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«Meloni non si salva affatto»
Con il libro La continuità del male Tomaso Montanari fa la più classica delle operazioni: quella del bimbo che dice al mondo «il re è nudo». L’ipotesi di lavoro è dimostrare «perché la destra italiana è ancora fascista». Un dato che viene negato, per la verità più da settori dell’establishment e anche da una certa sinistra intellettuale che dalla destra al potere che invece non fa che ribadire, a ogni occasione utile, la propria distanza dai valori costituzionali nati dalla Resistenza e dall’antifascismo come accade puntualmente ogni 25 aprile. Infatti, dice Montanari, «George Orwell ha scritto che ‘per vedere quello che abbiamo sotto il naso occorre un grande sforzo’». Sotto al naso c’è «un serissimo pericolo» che in molti fingono di non vedere o sottovalutano nettamente mentre il Rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha deciso di dedicargli uno studio specifico di cui ci parla in questa intervista.  Qual è stato l’elemento più evidente e tangibile che balza agli occhi di studioso e anche di osservatore politico nel tracciare una linea di continuità tra l’attuale destra al potere e il fascismo storico? La sostituzione etnica e l’insistenza sulla Nazione. Quando Giorgia Meloni ha insistito per sostituire la «Repubblica» con la «Nazione» e sulla componente etnica che caratterizzerebbe la seconda mi sono allora chiesto cosa rappresenta la Nazione. Avevo scritto un libro sull’articolo 9 della Costituzione e credo di essere stato tra i primi a sottolineare che quell’articolo disegna un’idea di Nazione non basata sul sangue ma sulla cultura: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Si affermava letteralmente, quindi, che essendo «nazione di cultura», questa per definizione va intesa come aperta. Quest’idea è profondamente diversa da quello che si percepiva dai discorsi della presidente del Consiglio. Così ho preso i suoi libri, le carte ufficiali, i discorsi e ho trovato un sapore antico. Poi ho consultato la letteratura fascista, a partire dai discorsi di Mussolini e ho trovato una straordinaria coincidenza. Oggi, infatti, quando vengo attaccato violentemente dai giornali di destra non ne trovo nessuno che sia in grado di confutare il merito di quanto ho scritto.  Quali sono i pensatori-chiave incontrati in questa ricerca? Dove si abbevera la destra o comunque da dove trae, anche camuffandole, molte delle sue idee centrali? Sicuramente è centrale il lavoro culturale di Julius Evola, un autore che è vissuto ben dentro il dopoguerra, ma che aveva fatto in tempo a essere letto e apprezzato dallo stesso Mussolini. Ma quello che colpisce è che nel canone di continuità è presente anche Hitler con il suo Mein Kampf. Uno degli esempi più sconvolgenti è la costante citazione di Sparta. Giorgia Meloni si fa fotografare sorridente davanti all’immagine di sé stessa disegnata come un oplita spartano e le scuole giovanili di Fratelli d’Italia si chiamano agoghé, come quelle degli antichi spartani. Sparta è uno dei culti sostitutivi che servono per camuffare il riferimento alla gioventù hitleriana. Sparta è un mito diffusissimo in tutte le destre mondiali, il cui filo ci porta al dibattito dell’Ottocento e del primo Novecento, mentre sarà Franco Freda a tradurre i libri su Sparta. L’autore che più la esalta è Hitler. Sparta, a suo avviso, è uno Stato razzista, non nel senso di puro razzialmente, ma è un’esplicita società segregazionista con la città degli spartiati, cittadini per razza e merito, dei perieci membri di sangue ma non cittadini e infine degli iloti, vittime di un vero apartheid. Come scrive Hitler, «la sottomissione di 350.000 iloti a opera di 6.000 spartani era possibile solo come conseguenza della superiorità razziale degli spartani […] L’abbandono dei bambini malati, gracili, deformi – in altri termini la loro eliminazione – si dimostrava più giusta e mille volte più umana della sconsiderata follia dei giorni nostri». Qualcosa del genere si sente ancora oggi. E bisogna dire che non è un caso se sia stato proprio il premier israeliano Benjamin Netanyahu, pensando proprio al segregazionismo, a indicare Sparta come riferimento per Israele. Sparta è un travestimento che aiuta a sostanziare il concetto di «sostituzione etnica», anche questo non nuovo. Si trova nei testi degli anni Venti di Mussolini quando profetizza l’Europa che ci sarà negli anni Sessanta. Arrivata al governo la destra designa un ministero della Natalità e inizia a costruire il suo discorso sulla nascita di sangue come requisito centrale della Nazione. Nel libro si prende a riferimento un celebre discorso di Meloni sulla razza per dimostrare che in fondo non si distanzia dai concetti tradizionali del fascismo. Sì, una chiara sconfessione di tutte quelle letture che pur ammettendo uno stile fascista nella destra al potere, tendono a escludere la leader: «Almeno lei si salva». E invece non si salva affatto. La destra ha sempre cercato di far passare per «differenze etniche» le «differenze razziali» a partire dalle teorizzazioni di Alain de Benoist rivendicando il diritto alla difesa dell’identità dei popoli. Ma è la stessa Meloni ad ammettere di credere nell’esistenza delle razze. E infatti cita la voce Treccani – «nell’antropologia fisica del XIX sec. e dei primi decenni del XX, popolazione o gruppo di popolazioni che presentano caratteri fenotipici comuni…» spiegando agli interlocutori: «La razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo culturalmente». Cioè, è convinta che la razza «è cosa siamo fisicamente» anche se la genetica e la biologia hanno dimostrato da tempo che le razze umane semplicemente non esistono. E infatti cita solo la metà del lemma della Treccani dimenticando la seconda parte: «Tale suddivisione della specie umana ha costituito il preteso fondamento scientifico per una concezione delle razze umane come gruppi differenti da porre in rapporto gerarchico […] oggi il concetto di razza umana è considerato destituito di validità scientifica […]». Ma si legga l’inizio del Manifesto della razza (1938): «Le razze umane esistono. L’esistenza delle razze umane […] corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi […] Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti». La discontinuità su questo piano non esiste anche perché a certi concetti la destra crede davvero. Quando l’ex generale Roberto Vannacci dice che «una persona che ha i tratti somatici tipici del centro Africa – non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani», riferendosi alla pallavolista Paola Egonu, costruisce una differenza razziale che incide sulla cittadinanza e sul diritto a ottenerla. Se sei nato italiano puoi fare una strage, ma se sei nato da cittadini non italiani non puoi prendere in prestito nemmeno una mela. E questo lede in profondità l’articolo 3 della Costituzione. LEGGI ANCHE… FASCISMO ALL’ARMI SIAM FASCISTI Redazione Jacobin Italia Nel celebrare questa continuità, nel libro precisi che non stai ricorrendo alla categoria di Umberto Eco del «fascismo eterno». Qual è la differenza con quella costruzione che pure ha avuto fascino e presa per un certo tempo? Il fascismo eterno di Eco è una costruzione retoricamente interessante ma storicamente debole secondo cui il fascismo sarebbe un’idea eterna che ciclicamente si reincarna. Ma non è così. Quest’idea si è invece formata e nutrita concretamente in una concatenazione storica fatta di rimandi e richiami alla tradizione che arriva direttamente al regime senza soluzione di continuità. Si tratta classicamente di una traditio, cioè un passaggio di mano. Questo non vuol dire che oggi le destre siano nostalgiche delle camicie nere o dei riti di Predappio. I nostalgici sono stati i loro padri che dopo il ‘68 hanno iniziato a sembrare vecchie cariatidi e che sono stati soppiantati dai miti tolkeniani, dall’invenzione dei campi Hobbit, da espedienti discorsivi e di immaginazione che, pur basandosi sulla tradizione, dovevano comunque fare i conti con l’irruzione di modernità e innovazione che i movimenti giovanili hanno prodotto negli anni Settanta. Non si tratta di nostalgia, dunque, ma di credere profondamente a certe idee.  In questa continuità si respira un’aria di revanchismo, una reiterata intenzione di vendicare un torto subito, di restituire l’onore e i giusti diritti a chi è stato tenuto ai margini nel passato. Certamente in Fratelli d’Italia si tratta di stabilire la continuità con il Movimento sociale italiano, ma questa rivendicazione si estende fino al fascismo storico? Sì, e a dimostrarlo c’è un dato di fatto inconfutabile: il rifiuto della Costituzione nata proprio nella lotta al fascismo. Sono gli unici a non aver contribuito alla sua scrittura, a differenza anche dei monarchici. E infatti la rifiutano come dimostra il Referendum sulla giustizia. Della Costituzione a loro non piace in particolare il progetto egualitario essendo sostanzialmente anti-egualitari. E in questa distanza, questa negazione della carta comune della Repubblica, rivendicano i torti subiti, ad esempio quelli di Salò, confondendo il concetto di «pacificazione» con quello di «parificazione». Si rifiutano così di essere antifascisti perché non c’è mai stata un’accettazione dell’antifascismo storico che invece Gianfranco Fini aveva iniziato a fare. Fratelli d’Italia in fondo è una «rifondazione fascista» che ha reagito a un tradimento in quanto loro, secondo il mantra tolkeniano, non tradiscono perché «le radici non gelano». Nella destra al potere si osserva l’ossessione per il controllo della scuola e il costante invito, a sé stessi, al mondo di riferimento, in realtà non si sa bene a chi, a costruire una «cultura di destra». Ma in realtà non ci riescono. Perché? Per quello che Furio Jesi ha definito il problema delle «idee senza parole», citando Spengler. Giocano sulla narrazione, ma gli manca un contenuto; si rifanno a parole d’ordine, come «l’amore per la Nazione» o « la grandezza dell’italianità», ma poi non riempiono questa grandezza di alcun riferimento concreto che non sia la narrativa del «viva l’Italia». Come diceva Mussolini viene ripetuto ancora che «l’Italia è finalmente rispettata nel mondo» rendendosi anche ridicoli per questo. In realtà, la cultura di destra gli è difficile perché i contenuti sono vuoti e astratti, discorsivi e non incarnati in qualcosa di definito e affascinante per i giovani.  LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia Nel discorso pubblico, dibattito generico che ormai si fa soprattutto nei talk show o in qualche pamphlet usa e getta, questa continuità viene rigettata, negata, si sostiene che non siamo più di fronte al fascismo e che bisogna utilizzare nuove categorie. Storicamente a sinistra hanno avuto questa funzione persone come Luciano Violante e in modo più morbido l’ex presidente Giorgio Napolitano, ma penso anche a intellettuali come Paolo Mieli. Nella generazione di sinistra più anziana, probabilmente in buona fede, c’è l’insofferenza verso l’uso estensivo di «fascista» come insulto che è stato utilizzato abbondantemente dagli anni Settanta in poi. E personaggi che rappresentano questa sensibilità, come Massimo Cacciari, pensano che l’accusa di fascismo sia un argomento che non interessa a nessuno e con il quale non si vincono le elezioni. Per quanto riguarda un’espressione dell’establishment come Il Corriere della Sera, va detto invece che non è stato mai antifascista, ma anti-antifascista e c’è una letteratura che lo conferma. Parliamo dei degni eredi del liberalismo che cedette a Mussolini. Il massimo inserzionista del giornale Difesa della razza fu il vecchio Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat e senatore. Poi ci sono quelli che invece si rifiutano di studiare, di guardare ai contenuti, alla realtà. Negano la continuità fascista ma non ci dicono che cosa realmente sia, rappresenti, a cosa aspiri questa destra presunta nuova. Se non sono fascisti, cosa sono? Che progetto hanno?  Il tuo libro è balzato al primo posto nella saggistica appena uscito, segno che ha colto una sensibilità molto diffusa. Pensi che l’attuale compagine progressista sia attrezzata per coglierla e per abbracciare questa lettura della destra? Penso che sicuramente la campagna elettorale non si può condurre sui temi di questo libro, ma questi temi devono essere compresi e non banalizzati. Ad esempio, quando Meloni attacca il diritto di sciopero occorre far notare che lo fa perché pensa, in continuità con quel pensiero, che la diseguaglianza è giusta. Se la destra fa una campagna sull’odio e la paura, la sinistra dovrebbe farla sulla pace e la convivenza. L’ex presidente Sandro Pertini nel 1970 fece una profezia: se perdiamo sulla giustizia sociale perderemo anche la libertà. Le elezioni si vincono sulla giustizia sociale e se si arretra su quel punto si arretra anche sulla democrazia. Questo è un paese in cui la sinistra si è messa nelle mani di Mario Draghi e allora non c’è da stupirsi se il fallimento sociale della democrazia porta i fascisti al governo. Non dico allora che la sinistra debba fare campagna sui temi del mio libro, ma certamente deve sapere che se perde consegna il paese a persone con quelle idee terribili. Deve fare autocritica di tutti gli errori accumulati nel tempo e iniziare a saper parlare la lingua radicale della Costituzione.  *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo «Meloni non si salva affatto» proviene da Jacobin Italia.
April 24, 2026
Jacobin Italia
L’Ia per la deregulation di Trump
Documenti governativi recentemente diffusi e visionati in esclusiva da The Lever testimoniano che i funzionari del governo federale avevano pianificato di affidare a un software di intelligenza artificiale sviluppato da uno dei fedelissimi di Elon Musk, fautore della deregulation, il compito di «decimare le regole» e persino di redigere nuove leggi federali. Questi fascicoli rivelano per la prima volta come il programma di intelligenza artificiale sia stato proposto ai dipendenti governativi e addestrato per colpire determinate leggi al fine di promuovere l’agenda Trump di deregolamentazione a favore delle imprese. Secondo quanto emerge dai documenti, SweetREX, uno strumento di intelligenza artificiale sviluppato da un collaboratore di Musk, era programmato per identificare ed eliminare, tra gli altri criteri, le normative che imponevano costi alle imprese private, limitavano l’innovazione aziendale o utilizzavano classificazioni basate sulla razza. Con questi parametri come guida, il programma era in grado di elaborare oltre centomila proposte di legge in meno di mezz’ora. «Le carte svelano per la prima volta le scorciatoie che questo strumento di intelligenza artificiale adotta nel decidere se una normativa sia legalmente necessaria e se i suoi oneri superino i benefici per il pubblico», spiega Daniel McGrath, consulente legale senior del gruppo di difesa dei diritti civili Democracy Forward, che ha ottenuto i documenti tramite una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act. Questi documenti finora inediti descrivono in dettaglio come SweetREX sia stato presentato ai funzionari governativi. Non è chiaro se i funzionari abbiano poi utilizzato SweetREX durante le operazioni di epurazione governativa nel corso dell’ultimo anno e, se ciò sia avvenuto, se abbiano testato o valutato il programma per assicurarsi che non commettesse errori. Il Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), ideato e poi diretto dal miliardario del settore tecnologico e sostenitore di Trump, Elon Musk, afferma di aver ridotto, da gennaio a maggio 2025, di 215 miliardi di dollari i costi governativi attraverso la riduzione del personale amministrativo, la cancellazione di contratti e l’eliminazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Oltre a consumare enormi quantità di elettricità e acqua, l’intelligenza artificiale ha una storia di decisioni normative errate con effetti disastrosi sulla vita delle persone. I documenti mostrano come SweetREX, un programma di intelligenza artificiale sviluppato da Christopher Sweet, ex studente dell’Università di Chicago e ora membro dello staff del Doge, sia stato presentato ai dipendenti del Dipartimento per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano lo scorso anno come «soluzione di intelligenza artificiale per eliminare la burocrazia». «L’obiettivo della deregolamentazione è eliminare qualsiasi disposizione che possa rappresentare un potenziale eccesso di potere o imporre oneri non necessari al di là di quanto stabilito per legge dal Congresso», si legge nei documenti. Secondo una presentazione contenuta nei documenti, SweetREX sarebbe in grado di identificare rapidamente quali leggi «si desidera eliminare», redigere avvisi di proposta di regolamentazione relativi ai conseguenti tagli alla spesa pubblica, leggere e organizzare potenzialmente «centinaia di migliaia» di commenti pubblici inviati in risposta a tali tagli e redigere le norme definitive. In questo modo, assicuravano i promotori di SweetREX, si sarebbero ridotte le «ore medie richieste per ciascuna sezione normativa» da trentasei a meno di tre. Secondo la presentazione, SweetREX individuerebbe le normative da eliminare sulla base di nove diversi criteri, come ad esempio se la norma solleva problemi di costituzionalità, si basa su una delega illegittima del potere legislativo, impone costi elevati agli interessi privati, limita lo sviluppo economico, impone oneri eccessivi alle imprese o «tratta individui/gruppi in modo diverso in base alla razza». I sostenitori di SweetREX affermavano che il software avrebbe potuto aiutare le agenzie a conformarsi ai molteplici ordini esecutivi di Trump che imponevano la deregolamentazione in diversi dipartimenti, come ad esempio lo smantellamento delle normative ambientali per le aziende del settore dei combustibili fossili. I documenti relativi all’intelligenza artificiale sostenevano inoltre che il software SweetREX avrebbe potuto fornire «segnalazioni supportate da prove [per] proteggervi in tribunale». La notizia che SweetREX fosse in fase di sviluppo per contribuire a ridurre la regolamentazione governativa è venuta fuori per la prima volta nello scorso mese di agosto. A ottobre del 2025, Democracy Forward ha citato in giudizio diverse agenzie federali per costringerle a pubblicare documenti che descrivessero in dettaglio l’impiego dell’intelligenza artificiale per raggiungere gli obiettivi di deregolamentazione di Trump. I documenti qui riportati sono il risultato di quella causa legale. *Freddy Brewster è un giornalista di Lever. Suoi articoli sono stati pubblicati sul Los Angeles Times, Nbc News, CalMatters, Lost Coast Outpost. Luke Goldstein è un giornalista investigativo di Lever. Fino a poco tempo fa era un collaboratore di American Prospect e, prima ancora, lavorava presso l’Open Markets Institute. Questo articolo, uscito su JacobinMag, è stato pubblicato per la prima volta da Lever , una redazione giornalistica investigativa indipendente pluripremiata. L'articolo L’Ia per la deregulation di Trump proviene da Jacobin Italia.
