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[Musica Machina] puntata 209 del 18 luglio 2026
Scaletta dei contenuti: Amptek Alex Marenga in voce – Spazio novità #22 (maggio 2026) Ciuffy Rouge - Pirandello's Maskes mixtape (luglio 2025) H501L – 36 Monography session mixtape vol. 2 (luglio 2026)   Puntata 209 trasmessa sabato 18 luglio 2026 su Radio Onda Rossa 87.9 dalle 21 alle 23. Broadcasted on Musica Machina  radioshow,  Radio Onda Rossa 87.9  (Saturday, July 18, 2026).
July 18, 2026
Radio Onda Rossa
Patrimonio privato e debito pubblico
La patrimoniale in Italia è un passatempo. Per qualche giorno il dibattito politico si è incentrato su una eventuale imposta patrimoniale, poi tutto è finito nel dimenticatoio. È come il sudoku o le parole crociate, che si utilizzano nel periodo delle vacanze per poi rimetterli nel cassetto insieme alla matita. Eppure, guardando gli ultimi dati resi noti dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI) sul patrimonio finanziario dei cittadini italiani, ci sarebbe molto da riflettere, discutere e decidere sulle imposte patrimoniali. I dati sono forniti dalla Banca d’Italia e mostrano negli ultimi anni un forte aumento della ricchezza liquida (quindi senza considerare le proprietà immobiliari) delle famiglie italiane. Nel 2020 si trattava di 4.800 miliardi di euro, che nel 2025 sono diventati 6.488 miliardi, con un incremento in cinque anni di 1.688 miliardi (+35,17%).  È interessante mettere a confronto questi dati con l’aumento del debito pubblico italiano. Nel 2020 era di 2.573 miliardi di euro e nel 2025 è salito a 3.096 miliardi, con un aumento di 523 miliardi (+20,33%).  Pertanto, mentre lo Stato (cioè la cassa comune) continuava a indebitarsi, le casse private si riempivano ad un ritmo ben superiore. Un osservatore ingenuo potrebbe concludere che sarebbe stato ragionevole utilizzare un terzo dell’incremento della ricchezza privata per evitare l’aumento del debito comune. Ai cittadini italiani, considerati complessivamente, sarebbe comunque rimasto un aumento del patrimonio pari a 1.165 miliardi di euro. Ma quando si tratta delle proprie tasche non esistono ingenui. Resta però il fatto che mentre i conti pubblici peggiorano i cittadini si arricchiscono. Non tutti, ovviamente, ma soltanto quelli che hanno avuto la possibilità di incrementare il proprio patrimonio. Spesso si sente proporre dai politici di diversi partiti la possibilità o la necessità di tassare i cosiddetti “extra profitti” di banche e società energetiche. E perché non si dovrebbero tassare gli “extra aumenti” patrimoniali?  In questa ipotesi si potrebbero considerare 523 miliardi di euro in cinque anni, cioè di 105 miliardi l’anno. È appena il caso di ricordare che l’ultima legge di bilancio ammontava a circa 22 miliardi di euro. Quindi, un’eventuale imposta sull’incremento dei patrimoni parametrata sull’invarianza del debito pubblico, equivarrebbe a oltre cinque leggi finanziarie.  Le entrate dell’imposta patrimoniale potrebbero essere utilizzate per evitare l’aumento del debito pubblico oppure per migliorare in modo significativo i servizi per i cittadini: scuola, sanità, ambiente, asili nido, trasporti pubblici, ecc. Nel panorama politico attuale sembra una proposta impossibile, ma sarebbe almeno il caso di smetterla con l’atteggiamento ipocrita di chi contro ogni imposta patrimoniale evoca l’esproprio, il comunismo o lo stato totalitario.  A costoro occorre ricordare che nella Costituzione della Repubblica italiana si stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Un’imposta patrimoniale sull’aumento delle ricchezze dovrebbe essere osteggiata soltanto da un’esigua minoranza. In teoria la stragrande maggioranza dei contribuenti dovrebbe essere pienamente favorevole. Per questa ragione tornano alla mente le parole di Alberto Moravia: “Curiosamente, gli elettori non si sentono responsabili per i fallimenti del governo che hanno votato”. Rocco Artifoni
July 18, 2026
Pressenza
Il caso Roggero
