Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

Nel Sud globale cresce “la febbre da Brics”. Vertice a Nuova Delhi
A Nuova Delhi è in corso il vertice dei leader dei paesi Brics. Tra questi figurano il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’Iran è ormai membro dei Brics allargati, ma la diversità della collocazione internazionale dei vari paesi rende difficile per un organismo economico come quello […] L'articolo Nel Sud globale cresce “la febbre da Brics”. Vertice a Nuova Delhi su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Google Maps peggiora il traffico?
Più siamo obbedienti, più il traffico si concentra su poche strade: non è un effetto collaterale, ma una caratteristica strutturale dei navigatori satellitari. Succede ogni volta che milioni di automobilisti interrogano nello stesso momento Google Maps o TomTom e ricevono in risposta le stesse indicazioni, quelle che l’algoritmo giudica migliori: […] L'articolo Google Maps peggiora il traffico? su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Santa Maria Capua Vetere, la tortura di Stato arriva al giudizio
Il processo di primo grado entra nelle battute finali. L’associazione Yairaiha ricostruisce la spedizione punitiva dell’aprile 2020: circa 300 agenti coinvolti, detenuti picchiati e umiliati, isolamento, minacce e tentativi di occultare quanto accaduto. In gioco non ci sono soltanto le responsabilità individuali, ma i limiti del potere dello Stato sulle […] L'articolo Santa Maria Capua Vetere, la tortura di Stato arriva al giudizio su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Divertirsi coi Naza
Dice il tecnico video che guardava Gaza dall’alto, teleguidando un drone: “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”. E tu cosa provavi a vedere […] L'articolo Divertirsi coi Naza su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Dopo lo scioglimento delle FDS: dove va la questione curda?
La scena del Palazzo del Popolo: la fine di un’esperienza e l’inizio di una domanda. Il 25 agosto 2026 Mazloum Abdi ha annunciato dal Palazzo del Popolo, a Damasco, la fine della missione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e il loro scioglimento come forza militare autonoma, insieme allo scioglimento dell’Amministrazione […] L'articolo Dopo lo scioglimento delle FDS: dove va la questione curda? su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari
Il movimento yemenita Ansarallah, più noto in occidente come “gli Houthi”, ha preso il controllo della strategica città di Mocha, a pochi chilometri dal Mar Rosso, dopo giorni di combattimenti contro le truppe mercenarie pagate dall’Arabia Saudita. In pochissimi giorni i prezzi del petrolio sono già tornati sopra i 100 […] L'articolo Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari su Contropiano.
September 13, 2026
Contropiano
Claudia Durastanti / “Il nero più nero non esiste”
In Falsi amici c’è un prologo che sembra una fiaba, con Cicogna, Beccaccia, Pavona, Gufi, e altri esseri a due zampe che ruzzolano, litigano, e si esercitano perché non è più tempo di distrarsi, e così fra distacco e coinvolgimento la Cicogna, senza più perdere tempo “si mise a scrivere i suoi saggi”. Fiaba non è, per dire, se mai un atto rituale che ha più basi reali di quanto si possa pensare. Cosa filtra attraverso il rosa cromatico – che spesso non è per niente gradevole – verso cui l’attenzione critica di Claudia Durastanti si rivolge? Si pensa al maiale, di questo animale “non si butta via niente”, ma la scrittrice da dove inizia? Dall’infanzia e i suoi turbamenti, da pareti rosa e azzurre, e allora la sostanza del mondo dilaga con famiglie intente al “rito” annuale dell’ammazzare il maiale, con le cose più personali che ci siano per una ragazza di seconda liceo. Compreso l’allontanamento da quella realtà. Durastanti racconta e reagisce a ciò che le appare vecchio perché il suo essere stata una transfuga non ha più corrispondenze oggi. Nel tempo “feroce e vile”, archiviare la propria esperienza nell’autobiografia ha ben poco di sociale. Che valore ha l’autofiction? Se si tratta di tradurre The Great Gatsby, intervengono passeggiate notturne con certi conoscenti di simile mestiere, prelevando accorgimenti critici là dove stanno – per esempio cosa pensava Don Delillo su denaro lavoro e pubblicità. Argomenti non da poco, se riguardano scrittura e buona letteratura. Se si tratta di vendere la propria storia familiare in cambio di un bagno rosa e un mutuo sulla casa, cosa cambia? Ecco che