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L’eredità dei Weather Underground
Un Bill Ayers di mezza età chiese una volta al figlio Zayd Ayers Dohrn, allora adolescente, di accompagnarlo in Mississippi per il suo diciottesimo compleanno. Ayers e sua moglie, Bernardine Dohrn, due membri di spicco e carismatici del gruppo militante Weather Underground, uscito dal fermento degli anni Sessanta, conducevano ora una vita relativamente tranquilla con i loro tre figli. Il loro spirito avventuroso si era smorzato con l’età, ma continuava a brillare. Ayers disse di voler andare in Mississippi per uccidere Byron De La Beckwith. Quest’uomo bianco del Sud, ormai anziano, era l’assassino di Medgar Evers, direttore della National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), che nel giugno del 1963 sparò alla schiena dell’attivista per i diritti civili da una distanza di circa 45 metri. Più di trent’anni dopo una giuria composta interamente da bianchi non era riuscita a raggiungere un verdetto durante il processo a De La Beckwith, l’assassino era ancora un uomo libero. Bill, simbolo della violenza politica della Nuova Sinistra durante l’era del Vietnam, sognava ad alta voce con suo figlio al suo fianco la vendetta. «E quando De La Beckwith sarebbe uscito, uno di noi — chi ? — premerebbe il grilletto», ricorda Ayers Dohrn, citando le parole del padre, nel suo nuovo e avvincente libro Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground (W. W. Norton & Company, 2026). L’ambizioso memoir aggiunge nuovi elementi alla già nota storia degli anni Sessanta e mostra che c’è ancora molto da imparare sulla politica radicale di quell’epoca. Dal suo punto di vista privilegiato di figlio dei fondatori del Weather Underground, Ayers Dohrn costruisce una narrazione toccante che incoraggia anche i lettori a esaminare criticamente la vita dei suoi genitori nella clandestinità e la loro visione del mondo generale. Sebbene il tono di Ayers era in parte scherzoso quando propose il suo piano al figlio, Ayers Dohn lo prese sul serio. «Si meritava una sorta di resa dei conti. Ne ero convinto… Onestamente, mi sentivo quasi orgoglioso che mio padre me lo avesse chiesto». Poco dopo la loro conversazione, giustizia fu finalmente fatta dai tribunali anziché con la canna di una pistola. Lo stato del Mississippi processò De La Beckwith e un nuovo procedimento condusse a una condanna all’ergastolo. L’assassino di Evers morì in carcere nel 2001 a ottant’anni. Presentando l’aneddoto come un avvincente caso di studio sulla fede nella parabola morale dell’universo, Ayers Dohrn si meraviglia ora di «quanto fosse davvero strano». Presenta entrambi i lati del dibattito sul vigilantismo e ricorda ai lettori: «Aspettare che gli ingranaggi lenti della giustizia si mettessero in moto non è mai stato nello stile dei miei genitori». L’ORDINARIA FORMAZIONE DI BERNARDINE DOHRN A quasi quattro anni dall’uscita del pluripremiato podcast Mother Country Radicals, scritto da Ayers Dohrn con la storica Thai Jones e la produttrice Ariana Gharib Lee, il libro è meno incline al romanticismo e si concentra sui momenti più avvincenti. Le interviste ai veterani della clandestinità svettavano nel podcast, che ripercorreva una storia già ben conosciuta dalla maggior parte degli attivisti e degli studiosi della generazione dei baby boomer. Ma questa storia ha acquisito nuova rilevanza con l’ascesa di una sinistra rinvigorita nell’estate del 2020, al suo apice. I parallelismi tra gli sforzi passati per opporsi alla violenza di Stato e il presente erano particolarmente evidenti, e i protagonisti di Mother Country Radicals venivano presentati come rivoluzionari imperfetti ma coraggiosi. I protagonisti dei momenti più stimolanti del podcast erano i figli e i nipoti degli attivisti della clandestinità. In una scena la nipote di Bill Ayers discute con lui sui meriti dell’incursione di John Brown a Harper’s Ferry nel 1859. Ayers, che ha un tatuaggio di John Brown sulla schiena, difende le azioni dell’abolizionista di fronte alla nipote scettica, in un affascinante scambio intergenerazionale che coglie la tensione sempre presente tra riforma e rivoluzione nella sinistra. Scritto dopo il successo del podcast, il memoir di Ayers Dohrn è ancora più impressionante per la sua disponibilità ad esaminare i momenti di dubbio nella valutazione del movimento clandestino. Attraverso un mezzo diverso, Ayers Dohrn incoraggia in modo più esplicito i lettori del suo memoir a fermarsi e a interrogarsi sull’efficacia e la moralità della violenza politica in vari momenti storici. Dedica inoltre più spazio ad approfondire i punti di connessione tra le diverse organizzazioni che si opponevano all’ingiustizia razziale e alla guerra del Vietnam. A una generazione di distanza dai traumi condivisi degli anni Sessanta che hanno plasmato i suoi genitori, Zayd Dohrn è al contempo caloroso e penetrante, approfitta del suo distacco critico per concentrarsi sull’educazione americana dei suoi genitori, sulle loro motivazioni, sulle loro azioni e sulle spiegazioni della loro complessa eredità per la sinistra statunitense. «La cosa più straordinaria di Bernardine era quanto fosse assolutamente ordinaria», ha ricordato una compagna di liceo della madre di Ayers Dohrn. Nota soprattutto per i suoi abiti scuri e gli stivali di pelle alti, Bernardine Dohrn crebbe in una famiglia della classe medio-bassa in un sobborgo a nord di Milwaukee, dove era una studentessa brillante e popolare. Era una ragazza determinata, conduceva una vita convenzionale come studentessa universitaria all’Università di Chicago, dove in seguito si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Come altri giovani studenti universitari idealisti e di mentalità liberal della sua generazione, Bernardine fu ispirata dal Movimento per i diritti civili durante la sua giovinezza, ma non si immerse immediatamente nell’attivismo. Dopo gli omicidi degli attivisti del Freedom Summer James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner in Mississippi, inizialmente decise di recarsi al Sud per unirsi al movimento. Tuttavia, Dohrn cambiò idea e rimase a Chicago per evitare una rottura. Il suo ragazzo di allora pensava che il viaggio fosse troppo rischioso e lei non voleva perderlo. «Avrei dovuto ricominciare tutto da capo», ricorda Dohrn. Fu l’ultimo momento in cui Bernardine permise a una relazione personale di prevalere sul movimento. La relazione finì presto, e la futura rivoluzionaria ebbe la fortuna di essere «testimone della storia» con il Movimento per i diritti civili di Martin Luther King Jr. a Chicago nel 1966. Assistere alla reazione negativa agli sforzi di King per combattere la discriminazione abitativa «la avrebbe indirizzata verso la rivoluzione». Nel giro di pochi anni, da promettente studentessa di legge si sarebbe trasformata in una delle dieci latitanti più ricercate dall’Fbi. Nel 1968, Dohrn era il presidente degli Students for a Democratic Society (Sds), un’organizzazione che si era allontanata dalle sue origini riformiste per abbracciare varie correnti di settarismo rivoluzionario. I limiti delle riforme per i diritti civili degli anni Sessanta e la violenza genocida della guerra del Vietnam spinsero molti giovani attivisti ad adottare una retorica e tattiche più provocatorie e distruttive. Bernardine, che fino ad allora «non si era mai messa nei guai, non aveva mai infranto la legge», ora difendeva apertamente l’uso della violenza politica alle manifestazioni dell’Sds. «Non c’è modo di essere fedeli alla nonviolenza, nel bel mezzo della società più violenta che la storia abbia mai creato». Il futuro volto della resistenza non si sarebbe lasciata sfuggire un’altra occasione in cui sentiva di poter cambiare la storia. LEGGI ANCHE… STORIA DIETRO IL BLITZ OMICIDA CONTRO FRED HAMPTON Aaron J. Leonard IL VIAGGIO DI BILL AYERS Cresciuto in un ricco sobborgo dell’Illinois, William Ayers si avvicinò al movimento per la prima volta durante gli studi all’Università del Michigan. Nonostante la sua educazione privilegiata, il percorso di Bill verso la clandestinità fu simile a quello di Bernardine. Anche Bill, da studente all’Università del Michigan, si unì all’Sds dopo aver partecipato all’importante seminario sulla guerra del Vietnam nell’aprile del 1965. Non poté ignorare ciò che apprese sulla guerra e gradualmente si impegnò sempre di più nell’organizzazione studentesca. Oltre all’attivismo, Ayers si dedicò anche all’educazione della prima infanzia, lavorando presso una scuola materna progressista, la Children’s Community School. Fu lì che conobbe la sua futura fidanzata, Diana Oughton, una studentessa di master presso la Facoltà di scienze dell’educazione del Michigan, che in precedenza aveva lavorato per l’American Friends Service Committee in Guatemala. Nel 1968, sia Bill che Diana divennero figure di spicco all’interno dell’Sds, giungendo alla conclusione che i giovani attivisti dovevano «portare la guerra a casa» per salvare il popolo vietnamita. «Forse insegnare non basta. Forse niente sembra abbastanza», scrive Zayd a proposito della decisione di suo padre di accantonare la sua passione per l’insegnamento e unirsi alla rivoluzione. Il lavoro lento e costante che poteva migliorare gradualmente la sua comunità non era sufficiente. Dopo anni di seminari e altre proteste pacifiche, Bill voleva essere in prima linea. In uno dei suoi momenti di maggiore riflessione, Ayers critica il modo in cui lui e i suoi compagni hanno gestito il loro risveglio. «Abbiamo visto qualcosa di simile a un lampo di luce, il tipo di intuizione di una singola lampadina brillante in una stanza buia…». Aggiunge: «Penso che un’intuizione del genere possa essere sia illuminante che accecante… Se non riesci a vedere le sfumature e la complessità ai margini, ti fai nemici di persone che non lo sono. E compi azioni che non dovresti compiere». DALL’ORGANIZZAZIONE DI MASSA AI GIORNI DELLARABBIA Diana e gli altri militanti radicali che componevano la fazione Weathermen dell’Sds contribuirono al crollo dell’Sds e iniziarono a pianificare azioni violente contro la guerra. Nella stessa settimana in cui milioni di attivisti parteciparono alla storica Moratoria per porre fine alla guerra del Vietnam, il 15 ottobre 1969, i Weathermen organizzarono a Chicago i ben più combattivi Giorni della rabbia. Gli organizzatori presentarono la Moratoria come una giornata di protesta che avrebbe potuto includere imprenditori, famiglie e altri elementi della società americana. Fu la più grande protesta contro la guerra nella storia degli Stati uniti. Anni dopo, divenne chiaro che l’ampia protesta contribuì a convincere il presidente Richard Nixon ad annullare una devastante campagna di bombardamenti sul Vietnam del Nord. I Weathermen e altri gruppi radicali con idee simili, nel frattempo, derisero la Moratoria definendola una semplice gita scolastica domenicale. Solo poche centinaia di persone parteciparono ai Giorni della rabbia, che consistettero in scontri a pugni con agenti di polizia, distruzione di proprietà e altri piccoli atti di vandalismo. «È un’azione di stampo custeriano, perché i suoi leader portano le persone in situazioni in cui possono essere massacrate, e la chiamano rivoluzione, mentre non è altro che un gioco da ragazzi. È una follia», sostenne Fred Hampton, presidente del Black panther party dell’Illinois, poco prima di essere drogato e assassinato dall’Fbi e dalla polizia di Chicago. A Chicago, il tentativo di portare la guerra in patria fallì, ma i Giorni della rabbia rappresentarono comunque una corrente di radicalismo di estrema sinistra che attraeva un numero ristretto ma crescente di radicali bianchi e neri. Ayers Dohrn ricorda ai lettori che i suoi genitori vivevano all’interno di una rete complessa di radicali e altri sostenitori disposti a entrare in conflitto con lo stato. I Weathermen ricevettero critiche, come fece Hampton, ma ebbero anche sostenitori che contribuirono allo sviluppo di una rete clandestina. Ad esempio, nessuno degli otto imputati dei Chicago 8, processati in seguito alle proteste della Convention nazionale democratica del 1968 a Chicago, condannò i Giorni della rabbia. Uno degli imputati, l’ex presidente degli Sds Tom Hayden, intervenne ai Giorni della rabbia e partecipò alla riunione del Consiglio di Guerra dei Weathermen a Flint il 27 dicembre 1969. Convinti di essere soldati, l’uso delle bombe era il passo successivo logico. L’escalation era l’unica via da seguire. Ripensando all’autunno del 1969, Bernardine Dohrn dichiarò al Consiglio di guerra: «Abbiamo fatto una cazzata: Non abbiamo dato fuoco a Chicago quando Fred [Hampton] è stato ucciso!». Dividendosi in cellule in tutto il paese, i Weathermen della costa orientale bombardarono la casa di Inwood, a Manhattan, del giudice della Corte suprema dello Stato John M. Murtagh, che presiedeva le udienze del caso Panther 21, accusato di cospirazione per uccidere agenti di polizia e bombardare luoghi pubblici. I Weathermen fecero esplodere bombe molotov davanti alla porta d’ingresso e sotto un’auto nel garage, distruggendo le finestre e incendiando il tetto della proprietà. Sul marciapiede si leggeva la scritta: «I Vietcong hanno vinto! Uccidete i porci! Liberate i Panther 21!». Oltre cinquant’anni dopo, Ayers Dohrn rievoca quelli come «i primi obiettivi civili di una cellula dei Weathermen della costa orientale sempre più radicalizzata». Si assicura inoltre di includere una citazione del figlio di Murtagh, John Jr., che all’epoca dell’attentato aveva nove anni. «Ricordo di essere in cucina con i miei genitori- racconta a Fox News – Potevamo vedere le fiamme attraverso la finestra. Sei intrappolato in una casa in fiamme, ma non sai se è sicuro uscire». Alla fine dell’inverno, Diana Oughton era morta. Insieme a Ted Gold e Terry Robbins, era una delle tre vittime dei Weathermen nell’esplosione avvenuta il 6 marzo 1970 in una casa a schiera del Greenwich Village. Nella loro situazione, portare la guerra a casa significava costruire una bomba a chiodi che intendevano far esplodere durante un ballo per sottufficiali a Fort Dix, nel New Jersey. L’obiettivo era uccidere militari e altri partecipanti. Invece di commettere un brutale atto di terrorismo, il gruppo fece esplodere accidentalmente la bomba nel seminterrato, uccidendo tre delle cinque persone che si trovavano nell’edificio. Kathy Boudin e Cathy Wilkerson (il cui padre era il proprietario dell’immobile) sopravvissero e riuscirono a fuggire per un pelo prima dell’arrivo della polizia. Bill fu devastato dalla morte della sua compagna, un momento cruciale in cui non poté fare a meno di interrogarsi sulle sue decisioni passate. Ayers Dohrn ricorda che suo padre lo portò sul posto quando era piccolo. Quando gli fu chiesto cosa fosse successo ai suoi amici, un Ayers addolorato rispose al figlio: «Eravamo tutti arrabbiati a quei tempi. Per la guerra. Per altre cose». L’esplosione accidentale scosse l’intera rete del Weather Underground e convinse Bernardine Dohrn del fatto che il gruppo con le sue bombe non avrebbe più dovuto tentare di uccidere persone. D’ora in poi, avrebbero lanciato alla sicurezza o alla polizia locale avvisi preventivi per consentire l’evacuazione degli edifici che avrebbero colpito. Negli anni successivi, Bernardine, Bill e ciò che restava del loro gruppo organizzarono decine di attentati dinamitardi, ampiamente documentati da diversi storici nei loro libri sul Weather Underground. Ciò che rende unico il libro di memorie di Ayers Dohrn è la sua capacità di mettere in discussione direttamente le scelte dei suoi genitori e di presentare ai lettori un ritratto impietoso della loro mentalità rivoluzionaria. A un certo punto, in seguito all’assalto del 6 gennaio 2021 da parte dei sostenitori del presidente Donald Trump, Zayd chiede al padre se si pente dell’attentato dinamitardo del Weather Underground contro il Campidoglio nel 1972. «Beh, ci sono insurrezioni contro lo Stato che appoggio pienamente – risponde Ayers – Ma questi fascisti che prendono il controllo di Washington? Certo. Quella è un’insurrezione fascista. Bisogna opporsi. La domanda è: perché lo fate?». Nel 2026, Ayers-Dohrn chiarisce ai lettori di non essere d’accordo con i suoi genitori e di credere che «i mezzi contano», aggiungendo che «un movimento di resistenza che giustifica la violenza, soprattutto contro i civili, spesso si aliena i suoi alleati naturali e tradisce i propri ideali». Molti altri hanno espresso questo concetto nel dibattito sull’impatto del Weather Underground, ma sentirlo da un figlio che nutre un grande affetto per i suoi genitori rende l’argomentazione ancora più incisiva. Ayers-Dohrn elogia i suoi genitori per aver rinunciato a prendere di mira i civili con le loro bombe, ma riconosce anche la pericolosità delle loro operazioni successive all’attentato alla casa a schiera. LEGGI ANCHE… STORIA LE NOTTI IN FIAMME DI LOS ANGELES Mike Davis - Meagan Day - John Wiener SETTARISMO E VIOLENZA AYers Dohrn prende di mira anche gli aspetti più settari che caratterizzarono il Weather Underground e altri gruppi della Nuova Sinistra dei primi anni Settanta, indebolendo il movimento nel suo complesso. La decisione di usare le bombe per uccidere creò una spaccatura all’interno del gruppo, e alla fine sia Bernardine che Bill furono vittime di lotte intestine di stampo settario. Il desiderio di trasformarsi in un essere rivoluzionario portò a sessioni distruttive di autocritica, volte a correggere qualsiasi cosa assomigliasse all’individualismo borghese. «Si viene frustati di più… e più si viene frustati, più si ha la sensazione di essere purificati», ricordava Kathy Boudin a proposito delle sedute. Ayers ricordò una sessione di autocritica particolarmente dolorosa, successiva a una giornata trascorsa al cinema e poi a mangiare un gelato con una compagna. La donna lo rimproverò per aver letto una poesia malinconica di Bertolt Brecht, che secondo lui descriveva le sue emozioni sempre più contrastanti riguardo all’adesione alla resistenza. «Mi ha letto questa fottuta poesia. Abbiamo mangiato il gelato. Sono critica con me stessa, ma soprattutto critico con lui. Quel fottuto Brecht», disse la donna. Bill era profondamente turbato, ma ringraziò il gruppo per il feedback e «si rimise subito in linea». Suo figlio, invece, proverebbe sentimenti ancora più ambivalenti riguardo alla perdita della propria identità all’interno di un collettivo e ammette persino di avvertire un persistente disagio durante i comizi politici. L’impegno di Bernardine e Bill per la causa si complicò ulteriormente con la decisione di costruire una famiglia insieme anni. La seconda parte del libro non solo offre un vivido resoconto della loro vita clandestina, ma rivela anche la scoperta di Ayers Dohrn che la sua storia d’origine, secondo cui la sua nascita nel 1977 avrebbe cambiato tutto per i suoi genitori, era una menzogna. Vivendo a New York con il loro figlio piccolo, Bill lavorava in un asilo nido locale, mentre Bernardine lavorava da Broadway Baby, un negozio specializzato in abbigliamento e accessori per neonati. Vivendo sotto falso nome, la coppia sembrava essersi sistemata. Ma il percorso per uscire dalla clandestinità era tutt’altro che lineare. Entrambi erano ancora impegnati in attività, seppur più discrete, a sostegno della Black Liberation Army, un’altra organizzazione marxista-leninista clandestina dedita alla lotta contro il governo degli Stati uniti, e dei resti del Weather Underground. Attraverso le sue ricerche, Ayers Dohrn ha scoperto che Bernardine forniva documenti d’identità rubati a militanti trasformatisi in rapinatori di banche alla fine degli anni Settanta. È poi venuto a sapere che Bill si era spinto fino a partecipare alla missione che portò all’evasione di Assata Shakur dal carcere nel novembre del 1979. «Bill e Bernardine desideravano ancora disperatamente far parte di qualcosa di più grande di loro stessi. Più grande della loro relazione. Più grande, persino, della nostra famiglia», scrive Ayers Dohrn. Perché Bill mise a rischio la sua famiglia nel 1979? «Perché era importante. Perché il mondo aveva bisogno che accadesse», dice a suo figlio. E aggiunge: «Ognuno di noi trova un modo per mentire ai propri figli». L’autore lascia in qualche modo ai lettori la libertà di giudicare le motivazioni dei suoi genitori. Erano spinti principalmente da un miope bisogno di adrenalina o da un sincero impegno per un mondo migliore? In ogni caso, Ayers Dohrn conclude che i suoi «genitori e i loro compagni hanno sempre scelto la causa». Il problema, tuttavia, non era la scelta della causa. Una moltitudine di organizzatori, inclusi autoproclamatisi rivoluzionari, scelsero la causa senza imbracciare le armi. Invece di attentati e fughe di massa, molti attivisti del movimento credevano che il mondo avesse bisogno di forme di organizzazione più convenzionali per rafforzare un movimento di massa. Numerosi altri membri dell’Sds si sentirono frustrati, e a volte scoraggiati, dalla guerra del Vietnam, ma solo un piccolo numero si unì alla clandestinità e fece esplodere bombe. LE LEZIONI DEL FIGLIO Nel 1980, Bill e Bernardine ebbero un secondo figlio, Malik, il cui nome completo alla nascita era Zayd Malik Shakur, in onore dell’ex ministro dell’informazione della sezione di Harlem del Black Panther Party. Shakur fu ucciso nella sparatoria con gli agenti di polizia del New Jersey che portò alla cattura di Assata Shakur nel 1973. Con un bambino piccolo e un neonato a casa, la coppia radicale decise di uscire allo scoperto. Dopo un decennio di clandestinità, Bernardine e Bill si consegnarono alle autorità federali nel 1980. Mentre le accuse contro Bill furono ritirate a causa di irregolarità procedurali emerse durante lo scandalo Watergate, Bernardine dovette affrontare alcune procedimenti relativi a lesioni aggravate e violazione della libertà vigilata. Fu infine condannata a sette mesi di carcere per essersi rifiutata di fornire informazioni sui complici coinvolti in rapine in banca. Nel 1981, i loro amici intimi Kathy Boudin e David Gilbert furono arrestati per una rapina fallita compiuta da membri del Black Liberation Army a Nyack, New York. Ne seguì una sparatoria, durante la quale i rapinatori uccisero una guardia giurata della Brinks e due agenti di polizia locali. Boudin e Gilbert si trovavano nell’auto della fuga e furono entrambi condannati a lunghe pene detentive. Boudin fu rilasciata nel 2003, mentre Gilbert ottenne la libertà vigilata nel 2021. Lasciarono un figlio di diciotto mesi, il futuro procuratore distrettuale di San Francisco Chesa Boudin, che Bernardine e Bill adottarono. Con l’arrivo di Chesa nella famiglia Ayers Dohrn, Chesa rappresentava un promemoria quotidiano dei rischi che avevano quasi sconvolto la loro stessa unità familiare. Prima della sua scarcerazione, Dohrn dichiarò in tribunale: «Credo sia necessario che io resista. Desidero ardentemente che i nostri figli crescano in un mondo migliore di quello che abbiamo offerto loro finora». Nel corso del libro, Ayers Dohrn attinge all’archivio di famiglia per mostrare come le tensioni tra la politica rivoluzionaria dei suoi genitori e i suoi bisogni di bambino abbiano plasmato i suoi primi ricordi. Dalle lettere di Bernardine che documentano i suoi problemi coniugali e le difficoltà dei primi anni di maternità, alla sua campagna per convincere i genitori ad acquistare un’action figure di GI Joe, il giovane Weathermen ci permette con ammirevole maestria di sbirciare tra i segreti, le contraddizioni e i dibattiti irrisolti della sua famiglia, legati alla loro storia condivisa. La storia del Weather Underground continua ad avere un ruolo di primo piano nella cultura popolare (più recentemente, ad esempio, nel film di Paul Thomas Anderson One Battle After Another), poiché rappresenta un monito sul fatto che la speranza e l’idealismo di fronte all’ascesa dell’autoritarismo possono trasformarsi in avventurismo sconsiderato. Nonostante la descrizione equilibrata dell’attivismo dei suoi genitori, Ayers Dohrn sostiene che non bisogna concentrarsi solo sugli errori della clandestinità della Nuova Sinistra: «Se ereditiamo solo il loro fallimento e la loro tragedia, perdiamo il valore della loro speranza e del loro idealismo». Contestualizzare Bernardine, Bill e gli altri radicali che scelsero la clandestinità in un quadro più ampio è positivo, ma lo è altrettanto confrontare la loro efficacia con quella di molti altri che optarono per forme di organizzazione più tradizionali per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam, organizzazioni che contribuirono concretamente a fare progressi nella lotta al razzismo e alla fine della guerra. «C’è qualcosa di scomodo, di sleale, in questo tipo di inchiesta – scrive Ayers Dohrn – Esaminare a fondo la storia privata dei miei genitori mi sembra ancora rischioso, persino un po’ pericoloso». La disponibilità a essere sleali porta a una storia molto più interessante dei suoi genitori e della storia più ampia che li ha generati. Dangerous, Dirty, Violent, and Young: A Fugitive Family in the Revolutionary Underground dovrebbe incoraggiare i veterani del movimento, gli studiosi e gli attivisti di oggi ad aprirsi a valutazioni più sincere della Nuova Sinistra, dalla clandestinità agli organizzatori di base che hanno scelto un percorso più costruttivo. I momenti di dubbio e di sincera autocritica presenti nelle memorie di Ayers Dohrn contribuiscono a una storia migliore degli anni Sessanta, una storia che può offrire insegnamenti utili a coloro che cercano di contrastare le guerre dell’attuale amministrazione, sia in patria che all’estero. *Michael Koncewicz è il vicedirettore dell’Institute for Public Knowledge presso la New York University. Attualmente sta lavorando a una biografia di Tom Hayden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’eredità dei Weather Underground proviene da Jacobin Italia.
