Tutto sul polpoTutto sul polpo
Andrea Giardina
Anita Romanello Dom, 13/09/2026 - 03:05
Otto braccia che pensano e assaggiano servendosi di ventose, bocca sotto le
ascelle o meglio in mezzo alle gambe, becco tagliente, lingua cosparsa di
dentini affilatissimi, veleno paralizzante e in grado di dissolvere la carne,
inchiostro dotato di melanina e di dopamina, tre cuori, cervello espanso su più
parti del corpo con tre quinti dei neuroni posti nelle braccia, sangue
verdeazzurro, assenza di ossa, fulminei mutamenti di forma e colore. Tutte
caratteristiche del polpo, tra le forme viventi quella così distante dalla
nostra – batte pure gli insetti - da rappresentare “il grande mistero
dell’Altro”. Nulla sembra avvicinarci. Sulla linea evolutiva ci siamo separati
circa mezzo miliardo di anni fa, il comune antenato era un verme piatto. Lo
classifichiamo tra gli invertebrati, è un mollusco cefalopode strettamente
imparentato con seppie e calamari, ma anche con lumache e vongole. Un predatore,
con una vita brevissima, non più di due anni. Per noi esseri umani, un vero e
proprio alieno. Il suo aspetto suscita interrogativi e incertezze, perfino
ripugnanza. Diffidiamo dei suoi movimenti, che abbinano nuoto a propulsione a
camminate sui fondali. Anche i suoi occhi ci inquietano, forse perché sono
l’unico elemento che abbiamo in comune, e proprio per questo danno l’impressione
di appartenere a una creatura prigioniera di una forma incoerente. E poi il
polpo vive nel mare, dalle zone costiere alle acque più profonde dell’oceano,
dove si trovano specie il cui corpo può raggiungere il peso di un uomo. E
siccome il mare rimane per noi un territorio ostile, ignoto e insidioso, è stato
inevitabile che il terrore per il polpo – soprattutto se denominato piovra, il
polpo gigante - avvicini le leggende islandesi del XIII secolo ai film americani
del Novecento.
L’immagine che entra nella memoria collettiva, compendiando tutti i terrori
ancestrali, è il disegno a penna e acquerello con cui, nel 1801, Pierre Denys de
Montfort raffigura un polpo gigante che affiora dall’oceano e avvolge le braccia
attorno ai tre alberi di una goletta: è l’emblema del polpo come il più tremendo
pericolo degli abissi, idea riproposta anche da Jules Verne in “Ventimila leghe
sotto i mari”. Con queste premesse, è inevitabile che quanto sta accadendo da
qualche decennio risulti perlomeno spiazzante. Di che si tratta? Della scoperta
che il polpo, l’alieno, è intelligente, dotato di coscienza, capace di provare
sentimenti, emozioni e dolore. Un animale perfettamente in grado di riconoscere
gli esseri umani, di interagire con loro, di provare simpatie e antipatie
profonde, di giocare, di ingannare e di amare. Non è solo del polpo che lo si
dice: capacità cognitive e reazioni emotive sono individuabili nei primati, nei
cani, nei gatti, nei corvi. Il problema con i polpi è che il loro corpo pare
suggerirci tutt’altro: nascosto tra le rocce dei fondali sembra un minerale, in
movimento le parti che lo compongono appaiono incongrue, la vita acquatica lo
separa dalla possibilità di comunicare. Eppure la scienza lo ha affermato
ufficialmente, prima nella Dichiarazione di Cambridge (2012) e poi in quella di
New York (2024): il polpo possiede i substrati neurologici necessari per
generare la coscienza. Prendendo spunto da questa acquisizione, nel 2025, la
scrittrice danese Ann Cathrine Bomann ha pubblicato un romanzo, “La stagione
dell’acquario” (appena proposto da Iperborea nella traduzione di Eva Valvo), che
ha messo a tema la relazione tra un essere umano, Vigga, e un polpo, Rosa.