arriva, lucido e spietato, il diktat critico della scrittrice diventata madre: il maiale è stato consumato, e il nero che giunge può essere visto come il congegno che permette di visualizzare gli archivi della memoria. L’opera di traduttrice dall’inglese non può non entrare nelle pagine di un libro che si forma immediatamente come spaccato di letteratura alternativa. L’America, o meglio, gli Stati Uniti si squadernano attraverso la ventina di traduzioni del Grande Gatsby in italiano, con le diverse modalità dei tempi verbali e la separazione delle storie personali – a partire da quella, fondamentale, di Fernanda Pivano. America allucinazione, Pavese d’amore (per Constance Dowling) e sesso, Pavese e America: la “luce verde” che Durastanti condivideva – prima di Tramp – con noi. Il capitolo “Rosa d’America” è centrale perché si possa capire cosa ha ucciso Gatsby e cosa ci uccide tutti i giorni avvolti dall’aria tossica. Ma il romando no, il romanzo è salvo. Così come Pavese – poeta al lavoro – continua a salvare il romanzo novecentesco della poesia. Una dignità razionale quella che a Durastanti fa pensare al Pavese alieno che scrive metà in inglese e in italiano, così come Battiato fa in certe canzoni – sono passaggi segreti “in cui correre a nascondersi”. Pagina dopo pagina la scrittrice fa gesti prensili, si accomoda nelle nostre stanze, da Heat di Michael Mann alla parola “potere” del tutto buia, ha chiara l’idea di come il rosa si faccia nero attraverso la violenza sessuale e perché certi interventi delle forze dell’ordine (leggi polizia) non salvino la vita. «Mi spaventa la lingua che si fa meno precisa e trasforma un atto di violenza in una banalità, un femminicidio in un sentito dire». Pagina dopo pagina si arriva a un secondo capitolo cruciale, quello sul “Fascio-romance”. C’è una fatica che percorre le strade da Mussolini al governo di Meloni, e si ha dunque bisogno di forti interessi, non solo corollari quelli esemplificati da Durastanti: da Ur-fascism di Umberto Eco a Carla Lonzi e Walter Siti, per dare un nome preciso e descrizioni molto serie. Difficile paragonare i libri pubblicati negli ultimi anni, con le loro nuove e polverose maschere di “teatro all’italiana” (copyright Melania Mazzucco), ai romanzi di Alba De Cespedes dove agiscono donne “in condizioni di marginalità e clandestinità irriproducibili”: lì Durastanti vede una crescita politica e sentimentale davvero libera. Oggi, da una certa parte il nero del forno è protagonista del suicidio di Sylvia Plath, mentre la persona che si è formata nell’estrema destra lo indicherebbe soltanto come posto in cui stare in quanto donna. “Mosaico di tasselli da mondi disparati”, suggerisce Durastanti riguardo al suo libro, ma si può altresì aggiungere d’avere la fortuna di leggere un continuo sentimento dominante, rivelatore di una scrittura che dovrebbe attestarsi in librerie pulite, pop e popolari come direbbe Tommaso Labranca, sperando che le diverse gradazioni di rosa (dal metafisico all’elettrico) tenute insieme in questa raccolta di saggi diano spazio a una miniera di pensieri fermentativi e che i solenni dissipatori se ne vadano da quello spazio ancora da costruire. La dedica, infine, è per quelle ragazze che hanno imparato a leggere Daddy di Sylvia Plath. Era il 1965. E oggi?   L'articolo Claudia Durastanti / “Il nero più nero non esiste” proviene da Pulp Magazine.
September 13, 2026
Pulp Magazine
Cile: Víctor Jara continua a cantare
Lo scorso 27 luglio è stato arrestato l’ultimo dei criminali che aveva torturato e ucciso il cantautore cileno, crivellato da ben 44 colpi di pistola il 16 settembre 1973 all’interno dello stadio di Santiago. Nelson Haase Mazzei, ex colonnello dell’esercito condannato a 25 anni di carcere, finora era riuscito a vivere in latitanza di David Lifodi Foto: https://www.nodal.am/ L’11 settembre
September 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Venezia 83/3. La rivincita del fuoricampo