June 9, 2026
Jacobin Italia
La rivolta dei fenicotteri
Solo 50 miglia nautiche dalla Puglia, nel canale di Otranto, l’isola di Saseno è stata per gran parte dell’età moderna un possedimento veneziano, per poi passare sotto il controllo di diversi imperi – britannico, francese e ottomano – fino al fascismo italiano e infine al regime comunista di Hoxha. Oggi è una piccola zona militare, abbandonata alla vegetazione e circondata da un’area di tutela marittima. Eppure, in un Mediterraneo sempre più militarizzato e saccheggiato, è diventata negli ultimi giorni uno dei punti focali delle più grandi mobilitazioni in Albania da decenni. Secondo la narrazione autocelebrativa del progetto, tutto inizia nel 2021, quando Jared Kushner, genero di Donald Trump, visita l’isola e individua la possibilità di trasformarla in un’area di turismo di lusso. Da quel momento prende forma un processo che porta all’approvazione del piano da parte del governo albanese, subito dopo la rielezione di Trump alla fine del 2024. Il progetto è riconducibile alla società di investimento di Kushner, Affinity Developments, un veicolo multimiliardario sostenuto maggiormente da capitali sauditi e grande investitore nella tecnologia israeliana. Si tratta, in altre parole, del principale nodo finanziario di quella normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele che ha portato al cambiamento strategico di Hamas nel 2023. Lo stesso circuito di capitali che oggi immagina di espandersi nel Mediterraneo attraverso operazioni immobiliari di lusso nella «Riviera del Mediterraneo’ costruite sulle case, rovine e tombe di Gaza. NARTA È NOSTRA! ABBASSO L’OLIGARCHIA! RAMA IN PRIGIONE! BERISHA IN PRIGIONE! NON VOGLIAMO ESSERE MIGRANTI NEL MONDO E TURISTI NELLA NOSTRA TERRA! I FENICOTTERI NON VOTANO PER QUESTO LI SACRIFICATE! Per incentivare l’investimento in Albania, il governo di Edi Rama ha promesso la sospensione di tutti gli obblighi fiscali e, allo stesso tempo, si è impegnato a farsi carico dei costi infrastrutturali. Si tratta, quindi, di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso soggetti privati, in larga parte statunitensi. Inoltre, la dimensione ambientale del progetto è difficile da occultare: numerose organizzazioni ambientaliste hanno firmato a gennaio una lettera aperta per chiedere la sospensione degli accordi e l’inclusione dell’area terrestre in un regime di tutela effettiva. Nonostante ciò, all’inizio di maggio sono arrivate le ruspe nell’area costiera di fronte all’isola, la zona Nartë-Vjosa, e le organizzazioni ambientali hanno spostato il conflitto dal piano del monitoraggio a quello della mobilitazione. Quest’area è probabilmente ancora più fragile dal punto di vista ecologico rispetto alla stessa Saseno, ed è stata in passato anche oggetto di interventi dell’Aics (Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) nell’ambito di progetti di tutela ambientale. LEGGI ANCHE… MIGRANTI DOVE CI PORTA IL MODELLO ALBANIA Federico Alagna - Vanessa Guidi Nell’ultima settimana, le proteste si sono trasformate: da mobilitazioni di attivisti ambientali a un movimento più ampio e popolare contro il governo e le élite economiche. L’apertura di un’indagine da parte della Procura anticorruzione, con il congelamento dei conti della società coinvolta, segnala la profondità della crisi politica che attraversa il paese e la convergenza tra pressione istituzionale e mobilitazione sociale. Le proteste si rivolgono contro un sistema cleptocratico, contro la subordinazione a interessi imperialisti e contro l’uso della forza di polizia per proteggere interessi privati. Dopo le cariche della polizia contro i manifestanti il 30 maggio, le piazze di Tirana hanno visto una risposta immediata e massiccia, con un’escalation di partecipazione contro la violenza dello Stato. Al momento della scrittura si sono già svolti diversi giorni di grandi manifestazioni nella capitale, mentre nuove mobilitazioni sono previste nel sud del paese, vicino all’area direttamente coinvolta dal progetto. QUESTA VOLTA NON EMIGRIAMO! RAMA IN PRIGIONE BERISHA IN PRIGIONE! CARA IVANKA, TROVATI UN ALTRO SOGNO! BRO TOCCA L’ERBA NON ZVËRNEC! LEGGI ANCHE… MIGRANTI L’ACCORDO ITALIA-ALBANIA RIGUARDA (ANCHE) LA DEMOCRAZIA Federico Alagna Le proteste sono fondamentali – e ci insegnano tanto – perché stanno aprendo uno spazio dentro una contraddizione molto attuale del capitale. Uno dei nodi centrali dell’intera operazione promossa da Kushner e dal governo Rama è il suo rapporto contraddittorio con il processo di adesione dell’Albania all’Unione europea. Nel silenzio generale, a febbraio 2024 il governo ha sospeso parte del regolamento ambientale nazionale, aprendo la strada agli investimenti. Tuttavia, proprio su questo punto si è aperta una frizione con l’Unione europea, che ha ricordato come l’assenza di adeguate tutele ambientali sia incompatibile con i requisiti minimi del cosiddetto «capitolo 27» dei negoziati di adesione. Bruxelles ha infatti richiesto l’abrogazione delle misure più controverse entro il 2027 e l’allineamento di tutti i nuovi progetti agli standard europei. In questo quadro, i capitalisti albanesi si trovano davanti a una scelta politica molto concreta e non facilmente risolvibile: aderire alla logica regolatoria del capitale europeo, ancora vincolata a norme ambientali e istituzionali (che tutelano soprattutto la composizione dell’industria tedesca), oppure seguire una traiettoria più deregolata e aggressiva, in linea con una visione anarco-capitalista di stampo trumpiano, dove il territorio diventa spazio di estrazione senza mediazioni. CON IL POPOLO CON IL FUOCO E CON L’ACQUA NON SI SCHERZA! NARTA È NOSTRA ANNULLATE IL PROGETTO! LE BUGIE A QUANTO PARE AVEVANO LE GAMBE LUNGHE! MEGLIO AVERE I FENICOTTERI CHE AVERE TE! LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi In questo senso, la contraddizione che attraversa il capitale albanese e che ha alimentato la protesta non è separata dalle tensioni che negli ultimi anni hanno coinvolto anche l’Italia. L’istituzione dei Cpr a Gjader e Shengjin si fonda infatti sull’idea dell’Albania come una sorta di terra nullius, una zona di sospensione giuridica dove delocalizzare la gestione delle migrazioni europee. Formalmente, le persone coinvolte dovrebbero avere gli stessi diritti dei richiedenti asilo in Italia, ma nella pratica operano in un contesto con garanzie ancora più deboli rispetto a quelle applicate in Italia (già risibili). Quest’architettura dipende proprio dalla collocazione esterna dell’Albania rispetto all’Unione europea, motivo per cui recentemente il ministro degli Esteri albanese ha lasciato intendere che l’accordo con l’Italia potrebbe non essere rinnovato dopo i primi cinque anni, nella prospettiva di un’eventuale adesione del paese all’Unione. In altre parole: l’Albania è un polo attraente per l’Italia proprio perché non fa parte dell’Ue, ma allo stesso tempo accetta di giocare questo ruolo nella prospettiva di un futuro ingresso. La stessa logica si applica anche all’investimento di Kushner: in parte Rama vuole l’investimento per dimostrare all’Europa che il paese è sufficientemente avanzato e ricco da poter entrare nel mercato unico, ma per farlo è costretto a trasgredire le regole dell’Unione stessa. I capitalisti non possono risolvere la contraddizione che essi stessi producono. Sono invece i movimenti sociali a rendere visibile come questo gioco vada contro la tutela dell’ambiente e delle persone. *Richard Braude, traduttore e attivista antirazzista, vive a Palermo. Valentina Bonizzi è un’artista e ricercatrice che vive a Tirana. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La rivolta dei fenicotteri proviene da Jacobin Italia.
June 8, 2026
Jacobin Italia
Il caso Nowak e l’estrema destra
Lunedì scorso, la polizia britannica ha diffuso i filmati raccolti dalle bodycamera degli agenti di polizia durante l’arresto del diciottenne Henry Nowak. Il video mostra gli ultimi istanti di vita di Nowak dopo essere stato accoltellato da Vickrum Digwa a Southampton, in Inghilterra, il 3 dicembre e ritrae lo studente universitario a terra mentre dice agli agenti di essere stato accoltellato. Come ha affermato Mark Nowak, padre di Henry, sui gradini della Crown Court di Southampton: «Invece di essere trattato come una vittima morente, la polizia ha formalmente arrestato Henry per aggressione e gli ha letto i suoi diritti. Quella è stata l’ultima cosa che ha sentito. Henry non è morto con dignità. Non è morto con le cure che meritava. Ha perso conoscenza prima che qualcuno gli credesse». Le immagini hanno suscitato shock e indignazione in tutto il Regno unito, ma questo sentimento si è presto diffuso. La leader del Partito conservatore, Kemi Badenoch, ha descritto l’incidente come un «momento Stephen Lawrence», riferendosi all’omicidio a sfondo razziale di un diciottenne britannico di colore, rimasto irrisolto per decenni. L’assassino di Nowak è stato condannato e sconterà l’ergastolo. Ciò non ha impedito all’estrema destra globale di mobilitarsi contro l’omicidio. L’incidente si inserisce in una lunga storia di azioni illegali da parte della polizia britannica. Tra gli episodi più recenti si ricordano la morte di novantasette tifosi del Liverpool Fc nella calca dello stadio nel 1989, per la quale polizia e media incolparono i tifosi; l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di Mark Duggan, un uomo disarmato, a Londra, che scatenò un’ondata di rivolte nel 2011; e il rapimento, l’omicidio e lo stupro di Sarah Everard da parte di Wayne Couzens, un agente di polizia soprannominato affettuosamente «lo stupratore» dai colleghi, nel 2021. Nonostante tutti questi precedenti, i media britannici, così come le pubblicazioni statunitensi che hanno ripreso questa vicenda, hanno scelto di concentrarsi sull’etnia e sulla religione dell’assassino, Digwa, un sikh nato in Gran Bretagna. Jacobin ne ha discusso con Daniel Trilling, uno dei maggiori esperti britannici della destra. Lunedì, su richiesta della famiglia, i tribunali hanno diffuso le immagini degli ultimi momenti di vita di Henry Nowak. Il video lo mostra disteso a terra mentre ripete per nove volte alla polizia di non riuscire a respirare e di essere stato accoltellato, mentre un agente lo ammanetta. La destra britannica ha sfruttato l’omicidio per denunciare quella che definisce una «doppia discriminazione nell’applicazione della legge», mentre i politici tradizionali lo hanno paragonato all’omicidio di Stephen Lawrence, un diciottenne di colore ucciso da razzisti, il cui omicidio è rimasto irrisolto per decenni. Anche gran parte dei media sembra aver accettato questa interpretazione. Cosa c’è di sbagliato? Innanzitutto, va notato che negli ultimi anni un gruppo di attivisti di estrema destra ha ripetutamente tentato di incitare pogrom razzisti in Inghilterra e Irlanda del Nord, solitamente in risposta a crimini efferati commessi, o presumibilmente commessi, da persone non bianche. Hanno avuto un grande successo nel 2024 in seguito agli omicidi di Southport, commessi dal diciassettenne britannico Axel Rudakubana, che hanno scatenato diffuse rivolte razziste in diverse zone del Regno unito. Ci sono ricascati l’anno scorso con proteste contro hotel, alloggi, richiedenti asilo e, in particolare, in situazioni in cui i residenti degli hotel avevano commesso reati. Quest’anno, ancora una volta, c’è stato un tentativo di incitare alla rivolta dopo la diffusione di false accuse secondo cui membri della comunità immigrata avrebbero perpetrato una serie di stupri di gruppo in una zona del sud di Londra. Questa strategia non è nuova. Si potrebbero trovare tentativi simili anche in Gran Bretagna, risalenti a decenni fa. La differenza è che ora riescono a generare indignazione con molta più efficacia. E sebbene nel Regno Unito ci siano relativamente pochi attivisti fascisti convinti, il loro comportamento incendiario sta coinvolgendo una gamma molto più ampia di persone, con background e idee politiche molto più diversificati, in proteste violente e nell’accettazione di interpretazioni razziste di questi eventi. Nel caso Novak, la destra ha sfruttato l’omicidio come prova di quella che definisce «due livelli di controllo da parte delle forze dell’ordine». Credo sia importante sottolineare che l’idea di un sistema di polizia a due livelli – che, in parole povere, si basa sull’affermazione che in Gran Bretagna i bianchi siano sottoposti a un trattamento molto più severo da parte delle forze dell’ordine rispetto alle minoranze etniche, a causa dell’ideologia woke – è una menzogna. Non è così. Il lavoro di polizia è un lavoro in cui errori e abusi di potere possono avere conseguenze di vita o di morte. Nel Regno Unito, la polizia spesso danneggia le persone che dovrebbe proteggere. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una serie di scandali che hanno coinvolto le forze dell’ordine, come ad esempio la presenza di stupratori noti tra le loro fila e la mancata verifica dei precedenti penali degli agenti. Inchieste sotto copertura condotte da giornalisti hanno rivelato una lunga serie di commenti razzisti e atteggiamenti discriminatori tra gli agenti in servizio. C’è stato anche il caso della perquisizione corporale di un’adolescente nera, ingiustamente sospettata di aver fumato cannabis a scuola a Londra qualche anno fa. Sono solo esempi dei malfunzionamenti nell’operato delle forze dell’ordine piuttosto comuni in Gran Bretagna, e gli orribili errori che hanno portato alla morte di Henry Nowak si inseriscono in questo quadro più ampio. E ovviamente nel Regno unito, la maggior parte delle persone che subiscono abusi di potere da parte della polizia sono persone bianche. Tuttavia, questa narrazione è stata ripresa in altre parti della stampa di destra da settori della destra moderata, così come dall’estrema destra. Negli ultimi dieci anni si è assistito a una crescente reazione negativa contro le conquiste del liberalismo sociale, siano esse campagne antirazziste o diritti Lgbt. Uno degli effetti di questa reazione è stata la diffusione di idee e retorica di estrema destra nella politica britannica e il conseguente peggioramento del clima politico, sia a livello di discorso e dibattito politico, sia nelle strade, dove la situazione sfocia sempre più spesso nella violenza. LEGGI ANCHE… LAVORO IL MITO DEI MIGRANTI CHE «CI RUBANO IL LAVORO» Guglielmo Meardi - Lorenzo Zamponi Nella sua risposta all’incidente, Nigel Farage, leader del partito di destra Reform UK, ha usato un linguaggio esplicitamente razzista, invitando i britannici a riconoscere che le vite dei bianchi contano. Si tratta di una deviazione dal suo solito modo di esprimersi? Questa settimana, Farage è intervenuto con quello che ha definito un «dichiarazione di emergenza» sull’omicidio di Henry Nowak, in cui ha invitato le persone a rispondere con «pura e fredda rabbia» e ha anche usato la frase «White Lives Matter», che è ovviamente molto carica di significato, deriva dalla reazione razzista alle proteste di Black Lives Matter negli Stati uniti. Probabilmente Farage ha fatto più di qualsiasi altro politico nel Regno unito per portare nel mainstream idee che un tempo erano confinate ai margini della destra. E ci è riuscito perché è molto abile nel muoversi con disinvoltura sul sottile confine tra rispettabilità e radicalismo. Sa, in linea di massima, fino a che punto ci si può spingere nel discorso politico britannico e mantiene una scrupolosa distanza dai fascisti e dagli altri estremisti di estrema destra. Ma questo è stato un intervento più apertamente antagonistico di qualsiasi altro fatto in passato. Di solito preferisce agire in questi casi con un’allusione velata. Farage ha avuto finora un grande successo come leader di Reform UK; il suo partito è in testa ai sondaggi e ha ottenuto significativi successi alle elezioni locali, sia quest’anno che l’anno scorso. Se le cose continueranno su questa traiettoria, è ben piazzato per entrare in un governo futuro. Nonostante questo successo, non credo che le cose stiano andando bene per Farage come vorrebbe. Dall’inizio del 2026, si è trovato ad affrontare una raffica di notizie negative sui media e battute d’arresto che hanno iniziato a intaccare il suo consenso e a indebolire lo slancio di Reform. All’inizio dell’anno, una serie di ex compagni di classe lo hanno accusato di aver pronunciato ripetutamente commenti estremamente razzisti durante gli anni scolastici. Farage ha ovviamente negato queste accuse. Ma sono stati diversi i suoi ex compagni di classe a fare queste affermazioni. Dopo anni passati a cercare di associarsi a Donald Trump e a crogiolarsi nella sua fama riflessa, Farage ha iniziato a rendersi conto che il legame con Trump è diventato uno svantaggio. Il fatto che la presidenza di Trump 2.0 sia stata più aggressiva, più ostentatamente minacciosa e intimidatoria rispetto al primo mandato di Donald Trump ha spaventato gli elettori britannici. Farage si è trovato in grossi guai all’inizio dell’attacco di Trump all’Iran, dove, come gran parte della destra britannica, ha sostenuto con entusiasmo l’azione militare nei primi giorni e ha cercato di attaccare il primo ministro, Keir Starmer, per non aver appoggiato con altrettanto entusiasmo l’intervento militare e per essersi rifiutato di impegnare le forze britanniche nello sforzo bellico di Trump. Ma non appena è diventato evidente che la principale conseguenza della disavventura di Trump sarebbe stata l’impennata dei prezzi globali del carburante, Farage si è improvvisamente trovato dalla parte sbagliata dell’opinione pubblica ed è stato costretto a fare marcia indietro e a iniziare la sua campagna elettorale concentrandosi invece sui prezzi del carburante. Il modo in cui ha gestito la guerra è stato particolarmente inetto dal punto di vista politico. I suoi stessi elettori avranno notato questa sua inversione di rotta. Un altro problema è che, dalla primavera, sono sorti interrogativi insistenti su una donazione di 5 milioni di sterline che Farage ha ricevuto prima di diventare parlamentare dal miliardario thailandese del settore delle criptovalute, Christopher Harborne, che è stato anche un importante finanziatore di Reform UK. Farage ha cercato di eludere queste domande e, fino a questa settimana, la questione era al centro della stampa britanniche. In realtà, stava evitando la pubblicità e lo faceva già da qualche settimana. Oltretutto, Reform non ha ottenuto i risultati sperati alle elezioni amministrative del maggio 2026. È il primo partito, e per un partito populista di destra nel Regno unito, è stato un passo avanti significativo. Non voglio minimizzarlo. Ma allo stesso tempo, la vera sfida in queste elezioni era quella di penetrare nella base elettorale di centro-destra del Partito conservatore, conquistando gli elettori di destra più moderati che non erano interessati a votare per Reform o che ne erano stati allontanati perché lo consideravano troppo estremista. Sebbene Reform abbia ottenuto un certo successo in quella zona, non ha raggiunto i risultati necessari per costruire una coalizione elettorale vincente alle elezioni generali del 2029. Un altro fattore che ha creato problemi a Farage è la spaccatura all’interno della destra. Ciò ha portato alla nascita di un nuovo partito di estrema destra, Restore Britain, fondato da Rupert Lowe, un parlamentare che in precedenza faceva parte di Reform. Restore si sta posizionando a destra di Farage e Reform UK, accusandoli entrambi di essere troppo moderati e Farage di essersi venduto. Restore ha adottato una linea molto più dura su immigrazione, razza e identità, rivolgendosi apertamente agli etnonazionalisti, cosa che Reform UK e Farage hanno cercato di evitare in modo altrettanto sfacciato e diretto. L’ascesa di Restore ha messo Farage in difficoltà. Da un lato, deve moderare l’immagine del suo partito per ampliare la coalizione elettorale, ma dall’altro, di fronte a questa pressione proveniente da posizioni ancora più a destra, deve segnalare alla sua base di essere il portatore delle loro speranze nazionaliste di estrema destra. Pertanto, credo che l’intervento di questa settimana sia in realtà un segno di debolezza, un tentativo di riprendere l’iniziativa. Detto questo, è anche estremamente pericoloso che lui e altri politici e attivisti si rendano protagonisti di questo tipo di interventi. Se non contrastati, potrebbero alimentare il nazionalismo etnico nel Regno unito. LEGGI ANCHE… RAZZISMO SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE Giulia Giraudo La destra britannica è da tempo divisa sulla questione etnica. Persino Enoch Powell, come lei menziona nel suo libro, iniziò come sostenitore dell’immigrazione dalle colonie. Come si sono evolute queste idee nel corso del dopoguerra? È importante riconoscere che negli ultimi decenni l’opinione pubblica britannica si è progressivamente allontanata dalla concezione dell’identità nazionale britannica in termini razziali. Se si osservano i sondaggi d’opinione, ben il 90-95% delle persone afferma che non è necessario essere bianchi per essere britannici. Questo è il risultato in