La giovane Vigga è una ragazza complicata, solitaria, incapace di stabilire
relazioni. Non ha un lavoro stabile, va dove la manda l’Ufficio di collocamento,
così anche l’incarico presso l’Acquario di Copenhagen, in cui deve fare le
pulizie e dare da mangiare ai pesci, le sembra inizialmente soltanto una delle
tante fallimentari tappe di una vita senza direzione. L’unica sua consolazione è
la profonda amicizia con Maiken, con cui ama trascorrere ogni momento libero dai
tempi della scuola superiore. Solo con lei riesce a rilassarsi e a non fingere
di essere quello che non è, mettendosi alle spalle la sua “penosa cerchia
famigliare”. Le cose cambiano quando, parallelamente, Vigga conosce Rosa, la
femmina di polpo che se ne sta nascosta in una delle vasche dell’acquario, e
Maiken rimane incinta. Si viene a creare un doppio movimento: la scoperta della
impensabile possibilità di allacciare una relazione con il polpo si affianca ai
vuoti (i “buchi”) che produce la progressiva uscita di Maiken dalla vita della
protagonista. Con Rosa, Vigga scopre di avere soprattutto un punto di contatto:
sono entrambe asociali, difficili, introverse. Il loro incontro ha qualcosa di
miracoloso. È stata Rosa ad avvicinarsi per prima, sfiorandole il dorso della
mano con la punta del tentacolo. La ragazza è stata colpita dagli occhi del
polpo, si è chiesta quali “paesaggi vastissimi” nascondesse. Da quel primo
approccio, Rosa “smette di essere qualcosa di estraneo e perfino ripugnante” e
ricorda a Vigga il suo cocker spaniel, Mina, costringendola a porsi domande su
cosa possa provare quel misterioso animale, facendole immaginare come potesse
essere la sua precedente vita nell’oceano. Ecco un altro elemento che le
accomuna: Rosa e Vigga sono due prigioniere. Forse anche il polpo, nelle sue
incessanti perlustrazioni delle pareti dell’acquario, vorrebbe scappare da tutto
quanto lo circonda, ma probabilmente non può far altro che sognarlo. Il punto di
svolta arriva con la deposizione delle uova: come è nella natura dei polpi, per
riprodursi Rosa sacrifica la propria vita e smette di mangiare, consumandosi
nell’inedia.
La nascita della discendenza – in questo caso impossibile, nessun maschio ha
fecondato le uova – coincide con la lunga agonia e la fine di Rosa. Vigga non
può far nulla per salvarla. Ma, nel piano narrativo strutturato da Bomann, la
morte del polpo coincide con la nascita della figlia di Maiken e con la
riconciliazione tra le due amiche. In qualche modo, Rosa ha cambiato Vigga. “La
stagione dell’acquario” è un romanzo che fino a qualche anno fa sarebbe stato
impensabile. Il suo presupposto è che il polpo possieda un sé, abbia coscienza
di quanto gli accade, un’attività di pensiero. Lo percorre una domanda: “Come
facciamo a immaginarci l’eventuale coscienza di un essere con cui non abbiamo in
comune né la struttura cerebrale né la forma fisica?”. Ovvero: è possibile
intuire cosa si prova ad essere un polpo? Bomann sa che è difficile dare una
risposta, ogni coscienza, come scrive Vigga rivolgendosi a Rosa, “è plasmata dal
modo in cui il tuo corpo sta al mondo, esattamente come la mia. Dal modo in cui
io piego le mani, o la lingua per pronunciare le parole. Dal fatto che tu capti
segnali nell’acqua tramite la pelle e riesci a vedere nel buio pesto”. Tutto
impossibile quindi? Non è detto. “In qualche modo tu sei più di un semplice
corpo”, afferma Vigga. E anche se Rosa vive “al di fuori della normale
distinzione tra anima e corpo” ed è “come un denso fluido intelligente”, la
giovane protagonista ha la sensazione di percepire qualcosa di quanto passa
nella testa dell’animale: “Eppure. Tu dietro quel vetro che è sempre stato il
mio. Il tuo sguardo dentro il mio”.
Questa possibilità di entrare in relazione con una specie profondamente
dissimile – un elogio all’empatia, qualità umana per eccellenza – sta al centro
di un altro libro da poco pubblicato in italiano, “L’anima del polpo”, un saggio
con marcato andamento narrativo scritto dalla naturalista americana Sy
Montgomery (pubblicato ora da Aboca, nella traduzione di Teresa Albanese), che,
quando è apparso, ha contribuito ad accendere l’attenzione sui polpi. Si tratta
infatti di uno dei primi lavori di divulgazione sul tema, pubblicato negli Stati
Uniti nel 2015, e seguito, l’anno successivo, da “Altre menti” (pubblicato in
Italia da Adelphi), scritto dal filosofo australiano Peter Godfrey-Smith, uno
tra i testi fondativi degli studi sulla coscienza animale, e, nel 2020, da “My
Octopus Teacher”, il documentario di Craig Foster (il titolo italiano è “Il mio
amico in fondo al mare”), vincitore dell’Oscar, in cui si descrive la struggente
amicizia tra un uomo in crisi e una energica femmina di polpo. “L’anima del
polpo” è ambientato nel New England Aquarium di Boston, dove l’autrice si reca
per studiare i polpi, animata come Bomann, dal desiderio di “esplorare un tipo
diverso di coscienza”. Athena, un polpo gigante del Pacifico, è il primo animale
con cui Sy stabilisce un contatto. Ha due anni e mezzo e pesa diciotto chili. È
un polpo “più volitivo della media: molto attivo e incline all’eccitazione”,
come evidenzia facendo diventare la sua pelle rossa e bitorzoluta. Non c’è
bisogno di lunghi preliminari, Sy e Athena si piacciono immediatamente. La donna
le accarezza la testa trovandola “liscia come seta e più soffice della crema
pasticcera” e il polpo, forse capendo di essere davanti a una donna, la tocca
con le braccia, assaporando e riconoscendo quegli estrogeni che lei stessa
possiede. Per Sy, Athena è “un portale” che la introduce a “un nuovo modo di
pensare al pensiero” e la spinge - altro effetto da non sottovalutare – a
guardare diversamente il nostro pianeta, “un mondo prevalentemente d’acqua”.