Venezia 83/3. La rivincita del fuoricampo Daniela Brogi, Gabriele Gimmelli Anita Romanello Dom, 13/09/2026 - 03:10 Ci aspettavamo che vincesse Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor (che fanno parte del collettivo israelo-palestinese che ha realizzato No Other Land, il film documentario premiato agli Oscar 2025). Ma ci aspettavamo anche che potesse accadere che, con un paesaggio così impossibile e distopico, formato solo da opere d’autore e con una sola opera d’autrice, l’unica mossa che la Giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal, avrebbe giudicata sensata sarebbe stata assegnare il Leone d’Oro proprio alla regista danese May el-Toukhy. E così è andata, in una sorta di rivincita del fuoricampo che, se da un lato permette ad Alberto Barbera di cadere in piedi dopo le polemiche delle scorse settimane, ha in ogni caso premiato uno dei film migliori – con buona pace di chi in queste ore ha parlato di verdetto “sbagliato”. Woman Unknown. Di Woman Unknown non possiamo che ripetere quello che abbiamo già detto: dove non è la storia in sé, è lo sguardo con cui la reinventa la macchina da presa, sono la recitazione (fatta di silenzi, mani che toccano e controllano, corpi attoriali annichiliti), la fotografia, e il montaggio a fare di Woman Unknown uno dei lavori più originali del concorso. Buona parte del film si svolge facendo depositare la storia sul corpo di Marie (Mathilde Arcel, premiata con la Coppa Volpi per la migliore interprete femminile), sofferente per le cicatrici di un antico parto da tenere segreto; corpo di una serva, di nome e di fatto: da visitare, da possedere, da picchiare, atterrare, in sintesi da controllare. Perché Woman Unknown è un film pieno di corpi di donne maneggiati da uomini che le disprezzano – ma senza nessun pathos. Accanto a quello della protagonista, vediamo via via anche il corpo delle donne accusate di aver collaborato con i nazisti o di essersi prostituite, adesso trascinate in strada, rapate, denudate, umiliate, in inquadrature che ci interpellano come immagini disturbanti, con un rigore nella messa in quadro che può addirittura ricordare Dreyer. Ed è proprio lo sguardo attento a fare la differenza, a costruire un ritratto femminile tanto più bello quanto più è raccontato come impuro, cioè fatto di ambiguità, di tagli, di scelte sbagliate. Peli pubici, saliva, sangue mestruale, pelle d’oca, palpebre gonfie, piene di lividi non sono elementi esornativi, voyeuristici di un desiderio altrui ma segni di un soggetto a cui si restituisce spazio simbolico. In Woman Unknown vediamo un corpo di donna che raramente il cinema maschile ha saputo vedere – e men che mai mostrare.  Quasi dovuto, in un certo senso, il Leone d’Argento per la miglior regia a DAU di Ilya Khrzhanovsky. È un riconoscimento simbolico per una vera e propria opera-mondo, di cui questo film, in cui tutto è esageratamente carico e fuori formato, inclusi i costumi, le scenografie e la durata (tre ore e un quarto), non è altro che l’atto conclusivo e al tempo stesso il punto di partenza, dopo tredici film e svariate installazioni museali, realizzati nell’arco di vent’anni. Epopea storica lunga quattro decenni, incentrata sulle vicende di un brillante fisico di origine greca e ispirata alla vicenda (reale) dei fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica, DAU è indubbiamente portentoso, forse più di grande impatto che realmente originale (la sua minuziosa, maniacale ricostruzione della vita ai tempi dell’URSS non può prescindere dai grandi affreschi novecenteschi sul tema, Grossman in testa), ma che non poteva – e non può – essere ignorata, nel bene e nel male. E la giuria del concorso ne ha tenuto giustamente conto. DAU. Giuria che ha voluto attribuire il Premio Speciale a Naza Abraham e Szor, giunto buon ultimo in concorso per ragioni di sicurezza diplomatica. Per quanto sia complicato definire "bella" un’opera simile, Naza è un film documentario di grande qualità formale, oltre che importante in senso culturale e politico. Assurdamente, è un film bello da guardare, con tutte le implicazioni paradossali, in senso tanto cinematografico quanto etico-politico. Racconta il genocidio in corso del popolo palestinese mettendo in scena, a tutti i livelli, la banalità del male inteso e fatto agire come impersonalità dell’orrore. I “Naza” sono, nel gergo dell’intelligence e delle milizie israeliane, l’acronimo con cui riferirsi ai “danni collaterali” delle azioni di aggressione, vale a dire i civili che rimangono uccisi nelle azioni di bombardamento dei palazzi di Gaza: due, tre, anche cinquecento persone alla volta. Per raccontare questo orrore, i registi hanno intervistato, di notte, sui tetti di Tel Aviv, per tre anni, ventiquattro agenti che hanno partecipato alle azioni.  