Source - Jacobin Italia

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Minneapolis pensa allo sciopero generale
Articolo di Luis Feliz Leon Il Minnesota sembra pronto a una rivolta di massa. Sindacati, organizzazioni comunitarie, leader religiosi e piccole imprese chiedono una  giornata statale di «senza lavoro (tranne che per i servizi di emergenza), senza scuola e senza shopping» il 23 gennaio. Le proteste sotterranee sono esplose nazionalmente il 7 gennaio, dopo che l’agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) Jonathan Ross ha sparato e ucciso la poetessa e madre di tre figli Renee Nicole Good, mentre lei e sua moglie osservavano gli agenti federali assediare il suo quartiere. Una settimana dopo, un altro agente federale ha sparato a una gamba di un immigrato latinoamericano proveniente dal Venezuela. Agenti dell’Ice hanno spruzzato sostanze chimiche negli occhi dei manifestanti. Mercoledì sera, hanno fatto esplodere un lacrimogeno sotto l’auto di una famiglia che stava semplicemente tornando a casa dall’allenamento di basket; il bambino, legato al seggiolino, è rimasto privo di sensi. Il regime di Donald Trump ha intensificato gli attacchi razzisti contro le comunità somale, latinoamericane e asiatiche, sfondando porte, facendo irruzione in piccole attività commerciali e costringendole a chiudere, inseguendo gli scuolabus, lanciando gas lacrimogeni fuori dalle scuole e circondando gli ospedali. Ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, che consentirebbe al presidente di schierare l’esercito a Minneapolis. Sotto assedio, i cittadini del Minnesota si affidano alle organizzazioni presenti sul posto di lavoro e nei loro quartieri per porre fine al terrore. «Non andremo a fare la spesa. Non andremo al lavoro. Non andremo a scuola venerdì 23 gennaio. Per alcuni è uno sciopero», ha dichiarato Janaé Bates Imari della Chiesa Metodista Unita di Camphor Memorial in una conferenza stampa martedì. «Per molti di noi, questo è il diritto di rifiuto finché qualcosa non cambierà». I SINDACATI SI FANNO AVANTI Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees (Seiu) Local 26, Unite Here Local 17, i Communications Workers (Cwa) Local 7250, la St Paul Federation of Educators Local 28, la Minneapolis Federation of Educators (Mfe, Aft Local 59), l’International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, il Graduate Labor Union, gli United Electrical Workers Local 1105 presso l’Università del Minnesota, il Transit Union (Atu) Local 1005, il Committee of Interns and Residents (Seiu) e la Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio. «Le nostre federazioni sindacali incoraggiano tutti a partecipare il 23 gennaio», ha dichiarato Chelsie Glaubitz Gabiou, presidente della Federazione Regionale del Lavoro di Minneapolis. «È tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale». Tra gli altri sostenitori figurano Faith in Minnesota, Tending the Soil, United Renters for Justice, Unidos Minnesota, Communities Against Police Brutality, Indivisible Twin Cities, Women’s March Minnesota, il centro per i lavoratori Centro de Trabajadores Unidos en la Lucha e il Minnesota Immigrant Rights Action Committee. In totale, novanta organizzazioni, grandi e piccole, hanno sottoscritto l’appello. Con lo slogan «Ice fuori dal Minnesota: Giornata della verità e della libertà», chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Good venga ritenuto legalmente responsabile, che non vengano concessi ulteriori finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con l’agenzia federale. Tremila agenti dell’Ice intanto hanno invaso l’area di Minneapolis nelle ultime settimane e sono diventati più aggressivi, incoraggiati dall’offerta di immunità dell’amministrazione Trump. I lavoratori li stanno affrontando sul posto di lavoro. A dicembre, i postini hanno organizzato una manifestazione per cacciare gli agenti dell’Ice da due parcheggi postali a South Minneapolis. I dipendenti dell’Atu Metro Transit chiedono all’Ice di smettere di interferire con il servizio degli autobus dopo un violento arresto a una fermata il 10 gennaio e la detenzione di un dipendente somalo-americano della Metro Transit lo scorso dicembre. «Stanno salendo sugli autobus della Metro Transit», ha detto l’autista Ryan Timlin, uno steward della sezione locale 1005 dell’Atu. «Stanno iniziando a buttare giù le porte. Stanno facendo tutto il possibile per far scendere la gente. Gli Stati uniti sono definiti una società democratica, ma a Minneapolis non sembra. È un incubo. L’officina in cui lavoro a South Minneapolis ha una popolazione proveniente dall’Africa orientale. I nostri colleghi vanno in giro con i passaporti, soprattutto quelli della comunità somala, che Trump sta davvero prendendo di mira. Sono cittadini statunitensi!». Lui e i suoi colleghi hanno fatto approvare alla sezione locale una risoluzione che vieta ai membri di collaborare con l’Ice – ad esempio consentendo loro di salire su treni e autobus – e di istituire una rete di pronto intervento. In una conferenza stampa del 14 gennaio, il presidente della sezione locale 1005, David Stiggers, ha definito la repressione dell’Ice  «un ritorno ai tempi più bui della storia umana, la Germania degli anni Quaranta». ICE FUORI DAL MINNESOTA Nat Anderson-Lippert, direttore organizzativo della Minneapolis Federation of Educators, afferma che gli insegnanti di Minneapolis si sono ispirati al modello di scuole rifugio della Chicago Teachers Union, che ha riunito genitori e insegnanti per rafforzare l’organizzazione tra scuola e comunità. «Il livello di infrastrutture e organizzazione è davvero impressionante e commovente», ha affermato. «L’attacco agli immigrati non è una novità, ma l’intensità a cui stiamo assistendo è semplicemente estrema, e molte altre persone si stanno facendo avanti proprio ora per affrontare la situazione», ha affermato Jason Rodney, insegnante di sostegno presso l’Anishinabe Academy nelle scuole pubbliche di Minneapolis. Nella battaglia contrattuale dello scorso novembre, il Mfe ha ottenuto dal distretto una decisione più netta per rifiutare l’ingresso degli agenti dell’Ice nei locali scolastici a meno che non esibiscano un mandato giudiziario, che preveda la tutela della privacy dei dati e il supporto psicologico per il personale. Il lavoro dei dipendenti scolastici è inoltre tutelato in caso di detenzione o perdita del loro status legale, il che li inserisce nella lista delle persone da richiamare al lavoro. L’organizzazione include il mutuo soccorso, che può significare la spesa, il sostegno per l’affitto e l’organizzazione di car pooling. Il sindacato ha anche ottenuto il diritto per le famiglie preoccupate per la propria sicurezza di seguire lezioni online, e la scuola ha ospitato corsi di formazione per conoscere i propri diritti. Gran parte di queste attività rimandano a quei rapporti di fiducia costruiti nel tempo, anche durante la rivolta per l’omicidio di George Floyd. «Dal 2020, più persone conoscono i propri vicini rispetto a prima, e questo ci ha sicuramente aiutato a rispondere più rapidamente, costruendo reti di quartiere e supporto reciproco», ha detto Rodney. Sotto la pressione del momento il sindacato ha cercato di fungere da forza stabilizzatrice. «Siamo in un centinaio sulla chat di Signal e può essere estenuante seguire cose su cui non intendiamo intervenire», ha detto. Quindi gli insegnanti stanno parlando con i colleghi per decidere su cosa concentrarsi. «Questa è una crisi, ma penso che ne usciremo più forti. Faremo andare via l’Ice». Trump ha utilizzato uno scandalo di frode come pretesto per profilare razzialmente i cittadini somali statunitensi e minacciare di privarli della cittadinanza. Ma la repressione ha scatenato una coraggiosa sfida di alcuni lavoratori somali americani, come l’autista Uber Ahmed Bin Hassan, che ha sfidato gli agenti federali nel parcheggio di un aeroporto come si vede in un video sui social media. «Non potevano sentire la mia voce quando hanno bussato al finestrino, ma potevano vedere il mio colore», ha detto Bin Hassan a The Intercept. «Sapevo che se queste persone mi avessero portato qui oggi, sarebbe successo. Quindi sarò semplicemente me stesso». DIECI ANNI DI ORGANIZZAZIONE Lo slancio sta crescendo grazie alle proteste di massa, come quella nel centro di Minneapolis il 10 gennaio, che ha radunato diecimila persone. Ma queste richieste coraggiose sono frutto anche di un decennio di organizzazione. Nel 2020, mezzo milione di americani si sono riversati nelle proteste del movimento Black Lives Matter (Blm) per la giustizia razziale in seguito all’omicidio di George Floyd, non lontano dal luogo in cui l’Ice ha ucciso Good. Nel 2022, il Mfe ha scioperato per aumentare gli stipendi degli insegnanti meno pagati, i professionisti del supporto all’istruzione, per lo più persone afrodiscendenti, mentre gli insegnanti più pagati sono per lo più bianchi. La rivolta di Blm ha contribuito a costruire solidarietà tra questi gruppi e a evidenziare la dimensione di giustizia razziale della loro lotta contrattuale.  Ha anche seminato reti di resistenza, che si sono riattivate ora che la Roosevelt High School si è ritrovata in una zona di guerra; gli agenti dell’Ice hanno sparato gas lacrimogeni su studenti e insegnanti, e la scuola è diventata un luogo chiave per gli scioperi studenteschi. Marcia Howard, ora presidente del Mfe, insegnava inglese alla Roosevelt quando Floyd è stato ucciso a pochi passi dalla sua porta d’ingresso. Si è presa un periodo di aspettativa per essere in prima linea in quella lotta, trasformando George Floyd Square in un centro commemorativo e di protesta. Kieran Knutson, presidente della sezione locale 7250 della Cwa, afferma che gli omicidi di Jamar Clark a North Minneapolis e Philando Castile, commessi dalla polizia in un sobborgo di St. Paul, hanno alimentato le reti di resistenza e accresciuto la consapevolezza. Ora, gli attacchi di Trump agli immigrati hanno aperto discussioni difficili all’interno della sua sezione. «Se dobbiamo discutere di qualcosa di controverso, metteremo tutto sul tavolo», ha detto Knutson. «Ne discuteremo a livello di soci e andremo avanti con ciò che la maggioranza ritiene giusto». Le discussioni riflettono le esperienze che i membri stanno vivendo nei loro quartieri. Quando Knutson stava distribuendo volantini sull’Ice, due sindacaliste gli hanno detto di far già parte della rete di difesa degli immigrati e gli hanno mostrato i loro fischietti di allerta dell’Ice. «Combattiamo con tutte le nostre forze su tutte le questioni relative a salari, benefit e disciplina», ha detto Knutson. «E questo ci dà una certa credibilità per parlare di cose più ampie. Quindi parliamo della filosofia secondo cui un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti. Dico alla gente che questa è la mia religione». Lo scorso dicembre, l’Ice ha rapito due membri della sezione locale 7304 della Cwa, provenienti dal Laos, presso la New Flyer, azienda produttrice di autobus elettrici a St. Cloud, Minnesota. Lavoravano presso la New Flyer da oltre vent’anni. LE BASI DELLA DISGREGAZIONE Dal 2011, una costellazione di forze in Minnesota ha costruito la sua forza riunendo lavoratori, inquilini e membri della comunità per contestare il potere e trasformare l’economia a livello statale. Hanno organizzato settimane di azione congiunta, elaborato strategie comuni sui legami tra i loro avversari aziendali e iniziato a pianificare le scadenze contrattuali. Tutto questo contribuisce a gettare le basi per ciò che potrebbe accadere la prossima settimana. «Negli ultimi due decenni in Minnesota, i nostri gruppi sindacali, religiosi e comunitari hanno costruito relazioni che ci hanno permesso di affrontare insieme campagne più strategiche», ha affermato Greg Nammacher, presidente della sezione locale 26 del Seiu. «Abbiamo affrontato le aziende che gestiscono il nostro Stato per affrontare le disuguaglianze razziali ed economiche che hanno causato, e abbiamo ottenuto grandi risultati». «Ora le nostre comunità sono sotto attacco diretto da parte del governo federale. E faremo tutto il possibile per difendere i lavoratori e le persone che rispondono a questa mobilitazione». Per passare all’attacco, servono anche rinforzi. La Federazione Regionale del Lavoro di Minneapolis sta sostenendo una moratoria sugli sfratti, perché molti lavoratori temono di presentarsi al lavoro per paura di essere rapiti dall’Ice. «Non abbiamo bisogno di aumentare la popolazione senza fissa dimora», ha affermato Stacie Balkaran, portavoce della federazione. Attraverso la sua associazione no-profit, Working Partnerships, la federazione ha anche finanziato una rete di gruppi di mutuo soccorso. Queste reti hanno contribuito a garantire il sostentamento delle persone dopo gli attacchi federali che hanno privato lo Stato dei finanziamenti Snap [lo strumento di assistenza per la lotta alla fame, Ndr], e stanno coordinando gli aiuti per la spesa e i viaggi da e per il lavoro. La federazione ha istituito un fondo legale per sostenere i lavoratori detenuti illegalmente, con l’obiettivo di raccogliere 150.000 dollari. Secondo Balkaran, questi fondi andranno a tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dal fatto che aderiscano o meno a un sindacato. In preparazione alla giornata di azione del 23 gennaio, l’Afl-Cio del Minnesota invierà forze di pace sindacali, «in modo che si possa effettivamente garantire la nostra sicurezza… e sapere di essere al sicuro nell’esercitare i propri diritti garantiti dal Primo Emendamento», ha affermato Balkaran.  Sebbene i sindacati abbiano appoggiato gli appelli ai cittadini del Minnesota affinché si rifiutino di andare al lavoro, a scuola e a fare la spesa il 23 gennaio, nessun sindacato ha ancora accettato di scioperare. «Non abbiamo votato per lo sciopero, ma il nostro sindacato invita la gente a sostenere la mobilitazione», ha detto Knutson. «La gente può dire: ‘Questo non è un vero sciopero generale’. Questa è una mobilitazione di massa. Per me, a un certo punto, una mobilitazione di massa diventa qualcosa di qualitativamente nuovo».  La storia dimostra come le proteste di massa possano trasformarsi in scioperi di massa. Lo sciopero generale di San Francisco del 1934 iniziò dopo che i portuali e i loro sostenitori bloccarono il quartiere commerciale della città con un corteo funebre di massa, in seguito all’uccisione di due scioperanti e al pestaggio di migliaia di persone. «La marcia funebre rese lo sciopero generale, fino ad allora al massimo una minaccia, praticamente inevitabile», scrive lo storico Nelson Lichtenstein nel suo libro di prossima uscita, Why Labor Unions Matters, perché vedere 40.000 scaricatori portuali e i loro sostenitori paralizzare il quartiere commerciale della città diede alla classe operaia cittadina un’ondata di fiducia sul proprio potere. Sei giorni dopo, con il sostegno del consiglio sindacale di San Francisco, 150.000 lavoratori si astennero dal lavoro. I sindacati possono promuovere la democrazia contro i governi autoritari, scrive Lichtenstein, ma per farlo, «devono trascendere sé stessi», andando oltre la semplice rappresentanza dei membri per diventare movimenti sociali in grado di raggiungere «un nuovo e vasto insieme di energie e aspirazioni». Quel momento potrebbe essere arrivato. «Le nostre azioni ora determineranno che tipo di paese avremo per una generazione», ha affermato Nammacher del Seiu Local 26.  La mobilitazione potrebbe presto estendersi oltre il Minnesota? «May Day Strong sostiene fermamente i nostri affiliati di Minneapolis che si stanno organizzando in modo straordinario per organizzare una giornata senza scuola, lavoro e shopping venerdì prossimo», ha dichiarato Jackson Potter, vicepresidente del Chicago Teachers Union, a nome di una coalizione nazionale di sindacati e gruppi comunitari che organizza giornate di mobilitazione in tutto il paese. «Considerato come stanno andando le cose, non avremo altra scelta che emulare questo coraggioso esempio come nazione il 1° maggio». *Luis Feliz Leon è uno scrittore e organizzatore dello staff di Labor Notes. Quest’articolo è uscito su Jacobin Mag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Minneapolis pensa allo sciopero generale proviene da Jacobin Italia.
Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Articolo di Tommaso Chiti Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali, incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante genocidio a Gaza. In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale, proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina. In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020, contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere in nuove forme oligarchiche delle élite globali. Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia, come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello transnazionale. La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà», ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo «etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe, sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità». All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica, grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale, portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio. L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio. Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite. In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione finanziaria, in modo marcatamente mercantilista. Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista, in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno ridividendo le loro sfere di influenza». Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare forme di deportazione, ormai sempre più diffuse». L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina  neoliberista, causa di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale, in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria».  Secondo il Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società».  Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale». Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela». Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella loro diversità». *Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. L'articolo Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà proviene da Jacobin Italia.
Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump
Articolo di Lois Parshley Il presidente  Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato con gli occhi puntati sulla Groenlandia. Quando ha proposto per la prima volta di acquistare la nazione artica durante la sua prima amministrazione, la proposta fu considerata una presa in giro. Ma ha dimostrato di voler raddoppiare gli sforzi per conquistare l’obiettivo.  Sebbene l’isola non sia in vendita, il presidente  ha sottolineato l’importanza della Groenlandia per la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Non ha detto però che un’acquisizione da parte degli Usa potrebbe indebolire le leggi minerarie del paese e il divieto di proprietà privata, favorendo i piani dei donatori di Trump di trarre profitto dai giacimenti minerari dell’isola e costruire una tecno-città liberista. Trump, che ha riassunto la sua politica sulle risorse naturali con «drill, baby, drill» (trivella, tesoro, trivella), probabilmente gestirebbe le risorse naturali dell’isola in modo molto diverso dall’attuale governo, finora in opposizione ai grandi progetti estrattivi. Nel 2019, l’ambasciatore di Trump in Danimarca e Groenlandia visitò  un importante progetto di estrazione di terre rare sull’isola, poco prima dei primi annunci per l’acquisto del paese. L’opposizione allo sfruttamento delle miniere portò al potere due anni dopo il partito politico liberale Inuit Ataqatigiit, che bloccò la miniera e vietò  qualsiasi futuro sfruttamento petrolifero. La rinnovata intenzione di Trump di impossessarsi della Groenlandia ha riacceso i dibattiti sulla sua sovranità, mentre il paese si confronta con il compromesso tra opportunità economiche e indipendenza dalla Danimarca. Con lo scioglimento dei ghiacciai, il paese si trova anche ad affrontare radicali trasformazioni causate dal clima, che minacciano le attività tradizionali come la pesca e la caccia e mettono a rischio preziose risorse minerarie. Questi cambiamenti hanno suscitato l’interesse di personaggi di spicco legati a Trump. I magnati della tecnologia in prima fila al suo insediamento, come Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, sono anche investitori in una start-up che mira a estrarre dalla Groenlandia occidentale materiali cruciali per il boom dell’intelligenza artificiale. L’azienda, KoBold Metals, utilizza l’intelligenza artificiale per localizzare ed estrarre minerali di terre rare. Il loro algoritmo proprietario analizza rilievi geologici finanziati dal governo e altri dati per individuare giacimenti significativi. Il programma ha individuato la costa frastagliata della Groenlandia sud-occidentale, dove l’azienda detiene ora una partecipazione del 51% nel progetto Disko-Nuussuaq, alla ricerca di minerali come il rame. Solo due settimane prima che alcuni dei suoi investitori si presentassero ai festeggiamenti del Campidoglio, KoBold Metals ha raccolto 537 milioni di dollari nella sua raccolta di finanziamenti, portando la propria valutazione a circa 3 miliardi di dollari. Tra i finanziatori anche una delle principali società di venture capital fondata da Marc Andreessen, uno dei primi imprenditori della Silicon Valley che ha contribuito a definire le politiche tecnologiche dell’amministrazione, tra cui la consulenza al Dipartimento per l’Efficienza Governativa di Trump  in qualità di autoproclamato  «stagista non retribuito». «Crediamo nell’avventura», ha scritto Andreessen in un lungo manifesto del 2023 in cui delineava le sue critiche al governo centralizzato, sostenendo che i tecnologi avrebbero dovuto prendere il controllo, «ribellandosi allo status quo, mappando territori inesplorati, sconfiggendo draghi e portando a casa il bottino per la nostra comunità». Connie Chan, socio accomandatario della società di venture capital Andreessen Horowitz, è indicato come direttore di KoBold nel documento del 2022 alla Securities and Exchange Commission. Oltre a KoBold, Andreessen ha sostenuto anche altre iniziative che hanno come target la nazione artica: è un importante investitore in Praxis Nation, un progetto che mira a utilizzare la Groenlandia per stabilire uno «Stato crittografico», una comunità sperimentale e autonoma costruita attorno a ideali libertariani e tecnologie come la criptovaluta. L’iniziativa è finanziata in parte anche da Pronomos Capital, un gruppo di venture capital fondato dal nipote dell’economista Milton Friedman e finanziato da figure libertariane come Peter Thiel, la cui famiglia avrebbe gestito una  miniera di uranio in Namibia. Pronomos mira a creare città private e favorevoli alle imprese come Praxis, spesso in paesi in via di sviluppo, dove gli investitori potrebbero scrivere le proprie leggi e regolamenti. Questi «broligarchi» ora hanno l’ascolto del presidente. Thiel è stato un importante sostenitore di Trump, investendo  milioni di dollari nel corso della sua carriera politica e presentandolo all’attuale vicepresidente J.D. Vance. In particolare, a dicembre 2024 Trump ha annunciato che il partner di Thiel, Ken Howery, sarebbe stato il suo ambasciatore danese, rendendo esplicitamente chiare le sue intenzioni. UN PREZZO TROPPO ALTO Per secoli, la lotta per il controllo della Groenlandia ha ruotato attorno alle sue risorse naturali. Il paese, stretto tra i ghiacci, fa parte della Danimarca dal 1721, quando una spedizione missionaria sostenuta da mercanti cercò di diffondere il cristianesimo tra la popolazione Inuit e di espandere la caccia alle balene e le rotte commerciali. La Groenlandia ottenne l’autonomia nel 1979, sebbene i danesi continuassero a controllarne le relazioni estere e la difesa, consentendo agli Stati uniti di costruire e gestire basi militari. In un referendum del 2008, i groenlandesi votarono per una maggiore indipendenza, che consentisse loro di assumere il controllo delle proprie risorse naturali e di altre funzioni statali. Nello stesso anno, l’Us Geological Survey scoprì che il paese possedeva una delle maggiori riserve potenziali di petrolio e gas al mondo. Stime più recenti suggeriscono che l’Artico potrebbe contenere il 13% del petrolio non scoperto al mondo e il 30% del gas naturale non scoperto. Il rapporto attirò l’attenzione di importanti compagnie petrolifere come ConocoPhillips, Chevron e BP, che iniziarono ad acquisire licenze di esplorazione e a condurre indagini in Groenlandia e nelle sue aree offshore. Ma produrre petrolio in condizioni così estreme è difficile e costoso a causa degli elevati costi di trasporto e delle limitazioni infrastrutturali. ExxonMobil, ad esempio, ha ritirato la sua richiesta nel 2013, poiché la tendenza al ribasso dei prezzi del petrolio ha reso economicamente impraticabile un ulteriore sviluppo. Quando Siumut, un partito politico indipendentista, salì al potere all’inizio di quell’anno, il leader Aleqa Hammond dichiarò che il paese avrebbe invece intrapreso la transizione verso l’estrazione mineraria,  affermando: «Se vogliamo una maggiore autonomia dalla Danimarca, dobbiamo finanziarla noi stessi. Questo significa trovare nuove fonti di reddito». Nel 2014, il governo ha annunciato un piano nazionale quadriennale per creare «nuove opportunità di reddito e occupazione nel settore delle risorse minerarie». Tuttavia, poiché i vasti giacimenti minerari della Groenlandia contengono spesso uranio, la fiorente industria mineraria è entrata rapidamente in conflitto con la rigida politica danese contro l’estrazione di materiali radioattivi. La Danimarca  ha scelto di non sviluppare l’energia nucleare negli anni Ottanta e ha normative relativamente severe in materia di radioprotezione. Una delle misure adottate dal governo guidato da Siumut nel 2014 è stata la proposta di un disegno di legge che avrebbe limitato  l’accesso del pubblico alle informazioni ambientali e ai processi decisionali relativi all’estrazione mineraria. Ha inoltre abbassato gli standard ambientali per l’estrazione dell’uranio. Il disegno di legge  non fu approvato ma, con il sostegno di Siumut, un progetto internazionale che mirava all’estrazione di uranio e terre rare ottenne  l’approvazione preliminare. La società australiana Greenland Minerals (ora Energy Transition Minerals) trovò il sostegno della cinese Shenghe Resources Holdings e portò l’ambasciatrice di Trump in Groenlandia, Carla Sands, sul posto per una visita nel luglio 2019. Il mese successivo, Trump annunciò di voler acquistare l’isola,  paragonandola a «un grande affare immobiliare». Sands, ex chiropratica e attrice di soap opera, ora lavora per l’America First Policy Institute, un think tank conservatore che si occupa, tra le altre questioni nazionaliste, di rafforzare le catene di approvvigionamento minerario degli Stati uniti. La miniera proposta da Energy Transition Minerals ha scatenato enormi polemiche: le preoccupazioni per il potenziale impatto sulle industrie ittiche e sulle forniture alimentari hanno portato il partito Siumut a uscire nel 2021 da un potere occupato da decenni. «Esiste una dialettica generazionale in corso», afferma Barry Zellen, ricercatore senior di Arctic Security presso l’Institute of the North, tra i movimenti pro-sviluppo e pro-sussistenza «che tende a oscillare in modo pendolare». Quando il partito Inuit Ataqatigiit, più orientato a sinistra, è andato al potere, ha approvato rapidamente una legge che ripristinava i limiti sull’uranio, revocava i permessi dell’Energy Transition Minerals e  vietava tutte le future esplorazioni di petrolio e gas. «Il prezzo dell’estrazione del petrolio è troppo alto», ha scritto il partito in una dichiarazione all’epoca. «Ciò si basa su calcoli economici, ma anche le considerazioni sull’impatto sul clima e sull’ambiente giocano un ruolo centrale nella decisione». Questo tipo di tutela ambientale è esattamente ciò che Trump intende eliminare dall’industria mineraria americana. Nel suo primo giorno in carica, uno dei suoi tanti ordini esecutivi ha ordinato ai funzionari governativi di rimuovere «oneri indebiti» dal settore, in modo che gli Stati uniti potessero diventare «il principale produttore e trasformatore di minerali non combustibili, compresi i minerali delle terre rare». La spinta per il controllo del paese artico arriva mentre investitori facoltosi come Andreessen sono stati attratti dalle start-up che sperano di costruire enclave sperimentali, convinti dalla promessa di libertà dai vincoli governativi. Proposte per questi criptostati sono emerse in Honduras, Nigeria, Isole Marshall e Panama, quest’ultima proposta da Trump anche per la conquista militare. Sebbene ogni concetto cambia a seconda della situazione, spesso la strategia di vendita prevede la sostituzione di tasse e regolamenti con criptovalute e blockchain. Per Praxis questi sogni utopici hanno portato alla Groenlandia, spesso erroneamente immaginata come una frontiera disabitata. «Sono andato in Groenlandia per cercare di comprarla», ha scritto il fondatore di Praxis, Dryden Brown, su X a novembre 2024, sottolineando di essersi interessato per la prima volta all’isola «quando Trump si è offerto di acquistarla nel 2019». Una volta a Nuuk, ha appreso che il paese ha a lungo cercato l’indipendenza e che molti groenlandesi sostengono la sovranità, sebbene il paese continui a dipendere dalla Danimarca per il sostegno finanziario. Attualmente riceve 500 milioni di dollari l’anno in sussidi danesi, che rappresentano il 20% dell’economia. «Non vogliono essere “comprati”», ha scoperto tardivamente Brown, concludendo: «Qui c’è un’evidente opportunità». Ha proposto che le tasse di una città gestita in modo indipendente da Praxis potrebbero contribuire a sostituire i sussidi danesi. La Groenlandia, tuttavia, non ammette la proprietà privata, un accordo che storicamente ha dato alle comunità un peso maggiore nel determinare come e se le sue risorse naturali debbano essere sfruttate, e che potrebbe rivelarsi un problema per l’utopia pianificata da Brown. Ma forse questo potrebbe cambiare con un nuovo governo. In risposta a un post che faceva riferimento ai «progetti di Trump relativi alla Groenlandia», l’account ufficiale X di Praxis si è vantato di «Un nuovo post-Stato nell’estremo Nord». La «nazione» delle start-up ha raccolto 525 milioni di dollari, anche se Brown, che ha abbandonato la New York University ed è stato  licenziato dal suo ultimo incarico in un hedge fund, non ha condiviso molti dettagli sul sito web di Praxis riguardo alla sua proposta per la Groenlandia. Ma i piani di altri magnati della tecnologia per l’isola sono più concreti. «SONO MINERALI CRITICI» La Groenlandia si sta riscaldando a un ritmo molto più rapido rispetto al resto del pianeta, causando un veloce scioglimento dei suoi ghiacciai in virtù del quale questi preziosi depositi stanno diventando più accessibili. Un’indagine della Commissione europea del 2023 ha rivelato che la Groenlandia possiede venticinque dei trentaquattro minerali classificati come materie prime critiche, ovvero risorse essenziali per la transizione energetica verde ma ad alto rischio di interruzione delle catene di approvvigionamento. Il paese vanta alcuni dei più grandi giacimenti di nichel e cobalto al mondo e, nel complesso, le sue riserve minerarie equivalgono quasi a quelle degli Stati uniti. Questa ricchezza di risorse ha attirato l’attenzione di aziende come KoBold Metals, i cui sostenitori della Silicon Valley hanno un interesse personale nel fornire materiali per l’industria tecnologica. KoBold si è posizionata come fornitore di soluzioni cruciali per il cambiamento climatico, facilitando una riduzione globale delle emissioni di gas serra attraverso la fornitura dei materiali necessari per le batterie e altre tecnologie rinnovabili. L’azienda ha elogiato l’utilizzo del Defense Production Act da parte del presidente Joe Biden per incentivare l’attività mineraria nel 2022, insieme alle misure dell’Inflation Reduction Act per sovvenzionare l’estrazione mineraria internazionale di minerali di terre rare. In Groenlandia, le licenze di esplorazione di KoBold Metals si concentrano sulla ricerca di minerali del gruppo del nichel, rame, cobalto e platino, materiali importanti per l’energia verde, ma anche per la rapida crescita dei data center. Finora, lo sviluppo principale di KoBold è stato lo sfruttamento di una miniera di rame in Zambia, la più grande scoperta del genere in un secolo. Il rame è utilizzato come materiale chiave nella costruzione di data center ed è cruciale per le infrastrutture dell’intelligenza artificiale. Si prevede che il boom dell’intelligenza artificiale raddoppierà quasi la domanda di rame entro il 2050. «Abbiamo investito in KoBold», ha dichiarato Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, «per trovare nuovi giacimenti». Anche la sua iniziativa in Zambia è stata al centro di una lotta di potere globale, poiché l’amministrazione Biden ha sostenuto lo sviluppo di una ferrovia per il trasporto di metalli dalla regione a un porto in Angola. L’iniziativa faceva parte di un più ampio sforzo statunitense per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, offrendo investimenti come alternativa alla sua Belt and Road Initiative, un pacchetto commerciale e infrastrutturale. Il dirigente di KoBold, tuttavia, preferisce concentrarsi sul litio. «La crescita [della domanda di litio] è piuttosto sbalorditiva», ha affermato Kurt House, Ad di KoBold, in una presentazione del 2023 a Stanford. «È necessario un aumento di 30 volte della produzione globale». Uno dei luoghi a cui gli Stati uniti potrebbero rivolgersi per questo minerale essenziale è la Groenlandia, dove sono stati recentemente scoperti giacimenti promettenti. «Tutti vogliono il litio» per il suo ruolo nella creazione di batterie, afferma Majken D. Poulsen, geologa del Geological Survey of Denmark and Greenland. Spiega che la prima esplorazione per il litio in Groenlandia è stata condotta nell’estate 2024 in collaborazione con il Dipartimento di Stato americano. Sotto la presidenza di Biden, l’agenzia ha anche aiutato il paese a redigere una legge sugli investimenti minerari, volta a incoraggiare gli investimenti in Groenlandia. Sebbene di tono piuttosto diverso, le dichiarazioni spavalde di Trump sulla Groenlandia condividono obiettivi simili. Charlie Byrd, gestore degli investimenti presso la società di gestione patrimoniale globale Cordiant Capital, è uno dei tanti investitori che ora sperano che la mossa del presidente si traduca in cambiamenti politici più favorevoli agli investimenti esteri. «Non c’è dubbio che ciò porterebbe a un maggiore coinvolgimento istituzionale e a investimenti più strategici», ha dichiarato alla rivista di settore  Institutional Investor. Gran parte di questo interesse è dovuto alle tensioni con la Cina, che attualmente detiene circa il 70% dell’estrazione globale di terre rare e il 90% della loro lavorazione. Ciò conferisce alla potenza asiatica un’enorme influenza sulle catene di approvvigionamento tecnologiche globali. Il controllo sui minerali che alimentano la tecnologia è diventato una delle principali forme di soft power, muovendo fili invisibili nei mercati globali e plasmando alleanze. Questo rende la regolamentazione mineraria in Groenlandia una mossa geopolitica. Oggi «le normative del governo della Groenlandia sono piuttosto rigide», spiega Poulsen del Geological Survey. «Hanno normative molto severe», afferma, che includono considerazioni sia ambientali che sociali, come «benefici locali come tasse, forza lavoro locale, aziende locali e istruzione». Michael Waltz, il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, sembra confermare che l’accesso ai minerali del paese stia guidando l’interesse di Trump. «Si tratta di minerali critici; si tratta di risorse naturali», ha dichiarato a Fox News. NON PUOI DARE UN NOME ALLA TERRA Donald Trump Jr. è giunto alla capitale dell’isola, Nuuk, all’inizio di gennaio 2025, con il messaggio del padre: intendiamo prendere il potere. Il tour de force – che includeva  la corruzione di persone per partecipare a servizi fotografici – non è riuscito a convincere molti groenlandesi, afferma Inuuteq Kriegel, residente di Nuuk. «Non vogliamo essere americani. Non vogliamo essere danesi. Siamo groenlandesi», ha detto. Una settimana dopo il viaggio di Trump Jr., il deputato Andy Ogles (R-TN) ha presentato il Make Greenland Great Again Act, dando istruzioni al Congresso di sostenere i negoziati di Trump con la Danimarca per l’acquisizione immediata della Groenlandia. «Potrebbe sembrare folle, e qualcuno potrebbe chiedersi: “Perché mai volere la Groenlandia?”», ha detto Ogles in un  recente video. Stava parlando con Kuno Fencker, un membro del parlamento groenlandese che rappresenta il partito Siumut, che si era recato a Washington, DC. «Il vostro interesse per la sicurezza è il nostro interesse per la sicurezza», ha detto Ogles a Fencker. «La nostra capacità di sfruttare al meglio i vostri minerali, le vostre risorse e le vostre ricchezze, a beneficio del vostro popolo e del nostro, è nel nostro interesse». Fencker, che sostiene che tasse e royalties sui minerali e sui combustibili fossili dell’isola potrebbero aprire la strada all’indipendenza, ha risposto: «Abbiamo altre vaste risorse, come petrolio e gas, ma l’attuale governo ha bloccato tutto. Tuttavia, la mia opinione personale è che dobbiamo utilizzare queste risorse». Il viaggio di Fencker negli Stati Uniti ha scatenato polemiche a livello locale. In genere, i negoziati internazionali della Groenlandia richiedono il coordinamento e l’approvazione della Danimarca; immaginate qualcuno come la deputata Marjorie Taylor Greene (R-GA) che decide da sola di negoziare con l’Unione europea senza l’approvazione del Congresso. Il partito di Fencker ha affermato che non era autorizzato a discutere di affari esteri della Groenlandia, mentre Fencker ha difeso il suo viaggio come una missione privata a sue spese. La natura sleale dei recenti sviluppi è stata rafforzata da una copertura mediatica dal forte impatto. In Groenlandia, Kriegel afferma che i giornalisti stranieri «spesso parlano con le persone più rumorose – e spesso con le stesse persone – e possono generalizzare un’intera popolazione parlando solo con pochi». I suoi stessi social network sono profondamente a disagio con i tentativi di Trump di comprare il Paese. L’entusiasmo di Trump e dei suoi finanziatori tecnologici per l’appropriazione della Groenlandia, a dispetto della cultura e delle leggi esistenti, è «rappresentativo di una particolare visione del mondo coloniale ed estrattiva»,  ha scritto  Anne Merrild Hansen, professoressa di scienze sociali e studi sul petrolio e il gas artico presso l’Università della Groenlandia. Questo approccio tratta la terra e le risorse come beni da rivendicare, indipendentemente dai diritti o dagli interessi delle persone che vi abitano. Tutto questo sgradito trambusto, tuttavia, è riuscito a produrre un cambiamento: Kriegel afferma che il Paese è ora unito nel voler trovare un percorso verso l’indipendenza dalla Danimarca, anche se non c’è ancora un accordo su come farlo. «Non si può dare un nome alla terra», dice. «La terra appartiene alla gente. È parte di noi, e noi ne facciamo parte». *Lois Parshley è una giornalista investigativa pluripremiata. I suoi reportage di ampio respiro sono stati pubblicati sul New Yorker, Harper’s, New York Times, Businessweek, National Geographic e altri.Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, prestigiosa testate giornalistica indipendente e investigativa. Poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump proviene da Jacobin Italia.
