Cosa imparare dalle due Flotille per Gaza
Negli ultimi 15 anni nessuna esperienza di movimento è riuscita a costruire un
immaginario collettivo potente come quello prodotto dalle due Flotille per Gaza,
quella di settembre-ottobre 2025 e quella di aprile-maggio 2026.
Una semplice pratica umanitaria è riuscita a rompere la sensazione di impotenza
di fronte alla guerra e al genocidio, a rianimare le piazze in tutta Italia e a
produrre una convergenza politica e sociale come non si vedeva almeno dai tempi
di Genova 2001. Una convergenza durata purtroppo troppo poco, ma che è riuscita
non solo a smascherare la natura dello Stato di Israele, ma anche a costringere
i Governi a cambiare strategia politica e comunicativa. Lo stesso vergognoso
«Board of peace» di Trump è stato un cambio di strategia militare sul campo
scaturito anche dalla pressione crescente del movimento per Gaza cresciuto
grazie all’esperienza della Flotilla.
Non c’è stato però un dibattito approfondito su qual è stata l’efficacia del
«metodo Flotilla», né sulle differenze tra la prima e la seconda missione. Se lo
scorso autunno si era prodotto un vero e proprio movimento durato un mese, le
mobilitazioni della scorsa primavera sono state importanti per rimettere in
primo piano ciò che accade in Palestina ma indubbiamente meno esplosive. E,
soprattutto, se in autunno il movimento per Gaza aveva intrecciato il conflitto
di classe e la pratica dello sciopero, questa primavera non siamo riusciti ad
andare oltre alle manifestazioni di solidarietà. Del resto andrebbero analizzati
anche i sei mesi intercorsi tra una Flotilla e l’altra, in cui c’è stato un
sostanziale vuoto di mobilitazione interrotto in modo significativo solo dalla
manifestazione No Kings.
Abbiamo posto tali questioni ad Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto
quotidiano salito a bordo in entrambe le Flotille, Giulia Bucalossi, attivista
di Acrobax e dell’esperienza romana degli Equipaggi di terra, e Dario Salvetti,
del Collettivo di fabbrica ex Gkn imbarcatosi nella seconda missione per Gaza.
Per capire cos’è e cosa ci insegna il metodo Flotilla e se può essere davvero
esteso alle esperienze di attivismo quotidiano nei luoghi sociali.
Iniziamo da te Alessandro. Ti sei imbarcato in entrambe le Flotille e hai subito
per due volte le torture dell’esercito israeliano. La reazione israeliana alla
seconda missione è sembrata più violenta, o almeno con una violenza più
esplicita, in pieno giorno. Cos’è cambiato secondo te, concretamente e sul piano
della comunicazione, tra le due missioni, sia da parte israeliana che nelle
dinamiche interne alla Global Sumud Flotilla?
Alessandro Mantovani: L’esibizione della violenza che ha fatto Ben Gvir nella
seconda missione è stata più grave della violenza stessa, perché segnala la
degenerazione a cui è arrivata gran parte della società israeliana. In Israele i
voti ormai si prendono in quel modo.
Come hai detto, nella seconda Flotilla l’abbordaggio da parte dell’esercito
israeliano è avvenuto in pieno giorno, eppure lo scorso autunno i militari
israeliani avevano sostenuto, anche con i loro colleghi italiani, che di giorno
non potevano agire. A ciò si aggiunge che il primissimo abbordaggio di questa
primavera è avvenuto a seicento miglia da casa loro, cioè a ovest di Creta, dove
tutti i sistemi radar delle marine militari europee e italiane non possono non
accorgersi dei movimenti delle navi israeliane. A settembre avevamo avuto
l’attacco con i droni a sud di Creta (attacco non rivendicato ma difficile da
attribuire a qualcun altro) e a quell’attacco seguì l’impegno di una nave
militare italiana ad accompagnarci con l’idea di fare soccorso, ma in realtà con
un’evidente funzione di deterrenza. La cosa strana è che il nostro Governo, pur
di fronte a un comportamento più grave ed esplicito, durante la seconda missione
non ha fatto nulla. Ciò fa pensare che le relazioni con il governo israeliano si
siano in realtà approfondite, nonostante non ci siano più esportazioni dirette
di armi.
