Fuga dal lavoro socialeLE PERSONE IN STRADA AUMENTANO OVUNQUE E IL LORO DISAGIO È SEMPRE PIÙ COMPLESSO.
EPPURE, OSSERVA ROBERTO DE LENA, ASSISTENTE SOCIALE, SONO POCHE LE PERSONE CHE
SI AVVICINANO AL LAVORO SOCIALE. LE CAUSE SONO TANTE, DEL RESTO NON È FACILE
PROTEGGERE IL SENSO DELLA SOLIDARIETÀ E IL VALORE DEL LAVORO SOCIALE IN UNA
SOCIETÀ CHE INSEGNA AD ESSERE PERFORMATIVI E CHE HA PER BUSSOLA LA CITTÀ
ATTRATTIVA
Termoli (Cb), maggio 2026: assemblea in piazza per dire che la salute non è una
merce
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Abdel si è steso sul marciapiede e di tanto in tanto rotola in mezzo alla
strada, bloccando il traffico. Lo incontriamo nel nostro consueto giro di
strada: è giovanissimo, molto trasandato, un sorriso strampalato stampato sul
viso. Un sorriso che viene da non so dove; gli occhi, in realtà, stanchi. Ci
diamo appuntamento in stazione. Non arriverà. Poco prima, Angelo l’ho incrociato
steso in una cunetta, tra il muro e l’erba, con delle buste addosso. Ha la
faccia rossa, gonfia di alcol, sembra stremato. Quando sono ripassato non c’era
più, ho saputo che era già intervenuta la polizia.
Abdel e Angelo sono “solo” due tra le persone in strada, un lunedì di metà
agosto in una cittadina di mare della provincia del sud Italia. Insieme a loro
c’è anche Mohamed, poco più che un ragazzino, che racconta di essere stato
recluso nei Centri di detenzione in Albania (quelli che vorrebbero diventare
modello per l’intera Europa) e che ora ha iniziato a bere fortissimo; non sa se
riuscirà a regolarizzare la sua posizione con i documenti, intanto lava i piatti
nei locali sul mare, dorme in mezzo alla strada, e beve. Beve forte. E con loro
molti altri, uomini per lo più, spesso con problemi di salute fisica e mentale.
Ma anche intere famiglie, costrette a tornare in Italia dalla Germania (che
calvario!).
Mentre a pochi metri da loro la città-vetrina si consuma di aperitivi e
concerti, si ritagliano anfratti in quel che resta della città turistificata.
Spesso sono costretti a spostarsi perché danno fastidio e fanno una brutta
impressione. E poi sta cominciando (finalmente, dopo giorni di caldo torrido!)
un po’ di pioggia.
Fuga
Quel che tuttavia mi preoccupa maggiormente del mio lavoro con le persone senza
dimora a Termoli (Campobasso, Molise) non è tanto il fatto che da alcune
settimane le persone in strada e in dormitorio aumentano costantemente. Non è
nemmeno il fatto che alcune di queste persone esprimono un disagio molto molto
importante e complesso, di cui si tamponano solo alcuni sintomi ma di cui si fa
fatica a prendersi cura. Tutto ciò preoccupa, ma non è al momento la mia
principale preoccupazione. Le cose che mi preoccupano di più sono la sensazione
e il fatto che siano poche le persone che si avvicinano a questo lavoro,
disposte e interessate a fare lavoro sociale di bassa soglia con le marginalità
estreme. Cercando di coniugare passione ed etica, impegno civico e politico,
spirito critico e professionalità. Sporcandosi le mani nelle sofferenze e nelle
contraddizioni. Da quel che ne so, si tratta, peraltro, di un problema
abbastanza diffuso a livello nazionale per molte professioni socio-sanitarie, e
non solo.
La questione ha molte sfaccettature (modello di welfare, questione sindacale), e
qui non è possibile affrontarle tutte (anche se sarebbe bello e utile poterlo
fare): «fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati
all’abilitazione e gli assistenti sociali abilitati sono scesi di oltre il 40%.
Numeri che preoccupano per la tenuta del welfare territoriale» (vita.it); «Il
problema è strutturale, e sta a monte: in un sistema di finanziamenti pubblico
del welfare che continua a premiare il ribasso invece della qualità, che
finanzia i progetti e lascia scoperte le persone, che chiede a chi si prende
cura degli altri di farlo senza che nessuno si prenda cura di loro. Il risultato
è una crisi silenziosa ma profonda: mancano educatori, mancano infermieri,
mancano assistenti sociali. I giovani faticano a scegliere queste strade. Chi le
ha percorse spesso le abbandona, non per mancanza di passione, ma per eccesso di
solitudine, di fatica, di promesse mancate» (Vita, maggio 2026).
Dis-agio degli operatori
Gli operatori che restano cominciano a “invecchiare” senza aver aiutato altre
persone a formarsi; spesso rimaniamo noi stessi ingabbiati in strada insieme
alle persone marginalizzate (marginalizzati con loro), con poche o nulle
prospettive evolutive. E con una enorme responsabilità sulle spalle. Le ragioni
di ciò sono molteplici e molte risiedono anche nella debolezza delle nostre, in
alcuni casi piccole, organizzazioni. Così come, certamente, nella debolezza
della politica (locale e nazionale) che spesso si rifiuta di mettere la
questione delle marginalità al centro del discorso pubblico. Ma, forse, una
delle principali ragioni sta nel fatto che oggi si è (definitivamente?) smarrito
il senso della solidarietà e del valore del lavoro sociale in una società che ci
ha insegnato solo ad essere performativi. E che continuamente ci ripete che “la
società non esiste, esistono solo gli individui” in competizione tra loro. Una
ideologia che ha marginalizzato il lavoro sociale come costruzione di processi
di cura, di relazionalità e reciprocità. La crisi delle professioni del welfare
è, così, il sintomo della crisi della società contemporanea.
