Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

Lettera dal carcere di Kırıklar: le violazioni dei diritti umani sono aumentate, non resteremo in silenzio
İZMIR – I detenuti del carcere di tipo F n. 2 di Kırıklar hanno dichiarato che le pressioni, le violazioni dei diritti e le pratiche arbitrarie sono aumentate nell’ultimo mese, affermando: “Ogni nostra rivendicazione umana fondamentale viene respinta sulla base di una ‘circolare ministeriale’. Dichiariamo che non rimarremo in silenzio”. Secondo quanto riportato, le violazioni dei diritti dei detenuti nel carcere di tipo F n. 2 di Kırıklar, nel distretto di Buca a Smirne, sarebbero aumentate nell’ultimo mese. I detenuti hanno descritto le violazioni subite in una lettera inviata tramite i loro avvocati. Hanno affermato di essere stati condannati all’isolamento in modo arbitrario e che tutte le loro obiezioni sono state respinte sulla base di una “circolare ministeriale”. L’obiettivo è prevenire possibili rilasci in libertà vigilata I prigionieri hanno dichiarato nelle loro lettere di essere sottoposti a queste pratiche nel tentativo di intimidirli e hanno incluso le seguenti affermazioni: “Alcune delle condanne all’isolamento dei nostri amici sono state confermate, alcuni casi sono in fase di esecuzione presso il tribunale e continuano ad esserne avviati di nuovi. Nonostante tutti i nostri sforzi di dialogo possiamo riassumere l’approccio dell’amministrazione come segue: “Noi imponiamo le sentenze, voi lottate e vi sottoponete al processo di esecuzione. Se regge scontate la pena; altrimenti cambiamo il metodo e la giustificazione e imponiamo un’altra sentenza”. La responsabilità di questo approccio malevolo ricade sul primo e sul secondo vicedirettore e sui dirigenti amministrativi. L’obiettivo principale è impedire possibili rilasci in libertà vigilata. Circolare del Ministro Queste pratiche che non sono nuove, ma si sono intensificate nell’ultimo mese. Tuttavia, l’approccio negativo dell’amministrazione è aumentato di pari passo con l’avvio del processo. L’approccio più evidente è la discriminazione. I detenuti che scontano l’ergastolo aggravato sono obbligati a stare nello stesso corridoio per poter fare esercizio fisico. Le loro richieste di essere trasferiti nello stesso corridoio vengono respinte con la motivazione di una “circolare ministeriale”. Eppure ai detenuti condannati per altri reati è consentito rimanere negli stessi reparti. Ciò implica che esista una circolare ministeriale specifica che ci riguarda. La stessa situazione si verifica per gli orari di visita. I nostri orari di visita, che non sono comodi per le nostre famiglie, non vengono modificati, mentre quelli di altri gruppi possono essere adattati. Ogni nostra esigenza umana fondamentale viene respinta con la motivazione di una “circolare ministeriale”. Non rimarremo in sielnzio Le pratiche discriminatorie e provocatorie aumentano di giorno in giorno. Quando protestiamo ci rispondono: “Scrivete a chi volete”. Purtroppo anche l’approccio del pubblico ministero e di alcuni giudici esecutivi in questa materia è parziale, consentendo loro di imporre sanzioni disciplinari a chiunque vogliano, quando vogliono. Alcuni giudici esecutivi approvano direttamente le decisioni dell’amministrazione e il parere del pubblico ministero senza nemmeno leggere le motivazioni del provvedimento disciplinare. Affermiamo che non rimarremo in silenzio di fronte alle crescenti pressioni, intimidazioni e punizioni con l’isolamento cellulare degli ultimi tempi e che non esiteremo a far valere tutti i nostri diritti legittimi e umanitari. L'articolo Lettera dal carcere di Kırıklar: le violazioni dei diritti umani sono aumentate, non resteremo in silenzio proviene da Retekurdistan.it.
July 28, 2026
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Giovani aggrediti per aver ascoltato musica curda, poi arrestati con l’accusa di “propaganda”
Dopo essere stato vittima di un attacco razzista e denunciato alle autorità per aver ascoltato musica curda durante un viaggio da Amed a Kastamonu, Furkan Oğlak è stato arrestato con l’accusa di “propaganda per un’organizzazione”. L’11 luglio, mentre si recava da Amed al distretto di Çatalzeytin a Kastamonu per lavoro in un cantiere, il diciottenne Furkan Oğlak è stato molestato da alcuni passeggeri e aggredito con insulti razzisti per aver ascoltato musica curda. È stato definito un “terrorista” e arrestato dalla polizia. Parlando dell’accaduto, il padre di Furkan Oğlak, Bilal Oğlak, ha dichiarato che il figlio si era recato a Kastamonu l’11 luglio per lavorare in un cantiere ed è stato arrestato e incarcerato il giorno successivo. Ha aggiunto che la famiglia ha appreso dell’accaduto solo in seguito. Bilal Oğlak ha dichiarato di aver fatto visita a suo figlio nel carcere di tipo E di Kastamonu dopo il suo arresto. Ha aggiunto che, dopo l’arresto del figlio, la polizia ha esaminato i suoi post sui social media e ha utilizzato quelli riguardanti Selahattin Demirtaş, Yılmaaz Güney e il procedimento in corso come prova contro di lui. Detenuto in isolamento Bilal Oğlak ha affermato: “Dato che non ci sono prigionieri politici in questo carcere, Furkan è attualmente detenuto in isolamento. Anche durante una visita di famiglia, le autorità carcerarie ci hanno trattato diversamente a causa della nostra identità”. L'articolo Giovani aggrediti per aver ascoltato musica curda, poi arrestati con l’accusa di “propaganda” proviene da Retekurdistan.it.
