Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

Lotto marzo: Giornata internazionale della donna
di Bruno Lai … che però si dichiara debitore a Vittoria Franco. L’8 marzo non è la “festa della donna”. È la Giornata Internazionale della Donna, un giorno di rivendicazioni e di lotta. Tanto che alcuni gruppi di femministe contemporanee la chiamano “Lotto marzo”. L’8 marzo è una delle ventidue date significative scelte da Alessandro Portelli nel suo Calendario civile.
Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
Centinaia in corteo al Pilastro, ora rimettere in discussione il progetto
Si sta concludendo ora il corteo rionale del Pilastro con centinaia di persone, a cui abbiamo partecipato come Potere al Popolo dopo aver contriuito alla mobilitazione e al presidio di questi mesi. Il Pilastro ha dato una risposta di comunità, con serenità e determinazione, all’operazione di militarizzazione messa in campo […] L'articolo Centinaia in corteo al Pilastro, ora rimettere in discussione il progetto su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Franco Fortini: versi per …
… capire le tempeste e per l’Internazionale che fu vinta e vincerà. Appuntamento con “la cicala del sabato” (*) Una veduta Grande tempesta, ampia, vediamo di quassù. Dall’Appennino al Tirreno che nero e che lampi i fulmini e come tuona sulle Apuane. Senti la pioggia sulle pietre e sui rami. L’acqua gorgoglia nello zinco della grondaia. Vivere sembra meraviglioso e
#war Conflitto all’#Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente #italianairforce Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo, https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/03/conflitto-alliran-laeronautica-militare.html
March 7, 2026
Antonio Mazzeo
Le armi ‘made in Italy’ impiegate nella guerra all’Iran
La Federazione Anarchica Livornese oggi interviene esprimendosi contro la guerra e per il ritiro delle missioni militari italiane all’estero e la chiusura delle basi Usa in Italia e segnalando che WASS Fincantieri che ha sede a Trieste e numerosi stabilimenti i Italia e nel mondo, uno anche a Livorno, fabbrica i siluri leggeri MU90 che, con un accordo da 200 milioni di euro appena stipulato con il governo italiano, il Belapese fornirà alla Marina Reale Saudita. L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Persico al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, ma sappiamo bene che non sono mai interventi militari di potenze straniere a poter favorire processi di emancipazione e liberazione. Negli ultimi mesi diverse tendenze rivoluzionarie iraniane, in lotta contro il proprio governo, ci avevano messo in guardia, indicando proprio un intervento militare imperialista tra i più grandi rischi per le aspirazioni di libertà delle classi sfruttate e oppresse in Iran. L’intervento militare di USA e Israele mira a bloccare la crisi rivoluzionaria in Iran, che era esplosa con il movimento insurrezionale del dicembre e gennaio scorsi. La guerra spazza via dalla scena le masse in rivolta, già colpite duramente dalla terrificante repressione degli scorsi mesi, e rafforza invece la Repubblica Islamica che può fare appello all’unità nazionale e alla difesa del paese contro l’aggressione straniera. Anche un eventuale collasso della Repubblica Islamica, nel contesto della guerra rischierebbe di lasciare spazio ad un “cambio di regime” gestito da forze reazionarie, magari supportate da potenze globali e regionali. Le ripercussioni della reazione iraniana all’attacco statunitense e israeliano svelano un altro scenario, in cui gli USA impongono un disciplinamento degli stati della penisola arabica. Negli ultimi mesi avevamo assistito ad un avvicinamento della Arabia Saudita ai BRICS e ad un’alleanza militare dell’Arabia con il Pakistan (potenza nucleare) in funzione antiisraeliana; mentre il Qatar si era proposto come mediatore tra Israele ed Hamas e l’Oman fra Iran e USA. La guerra impone ora un riallineamento a quei paesi che sembravano muoversi anche in autonomia rispetto alla secolare subordinazione all’imperialismo angloamericano. Intanto il governo italiano dichiara “non siamo in guerra”. Ma l’Italia è pienamente coinvolta in questa guerra. Oltre al supporto politico assicurato dal governo agli USA e ad Israele, c’è il coinvolgimento negli attacchi delle basi statunitensi in Italia, a partire da Sigonella e dal MUOS, ci sono missioni militari italiane nei paesi del Golfo: solo tra Iraq e Kuwait sono presenti mille soldati italiani, divisi tra la base di Erbil, in