Cambiamento climatico, una questione di classeIl cambiamento climatico viene spesso raccontato come un fenomeno che si sta
formando e che si concretizzerà in futuro, ponendoci l’obiettivo di mitigare
tali nefasti effetti entro la fatidica data del 2050. Ma l’innalzamento delle
temperature e il concretizzarsi dei suoi effetti sono già realtà. Com’è stato
notato durante quest’ultima estate 2026, una delle più calde mai registrate, il
cambiamento climatico è già in atto e le sue conseguenze si stanno già
riverberando sulle persone e sulle comunità. Su quelle più vulnerabili, a essere
precisi.
In particolare, quando il caldo anomalo entra negli appartamenti popolari
(ufficialmente noti sotto il titolo di Edilizia Residenziale Pubblica, Erp) si
accumula nel cemento e resta intrappolato anche di notte. Diventa
disidratazione, insonnia, tachicardia, ansia. Diventa una bolletta che non si
può pagare, una finestra che non si può aprire perché affaccia sull’asfalto
rovente, un condizionatore che non si può installare o, se installato, si teme
di accendere.
La retorica secondo cui «siamo tutti sulla stessa barca» non vale più: il
cambiamento climatico attraversa una società divisa in classi e ne moltiplica le
disuguaglianze. C’è chi affronta un’ondata di calore in una casa isolata,
ombreggiata e climatizzata, come c’è chi può permettersi di lasciare la città
per settimane o mesi. E c’è invece chi non può scegliere né dove abitare né
quando smettere di lavorare, vive in quartieri con verde quasi inesistente e
torna la sera in un alloggio che ha assorbito calore per tutto il giorno. Per
gli ultimi della società, l’estate è diventata sinonimo di tortura.
Se il ceto medio-basso è quello che soffre maggiormente le conseguenze e gli
effetti del cambiamento climatico e di queste estati invivibili, è soprattutto
nelle case popolari che questa realtà diventa insostenibile. Lo Stato non è un
osservatore esterno: Comuni ed enti gestori possiedono o amministrano gli
edifici e conoscono benissimo le condizioni degli alloggi popolari. A queste
responsabilità si affiancano gli obblighi statali internazionali, sia climatici
che di protezione dei diritti umani. Che cosa significa, allora, proclamare
obiettivi di adattamento se migliaia di famiglie continuano a vivere in
abitazioni incapaci di proteggerle da un caldo ormai intollerabile?
IL CALDO CHE UCCIDE
Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che nell’estate 2024 siano
morte per cause legate al caldo circa 62.800 persone in Europa, oltre 19 mila
delle quali in Italia: il numero più alto tra i trentadue paesi analizzati. Sono
numeri da crisi sanitaria. Eppure il caldo continua a essere trattato come una
parentesi stagionale, quasi fosse un disagio da sopportare con pazienza fino al
ritorno dell’autunno. Già durante l’estate del 2003, a Roma, secondo alcuni
studi, l’aumento più marcato della mortalità dovuta alle ondate di calore si
concentrò, guarda caso, nelle aree socio-economiche più svantaggiate, andando a
colpire soprattutto gli over 65 di questa fascia, dimostrando che le
vulnerabilità sono intrinsecamente interconnesse.
Anche il classico consiglio estivo dei telegiornali di «restare a casa nelle ore
più calde» rivela una politica costruita intorno a un cittadino astratto, o
comunque facente parte di una fascia minoritaria della popolazione. Anche
assumendo per vera l’ipotesi di avere orari di lavoro flessibili, questo
suggerimento presume che tutti abbiano a casa una stanza fresca, possano pagare
l’elettricità e non vivano in condizioni di sovraffollamento. Ma che cosa accade
quando la casa non protegge? Cosa accade quando l’emergenza climatica smette di
essere esterna e occupa lo spazio nel quale una persona dovrebbe poter riposare,
curarsi e sentirsi al sicuro?
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QUANDO LA CASA DIVENTA UNA TRAPPOLA
Per una fascia consistente della popolazione, l’estate non rappresenta più il
classico momento del recupero e della vacanza, ma è vista come il periodo
peggiore dell’anno, in cui anche restare a casa è uno strazio. Questo è dovuto a
diversi fattori, fra cui, certamente, il fatto che per decenni le politiche
climatiche abbiano guardato agli edifici soprattutto come fonti di emissioni da
ridurre. Una casa però è anche la prima infrastruttura di adattamento: dovrebbe
proteggere dal freddo, dal caldo, dall’umidità e dagli eventi estremi. Quando
non lo fa, il diritto all’abitare perde il suo contenuto materiale. Avere un
tetto non significa necessariamente avere un luogo sicuro.