Gli Argonauti dell’economia
Articolo di Tiziano Distefano Secondo un antico mito greco, perché Giasone potesse riprendersi il trono che gli spettava di diritto, dovette accettare la proposta dell’usurpatore Pelia: salpare in compagnia di una cinquantina di volontari a bordo della nave costruita da Argo alla ricerca del leggendario vello d’oro. Prima di partire, gli Argonauti avevano a disposizione solo indizi, racconti di altri marinai e una buona dose di determinazione. Tutto fu una scelta: decidere la rotta, affrontare insidie inattese, cambiare percorso all’improvviso. Il loro viaggio fu un’impresa collettiva, portata avanti da un gruppo eterogeneo che racchiudeva qualità e competenze diverse, ma anche ambizioni e desideri contrastanti, da conciliare continuamente.  L’umanità nel XXI secolo si trova ad affrontare un viaggio simile, costellato di incertezze e grandi sfide, di scelte difficili e di soluzioni comuni, per raggiungere un fine che sappiamo nominare — «sostenibilità» — ma che nessuno ha mai visto, né saprebbe descrivere esattamente come si realizzi.  CONOSCENZA, CONTROLLO E DOMINIO Qualche settimana fa, Josep Borrell ha rivendicato il ruolo dell’Ue nella difesa del «giardino ordinato», identificato con l’Occidente, contro la «giungla» del Sud globale che rischia di minare l’ordine costituito. Queste affermazioni fanno eco all’ideale seicentesco del Jardin du Roi inteso come uno spazio di natura messa in ordine, organizzata secondo le esigenze del potere e della scienza. Questa utopia ha resistito fino ai giorni nostri. La visione meccanicistica e dualistica del mondo, che separa e contrappone Homo e Natura, sta influenzando in profondità il dibattito ambientale. Qui ci concentreremo su un solo dispositivo, che in qualche modo li riassume tutti: l’analisi benefici–costi (ABC). Mostreremo come (non) funziona, come possiamo superarla e come affrontare le sfide macroeconomiche senza piegarsi ai diktat imposti dalle tecnocrazie neoliberiste. A prima vista, l’ABC sembra il criterio più naturale e immediato per prendere una decisione: si mettono su un piatto della bilancia tutti i possibili effetti positivi attesi e, sull’altro, i sacrifici da sopportare per ottenerli. Se i benefici superano i costi, la scelta appare razionale e quindi eticamente giustificata. La radice morale di questo approccio sembra profonda, tanto che l’ideale stesso di Giustizia trova nella dea Temi una potente rappresentazione iconografica: una figura bendata che regge una bilancia. Quest’approccio contabile e ragionieristico alla scelta può funzionare in molte situazioni, ma quando lo si estende a qualsiasi decisione rischia di produrre effetti disastrosi. Per mettere a confronto costi e benefici, infatti, è necessario ridurre qualsiasi fenomeno a un’unità di misura comune. Ma cosa accade quando entriamo in un territorio fatto di criteri e valori incommensurabili, che per loro natura non possono essere ricondotti alla stessa dimensione? Gli economisti, con notevole disinvoltura, rispondono che il problema non esiste: basta creare un mercato (o fingere che possa esistere) e il prezzo stabilirà il «valore» di qualunque cosa. Come mostra Michael Sandel nel libro Quello che i soldi non possono comprare, la monetizzazione dei valori produce una forma di corruzione morale: una degradazione etica derivante dall’imposizione di un criterio semplificatorio su ambiti che richiederebbero molteplici criteri di giudizio. Tornando sul piano macroeconomico, è utile ricordare un classico esempio di scelte difficili da commensurare fra loro. Negli anni Sessanta, si diffuse l’idea che esistesse una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Indipendentemente dal fatto che questa relazione sia risultata instabile nel tempo, il punto cruciale resta lo stesso: che cosa deve fare la politica economica quando due obiettivi fondamentali non possono essere perseguiti contemporaneamente? Le istituzioni europee hanno optato per mantenere la stabilità dei prezzi «a ogni costo», con l’obiettivo di un’inflazione intorno al 2% nel medio periodo. Come mostrato durante l’ultima crisi inflazionistica, la Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse per «raffreddare l’economia», scaricando il costo dell’aggiustamento sui lavoratori, tutelando invece il valore delle attività finanziarie.  È razionale sacrificare l’occupazione per garantire la stabilità dei prezzi? La scelta di dare priorità all’una rispetto all’altra non può essere presentata come tecnica o neutrale: si tratta, a tutti gli effetti, di una decisione politica, che favorisce certi gruppi sociali a discapito di altri. La dea Temi, ricordiamolo, tiene in mano non solo la bilancia, ma anche una spada: dietro la contabilità dei costi e dei benefici, alla fine, ci sono sempre conflitti, rapporti di forza e decisioni che vengono imposte e fatte rispettare. Lo stesso ragionamento vale, in modo ancora più grave, quando ci spostiamo sul piano ecologico. È così che sono nati prima i mercati dei diritti di emissione, e che più recentemente, alla Conferenza Onu sulla biodiversità Cop16 di Cali (Colombia, 2024), è stato portato al centro il progetto di costruire un vero e proprio mercato globale dei crediti di biodiversità. In ogni caso, gli ecosistemi vengono immaginati come costruzioni della Lego che si possono scomporre e rimontare a piacimento. Vi è anche un’altra giustificazione: «rendere visibile l’invisibile». Se qualcosa non ha un prezzo, si dice, la politica lo ignora e la situazione peggiora; meglio quindi un numero di fantasia che il silenzio delle statistiche.  Un ultimo aspetto da mettere in evidenza è quello del futuro. Nel mondo neoliberista «there is no alternative»: ogni conflitto viene ridotto a questione meramente tecnica e ogni voce fuori dal coro viene silenziata in nome dell’efficienza e del progresso – non a caso Fukuyama ha potuto parlare di «fine della Storia». I modelli neoclassici, fondati sulla logica ABC, offrono anche una visione estremamente ristretta del mondo, ridotto a un grande gioco d’azzardo in cui si può scommettere su tutto, perché tutto ha un prezzo. Non è un dettaglio che il modello elaborato da Nordhaus – premio Nobel per aver sviluppato «l’economia del cambiamento climatico» – si chiami Dice, letteralmente «dado». Il tipo di incertezza che questi modelli considerano è solo quello del rischio, tipico dei casinò: puoi vincere o perdere a seconda della faccia che esce, ma puoi calcolare esattamente le vincite e le perdite attese, perché tutti gli eventi possibili e tutte le probabilità sono noti a priori. Non sai se uscirà 1 o 4, ma sai che non emergeranno cambiamenti imprevisti dovuti all’interazione tra i giocatori, al tavolo, alle regole del gioco.  COMPLESSITÀ: LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE La complessità è studiata da decenni, in particolare in fisica, e ha contribuito a modificare in profondità il paradigma scientifico. Tra le sue principali caratteristiche spiccano l’emergenza di fenomeni dovuti alle relazioni tra le parti – un campo di dune che cambia forma nel tempo non si capisce analizzando il singolo granello di sabbia – la relazione non neutrale tra osservatore e osservato, e soprattutto l’incertezza radicale che caratterizza la loro evoluzione. Questi aspetti implicano che il futuro è aperto, ignoto e in costruzione. È esattamente qui che entra in gioco la macroeconomia ecologica.  Al di là dei dettagli tecnici, è importante sottolineare lo scopo e la modalità con cui viene costruita la nuova generazione di modelli elaborati dalla macroeconomia ecologica. Primo: non pretendiamo di fare previsioni, ma utilizziamo simulazioni al computer per esplorare scenari alternativi che tengano conto del cambiamento climatico, del progresso tecnologico e della giustizia sociale. Secondo: si adotta un approccio modulare. Il sistema viene scomposto in «blocchi» che possono essere descritti separatamente, ma che devono essere connessi per comprendere il comportamento aggregato. Terzo: consapevoli che «tutti i modelli sono sbagliati», perché semplificazioni della realtà, adottiamo un atteggiamento di umiltà epistemica e di ascolto, ispirato ai principi della Post-normal Science. Come hanno sostenuto i pionieri di questo approccio, Funtowicz e Ravetz, quando «i fatti sono incerti, i valori in discussione, la posta in gioco alta e le decisioni urgenti», la scienza è necessaria ma non sufficiente. Per questo cerchiamo di lavorare in costante dialogo con diversi corpi sociali e portatori di interesse, per capire quali domande sono rilevanti, quali variabili e connessioni includere nei modelli e quali, inevitabilmente, tralasciare. Non pretendiamo di fornire risposte certe né di prevedere il futuro: vogliamo piuttosto contribuire a rendere l’economia un sapere democratico, costruito con e per la società. Il nostro viaggio è iniziato una decina di anni fa, quando abbiamo sviluppato un nuovo modello (Eurogreen) attraverso cui testare politiche sociali ambiziose che sarebbero state presentate al Parlamento europeo. Così, come dei novelli Argonauti, abbiamo costruito una «nuova nave» intrecciando conoscenze, metodologie e dati provenienti da discipline diverse. Nei nostri modelli, che simulano l’evoluzione delle economie dell’Italia e della Francia fino a metà secolo, abbiamo messo a confronto la «crescita verde», fondata sull’idea che il progresso tecnologico e il mercato possano automaticamente risolvere i problemi ambientali e sociali, con proposte alternative. Gli scenari mostrano che puntare tutto su efficienza energetica, automazione, produttività e politiche ambientali di mercato riduce sì le emissioni, ma al prezzo di più disuguaglianza e disoccupazione. Invece, ipotizzando riduzioni volontarie dei consumi, tassazione della ricchezza finanziaria e forti politiche sociali, è possibile ottenere nel lungo periodo meno CO₂, meno disuguaglianze e un più equo rapporto tra salari e profitti.  Sul fronte della crisi energetica e dell’inflazione, le nostre simulazioni per l’Italia confermano che l’esplosione dei prezzi dell’energia colpisce soprattutto chi ha redditi bassi, perché una fetta maggiore del loro reddito va in bollette, carburanti e affitti. L’indicizzazione dei salari insieme a un tetto agli affitti farebbe aumentare i salari reali e sostenere la domanda senza innescare automaticamente una spirale inflazionistica, migliorando la distribuzione a favore di lavoratori e lavoratrici. Inoltre, abbiamo immaginato di testare l’introduzione in Italia di una carbon tax sulla produzione, che cresce gradualmente da 30€ a quasi 200€ per tonnellata di CO₂ nel 2050. I risultati mostrano che questa politica, da sola, ha un impatto limitato sulle emissioni e può avere effetti regressivi, a meno che il gettito non venga redistribuito in favore delle fasce a basso reddito. L’uso mirato della tassazione permetterebbe così di evitare la povertà energetica senza impattare in modo significativo sui bilanci pubblici. Quando guardiamo all’adattamento climatico, vediamo che l’austerità è un boomerang: ingenti investimenti pubblici nel breve periodo, in deroga ai limiti imposti al bilancio, per l’adattamento riducono i danni futuri e migliorano persino la sostenibilità del debito pubblico a lungo termine.  Di fronte alle tecnologie che risparmiano lavoro, come ad esempio l’intelligenza artificiale, non esiste una bacchetta magica, ma un mix mirato di politiche sociali  – lavoro garantito per 300.000 persone e una riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di stipendio – finanziate da una patrimoniale, può trasformare l’innovazione in più sicurezza sociale invece che in nuova precarietà. Infine, esplorando la questione di genere, vediamo che quando si include la distribuzione del tempo, riconoscendo il valore del lavoro di cura, allora una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, accompagnata da uno schema di reddito universale, aiuta a ridurre i divari di reddito tra donne e uomini, pur senza eliminare da solo il gender pay gap. Quando allarghiamo lo sguardo alle materie prime, scopriamo che gli scenari «tecno-ottimisti» non riescono a disaccoppiare davvero crescita e uso di materiali: più efficienza e riciclo non bastano se i volumi complessivi continuano a crescere. Emerge un’inedita connessione tra mercato finanziario ed economia circolare: la necessaria contrazione dell’uso delle materie prime, la maggior parte importate, per restare dentro i limiti biofisici può essere accelerata grazie a un ridimensionamento della finanza. In altre parole, drenare risorse dalla speculazione finanziaria verso l’economia reale sembra essere la carta vincente per un miglioramento delle condizioni di vita e della salute, minacciate dall’enorme produzione di rifiuti. Integrando nel modello anche la dimensione idrologica, si dimostra che crescita e crisi climatica tendono a esasperare lo stress idrico, ma che politiche pubbliche su efficienza, infrastrutture e limite ai pesticidi possono ridurlo significativamente. In definitiva, modelli «complessi per la complessità» permettono di superare il vecchio conflitto tra lavoro e ambiente, mostrando che i soli indicatori biofisici non bastano per dichiararsi «sostenibili», senza guardare a chi ne sopporta i costi.  In sintesi, da questi scenari emerge una tesi semplice ma politicamente solida: non è vero che «non ci sono alternative». Le politiche ambientali di mercato, prese da sole, non funzionano; servono pacchetti integrati di interventi pubblici, redistribuzione, riduzione dei consumi materiali e riconoscimento del lavoro – anche di cura – per tenere insieme clima, equità e democrazia. È un compito difficile, perché le misure necessarie sono complesse, conflittuali e devono essere rapide: per questo non possono essere delegate a una ristretta élite o nascoste dietro la finta neutralità dei modelli neoclassici. Come ricorda David Graeber in L’alba di tutto, gli esseri umani si distinguono proprio per la capacità di scegliere consapevolmente e collettivamente tra forme diverse di organizzazione sociale. Nei sistemi complessi, dove non è possibile prevedere tutti gli effetti a causa del ruolo attivo «dell’osservatore», la partecipazione non è solo un valore politico, ma una necessità scientifica: è l’unico modo per esercitare una reale libertà collettiva. Di fatto, è ciò che è già accaduto negli ultimi decenni: governi e istituzioni hanno imposto politiche neoliberiste senza conoscerne davvero tutte le conseguenze, o fingendo di misurarle con l’ABC. Se la complessità ci dice che il futuro è aperto, la vera posta in gioco non è trovare il modello «giusto» che lo predice, ma lottare per partecipare alla costruzione del mondo che vogliamo. La macroeconomia ecologica, nel suo piccolo, è un tentativo di farlo: rimettere economia, ecologia e democrazia sulla stessa imbarcazione. E non riguarda solo l’Europa: anche in diversi paesi del Sud del mondo – dal Brasile alla Cina, fino alla Colombia – nuovi lavori stanno sperimentando questo approccio per esplorare nuovi percorsi capaci di affrontare disuguaglianze crescenti, crisi ecologiche e povertà. Sta a noi decidere se restare a riva ad aspettare gli oracoli del libero mercato, o salire a bordo e contribuire a tracciare una nuova rotta. *Tiziano Distefano è Professore associato in Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze e membro eletto del board dell’International Society for Ecological Economics (Isee). Questo articolo presenta le osservazioni personali dell’autore sull’emergente disciplina della Macroeconomia Ecologica, a cui si dedica una crescente comunità internazionale di studiosi e studiose impegnati nello sviluppo di modelli eterodossi. Qui si sono discussi, in particolare, alcuni risultati dei gruppi di ricerca delle Università di Firenze e di Pisa, grazie soprattutto al lavoro del Prof. Simone D’Alessandro e del Dr. Guilherme Morlin. Chi volesse mettersi nei panni di un «decisore politico» può accedere al toolkit online gratuito del progetto Ecoesione, con cui è possibile sperimentare gli effetti di diverse politiche sociali ed energetiche per l’Italia e osservarne le conseguenze su un ampio insieme di indicatori socio-economici e ambientali. L'articolo Gli Argonauti dell’economia proviene da Jacobin Italia.