July 28, 2026
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Ertuğrul Kürkçü: Esiste un’opportunità storica per la pace
Ertuğrul Kürkçü ha affermato che l’appello di Abdullah Öcalan ha creato una base importante per una soluzione e ha sottolineato che le riforme legali, la democratizzazione e un’ampia lotta sociale devono procedere di pari passo. Il presidente onorario del Partito democratico dei popoli (HDP), Ertuğrul Kürkçü, ha rilasciato un’intervista all’agenzia ANF in merito all’ultimo messaggio di Abdullah Öcalan da Imrali, alla legge quadro che dovrebbe essere presentata in parlamento, alla strategia giudiziaria del governo e agli sviluppi regionali. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che il governo sta cercando di circoscrivere il processo a un quadro ristretto, sostenendo che la strada verso una soluzione non risiede in false speranze, bensì nell’espansione di una lotta organizzata e dal basso per la libertà, l’uguaglianza e la pace. Riguardo all’ultimo messaggio di Abdullah Öcalan ha affermato: “Interpreto l’ultimo messaggio di Öcalan come un invito in questa fase a raggiungere risultati concreti. Il punto chiave del messaggio è l’affermazione: ‘È giunto il momento di istituire un quadro giuridico che tenga conto delle reciproche sensibilità’. Ciò dimostra anche che tale quadro giuridico non è ancora stato istituito.” Abdullah Öcalan auspica che tutti agiscano con la consapevolezza che aprire pazientemente questa strada rappresenta un’opportunità storica e che si abbandonino gli approcci ristretti che non servono a questo scopo. Da quanto posso constatare, chi persegue un approccio ristretto non si è impegnato in un’autocritica. Le proposte finora avanzate da Abdullah Öcalan sono state accolte in ogni fase sia dal movimento che dal Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM), e il processo è stato portato avanti in un’ottica ampia. Lo stesso approccio è stato adottato durante i lavori della commissione parlamentare. Il problema, quindi, risiede nei limiti imposti dal regime che si oppone a questo approccio ampio. La conclusione che traggo da questo messaggio è che, sebbene sia possibile raggiungere un consenso più ampio, il processo è stato circoscritto a uno spazio molto più ristretto, e questa limitazione sta impedendo il progresso. Ertuğrul ha fatto riferimento anche all’appello di Öcalan ad avviare il procedimento legale sulla base del rapporto della commissione parlamentare. Ha affermato che è risaputo che la commissione non riconosce né i diritti collettivi né i diritti politici. Nonostante ciò, ha aggiunto, Öcalan intende rafforzare lo slancio verso un approfondimento del processo di non conflitto. Ertuğrul ha inoltre sottolineato che il governo finora non ha intrapreso alcuna iniziativa in tal senso e durante l’incontro ha ribadito questo punto. La mentalità dello Stato non è pronta per una soluzione Ertuğrul ha sostenuto che alcuni ambienti vicini al governo hanno cercato di creare l’impressione che il processo stia procedendo, promuovendo la narrazione secondo cui “siamo sull’orlo di un accordo storico”. Ha aggiunto che anche le aspettative di un “incontro ampio e significativo” a Imrali hanno contribuito a creare un’atmosfera esagerata. Ha dichiarato che l’ultimo messaggio di Öcalan conferma l’approccio da lui delineato il 27 febbraio e che la vera questione è se tale approccio riceverà una risposta e se verranno intraprese azioni concrete coerenti con esso. Ha osservato che l’ipotesi di una possibile convocazione del parlamento anche durante la pausa estiva potrebbe indicare un’accelerazione del processo legislativo, ma ha aggiunto che ciò di per sé non ha alcun significato concreto. Sostiene che la situazione attuale non giustifica l’eccessivo ottimismo che circonda il processo né le aspettative create da alcuni ambienti, come se si stessero verificando sviluppi inaspettati. Ha sottolineato che la vera questione non è semplicemente se verranno introdotte normative legali, ma come lo Stato e le autorità al governo reagiranno alla transizione di un movimento che ha condotto una lotta armata per 50 anni nella sfera della lotta politica, e se coloro che hanno partecipato a tale lotta saranno riconosciuti come attori politici con pari diritti in un contesto mutato. Ertuğrul dice che la mentalità dello Stato non è ancora pronta per una simile trasformazione aggiungendo: “Constatiamo che né il blocco di governo stesso, né i suoi sostenitori, né i suoi gruppi parlamentari, né la burocrazia, la polizia o l’esercito si stanno preparando a questo”. Perché vengono istituiti 175 uffici antiterrorismo? Dichiara che l’approccio dello Stato al processo dovrebbe essere compreso non solo attraverso le dichiarazioni politiche, ma anche attraverso gli sviluppi in ambito giudiziario. Ha richiamato l’attenzione su una recente direttiva amministrativa emanata dal ministero della giustizia che incarica i procuratori generali di istituire un ufficio antiterrorismo separato in ciascuna delle 175 giurisdizioni dei tribunali penali per reati gravi. Ha affermato che tale iniziativa contraddice l’orientamento generale del processo. Ertuğrul ha chiesto: “Se ci stiamo disarmando, se il conflitto armato sta finendo, se la Turchia si sta ‘liberando dal terrorismo’, se questa è l’affermazione, allora perché vengono istituiti 175 uffici antiterrorismo? Chi combatteranno?”