Guardando il film, ascoltiamo i loro racconti, mentre la macchina da presa ci fa vedere e in un certo senso anche spiare gli interni domestici dei palazzi circostanti della capitale israeliana. Sono case dentro le quali si consumano i riti della vita normale: c’è chi rientra, chi prepara la cena, chi si prepara per dormire. Naza, cinematograficamente, è un esperimento della banalità dell’orrore ai tempi della sua riproducibilità grazie all’intelligenza artificiale: proprio qui sta il suo merito originale e la sua grandezza. Il film infatti compone un sistema agghiacciante di sdoppiamenti paradossali, nel senso che per consentire alle persone intervistate di parlare senza rischi, la regia ha alterato la loro voce e i loro volti servendosi dell’intelligenza artificiale, che però è anche la medesima risorsa grazie alla quale i sicari israeliani hanno potuto entrare dentro i telefoni degli obiettivi palestinesi. Esattamente come stiamo facendo durante la visione del film, gli agenti israeliani hanno così potuto spiare le vite degli abitanti di Gaza, e capire, per esempio, che se nelle intercettazioni arrivava una voce di bambino che chiedeva: «Quando arriva papà?», ecco, quello era il momento giusto per preparare i droni al lancio delle bombe. Migliaia di vite di civili sono state distrutte così: mentre cenavamo, giocavano, preparavano una festa, chiamavano un animale domestico. Questo terrorismo così disumano, sia perché consumato con indifferenza, sia perché realizzato con intelligenze esterne ai corpi, è tenuto in scena, per tutto il film, salvo nel momento finale, con uno stile impassibile che si serve del linguaggio documentario per trasformare l’impersonalità – di un genocidio – in tema di fondo.   Naza. Il Gran Premio è andato invece a Possible Love, di Lee Chang-dong. Ci era sembrato che Jeon Do-yeon meritasse la Coppa Volpi, perché è attraverso il suo personaggio, Mi-ok, operaia sposata con un uomo travolto dal licenziamento e silenziato dalla repressione poliziesca degli scioperi, vivono tutti i temi più cari al regista, rielaborati però in maniera non didascalica (malgrado, forse, una lunghezza eccessiva della prima parte del film); ma facendo esistere le contraddizioni e i conflitti di classe attraverso la vicenda dell’incontro tra Mi-ok e la moglie di un ricco imprenditore che, con slancio velleitario, ma al tempo stesso sincero (qui sta la ricchezza di sfumature del film), intende realizzare un documentario proprio sulla vita di Mi-ok e suo marito (interpretato dal bravissimo Ho-seok, con una recitazione fatta tutta in levare e piena di silenzi eloquenti). È come se la macchina da presa fosse rovesciata contro sé stessa, interrogandosi – ma senza darlo a vedere – sui meccanismi anche illusorî di identificazione e disidentificazione costruiti dalle immagini, perché Possible Love racconta la cecità con cui la ricca Ye-ji insegue il suo progetto artistico fino al paradosso di invitare la famiglia povera nella ricca casa al mare, dove il conflitto esploderà.  Data per scontata la Coppa Volpi al migliore interprete maschile, assegnata a John Malkovich per Wilde Horse Nine (ed è già la seconda volta che un interprete di McDonagh vince il premio, dopo Colin Farrell nel 2022, per Gli spiriti dell’isola), rimangono a bocca asciutta gli italiani, malgrado i rumors insistenti della vigilia, che volevano almeno Succederà questa notte di Nanni Moretti in lizza per uno dei premi maggiori, quasi a compenso della lunga assenza dal Lido. Così non è andata, e d’altra parte sembrava difficile – ma lo dicevamo anche lo scorso anno – che un cinema come il nostro, ostinatamente chiuso su se stesso, potesse riuscire realmente a parlare a una giuria internazionale. Un cinema che è apparso di volta in volta troppo cinéphile (il pur notevole L’estranea di Strippoli, che rimane comunque uno dei nostri migliori cineasti under 40), troppo impegnato nel chiudere i conti con le proprie irrisolte questioni famigliari (Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis), e troppo ripiegato sul passato (Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, che si è comunque accontentato del Premio Pasinetti). In questo senso, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro ci sembra, fin dal titolo, una metafora perfetta: un regista arthouse – che da anni qualcuno cerca disperatamente di trasformare in un auteur di primo piano – impegnato nella rivitalizzazione frankensteiniana di un progetto pre-postumo di Bernardo Bertolucci. Ma tutto il cinema italiano suona come una vasta camera dell’eco, che seguita ad alimentarsi dei fantasmi di un passato mitico e mitizzato, in una sorta di continua crescita bloccata, incurante del mondo di fuori. Un mondo in fiamme, forse; ma proprio per questo ancora pieno di immagini che attendono solo qualcuno in grado di scovarle. In copertina: May el-Toukhy con il Leone d'Oro. Leggi anche: Gabriele Gimmelli | Venezia 83/1. Il grande balzo all’indietro Daniela Brogi | Venezia 83/2. La società delle estranee  Cinema TAGGED: Festival del Cinema di Venezia
