pronunce differenti della parola «negro». Si tratta di un’espressione che i giovani statunitensi hanno iniziato a usare quindici, vent’anni fa: la parola «negro» con la «r» dura e quella con la «a» dolce. Queste parole hanno due significati. La «r» dura è la versione bianca e razzista, l’ultima parola pronunciata da chi viene linciato, usata durante la schiavitù e in casi di brutalità poliziesca. L’altra è la versione che mio padre usava più spesso, ed era presente nel titolo di due dei suoi album vincitori di Grammy Award. Anche se mio padre la scriveva esattamente allo stesso modo, l’essenza della parola significava una sorta di cameratismo. Chi è autorizzato a usare la parola «negro»in pubblico e in privato, e perché? C’è un libro che ha praticamente questo titolo, The N Word di Jabari Asim. L’autore affronta proprio questa questione, e credo sia importante. Per me, i dibattiti polemici su chi dovrebbe o non dovrebbe usare quella parola raccontano solo una parte della storia. Quello che volevo fare era andare più a fondo. Per quanto mi riguarda, ovviamente, penso che se si sta rivolgendo un insulto a qualcuno, non si ha alcun diritto di usare quella parola. Non credo sia possibile, a meno che non si provenga da un’esperienza molto particolare. Io non provengo da quell’esperienza, e sono una persona di colore. Bisogna provenire da un’esperienza molto particolare perché quella parola possa essere pronunciata in modo autentico. Mi piace ribaltare la prospettiva e chiedermi: perché questa parola ha un significato così profondo per le persone di colore, per artisti neri come mio padre e per gli artisti hip-hop? Se è una parola di protesta contro l’ingiustizia e la disuguaglianza, allora continuerà ad avere un significato finché questi sistemi rimarranno in piedi. Richard Pryor usava il termine dispregiativo «negro»nei suoi spettacoli di cabaret, nei film e nei titoli dei suoi album. Lei scrive che il suo uso di questo termine era «qualcosa di audace e innovativo» e che rappresentava «la voce di una generazione nera». Come e perché lo usava? Non ne ho mai parlato con mio padre. È una delle tante cose che vorrei poter fare con lui. Come storica, sento di poterne parlare. Nel 1967, mio padre ebbe un momento di illuminazione. Si stava esibendo davanti a un pubblico che non avrebbe accettato sua nonna tra gli spettatori. Disse di non voler più fare la comicità di facciata che pensava lo avrebbe reso famoso. Lasciò cadere il microfono, uscì di scena a Las Vegas e iniziò a raccontare la verità, parlando delle esperienze reali vissute in famiglia. Il modo in cui usa la parola «divertente» è divertente, ma costringe il pubblico a confrontarsi con i propri problemi. In particolare, se si tratta di un pubblico bianco, con il proprio razzismo. Li stava invitando a far parte del suo mondo nero, anziché essere lui ad andare nel loro mondo bianco. Alla fine Richard ha ripudiato la parola «negro». Perché? Nel 1979 andò in Africa. In Kenya, fece un bilancio della sua vita. Era circondato da persone di colore che svolgevano i lavori più umili e gestivano il paese. In quel contesto, al di fuori della supremazia bianca degli Stati uniti, non gli venne nemmeno in mente di usare la parola «negro», perché non aveva alcun significato nel contesto del mondo nero in cui si trovava. Dopo quell’esperienza, disse: «Non chiamerò mai più un uomo di colore con la parola ‘negro’». Ci volle quel viaggio internazionale per capire che essere neri negli Stati uniti non era l’unica esperienza che una persona di colore potesse vivere. In un suo spettacolo di cabaret disse: «Mi ha colpito come un fulmine, ho pianto». Fu un’esperienza davvero potente per lui. E non l’ho mai più sentito usare quella parola per rivolgersi a qualcuno. Parlaci del tuo corso allo Smith College dedicato a tuo padre. È stata davvero un’esperienza incredibile. In parte storia familiare, in parte analisi del suo lavoro. È stato profondo vedere la sua comicità attraverso gli occhi degli studenti. Nel film Live in Concert del 1979 , ha praticamente inventato il film concerto, lo speciale comico, il genere. Passa circa metà del film a parlare di Macho Man, prendendosi gioco della propria mascolinità e della mascolinità tipica in generale. Gli uomini non lo facevano, non si prendevano gioco della propria virilità e avevano bisogno di sentirsi superiori alle donne. I miei studenti lo sottolineano perché spesso riflettono su genere e sessualità, e lo hanno davvero ritrovato nel suo lavoro. Come ricordi come padre? Quello che ho amato di più nello scrivere il libro è stato poter riaccendere tutta quella tenerezza. Ero pazza di mio padre. Non poteva davvero farmi del male, nemmeno quando lo faceva. Lo ammiravo, lo stimavo e gli volevo un bene dell’anima. Non era sempre presente, ma quando c’era, era davvero intenso. Non ho dubbi che desiderasse ardentemente essere un buon padre, per tutti i suoi sette figli; era una cosa che contava moltissimo per lui. *Elizabeth Stordeur Pryor è professoressa di storia allo Smith College. Ed Rampell è uno storico e critico cinematografico di Los Angeles, ha scritto Progressive Hollywood: A People’s Film History of the United states (Disinformation Books, 2005). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Richard Pryor e la «parola con la N» proviene da Jacobin Italia.
July 17, 2026
Jacobin Italia
Che tipo di lavoro abbiamo?