. Ha affermato che queste misure indicano un nuovo approccio in cui il concetto di “terrorismo” verrà utilizzato non solo contro i gruppi armati, ma anche contro l’opposizione politica. Ha affermato che le recenti prassi del ministero della giustizia dimostrano che la sfera politica non si sta espandendo, bensì restringendosi e limitandosi. Ha sostenuto che la politica viene subordinata alla legge, mentre la legge stessa viene rimodellata nell’ottica della lotta al terrorismo. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che questo approccio si sta sviluppando parallelamente al processo in corso e potrebbe continuare a influenzare il periodo a venire. Ha sottolineato che anziché cedere ad aspettative esagerate, è necessario procedere attraverso il canale negoziale che è stato aperto in linea con l’approccio proposto da Abdullah Öcalan. Öcalan sta incoraggiando il progresso da dove si trova Ertuğrul Kürkçü ha sostenuto che Abdullah Öcalan ha assunto un atteggiamento incoraggiante nei confronti del processo, nonostante le condizioni in cui è detenuto. Ha aggiunto che la responsabilità principale di definire le rivendicazioni politiche, inserirle all’ordine del giorno e stabilire il quadro per i negoziati spetta al movimento e al gruppo parlamentare del partito DEM. Sottolineando l’importanza che Öcalan formuli queste valutazioni dalla sua posizione attuale, ha affermato che è responsabilità del movimento e del gruppo parlamentare definire chiaramente come queste richieste si tradurranno in azione politica, quali punti possono essere accettati e quali devono essere contestati. Ha aggiunto che, pur essendo importante partecipare ai negoziati, il movimento deve anche sviluppare una nuova posizione politica coerente con la propria realtà man mano che il processo prosegue. Sostiene che da parte del governo manca ancora la volontà politica e la determinazione necessarie per perseguire la democratizzazione. Dice che l’approccio attuale continua a considerare la politica attraverso la lente del “terrorismo” e che i dibattiti, sia legali che politici, si stanno plasmando all’interno di tale quadro. Ertuğrul ha aggiunto che non vi sono indicazioni che il governo si stia preparando ad aprire la strada a quello che i funzionari definiscono il “ritorno dei capi”, precisando che Öcalan riconosce questa realtà e, ciononostante, incoraggia il processo a progredire. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che gli ultimi due anni sono stati impiegati per diffondere messaggi conciliatori attraverso vari intermediari, anziché per rafforzare le basi sociali per una soluzione. Ha sostenuto che si è perso tempo prezioso in un momento in cui le persone lottano contro le difficoltà economiche e la povertà, aggiungendo che i calcoli elettorali hanno avuto la precedenza sulle misure che avrebbero potuto favorire un clima sociale propizio a una risoluzione. Ha dichiarato che tutti desiderano che i curdi perseguano una politica orientata verso il centro, eppure non vi è alcuna indicazione che il centro sia disposto a instaurare un rapporto politico paritario con i curdi. Ciò dimostra, a suo dire, che la politica di tensione nei confronti del popolo curdo, in vigore da un secolo, rimane in vigore. L’amnistia generale è il fondamento di una soluzione Ha inoltre commentato la prossima fase del processo, affermando che il blocco di governo, che comprende il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), il Partito del movimento nazionale (MHP) e gli ambienti di Ergenekon, potrebbe essere costretti a istituire un quadro giuridico a causa delle esigenze e delle realtà create dal processo in corso. Ha tuttavia sottolineato che la mentalità prevalente nello Stato non ha ancora subito la trasformazione necessaria per affrontare il processo in un’ottica di uguaglianza, giustizia e democratizzazione. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che il quadro giuridico proposto non dovrebbe essere considerato semplicemente una misura tecnica. Il vero problema, ha sostenuto, è quello di stabilire un quadro che affronti le perdite subite dalle persone che sono state private della libertà, della patria, della professione e del futuro a causa del conflitto armato. Ha sostenuto che la soluzione più completa sarebbe un’amnistia generale aggiungendo: “La soluzione giusta è un’amnistia generale”. Ha sottolineato, tuttavia, che nelle circostanze attuali il governo non sembra essere vicino a una soluzione di questo tipo. Ertuğrul ha affermato che si potrebbe ancora costruire un quadro ottimale tra il non intervenire e la dichiarazione di un’amnistia generale attraverso vari rinvii, accordi flessibili e negoziati reciproci. Ha aggiunto che anche Abdullah Öcalan si è dimostrato aperto a questo tipo di negoziazione. Ha criticato anche la classificazione proposta nell’ambito del quadro giuridico previsto, che dividerebbe le persone in tre categorie: coloro a cui non sarebbe consentito il rientro nel paese, coloro che potrebbero rientrare ma dovrebbero rimanere in carcere e coloro che sono attualmente in carcere e che verrebbero rilasciati. Ha affermato che un simile approccio è controverso e inaccettabile, sottolineando che nessuno dovrebbe essere condannato a trascorrere il resto della propria vita come un “solito sospettato” permanente vivendo ai margini della società. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che una delle richieste fondamentali è che Abdullah Öcalan possa partecipare al processo in condizioni di maggiore libertà. Ha sottolineato che questa realtà deve essere riconosciuta se si vuole raggiungere una soluzione duratura. Gli elettori eleggono i parlamentari affinché negozino e rappresentino le loro richieste Ertuğrul Kürkçü ha affermato che la posizione che il partito DEM e l’opposizione democratica assumeranno nei prossimi mesi sarà decisiva. Ha inoltre commentato il dibattito sull’idea di un “partito della negoziazione”. Ha dichiarato che i partiti politici possono condurre negoziati in parlamento, ma ha sottolineato che costruire una forte presenza politica in parlamento dipende dall’essere efficaci nell’arena della lotta sociale. Ha affermato che gli elettori non mandano i parlamentari a negoziare da soli, ma a lottare per la realizzazione delle loro richieste e aspettative. Ha sottolineato che i parlamentari dovrebbero adottare una linea politica che non rifiuti il negoziato, ma che sia innanzitutto impegnata a promuovere le rivendicazioni del popolo in materia di libertà, giustizia e migliori condizioni di vita. “Nessun elettore manda un parlamentare in parlamento solo per negoziare. Li eleggono per realizzare le proprie aspirazioni e rivendicazioni. I parlamentari possono prendere in considerazione negoziati o altri mezzi in parlamento. In altre parole, possono adottare una posizione che non esclude i negoziati. Ma la gente si aspetta che lottino per la libertà e per liberare la società dalla povertà.” Ertuğrul Kürkçü ha sottolineato l’ascesa di HDP tra il 2011 e il 2015 e nel 2016, affermando che il suo successo è derivato dall’aver riunito diversi movimenti sociali su un’unica piattaforma politica. Ha aggiunto che HDP ha acquisito forza non solo come partito politico, ma anche come ampia alleanza in cui sono confluite diverse lotte. Ha affermato che la lotta del popolo curdo contro l’ISIS, le rivendicazioni del movimento femminista e le lotte degli oppressi nelle piazze si sono unite all’interno di HDP. Ha aggiunto che questa unità ha rappresentato un importante traguardo politico, avvicinando diverse componenti della società. Ha dichiarato che il Partito DEM oggi dovrebbe svolgere un ruolo guida non solo per il popolo curdo, ma anche nella lotta per la democrazia e la giustizia a nome di tutti gli oppressi, i poveri, le vittime di ingiustizia e coloro a cui viene negato il diritto di partecipare alla vita politica in Turchia. Ha sottolineato che questa è una delle responsabilità fondamentali del partito. La pace richiede lotta e determinazione, proprio come la guerra Ertuğrul Kürkçü ha inoltre richiamato l’attenzione sugli sviluppi regionali e sulla crescente influenza delle politiche militariste. Ha affermato che i successi ottenuti dai curdi in Siria, Iraq, Iran e Turchia sono minacciati da diversi fattori. Ha sostenuto che le politiche di sicurezza, le spese militari, il nazionalismo e la violenza stanno diventando strumenti sempre più dominanti nelle mani degli Stati di tutto il mondo, creando un clima che acuisce i conflitti regionali. Ha affermato: “Diversi Stati e centri di potere nella regione cercano di creare nuove sfere di influenza basate sulle proprie rivendicazioni storiche e politiche. Le pretese di Israele sulla Terra Promessa, l’approccio espansionistico dello Stato turco radicato in riferimenti al passato ottomano e al Patto Nazionale, le ambizioni regionali dell’Iran incentrate sulla Persia e sullo Sciismo e le politiche greche nel Mediterraneo orientale rappresentano tutte diverse espressioni di rivendicazioni di leadership che alimentano i conflitti nella regione. La pace, come la guerra, richiede una lotta fino all’ultima goccia di sudore. Richiede non solo pazienza, ma anche perseveranza, determinazione e la volontà di costruire un ampio movimento sociale. Questo può prendere forma solo laddove le persone vivono, lavorano e lottano. Ertuğrul Kürkçü ha affermato che il periodo a venire richiede che il movimento curdo e le forze democratiche intensifichino i loro sforzi per trasformare consapevolmente le attuali condizioni politiche. Ha sottolineato che le loro energie, risorse e visione politica devono essere mobilitate verso questo obiettivo. L'articolo Ertuğrul Kürkçü: Esiste un’opportunità storica per la pace proviene da Retekurdistan.it.