Pubblichiamo due riflessioni sul caso Roggero, una di ordine politico, l’altra più di carattere etico, augurandoci che la loro curvatura e la loro pacatezza correggano in qualche modo l’acrimonia dilagante in queste ore (d.m.) Il caso Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori, impazza sui social con due schieramenti che, come al solito, non ammettono discussioni. Una parte consistente è per la grazia subito; un’altra parte significativa dice: “meritava l’ergastolo”. Tra coloro che chiedono la grazia c’è anche una parte (di minoranza) che ha una visione umanitaria. La grazia verrebbe giustificata dall’età avanzata e dalla esasperazione del momento. In astratto sono argomenti che da garantista ritengo giusti ed apprezzabili contro gli eccessi giustizialisti di chi parla di sentenza troppo leggera, devo però dire che rispetto al caso concreto non sono del tutto pertinenti. Roggero non era e non è un uomo esasperato; non si è pentito per quanto ha fatto; non ha detto: “mi dispiace, ma in quel momento non ragionavo”. Al contrario ha detto in pratica: ho fatto bene; era mio diritto farlo e ora pretendo la grazia dal Presidente della Repubblica. Inoltre non è affatto incensurato come qualcuno crede. In passato ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e la sua famiglia, dove per fortuna non c’era nessuno dal grilletto facile come il suo. Per questi fatti è stato condannato e gli è stato ritirato il porto d’armi, anche se le armi le aveva lo stesso. Data questa situazione la grazia non sarebbe un atto di clemenza, ma una scelta politica di schieramento atta a modificare di fatto l’idea stessa di legittima difesa, accettando il diritto di farsi giustizia da sé. È proprio questa la questione più grave. Un caso giudiziario chiarissimo – con tre gradi di giudizio concordanti, con un uomo ripreso dalle telecamere mentre insegue e uccide le sue vittime, con una ipotesi di legittima difesa che è semplicemente risibile anche per chi sa pochissimo di diritto – diviene un caso politico emblematico. Il ministro della giustizia avvia un provvedimento di grazia (usurpando, tra l’altro, le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, che si vede costretto a redarguirlo); Salvini raggiunge in carcere il detenuto e dice di voler valutare una sua eventuale candidatura. Il diritto fatto a pezzi e gettato nella spazzatura. E, sia detto per inciso, neppure aiuta il giustizialismo di chi dice “ergastolo”, mostrando di volere accettare la sfida dello scontro duro a tutti i costi, in barba a qualche studioso, forse fuori dal mondo, che ha osato parlare di “diritto mite”. Una società che pensa di poter fare a meno o di poter manipolare il diritto; una società che crede nella giustizia fai da te e che la pretende come “azione diretta” di popolo; un sistema politico che crede di poter cavalcare la tigre o di poter fare della legge della giungla un obiettivo da campagna elettorale: sono tutte testimonianze di un mondo malato. Ci sono troppi segnali per poter credere nella semplice casualità o nella contingenza. Credo che dovremmo cominciare a pensare ad un processo di imbarbarimento le cui radici stanno nel senso di smarrimento che assale un Occidente in crisi e che sta perdendo le sue vecchie certezze. Quando pensi di essere il centro del mondo e ti accorgi invece che stai diventando periferia, solo una ripartenza Etica ti può salvare. C’è tutto un percorso da costruire prima che sia troppo tardi. Antonio Minaldi In questi giorni, assistendo al “dibattito” sulla vicenda di Mario Roggero, mi sento più solo. Non tanto a causa della mia qualità di “studioso” di diritto: le opinioni a commento della vicenda mettono certamente a dura prova i giuristi. Mi sento solo come uomo, come cittadino, come persona. Io credo nelle persone, e in particolare nel fatto che ogni essere umano sia “buono” per natura. Io credo che chi sbaglia, chi aggredisce, chi prevarica, chi offende, in quanto persona può riscattarsi, può ritornare “buono”. So che è difficile da credere, e che subire un torto in prima persona, anche gravissimo, è tutta un’altra cosa. So che è difficile da credere, in questo tempo dove tutti hanno certezze, tutti condannano, tutti sono convinti di sapere