September 13, 2026
Doppiozero
Tutto sul polpo
Tutto sul polpo Andrea Giardina Anita Romanello Dom, 13/09/2026 - 03:05 Otto braccia che pensano e assaggiano servendosi di ventose, bocca sotto le ascelle o meglio in mezzo alle gambe, becco tagliente, lingua cosparsa di dentini affilatissimi, veleno paralizzante e in grado di dissolvere la carne, inchiostro dotato di melanina e di dopamina, tre cuori, cervello espanso su più parti del corpo con tre quinti dei neuroni posti nelle braccia, sangue verdeazzurro, assenza di ossa, fulminei mutamenti di forma e colore. Tutte caratteristiche del polpo, tra le forme viventi quella così distante dalla nostra – batte pure gli insetti - da rappresentare “il grande mistero dell’Altro”. Nulla sembra avvicinarci. Sulla linea evolutiva ci siamo separati circa mezzo miliardo di anni fa, il comune antenato era un verme piatto. Lo classifichiamo tra gli invertebrati, è un mollusco cefalopode strettamente imparentato con seppie e calamari, ma anche con lumache e vongole. Un predatore, con una vita brevissima, non più di due anni. Per noi esseri umani, un vero e proprio alieno. Il suo aspetto suscita interrogativi e incertezze, perfino ripugnanza. Diffidiamo dei suoi movimenti, che abbinano nuoto a propulsione a camminate sui fondali. Anche i suoi occhi ci inquietano, forse perché sono l’unico elemento che abbiamo in comune, e proprio per questo danno l’impressione di appartenere a una creatura prigioniera di una forma incoerente. E poi il polpo vive nel mare, dalle zone costiere alle acque più profonde dell’oceano, dove si trovano specie il cui corpo può raggiungere il peso di un uomo. E siccome il mare rimane per noi un territorio ostile, ignoto e insidioso, è stato inevitabile che il terrore per il polpo – soprattutto se denominato piovra, il polpo gigante - avvicini le leggende islandesi del XIII secolo ai film americani del Novecento.  L’immagine che entra nella memoria collettiva, compendiando tutti i terrori ancestrali, è il disegno a penna e acquerello con cui, nel 1801, Pierre Denys de Montfort raffigura un polpo gigante che affiora dall’oceano e avvolge le braccia attorno ai tre alberi di una goletta: è l’emblema del polpo come il più tremendo pericolo degli abissi, idea riproposta anche da Jules Verne in “Ventimila leghe sotto i mari”. Con queste premesse, è inevitabile che quanto sta accadendo da qualche decennio risulti perlomeno spiazzante. Di che si tratta? Della scoperta che il polpo, l’alieno, è intelligente, dotato di coscienza, capace di provare sentimenti, emozioni e dolore. Un animale perfettamente in grado di riconoscere gli esseri umani, di interagire con loro, di provare simpatie e antipatie profonde, di giocare, di ingannare e di amare. Non è solo del polpo che lo si dice: capacità cognitive e reazioni emotive sono individuabili nei primati, nei cani, nei gatti, nei corvi. Il problema con i polpi è che il loro corpo pare suggerirci tutt’altro: nascosto tra le rocce dei fondali sembra un minerale, in movimento le parti che lo compongono appaiono incongrue, la vita acquatica lo separa dalla possibilità di comunicare. Eppure la scienza lo ha affermato ufficialmente, prima nella Dichiarazione di Cambridge (2012) e poi in quella di New York (2024): il polpo possiede i substrati neurologici necessari per generare la coscienza. Prendendo spunto da questa acquisizione, nel 2025, la scrittrice danese Ann Cathrine Bomann ha pubblicato un romanzo, “La stagione dell’acquario” (appena proposto da Iperborea nella traduzione di Eva Valvo), che ha messo a tema la relazione tra un essere umano, Vigga, e un polpo, Rosa.  