July 28, 2026
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Festival Alta Felicità – Decima edizione – Si parte e si torna tutt3 assieme
Raccontare il Festival dell’Alta Felicità è sempre un’impresa ardua e ogni volta temo di non essere in grado, di non essere capace di raccontare l’immensità di quei 3 giorni. Perché il Festival è da sempre un’immersione pluridimensionale che ti colpisce per le sue innumerevoli sfaccettature, in cui i sensi sono costantemente sollecitati da un caleidoscopio di emozioni e suggestioni. C’è la bellezza dell’essere nel cuore verde della montagna, quella piana difesa e riconquistata 21 anni fa (anche allora con la determinazione dei corpi che abbattevano le reti), e poi lo stupore di vedere quanta gioventù la attraversa, con accenti, capigliature e abbigliamenti diversi, ma tutti e tutte con meravigliosi sorrisi stampati in faccia. La felicità comincia da qui. I dibattiti partono susseguendosi dalle 10 di mattina alle 5 del pomeriggio e sono sempre affollatissimi, che si parli di Palestina, Albania, diritti dei disabili o degli animali, di guerra e tecnologie, lavoro, cambiamento climatico … che si presenti un libro che parla di speranza. Giovan3 e giovanissim3 ascoltano, prendono appunti, fanno domande, dibattono. Nel frattempo, esperienze diverse si confrontano e interagiscono, ognuno tornerà a casa con maggiori conoscenze e qualche libro nello zaino. Perché qui i libri si vendono, non solo le magliette. E la sera la musica si trasforma in vera festa, i corpi diventano un unico corpo danzante: tre serate di concerto, 31 gli artisti che si sono dati il cambio sul palco fino a notte fonda. E anche dal palco risuonano i messaggi di quel mondo diverso che vorremmo vedere: vorremmo vedere la Palestina libera, la Valsusa libera, gli Antifa liberi, le donne libere di andare dove vogliono e la polizia a fare qualsiasi altro lavoro … Gli artisti sono orgogliosi di essere qui e di contribuire con le loro note alla lotta di questa valle. Sabato è il giorno della marcia. Questo sabato del decimo anno è già nel tritacarne mediatico con le sue immagini del cantiere assaltato e “devastato”, delle camionette in fiamme, con la notizia dei poliziotti feriti: 60, no 110, forse 140 (dipende dalle testate giornalistiche). E assieme a immagini, numeri e condanne istituzionali si sprecano le ipotesi di chi era veramente nascosto sotto i cappucci neri e di quale distanza abbia dai “veri valsusini” Proviamo allora a farne un racconto da uno dei moltissimi punti di vista di quella giornata L’immenso corteo si incammina verso i cantieri, saremo almeno 20.000, il colpo d’occhio dalla salita è impressionante. Mentre ci si incammina una signora non più giovane esce dalle cucine che sfornano pasti a tutte le ore e porge ai manifestanti un cesto di limoni tagliati, è un gesto che unisce e tiene insieme tutto: noi in fondo non sappiamo bene dove stiamo andando e cosa succederà, al bivio ognuno di noi dovrà scegliere se salire sui sentieri verso il cantiere di Chiomonte o scendere col treno verso il cantiere di san Didero, poi chissà cosa ci aspetta. Ma lei sa già! Lo sa da più di 30 anni, che ci aspettano i gas lacrimogeni e con quel cesto ci porge la sua protezione e la sua partecipazione “si parte e si torna tutt3 assieme” (e non importa se sono più di 20anni che dai gas lacrimogeni ci si protegge con sistemi ben più efficaci di una fetta di limone). Quest’anno il serpentone più numeroso si dirige verso Chiomonte, un centinaio di noi sceglie invece di andare a San Didero. Come spesso accade anche il corteo è composto da soggettività diverse che sanno stare assieme: c’è chi è travisato, perché andrà a fare azioni impegnative e considerate illegali, c’è chi è in infradito e senza protezioni perché sta esprimendo la propria partecipazione e solidarietà con la semplice presenza “si parte e si torna tutt3 assieme”. A San Didero la situazione si fa subito complicata: mentre i ragazzi si dirigono alle reti per compiere le loro azioni di disturbo, decine e decine di camionette della polizia giungono alle spalle del corteo e un gran numero di reparti celere ne scende in assetto da battaglia. Le persone che non sono abituate ad affrontare queste situazioni entrano nel panico, ma qualche anziano più esperto porta tutti in zona di sicurezza, richiama alla calma e rassicura. Quando l’azione di disturbo finisce, immersa in una marea di gas lacrimogeni, i manifestanti si ricongiungono alla stazione. Tutti e tutte stanno bene, si può rientrare. Solo che la polizia non si accontenta di averci scacciato e invade la stazione in modo minaccioso, vola qualche manganellata finché la maggior parte si ritrova bloccata tra muri e polizia, solo un gruppetto riesce ad allontanarsi verso una via di fuga ma non si