Il museo dell’impero
Articolo di Neelam Srivastava Roma è stata capitale di più di un impero. Angelo Del Boca, Nicola Labanca, Valeria Deplano, Alessandro Pes ed Emanuele Ertola sono alcuni fra i molti storici che hanno studiato il passato coloniale italiano, praticamente finito nel dimenticatoio dopo il 1945, mettendo in luce soprattutto la volontà del regime fascista di trasformare l’Italia in un impero. Adesso, in un museo da poco riaperto al pubblico, cimeli del colonialismo italiano sono presentati al visitatore senza alcuna cornice interpretativa che le aggiorni per il pubblico di oggi, ignorando tutto il lavoro storiografico che ha cercato di decolonizzare la storia d’Italia e rendere visibile gli atti di dominio coloniale che hanno fatto parte integrante dell’identità nazionale.  Nell’ottobre del 1935, Benito Mussolini pronunciò un discorso dal balcone di Piazza Venezia a Roma, che fu trasmesso a venti milioni di italiani chiamati ad adunata nelle piazze e nei centri cittadini di tutta Italia. Nel suo discorso, Mussolini spiegò che l’Italia avrebbe fatto la guerra all’Etiopia per ottenere il suo meritato «posto al sole» in Africa e per lavare l’onta della sconfitta di Adua, dove nel 1896 l’esercito italiano era stato battuto in campo aperto dalle truppe etiopiche e le ambizioni coloniali del neonato Regno d’Italia avevano subito una brusca frenata.  All’epoca in cui l’Italia lanciò l’aggressione all’Etiopia, questo era uno Stato sovrano, membro della Società delle Nazioni e governato dall’imperatore Haile Selassie. Fu un’invasione illegale e aggressiva, contro le tendenze di un periodo in cui gli imperi coloniali europei attraversavano una grossa crisi dovuta ai movimenti anticoloniali che stavano prendendo piede in molte parti del mondo colonizzato: basti pensare al nazionalismo indiano guidato da Gandhi e Nehru, il Rastafarianismo nei Caraibi/Jamaica che rifiutava l’egemonia coloniale britannica e le lotte anti-francesi nelle colonie della Tunisia e Algeria capeggiate dall’Étoile Nord-Africaine e Destour (partito nazionalista tunisino).  L’aggressione italiana all’Etiopia fu fra gli eventi più eclatanti del 1935 e ricevette molta attenzione dalla stampa, soprattutto britannica, che metteva in chiara luce la natura illegale della conquista e l’uso delle armi chimiche contro la popolazione etiopica (le foto delle persone colpite dall’iprite comparvero su molti giornali ed era un fatto noto all’epoca, nonostante la cosiddetta «smentita» di Indro Montanelli negli anni Novanta, il quale poi ritrattò).  La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia si concluse nel maggio 1936. Il 9 maggio Mussolini si rivolse di nuovo alla nazione, annunciando «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» e che l’Africa Orientale Italiana era stata arricchita di un’ulteriore colonia (vedi Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, volume 3,  La conquista dell’impero). La dominazione italiana sull’Etiopia, che fece capo per circa un anno al viceré Rodolfo Graziani, commise molte atrocità e crimini di guerra, incluso il massacro degli abitanti di Addis Abeba nel febbraio del 1937 a seguito di un attentato a Graziani. Lo storico Ian Campbell ritiene che l’ammontare delle vittime civili sia intorno a 19.000, uccise da militari, camicie nere e coloni italiani nella capitale del paese. Non vi è nessuna menzione di questa storia di violenze legate alle guerre coloniali italiane nella Sala delle Colonie del Museo del Genio, il cui nome intero è Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio. Qui sono attualmente ospitate due belle mostre allestite dal Gruppo Arthemisia, una sulla fotografa americana Vivian Maier e una sull’artista italiano Ugo Nespolo.  Il Museo del Genio si trova sul Lungotevere delle Vittorie, nel quartiere Prati. È stato chiuso al pubblico per parecchi decenni ed ha riaperto recentemente nell’occasione di queste due mostre. Il museo fu costruito nel 1939 nella sede attuale ed era volto a celebrare il genio militare italiano e documentare la storia delle imprese dell’esercito, soprattutto le fortificazioni e le invenzioni tecniche a scopo militare. Come spiegano Christian Raimo e Bruno Montesano in un recente articolo sul Manifesto, la responsabilità dell’esposizione è condivisa dal Ministero della difesa «e la sua società in house Difesa servizi, che possiedono e gestiscono l’edificio» e da «Arthemisia (una società privata che spesso fa da partner a istituzioni pubbliche o semipubbliche), alla quale è stata affidata la curatela delle mostre temporanee».  Ci sono diversi aspetti sconcertanti che colpiscono del museo. Innanzitutto, il visitatore deve attraversare un grande androne prima di arrivare alle collezioni permanenti. La sala d’ingresso presenta cinque serie di incisioni sulle varie pareti di marmo travertino, ognuna con dediche a una guerra italiana. Qui leggiamo degli eroi e delle medaglie all’onore della prima guerra d’indipendenza, la seconda, la terza, la quarta (la Prima guerra mondiale) e infine l’ultima serie reca come titolo «la conquista dell’impero – l’Etiopia–, come a significare una continuità ideale fra la prima guerra d’indipendenza e questa guerra coloniale di conquista. Non ci sono pannelli esplicativi in questa grandiosa anticamera del museo sul perché la guerra d’Etiopia fosse vista alla pari delle guerre d’indipendenza agli occhi del regime nel 1939. Come ci racconta Del Boca, per Mussolini l’invasione dell’Etiopia era una guerra di prestigio con cui sperava di consolidare l’immagine internazionale del fascismo. Questo è riflettuto chiaramente nella disposizione della Sala delle Colonie, che è stata riproposta al pubblico senza alcuna mediazione o apparato critico-storico contemporaneo, rimasta identica a quando il museo fu aperto. In questa sala si trovano esposti oggetti relativi alle imprese coloniali italiane in Libia, Eritrea ed Etiopia. Questo in sé ovviamente non darebbe da discutere, anzi molti degli oggetti sono di grandissimo interesse storico e culturale; né è giusto pretendere che un museo dedicato all’Arma del Genio debba per forza fare sempre il processo alle intenzioni.  È piuttosto l’allestimento a essere problematico ’ essendo segnato da inaccuratezze e omissioni storiche riguardo all’impresa coloniale che, come detto, è stata ampiamente documentata dalla storiografia da parecchi decenni. La prima cosa che vede il visitatore nella sala è una pelle di leone appesa; l’animale era stato ucciso durante una battuta di caccia da parte dell’operaio italiano Gastone Lombardi in Giggica nell’aprile del 1937 e c’è tanto di foto accompagnatrice di un gruppo di «operai del Genio di Scaveli con l’uccisore del leone».  Stona l’anacronismo anti-ecologico, con forti reminiscenze da uomo bianco in Africa. Sulla parte opposta è esposta una grande pianta della Rete Stradale dell’Impero.  Questa mappa è d’indubbio interesse storico perché mostra chiaramente l’intervento del genio militare in Africa Orientale e il grande valore attribuito all’Arma per il suo ruolo nella costruzione di strade, ferrovie e ponti che collegavano Somalia, Eritrea, ed Etiopia. L’espansione italiana in Africa doveva segnalare al mondo le brillanti innovazioni tecnologiche e militari italiane, «rivelando le intenzioni di Mussolini di coinvolgere l’intero paese nel conflitto e di alimentare con la fulmineità di una guerra meccanizzata, l’immagine di un regime moderno, efficiente, imbattibile» (citazione sempre di Del Boca, La conquista dell’impero). Come scrisse il poeta Filippo Tommaso Marinetti nel 1937, «La guerra ha una sua bellezza perché serve la potenza della grande Italia Fascista». L’esposizione continua con una serie di cosiddetti «trofei di guerra» ottenuti in combattimento con gli etiopici, come per esempio un tamburo negarit preso da una compagnia italiana nel 1936 .  Le diciture delle didascalie non recano alcuna traccia di decenni di lavoro storiografico e museale sull’imperialismo italiano in Africa e i crimini di guerra commessi dagli italiani, e senza alcun accenno al fatto che la cosiddetta conquista fu un’invasione. In più si potrebbe anche notare che la terminologia di «trofeo» non è proprio adatta a un museo odierno; si veda la didascalia posta dentro una vetrina che contiene una stazione radiofonica presa al comandante etiopico Ras Destà e inviata «in dono al Museo Nazionale del Genio perché sia perennemente conservata con gli altri trofei della guerra africana». La sala è occupata in larga parte da varie vetrine che contengono plastici di fortini costruiti durante la guerra coloniale, a dimostrazione del «genio militare italiano». Encomi a truppe di combattimento in Libia, Eritrea ed Etiopia si mescolano ai plastici e a cartine militari dell’Africa Orientale Italiana. La disposizione dei cimeli e dei vari oggetti nella sala sono chiara prova (come se ce ne fosse bisogno) della profonda continuità ideologica fra le guerre coloniali del periodo liberale (da Adua in poi e soprattutto la campagna di Libia) e la campagna etiopica del 1935-36. Questa continuità ideologica è viva e vegeta in questo museo finanziato dal Ministero della difesa. Come dice lo storico Fabio De Ninno, «se la cornice resta quella della continuità e del ‘passaggio di consegne’ tra guerre, senza un lavoro esplicito sulle discontinuità (e, in particolare, sul nesso fra guerra, violenza politica e ordine mediterraneo e/o coloniale), allora la visita del pubblico produce esattamente ciò che temiamo: un senso di familiarità e di legittimità, più che una comprensione storica» (vedi anche il recente libro di De Ninno per la collana Fact-checking di Laterza, Mancò la fortuna non il valore). La supposta continuità fra le guerre italiane si legge anche sul sito del Ministero della difesa dedicato alla storia dell’esercito italiano, dove nel caso della guerra d’Etiopia si legge che «Appena terminate tali operazioni, definite ‘cicli di polizia coloniale’, nel 1935 l’Esercito fu impegnato di nuovo nel conflitto con l’Etiopia». L’espressione «cicli di polizia coloniale» probabilmente si riferisce alle operazioni precedenti ovvero alla riconquista della Libia effettuata sotto il regime di Mussolini: è un risaputo fatto storico che si trattò in realtà di una campagna di controguerriglia contro una resistenza accanita. E «l’impegno» dell’Italia in Etiopia fu, come si è già detto, in effetti un’invasione.  Colpisce la mancanza di rispetto nei confronti di persone e territori rappresentati come semplicemente nemici (e anche implicitamente inferiori) agli italiani. Usare il termine «nemico» suona strano quando si è in effetti invaso un’altra nazione sovrana andando contro il diritto internazionale dell’epoca. Inoltre, molti oggetti esposti nella sala, come ad esempio le armi prese ai combattenti etiopi ed esposti in teche senza alcuna nota esplicativa che ne indichi la provenienza, di diritto apparterrebbero all’Etiopia, quindi né al museo né allo Stato italiano. Si contrasti questo con la lista degli oggetti che l’Italia si impegnò a restituire all’Etiopia negli anni Cinquanta, esposta al Museo delle Civiltà all’Eur e che fanno parte di un’opera di Theo Eshetu che mira a ri-significare e ri-attualizzare gli oggetti coloniali e il rapporto fra Italia ed Etiopia. Che dire poi della statua dell’ascaro di dimensioni naturali conservata in una teca senza alcuna didascalia e che è posto all’uscita, come a conclusione della visita alla Sala delle Colonie? Gli ascari erano truppe coloniali usate dall’Italia per effettuare la conquista della Libia e dell’Etiopia e rappresentano una forma di egemonia militare e razziale esercitato su popolazioni soggette al dominio coloniale. È a dir poco irresponsabile mostrare queste cose senza alcuna contestualizzazione storica, in un museo aperto al grande pubblico con varie descrizioni trionfalistiche sul sito di Arthemisia. Il sito afferma che «il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio». Manca anche il minimo riconoscimento dei soprusi e aggressioni effettuati ai danni delle popolazioni etiopiche, libiche e somale nel corso delle guerre coloniali che sono presentate in maniera trionfalistica nella sala.  Si potrebbe obiettare che questa sala è ben poca cosa in un edificio abbastanza marginale nel sistema museale di Roma. È anche vero però che gli spazi del Museo del Genio vengono riutilizzati per mostre di arte contemporanea, che quindi porteranno un afflusso molto maggiore di visitatori che si trovano poi a passare per le sale del Museo senza alcuna spiegazione o pannello che contestualizzi gli oggetti relativi all’imperialismo italiano. Non solo, ma sia Arthemisia che il Ministero della Difesa stanno chiaramente cercando di rilanciare il Museo stesso, celebrandone il contenuto in maniera acritica. Per citare di nuovo De Ninno, è una questione di confrontarsi con la memoria pubblica delle guerre coloniali e in sostanza del fascismo, come Ruth Ben-Ghiat scrisse in un articolo risultato assai controverso in Italia. Si contrasti la Sala delle Colonie con una mostra intitolata «Museo delle Opacità» ospitata tempo fa dal Museo delle Civiltà che ha riproposto parte della sua collezione di oggetti provenienti dall’ex-Museo delle Colonie in maniera auto-riflessiva e critica non solo del retaggio coloniale ma anche di un metodo museale-antropologico che era teso semplicemente a «mostrare» gli oggetti in chiave esotizzante e orientalistica.  La storica dell’arte Giulia Grechi osserva che gli archivi e i musei non ci insegnano soltanto che cosa dobbiamo sapere ma anche come saperlo. Ad esempio, l’opera dell’artista Jermay Michael Gabriel, Yekatit 12 in mostra al pianterreno del MuCiv, segnala all’entrata che si sta cercando di ripensare la collezione per il grande pubblico dal punto di vista dell’esperienza etiopica dell’occupazione italiana (il titolo «Yekatit 12» è la data nel calendario etiope del massacro di Addis Abeba compiuto dagli italiani nel 1937, oggetto di commemorazione annuale in Etiopia).     Com’è evidente, allora, in Italia non si è mai avviato un vero processo di decolonizzazione a livello pubblico, nonostante che il volto demografico dell’Italia sia cambiato radicalmente e ormai essere italiani non sia più sinonimo dell’essere bianchi. Ma tutto questo passa sotto silenzio e indifferenza o peggio si ritorna alle mitizzazioni del colonialismo fascista. Rimane da sperare che una nuova generazione di artisti e attivisti continui a produrre opere e installazioni come quelle dell’Ente di Decolonizzazione, Alessandra Ferrini o Laura Fiorio che gettano luce sui pregiudizi razziali e culturali che sostennero l’imperialismo nostrano e riprendono le memorie del passato coloniale in maniera critica e analitica.   *Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo italiano. L'articolo Il museo dell’impero proviene da Jacobin Italia.
