Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

Roma. Un raid squadrista vandalizza le opere dell’artista Laika
Nel pomeriggio di ieri tre individui con il volto coperto hanno fatto irruzione nella Galleria di arte moderna Rosso20sette, al 39 di Via del Sudario prendendo di mira la mostra personale dell’artista Laika. Il titolo dell’esposizione è significativamente: “The Collapse of Democracy – States of Injustice, Chapter 2”, Qui di […] L'articolo Roma. Un raid squadrista vandalizza le opere dell’artista Laika su Contropiano.
October 28, 2026
Contropiano
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October 28, 2026
CampiAperti
Brasile: Bolsonaro dopo la sconfitta scappa dagli alleati statunitensi
Nemmeno il tempo di riconoscere la batosta elettorale alle presidenziali che Flavio Bolsonaro era già su un volo diretto negli Stati Uniti insieme alla moglie e ai figli. Ci è arrivato come migrante irregolare, dal momento che poche ore prima le autorità brasiliane gli avevano ritirato il passaporto e vietato di lasciare il Paese. Eppure, il Dipartimento di Stato USA si è mostrato disponibile a fare una eccezione alla strettissima politica di chiusura delle frontiere che caratterizza il mandato Trump, affermando che fornirà all’intera famiglia Bolsonaro i visti necessari. Secondo quanto riferito da diversi media in queste ore, Bolsonaro sarebbe atterrato in Florida, dove ad aspettarlo vi sarebbe stato il fratello Eduardo, che risiede negli Stati Uniti da anni, anche lui latitante. «Questa mattina, quando mi sono recato a trovare mio padre, ho trovato sulla soglia di casa sua la polizia federale di Lula, che mi aspettava per intimarmi di consegnare il passaporto e proibirmi di lasciare il Paese». La comunicazione arriva dallo stesso Flavio Bolsonaro, in diretta sui social. Come il padre (che si trova ai domiciliari con una condanna a 27 anni per tentato golpe), anche Bolsonaro jr non è infatti esente da “piccoli fastidi” con la giustizia. I più recenti riguardano presunte operazioni di riciclaggio di denaro e trasferimento illegale di capitali all’estero attraverso siti di scommesse online – in soli tre mesi, tra marzo e maggio 2025, sarebbero stati riciclati 130 milioni di reais, all’incirca 20 milioni di euro, riportano i media brasiliani. Vi sono poi alcune questioni che riguardano presunti finanziamenti irregolari della produzione cinematografica Dark Horse, sulla vita del padre Jair Bolsonaro, e per presunte calunnie verso Lula. Nel gennaio di quest’anno, infatti, avrebbe pubblicato un post sul social media X nel quale avrebbe attribuito al neo eletto presidente reati quali traffico di droga e riciclaggio di denaro. La decisione del giudice Alexande de Moraes, spiega lo stesso Bolsonaro, si basava su una dichiarazione del fratello Eduardo risalente al 23 ottobre, nella quale affermava che Flavio avrebbe dovuto lasciare il Paese se avesse perso le elezioni. «Questo è un segnale che la nostra democrazia ha fallito», ha dichiarato Flavio Bolsonaro, che lamentava come, se fosse stato eletto presidente, la polizia federale non si sarebbe mai osata riservargli lo stesso trattamento. La decisione è collegata all’esito delle elezioni, ha detto. «Non ho mai pensato di lasciare il Paese» ha assicurato, dicendo che non avrebbe mai ceduto a tali tentativi di intimidazione. Nemmeno il tempo di finire la frase, che il suo jet privato già decollava in tutta fretta e in segreto, tanto da scatenare un giallo internazionale su dove si trovasse. Al momento, secondo fonti giornalistiche, Flavio Bolsonaro si troverebbe con suo fratello Eduardo, anch’egli latitante (o, come si definisce lui sui social, «esiliato») negli Stati Uniti dopo aver ricevuto una condanna definitiva della Corte Suprema Federale Brasiliana (STF) a 4 anni e 2 mesi di carcere per aver cercato di impedire il processo contro il padre Jair. Lo avrebbe fatto, secondo i giudici, «orchestrando le sanzioni del governo statunitense contro il Brasile», le quali hanno portato a dazi aggiuntivi sulle esportazioni brasiliane e a misure contro i ministri della Corte Suprema Federale. E in effetti, i dazi contro il Brasile rappresentavano l’unica eccezione di natura politica nella guerra commerciale che Trump ha scatenato contro diversi Paesi nel 2025, dichiarando che le azioni giudiziarie contro Jair Bolsonaro stessero contribuendo al «crollo dello Stato di diritto» nel Paese. The post Brasile: Bolsonaro dopo la sconfitta scappa dagli alleati statunitensi appeared first on L'Indipendente.