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La differenza tra le due missioni all’interno della Flotilla è invece che la
seconda ha deciso di avere una rappresentazione più consistente dei paesi del
Sud del mondo. Rispetto alla prima spedizione, infatti, sono stati molto più
presenti i paesi musulmani, e il peso delle organizzazioni di paesi come la
Malesia e la Turchia è stato più rilevante anche dal punto di vista finanziario
rispetto all’autunno. La Flotilla è diventata un’organizzazione mondiale, pur
con le caratteristiche sui generis di un’organizzazione di scopo. Io non ricordo
niente di simile a livello di movimento. Lo stesso Movimento No Global, di cui
ricorre il venticinquesimo anniversario, era in larga parte europeo e
occidentale, mentre la Flotilla si posiziona in modo più forte anche nel Sud del
mondo, accogliendo una partecipazione anche di matrice religiosa.
Un’altra differenza tra le due spedizioni è che se a settembre siamo partiti
durante l’occupazione militare di Gaza City, a maggio ci siamo imbarcati per
rompere il silenzio prima ancora che l’assedio intorno a Gaza. Ma è un silenzio
che riguarda soprattutto noi europei perché, come ci hanno raccontato sulle
barche, in tutto il mondo arabo e islamico di Gaza si parla tutti i giorni.
Giulia, voi avete lanciato la rete romana degli «equipaggi di terra» della
Flotilla durante le mobilitazioni dello scorso autunno. Come avete letto le
differenze che ci sono state tra le due mobilitazioni? A cosa attribuisci il
sostanziale vuoto di movimento dopo la convergenza inedita degli scioperi dello
scorso ottobre? Sicuramente c’è da tener conto di un cambiamento strutturale dei
movimenti, che ovunque nel mondo mostrano da anni grandi fiammate ma una durata
breve e un radicamento sociale e organizzativo modesto. C’è però anche qualcosa
di specifico in questa vicenda su cui varrebbe la pena riflettere meglio?
Giulia Bucalossi: Il movimento dello scorso autunno è stato corale, fatto di
singolarità, diversità aggregative, organizzative, generazionali e di genere.
Una ricchezza che si vede solo nei momenti moltitudinari. Nelle emozionanti
piazze di fine estate 2025 si è finalmente visto un popolo.
Il vuoto che c’è stato subito dopo quelle settimane è in realtà lo stesso vuoto
che c’era prima. Per tanti anni ci siamo battuti faticosamente per riuscire a
parlare di Palestina, e quando è cominciato il genocidio ci chiedevamo: ma
possibile che nemmeno di fronte a un tale massacro in diretta tv esploda
l’indignazione popolare? A Roma, nello specifico, prima dello scorso autunno
c’erano state solo manifestazioni di poche migliaia di persone, spesso tra
l’altro diversi cortei in contemporanea in competizione tra loro. Quando il
genocidio si è acuito fino ad arrivare all’invasione di terra, con i carri
armati diretti verso Gaza City, eravamo una pentola a pressione: c’era bisogno
di fare qualcosa.
A volte la storia è fatta anche di contingenze: per fortuna qualcuno ha messo in
gioco il proprio corpo, ha lanciato una scommessa che è stata assolutamente
vinta. Qualcuno ha detto: dobbiamo andare a Gaza, perché non stanno più facendo
entrare neanche le associazioni umanitarie, neanche gli aiuti alimentari,
neanche le associazioni legate all’Onu. E sono partite queste barche con dentro
un’umanità plurale. Mentre viaggiavano, giorno dopo giorno, miglio dopo miglio,
avvicinandosi a quell’obiettivo, siamo stati tutti coinvolti in un processo
collettivo. Per la prima volta abbiamo sentito la forza della possibilità:
l’idea di potercela fare.