Da Mondeggi alla Palestina
Articolo di Tommaso Chiti La «fattoria senza padroni» Mondeggi bene comune, a pochi chilometri da Firenze, è una tenuta agricola pubblica, nata nel 2012 da un’esperienza di resistenza di abitanti locali che si sono opposti all’abbandono e alla svendita di questa tenuta dando vita a un progetto di autorecupero agri-ecologico sulla base del Manifesto di Genuino Clandestino. In questo contesto è nata nel tempo l’idea di una Comunità Agricola di Solidarietà Attiva (C.A.S.A) dal carattere internazionalista, incentrata sul progetto di attivismo agro-ecologico a fianco della popolazione palestinese in Cisgiordania, per «promuovere lo scambio di saperi, di strumenti agricoli, favorire la produzione su piccola scala e garantire il libero accesso alla terra per l’avviamento di attività contadina». Dopo i primi contatti con alcune comunità locali, nei Territori palestinesi occupati, il progetto pilota è partito alla fine dello scorso ottobre con l’obiettivo di fare del «lavoro agricolo condiviso uno strumento di resistenza all’oppressione e alla violenza dell’occupazione civile e militare israeliana, così come di difesa dell’autodeterminazione palestinese». La prima staffetta del progetto ha visto sei giovani, tre donne e tre uomini portare, letteralmente sul campo, un supporto attivo alle operazioni di raccolta delle olive, in una zona ad alto rischio come l’Area C della West Bank, regione di insediamento di coloni nazional-religiosi, sotto totale controllo militare israeliano. «Interporsi in maniera nonviolenta durante un’azione di raccolta è uno strumento spesso efficace, se si compie con un’intera comunità di persone, composta anche da volontari internazionali – spiegano referenti del progetto – soprattutto in quei luoghi dove il tempo di esecuzione materiale del lavoro fa appunto la differenza tra portare a casa il prodotto e garantirsi un reddito, o essere costretti ad abbandonare tutto, cedere alle intimidazioni e lasciare la propria terra». ECONOMIA DI RAPINA Molte sono le denunce sull’intensificarsi di sabotaggi e devastazioni di campi e colture da parte dei coloni sionisti, proprio nella stagione della produzione olearia. Le azioni vanno dallo sradicamento di alberi agli incendi delle olivete, tanto da compromettere oltre seimila esemplari in Cisgiordania, in un settore come quello primario, che pesa per oltre il 15% del Pil palestinese.  Secondo la Company of organic agriculture in Palestine (Coap) di Ramallah, che riprende i dati della Banca Mondiale, l’economia della regione soffre di una sensibile contrazione per l’impatto dell’occupazione militare israeliana. Il report illustra come dopo il 7 ottobre più del 29% delle aziende in Cisgiordania abbiano ridotto o cessato la produzione, anche a causa della revoca dei permessi di lavoro per 148mila pendolari, oltre che per l’interruzione nelle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi di trasporto, in seguito all’installazione di centinaia di nuovi posti di blocco militari. In Cisgiordania, circa il 45% dei terreni agricoli è occupato da oltre 10 milioni di ulivi, con una potenziale produzione annua di 35mila tonnellate di olio. Quest’attività rappresenta una fonte di reddito essenziale per oltre centomila famiglie.  Nell’ultima panoramica mensile del 2025 l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) rivela poi come oltre 96mila dunum – antica unità di misura ottomana, pari a circa 96 kmq – di uliveti siano rimasti incolti a causa delle violenze e delle restrizioni israeliane, causando perdite per oltre 1.200 tonnellate di olio d’oliva, pari a circa dieci milioni di dollari. Sempre secondo l’Ocha nello stesso periodo la violenza dei coloni ha raggiunto livelli di sistematicità senza precedenti con circa 193 attacchi a proprietà palestinesi, di cui il 29% del totale a strutture agricole, che hanno causato il ferimento di oltre seimila persone, inclusi milleduecento minori, e il vandalismo di oltre 4.200 alberi in 77 villaggi, soprattutto nei pressi di Nablus, Ramallah e Tulkarem, provocando una perdita stimata di oltre 52 tonnellate di olio. In tutto, dall’inizio dell’anno, gli attacchi documentati in Cisgiordania da parte dei coloni sono stati circa 1.500; e se nel 2024 circa il 60% degli olivicoltori non ha potuto effettuare la raccolta, nel 2025 le stime ipotizzano impedimenti che sono arrivati a colpire 7 olivicoltori su 10. COLONIALISMO ARMATO «È impressionante la differente percezione del 7 ottobre fra i palestinesi della diaspora, che contestualizzano quei fatti nell’ambito di un’oppressione pluridecennale, e le comunità dei Territori occupati illegalmente da Israele, che da quella data hanno visto le loro vite cambiare drasticamente in peggio, con interdizioni di passaggi oltre il muro e aggressioni sempre più frequenti e arbitrarie» racconta un’attivista alla sua prima esperienza in Palestina, rimasta da subito convinta dalla proposta del progetto C.A.S.A. La visita della delegazione di volontari ai villaggi di At-Tuba, di At-Tuwani e della Valle del Giordano ha mostrato soprattutto la postura ultra-repressiva dell’esercito israeliano che, a differenza del passato, non interviene per allontanare i coloni violenti, ma si affianca a loro al termine degli agguati per arrestare le vittime. I coloni religiosi sono sempre stati il braccio armato dell’espansionismo sionista ma almeno prima se succedevano aggressioni documentate da internazionali, di fronte a prove e testimoni, le autorità israeliane intervenivano per allontanare le bande di occupanti, che per qualche giorno fermavano i loro attacchi, mentre ora la situazione si è terribilmente aggravata con il triplicarsi del potere dei coloni, che hanno referenti direttamente nel governo di Tel Aviv, come il ministro Ben Gvir». La violenza dell’occupazione si traduce poi in nuovi avamposti, ritenuti illegali anche dalla legislazione israeliana, che però, a detta dei promotori del progetto C.A.S.A., spuntano con bandiere con la stella di David, issate anche nottetempo, ai bordi delle principali vie di collegamento. Un altro aspetto devastante è poi il furto delle risorse idriche, con la perimetrazione e la confisca dei pozzi, come denunciato dalla delegazione di Mondeggi Bene Comune anche nel villaggio beduino di Bardala. Lo stesso ruolo di interposizione delle organizzazioni umanitarie e di solidarietà internazionale è stato molto ridimensionato, tanto che «il passaporto occidentale non è più garanzia di tutela né per noi stessi, né per la popolazione palestinese e alcune famiglie del posto preferiscono non avere a che fare con volontari come noi, per cercare di evitare ritorsioni ulteriori dopo la nostra partenza». MUTUALISMO INTERNAZIONALE «La rete di solidarietà internazionale presente in Cisgiordania ha diverse sfaccettature, tante quante sono le correnti e la varietà di approcci nella lotta di autodeterminazione palestinese, ma rispetto ad altre organizzazioni che abbiamo anche incontrato durante la nostra permanenza, come l‘Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo_ UAWC’, o con cui ci siamo interfacciati per la formazione, come nel caso di ‘Operazione Colomba’, la specificità del progetto C.A.S.A. riguarda la preparazione sul campo, le competenze agricole e le pratiche di esecuzione del mutualismo contadino, che non si limitano alla scorta civile». In questo aspetto sta l’unicità del progetto, che intende contenere l’avanzata dell’occupazione delle terre con pratiche di supporto contadino contro l’abbandono delle proprietà  palestinesi. L’intento infatti è quello di sviluppare con il tempo una rete che si attivi nelle fasi critiche del lavoro agricolo, dalla semina del grano, a bonifiche o consolidamenti dei campi con recinzioni o terrazzamenti, oppure per la messa a dimora di piante per l’orto, fino alla cura degli ulivi.  RESISTENZA CONTADINA I tempi di lavoro palestinesi sono senz’altro diversi dai nostri: le operazioni di raccolta nei campi accerchiati dalle colonie, non possono permettersi di badare  allo schiacciamento delle olive, consueto accorgimento onde evitare la loro ossidazione. Queste pressioni però non compromettono le consuetudini tipiche, come i momenti di comunità con i pasti di ristoro nelle pause. «Insieme si parlava di potature, di cloni, di resa delle frangiture e da questi scambi emerge quanto il lavoro contadino sia strumento comune di autodeterminazione, pratica di resistenza e forma costante di attivismo politico». Fra le analogie ragguardevoli c’è ad esempio l’organizzazione del frantoio, dotato di una macchina degli anni Ottanta di fabbricazione italiana e gestito in modo cooperativo con pagamenti in corrispettivo d’olio, tramite baratto senza denaro. Anche nel settore agricolo palestinese le realtà operanti si articolano in una varietà di soggetti, da quelli a carattere aziendale fino a forme di sussistenza familiare, passando per modelli organizzativi di tipo collettivistico, strutturati magari con comitati di resistenza popolare locali, come quello visitato nel villaggio beduino di Um al Khair, sottoposto a ingiunzione di sgombero e demolizione, dove a luglio scorso è stato ucciso da un colono israeliano l’attivista palestinese Awdah Hathaleen, noto per la sua parte nel documentario vincitore agli Oscar, No Other Land. Proprio per la pericolosità del sito, i promotori del progetto C.A.S.A. sono orgogliosi di rivendicare l’utilità del progetto, visto che senza il coordinamento fra contadini locali e internazionali e il supporto di una staffetta di vedetta costante, non sarebbe partita una rete di collaborazione e quest’anno il proprietario avrebbe fatto la scelta rischiosa di abbandonare l’oliveta.  AGRO-ECOLOGIA DI COMUNITÀ Fra le finalità di medio-lungo periodo del progetto C.A.S.A. c’è quella di creare un movimento di solidali a supporto dei momenti più duri e pericolosi del lavoro agricolo in Cisgiordania tramite gemellaggi, per una rete contadina coordinata dalle persone del luogo. «Per organizzarsi al meglio, bisogna prima sintonizzare gli intenti – spiegano –, capire cosa significa fare agroecologia in Palestina, cosa vuol dire essere contadini e farlo insieme dal basso, senza organizzazioni sovra-strutturate, con scambi reciproci, affrontando criticità come gli intervalli fra le visite e la sostenibilità del progetto». Una delle modalità passa anche dall’invito in Italia dei rappresentanti delle realtà palestinesi incontrate, così da permettere un confronto aperto, in spazi e tempi liberati dall’oppressione israeliana «anche a livello mentale, in un contesto sicuro e tranquillo, darebbe loro quel tempo da restituire poi, nella stessa portata, dentro la propria terra». A detta dei promotori poi non manca attenzione a mantenere coerenza fra progetto e azioni sul campo e sotto questo aspetto uno degli incontri più riusciti durante l’esperienza è stato quello con la Land and farming cooperative di Burin, un vero e proprio collettore di realtà agricole, fra movimenti e villaggi circostanti, che combina la lavorazione della terra con i diritti sociali ed educativi della comunità, garantendo accesso scolastico e spazi condivisi come il community center, in quella che il suo stesso referente Ghassan non esita a definire «una dimensione comunista», con un legame di classe che promana dal lavoro agricolo come bene comune. La cooperativa conta 20 addetti, di cui 15 donne impiegate prevalentemente nella coltivazione di ortaggi, nella formazione di tipo agro-ecologico e nel supporto alle famiglie meno fortunate della zona, a cui non mancano di garantire una sussistenza minima con l’auto-produzione. > A differenza del frantoio a conduzione interamente maschile, qui l’attivismo > rurale combina azione diretta e progettualità a lungo termine anche in senso > anticapitalista ed egualitario, in cui le donne rivendicano la volontà di > essere soggetti attivi della comunità, pur a fronte di dinamiche complesse per > il retaggio culturale o religioso e per il crescente pericolo di aggressioni > da parte dei coloni. Anche per questi motivi sono state poche le occasioni di incontro con le contadine durante la raccolta e la componente femminile del progetto C.A.S.A. ha dovuto muoversi con una certa sensibilità al rispetto reciproco di spazi e usanze, tali da dare alle volontarie la sensazione di «sfiorare le palestinesi» per i contatti sporadici, comunque sufficienti a capire come «soprattutto in questo momento le donne rappresentano le radici culturali che tengono agganciata tutta la comunità al territorio». Per questo, fra le prospettive di sviluppo del progetto, non manca l’idea del coinvolgimento di donne palestinesi impegnate nell’autonomia femminile e nel contrasto alla violenza di genere insieme alla componente maschile non-violenta, nonostante il livello di devastazione per mano sionista rappresenti la preoccupazione principale in questo momento. ATTACCO ALLA TERRA IN FORMA DI ECOCIDIO Sempre più spesso l’occupazione israeliana di matrice coloniale e capitalista si concretizza come espropriazione di terreni e accaparramento predatorio di risorse a fini speculativi, perpetrando così quel land grabbing che il progetto C.A.S.A. definisce un vero e proprio «Attacco alla terra, di guerra nella guerra ed ‘Ecocidio» in quello che si può definire una sorta di manifesto del progetto. La terra che i fondamentalisti messianici definiscono «promessa», secondo l’interpretazione dei promotori del progetto C.A.S.A. «viene invece violentata, distrutta, avvelenata, resa irriconoscibile. La guerra distrugge non solo le vite di migliaia di persone, ma devasta ecosistemi, annienta la biodiversità. Tonnellate di detriti come residui di ordigni bellici, metalli pesanti contaminano il suolo e le falde acquifere – continua l’analisi diffusa da Mondeggi Bene Comune – molti campi non sono più curati e le stagioni future sono compromesse. Le persone hanno paura, ma resistono all’agricidio». Questa deriva si compie incredibilmente anche se nel 2024 il Parlamento europeo ha adottato una nuova direttiva sul «Ripristino della Natura» segnando un momento decisivo della protezione ambientale per la definizione del profilo penale di «ecocidio». E la totale indifferenza verso il diritto internazionale e i diritti umani  «dà la misura di quanto la situazione ci riguardi da vicino, perché la complicità dei governi occidentali con questi crimini rende poi dichiarazioni universali, Carte delle Nazioni unite o Convenzioni come la Cedu solo lettere morte»,. Così l’impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese non si limita solo all’epicentro del genocidio sionista nella Striscia di Gaza, ma si struttura come con il progetto C.A.S.A. in un «equipaggio di terra» con forme di mutualismo conflittuale, che interrogano movimenti e collettivi sulle rivendicazioni sociali e le pratiche di convergenza necessarie a invertire la rotta, coltivando un futuro di pace e giustizia sociale. *Tommaso Chiti, attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. L'articolo Da Mondeggi alla Palestina proviene da Jacobin Italia.
I loschi appalti della formazione Ice
Articolo di Katya Schwenk Negli ultimi sei mesi, secondo i registri degli appalti federali esaminati dal Lever, diverse società private poco chiare di sicurezza e armi sono state incaricate di fornire armi da fuoco e addestramento al combattimento ai cecchini e alle squadre di risposta speciale dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), molte delle quali non avevano mai stipulato prima alcun contratto federale. Jonathan Ross, l’agente dell’Ice che ha ucciso la trentasettenne osservatrIce legale Renee Good in Minnesota la scorsa settimana, era un veterano con dieci anni di servizio in una squadra di intervento speciale dell’Ice, l’equivalente della Swat. L’omicidio di Good ha scatenato proteste in tutto il paese e un’attenzione crescente alle tattiche sempre più violente dell’Ice. Tra le aziende che si sono aggiudicate contratti di prestigio sotto l’amministrazione Trump per addestrare agenti come Ross ce n’è una di sicurezza armata del Texas, una di cecchini con legami politici in Florida e un’oscura società di addestramento tattico in Virginia. Una di queste, Target Down Group, è di proprietà del fratello del deputato Nick LaLota, come riportato da Wired a settembre. Queste aziende sono tra le tante entità private, insieme alle aziende carcerarie e a quelle di sorveglianza dei social media, che si mettono in fila per ottenere la loro parte dal budget per le deportazioni dell’amministrazione Trump, che ha quasi triplicato il bilancio annuale dell’Ice con l’approvazione del One Big Beautiful Bill a luglio. La forza lavoro dell’Ice è cresciuta del 120% dall’insediamento di Donald Trump, in un contesto di assunzioni frenetiche senza precedenti. L’agenzia ha ridotto i requisiti di formazione e allentato gli standard di assunzione per assumere il maggior numero possibile di nuove reclute. I nuovi contratti con aziende poco conosciute che pubblicizzano corsi di formazione in «tecniche avanzate un tempo riservate esclusivamente alle unità di protezione militare» sono un’altra finestra sulla militarizzazione in corso dell’Ice, una sottoagenzia del Dipartimento per la sicurezza interna. L’Ice ha da tempo schierato carri armati e unità tattiche specializzate nell’ambito delle attività di controllo dell’immigrazione. Ma ora l’agenzia sta spendendo più che mai in munizioni ed equipaggiamento militare per equipaggiare i suoi agenti. Le conseguenze di questa ondata di investimenti, secondo molte persone scese in piazza a Minneapolis e in tutto il paese, si sono manifestate con l’uccisione di Good e, il giorno dopo, con la sparatoria contro due persone durante un controllo del traffico da parte dell’Ice. Un rapporto di Bloomberg del mese scorso ha rilevato che l’Ice nelle ultime settimane dell’anno fiscale 2025 ha speso quasi 140 milioni di dollari in armi e munizioni, acquistando da alcuni fornitori che in precedenza avevano collaborato principalmente con il Pentagono. (Un singolo fornitore, LionHeart Alliance, il mese scorso ha avuto un appalto da 49 milioni di dollari per fornire come equipaggiamento tattico elmetti balistici all’Ice). La maggior parte delle nuove reclute dell’Ice segue diverse settimane di addestramento presso il Federal Law Enforcement Training Center di Brunswick, in Georgia. A cinque ore di distanza, presso la base dell’esercito Usa di Fort Benning, vicino a Columbus, l’Ice conduce un addestramento tattico più specializzato per le sue unità d’élite. Con l’espansione delle squadre di intervento speciale dell’Ice, è aumentata anche la programmazione presso la base militare. L’Ice affitta poligoni di tiro in tutto il paese per i suoi agenti; il Minnesota è il secondo stato con la spesa più alta in contratti per poligoni di tiro, dopo il Texas . I metodi di addestramento dell’Ice a Fort Benning sono già stati oggetto di critica. Nel 2019, durante la prima amministrazione Trump, l’agenzia ha firmato un contratto con l’appaltatore militare Strategic Operations, Inc., per costruire il suo «centro tattico operativo» presso la base militare, che includeva una replica «iperrealistica» di una casa in Arizona e un complesso di appartamenti a Chicago, al fine di addestrare i suoi agenti a una presunta «guerra urbana». Nel 2024, Strategic Operations ha ricevuto dall’Ice un successivo contratto da 975.000 dollari per un’altra «struttura di addestramento modulare» a Fort Benning, come mostrano i registri degli appalti. Secondo la revisione dei registri contrattuali da parte di Lever, dal primo settembre 2025 l’Ice ha già speso quasi 8 milioni di dollari in nuove attrezzature, tra cui proiettili di simulazione, auto da rottamare, equipaggiamento per l’addestramento dei cecchini e un modello di edificio, per vari corsi di addestramento, tra cui quello per l’addestramento tattico a Fort Benning. Per addestrare le sue squadre di cecchini e i gruppi di intervento speciali, l’Ice ha anche stipulato accordi con appaltatori militari e oscure società di sicurezza. A luglio, l’Ice ha assegnato un primo contratto da 23.000 dollari a RetIcence Group Llc, azienda di sicurezza con sede in Texas, per «addestramento specializzato all’uso di pistole e fucili da parte delle forze dell’ordine». L’azienda, guidata da due agenti Swat in Texas, si vanta di offrire «servizi di sicurezza armata segreti e riservati» per il settore privato, nonché «addestramento all’uso delle armi da fuoco oltre i limiti». Un altro contratto da fornitore unico per 35.000 dollari è stato assegnato a luglio a Path Consulting Llc, una società con sede a Virginia Beach che, secondo un bando di gara, fornisce «addestramento al fuoco vivo [nel combattimento ravvicinato]» e aiuterebbe una squadra di intervento speciale dell’Ice a «sviluppare nuove procedure operative standard». Sebbene il bando di gara indichi che Path Consulting Llc aveva collaborato in passato con Ice, nessun altro documento di appalto online ne menzionava il nome. Una chiamata a un numero di telefono collegato all’azienda è rimasta senza risposta. A settembre, l’Ice ha assegnato un contratto senza gara d’appalto a Target Down Group, una società di proprietà di Dan LaLota, fratello di Nick LaLota, che ha ricoperto la carica di rappresentante repubblicano degli Stati Uniti per il primo distretto congressuale di New York dal 2023. (Dan ha negato che suo fratello abbia avuto alcun ruolo nell’assegnazione quando gli è stato chiesto da Wired a settembre). La maggior parte dei dirigenti di Target Down Group sono veterani delle forze speciali statunitensi; il presidente della società, Dan LaLota, è un ex marine statunitense. Il sito web dell’azienda pubblicizza «corsi d’élite sulle armi da fuoco», basati su «anni di esperienza come veterani delle Operazioni speciali dell’esercito statunitense». Nella giustificazione di settembre del Dipartimento per la sicurezza interna per il contratto senza gara d’appalto, i funzionari hanno scritto che l’Ice aveva «l’esigenza immediata di procurarsi armi di precisione e capacità di osservazione specializzate per il programma nazionale di cecchini dello Special Response Team (Srt)». «Gli agenti delle forze dell’ordine dell’Ice hanno un lavoro molto impegnativo da svolgere – ha scritto LaLota in risposta alla richiesta di commento di Lever – Il Target Down Group è onorato di aver fornito loro la formazione necessaria per assisterli nello svolgimento dei loro compiti». Gli altri contractors della formazione Ice menzionati in questo articolo non hanno risposto alle richieste di informazioni, né lo ha fatto l’Ice. *Katya Schwenk è una giornalista di Lever e vive Phoenix, Arizona. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è apparso su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo I loschi appalti della formazione Ice proviene da Jacobin Italia.