parte dei successi delle precedenti generazioni impegnate nella lotta contro il razzismo e in parte del riconoscimento di ciò che la Gran Bretagna è realmente. Il Regno unito è una nazione post-imperiale composta da un mix di culture, nazionalità ed etnie. È un paese intrinsecamente eterogeneo e, in generale, l’opinione pubblica si è evoluta per riflettere e accettare questa diversità. Allo stesso tempo, credo che il nazionalismo abbia sempre alla sua base questa fatale confusione tra l’idea di nazione come comunità civica e quella di comunità etnica. Anche quando il nazionalismo etnico viene rifiutato dalla maggioranza della popolazione, o laddove vi siano forti tabù nei suoi confronti, rimane comunque un tema che l’estrema destra può sfruttare e rianimare in diversi modi. Questa guerra civile all’interno della destra crea forse opportunità per i liberali e i centristi di rimanere al potere? Pensi che le elezioni suppletive di Makerfield potrebbero rappresentare una sorta di banco di prova per questa strategia? Il problema che ci troviamo ad affrontare nel Regno unito, simile a quello di molti altri paesi in cui il populismo di estrema destra è diventato un attore politico significativo, è che la sinistra non è abbastanza forte da sconfiggere da sola il populismo di estrema destra. Come altri paesi, il Regno unito ha bisogno di creare un’ampia alleanza tra liberali, centristi e sinistra per impedire ai populisti di estrema destra di conquistare il potere elettorale, o, se si arriva a quel punto, per estrometterli dalle posizioni di potere che hanno già conquistato. Questo è ciò che è accaduto in Polonia negli ultimi anni. È accaduto in Ungheria. È accaduto anche negli Stati uniti nel 2020. Ecco perché le elezioni suppletive a Makerfield sono così importanti: Andy Burnham, il candidato laburista per quel seggio, è considerato un potenziale futuro leader del Partito laburista. Burnham è in grado di contrastare efficacemente il populismo di estrema destra, perché ha dato segnali di aver compreso gli errori commessi dal Partito laburista nell’abbracciare il neoliberismo negli anni Novanta e 2000. Riconosce che il partito ha contribuito a rendere la Gran Bretagna un paese più diseguale, e che questa disuguaglianza è stata particolarmente marcata tra le regioni. Burnham ha anche dimostrato la volontà di collaborare con partiti come i Verdi, che hanno conquistato gran parte dell’ala sinistra del Partito laburista; per un partito storicamente piuttosto conservatore, si tratta di un cambiamento significativo. Ma Andy Burnham deve vincere quelle elezioni suppletive, e se ci riuscirà, si porrà la questione di quanto sia profondo il suo impegno verso queste idee progressiste. Al momento, tutto ciò che posso dire è che la situazione è ancora incerta. Ha fatto delle allusioni a questi temi, ma allo stesso tempo, con l’intensificarsi della campagna elettorale, ha assunto posizioni ambigue. Non è chiaro se sia stato motivato da una strategia a breve termine per mantenere il sostegno degli elettori socialmente conservatori in queste elezioni suppletive, o se sia un segnale di come si comporterebbe se vincesse le elezioni e riuscisse a sfidare Starmer per la leadership del Partito laburista. Restore Britain, che attualmente nei sondaggi a Makerfield si attesta al 10%, come si inserisce in questo contesto? Restore Britain ha già esacerbato la tensione con cui Reform e Nigel Farage stanno attualmente lottando, ovvero la tensione tra radicalismo e rispettabilità. È una situazione molto delicata da gestire per un partito che si presenta come sfidante antisistema, quando allo stesso tempo cerca di costruire un’ampia coalizione elettorale che potrebbe dargli la possibilità di conquistare il potere. Più un partito come Reform cerca di prendere decisioni opportunistiche per apparire moderato e più appetibile agli elettori che vuole conquistare, più è probabile che le frange più scontenti della sua base lo percepiscano come un tradimento. Già nell’ultimo anno, abbiamo visto Reform UK spostarsi ulteriormente a destra a causa dell’emergere di Restore e delle pressioni dell’estrema destra extraparlamentare. Un buon esempio è rappresentato dalle dichiarazioni di Nigel Farage di un paio d’anni fa: in diverse interviste diceva di non ritenere necessario che il suo partito proponesse deportazioni di massa di immigrati irregolari nel Regno unito. Ma l’anno scorso, dopo le dimissioni di Rupert Lowe, che ha fondato Restore Britain e ha iniziato a chiedere deportazioni di massa, la posizione di Reform è improvvisamente cambiata. Il partito ha promesso di deportare fino a 600.000 persone entro i primi cinque anni di governo. E poi, all’inizio di quest’anno, si è spinto in una posizione ancora più minacciosa. Poco prima delle elezioni locali, Farage e i suoi colleghi hanno promesso non solo di attuare questo programma di deportazioni di massa in caso di vittoria alle elezioni, ma anche che i centri di detenzione per immigrati, necessari per rendere possibili le deportazioni, sarebbero stati deliberatamente situati in zone del paese che avevano votato per i Verdi di sinistra. Questo non solo dimostra che il partito Reform, sotto pressione della sua ala destra, sta adottando una linea molto più dura in materia di politica migratoria, ci dice anche che sta abbracciando un atteggiamento simile a quello di Trump, in realtà, un atteggiamento comune ai populisti di estrema destra di tutto il mondo. Si tratta dell’idea che il potere debba essere usato non solo per imporre politiche, ma anche per umiliare e tormentare gli avversari. *Daniel Trilling è uno dei massimi esperti britannici di politica di destra. È autore di Bloody Nasty People: The Rise of Britain’s Far Right(Verso, 2013), Lights in the Distance: Exile and Refuge at the Borders of Europe(Verso, 2018)e If We Tolerate This: How the British Establishment Made the Far Right Respectable (Picador, 2026). John-Baptiste Oduor è redattore di JacobinMag, dove è uscito questo articolo. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. 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June 6, 2026
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Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altre
Quando nel 1972 la polizia arrestò sette operai e operaie della Siemens di L’Aquila, tra loro c’era anche Alfonsina Casamobile. Aveva poco più di trent’anni, proveniva da una famiglia contadina e si definiva semplicemente «donna, operaia e comunista». Fu una delle figure simbolo di una generazione di lavoratrici che, entrando nella fabbrica elettronica sorta a L’Aquila negli anni del boom economico – prima Ates, poi Marconi, Siemens, Italtel – trasformò non solo i rapporti di lavoro ma anche la condizione femminile in una delle città più conservatrici del Centro-Sud. «C’era la paura che veramente potesse nascere una classe operaia in questa fabbrica, e che si allargasse poi a tutto il Sud», ricordava in un’intervista Alfonsina qualche anno dopo. Una paura fondata, perché l’arrivo dell’Ates non significò soltanto occupazione in una provincia segnata da massiccia emigrazione e povertà. Significò anche la nascita di una nuova soggettività sociale, composta da donne giovani in larga parte provenienti dalle aree interne dell’Abruzzo, che attraverso il lavoro salariato acquisirono indipendenza economica, coscienza politica e capacità di organizzazione collettiva. In una città che il sindacalista e studioso Riccardo Lolli descrive come caratterizzata da un’impronta «assolutamente conservatrice e moderata», l’irruzione di migliaia di operaie rappresentò infatti «una trasformazione profonda, dentro e fuori le mura della fabbrica». Molte affrontavano quotidianamente lunghi viaggi dai paesi della provincia aquilana come Castel di Sangro, Raiano, e il lavoro in fabbrica fu la prima occasione di autonomia economica. Isabella Angelone entrò in fabbrica a soli sedici anni. Ricorda ancora l’emozione della prima busta paga: cinquantamila lire, soldi che non servivano soltanto a contribuire al bilancio familiare, ma che rappresentavano la possibilità di decidere della propria vita. «Faccio sedere mamma sulla scala e comincio a tirare fuori le banconote: dieci, venti, trenta! Quando arrivò il primo stipendio andai a L’Aquila e comprai una catenina d’oro con una medaglia proprio per mia madre. I primi soldi li ho spesi così». IL PATRIARCATO DENTRO E FUORI LA FABBRICA Eppure, le operaie continuavano a scontrarsi ogni giorno con una cultura patriarcale profondamente radicata. Se nella fabbrica significava essere relegate nei posti più duri della catena di montaggio, con stipendi più bassi e mansioni a cottimo, al di fuori significava scontrarsi con un mondo che considerava il lavoro salariato femminile come una minaccia per gli equilibri tradizionali. Isabella ricorda cosa avesse significato per lei avere uno stipendio che potesse liberarla dalle relazioni di potere presenti nella sua famiglia: «mi dava l’opportunità di ribellarmi, di rivendicare i miei diritti, e se fosse stato necessario anche di mandarli a fanculo». Fu proprio la suocera a ribadirle spesso quello che pensava dell’ingresso massiccio delle donne nel lavoro industriale: «Sci maledetto chi ha dato ju lavoro alle femmine» [sic]. Ma il conflitto non si fermava alle mura domestiche, anche le condizioni di lavoro erano spesso molto dure. Maria Grazia Taverna, un’altra donna protagonista delle lotte di quegli anni, descrive il sistema del cottimo come «estremamente estenuante. Ogni sera bisognava consegnare un certo numero di pezzi. Se non rendevi il cottimo venivi penalizzata economicamente, ma arrivavano anche i richiami». Anna Caruso, tra le più anziane del gruppo, entrò alla Marconi nel 1959: «la prima volta che varco quella soglia, mi guardo intorno, tutto quel rumore, quelle persone chine a lavoro sui pezzi, tutto quel ferro… Ricordo che ho sussurrato tra me e me, “e mo’ passano 40 anni qua dentro..”». L’umiliazione passava anche attraverso il controllo dei corpi: per andare in bagno era necessario utilizzare speciali contrassegni, le cosiddette «tavolette di piombo», simbolo di un’organizzazione del lavoro fondata sulla sorveglianza e sulla disciplina. Fu proprio in queste condizioni e contraddizioni che maturò la coscienza di classe. Molte di quelle giovani donne non avevano alle spalle tradizioni sindacali o politiche. Come avrebbe ricordato la stessa Alfonsina, «noi non avevamo una cultura di lotte operaie. L’abbiamo imparata dentro la fabbrica». E impararono rapidamente a organizzarsi. Il 1968 rappresentò un passaggio decisivo: «l’occupazione della fabbrica e le manifestazioni cittadine portarono per la prima volta la questione operaia al centro della vita pubblica aquilana», osserva Riccardo Lolli, «così la città scoprì gli operai, e soprattutto le operaie». Fino ad allora quella presenza femminile era rimasta invisibile.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia IL CONTRATTO DEL 1972. LA SOLIDARIETÀ E LA REPRESSIONE Come ricorda Luigi Magnante, allora sindacalista della Cgil, «al centro di quella stagione vi erano i consigli di fabbrica, una delle più avanzate esperienze di democrazia industriale del movimento operaio italiano». Eletti direttamente dai lavoratori, indipendentemente dall’appartenenza sindacale, i consigli permisero una partecipazione diffusa alle decisioni e diedero voce ai bisogni di una nuova generazione di lavoratrici. Attraverso quella forza organizzata arrivarono conquiste che cambiarono profondamente la vita delle operaie. Il contratto del 1972, firmato nel 1973, rappresentò in tal senso una svolta storica. «Introdusse l’inquadramento unico – spiega Luigi Magnante – superando molte delle discriminazioni professionali e salariali tra uomini e donne. Ma le rivendicazioni non si fermavano alla busta paga. Le operaie rivendicavano il diritto allo studio, i servizi pubblici e sociali che rendessero possibile conciliare lavoro e vita familiare. Grazie a scioperi molto partecipati – a cui aderiva «tra il 95% e il 99% delle operaie», come ricorda Luigi Magnante – picchetti costanti e manifestazioni, ottennero le celebri «150 ore», che consentirono a molte lavoratrici di completare percorsi scolastici interrotti troppo presto, e grazie anche a un contributo economico diretto delle lavoratrici, in città vennero realizzati l’asilo nido «Primo Maggio» e la scuola a tempo pieno di Santa Barbara. Quella esperienza contribuì anche a mettere in discussione i confini tradizionali tra lotta sindacale e questione femminile. Le battaglie per gli asili nido, per la salute delle donne, per il diritto allo studio e per una diversa organizzazione del tempo di vita mostrarono come le rivendicazioni femminili non fossero temi separati dalla lotta di classe, ma una sua componente essenziale. «Noi lottavamo per ottenere una migliore qualità della vita. Il contratto del ‘73 andava ben oltre gli aumenti salariali, era incentrato tutto sul sociale», ricorda Maria Grazia Taverna, «in una fabbrica dove lavoravano quasi cinquemila donne, riuscimmo a ottenere anche un consultorio interno», anticipando così temi che sarebbero diventati centrali nel movimento femminista degli anni successivi. La loro lotta contribuì così a ridefinire non soltanto il lavoro, ma il rapporto tra produzione e riproduzione sociale, tra emancipazione femminile e diritti collettivi. Tutto questo non avvenne senza conflitto. Tra il 1972 e il 1973 la repressione colpì duramente le avanguardie operaie. Alfonsina Casamobile fu arrestata insieme ad altre sei lavoratrici e lavoratori. Lei stessa, in un’intervista successiva, ricorda: «mi convocarono più volte in questura per rispondere di presunte “violenze private” contro dirigenti aziendali durante scioperi e picchetti ai cancelli. Noi non capivamo perché questo accanimento, a venti o trent’anni non lo puoi capire perché ti mettono in galera per un contratto. Oggi lo capisco, l’obiettivo era chiaro, ossia spezzare l’organizzazione operaia». Sindacato, consigli di fabbrica e lavoratrici reagirono con una mobilitazione straordinaria. Centinaia di operaie sfilarono dalla fabbrica fino al carcere di San Domenico per chiedere la liberazione delle compagne arrestate. Isabella Angelone ricorda quel lungo corteo che attraversava la città gridando: «Compagne carcerate sarete liberate, e se questo non avviene, la galera è tanto grande, ci entreremo tutte quante». Il Consiglio di Fabbrica della Sit Siemens, quando in un volantino dell’11 aprile 1973 comunicò la scarcerazione di tutti gli operai e le operaie arrestate, affermava anche che la lotta non si sarebbe fermata: «è ormai coscienza comune che i lavoratori della Sit Siemens stanno lottando e hanno sempre lottato nell’interesse di tutti. I grossi problemi della popolazione abruzzese restano ancora irrisolti, per questo noi lavoratori della Siemens lanciamo un appello per la ripresa della lotta dal 13 aprile 1973. Sciopero generale di tutto l’Abruzzo per le riforme e l’occupazione nel Mezzogiorno». La repressione, anziché isolare le dirigenti sindacali, rafforzò il senso di appartenenza collettiva.  GLI ANNI OTTANTA. QUANDO SI SMETTE DI ESSERE COMUNISTI La ristrutturazione industriale, il passaggio dall’elettromeccanica all’elettronica e la progressiva riduzione dell’occupazione segnarono l’inizio del declino. «Più in generale, la crisi delle fabbriche aquilane si inseriva nelle trasformazioni che investivano il movimento operaio a livello internazionale: l’avanzata del neoliberismo, la crisi delle grandi organizzazioni collettive, la progressiva privatizzazione di settori strategici come le telecomunicazioni», spiega Luigi Magnante. Le conseguenze furono enormi. Mobilità, prepensionamenti e licenziamenti segnarono la fine di una stagione. Per molte lavoratrici quella transizione significò anni di incertezza e sacrifici. Interi reparti furono progressivamente svuotati o smantellati, spesso dopo che le stesse operaie avevano accettato trasferimenti, cambi di mansione o percorsi di riqualificazione nella speranza di salvare la produzione e l’occupazione. Le testimonianze raccolte raccontano una sensazione diffusa di tradimento: dopo aver contribuito per decenni alla crescita dell’azienda e del territorio, molte donne si ritrovarono improvvisamente considerate un costo da ridurre. La mobilità e i prepensionamenti colpirono una generazione che aveva costruito la propria identità attorno al lavoro industriale e alla partecipazione collettiva. Non si trattò soltanto della perdita di posti di lavoro, ma della dissoluzione di un mondo fatto di relazioni, solidarietà e strumenti di rappresentanza che avevano caratterizzato la stagione delle grandi lotte operaie. Tra le prime a comprendere la portata di quella trasformazione fu proprio Alfonsina Casamobile. Nel 1990, intervenendo al congresso provinciale del Pci, denunciò la crescente distanza tra la sinistra e il mondo del lavoro: «le ragioni fondamentali della nostra crisi sono da ricercare non nel nostro nome, ma nella nostra incoerenza politica. Abbiamo perso di vista i bisogni reali della gente e in particolare di quella più debole». E aggiunse che i consigli di fabbrica, un tempo cuore pulsante della partecipazione operaia, erano ormai «totalmente in crisi e da rigenerare». QUELLO CHE RESTA Alfonsina morì improvvisamente nel 1991, mentre si trovava nella sede del sindacato, per un’emorragia cerebrale. La sua scomparsa assunse il valore simbolico della fine di un’epoca. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, le testimonianze delle lavoratrici più giovani nella provincia dell’Aquila restituiscono un quadro che rende quelle parole oggi più attuali che mai.  Elena Colageo lavora in un call center, negli stessi spazi che un tempo ospitavano la fabbrica elettronica. Sua madre è stata operaia Italtel negli anni Settanta e le raccontava un mondo del lavoro molto diverso da quello che conosce oggi: «c’erano gli autobus aziendali che collegavano i paesi della periferia alla fabbrica, c’erano gli asili nido e i servizi costruiti grazie alle lotte delle lavoratrici, c’erano strumenti che rendevano concretamente possibile conciliare lavoro e famiglia», racconta Elena. La differenza emerge soprattutto quando si parla di maternità: «tu sei madre? Adesso devi decidere: fare la mamma, o fare la dipendente? Devi scegliere», continua Elena. Una condizione che sua madre fatica persino a comprendere: «quando le racconto che molte tutele conquistate negli anni Settanta oggi non esistono più, la risposta è sempre la stessa: “ma voi perché non ce le avete?”». Emanuela lavora nello stabilimento L Foundry di Avezzano. Per anni ha alternato contratti di somministrazione della durata di poche settimane. «Io lavoravo lì tutti i giorni», racconta Emanuela, «ma non sono mai stata considerata una dipendente dell’azienda. Per loro ero una lavoratrice in prestito». Negli ultimi mesi ha vissuto scioperi, contratti di solidarietà e lunghi periodi di cassa integrazione. «Per andare in bagno bisognava chiedere il permesso ed eravamo sottoposte a controlli continui sui tempi di permanenza fuori dal reparto», racconta Emanuela. Un’esperienza che richiama inevitabilmente le «tavolette di piombo» contro cui si battevano le operaie aquilane oltre cinquant’anni fa. Anche sul terreno della conciliazione tra vita e lavoro emerge una distanza impressionante. Arianna, madre di due figli, descrive «una precarietà che non è soltanto economica ma anche psicologica. Ho potuto affrontare le maternità grazie alle tutele minime garantite dal lavoro in somministrazione, ma al mio rientro le difficoltà sono state enormi. Servizi come gli asili nido aziendali, consultori… oggi sembrano appartenere a un’altra epoca». «Si erano raggiunti tanti obiettivi – osserva Arianna – e poi sono andati piano piano a scemare. Io mi sveglio alle quattro ogni mattina, se non avessi mia madre che mi aiuta, come farei?». La perdita di diritti sociali, la diffusione della precarietà, la frammentazione del lavoro e l’indebolimento dei legami collettivi sono il risultato di quella trasformazione che Alfonsina aveva intuito con largo anticipo quando parlava di una «ristrutturazione capitalistica del lavoro», capace di scaricare sui lavoratori i costi del cambiamento. Eppure la storia di quelle donne continua a parlare al presente, non perché offra una memoria da celebrare, ma perché mostra come diritti che oggi sembrano naturali siano stati conquistati attraverso organizzazione, conflitto e solidarietà. E come, allo stesso modo, possano essere perduti. Le operaie dell’Aquila non hanno soltanto cambiato una fabbrica. Hanno trasformato una città e la sua provincia, ridefinito il ruolo delle donne nella società e lasciato un’eredità politica che continua a interrogare il presente.  *Questo articolo nasce dal lavoro di ricerca e dalle testimonianze raccolte per il podcast Alfonsina e le altre, prodotto dallo Spi Cgil dell’Aquila. Il podcast completo è disponibile qui.  Alcuni nomi sono stati cambiati per tutelare le compagne ancora in produzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altre proviene da Jacobin Italia.