Di fronte all’enorme generosità di chi ha messo i propri corpi su quelle barche,
il tappo è saltato. Grazie a una semplice pratica, perché le pratiche aprono
spazi e possibilità anche per nuove teorie. La pratica della Flotilla ha aperto
delle maree che nessuno si aspettava: né noi né tanto meno loro. Lo stesso
Trump, come hai detto, si inventa il Board of Peace perché era diventato
impossibile andare avanti nello stesso modo di prima, non aveva più il consenso
per farlo. Così, dopo aver guardato con invidia le altre piazze in giro per il
mondo, stavolta l’Italia ha dato un segnale importantissimo e l’ha dato
attraverso la pratica dello sciopero, con il metodo del blocchiamo tutto. Una
pratica che si è affiancata a quella svolta in mare dalle barche, mettendo anche
noi a terra il nostro corpo nei luoghi in cui stavamo. Sono stati bloccati
porti, fabbriche, scuole, tangenziali e aeroporti. Per anni abbiamo discusso se
fosse possibile o meno fare uno sciopero politico: in un attimo abbiamo avuto la
prova lampante che si può fare. A Roma abbiamo bloccato la tangenziale in
centinaia di migliaia in barba ai decreti sicurezza. Abbiamo denunciato
dappertutto il nesso tra il genocidio e le forme di speculazione che l’economia
della guerra scarica direttamente sulle nostre vite. Il genocidio del resto ha
svelato fino a dove può arrivare il capitalismo colonialista ed estrattivista.
Per questo penso che sia sbagliato pensare che gli scioperi dello scorso autunno
non abbiano cambiato niente. Nelle mobilitazioni intorno alla seconda Flotilla
siamo partiti già dal consenso raccolto intorno alla prima: un consenso diffuso
su pratiche radicali e conflittuali. Non a caso la seconda volta anche il
Governo Meloni è stato costretto a usare parole diverse, oltre che per il fatto
che il conflitto è ormai esteso al Libano e all’Iran, e l’Europa si trova in
enorme difficoltà politica.
Gli equipaggi di terra sono nati dal desiderio di tenere vivo uno spazio
pubblico accessibile a strutture e a singoli. Uno spazio di confronto che mette
al centro, come ha saputo fare la Flotilla, la pratica di obiettivi chiari
contro il genocidio e l’economia di guerra. Uno spazio pubblico a cui tutte le
realtà sociali, sindacali e culturali possono contribuire. È il metodo della
convergenza. Dobbiamo curare questo metodo, perché non riusciremo a fare
conflitto in questa fase politica così atroce se non ci cureremo le une delle
altre, se non continueremo a tessere le relazioni.
Dario, hai vissuto la prima flotilla negli equipaggi di terra fiorentini, poi la
seconda dentro a una delle barche. Come Collettivo di fabbrica ex Gkn avete
deciso di portare, in modo per nulla scontato, il vostro conflitto di classe
dentro a una missione umanitaria internazionale. In autunno avevano fatto una
cosa simile i portuali del Calp di Genova. Ma se proprio gli scioperi e il
conflitto di classe intorno alla questione palestinese, come ha sottolineato
Giulia, hanno suscitato interesse in ogni parte del mondo lo scorso autunno,
nella seconda missione questo intreccio non è scattato, se non per la vostra
presenza. Qual è la tua riflessione da questo punto di vista?
Nell’ottica invece di provare a portare il metodo Flotilla nelle lotte di tutti
i giorni, ci puoi spiegare cosa intendete quando presentate il vostro progetto
di reindustrializzazione dal basso come una «Flotilla nell’economia»?