April 23, 2026
Jacobin Italia
Il governo di Taiwan scommette su Israele
Il 24 marzo 2026, Li Ya-ping, la rappresentante di Taiwan in Israele, viene ripresa mentre si aggira tra le macerie di Petah Tikva, città gemellata con la taiwanese Taichung e appena colpita dai missili iraniani. Incontra le famiglie delle vittime e il vicesindaco, rende omaggio ai sopravvissuti all’Olocausto. Poi dichiara alla stampa che lo «spirito di difesa» israeliano, ormai «un riflesso istintivo radicato nel tessuto della società», dovrebbe essere d’esempio per Taiwan. Pochi giorni prima, dopo l’uccisione della guida suprema iraniana Khamenei da parte degli Stati uniti, il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese Hsiao Kuang-wei aveva dichiarato: «Condanniamo gli attacchi militari indiscriminati dell’Iran. Taiwan è al fianco della comunità internazionale nel sostenere la ricerca di libertà e democrazia del popolo iraniano». Dichiarazioni simili sono arrivate anche dalle democrazie occidentali. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva definito la morte di Khamenei un’occasione per costruire «un Iran diverso», mentre Ursula von der Leyen aveva evocato una «nuova speranza». Entrambe avevano condannato la rappresaglia iraniana. Ma nessuna istituzione europea si è accodata all’attacco americano con la stessa rapidità di Taiwan, senza nemmeno un cenno formale al rispetto del diritto internazionale o della Carta Onu.  La posizione taiwanese riflette una svolta in atto da oltre due anni. Dal 7 ottobre 2023, Taipei si schiera senza riserve con Israele. In oltre diciotto mesi di genocidio a Gaza, il Partito progressista democratico (Dpp) al governo non ha mai criticato le scelte di Tel Aviv. Anzi, rivendica con orgoglio l’idea che «Taiwan sia il paese meno antisemita al mondo» e che israeliani e taiwanesi condividano la stessa lotta per un’indipendenza che il mondo si rifiuta di riconoscere. La guerra in Iran ha reso il paradosso impossibile da ignorare: Taiwan, una democrazia autogovernata sulla quale Pechino rivendica sovranità, non ha risposto alla politica estera di Trump e ai conflitti nella regione con lo scetticismo e la cautela che ci si aspetterebbe da chi vive da decenni sotto la minaccia concreta di un’aggressione. Al contrario, il governo taiwanese ha scelto l’allineamento totale – ideologico, diplomatico e istituzionale – con l’asse Washington-Tel Aviv, proprio mentre buona parte del mondo democratico prende (timidamente) le distanze e si chiede perché Russia e Cina non dovrebbero perseguire le loro mire espansioniste, se questo è l’esempio offerto dall’egemone democratico.  Si potrebbe anzi sostenere che il paragone giovi più a Israele che a Taiwan, considerando chi, nelle due storie, è la vittima e chi l’aggressore.  Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna affrontare una questione strutturale che riguarda Taiwan e, potenzialmente, tutti i territori dove esistono condizioni di sovranità parziale. Cosa succede quando il discorso dominante fa della salvaguardia dell’autonomia e dell’identità nazionale una priorità assoluta, finendo per soffocare ogni considerazione morale alternativa? LA SVOLTA NAZIONALISTA DI TAIWAN Dal 1949, quando il governo della Repubblica di Cina sconfitto nella guerra civile si ritirò a Taiwan, l’isola esiste in un limbo politico. Oggi è una nazione indipendente de facto, ma priva di riconoscimento internazionale. I due principali partiti taiwanesi costruiscono buona parte dei loro programmi politici sulla questione dell’identità nazionale e dei rapporti con la Repubblica popolare cinese (Rpc): il Kuomintang (Kmt) favorisce legami economici più stretti e il dialogo con Pechino, mentre il Partito democratico progressista (Dpp) propende per l’indipendenza taiwanese e una politica di confronto con la Rpc. Il Dpp governa dal 2016.  Tra il 2016 e il 2024, la cifra distintiva dell’amministrazione Tsai Ing-wen è stata una moderazione deliberata. Di fronte alla crescente pressione militare cinese, la risposta di Tsai è stata mantenere lo status quo: né provocare Pechino né cedere alle sue pressioni. Sul piano interno, il suo governo ha promosso riforme di orientamento liberale che hanno conferito a Taiwan notevole visibilità internazionale: la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nel 2019 (primo paese in Asia), una riforma del welfare e l’avvio di un processo di giustizia riparativa per le vittime del passato autoritario. Lai Ching-te, eletto alle presidenziali del 2024, proviene dallo stesso partito di Tsai Ing-wen, ma dalla sua ala più nazionalista, da tempo insofferente verso quella che considerava un’eccessiva prudenza. Laddove Tsai aveva accuratamente evitato di pronunciare la parola «indipendenza», Lai, nel giorno del suo insediamento, ha invitato la Cina a «prendere atto della realtà della Repubblica di Cina (Taiwan)». Con lui, l’era dell’ambiguità strategica, almeno sul piano retorico, sembra essersi conclusa. LEGGI ANCHE… CINA LA TREGUA ARMATA TRA XI E TRUMP Daniel Cheng La svolta sul piano interno è stata altrettanto marcata. Se l’amministrazione di Tsai Ing-wen aveva privilegiato riforme sociali di orientamento liberale, quella di Lai Ching-te si è progressivamente orientata verso una politica identitaria nazionalista, in cui la «sicurezza nazionale» è il principio ordinatore dell’azione politica. Le risorse statali sono state così mobilitate a sostegno dell’«industria culturale locale», in contrapposizione all’«influenza dei cittadini cinesi». Parallelamente, la lealtà dei cittadini naturalizzati provenienti dalla Cina, da Hong Kong e da Macao è sempre più spesso messa in discussione da esponenti politici e commentatori vicini al governo.  Nel 2025, alcuni gruppi di attivisti pro-indipendenza, poi sostenuti dal Dpp che governa senza maggioranza parlamentare, hanno tentato di destituire 24 parlamentari dell’opposizione tramite referendum di revoca, uno strumento costituzionale che permette di votare la rimozione degli eletti dopo un anno di mandato. La mobilitazione è stata presentata come necessaria per «contrastare l’influenza della Cina». In un comizio, lo stesso Lai ha invitato i sostenitori «a eliminare tutte le impurità, finché all’interno delle istituzioni non resterà altro che la ferrea volontà di difendere la nostra sovranità e proteggere la nostra democrazia». Nel marzo 2025, l’amministrazione ha invocato «ragioni di sicurezza nazionale» per espellere alcuni influencer cinesi che avevano sostenuto la «riunificazione armata». Ad agosto è toccato a due influencer giapponesi, ritenuti simpatetici verso Pechino. Politici del Dpp e commentatori vicini al governo passano al setaccio le biografie dei coniugi cinesi di cittadini taiwanesi, alimentando timori su una presunta «campagna demografica» di infiltrazione, e sono state avviate indagini sui cittadini naturalizzati di origine cinese. Il magnate della tecnologia Robert Tsao, uno dei promotori della campagna di revoca, ha perfino fatto appello per introdurre controlli sulla libertà di parola: «I taiwanesi dovrebbero riconoscere che l’idea dell’unificazione è un residuo barbarico dell’età della pietra e andrebbe eradicata, proprio come i paesi europei hanno vietato l’ideologia nazista». È in questo contesto politico – un governo che ha ridefinito la propria identità democratica attorno al militantismo nazionalista anziché al pluralismo – che va compresa la sempre più stretta adesione di Taiwan all’asse Usa-Israele. LA VISITA DELL’AIPAC L’identificazione di Taiwan con Israele precede l’attuale amministrazione e affonda le radici più in profondità di qualsiasi calcolo diplomatico. Nei circoli nazionalisti pro-indipendenza, il progetto sionista ha a lungo funzionato da specchio: una piccola democrazia circondata da paesi ostili e illberali, capace di sopravvivere grazie alla determinazione militare e alla protezione americana, animata dalla convinzione della necessità morale della propria esistenza. L’immagine di «Davide contro Golia» ha trovato terreno fertile in una corrente del pensiero politico taiwanese che ha sempre interpretato la propria condizione in termini analoghi. Ma sotto l’affinità ideologica c’è anche un calcolo pragmatico: Israele ha dimostrato come un piccolo Stato possa costruirsi un sostegno solido e trasversale a Washington. Per Taipei, la cui sopravvivenza dipende dall’impegno americano, è un modello che vale la pena studiare. Quest’affinità è stata attivamente coltivata da figure centrali dell’establishment taiwanese. Huang Wen-ju, fondatore del think-tank pro-indipendenza Global Taiwan Institute e mentore politico dell’attuale vicepresidente Hsiao Bi-khim e del ministro degli Esteri Lin Chia-lung, l’emblema di questa corrente. In un editoriale del gennaio 2024 sull’offensiva israeliana su Gaza, Huang ha scritto: «Un comportamento così fanatico da parte degli israeliani è certamente inaccettabile. Ma la loro disponibilità a sacrificare tutto, compresa la vita, per la gloria di Israele è commovente e degna di essere emulata dal popolo taiwanese».  Tra il 24 e il 28 ottobre 2025, l’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), potente lobby israeliana con sede a Washington, ha inviato a Taipei una delegazione di 200 persone, la più grande mai registrata nella storia dell’organizzazione. L’incontro non è stato annunciato al pubblico prima della sua conclusione ed è rimasto chiuso alla stampa. Il Ministero degli Esteri taiwanese ha definito l’accoglienza dell’Aipac a porte chiuse una «prassi standard». L’Aipac non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla visita. L’incontro era stato preparato per quasi due anni, il risultato di una strategia dell’amministrazione Lai per coltivare l’attenzione dell’Aipac come canale d’accesso privilegiato a Washington. La tempistica è stata eloquente. Poche ore prima che Netanyahu annunciasse l’ennesimo attacco a Gaza il 28 ottobre 2025, che ha causato 104 vittime, Lai si è presentato davanti alla delegazione dell’Aipac elogiando il cessate il fuoco che lo aveva preceduto come «lo sviluppo più significativo degli ultimi due anni» e «un importante risultato diplomatico del presidente Trump». Ha poi aggiunto: «Credo che la cooperazione trilaterale Taiwan-Usa-Israele possa contribuire a conseguire pace, stabilità e prosperità nella regione». Nei due anni precedenti, Israele aveva attaccato sei paesi, violato tre accordi di cessate il fuoco, sequestrato due flottiglie umanitarie in acque internazionali, usato gli aiuti umanitari come strumento di guerra e distrutto sistematicamente le infrastrutture civili a Gaza. Lai, nel suo discorso all’Aipac, ha espresso la propria ammirazione per «la determinazione e la capacità di Israele di difendere il proprio territorio». TENERSI STRETTA WASHINGTON Per capire perché il governo taiwanese continui a scommettere su Israele, bisogna capire quali timori animano l’amministrazione Lai nel rapporto con Washington.  Il rapporto Usa-Taiwan attraversa una fase di insolita turbolenza da quando Trump è tornato alla presidenza. Laura Rosenberger, presidente dell’American Institute in Taiwan, l’ambasciata de facto degli Stati uniti, ha lasciato il suo incarico nel gennaio 2025 senza essere sostituita. L’annuncio a sorpresa sul piano di investimenti di Tsmc negli Stati uniti, le trattative sui dazi e il rifiuto di concedere a Lai uno scalo sul suolo americano hanno alimentato a Taipei un’atmosfera di incertezza.  A complicare le cose, Taiwan è finita dalla parte sbagliata delle guerre culturali del movimento Maga. Quando, durante la campagna elettorale, Trump accusò falsamente la campionessa olimpica Lin Yu-Ting di essere un uomo, il presidente Lai la difese pubblicamente come «figlia di Taiwan», una mossa che a Washington non è passata inosservata. Per un governo che dipende dall’impegno americano per sopravvivere, apparire allineati col fronte perdente delle culture wars può rivelarsi fatale, specie quando la Casa Bianca sceglie gli alleati in modo sempre più arbitrario. A questo si aggiunge la pressione perché Taiwan investa di più nella difesa e riduca la dipendenza dall’ombrello americano. La corrente che Lai cerca di conquistare è rappresentata da figure come Christian Whiton, ex Senior Advisor del Dipartimento di Stato, secondo cui Taiwan dovrebbe «seguire il modello di Israele e dichiarare che un presidente taiwanese non chiederà mai a un presidente americano di sacrificare vite per Taiwan». Peter Thiel, fondatore di Palantir e stretto collaboratore del vicepresidente JD Vance, ha espresso il calcolo in maniera ancora più brutale: «[Taiwan] non vale la terza guerra mondiale, e lo dico pur pensando che sarebbe una catastrofe se venisse presa dai comunisti». Thiel e Whiton rappresentano una nuova dottrina Maga su Taiwan, secondo cui l’isola dovrebbe assumere un ruolo più autonomo e assertivo nel contenimento della Cina, alleggerendo l’onere americano. Il modello israeliano – uno Stato vassallo armato che porta avanti le proprie guerre godendo del supporto incondizionato di Washington – è, in questa logica, ciò a cui Taiwan dovrebbe aspirare. Eeling Chiu, direttrice di Amnesty International per Taiwan, osserva con preoccupazione questo riposizionamento. «Taiwan rivendica il proprio incrollabile impegno per la libertà e i diritti umani. Non è solo la nostra identità nazionale: i cittadini sono orgogliosi di essere l’unico paese in Asia ad aver legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se continuiamo a ignorare i legami con Israele, metteremo seriamente in discussione questo impegno». LEGGI ANCHE… GUERRA IMPERIALISMI E RIVALITÀ ECONOMICA Costas Lapavitsas IL PREZZO DELLA SOLIDARIETÀ Il riallineamento diplomatico ha prodotto effetti anche sulla repressione interna. Il primo scontro aperto è avvenuto il 18 maggio 2024, durante una protesta contro il genocidio a Gaza in occasione del concerto «Amici di Israele a Taiwan». La polizia è rimasta a guardare mentre il responsabile della sicurezza dell’ambasciata israeliana scaraventava a terra la manifestante Temir Saqau. Un partecipante al concerto ha rivolto minacce di stupro all’attivista Aurora Chang mentre gli agenti rimanevano impassibili. Da allora, l’amministrazione Lai ha orientato le sue «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» contro gli attivisti pro-Palestina. La logica del nazionalismo taiwanese, secondo cui ogni critica al Dpp è un potenziale servizio a Pechino, ha reso la solidarietà politicamente pericolosa. Andres Chang, cittadino statunitense di origine taiwanese, ha organizzato una protesta contro il genocidio l’11 marzo 2024 in una stazione della metropolitana di Taipei. Il 10 luglio 2025, al rientro dal Giappone, si è visto negare l’ingresso a Taiwan per «questioni di interesse nazionale» e «ordine pubblico».  Il doxing è stato particolarmente feroce contro chi, per la propria biografia, si presta a essere additato come agente straniero. Lala Pika Lau, originaria di Hong Kong, è diventata il bersaglio di un articolo di Chu Yu-hsun, ex direttore della Central News Agency: «Se non fosse per Israele, non avrebbe avuto nemmeno l’opportunità di fuggire da Hong Kong». Il sottotesto è che Lau debba la propria incolumità alle società democratiche come Israele, verso le quali dovrebbe essere grata anziché critica. Lau descrive la trappola ideologica: «è un modo di pensare da guerra fredda, in cui i campi sono divisi tra il blocco americano e quello cinese. Quando critico il governo taiwanese, viene sempre interpretato come un attacco proveniente dal campo avversario». UN ALTRO PUNTO DI VISTA Aurora Chang è una delle voci pro-Palestina più riconoscibili a Taiwan, e non ha mai smesso di rivendicare l’indipendenza taiwanese. Per lei, solidarietà internazionalista con la Palestina e indipendenza di Taiwan non sono in contraddizione, sono due facce della stessa lotta anti-imperialista. «Se sostieni l’autodeterminazione di Taiwan – dice – allora devi sostenere la liberazione della Palestina». È una formula che l’intera strategia diplomatica dell’amministrazione Lai cerca di rendere impronunciabile. Il governo ha investito pesantemente in una versione dell’identità democratica taiwanese inseparabile dall’alleanza con Washington e Tel Aviv. Una versione in cui «democrazia» è una categoria geopolitica definita non da principi universali, ma dal lato dello scontro Usa-Cina dal quale ci si schiera. In questa versione, condannare i missili iraniani e non quelli israeliani non è ipocrisia, ma difesa di Taiwan.  Il governo taiwanese offre a Washington una Taiwan che ha interiorizzato il modello Israele: armata, allineata, e pronta a combattere le proprie battaglie senza fare troppe domande su quelle combattute in suo nome altrove. Se la società civile taiwanese, cresciuta con un’identità democratica fondata sulla memoria dell’autoritarismo, accetterà questo patto faustiano è un’altra questione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il governo di Taiwan scommette su Israele proviene da Jacobin Italia.