allontana finché non è chiaro cosa succederà a tutti gli altri “si parte e si torna tutt3 assieme”. Dopo ore di telefonate e trattative chi può si allontana attraverso i prati, gli altri verranno tutti identificati e schedati. Inizia il lungo lavoro delle retrovie per riportare tutti e tutte a casa in sicurezza, la catena di solidarietà valligiana è discreta e silenziosa ma estremamente efficace: innocui passanti in bicicletta in realtà stanno tenendo d’occhio i movimenti delle forze dell’ordine, contadini indicano i passaggi nei campi, file di auto si inerpicano per le stradine secondarie per andare a recuperare gruppi di manifestanti che faticano a rientrare. Fino a tarda a notte, fino all’ultimo manifestante, la catena di solidarietà agisce discreta e silenziosa. Senza distinzione tra valligiani e black block, tra anziani e giovani, tra valsusini e stranieri, perché qui “si parte e si torna tutt3 assieme” per contrastare un sistema di devastazione economica ed ambientale. Ed è questo l’ideale che tiene insieme tutti. Quando al festival arrivano le notizie da Chiomonte inizia a girare un’aria da “ce l’abbiamo fatta! Finalmente siamo riusciti ad entrare in quel maledetto cantiere”. Erano 15 anni che ci si provava. Il giorno dopo interroghiamo i veri anziani che da più di 30 anni si oppongono alla devastazione di questo territorio: hanno gli occhi lucidi dall’emozione di una vittoria che aspettavano da anni, ma non solo, adesso sono sicuri che qualcuno ha preso saldamente in mano la loro lotta e che il testimone è passato di mano in mano. E i loro occhi sprizzano felicità. Chiudono il cerchio di queste giornate le parole di Nicoletta Dosio che in un lunedì funestato da polemiche e ingenti controlli di polizia dichiara “Noi ci difendiamo dalla devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza, noi, sia in presenza, sia col cuore, c’eravamo tutti. E tutti rivendichiamo quello che è capitato” Mamme in piazza per la libertà di dissenso
July 28, 2026
Pressenza
Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati
Dagli insediamenti di edilizia popolare degli anni Sessanta per all’arrivo «dei meridionali» all’immigrazione straniera degli ultimi vent’anni: pagine dolorose come la strage della Uno Bianca e proteste recenti per i progetti del Comune si mischiano a realtà culturali e sociali che vogliono cambiarlo Di recente ha compiuto 60 anni. A Bologna è da sempre etichettato con quel nomignolo che alcune zone delle città non riescono proprio a togliersi, nonostante nel tempo progetti sociali e iniziative culturali provino a cambiare volto (quantomeno la nomea) dei «quartieri difficili». A Bologna c’è la Bolognina (zona stazione), c’è la Barca (che adesso vanta anche un tratto di portici Unesco, il «Treno» maxi insediamento di edilizia popolare) e poi c’è lui, il Pilastro, che per anni ha etichettato anche chi ci abita «i pilastrini». Il Pilastro, «quartiere difficile» di Bologna che esiste da 60 anni Un quartiere difficile, spesso associato a fatti di cronaca, episodi di criminalità o polemiche cittadine: il quartiere bolognese del Pilastro (dove si è verificato il caso dell’uomo morto durante un’operazione di polizia) ha appena compiuto 60 anni, perché proprio nel luglio 1966 furono consegnate le chiavi dei primi appartamenti delle case popolari, occupate prevalentemente da famiglie del sud Italia trasferitesi a Bologna per lavoro. Negli anni Settanta venne inaugurato il «Virgolone», uno degli edifici più simbolici, lungo circa 700 metri. La trasformazione con l’immigrazione Il nome Pilastro deriva dalla presenza di un piccolo pilastro, segno del passaggio di una antica strada romana, su cui era collocata una Madonnina, tuttora esistente all’angolo tra via San Donato e via del Pilastro, da cui quest’ultima prende il nome. In origine via del Pilastro attraversava longitudinalmente il quartiere, ma con il tempo è diventata una strada secondaria dopo la costruzione di arterie di maggiore rilevanza. La grande trasformazione avvenuta nel tempo è legata all’immigrazione: prima qui vivevano gli italiani del Sud, poi sono arrivati gli «stranieri». Nel corso dei suoi sessant’anni di storia la composizione sociale del Pilastro è così cambiata, alimentando tensioni sociali ma facendo fiorire anche progetti d’integrazione. La Strage del Pilastro della Uno Bianca Nel 1991 il Pilastro fu teatro di una delle più efferate stragi della Uno Bianca, dove morirono i carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, ai quali è stata intitolata la stazione dei carabinieri recentemente inaugurata proprio con l’obiettivo di rafforzare nel quartiere, che si trova nella periferia est della città, la presenza delle forze dell’ordine. La citofonata di Salvini alle elezioni regionali del 2020 Nel 2020 il quartiere