June 5, 2026
Jacobin Italia
Venezia è lo specchio del paese
Il centrosinistra a Venezia ha perso, e non se lo aspettava nessuno. Non ci credeva la leadership nazionale del centrodestra, che ha tenuto i segretari di partito accuratamente a distanza dalla città lagunare mentre in poche settimane Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte riempivano piazze e auditorium a sostegno di Andrea Martella. Non ci credeva Luca Zaia, alla ricerca di un nuovo posto di visibilità dopo la fine del suo lungo regno alla guida del Veneto, che pochi mesi fa ha rifiutato la candidatura a Sindaco per paura di non poter colmare col suo consenso personale gli strascichi dell’inchiesta Palude.  Una sconfitta inaspettata, dolorosa per le proporzioni e per il lungo lavoro di tessitura e mediazione che aveva preparato il «campo larghissimo» (da Rifondazione comunista agli ex democristiani di Ugo Bergamo) a sostegno di Andrea Martella. A prima vista non è mancato nulla nella costruzione dell’alternativa alla destra-civica che governa Venezia dal 2015: le candidature dei presidenti di municipalità da parte della Stagione Buona, nome della coalizione veneziana di centrosinistra, erano in buona parte espressione della società civile e dell’associazionismo (Fabio Brusò a Chirignago-Zelarino, Anna Forte a Mestre, Giovanni Pelizzato a Venezia), così come le liste dei partiti erano puntellate di figure senza tessera ma forti di un largo consenso personale (il fondatore di Mediterranea Mimmo Risica in Avs e la professoressa Giulia Albanese nel Pd); il programma, frutto di mesi di mediazione e trattative, era il più radicale della storia del centrosinistra veneziano. Se la candidatura di Andrea Martella, dirigente storico del Pds-Ds-Pd veneto e parlamentare di lungo corso, poteva sembrare «grigia» a parte dell’opinione pubblica, erano in campo forti elementi per compensare questa lacuna. Le risposte più semplici, scritte a caldo dopo la sconfitta, sono smentite dai numeri. Se a far perdere la sinistra fosse stata la polemica razzista contro la comunità bengalese, la Lega, che più di qualsiasi altra forza politica ha spinto sul no alla moschea e sulla paura dei migranti, non avrebbe raccolto meno del 5% dei voti. Se le proposte del centrosinistra fossero state troppo sbilanciate sulla città d’acqua, unica municipalità vinta dal centrosinistra sulle 6 in cui è divisa la città, non si spiegherebbe l’affluenza al voto inferiore rispetto alla terraferma nonostante la presenza di una lista, Terra e Acqua, pensata per rappresentare il solo centro storico.  LEGGI ANCHE… CITTÀ LA DISTOPIA CONCRETA DELLA VENEZIA DI BEZOS Anna Irma Battino La prima ragione della sconfitta, come riscontrato lucidamente da Gianfranco Bettin dalle colonne del manifesto, è la sopravvivenza del sistema di potere di Luigi Brugnaro, sindaco uscente. Miliardario, proprietario della più grande agenzia interinale della regione, della Reyer Venezia e grande proprietario immobiliare, ha vinto 2 volte mettendo all’angolo sia il centrosinistra veneziano ferito dallo scandalo Mose, sia la destra partitica, ridotta a contorno rispetto al conglomerato amministrativo-economico-politico. L’arresto di uno dei suoi uomini più fidati, Renato Boraso, per corruzione, il rinvio a giudizio dello stesso Brugnaro e un’inchiesta che ha messo in luce il sistematico conflitto d’interessi del primo cittadino non ha scalfito il sistema di potere su cui il centrodestra ha governato la città, consegnandolo all’erede designato Venturini non solo intatto ma rafforzato da 11 anni di gestione particolare del potere. Così la lista Venturini, con all’interno la quasi totalità degli assessori uscenti, ha raccolto il 30% contro il 10-15% previsto dai sondaggi. Buona parte del merito dell’inaspettata vittoria al primo turno va poi al candidato sindaco Simone Venturini, da 11 anni braccio destro di Luigi Brugnaro. Un politico di razza, più da prima che seconda Repubblica nonostante l’ossessivo mantra con cui si definisce «civico». Cresciuto nell’associazionismo cattolico, entra giovanissimo in consiglio comunale con l’Udc, all’interno del centrosinistra, per poi appoggiare Brugnaro nel 2015. Negli anni il sindaco affida al giovane assessore le deleghe più dirimenti dell’amministrazione, dai servizi sociali al turismo. Deleghe che Venturini sfrutta sistematicamente per costruire consenso personale e allargare la sua rete. Durante le due legislature la sinistra veneziana ha criticato l’onnipresenza dell’assessore sui social e a ogni occasione pubblica, guadagnandosi il soprannome di «taglianastri»: non c’è inauguarazione di palazzetto dello sport, asfaltatura di una rotatoria o assegnazione di una casa popolare (poche, come testimoniano gli impietosi numeri fortuiti da Ocio) che sfugga dalla benedizione di Venturini. In 11 anni il braccio destro ha lavorato metodicamente sulla sua immagine, diventando il volto giovane e bonario di una amministrazione ferocemente padronale e classista, guadagnandosi la successione al sindaco-padrone.  La differenza fra Venturini e Martella era limpida in ognuno dei tanti dibattiti di questi mesi. Mentre Martella parlava delle grandi questioni veneziane (gestione del turismo, crisi di Portomarghera, emergenza abitativa) Venturini rilanciava sul dettaglio di chi governa la città da undici anni: la tal strada da riasfaltare, le aiuole del parco da potare, i mezzi pubblici acquistati e pronti a entrare in funzione. Sul dettaglio quasi maniacale dell’amministrazione Venturini giocava una partita a parte, contro un parlamentare attento ma che non poteva conoscere la macchina amministrativa del Comune così a fondo. Così chi voleva la strada asfaltata dietro casa ha votato Venturini, mentre quasi nessuno è stato convinto dalla proposta più ampia ma meno aderente al vissuto quotidiano del centrosinistra.  LEGGI ANCHE… CITTÀ TICKET A VENEZIA Anna Irma Battino A confermare questa teoria è un dettaglio della mappa del voto. Non la differenza fra la città d’acqua, nettamente ancorata al centrosinistra, rispetto alla città di terraferma, ma a un dettaglio più sfuggente: nel rosso omogeneo del centro storico, con cui è indicato il vantaggio del candidato di centrosinistra c’è una macchia gialla. È Sacca Fisola, ultima propaggine della Giudecca. È una piccola isola in cui la larga maggioranza della popolazione vive in alloggi popolari di proprietà regionale e comunale. L’opposizione da 11 anni combatte la giunta per l’abbandono sistematico degli alloggi popolari, con un tasso di sfitto fra i più alti d’Italia (più del 20%), graduatorie bloccate e mancanza di investimenti. Migliaia di appartamenti murati mentre la città perde migliaia di abitanti ogni anno soffocata dalla speculazione immobiliare e dalle locazioni turistiche. Nonostante anni di lavoro e proposte reali sul tema, il centrosinistra non è sembrato credibile a chi vive in questi alloggi, preferendo il poco fatto da Venturini alle promesse della Stagione Buona. La disillusione ha vinto sulla rabbia, portando le fasce più deboli e marginalizzate dall’amministrazione a scegliere di non votare o scegliere il padrone che, ogni tanto, fa cadere qualche briciola dal tavolo. I ceti popolari non hanno creduto alla coalizione, anche perché percepita come in perfetta continuità cpn le vecchie giunte Cacciari-Costa-Orsoni: troppi i nomi «pesanti» gravitanti intorno ad Andrea Martella, anche ottimi amministratori, ma troppo legati alla storia delle amministrazioni di centrosinistra della città per essere sentiti come portatori di un progetto «nuovo» per la città.  C’erano le idee, c’era l’unità politica, ma per queste ragioni la coalizione di centrosinistra non è riuscita a mobilitare il proprio blocco sociale in profondità. Escluso il Pd, che raccoglie un generoso 25%, e Avs, che con il 5% conferma quasi precisamente i 5.500 voti ottenuti alle recenti elezioni regionali, il resto della coalizione ha deluso le aspettative: il M5S non va oltre il 2,6%, la civica Terra e Acqua dimezza i suoi consensi rispetto al 2020, la lista liberale Venezia Riformista raccoglie un misero 1,3% prosciugata dalla candidatura di estremo centro di Michele Boldrin.  Venezia può essere uno specchio del paese, più ancora che un termometro politico. Stritolata dalla rendita da una parte e dalla desertificazione industriale dall’altra, negli ultimi 5 anni è stata attraversata da movimenti di piazza e di quartiere larghi e partecipati. Fra i tanti vanno ricordati quello per Giacomo Gobbato, militante del centro sociale Rivolta ucciso da un rapinatore nel tentativo di difendere una donna, e le tante mobilitazioni per la casa, la tutela della Laguna e la Palestina.  Per la sinistra istituzionale rimangono aperte questioni complesse, da cui non dipende il solo futuro di Venezia: come conciliare la necessità di una coalizione larga ed eterogenea con la massima mobilitazione dei diversi elettorati dei partiti che la compongono. La somma aritmetica non è sufficiente per vincere, nemmeno in una città che le vicine elezioni europee, regionali e referendarie hanno confermato avere un corpo elettorale tendenzialmente di centrosinistra.  Le piccole e grandi idiosincrasie della sinistra veneziana hanno decretato la rovinosa sconfitta del 25 maggio, ma le trasformazioni strutturali della città lagunare anticipano il futuro del paese: declino industriale ed economia votata alla rendita costituiscono le premesse per gli interessi particolari prima e il conflitto d’interessi poi. Un sistema di potere difficile da scardinare, anche quando sembrano aprirsi facili scorciatoie giudiziarie (a Venezia come in Liguria, ricordando il caso Toti). *Giacomo Cervo, laureato in Storia presso l’Università Ca’ Foscari, è segretario comunale di Sinistra italiana Venezia e responsabile politiche abitative di Si in Veneto. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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June 5, 2026
Jacobin Italia
I forzati globali del call center
Una volta si parlava di loro. All’inizio del millennio figuravano tra i personaggi di romanzi e film. Prima che le bici dei rider iniziassero a sfrecciare sulle strade, prima che il furgoncino di Amazon Prime facesse la sua prima apparizione sotto casa, erano loro le figure lavorative emblematiche del capitalismo digitale. Parliamo di quelle persone con gli occhi perennemente incollati sullo schermo, una parlantina incessante e le cuffie infilate alle orecchie: gli operatori dei call center. Su di loro è progressivamente calato il silenzio, mentre il dibattito si è spostato su forme di sfruttamento con maggiore visibilità. Proviamo a riaccendere i riflettori su queste vicende, focalizzandoci su alcune esperienze tratte dalla più grande azienda di call center al mondo: TelePerformance, o Tp. Questa multinazionale francese è tra le quaranta società quotate più importanti della Borsa di Parigi, e colossi dell’asset management come Vanguard, Blackrock e Fidelity ne detengono partecipazioni significative. In numeri: nel 2024 ha avuto un fatturato globale di 10,3 miliardi di euro e un utile netto di 523 milioni, con una forza lavoro composta da circa 500.000 dipendenti distribuiti nei vari angoli del globo. La sua specialità è offrire servizi tecnologici ad aziende come Google, Netflix, Meta, Microsoft, nonché a circuiti come Mastercard e alle maggiori banche. Parlare di Tp significa parlare di cos’è il lavoro oggi, in termini di mansioni e di prestazioni, e significa altresì ribadire, come vedremo, quanto cruciali siano i confini nazionali per i profitti e  per lo status quo. L’ESPERIENZA MEDITERRANEA Nel settore dei call center, spiega Mark Graham, geografo e direttore del progetto Fairwork, «i lavoratori sono estremamente sostituibili, per cui risulta facile spostare i posti di lavoro da un luogo all’altro, con una corsa al ribasso per salari, condizioni di lavoro e tutele». Per questioni legate ai fusi orari e cambi valutari, TP nel tempo si è trovata a praticare il nearshoring, aprendo sedi anche in Europa, nelle zone geograficamente più prossime ai mercati nazionali da coprire. Dal fondo della classifica Ue dei salari, Grecia e Portogallo sono i paesi in cui TP si è insediata più stabilmente, rispettivamente con 10.000 e 12.000 dipendenti. Negli anni è stata condotta dall’azienda una campagna mirata ad attirare su quelle sponde giovani europei reclutati per le competenze linguistiche, vendendo loro l’esperienza mediterranea: la possibilità di ammirare – dopo una giornata di lavoro – il tramonto sul fiume Tago dall’altura del Pingo Doce, o la vista del Partenone dalla collina dell’Acropoli, godendosi una birretta o, più in generale, un costo della vita sensibilmente inferiore rispetto ai paesi di provenienza. L’esperienza mediterranea include inoltre la possibilità di usufruire di alloggi aziendali, le cui spese vengono scalate direttamente dallo stipendio. I giovani europei non rappresentano tuttavia il lavoratore medio dei call center. La maggior parte della forza lavoro viene reclutata infatti dai paesi extra Ue, in particolare dal Nord Africa, tra le persone con buone conoscenze delle lingue europee. TP attraversa (e fa attraversare) agilmente le frontiere, garantendo i permessi necessari per lavorare e vivere entro i confini comunitari; nello specifico, fa rilasciare uno special purpose visa, un permesso di soggiorno vincolante per un determinato settore lavorativo: un cittadino extracomunitario approdato in Europa con TP può lavorare soltanto nei call center. Tareq è uno di loro. Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse in Italia, le vicissitudini della vita l’hanno riportato in Tunisia prima di ottenere la cittadinanza italiana; a distanza di anni, è tornato a calpestare il suolo europeo nelle vesti di operatore per TP Grecia dedicato al mercato italiano. Il suo lavoro ha riguardato vari progetti, di cui il più importante è stato con Mastercard. Ha condiviso con noi la sua esperienza: > I turni e i giorni da coprire durante la settimana cambiano di continuo, ma se > inizi alle 8 del mattino, alle 7:30 devi già accendere il PC e iniziare ad > attivare tutti i firewall, una mezzora non retribuita in cui devi accertarti > che funzioni tutto, così alle 8 sei pronto a fare log-in e prendere la prima > chiamata. Di fatto il lavoro è ricevere chiamate, consultare il database, > trasferire chiamate, richiamare. In gran parte dei casi, le persone hanno > bisogno di risposte che tu non hai, ad esempio ti chiedono informazioni > assicurative, per cui ti limiti a trasferire la chiamata ad altri call center. > A volte passano 2-3 ore senza ricevere una chiamata, ma non puoi muoverti > dalla scrivania. > Ogni chiamata viene tracciata dal sistema: registrano la tua voce e il tuo > schermo, vedono da quali database peschi le informazioni. Tutte le chiamate > relative a furti e smarrimenti vengono ascoltate, per le altre il controllo > viene effettuato a campione. Ogni giorno ti comunicano il tuo tempo medio di > gestione delle chiamate in entrata del giorno precedente, spronandoti a > superare te stesso. L’obiettivo è ottenere una valutazione dell’85% dai > controllori, persone pagate per analizzare le tue prestazioni: su un salario > netto di 800 euro mensili, puoi maturare così un bonus di 200 euro, a cui si > aggiungono ulteriori bonus a seconda dei sondaggi di gradimento compilati dai > clienti: +10 euro per un feedback positivo, -5 euro per uno negativo. > Hai 3 secondi per la frase di apertura e devi scandirla bene: «grazie per aver > chiamato il Centro Assistenza Mastercard. Mi chiamo Tareq. Come posso esserle > d’aiuto?». Se inizi al quarto secondo, sono punti in meno. Dopodiché, segui > una procedura di passaggi per richiedere e verificare le informazioni. Se ti > dilunghi troppo nella conversazione, perdi punti. Il protocollo è molto > rigido, il che è comprensibile trattandosi di soldi, ma alle volte diventa > assurdo. Il database aziendale da cui pescare le info, come il numero di > telefono di una filiale, spesso non è aggiornato, ma per regolamento devi > prima consultare le fonti ufficiali e soltanto dopo puoi consultare Google, e > così fai: sai che sei registrato e altrimenti ti potranno accusare di aver > violato il procedimento, togliendoti punti. In questo universo retto dall’imperativo di performare, la forza lavoro è composta al 60% da operatori con contratto a tempo determinato: prestazioni ritenute insufficienti possono comportare un mancato rinnovo, così come gli atteggiamenti scorretti che vengono rilevati dal regime di sorveglianza continuo. Non è un ambiente caratterizzato da un’atmosfera tranquilla e piacevole, ricorda Tareq. > All’inizio tutti si mostrano disponibili, ti spronano a fare domande, a > esprimere i tuoi bisogni: dura una settimana, poi la comunicazione diventa > dura e diretta. Durante la formazione ti fanno ascoltare le chiamate di altri > colleghi e li deridono davanti a te: «oh, guarda che schifo di servizio hanno > dato». Il clima è dominato da commenti passivi-aggressivi, c’è molta pressione > e a esercitarla – paradossalmente – sono manager pagati poco più dei semplici > agenti. All’altro capo, invece, i clienti a volte sono gentili, a volte sono > maleducati, o ti urlano contro al telefono: lo scambio può essere davvero > violento e tu devi essere gentile. Possono trattarti come una merda e tu non > puoi dire nulla. Presto arrivi ad avere un’autostima pari a zero. Ti senti > inutile perché senti di perdere energie per niente di importante alla fine. > Tutto questo lavoro è disumanizzante: non ti è concessa alcuna personalità, > devi essere un qualunque assistente MasterCard. Arrivi a sentirti una sorta di > segreteria telefonica umana. Non fornisci alcuna soluzione, in gran parte dei > casi trasferisci semplicemente la chiamata. Non ti è permesso nemmeno dare > consigli. Stai tutto il tempo da solo in casa, davanti a uno schermo, in > attesa di una chiamata da un momento all’altro. Devi essere sempre pronto. Non > puoi riposare. Non puoi fare niente. L’unica cosa che vuoi fare è uscire a > fine giornata, ma il lavoro ormai è entrato nel tuo corpo: una volta ho > risposto a mia sorella dal mio telefono personale iniziando a dirle «grazie > per aver chiamato il Centro Assistenza…». Un mio amico invece, anche lui al > call center, ha sviluppato un’intolleranza alle cuffie: non riesce più a > indossarle se non è costretto durante il lavoro. Tareq a un certo punto non ha retto più e ha deciso di licenziarsi. Nel momento in cui annunciava le sue intenzioni ai capi, è stato minacciato: andandosene sarebbe finito nella lista nera di TP, e avrebbe fatto fatica a trovarsi un altro impiego nel settore, dopo essersi inimicato un colosso digitale. Lui però non ha desistito ed è poi riuscito a rimanere in Grecia, trovando lavoro in un’altra azienda di call center. LEGGI ANCHE… DIGITALE ONLINE OUTSOURCING: LA NUOVA FORMA DI PRECARIATO DIGITALE Lorenzo De Lellis Oltre a gestire chiamate e fornire informazioni, tra i servizi digitali offerti da TP, rientra inoltre la moderazione dei contenuti. I clienti, piattaforme come TikTok e i social network in generale, stabiliscono le policy su ciò che può essere pubblicato e si rivolgono ad aziende come TP per far sì che tali regole vengano rispettate. Un simile controllo viene effettuato da appositi algoritmi, tuttavia gli operatori in carne e ossa rimangono indispensabili, come controllori e supervisori: riconoscono il materiale tossico con maggiore efficacia, dopodiché, motivando i ban con le policy violate, istruiscono i sistemi di apprendimento automatico; un’ulteriore ragione è il costo energetico: l’analisi dei video richiede elevata potenza di calcolo, laddove nel mondo esiste una forza lavoro globale sottopagata e precaria. Fare il moderatore per TikTok è stata l’esperienza di Ismael, un ragazzo italiano da anni in Portogallo. Stufo di coprire i turni notturni nei bar di Lisbona, ha accettato una posizione come content moderator e si è trasferito in uno degli alloggi condivisi messi a disposizione per i dipendenti. La moderazione dei contenuti è un flusso di lavoro che non può interrompersi: richiede una copertura a tutte le ore del giorno, ogni giorno della settimana. A dispetto dei propri piani, dopo un primo periodo di prova dalle 8 alle 17, Ismael è stato assegnato a un gruppo di lavoro notturno. > Lavoravamo da mezzanotte alle 9 del mattino, con un’ora di pausa e un’altra > mezz’ora di stacco chiamata wellness che potevamo concederci quando > preferivamo. In teoria i turni dovevano variare nel tempo, così, dopo tre mesi > consecutivi di notti, mi sono lamentato con il capo e le ho chiesto di venire > incontro alle nostre esigenze. Come risposta mi sono arrivate due action form > [lettere di richiamo, NdR], perché non dovevo permettermi di muovere delle > critiche. Guardavamo spezzoni di video, dai 30 secondi a poco più di un > minuto, una media di 150-180 video al giorno. A contare era la velocità con > cui rispondevo, con cui classificavo il materiale: i parametri per ottenere > bonus erano tutti basati sul tempo. > Seguivo quasi esclusivamente il mercato italiano e dovevo applicare le policy > aziendali su pedofilia, pornografia, harassment… la sensibilità di TikTok su > ciò che era o non era molesto cambiava di mese in mese, con svariati livelli > di gravità, per cui dovevamo adattarci di continuo anche a cambiamenti nelle > policy da applicare. Per quel che ho visto, TikTok è una community vergognosa, > su uno di quegli utenti faccio ancora oggi gli incubi: un vecchio schifoso che > attirava nelle stanze delle live le ragazzine e diceva loro di tutto… e quando > bloccavo il suo profilo, lui mi rinfacciava che aveva migliaia di altri > profili già pronti con cui tornare in azione. Insomma, ogni sforzo da parte > nostra finiva per rivelarsi vano. Oltre a patire le proprie condizioni lavorative, Ismael si è trovato a scontrarsi fisicamente con i propri coinquilini, un trascorso comune a chi transita negli appartamenti di TP: condotte ai limiti di sopportazione dalla quotidianità e costrette a condividere gli spazi di vita extralavorativa, le persone possono dare il peggio di sé persino alla vista di una pentola sporca nel lavello.  