C’è un aspetto del XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato il 9 luglio scorso, che è stato finora sottovalutato, ma che aiuta a cogliere la qualità della composizione del lavoro in Italia e anche a risolvere la questione di come e perché sia aumentata l’occupazione.  Si tratta della presenza nella massa del lavoro dipendente di una quota davvero rilevante di lavoro parziale, sia esso part-time o part-year, quindi stagionale o a tempo, che descrive una condizione del lavoro salariato per certi versi inedita. Ma c’è poi un’analisi offerta dall’Inps ancora più interessante, laddove si scompone la forza lavoro in «uomo-anno», cioè in lavoro pieno annuale, corrispondente a 260 giornate lavorative (quanto resta dai 365 giorni annuali dedotti i due giorni di riposo settimanali): questa descrizione getta uno sguardo crudo sia sulla dimensione del lavoro parziale, precario o meno, sia sulla contraddizione tra crescita dell’occupazione e stagnazione del reddito da lavoro dipendente e conseguente stagnazione del Prodotto interno lordo.  I lavoratori dipendenti considerati dall’Inps, esclusi gli agricoli, sono circa 20,8 milioni. Prima di addentrarsi nell’analisi accennata, già si può aggiungere un’altra radiografia importante: la crescita del lavoro straniero che è ormai il 14,5% del totale, un dipendente su sette. L’incremento è tutto attribuibile alla componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025, mentre la componente comunitaria, soprattutto composta da rumeni, si è ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Ma è aumentata anche l’intensità di impiego: per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. Il lavoro immigrato incide in misura molto superiore alla media (25%) nell’industria leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile), delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie, servizi per il paesaggio). Valori elevati, tra il 15 e il 20%, anche per altri importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio.  Si tratta di una crescita impetuosa negli ultimi anni, superiore in termini percentuali alla crescita media degli occupati, e che segnala una discrasia tra il discorso pubblico razzista e anti-immigrati e quello che accade nelle profondità dell’economia reale (nel «laboratorio segreto» della produzione, avrebbe detto Marx). La maggioranza dei dipendenti opera nel settore privato. Nel settore privato non agricolo i dipendenti sono circa 17,7 milioni nel 2024, con una crescita del 2%. Il pubblico impiego, con i suoi 3,7 milioni di dipendenti ha un peso molto minore rispetto a paesi europei analoghi e presenta una struttura mediamente più anziana rispetto al settore privato. Segno che il ricambio generazionale ancora non c’è stato e non si vedono segnali in questa direzione. Per quanto riguarda le categorie, l’Inps segnala che nel settore privato la gran parte del lavoro occupato è operaio, con il 56% dei dipendenti; gli impiegati sono circa il 37%, mentre seguono quote ridotte e marginali per apprendisti, quadri e dirigenti. Evidente, ancora, il gap occupazionale tra uomini e donne, con i primi che rappresentano il 57% dei dipendenti. Gap che si ripercuote bruscamente sulle retribuzioni: nel 2024 la retribuzione media annua nel settore privato è stata circa 27.967 euro per gli uomini contro 19.833 euro per le donne: al netto di contributi e imposizione fiscale parliamo di circa 1.500 euro al mese per gli uomini e di 1.100 euro per le donne. Alla faccia di un paese ricco e membro del G7. Sempre per restare al quadro generale, l’occupazione è concentrata nel Nord-Ovest per circa il 31,4%, nel Nord-Est per il 23,3%, al Centro con il 20,7% e al Sud per il 17,2%.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia L’UOMO-ANNO Quando si passa alla definizione dei dati utilizzando la categoria «uomo-anno», così indicata dall’Inps (che non utilizza un linguaggio orientato al genere), il quadro si fa mosso.  Per capire di cosa parliamo, è lo stesso rapporto a darci l’esplicitazione dei criteri utilizzati. I circa 20,8 milioni di lavoratori dipendenti complessivi si suddividono, come abbiamo visto, in 17,7 milioni nel privato non agricolo con una media di 247 giornate retribuite annue. Nel pubblico i lavoratori sono circa 3,74 milioni, con 283 giornate medie retribuite. L’Inps però offre un’analisi diversa affiancando al numero di dipendenti nell’anno, le giornate retribuite nel mese. In questo modo, i dipendenti privati, che in media mensile erano circa 12,9 milioni nel 2018, saranno 14,6 milioni nel 2024. Si tratta, ripetiamolo, di retribuzioni percepite mensilmente, con scarti importanti tra i mesi di picco lavorativo (giugno nel settore privato) e quelli di minor utilizzo.  Su questi dati l’Inps opera ancora un altro affinamento utilizzando, in alternativa al numero di dipendenti mensili, «la somma nell’anno del numero di giornate retribuite ogni mese». Il calcolo si basa sullo standard di 26 giornate mensili come numero massimo retribuibile e quindi portando a 312 giornate retribuite come il valore di un anno pieno, caratterizzato da continuità lavorativa. «Dividendo per 312 la somma del numero di giornate retribuite ogni mese, scrive l’Inps, si ottiene una misura normalizzata del volume di lavoro, espressa in anni-uomo». Un dipendente che nel corso dell’anno abbia ricevuto 78 giornate retribuite equivale a 0,25 anni-uomo, mentre se le giornate retribuite sono state 273 equivarrà a 0,875 anni-uomo. Il pregio di questa categorizzazione, rispetto al numero di ore lavorate, è quello di non neutralizzare la tipologia oraria contrattuale (tempo pieno/tempo parziale). Rifacendo i calcoli, quindi, i dipendenti privati, che in media mensile sono circa 14,6 milioni nel 2024, «ricalcolati in termini di anni-uomo risultano pari a circa 13,6 milioni» crescendo di 1,6 milioni rispetto al 2018. Oltre al lavoro a tempo determinato è cresciuto di molto il lavoro stagionale (+65%) e intermittente (+30%). Da considerare anche che il lavoro a tempo indeterminato ha beneficiato della forte crescita, dall’11 al 35%, del lavoro in somministrazione «anche grazie ai maggiori vincoli introdotti dal Decreto Dignità sulla somministrazione a tempo determinato».  Ma questa nuova categorizzazione permette anche di avere un quadro immediato della segmentazione del mercato del lavoro tra il segmento «primario» nel quale rientrano i cosiddetti insiders, lavoratori con maggiore stabilità contrattuale, elevati livelli di istruzione ed esperienza, alti salari. «Nel segmento secondario ci sono viceversa i cosiddetti outsiders rappresentati dai lavoratori con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro, poche possibilità di carriera». Il rapporto si propone così di dare una «quota del volume di lavoro caratterizzata da continuità oraria e/o contrattuale», procedendo per passaggi successivi: «i lavoratori a tempo indeterminato (al netto di apprendistato e somministrazione) misurati in anni-uomo passano da 9,5 milioni nel 2018 a 10,9 milioni nel 2024 di cui circa il 75% a tempo pieno e il 25% a tempo parziale (in larga maggioranza donne)». Si verifica quindi che «i soli lavoratori a tempo indeterminato e a full-time, ammontano nel 2024 a 8,1 milioni», il che comporta che il mercato primario rappresenta nel 2024 il 60% del totale. Ma se invece si includono sia l’apprendistato, che dal punto di vista normativo viene definito a tempo indeterminato, sia i lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle aziende di lavoro in somministrazione, si ha una «definizione allargata» di segmento primario che arriva a 11,5 milioni di anni-uomo nel 2024, quindi l’85% del totale.  Gli outsider, quindi, possono variare dal 15 al 40% a seconda della definizione «ristretta» o «allargata» del mercato primario, quello degli stabili. In ogni caso, l’Inps nota che dal 2018 al 2024 la quota degli outsiders è calata dal 16,2 al 15,4%, quindi solo dello 0,8% in otto anni, ma è aumentata nel meridione passando dal 17,1% al 20,5%, principalmente a causa alla crescita del lavoro a tempo determinato e delle attività stagionali. Il mercato del lavoro italiano quindi appare relativamente stabile se si contano i contratti: 14-15 milioni di persone hanno un rapporto a tempo indeterminato. Ma in termini di quantità effettiva di lavoro, adottando una definizione «ristretta» del mercato primario, si nota che una quota consistente dei rapporti, almeno il 40%, non è stabile e pienamente retribuito.  