April 22, 2026
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Trump, «il prescelto»
Ultimamente le immagini di Donald Trump circondato da  predicatori nello Studio Ovale e le sue autorappresentazioni in chiave cristologica hanno riportato al centro del dibattito pubblico il rapporto tra religione e politica negli Stati uniti. Parallelamente le ultime operazioni belliche in Medio oriente condotte dal presidente americano insieme a  Benjamin Netanyahu, che hanno contribuito a ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’area, hanno reso ancora più visibile il legame tra evangelismo conservatore americano e sostegno a Israele. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, viene ora guardato attraverso prospettive più complesse anche in ambito mainstream.  Già nel primo mandato erano presenti scene di leader religiosi intorno al presidente, linguaggio biblico e simbologia cristiana. Bibbie e croci  di ogni materiale e dimensione, nonché bandiere cartelli e slogan in cui Trump era assimilato a Gesù Cristo, imperavano tra la folla di fanatici che assaltò il Campidoglio il 6 gennaio 2021. Per non dire poi della foto opportunity che il presidente si fece fare con la Bibbia in mano davanti alla St. John Church durante le proteste per la morte di George Floyd nel 2020. O ancora della promozione pubblicitaria che lui stesso fece  per la vendita a 59,99 dollari della sua versione della Bibbia, God Bless the USA Bible, che lo aiutò a finanziare le spese per i suoi processi.  LA TEORIA DEL «PRESCELTO» ARRIVA DA LONTANO Ma l’intreccio politico-religioso è generalmente stato trattato in modo frammentario dall’informazione mainstream, spesso ridotto a teatro politico o a concessioni di Trump a particolari settori della base elettorale che gli conveniva lusingare. In realtà è una componente stabile di un sistema di potere che ha salde basi storiche in cui religione e strategia politica si rafforzano reciprocamente.  Il fenomeno è stato indagato a fondo in ambiti più di nicchia, grazie a saggi di giornalisti e storici e a documentari indipendenti tra cui gli eccellenti God and Country (2024), prodotto dal compianto regista Rob Reiner, Praying for Armageddon (2023), Bad Faith (2024), e la serie Netflix The Family (2020), tratta dai libri di Jeff Sharlet. In parte sovrapponibili ma soprattutto complementari, tali lavori offrono il retroterra storico di un fenomeno che ha avuto la sua massima manifestazione nell’ultima decade grazie all’individuazione in Donald Trump del cosiddetto «prescelto», l’uomo mandato da Dio sulla terra per compiere il destino di supremazia politico-cristiana per il quale gli Stati uniti sarebbero stati appositamente creati.  Anche la retorica del martirio ha assunto un ruolo centrale. Le inchieste giudiziarie, le sconfitte politiche e le contestazioni istituzionali dell’attuale presidente non sono state lette come elementi del normale funzionamento democratico, ma come prove di una persecuzione. A ciò va aggiunto il miracoloso passaggio, a pochi millimetri dal suo orecchio, della pallottola destinata a ucciderlo nell’attentato del 13 luglio 2024 a Butler, Pennsylvania, subito reinterpretato come segno di una protezione divina. Che tutto ciò sia avvenuto a dispetto della fede discutibile e dell’ignoranza religiosa di Trump, attestate da diverse uscite verbali, non ha alcuna rilevanza. Anzi la sua vita colma di comportamenti immorali è stata per lui quasi un punto di forza alla luce dell’interpretazione biblica, che lo ha reso un personaggio paragonabile a re Davide, responsabile di aver messo incinta Betsabea e di averne fatto uccidere il marito senza subire alcuna punizione divina. E paragonabile ancor di più a Ciro, il re persiano che liberò gli ebrei dalla prigionia babilonese permettendo il loro ritorno in Israele e la costituzione del Tempio di Gerusalemme.  Tale narrazione si è strutturata attraverso una rete di organizzazioni religiose e politiche che hanno lavorato per decenni all’intersezione tra fede e potere. Tra queste, un ruolo centrale l’ha avuto l’organizzazione The Family, fondata da Abraham Vereide nel 1935 col nome di Fellowship Foundation per contrastare il New Deal di Franklin Delano Roosevelt e dare supporto a personaggi dell’élite politica e affaristica di destra. Ma fu sotto la guida di Douglas Coe, capo assoluto dal 1969 alla sua morte nel 2017, che la Family divenne sempre più potente e opaca. Coe ne costruì la forza nella capacità di operare in modo occulto tra élite politiche e leadership religiosa, nonostante l’enorme visibilità di uno dei suoi eventi principali, l’annuale prestigioso National Prayer Breakfast. Percepito come evento ufficiale del Congresso in cui illustri invitati da tutto il mondo possono pregare insieme per il bene comune, è invece frutto della ragnatela di potere intessuta dalla Family per mettere in contatto potere politico e potere religioso sotto una cornice apparentemente neutra, dietro la quale si celano anche progetti sanguinari non rivelabili, come attestato nelle indagini di Jeff Sharlet. Nel 2020, all’ultimo National Prayer Breakfast della prima amministrazione Trump, c’era anche Giorgia Meloni, che lodò il discorso «patriottico» di Trump, auspicando di poter agire come lui in un futuro governo di «patrioti» italiani. Fu peraltro Douglas Coe – ideatore della teoria del lupo e della pecora secondo cui chi vuole avere potere non deve preoccuparsi della pecora bensì trovare il re dei lupi – uno dei primi a individuare il re dei lupi in Donald Trump, che rispondeva in pieno alla teoria del prescelto. LEGGI ANCHE… GUERRA BASTA CON LE PRESIDENZE IMPERIALI Branko Marcetic I TELEVANGELISTI NAZIONALISTI E SIONISTI Accanto alla dimensione più istituzionale, l’evangelismo nazionalista e sionista ha fornito una base ideologica esplicita in particolare attraverso popolarissime, e ricchissime, figure del televangelismo. Tra loro i texani John Hagee, fondatore del Cufi (Christians United for Israel), e Robert Jeffress, non a caso presenti nel 2018 all’inaugurazione dell’ambasciata americana trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme, in un’operazione che rientrava nell’ulteriore rinforzo della già strettissima alleanza  tra Usa e Israele. E poi Lance Wallnau, padre del Dominionismo delle Sette Montagne, una dottrina fondata sull’idea che per prendere il dominio della società bisogna controllare sette pilastri cruciali: famiglia, religione, intrattenimento, informazione, istruzione, affari, governo. O ancora Franklin Graham – figlio d’arte del famoso predicatore Billy Graham che il Trump bambino guardava sempre in televisione – che ricopre un ruolo insieme religioso, mediatico e politico. Ma soprattutto Paula White, spesso protagonista di prediche dai toni talmente esagerati e spettacolari da apparire un’invasata, consigliera personale di Donald Trump e principale punto di riferimento del rapporto tra Casa Bianca e mondo evangelico. White ha contribuito a portare nell’amministrazione il linguaggio teologico del prosperity gospel, la dottrina della prosperità materiale e spirituale sviluppatasi nel mondo evangelico americano nel corso del Novecento grazie a figure come Norman Vincent Peale, che Trump stesso ha più volte indicato tra i suoi mentori insieme a suo padre e a Roy Cohn. Nei suoi sermoni White intreccia linguaggio religioso e raccolta fondi, in una visione in cui la benedizione divina passa anche attraverso la donazione economica. In questo contesto due sono le convinzioni basilari. La prima, storicamente infondata, secondo cui la religione è alla base della Costituzione americana, è stata alimentata da riferimenti a Dio introdotti in epoche successive nei simboli nazionali. È una credenza del tutto estranea all’impianto originario voluto dai Padri fondatori, che al contrario stabilirono una netta separazione tra sfera religiosa e potere politico. La seconda sostiene l’interpretazione letterale della Bibbia, che funzionerebbe sostanzialmente come una sorta di cronaca del presente e del futuro, anticipando avvenimenti profetizzati in modo particolare nel Libro della Rivelazione. La loro realizzazione comincerà con la Rapture, cioè la scomparsa improvvisa di persone prelevate in vita da Dio prima del periodo della Tribolazione, quando terribili calamità culmineranno nello scontro finale dell’Armageddon, dopo il quale vi sarà la seconda venuta di Cristo. Il film Left Behind (2014) con Nicholas Cage è la versione mainstream di questa narrazione apocalittica, adattamento di una fortunata saga letteraria che ha avuto diverse trasposizioni cinematografiche realizzate da reti e case evangeliche americane. Dentro questo schema, Israele assume dunque un ruolo centrale. Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa – intesa come lo spazio tra il Giordano e il Mediterraneo e in alcune letture persino tra il Nilo e l’Eufrate – e la centralità di Gerusalemme diventano passaggi necessari del disegno profetico. Ecco perché il sostegno incondizionato a Israele e alle politiche belliche e di pulizia etnica promosse da Netanyahu finisce per saldarsi con l’agenda di una parte dell’evangelismo americano, seppur con motivazioni diverse. Per Israele si tratta di una questione politica e identitaria. Per i cristiani evangelici fondamentalisti è invece un passaggio verso il compimento delle profezie che culminerebbero nell’Armageddon e nel ritorno di Cristo. PAUL WEYRICH, L’ARCHITETTO DELLA NUOVA DESTRA CRISTIANA  Questa costruzione religiosa si è intrecciata negli anni con una strategia politica molto precisa. A partire dagli anni Settanta, lo stratega repubblicano, nonché fondatore della potente Heritage Foundation, Paul Weyrich (1942-2008) ha contribuito a trasformare temi morali come aborto, famiglia e scuola in strumenti di mobilitazione politica. Architetto della Nuova destra cristiana e artefice di molte delle idee confluite anche nel Project 2025 della suddetta Heritage Foundation, Weyrich voleva creare un blocco elettorale stabile, anche minoritario, ma altamente organizzato. Il suo progetto si basava sulla convinzione che «se fosse riuscito a organizzare un esercito di cristiani arrabbiati in un blocco elettorale, sarebbe riuscito a trasformare l’America». Nel 1980 prima dell’elezione di Ronald Reagan, Paul Weyrich sosteneva: «Io non voglio che tutti vadano a votare. Le elezioni non sono vinte dalla maggioranza delle persone. Non è mai stato così fin dall’inizio del nostro paese ed è così anche oggi. Il fatto è che il nostro potere nelle elezioni aumenta quanto più diminuisce il voto popolare». Reagan vinse ma tanto lui quanto i successivi presidenti repubblicani delusero l’estremismo evangelico per aver promesso troppo e mantenuto poco rispetto ai loro obiettivi.    Comunque in una nazione dove dal 40 al 50% della popolazione non vota, si è dimostrato valido il fatto che un gruppo minoritario molto finanziato, organizzato e motivato che vota in proporzioni straordinarie possa facilmente vincere il ciclo elettorale. Escludendo l’elezione di Joe Biden del 2020 in cui il Covid ha giocato un ruolo fondamentale, è quel che è successo nel 2016 e nel 2024, quando tra i fattori della vittoria trumpiana ha contato molto  l’astensionismo della working class e delle fasce più deboli della popolazione, ormai abbandonate da un Partito democratico sempre più al soldo di corporation e Aipac e disinteressato ai bisogni della gente.  Ecco dunque che dentro questa lunga evoluzione,  il linguaggio biblico e religioso non è più un’influenza esterna sulla politica, ma una struttura interna. Non una lobby tra le altre, ma un sistema di potere. LA SITUAZIONE ATTUALE E LE INVETTIVE CONTRO PAPA LEONE Oggi quello zoccolo duro minoritario continua a essere compatto anche di fronte agli ultimi sviluppi di guerra in Medio oriente, comprese la guerra all’Iran e le operazioni in Libano. Il sostegno a Israele è rimasto solido, soprattutto ai vertici del movimento, con leggere sfumature nella base. Tuttavia tale compattezza interna confligge con l’instabilità del quadro politico più ampio. In scenari geopolitici nuovi e in elezioni future meno lineari, la tenuta di una minoranza dipende anche dalla sua capacità di restare decisiva nel tempo. Quando il leader precipita, come dimostrato dagli indici di gradimento di Trump, anche la rete che gli ruota attorno ne risente e diventa più debole. A ciò si aggiunge un fronte più ampio e trasversale di distacco, che coinvolge anche parte dell’elettorato repubblicano meno ideologizzato, nonché settori del cattolicesimo conservatore che in passato avevano mostrato notevole vicinanza a Trump. Le tensioni legate agli attacchi al Papa hanno contribuito a raffreddare parecchie di queste convergenze, pur senza cancellarle del tutto. Dallo scarto tra struttura organizzata e consenso reale si misura oggi il limite più evidente del sistema che ha permesso a Trump di vincere due volte. Un sistema che oggi è semplicemente più visibile.  *Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre 40 anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Trump, «il prescelto»  proviene da Jacobin Italia.
April 22, 2026
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Sem Terra in lotta nella memoria del massacro
Il 17 aprile 2026, duemila braccianti Sem Terra del Brasile hanno marciato verso Salvador, un fiume rosso che si snoda lungo l’autostrada BR-324. Sventolando striscioni, croci di legno e bandiere rosse su aste. «Se restiamo in silenzio – recita un cartello – le pietre urleranno». Ma non tacciono: piangono, suonano i tamburi, cantano. Le loro voci riecheggiano in India, in Indonesia, in Sudafrica, dove contadini e braccianti Senza terra si mobilitano in segno di solidarietà con i loro compagni brasiliani Questa straordinaria ondata di attività politica segna il trentesimo anniversario del massacro di Eldorado do Carajás, quando la polizia militare brasiliana aprì il fuoco su una manifestazione pacifica guidata dal Movimento dos Trabalhadores Rurais sem Terra (Mst, Movimento dei Lavoratori Senza Terra), uccidendo ventuno attivisti e ferendone più di sessanta. Un’atrocità nella storia della lotta operaia mondiale, paragonabile a Peterloo, Ciénaga e Marikana: una litania che testimonia il terribile potere dello Stato contro i poveri che protestano. Impunità e resistenza continuano a definire la lotta dei poveri senza terra brasiliani per la riforma agraria contro la più potente oligarchia rurale dell’America latina. Carajás rimane un punto di riferimento per l’estrema destra brasiliana, un’espressione estrema della violenza necessaria per mantenere uno dei sistemi di proprietà terriera più ineguali al mondo. Allo stesso tempo, Carajás riafferma la tenacia e l’orgoglio del movimento che è sopravvissuto. Il massacro di Eldorado do Carajás rimane tristemente poco conosciuto in Brasile e ancor meno nel resto del mondo. Eppure, segna una pagina di storia ancora viva e, ripercorrendo quest’atrocità alla luce del presente, possiamo tracciare un lungo arco della lotta per la terra. IL MASSACRO SULLA PA-150 Il massacro di Eldorado do Carajás è avvenuto sulla strada statale PA-150 nello Stato del Pará, nell’estremo nord del Brasile. Il fatto stesso che l’Mst fosse attivo nel Pará è di per sé sorprendente. Quest’immenso Stato, grande il doppio della Francia, è da tempo il feudo di una cricca di famiglie oligarchiche la cui ostilità alla riforma agraria è alimentata dalla polizia e dai tribunali, oltre che da intimidazioni, rapimenti, attentati incendiari e omicidi. «Agiscono come uno Stato nello Stato», afferma un osservatore della violenza rurale. «È difficile immaginare un ambito della pubblica amministrazione in cui non abbiano voce in capitolo». La povertà abissale del Pará è il prodotto diretto delle ricchezze estratte quotidianamente dalle sue foreste e dalla sua terra. Da quando la dittatura militare brasiliana, negli anni Settanta, ha aperto l’Amazzonia allo sfruttamento, il Pará ha generato miliardi di valore per le industrie minerarie e agroalimentari. Questi settori estrattivi hanno contemporaneamente attratto decine di migliaia di lavoratori senza terra per lavori precari nelle miniere e nelle grandi piantagioni, espellendo coloro che già vivevano nella regione, poiché la terra si è concentrata nelle mani di un numero ancora minore di persone. La mancanza di terra è diventata endemica all’ombra di latifondi grandi come piccoli Stati nazionali. Nel 1989, l’Mst iniziò a mobilitarsi in Pará, confidando nella propria disciplina e organizzazione per resistere al potere dei proprietari terrieri. La sua strategia era deliberatamente conflittuale, mirando, attraverso occupazioni di terreni su larga scala, a strappare concessioni alla leadership statale e ai ministeri governativi. In Pará, dopo aver esercitato pressioni sull’Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária (Incra), l’agenzia statale brasiliana per la riforma agraria, affinché acquistasse un’azienda agricola per l’insediamento, l’Mst si mosse rapidamente per occupare una vasta fazenda chiamata Macaxeira. L’occupazione di Macaxeira rappresentò una sfida sfacciata all’oligarchia rurale del Pará e una dimostrazione del disprezzo dell’Mst per l’approccio graduale dell’Incra alla riforma agraria. Quando circa 1.500 famiglie senza terra decisero di occupare l’autostrada PA-150 per costringere le autorità al tavolo delle trattative, lo Stato intervenne con la forza. Il governatore Almir Gabriel ordinò alla Polizia militare di sgomberare l’autostrada «a qualunque costo». C’erano poche possibilità che l’operazione si svolgesse pacificamente. I signori terrieri locali avevano fornito alle autorità liste di leader dell’Mst da eliminare e, quando la polizia arrivò, questi avevano già rimosso i distintivi. Il palcoscenico era pronto per un massacro. «Fin dall’inizio – disse un giornalista locale – volevano dare all’Mst una lezione che non avrebbe mai dimenticato». Poco dopo le 16:00 del 17 aprile 1996, 155 poliziotti militari arrivarono al blocco dell’Mst, accerchiando gli attivisti da entrambe le direzioni. Scoppiò immediatamente una scaramuccia. Nonostante la superiorità numerica degli attivisti, non c’era parità di forze. La polizia lanciò gas lacrimogeni sulla folla e sparò in aria con le mitragliatrici; i Sem terra risposero al fuoco con bastoni e pietre. Questo diede il via libera a un vero e proprio massacro. Nel giro di pochi minuti, la polizia aprì il fuoco sulla folla e non si limitò a sparare a distanza. La strage di Carajás fu prolungata. Gli agenti inseguirono i feriti sanguinanti nella boscaglia per finirli. Dei diciannove uomini uccisi durante il massacro (altri due sarebbero poi morti per le ferite riportate), sette furono colpiti alla testa a distanza ravvicinata. Ma alcuni poliziotti non si accontentarono della precisa eliminazione dei contadini tramite armi da fuoco. Si impadronirono degli attrezzi agricoli che trovarono a portata di mano e iniziarono a massacrare letteralmente le loro vittime. Dodici dei cadaveri furono ritrovati mutilati con falci e machete. Le testimonianze dei presenti dipingono una scena di frenetico pandemonio. «Hanno mitragliato un ragazzo di 22 anni che era in piedi accanto a me», ha detto Garoto da Conceição. «L’ho visto cadere. Tutti hanno iniziato a correre. C’era molto sangue. Molti morti. Non potevo credere a quello che stava succedendo». Eppure la polizia ha proceduto metodicamente, isolando i leader noti, che sono stati catturati, torturati e giustiziati. Tra questi c’era l’organizzatore diciottenne Oziel Alves Pereira, che è stato costretto a gridare «Viva l’Mst!» mentre veniva picchiato a morte. «Quando ho visto le foto del suo cadavere, non l’ho riconosciuto – ha detto Eva Gomes da Silva – Sapevano che era un leader e volevano che soffrisse per questo». Tredici dei diciannove uccisi confermati erano leader dell’Mst, a sostegno delle accuse secondo cui gli omicidi erano mirati. La strage non si è conclusa sull’autostrada. La polizia ha giustiziato sommariamente almeno un uomo ferito e la notte successiva ha perlustrato gli ospedali della vicina Curianópolis alla ricerca di altri manifestanti. «La polizia è entrata e ha sparato a morte a un uomo, così, senza pensarci due volte», ha raccontato Gomes da Silva. Ben presto i medici hanno avuto paura di curare i feriti, molti dei quali vivono ancora oggi con i proiettili negli arti. LEGGI ANCHE… EUROPA IL FRAGILE STOP AL TRATTATO MERCOSUR Monica di Sisto «CANAGLIE E VAGABONDI» «Missione compiuta», disse il colonnello Pantoja alle sue truppe una volta cessati gli spari,  «e nessuno ha visto niente». Si sbagliava su entrambi i fronti. Il massacro fu filmato da una troupe televisiva locale e fece rapidamente il giro del mondo. Il presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso interruppe la guerra contro l’Mst per denunciare l’uccisione come «una vergogna per il paese». Portogallo, Francia e Germania espressero formalmente la loro preoccupazione a Brasilia, e persino il Vaticano condannò il massacro. La narrazione prevalente sostiene che la genuina ondata di indignazione seguita al caso Carajás si sia ritorta a vantaggio dell’Mst. Una serie di riforme ha infatti accelerato le espropriazioni terriere e arginato la resistenza in ambito giudiziario. Tuttavia, gli attivisti nel Pará sono meno ottimisti. «Potrebbe aver influenzato il comportamento del governo federale, ma il governo statale qui in Pará non è cambiato – ha raccontato un osservatore – I proprietari terrieri continuano a godere di totale impunità». Ad oggi, giustizia non è stata fatta per i martiri di Carajás. Solo i comandanti di polizia, il colonnello Pantoja e il maggiore José Maria Pereira de Oliveira, sono stati condannati per crimini – e solo nel 2002, a seguito di un processo «pieno di irregolarità». Gli altri 153 poliziotti presenti sono stati completamente assolti. Questo non ha destato scalpore. In Brasile, i Sem terra possono essere uccisi impunemente. Dei 1.833 omicidi legati alla terra registrati dalla Commissione Pastorale per la Terra della Chiesa Cattolica tra il 1985 e il 2024, solo quarantadue pistoleiros sono stati condannati. Per il Movimento Sem terra, quindi, questa non è storia antica. Trent’anni dopo, molti dei sopravvissuti di Carajás rimangono traumatizzati e segnati. Alcuni, dopo aver ottenuto un appezzamento di terra, si sono ritrovati troppo sfigurati per poterlo coltivare. Mentre il paese virava a destra, Carajás veniva sempre più spesso invocato in termini elogiativi. Nel 2018, l’allora candidato alla presidenza Jair Bolsonaro scelse di tenere un discorso elettorale sul luogo del massacro, dichiarando: «Quelli che avrebbero dovuto essere incarcerati erano i membri dell’Mst, canaglie e vagabondi». Quanto alla polizia, loro «hanno reagito solo per non essere uccisi». LEGGI ANCHE… IL MARXISMO E LA QUESTIONE AGRARIA Daniel Finn FRUTTO DEL LATIFONDO Il massacro di Eldorado do Carajás non è stato un episodio isolato. La violenza è frutto del latifondo tanto quanto la soia o la carne bovina. È il corollario del colosso estrattivo che porta le ricchezze dell’Amazzonia sui mercati globali a spese della terra e dei lavoratori che la coltivano. «Una struttura agraria basata sull’estrema concentrazione della terra – come afferma Ayala Ferreira, leader dell’Mst – impone la violenza come meccanismo di [auto] mantenimento». In tutto il Brasile, oltre 350 persone sono state uccise per questioni di terra solo nell’ultimo decennio. A che punto è oggi la lotta del Movimento dei Lavoratori Sem terra? Per certi versi, la violenza efferata della fine degli anni Novanta rifletteva la reale minaccia che il Mst rappresentava per il sistema fondiario brasiliano. La forza del movimento risiedeva in una base di massa di lavoratori emarginati disposti a sopportare gravi privazioni pur di rivendicare la terra. Questa situazione, tuttavia, non sarebbe durata a lungo. L’ironia della sorte è che la lotta del Mst per la riforma agraria è stata invece ostacolata dal suo alleato politico, il Partito dei Lavoratori (Pt), che ha represso la violenza rurale e distribuito la terra più liberamente, ma a costo di consolidare il latifondo come fondamento del sistema agricolo brasiliano.  Con la crescita economica che ha allontanato i lavoratori senza terra dalle campagne, il Mst ha cessato gradualmente le sue occupazioni su larga scala. Oggi  non possiede la base di massa necessaria per affrontare direttamente l’agribusiness e l’industria estrattiva a livello sistemico. Si è invece orientato verso le sue pratiche di agroecologia, sfruttando la propria infrastruttura per alleviare la fame nelle città, la disoccupazione nelle zone rurali e l’analfabetismo. Nel coltivare una nicchia di mercato per i suoi prodotti (il movimento è il più grande produttore di riso biologico in America latina), il Mst ha dato priorità all’autonomia e alla sicurezza dei suoi due milioni di membri rispetto alla conquista di nuovi territori. Obiettivi lodevoli, ma ben lontani dal terrorizzare i latifondisti, come l’organizzazione era riuscita a fare decenni prima. Eppure la liberazione è un cammino lungo e tortuoso: un’elaborata interazione tra consolidamento ed espansione, militanza e cooptazione. Dopo sette anni di governo di estrema destra e le devastazioni della pandemia, la stessa sopravvivenza del movimento è un fatto notevole. L’Mst rimane il più grande movimento sociale in America latina e senza dubbio il collegamento più importante tra il Pt di Luiz Inácio Lula da Silva e i poveri delle zone rurali. Negli ultimi anni ha iniziato a rivitalizzare la propria posizione militante, cercando di galvanizzare la base di massa necessaria per riportare la lotta per la terra al centro dell’attenzione nazionale. Per i suoi membri, i frutti della lotta sono innegabili: la terra è una cosa tangibile. «Certo, non è molto – riflette Raimundo Gouvêa, un leader dell’Mst in Pará – Ma è molto di più di prima, quando non avevamo niente, solo i sogni che a volte ci facevamo, di un pezzo di terra da coltivare. Dico a volte perché quasi mai riuscivamo a sognare». Quei sogni – di terra, di lavoro dignitoso – risuonano ben oltre i confini del Brasile. Sono alla base delle lotte dei Dalit in India, degli occupanti abusivi in Sudafrica e dei contadini emarginati dalla Colombia alle Filippine. Quest’universalità ha spinto la più grande coalizione mondiale di movimenti rurali, La Vía Campesina, a proclamare il 17 aprile Giornata internazionale della lotta contadina. I sogni, di per sé, non possono strappare la terra ai proprietari terrieri. Ma il loro ripetersi è la prova che una lotta così lunga non può essere abbandonata. «Perché se i sogni sono eterni – scrisse il poeta dell’Mst Ademar Bogo – eterna è anche la certezza della vittoria». Oggi questa certezza trova conferma in Brasile. *Tyler Antonio Lynch è un economista politico e dottorando che si occupa di ricerca su terra, lavoro e Stato in America Latina. Questo articolo è uscito su Jacobin Magazine. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Sem Terra in lotta nella memoria del massacro proviene da Jacobin Italia.