Il logorio del lavoro ha portato Ismael al burnout, diagnosticato da un centro di salute, che gli è valso un periodo di pausa, al termine del quale è stato assegnato a un progetto diurno. Lui ne ha approfittato per riprendere il lavoro alla sera come barman: ricevere due stipendi e pagare un affitto calmierato gli permettevano di accantonare un gruzzoletto, in attesa di tempi migliori. > In un periodo stavano addestrando l’IA a riconoscere la presenza dei culi. In > pratica guardavamo 400-500 video al giorno in cui apparivano di continuo culi > e dovevamo stabilire se i culi erano il contenuto primario, se si trattava di > una presenza soft, se si vedeva del nudo, quanto nudo c’era… era un > bombardamento, sempre accompagnato da una musichetta arabeggiante di > sottofondo. Stremato, un giorno, dopo l’ennesimo video ho scritto un messaggio > in cui dicevo che non ne potevo più di quella violenza culogena… e lì per me è > scattato il terzo action form. > Formalmente l’azienda è attenta al benessere dei dipendenti. In sede puoi > avvalerti ad esempio del supporto psicologico: io ci sono andato un paio di > volte, ma era come chiacchierare al bar, non erano persone preparate. Ad > andarci lì tutti i giorni invece erano quelli dell’acquario, un team di > ragazzi polacchi che lavoravano in una stanza dalle pareti di vetro, a porte > chiuse, e guardavano esclusivamente video violenti. Li vedevi che uscivano di > lì ogni volta straniti, che facevano più sessioni psicologiche al giorno, > avevano più pause di wellness. Non li invidio. Ismael si è poi licenziato, ricominciando a fare il barman come unico lavoro. La sua esperienza è stata limitata e il danno per lui contenuto, ma i suoi occhi hanno intravisto quella che è forse la macchia più scura in tutta questa storia, denunciata negli ultimi anni: la violenza. A HISTORY OF VIOLENCE Un paio di inchieste, entrambe realizzate dal Time e dal Bureau of Investigative Journalism, portarono alla luce il malessere profondo in cui sono state imprigionate menti e corpi di migliaia di persone, con rimbalzi da un continente all’altro. Nel 2022 fu il turno della Colombia, paese in cui TP impiega 42.000 dipendenti per l’intero mercato ispanofono del continente: l’inchiesta raccontava di lavoratori costretti a un ritmo quotidiano implacabile di video e immagini disturbanti (abusi, sevizie, cannibalismo…), traumatizzati e ostacolati in qualsiasi tentativo di reclamare una vita migliore. TP non forniva un valido sostegno psicologico, anzi decurtava il salario a chi non teneva il passo, a chi aveva bisogno di prendere fiato dopo aver visionato l’ennesimo orrore. In seguito all’inchiesta, il Ministero del mavoro colombiano aprì un’indagine, stabilendo che i lavoratori avevano subito danni a livello fisico e psicologico, che erano stati violati i diritti alla dignità, al lavoro e alla sicurezza sociale: quello stesso giorno, il titolo di TP in Borsa perse il 34% del proprio valore e l’azienda si vide costretta a ritirarsi dal mercato azionario. Di fronte alla postura delle istituzioni politiche colombiane, TP venne costretta a retrocedere: la Colombia nel 2023 fu la prima tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo a implementare l’accordo globale tra TP e il sindacato Union Network International (Uni), accordo con cui viene garantito il libero esercizio dell’attività sindacale, nelle sedi fisiche e da remoto, tutelando iscritti e rappresentanti. L’accordo ribadisce principi base sanciti dall’Organizzazione internazionale del lavoro, così come dalle linee guida Ocse per le società multinazionali, principi che però ancora faticano a essere affermati nel mondo. Nel 2025, difatti, è stato documentato un altro contesto di violenza e pratiche antisindacali, stavolta in Africa, un continente in cui spesso i governi locali concepiscono il settore dei servizi digitali come una strategia di sviluppo economico.  Siamo ad Accra, la capitale del Ghana, dove Tp conta su qualche centinaio di dipendenti, ma punta a espandersi verso le migliaia. L’importante cliente da soddisfare è Meta; la maggioranza dei dipendenti non ha cittadinanza ghanese, hanno bensì uno special purpose visa e moderano contenuti in lingue dell’Africa orientale, i luoghi da cui sono stati reclutati, spesso coincidenti con teatri di guerra. Sono stati intimati di non rivelare a nessuno che lavoro svolgono e vivono nella paura di essere rimpatriati. Anche qui, l’inchiesta giornalistica racconta di lavoratori portati allo stremo, economicamente vulnerabili e pesantemente alterati dalla prolungata visione di contenuti violenti. «Non sono più lo stesso. Sangue o violenza non mi fanno più lo stesso effetto di prima» dice uno degli intervistati, licenziato per scarso rendimento e per aver reclamato migliori condizioni di lavoro. Un suo collega, caduto in depressione, al termine di un ricovero psichiatrico è stato imbarcato su un aereo e rimpatriato nel paese di origine. LEGGI ANCHE… ECONOMIA CAPITALISMO DIGITALE E STAGNAZIONE ECONOMICA Cédric Durand In altri paesi africani, in Kenya, dove anni fa Meta era stata accusata delle stesse nefandezze, è iniziato invece a valere l’accordo stretto tra Tp e Uni a livello globale. Più in generale, la strada dei diritti sociali è ancora in salita. Come risulta dai report di Fairwork, nelle aziende tecnologiche la catena di approvvigionamento del lavoro si rivela piuttosto opaca: non viene richiesta la medesima trasparenza necessaria in altri settori (ad esempio nell’industria dell’abbigliamento), pertanto gli standard normativi vengono rispettati a discrezione dei grandi committenti. Difficile aspettarsi che questi soggetti si pongano limiti etici, a meno che non subiscano pressioni esterne: il clamore mediatico può giocare un ruolo chiave. Che dire invece dell’Europa? Quanto sono combattivi i lavoratori che vivono l’esperienza mediterranea? Al grido di «todos pobres» i teleperfomers sono scesi in piazza a Lisbona sotto le insegne del Sinntap, Sindicato Nacional dos Trabalhadores das Telecomunicações e Audiovisual, nel 2024 e nel 2025, reclamando salari superiori alla quota minima stabilita dalla legge. Sono spalleggiati politicamente da partiti come il Bloco de Esquerda e il Partido Comunista Português, in un momento storico di offensiva contro i diritti sociali perseguita dal governo di destra. Sinntap ha poi espresso più volte solidarietà ai colleghi di Setep, un sindacato strutturatosi in seno a TP Grecia grazie all’attivismo dei lavoratori extraeuropei. In un clima – anche qui – politicamente avverso alle istanze della classe lavoratrice (la destra al governo ha recentemente incrementato la giornata lavorativa a 12 ore), hanno preso piede le mobilitazioni dei teleperformers, volte a ottenere un contratto collettivo di riferimento, maggiori salari e tutele psicofisiche. Fronteggiano un colosso che rifiuta di riconoscere alcun interlocutore sindacale e non rinnova i contratti alle persone più attive nelle proteste. Setep intercetta una forza lavoro che in larga parte non è greca, difatti le sue comunicazioni – il sito web, i manifesti che tappezzano i muri di Atene, gli slogan scanditi alle manifestazioni – sono quasi sempre in inglese. A partire dal gennaio 2024 hanno indetto più di 15 scioperi, di cui uno organizzato in concomitanza con i colleghi stanziati in Francia, dove ha sede la casa madre, ridando fiato alla proposta dello sciopero transnazionale e attirando su di sé l’attenzione mediatica europea. Davanti allo strapotere di queste multinazionali, prospere grazie all’esistenza di confini nazionali, che soggiogano i lavoratori e impoveriscono il lavoro, lo sciopero transnazionale rappresenta probabilmente l’unica risposta davvero incisiva. Una grande lezione di riscatto ci arriva da quei lavoratori, in larga parte cittadini extracomunitari, che hanno alzato la testa: come è scritto sotto uno dei simboli che hanno adottato, un pugno chiuso sull’archetto di un paio di cuffie, enough is enough. Quando è troppo, è troppo. *Gregorio Carolo, metalmeccanico, è autore di Incoscienza di classe (Meltemi, 2026) e del podcast Le faremo sapere. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo I forzati globali del call center proviene da Jacobin Italia.
June 4, 2026
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La Colombia spera ancora
L’estrema destra contro una sinistra di cambiamento. È la sfida che la Colombia affronterà al ballottaggio presidenziale del 21 giugno, uno scontro che, con diverse sfumature, abbiamo già visto in paesi come Brasile, Argentina e Cile. Al primo turno, è stato il candidato dell’estrema destra Abelardo de la Espriella – ammiratore di Donald Trump, dell’argentino Javier Milei e del salvadoregno Nayib Bukele – ad arrivare primo con il 43,7% dei voti. Subito dietro di lui il senatore Iván Cepeda del Pacto Histórico, l’alleanza di sinistra guidata finora dal presidente Gustavo Petro, con il 40,9%. Questo primo risultato è stata una delusione per la sinistra, dato che i sondaggi avevano previsto la vittoria di Cepeda. La sua campagna elettorale sperava addirittura di superare il 50%, risultato che lo avrebbe reso presidente al primo turno, con la leader indigena Aida Quilcué come vicepresidente. Dopo la doccia fredda di domenica scorsa, tutte le opzioni restano aperte. L’unica certezza è che la presidenza colombiana si deciderà per una manciata di voti. L’ESTREMA DESTRA DIVORA IL CONSERVATORISMO TRADIZIONALE La grande sorpresa delle elezioni del 31 maggio è stata la performance di Abelardo de la Espriella. È riuscito ad attrarre una larga parte dell’elettorato tradizionale dell’uribismo, la corrente guidata dal presidente Álvaro Uribe (2002-2010) che ha dominato la destra colombiana dall’inizio del secolo. A riprova di questo cambiamento, il risultato deludente della candidata sostenuta da Uribe, Paloma Valencia, che, pur avendo inizialmente sperato di accedere al ballottaggio, si è fermata ad appena il 6,9% dei voti. Sia lei che il suo mentore si sono affrettati domenica ad appoggiare De la Espriella, ma non tutti i loro elettori li seguiranno al ballottaggio. Nel tentativo di conquistare il centro, Valencia ha moderato le sue posizioni durante la campagna elettorale e ha scelto Juan Daniel Oviedo, un politico centrista e apertamente gay, come candidato alla vicepresidenza. Come altrove, gli elettori di destra più radicalizzati hanno preferito il linguaggio duro e le proposte dirompenti di De la Espriella – che promette di importare in Colombia la «motosega» neoliberista di Milei e le mega-prigioni di Bukele – al suo tentativo di trovare un equilibrio. Un altro elemento nuovo emerso al primo turno è stata l’affluenza alle urne, che ha raggiunto il 58%, un dato molto elevato per gli standard colombiani. L’intensità della campagna elettorale ha certamente contribuito a questo risultato. Sebbene il concetto di «polarizzazione» venga talvolta utilizzato in contesti in cui si assiste a una radicalizzazione di destra, nel caso colombiano assume un significato preciso: mai prima d’ora candidati con progetti politici così opposti si erano affrontati al ballottaggio. Mentre Cepeda ha definito De la Espriella «sessista, omofobo» e rappresentante «del fascismo mafioso», il candidato di estrema destra ha etichettato il senatore sostenuto da Petro come «criminale» ed «erede delle Farc», con riferimento alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, l’insurrezione armata di estrema sinistra che ha imperversato nel paese per gran parte degli ultimi sessant’anni. La distribuzione geografica dell’elettorato è simile a quella delle elezioni precedenti: la destra domina il centro del paese, mentre la sinistra è più forte nelle periferie, comprese le povere zone costiere atlantiche e gran parte dell’Amazzonia. Tuttavia, l’estrema destra ha trionfato nelle località con il più alto «rischio di controllo» da parte di gruppi armati illegali, cresciuti negli ultimi anni nonostante i tentativi del governo Petro di negoziare con loro per deporre le armi. A dieci anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato e le Farc, la crescita di altri gruppi guerriglieri, organizzazioni criminali e paramilitari, per un totale di circa ventisettemila combattenti a livello nazionale, ha rafforzato l’attrattiva della retorica militarista di De la Espriella. Egli ha promesso di «eliminare» i criminali e si presenta ai suoi comizi indossando un giubbotto antiproiettile e rinchiuso in una teca di vetro antiproiettile. LEGGI ANCHE… COLOMBIA COLOMBIA, LA PROVA DI PETRO Pablo Castaño PUNTI DI FORZA E SFIDE A SINISTRA Nonostante la delusione di domenica, la sinistra può ancora ottenere la presidenza. Uno dei punti di forza di Cepeda è il suo Pacto Histórico, che dal 2022 si è evoluto da coalizione a partito politico unito. Questa unità ha già dato i suoi frutti nelle elezioni legislative di marzo, in cui il Patto si è consolidato come principale forza parlamentare del paese, migliorando i risultati del 2022, pur non raggiungendo la maggioranza assoluta. Cepeda può contare anche sul sostegno maggioritario che Petro si è guadagnato nell’ultima fase del suo mandato, dopo una presidenza turbolenta, caratterizzata da ambiziosi progetti di riforma sociale e ambientale, ma anche da una feroce opposizione da parte dell’establishment politico, economico e mediatico colombiano. Il primo governo di sinistra nella storia della nazione andina è riuscito a varare importanti riforme in settori come la tassazione, le pensioni e l’istruzione superiore. Ha inoltre reso la Colombia il primo paese al mondo a fermare l’espansione dell’industria petrolifera, nonostante l’importanza di questo settore per le sue esportazioni. Dopo quattro anni di governo di sinistra, è stata distribuita più terra che mai ai contadini senza terra, il salario minimo è aumentato e povertà, fame e disoccupazione sono diminuite. D’altro canto, altre importanti riforme, come il tentativo di ridurre il ruolo delle compagnie assicurative private nell’erogazione dell’assistenza sanitaria, sono state bloccate in parlamento. La politica della «pace totale» è fallita, nonostante un processo inizialmente promettente con i guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (Eln). Si tratta di un bilancio complessivamente positivo per la vita dei colombiani, soprattutto dei più poveri, che Cepeda ha saputo enfatizzare durante la campagna elettorale. Come nel 2022, la divisione tra destra e sinistra nel voto mostra una forte correlazione con le classi sociali, con gli elettori a basso reddito molto più favorevoli al Pacto Histórico rispetto a quelli più ricchi. Non è altrettanto chiaro se il risultato di Cepeda sia stato favorito dall’atteggiamento bellicoso di Petro durante la campagna elettorale. Domenica sera, Petro ha messo in discussione i risultati provvisori presentati dalle autorità elettorali. In occasioni come questa, l’impulsivo Petro sembra trascinare Cepeda – meno carismatico, ma molto più misurato e riflessivo – in uno stile di confronto in cui il senatore, noto per la sua difesa delle vittime della violenza politica e per aver promosso un procedimento giudiziario contro Uribe per i suoi legami con i paramilitari, si trova a disagio. Mentre Petro è da tempo stigmatizzato per il suo passato da guerrigliero, Cepeda gode di un’immagine etica che contrasta con l’aggressività e il passato oscuro di Abelardo De la Espriella, che ha difeso alcuni dei più sanguinari capi paramilitari del paese, tra cui Salvatore Mancuso, accusato di settantacinquemila reati e reo confesso di trecento omicidi. Il curriculum di Cepeda in difesa dei diritti umani potrebbe aiutarlo ad attrarre il 5% degli elettori che al primo turno hanno sostenuto i centristi Sergio Fajardo e Claudia López, oltre alla parte dell’elettorato conservatore di Paloma Valencia più vicina a Oviedo, il suo candidato alla vicepresidenza. Un’altra sfida sarà quella di mobilitare nuovi elettori al di là della base del Pacto Histórico, che si è già presentata alle urne al primo turno. Nel 2022, Petro ha ottenuto 2,7 milioni di voti tra i due turni, in un periodo in cui il precedente presidente, il conservatore Iván Duque, era molto impopolare e il Pacto Histórico e Petro erano percepiti come l’espressione politica delle massicce proteste scoppiate negli anni precedenti contro le politiche neoliberiste di Duque. Il contesto politico odierno è maggiormente caratterizzato dall’aumento della violenza in molti territori (sebbene il tasso di omicidi si sia stabilizzato a livello nazionale) e dall’influenza regionale di Trump. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA QUALE CAMBIAMENTO PER LA COLOMBIA? Nadja Sieniawski IL FATTORE TRUMP L’ombra del presidente statunitense incombe sulla politica colombiana dall’inizio del suo secondo mandato, e in particolare dalla pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale, che mira a riaffermare l’egemonia politica, economica e militare di Washington sulle Americhe. A gennaio, in seguito al rapimento di Nicolás Maduro, Cepeda, in un’intervista a Jacobin, aveva messo in guardia contro possibili interferenze elettorali da parte di Washington, simili a quelle subite da Honduras e Argentina. Trump si spinse fino a includere Petro – una delle voci più ferme nella denuncia del genocidio a Gaza – nella «lista Clinton» dei complici del narcotraffico e minacciò un intervento armato contro la Colombia. Tali attacchi rappresentano un elemento chiave dell’egemonia di Washington sulla Colombia, dove gli Stati uniti vantano una significativa presenza militare e una lunga storia di cooperazione in materia di sicurezza, giustificata dalla guerra alla droga. Sebbene Trump abbia sospeso le sue minacce a febbraio, dopo un incontro con Petro, lo spettro di un intervento più o meno diretto per impedire la vittoria di Cepeda rimane ben presente. Finora il Dipartimento di Stato si è limitato a dichiarare di «sostenere il diritto dei colombiani di scegliere liberamente la leadership del proprio paese», e Trump non ha appoggiato direttamente alcun candidato. Ora però che la destra colombiana si è riorganizzata attorno a De la Espriella, un intervento aperto diventa più probabile. Il candidato ultraconservatore ha affermato che, da presidente, «ripristinerà» le relazioni con gli Stati uniti e ha chiesto al paese vicino di «monitorare il ballottaggio». La notizia di un incontro tra il senatore repubblicano Bernie Moreno, De la Espriella e Valencia potrebbe indicare questa direzione. Tuttavia, il palese imperialismo di Trump nei confronti della regione – di cui hanno sofferto persino i governi latinoamericani alleati del magnate, sotto forma di dazi e politiche migratorie razziste – sta innescando una reazione sovranista in Colombia che potrebbe contribuire a lanciare Cepeda alla presidenza. Come già accaduto in passato con la messicana Claudia Sheinbaum e il brasiliano Lula da Silva, negli ultimi mesi Petro ha visto crescere la sua popolarità di pari passo con lo scontro con Trump. Parte di questa popolarità si è trasferita a Cepeda, che al ballottaggio dovrebbe sottolineare la sottomissione del suo avversario all’agenda di Trump per la Colombia e l’America Latina. Il 21 giugno la Colombia deciderà se proseguire sulla strada della trasformazione sociale e ambientale iniziata da Petro o sprofondare in una distopia di militarismo e tagli alla spesa sociale. Quest’ultima opzione aggraverebbe senza dubbio il conflitto armato interno e le ingiustizie sociali che lo hanno generato, mettendo persino a repentaglio la già imperfetta democrazia colombiana. Le ripercussioni di entrambi gli esiti si faranno sentire ben oltre i confini del paese. *Pablo Castaño è un giornalista freelance e politologo. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze politiche presso l’Università Autonoma di Barcellona e ha scritto per Ctxt, Público, Regardse Independent. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La Colombia spera ancora proviene da Jacobin Italia.