La fotografia dell’Erp italiano è particolarmente eloquente. Secondo
l’Osservatorio nazionale Erp 2024-2025 di Federcasa e Nomisma, gli enti
associati gestiscono complessivamente 823.734 alloggi, pari al 2,3% dello stock
abitativo nazionale, dei quali 797.034 appartengono all’edilizia residenziale
pubblica. L’84,7% degli alloggi Erp censiti è stato costruito prima del 1991.
Sull’intero patrimonio Erp censito, soltanto il 12% è stato interessato da
interventi di efficientamento energetico, mentre 61.300 alloggi restano vuoti
perché richiedono manutenzione straordinaria. Dietro questi dati c’è un
patrimonio pubblico lasciato invecchiare mentre i canoni sociali non coprono i
costi e lo Stato e le Regioni non garantiscono risorse strutturali sufficienti.
In estate, tetti e facciate non adeguatamente isolati accumulano calore; infissi
deteriorati e assenza di schermature impediscono di controllarlo; asfalto e
mancanza di alberi lo trattengono anche dopo il tramonto. Il tutto si somma. Nel
2024, inoltre, il 45,3% degli immobili residenziali provvisti di attestato
energetico ricadeva nelle classi F e G, secondo il rapporto Enea, mostrando
quanto sia estesa l’inefficienza di edifici progettati per un clima che non
esiste più. A conferma di ciò, il 6 agosto 2026, il governo italiano ha
trasmesso alla Commissione europea il suo Piano Sociale per il Clima (Psc),
evidenziando che il numero di famiglie in Erp intercetta con certezza un
perimetro di famiglie in condizioni di disagio socioeconomico e rientranti nel
perimetro della povertà energetica, e quindi destinando 1,95 miliardi di euro
alla riqualificazione energetica dell’Erp.
Tuttavia, la povertà energetica è solo parte del problema. La risposta non può
essere «comprare un condizionatore». Chi ha un reddito basso, anche nell’ipotesi
in cui abbia un condizionatore installato, spesso ha paura di accenderlo.
Parimenti, un inquilino di una casa popolare non può isolare il tetto, rifare la
facciata o piantare alberi nel cortile. Ridurre i consumi di un edificio non
significa necessariamente aver identificato e protetto chi, al suo interno, è
maggiormente esposto alle temperature estreme. Non basta. Una politica di
adattamento socialmente giusta dovrebbe affiancare alla classe energetica
dell’edificio anche indicatori di esposizione al caldo, qualità dell’ambiente
urbano e vulnerabilità socio-economica e sanitaria degli abitanti. È
l’intersezione di questi fattori di diseguaglianza economica che produce una
diseguale esposizione al rischio climatico.
L’ESTATE È TORTURA
Per la classe operaia e per i ceti a reddito medio-basso, l’estate è diventata
la stagione della sofferenza. Ondate di calore sempre più lunghe, afa
persistente e temperature che impediscono perfino di uscire nelle ore centrali
trasformano, per settimane o mesi, la vita quotidiana in una prova di
resistenza. Chi vive in un’abitazione incapace di proteggerlo dal caldo estremo
è costretto a sopportare giornate che non finiscono mai, a temperature
estremamente elevate, mettendo a serio rischio la salute fisica e mentale.
Secondo un report di Housing Europe, infatti, il patrimonio dell’Erp italiano
presenta oggi un significativo fabbisogno di adattamento alle temperature
estreme e alle ondate di calore. Una parte consistente degli alloggi richiede
ancora interventi di riqualificazione: il Piano Casa 2026 prevede il recupero di
circa 60.000 abitazioni popolari. La questione riguarda dunque anche la capacità
concreta di queste abitazioni di proteggere chi vi vive durante ondate di calore
sempre più intense: schermature solari, ventilazione, isolamento adeguato al
caldo estivo, verde e ombreggiamento, oltre a sistemi di raffrescamento
accessibili. Per le famiglie economicamente più fragili, adattare l’edilizia
pubblica significa impedire che la capacità di proteggersi dal caldo dipenda
semplicemente dalla possibilità individuale di comprare un condizionatore e
pagarne la bolletta.