April 21, 2026
Jacobin Italia
Per un cosmopolitismo di sinistra
Oggi, di solito, la critica all’ordine internazionale liberale proviene dalla destra: lo Stato-nazione è supremo, le istituzioni globali sono una truffa e le élite cosmopolite hanno tradito la gente comune. La difesa, invece, di solito viene da liberali che confondono l’internazionalismo dell’ordine postbellico con il sistema economico che esso sostiene, difendendoli entrambi. Non soddisfatta di nessuna delle due posizioni, la teorica politica Lea Ypi ci esorta invece a sviluppare quello che lei definisce un cosmopolitismo alternativo: un internazionalismo di sinistra in grado di affrontare le sfide della crescente disuguaglianza, dell’ascesa dell’autoritarismo e della spirale bellica. Ypi è professoressa titolare della cattedra Ralph Miliband di Politica e Filosofia presso la London School of Economics. Cresciuta nell’Albania comunista, ha vissuto da bambina il suo crollo, un’esperienza che ha raccontato nel memoir Libera (Feltrinelli, 2023). Anche il suo libro più recente, Dignità (Feltrinelli, 2026), attinge alla storia della sua famiglia per far luce sull’ascesa del fascismo nel periodo tra le due guerre. Gli scritti di Ypi mettono insieme contenuti personali e spunti tratti dal suo lavoro di filosofia politica, in particolare riflessioni sul valore condiviso da liberali e socialisti della libertà e sui suoi numerosi tradimenti storici. In questa conversazione con Meagan Day, Ypi sostiene che l’ondata globale di estrema destra non va intesa come un riallineamento geopolitico, bensì come una convergenza ideologica che rispecchia in modo inquietante il periodo tra le due guerre. Analizza la distinzione tra conservatorismo e fascismo, spiega perché la radicalizzazione del movimento Maga segue una evidente logica di escalation e sostiene che la migrazione sia fondamentalmente una questione di classe, non culturale. Ypi si rifà anche alla storia della sua famiglia per sostenere che la sinistra deve fare i conti onestamente con i due fallimenti, radicati nei limiti dello stato-nazione, del socialismo di stato e della socialdemocrazia, entrambi riconducibili ai limiti dello stato-nazione, se vogliamo costruire una politica di sinistra adeguata alla portata della crisi attuale. Visto il caos che imperversa in Iran, è logico partire dal crollo dell’ordine geopolitico. Mentre assistiamo alla frammentazione o alla dimostrazione della propria impotenza delle istituzioni del dopoguerra – le Nazioni unite, le istituzioni di Bretton Woods, l’intera architettura dell’internazionalismo liberale – pensi che stiamo assistendo a un fallimento di queste istituzioni o allo svelamento del fatto che non hanno mai mantenuto le promesse? È una combinazione delle due cose. Esiste una narrazione su queste istituzioni secondo cui sarebbero sempre state al servizio dei modelli coloniali e di un particolare sistema economico, a vantaggio delle élite dei paesi ricchi a scapito delle regioni più povere del mondo. Ma queste istituzioni furono anche il risultato di sforzi volti a contrastare le tendenze escludenti del liberalismo. Non realizzarono appieno il loro dichiarato valore di libertà universale, ma rappresentarono una lotta continua per estenderlo. Stiamo assistendo a una crisi che si tende a interpretare in termini puramente geopolitici: l’ascesa della Cina, la crisi dei rapporti tra Stati uniti ed Europa. Ma in realtà stiamo vedendo un conflitto geopolitico guidato da un allineamento ideologico: l’ascesa di una visione del mondo di destra incentrata sulla supremazia dello Stato-nazione. È etnocentrica, etnonazionalista e trova le sue basi in una critica delle élite liberali cosmopolite. Si tratta di un fenomeno riscontrabile in Europa, Medio Oriente e Stati uniti. È un allineamento ideologico di destra, incentrato sulla prospettiva che la forza fa la ragione, i forti fanno ciò che devono fare e i deboli subiscono ciò che devono. Sta emergendo qualcosa di nuovo a livello ideologico nella destra globale? Oppure si tratta di una situazione simile a quella della destra di sempre, solo che ora si sente più audace e libera di agire? È molto simile alla critica alle élite liberali cosmopolite che si poteva trovare nella destra del periodo tra le due guerre, quando il fascismo era in ascesa. Molti pensano che il fascismo sia puro conservatorismo, ma in realtà contiene anche una visione costruttiva di come vorrebbe che fosse il mondo, una critica all’internazionalismo liberale già presente dopo la Prima guerra mondiale e la crisi finanziaria. La differenza, oggi, sta nel fatto che questa sembra essere la critica egemonica del capitalismo liberale e della globalizzazione. Nel periodo tra le due guerre, esisteva un’altra interpretazione, anch’essa una critica al capitalismo e al liberalismo internazionale, ma proveniente dalla sinistra, da una prospettiva di classe. Oggi la critica dello status quo proviene in modo preponderante dalla destra, mentre la sinistra tradizionale fatica ancora a recuperare la propria critica al capitalismo. LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia Potresti spiegare meglio la differenza tra conservatorismo e fascismo? Si tratta di una distinzione di metodi. Il fascismo è una sorta di conservatorismo rivoluzionario. Ritiene che l’allontanamento dallo status quo debba essere più radicale, perché lo status quo è troppo ancorato a presupposti liberali. Il conservatorismo, invece, percorre una strada più riformista: si attiene ai valori e alle tradizioni, ma non all’idea che sia necessario distruggere il mondo per ricostruirlo secondo una certa visione di nazione, superiorità civile e omogeneità razziale, che è alla base di gran parte del pensiero fascista. Mentre nel conservatorismo si riscontra una maggiore propensione al compromesso con l’ordine liberale, il fascismo possiede un’energia molto più distruttiva e creativa. Nel fascismo esiste una concezione nietzschiana del rapporto tra moralità e potere, molto diversa dall’universalismo liberale. Il fascismo, nella sua essenza, si fonda sull’idea che il potere si giustifichi da sé e che le pretese morali contrarie siano solo lamentele dei deboli. Ritienu che l’ascesa del trumpismo e di figure come Viktor Orbán e Jair Bolsonaro sia la prova di una crescente ondata fascista? Provengono da contesti diversi. Orbán emerge dal fallimento del cosmopolitismo liberale nell’Europa orientale, dalla crisi finanziaria e dalla terapia d’urto degli anni Novanta, mentre Trump e Bolsonaro emergono dalle proprie storie personali. Ma queste traiettorie, che iniziano in modo molto diverso, sembrano tutte convergere verso una direzione fascista più utopica. Non credo che il movimento Maga nasca effettivamente fascista. C’è un processo di radicalizzazione. Questi movimenti hanno bisogno di una visione utopica per spiegare perché non riescono a mantenere le promesse fatte in termini di politiche concrete. Perché i costi e i prezzi sono ancora così alti anche se siete al potere? Avete bisogno di un depistaggio ideologico a lungo termine per giustificarlo ai vostri elettori: un’utopia gerarchica sempre più esclusiva. Stavo leggendo di un piccolo scandalo nella politica statunitense: la chat di gruppo dei Giovani Repubblicani di Miami è stata violata e al suo interno studenti universitari di destra si scambiavano meme sull’esoterico hitleriano Julius Evola e sul concetto di Agartha di Heinrich Himmler, concetti fascisti di nicchia e occulti. Come hai detto, non credo che questo faccia parte del Dna di Maga. Penso che si tratti assolutamente di un’escalation ideologica. Esattamente. E mentre studiavo l’ascesa del fascismo negli anni Venti e Trenta per il mio ultimo libro, ho riscontrato una simile escalation ideologica. Quando oggi pensiamo a Hitler e ai nazisti, pensiamo al culmine: l’Olocausto, i campi di concentramento. Ma nei primi anni del potere di Hitler, i liberali che erano preoccupati per lui dicevano: «Beh, ha costretto i suoi a rimuovere gli scritti antiebraici perché aveva capito che la sua base si era spinta troppo oltre». La gente si sentiva rassicurata: «Non è così grave come sembra». Persino nel caso della Germania nazista, ci furono processi di concessioni e ritirate, una dialettica che rispondeva agli eventi man mano che si svolgevano. Non c’è quasi nulla di più agghiacciante che analizzare a fondo l’escalation del fascismo in Germania e constatare come la gente comune si sia ritrovata come aragoste in una pentola che bolle. Quanto credito date ai parallelismi con il periodo tra le due guerre? Credo che ci siano delle analogie reali. L’escalation fascista di destra è una risposta alla crisi del capitalismo liberale. Questo era vero negli anni Venti, ed è vero anche ora. La storia non si ripeterà esattamente allo stesso modo, ma possiamo interpretare l’ascesa della destra come una risposta ai fallimenti della socialdemocrazia da un lato e del capitalismo liberale dall’altro, come accadde negli anni Venti e Trenta. Nel periodo tra le due guerre mondiali la sinistra aveva un ruolo di primo piano, cosa che, a ben vedere, non è più così oggi. Sì e no. La guerra civile spagnola è stato l’ultimo momento in cui si è assistito a un vero internazionalismo di sinistra. Dopo di che, la sinistra – sia nella sua forma socialista che socialdemocratica – si è impegnata a favore dello Stato-nazione. E in questo senso, non è un progetto in grado di rispondere adeguatamente a questa crisi, che in definitiva è una crisi transnazionale. Ciò che vediamo ora è l’incapacità della sinistra di creare un ampio fronte internazionale con una visione chiara di dove vuole portare la sua critica al capitalismo. Nel frattempo, la destra sembra stia tessendo con grande efficacia un progetto internazionale coeso. Sì, e aveva già iniziato a farlo anche prima di essere al potere. Pensiamo a Steve Bannon e al ruolo che ha svolto nel collegare i vari movimenti di destra in Europa e in America: c’era già un’ampia mobilitazione transnazionale attorno a questa ideologia della nazione e dello stato. Sotenevano che il capitalismo è transnazionale e, pertanto, qualsiasi tentativo di criticarlo da parte della destra doveva essere anch’esso transnazionale. Questi personaggi si sono dati da fare per creare reti: think tank, piattaforme di informazione, figure individuali che fungevano da anelli di congiunzione. Hanno aspettato di andare al potere. Quali sono le ragioni del relativo fallimento della sinistra nel fare altrettanto? L’abbandono della critica al capitalismo come progetto di classe. Abbiamo la sinistra ambientalista, la sinistra femminista, la sinistra antirazzista, e c’è stata una critica all’universalismo che ha reso difficile connettere queste lotte basate sull’identità in un’unica visione. Paradossalmente, la sinistra ha ereditato lo stesso approccio culturalista che la destra adotta per comprendere il conflitto: affermare che si tratta di razzismo o di genere senza inserire queste critiche in una critica più ampia del modo di produzione. Ciò che manca davvero alla sinistra è un cosmopolitismo alternativo. Quando ero studente in Italia, tra la fine degli anni Novanta l’inizio degli anni 2000, quello fu il momento del movimento alter-globalizzazione. C’era il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, l’idea emergente di una globalizzazione alternativa. Ma quel movimento fu soffocato dall’egemonia del neoliberismo, che insisteva sul fatto che non servisse un’altra politica, ma solo la politica giusta. Tutto ciò che bisognava fare era assecondare la Terza Via: soluzioni politiche, un po’ di redistribuzione, compromessi con le élite economiche. Noi che eravamo in piazza venivamo considerati dei romantici ingenui che non capivano che la Guerra fredda era finita e che non c’era alternativa. Questo è ciò che abbiamo perso, ed è ciò che stiamo cercando di recuperare. La sinistra ha nutrito diffidenza nei confronti dello Stato-nazione, e a ragione. Tuttavia, nella storia recente, è stato soprattutto in questo contesto che i deboli sono riusciti a esercitare il loro potere. C’è forse qualcosa di positivo nello Stato-nazione? In termini pragmatici, sì, perché lo Stato-nazione è il luogo in cui risiede il potere coercitivo. Se si vuole prendere ed esercitare il potere, bisogna sapere dove risiede. Altrimenti, la lotta sociale rimane ovunque e da nessuna parte. Ma il motivo per cui la gente riponeva tanta speranza nello Stato-nazione era che negli anni Venti e Trenta si assisteva alla contrapposizione tra nazione e impero. Il nazionalismo era una forza progressista nella lotta contro l’ordine imperiale, contro le chiese e le monarchie che non godevano di alcuna rappresentanza democratica. Ecco perché veniva presentato come progressista nei dibattiti di sinistra dell’epoca, negli scritti di [Vladimir] Lenin, [Rosa] Luxemburg e così via. Ma ora l’impero è finito. Lo Stato-nazione stesso è un rappresentante del vecchio ordine. Il nazionalismo non è più progressista, nemmeno nella sua formulazione più favorevole. È solo l’esclusione dell’altro. Si tende a distinguere tra nazionalismo etnico e nazionalismo civico, ma in definitiva, quando c’è un confine, c’è una differenza tra chi è dentro e chi è fuori. È inevitabilmente un’esclusione. Ci troviamo in un momento diverso e abbiamo bisogno di un’analisi diversa. LEGGI ANCHE… POLITICA IL NEOLIBERISMO NON HA CANCELLATO LE NAZIONI Jamie Maxwell Come dovrebbe posizionarsi la sinistra quando si rivolge a un pubblico che nutre serie preoccupazioni sulla migrazione? Innanzitutto, dobbiamo cambiare il modo di parlare, allontanandoci dalla moralizzazione della migrazione. Gran parte del dibattito di sinistra si basa su affermazioni del tipo: i confini sono arbitrari, la libertà di movimento è un diritto fondamentale, perché le persone non dovrebbero poter circolare liberamente? Il discorso è talmente moralistico che è difficile distinguere la difesa dei migranti da parte dei liberali da quella della sinistra. La migrazione diventa un problema solo quando si verifica in contesti di rapporti di potere asimmetrici, come ad esempio dal Sud del mondo al Nord del mondo. Nessuno si preoccupa della migrazione dal Canada agli Stati uniti o dall’Australia alla Gran Bretagna. Ci preoccupiamo della migrazione solo quando essa riflette asimmetrie di potere più ampie. E queste asimmetrie sono a loro volta il risultato di guerre, crisi economiche e degrado ambientale. La migrazione è una conseguenza, non una causa. Se si vuole davvero risolvere il problema, bisogna intervenire a livello delle sue cause. Ed è qui che la destra non ha una risposta. Dire «Dobbiamo rendere di nuovo grande il nostro paese a spese degli altri» conduce soltanto a guerre, crisi e disastri in tutto il mondo e, di conseguenza, a più migrazioni. È fondamentale anche sottolineare la dimensione di classe. I confini non sono mai stati così aperti per alcuni e così chiusi per altri come lo sono ora, persino nei paesi al potere con la destra. Mentre Trump pubblicava quelle immagini di persone incatenate che venivano deportate, si vantava allo stesso tempo di quanto fosse facile per gli oligarchi russi ottenere visti per investitori. I visti d’oro, i programmi di cittadinanza per investimento: la destra si è dimostrata completamente disposta ad aprire le frontiere ai ricchi. Quindi, se la vera preoccupazione è la mescolanza e l’integrazione culturale, perché la migrazione diventa così facile per alcuni e così difficile per altri che provengono dallo stesso contesto culturale? La migrazione è una questione di classe, non di cultura. Sei cresciuta intorno al 1989, e il tuo memoir lo descrive come un punto di svolta molto ambiguo piuttosto che trionfale. C’è qualcosa nell’esperienza post-comunista che ci offra strumenti utili per riflettere su questo momento di instabilità? Uno degli aspetti interessanti della letteratura sulla transizione degli anni Novanta è il concetto di «tripla transizione». Gli ex paesi comunisti dovevano costruire economie di mercato, stati democratici con strutture di legittimazione e risolvere il problema territoriale, ovvero tutti i conflitti nazionalisti all’interno di entità multinazionali come la Jugoslavia e l’Unione sovietica. Gli studiosi sottolineavano che non era possibile raggiungere tutti e tre gli obiettivi contemporaneamente e che in quelle società non esistevano istituzioni intermedie: né sindacati, né una vivace società civile, né veri e propri partiti. La cosa affascinante è che si diceva tutto questo come se l’Occidente fosse rimasto immutato. Si prendevano gli aspetti migliori dell’Occidente – l’età dell’oro della socialdemocrazia, i vincoli imposti al mercato, i partiti di massa – e si sosteneva che l’Oriente dovesse recuperare terreno. Ma mentre si tenevano queste discussioni, in Occidente quelle istituzioni intermedie venivano completamente smantellate. Era il periodo in cui si distruggevano i sindacati, in cui i partiti si trasformavano in partiti-cartello. Tutto ciò verso cui l’Oriente avrebbe dovuto orientarsi andava perduto. Si è trattato di un’operazione ideologica che ha attribuito i successi delle socialdemocrazie occidentali al liberalismo anziché al movimento operaio, mentre allo stesso tempo l’era di Margaret Thatcher e Ronald Reagan stava distruggendo proprio il movimento operaio. Si attribuivano il merito di ciò che il movimento operaio aveva realizzato, ma senza le strutture che avevano reso possibili tali risultati. Ciò che si prevedeva sarebbe successo in Oriente – leader autoritari di destra che usavano questioni culturali per distogliere l’attenzione dai fallimenti economici – ha finito per accadere sia in Oriente che in Occidente. La transizione non è avvenuta da Oriente a Occidente, ma da Occidente a Oriente. Vorrei soffermarmi su un punto della tua intervista con Aaron Bastani su Novara Media, che riguarda la storia della tua famiglia, perseguitata sotto il comunismo, e la tua successiva identificazione con il socialismo. Quasi tutti gli statunitensi, quando si parla di questo argomento, sentono dire: «La mia famiglia ha vissuto sotto il comunismo, è stata perseguitata, e posso affermare con certezza che non può funzionare». Eppure, molti socialisti sono stati perseguitati sotto il comunismo e hanno mantenuto la loro fedeltà ai valori socialisti. Puoi raccontarci come questo