La giovane Vigga è una ragazza complicata, solitaria, incapace di stabilire relazioni. Non ha un lavoro stabile, va dove la manda l’Ufficio di collocamento, così anche l’incarico presso l’Acquario di Copenhagen, in cui deve fare le pulizie e dare da mangiare ai pesci, le sembra inizialmente soltanto una delle tante fallimentari tappe di una vita senza direzione. L’unica sua consolazione è la profonda amicizia con Maiken, con cui ama trascorrere ogni momento libero dai tempi della scuola superiore. Solo con lei riesce a rilassarsi e a non fingere di essere quello che non è, mettendosi alle spalle la sua “penosa cerchia famigliare”. Le cose cambiano quando, parallelamente, Vigga conosce Rosa, la femmina di polpo che se ne sta nascosta in una delle vasche dell’acquario, e Maiken rimane incinta. Si viene a creare un doppio movimento: la scoperta della impensabile possibilità di allacciare una relazione con il polpo si affianca ai vuoti (i “buchi”) che produce la progressiva uscita di Maiken dalla vita della protagonista. Con Rosa, Vigga scopre di avere soprattutto un punto di contatto: sono entrambe asociali, difficili, introverse. Il loro incontro ha qualcosa di miracoloso. È stata Rosa ad avvicinarsi per prima, sfiorandole il dorso della mano con la punta del tentacolo. La ragazza è stata colpita dagli occhi del polpo, si è chiesta quali “paesaggi vastissimi” nascondesse. Da quel primo approccio, Rosa “smette di essere qualcosa di estraneo e perfino ripugnante” e ricorda a Vigga il suo cocker spaniel, Mina, costringendola a porsi domande su cosa possa provare quel misterioso animale, facendole immaginare come potesse essere la sua precedente vita nell’oceano. Ecco un altro elemento che le accomuna: Rosa e Vigga sono due prigioniere. Forse anche il polpo, nelle sue incessanti perlustrazioni delle pareti dell’acquario, vorrebbe scappare da tutto quanto lo circonda, ma probabilmente non può far altro che sognarlo. Il punto di svolta arriva con la deposizione delle uova: come è nella natura dei polpi, per riprodursi Rosa sacrifica la propria vita e smette di mangiare, consumandosi nell’inedia.  La nascita della discendenza – in questo caso impossibile, nessun maschio ha fecondato le uova – coincide con la lunga agonia e la fine di Rosa. Vigga non può far nulla per salvarla. Ma, nel piano narrativo strutturato da Bomann, la morte del polpo coincide con la nascita della figlia di Maiken e con la riconciliazione tra le due amiche. In qualche modo, Rosa ha cambiato Vigga. “La stagione dell’acquario” è un romanzo che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Il suo presupposto è che il polpo possieda un sé, abbia coscienza di quanto gli accade, un’attività di pensiero. Lo percorre una domanda: “Come facciamo a immaginarci l’eventuale coscienza di un essere con cui non abbiamo in comune né la struttura cerebrale né la forma fisica?”. Ovvero: è possibile intuire cosa si prova ad essere un polpo? Bomann sa che è difficile dare una risposta, ogni coscienza, come scrive Vigga rivolgendosi a Rosa, “è plasmata dal modo in cui il tuo corpo sta al mondo, esattamente come la mia. Dal modo in cui io piego le mani, o la lingua per pronunciare le parole. Dal fatto che tu capti segnali nell’acqua tramite la pelle e riesci a vedere nel buio pesto”. Tutto impossibile quindi? Non è detto. “In qualche modo tu sei più di un semplice corpo”, afferma Vigga. E anche se Rosa vive “al di fuori della normale distinzione tra anima e corpo” ed è “come un denso fluido intelligente”, la giovane protagonista ha la sensazione di percepire qualcosa di quanto passa nella testa dell’animale: “Eppure. Tu dietro quel vetro che è sempre stato il mio. Il tuo sguardo dentro il mio”.  Questa possibilità di entrare in relazione con una specie profondamente dissimile – un elogio all’empatia, qualità umana per eccellenza – sta al centro di un altro libro da poco pubblicato in italiano, “L’anima del polpo”, un saggio con marcato andamento narrativo scritto dalla naturalista americana Sy Montgomery (pubblicato ora da Aboca, nella traduzione di Teresa Albanese), che, quando è apparso, ha contribuito ad accendere l’attenzione sui polpi. Si tratta infatti di uno dei primi lavori di divulgazione sul tema, pubblicato negli Stati Uniti nel 2015, e seguito, l’anno successivo, da “Altre menti” (pubblicato in Italia da Adelphi), scritto dal filosofo australiano Peter Godfrey-Smith, uno tra i testi fondativi degli studi sulla coscienza animale, e, nel 2020, da “My Octopus Teacher”, il documentario di Craig Foster (il titolo italiano è “Il mio amico in fondo al mare”), vincitore dell’Oscar, in cui si descrive la struggente amicizia tra un uomo in crisi e una energica femmina di polpo. “L’anima del polpo” è ambientato nel New England Aquarium di Boston, dove l’autrice si reca per studiare i polpi, animata come Bomann, dal desiderio di “esplorare un tipo diverso di coscienza”. Athena, un polpo gigante del Pacifico, è il primo animale con cui Sy stabilisce un contatto. Ha due anni e mezzo e pesa diciotto chili. È un polpo “più volitivo della media: molto attivo e incline all’eccitazione”, come evidenzia facendo diventare la sua pelle