balzò al centro della campagna elettorale per le regionali quando il leader della Lega Matteo Salvini citofonò a una famiglia per chiedere se in quella casa abitasse uno spacciatore. L’esito delle urne non fu felice per il centrodestra, che sperava di ribaltare per la prima volta nella storia il governo dell’Emilia-Romagna, ma Stefano Bonaccini ebbe la meglio su Lucia Borgonzoni. Le recenti tensioni legate al Museo dei bambini Di recente è tornato al centro della tensione, per il movimento di opposizione al progetto del MuBa, il museo dei bambini e delle bambine promosso dal Comune di Bologna che dovrebbe aprire a breve. L’opposizione a questo progetto è spesso sfociata in scontri con la polizia ed è stata dovuta al taglio degli alberi e l’impatto ambientale che per i contestatori avrebbe il progetto. Il film che racconta la storia e il presente del Pilastro Di recente la storia e il presente del Pilastro sono diventati anche un film. Il regista è il toscano Roberto Beani, nato nel 1979: «Nel 2021 ho tenuto un corso alla Cineteca di Bologna-  ha raccontato il regista al Corriere di Bologna – sulle tecniche di reportage e con i ragazzi abbiamo fatto un piccolo lavoro sul Pilastro. Lì mi sono reso conto di quanto fosse interessante e mi è subito venuta voglia di farne un documentario. Caso ha voluto che Bruna Gambarelli di Laminarie contattasse poco dopo la casa di produzione con la quale lavoro da sempre, la Lab Film di Mauro Bartoli. Così mi sono proposto per fare il regista. Bruna e il Dom (uno spazio culturale storico del quartiere) sono state le corsie preferenziali per entrare in contatto con alcune realtà». Un tram chiamato desiderio Recente è anche la rabbia per essere stati al momento esclusi dal progetto della linea del tram (la rossa) che sarà inaugurata l’anno prossimo: previste inizialmente nel progetto le fermate al Pilastro ma rimaste ingarbugliate anche nei cantieri che riguarderebbero il Passante di Bologna. Il Comune aveva previsto di collegare anche il Pilastro con la linea tramviaria, si partirà senza, ma l’obiettivo è riuscire a dare al quartiere una nuova possibilità di svolta. Podcast del Corriere: La morte di Fakir. Inizia l’era Burnham. Perché la Spagna domina     Altri approfondimenti sul quartiere Pilastro: L’intervento del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata al Pilastro, iniziato nell’ottobre 1969, ha evidenziato criticità legate a sovraffollamento, isolamento e carenza di servizi educativi. Il progetto si è interrotto a causa della mancanza di continuità istituzionale, lasciando irrisolti i bisogni di supporto sociale e specialistico della comunità. Approfondisci l’analisi su : http://www.risme.cittametropolitana.bo.it/mente-salute-mentale-percorsi/storia-laboratorio-psicologia-applicata/esperienza-Pilastro.html   Redazione Bologna
July 28, 2026
Pressenza
Affaire Montedomini: parte l’esposto alla Magistratura
Bene l’esposto alla Magistratura di Salviamo Firenze. Ora si arrivi alle dimissioni del cda, si blocchino gli Avvisi in corso e i contratti da sottoscrivere, si faccia luce sulle richieste di redditi mensili tali da escludere a priori … Leggi tutto L'articolo Affaire Montedomini: parte l’esposto alla Magistratura sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Firenze. Sotto sfratto il Catasto, preda della speculazione immobiliare
Il Catasto è sotto sfratto: venduto a privati negli anni Duemila, la proprietà ora ne vuole fare residenze di lusso. Un altro tassello dell’alienazione del pubblico a pro della speculazione immobiliare. Il noto edificio di via dell’Agnolo 80, destinato agli … Leggi tutto L'articolo Firenze. Sotto sfratto il Catasto, preda della speculazione immobiliare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Nel carcere di Sassari negate cure e diritti fondamentali – la denuncia dei familiari di Riyad Al-Bustanji e delle associazioni solidali in Sardegna
Pubblichiamo la nota del Culleziu contra a la Gherra; Giovani Palestinesi Sardegna; Amicizia Sardegna-Palestina; Associazione dei Palestinesi in Italia; UNIGCOM e Unica per la Palestina: Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji, un detenuto … Continua a leggere→
Cosenza. Centinaia al corteo per chiedere Verità e Giustizia per “Momo”
Lunedi a Cosenza si è svolto un corteo cittadino per chiedere verità e giustizia per Mohamed Amin Bessioud, conosciuto come “Momo”, un ragazzo di 25 anni italiano di origini tunisine che mercoledì scorso si è gettato dal balcone della propria camera durante una perquisizione dei carabinieri. I militari hanno fatto irruzione in […] L'articolo Cosenza. Centinaia al corteo per chiedere Verità e Giustizia per “Momo” su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
E se parlassimo della TAV, anziché delle manifestazioni?