Questa composizione differisce a seconda dei settori indicando così che la precarietà italiana non è distribuita uniformemente: «è concentrata soprattutto nei settori a bassa produttività e ad alta stagionalità (turismo, commercio, alcuni servizi), mentre industria, sanità e amministrazione pubblica hanno una maggiore intensità annuale del lavoro», cioè più giornate retribuite. L’Inps segnala infatti che nel 2024 il lavoro intermittente ha coinvolto circa 759 mila persone e la somministrazione circa 915 mila, evidenziando che queste forme sono una componente significativa ma concentrata del mercato del lavoro.  LEGGI ANCHE… LAVORO UNA FLOTILLA ANCHE PER IL SALARIO Salvatore Cannavò La situazione si riflette ovviamente sulla dinamica salariale. Abbiamo visto le retribuzioni medie annue di dipendenti uomini e donne: la media complessiva annuale propone un reddito medio per i dipendenti privati di 24.486 euro, con 247 giornate retribuite medie; nel pubblico la media è circa 35.350 euro con 283 giornate retribuite. Se facciamo il calcolo per anni-uomo, si può invece verificare quanto reddito da lavoro dipendente lordo annuo viene generato per ogni lavoratore equivalente a tempo pieno. È una misura «più utile della semplice retribuzione media per persona perché corregge l’effetto di: part-time; stagionalità; periodi lavorati inferiori ai 12 mesi; settori con molti contratti brevi». Le retribuzioni più alte si verificano nel settore della Energia, utilities con 45–55mila euro per giornate piene annue, seguita da Finanza e assicurazioni con 45-50 mila euro e da Industria e manifattura 38-43 mila. La Pubblica amministrazione (37-40 mila) e la Sanità (38-42 mila) si confermano anche con quote alte di retribuzioni su giornate piene annue, mentre a valori medi si collocano i Trasporti e la Logistica (34-38 mila) e le Costruzioni (32-36 mila). Più basso il Commercio (30-34 mila) e nella fascia bassa il Turismo e ristorazione (28-32 mila) e Altri servizi personali (28-33 mila). «Se guardiamo solo le teste, turismo e commercio sembrano grandi settori: commercio circa 3 milioni di dipendenti; turismo circa 1,5 milioni. Ma in termini di lavoro pieno equivalente producono molto meno perché hanno: molti part-time; contratti stagionali; meno mesi lavorati. La precarietà non è così solo un problema contrattuale: è spesso il risultato di settori dove il lavoro è strutturalmente frammentato».  Infine, se vogliamo capire quali settori sostengono maggiormente il reddito nazionale e componiano una piramide del lavoro italiano come combinazione di numero di lavoratori dipendenti (teste); lavoro effettivo prodotto (tempo pieno annui); reddito da lavoro dipendente per tempo pieno e valore aggiunto prodotto dal settore, si può notare che l’industria manifatturiera pesa molto più di quanto sembri: i suoi circa 3,8 milioni di dipendenti hanno un’alta continuità lavorativa, mentre la grande massa occupazionale del commercio e servizi impiega molti lavoratori, ma con molto lavoro part-time, carriere discontinue, salari medi più bassi. Il turismo è il caso più evidente: con circa 1,5 milioni di persone coinvolte occupano meno di un milione a tempo pieno effettivo annuo con un lavoro frammentato e una potenza economica del lavoro molto più bassa.  La fotografia più corretta dell’Italia 2024 non è quindi quella che fotografa «20,8 milioni di dipendenti» ma che somma circa 16 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno, pilastri di un settore economico in cui sono cruciali industria e servizi avanzati mentre turismo e commercio incidono molto meno. Questa condizione si riflette, ad esempio, sui settori che sostengono il sistema previdenziale che deve i maggiori introiti contributivi all’industria privata, al pubblico impiego e ai servizi qualificati. I settori con molte «teste» lavorative ma meno salari e contributi bassi e saltuari costituiscono invece la causa dello squilibrio e potenzialmente anche contraddizioni più forti nello stesso mondo del lavoro.  Mai come ora quando si tratta di lavoro bisogna saper contare bene. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Che tipo di lavoro abbiamo? proviene da Jacobin Italia.
July 16, 2026
Jacobin Italia
Marx e l’intelligenza artificiale
Quali sarebbero, dal punto di vista marxista, i probabili effetti di un’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia? A prima vista, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Karl Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o le nostre aspettative. L’intelligenza artificiale implica l’introduzione di tecniche di produzione estremamente intensive di capitale o, per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica di capitale molto elevata. In altre parole, l’intelligenza artificiale implica un rapporto c/v molto elevato . Ovvero, il rapporto tra il capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v). Se la presenza di lavoro è scarsa e, forse nei casi di produzione completamente automatizzata, prossima allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere scarso o prossimo allo zero. Indipendentemente dal livello di sfruttamento, un v molto piccolo implica un s (plusvalore) molto piccolo . Stabiliamo quindi che il tasso di profitto [ s /( c + v )] deve essere anch’esso molto basso, in accordo con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ovvero la tendenza del tasso di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi a maggiore intensità di capitale. Nel caso di una produzione quasi completamente automatizzata, il tasso di profitto deve diventare zero o essere prossimo allo zero. Come ci dicono Marx, Joseph Schumpeter e il buon senso, un capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è pari a zero. Pertanto, la tendenza del tasso di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo. LEGGI ANCHE… ECONOMIA «NON C’È NESSUNA ETÀ DELL’ORO DEL CAPITALISMO» Branko Milanovic - Pablo Pryluka Molto prima che l’intelligenza artificiale facesse la sua comparsa, questa era l’idea discussa dagli economisti marxisti dei primi del Novecento, come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Essi prevedevano che i capitalisti, attraverso la competizione, avrebbero portato a processi produttivi sempre più intensivi in termini di capitale. La logica di base era che ogni sostituzione del lavoro con le macchine riduceva i costi per le singole imprese, ma che, con l’adozione universale di queste tecniche, si sarebbe assistito a una riduzione del plusvalore e, di conseguenza, del tasso di profitto complessivo. L’intelligenza artificiale porterà dunque alla fine del capitalismo? Questa ipotesi non sembra conciliarsi con i fatti e con le aspettative di profitti non inferiori, bensì superiori, derivanti dall’introduzione dell’Ia. Marx aveva completamente torto? Forse no. Per comprenderlo, consideriamo l’economia composta da due settori. In primo luogo, il settore con una composizione organica di capitale molto elevata, esattamente come lo abbiamo descritto. Ora, ipotizziamo che l’automazione totale della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano in carne e ossa può svolgere, o in cui il lavoro umano in carne e ossa è superiore all’intelligenza artificiale: si pensi alle attività di cura, allo sport, all’assistenza infermieristica, alle abilità culinarie di alto livello, alla formazione degli allenatori, al lavoro di barista, alla scrittura creativa e a una moltitudine di altre attività che – proprio perché alcune di esse possono essere svolte in modo approssimativo dall’intelligenza artificiale – acquisiranno sempre più valore se eseguite da un lavoro umano in carne e ossa e qualificato. Migliaia di insegnanti potrebbero essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di superare l’intelligenza artificiale, aumenterà. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia Successivamente, si svilupperà un secondo settore, l’esatto opposto del settore completamente automatizzato. Esso sarà caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarà esiguo rispetto al capitale variabile (ovvero, rispetto alla quantità di capitale impiegato e pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererà un’enorme quantità di plusvalore. Come sappiamo, nel capitalismo i beni e i servizi non vengono venduti al valore del lavoro, bensì ai prezzi di produzione che equilibrano i tassi di profitto nei settori ad alta e alta intensità di lavoro (ovvero, nei settori con diversa composizione organica del capitale). Ciò significa che, in equilibrio, l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato in tale settore. Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente, considerandolo isolatamente e ipotizzando che l’intera economia fosse composta unicamente da esso. Al contrario, il tasso di profitto potrebbe aumentare, poiché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi ad alta intensità di lavoro in altri settori. In parole semplici: mentre una parte dell’economia opererà esclusivamente con le macchine (dove nel termine «macchina» includo l’intelligenza artificiale), un’altra parte dell’economia sarà molto più ad alta intensità di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Ciò a sua volta significa che i profitti nel settore dell’Ia potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita di tale settore è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro umano e quindi dall’emergere di questo secondo settore. Se il settore dell’Ia assorbirà l’intera economia, allora, secondo le analisi marxiste, il tasso di profitto tenderà a zero. Anche nell’ambito dell’analisi neoclassica, questo sarebbe il caso, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implica salari totali pari a zero o prossimi allo zero, e diventa incerto a chi potrebbe essere venduta l’abbondanza derivante dalla nuova produzione. Pertanto, l’abbondanza generata dall’Ia porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di un’enorme redistribuzione a favore di chi non lavora), a una domanda aggregata insufficiente e di conseguenza a un tasso di profitto prossimo o uguale a zero. Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’Ia deve essere accompagnata da un aumento equivalente delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio ed evitare che la domanda aggregata e il tasso di profitto si riducano a zero. LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella In sintesi: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta unicamente da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. Nel primo caso, perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto sono pari a zero; nel secondo caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti nulli. La situazione può essere «salvata» solo attraverso un aumento equivalente di un settore ad alta intensità di lavoro o mediante una massiccia redistribuzione a favore di chi non lavora. Pertanto, intravediamo un futuro per il lavoro meno fosco di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’intelligenza artificiale fioriranno. L’intelligenza artificiale porterà a una generale dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembrerebbe che l’Ia porterà a una dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo di software, la scrittura e persino la matematica) diventeranno superflue, potendo essere svolte dalle macchine. Tuttavia, questo processo potrebbe essere, ed è probabile che lo sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello attuale, semplicemente perché dovranno essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’Ia affinché le persone desiderino acquistare tali prodotti e servizi. Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di una perdita di competenze o, per dirla francamente, di un impoverimento culturale, un’altra parte diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere competitiva, dovrà competere più con le macchine che con gli altri esseri umani. Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di lavoro umano in grado di fare cose che le macchine non possono fare, o, anche laddove lo stesso risultato sia prodotto da entrambi, che sarebbe più apprezzato (e quindi più valorizzato) se realizzato da un essere umano piuttosto che da un’intelligenza artificiale. È improbabile che una pattinatrice sul ghiaccio altrettanto bella, generata da un’Ia, venga apprezzata quanto una pattinatrice umana. Almeno, non dagli esseri umani. *Branko Milanovic, tra i più noti esperti internazionali sul tema della disuguaglianza, è professore alla City University of New York. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. Per approfondire … L’intelligenza artificiale e la nostra Acquista il numero della rivista L'articolo Marx e l’intelligenza artificiale proviene da Jacobin Italia.
July 15, 2026
Jacobin Italia
L’ex Gkn salpa in mare aperto
«Non abbiamo mai promesso la vittoria, perché la vittoria non dipende soltanto da noi. Abbiamo però promesso che non ci sarebbero stati resa né rassegnazione, e che saremmo andati avanti ‘fino a che ce ne sarà’. Rinnoviamo oggi quell’impegno. E, se dovessimo fallire, falliremo meglio». Con queste parole, davanti a più di 600 persone che, a quel punto, hanno intonato emozionate l’ormai storico coro della fabbrica, si è conclusa domenica 12 luglio l’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), la cooperativa degli operai del Collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio che ha deciso di far partire la reindustrializzazione dal basso dando vita alla prima fabbrica socialmente integrata della storia del nostro paese. GIRO DI BOA Dopo 1.829 giorni di presidio permanente, la lotta più lunga della storia del movimento operaio, quella degli operai metalmeccanici dell’ex Gkn, è arrivata al giro di boa.    Dopo aver bloccato i licenziamenti; aver portato in parlamento una legge contro le delocalizzazioni; aver chiesto un intervento pubblico per continuare a produrre semiassi per automezzi; aver fatto un piano industriale ecologico alternativo grazie alle competenze solidali; aver chiesto al Comune la dichiarazione di pubblica utilità dell’area della fabbrica; e aver costretto la Regione Toscana ad approvare una legge per la costituzione di consorzi di sviluppo industriale, adesso gli operai si rimettono finalmente al lavoro. E lo fanno in completa autogestione, anche perché nel frattempo sia il capitale che le istituzioni pubbliche, a ogni livello, sono scomparse. O meglio, hanno creato un vuoto che sarà più facile da riempire con la speculazione immobiliare.   L’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), 12 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa In questi 60 mesi di presidio gli operai hanno vissuto 15 mesi senza stipendio (che ancora lottano in tribunale per riavere) e altri 15 mesi con sussidio di disoccupazione (Naspi). A questo vero e proprio assedio materiale si è aggiunta la strategia della «rana bollita», con il trascorrere del tempo utilizzato come arma per far morire di «morte naturale» questa incredibile resistenza operaia. Un tempo che ha logorato famiglie, sperperato denaro pubblico, fatto perdere alla vertenza compagni importanti e indebolito lo stesso Piano industriale elaborato dal basso.  «Si sono attivati meccanismi di conservazione del capitale e della politica che hanno finito per coagularsi contro di noi e che hanno provato a calcolare ogni variabile. L’unica che non avevano previsto era questa: che, dopo cinque anni, saremmo stati ancora qui», ha detto in assemblea Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica.  