ha funzionato nella tua famiglia? Mio nonno era un socialdemocratico e per questo fu perseguitato dalla leadership comunista albanese. Ma il socialdemocratico degli anni Venti e Trenta era diverso da ciò che intendiamo oggi per socialdemocrazia. I socialdemocratici di quell’epoca non ritenevano che democrazia e capitalismo fossero compatibili. La socialdemocrazia, alle sue origini, era un progetto molto più radicale di quanto le si riconosca oggi. L’unica vera differenza tra socialdemocratici e comunisti all’epoca riguardava la rivoluzione e, di conseguenza, il rapporto tra l’avanguardia e il popolo. Il grande dibattito tra Édouard Bernstein e Rosa Luxemburg verteva sul metodo, riforma contro rivoluzione, ma gli obiettivi erano gli stessi. Il presupposto fondamentale era che, per ottenere una vera democrazia, fosse necessario contenere e infine sconfiggere il capitalismo. In luoghi come l’Albania, il progetto di costruire il socialismo si fuse con il progetto di costruire uno stato-nazione dalle ceneri dell’impero. Ciò significava che non si trattava di un socialismo costruito con mezzi democratici. Si aveva questo strano ibrido: controllo sui mercati ma nessuna sfera pubblica funzionante, nessuna legittimazione democratica, nessuna democrazia di partito. Era socialista sotto certi aspetti importanti, ma era anche molto repressivo, anche nei confronti dei socialisti e dei socialdemocratici che si discostavano dalla linea. Al contrario, possiamo immaginare un socialismo democratico. È possibile avere uno stato socialista con una costituzione socialista e diversi tipi di partiti socialisti, e in effetti un sistema multipartitico contribuisce notevolmente alla legittimazione e alla responsabilità. Perché, dunque, adottiamo questa interpretazione così ristretta di cosa fosse il socialismo, esemplificata da casi come quello albanese, e la consideriamo la definizione definitiva, in contrasto con tutte le alternative socialiste che furono represse dai socialisti di stato? A volte mi dicono che non mi importa della mia famiglia. Ma non capisco perché preoccuparmi della mia famiglia significhi schierarmi dalla parte di coloro che mio nonno ha sempre considerato nel torto. Lui ha sempre pensato che il capitalismo fosse il problema. Il fatto che abbia sofferto sotto il comunismo in Albania non significa che il capitalismo abbia smesso di essere un problema. Rimanere fedele alle mie radici significa non lasciare che i suoi nemici definiscano cosa significhi il socialismo. Credo che i socialisti più recenti a volte siano confusi su questo punto. Hanno elaborato la propria critica al capitalismo, e ora il mondo sembra diviso in due campi contrapposti, e loro vogliono stare dalla parte giusta. È fondamentale sfumare questo quadro. Giusto, ma in realtà, per ricostruire la sinistra, bisogna fare i conti con entrambi i fallimenti del ventesimo secolo: il fallimento del socialismo di Stato e il fallimento della socialdemocrazia nella sua versione radicata nello Stato-nazione. Il socialismo di Stato fallisce a causa del suo legame indissolubile con lo Stato-nazione, della sua mancanza di democrazia e della sua negligenza nei confronti delle libertà fondamentali come la libertà di movimento, di associazione e di espressione. Non si può semplicemente dire: «Dovevano farlo, quindi bene così». Il socialismo è sempre stato sinonimo di uguaglianza, ma non si è mai limitato solo a questo; si è sempre basato anche sulla libertà. Allo stesso tempo, dobbiamo anche essere molto critici nei confronti dei socialdemocratici e del modo in cui hanno sceso a compromessi con il capitalismo, e di dove ciò ha portato: alle ondate di neoliberismo degli anni Novanta. Entrambi i fallimenti sono legati allo Stato-nazione. Un’alternativa deve trarre lezione da entrambi. Dobbiamo recuperare la critica al capitalismo da un lato e la critica allo Stato-nazione dall’altro. Lo Stato-nazione richiede strutture di legittimazione che non funzionano con una critica del capitale transnazionale, un capitale che opera sia nel Nord che nel Sud del mondo, che genera imperialismo e conflitti per le risorse a livello globale. Quali sono le tue preoccupazioni riguardo agli eventi in corso in Iran? La guerra è la logica conseguenza della tendenza a rispondere alle crisi politiche ed economiche giurando di rendere di nuovo grande il proprio paese. Una visione del mondo costruita attorno allo Stato-nazione si fonda necessariamente sull’idea che il mondo appartenga ai potenti e che i potenti abbiano il diritto di distruggere tutto ciò che non si conforma. La guerra non è altro che questa logica portata alle sue estreme conseguenze. Ma ciò che è davvero interessante di questa guerra contro l’Iran è che gli Stati uniti non sentono il bisogno di legittimarla moralmente. Se pensiamo alla guerra in Iraq, gli internazionalisti liberal si sono prodigati per spiegare che si trattava di norme internazionali, di giustizia internazionale. C’era bisogno di una giustificazione che andasse oltre lo Stato-nazione. La logica non era semplicemente la pura e semplice forza bruta. In questa guerra, di tutto ciò ce n’è ben poco. Ciò sembra riflettere la debolezza dell’istituzionalismo liberale. Forse siamo giunti al punto in cui la destra può semplicemente condurre una guerra alle proprie condizioni, senza minimamente appellarsi all’etica dell’ordine liberale. Sì. Ma nel difendere il pacifismo, è importante non farlo solo sulla base della necessità di rispettare l’ordine internazionale liberale, perché tale ordine è sempre stato imperfetto e asimmetrico. Il vero pacifismo è possibile solo dopo aver superato entrambi i problemi: il capitalismo da un lato e lo Stato-nazione come ostacolo alla realizzazione di un mondo socialista dall’altro. Esiste una visione delle istituzioni internazionali che non si limita a difendere le istituzioni esistenti nella loro forma attuale. Non credo che si possa delineare un programma in dieci punti per il futuro. Si parte da un’analisi del momento presente e da una critica di ciò che non ha funzionato in passato, per poi costruire le istituzioni democratiche necessarie a portare avanti questa critica. Credo però che debba assumere la forma di un cosmopolitismo alternativo. Questa è la via più coerente per dare un senso ai conflitti del mondo globalizzato. *Lea Ypi è professoressa di teoria politica alla London School of Economics. Il suo ultimo libro è Dignità (Feltrinelli, 2026). Meagan Day è redattrice senior di JacobinMag, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Per un cosmopolitismo di sinistra proviene da Jacobin Italia.
April 20, 2026
Jacobin Italia
Romano Luperini: l’eredità di un maestro
«La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera».  (R. Luperini, L’uso della vita. 1968)  Romano Luperini (1940-2026) è stato un intellettuale complessivo: a marcare tutta la sua lunga traiettoria esistenziale e pedagogica è stata la ricerca, inesausta e oggi per lo più negata, di una saldatura tra lavoro culturale e progetto politico. Nel 1965 a Pisa ha fondato una piccola rivista, Nuovo impegno, che divenne uno dei luoghi di discussione della nuova sinistra. Nei decenni Sessanta e Settanta è stato un intellettuale militante:  attivo inizialmente nella Lega dei comunisti e nel Potere operaio pisano, ha poi ricoperto ruoli di dirigente in Democrazia proletaria e ha partecipato alla direzione del Quotidiano dei lavoratori. Nell’ultimo ventennio del secolo si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e più simili a un’azienda.  Mentre svaniscono i soggetti del cambiamento e il neoliberismo frantuma la società, Luperini resta estraneo ai trasformismi che hanno coinvolto la maggior parte della generazione ex-sessantottina. Non è dunque un «pentito» ed è invece un «insistente» come uno dei suoi maggiori maestri, Franco Fortini. A differenza di Fortini, tuttavia, mantiene sempre salda la fiducia nel lavoro dei gruppi politico-culturali, anche ristretti; è un infaticabile promotore di periodici e produttore di lavori di divulgazione o di storicizzazione (Il Novecento, 1981 e La scrittura e l’interpretazione, con Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, 1998), dirige  per un trentennio la rivista Allegoria  che ha per sottotitolo «per  una teoria materialistica della letteratura», intesse un dialogo costante con il mondo della scuola e promuove la resistenza degli insegnanti alle derive neoliberali, come attesta nel 2012 la creazione, con un collettivo di redattrici e redattori, del blog laletteraturaenoi.it. È perciò impossibile isolare il momento «scientifico» della sua eredità, caratterizzato dalle fondamentali monografie su Verga, Montale, Tozzi, Pirandello, dall’insegnamento rivolto a generazioni di studentesse e studenti nelle università di Lecce, Siena, Toronto, dalle centinaia di seminari per i docenti della scuola in tutta Italia e dall’impegno politico e civile.   Come critico letterario Romano si è formato con Luigi Russo e ha dialogato precocemente con Sebastiano Timpanaro: lo dimostra  il suo primo libro (Pessimismo e verismo in Giovanni Verga, 1968) derivato dalla sua tesi di laurea. Il verismo, con la sua carica demistificante, a suo parere ha in Verga lo stesso valore critico-negativo che l’illuminismo aveva avuto, nella prospettiva di Timpanaro, per Leopardi.  All’origine del suo metodo vi è il rovesciamento dello storicismo progressivo ed evolutivo, dominante nella cultura della sinistra ufficiale del dopoguerra. La sua critica procede per fratture e per dettagli prelevati sui singoli testi, descritti e interpretati con digressioni teorico-filosofiche e con strumenti desunti da Gramsci, Adorno, Lukács, Benjamin.  Nella sua saggistica si privilegiano la contraddizione, la disarticolazione, il montaggio: l’eredità, insomma, delle avanguardie storiche e soprattutto dell’espressionismo. Ciò implica una scommessa sulle persistenze del Moderno inteso come età del conflitto, in un contesto ormai Postmoderno, di disincanto ben remunerato e di «nichilismo morbido», intimamente avverso alle ideologie e alle idee stesse di storia, di classe e di rivoluzione: Luperini, infatti, con il termine «modernismo» non si riferisce solo a un’importante tradizione culturale e letteraria europea e italiana ma anche – e soprattutto – a una rigorosa autocoscienza intellettuale e a una prospettiva antropologica e politica. Questo maestro ha dunque esercitato, nel passaggio del millennio, un capillare e coerente lavoro culturale controtempo: con Walter Benjamin, ha argomentato in tutte le sedi in cui ha potuto prendere la parola, la nuda consapevolezza della perdita di ogni «aura» delle arti nel quadro globalmente mercificato ma, al contempo, la puntigliosa ricerca nell’interpretazione dei testi di un’allegoria politica, di un senso socialmente condivisibile. È stato, perciò, un critico neomarxista straordinariamente originale: comparabile per statura a Fredric Jameson pur nella diversa severità di giudizio riguardo al  postmoderno, e superiore al critico americano per la chiarezza didattica e discorsiva del linguaggio.  I tratti tipici del suo stile, sia nell’oralità che nella scrittura, sono infatti la tenace lucidità e la limpidezza argomentativa che sottendono una fiducia nell’etica del dialogo e, con Lukács, nell’ontologia dell’essere sociale. Le sue formule, concise come parole d’ordine, sono destinate a un’efficace memorizzazione: dialogo, conflitto, allegorismo, contraddizione, nichilismo morbido, relativismo critico, materialismo, modernismo.  LEGGI ANCHE… IL SENSO DEI FUTURI POSSIBILI Fredric Jameson Nelle sue magistrali letture delle opere letterarie moderne e contemporanee – da Gadda a Volponi, da Cormac McCarthy ad Annie Ernaux – ha dato rilievo ai frantumi intesi come allegorie prive di chiavi prestabilite di decifrazione: le Bestie di Federigo Tozzi o le zoomate di Pirandello sui dettagli corporei dei personaggi, staccati dal tutto, divengono – come in Kafka – emblemi ed enigmi di un mondo destituito di senso, in cui sono divenute impossibili le «corrispondenze» simboliste,  estetizzanti o mistiche. La sua «ermeneutica materialista»,  argomentata nei volumi L’allegoria del moderno (1990) e Il dialogo e il conflitto (1999), si articola in quattro punti: 1) prende le mosse  dal riconoscimento della materialità del testo e della sua storia, e dunque dal  contenuto di fatto e dalla necessità del commento filologico; 2) tiene conto, tuttavia, con Benjamin, che compito del critico è enucleare dal testo il contenuto di verità, ossia quel significato che ne legittima la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3) è consapevole che ogni ipotesi di senso si inserisce in un conflitto, in una proposta educativa e in una lotta per l’egemonia; 4) dichiara, dunque, la propria responsabilità, la propria parzialità e il proprio impegno, perché l’intera cultura dell’Occidente, anche nei suoi più splendidi risultati estetici,  consegue al dominio e alla barbarie che vanno smascherati dall’interprete materialista. Luperini è stato dunque, al contempo, un critico della cultura e della società, uno storico della letteratura, un teorico,  un comparatista e un docente d’eccezione: con lui si sono formati centinaia di donne e uomini che hanno assunto, a vari livelli del lavoro culturale, una funzione critica. Forse il suo lavoro più ardito è L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale (2007). Questo libro ha un taglio tematico, comparativo e interdisciplinare, a cavallo tra letterature occidentali e arti figurative, e la stessa parola-chiave destino, esibita dal titolo, implica  il dialogo con il più importante critico del Novecento: Giacomo Debenedetti. L’incontro e il caso prendendo in esame testi di narratori europei tra Otto e Novecento (Manzoni, Joyce, Flaubert, Maupassant, Verga, Tozzi, Proust, Svevo, Pirandello, Musil, Kafka) storicizza una costante antropologica: l’incontro con l’altro, scena fondativa della società umana che, traducendosi ora in dialogo ora in conflitto, indica simbolicamente un orizzonte comunicativo ma anche il rischio distruttivo soggiacente a ogni relazione ineguale tra gli uomini. La storicizzazione di questo tema nei testi permette di individuare una cesura radicale collocabile intorno al 1848: l’epoca dell’involuzione della borghesia e della reificazione della sua autocoscienza intellettuale, secondo Lukács e i francofortesi.   Ogni incontro con l’altro successivo a quella svolta, per Luperini, può avere un suo senso parziale, non più pieno o compiuto, perché ci rivela nello splendore delle opere l’orrore sociale che contiene: una  civiltà infatti, come vuole Adorno, è degna di chiamarsi tale solo se consente agli uomini «di essere diversi senza paura». Dopo il 1848, la scena letteraria dell’incontro interpretata da Luperini cambia dunque in profondità: evapora l’esperienza, si privatizza il concetto di destino, l’altro cessa di essere il polo di un dialogo per diventare solo l’occasione di un turbamento nevrotico.   Tuttavia il destino dell’uomo occidentale, simboleggiato dagli incontri tra i personaggi nei romanzi del canone europeo, non viene del tutto annichilito dalla mercificazione capitalista delle esistenze. Qui Luperini sembra dare spazio, anche contro sé stesso, a una diversa lettura dei testi e del mondo in cui il tema letterario è anche patèma: il rapporto col mondo passa infatti attraverso il corpo e restituisce nonostante tutto un’«immaginazione materiale» e utopica che, nell’epoca della derealizzazione, mediante la forma e l’invenzione, riempie di consistenza le cose, obbliga il lettore a fare i conti con un bisogno negato di tenerezza e di senso, individuale e collettivo. Nelle opere narrative, questa persistenza di una dimensione sociale non nichilista, si dà soprattutto nei periodi di scelta, di pienezza e di speranza politica: a esempio, nelle opere resistenziali di Italo Calvino, di Beppe Fenoglio, di Primo Levi, di Gigi Meneghello, di Renata Viganò. Anche Romano ha tentato questa via quando alla scrittura critica ha affiancato quella autobiografica e romanzesca: nei romanzi della sua tarda età, I salici sono piante acquatiche (2002), L’età estrema (2008), L’uso della vita. 1968 (2014),  La rancura (2016) e L’ultima sillaba del verso (2017) le voci narranti e i dialoghi rimemorano le pulsioni vitali, il rapporto con il padre, la malattia, l’invecchiamento e la dimensione sociale dell’esperienza individuale con una scrittura narrativa che mantiene una forte attenzione saggistica rivolta agli accadimenti storici.  In particolare L’uso della vita riesce nell’impresa di raccontare il Sessantotto senza toni nostalgici o apologetici e senza abiure. In questo romanzo le esperienze personali  si accompagnano al progetto di cambiare il mondo, mentre  personaggi e ambienti sono tratteggiati per dettagli: le calze colorate di Ilaria, gli occhi «taglienti» del padre, la testa bianca di Fortini sul palco di una piazza gremita, le urla dei carcerati, il poster della ragazza vietnamita che spinge con il fucile un colossale soldato statunitense. Il flusso dei dettagli rimanda il lettore a significati ulteriori così come l’eccezionalità decisiva della «corrente» del Sessantotto spinge Marcello, il giovane protagonista, nel vortice del movimento e delle assemblee, fra entusiasmo e introspezione.  Nella pagina conclusiva di L’uso della vita Marcello osserva il vagare di una piuma: «La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera». Per un materialista come Romano, a dare un senso alla vita oltre la morte è la dimensione collettiva: l’eredità trasmissibile e la prassi che i compagni potranno condividere. La  «costruzione» del volo è un’allegoria che chiede di essere decifrata: il tentativo di conquistare  una  direzione, una finalità e una «mediazione» raffigurate dal moto del passero, ben oltre le giravolte irrelate della piuma, ha caratterizzato la vita intera di questo maestro e quella di tanti suoi allievi che hanno avuto il privilegio di incrociare la sua traiettoria. *Emanuele Zinato insegna Letteratura italiana contemporanea e Didattica della letteratura all’Università di Padova. È redattore del blog La letteratura e noi fondato da Romano Luperini. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Romano Luperini: l’eredità di un maestro proviene da Jacobin Italia.