October 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Spagna, incidente tra due treni: almeno 10 morti
Due treni ad alta velocità si sono scontrati nei pressi di Mora, Orgaz e Urda, nella provincia spagnola di Toledo, provocando almeno 10 morti. L’incidente è avvenuto poco dopo le 9 di oggi, 28 ottobre, e ha coinvolto due convogli che viaggiavano in direzioni opposte. Secondo i media spagnoli, diversi vagoni sono rimasti distrutti e due sono deragliati, precipitando lungo un terrapieno. Il numero dei feriti non è ancora noto. La situazione è in evoluzione e il bilancio resta provvisorio; nel frattempo, la linea è stata interrotta per permettere ai soccorsi di raggiungere il posto. The post Spagna, incidente tra due treni: almeno 10 morti appeared first on L'Indipendente.
October 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Cambiamento climatico, una questione di classe
Il cambiamento climatico viene spesso raccontato come un fenomeno che si sta formando e che si concretizzerà in futuro, ponendoci l’obiettivo di mitigare tali nefasti effetti entro la fatidica data del 2050. Ma l’innalzamento delle temperature e il concretizzarsi dei suoi effetti sono già realtà. Com’è stato notato durante quest’ultima estate 2026, una delle più calde mai registrate, il cambiamento climatico è già in atto e le sue conseguenze si stanno già riverberando sulle persone e sulle comunità. Su quelle più vulnerabili, a essere precisi.  In particolare, quando il caldo anomalo entra negli appartamenti popolari (ufficialmente noti sotto il titolo di Edilizia Residenziale Pubblica, Erp) si accumula nel cemento e resta intrappolato anche di notte. Diventa disidratazione, insonnia, tachicardia, ansia. Diventa una bolletta che non si può pagare, una finestra che non si può aprire perché affaccia sull’asfalto rovente, un condizionatore che non si può installare o, se installato, si teme di accendere. La retorica secondo cui «siamo tutti sulla stessa barca» non vale più: il cambiamento climatico attraversa una società divisa in classi e ne moltiplica le disuguaglianze. C’è chi affronta un’ondata di calore in una casa isolata, ombreggiata e climatizzata, come c’è chi può permettersi di lasciare la città per settimane o mesi. E c’è invece chi non può scegliere né dove abitare né quando smettere di lavorare, vive in quartieri con verde quasi inesistente e torna la sera in un alloggio che ha assorbito calore per tutto il giorno. Per gli ultimi della società, l’estate è diventata sinonimo di tortura.  Se il ceto medio-basso è quello che soffre maggiormente le conseguenze e gli effetti del cambiamento climatico e di queste estati invivibili, è soprattutto nelle case popolari che questa realtà diventa insostenibile. Lo Stato non è un osservatore esterno: Comuni ed enti gestori possiedono o amministrano gli edifici e conoscono benissimo le condizioni degli alloggi popolari. A queste responsabilità si affiancano gli obblighi statali internazionali, sia climatici che di protezione dei diritti umani. Che cosa significa, allora, proclamare obiettivi di adattamento se migliaia di famiglie continuano a vivere in abitazioni incapaci di proteggerle da un caldo ormai intollerabile? IL CALDO CHE UCCIDE Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che nell’estate 2024 siano morte per cause legate al caldo circa 62.800 persone in Europa, oltre 19 mila delle quali in Italia: il numero più alto tra i trentadue paesi analizzati. Sono numeri da crisi sanitaria. Eppure il caldo continua a essere trattato come una parentesi stagionale, quasi fosse un disagio da sopportare con pazienza fino al ritorno dell’autunno. Già durante l’estate del 2003, a Roma, secondo alcuni studi, l’aumento più marcato della mortalità dovuta alle ondate di calore si concentrò, guarda caso, nelle aree socio-economiche più svantaggiate, andando a colpire soprattutto gli over 65 di questa fascia, dimostrando che le vulnerabilità sono intrinsecamente interconnesse.  Anche il classico consiglio estivo dei telegiornali di «restare a casa nelle ore più calde» rivela una politica costruita intorno a un cittadino astratto, o comunque facente parte di una fascia minoritaria della popolazione. Anche assumendo per vera l’ipotesi di avere orari di lavoro flessibili, questo suggerimento presume che tutti abbiano a casa una stanza fresca, possano pagare l’elettricità e non vivano in condizioni di sovraffollamento. Ma che cosa accade quando la casa non protegge? Cosa accade quando l’emergenza climatica smette di essere esterna e occupa lo spazio nel quale una persona dovrebbe poter riposare, curarsi e sentirsi al sicuro? LEGGI ANCHE… ALTERNATIVE ECOLOGICHE CRISI CLIMATICA, LE PAROLE PER DIRLA Paola Imperatore QUANDO LA CASA DIVENTA UNA TRAPPOLA Per una fascia consistente della popolazione, l’estate non rappresenta più il classico momento del recupero e della vacanza, ma è vista come il periodo peggiore dell’anno, in cui anche restare a casa è uno strazio. Questo è dovuto a diversi fattori, fra cui, certamente, il fatto che per decenni le politiche climatiche abbiano guardato agli edifici soprattutto come fonti di emissioni da ridurre. Una casa però è anche la prima infrastruttura di adattamento: dovrebbe proteggere dal freddo, dal caldo, dall’umidità e dagli eventi estremi. Quando non lo fa, il diritto all’abitare perde il suo contenuto materiale. Avere un tetto non significa necessariamente avere un luogo sicuro. La