Questa lotta è stata infatti un imprevisto, capace di produrre entusiasmo, partecipazione, e nuovo immaginario collettivo, con libri, film, spettacoli teatrali e Festival letterari. Chiunque, in questi 5 anni, abbia messo piede in quel presidio di una fabbrica spenta ne è uscito rigenerato e diverso da prima. Sono stati 5 anni di generazione di energia collettiva, che si è vista anche al concerto e poi nel corteo notturno, come sempre a suon di tamburi, di sabato 11 luglio davanti alla fabbrica. Ora la generazione di energia rinnovabile diventa un vero e proprio progetto industriale. SALPARE Il piano industriale partirà il prossimo settembre ma non sarà quello previsto nell’ottobre 2024. Da allora infatti la vicenda del Consorzio industriale pubblico regionale – ottenuto dalla mobilitazione tramite una proposta di legge e interamente composto da istituzioni locali di Centrosinistra – si è trasformata in un vero e proprio calvario. Avrebbe dovuto rilevare l’immobile della fabbrica per metterlo a disposizione di un condominio di imprese con finalità di riconversione ecologica. Ma solo per farlo nascere si è dovuto attendere l’agosto del 2025. Altri cinque mesi sono poi incredibilmente passati per la nomina del revisore contabile. Così se la prima scadenza annunciata dal Consorzio era ottobre 2025, poi è diventata marzo 2026 e infine marzo 2027. Con dietro l’angolo ulteriori rinvii.  Il Piano presentato nel 2024 dagli operai prevedeva l’utilizzo di un milione e mezzo di euro di anticipo Naspi che invece, con il trascorrere del tempo, si è interamente consumata a fondo perduto. Contemplava poi un prestito di Banca Etica di 2 milioni e mezzo di euro, con una delibera condizionata alla partenza del progetto che è scaduta lo scorso 30 giugno. Includeva inoltre un accordo per la produzione e fornitura di pannelli fotovoltaici con l’azienda basca Mondragon corporation, anch’esso scaduto.  «Non ne possiamo più di istituzioni che ci dicono avete ragione ma non ci possiamo fare nulla – ha detto ancora Dario – Se non potete fare nulla significa che siete il nulla». LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LETTERATURA E RIVOLUZIONE Giulio Calella Il Piano deve oggi necessariamente salpare, perché la Naspi sta finendo e le energie della lotta rischiano di disperdersi. A parte un nuovo prestito di 2 milioni che verrà chiesto in un secondo momento a Banca Etica, partirà grazie alla sola forza della campagna di azionariato popolare a cui hanno partecipato 2.000 soggetti, tra persone individuali e organizzazioni giuridiche, con un milione e 158 mila euro complessivi raccolti. La mobilitazione creata in questi anni è il capitale sociale della fabbrica. In assenza al momento della possibilità di utilizzare l’ex fabbrica Gkn, verrà affittato un capannone e partirà il nuovo progetto che prevede la produzione di cargobike (che impiegherà 5 operai), per poi avviare nei mesi successivi il lavoro di installazione di pannelli fotovoltaici (che occuperà 11 operai) in collaborazione con la fabbrica recuperata Gbm di Perugia, e un ulteriore partnership industriale per il riciclo dei pannelli (occupando 8 operai). A queste direttrici produttive si affiancherà anche un progetto di «reindustrializzazione alimentare», con emporio, birreria e pizzeria popolare in convergenza con alcune reti contadine. Così come viene confermata la «reindustrializzazione culturale», con il progetto del Polo di cultura working class da costruire intorno al Festival di letteratura che, comunque vada, abbiamo confermato in assemblea per aprile 2027.  In totale il progetto salpa con 25 operai impiegati, con l’obiettivo di arrivare a 50 nell’arco di tre anni, cercando dar vita con il tempo anche alla produzione di pannelli fotovoltaici prevista nel Piano originario.  «Stiamo partendo per un mare che non è il nostro. Nel mare del mercato tutto ciò che fai è sbagliato. Ma scendiamo in questo inferno per provare a distinguere ciò che inferno non è», ha detto Dario. Con la consapevolezza di essere solo una piccola barca. Ma anche con l’idea che una barca sola è una barca, ma tante piccole barche insieme possono diventare una Flotilla. Il corteo notturno di sabato luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa PRESIDIARE «In questi 5 anni hanno più volte minacciato di sgomberare il nostro presidio. Alla fine usciamo noi da quella fabbrica per salpare e sgomberare chiunque è stato complice della nostra vicenda», ha detto ancora Dario Salvetti.  La discussione sulla tenuta del presidio davanti alla fabbrica ex Gkn è ancora in corso, ma far convivere la partenza della produzione con le energie che occorrono per la tenuta del presidio 24 ore su 24 è ovviamente molto difficile da ipotizzare. Il nodo è però delicato, sia per l’enorme impatto sull’immaginario collettivo che ha prodotto in questi 5 anni, sia perché, come ha sottolineato in assemblea un rappresentante del Sudd Cobas – il sindacato protagonista negli ultimi anni di vertenze fondamentali nel distretto industriale pratese –, quel presidio serve anche a fermare la speculazione immobiliare che stanno preparando nel territorio.  «La guerra di posizione ogni tanto devi abbandonarla se rischia di trincerarsi – ha risposto Dario – ma in ogni caso noi non molleremo la lotta sullo stabilimento. E sappiamo bene che quella lotta non è più solo la nostra». L’intenzione è rendere il presidio diffuso, sia attraverso qualche forma di prosecuzione del presidio esistente davanti alla fabbrica, sia attraverso i nuovi luoghi della produzione di Gff, con l’obiettivo di trasformarli in case del mutualismo conflittuale. LEGGI ANCHE… LAVORO GKN, LA LOTTA CHE NON POSSIAMO PERDERE Giulio Calella CONVERGERE, DAVVERO Tra le varie indelebili tracce di questi 5 anni di lotta c’è senza dubbio il metodo della convergenza.  Con l’attuale composizione di classe, con l’atomizzazione sempre più accentuata dell’esperienza lavorativa e sociale, e con l’indebolimento delle identità e delle organizzazioni collettive, nessuna lotta si salva da sola. Non è una semplice questione di solidarietà e generosità, ma un metodo essenziale per provare a incrinare i rapporti di forza esistenti. Qualsiasi percorso che procede coltivando l’illusione dell’autosufficienza è inevitabilmente destinato alla sconfitta.  È una lezione fondamentale di questa lotta, che fatica ancora a essere assimilata. Lo abbiamo visto lo scorso autunno: la convergenza intorno alla prima Flotilla per Gaza aveva prodotto l’enorme sciopero unitario del 3 ottobre e il movimento blocchiamo tutto, ma subito dopo sono tornati gli scioperi separati che hanno contribuito al riflusso della partecipazione. Nel frattempo qualcun altro si illude di aggirare i rapporti di forza sociali attraverso qualche scorciatoia elettorale.    In questi anni il Collettivo di fabbrica ha proposto e praticato decine di percorsi di convergenza e ha dato vita nel territorio alla Soms Insorgiamo, con energie solidali che si sono pian piano fuse nella lotta, dando un senso all’impegno politico sia di nuove generazioni di attivisti che di militanti dispersi nella diaspora della sinistra. Creando alleanze impensabili 5 anni prima.  L’assemblea del 12 luglio ha visto la convergenza di moltissimi movimenti e realtà organizzate. Occorre però andare oltre alla pur importante solidarietà. Ci sarebbe bisogno di una Soms Insorgiamo nazionale, in grado di trasformare i 2.000 azionisti in un movimento e in un motore di mutualismo conflittuale, mettendo in rete, in modo flessibile e su obiettivi concreti, singoli ed esperienze organizzate. Ad esempio con campagne nazionali per costruire comunità energetiche, supporto alla distribuzione alimentare, vertenze sulla speculazione immobiliare, mutuo aiuto per lotte sindacali, alleanze con i movimenti contro la guerra e il riarmo.  Serve insomma un vero e proprio ecosistema organizzativo, in grado di praticare un «pluralismo strategico flessibile», per usare le parole di Rodrigo Nunes. Nelle assemblee di convergenza occorre quindi raccontare meno le specificità dei percorsi di ognuno e pensare di più a come quelle stesse specificità si possono rafforzare a vicenda, valorizzando la complementarietà di competenze, tattiche, ruoli e funzioni di ciascuno. «Fuori dalla mobilitazione non c’è salvezza. Fuori dalla convergenza non c’è progetto. Ci impegneremo a ricostruire convergenze che si sono indebolite, a crearne di nuove», si legge nel documento finale approvato dall’assemblea. Fondamentali saranno i legami sociali, politici e umani costruiti finora. Ma per alimentare questa nuova fase ne serviranno di nuovi. Perché di fronte al nulla espresso sia dal capitale che dalla politica, l’unica possibilità che abbiamo è dimostrare che noi saremo tutto. *Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’ex Gkn salpa in mare aperto proviene da Jacobin Italia.