Cosa scopre dalla lunga serie di incontri? La forza straordinaria di ognuna
delle milleseicento ventose di Athena, la noia che l’assale se non ha niente da
fare, l’istinto di fuga, il modo attraverso cui fa arrivare il cibo alla bocca,
trasferendolo di ventosa in ventosa, il movimento degli occhi indagatori, dotati
di palpebre. L’impressione, ammette Montgomery, è che Athena sia “più che umana,
un essere che non ha bisogno di noi per essere completo”. Il “miracolo” è che il
polpo abbia concesso ad un uomo di entrare a far parte del suo mondo. Sy avverte
che, “accarezzandola nell’acqua”, ha superato una barriera: è entrata
“nell’esperienza del tempo di Athena: liquida, scivolosa e antica, capace di
fluire a un ritmo diverso da qualsiasi orologio”. Octavia, arrivata all’acquario
dopo la morte di Athena, è molto diversa da chi l’ha preceduta.
I polpi hanno personalità diverse. Octavia, cresciuta allo stato brado, è poco
abituata alla compagnia umana. Quando Sy allunga il braccio nell’acqua, il polpo
l’afferra con forza sorprendente: “La suzione era così forte che la sentivo
attirarmi il sangue verso la superficie della pelle”. La caratteristica di
Octavia è quella di mimetizzarsi, una vera e propria specialità dei polpi che
“padroneggiano da trenta a cinquanta motivi diversi per singolo animale”.
Octavia, avendo vissuto più a lungo nell’Oceano rispetto ai suoi predecessori,
ne fa abbondante ricorso, a dimostrazione che si tratta di facoltà apprese e
quindi segno della sua attività cognitiva. Quando depone le uova, Octavia smette
di interagire con Sy e gli altri addetti dell’acquario. Lavorando senza essere
vista – i polpi sono animali notturni – ha fatto uscire dal sifone centinaia di
uova a forma di lacrima che intesse con cura in filamenti che poi incolla alle
volte della tana, simili a grappoli d’uva. Probabilmente sono uova feconde,
Octavia ha immagazzinato lo sperma quando ancora era libera nell’oceano. La cura
delle uova, che distrugge il corpo del polpo, esprime devozione, forse ispirata
da ormoni come l’ossitocina, che i polpi possiedono come gli esseri umani:
proteggere le uova è il primo impulso dell’amore. Anche Kali è una femmina, ma
rispetto ad Athena e Octavia, “è una raffinata miniatura”. Quando osserva gli
esseri umani cambia continuamente colore della pelle. Perché lo fa? Per
confondersi con l’ambiente o per “assomigliare a qualcosa di diverso da un
polpo”? Oppure è una manifestazione dei cambiamenti d’umore? Kali vive in un
barile di sottaceti, anche lei ha attraversato una vita ricca di incontri e di
pericoli prima di arrivare all’acquario, per molti aspetti, rispetto agli umani,
è “una sofisticata cosmopolita”. Non rifugge dai contatti con Sy, anche se, come
tutti i polpi, è un animale asociale con i propri simili.
Dopo la sua morte improvvisa, è sostituita da Karma, un altro polpo femmina,
che, superata l’aggressività iniziale, diventa estremamente tranquilla. Rivela
un’altra prodigiosa capacità dei polpi: Il suo braccio mozzato progressivamente
comincia a ricrescere. Non disdegna la compagnia umana: è solita tirare la testa
fuori dall’acqua per guardare Sy. Completamente bianca, ha una passione per un
giochino di gomma con cui talvolta trascorre intere giornate. Anche con lei
ritornano le domande che attraversano tutto il libro: cosa pensa? Come funziona
la sua mente? Cosa significa, come scrive Godfrey-Smith, avere il cervello anche
sulle braccia? Se è impossibile saperlo, è meno difficile ammettere cosa ci sia
dietro il desiderio di chi cerca di scoprirlo: come riconosce Sy Montgomery,
ogni interazione nasce dal tentativo di comprendere l’anima. Cosa sia l’anima è
un altro problema.
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