June 3, 2026
Jacobin Italia
La macchina di guerra di Putin mostra le crepe
«So di non essere il primo a dirvelo. Ma qualcosa sta succedendo in Russia. Lo si percepisce nell’aria. Cammini per strada, prendi la metropolitana, ti siedi in un bar e ovunque la gente parla della stessa cosa». Questo messaggio mi è stato inviato ieri da un compagno che vive ancora in Russia. È difficile misurare questi stati d’animo queste rilevazioni. Ma spesso questi ultimi colgono i primi segnali di cambiamento con maggiore precisione rispetto ai sondaggisti professionisti. Dal 2024, il Cremlino è sicuro che la guerra della Russia in Ucraina si stesse avviando verso un’inevitabile vittoria. Mosca ha resistito alle sanzioni occidentali, dominato il campo di battaglia e la produzione militare, e mantenuto un netto vantaggio in termini di risorse. Il tempo sembrava essere dalla parte del presidente Vladimir Putin. La coalizione occidentale è apparsa frammentata, Donald Trump ha cercato un accordo con Mosca e l’Ucraina si è trovata a corto di denaro, armi e uomini. Ma questa primavera, le aspettative di vittoria in Russia hanno cominciato a cedere il passo alla sensazione di una crisi imminente. Stando ai dati ufficiali, il deficit del bilancio federale russo ha raggiunto la cifra sbalorditiva di 5.900 miliardi di rubli (circa il 2,5% del Pil) solo nei primi quattro mesi del 2026. Questa cifra supera il deficit dell’intero anno 2025 (5.600 miliardi di rubli), che ha destato preoccupazione tra gli economisti soltanto da poco. Per tutto il 2026, il governo aveva inizialmente previsto un deficit di soli 3.900 miliardi di rubli. È ormai chiaro che, anche tenendo conto dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Iran, i dati finali saranno probabilmente tra i più alti del secolo. A titolo di confronto, nel 2009, al culmine della crisi finanziaria, il deficit raggiunse circa il 6% del Pil, e nel primo anno della pandemia, il 2020, si attestò intorno al 4%. Allo stesso tempo, lo stesso Putin ha riconosciuto che l’economia si è contratta dell’1,8% dall’inizio dell’anno. La svolta «keynesiana militare» avviata nel 2022, che ha alimentato una rapida crescita nel biennio 2023-2024, sembra aver esaurito il suo potenziale. Eppure lo Stato continua ad aumentare le spese militari. Punta tutto sulla guerra. La domanda è: chi pagherà il conto? L’economia russa assomiglia sempre più alla classica formula «armi anziché burro». L’imposta sul valore aggiunto (Iva) è stata aumentata per la seconda volta dall’inizio dell’invasione. Le bollette domestiche subiranno due aumenti nel 2026. La Banca centrale mantiene tassi di interesse proibitivi che rendono il credito quasi inaccessibile alle piccole e medie imprese, nello sforzo di sostenere un rublo forte. LEGGI ANCHE… GUERRA GUERRA E PACE PER UN SOCIALISTA UCRAINO Taras Bilous - Sasha Talaver Una valuta forte è vitale per il settore militare, che dipende in modo consistente da componenti importati, soprattutto dalla Cina. Senza di essa, il Cremlino farebbe fatica a rifornirsi di droni, munizioni ed elettronica. Ma gli alti tassi di interesse e un rublo forte stanno soffocando l’economia civile. Le imprese faticano ad accedere al credito, mentre i produttori nazionali perdono competitività. Il risultato è un’ondata di fallimenti e chiusure di piccole imprese. I lavoratori licenziati dal settore civile si stanno spostando dove i salari sono ancora stabili: negli stabilimenti della difesa finanziati direttamente dallo Stato. Il governo sta letteralmente trasferendo risorse umane e finanziarie dai consumi all’economia di guerra. L’aumento vertiginoso del deficit ha imposto anche tagli alla spesa. I posti di lavoro nel settore pubblico vengono ridotti. I progetti di costruzione, infrastrutture e sviluppo urbano vengono ridimensionati. Ciò danneggia non solo i lavoratori, ma anche migliaia di funzionari, appaltatori, dirigenti e imprenditori dipendenti dallo Stato, i cui redditi si basavano sulla spesa pubblica. Persino il leader del Partito comunista russo, fedele a Putin, ha recentemente avvertito che il collasso economico potrebbe provocare una rivoluzione come quella del 1917. «Non abbiamo il diritto di ripetere questo errore!», ha affermato. Nel frattempo, le imprese stanno reagendo alla crescente pressione fiscale spostando le proprie attività nell’economia sommersa. Lo Stato ha risposto con controlli più severi sui bonifici bancari, restrizioni sulle criptovalute e sanzioni più severe per l’evasione fiscale. Qualunque sia il loro effetto pratico, queste misure ampliano significativamente i poteri di polizia, procura e servizi di sicurezza sulla vita economica. Il Cremlino opera secondo un’unica logica: tutto per il fronte, tutto per la vittoria. Ma alimentare la macchina bellica sta erodendo la stessa base sociale del putinismo. E i problemi si stanno accumulando anche al fronte. Il ritmo dell’offensiva russa, che in qualche forma era proseguita per oltre due anni, ha subito un brusco rallentamento all’inizio del 2026. A febbraio, le forze ucraine avrebbero riconquistato più territorio di quanto ne avessero perso, per la prima volta dal 2023. Secondo blogger a favore della guerra, anche le perdite russe sarebbero aumentate. Una grave battuta d’arresto si è verificata quando, secondo quanto si è appreso, l’accesso russo ai terminali Starlink è stato interrotto su richiesta dell’Ucraina. È apparso chiaro che la Russia non dispone di un sistema alternativo adeguato per le comunicazioni sul campo di battaglia. L’Ucraina ha inoltre rafforzato la sua posizione nella guerra con i droni. Con l’assistenza europea, non solo ha aumentato il numero di droni in uso, ma ne ha anche ampliato il raggio d’azione e le capacità. Mentre in precedenza i droni venivano utilizzati principalmente in prima linea, in genere entro uno-due chilometri, le forze ucraine adesso possono colpire equipaggiamenti e personale a 20-30 chilometri di profondità dietro le linee russe. Ciò ha creato quella che alcuni osservatori definiscono un «muro di droni». La zona di fuoco dietro il fronte si è ampliata drasticamente, rendendo sempre più difficile per le forze russe manovrare o concentrare le riserve vicino alla linea di contatto. Di conseguenza, le perdite russe sono aumentate e uno dei principali vantaggi di Mosca – le sue risorse umane – si è ridotto significativamente. Allo stesso tempo, un numero crescente di soldati stremati sta disertando, semplicemente non tornando dai permessi o dagli ospedali militari. Ricercatori indipendenti stimano che durante la guerra si siano verificati almeno 100.000-120.000 casi di diserzione o renitenza alla leva, più della metà dei quali concentrati nel solo ultimo anno. La tendenza sembra peggiorare. Alla fine di aprile, le autorità hanno secretato i dati relativi ai crimini militari. Allo stesso tempo, l’esercito russo sta incontrando maggiori difficoltà a compensare le perdite subite. Secondo le stime dell’economista Janis Kluge, basate sulla spesa regionale per i bonus di reclutamento, le nuove reclute sono diminuite di circa il 20% nei primi mesi del 2026. È possibile che le dimensioni complessive dell’esercito abbiano iniziato a ridursi per la prima volta dall’invasione. Finora, il Cremlino ha gestito queste carenze attraverso metodi di mercato: si è limitato ad aumentare i bonus di assunzione. Per gli abitanti delle regioni più povere, questo sistema spesso ha funzionato. Ma l’aumento del deficit di bilancio rende più difficile continuare ad acquistare carne da cannone. Di conseguenza, lo Stato sta ricorrendo sempre più spesso alla coercizione. Le autorità regionali fanno pressione sugli imprenditori, talvolta sotto la minaccia di procedimenti giudiziari, affinché reclutino dipendenti per l’esercito. Le università stanno trasformando l’arruolamento degli studenti in una priorità amministrativa. Ma la coercizione non funziona sempre. In una registrazione trapelata dalla Buriazia, un funzionario distrettuale rimprovera i direttori delle fabbriche per non aver raggiunto le quote di reclutamento. Loro rispondono: «Non possiamo obbligarli. Nessuno vuole andare». Quando il funzionario ordina agli imprenditori di arruolarsi, gli viene posta una semplice domanda: «Perché non ci vai tu?». LEGGI ANCHE… RUSSIA LETTERA DAL CARCERE DI PUTIN Boris Kagarlitsky Questo scambio di battute riassume il problema del Cremlino. Formalmente, il potere esecutivo appare onnipotente. In pratica, gli ordini restano sempre più spesso sospesi nell’aria senza risposta. La carenza di uomini e attrezzature, le perdite crescenti, le false dichiarazioni dei funzionari militari e il venir meno della fiducia nella vittoria hanno esasperato non solo soldati e ufficiali, ma anche influenti blogger filo-bellici e attivisti ultranazionalisti. Queste forze, un tempo strumenti chiave di mobilitazione patriottica, ora criticano apertamente le autorità. Alcuni hanno persino iniziato a criticare Putin. L’esercito russo, forte di circa 700.000 uomini, è sempre più attraversato da un diffuso malcontento. Questo sentimento trova ora voce nell’opinione pubblica attraverso commentatori ultrapatriottici sempre più veementi. Il Cremlino ha già visto a cosa possono portare dinamiche simili: nel 2023, l’ammutinamento di Evgenij Prigozín spinse brevemente il regime nella sua crisi più profonda dall’inizio della guerra. Le autorità hanno reagito rafforzando il controllo su Internet. Dapprima ci sono stati tentativi di bloccare Telegram, la principale piattaforma di comunicazione russa. Soldati, famiglie di militari in mobilitazione, funzionari, imprenditori e milioni di utenti comuni ne fanno uso. È lì che i blogger filo-bellici hanno costruito il loro pubblico e la loro influenza. Secondo alcune fonti, il Cremlino sperava di spingere gli utenti verso alternative controllate dallo Stato. Invece, decine di milioni di persone hanno scaricato reti private virtuali (Vpn) e sono rimaste su Telegram. Poi la regolamentazione di Internet è stata affidata più direttamente alle agenzie di sicurezza. A marzo, Internet mobile è stato semplicemente disattivato in molte regioni, inclusa Mosca. Le app bancarie hanno smesso di funzionare. I servizi di taxi e di consegna si sono bloccati. Milioni di persone hanno faticato a contattare i propri familiari, le piccole imprese hanno perso fatturato e, con persino gli uffici governativi in tilt, la rabbia pubblica si è diffusa ben oltre i soliti circoli dell’opposizione. In questo contesto, personaggi pubblici un tempo fedeli al governo hanno iniziato a criticare le autorità. L’avvocato di spicco Ilya Remeslo ha attaccato pubblicamente Putin. La celebrità del mondo dello spettacolo Viktoria Bonya ha pubblicato un video che ha molto circolato in cui parla di paura, censura e di una lista sempre più lunga di problemi che il governo si rifiuta di riconoscere. Molti analisti liberali interpretano questi episodi come segnali di divisione tra le élite. Ma la fonte della crisi potrebbe risiedere più in profondità. Quando le persone non hanno il potere di ribellarsi apertamente, spesso resistono in modi più silenziosi, obbedendo a parole ma ostacolando le cose nella pratica. Ritardano, eludono, mentono, nascondono le risorse, simulano l’obbedienza, fuggono dal controllo e disertano. Queste sono quelle che potremmo definire le «armi dei deboli». Questo è ciò che osserviamo sempre più spesso in Russia. I soldati non rientrano dalle licenze. Gli operai rifiutano i contratti militari anche se ben pagati. Gli imprenditori eludono le richieste di mobilitazione. I funzionari locali falsificano i rapporti sui risultati da inviare ai superiori. Gli ufficiali nascondono perdite e carenze di personale. La resistenza passiva dal basso rende gli ordini inapplicabili. Di conseguenza, questa epidemia di sottrazione si diffonde verso l’alto attraverso la piramide sociale. I ranghi inferiori passano le loro armi di deboli a quelli superiori. Gradualmente, l’apparato statale stesso inizia a funzionare come una macchina di sabotaggio. Prima o poi questa crisi emergerà in forme più evidenti. Le elezioni parlamentari previste per settembre potrebbero rappresentare un banco di prova in tal senso. È vero: in Russia le elezioni hanno perso da tempo il loro autentico significato politico, trasformandosi in rituali di fedeltà. I direttori di fabbrica che garantiscono blocchi elettorali controllati, insegnanti e dirigenti scolastici aiutano a gestire i seggi elettorali «difficili», e il controllo statale sui partiti di opposizione demoralizza i dissidenti: in questo modo il partito al governo può rivendicare vittorie schiaccianti a prescindere dal suo reale consenso. Quel sistema è apparso stabile per anni, ma dipendeva anche dalla collaborazione di migliaia di intermediari. Oggi ogni componente di quel meccanismo è attraversata da demoralizzazione, risentimento e una silenziosa non cooperazione. Putin potrebbe ancora essere in grado di imprigionare un singolo funzionario o uomo d’affari, ma non può facilmente sostituire un intero apparato. La questione è se i tentativi di reprimere con la forza il processo in atto nella società russa possano trasformare i disertori in ribelli e i sabotatori in rivoluzionari. *Alexey Sakhnin è un attivista russo, è stato uno dei leader del movimento di protesta anti-Putin dal 2011 al 2013. È membro del Progressive International Council e di Socialists Against War. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La macchina di guerra di Putin mostra le crepe proviene da Jacobin Italia.
