«Meloni non si salva affatto»
Con il libro La continuità del male Tomaso Montanari fa la più classica delle
operazioni: quella del bimbo che dice al mondo «il re è nudo». L’ipotesi di
lavoro è dimostrare «perché la destra italiana è ancora fascista». Un dato che
viene negato, per la verità più da settori dell’establishment e anche da una
certa sinistra intellettuale che dalla destra al potere che invece non fa che
ribadire, a ogni occasione utile, la propria distanza dai valori costituzionali
nati dalla Resistenza e dall’antifascismo come accade puntualmente ogni 25
aprile. Infatti, dice Montanari, «George Orwell ha scritto che ‘per vedere
quello che abbiamo sotto il naso occorre un grande sforzo’». Sotto al naso c’è
«un serissimo pericolo» che in molti fingono di non vedere o sottovalutano
nettamente mentre il Rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha deciso di
dedicargli uno studio specifico di cui ci parla in questa intervista.
Qual è stato l’elemento più evidente e tangibile che balza agli occhi di
studioso e anche di osservatore politico nel tracciare una linea di continuità
tra l’attuale destra al potere e il fascismo storico?
La sostituzione etnica e l’insistenza sulla Nazione. Quando Giorgia Meloni ha
insistito per sostituire la «Repubblica» con la «Nazione» e sulla componente
etnica che caratterizzerebbe la seconda mi sono allora chiesto cosa rappresenta
la Nazione. Avevo scritto un libro sull’articolo 9 della Costituzione e credo di
essere stato tra i primi a sottolineare che quell’articolo disegna un’idea di
Nazione non basata sul sangue ma sulla cultura: «La Repubblica promuove lo
sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e
il patrimonio storico e artistico della Nazione». Si affermava letteralmente,
quindi, che essendo «nazione di cultura», questa per definizione va intesa come
aperta. Quest’idea è profondamente diversa da quello che si percepiva dai
discorsi della presidente del Consiglio. Così ho preso i suoi libri, le carte
ufficiali, i discorsi e ho trovato un sapore antico. Poi ho consultato la
letteratura fascista, a partire dai discorsi di Mussolini e ho trovato una
straordinaria coincidenza. Oggi, infatti, quando vengo attaccato violentemente
dai giornali di destra non ne trovo nessuno che sia in grado di confutare il
merito di quanto ho scritto.
Quali sono i pensatori-chiave incontrati in questa ricerca? Dove si abbevera la
destra o comunque da dove trae, anche camuffandole, molte delle sue idee
centrali?
Sicuramente è centrale il lavoro culturale di Julius Evola, un autore che è
vissuto ben dentro il dopoguerra, ma che aveva fatto in tempo a essere letto e
apprezzato dallo stesso Mussolini. Ma quello che colpisce è che nel canone di
continuità è presente anche Hitler con il suo Mein Kampf. Uno degli esempi più
sconvolgenti è la costante citazione di Sparta. Giorgia Meloni si fa fotografare
sorridente davanti all’immagine di sé stessa disegnata come un oplita spartano e
le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano agoghé, come quelle degli
antichi spartani. Sparta è uno dei culti sostitutivi che servono per camuffare
il riferimento alla gioventù hitleriana. Sparta è un mito diffusissimo in tutte
le destre mondiali, il cui filo ci porta al dibattito dell’Ottocento e del primo
Novecento, mentre sarà Franco Freda a tradurre i libri su Sparta. L’autore che
più la esalta è Hitler. Sparta, a suo avviso, è uno Stato razzista, non nel
senso di puro razzialmente, ma è un’esplicita società segregazionista con la
città degli spartiati, cittadini per razza e merito, dei perieci membri di
sangue ma non cittadini e infine degli iloti, vittime di un vero apartheid. Come
scrive Hitler, «la sottomissione di 350.000 iloti a opera di 6.000 spartani era
possibile solo come conseguenza della superiorità razziale degli spartani […]
L’abbandono dei bambini malati, gracili, deformi – in altri termini la loro
eliminazione – si dimostrava più giusta e mille volte più umana della
sconsiderata follia dei giorni nostri». Qualcosa del genere si sente ancora
oggi. E bisogna dire che non è un caso se sia stato proprio il premier
israeliano Benjamin Netanyahu, pensando proprio al segregazionismo, a indicare
Sparta come riferimento per Israele. Sparta è un travestimento che aiuta a
sostanziare il concetto di «sostituzione etnica», anche questo non nuovo. Si
trova nei testi degli anni Venti di Mussolini quando profetizza l’Europa che ci
sarà negli anni Sessanta. Arrivata al governo la destra designa un ministero
della Natalità e inizia a costruire il suo discorso sulla nascita di sangue come
requisito centrale della Nazione.