April 18, 2026
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L’Europa tra dazi e missili
Nella vita dei popoli i grandi problemi vengono risolti solo con la forza – Lenin L’attacco israelo-americano all’Iran segue a una crescita generalizzata di conflitti militari seppure in varie forme, dall’invasione «vecchio stile» dell’Ucraina da parte della Federazione Russa al rapimento del presidente Maduro a opera delle forze armate americane. La conflittualità politico-militare cresce di pari passo agli scontri economici e commerciali e ha le stesse cause: gli Stati uniti, e l’occidente nel suo complesso, non sono più in grado di frenare l’ascesa dei propri concorrenti con mezzi ordinari. Devono dunque ricorrere a guerre commerciali e a guerre vere e proprie. I due seguenti grafici mostrano bene questa escalation parallela: (Fonti: a sinistra Wto; a destra Epu). Viviamo, in questo senso, in un’epoca di transizione: per la prima volta da molti secoli, l’Occidente non si avvantaggia del commercio mondiale e deve dunque ricorrere al protezionismo, non per difendere industrie nascenti, come i paesi occidentali hanno sempre fatto uno contro l’altro, ma industrie mature contro nuovi concorrenti. Dal canto suo, la Cina aumenta sistematicamente la propria capacità produttiva perché utilizza i propri minori costi di produzione per ampliare le quote di mercato delle proprie aziende. Questa strategia, che gli analisti occidentali riducono a «investire troppo» determinando un eccesso di capacità produttiva  ha permesso alla Cina di conquistare un settore dopo l’altro e così all’Occidente, per salvare le proprie imprese, non rimane che ricorrere ai dazi o ai divieti diretti, come quello americano di chiudere il proprio mercato a chi impiega software cinese. PERCHÉ I DAZI? Già con la prima amministrazione Trump il tema dei dazi era stato posto al centro della politica economica americana, invertendo trent’anni di consenso verso la globalizzazione e il libero commercio. Sicuramente la bilancia commerciale statunitense è peggiorata durante l’epoca della globalizzazione. (bilancia commerciale degli Stati Uniti 1989-2025; fonte La prima amministrazione Trump intraprese un’articolata serie di iniziative per cercare di ridurre questa dinamica, soprattutto in chiave anticinese. L’aspetto più immediato della strategia e anche più discusso mediaticamente, è stato, come poi anche dal 2024, quello dei dazi. Rompendo una tendenza, in essere dal dopoguerra, alla loro riduzione, Trump decise di servirsi dei dazi non solo per ridurre il deficit commerciale, ma anche per aumentare il gettito fiscale in modo da poter ridurre le tasse ai ceti più abbienti, con ciò determinando un enorme travaso di fardello fiscale dai ricchi ai lavoratori, e riportare produzioni manifatturiere nel paese (il cosiddetto reshoring). Quest’ultimo scopo non è stato minimamente raggiunto. Le nazioni colpite dai dazi hanno utilizzato metodi di aggiramento dei dazi che sono stati pagati per la massima parte da aziende e consumatori americani. Nel complesso, l’industria americana non ha avuto una ripresa significativa dei volumi produttivi nei settori chiave. Solo per fare l’esempio dell’automotive, la produzione resta ben sotto il livello del 2008 o del 2000, nonostante reshoring e incentivi.  (produzione di automobili negli Stati uniti 1960-2024; fonte: Wards Intelligence, Wards Automotive Yearbook, vari anni)  I dati confermano che l’utilizzo della capacità produttiva nel settore manifatturiero rimane al di sotto del picco post-pandemia dell’80% e ben al di sotto della media degli anni Novanta e che l’unico settore dove c’è stata una certa inversione di tendenza è quello dei microchip con l’approvazione del CHIPS and Science Act nel 2022. Si parla comunque di una stima attorno ai 200.000 posti di lavoro, un numero esiguo rispetto alle dimensioni del mercato del lavoro americano. Sebbene le analisi economiche sui dazi non siano necessariamente affidabili in quanto risentono delle posizioni liberiste, dominanti nel pensiero economico degli ultimi decenni, i dati sono abbastanza concordi sulle conclusioni. Queste misure, che non creano posti di lavoro e sono pagate principalmente dai consumatori americani, danneggiano però anche i paesi esportatori, principalmente la Cina. Tuttavia, non riducono il deficit americano ma al massimo ne cambiano la distribuzione tra i paesi esportatori. In questo senso, gli studi fanno anche emergere la difficoltà di ridurre il peso complessivo della Cina nel commercio, considerando che quasi tutte le catene produttive mondiali hanno almeno alcune articolazioni in Cina. Le analisi delle guerre commerciali evidenziano anche che, in caso di ritorsione, il danno peggiora per tutti. È però ragionevole attendersi questa ritorsione, che infatti si è data frequentemente. Ad esempio, anche dopo lo Smoot-Hawley Act del 1930, che aumentava fortemente i dazi statunitensi, diversi partner commerciali dell’America avevano imposto controdazi. Nel 2024 l’escalation, soprattutto con la Cina, è stata drammatica ma alla fine ha costretto Trump a un’umiliante marcia indietro. Occorre anche osservare che se la guerra commerciale si trasferisse sul piano valutario e finanziario l’esito sarebbe ancora peggiore, considerando la necessità dell’America di rifinanziare il proprio mostruoso debito pubblico e privato (siamo a cifre superiori ai 10.000 miliardi di dollari l’anno). Le continue giravolte di Trump rendono impossibile impostare una strategia di politica industriale di lungo termine e dunque pensare a un’ancorché parziale reindustrializzazione del paese. Le iniziative di Trump hanno accentuato un trend crescente di controversie commerciali che mirano non solo a ridurre i disavanzi del paese, ma anche a ridurre le strozzature delle catene di approvvigionamento. Non a caso, il numero di queste misure tra il 2009 e il 2020 è aumentato da meno di 3.500 a oltre 18.000, delle quali 13.000 concernenti le materie prime, tanto che ormai circa il 10% del valore totale delle esportazioni di materie prime è soggetto a misure restrittive.   Oltre ai dazi, già dal 2014, e poi in modo strutturale con la guerra in Ucraina, l’Occidente ha approvato una quantità enorme di misure diverse dai dazi (non-tariff barriers), come le sanzioni, che mirano, in prima battuta, a colpire lo sforzo bellico russo, ma in realtà servono ad attaccare tutto il blocco nemico, soprattutto la Cina. Con Trump, anche l’Europa è nel mirino e proprio nel momento più difficile. Del resto, l’Europa ha un surplus commerciale significativo verso gli Stati uniti (nel 2025 attorno a 200 miliardi di euro). Infatti, se all’apice della fase di iper-globalizzazione, il peso del commercio mondiale aveva assunto in Cina una dinamica simile a quella europea, dopo il 2008 mentre la Cina impostava un cambiamento di rotta con un maggior peso sulla componente interna, l’Europa con l’austerity schiacciava la domanda interna esaltando la natura export led del proprio modello di crescita.  Adesso l’economia europea dipende in modo schiacciante dal commercio mondiale, proprio quando siamo entrati nell’era delle guerre commerciali. La minaccia di invadere la Groenlandia e di punire i paesi europei che si opponessero all’annessione vanno nella stessa inedita direzione.  LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA LA GUERRA E LA MONETA Stefano Lucarelli Ulteriore incertezza è derivata dallo stop della Corte Suprema di Washington che ha bocciato alcuni dazi, lasciandone in vigore altri. Non è chiaro se verranno rimpiazzati né se e come verranno rimborsati quelli pagati. È interessante anche osservare che molti commentatori avevano ipotizzato che i dazi avrebbero condotto a una rivalutazione del dollaro come effetto della minor richiesta di merci estere. Così non è andata. Dall’inizio del 2025 a oggi il dollaro si è svalutato di circa l’11% contro l’euro e ha avuto cali simili verso il renminbi e molte altre valute. In teoria questo dovrebbe aiutare le aziende americane a esportare di più, ma rende i titoli americani meno appetibili. Si consideri, ad esempio, che i risparmiatori europei hanno circa 25 mila miliardi di dollari di titoli denominati in dollari. La svalutazione ha già comportato una perdita di circa 2,5 mila miliardi, una cifra colossale ma per ora senza grandi conseguenze. Solo che una svalutazione eccessiva potrebbe provocare la fuga degli investitori e renderebbe difficile piazzare l’immenso debito pubblico americano. Ad ogni modo, non è la prima volta che gli Stati uniti si trovano a dover frenare l’ascesa di un rivale economico con accordi valutari. Negli anni Ottanta con gli accordi del Plaza, il Giappone fu costretto a rivalutare lo yen, cosa che comunque ritardò solo di alcuni anni un ulteriore aumento del deficit commerciale. Simili accordi furono conclusi, sempre a metà degli anni Ottanta, con la Germania. Ancora prima, Nixon, quando pose fine al sistema di cambi fissi di Bretton Woods, che impediva la convertibilità del dollaro, aveva anche annunciato l’introduzione di un dazio generale del 10%; tuttavia con la vittoria nella Guerra fredda, prevalsero le tendenze globalizzatrici, come si è visto con l’accordo Nafta del 1991 con Messico e Canada e altri negoziati in sede Gatt e poi Wto.  L’ingresso della Cina nel Wto segnò il culmine di questo processo con effetti significativi sul commercio mondiale, che dal crollo dell’Urss alla crisi del 2008 è cresciuto di circa 5 volte. All’interno di questa crescita, già notevole, quella cinese è stata enormemente maggiore, portando a un aumento del deficit commerciale tra i due paesi che era inferiore ai 100 miliardi nel 2011 e aveva raggiunto un picco di oltre 400 miliardi nel 2018. A questo deficit l’America non poteva rispondere con mezzi «ordinari» e ha quindi fatto un ricorso crescente a dazi e ostacoli allo sviluppo tecnologico cinese. Non è però facile sostituire i produttori cinesi, dato che in alcuni comparti la supremazia cinese è schiacciante, come nelle batterie elettriche, nei prodotti manifatturieri concernenti energie pulite e nei pannelli solari.  La risposta scomposta dell’amministrazione Trump a questi trend non identifica una politica industriale che possa anche solo avvicinarsi alle linee a lungo termine dei piani quinquennali cinesi. Non comporta dunque cambiamenti incrementali della composizione produttiva del paese. Prevale dunque, lo sforzo di imitazione laddove possibile, o di distruzione degli sforzi altrui più di frequente. L’idea di sviluppare un corridoio commerciale che va dall’India al Mediterraneo e che per funzionare prevede la liquidazione dell’Iran e dei palestinesi (il cosiddetto Imec) è appunto un tentativo di creare un’alternativa alla Belt and Road Initiative. Il distacco tra i blocchi riguarda ormai ogni ambito. Ad esempio una compagnia privata russa, la Bjuro 1440, sta sviluppando un sistema satellitare alternativo a Starlink.  Questo segue iniziative analoghe nell’ambito del sistema dei pagamenti, dei social, del finanziamento degli investimenti internazionali con la nascita della banca Ndb nell’ambito dei Brics+. È un muro di Berlino economico e tecnologico eretto da entrambe le parti.  In questo crescente scontro tra blocchi è appena il caso di ricordare la definitiva irrilevanza politica europea, ridotta ad alleato di secondo rango degli Stati uniti e la cui agonia economica è stata autorevolmente sintetizzata dal Rapporto Draghi del 2024. Totalmente dipendente sul piano tecnologico, finanziario, militare e politico dagli Stati uniti, il vecchio continente vede un rapido sgretolamento della propria potenza industriale ed è privo di qualunque progetto di sviluppo alternativo al quadro dell’austerità che, dal Trattato di Maastricht sino al Patto di Stabilità e al Six Pack, hanno condannato l’Europa al declino economico e politico.  QUANTO MANCA ALL’UCCISIONE DELL’ARCIDUCA?  Non esiste speranza senza paura né paura senza speranza – Spinoza  Come noto, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando condusse a un’escalation politica che in poche settimane portò allo scoppio della Prima guerra mondiale. Le ragioni del conflitto furono molteplici ed è difficile, tuttora, qualificarne l’inevitabilità. Le potenze europee si scontravano per le colonie da secoli, e avevano una lunga tradizione di guerre dirette tra loro, si pensi alla guerra franco-prussiana nel 1870-1871. L’irrompere sulla scena mondiale di nuove potenze, la Germania, la Russia, l’Italia, gli Stati uniti, rendeva inevitabile il formarsi di nuovi equilibri che, la storia ci ha mostrato, non poterono risultare il frutto di un dibattito diplomatico ma dei più grandi scontri militari della storia. Assistiamo oggi a una situazione che ha aspetti simili, con il declino delle potenze occidentali e la crescita del mondo Brics+.  Dal 2008 la globalizzazione è ferma, eppure il mondo non si è deglobalizzato perché non si trovano alternative. Così l’economia mondiale procede a tentoni aspettando nuovi modelli di sviluppo. Di fronte alla crisi della propria egemonia, l’Occidente riscopre il «nazionalismo economico», come idea di legare in modo strutturale aziende e governi attraverso un labirinto di politiche industriali, sanzioni, controlli sugli investimenti, vantaggi fiscali e normativi, con la scusa di salvaguardare la sicurezza nazionale. Tuttavia, i comportamenti erratici dell’amministrazione Trump, se possono avere successo nell’immediato in quanto sottomettono alcuni paesi deboli, rendono l’Occidente strutturalmente più inaffidabile e, per confronto, spingono ad affidarsi più alla Cina che sembra più stabile e ragionevole.  Fa impressione che, in un recente sondaggio, solo il 25% dei britannici e il 16% degli abitanti dell’Unione europea consideri gli Stati uniti un alleato. Nel blocco occidentale, la politica sussume i commerci: anche se a molti paesi, a partire da quelli europei, converrebbe mantenere buone relazioni con i Brics+, devono ridurre o azzerare queste relazioni per ragioni di allineamento politico. Non è prevedibile se e quanto l’Europa rimarrà subordinata all’alleato americano. Dal canto suo, gli Stati uniti moltiplicano i segnali di aggressività, dalla ridenominazione del Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra allo strangolamento economico del Venezuela e di Cuba, al bombardamento dell’Iran. Allo stesso tempo, il Pentagono è ben consapevole che nel caso di una guerra, non contro le propaggini minori del blocco nemico, che comunque nel caso dell’Iran si sono dimostrate più resistenti del previsto, ma contro Russia e soprattutto Cina, il rapporto di forza sul piano industriale sarebbe sfavorevole.  Il dispositivo industriale di cui disponeva l’Occidente all’epoca dei due conflitti mondiali è largamente perso. Nel 2023 è uscito il primo rapporto complessivo sulla base industriale statunitense (la National Defense Industrial Strategy), che evidenzia inequivocabilmente l’impossibilità dell’economia americana di reggere a una guerra prolungata su vasta scala. Mancano gli stabilimenti industriali, le catene di approvvigionamento, i tecnici, la forza lavoro di base. Dal 1985, la base industriale della difesa ha perso quasi 2 milioni di addetti, circa due terzi del totale. Al contrario, la capacità dell’industria russa di rispondere alle esigenze belliche ha completamente rovesciato i piani dell’Occidente secondo cui le sanzioni avrebbero distrutto il paese.  Considerando che l’industria cinese è enormemente più forte di quella russa, non si vede come l’America possa impegnarsi in una guerra contro la Cina e i suoi alleati con la speranza di vincere. Non resterebbe che ipotizzare un attacco atomico che provi ad annientare il nemico con il first strike. Strategia che, in effetti, è stata già sdoganata da Biden. *Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di stabilità finanziaria ed economia internazionale. L'articolo L’Europa tra dazi e missili proviene da Jacobin Italia.