Scrive Marco Rovelli nel suo libro, bellissimo (e consigliatissimo), Non siamo
capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025):
«Disagio: non essere a proprio agio. L’etimologia ci rivela che parlare di
disagio è quanto mai adeguato: agio – dal provenzale aize, a sua volta derivato
dal tardo latino adiacens – è una situazione confortevole, dovuta alla
vicinanza, alla prossimità. Disagevole, produttore di disagio, è ciò che non è
prossimo. Nella non prossimità si vedono due aspetti distinti. Il primo è la non
prossimità di ciò che ancora non siamo, e dunque l’individuazione di un
orizzonte da raggiungere, un avvenire da realizzare – e questo è il disagio
creativo, non solo necessario ma immanente all’essere umano, il quale si
trasforma in relazione a un mondo cui dare forma. Il disagio dovuto alla
mancanza di una forma riconoscibile è quel muove alla trasformazione e alla
produzione di un mondo nuovo. Il secondo aspetto della non prossimità è non
trovarsi prossimi ad alcunché: a un mondo, a un altro soggetto. Non sento nulla
e nessuno vicino, non c’è nulla e nessuno che mi tocchi: non c’è contatto, non
c’è connessione. Una connessione profonda, non quella immaginaria di un occhio
disincarnato. Questo aspetto del disagio che è il sentirsi sconnessi, isolati, è
allora l’isolamento di una società che ha fatto dell’individuo e del proprio
successo l’unico valore. E questo isolamento, questa sconnessione, retroagisce
negativamente anche sul primo aspetto del disagio: perché in una società fatta
di individui che non sanno pensarsi come preceduti da una dimensione
relazionale, e che impone all’individuo di costruire se stesso e il proprio
successo, immaginare un avvenire e una forma possibile diventa un peso sempre
più grande, e sempre più spesso intollerabile. E sotto questo peso ci si
schianta».
Una questione culturale e politica
Il problema della fuga dal lavoro sociale diventa, in quest’ottica, più
fondamentale (culturale, politico); e si estende anche a chi il lavoro sociale
continua a farlo (ma con quale approccio metodologico?). Perché non si tratta
“solo” di aiutare il prossimo (cosa necessaria), ma di comprendere la dimensione
collettiva e trasformativa del nostro agire nelle pratiche sociali.
Di comprendere, sul piano locale, che c’è un’incompatibilità di fondo tra il
modello di città attrattiva e quello della città solidale (che vorremmo, e
dovremmo, costruire con le nostre organizzazioni). Parlo della cittadina dove
abito, ma forse la questione è estendibile anche ad altri territori. Prendiamo,
ad esempio, l’housing first, che le missioni del PNRR hanno permesso di
implementare in varie città: sono ottimi i nostri tentativi di sperimentare
questo modello (prima la casa!) in favore di persone senza dimora, ma questi
progetti come potranno avere gli effetti davvero sperati se non si pone
concretamente (politicamente) il discorso del diritto all’abitare per tutte e
per tutti? La cittadina di mare, attrattiva per i turisti ed espulsiva per i
residenti, perde infatti abitanti, ma negli anni si è continuato a costruire
case e interi complessi edilizi (la cementificazione è molto dannosa e
pericolosa con la crisi climatica in corso) destinandoli per lo più alla
turistificazione, con ciò facendo aumentare i costi delle case stesse e
generando ulteriore disagio abitativo. Quanto si è investito (anche in termini
di pensiero), invece, sull’abitare pubblico e cooperativo? Poco o nulla. Tale
questione dovrebbe essere centrale, perché ha a che fare con il diritto alla
città; mentre sembra lasciata in secondo piano. Un discorso simile riguarda il
grande tema del lavoro: noi, dal “sociale”, possiamo (e dovremmo, aggiungo)
promuovere varie forme di inserimenti lavorativi in favore di persone in
condizione di svantaggio, ma come può ciò risultare davvero efficace se lo
facciamo senza contrastare pubblicamente le varie di forme di sfruttamento
lavorativo (a partire da quelle che avvengono nei “nostri” mondi del sociale),
che generano ancora e ancora sofferenze ed esclusione sociale? E, al contrario,
quante energie dedichiamo al promuovere la nascita di forme di lavoro
cooperative e inclusive?
Il senso trasformativo del lavoro sociale
Noi che ci occupiamo, a vari livelli e con diverse responsabilità, di politiche
sociali dovremmo insomma comprendere e far comprendere che queste sono il motore
di una città più giusta e solidale, e non il tappeto sotto cui nascondere i mali
o, peggio, uno strumento di controllo sociale. E dovremmo intrecciare lavoro
sociale e lavoro culturale, altrimenti rimarremo in pochi (e sempre più
frustrati) a occuparci di lavoro di cura. Con il rischio, già sotto i nostri
occhi, da un lato, della delegittimazione del lavoro sociale stesso (“è tutto un
business”) e, dall’altro, dell’intimizzazione delle pratiche solidali
(“preferisco fare del bene da sola e con riservatezza”).
Ma qui, siamo, appunto, già su un altro campo, quello dove il discorso
ideologico neoliberista e neoautoritario ha già vinto.
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Riferimenti
* Rovelli M., Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti,
editori Laterza, Bari-Roma, 2025
* Vita, Social Worker, senza di loro perdiamo tutti, maggio 2026
* https://www.vita.it/crolla-il-numero-degli-aspiranti-assistenti-sociali/
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