cosa sia “giusto”. Per conto mio, l’unica certezza che ho è che nessuno nasce “cattivo”. Io credo che la vita di chi offende valga quanto la vita dell’offeso. Credo che additare, accusare, escludere, isolare chi offende generi solo altro livore, produca solo altra violenza. Lo credo anche perché l’ho visto con i miei occhi. Scontata la pena, chi ha offeso tornerà ad offendere: l’Italia ha un tasso altissimo di recidiva, e cioè chi ha commesso un reato, una volta scontata la pena, tornerà a delinquere. Mi rendo conto che la mia è una posizione impopolare, per questo soggetta a critiche. Ma io credo nelle persone, e penso che il nostro compito, come comunità, sia di rispettare la vita anche di chi offende, e provare a non trattarlo come un mostro, a non gioire perché qualcuno viene ucciso a colpi di pistola da chi ha subito la sua violenza, a non stilare giudizi sommari. Il nostro compito, come comunità, è di aiutare chi ha sbagliato a ricredersi, di aiutarlo ad assumere consapevolezza del male che ha fatto, aiutarlo a immaginare e a programmare una nuova vita, lontano dalla violenza. E le istituzioni, la politica, dovrebbe favorire tutto questo. Mi sento solo, più solo in questi giorni. Davanti a tutto il livore e alle convinzioni che leggo non smetto di credere che il futuro delle nostre comunità non si giochi sull’immedesimazione: “tu cosa avresti fatto al suo posto, se non quello?”. Si giochi, piuttosto, sulla carità e sulla compassione, ben più difficili da praticare: “so che hai sbagliato, ma il mio compito è aiutarti”. Giuseppe Verrigno Antonio Minaldi
July 18, 2026
Pressenza
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
di Francesca Fornario, Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026.   Hanno sparato agli affamati in fila per il cibo sterminandone duemila, ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino” I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”. I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”. I soldati israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno ai testicoli, un giorno alla rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio). Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino. Hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’OMS, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così). Hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta ma non si può dire che è genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle. Hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa, ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue. Hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini. Hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle. Hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia. Hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè. Hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione alla fuga, ucciso dal 7 ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani e i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’AI dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’ONU e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage. E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile, e come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. “Si vede che puntavano tutti al Premio Strega”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/genocidio-gaza-crimini-israeliani-silenzio-media-notizie/8449070/?fbclid=IwZnRzaATH-HRwZG9mBWZkaWQWUKwZJ3SZvKvPRknZAgSh7uVv51pVy2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR5wldoZBygDBlHKMmKNI98_FvxPNgW3LlyveAU2GlhvHhbVm2gQgGsi4xzL6w_aem_Jv_B012I2tvHfgNsd8wKgw&utm_id=97758_v0_s00_e0_tv1_a1demoo0i4vaay
July 18, 2026
Assopace Palestina
Mille giorni di genocidio: la storia di Gaza al di là dei numeri