fotografia dell’Erp italiano è particolarmente eloquente. Secondo l’Osservatorio nazionale Erp 2024-2025 di Federcasa e Nomisma, gli enti associati gestiscono complessivamente 823.734 alloggi, pari al 2,3% dello stock abitativo nazionale, dei quali 797.034 appartengono all’edilizia residenziale pubblica. L’84,7% degli alloggi Erp censiti è stato costruito prima del 1991. Sull’intero patrimonio Erp censito, soltanto il 12% è stato interessato da interventi di efficientamento energetico, mentre 61.300 alloggi restano vuoti perché richiedono manutenzione straordinaria. Dietro questi dati c’è un patrimonio pubblico lasciato invecchiare mentre i canoni sociali non coprono i costi e lo Stato e le Regioni non garantiscono risorse strutturali sufficienti. In estate, tetti e facciate non adeguatamente isolati accumulano calore; infissi deteriorati e assenza di schermature impediscono di controllarlo; asfalto e mancanza di alberi lo trattengono anche dopo il tramonto. Il tutto si somma. Nel 2024, inoltre, il 45,3% degli immobili residenziali provvisti di attestato energetico ricadeva nelle classi F e G, secondo il rapporto Enea, mostrando quanto sia estesa l’inefficienza di edifici progettati per un clima che non esiste più. A conferma di ciò, il 6 agosto 2026, il governo italiano ha trasmesso alla Commissione europea il suo Piano Sociale per il Clima (Psc), evidenziando che il numero di famiglie in Erp intercetta con certezza un perimetro di famiglie in condizioni di disagio socioeconomico e rientranti nel perimetro della povertà energetica, e quindi destinando 1,95 miliardi di euro alla riqualificazione energetica dell’Erp. Tuttavia, la povertà energetica è solo parte del problema. La risposta non può essere «comprare un condizionatore». Chi ha un reddito basso, anche nell’ipotesi in cui abbia un condizionatore installato, spesso ha paura di accenderlo. Parimenti, un inquilino di una casa popolare non può isolare il tetto, rifare la facciata o piantare alberi nel cortile. Ridurre i consumi di un edificio non significa necessariamente aver identificato e protetto chi, al suo interno, è maggiormente esposto alle temperature estreme. Non basta. Una politica di adattamento socialmente giusta dovrebbe affiancare alla classe energetica dell’edificio anche indicatori di esposizione al caldo, qualità dell’ambiente urbano e vulnerabilità socio-economica e sanitaria degli abitanti. È l’intersezione di questi fattori di diseguaglianza economica che produce una diseguale esposizione al rischio climatico. L’ESTATE È TORTURA Per la classe operaia e per i ceti a reddito medio-basso, l’estate è diventata la stagione della sofferenza. Ondate di calore sempre più lunghe, afa persistente e temperature che impediscono perfino di uscire nelle ore centrali trasformano, per settimane o mesi, la vita quotidiana in una prova di resistenza. Chi vive in un’abitazione incapace di proteggerlo dal caldo estremo è costretto a sopportare giornate che non finiscono mai, a temperature estremamente elevate, mettendo a serio rischio la salute fisica e mentale. Secondo un report di Housing Europe, infatti, il patrimonio dell’Erp italiano presenta oggi un significativo fabbisogno di adattamento alle temperature estreme e alle ondate di calore. Una parte consistente degli alloggi richiede ancora interventi di riqualificazione: il Piano Casa 2026 prevede il recupero di circa 60.000 abitazioni popolari. La questione riguarda dunque anche la capacità concreta di queste abitazioni di proteggere chi vi vive durante ondate di calore sempre più intense: schermature solari, ventilazione, isolamento adeguato al caldo estivo, verde e ombreggiamento, oltre a sistemi di raffrescamento accessibili. Per le famiglie economicamente più fragili, adattare l’edilizia pubblica significa impedire che la capacità di proteggersi dal caldo dipenda semplicemente dalla possibilità individuale di comprare un condizionatore e pagarne la bolletta. Calore incessante, disidratazione e privazione del sonno possono provocare dolore, confusione, panico, perdita di autonomia e sofferenza mentale. Un’analisi di 114 studi ha stimato che, durante le ondate di calore, gli accessi e i ricoveri per problemi di salute mentale aumentino del 9,7%. Insonnia, irritabilità e sovraffollamento possono inoltre esasperare conflitti già esistenti. Ad esempio, uno studio sulle province italiane, nel 2026, ha associato l’aumento delle temperature massime alle chiamate al 1522 e alla violenza di genere, con prove di risposte differenziali lungo alcune dimensioni selezionate relative all’adattamento e al contesto socio-economico. Non sono dati casuali, non sono coincidenze.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE NON È COLPA VOSTRA Redazione Jacobin Italia LA GIUSTIZIA SOSTANZIALE COMINCIA DALLA CASA Trattare tutti allo stesso modo durante una canicola non produce uguaglianza. Il proprietario di casa può anticipare il costo di una riqualificazione; l’inquilino di una casa popolare no. Chi ha un’auto può raggiungere un luogo fresco; una persona anziana o disabile può restare isolata. Chi vive in una casa grande può spostarsi nella stanza meno calda; in un alloggio sovraffollato quella stanza non esiste. È qui che il concetto di giustizia sostanziale smette di essere una formula da manuale. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà ed eguaglianza. Applicato alla crisi climatica, questo principio impone di chiedersi non soltanto se una misura esista sulla carta, ma chi possa davvero utilizzarla e chi, invece, resti escluso proprio perché più povero, più fragile o privo di potere sul luogo in cui abita. La medesima detrazione per tutti può perfino allargare le disuguaglianze quando richiede di anticipare migliaia di euro. Una politica fondata sulla giustizia sostanziale deve quindi concentrare risorse pubbliche, dove l’esposizione è maggiore: riqualificare direttamente le case popolari, e assicurare rimedi rapidi quando un alloggio diventa pericoloso.  L’Italia ha inoltre ratificato l’Accordo di Parigi nel 2016. L’Accordo è un trattato giuridicamente vincolante, in cui si obbligano gli Stati a preparare, comunicare e mantenere contributi climatici successivi e a perseguire misure interne di mitigazione, e a impegnarsi nella pianificazione dell’adattamento e nell’attuazione delle relative azioni. Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha inoltre chiarito che l’obbligo di adattamento è vincolante e deve essere adempiuto con la dovuta diligenza, utilizzando i migliori sforzi alla luce della migliore scienza disponibile. In questo contesto, occorre ridurre concretamente la vulnerabilità di persone e luoghi, dando priorità a chi è più esposto. Tra le misure indicate dalla Corte compare anche l’adeguamento degli edifici alle condizioni climatiche.  Tuttavia, il percorso italiano mostra precisamente questa distanza. Una prima bozza del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) risale al 2017; il Pnacc è stato approvato soltanto il 21 dicembre 2023. L’Osservatorio incaricato di coordinarne l’attuazione e individuare i finanziamenti è stato istituito nel dicembre 2025, mentre il Comitato di indirizzo e coordinamento si è insediato a fine febbraio 2026. Nel frattempo, il patrimonio abitativo pubblico continua a invecchiare e le ondate di calore hanno continuato a colpire come mai prima. Anche sul versante della mitigazione i risultati restano insufficienti. Il profilo italiano del Climate Action Progress Report 2025 della Commissione europea stima che, perfino con misure aggiuntive, l’Italia resterebbe al di sotto del proprio obiettivo 2030 nei settori dei trasporti, degli edifici, dell’agricoltura e dei rifiuti, accumulando emissioni eccedenti nel periodo 2021-2030. Il divario documentato dalla Commissione mette in discussione l’adeguatezza delle misure italiane e offre elementi concreti per valutare se lo Stato stia adempiendo con la dovuta diligenza agli obblighi assunti attraverso l’Accordo di Parigi. La Cig ha pure sottolineato che non basta prevedere quadri giuridici a contrasto del cambiamento climatico, ma che tali quadri vanno anche attuati, per non violare l’obbligo internazionale. Adattare le case popolari significa, in questo senso, trasformare un obbligo di protezione dal cambiamento climatico in una misura concreta di tutela della salute, della vita e del diritto a un’abitazione dignitosa e di espressione di uno Stato sociale. In tal senso, le azioni giudiziarie con oggetto la lotta al cambiamento climatico si sono diffuse a livello globale, e il 21 ottobre 2026, pure la Corte d’Appello di Roma si è pronunciata sulla causa denominata Giudizio Universale, promossa da A Sud e da oltre duecento ricorrenti, i quali contestavano l’inazione dello Stato italiano nei confronti del cambiamento climatico, e il riconoscimento di un diritto umano a un clima stabile e sicuro. La fiducia deriva anche dall’esito positivo del caso KlimaSeniorinnen contro Svizzera, in cui la Corte europea dei Diritti umani ha riconosciuto il diritto a una protezione effettiva contro i gravi effetti del cambiamento climatico, e dal fatto che negli ultimi anni diverse cause a livello nazionale hanno avuto esito positivo per i ricorrenti che lamentavano insufficienti politiche di contrasto climatico in capo ai rispettivi Stati.  Nelle case popolari l’autorità pubblica, lo Stato, è insieme proprietaria dell’immobile e responsabile dell’adattamento dell’Erp al cambiamento climatico. La sua responsabilità è diretta. IL POPULISMO NON ABBASSA LA TEMPERATURA Mentre una parte del discorso politico presenta gli obblighi climatici come imposizioni buoniste o costi ambientalisti contrapposti alle esigenze dello sviluppo e del consumo, le temperature estreme ci stanno rendendo visibile una realtà molto più concreta: la crisi climatica distribuisce i propri effetti lungo diseguaglianze economiche e sociali già esistenti. La capacità di proteggersi dipende dal reddito, dalla qualità dell’abitazione in cui si vive e dalle risorse disponibili per affrontare temperature sempre più elevate. Affidare l’adattamento alla capacità economica individuale finisce così per amplificare queste differenze, trasformando la diseguaglianza sociale in una diseguale esposizione al rischio climatico. Una politica realmente rivolta ai ceti popolari dovrebbe fare l’opposto. Dovrebbe finanziare tecniche di adattamento quali isolamenti, alberature e spazi pubblici climatizzati, impedendo che la riqualificazione aumenti i canoni o espella gli abitanti. Dovrebbe far pagare la transizione a chi ha tratto maggiori profitti dall’economia fossile, non a chi ha contribuito meno alla crisi. Sia chiaro, l’adattamento non può e non deve sostituire la riduzione delle emissioni: senza mitigazione, ogni opera sarà prima o poi superata da temperature più alte. Ciononostante, senza adattarsi, anche