July 14, 2026
Jacobin Italia
La turistificazione del palco
C’è una logica che negli ultimi anni abbiamo imparato a riconoscere: la città trattata come risorsa da estrarre. L’abbiamo vista all’opera sulle case, sui centri storici, sui flussi turistici. Funziona sempre allo stesso modo. Un luogo è denso, servito, riconoscibile e questa densità produce valore, ma il valore non resta dove è stato generato. Viene catturato a monte, da chi controlla l’accesso e a valle lascia inaridimento. Rendita di posizione in cima, deserto alla base. Il Rapporto Siae 2025, senza volerlo, documenta questa logica mentre trova un nuovo terreno: la musica dal vivo. Non lo dice, naturalmente. Dice l’opposto e lo dice con un titolo pronto da mesi, prima ancora dei dati: i concerti di musica pop, rock e leggera hanno superato per la prima volta il miliardo di euro di spesa del pubblico, 1.064.869.479 per la precisione. «Un anno record per la musica dal vivo». Con appena il 2% degli eventi complessivi del sistema dello spettacolo, i concerti raccolgono il 27% della spesa: sono il motore economico dell’intero comparto e nessun altro macro-aggregato gli si avvicina. Il problema non è il miliardo. È dove si concentra e cosa lascia dietro di sé. E per capirlo non serve alcuna dietrologia: bastano i numeri che il Rapporto stampa da sé, a condizione di leggerli come si legge una mappa dell’estrazione e non come un bollettino di vittoria. POCHI EVENTI: IL GROSSO DEL VALORE Il primo dato è quello spaziale ed è anche il più netto. Le grandi venue, gli stadi, le arene, le strutture oltre i trentamila posti, sono lo 0,4% di tutti gli eventi del comparto. Ma catturano il 35,6% della spesa. Un evento su duecentocinquanta produce più di un terzo del fatturato. Preso da solo è un grado di concentrazione altissimo, ma una concentrazione può essere stabile, una caratteristica strutturale con cui si convive. Qui non lo è. Nel 2024 quella stessa fetta pesava per il 31,4% della spesa, nel 2025 è al 35,6%: quattro punti guadagnati in dodici mesi. Non è una fotografia, è un movimento in accelerazione. E il Rapporto lo certifica in un altro capitolo, senza accorgersi di quel che ammette: «La concentrazione del valore si intensifica». Pochi eventi, pochi nomi, due o tre città. Il valore della musica dal vivo italiana si sta addensando in un numero sempre più ristretto di punti sulla mappa. Non sono punti qualsiasi. Sono le città che funzionano da giacimento: dense di trasporti, ricettività, richiamo, un nome che vende da solo. Qui il parallelo con la turistificazione smette di essere un’analogia e diventa una descrizione, perché il meccanismo è identico in ognuno dei suoi passaggi. La rendita che un’industria turistica estrae non è qualcosa che ha prodotto: è l’attrattività che una città ha accumulato in generazioni, la sua densità, il suo nome. L’operatore non la crea, la incassa. Il concerto allo stadio fa lo stesso: non costruisce il richiamo di Milano o di Roma, lo usa. Estrae una rendita di posizione da un’infrastruttura costruita e mantenuta collettivamente, di cui è, per una sera, il concessionario. Come nel turismo, quella rendita non torna indietro. Gli incassi degli affitti brevi lasciano il quartiere gentrificato, il valore del grande evento si concentra su pochi headliner e pochi organizzatori. Nel frattempo il costo di stare in quel luogo sale per tutti: gli affitti nella città turistificata, il prezzo del biglietto nella città del live. E qui i due circuiti smettono di correre paralleli e si saldano: il mega-evento è esso stesso un volano turistico, produce arrivi, pernottamenti, domanda di affitti brevi, cioè alimenta direttamente la stessa pressione che espelle la cittadinanza. Non somiglia alla turistificazione, la mette in moto e ne diventa un asset. Così la trama che quel valore aveva reso possibile si assottiglia due volte: i residenti spinti fuori e le botteghe fattesi negozi di souvenir da un lato, le venue piccole che chiudono e gli esordi senza palco dall’altro. C’è persino l’ultimo passaggio, il più sottile. La turistificazione trasforma un luogo vissuto in una destinazione da raggiungere. Lo stesso accade alla musica quando si concentra in pochi mega-eventi: da pratica diffusa, quotidiana, di prossimità, diventa un’occasione verso cui si viaggia. E il Rapporto lo festeggia: i concerti, scrive Luca Castaldo nell’editoriale, alimentano «un forte richiamo al turismo e all’indotto». Grazie per l’assist. È esattamente il punto. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LA PARTITA CONTRO IL MERCATO NON È CHIUSA Alberto «Bebo» Guidetti CHI RESTA PAGA DI PIÙ Se il valore si concentra in alto, il costo dell’accesso, invece, sale ovunque. È il secondo movimento della stessa dinamica e si legge scomponendo la crescita di quel miliardo. Un ricavo può aumentare per due ragioni diverse: più gente che paga o ognuno che paga di più. Nel 2025 gli spettacoli sono fermi (+0,7%), il pubblico cresce del 9,3%, la spesa del 18,5%. Il divario tra le ultime due cifre dice tutto: la spesa corre a quasi il doppio della velocità delle presenze. Metà della crescita viene da più gente in sala, l’altra metà dal fatto che ciascuno spende di più. Il prezzo medio per spettatore sale dell’8,3%; il biglietto, al netto di prevendite e omaggi, del 12,4% in un anno. Il settore non si sta allargando, sta rivalutando l’accesso. Un’obiezione è legittima: non sarà solo inflazione? No e il Rapporto stesso fornisce il metro. L’inflazione media annua che cita, su dato Istat, è dell’1,5%. Il prezzo del biglietto cresce sei volte tanto. È un rincaro reale, non un riallineamento monetario. Il Rapporto lo sa e lo racconta come una virtù: il pubblico, scrive, «continua a riconoscere valore all’esperienza del live anche di fronte a un accesso mediamente più costoso». Tradotto: la domanda è rigida, regge il rincaro senza contrarsi, e una domanda rigida è esattamente ciò che permette a chi controlla l’offerta di alzare i prezzi fin dove il pubblico non rinuncia. La rendita chiamata riconoscimento. C’è un dettaglio che chiude il quadro e che il Rapporto tiene su pagine diverse senza collegarlo. Nelle grandi venue il prezzo del biglietto, nel 2025, resta fermo: poco più di sessantaquattro euro, come l’anno prima. Il rincaro non nasce ai vertici, dove il ticket era già altissimo, nasce nell’ossatura media e diffusa del calendario, nei concerti «normali», quelli che non fanno notizia. A salire non è la punta del sistema, è tutto il corpo intermedio. Estrazione a monte, inaridimento a valle: il valore si concentra in cima e in pochi poli, mentre il costo per accedere alla musica dal vivo cresce ovunque, per tutti. LEGGI ANCHE… CITTÀ CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ PRIVATA Redazione Jacobin Italia IL REPORT CONTRO SÉ STESSO La cosa più divertente è che questa lettura non va importata dall’esterno, ma è già dentro il documento, solo confinata dove non disturba la contabilità. Lo stesso Castaldo che festeggia il richiamo turistico, nell’editoriale non riesce comunque a tacere i due punti dolenti che i capitoli-dati smussano. Sui prezzi: «La nota dolente dei prezzi, sono alti e sono ancora più alti considerando la pratica crescente della differenziazione del costo del biglietto per accedere a zone riservate, Pit, incontri con l’artista». Sulla base del settore: «Dimentichiamo troppo spesso le carenze del livello di base, quello degli esordi. I posti dove poter suonare sono troppo pochi e poco incoraggiati dalle istituzioni». I prezzi che escludono e la base che si assottiglia: nominati a chiare lettere, due colonne più in là dai grafici che li ignorano. L’istituzione produce simultaneamente il dato e la sua rimozione. Non è un incidente ed è qui che la statistica lascia il posto alla struttura. Un indicatore misura ciò che si è deciso di fargli misurare. La nota metodologica è esplicita: l’unità di rilevazione è l’evento a pagamento, la spesa registrata è quella «derivante dall’acquisto del titolo di accesso». La Siae conta ciò che passa dal botteghino ed è una scelta legittima. Ma una contabilità costruita sul flusso di cassa in ingresso non ha alcuna casella per la sua distribuzione a valle, né per ciò che quel flusso lascia sul territorio dove nasce. Il documento non nasconde maliziosamente: non è attrezzato per vedere. E ciò che uno strumento non è attrezzato per vedere sparisce dal racconto che quello strumento produce. LEGGI ANCHE… BOLOGNA MORDI E FUGGI Alex Giuzio LA SALUTE E LA FEBBRE La retorica del record mette in scena un settore che sta benissimo. Ha però un difetto che nessuna prosa può correggere, perché è iscritto nei numeri che la prosa commenta: confonde la salute con la febbre. Un mercato in cui la spesa cresce al doppio del pubblico, il prezzo reale dell’accesso sale sei volte l’inflazione e la concentrazione guadagna quattro punti l’anno non è un mercato che si espande. È un mercato che si stringe e che chiama crescita l’aumento del prezzo di ciò che è rimasto. È il profilo di un giacimento: rende molto, in pochi punti, finché dura. E il cortocircuito si chiude qui. Le città che offrono di più sui grandi eventi sono le stesse che il grande evento contribuisce a rendere più care, meno accessibili, più difficili da abitare. La densità che attrae lo stadio e il festival è la stessa che attrae la rendita immobiliare; il movimento che alza il prezzo del biglietto è lo stesso che alza l’affitto, il costo della vita, la soglia per restare. Un solo gesto economico, letto due volte. Così il luogo che concentra l’offerta di musica dal vivo diventa il luogo dove chi quella musica la fa, la prova, la fa nascere, non può più permettersi di stare. La città massimizza il concerto ed espelle il musicista. Estrae la festa e prosciuga chi la festa la tiene in vita. La logica che abbiamo già visto all’opera sulle case e sui centri storici ha trovato un terreno nuovo e il Rapporto Siae ne è, suo malgrado, il catasto. Lo sa. Lo scrive. Poi cambia pagina. *Alberto Bebo Guidetti è consulente strategico e autore. Il suo ultimo libro, Il capitale musicale, è uscito a maggio per Timeo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La turistificazione del palco proviene da Jacobin Italia.