Iraq, e Ali-al-Salem in Kuwait. Militari italiani sono già presenti in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto, oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Pertanto i soldati italiani nell’area sono molto più numerosi dei 2500 indicati dalla stampa ufficiale. Il governo ha già inviato aiuti a Cipro, dove la scorsa settimana sono state colpite le basi sovrane inglesi, da cui sono partiti attacchi allo Yemen e voli spia su Gaza. Nel quadro di un intervento europeo l’Italia ha annunciato di voler schierare a Cipro la fregata missilistica Federigo Martinengo, e di voler inviare sistemi anti-droni e sistemi di difesa anti-missilistica SAMP-T. Il governo è pronto ad intervenire direttamente nel Golfo Persico con l’invio di una o più fregate e ad inviare armi a Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, in particolare i sistemi contro droni e missili. SILURI WASS ALL’ARABIA SAUDITA: LE ARMI PER LA GUERRA ALL’IRAN PARTONO ANCHE DA LIVORNO Proprio qui, a Livorno, saranno prodotte alcune delle armi usate in questa guerra. La WASS Fincantieri, che ha qui la sua principale sede produttiva, ha appena stretto un accordo da 200 milioni di euro per una fornitura di siluri leggeri MU90 alla Marina Reale Saudita. Questo spiegherebbe secondo varie fonti giornalistiche il tanto discusso viaggio del ministro Crosetto a Dubai. È probabile che il governo Meloni sia venuto a conoscenza in anticipo dell’attacco all’Iran e abbia spedito il ministro Crosetto come commesso viaggiatore dell’industria bellica italiana. In ogni caso è chiaro che uno degli obiettivi del governo è modificare la legge 185/90 sull’esportazione di armi. Il governo Meloni ha fatto approvare in parlamento una risoluzione che prevede il rafforzamento delle missioni in Medio Oriente, la partecipazione a missioni UE in difesa di paesi dell’UE come Cipro, inoltre conferma l’autorizzazione all’uso delle basi statunitensi. Intanto il presidente Mattarella fa appello al senso di comunità. Bisogna fermare l’aggressione imperialista, in modo che le classi sfruttate iraniane possano davvero liberarsi dai loro oppressori. Scendiamo in piazza per il ritiro immediato delle truppe italiane dal Golfo Persico e dal Mar Rosso; per la chiusura delle basi militari italiane e delle potenze globali nel Golfo Persico nel Corno d’Africa e delle basi inglesi a Cipro; per il blocco di ogni missione in partenza da Sigonella verso il Medio Oriente e il blocco dell’attività del MUOS di Niscemi. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
[Musica Machina] puntata 194 del 6 marzo 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce - Spazio novità #7 (febbraio 2026) Ciuffy Rouge - Echoes of Humanity mixtape (marzo 2026) H501L - Umarell Techno mixtape #8 (marzo 2026) Dj Elettrodo - Daft Records monography mixtape 22 (marzo 2026)     Puntata 194 trasmessa sabato 07 febbraio 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, March 7, 2026).
March 7, 2026
Radio Onda Rossa
Conflitto all’Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti). Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco USA e Israele contro l’Iran. Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare. Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani. “Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”. Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria. “L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar. Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
March 7, 2026
Antonio Mazzeo Blog
I 45 anni di lotta di Kewê Işık
Nonostante la repressione statale e le innumerevoli detenzioni subite nel corso della sua vita, la Madre della Pace Kewê Işık, che ha continuato la sua lotta per 45 anni, è diventata una delle figure simbolo della ricerca della pace e della giustizia in Kurdistan attraverso la sua lotta e le sue testimonianze. Nata nel villaggio di Qaçet, distretto di Elkê (Beytüşşebap) di Şirnex, la vita di Kewe Işık è una lunga storia di resistenza che porta le cicatrici del conflitto nella regione curda. Dopo essersi sposata, Kewe Işık si è stabilita nel villaggio di Bilisava, distretto di Payîzava di Van, ma è stata costretta ad abbandonare la sua casa negli anni ’90 a causa della crescente pressione statale e dell’imposizione di compiti di guardia al villaggio. Dopo che il suo villaggio è stato svuotato, Kewe Işık e la sua famiglia si sono stabiliti nel capoluogo del distretto, per poi essere costretti a trasferirsi a Van. Con l’adesione del figlio Hamit Işık al PKK, Kewê Işık si