April 17, 2026
Jacobin Italia
Piazza Duomo, remigrazione e città meticcia
«Senza paura». È questo il titolo della manifestazione indetta dai Patrioti, il gruppo all’Europarlamento dove sono iscritti tra gli altri la Lega, il Rassemblement National, Vox e Fidesz. In piazza con Salvini ci saranno i leader di forze apertamente xenofobe e di estrema destra, mentre lo sconfitto Viktor Orbán invierà solo un messaggio video.  La mobilitazione dei partiti dell’estrema destra europea di sabato 18 aprile a Milano si inscrive in una più ampia riconfigurazione del discorso pubblico sulla sicurezza e sull’ordine urbano. Il comizio finale si terrà a Piazza Duomo, teatro dei fatti di cronaca che nel Capodanno del 2025 hanno portato per la prima volta esponenti della destra istituzionale a parlare di «remigrazione», mettendo nel mirino i «maranza».   Un anno e mezzo dopo la remigrazione, ovvero l’idea di espellere non solo i migranti considerati clandestini ma tutti i cittadini di origine straniera considerati inassimilabili, ha superato gli steccati dell’estremismo neofascista, per diventare patrimonio condiviso della destra globale mainstream. In Italia è la figura del «maranza» a emergere come categoria discorsiva capace di condensare ansie sociali, tensioni urbane e dinamiche di razzializzazione. Su questo terreno si innesta l’intervento politico della Lega di Matteo Salvini, che rilancia una lettura securitaria della città fondata sulla sovrapposizione tra marginalità sociale e devianza. Il richiamo al decoro e alla sicurezza come dispositivo di legittimazione, di pratiche di controllo selettivo, mentre la proposta della remigrazione si configura come l’orizzonte politico che trasforma l’esclusione in soluzione, facendo diventare le ronde stile Ice e le deportazioni di massa una concreta possibilità. D’altronde le nuove regole sui rimpatri votate dall’Europarlamento con la convergenza tra destre e Partito popolare europeo vanno esattamente in questa direzione.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI DIETRO IL CRISTALLO BRILLANO I BARBARI Alice Ridolfi La manifestazione del 18 aprile, promossa dai Patrioti per l’Europa, rappresenta il momento in cui il linguaggio securitario si fa mobilitazione, tentando di sedimentare consenso attorno a un immaginario fondato su ordine, appartenenza nazionale e delimitazione dei confini e della comunità etnica, in un vero e proprio dispositivo politico utile a legittimare interventi restrittivi e a costruire consenso attorno a politiche di esclusione. È evidente come la criminalizzazione di specifici gruppi sociali rappresenti un passaggio chiave per rendere questi temi centrali nel discorso politico e sociale, capitalizzando le campagne di terrorismo mediatico promosse proprio contro i maranza. Di converso in questi mesi abbiamo assistito in Italia anche a inediti processi di protagonismo dei giovani razzializzati. È avvenuto, in modi diversi, nella campagna referendaria per l’accesso alla cittadinanza, nella mobilitazione contro il genocidio in Palestina e in alcuni momenti di rivolta urbana. Le seconde generazioni crescono in una condizione di sospensione: formalmente «dentro» la società, ma continuamente trattate come corpi estranei. Il marchio del maranza, del «pericoloso», del «non integrato» produce un’identità eterodiretta, costruita dall’esterno. La catarsi come rottura dell’identità imposta è il momento in cui il soggetto rifiuta il ruolo assegnato e smette di interiorizzare lo sguardo stigmatizzante. La catarsi politica non è un’esplosione improvvisa né un gesto puramente simbolico. È un processo lento, stratificato, che nasce quando un corpo collettivo viene spinto oltre il limite della sopportazione. È la risposta a un discorso pubblico che impone identità stigmatizzanti, che riduce soggettività complesse a figure semplificate del «disordine» e prospetta l’espulsione come unica soluzione possibile. In questo senso, la catarsi è un atto liberatorio e trasformativo: rigenera la dignità, frantuma l’identità imposta e produce una nuova soggettività. Agisce tanto sulla psiche individuale quanto su quella collettiva, convertendo frustrazione e alienazione in energia politica, spezzando quella follia indotta che accompagna ogni forma di oppressione sistemica. Frantz Fanon mostra ne I dannati della terra che non si tratta soltanto di un atto politico, ma un gesto ontologico di riappropriazione dell’umanità. È dentro questo orizzonte che vanno lette le parole che, negli ultimi mesi, hanno smesso di essere provocazioni marginali per diventare parte stabile del dibattito pubblico: remigrazione, maranza. Non descrivono la realtà, la semplificano, la deformano per metterla a profitto, rafforzando le gerarchie che passano per la linea del colore e le divisioni di classe. Il «maranza» diventa così una figura simbolica, un contenitore su cui proiettare insicurezze sociali e tensioni irrisolte, mentre la remigrazione si afferma come risposta apparentemente semplice a problemi strutturalmente complessi. In mezzo restano le seconde generazioni, trasformate in oggetto di controllo, sospetto e confinamento. La comparsa e la legittimazione di questi gruppi non avviene nel vuoto, ma si colloca in un contesto spaziale e temporale segnato da un forte irrigidimento delle politiche di sicurezza urbana. Una deriva che si inserisce pienamente in quella cultura della paura analizzata da Loïc Wacquant nel saggio Iperincarcerazione. Neoliberismo e criminalizzazione della povertà negli Stati Uniti. Il sociologo francese elabora il concetto di criminalizzazione della miseria per descrivere i meccanismi attraverso cui, nei contesti neoliberali, le condizioni di vulnerabilità socioeconomica vengono affrontate non con politiche di welfare, ma attraverso strumenti repressivi. Si assiste così a una progressiva sovrapposizione tra povertà e devianza, in cui soggettività marginalizzate – giovani, minoranze etniche, abitanti dei quartieri popolari – diventano bersaglio privilegiato di dispositivi di controllo, sorveglianza e penalizzazione sistematica. Questa deriva punitiva non è un’anomalia del sistema, ma una sua funzione strutturale. LEGGI ANCHE… ANTIFASCISMO LA REMIGRAZIONE È UN ATTACCO DI CLASSE Tommaso Chiti Un contesto che rappresenta un dispositivo di legittimazione per le destre europee e non solo, che vi trovano condizioni favorevoli per rafforzare e riprodurre la criminalizzazione della miseria attraverso l’individuazione di un nemico sociale. Quest’operazione discorsiva consente di legittimare l’adozione di dispositivi normativi sempre più restrittivi, che incidono in modo selettivo sull’accesso ai diritti di cittadinanza e sulla possibilità di fruire liberamente degli spazi urbani, di cui il «Daspo Willy» è solo uno dei tanti esempi possibili. È proprio qui che la catarsi politica torna a imporsi come necessità: di fronte a una narrazione che riduce intere generazioni a un problema da contenere o da rispedire altrove, la catarsi diventa un atto di rottura. Rompe la passività, spezza la disumanizzazione – la stessa logica che attraversa il rapporto coloniale – e si oppone frontalmente a un progetto che pretende di amministrare l’esclusione. È la rivendicazione dell’esistenza contro la semplificazione, della complessità contro la paura, dell’umanità contro la gestione securitaria della vita. L’elemento profondamente coloniale nel rapporto tra Stato e seconde generazioni è l’essere sempre osservati, controllati, sospettati, mai pienamente riconosciuti. La catarsi è allora una disintossicazione da questa logica.  Fanon parlava della violenza coloniale come produttrice di alienazione psichica; allo stesso modo, la catarsi politica permette di spezzare la «follia indotta» dell’oppressione, restituendo integrità al soggetto. La catarsi è ciò che rompe l’orizzonte bloccato imposto alle seconde generazioni, apre alla possibilità di non essere più trattati come un «problema ereditato», ma come soggetti a pieno titolo. Il maranza serve alla politica per semplificare il mondo, la remigrazione per illudersi di controllarlo, la catarsi per rivendicare l’esistenza. A Milano non ci sarà solo la manifestazione di xenofobi e fascisti da mezza Europa, ma ben tre piazze convocate dalla città meticcia. Associazioni, centri sociali, sindacati, reti di solidarietà manifesteranno tra il mito della Resistenza partigiana e l’immaginario delle nuove forme di organizzazione dei ragazzi e delle ragazze razzializzate, che sono sempre più in grado di rappresentare le proprie istanze senza confuse intermediazioni.  *Alice Ridolfi è laureata in sociologia e studia attualmente geografia e processi territoriali. È autrice di Quando in realtà non è così. Seconde generazioni: nascere, crescere e vivere nella Milano dello stigma sociale e delle discriminazioni razziali e territoriali (Red star press, 2026) e attivista dei movimenti sociali, transfemministi e antirazzisti. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Piazza Duomo, remigrazione e città meticcia proviene da Jacobin Italia.
April 17, 2026
Jacobin Italia
Una storia di intimidazione
Dopo una giornata di mobilitazione a fine novembre 2025, con un’adesione record attestata attorno al 90%, i giornalisti italiani hanno scioperato il 27 marzo e tornano a farlo il 16 aprile, sempre per la stessa ragione: il rinnovo del contratto nazionale, scaduto da 8 anni. Per la frammentazione dei rapporti di lavoro, comune oggi a molti settori, il contratto nazionale arriva a coprire direttamente soltanto una parte delle persone coinvolte nel mestiere: in Italia ammontano a 17mila i giornalisti assunti come dipendenti, mentre si contano 48mila freelance – di questi ultimi, solo 20mila svolgono come unica attività il giornalismo. Poche figure lavorative al giorno d’oggi sono emblematiche della precarietà come i freelance dell’informazione: sempre reperibili, pronti a scattare per catturare la notizia, in uno stato di tensione perenne a cui deve corrispondere al contempo la lucidità intellettuale necessaria a produrre i pezzi, spesso costretti ad aprire partita Iva pur lavorando di fatto per un unico committente, pagati a cottimo e spinti a sfornare 4-5 articoli al giorno per guadagnarsi il pane quotidiano. Quando i giornalisti sono senza tutele, rischiano di diventarlo anche le notizie: in un regime di produzione seriale di pezzi, la conferma e l’approfondimento dei fatti – prima di essere pubblicati – diventano operazioni troppo laboriose e costose. Rischia di affermarsi piuttosto una trama di verità provvisorie, senza garanzie, come gli stessi precari, un rischio che si ingigantisce quando le notizie solleticano umori e pulsioni di odio. In questo pezzo parliamo di uno di loro, un giornalista precario, in una vicenda che getta ombre raggelanti sul dibattito pubblico e sulla libertà di fare inchiesta. Parliamo dell’intreccio tra disinformazione e intimidazione, parliamo di uno dei maggiori pericoli che corre oggi un giornalista – freelance o dipendente che sia – la minaccia della querela: tra le nazioni europee, l’Italia detiene il più alto numero di querele verso i giornalisti, circa un quarto del totale. Per raccontare questa storia dobbiamo tornare indietro all’estate di otto anni fa. UN CALDO DA FAR PERDERE LA TESTA Agosto 2018. Il caldo in Pianura padana è soffocante, molte menti sono annebbiate. In mezzo ai sudori e alle lamentele, un fatto arriva a scalzare il meteo come argomento di conversazione. A darne notizia è il Giornale di Vicenza, quotidiano con un pubblico medio giornaliero stimato attorno alle 215.000 persone, è una testata del gruppo editoriale Athesis, tra i cui azionisti storici figura la Confindustria vicentina. Lo strillo fuori dalle edicole recita: «I richiedenti asilo vogliono avere Sky. Scatta la protesta». L’articolo guadagna in breve tempo ampia visibilità online, viene letto lungo tutta la penisola, anche per merito dell’allora Ministro degli Interni Matteo Salvini, che poche settimane prima ha bloccato temporaneamente lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti a Trapani. Salvini ri-condivide il pezzo, dandolo in pasto alla propria folta schiera di seguaci digitali. Una storia simile conferma al suo popolo la narrazione secondo la quale gli immigrati vengono in Italia per «fare la pacchia», a guardare le partite di calcio, a spese degli italiani che invece si spaccano di fatica dalla mattina alla sera. Qualcuno invece aggrotta la fronte dinanzi a quel titolo e afferra il telefono: è Fabio Butera, un precario dell’informazione, sbarca il lunario lavorando per La Repubblica, per cui ha appena realizzato una video-inchiesta sui rider dopo aver svolto lui stesso quel lavoro per un mese. Butera giudica il fatto pubblicato dal Giornale di Vicenza poco verosimile. Davvero delle persone sopravvissute alla traversata del deserto africano e del Mediterraneo adesso starebbero montando una protesta per seguire il campionato di calcio?  Butera contatta la questura e la prefettura: entrambe negano di aver ricevuto richieste di abbonamenti televisivi, solo permessi di residenza, hanno appreso la notizia dal giornale anche loro. Butera contatta inoltre l’autore del pezzo per chiedergli da dove avesse tratto quell’informazione, ma il collega sostiene di aver avuto l’imbeccata da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo di contattare direttamente i richiedenti asilo. Butera ha la premura di registrare tutte le conversazioni telefoniche e tenerne traccia. LEGGI ANCHE… CITTÀ LA CRONACA PRODUCE BARRIERE Giuliano Santoro L’esito delle sue indagini diventa poi un post pubblicato su Facebook, sotto cui si scatenano valanghe di commenti, molti di apprezzamento e altri ingiuriosi nei suoi confronti. Butera si scaglia contro i titoli sensazionalisti, le notizie non verificate e divulgate solo per alimentare discorsi razzisti. Il post viene rilanciato presto dal Bocciodromo, il centro sociale del capoluogo berico, e da altre realtà, raggiungendo presto la cerchia dei media nazionali: Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Post…  Il Giornale di Vicenza nel giro di pochi giorni pubblica una rettifica: i migranti non hanno chiesto un abbonamento a Sky, ma bensì una tv satellitare per rimanere aggiornati sulle notizie del proprio paese d’origine. Pochi mesi dopo, tuttavia, la Questura di Vicenza cambia versione, dichiarando che le erano effettivamente giunte richieste di accesso a piattaforme televisive. A quel punto l’autore del pezzo, il giornalista del Giornale di Vicenza, apre una causa per diffamazione nei confronti di Butera. Fortunatamente, a distanza di anni, nonostante i molteplici cambi di lavoro e residenza, Butera possiede ancora le registrazioni delle sue conversazioni telefoniche avute al tempo: in base a quelle, il tribunale sentenzia nel 2023 che il lavoro di Butera non è diffamatorio ma ben documentato e di interesse pubblico, al contempo lo condanna però a pagare 33mila euro per non aver rimosso i commenti offensivi verso il collega pubblicati da terze persone sotto il suo post – commenti che non gli è stato chiesto di rimuovere, nel corso degli anni. La sentenza viene poi confermata dalla Corte d’Appello, mentre resta ancora in sospeso il verdetto della Cassazione, atteso a partire dal 10 aprile 2026. I commenti in cui lo stesso Butera viene insultato pesantemente, sotto il suo post e sotto i post del Giornale di Vicenza, non sono stati invece oggetto di considerazione. IL GELO SUL DIBATTITO PUBBLICO Una vicenda come questa apre interrogativi enormi. Come ha osservato il giornalista Matteo Pucciarelli, laddove testate e politici nazionali pubblicano quotidianamente post sotto i quali si scatenano orde di odiatori social, un comune cittadino attivo sui social media è libero di essere insultato ma al contempo obbligato a cancellare i commenti offensivi scritti da altri sotto i propri post? La vicenda di cui è stato protagonista Butera risulta intimidatoria soprattutto nei confronti dei cosiddetti media-attivisti, di tutte le persone impegnate a promuovere assieme informazione e campagne sociali, nel tentativo di bilanciare il quarto potere dei mass media con il contropotere dei movimenti sociali. Di fatto, da allora Butera ha smesso di scrivere sui social network, racconta di non essersi esposto come avrebbe voluto su temi a lui cari, come la Palestina, nel timore di subire ulteriori ritorsioni. Del resto, ha avuto altre magagne da gestire nel corso degli anni, tra cui una causa con la stessa Repubblica, da lui vinta, per la sua mancata assunzione dopo anni di collaborazione (vicenda culminata, perdipiù, con un divertente scambio epistolare pubblico). Nell’estate del 2018 ebbe il coraggio di sfidare la presunta verità sancita da un quotidiano e da un ministro, nonostante fosse un precario con entrate mensili piuttosto magre. Quanti altri colleghi, messi nelle stesse condizioni, si sono potuti permettere una scelta simile? Quanti precari delle redazioni, in questi anni, sono riusciti a vincere le ritrosie e raccontare una storia non detta in cui si erano imbattuti? Quanti giornalisti dipendenti hanno osato sfidare la minaccia della querela? Le frottole dei potenti possiedono la loro forza nella capacità di infliggere danni a chi cerca di smentirle, o metterle in dubbio. Un mondo in cui i giornalisti si sentono vulnerabili è un mondo in cui trovano spazio più facilmente le verità di comodo, pronte a flettersi a seconda di come soffia il vento, sempre allineate però con le idee della classe dominante. I soggetti che diffondono sentimenti xenofobi, del resto, sono gli stessi che promuovono la precarietà lavorativa, lo scopo è il medesimo: creare una faglia all’interno della forza lavoro, seguendo la linea del colore, della lingua, del credo o del genere. Solo con uno sguardo attento rispetto alla realtà che ci circonda – uno sguardo a cui faccia seguito una fronte aggrottata – potremo districarci dalle storture e dalle ingiustizie strutturali del nostro tempo. *Gregorio Carolo, metalmeccanico, è autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Una storia di intimidazione proviene da Jacobin Italia.