L’attacco ad Aska bene comune
Articolo di Rocco Alessio Albanese Flashback. Il giorno è il 3 ottobre 2025, e l’Italia è ferma perché è stata bloccata dallo sciopero generale. Convocato da Cgil e sindacati di base con una intelligente (ma rara, come poi purtroppo è stato facile tornare a constatare) scelta di convergenza, lo sciopero di quasi tre mesi fa è stato in tutto il paese una giornata di mobilitazione e di lotta come non se ne vedevano da quindici anni. Con una partecipazione straordinariamente ricca – animata da un senso quasi sorridente (se così si può dire, in un mondo terrificante) di risveglio collettivo, e quindi capace di stare in piazza in maniere determinate e conflittuali – milioni di persone hanno invocato libertà e giustizia per la Palestina. Hanno manifestato un rifiuto radicale delle politiche genocide, coloniali e di apartheid dello Stato di Israele. Hanno esteso questo rifiuto a un intero mondo – il nostro ipocrita mondo politico, economico e mediatico-culturale – che per lo più sorregge quel progetto di oppressione e di morte, e ne è complice (basta pensare ai contratti di Leonardo, recentemente contestati davanti al Tribunale di Roma). Vivere e sentire, dopo molti anni, la possibilità e l’esistenza di una mobilitazione di massa, è stato per molte persone qualcosa di liberatorio. Ciò è valso per chi vive ogni giorno una vita «normale», e forse è valso a maggior ragione, e in modo più intenso, per chi dedica quotidianamente energie e tempo alla militanza e all’attivismo. In questo senso, la potenza e la trasversalità delle manifestazioni di inizio autunno non possono che stimolare a riflettere su come (con quali premesse e posture, con quali impatti) le organizzazioni politiche e sociali percepiscono e interpretano il proprio ruolo quando, nella società, avvengono attivazioni massicce. Specie in un contesto come quello italiano, una riflessione di questo tipo sarebbe piuttosto opportuna e urgente, ponendo interrogativi di fondo sulle culture e le pratiche politiche che sorreggono collettivi e movimenti e che da essi sono riprodotte.  Come fare i conti con approcci muscolari, performativi, iper-competitivi e in fin dei conti machisti, ben radicati nelle nostre organizzazioni politiche e sociali? Come mettere le aree politiche organizzate il più possibile al servizio di chiunque sia intenzionata a dare un contributo? Come scongiurare il rischio di trattare in modo strumentale – nelle riunioni e nelle piazze – le persone comuni, allontanandole da una partecipazione di lungo periodo? Come evitare di frustrare tanti sforzi di elaborazione e di organizzazione, contribuendo davvero a che le mobilitazioni cambino, in profondità e a ogni livello, i rapporti di forza nel paese, istituendo nuove normalità e mutati baricentri? Come superare la confusione, sempre in agguato, tra la possibile potenza politica delle narrazioni e le visioni romanticizzate o perfino mistiche dei movimenti? Come prendere congedo da posture narcisiste, spesso perpetuate nell’esercizio di un potere che ci si illude di avere mentre, «là fuori», i capitalismi occidentali apparecchiano un feroce delirio di povertà e discriminazioni, crisi e guerre, fascismi suprematisti e genocidio? Soffermarsi sulle manifestazioni per la Palestina e sulle domande di fondo che queste mobilitazioni hanno suggerito è un punto di partenza per riflettere attorno e oltre lo sgombero di Askatasuna. In effetti, la reazione a giornate di lotta come il 3 ottobre è esattamente quel che sta attorno a questo sgombero. Ed è il contesto che stiamo vivendo. Con buona pace di chi, facendo fatica a nominare l’attualità dei fascismi contemporanei, formula pensose avvertenze sul fascismo storico, non è fuori luogo dire che quanto successo ad Askatasuna e alle persone che ne animano il percorso abbia anche – e molto – a che fare con i bisogni di un governo sempre più scopertamente fascista. Anzitutto, colpire in modo «spettacolare» Aska ha significato regolare alcuni conti con l’imprevisto rappresentato dalle mobilitazioni per la Palestina e dal loro potenziale. Com’è infatti chiaro a tutte le persone che attraversano quotidianamente il quartiere torinese di Vanchiglia, il metodo scelto per questo regolamento di conti è stato quello di una vera e propria intimidazione di Stato. Dal 18 dicembre, centinaia di famiglie e migliaia di persone hanno vissuto in un quartiere in stato di assedio militare, con la negazione di diritti fondamentali come quello alla circolazione e alla scuola. Per non parlare dei modi in cui le cosiddette forze dell’ordine hanno «gestito» la piazza: basti pensare alla serata del 18 dicembre, con migliaia di manifestanti pacifiche circondate su corso regina Margherita, il traffico della città lasciato allo sbaraglio, idranti e lacrimogeni usati in modo spasmodico in pieno centro e perfino nei pressi dell’ospedale Gradenigo. Il governo, del resto, non aspetta altro che passi falsi, veri o presunti, per poter dispiegare il proprio disegno reazionario. Così è per ogni dichiarazione di Francesca Albanese. Così è stato per la vicenda gravissima (e per ora finita bene, fortunatamente) dell’imam Mohamed Shahin. E, pure per Askatasuna, si può dire che la discutibile azione alla redazione de La Stampa abbia avuto esattamente questa funzione.  Il governo, nelle persone dei ministri dell’Interno e degli Esteri, lo ha sostanzialmente rivendicato: hanno deciso di affermare una connessione tra mobilitazioni per la Palestina e lo sgombero di Askatasuna. Hanno usato la violenza e la repressione in una forzatura del tutto sproporzionata rispetto a quelle (l’azione presso la redazione vuota de La Stampa, così come alcuni fatti avvenuti durante le massicce manifestazioni di fine settembre e inizio ottobre) che, in tesi, l’avrebbero preceduta. La strategia – si badi: la strategia del governo; la strategia che si vorrebbe dello Stato – è piuttosto evidente. Il messaggio è: si senta intimorita, minacciata e potenzialmente in pericolo ogni persona che, organizzandosi nella società e praticando conflitti sociali, ricerca un mondo basato sull’antifascismo e sulla giustizia economica e sociale, ambientale, razziale e di genere. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si sa: i fascisti, anche e soprattutto al governo, non cambiano e sono così: cialtroni e servi con chi ha il potere; feroci e violenti con chi è fragile e/o dissente.  Nell’intimidazione di Stato messa in scena a Torino attorno allo sgombero di Askatasuna sembra possibile, però, cogliere alcuni elementi di novità. Primo: una volontà politica repressiva diretta da una chiara regia dall’alto, come da tempo non si vedeva in Italia. Secondo: l’uso consapevole della repressione per creare diversivi rispetto a un’agenda politica «spinosa», così da impedire che si parli in modo approfondito di come il governo e la maggioranza stanno devastando economicamente e socialmente, e orbanizzando politicamente, il paese. Terzo: la disponibilità crescente (Aska non è una «prima volta», in questo senso; c’è già stato lo sgombero del Leoncavallo a Milano) a muovere, da Roma, leve volte ad attaccare, al livello territoriale, una diversa e sgradita maggioranza politica.  Insieme a molte altre possibili (un esempio per tutti: ciò che riguarda l’università pubblica), queste ultime considerazioni consentono di vedere quello che mi pare un salto di qualità nell’offensiva fascista di governo. E nominare un tale approfondimento e allargamento della violenza istituzionale può essere utile. Il principio di realtà impone, infatti, di avere una chiara consapevolezza del contesto in cui ci muoviamo, e dei rapporti di forza di cui dobbiamo tenere conto per non finire con l’essere velleitari o, peggio, controproducenti. Sintonizzarsi sulla dialettica tra livelli nazionale e locale consente, inoltre, di posare lo sguardo oltre, per così dire, lo sgombero di Askatasuna. Non è esagerato, allora, ipotizzare – come ha fatto nei giorni scorsi Marco Grimaldi, deputato torinese di Avs – che l’intimidazione di Stato concretizzatasi nello sgombero di Askatasuna avesse anche un obiettivo istituzionale: la timida maggioranza di centro-sinistra che governa attualmente a Torino. In molte abbiamo avuto questa impressione, in effetti, leggendo il comunicato diramato dal sindaco Stefano Lo Russo la mattina del 18 dicembre. Con la fretta di chi non vede l’ora di potersi liberare di una patata bollente, e con un testo che è sembrato la nota di un ufficio legale appena sveglio, mentre una sedicente perquisizione assumeva le sembianze di un vero e proprio sgombero, il sindaco si è limitato a esercitare, in nome e per conto della città di Torino, il diritto di recesso dal patto di collaborazione concluso, con riguardo ad alcuni spazi di corso regina Margherita 47, nel marzo 2025 con quattro persone fisiche e due associazioni sportive dilettantistiche.  Sul piano politico, la posizione così inizialmente assunta da Lo Russo è apparsa particolarmente grave. Il 18 dicembre il sindaco ha rinunciato, di fatto, al suo ruolo di primo cittadino, preoccupandosi soltanto di allontanare il coinvolgimento giuridico dell’amministrazione locale negli spazi di Askatasuna e di difendere la regolarità formale delle azioni del governo e delle cosiddette forze dell’ordine. Non può essere casuale che questo approccio, a dir poco maldestro e forse davvero intimorito, sia stato ribaltato dallo stesso Lo Russo in poco più di 24 ore. In un video diffuso il 19 dicembre, infatti, il sindaco ha confermato che gli spazi di corso regina Margherita 47 sono e restano un bene comune urbano della città di Torino, su cui l’amministrazione comunale non sarebbe disposta a dismettere il proprio investimento giuridico e istituzionale. Diventa chiaro, allora, che andare oltre lo sgombero di Askatasuna significa anche spostare l’attenzione sul piano giuridico e sulle implicazioni politiche che il diritto può avere. La questione può riassumersi in questi termini. A Torino era – e, malgrado tutto, potrebbe ancora essere – in corso, in un preoccupante contesto di crescente criminalizzazione, un tentativo delicato e sfidante: quello di ricondurre l’esperienza di occupazione quasi trentennale di Askatasuna al diritto dei beni comuni urbani, prima nella forma di un patto di collaborazione e poi, magari, con strumenti di auto-governo, previsti dal Regolamento comunale del 2019 e più capaci di valorizzare l’autonomia collettiva della cittadinanza.  Al di là del recesso del Comune (che sarebbe basato sul «non rispetto dell’interdizione dell’accesso ai locali dei piani superiori del fabbricato» – clausola 9 comma 1 del patto di collaborazione), si trattava e si tratta di un percorso perfettamente plausibile dal punto di vista tecnico e amministrativo. Non può quindi stupire che il suo avvio abbia mandato in crash la classe dirigente post-fascista locale. La Regione, sotto l’impulso dell’assessore Maurizio Marrone e del consigliere Fabrizio Ricca, ha legiferato sulla materia dei beni comuni per cercare, senza successo, di sabotare giuridicamente l’operato della città di Torino. A Roma, Augusta Montaruli non ha mai perso occasione per dedicare la sua attività parlamentare ad Askatasuna. I fatti di questi giorni sono anche una radicalizzazione e una concretizzazione di questi tentativi di annichilire un’ipotesi politica e istituzionale innovativa e imprevista. Ma forse quel che più conta, a questo proposito, non sono le reazioni repressive che vengono agite da destra. Forse è più interessante dirci che mettere il discorso sui beni comuni urbani al servizio di corso regina Margherita 47 è qualcosa che arriva a chiamare in causa sia le relazioni profonde tra diritto e città, sia i cambiamenti di identità e culture politiche molto radicate e tradizionalmente ostili. Sul piano giuridico, provare a pensare e a praticare l’Aska come un bene comune non è e non può essere un’operazione che risponde solo a legittime ragioni «tattiche». Al contrario, questo tentativo rappresenta un’opportunità sistemica. Se l’Aska può essere qualificato e gestito in forme in parte rinnovate, ciò significa che le riflessioni e le pratiche sui beni comuni urbani possono sfuggire alle tendenze che, negli ultimi anni, ne hanno promosso la sterilizzazione giuridica e politica. In altri termini, Aska può essere un bene comune se si rigetta l’idea che, nelle città, gli unici beni comuni urbani ammessi siano quelli politicamente innocui: i proverbiali giardinetti curati dalla solita associazione di quartiere (fatta, magari, da persone abbienti, bianche, per lo più anziane e munite di cittadinanza italiana).  Non è inutile, a tal proposito, ricordare che i beni comuni sono di tutte e tutti, e anche di ciascuna e di ciascuno; e che ciò significa che essi sono, giuridicamente, una sfida profonda alle logiche dell’appropriazione estrattiva, dell’accumulazione individuale, della mercificazione mercantile. Che i beni comuni, se presi sul serio, non possano essere un dispositivo «neutrale», lo si vede proprio nei contesti urbani, sempre più investiti dai modi in cui le logiche appena evocate dispiegano la violenza del capitalismo nei luoghi quotidiani delle nostre vite. È negli spazi sempre più plurali e contraddittori delle città che – tramite riflessioni pazienti e pratiche ricche di cura – i beni comuni possono affermarsi come veicoli di istituzione giuridica del collettivo. Dove «collettivo» significa, in via di principio, sia la cooperazione di chiunque voglia esserci, sia una conflittualità che – lungi dall’essere eliminata dalle pulsioni di pacificazione autoritaria dei fascisti – sia capace di fiorire, restituendo a rinnovati circuiti di partecipazione democratica negoziazioni e decisioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle città. Ammettere che questa ipotesi giuridica è plausibile, però, impone di mettersi in discussione sul terreno delle identità e delle culture politiche. Questa campana suona per tutte e tutti, e nel caso di Askatasuna suona in particolare per i partiti torinesi (specie il Partito democratico, uno dei più tradizionalmente destrorsi in circolazione) e per un’area come Autonomia Contropotere. Non si tratta solo di riconoscere che il mondo e l’Italia sono completamente cambiati o di andare alla ricerca di capi da cospargere di cenere. Si tratta, molto più in profondità, di fare fino in fondo i conti con noi stesse. Di capire che il principio e la pratica della convergenza – che poi significa, anzitutto, lealtà nei modi in cui cooperiamo o abbiamo conflitti – non possono che essere una stella polare in questo mondo terrificante.  Quello che possiamo imparare da questa vicenda di assedio, sgombero e futuri possibili, è come praticare, in modi insieme pragmatici e strategici, l’azione politica in contesti fatti di storicità, contraddizioni, stratificazioni. Anche nel percorso che, attraverso un’assemblea convocata per il 17 gennaio e altre occasioni di incontro collettivo, porterà alla manifestazione nazionale di Torino del prossimo 31 gennaio, in questi contesti possiamo pure dire «autonomia», ma non possiamo che intendere «relazione» e «interdipendenza». Uno scenario, questo, in cui occorre accettare la sfida di pensare l’autonomia oltre il primato della politica partitica e rappresentativa, e forse anche al di là dell’idea di un contropotere a quel primato speculare. Se, dunque, dire che Askatasuna è un bene comune può significare tutto questo, a valle del ragionamento non resta che un proposito per l’avvenire: quello di essere all’altezza dello sguardo di Audre Lourde, che ci ricorda come «è nel doloroso processo di trasformazione attraverso la rabbia che identifichiamo chi sono i nostri alleati con cui abbiamo grosse divergenze, e chi sono i nostri veri nemici». Hanno sgomberato l’Aska, viva Askatasuna! *Rocco Alessio Albanese è un attivista di Co.Mu.Net Officine Corsare e un ciclista della domenica. Insegna diritto privato all’Università del Piemonte Orientale e, tra le altre cose, ha scritto Nel prisma dei beni comuni. Contratto e governo del territorio (2020). L'articolo L’attacco ad Aska bene comune proviene da Jacobin Italia.