è trasformata da madre in attesa a partecipante attiva nella lotta per la pace. Membro del movimento delle Madri della Pace di Van, Kewê Işık è stata in prima linea in ogni azione ed evento per 45 anni. Durante questo periodo, è stata ripetutamente arrestata, sottoposta a violenze e ha affrontato numerose indagini. Nonostante tutto, non si arrende mai e crede che la pace sia possibile. Abbiamo parlato con Kewê Işık della sua lotta, delle celebrazioni del Newroz a cui ha assistito e della Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo. La lotta per l’esistenza e l’identità Kewê Işık ha sottolineato di essere stata sottoposta per tutta la vita a politiche repressive da parte dello Stato, ma ha affermato che, nonostante tutte le pressioni, la sua lotta si è fatta più forte giorno dopo giorno. Kewê Işık, affermando che lo spirito di resistenza a cui ha assistito durante le celebrazioni del Newroz continua, ha detto: “Siamo stati costretti a migrare a Van perché non accettavamo il sistema delle guardie del villaggio. I nostri villaggi sono stati bruciati. Negli anni in cui siamo arrivati a Van, la nostra lotta per l’esistenza e l’identità è diventata ancora più forte. Prima che il signor Öcalan fosse fatto prigioniero, eravamo soliti celebrare il Newroz nei quartieri. Bruciavamo pneumatici e danzavamo intorno al fuoco. Raccoglievamo stivali e scarpe di gomma nera nei villaggi per il fuoco del Newroz. Li conservavamo e li bruciavamo durante le celebrazioni del Newroz. Un giorno, i giovani del quartiere si sono riuniti, hanno preso le ginestre e gli stivali di gomma nera che avevamo raccolto e hanno acceso il fuoco del Newroz. C’era la casa di una guardia del villaggio proprio dove era stato acceso il fuoco. Ogni volta che accendevamo il fuoco, lo spegnevano. Non importava quanto cercassero di spegnerlo, continuavo a riaccenderlo e, infine, abbiamo impilato 12 pneumatici uno sopra l’altro e abbiamo alimentato le fiamme. Alla fine, non sono riusciti a sconfiggerci e a spegnere il fuoco che avevamo acceso. Migliaia di persone si sono radunate attorno al fuoco. Vedendo ciò, lo Stato ha inviato elicotteri, ha fatto irruzione nel quartiere e ha arrestato molte persone.” “Era un altro giorno del Newroz e tutti si accalcarono nell’edificio della festa. L’edificio era così pieno che pensammo che sarebbe crollato. A quel tempo, i festeggiamenti per il Newroz erano vietati. Avevamo riempito tutti e tre i piani dell’edificio. Temendo che crollasse, uscimmo e continuammo i festeggiamenti. Lo Stato ci circondò e ci aggredì. Fecero irruzione nell’edificio della festa. C’era una sartoria di fronte all’edificio. Mi nascosi lì, mi avvolsi in un rotolo di stoffa, così non mi poterono trovare durante l’irruzione. Poi i giovani si radunarono di nuovo e continuarono i festeggiamenti per il Newroz nei quartieri. Bloccarono le strade del quartiere, non permettendoci di entrare. Riuscimmo a entrare nel quartiere attraverso i varchi e le colline. Non appena eravamo entrati, abbiamo riacceso il fuoco. La polizia fece irruzione nel quartiere e ci aggredì. Quel giorno, presero tutti i giovani del quartiere, li picchiarono e li torturarono”, ha affermato raccontando i vecchi tempi. Riguardo l’8 marzo  Kewê Işık, affermando di essersi preparata per la Giornata Internazionale della Donna, l’8 marzo, con giorni di anticipo ha dichiarato: “A quei tempi, un giorno prima dell’8 marzo, preparavamo i dolci in casa. Stendevamo grandi impasti e li farcivamo di noci. Mettevamo anche una perlina blu all’interno di ogni dolce. Questi dolci venivano serviti sul tavolo della colazione l’8 marzo. Chiunque trovasse il dolce con la perlina avrebbe acquisito forza e saggezza. Indipendentemente dall’età, l’8 marzo salivamo sui tetti, accendevamo fuochi e danzavamo l’halay. Quel giorno, venivano stesi tappeti sui tetti e tutto il quartiere mangiava insieme. Dopo aver mangiato, danzavamo di nuovo l’halay. Quel giorno, tutte le donne indossavano abiti tradizionali e il velo. La polizia faceva irruzione nel quartiere e ci colpiva con acqua a pressione. Per 4-5 anni, abbiamo festeggiato nei quartieri in questo modo, temendo le incursioni della polizia”. L'articolo I 45 anni di lotta di Kewê Işık proviene da Retekurdistan.it.
March 7, 2026
Retekurdistan.it
Udienza d’Appello per tarek
Condanna riformata ad un anno e 8 mesi. Tolti tre anni praticamente alla richiesta di primo grado, a luglio dovrebbe uscire ma sono fiduciosi anche un po' prima gli avvocati, tutto sommato soddisfatti di come sia andata