Calore incessante, disidratazione e privazione del sonno possono provocare
dolore, confusione, panico, perdita di autonomia e sofferenza mentale.
Un’analisi di 114 studi ha stimato che, durante le ondate di calore, gli accessi
e i ricoveri per problemi di salute mentale aumentino del 9,7%. Insonnia,
irritabilità e sovraffollamento possono inoltre esasperare conflitti già
esistenti. Ad esempio, uno studio sulle province italiane, nel 2026, ha
associato l’aumento delle temperature massime alle chiamate al 1522 e alla
violenza di genere, con prove di risposte differenziali lungo alcune dimensioni
selezionate relative all’adattamento e al contesto socio-economico. Non sono
dati casuali, non sono coincidenze.
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NON È COLPA VOSTRA
Redazione Jacobin Italia
LA GIUSTIZIA SOSTANZIALE COMINCIA DALLA CASA
Trattare tutti allo stesso modo durante una canicola non produce uguaglianza. Il
proprietario di casa può anticipare il costo di una riqualificazione;
l’inquilino di una casa popolare no. Chi ha un’auto può raggiungere un luogo
fresco; una persona anziana o disabile può restare isolata. Chi vive in una casa
grande può spostarsi nella stanza meno calda; in un alloggio sovraffollato
quella stanza non esiste.
È qui che il concetto di giustizia sostanziale smette di essere una formula da
manuale. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione affida alla Repubblica
il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto
libertà ed eguaglianza. Applicato alla crisi climatica, questo principio impone
di chiedersi non soltanto se una misura esista sulla carta, ma chi possa davvero
utilizzarla e chi, invece, resti escluso proprio perché più povero, più fragile
o privo di potere sul luogo in cui abita.
La medesima detrazione per tutti può perfino allargare le disuguaglianze quando
richiede di anticipare migliaia di euro. Una politica fondata sulla giustizia
sostanziale deve quindi concentrare risorse pubbliche, dove l’esposizione è
maggiore: riqualificare direttamente le case popolari, e assicurare rimedi
rapidi quando un alloggio diventa pericoloso.
L’Italia ha inoltre ratificato l’Accordo di Parigi nel 2016. L’Accordo è un
trattato giuridicamente vincolante, in cui si obbligano gli Stati a preparare,
comunicare e mantenere contributi climatici successivi e a perseguire misure
interne di mitigazione, e a impegnarsi nella pianificazione dell’adattamento e
nell’attuazione delle relative azioni.
Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha inoltre chiarito
che l’obbligo di adattamento è vincolante e deve essere adempiuto con la dovuta
diligenza, utilizzando i migliori sforzi alla luce della migliore scienza
disponibile. In questo contesto, occorre ridurre concretamente la vulnerabilità
di persone e luoghi, dando priorità a chi è più esposto. Tra le misure indicate
dalla Corte compare anche l’adeguamento degli edifici alle condizioni
climatiche.
Tuttavia, il percorso italiano mostra precisamente questa distanza. Una prima
bozza del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) risale
al 2017; il Pnacc è stato approvato soltanto il 21 dicembre 2023. L’Osservatorio
incaricato di coordinarne l’attuazione e individuare i finanziamenti è stato
istituito nel dicembre 2025, mentre il Comitato di indirizzo e coordinamento si
è insediato a fine febbraio 2026. Nel frattempo, il patrimonio abitativo
pubblico continua a invecchiare e le ondate di calore hanno continuato a colpire
come mai prima.
Anche sul versante della mitigazione i risultati restano insufficienti. Il
profilo italiano del Climate Action Progress Report 2025 della Commissione
europea stima che, perfino con misure aggiuntive, l’Italia resterebbe al di
sotto del proprio obiettivo 2030 nei settori dei trasporti, degli edifici,
dell’agricoltura e dei rifiuti, accumulando emissioni eccedenti nel periodo
2021-2030. Il divario documentato dalla Commissione mette in discussione
l’adeguatezza delle misure italiane e offre elementi concreti per valutare se lo
Stato stia adempiendo con la dovuta diligenza agli obblighi assunti attraverso
l’Accordo di Parigi. La Cig ha pure sottolineato che non basta prevedere quadri
giuridici a contrasto del cambiamento climatico, ma che tali quadri vanno anche
attuati, per non violare l’obbligo internazionale. Adattare le case popolari
significa, in questo senso, trasformare un obbligo di protezione dal cambiamento
climatico in una misura concreta di tutela della salute, della vita e del
diritto a un’abitazione dignitosa e di espressione di uno Stato sociale.