June 1, 2026
Jacobin Italia
Il genocidio spiegato a Erri De Luca
L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno. Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso. CHI HA GETTATO LA PRIMA PALATA DI MERDA NEL VENTILATORE Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.  Si sappia, dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà» di altri intellettuali, magari suoi ex compagni. COSA HA DETTO ERRI DE LUCA SUL GENOCIDIO Veniamo alle parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente, ma non artificiale):   > So benissimo cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una > distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna > e brutale, in cui il numero di vittime civili è enorme e orribile perché > quando i combattimenti si svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente > popolato, tra scuole e ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più > alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile > conseguenza del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È > terribile, ma non è genocidio. […] Il fatto che Israele sposti ripetutamente > la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle > zone di combattimento attive, rende quest’accusa priva di fondamento. Spiace dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza. Genocidio è un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro». Che ci sia o meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione, e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha luogo nelle relazioni fra individui». Nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima. Infine: lo spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in atto. Erri De Luca sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa – l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso o della bottiglia che hai tirato da giovane. LEGGI ANCHE… IL MONITO DI PRIMO LEVI NELL’ATTIMO DEL PERICOLO Stefano Bellin COSA HA DETTO ERRI DE LUCA SUL SIONISMO > Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del > diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e > necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque > veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso > motivo.  In quanto sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici: «Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la parola «genocidio» nel contesto di Gaza. Per De Luca «sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa confusione. «Sionismo» è una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso. Israele, ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro – fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del 1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre, la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato, cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito. Si aggiunga che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto. Ma quello che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner. Di cosa stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio». LEGGI ANCHE… PALESTINA LA LUNGA STORIA ANTISIONISTA DELLA SINISTRA EBRAICA Benjamin Balthaser BRUCIARE I LIBRI DI ERRI DE LUCA? Ma se Erri De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura bruciarli? A bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare, chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità sono inutili, e se non le contengono sono dannose. Anche perché a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in questione è uno che  ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire: cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è all’altezza del nostro desiderio. TRADURRE L’ESODO NON BASTA I libri di Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla, quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita» di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi. Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana». Ma oltre al contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi, me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo, oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di Amsterdam una maledizione e una coltellata. LEGGI ANCHE… GUERRA IL SIONISMO HA ESAURITO GLI ARGOMENTI? Rob Bryan DALLA PARTE DELL’UOVO: MURAKAMI A GERUSALEMME E poi, pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo, andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso,, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa immagine. > Non importa quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io > resterò in piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa > è sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere > che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che > valore sarebbe quali opere siano?  > Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice > e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono > quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono > schiacciati e bruciatie colpitida loro. Questo è uno dei significati della > metafora.  > Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo. > Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e > insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero > per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di > fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema > dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a > ucciderci e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e > sistematico.  > Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie > la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è > quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per > impedireche le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano > sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di > continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo > storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie dafar piangere le > persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi > continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà. > Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri, > individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di > fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per > pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha > nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non > dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il > sistema a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello > che ho da dirvi.  *Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico-letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri Pozza, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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May 30, 2026
Jacobin Italia
Violenze sioniste a Roma: l’inchiesta video
La prima cosa che colpisce vedendo Silenzio stampa, l’inchiesta video sulle aggressioni squadiste di matrice sionista a Roma a cura del collettivo Restiamo umani, non è tanto la sequenza delle violenze, ma il fatto che tutti e tutte quelle che rendono le loro testimonianze abbiano i volti coperti. Segno della consapevolezza che denunciare quanto viene esposto, con una modalità giornalistica di buon pregio, nel quartiere Monteverde di Roma – la zona ambito delle aggressioni maggiori – può costare caro ai denuncianti. E del resto, le violenze indicate e in particolare la narrazione che ne viene fatta dalla stampa mainstream – esemplare quanto accaduto nel corso della trasmissione ReStart su Rai3 – tutta tesa a edulcorare e ad accusare i cosiddetti ProPal come i veri protagonisti delle violenze, depongono a favore di quei timori.  Che si tratti di una situazione molto pericolosa del resto, lo dimostra quanto avvenuto il 25 aprile 2026 quando al termine del corteo di parco Schuster un ragazzo di 21 anni, Eitan Bondi, ha sparato a due manifestanti per poi dichiarare di essere un membro «della Brigata ebraica». Nel suo appartamento, come è noto, sono state trovate molte armi e il ragazzo non ha mai agito come un «cane sciolto». Anzi, parte di una area organizzata che punta a colpire chi si attiva nella solidarietà alla Palestina. E le testimonianze dell’inchiesta lo confermano.  LA CIOCCA DI CAPELLI La prima testimonianza ripropone i fatti avvenuti al liceo Caravillani, scuola che condivide il plesso con la Sinagoga di zona. Il 2 ottobre 2025, mentre nel Tempio si celebra lo Yom Kippur, nel liceo si svolge l’assemblea. A un certo punto i ragazzi escono in cortile e, una volta sola dice una ragazza, gridano «Free Palestine». A quel punto dalla Sinagoga un gruppo esce di corsa e si avvicina in modo intimidatorio sia al corpo studentesco che a quello docente. L’inchiesta mostra delle immagini inedite, filmate dagli stessi ragazzi e ragazze, che danno conto di quello che succede all’uscita di scuola. Spinte, urla, docenti che si mettono in cordone a difendere gli e le studenti e uno di questi che viene buttato a terra e trascinato fino allo strappo di una ciocca di capelli. Nel video si vede la testa con il buco che mostra il cuoio capelluto e si tratta di un’immagine eloquente. La polizia fuori dalla scuola decide di non intervenire: «Hai perfettamente ragione – dice un poliziotto agli studenti – Ma lo vedi che questa situazione è molto critica?». Di fatto, nessuno viene identificato e la denuncia è lasciata alla libera iniziativa dei docenti. Uno di loro spiega tutto nel filmato a volto rigorosamente coperto.  Della vicenda si ricorda chiaramente la dichiarazione resa dall’ex presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: «Abbiamo sentito i cori ‘free Palestine’ mentre eravamo a celebrare lo Yom Kippur. Eravamo in 400 a pregare. Alcuni di noi sono usciti a fare le nostre rimostranze in maniera educata ma risentita». E poi sull’aggressione: «Perché sia stato picchiato non lo so, credo ci sia stato un fraintendimento. Forse ha detto ‘buona giornata’ e qualcuno ha frainteso…». Un fraintendimento energico vista la forza che ci vuole per strappare una ciocca di capelli. Del resto, continua Pacifici, «abbiamo sopportato e sopportiamo, ma non è detto che abbiamo tutti lo stesso self control». Sulla vicenda era intervenuto il ministro Lollobrigida per accusare «l’antisemitismo strisciante». LEGGI ANCHE… MOVIMENTI CI VOLEVA LA FLOTILLA PER CAPIRE CHE ISRAELE È RIPUGNANTE Salvatore Cannavò UN COLPO DI CASCO CONTRO IL MEDICO Cambio di scena e si passa all’ospedale Spallanzani, lo stesso giorno, 2 ottobre. Si sta svolgendo il presidio «100 luci per la Palestina», i medici, qualche centinaio, sono in piazza con indosso i camici, bandiere palestinesi, in una manifestazione pacifica e autorizzata. A un certo punto alcuni in motorino si accostano e urlano insulti. «Dopo di che mi sposto per andare a prendere la macchina – racconta un medico dello Spallanzani, anch’egli oscurato in volto e in forma anonima – quando mi si avvicinano tre ragazzi, mi strappano la bandiera palestinese e ricevo un colpo fortissimo con un casco». Il medico viene portato al Pronto soccorso e gli viene refertata una contusione alla testa. «Una modalità squadristica» spiega, «silenziosa, nell’ombra e di chiara matrice politica».  Altro cambio di scenario e si passa al liceo Manara, notte tra il 21 e 22 febbraio 2025. Alcuni individui si introducono nella scuola per attaccare uno striscione che recita: «Collettivo manariota antifascista avete reso la scuola ‘judenfree’» firmato con la stella di Davide. Lo striscione viene rivendicato dalla Brigata Dario Vitali. Un ardito di religione ebraica e aviere del Nono reparto d’assalto Fiamme nere della Prima guerra mondiale, e commissario del Fascio di combattimento di Livorno che prese parte anche alla campagna fascista in Etiopia: «Una pericolosa saldatura tra il sionismo organizzato e l’immaginario fascista» sottolinea il video che ripropone alcuni articoli dei giornali dei giorni successivi e in particolare il comunicato di Rainews che minimizza tutto.  LEGGI ANCHE… «FLOTILLA È CONFLITTO SOCIALE E MUTUO AIUTO» Salvatore Cannavò - Dario Salvetti BOMBE CARTA ALLA STRADA Il clima di odio si diffonde anche in altre aree della città, come nel quadrante sud di Roma. Il video racconta i «vandalismi» subiti dal centro sociale La Strada o quelli subiti dal murales dedicato a Shireen Abu Akleh la giornalista palestinese uccisa dall’esercito israeliano e che viene sfregiato ogni mese, con scritte varie, come anche il monumento di piazza delle Sette Chiese a cura di Handala anch’esso danneggiato sistematicamente. In quel quadrante, del resto, ha subito un’aggressione l’influencer palestinese Karem Rohana massacrato di botte, mentre tornava dall’aeroporto, proprio al parco Shuester. E il centro sociale La Strada ha visto posizionare davanti alla propria porta, e più volte, dei piccoli ordigni anche qui con la rivendicazione della Brigata Vitali e addirittura uno striscione «Di Battista, puttana di Hamas», abbastanza curioso vista la non frequentazione del centro sociale con l’ex deputato M5S. La ragazza del centro sociale intervistata da Silenzio stampa sottolinea la non efficacia dell’intervento della polizia pur chiamata in causa tutte le volte così come rimane distante la reazione della politica istituzionale.  Nell’inchiesta si dà conto poi delle aggressioni all’università, a Roma 3, con vandalismi, o alla Sapienza, contro le iniziative contro le «acampadas» in solidarietà dei e delle palestinesi. La studente di Fisica che racconta l’aggressione alla sua facoltà si fa intervistare anche lei coperta in volto.  Il video si conclude poi con i fatti del 25 aprile 2024 quando nel giorno della festa della Liberazione, le manifestazioni della comunità ebraica e quelle degli antifascisti che avevano in programma anche la solidarietà ai palestinesi diede vita a tentativi di scontri, insulti (a colpi di «troia»), bombe carta. E qui va in scena un episodio eloquente. Nel corso della trasmissione ReStart su Rai3, la giornalista in piazza racconta di una «carica» a opera della comunità ebraica. Per questa espressione, viene aggredita verbalmente, al limite dello scontro fisico, ancora da Riccardo Pacifici, con toni di una violenza inusitata, creando un grande imbarazzo in studio. La conduttrice del programma di fatto costringe l’inviata a scusarsi e a realizzare un’intervista di riparazione. Un modo che testimonia, dice l’inchiesta video, il modo imbarazzato se non complice degli organi di informazione.  Ragazzi e ragazze del quartiere Monteverde, teatro della maggior parte di questi episodi, hanno chiarito più volte la propria posizione più che distante da forme antisemite rigettando l’equiparazione tra questo e l’antisionismo. Come prova, riportano la dichiarazione resa a seguito del corteo del 30 novembre 2015, convocato per reagire a quelle violenze e a seguito del quale, di notte, venne vandalizzata la Sinagoga del quartiere e la targa commemorativa di Stefano Gaj Taché, il bambino ucciso al ghetto di Roma a seguito di un attentato del commando palestinese Abu Nidal. Dal Collettivo Monteverde è stato subito diramato un comunicato dal titolo «Antisemite mai, antisioniste sempre» per dire che «l’antisemitismo è una piaga che combattiamo quotidianamente e che appartiene allo stesso catalogo di quell’odio razziale che alimenta spesso la retorica suprematista di queste frange più estreme del sionismo». Su quel vandalismo si sono espresse le più alte cariche dello Stato, dicono i ragazzi di Monteverde, «ma quando la maggioranza degli atti vandalici avviene contro chi si mobilita per la Palestina, si assiste al quasi totale silenzio di chi ricopre cariche istituzionali». Il video non racconta fatti del tutto nuovi, ma averli messi in fila, soprattutto mostrando filmati inediti e dando conto di testimonianze in carne e ossa, oscurate, svolge un ruolo politico molto efficace e punta il dito contro il modo in cui tutto questo viene raccontato. «Chi decide quali violenze meritano attenzione e quali devono essere relegate al silenzio?». Si tratta, conclude, di «spezzare l’indifferenza e dare voce a una verità che i fatti non permettono più di ignorare». *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra(Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra(Piemme, 2023). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Violenze sioniste a Roma: l’inchiesta video proviene da Jacobin Italia.
May 30, 2026
Jacobin Italia
«L’arte deve aprire ferite»
Il festival di Cannes si è chiuso mostrando un’evidente rottura tra il desiderio del cinema, in particolare francese, di sporcarsi sartrianamente le mani nella puzza del presente e un palmarés sofisticato, di scrittura e forse un po’ scontato (in particolare il film del rumeno Mungiu, incentrato su una strana storia di emigrazione di una famiglia tradizionalista nella progressista Norvegia, e il Tedesco Fatherland dedicato all’indecisione di Thomas Mann nell’immediato dopoguerra tra le due Germanie). Il momento più alto di questo punto di tensione tra arte e politica è stato l’arrivo di Ken Loach, che ha assistito alla versione restaurata di Terra e Libertà – film che indaga sulla Guerra civile Spagnola, dove emersero drammaticamente le spaccature del fronte rivoluzionario e antifascista. Ed è questo Loach implicato, allo stesso tempo, nella storia e nel presente che ha risposto all’affermazione di Wim Wenders, che pretende che il cinema sia apolitico, affermando recisamente:«La cosa peggiore non è la violenza dei cattivi, ma il silenzio dei buoni». A ricordarci che, oltre alle presidenziali francesi del 2027 e all’incubo Le Pen & co. (presente come un fantasma sulla croisette, nelle conferenze stampa e in molti film sulla Seconda guerra mondiale), è la Palestina che ci obbliga a posizionarci rispetto alla storia che si biforca tra barbarie e possibilità di redenzione.  «Tutto quello che facciamo è politico. Il cinema deve essere politico. Se non è politico, diventa semplicemente industria culturale nel senso di Adorno e Horkheimer» è l’opinione netta di Susanna Nicchiarelli, regista romana, che non si limita a sposare la posizione di Loach (ma in questa conversazione dirà molto altro) ma ci fornisce delle piste di riflessione sul suo cinema – ma anche sulla potenza della rappresentazione e dello sguardo, nell’epoca delle piattaforme. Eravamo caduti vittime del fascino dell’immaginario allo stesso tempo ironico e sovreccitato di Susanna Nicchiarelli dopo aver visto un film-gioiello del 2009, Cosmonauta. Qui la sezione del Pci – animata dalla stessa Susanna nel ruolo di Marisa – anticipa felicemente, con i suoi scompensi ideologici tra velleitarismo e maschilismo, quella poi ridipinta da Nanni Moretti in Il sol dell’avvenire. La bambina «comunista» che negli anni Sessanta non voleva fare la comunione e voleva scrivere a Krusciov per mandare una compagna nello spazio aveva inesorabilmente suonato una corda di cui la nostra generazione, nata negli anni Settanta, aveva bisogno. Vergognatevi voi, dell’utopia concreta del comunismo che noi avevamo vissuto «in espansione», come cantavano gli Offlaga Disco Pax; noi ci ridiamo, e ci balliamo anche, come in un musicarello rosso di cui abbiamo un sacrosanto diritto. Nei prossimi giorni, Susanna è impegnata come direttirce artistica del festival «La Resistente- Festival della memoria e della Liberazione», che si svolge nel Museo storico romano di via Tasso; quest’anno il festival si rivolge precisamente ai bambini e agli adolescenti, che parteciparanno attivamente con autori, attori e registi di libri e film sulla resistenza. Tra questi, verrà proiettata anche la miniserie Fuochi d’artificio, diretta da Nicchiarelli, che racconta la storia di quattro bambini impegnati nella lotta partigiana nel 1944. In poco più di 15 anni, Nicchiarelli ha esplorato, con un ritmo dettato da progetti artistici covati e curati con passione e non secondo le esigenze commerciali, una narrazione cinematografica laterale e indomabile. In particolare, nella trilogia degli ultimi anni – da Nico, 1988, a Miss Marx fino a Chiara – i suoi film ruotano attorno a figure che occupano una posizione eccentrica rispetto alla cultura dominante: donne fuori posto, figure laterali, personaggi che il racconto ufficiale ha neutralizzato, normalizzato o svuotato del loro potenziale conflittuale. Dalla Nico cinquantenne ed eroinomane, disturbante e allo stesso anticipatrice della New Wave musicale, a Eleanor Marx, inesorabilmente schiacciata sul padre e sul marito, per arrivare al film più recente, Chiara (2022). LEGGI ANCHE… FEMMINISMO ADESSO TOCCA A ME VIVERE Rosa Fioravante Dall’arte, alla politica (femminista, femminile) alla religione? Non sarebbe sorprendente, perché Nicchiarelli ha una formazione da filosofa e storica delle religioni, e ha studiato tra Roma e Parigi. Ma il film su Chiara d’Assisi fa parte di un progetto più complesso, che quest’anno – l’ottavo centenario dalla morte di Francesco d’Assisi, occasione per moltissime iniziative – risuona in maniera particolare. Nicchiarelli si trovava di fronte a una tradizione cinematografica che poteva, sulla carta, schiacciarla o scoraggiarla: con la storia di Francesco e del suo movimento religioso si erano misurati Rossellini, Zeffirelli, la Cavani (e in parte, seppure in maniera allusiva, Pasolini).  Il film Chiara prende una strada completamente diversa, e non solo perché la protagonista è la nobile figlia di Odefruccio e Ortolana, che aderisce al movimento religioso iniziato da Francesco ad Assisi agli inizi del Duecento sulla base di una nuova parola d’ordine, che è l’adesione a una povertà radicale, intesa come rinuncia a tutti i beni e le ricchezze terrene e vicinanza agli emarginati della società, dai lebbrosi ai più poveri. Il racconto di Nicchiarelli non è però un biopic individuale; questa figura è innanzitutto una giovane che aderisce a un’esperienza collettiva, che vuole essere una delle sorore minori, che rimane fedele ai suoi ideali giovanili fino alla fine, resistendo ai continui tentativi dei vari papi, e in particolare di Gregorio IX, di imporre una regola di vita che le rinchiudesse in una rigida clausura. Chiara resisterà fino alla fine; la sua legenda – la vita ufficiale, legata alla sua santificazione – dice chiaramente che «si oppose» al papa: è un vocabolo fortissimo, per un racconto ecclesiastico. Solo dopo la sua morte, la clausura venne generalizzata al movimento delle clarisse. Una radicale colta e delicata, che fa venire in mente quella riscrittura di Lenin che Franco Fortini fece pensando ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta: «se è vero che l’estremismo è la malattia infantile del comunismo, è anche vero che nessuna vecchiaia è peggiore di quella che ha perduto anche il ricordo, ed il rimorso, dell’infanzia e dell’adolescenza». Anche quando Francesco – capo carismatico, che a un certo rifiuta di guidare il suo movimento perché lo riconosce sempre meno – muore prematuramente nel 1226, e si mette in moto la macchina complessa e normalizzatrice della beatificazione, il braccio di ferro con il papa resta fortissimo. In una scena bellissima, tra le tante, Gregorio IX-Luigi Lo Cascio mangia voracemente di fronte a Chiara che rimane digiuna; entrambi rimangono sulle proprie posizioni, ma Chiara sta vincendo: è difficile pensare a una scena più efficace nel rappresentare la questione del potere, e la possibile potenza del movimento. Chiara è anche, e soprattutto, questo: una riflessione su un’esperienza radicale di giovani, sviluppata di fronte a un’Istituzione immodificabile, ma solo apparentemente. In un dialogo lungo e ricchissimo – perché Susanna ha una forza argomentativa fluviale – siamo partiti da qui, dalla resistenza di Chiara e dal significato della parola «politica» applicata al cinema.  Partiamo dalle parole di Ken Loach e di chi, come Wenders, invece sostiene che l’arte dovrebbe stare «al di sopra» della politica. Io penso esattamente il contrario di Wenders. Tutto quello che facciamo è politico. Il cinema deve essere politico. Se non è politico, diventa semplicemente industria culturale. E quando dico industria culturale intendo proprio quello che dicevano Adorno e Horkheimer: un sistema che produce contenuti per rassicurare, per normalizzare, per impedire alle persone di sviluppare uno spirito critico. Oggi questa cosa si vede benissimo nelle piattaforme. Le serie, molto spesso, sono un prodotto votato al puro consumo. Non esiste più l’opera, e nemmeno l’autore: esiste un prodotto seriale costruito affinché tu continui a guardare, in maniera compulsiva. Al minuto tale deve succedere qualcosa, nei primi cinque minuti devi essere agganciato, tutto è pensato per evitare il distacco e costruire la dipendenza. E invece l’opera e il cinema dovrebbero disturbare. Solo nel momento in cui disturba, l’opera diventa politica. Perché il mondo in cui viviamo non funziona, e allora un’opera che ti rassicura completamente, che ti conferma continuamente nelle tue abitudini percettive, secondo me finisce per diventare un anestetico. Io invece credo che il cinema debba aprire delle crepe, creare disagio, conflitto, dubbio. Anche quando racconta qualcosa di molto intimo o molto personale. Perché a me interessa proprio il cortocircuito, la cosa che stride. Per fare un esempio concreto: io non sopporto l’estetizzazione, non cerco mai il bello. C’è oggi un’estetica pubblicitaria del bello – soprattutto del corpo femminile – che è profondamente rassicurante perché è un’estetica commerciale. E invece nella realtà è il difetto quello che produce emozione. Il difetto, la stonatura, l’imperfezione. Se tutto funziona troppo bene, se tutto è troppo armonico, a un certo punto non senti più niente. Questo approccio anti-estetizzante è molto evidente in Chiara, forse perché è più facile fare il confronto con un film che abbiamo visto tutti: Fratello Sole, sorella Luna di Franco Zeffirelli (1972). Il tuo sembra un film quasi anti-zeffirelliano: la scenografia è spoglia, oscura (ma non triste), cerca un realismo della percezione rispetto all’estetica neo-rinascimentale di Zeffirelli. Io da bambina ero rimasta sconvolta da Fratello Sole, Sorella Luna. Ci sono immagini potentissime, per esempio quando Francesco si spoglia. Però rivedendolo da adulta mi dava fastidio soprattutto l’estetizzazione continua della natura: gli uccellini, i campi fioriti, il Medioevo trasformato in immagine rassicurante. La natura non è questo, la natura è anche crudele. Per questo ho voluto girare Chiara d’inverno. Volevo il fango, il freddo, il disagio fisico. Gli attori recitavano scalzi nel gelo. E questa scelta produce realtà. Perché il cinema, secondo me, è sempre un incontro tra ciò che hai scritto e qualcosa che sfugge al tuo controllo. Tu prepari una scena, ma poi arriva il vento, arriva il corpo dell’attore, arriva il conflitto sul set, arriva il freddo reale. Tutto questo deve entrare nel film. È la cosa che più mi affascina del cinema. In effetti, l’uso del buio nel film è impressionante e molto originale. Ci sono scene in cui letteralmente si vede pochissimo. Perché il buio vero è così. Nel cinema normalmente il buio è una convenzione, le notti sono illuminate. In Chiara invece era importante che il buio fosse reale, la direttrice della fotografia è stata molto coraggiosa da questo punto di vista. Quando è buio, nel film è davvero buio. E poi abbiamo lavorato tantissimo sul suono: il vento, le chiese vuote, il senso di freddo. Volevamo togliere qualsiasi immagine «cartolinesca» del Medioevo. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO DISTOPIE E UTOPIE DI PLURIBUS  Giuliano Santoro Questa ricerca di realtà passa anche attraverso la lingua. Nei tuoi film storici i personaggi non parlano mai in modo monumentale o letterario. Questo è per me è un altro aspetto fondamentale. Nei film d’epoca spesso si fanno parlare i personaggi come libri stampati. È terribile, perché aumenta la distanza storica invece di ridurla. Io invece voglio che i personaggi sembrino vivi, che abbiano un corpo, che respirino. Per questo, in Miss Marx mi sono basata sulle lettere scritte davvero da Eleanor e che diventano nel film dialoghi contemporanei. E in Chiara era importantissimo che il Cantico delle creature, scritto appunto in una lingua «volgare» umbra, prorompesse nella stessa lingua che i personaggi avevano parlato fino a quel momento. E per questo ho scelto che il parlato corrispondesse per tutto il film a questo volgare umbro, e non volevo una lingua museale. Tutti i film a tema francescano – pensa a Rossellini e al suo Francesco giullare di Dio (1950), ma anche a Zeffirelli – sono film doppiati, in una lingua fortemente «scritta». Solo Pasolini, con la scena dei frati Totò e Ninetto Davoli di Uccellacci e uccellini (1966), aveva cercato e utilizzato una lingua «volgare», fortemente intrisa di elementi dialettali e quindi realistica. E hai perfettamente ragione, perché il problema della lingua, per Francesco e Chiara, è fondamentale, è una rottura rispetto alla lingua della chiesa; lo esprimi benissimo nella scena in cui le prime compagne di Chiara discutono dell’esempio di Santa Scolastica, che aveva pregato San Benedetto di rimanere con lei nel convento, e che lo aveva poi costretto con le sue lacrime, diventate una pioggia torrenziale: impossibile spostarsi per il santo… Qui c’è l’idea rivoluzionaria di Chiara di un movimento religioso che prevedesse le stesse pratiche per uomini e donne, la sua idea di muoversi, di andare in Terra Santa e di opporsi alla clausura. Ma in questa discussione si parla anche della lingua con cui rivolgersi al popolo, che ricorda il divieto di tradurre la Bibbia, attivo fino al Novecento per la Chiesa Cattolica. Quella francescana, che propone un’apertura alle lingue nuove del popolo, è una linea che porta alla scelta di una predicazione nuova, ma anche alla scrittura di capolavori letterari in italiano, come il Cantico delle creature e anche Audite poverelle, un testo poetico che Francesco scrive per le suore di San Damiano, proprio la comunità che «resiste» intorno a Chiara. La scena del Cantico è sicuramente tra le più toccanti del film: Francesco lo comincia a recitare nella notte, tra le sofferenze, e Chiara continua a recitarlo quando arriva l’alba. Sei riuscita a trasformare questo testo così potente, cosmologico, in qualcosa di completamente diverso dall’immaginario francescano tradizionale. Il tuo Francesco non è quello degli uccellini e dei fiorellini, una sorta di hippy un po’ inoffensivo. Sì, perché lì Francesco sta diventando cieco. Quindi il rapporto con la natura non è decorativo o ecologista nel senso banale del termine, è corporeo, doloroso. È il rapporto di qualcuno che sta perdendo il mondo visibile. Mi interessava molto quest’idea. Che lui pronunci quell’elogio cosmologico nel momento in cui sta entrando nell’oscurità. Nel tuo cinema il tema politico passa soprattutto attraverso le figure femminili. Non nel senso dell’«empowerment», ma quasi del conflitto con la narrazione dominante. L’idea dell’empowerment non è al centro dei miei film. Non mi interessa fare classifiche o dire: «Questa donna era più importante dell’uomo che aveva accanto». Il punto non è quello. Il punto è il modo in cui le storie vengono raccontate. Io da bambina guardavo Fratello Sole, Sorella Luna e mi chiedevo: «Ma Chiara cosa fa?». E nessuno rispondeva a quella domanda. Era semplicemente una ragazza bionda con gli occhi azzurri [Nel film, Chiara è interpretata da Judi Bowker, ndr]. Ma lei esisteva, aveva costruito qualcosa, aveva fondato una comunità. È banale dirlo, ma partiamo dal fatto che la narrazione del femminile è incompleta, e questo è il problema. Anche in Nico, 1988 il problema è proprio la distanza tra l’esistenza reale di una donna e il modo in cui viene raccontata. Assolutamente. Nico veniva raccontata sempre attraverso gli uomini con cui era stata: Jim Morrison, Lou Reed, Bob Dylan. Ma chi se ne frega di questi uomini: lei esisteva, aveva una sua ricerca artistica, una sua musica, una sua voce. E invece il racconto dominante l’aveva trasformata in una figura decadente, quasi grottesca. Mi ricordo di aver letto una frase terribile: «A trentaquattro anni Nico era una donna finita»; io avevo trentaquattro anni quando l’ho letta, esattamente la stessa età, e anche lì mi sono chiesta: «Nico cosa fa? Com’è finita?”». Andy Warhol aveva detto: «è diventata una cicciona eroinomane ed è scomparsa». Difficile non capire quanto sia violento il modo in cui il sistema guarda ai corpi femminili. In tutte queste figure c’è anche un rapporto molto forte con l’essere «fuori« dal sistema. Sì, ed è esattamente ciò che mi interessa, sono figure che non gestiscono il potere e che hanno un rapporto volutamente problematico col potere. E proprio per questo hanno un enorme potenziale rivoluzionario. Virginia Woolf diceva: «Io resto fuori dalla vostra società». Ecco, quella posizione esterna è potentissima, perché permette di vedere il sistema da fuori. E infatti queste donne vengono continuamente normalizzate, categorizzate, addomesticate. Questo emerge molto bene in Chiara. I discorsi della Chiesa su Chiara e Francesco [in particolare, il racconto edificante legato ai processi di beatificazione di entrambi e alla storia dell’Ordine francescano] mi hanno fatto molto arrabbiare, in particolare l’idea che Francesco fosse «l’azione» e Chiara «la contemplazione». Ma perché? Chiara aveva costruito qualcosa di concreto, aveva fondato una comunità e soprattutto aveva costruito un rapporto diretto col potere ecclesiastico. Però il racconto dominante continua a trasformarla nella figura rassicurante della santa contemplativa: secondo Tommaso da Celano [forse l’autore della Legenda su Chiara], già da bambina lei era una mistica che voleva rinchiudersi nella preghiera. Se guardiamo alla realtà storica di Chiara, al suo attivismo, è difficile negare che qui siamo di fronte al potere che ha bisogno di categorizzarti, e che categorizzarti significa addomesticarti. In Miss Marx invece il conflitto è tutto dentro il rapporto tra teoria e vita. In molti mi hanno rimproverato: «Hai raccontato troppo la vita privata di Eleanor Marx». Ma la vita privata è politica… è facile rispondere. Più interessante è la contraddizione tra teoria e vita, e cercare la politica in quella contraddizione. Il fatto che Eleanor fosse una grandissima teorica dell’emancipazione e allo stesso tempo vivesse relazioni sentimentali devastanti non riduce la sua forza, anzi la rende vera, mostra quanto sia difficile vivere fino in fondo ciò che si pensa. C’è anche una riflessione molto forte sulla comunità, sulla forza dei movimenti collettivi, nei tuoi film. Sì, perché tutte queste storie parlano di persone che cercano un altro modo di stare insieme. Anche il francescanesimo «originario» mi interessa per questo, per il rapporto tra intuizione individuale e movimento collettivo, per il fatto che da un gesto radicale nasca una comunità con tutte le sue contraddizioni. In fondo sembra che il tuo cinema lavori continuamente contro le immagini concilianti del mondo. Sì, perché io penso che l’arte debba aprire una ferita. Nel momento in cui l’opera diventa perfettamente armonica, perfettamente conciliata, smette di essere interessante. A me interessano le crepe. Sono le crepe che fanno entrare il pensiero. *Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Susanna Nicchiarelli è regista e sceneggiatrice, laureata in Filosofia con un dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e diplomata in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha scritto e diretto cinque lungometraggi: Cosmonauta(2009), La scoperta dell’alba(2013), Nico, 1988 (2017), Miss Marx (2020) e Chiara(2022). Ha scritto con Marco Bellocchio la sceneggiatura del film Rapito(2023) e ha scritto e diretto la serie Rai Fuochi d’artificio(2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo «L’arte deve aprire ferite» proviene da Jacobin Italia.