Dario Salvetti: Qualcuno ha polemizzato con la Flotilla perché trasmetterebbe
l’idea del «bianco salvatore» ma, come ha detto Alessandro, le navi in cui ci
siamo imbarcati non erano affatto composte da bianchi. C’erano 60-70
nazionalità, in grossa parte del Sud del mondo, con persone con enormi
differenze politiche. Per capire cos’è il metodo Flotilla dobbiamo infatti
innanzitutto chiederci: com’è possibile rimanere uniti nelle differenze per tre
settimane, con quella tensione, con la consapevolezza che si sta per essere
rastrellati dall’esercito più armato del mondo?
Durante l’intercettazione del 18 maggio ho visto una delle nostre barche a vela
tirare dritto prua contro prua contro una nave militare israeliana. Sopra quella
barca c’erano persone che, se va bene, si conoscevano da un mese, che non
parlavano la stessa lingua, non praticavano la stessa religione, eppure in un
attimo decidono insieme di fare questa scelta coraggiosa e pericolosa. Si tratta
di un’unità che ancora prima che essere politica è umana. Il metodo Flotilla
permette, rimanendo sulla semplice pratica, di politicizzare l’aiuto, di far
diventire conflittuale il mutualismo, su un obiettivo che è legato a un grosso
evento della storia, drammatico e devastante, come il genocidio. Si tratta di un
metodo che dovrebbe insegnare qualcosa a una sinistra radicale italiana talmente
frammentata da non riuscire a trovarsi d’accordo nemmeno di fronte alla
contromanifestazione sulla remigrazione.
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Salvatore Cannavò
Quel 18 maggio io avevo appena mandato un messaggio a Radio Popolare in cui
dicevo che, essendo passata la nottata, eravamo tranquilli perché loro sono la
forza delle tenebre, attaccano di notte. E invece poco dopo ci hanno attaccato,
di giorno. Il messaggio che ci hanno dato è stato chiaro: ormai anche i
rigurgiti nazisti possono essere espressi alla luce del sole perché lo stesso
capitalismo mostra senza più infingimenti le proprie dinamiche più distruttive,
sdogando la guerra, la deportazione, la stessa speculazione immobiliare nella
terra di un genocidio.
Il capitalismo che mostra ormai in pieno giorno i suoi lati più atroci, ha nel
fattore tempo uno dei principali strumenti. Da parte nostra siamo infatti
letteralmente sospesi tra due tempi: quello dell’accelerazione della catastrofe
del capitale e quello immobile delle istituzioni.
La distruzione capitalista è ormai talmente rapida che non ti lascia nemmeno la
possibilità di provare a intervenire sull’ultimo avvenimento. Una delle cose che
veniva chiesta criticamente alla seconda missione della Flotilla era: cosa
partite a fare per la Palestina se ora c’è anche la guerra in Libano e in Iran?
Come se l’accelerazione della catastrofe fosse una ragione per bloccarsi, per
rimanere fermi. C’è poi il tempo immobile delle istituzioni: ad esempio nel caso
del movimento ambientalista tutto viene sempre rimandato alla Cop successiva (la
conferenza intergovernativa dell’Onu sui cambiamenti climatici), mentre nel caso
di Gkn ci dicono di aspettare le prossime elezioni o la prossima legge da
approvare che risolverà i nostri problemi. Si tratta di un tempo in cui si
rimane in attesa, immobili. Mentre le istituzioni sembrano intente a far sì che
nulla cambi, persino quando accettano le tue richieste. Come Gkn lo abbiamo
visto con il Consorzio regionale pubblico che avrebbe dovuto rilevare la
fabbrica e far partire la nostra reindustrializzazione e invece rimane fermo. A
Roma vediamo qualcosa di simile ad esempio al Quarticciolo, dove i cittadini
ottengono dei riconoscimenti per le loro proposte e poi però concretamente non
succede nulla.