Né turbanti né re: ribellarsi è giusto
Articolo di Salvatore Cannavò «Né turbante né corona, né chierico né re». Lo slogan proposto dall’attivista iraniana Maryam Nariaze ha il pregio di fissare in un’immagine perché sia possibile solidarizzare con la rivolta iraniana senza aggregarsi al coro imperialista che reclama l’intervento degli Stati uniti, e di Israele, e senza sposare la causa del ritorno della monarchia. Da diversi anni c’è un veleno che intossica il dibattito sulle questioni internazionali ed è quello del realismo geopolitico che descrive una realtà globale fatta da campi opposti in presunta lotta tra loro tra i quali occorre scegliere per non disperdere le forze. Bisogna stare con Hamas contro Israele, con Putin contro la Nato, con la Cina contro gli Stati uniti. Perdendo di vista le complessità e le sfumature che invece dipingono di colori la realtà e la rendono molto più intellegibile. Questa polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni si è aggravata in epoca di social media, piattaforme che da tempo ormai hanno ucciso la possibilità di dibattere lasciando solo il campo a contrapposizioni tra «bolle» armate l’una contro l’altra. Ma non si tratta di fare l’elogio di un terzismo di maniera o della complessità del dibattere: quello che la polarizzazione ha schiacciato, grazie all’enorme debolezza della sinistra di classe in tutto il mondo, è un preciso punto di vista. Il realismo geopolitico uccide l’esistenza e quindi il protagonismo di una visione internazionalista che assume i bisogni e i diritti dei popoli e in particolare del popolo della svariata e frammentata working class, come prisma con cui filtrare i vari accadimenti.  La logica del posizionamento nel campo dei rapporti di forza internazionale esigerebbe quindi che di fronte alla minaccia di intervento armato imperialista e sionista, ben visto all’opera nel caso del Venezuela, si debba stringersi a difesa di regimi impresentabili e ostili agli interessi di ciò a cui noi stessi apparteniamo, siano essi lavoratori e lavoratrici del Venezuela o giovani ribelli dell’Iran in subbuglio. Questo punto di vista va invece rivendicato e fatto vivere nella realtà di una mobilitazione che non deve sottostimare il peso delle dinamiche globali, ma che deve provare a difendere la propria esistenza in vita. È ormai chiaro a chiunque che l’Iran del 2026 è «scosso da una crisi strutturale di legittimità ed efficacia che influisce gravemente sulla sua capacità di sopravvivenza». I dati sull’inflazione schizzata del 50% in un anno e con il dollaro scambiato contro un milione e mezzo di rial è ormai nota. Il ruolo dei bazari accanto a studenti delle università e giovani donne che non hanno dimenticato la forza del movimento Donna, Vita e Libertà del 2022-23, anche. Questa crisi è intimamente connessa, ovviamente, alla crisi internazionale, alle conseguenze del criminale bombardamento israeliano subito da Teheran lo scorso luglio, dall’embargo e dall’isolamento internazionale. Ma si tratta di una crisi che mette in rilievo la sempre più marcata illegittimità di un regime che è stato costretto a reagire con una repressione interna ferocissima. Al di là dei numeri sui manifestanti morti, è chiaro dalle notizie che giungono sommariamente dall’Iran, dalla decisione di chiudere la rete web e dalle immagini, verificate, di cadaveri distesi in strada, che l’uccisione di chi manifesta costituisce una risposta ormai sdoganata come ultima ratio da parte di chi non vuole perdere il potere. Le manifestazioni sono difficili da decifrare. Ne ha offerto una possibile descrizione il sociologo del Boston College, e iraniano, Ali Kadivar: «Gli slogan più comuni sono esplicitamente anti-regime. Si rivolgono direttamente alla leadership della Repubblica Islamica – in particolare ad Ali Khamenei – e lasciano poca ambiguità sulla richiesta dei manifestanti di rovesciare il regime». Dietro questa direzione ben precisa si trovano poi istanze e moventi diversi tra loro, riscontrabili ad esempio, scrive ancora Kadivar, nei canti e nei cori sentiti nelle strade. Canti sulla libertà dei diritti contro le restrizioni della vita sociale iraniana; slogan pro-monarchia, che esistono ovviamente e costituiscono uno dei problemi del futuro Iran, ma anche slogan anti-monarchici, in particolare nelle zone azere (ad esempio: «L’Azerbaijan è onore; Pahlavi non ha onore»); canti, infine, nazionalisti, legati alla necessità di un «Iran-first» con il benessere della popolazione, e non le ambizioni geopolitiche, al centro. Si tratta quindi di un movimento ampio, sempre che riesca a resistere alla dura repressione, e che viene inserito soprattutto nella definizione di “coalizione negativa”, unito nell’opposizione al regime ma senza una capacità di prospettare un’alternativa. Ma si tratta di una caratteristica diffusa e comune a molte delle rivoluzioni di questo inizio di secolo che soffrono dell’assenza di punti di riferimento progressivi e credibili e che, come tutti noi, vivono nella morsa di alternative offerte dal capitalismo globale che risultano atroci. Il fatto che tra le soluzioni possibili della rivolta iraniana non se ne intraveda una positiva, o addirittura non se ne intraveda nessuna, non è un motivo per impedirci di manifestare solidarietà alla popolazione in rivolta. Anzi, l’assenza di solidarietà costituirebbe esattamente un ulteriore appoggio alle manovre di chi sta prefigurando il ritorno della monarchia – che ha lastricato di sangue e povertà l’Iran negli anni di regno dello Scià, particolare che si dimentica troppo facilmente – e la rinuncia a proporre visioni diverse e relazioni internazionali tra movimenti in lotta che restano un carburante necessario a costruire un altro mondo. Appaiono del tutto risibili i tentativi della destra e di solerti opinionisti liberali che deridono i movimenti e le sinistre per la loro capacità di indignarsi e mobilitarsi su Gaza, ad esempio, e l’incapacità di impugnare la bandiera di libertà che chiede spazio in Iran. Risibili perché le manifestazioni sono figlie di processi reali, congiunzioni politiche, e anche morali, tra la situazione presente, la sua percezione e i sussulti di persone in carne e ossa. Ma quei tentativi, peraltro goffi, hanno un altro obiettivo, molto più grave: quello di delegittimare le imponenti manifestazioni che si sono tenute tra settembre e ottobre del 2025 a fianco della popolazione di Gaza e contro il genocidio israeliano.  Un movimento che a distanza di mesi resta uno spauracchio del governo Meloni e della politica istituzionale, preoccupata di un’opinione pubblica in grado di mettere profondamente in discussione la logica di guerra oltre che il ruolo e lo status di alleato preferito ricoperto da Israele. La polemica è strumentale e anche ipocrita perché fa finta di non sapere che le mobilitazioni sono tanto più forti quanto restituiscono la percezione di un’influenza reale: quelle contro il proprio governo e le sue alleanze sono le più incisive e in quel caso si trattava di accusare i rapporti di ferro tra Italia e Israele. Ma nel caso di Gaza c’era anche di più: la concretezza mutualistica di un’azione di solidarietà internazionale, la Flotilla, che intendeva sbarcare in Palestina per portare aiuti. Un gesto dirompente se fosse riuscito, in grado di spezzare non più solo simbolicamente l’isolamento prigioniero di cui Gaza soffre da decenni.  Questa dinamica non esiste e non può esistere in Iran, ma questo non toglie che movimenti in carne e ossa, come ha dimostrato essere Donne, Vita e Libertà, si rafforzino e respirino la spinta che viene dalla solidarietà, unico ingrediente per poter tessere relazioni stabili e strutturate, quelle che che mancano da troppo tempo su scala internazionale e la cui assenza, non a caso, oggi pesa in modo rilevante. Manifestare solidarietà agli iraniani e alle iraniane in lotta sotto il fuoco criminale di un regime autoritario e regressivo costituisce l’unico mezzo per potersi opporre credibilmente alla nuova dimostrazione di forza statunitense. L’attacco militare che Donald Trump sta ipotizzando proprio in queste ore, costituisce l’ulteriore prova di un’aggressività imperiale che si dispiega in diverse parti del mondo e che nell’area mediorientale si nutre anche delle mire espansionistiche di Israele. Dietro la vicenda iraniana c’è l’obiettivo di «pacificare» in salsa occidentale la nuova Siria, sterilizzare l’anomalia curda, mettere a tacere le voci dissonanti nell’area e costruire il quadro più favorevole per impedire qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Una prospettiva terrea, di cui beneficerà solo Israele.  Mettere in connessione movimenti di resistenza sociale è una delle forme per contrastare il nuovo imperialismo occidentale – a cui si contrappone, su scala secondaria, ma reale, anche l’imperialismo russo e quello cinese – e solidarizzare con la rivolta iraniana è anche il solo strumento che abbiamo per poter rafforzare un’opzione laica, sociale e progressista nel possibile nuovo Iran che domani si andrà costruendo. Dentro quello spazio fisico e politico non può esistere solo l’opzione monarchica spalleggiata dagli sceriffi di Washington e Tel Aviv. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo Né turbanti né re: ribellarsi è giusto proviene da Jacobin Italia.
Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese
Articolo di Greta Verasani, Sara Ramzi Sono passati due anni dal 7 ottobre 2023 e 78 anni dal Piano di Partizione della Palestina del 1947 che, insieme alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla Nakba, segna l’inizio del più controverso regime di apartheid della storia contemporanea. Siamo nel gennaio del 2026 e una giuria italiana si trova a emettere una sentenza sulla legittimità della resistenza palestinese: succede in Abruzzo, dove tre cittadini palestinesi, Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh rischiano una condanna di 12, 9 e 7 anni di reclusione per terrorismo internazionale.  La richiesta di pena è stata formulata dal Pubblico Ministero davanti alla Corte d’Assise de L’Aquila, sulla base dell’articolo 270 bis del codice penale intitolato «Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale», in questo caso, diretta verso uno Stato estero, Israele. Yaeesh è accusato di finanziare e coordinare dall’Italia il Gruppo di Risposta Rapida della Brigata Tulkarem, gruppo di resistenza armata che combatte l’occupazione israeliana in Cisgiordania. La vicenda nasce da una richiesta di estradizione israeliana solo per Anan Yaeesh e si evolve in un procedimento italiano che coinvolge anche i suoi concittadini Irar e Doghmosh. Il processo, iniziato lo scorso aprile, si rivela lo specchio dello sguardo occidentale sull’occupazione israeliana in Palestina: mostra quali forme di violenza giustifichiamo e quali ci spaventano, mette in luce l’incapacità di un diritto universalista di comprendere la vita nei Territori occupati in Palestina e riflette le disparità generate dalla collaborazione con lo Stato di Israele. CHI È ANAN YAEESH Anan Yaeesh trascorre la maggior parte della sua vita a Tulkarem, città della Cisgiordania nord-occidentale che ospita due campi profughi, Tulkarem e Noor Shams. La sua attività politica ha inizio all’età di quindici anni durante la Seconda Intifada, quando i militari israeliani uccidono la sua ragazza a uno dei tanti checkpoint disseminati nella West Bank. Dopo aver dormito per giorni sulla tomba della compagna, Anan si avvicina alla Brigata dei Martiri di al-Aqsa, un gruppo armato impegnato nella lotta per la liberazione della Palestina associato ad al-Fatah, principale forza politica dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ottenendo per il suo impegno il riconoscimento dell’allora presidente Yasser Arafat.  Lo spessore politico della sua figura diviene evidente quando, secondo i suoi racconti, la sua testa viene inserita da Israele tra le condizioni dell’accordo di pace con le autorità palestinesi al termine della Seconda Intifada. Racconta di essere stato arrestato con finalità di protezione a Gerico e di essere così scampato alla morte. Nel dicembre 2006 è vittima di un tentato assassinio. Mentre era in un bar con due amici – di cui uno si rivelerà una spia – alcuni agenti israeliani in borghese fanno irruzione e aprono il fuoco. Anan viene trafitto al volto e alle gambe e viene trasferito nell’ospedale di Tel Aviv, per poi essere nuovamente imprigionato e scontare 3 anni di reclusione. Nel 2013 lascia la Palestina. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale.  Il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem, di cui è accusato di far parte, viene fondato intorno al 2022 quando Anan ha già lasciato la Palestina. È una formazione di resistenza armata originariamente costituita da persone vicine alla Brigata dei Martiri di Al Aqsa che riunisce diversi combattenti a prescindere dalle loro divisioni politiche, partendo dall’esigenza comune di rispondere alla crescente violenza delle forze armate israeliane (Idf) in Cisgiordania. L’ESTRADIZIONE E IL PROCEDIMENTO PENALE ITALIANO Anche dopo l’arrivo di Yaeesh in  Europa, Israele non smette di cercarlo. A gennaio 2024 lo Stato ebraico avanza una richiesta di estradizione al Ministero di Giustizia italiano. La richiesta viene accolta e inviata alla Corte d’Appello dell’Aquila, mentre Anan viene messo in custodia cautelare nel carcere di Terni. Il motivo della richiesta israeliana, emessa dalla Court Nof Hagalil di Nazareth riguarda la presunta partecipazione del giovane palestinese a un’organizzazione terroristica, il Gruppo di Risposta Rapida della Brigata Tulkarem.  La Corte d’Appello dell’Aquila, però, lo dichiara non estradabile per due motivi: il  primo è che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti»; il  secondo è che, a soli due giorni dal pronunciamento della Corte sull’estradizione, sopraggiunge un secondo procedimento penale, questa volta avanzato da una procura italiana, che lo vede accusato sostanzialmente degli stessi capi d’accusa formulati da Israele. Yaeesh, dunque, rimane in carcere. La natura associativa del capo di imputazione per organizzazione terroristica viene sostenuta attraverso il coinvolgimento di altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda.  Il breve tempo che intercorre tra la richiesta di estradizione israeliana e la partenza del procedimento penale italiano sullo stesso reato porta il Comitato Free Anan a interpretare il caso come un processo per procura: «La collaborazione italiana si è spinta fino al punto di processare dei palestinesi per procura, nel tentativo di criminalizzare il loro diritto a resistere», ha dichiarato il comitato in occasione di una delle prime manifestazioni di solidarietà tenutasi il 6 giugno scorso a Roma. La digos dell’Aquila, invece, sostiene di aver avviato gli accertamenti su Anan Yaeesh a seguito del 7 ottobre 2023, lasciando intendere di aver agito indipendentemente dalle autorità israeliane. TERRORISMO E RESISTENZA «Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Nelle dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dall’udienza preliminare del 26 febbraio scorso, Anan si definisce un resistente. Fin dal suo arrivo in Italia non nasconde la sua partecipazione ai gruppi di resistenza armata: lo aveva dichiarato già in occasione della Commissione Territoriale per la sua richiesta d’asilo. Quella stessa storia di vita raccontata per chiedere protezione è utilizzata dal Pubblico Ministero per avanzare l’accusa di terrorismo internazionale. L’impianto accusatorio è basato sulla definizione di terrorismo in tempo di pace, mentre i fatti oggetto d’accusa dovrebbero essere interpretati secondo il quadro giuridico dei conflitti armati nei contesti di occupazione. In questo quadro, le categorie giuridiche di riferimento sarebbero quelle del diritto internazionale sui crimini di guerra e contro l’umanità, nonché sull’autodeterminazione dei popoli, categorie assenti dal codice penale italiano. Per questo, la difesa si appella alla risoluzione Onu 37/42 del 1982 che riconosce la legittimità della lotta dei popoli per l’autodeterminazione e la liberazione dalla dominazione coloniale attraverso qualsiasi mezzo, inclusa la lotta armata. A complicare il quadro interviene la black list europea delle organizzazioni terroristiche, che include quasi tutti i gruppi di resistenza armata palestinesi dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina ad Hamas, inclusa la Brigata dei Martiri di Al Aqsa, da cui provenivano alcuni combattenti del Gruppo di Risposta Rapida uccisi nel 2023 dalle forze militari israeliane. Nel tentativo di sciogliere questa contraddizione e nell’intento di sospendere la custodia cautelare di Yaeesh, la difesa interpella la Corte di Cassazione. Questa rigetta l’appello, dichiarando che l’inclusione di un gruppo nella black list non ha diretto valore probatorio, ma che le chat estratte dal telefono di Anan sono sufficienti a sostenere i capi di imputazione e la pericolosità sociale. In particolare, una delle conversazioni tra Anan e un militante della Brigata Tulkarem in Palestina riguarda la pianificazione di un colpo diretto all’insediamento illegale di Avnei Hefetz, in Cisgiordania. Secondo il diritto internazionale umanitario nessuna situazione di conflitto può ledere obiettivi civili e la Convenzione di New York condanna qualsiasi atto deliberato contro «soggetti estranei al conflitto armato». La differenza tra resistenza e terrorismo risiede, allora, nella natura civile o militare degli obiettivi, in questo caso, di Avnei Hefetz. Un elemento difficile a cui risalire, dato che il colpo programmato non risulta essere mai avvenuto.  LA REALTÀ DELL’OCCUPAZIONE SFUGGE ALLE ASTRAZIONI DEL DIRITTO OCCIDENTALE I principi limpidi e logici del diritto diventano opachi quando applicati al contesto concreto della vita sotto occupazione. Fin dall’inizio, qualsiasi riferimento alla situazione palestinese, introdotto per contestualizzare i fatti oggetto del dibattimento, è stato delegittimato dalla Corte perché interpretato come un tentativo di politicizzare il processo. La difesa – composta da Ludovica Formoso, Flavio Rossi Albertini e Pamela Donnarumma – aveva presentato 47 testimoni che avrebbero potuto riferire sul contesto del conflitto armato, tra cui l’ex europarlamentare italiana Luisa Morgantini e la special rapporteur dell’Onu Francesca Albanese, ma di questi ne sono stati ammessi solo tre.  Quel contesto riesce, però, a farsi ascoltare attraverso le dichiarazioni rilasciate in aula da Francesco Chiodelli, docente di geografia umana ed economica al Politecnico di Torino. Il professore descrive l’insediamento illegale di Avnei Hefetz. La colonia è situata a sud-est di Tulkarem, nell’«area C» della Cisgiordania sotto il controllo israeliano. L’intero insediamento è permeato da una struttura di sicurezza militare e paramilitare. Alla sua entrata sono presenti 30 edifici dove i soldati vivono stabilmente e che circondano la zona residenziale. La presenza di una base militare sarebbe sufficiente ad abbandonare l’idea di un attacco contro civili, ma la struttura di sicurezza dell’intero insediamento rende ambigua la stessa distinzione tra civile e militare. La struttura è composta, secondo Chiodelli, da una successione di centri concentrici: «Il cerchio più esterno è composto dall’esercito israeliano. Il secondo, è composto dalla Kfir Brigade, i reparti dell’esercito che presidiano le colonie e i territori occupati. Nella fascia più interna operano ex soldati organizzati in unità di difesa civile armata». Anche i residenti sono armati, chi grazie ai permessi dallo Stato Israeliano, chi procurandosi illegalmente le armi. Il battaglione Kfir 97, fino a poco tempo fa presente nell’insediamento, era stato creato per agevolare l’arruolamento di israeliani ultraortodossi e dei membri dei Giovani delle Colline, una frangia fondamentalista che attacca le comunità palestinesi della Cisgiordania. Molti dei coloni, poi, sono riservisti: «Il processo utilizza categorie concettuali che sono allogene, estranee al territorio della West Bank – continua Chiodelli – Come definire cos’è un riservista? Oggi è un civile e domani è un militare. Un civile armato che fa le ronde insieme all’esercito e può sparare sui palestinesi o arrestarli è un civile?». Eppure, le categorie interpretative astratte del diritto sono l’unico elemento con cui il giudice italiano potrà stabilire la sua sentenza, dato che il colpo non si è mai verificato.  Oltre a costituire verosimilmente un obiettivo militare, Avnei Hefetz si trova al di fuori dei confini dello Stato di Israele. La sussistenza dell’accusa di terrorismo internazionale, non è scontata. Implica, infatti, il riconoscimento dello Stato estero obiettivo dell’associazione terroristica ed è resa possibile dalla sentenza della Cassazione sulla custodia cautelare di Anan che interpreta il concetto di Stato come soggetto di diritto che prescinde dalla dimensione territoriale. Lo Stato estero, quindi, verrebbe leso per il semplice fatto che i suoi cittadini siano destinatari della condotta terroristica, anche all’infuori dei suoi confini, cioè in Cisgiordania.  Secondo l’avvocato Rossi Albertini, la sentenza è in contrasto con il parere della Corte di Giustizia Internazionale che raccomanda di riconoscere i confini palestinesi e di non avanzare forme di collaborazione con Israele che sostengono le violazioni del diritto internazionale nei Territori occupati. Come sottolinea l’avvocato, il pronunciamento della Cassazione sul caso comporta una disparità di trattamento che ricalca le violazioni portate avanti dalle autorità israeliane: «E se dovessimo invertire le parti? Se in Italia ci fossero dei filo-israeliani radicalizzati che organizzassero con i coloni in Cisgiordania attentati contro la popolazione palestinese, la loro organizzazione non sarebbe punibile nel nostro paese». OLTRE IL CASO ANAN Il processo ad Anan, Ali e Mansour assume valenza internazionale sollevando questioni irrisolte in questo momento storico: il confine tra resistenza e terrorismo, la differenza tra civile e militare nel contesto degli insediamenti illegali, i cortocircuiti del diritto internazionale. Quello dei tre palestinesi residenti in Abruzzo, poi, non è un caso isolato. Si inserisce, infatti, in un cambiamento di strategia nelle indagini per terrorismo in cui il 7 ottobre 2023 rappresenta uno snodo fondamentale. In Italia sono vari gli episodi di repressione agita tramite arresti, fogli di via, trattenimenti in Cpr ed espulsioni, soprattutto nei confronti di persone di origine straniera. Gli stessi arresti di Anan – e poi quelli di Ali e Mansour – scattano dopo un «monitoraggio per l’individuazione di soggetti pericolosi anche per la sicurezza nazionale», come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.  Lo dimostra anche il caso dell’arresto, il 27 dicembre scorso, di nove persone, tra cui il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, con l’accusa di supporto al terrorismo internazionale attraverso finanziamenti ad associazioni dichiarate terroristiche da Israele. Ancora prima, Ahmed Salem, un ragazzo palestinese di 24 anni, è stato arrestato in attesa di processo per istigazione a delinquere e auto-addestramento con finalità di terrorismo. Salem, arrivato in Italia dai campi profughi in Libano per chiedere asilo, si trova ora nel carcere di Rossano Calabro con l’accusa di aver condivisio video che ritraevano azioni di resistenza armata palestinese. In questo clima la sentenza, prevista per il 16 gennaio, del processo celebrato a L’Aquila rappresenterà un precedente giudiziario importante. Gli avvocati della difesa hanno chiesto l’assoluzione dei tre imputati. Per Ali e Mansour è stata richiesta in via subordinata l’applicazione delle attenuanti generiche – derivanti dalla considerazione del contesto di occupazione – e l’attenuante per aver agito per alti valori morali e sociali. Anan non accetta compromessi, nessun attenuante: il riconoscimento della legittimità della resistenza armata o la condanna a 12 anni di reclusione. *Greta Veresani è una giornalista freelance. Ha studiato Global Studies alla Humboldt University di Berlino e si è formata alla scuola di giornalismo Lelio Basso. Si occupa di lavoro, ambiente e disuguaglianze globali con una lente femminista e decoloniale. È attualmente stagista a Irpi Media. Sara Ramzi è una giornalista freelance diplomata alla Scuola di Giornalismo Lelio Basso. Ha collaborato con Il manifesto, Domani e media regionali. Si occupa di migrazioni, giudiziaria e temi sociali. L'articolo Anan, l’Italia processa la resistenza palestinese proviene da Jacobin Italia.