May 29, 2026
Jacobin Italia
Studentati privati, i nostri occhi su Roma
Il processo di finanziarizzazione immobiliare sta trasformando profondamente il modo in cui le città italiane producono e distribuiscono l’abitare, come abbiamo avuto già modo di affrontare. Coliving, residenze di lusso e studentati privati sono tra i fenomeni più evidenti di questo cambiamento: non sono nuove forme abitative nate per rispondere a bisogni emergenti, ma prodotti finanziari. Il residenziale è diventato un asset  capace di garantire flussi di reddito stabili agli investitori istituzionali, come fondi pensione, assicurazioni, private equity, società di gestione del risparmio. Il loro ingresso nel mercato non riguarda solo l’acquisto di immobili, ma la produzione di nuove tipologie abitative ad alto rendimento: contratti flessibili, canoni elevati, servizi aggiuntivi monetizzabili e un ricambio costante degli occupanti generano margini ben più interessanti rispetto all’affitto tradizionale. Questi modelli – che nella terminologia di settore vanno sotto la voce «living» – generano una crescente dipendenza delle amministrazioni locali da capitali globali e una graduale perdita di controllo pubblico sulla pianificazione urbana, definendo l’attuale direzione del mercato immobiliare italiano. Proprio pochi giorni fa, a Roma, si è svolto il secondo Forum di Roma REgeneration, durante il quale sono stati premiati i vincitori della «Call for Ideas – A Vision for Rome», un concorso internazionale nato con l’obiettivo di elaborare una visione strategica per il futuro della Capitale. Non ci interessa tanto soffermarci sul progetto vincitore – Roma Continua, che immagina Roma come un ecosistema urbano capace di rigenerarsi e attrarre investimenti anche nelle aree meno centrali, valorizzando in particolare l’asse del Tevere e alcuni quartieri periferici – quanto sul soggetto che ha promosso il concorso. Dietro Roma REgeneration c’è una fondazione composta da alcuni dei principali attori del real estate, della finanza immobiliare e della gestione del risparmio in Italia e a livello internazionale. Tra i soci figurano DeA Capital Real Estate SGR (gruppo De Agostini), attualmente al centro di un intervento della Banca d’Italia che, a seguito di un’ispezione, ha rilevato una grave esposizione al rischio di riciclaggio richiedendo la sostituzione immediata della quasi totalità del consiglio di amministrazione; CBRE Investment Management, che gestisce il primo progetto Build to Rent di Roma nel quartiere Talenti con 225 appartamenti destinati esclusivamente all’affitto sotto un’unica proprietà istituzionale; Fabrica Immobiliare (legata alla famiglia Caltagirone), Colliers Global Investors e Investire SGR, e altri ancora. Rilevante è inoltre la presenza di Invimit Sgr SGR, società controllata dal Ministero dell’Economia, che ha un ruolo significativo anche nel nuovo Piano Casa per il social housing, e di Sistemi Urbani del Gruppo Ferrovie dello Stato, che gestisce il vasto patrimonio immobiliare del gruppo in molti luoghi della città. Questi attori stanno dunque contribuendo a definire la visione strategica della città metropolitana di Roma, con un obiettivo esplicito, ovvero renderla più attrattiva per gli investitori. È proprio per monitorare e analizzare criticamente questi processi che, a inizio 2026, è nato il progetto “Occhi sulla città”. Si tratta di un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da studiosi, attivisti e attiviste che, attraverso la mappatura dei processi di trasformazione urbana di Roma, analizza criticamente le dinamiche di cambiamento e governo della città. Un primo lavoro ha riguardato gli studentati privati. Dietro ogni nuovo studentato inaugurato con rendering patinati e promesse di innovazione – piscine, verde pubblico, servizi per un’utenza mista – c’è spesso un fondo di investimento internazionale e operazioni economico-amministrative opache. Questi prodotti immobiliari si presentano come risposta alla crisi abitativa, ma si rivolgono a persone con alto capitale economico, finendo per aggravare, anziché alleviare, il problema dell’accessibilità alla casa. Oggi trovare un alloggio a Roma, come in tante altre città a forte pressione abitativa, è sempre più difficile: le offerte sono poche, i prezzi inaccessibili e le garanzie richieste spesso impossibili da soddisfare. Ma cosa è cambiato negli ultimi anni? LEGGI ANCHE… CASA I PADRONI DI CASA NOSTRA Redazione Jacobin Italia LE TRASFORMAZIONI DELL’OFFERTA E DELLA DOMANDA ABITATIVA Le politiche neoliberali hanno creato scarsità di alloggi accessibili e determinato un’alta domanda di affitto, rendendo il settore molto redditizio per gli investitori. In questo senso, la crisi dell’abitare non è solo una conseguenza della finanziarizzazione, ma diventa anche una condizione che la alimenta. Difatti, in tutta Europa, da circa vent’anni, il settore degli affitti è diventato sempre più attrattivo per i grandi investitori grazie a rendimenti stabili e a basso rischio.  Per cogliere la dimensione del fenomeno bisogna allargare lo sguardo. Negli ultimi dieci anni, secondo Eurostat, nell’Unione europea i prezzi delle abitazioni sono cresciuti del 64,9% e i canoni di locazione del 21,8%. Contestualmente, i redditi reali sono rimasti sostanzialmente fermi generando un crollo nella possibilità di accesso alla casa.  Non si tratta di una congiuntura sfavorevole: è la conseguenza diretta di tre decenni di disinvestimento pubblico e della progressiva trasformazione della casa da bene d’uso ad asset finanziario.  L’Italia è arrivata a questa svolta con un patrimonio pubblico già esiguo. Nel ventennio a cavallo del secolo, le politiche di alienazione hanno smantellato lo stock di edilizia residenziale pubblica, mentre l’ultimo strumento di finanziamento strutturale, ovvero il Fondo Gescal, è stato soppresso, nonostante i contributi continuassero a gravare sulle buste paga di lavoratori e lavoratrici. Il risultato è che oggi l’Italia ha la quota più bassa di edilizia residenziale pubblica tra le grandi economie europee, pari al 2,6% del patrimonio abitativo. Oltre un quarto delle abitazioni disponibili – circa 9,6 milioni su 35 – risulta non utilizzato o sottoutilizzato, un valore triplo rispetto alla media Ue. In questo vuoto strutturale si è insediato un mercato della locazione sempre più impenetrabile e profondamente diverso da quello tradizionale italiano.  Tre dinamiche convergono nei centri urbani: la concorrenza degli affitti brevi turistici, che ha drenato decine di migliaia di unità dal mercato residenziale; la diffusione di contratti transitori a canone libero, che minano la stabilità del rapporto locativo; l’avvento di grandi capitali che individuano nei segmenti più redditizi del comparto living la nuova frontiera del rendimento immobiliare europeo. Queste forme di locazione ad alta efficienza finanziaria hanno portato a incrementi dei canoni medi nelle grandi città tra il 5% e il 10% annuo negli ultimi cinque anni, raggiungendo livelli incompatibili con il salario medio nazionale. L’offerta non solo non cresce, ma viene attivamente sottratta al mercato residenziale di lungo periodo. Secondo l’Osservatorio Affitti Nomisma-Crif il 31% dei proprietari ha scelto di non affittare e un ulteriore 6% ha ritirato l’immobile dal mercato, alimentando quello che il rapporto definisce un «patrimonio congelato». Senza un intervento pubblico massiccio sul lato dell’offerta, la direzione è chiara. La domanda abitativa verrà intercettata dal capitale privato, secondo le logiche di rendimento che già oggi orientano il settore. Un paese costruito attorno alla proprietà, primato europeo con oltre il 75% delle famiglie proprietarie, si trova a fare i conti con un ritorno all’affitto, in un mercato deregolato, frammentato. Come scrivono David Madden e Peter Marcuse in In Defense of Housing, la crisi abitativa contemporanea non è una scarsità naturale, ma il prodotto sistematico di un assetto in cui il valore di scambio della casa ha sopraffatto il suo valore d’uso. LEGGI ANCHE… CASA IL DIRITTO ALLA CASA VA A FONDO Chiara Davoli NUOVE FORMULE ABITATIVE PRESENTATE COME INNOVATIVE In questa crisi strutturale, lasciata sostanzialmente irrisolta dagli Stati, si sta affermando il modello Build to Rent nelle sue diverse declinazioni – multifamily, senior living, co-living, micro-living, student housing – che si propongono come «soluzioni» alla carenza abitativa. Si tratta di un modello in cui un unico proprietario, generalmente un investitore istituzionale o un fondo immobiliare, detiene interi complessi residenziali sviluppati specificamente per la locazione. La società che gestisce l’operazione mantiene il controllo dell’intero immobile, traendo profitto dall’affitto di appartamenti o stanze e dalla fornitura di servizi aggiuntivi, in un settore che si colloca a metà strada tra residenzialità, ospitalità e housing condiviso. I numeri confermano la direzione: secondo i rapporti pubblicati da Savills – uno dei principali consulenti e operatori di settore – nel primo semestre del 2025 il settore living in Italia ha registrato 670 milioni di euro di investimenti, in crescita del 118% rispetto all’anno precedente. Il solo student housing ha raggiunto un record di 270 milioni nel 2024, con l’Italia che si conferma il mercato più ambito d’Europa per gli investitori. Negli studentati privati una camera singola costa in media 1.096 euro al mese, con punte fino a 1.518 a Milano; si arriva a 957 euro di media a Bologna, 765 euro a Roma e 742 a Torino. Anche la soluzione apparentemente più accessibile, ovvero la camera doppia, supera gli 870 euro medi a Milano e i 650 a Bologna. Cifre che raccontano da sole a chi si rivolgono davvero questi «ecosistemi residenziali»: non agli studenti fuorisede con borse di studio o famiglie a reddito medio-basso, ma a chi può sostenere canoni molto alti. Alcune di queste strutture orientate alla polifunzionalità – come The Social Hub o Aparto – hanno prezzi ancora più alti e variano in base al profilo dell’utente: i turisti pagano le tariffe più elevate, seguiti dai soggiornanti di medio-lungo periodo, professionisti e nomadi digitali, mentre gli studenti accedono a tariffe leggermente ridotte attraverso convenzioni con università e centri di formazione. LO STATO DELL’ARTE A ROMA A Roma, sono stati individuati e mappati due grandi interventi convenzionati (CampusCX a Tor Vergata e gli ex Mercati Generali a Ostiense), circa 10 completamente privati (come The Social Hub) e circa 12 legate al Pnrr. I posti letto già operativi sono circa 2.700, ma ne sono previsti oltre 5.000 nei prossimi anni: il settore è in una fase di espansione accelerata, con un’offerta destinata a più che raddoppiare. Questi progetti sono riconducibili a tre modelli di finanziamento. Il primo prevede strutture realizzate e gestite interamente da operatori privati, spesso classificate come edilizia residenziale ordinaria o struttura turistico-ricettiva, con piena libertà tariffaria e nessun obbligo di quote calmierate. Il secondo, quello convenzionato, comprende interventi realizzati a seguito di convenzione urbanistica con il Comune. Tale modello prevede benefici per gli operatori come diritti di superficie pluridecennali o concessioni fino a 60 anni in cambio di vincoli sull’uso (come nel caso degli Ex Mercati Generali nel quartiere Ostiense). Infine, il cofinanziato che prevede la costruzione o riconversione di strutture realizzate con contributo pubblico fino al 75% dei costi. Il Pnrr ha stanziato 1,2 miliardi di euro per 60.000 nuovi posti letto entro giugno 2026. Il finanziamento copre i primi tre anni di gestione, riducendo di fatto il rischio per l’investitore privato. Almeno il 30% dei posti deve essere assegnato tramite graduatorie degli enti per il diritto allo studio, con tariffe ridotte di almeno il 25% rispetto al mercato, e il vincolo di destinazione d’uso dura almeno 12 anni. Questo significa che i prezzi non sono realmente calmierati come in una residenza universitaria pubblica, poiché le tariffe restano ancorate ai valori di mercato, e che dopo appena due cicli universitari la struttura può essere riconvertita in un immobile completamente ricettivo. Nel complesso, la distribuzione territoriale e le caratteristiche degli interventi mostrano come lo sviluppo dello student housing a Roma segua una logica selettiva: da un lato, grandi operazioni convenzionate o private nelle aree strategiche e ad alta rendita: Termini, Prati, San Pietro, Monteverde, San Lorenzo, Marconi-Ostiense, Tiburtina-Pietralata. Dall’altro, interventi cofinanziati in aree periferiche o di trasformazione, dove il costo del suolo è più basso e le opportunità di valorizzazione più elevate: Torpignattara, Prenestino, Tor Vergata. Alcune caratteristiche rendono questi modelli un asset particolarmente attraente per il capitale finanziario. La prima è la standardizzazione. Infatti, gli studentati privati puntano alla creazione di unità replicabili e intercambiabili, abbattendo i costi di gestione e rendendo il prodotto scalabile su più mercati. Si può entrare in un The Social Hub a Barcellona, Roma, Bologna o Vienna e trovare lo stesso mobilio, gli stessi libri sugli scaffali della hall, la stessa atmosfera accuratamente costruita. La seconda è la massimizzazione del rendimento per metro quadro. La logica alla base di questi modelli è la frammentazione dello spazio abitativo: più letti si riescono a inserire nello stesso edificio, più flussi di affitto si generano. Non a caso, i report di settore parlano di «letti operativi»; difatti, il letto diventa la metrica fondamentale con cui si misura il valore di un immobile, ovvero la sua capacità di produrre rendimento. La terza è la capacità di intercettare una domanda eterogenea e strutturale. Questi prodotti si rivolgono a studenti, giovani professionisti e nomadi digitali — un segmento identificato per la sua flessibilità, la sua temporaneità abitativa e il suo minor potere contrattuale, oltre che per la scarsa necessità di un contratto locativo tradizionale a lungo termine. A queste tre se ne aggiungono altre due che completano il quadro. La prima è il cosiddetto de-risking: lo Stato svolge un ruolo tutt’altro che passivo; ad esempio, col Pnrr ha coperto i costi di gestione pari a circa 20 mila euro per ogni letto realizzato, introducendo deroghe urbanistiche che facilitano i cambi d’uso, riducendo di fatto il rischio d’impresa per l’investitore privato. Infine, puntano a diversificare la propria offerta portfolio di servizi – come coworking, palestre, ristorazione e spazi comuni attrezzati – ampliando così le categorie di clienti a cui si rivolgono. Non solo a Roma, ma anche a Firenze, Bologna, Torino e in altre città di media dimensione stanno sorgendo queste operazioni. Il processo non è neutrale. Guardando alle dinamiche già avvenute nei paesi del centro e del nord Europa, che hanno attraversato questi processi prima di noi, il quadro è abbastanza chiaro: i grandi proprietari istituzionali tendono a massimizzare il rendimento, e l’accesso a queste abitazioni risulta di fatto riservato alle fasce di popolazione con redditi medio-alti, alimentando la crescita dei canoni, i processi di gentrificazione e, soprattutto, l’espulsione delle persone residenti, sostituite da popolazioni temporanee. Come si reagisce a tutto questo? Come gruppo di ricerca e mappatura crediamo che il primo passo sia restituire visibilità a ciò che oggi accade fuori dalla portata di chi abita i quartieri. Queste trasformazioni si decidono in sedi separate – tavoli tecnici, convenzioni urbanistiche, accordi tra amministratori locali e investitori – e arrivano ai residenti quando i giochi sono già fatti, tradotte in un linguaggio tecnico-amministrativo che ne rende difficile la lettura e la comprensione. È in questa opacità che si esercita la forza dei processi speculativi, non solo nei capitali che li alimentano, ma nella distanza che separa le decisioni da chi ne subisce gli effetti. Per questo osservare il territorio, ricostruire chi sono gli operatori, da dove arrivano i finanziamenti, quali vincoli urbanistici vengono concessi e a quali condizioni, non è un esercizio accademico. È la precondizione per costruire un sapere pubblico su ciò che riscrive le nostre città, e senza questo sapere non c’è dibattito democratico possibile, ma solo la presa d’atto, sempre tardiva, di ciò che è già stato deciso altrove. L'articolo Studentati privati, i nostri occhi su Roma proviene da Jacobin Italia.
May 28, 2026
Jacobin Italia