di Shaimaa Eid,  The Palestine Chronicle, 18 luglio 2026.   Da mille giorni, Gaza vive in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una dolorosa questione che il mondo deve affrontare. In qualità di giornalista della Striscia di Gaza, ho vissuto in prima persona il genocidio sin dal suo primo giorno. Sto ancora cercando di rimanere forte, non per me stessa, ma per la missione che credo di essere nata per compiere a Gaza. È una missione che va oltre il dolore personale, diventando la testimonianza di un’intera epoca in cui esseri umani vengono cancellati sotto gli occhi del mondo. Ciò che è accaduto a Gaza dal 7 ottobre non può essere ridotto a statistiche, titoli di giornale o persino a migliaia di resoconti giornalistici. È un intero capitolo della storia dell’umanità che si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo. È una storia che deve essere documentata, preservata e insegnata alle generazioni future, non solo come resoconto di distruzione, ma come testimonianza di ciò che gli esseri umani possono sopportare quando vengono privati di ogni mezzo essenziale per la sopravvivenza. Per mille giorni, Gaza ha vissuto in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una domanda dolorosa che il mondo deve affrontare: quanta sofferenza può sopportare un essere umano? E a quante tragedie può assistere il mondo prima di decidere che ciò che è accaduto ha superato ogni limite possibile? Questa guerra ha colpito ogni famiglia di Gaza. Non c’è una sola casa che sia stata risparmiata dal dolore, dalla paura, dallo sfollamento o dalla perdita. Famiglie che un tempo credevano che le loro case fossero i luoghi più sicuri al mondo si sono ritrovate a dormire in tende, scuole, ospedali o per strada. I genitori hanno portato i propri figli tra le macerie, mentre i bambini hanno imparato a riconoscere il suono delle bombe prima ancora di sapere cosa significasse sentirsi al sicuro. Ci siamo spostati da un luogo all’altro, non perché volessimo andarcene, ma perché la sopravvivenza lo esigeva. Ogni volta che ci veniva detto che c’era un «luogo più sicuro», raccoglievamo quel poco che ci era rimasto e ci dirigevamo lì, sperando di trovare un rifugio temporaneo. Ma la paura ci seguiva ovunque andassimo. Le aree descritte come zone umanitarie sono diventate luoghi di morte, e «sicurezza» è diventata una parola che compariva più spesso nelle dichiarazioni ufficiali che nella realtà. Per molte persone in tutto il mondo, la casa è sinonimo di conforto, ricordi e senso di appartenenza. Per i palestinesi di Gaza, la casa è diventata il ricordo di ciò che è andato perduto. Interi quartieri sono scomparsi e strade un tempo piene di famiglie sono state ridotte a campi di macerie. I luoghi che un tempo custodivano i nostri ricordi d’infanzia ora ci ricordano solo coloro che non ci sono più. Eppure, nonostante tutto, la gente di Gaza si sveglia ogni mattina alla ricerca di un motivo per andare avanti. Cercano l’acqua, lottano per trovare il pane e cercano di procurarsi le medicine. Stringono a sé i propri figli per tutta la notte quando torna il rumore delle esplosioni, e ricostruiscono piccoli pezzi delle loro vite ancora e ancora, sapendo che potrebbero perderli ancora una volta. Questo è ciò che il mondo deve capire: la resilienza di Gaza non è una storia romantica, né una scelta facile. È il risultato di persone costrette a lottare per il più elementare dei diritti umani: il diritto all’esistenza. Ciò che Israele ha fatto a Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale, ci ha costretti a mettere in discussione il significato stesso dei principi che il mondo sostiene di difendere. Che senso ha la giustizia se chi soffre viene lasciato senza protezione? E che valore hanno le leggi internazionali se i civili, gli ospedali, i giornalisti e i bambini rimangono in pericolo nonostante le tutele che quelle leggi dovrebbero garantire? A Gaza, queste non sono più astratte questioni politiche o giuridiche. Sono domande che ci si pone ogni giorno sotto i bombardamenti, mentre si fa la fila per il pane, si cerca acqua potabile e si vive all’interno di fragili tende che non offrono protezione né dalle intemperie né dalla guerra. Non stiamo solo cercando una spiegazione per ciò che ci sta accadendo. Stiamo cercando una spiegazione per il mondo stesso. La popolazione di Gaza ha imparato che nessuno è al riparo dal pericolo. Giornalisti, medici, paramedici, squadre della protezione