Una moneta globale contro instabilità e guerra
Articolo di Marco Bertorello Una vecchia proposta non deve essere necessariamente una proposta vecchia. Può mantenere una stringente attualità. In particolare in relazione al contesto dato, alle condizioni rimaste inalterate nel tempo o che sono tornate simili.  UNA MONETA GLOBALE È il caso, per esempio, di una International Clearing Union, idea avanzata da John Maynard Keynes a proposito della creazione di una moneta globale, che avrebbe dovuto chiamarsi Bancor e funzionare come una sorta di «camera di compensazione» per favorire scambi commerciali e al contempo non far prevalere attori dominanti. Una proposta avanzata dall’economista britannico durante la Seconda guerra mondiale e che fu cestinata durante gli accordi di Bretton Woods a favore del dollaro, che allora divenne moneta di riserva internazionale evidenziando come gli Stati uniti fossero la principale potenza militare uscente dal secondo conflitto mondiale. Qualche anno dopo l’allora ministro delle finanze francese e poi presidente della repubblica, Valèry Giscard d’Estaing, lo avrebbe definito un «privilegio esorbitante». Una moneta per gli scambi globali viene oggi riproposta da Stefano Lucarelli in un agile quanto denso libretto dal titolo Il tempo di Ares. Un’analisi delle vicende economiche di quasi un secolo, che scorre in parallelo a continui, eruditi e piacevoli, richiami alla tradizione mitologica greca. Lucarelli descrive Ermes (il dio del commercio e dei ladri) come antesignano di Ares (il dio della guerra) per poi arrivare a Pan (il dio che si incontrava nei luoghi più oscuri e che rappresentava gli impulsi umani vitali da cui derivavano il panico come l’euforia). Si può intuire, dunque, quanto lo sviluppo di crescenti relazioni di scambio conduca a un mondo sempre più privo di regole, teso verso uno scontro che da semplicemente mercantilista rischia di diventare economico-militare per produrre un nuovo ordine sulle ceneri di quello precedente.  Questa parabola è il frutto di crescenti squilibri internazionali, dove esistono paesi che realizzano avanzi commerciali e altri deficit, di conseguenza dove vi sono paesi creditori e debitori. Occidente e Sud del mondo. In particolare Stati uniti e Cina. I primi principale potenza militare e detentori della prima moneta globale, la seconda indiscutibile potenza in ascesa, che da fabbrica del mondo sta diventando leader tecnologico ed economico autonomo con diffuse relazioni internazionali. Il bipolarismo in via di affermazione sta spingendo verso un confronto senza esclusione di colpi. Come il recente attacco statunitense al Venezuela sta a dimostrare. Un’aggressione per cui, come per le armi di distruzione di massa di cui sarebbe stato in possesso l’Iraq, nulla c’entra la droga, ma il petrolio che in questo caso Caracas fornisce a Pechino. Un intervento neppure per il petrolio in sé (di cui forse gli Usa neppure necessitano così tanto), ma di interdizione a ruolo e vantaggi cinesi in America latina. A questo punto, con lo scalpo del diritto internazionale nelle mani di Washington, forse la Cina potrà invadere Taiwan dentro uno scontro geopolitico esponenziale. SEMPRE PIÙ CONCENTRAZIONE Lucarelli riprende studi già effettuati con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti e che dimostrano, attraverso la messa in relazione di percorsi diretti e indiretti di quello che gli autori chiamano net control (cioè il controllo aziendale), come il numero di detentori di capitali vada restringendosi sostanzialmente. Tale riduzione conferma tuttora la validità della legge di concentrazione tendenziale o di «movimento» dei capitali, ai tempi individuata da Marx, e sottolinea una sorta di «coevoluzione» tra la concentrazione e le tensioni imperialistiche in corso. Il nuovo ordine internazionale si caratterizza, dunque, per spinte protezionistiche e sanzionatorie che danno vita a crescenti conflitti tra un blocco occidentale e uno orientale. In sostanza, quel che sta accadendo viene riassunto in «una particolare configurazione della centralizzazione dei capitali: dopo aver raggiunto un certo consolidamento all’interno della specializzazione produttiva internazionale, i capitali riconducibili ai paesi creditori hanno cominciato ad acquisire i capitali riconducibili ai paesi debitori, rompendo in tal modo gli equilibri del circuito finanziario e militare che ha dominato le relazioni internazionali almeno a partire dagli anni Novanta sino ad oggi». Lucarelli spiega come le due principali potenze, Usa e Cina, siano accomunate proprio dall’aumento della centralizzazione, dove l’80% delle azioni passa da una concentrazione del 3% a meno dell’1% negli Usa, mentre in Cina passa addirittura dal 13% a meno dell’1%. La meta è identica, ma con un ritmo differente. Pechino accelera, da paese last incomer, realizzando un percorso a tappe forzate per assumere un profilo adeguato alla contesa.  Il riciclo delle eccedenze, cioè i surplus commerciali, realizzate in oriente si riversano in occidente mirando non solo a investimenti di breve termine, ma a conquistare posizioni strategiche in settori chiave dell’economia, in particolare in Europa. Il quadro in via di affermazione, è la tesi principale di Lucarelli, dà vita a una competizione capitalistica mondiale che «genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi e tendono a liquidarli o a fagocitarli. La cosiddetta tendenza verso la “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani, col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono». Ne consegue un ribaltamento dei ruoli. I paesi occidentali da promotori della globalizzazione ne diventano vittime. Da qui i tentativi difensivi: tra protezionismo e friend-shoring per un’alleanza geopolitica in grado di reggere la competizione con il Sud-globale in ascesa. NUOVE OPPORTUNITÀ La concentrazione coniugata con la supercompetizione crea un contesto permanentemente instabile, con tensioni economiche che rischiano spesso di slittare in quelle militari. Con una portata sempre meno localizzata, come l’aggressione russa dell’Ucraina dimostra. I due poli, verrebbe da aggiungere, non sono monolitici. Se da un lato la Cina mette a valore la propria potenza industriale e le proprie capacità di penetrazione commerciale, dall’altro la Russia svolge il ruolo di potenza con grandi risorse energetiche in chiave militare. Intanto gli Usa, nella loro versione estrema trumpiana, tentano di costruire un nuovo blocco con al centro loro stessi, in una logica di potenza in declino, lontana anni luce da quella in ascesa dell’immediato secondo dopoguerra. Alla «generosità interessata» dei piani Marshall degli anni Cinquanta segue ora una logica «egoistica» che non fa sconti a nessuno, neppure ai propri alleati. L’Europa così diventa forse una delle principali vittime del nuovo panorama. Interrotti gli acquisti di gas russo, ora il Vecchio continente si trova sotto il ricatto del nuovo fornitore di energia: gli Stati uniti. Da qui i balbettii e i distinguo non solo sulla vicenda venezuelana, ma persino sul rischio di un’invasione della Groenlandia. In un contesto di ipercompetizione mercantilista che rischia di slittare in conflitto militare si può aprire l’era del dio Pan: era di panico, ma anche di ricostruzione di opportunità. Tradotto: dalla destabilizzazione possono nascere nuove occasioni per costruire un nuovo ordine economico-finanziario più stabile e all’insegna di scambi equi e pacifici.  Lucarelli quindi riparte dalle condizioni reali di affermazione della globalizzazione, innanzitutto dal suo portato di deregolamentazione finanziaria, e risale all’origine dei primi scricchiolii della globalizzazione a partire dalla crisi dei paesi asiatici nel 1997. Questi scricchiolii convincono Lucarelli dell’utilità di controlli internazionali di movimento di capitali e, perché no, aggiungerei, di repressione finanziaria vera e propria per scoraggiare atteggiamenti speculativi o eccessivamente rischiosi. Si domanda se oggi i banchieri centrali, incalzati dai venti di guerra, favoriscano lo scontro oppure nuove condizioni di pace. Da una parte c’è il rigore di bilancio, l’austerità sociale coniugata con il deciso aumento delle spese militari intese come strumento anticiclico, un progetto subalterno alle logiche di potenza trumpiane, dall’altra misure di «disarmo finanziario».  Ecco che emerge la proposta di cui si parlava all’inizio: l’istituzione di una banca centrale con una moneta che svolga la funzione di camera di compensazione internazionale, con facoltà di aumentare la liquidità per gli scambi internazionali. Utile a finanziare il commercio globale senza la necessità che i singoli Stati versino un acconto preliminare. Una moneta, dunque, con aperture di credito commisurate ai volumi di esportazioni e importazioni peculiari di ogni Stato. Tale regolamentazione consentirebbe di far coincidere i massimali di indebitamento con quelli di concessione di credito, evitando squilibri commerciali che graverebbero sui paesi debitori. In buona sostanza sarebbero previsti dei tassi negativi sia sugli accumuli di riserve sia sui debiti, incentivando scambi tendenzialmente simmetrici e sancendo così il principio che negli scambi internazionali deve esser previsto l’obbligo di saldare i debiti, ma anche di spendere i propri crediti, fuori da logiche di accumulazione infinita. Un’idea già evocata ai tempi di Keynes, ma rimasta una «possibilità inattuata». Un’idea che, riattualizzata, servirebbe non certo «per vincere la guerra, ma per “vincere la pace”». Lucarelli ha rilanciato il tema anche nel dibattito su un’alternativa economica promosso da Jacobin. GUERRE E STAGNAZIONE Aggiungo una  considerazione. Oltre ai processi di concentrazione, che sono fondamentali per comprendere il presente e i rischi del futuro, va considerato il crescente ingolfamento dell’economia di mercato. Cioè la sua ormai decennale (se non secolare) tendenza alla riduzione della crescita economica, in particolare nei paesi occidentali. I ritmi, capitalisticamente intesi, sono impietosi. Oggi in Italia festeggiamo un aumento del Pil dello 0,6% a fronte di decimali inferiori della Germania. Siamo lontani non solo dalla golden age dei Cinquanta e Sessanta, ma anche dagli anni Novanta. Tale tendenza risulta decisiva per comprendere le scelte dominanti attuali. Gli Usa non pensano più a guerre in giro per il mondo per accaparrarsi risorse energetiche, come ai tempi del loro predominio unipolare (vedi Iraq o Afganistan), ma alla costruzione del controllo di un’area strategica attigua geograficamente che ospiti catene del valore regionalizzate. Tale cambio di passo riconosce implicitamente il concorrente cinese ed è pronto a sacrificare persino gli storici alleati in una logica di sopravvivenza. Da qui i ponti, per quanto traballanti, offerti da Trump alla Russia nel conflitto con l’Ucraina e, soprattutto, il dichiarato intento di ridurre le proprie spese Nato.  La crisi che stanno attraversando gli Usa suggerisce che il paese sopporti a fatica le spese militari, in parte giudicate addirittura improprie. D’altronde ciò che Dwight Eisenhower definiva complesso «militar-industriale» non gioca più come un tempo quella funzione sistemica per gli assetti socio-economici. Da qui la progressiva riduzione delle spese militari dagli anni Sessanta al nuovo secolo in relazione al Pil. Con un nuovo aumento di spesa che arriva solo a partire dai conflitti con il mondo islamico nel XXI secolo, ma che risulta sempre più incompatibile con una crescita anemica ben al di sotto delle necessità di potenza che avrebbe Washington.  La Nato, poi, è un’alleanza che gli Stati uniti giudicano, in qualche misura, desueta. Ognuno dovrebbe spendere per giungere all’autosufficienza in difesa e tutela dei propri interessi. L’Europa paradossalmente pensa di approfittare di questo nuovo stato di guerra per imporre un deciso aumento delle spese militari, magari con riconversioni belliche di parte dell’industria civile, secondo una logica da keynesismo militare. Tali spese dovrebbero essere un volano per l’economia o, meglio, un volano di alcuni comparti industriali in un contesto stagnante e di si salvi chi può. Lo stato di guerra, dunque, non significa necessariamente guerre o maggiori guerre di tipo tradizionale, sebbene non si possano escludere come l’Ucraina ci insegna. Ma un sistema che risponde a necessità interne e più profonde, un dispositivo di disciplinamento sociale.  Lucarelli cita espressamente un lungimirante scritto di Raniero La Valle e Claudio Napoleoni del 1986, nel quale affermano come un sistema di guerra sia «un sistema dove le armi non sono solo strumenti militari di difesa, accessori e subordinati alla volontà generale, ma sono di fatto la massima struttura di potere della società, ciò che ne esprime e determina la vera natura; un sistema dove le armi non hanno solo una funzione militare, ma ancor più hanno una funzione politica; esse di fatto determinano la natura del regime politico, ne producono la costituzione materiale, segnano limiti rigidi alle possibilità di alternative e di mutamenti interni al sistema politico, fissano i confini di compatibilità dei suoi rapporti esterni e della sua politica internazionale, si impongono come fonte normativa primaria e architrave del sistema». Insomma molto di più di quella che denunciamo come guerra. *Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).  L'articolo Una moneta globale contro instabilità e guerra proviene da Jacobin Italia.
Primi passaggi contro la crisi
Articolo di Alessandro Volpi La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.  Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire  in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi. LIMITARE LA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione.  L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre una normativa, statale ed europea, che impedisca la corsa verso la finanza degli Stati uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macro aree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione deve rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.  RIDURRE GLI STRUMENTI FINANZIARI Serve una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute «diffuse» dell’altamente insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza e soprattutto a evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Mi riferisco agli strumenti della cosiddetta «democratizzazione» della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati, che sono in realtà lo strumento di tenuta del sistema capitalistico, attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza.  Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse nella direzione di consentire l’esplosione della finanza «derivata» nelle sue infinite forme  – basti pensare agli Etf, gli Exchange Traded Funds, ossia i fondi di investimento quotati sui mercati – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di questi strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale. TASSARE LA RENDITA FINANZIARIA È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria.  Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.  È poi superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese  e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.  RICOSTITUIRE IL CREDITO PUBBLICO Bisogna ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nell’erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dall’enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati uniti.  Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.  TUTELARE I PATRIMONI NATURALI È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalla garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi. PER UNA VERA BANCA CENTRALE PUBBLICA Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi.  In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre  proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva. Infine, per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorre rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift (la rete globale che permette a banche e istituti finanziari di comunicare in modo standardizzato per scambiarsi istruzioni e trasferimenti di denaro), avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.  *Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi ultimi libri sono Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024). 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