una transizione ambiziosa continuerà ad abbandonare chi subisce gli impatti già inevitabili. In questo senso, gli obblighi internazionali, climatici e di tutela dei diritti umani possono svolgere un ruolo importante nell’imporre allo Stato di agire e adattarsi al cambiamento climatico. Lo Stato non può più restare inerte dinnanzi alla violenza di questa trasformazione climatica. Non possiamo continuare a parlare né di semplice disagio estivo né di emergenza climatica. Il cambiamento è già in atto e i suoi effetti sono gravissimi. Dobbiamo adattarci e lottare per contrastarlo. Chico Mendes, simbolo internazionale dell’ambientalismo, diceva che l’ecologismo, senza lotta di classe, non è altro che giardinaggio. Se ciò vale per la tutela dell’ambiente, negli ultimi anni stiamo riscontrando che è ancor più vero per il cambiamento climatico e per ciò che ne consegue. *Valerio Sinaj è dottorando di Diritto Internazionale, Diritti Umani e Cambiamento Climatico presso IUSS Pavia e l’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza, nel quadro del programma nazionale PhD SDC. La sua ricerca si occupa dell’identificazione delle vittime di cambiamento climatico. Ha svolto periodi di ricerca presso le Università Panthéon Sorbonne e Panthéon-Assas di Parigi, l’Università di Utrecht e l’Università di Cambridge. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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October 28, 2026
Jacobin Italia
La vittoria di Lula in Brasile. Una rimonta in quattro movimenti
(disegno di luis c. marighella) Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita  e legami con la criminalità organizzata, ha attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli Stati Uniti. Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di aventi diritto al voto. Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale. IL PRIMO MOVIMENTO Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre (il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali, diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi, ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega giovani, donne e un po’ tutti. IL SECONDO MOVIMENTO La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici. In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue “direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo” Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di metterlo offline. IL TERZO MOVIMENTO La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure: aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso ai servizi, ecc. IL QUARTO MOVIMENTO Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%), mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile. L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”. La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure, stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)
October 28, 2026
Napoli MONiTOR
Autistici/Inventati all'Esquilino di Roma
Tra tecnofascismo e sudditanza tecnologica Dibattito con: Teresa Numerico, Uniroma3 Chiara Bannella, Banca Etica Andrea Capocci, il manifesto Emanuela Del Frate, Domani A seguire piccolo aperitivo a sostegno delle spese legali.
October 28, 2026
Radio Ondarossa
“IL POTERE DELLE IDEE – GRAMSCI TRA PASSATO E PRESENTE”. DAL 2 NOVEMBRE, OGNI LUNEDÌ, SU RADIO ONDA D’URTO
Dal 2 novembre 2026, ogni lunedì alle 12 su Radio Onda d’Urto andrà in onda Il potere delle idee – Gramsci tra passato e presente, un podcast di 8 puntate curato da Elia Zaru, redattore di Radio Onda d’urto e ricercatore in Storia del pensiero politico all’Università di Milano. La trasmissione prende forma a partire dall’omonimo ciclo di lezioni che si è svolto alla Nuova Libreria Rinascita di Brescia. Antonio Gramsci, è il caso di dirlo, non ha bisogno di presentazioni. Tra gli autori italiani più studiati e tradotti nel mondo, il pensatore sardo è stato un uomo politico capace di attraversare momenti fondamentali della storia italiana e del movimento operaio e comunista internazionale, e un teorico in grado di innovare i campi del sapere a cui ha dedicato le sue riflessioni, dalla filosofia alla politologia, passando per la letteratura, la filologia, la pedagogia e la storia. Le riflessioni raccolte nei celebri Quaderni del carcere, scritti durante la prigionia fascista, continuano a offrire strumenti per interrogare il presente e pensare le possibilità della trasformazione radicale dell’esistente. Quello di Gramsci è un pensiero complesso e, per questo, ricco. A cento anni dal suo arresto da parte del regime fascista, avvenuto la sera dell’8 novembre 1926 in violazione dell’immunità parlamentare, Radio Onda d’Urto dedica a Gramsci una serie podcast. Attraverso otto puntate, questa trasmissione naviga dentro la complessità del suo pensiero per rispondere a tre domande: chi era Antonio Gramsci, che cosa ha detto e quanto sono attuali le sue riflessioni? Al centro di ogni puntata ci saranno alcuni dei suoi concetti fondamentali, osservati nel laboratorio in cui sono stati forgiati: i Quaderni del carcere. Per presentare Il potere delle idee – Gramsci tra passato e presente, su Radio Onda d’Urto è intervenuto Elia Zaru, curatore della trasmissione, redattore dell’emittente e ricercatore in Storia del pensiero politico all’Università di Milano. Ascolta o scarica. In questa pagina, qui di seguito, pubblicheremo in podcast le 8 puntate del ciclo dopo che saranno andate in onda. 