Nel libro si prende a riferimento un celebre discorso di Meloni sulla razza per
dimostrare che in fondo non si distanzia dai concetti tradizionali del fascismo.
Sì, una chiara sconfessione di tutte quelle letture che pur ammettendo uno stile
fascista nella destra al potere, tendono a escludere la leader: «Almeno lei si
salva». E invece non si salva affatto. La destra ha sempre cercato di far
passare per «differenze etniche» le «differenze razziali» a partire dalle
teorizzazioni di Alain de Benoist rivendicando il diritto alla difesa
dell’identità dei popoli. Ma è la stessa Meloni ad ammettere di credere
nell’esistenza delle razze. E infatti cita la voce Treccani – «nell’antropologia
fisica del XIX sec. e dei primi decenni del XX, popolazione o gruppo di
popolazioni che presentano caratteri fenotipici comuni…» spiegando agli
interlocutori: «La razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo
culturalmente». Cioè, è convinta che la razza «è cosa siamo fisicamente» anche
se la genetica e la biologia hanno dimostrato da tempo che le razze umane
semplicemente non esistono. E infatti cita solo la metà del lemma della Treccani
dimenticando la seconda parte: «Tale suddivisione della specie umana ha
costituito il preteso fondamento scientifico per una concezione delle razze
umane come gruppi differenti da porre in rapporto gerarchico […] oggi il
concetto di razza umana è considerato destituito di validità scientifica […]».
Ma si legga l’inizio del Manifesto della razza (1938): «Le razze umane esistono.
L’esistenza delle razze umane […] corrisponde a una realtà fenomenica,
materiale, percepibile con i nostri sensi […] Dire che esistono le razze umane
non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma
soltanto che esistono razze umane differenti». La discontinuità su questo piano
non esiste anche perché a certi concetti la destra crede davvero. Quando l’ex
generale Roberto Vannacci dice che «una persona che ha i tratti somatici tipici
del centro Africa – non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani»,
riferendosi alla pallavolista Paola Egonu, costruisce una differenza razziale
che incide sulla cittadinanza e sul diritto a ottenerla. Se sei nato italiano
puoi fare una strage, ma se sei nato da cittadini non italiani non puoi prendere
in prestito nemmeno una mela. E questo lede in profondità l’articolo 3 della
Costituzione.
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Nel celebrare questa continuità, nel libro precisi che non stai ricorrendo alla
categoria di Umberto Eco del «fascismo eterno». Qual è la differenza con quella
costruzione che pure ha avuto fascino e presa per un certo tempo?
Il fascismo eterno di Eco è una costruzione retoricamente interessante ma
storicamente debole secondo cui il fascismo sarebbe un’idea eterna che
ciclicamente si reincarna. Ma non è così. Quest’idea si è invece formata e
nutrita concretamente in una concatenazione storica fatta di rimandi e richiami
alla tradizione che arriva direttamente al regime senza soluzione di continuità.
Si tratta classicamente di una traditio, cioè un passaggio di mano. Questo non
vuol dire che oggi le destre siano nostalgiche delle camicie nere o dei riti di
Predappio. I nostalgici sono stati i loro padri che dopo il ‘68 hanno iniziato a
sembrare vecchie cariatidi e che sono stati soppiantati dai miti tolkeniani,
dall’invenzione dei campi Hobbit, da espedienti discorsivi e di immaginazione
che, pur basandosi sulla tradizione, dovevano comunque fare i conti con
l’irruzione di modernità e innovazione che i movimenti giovanili hanno prodotto
negli anni Settanta. Non si tratta di nostalgia, dunque, ma di credere
profondamente a certe idee.
In questa continuità si respira un’aria di revanchismo, una reiterata intenzione
di vendicare un torto subito, di restituire l’onore e i giusti diritti a chi è
stato tenuto ai margini nel passato. Certamente in Fratelli d’Italia si tratta
di stabilire la continuità con il Movimento sociale italiano, ma questa
rivendicazione si estende fino al fascismo storico?
Sì, e a dimostrarlo c’è un dato di fatto inconfutabile: il rifiuto della
Costituzione nata proprio nella lotta al fascismo. Sono gli unici a non aver
contribuito alla sua scrittura, a differenza anche dei monarchici. E infatti la
rifiutano come dimostra il Referendum sulla giustizia. Della Costituzione a loro
non piace in particolare il progetto egualitario essendo sostanzialmente
anti-egualitari. E in questa distanza, questa negazione della carta comune della
Repubblica, rivendicano i torti subiti, ad esempio quelli di Salò, confondendo
il concetto di «pacificazione» con quello di «parificazione». Si rifiutano così
di essere antifascisti perché non c’è mai stata un’accettazione
dell’antifascismo storico che invece Gianfranco Fini aveva iniziato a fare.