April 16, 2026
Jacobin Italia
Basta con le presidenze imperiali
Quando Donald Trump ha apparentemente minacciato di spazzare via l’Iran la scorsa settimana, c’è stato un momento di mobilitazione generale. Alcuni democratici al Congresso hanno nuovamente chiesto l’approvazione di una risoluzione sui poteri di guerra (Wpr), sperabilmente con una maggioranza bipartisan in grado di superare il veto presidenziale, per porre fine alla guerra di Trump. Altri, come il senatore Ed Markey (D-MA), hanno insistito sul fatto che una Wpr «non fosse sufficiente» e che il presidente deve essere rimosso attraverso il Venticinquesimo Emendamento o l’impeachment. Altri ancora sostengono che non sia sufficiente e che l’unica vera soluzione sia quella di garantire che un Partito Repubblicano che sostiene Trump con fedeltà incondizionata venga «annientato alle prossime elezioni e a quelle successive». In realtà, nessuna di queste opzioni è una risposta sufficiente. Il caos e il crescente pericolo della presidenza Trump richiedono cambiamenti più radicali nella politica estera statunitense e nei poteri del ramo esecutivo, ben oltre il semplice contenimento della figura di Trump o la sconfitta dei repubblicani alle elezioni. Stiamo vivendo il futuro che un coro di Cassandra difensore delle libertà civili, inclusa questa rivista, aveva predetto da anni: ovvero che, se lasciata inalterata, la radicale espansione dei poteri presidenziali in materia di guerra e di sicurezza nazionale, giustificata dalla «guerra al terrorismo», sarebbe un giorno finita nelle mani di qualche irresponsabile e pericoloso che avrebbe usato questo potere smisurato a fini terribili. L’unica cosa sorprendente dell’uso e dell’abuso di questa autorità esecutiva da parte di Trump è la rapidità con cui siamo giunti a questo scenario da incubo. Non saremmo arrivati alla deportazione di centinaia di uomini in un carcere di tortura salvadoregno da parte di Trump senza l’uso delle «extraordinary renditions» di George W. Bush. Non saremmo arrivati alla stretta sull’immigrazione senza l’arresto di centinaia di migranti di colore da parte di Bush per combattere il «terrorismo». E non saremmo arrivati agli attuali tentativi di reprimere il dissenso interno senza l’abuso del termine «terrorismo» da parte di Bush e la sorveglianza di musulmani e dissidenti. Non avremmo Trump che fa saltare in aria barche a caso in acque internazionali senza il programma di omicidi mirati con droni di Barack Obama. Non avremmo il rapimento dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro senza l’espansione delle incursioni e delle operazioni delle forze speciali, come l’assassinio di Osama bin Laden, voluta dall’ex professore di diritto costituzionale. E non avremmo le molteplici guerre non dichiarate di Trump contro l’Iran senza Obama che semplicemente ignorava il War Powers Act conducendo una guerra non dichiarata per il cambio di regime contro la Libia, insieme a decenni di precedenti presidenti dediti ai giochi linguistici per ridefinire la guerra in modi che non richiedevano l’autorizzazione del Congresso. La semplice rimozione di Trump dal potere non cancellerà questi o nessuno degli altri decisivi poteri della presidenza imperiale.  Non molto tempo fa, porre fine agli eccessi di Bush dopo l’11 settembre era un tema ricorrente nella retorica democratica. Durante le primarie presidenziali del 2007, i principali candidati si sono affrettati a promettere di porre fine all’abuso di potere del ramo esecutivo e di ripristinare i limiti costituzionali. Obama era uno di questi, preoccupato per come l’indebolimento delle libertà civili statunitensi avesse danneggiato «la nostra reputazione nel mondo» e giurando di fare in modo che il suo procuratore generale «esaminasse ogni singolo ordine esecutivo» emesso da Bush che «minasse la nostra Costituzione o sovvertisse le nostre libertà civili». Ma quel discorso svanì con le primarie del 2008. Il programma democratico di quell’anno a malapena menzionava le libertà civili. Una volta che Obama vinse, invece di sfruttare quel momento epocale per spazzare via la presidenza imperiale di Bush, i democratici la accettarono come propria, anzi, la ampliarono in modi nuovi e persino più illegali . Purtroppo, questo non fu merito solo dell’élite: i sondaggi mostrarono che gli elettori progressisti appoggiavano in modo schiacciante l’uso spesso orribile dei droni da parte di Obama , salvo poi tornare a indignarsi non appena un repubblicano tornò alla Casa Bianca. LEGGI ANCHE… TROPPO POTERE PER UN UOMO SOLO Branko Marcetic Questo ciclo non può continuare a ripetersi. Non possiamo vivere quest’ultimo anno nel panico per l’abuso di potere di Trump, lamentandoci – proprio come faceva l’America liberale sotto Bush – che una persona così sconsiderata possa avere a sua disposizione tali poteri, praticamente senza nulla che possa fermarlo, al punto da poter decidere di sganciare una bomba atomica su un Paese per poi tornare indietro. Non c’è persona al mondo a cui si possa affidare un potere simile, men che meno quando non c’è alcuna garanzia che un essere umano altrettanto irresponsabile non venga mai più eletto alla presidenza degli Stati Uniti. Un futuro Congresso a maggioranza democratica dovrebbe riprendere il lavoro abbandonato da Obama e dalla vecchia guardia del partito: imporre limiti rigorosi all’uso dei droni, limiti che non possano essere alternativamente allentati e inaspriti a seconda del presidente in carica, vietando esplicitamente le «uccisioni mirate» e qualsiasi altro tentativo di aggirare il divieto di assassinio già esistente ; abrogare definitivamente l’Autorizzazione all’uso della forza militare del 2001, ripetutamente abusata dai presidenti per combattere guerre spesso segrete in tutto il mondo; porre fine alla sorveglianza di massa, sia nella forma delle perquisizioni senza mandato della National Security Agency, che i democratici hanno addirittura ampliato sotto la presidenza di Joe Biden, sia nello spionaggio senza mandato che il Dipartimento per la Sicurezza Interna e altre agenzie conducono ora tramite intermediari privati di dati; chiudere il campo di prigionia di Guantanamo Bay, dove Trump sta cercando di inviare i migranti; e istituire una versione del XXI secolo della Commissione Church per indagare e smascherare gli abusi in materia di sicurezza nazionale. Tutto ciò rappresenterebbe un buon inizio per riportare i poteri del presidente in materia di «sicurezza nazionale» a un livello più ragionevole e sensato, e contribuirebbe a garantire che il prossimo Trump non abbia mano libera per bombardare, iniziare guerre e perseguitare i suoi nemici politici a piacimento. Purtroppo, l’establishment democratico sembra attualmente intenzionato a riproporre questo ciclo tra qualche anno: membri chiave del gruppo parlamentare democratico al Congresso sono in procinto di autorizzare nuovamente una delle componenti più scandalosamente abusate dell’apparato di spionaggio interno post-11 settembre, nonostante abbiano messo in guardia incessantemente per un decennio sulle ambizioni dittatoriali di Trump. Se la lotta per la democrazia americana – o la lotta per «No Kings», come l’hanno definita gli attivisti liberal – deve avere un significato, non può limitarsi alla sola questione delle frodi elettorali. Deve smantellare il sistema che ha conferito al presidente degli Stati Uniti un potere globale dispotico, di cui nessun monarca nella storia dell’umanità ha mai goduto. Altrimenti, rischiamo di dover rivivere tutto questo presto. *Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo Basta con le presidenze imperiali proviene da Jacobin Italia.
April 16, 2026
Jacobin Italia
Il tallone di Colleferro
Il 28 marzo una grande manifestazione ha attraversato Roma contro i Re e le loro Guerre. Un corteo anticipato da un concerto che è stato non solo una festa, non solo uno show, ma anche e soprattutto un momento di mobilitazione del mondo della musica, della cultura e dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo.  Visto come vanno le cose in questi giorni, tra annunci di genocidi via social e la guerra in Asia Occidentale che continua ad allargarsi tra fragili tregue e bombe che cadono, sarà necessario che il movimento No Kings rimanga sulla scena e cresca quanto più a lungo possibile se vogliamo provare a cambiare orizzonte al nostro futuro. Affinché ciò accada sono però necessarie delle condizioni. La prima di queste è che la spinta alla convergenza e alla costruzione di una piattaforma si sostanzi in battaglie negli spazi del sapere e del lavoro, sui territori e nella società: l’agenda di un movimento non può e non deve essere solo uno scadenzario di eventi, ma deve tradurre in momenti di visibilità, conflitto e consenso l’accumulo delle lotte quotidiane.  Dobbiamo anche porci insieme il problema che non basta dire le cose giuste o essere dalla parte giusta della storia, perché questa sarà solo una magra consolazione se la storia continuerà a produrre traumi, morte, devastazione ambientale e sociale. Da qui il bisogno essenziale di cominciare a riportare delle vittorie, di individuare dei punti di attacco in cui la controparte, ovvero la mostruosa macchina bellica ed ecocida rappresentata dal connubio tra il potere statale guidato da una destra suprematista e un capitalismo in crisi, sia costretta a battere in ritirata.  Crediamo che uno di questi punti di attacco possa essere a pochi chilometri da Roma, in un territorio considerato marginale rispetto allo spazio sociale delle metropoli, ma centrale dal punto di vista della contesa tra chi vuole dare fuoco al mondo e chi vuole ripararlo, come esortava Alex Langer.  Parliamo dell’ex Winchester, stabilimento di proprietà del gruppo Knds (ex Simmel difesa), società franco-tedesca che domina la produzione europea di sistemi militari terrestri, che si trova nelle campagne di Anagni, in provincia di Frosinone.  Per arrivare alle reti che delimitano il sito industriale basta scavalcare un basso cancello dall’area di servizio La Macchia, marciando da Roma in direzione di Napoli. Qui, praticamente dentro l’autostrada A1, vogliono costruire una fabbrica di armi. E davanti ai cancelli dell’ex Winchester manifesterà il prossimo 19 aprile il movimento No Kings, insieme a Disarmiamoli, l’assemblea No War che riunisce le realtà ambientaliste e anti-militariste della zona.  Dall’inizio degli anni Duemila l’attività principale di questo sito è stata la demilitarizzazione dei prodotti bellici, termine che indica la trasformazione di un’arma da guerra in un prodotto di uso civile. Forse non lo sapete ma, anche se ci mettono molto, le munizioni e le bombe scadono esattamente come un barattolo di pelati. Così, come in qualsiasi processo di logistica inversa, i prodotti tornano in fabbrica, e in questo caso l’eccedenza è uno scarto che non ha provocato morte e distruzione.  Una volta arrivati a fine vita gli ordigni vengono smontati in due: la parte inerte viene smaltita in apposite discariche mentre quel che resta della carica esplosiva viene impiegato per usi civili, come l’abbattimento degli ecomostri.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE ABBIAMO SPENTO I MOSTRI DI COLLEFERRO Alessandro Coltré Ma ora che in tutta Europa soffiano forte i venti guerra, per Anagni non è più tempo di alienare scorte, di certo non è il momento di disinnescare armi. Serve l’esatto opposto, lo stabilimento non deve smaltire il materiale bellico. Adesso è il momento di produrlo. Così nel 2025 dalla divisione italiana del colosso degli armamenti è arrivata la proposta di allargare l’Ex Winchester per sostenere lo stabilimento della vicina Colleferro, dove la Knds produce polveri di artiglieria e munizioni di medio e grosso calibro.  Per ora è tutto sulla carta, e anche per questo i movimenti pacifisti e contro il riarmo hanno l’occasione di fermare questa scellerata operazione e tentare di inceppare la riconversione industriale nel settore bellico. Contro questa eventualità convergeranno i comitati locali, che hanno una lunga storia di lotta contro le nocività industriali e del ciclo dei rifiuti (per incidenza tumorale l’area di Anagni e Colleferro ha numeri non diversi da quelli della Terra dei Fuochi), e di lotta contro l’industria bellica che qua ha prosperato dalla prima metà del Novecento.  I fondi per la riconversione bellica dovrebbero arrivare dal piano europeo Asap, l’Act in Support of Ammunition Production varato nel 2023, con uno stanziamento di 500 milioni di euro per garantire l’aumento a lungo termine della produzione europea di munizioni a beneficio dell’Ucraina e degli Stati membri dell’Ue. Da questo programma di investimenti la multinazionale beneficerà di 40 milioni di euro per fare la nitrogelatina. Ricavata dalla sintesi della nitroglicerina, questo materiale molliccio e altamente pericoloso, necessario per la produzione di propellenti militari, farà precipitare undici capannoni nei terreni dell’azienda, per un ampliamento ritenuto indispensabile e in linea con le politiche europee di riarmo. Con una produzione prevista di 150 chilogrammi di nitrogelatina ogni ora, Anagni pare destinata a rigenerare il mito della vocazione bellica che novant’anni fa portò alla nascita di Colleferro, fondata nel 1935 per dare residenza agli operai della Bomprini Parodi Delfino, la fabbrica di esplosivi e polvere da sparo che guiderà lo sviluppo industriale della Valle del fiume Sacco fino alla fine degli anni Novanta.  Da tre anni la produzione industriale italiana continua a far registrare mese dopo mese il segno meno. Dati così drammatici e prolungati non si sono registrati neanche durante la crisi prodotta dalla pandemia di Covid-19. Così in molte aree dell’Italia intermedia l’economia di guerra si sta imponendo come principale politica pubblica e come occasione di salvataggio per i comparti in crisi. Del resto, la destra di governo ha convalidato questa visione nell’ultima manovra economica.  D’altronde nella legge di bilancio 2026 la maggioranza ha inserito un emendamento che punta a facilitare la riconversione industriale di siti bellici. Secondo il testo, i ministeri competenti, in particolare quello della Difesa insieme al ministero delle Infrastrutture, potranno individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali «che possano servire alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale». Poche  righe per un comma che esprime uno dei primi risultati dell’ordine di scuderia di Donald Trump, ossia destinare il 5% del Pil alla spesa militare. Nelle leggi tutto è giustificato come atto necessario per difenderci, mentre davanti le situazioni di crisi e nei conflitti sociali, soprattutto nei territori di provincia dove persistono tracce di un passato bellico, l’industria delle armi viene presentata come l’unica possibilità per attuare un concreto e duraturo piano di ripresa e resilienza. Prima ancora di pretendere spazio e risorse, società come Knds legittimano la loro espansione utilizzando proprio il lessico adottato nella manovra di bilancio. Ad Anagni la corsa al riarmo è presentata come «una riconversione strategica e d’interesse nazionale», parole che nella Valle del Sacco sono legate all’inquinamento industriale, alle lotte ambientali e all’eredità tossica delle fabbriche di Colleferro, soprattutto ai veleni diffusi dalla Caffaro chimica, l’azienda responsabile del disastro ecologico avvenuto in questa zona. L’ex Winchester si trova nel Sito d’Interesse Nazionale del bacino del fiume Sacco, un’area ufficialmente riconosciuta come altamente contaminata, dove più di settemila ettari di terra restano ancora interdetti all’uso umano, agricolo e zootecnico.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI OLTRE LE MURA: NO KINGS E QUESTIONE TERRITORIALE  Stefano Kenji Iannillo A pochi chilometri dallo stabilimento di Anagni scorre il Rio Mola Santa Maria, affluente del Sacco, dove nel 2005 uno sversamento di cianuro provocò la morte di trenta bovini. Le analisi condotte sugli animali rivelarono però una contaminazione più persistente e profonda: nei loro tessuti venne rinvenuto anche il beta-esaclorocicloesano, scarto del pesticida lindano prodotto dalla Caffaro fino agli anni Settanta. Da quell’anno Colleferro, Anagni e altri diciotto comuni tra Roma e Frosinone attendono giustizia ambientale e una bonifica del territorio. A distanza di più di vent’anni da quella scoperta, più di mille persone risultano ancora contaminate da questo veleno, tanto che il Dipartimento Epidemiologico del Lazio continua la sua attività di monitoraggio con un piano di sorveglianza speciale per capire le conseguenze del bioaccumulo di questa sostanza tossica capace di interferire con il sistema endocrino e di aumentare il rischio di insorgenza di patologie tumorali. In questa parte del Lazio, le misure di contenimento della contaminazione hanno avuto un costo sociale altissimo. La più feroce è stata l’abbattimento di seimila mucche e quattromila pecore negli allevamenti del frusinate, un sacrificio imposto in nome della sicurezza sanitaria che ha distrutto la filiera agricola. Molte aziende a conduzione familiare non hanno retto il colpo, poche sono riuscite a sopravvivere e alcune di queste oggi sono coinvolte in progetti di ricerca basati su colture sperimentali e sulla fitodepurazione. È tra le stalle di Anagni che il green deal avrebbe potuto assumere le forme di un nuovo modello produttivo, più giusto e dignitoso per lavoratrici e lavoratori; per una terra costretta a incorporare mezzo secolo di veleni e sfruttamento. E invece Bruxelles ha scelto di bonificare le ferite del passato con un arsenale di guerra, come se l’industria bellica fosse ormai l’unica in grado di ricucirle.  Negli ambulatori della zona è attivo il progetto Indaco, che prevede la costruzione di una coorte dei nuovi nati: uno studio pensato per coinvolgere circa 500 tra donne e neonati al fine di misurare i livelli di esposizione e comprendere gli effetti dell’inquinamento fin dalle prime fasi della vita. Un passaggio fondamentale, che richiederebbe un’ampia partecipazione e un forte sostegno istituzionale. E invece, nella provincia di Frosinone, le adesioni si fermano a poco più di 60. Un numero così basso è determinato anche dalla postura delle giunte comunali trainate dalla destra, come quella di Anagni guidata da Daniele Natalia e da una compagine che ha scelto di negare l’evidenza della contaminazione ritenendo l’area Sin un ostacolo allo sviluppo industriale. Mentre si fatica a costruire percorsi di conoscenza e tutela della salute, a impedire la benedizione della filiera bellica c’è solo un consigliere di opposizione, l’avvocato Luca Santovincenzo. Una sproporzione evidente, che mostra quanto sia urgente spostare attenzione e mobilitazioni nelle cinture urbane e in provincia. Una necessità che è anche una sfida alla solitudine, perché in un paese una lotta ci vuole. Ci convoca e chiede di continuare a camminare come il 28 marzo a Roma.  In un’area dove è ancora faticoso parlare di chilometro zero e di riqualificazione, l’ultimo erede dell’industria bellica di Colleferro chiede una garanzia di approvvigionamento a distanza ravvicinata per realizzare una filiera corta delle armi. Osservare la spinta al riarmo da luoghi come Anagni permette di capire cosa accade in ambito procedurale, è infatti negli uffici amministrativi e nelle conferenze dei servizi che il business della guerra trova una corsia privilegiata. Normative, rischi ambientali, voci contrarie, tutto viene invalidato per dare spazio ai nuovi arsenali. Nel caso di Anagni la Knds vuole ottenere la Valutazione d’Impatto Ambientale (Via) nonostante l’area dell’Ex Winchester sia ancora da bonificare. Il gigante delle armi pretende il permesso di costruire senza descrivere come intende affrontare l’impatto sulla biodiversità e senza considerare i pericoli connessi alla nascita di un sito bellico vicino l’autostrada. Ma a garantire copertura all’operazione è l’afonia delle autorità locali e l’evanescenza della politica che fatica a farne una questione nazionale. Speriamo che ci riusciranno i movimenti contro il riarmo e in difesa del territorio.  Qua, in questo fazzoletto di terra in un luogo centrale e periferico a seconda di quale prospettiva si vuole assumere, tante contraddizioni si materializzano in un dispositivo produttivo, in una fabbrica che fa bombe per una precisa scelta politica. È qua che possiamo vincere. Convergiamo.  *Alessandro Coltrè, giornalista e attivista. Si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Il suo ultimo lavoro è un podcast realizzato insieme a Rita Cantalino Molecole, storie di legami e di veleni, prodotto da Fandango, A Sud e Valori.it. Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com.  DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il tallone di Colleferro proviene da Jacobin Italia.
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