July 13, 2026
Jacobin Italia
E se invece di reindustrializzarci ci reagrarianizzassimo?
8 luglio, 7 di mattina, T. è a due o tre metri dal terreno – rosso, pietroso – e danza, al ritmo sincopato della motosega che ha in mano, misto alle cicale che si sgolano, tra i rami enormi di un ulivo secolare. È qui dalle 5. Io ed M. siamo giù nella pioggia di segatura e spostiamo rami, facendo lunghi serpentoni pronti per la trincia – se riusciamo a trovare chi ce l’ha. Il campo è un mare di fascine. Questi cinquanta alberi sono abbandonati da almeno vent’anni, ovvero da quando è morto mio nonno, che di mestiere faceva il contadino, qui in Puglia, nell’entroterra barese, dove si alternano uliveti, vigneti, ciliegeti e mandorleti, più qualche nuova aggiunta che gli agricoltori s’inventano per sopravvivere seguendo le tendenze del mercato, come le albicocche piantate di fretta qualche anno fa che già puntellano d’arancio i campi tra i muretti a secco. I figli di mio nonno, mio padre e mio zio, sono scappati da una vita di fatica e sacrifici. E non sono gli unici. Luglio, per l’occhio attento, non è il periodo ideale per potare gli ulivi. Gli ulivi si potano in primavera, dopo le gelate. Ma se c’è una cosa che sanno benissimo gli agricoltori del sud, è che non c’è manodopera. Il mio potatore di fiducia, che gestisce la sua azienda da solo con sua moglie, si è liberato solo adesso: e allora adesso potiamo. «Zapp e pot quann pot», zappa e pota quando puoi, ha detto T. stamattina da dentro l’ulivo di cui non si vedeva nemmeno il tronco, tanti erano i polloni che lo accerchiavano nel tentativo disperato dell’albero bicentenario di ritornare cespuglio. T. è uno dei pochissimi agricoltori della sua generazione – gen X a occhio e croce – se non l’unico, in questa zona. Anche volendo assumere manodopera, è difficilissimo trovarla. Perfino i contoterzisti scarseggiano: trovare qualcuno che trinci le fascine si sta rivelando particolarmente difficile. E lo stesso vale per potatori, aratori e trattoristi in generale: sono tutti pieni, tutti in ritardo, tutti in balia delle stagioni che impazziscono (quest’anno ha piovuto per due settimane di fila nel momento clou delle lavorazioni del suolo, e tutto in ritardo a catena).  UNA CRISI AGRARIA SISTEMICA Ciò non sorprende in un contesto in cui meno del 4% della forza lavoro nazionale è impiegata in agricoltura in Italia, solo il 12% degli agricoltori europei ha meno di quarant’anni, e in cui la «migrantizzazione» dell’agricoltura dilaga nel cavalcare la necessità di lavoro flessibile, sfruttabile, e ricattabile in un settore strutturalmente in crisi. Con i sussidi della Politica Agricola Comunitaria (Pac) che continuano a basarsi sulla quantità di ettari posseduti, favorendo la concentrazione terriera che vede le aziende diminuire in numero ma aumentare di superficie, le piccole imprese stentano a sopravvivere, e molte, infatti, non sopravvivono. «È un mestiere che non vuole fare più nessuno» e hanno anche ragione, quando un chilo di ciliegie all’ingrosso viene pagato 0,35€ e conviene di più lasciarle sugli alberi che pagare manodopera per la raccolta – cosa che accade regolarmente. È facile dare la colpa alla concorrenza, ai compratori, al clima, al prezzo della benzina: ma tutte le crisi dell’agricoltura vengono dalla sussunzione della stessa alle logiche del capitale, il cui obiettivo non è mai stato la produzione di cibo sano e la (ri)produzione dei territori, ma solo profitto e crescita (da esportare altrove). Ed è tempo di riorganizzare il settore agro-alimentare – colonna portante del soddisfacimento dei bisogni delle persone – in modo da sganciarlo alla radice dalle logiche estrattive dell’accumulazione e del mercato globale, piuttosto che continuare a provare ad assorbirlo meglio, da un lato, o a trattarlo come appendice della rivoluzione, dall’altro. Il messaggio è relativamente semplice: l’agricoltura – per quanto sussunta, industrializzata, modernizzata, meccanizzata, digitalizzata – appartiene, ancora, e per fortuna, al regno della vita. Non al regno del capitale. Inevitabilmente, e ostinatamente, non funziona sotto le regole del mercato globale e sotto gli imperativi della crescita prometeica in cui è stata comunque inglobata – in un «food system» che fa finta di esistere come entità a sé stante, ma in verità è completamente imbricato in tutti gli altri settori dell’economia. E questo nonostante la dipendenza del settore da sussidi pubblici (si pensi al quarto di fondi Ue che finiscono nella Pac) che rende di fatto imprese private finanziate pubblicamente, fatto rileggibile, con un po’ di audacia, come interessante precedente di pianificazione centralizzata. Il risultato del tentativo di fare agricoltura sotto il capitalismo (fallimentare, dato che la famigerata «fame nel mondo» aumenta) è la devastazione ambientale (con i sistemi del cibo globali che si qualificano come prima causa del superamento di 6 limiti planetari su 9), l’abbandono dilagante delle zone rurali, la precarietà economica di chi ci vive, la perdita di presidio ecologico dei territori. Sì, anche la perdita di presidio ecologico dei territori, perché il fatto che l’Italia sia tornata ad avere più superficie boschiva che campi coltivati (cosa che non succedeva dal medioevo) non è una buona notizia: non si tratta di un ritorno alla natura, ma di abbandono di territori che sono stati co-prodotti dalle persone per secoli. L’agricoltura contadina è l’originaria forma di controllo e gestione del territorio, di prevenzione di frane, erosione, alluvioni, inondazioni, incendi e di gestione di tutti gli eventi estremi che puntellano la nostra contemporaneità sempre più densamente; una contemporaneità in cui non c’è più nessuno a svuotare cunette o ad arare il perimetro dei campi. LEGGI ANCHE… GUERRA FERTILIZZANTI A HORMUZ: IL CIBO DIETRO LE GUERRE Lorenzo Feltrin CHE FINE HA FATTO LA QUESTIONE AGRARIA? Prima di catapultarmi in uliveto, il 29 giugno, in una sala gremita dell’Università di Barcellona, nell’ambito della conferenza internazionale di ecologia politica (Pollen26), dibattevamo accesamente tra intellettuali, agricoltori e attiviste da tutti gli angoli d’Europa l’urgente necessità di ritornare alla questione