Dobbiamo infine fare i conti anche con un tempo asimmetrico all’interno dei
movimenti. Noi qui discutiamo e poi torniamo alle nostre case, ma è una cosa che
le compagne e i compagni con cui parliamo in Palestina a Gaza non possono più
fare. Allo stesso modo noi qui ci immaginiamo a un domani lontano in cui
cambieranno le cose, ma questo domani è inimmaginabile per i sei milioni di
poveri assoluti del nostro paese.
Salpare, decidere di rompere il tempo dell’attesa, è quindi fondamentale per la
lotta contro il genocidio così come per tutte le lotte sociali. L’efficacia del
metodo Flotilla è quella di riportare tutti noi al fatto che se non riusciamo ad
affrontare il problema della sopravvivenza oggi, non riusciamo nemmeno a parlare
del domani, anche se sappiamo che l’unica soluzione sta in un domani diverso da
questo, in cui la realtà viene trasformata radicalmente.
Il metodo Flotilla dovrebbe far ristrutturare la nostra militanza e
probabilmente non è quello che è avvenuto dopo il movimento di settembre e
ottobre 2025. Una serie di realtà organizzate infatti hanno supportato e
sostenuto la Flotilla ma, appena scesi da quelle barche, sono tornati al vecchio
modo di far politica. Gli scioperi separati di Usb e Cgil di novembre e dicembre
2025 hanno testimoniato che non abbiamo imparato il metodo della
generalizzazione dello sciopero, dell’unità nella radicalità.
Non siamo inoltre riusciti a individuare e a provare a far saltare tutte le
articolazioni sioniste nella nostra società. Noi per esempio non siamo riusciti
a evidenziare il legame materiale che c’è tra la gentrificazione e la
speculazione immobiliare a Firenze e il sionismo, cosa che avrebbe rafforzato
l’unità e l’efficacia delle lotte. Ci è mancato insomma quello che sta invece
succedendo nel movimento dei fenicotteri in Albania, dove c’è la perfetta
convergenza tra la lotta contro la speculazione immobiliare, la svendita del
paese, e i legami con i Kings (Trump, Kushner e il sionismo).
Nel caso dell’ex Gkn facciamo nostro il metodo Flotilla perché non vogliamo
semplicemente fare importanti mobilitazioni contro il riarmo e il genocidio, ma
mettere in pratica un esempio concreto in mezzo all’economia con la nostra
reindustrializzazione dal basso, anche con delle barche che non sono quelle che
vorremmo, che non risolvono davvero e complessivamente i problemi in campo.
Adottiamo poi una forma simile. La Flotilla non è privata ma non è statale. È
una forma pubblica comunitaria, finanziata da una raccolta fondi di associazioni
e persone private che mettono un capitale a disposizione e creano una forza
comunitaria. Non a caso la nostra missione in mare è stata trattata come un
esercito nemico da affossare perché gli aiuti umanitari quando vuoi annientare
una popolazione a livello psico-fisico, diventano un’arma. Nella lotta dell’ex
Gkn abbiamo cercato di far cambiare strada al capitale privato lottando contro
la speculazione e i licenziamenti. Abbiamo poi cercato di far intervenire le
istituzioni con il Consorzio regionale pubblico. Ora non possiamo più attendere
e abbiamo messo in campo un capitale comunitario per far ripartire la fabbrica
con una produzione per la comunità stessa, che quindi non può che essere
ecologica.
In questo modo usciamo anche dalla mera enunciazione del fatto che dobbiamo
fermare il riarmo e iniziamo a scardinare il ricatto che subiamo: quello che per
poter avere un lavoro dobbiamo affidarci alla riconversione bellica. Il metodo
Flotilla per noi è questo: la rottura dell’attesa, la rottura del tempo
asimmetrico per cui per me, da disoccupato, è impossibile continuare a lottare
se non faccio ripartire qualche forma di lavoro; e contemporaneamente costruire,
con i nostri corpi, un esempio concreto che a sua volta può innescare movimenti
più grandi ed efficaci per cambiare i rapporti di forza.
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è
editor di Jacobin Italia.
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