Fratelli d’Italia in fondo è una «rifondazione fascista» che ha reagito a un
tradimento in quanto loro, secondo il mantra tolkeniano, non tradiscono perché
«le radici non gelano».
Nella destra al potere si osserva l’ossessione per il controllo della scuola e
il costante invito, a sé stessi, al mondo di riferimento, in realtà non si sa
bene a chi, a costruire una «cultura di destra». Ma in realtà non ci riescono.
Perché?
Per quello che Furio Jesi ha definito il problema delle «idee senza parole»,
citando Spengler. Giocano sulla narrazione, ma gli manca un contenuto; si
rifanno a parole d’ordine, come «l’amore per la Nazione» o « la grandezza
dell’italianità», ma poi non riempiono questa grandezza di alcun riferimento
concreto che non sia la narrativa del «viva l’Italia». Come diceva Mussolini
viene ripetuto ancora che «l’Italia è finalmente rispettata nel mondo»
rendendosi anche ridicoli per questo. In realtà, la cultura di destra gli è
difficile perché i contenuti sono vuoti e astratti, discorsivi e non incarnati
in qualcosa di definito e affascinante per i giovani.
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Nel discorso pubblico, dibattito generico che ormai si fa soprattutto nei talk
show o in qualche pamphlet usa e getta, questa continuità viene rigettata,
negata, si sostiene che non siamo più di fronte al fascismo e che bisogna
utilizzare nuove categorie. Storicamente a sinistra hanno avuto questa funzione
persone come Luciano Violante e in modo più morbido l’ex presidente Giorgio
Napolitano, ma penso anche a intellettuali come Paolo Mieli.
Nella generazione di sinistra più anziana, probabilmente in buona fede, c’è
l’insofferenza verso l’uso estensivo di «fascista» come insulto che è stato
utilizzato abbondantemente dagli anni Settanta in poi. E personaggi che
rappresentano questa sensibilità, come Massimo Cacciari, pensano che l’accusa di
fascismo sia un argomento che non interessa a nessuno e con il quale non si
vincono le elezioni. Per quanto riguarda un’espressione dell’establishment come
Il Corriere della Sera, va detto invece che non è stato mai antifascista, ma
anti-antifascista e c’è una letteratura che lo conferma. Parliamo dei degni
eredi del liberalismo che cedette a Mussolini. Il massimo inserzionista del
giornale Difesa della razza fu il vecchio Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat
e senatore. Poi ci sono quelli che invece si rifiutano di studiare, di guardare
ai contenuti, alla realtà. Negano la continuità fascista ma non ci dicono che
cosa realmente sia, rappresenti, a cosa aspiri questa destra presunta nuova. Se
non sono fascisti, cosa sono? Che progetto hanno?
Il tuo libro è balzato al primo posto nella saggistica appena uscito, segno che
ha colto una sensibilità molto diffusa. Pensi che l’attuale compagine
progressista sia attrezzata per coglierla e per abbracciare questa lettura della
destra?
Penso che sicuramente la campagna elettorale non si può condurre sui temi di
questo libro, ma questi temi devono essere compresi e non banalizzati. Ad
esempio, quando Meloni attacca il diritto di sciopero occorre far notare che lo
fa perché pensa, in continuità con quel pensiero, che la diseguaglianza è
giusta. Se la destra fa una campagna sull’odio e la paura, la sinistra dovrebbe
farla sulla pace e la convivenza. L’ex presidente Sandro Pertini nel 1970 fece
una profezia: se perdiamo sulla giustizia sociale perderemo anche la libertà. Le
elezioni si vincono sulla giustizia sociale e se si arretra su quel punto si
arretra anche sulla democrazia. Questo è un paese in cui la sinistra si è messa
nelle mani di Mario Draghi e allora non c’è da stupirsi se il fallimento sociale
della democrazia porta i fascisti al governo. Non dico allora che la sinistra
debba fare campagna sui temi del mio libro, ma certamente deve sapere che se
perde consegna il paese a persone con quelle idee terribili. Deve fare
autocritica di tutti gli errori accumulati nel tempo e iniziare a saper parlare
la lingua radicale della Costituzione.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore
editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al
futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme,
2023).
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