October 28, 2026
Radio Onda d`Urto
Musick To Play In The Dark – 27 Ottobre 2026
Musick To Play In The Dark è la trasmissione condotta da Maurizio a.k.a. Gerstein, Noisebrigade, Dr. Cancer, etc. che va in onda su Radio Blackout 105.250 il martedì dalle 23 fino a mezzanotte. Per un’ora verrete condotti attraverso un percorso trasversale fatto da sonorità che non si fermano ad un genere: si può passare dall’industrial alla wave, facendo una fermata nel punk, nel death metal, nell’electro oppure anche nel math rock. Seguiremo le storie di chi ha fatto dei suoni non convenzionali l’espressione della propria persona con ascolti ed alle volte con interviste. Ci sarà uno spazio per le novità e per improvvisazioni varie. Spegnete la luce, la musica inizia… PLAYLIST 01 Psico Galera “Morte Apparente” da “Le Stanze Della Mente” 02 Claudio Fusai “Futuro Remoto” da “Futuro” 03 Front Line “Beach Impediment” da “Basic Training Ep” 04 Impalers “Return To Eden” da “Demo” 05 Vaaska “Donde Esta Tu Dios” da “Vaaska – Impalers – Split Ep” 06 Mercy Killings “Snuffed Out” da “Snuffed Out Ep” 07 Vaaska “Eskizofrenia” da “Todos Contra Todos” 08 Vaaska “Histeria” da “Futuro Primitivo Ep” 09 Vaaska “No A La Guerra” da “Inocentes Condenados Ep” 10 Condor “Condor” da “Singles 2017-2018” 11 Laffing Gas “On Your Own” da “It’s A Beautiful Day In The Gulch” 12 Graven Image “Uncomfortable Environment” da “Studio Sessions- 82-83” 13 Vidro “Allt Brinner” da “Upp Till Dans” 14 Invertebrates “Sterilized Decay” da “Sick To Survive” 15 Disarm “Evil” da “Existence Demo 1985” 16 Red Cross “Robot Girls” da “1981-1982 No Message” 17 Peace Decay “Hammer Strike” da “Peace Decay” 18 Peace Decay “Snake” da “Death Is Only…” 19 Public Acid “Psychedelic Depression” da “Deadly Struggle” 20 Public Acid “Electric Plague” da “Condemnation Ep” 21 Game “Medusa” da “No One Wins” 22 Strutter “Will To Learn” da “Strutter” 23 Impalers “Wrecking Ball” da “Impalers” 24 Monotonik “She Is Dead” da “Monotonik 1982-1985” 25 Sickness (Nick Carter) “Keep Your Eyes On The Fool” da “Hiccius Doccius”
October 28, 2026
Radio Blackout
Da Gaza all’Italia, tra studio e resistenza. Parla Luisa Morgantini
di Lorenzo Pedretti,  Patria Indipendente, 27 ottobre 2026.   I corridoi universitari hanno permesso a 229 giovani di lasciare la Striscia, di raggiungere il nostro paese e, grazie a borse di studio del MUR, proseguire il percorso accademico in ventuno atenei. La fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo, racconta l’accoglienza loro riservata, l’esperienza vissuta insieme in Ciociaria e altre storie d’impegno dell’associazione al fianco di una popolazione che continua a rivendicare libertà e autodeterminazione, A tre anni dal 7 ottobre 2023, il bilancio della devastazione inflitta alla Striscia di Gaza è agghiacciante. L’offensiva israeliana ha causato la morte di oltre 77mila persone, di cui 21mila minori, e il ferimento di altre 175mila. Un computo che peraltro non include chi è rimasto sepolto sotto le macerie. Soltanto negli ultimi mesi, dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, è stato ucciso un bambino al giorno secondo l’Unicef. Inoltre, fame e malattie hanno provocato una gravissima crisi umanitaria, le cui vittime sono più difficili da stimare ma sono molto probabilmente nell’ordine delle decine di migliaia. Atti compiuti deliberatamente al fine di assassinare quante più persone possibile e causare gravi danni fisici e psicologici ai superstiti, prendendo di mira anche i più vulnerabili. Atti volti a rendere impossibile la vita dell’intera popolazione palestinese di Gaza. Atti che rientrano pienamente nella definizione giuridica di genocidio, come concluso, tra gli altri, da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e da esperti come Omer Bartov, Raz Segal, Amos Goldberg e Daniel Blatman. La giornalista Anna Maria Selini Già due anni fa la giornalista Anna Maria Selini scriveva che la catastrofe è tale da richiedere termini nuovi per descriverla. Domicidio, la distruzione massiva degli edifici residenziali e commerciali. Ecocidio, cioè danni gravissimi alla biodiversità e agli ecosistemi. E scolasticidio, perché scuole e università sono state rase al suolo, e oltre 20mila studenti e mille tra docenti e impiegati amministrativi sono stati uccisi. Intere generazioni hanno visto violato il diritto allo studio, e compromessa la possibilità di sperare in un futuro migliore attraverso la formazione. Luisa Morgantini (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso) Tante sono le iniziative di solidarietà internazionale sorte in reazione a questi efferati crimini. Tra di esse c’è l’attivazione di corridoi universitari per ospitare