rossa e bitorzoluta. Non c’è bisogno di lunghi preliminari, Sy e Athena si piacciono immediatamente. La donna le accarezza la testa trovandola “liscia come seta e più soffice della crema pasticcera” e il polpo, forse capendo di essere davanti a una donna, la tocca con le braccia, assaporando e riconoscendo quegli estrogeni che lei stessa possiede. Per Sy, Athena è “un portale” che la introduce a “un nuovo modo di pensare al pensiero” e la spinge - altro effetto da non sottovalutare – a guardare diversamente il nostro pianeta, “un mondo prevalentemente d’acqua”. Cosa scopre dalla lunga serie di incontri? La forza straordinaria di ognuna delle milleseicento ventose di Athena, la noia che l’assale se non ha niente da fare, l’istinto di fuga, il modo attraverso cui fa arrivare il cibo alla bocca, trasferendolo di ventosa in ventosa, il movimento degli occhi indagatori, dotati di palpebre. L’impressione, ammette Montgomery, è che Athena sia “più che umana, un essere che non ha bisogno di noi per essere completo”. Il “miracolo” è che il polpo abbia concesso ad un uomo di entrare a far parte del suo mondo. Sy avverte che, “accarezzandola nell’acqua”, ha superato una barriera: è entrata “nell’esperienza del tempo di Athena: liquida, scivolosa e antica, capace di fluire a un ritmo diverso da qualsiasi orologio”. Octavia, arrivata all’acquario dopo la morte di Athena, è molto diversa da chi l’ha preceduta.  I polpi hanno personalità diverse. Octavia, cresciuta allo stato brado, è poco abituata alla compagnia umana. Quando Sy allunga il braccio nell’acqua, il polpo l’afferra con forza sorprendente: “La suzione era così forte che la sentivo attirarmi il sangue verso la superficie della pelle”. La caratteristica di Octavia è quella di mimetizzarsi, una vera e propria specialità dei polpi che “padroneggiano da trenta a cinquanta motivi diversi per singolo animale”. Octavia, avendo vissuto più a lungo nell’Oceano rispetto ai suoi predecessori, ne fa abbondante ricorso, a dimostrazione che si tratta di facoltà apprese e quindi segno della sua attività cognitiva. Quando depone le uova, Octavia smette di interagire con Sy e gli altri addetti dell’acquario. Lavorando senza essere vista – i polpi sono animali notturni – ha fatto uscire dal sifone centinaia di uova a forma di lacrima che intesse con cura in filamenti che poi incolla alle volte della tana, simili a grappoli d’uva. Probabilmente sono uova feconde, Octavia ha immagazzinato lo sperma quando ancora era libera nell’oceano. La cura delle uova, che distrugge il corpo del polpo, esprime devozione, forse ispirata da ormoni come l’ossitocina, che i polpi possiedono come gli esseri umani: proteggere le uova è il primo impulso dell’amore. Anche Kali è una femmina, ma rispetto ad Athena e Octavia, “è una raffinata miniatura”. Quando osserva gli esseri umani cambia continuamente colore della pelle. Perché lo fa? Per confondersi con l’ambiente o per “assomigliare a qualcosa di diverso da un polpo”? Oppure è una manifestazione dei cambiamenti d’umore? Kali vive in un barile di sottaceti, anche lei ha attraversato una vita ricca di incontri e di pericoli prima di arrivare all’acquario, per molti aspetti, rispetto agli umani, è “una sofisticata cosmopolita”. Non rifugge dai contatti con Sy, anche se, come tutti i polpi, è un animale asociale con i propri simili.  Dopo la sua morte improvvisa, è sostituita da Karma, un altro polpo femmina, che, superata l’aggressività iniziale, diventa estremamente tranquilla. Rivela un’altra prodigiosa capacità dei polpi: Il suo braccio mozzato progressivamente comincia a ricrescere. Non disdegna la compagnia umana: è solita tirare la testa fuori dall’acqua per guardare Sy. Completamente bianca, ha una passione per un giochino di gomma con cui talvolta trascorre intere giornate. Anche con lei ritornano le domande che attraversano tutto il libro: cosa pensa? Come funziona la sua mente? Cosa significa, come scrive Godfrey-Smith, avere il cervello anche sulle braccia? Se è impossibile saperlo, è meno difficile ammettere cosa ci sia dietro il desiderio di chi cerca di scoprirlo: come riconosce Sy Montgomery, ogni interazione nasce dal tentativo di comprendere l’anima. Cosa sia l’anima è un altro problema. Leggi anche: Ugo Morelli | Il polpo e il mare / Altre menti... e la nostra Pino Donghi | Metazoa di Peter Godfrey-Smith / Gamberi, polpi e altri pesci interiori Maurizio Corrado | Polpi, farfalle e altri paesaggi Letteratura Libri
September 13, 2026
Doppiozero
Che mostro sei?