civile, bambini, donne, anziani e persone con disabilità si sono trovati tutti faccia a faccia con la stessa realtà: una vita che può essere messa in pericolo ovunque, in qualsiasi momento. I giornalisti non si sono limitati a documentare la distruzione; l’hanno vissuta in prima persona. Molti hanno perso le loro case, le loro famiglie e i loro colleghi, eppure hanno continuato a portare con sé le loro telecamere e a documentare ciò che accadeva intorno a loro. Hanno pagato un prezzo immenso semplicemente per preservare la memoria di un luogo che il mondo, altrimenti, avrebbe potuto scegliere di dimenticare. A livello personale, ho perso 54 membri della mia famiglia durante il genocidio. Sono stati tutti uccisi e interi rami della mia famiglia sono stati cancellati dall’anagrafe. Abbiamo pianto, abbiamo sofferto e abbiamo gridato sotto il peso di una perdita così immensa, ma non abbiamo mai abbandonato la nostra missione. Ho continuato a scrivere, a documentare e a raccontare al mondo la verità perché so che ogni storia che non viene raccontata è un’altra perdita, e che testimoniare ciò che è accaduto è diventato un dovere non meno importante della sopravvivenza stessa. I medici e gli operatori sanitari hanno affrontato una realtà simile. Gli ospedali, che dovrebbero essere i luoghi più sicuri durante la guerra, sono diventati luoghi di paura e distruzione. Il personale medico ha continuato a lavorare in condizioni impossibili, curando i feriti con risorse estremamente limitate e affrontando lo stesso pericolo che minacciava proprio i pazienti che cercavano di salvare. Che tipo di mondo trasforma gli ospedali in campi di battaglia? Che tipo di mondo arresta o prende di mira i medici mentre svolgono il loro dovere umanitario? E che tipo di mondo uccide i giornalisti nelle loro case, insieme alle loro famiglie, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica invece di un’arma? Non si tratta di episodi isolati. Fanno parte di una realtà molto più ampia in cui ogni limite che avrebbe dovuto proteggere i civili è stato superato. Tra i capitoli più dolorosi di questa guerra c’è stata la fame. Prima di questa guerra, era raro sentire parlare di bambini che morivano di fame nel mondo moderno. A Gaza, invece, la fame è diventata una realtà quotidiana. Non era più semplicemente l’assenza di cibo; è diventata una condizione che ha plasmato ogni aspetto della vita. È apparsa per prima sui volti dei bambini prima ancora che comparisse nei rapporti ufficiali. Era visibile nei loro corpi fragili, nell’esaurimento dei genitori e nella disperazione delle famiglie alla ricerca di qualcosa di semplice come il pane. Camminavamo per strade dove le persone erano troppo deboli per riuscire a stare in piedi. I bambini piangevano per tutta la notte perché i loro corpi non riuscivano più a capire perché il cibo fosse scomparso dalla loro vita. Le famiglie condividevano le poche briciole che avevano, dividendo minuscole porzioni tra molte persone e cercando di convincersi che il domani poteva essere diverso. Ma il domani portava sempre la stessa realtà. Abbiamo seguito gli ordini di evacuazione e ci siamo recati in aree definite «zone umanitarie». Credevamo che potessero offrirci una certa protezione dalla violenza. Eppure, anche lì, le persone venivano uccise, le tende bruciate e le famiglie distrutte. L’idea stessa di rifugio si è fatta fragile, e «sicurezza» è diventata una parola ripetuta nelle dichiarazioni ufficiali ma raramente vissuta da chi era in mezzo alla guerra. Molti ricordano l’immagine della bambina Warda Jalal al-Sheikh, in piedi tra le fiamme, il fumo e la devastazione dopo che la tenda della sua famiglia era stata colpita e aveva preso fuoco. Diversi membri della sua famiglia sono stati uccisi mentre lei lottava per sopravvivere. La sua immagine è diventata un simbolo straziante di cosa significhi nascere in una realtà in cui il fuoco ti circonda prima ancora di aver avuto la possibilità di comprendere il mondo. Molti ricordano anche il nostro collega, il giornalista Ayman al-Jadi, che stava aspettando sua moglie che dava alla luce il loro