Da oltre trent’anni i cittadini della Val di Susa manifestano contro la TAV. Da oltre trent’anni i media si accorgono di loro solo se fanno casino. Se manifestano pacificamente sono fantasmi: possono essere in centomila ma nessuno ne parla. Se provano a sabotare i cantieri ecco che la politica e i media mainstream si scatenano tuonando in coro che sono un branco di violenti, black bloc e terroristi. Un circo sempre uguale a sé stesso, messo in scena da tre decenni con un unico obiettivo: non parlare mai del merito della questione, ma dividere il pubblico in tifoserie. Tra chi sta “con lo Stato” e chi “con i violenti”. Il tutto rigorosamente senza porsi l’unica domanda che conta: è realmente necessario devastare una valle, passare sopra al volere dei suoi abitanti e spendere 11 miliardi di euro pubblici (che in Italia diventano sempre il doppio) per costruire un nuovo tunnel ferroviario? L’articolo pubblicato su La Stampa il 15 ottobre 1991 (clicca per ingrandire) Quella della TAV Torino-Lione è una storia paradossale anche per un Paese assurdo come l’Italia. L’unico caso di infrastruttura definita urgente e indifferibile da più di trent’anni, talmente urgente che ancora non ne hanno scavato un metro. Era il 15 ottobre del 1991 quando il quotidiano della borghesia torinese, La Stampa, pubblicava un articolo nel quale certificava che entro il 1997 l’attuale linea ferroviaria sarebbe diventata insufficiente. (Piccolo inciso necessario: forse non tutti sanno che, in effetti, una linea ferroviaria tra Torino e Lione già esiste, è perfettamente funzionante, ed è stata anche ammodernata nel 2011). Quell’anno il traffico era stato di 8,5 milioni di tonnellate e non c’era dubbio che in pochi anni si sarebbero superate le 14,3 milioni di tonnellate che poteva supportare la linea. La TAV era assolutamente necessaria. Gli anni passarono e arrivò il 1997, ma il traffico merci sulla Linea era cresciuto molto poco. Lo studio era da rifare: poco male. Gli esperti governativi nel 1999 ribadirono che la TAV andava fatta subito: entro il 2005 la linea attuale non sarebbe più bastata e nel giro di pochi anni, di sicuro, il traffico sarebbe esploso a 20 milioni di tonnellate. Nel 2001 il governo Amato (di centro-sinistra) approvò il progetto. Intanto arrivò anche il 2005 e il traffico merci registrato sulla ferrovia Torino-Lione in realtà era diminuito: 6,5 milioni di tonnellate contro le 8,5 del 1991. Ma nel 2004 i soliti esperti avevano fatto un altro studio: era un calo transitorio e non c’era dubbio che la linea attuale sarebbe bastata al massimo fino al 2015: costruire la nuova linea rimaneva imperativo, checché ne pensassero quei montanari mezzi anarchici e invasati dei NO TAV. Poi ne hanno fatto un altro nel 2012, sostenendo che bisognava davvero correre, spezzare ogni resistenza e costruire la TAV: nel 2025 le merci che si sarebbero spostate tra Italia e Francia sarebbero state 20 milioni di tonnellate ed entro il 2050 si raggiungeranno di certo le 50 milioni di tonnellate. Ma, non ci crederete, il traffico in realtà è continuato a diminuire. Nel 2022, tra Torino e Lione, si sono spostate via treno 2,34 milioni di tonnellate di merci. Quasi quattro volte meno rispetto al 1991, oltre sei volte in meno del limite che può sostenere l’attuale linea ferroviaria. Su questi dati di realtà dovrebbe basarsi il dibattito pubblico sulla TAV in Val di Susa. Ma in Italia esiste un partito unico del cemento e delle grandi opere che tiene dentro tutti, dalla Lega fino al PD, passando per la Confindustria e l’intero apparato mediatico dominante. Concentrare il dibattito pubblico su questi dati, anziché sulla solita retorica dei violenti, li costringerebbe a rispondere finalmente all’unica domanda che conta: per quali interessi sporchi e particolari deve essere costruita a tutti i costi un’opera che non serve a niente e che costerà un sacco di soldi? La gente della Val di Susa queste cose le sa da tempo e si oppone alla sorte che ha destinato la loro terra ad essere sventrata e usata come bancomat dalla banda delle grandi opere. “Condannate chi devasta il territorio, non chi si oppone alla devastazione”, ha ribadito il movimento mentre dal governo si invoca l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza” per mandarli tutti in carcere. Forse è ora di ascoltarli. The post E se parlassimo della TAV, anziché delle manifestazioni? appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 28, 2026
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