all’estero almeno alcuni dei tanti giovani palestinesi intenzionati a proseguire gli studi nonostante le circostanze. In Italia, questi canali hanno consentito di evacuare 229 studenti gazawi tra settembre 2025 e maggio 2026. Arrivati nel nostro Paese dopo aver attraversato Israele e Giordania, sono stati accolti in ventuno università italiane e stanno proseguendo il loro percorso accademico grazie alle borse di studio del Ministero dell’università e della ricerca, che coprono anche vitto e alloggio. Ne abbiamo parlato con Luisa Morgantini, fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo. Luisa, come valuti questa esperienza finora? (dal sito di Assopace Palestina) Non ho seguito nel dettaglio le procedure che hanno assicurato il loro arrivo in Italia. Sul piano didattico so che la loro preparazione era del tutto adeguata agli standard delle università italiane. Tra loro ci sono ingegneri, medici, avvocati. Essendo stati abituati, loro malgrado, a studiare in una situazione di totale distruzione umana e materiale, possiedono una creatività e una tenacia incredibili, nonostante gli infiniti traumi subiti. Allo stesso tempo, i servizi di accoglienza previsti del governo italiano sono stati molto limitati. Spesso non sono stati offerti loro corsi di italiano. Sul piano legale rimangono delle incertezze: potranno fare la domanda di asilo, diventando rifugiati se verrà accolta, o dovranno limitarsi a spostare la residenza qui, in quanto studenti? E potranno chiedere il ricongiungimento con i loro tanti familiari rimasti a Gaza, che rischiano ancora di morire? Senza le associazioni che li seguono, rischierebbero di finire per strada. A chi è arrivato tramite corridoi umanitari per ricevere cure negli ospedali italiani è andata anche peggio. In che modo Assopace Palestina ha sostenuto questi studenti? Ho incontrato alcuni di loro in un evento sulla Palestina organizzato all’Università di Parma dai fisici statistici. Così ho scoperto che vengono da tante città diverse della Striscia – Jabalya, Nuseirat, Rafah, Khan Yunis, Gaza City – e che non si erano mai visti prima di arrivare in Italia, pur essendo rimasti in contatto durante tutto l’iter che ha consentito loro di venire qui. Ho quindi pensato che come associazione avremmo potuto offrire loro uno spazio per conoscersi, e li abbiamo invitati a Supino, in Ciociaria, dove AssoPace Palestina ha organizzato il Centro Bab el Shams, “la porta del Sole” in arabo. Oltre ad essere la sede fisica dell’associazione, è un importante luogo di aggregazione e di scambi interculturali, organizzato in diverse case. Prende il nome dal titolo del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury, ma è anche il nome di un villaggio palestinese dove in una sola notte i comitati popolari hanno eletto un sindaco e impiantato tende, una moschea, una chiesa. L’esercito israeliano lo ha distrutto nel 2013, cacciando gli abitanti. Fa parte del piano governativo di unificare le colonie costruite nella zona E1 della Cisgiordania, tra Jericho e Gerusalemme. Anagni (Frosinone), uno dei paesi visitati dagli studenti palestinesi in Italia Com’è andata questa esperienza presso il vostro Centro? Straordinaria. Abbiamo ospitato cinquanta degli studenti gazawi per una settimana, dal 16 al 23 agosto scorso. Ci sono state discussioni, ma anche momenti conviviali. Hanno deciso di fare una cena di cibo palestinese in piazza: la cucina ha grande importanza nella loro cultura come nella nostra. E poi abbiamo fatto una visita a Roma con le Guide Turistiche per Gaza, un trekking sui Monti Lepini e una giornata al mare a Sabaudia, ospiti di un’amica. È stato stupendo vedere il loro coinvolgimento e la loro gioia per essere insieme. Anche l’ospitalità e la solidarietà della gente di qui è stata fantastica. Persone da tutta la Ciociaria hanno portato cibo e lenzuola, pulito le case, partecipato a una raccolta fondi. In più gli studenti hanno incontrato i sindaci di Supino, Ceccano e Anagni, che si sono detti interessati a costruire un gemellaggio con una città della Cisgiordania. Cercheremo di organizzare altre esperienze del genere, in modo da preservare questa rete tra studenti gazawi, aiutarli nel loro percorso e con le loro rivendicazioni. Vogliamo anche farli conoscere a studenti italiani, e far incontrare bambini palestinesi e italiani, come già fatto in passato. Cosa fa Assopace Palestina in Italia? Organizziamo incontri con rappresentanti dei Comitati popolari di resistenza nonviolenta e di altri gruppi e organizzazioni sia palestinesi, come Al-Haq e Youth of Sumud, sia israeliani che fanno co-resistenza con loro, come Refusnik e Combatants for Peace. Collaboriamo alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), organizziamo manifestazioni e facciamo pressione sulle istituzioni, ad ogni livello, perché cessi la complicità con l’occupazione militare israeliana e si sostenga il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Infine organizziamo viaggi di conoscenza e solidarietà dall’Italia che consentono di vedere Palestina e Israele di persona. Il filo conduttore è sempre quello di mostrare la cultura palestinese nella sua bellezza e creatività per rompere lo stereotipo, costruito ad arte, per cui quel popolo è composto solo da eterne vittime o da estremisti, e in ogni caso dev’essere sempre controllato da qualcun altro senza poter decidere per sé. E in Palestina come operate? Masafer Yatta Appoggiamo le iniziative di resistenza nonviolenta espresse dalla società palestinese, per aiutare a garantire i diritti di questo popolo nonostante l’occupazione. Ad esempio, abbiamo un progetto per sostenere il diritto allo studio dei giovani di Masafer Yatta. Inoltre partecipiamo a una campagna chiamata Faz3a. Volontari internazionali vanno a sostenere contadini e pastori nelle aree dove Israele pratica la pulizia etnica, i cui abitanti sono attaccati ormai ogni giorno da soldati, poliziotti e coloni. A questo sforzo partecipano anche numerosi gruppi di cittadini israeliani: fanno anche loro interposizione e vengono attaccati con maggiore violenza rispetto agli altri attivisti, perché considerati dei traditori. Anche i volontari internazionali corrono dei rischi: non sono più protetti dai passaporti, la loro presenza non è più un deterrente. Una volta l’esercito di Israele, pur restando un occupante, non attaccava indiscriminatamente: dal 7 ottobre invece sì. Quest’anno sono partiti cento volontari, è difficile ma fondamentale assicurare la loro partenza, gli attacchi contro le città e i villaggi della Cisgiordania sono continui. Grazie alla vostra attività avete un punto d’osservazione privilegiato sulla questione palestinese. Cosa si prova? 1982. Massacro di Sabra e Chatila Io seguo la Palestina dal 1982, dal massacro di Sabra e Shatila. Ho visto intere generazioni, conosciuto intere famiglie, sviluppato amicizie, partecipato a matrimoni e funerali, ospitato delegazioni palestinesi in Italia e fatto interposizione tra i soldati israeliani. Purtroppo, non sempre trovo un autentico interesse verso la vita vissuta dai palestinesi. Urlare nelle piazze è indispensabile, certo, ma conoscere direttamente le loro esperienze e coglierne gli aspetti più veri e umani è tutta un’altra cosa. Addirittura c’è qualcuno che vive comodamente in Italia e li rimprovera perché non partecipano tutti alla lotta armata. Quando vivi sotto occupazione, resistenza può essere qualunque cosa. Anche solo continuare a respirare, a vivere nel posto in cui si abita, a mandare i figli a scuola malgrado l’occupazione militare. La differenza fondamentale tra palestinesi e israeliani, infatti, è che i primi amano profondamente la loro terra, la proteggono e difendono, mentre i secondi vogliono solo possederla. Poi non sopporto di sentir dire che non c’è il Gandhi, non c’è il Mandela palestinese. Ci sono eccome, penso ai prigionieri politici picchiati, abusati e stuprati in carcere, che chiediamo vengano liberati. Come Marwan Barghouti: nonostante sia in carcere da più di 24 anni è un leader per l’unità dei palestinesi amato e riconosciuto, non solo dai giovani, e sostenuto da tutte le forze politiche. E cosa avete imparato dai palestinesi? Marwan Barghouti Soprattutto la capacità di trattenere la commozione e la rabbia. Queste persone non dormono a causa degli attacchi dei coloni, ad ogni spostamento vengono umiliate ai checkpoint, hanno amici e familiari imprigionati per anni anche senza accuse e che a volte muoiono in carcere. Eppure riescono a controllare le emozioni, non riuscirebbero a sopravvivere altrimenti, anzi: verrebbero subito ammazzate. Capisco un volontario internazionale che si mette a piangere davanti a un palestinese. Però ci vuole sangue freddo, non possono essere loro a consolarci. Dobbiamo essere uno strumento di solidarietà concreta. Andare là, poi tornare qui e agire, in particolare facendo pressione sui governi perché impongano sanzioni contro Israele. Agire per la libertà dei palestinesi ma anche per la nostra, cittadini come siamo di Paesi che si sono riscoperti colonialisti e suprematisti, con governi alleati di uno Stato genocidario. Per citare una bellissima frase che ho letto sui cartelli nelle ultime manifestazioni, “volevo liberare i palestinesi ma sono loro che hanno liberato me”. > Da Gaza all’Italia, tra studio e resistenza. Parla Luisa Morgantini
October 28, 2026
Assopace Palestina