Che mostro sei? Iolanda Stocchi Anita Romanello Dom, 13/09/2026 - 03:00 Viviamo i mostri come scandalo e patologia, non li comprendiamo al modo degli antichi. I mostri invece, come i viaggi, i miti e le fiabe, possono essere un modo di camminare per vie oscure e tortuose verso una verità. Ma non tutti i mostri sono mostri nello stesso modo e quelli moderni sembrano differenti: siamo immersi in una società dove il mostruoso sembra essere di casa, dove i mostri sono dis-animati, sono oltre l’umano e immersi in un mondo virtuale oltre la vita e la morte, in cui tutto si ripete sempre e non si muore mai. Sono come bloccati, non sono più natura e non sono più capaci di metamorfosi, hanno più a che fare con qualcosa che cancella la coscienza, che con qualcosa che la sollecita, e – come il Nulla che avanza e mangia il regno di Fantàsia nella Storia Infinita – sono senza corpo. Da portatori di senso ad apparati per distruggere il senso. In ogni caso il mostro chiama a una riflessione, reclama una soluzione, come delle Sfingi ci interrogano e si trovano nei luoghi di passaggio della vita umana, abitano le soglie. Questo significa che li incontriamo nei momenti di crisi, quando tutti i punti di riferimento sono crollati, ed emergono sotto forma di domande che ci paiono spaventose, di alternative impensabili perché buttano all’aria gli equilibri della nostra vita precedente. E allora che atteggiamento tenere? La risposta intelligente e frettolosa di Edipo? La Sfinge, lo sappiamo, vola via gridando e ne seguono disgrazie. Forse è più importante che certe domande ci accompagnino tutta la vita, invece che soffocarle con pacificanti risposte. Sappiamo anche che ci sono domande che non vanno fatte, ce lo insegna la fiaba di Vassilissa: è non chiedendo nulla sulle mani a Baba Yaga che avrà salva la vita. I mostri sono degli interrogativi, sollecitano la coscienza, è necessario interrogarli per capire che domanda ci pongono con la loro esistenza senza liquidarli con accomodanti risposte. Rilke, nelle Lettere a un giovane poeta, ci ha invitato a trovare le risposte vivendo. Una domanda ben posta è già una strada e i mostri dobbiamo allora pensarli al di là dell’affermazione e della negazione, come l’interrogazione che ci permette di scoprire parti di noi non ancora note, parti in Ombra. Il mostro ci è alleato se lo ascoltiamo e lo accettiamo, se abbiamo il coraggio di guardarlo in faccia; ci è nemico se lo rifiutiamo, se ne abbiamo paura e fuggiamo quando si presenta. Infatti, le potenze mitiche cacciate dalla porta rientrano sfigurate dalla finestra, rimosse dalla coscienza subiscono una metamorfosi negativa e si manifestano – come ha detto Jung – in un modo distruttivo e disumano e finiscono per orientare il nostro vivere, e sono maestre delle nostre azioni. Un contenuto psichico che si presenta come mostruoso chiede di essere accolto e, come un parto prematuro, incubato per completare lo sviluppo, per poter tenere insieme gli opposti in modo armonico. Sono un po’ come le vestigia di qualcosa che, per motivi ignoti, ha dovuto nascere troppo in fretta. Ciò che appare come mostruoso è allora, sempre per usare le parole di Jung un tentativo del divenire, di portare alla coscienza qualcosa, di divenire consci; è richiesto tempo e cura per venire alla luce, accoglienza e sguardo lungo, largo, e paziente. Questo erano i mostri e le creature ibride che popolavano le chiese medioevali. A volte questi contenuti mostruosi, in Ombra, per attirare la nostra attenzione ci fanno prigionieri – pensiamo a Bestia e Bella – devono essere un po' violenti con noi, gridare. Soltanto così prestiamo loro attenzione. Fanno così anche i bambini quando stanno male e vogliono essere ascoltati. Necessitano di uno sguardo che tenga insieme, veda, e ami: mostri come Bestia infatti hanno bisogno dell’amore di Bella per diventare Principi, o come Madama Raganella hanno bisogno del bacio di un Galvano. Per essere redenti hanno bisogno che noi si scelga di stare liberamente con loro, hanno bisogno che li guardiamo negli occhi, che li baciamo, che entriamo con loro in una relazione d’amore. L’essere umano invece ha da sempre sentito il bisogno di proiettare i suoi mostri altrove. Il mostro è l’altro, lo sconosciuto. Proiettiamo sugli altri quello che temiamo. Ciò che appare come mostruoso e portatore di male chiede di essere chiamato con il nostro nome, come fa Ged, il protagonista della Saga di Earthsea di Ursula Le Guinn quando alla fine della sua vita deve affrontare il male. Non sa cosa farà quando lo incontrerà o cosa dirà. Alla fine lo chiamerà con il suo nome. Ciò che era mostruoso e tremendo non lo sarà più, perché Ged se lo è assunto: avrà così un volto famigliare e diventerà affrontabile. Non dimentichiamoci che nelle fiabe i mostri sono guardiani di tesori e che, dove c’è un drago, può esserci una principessa da liberare. Qual è la cosa che mi fa più paura? Che nome posso darle per temerla di meno, per avvicinarmi? In copertina, illustrazione di Arthur Rackham. Leggi anche: Giuseppe Lupo | La fattoria degli animali di Matticchio Paola Bristot | Giangiacomo Feltrinelli a fumetti Arte
September 13, 2026
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