In tal senso, le azioni giudiziarie con oggetto la lotta al cambiamento
climatico si sono diffuse a livello globale, e il 21 ottobre 2026, pure la Corte
d’Appello di Roma si è pronunciata sulla causa denominata Giudizio Universale,
promossa da A Sud e da oltre duecento ricorrenti, i quali contestavano
l’inazione dello Stato italiano nei confronti del cambiamento climatico, e il
riconoscimento di un diritto umano a un clima stabile e sicuro. La fiducia
deriva anche dall’esito positivo del caso KlimaSeniorinnen contro Svizzera, in
cui la Corte europea dei Diritti umani ha riconosciuto il diritto a una
protezione effettiva contro i gravi effetti del cambiamento climatico, e dal
fatto che negli ultimi anni diverse cause a livello nazionale hanno avuto esito
positivo per i ricorrenti che lamentavano insufficienti politiche di contrasto
climatico in capo ai rispettivi Stati.
Nelle case popolari l’autorità pubblica, lo Stato, è insieme proprietaria
dell’immobile e responsabile dell’adattamento dell’Erp al cambiamento climatico.
La sua responsabilità è diretta.
IL POPULISMO NON ABBASSA LA TEMPERATURA
Mentre una parte del discorso politico presenta gli obblighi climatici come
imposizioni buoniste o costi ambientalisti contrapposti alle esigenze dello
sviluppo e del consumo, le temperature estreme ci stanno rendendo visibile una
realtà molto più concreta: la crisi climatica distribuisce i propri effetti
lungo diseguaglianze economiche e sociali già esistenti. La capacità di
proteggersi dipende dal reddito, dalla qualità dell’abitazione in cui si vive e
dalle risorse disponibili per affrontare temperature sempre più elevate.
Affidare l’adattamento alla capacità economica individuale finisce così per
amplificare queste differenze, trasformando la diseguaglianza sociale in una
diseguale esposizione al rischio climatico.
Una politica realmente rivolta ai ceti popolari dovrebbe fare l’opposto.
Dovrebbe finanziare tecniche di adattamento quali isolamenti, alberature e spazi
pubblici climatizzati, impedendo che la riqualificazione aumenti i canoni o
espella gli abitanti. Dovrebbe far pagare la transizione a chi ha tratto
maggiori profitti dall’economia fossile, non a chi ha contribuito meno alla
crisi. Sia chiaro, l’adattamento non può e non deve sostituire la riduzione
delle emissioni: senza mitigazione, ogni opera sarà prima o poi superata da
temperature più alte. Ciononostante, senza adattarsi, anche una transizione
ambiziosa continuerà ad abbandonare chi subisce gli impatti già inevitabili.
In questo senso, gli obblighi internazionali, climatici e di tutela dei diritti
umani possono svolgere un ruolo importante nell’imporre allo Stato di agire e
adattarsi al cambiamento climatico. Lo Stato non può più restare inerte dinnanzi
alla violenza di questa trasformazione climatica. Non possiamo continuare a
parlare né di semplice disagio estivo né di emergenza climatica. Il cambiamento
è già in atto e i suoi effetti sono gravissimi. Dobbiamo adattarci e lottare per
contrastarlo. Chico Mendes, simbolo internazionale dell’ambientalismo, diceva
che l’ecologismo, senza lotta di classe, non è altro che giardinaggio. Se ciò
vale per la tutela dell’ambiente, negli ultimi anni stiamo riscontrando che è
ancor più vero per il cambiamento climatico e per ciò che ne consegue.
*Valerio Sinaj è dottorando di Diritto Internazionale, Diritti Umani e
Cambiamento Climatico presso IUSS Pavia e l’Università degli Studi di Roma
UnitelmaSapienza, nel quadro del programma nazionale PhD SDC. La sua ricerca si
occupa dell’identificazione delle vittime di cambiamento climatico. Ha svolto
periodi di ricerca presso le Università Panthéon Sorbonne e Panthéon-Assas di
Parigi, l’Università di Utrecht e l’Università di Cambridge.
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