agraria nel Nord Globale. Ovvero: il bisogno di rileggere criticamente la crisi agraria e rurale nei paesi del Nord Globale come frutto dell’economia capitalista neoliberista globalizzata e, al contempo, di ripensare un progetto ecosocialista che metta al centro la terra. E non per velleità escapiste di ritorno a inesistenti età dell’oro, ma per garantire la nostra sopravvivenza stessa, in un contesto di collasso climatico e di crescente precarietà delle catene di approvvigionamento globali – sia questa a causa delle guerre imperialiste o della fragilità infrastrutturale che inizia a trasparire tra una heatwave e l’altra. La questione agraria, che interroga da decenni studiosi sul cambiamento agrario, sul capitalismo nelle campagne, sulla differenziazione di classe dei contadini, sulle economie delle piantagioni e molto altro, non è affatto un discorso astratto o di nicchia; ci tange anzi in prima persona. Eppure, sembra che nei paesi (post)industrializzati la sinistra abbia del tutto abbandonato (figurativamente oltre che fisicamente) la campagna, le zone rurali, i paesi agricoli, come fossero un vestigio di un passato andato, uno spazio intrinsecamente conservatore, o una serie di attività economiche obsolete – come se mangiare e gestire i territori non ci riguardasse più. Mentre ci affrettiamo a riattualizzare lotte operaie e a brandire piani di reindustrializzazione per la giustizia sociale, ci dimentichiamo della stragrande maggioranza della superficie che abitiamo: quella da cui provengono le risorse, l’acqua, il cibo, l’energia; nonché quell’interfaccia col mondo non umano che dobbiamo urgentemente rigenerare se vogliamo sopravvivere.  Nonostante l’aggiunta prepotente dell’«eco» al pensiero marxista – che ci ha aperto gli occhi sulle questioni metaboliche, la frattura sempre più profonda che il capitalismo industriale e urbano porta nei cicli dei nutrienti planetari, e la centralità della dimensione agraria nel risanare la suddetta frattura – restiamo ancora lontanissimi dal concepire, visualizzare, e pianificare una transizione socio-ecologica che prenda sul serio la riproduzione, nel senso ecofemminista: quella di tutto il vivente, e quindi anche della nostra specie. L’aver obliterato la questione agraria dalle analisi materialiste contemporanee e dalle proposte (eco)socialiste lascia le campagne e le aree interne alla mercé del populismo di destra, dello sviluppismo rurale che turistifica e mercifica qualsiasi residuo di economia non-capitalista, e del progettismo del terzo settore che ha reso anche l’attivismo una professione – che termina quando terminano i soldi del progetto. Se vogliamo prendere sul serio la giustizia eco-climatica, il soddisfacimento dei bisogni delle persone, e la giustizia sociale (di genere, anti-imperialista, di classe, spaziale), dobbiamo avere un piano per le nostre campagne, uno che parli a chi le abita, le cura, le rigenera, e a chi vorrebbe (ri)cominciare a farlo. Un piano, forse, di reagrarianizzazione.  LEGGI ANCHE… ECCO IL MENÙ, DEI CONFLITTI Redazione Jacobin Italia VERSO RURALITÀ COLLETTIVE EMANCIPATORIE Mi guardano tutti come fossi pazza quando racconto che sto recuperando l’uliveto secolare di famiglia, e un po’ pazza mi sento: reperire informazioni su come fare agricoltura oggi sembra impossibile – soprattutto nella pratica del trovare attrezzi, persone che sanno fare i lavori e hanno disponibilità a farli sul territorio, per non parlare di qualcuno che possa insegnarti le cose; azzardare opzioni di gestione collettiva o non orientata al profitto sembra illegale o per lo meno un insulto, e districarsi tra tradizioni, ossessioni imprenditoriali, ingarbugli ereditari ed esuberanti costi di gestione non è affatto scontato. Nella migliore delle interpretazioni, per l’occhio più generoso (o più nostalgico), sarò un’altra di quelle eroine che «tornano» o che rilanciano l’asset di famiglia che hanno il privilegio di ereditare, in chiave Tradizione & Innovazione Chic Inc. Ma questa non è la storia di cui mi interessa far parte. Come può il «ritorno alla terra» – che si fa urgente dal punto di vista di approvvigionamento giusto e sostenibile, e di rigenerazione socialmente giusta della natura – diventare progetto collettivo, emancipatorio, ambientale e di giustizia sociale, al di fuori dei cliché dell’eroismo, dell’escapismo da ecovillaggio, e dell’imprenditoria gentrificatrice? Quale forma specifica prende oggi la lotta operaia nelle campagne, dove la frammentazione e la diversificazione confondono e dividono? Che tipo di riforma fondiaria, che contrasti l’accentramento e l’abbandono, e garantisca un rinnovato accesso alla terra, è appropriato per il nostro secolo? Quali infrastrutture pubbliche possono incentivare il recupero e la gestione collettiva della terra, l’uso comune di attrezzi agricoli, e il preservare e reinventare quelle tracce di economie agrarie non-capitaliste che persistono tra le nostre colline? Come può la sinistra (eco)socialista tornare a parlare (d)alle campagne, (d)ai territori, (d)ai paesi, per portare proposte e visioni che rispondano ai bisogni reali delle persone e degli ecosistemi che le sostengono, unendo un necessario grado di pianificazione a una rinnovata autodeterminazione territoriale?  Queste e molte altre sono le domande che la questione agraria attuale rende urgenti per le lotte anticapitaliste, ambientaliste e di giustizia sociale a cui l’ecosocialismo deve rispondere. E queste e molte altre sono le domande che competono per la mia attenzione tra le cicale, la motosega e un mare di fascine che spero qualcuno possa trinciare a breve. *Donatella Gasparro è dottoranda in Scienze Politiche e Sociologia presso la Scuola Normale Superiore e ricercatrice affiliata presso l’Università Autonoma di Barcellona, nel progetto Real – A Post-Growth Deal. Ricerca, insegna e divulga ecologia politica, studi agrari critici ed economie post-crescita. È co-fondatrice del Collettivo Numega e membro del comitato scientifico della Londa School of Economics. Assalto ai fornelli Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo E se invece di reindustrializzarci ci reagrarianizzassimo? proviene da Jacobin Italia.
July 11, 2026
Jacobin Italia