bambino. Avrebbe dovuto essere un momento di nuovi inizi, un momento per dare il benvenuto a una nuova vita. Invece, Ayman è stato ucciso mentre aspettava di conoscere suo figlio. Come può il mondo comprendere una realtà in cui la morte raggiunge persino i momenti destinati a incarnare la speranza? Queste storie non sono eccezioni. Sono scene che si ripetono all’infinito in un luogo dove il semplice fatto di restare in vita è diventato straordinario. Anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, le sofferenze non sono certo scomparse. In tutta Gaza, una nuova realtà ha cominciato a prendere forma con la continua espansione di quella che è ormai nota come la «Linea Gialla». Contrassegnate da blocchi di cemento gialli e da barriere militari, queste zone hanno ridisegnato la mappa della Striscia di Gaza, tagliando fuori l’accesso a vaste aree di territorio. La Linea Gialla ha continuato a divorare altro territorio, arrivando a coprire quasi il 70 per cento della superficie totale di Gaza e separando le comunità dalle loro case, dai terreni agricoli e dai quartieri. Per molti palestinesi, queste barriere di cemento giallo non sono solo ostacoli fisici; rappresentano il proseguimento dello sfollamento con altri mezzi. Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, le violazioni sono proseguite sotto gli occhi dei mediatori internazionali e del mondo intero. La natura della guerra potrà anche essere cambiata, ma il senso di insicurezza della popolazione è rimasto immutato. Il rumore dei bombardamenti potrà anche essersi affievolito in alcune zone, ma la paura di perdere ciò che resta non ha mai abbandonato i cuori delle persone. L’espansione di questi confini solleva una domanda dolorosa: può davvero esserci un cessate il fuoco mentre la mappa di Gaza continua a rimpicciolirsi? Per i palestinesi, le barriere gialle sono diventate il simbolo di una paura ancora più profonda: che le misure temporanee imposte durante la guerra diventino una realtà permanente, ridisegnando il futuro di un intero popolo. Dopo mille giorni di genocidio, Gaza non può essere compresa solo attraverso il numero dei morti, dei feriti, degli sfollati o di chi è rimasto senza casa. Le statistiche contano perché rivelano la portata della devastazione, ma dietro ogni numero c’è una storia umana, una famiglia, un sogno, un ricordo e una vita stroncata. La vera storia di Gaza non è solo una storia di distruzione. È anche la storia di persone che si sono rifiutate di scomparire. È la storia di madri che hanno continuato a prendersi cura dei propri figli nonostante il dolore; di padri che hanno cercato cibo in circostanze impossibili; di medici che hanno continuato a lavorare nonostante la stanchezza; di giornalisti che hanno continuato a scrivere nonostante il pericolo; e di persone comuni che hanno ricostruito piccoli frammenti della loro vita anche quando tutto intorno a loro era crollato. Questa resilienza non deve essere scambiata per un’accettazione della sofferenza. La capacità dei palestinesi di Gaza di sopravvivere non rende accettabile la loro sofferenza, né assolve da ogni responsabilità coloro che hanno permesso che questa realtà continuasse. La sopravvivenza non è la prova che le persone stiano bene. È la prova dell’immenso fardello che sono state costrette a sopportare. Il mondo non dovrebbe vedere la resilienza di Gaza come un motivo per andare avanti e dimenticare ciò che è accaduto. Dovrebbe vederla come un motivo per porsi domande più difficili sulla giustizia, sulla responsabilità e sul valore che il mondo attribuisce alla vita umana. Mille giorni di genocidio non sono solo il passare del tempo. Sono la memoria viva di un’intera generazione. Sono bambini che crescono con immagini di distruzione al posto dei normali ricordi d’infanzia, e famiglie che imparano a piangere i propri cari mentre continuano a lottare per sopravvivere. Ciò che è accaduto a Gaza non deve diventare un altro capitolo che il mondo legge e poi chiude. Deve rimanere una testimonianza aperta, un monito su ciò che accade quando i principi internazionali vengono ignorati e la sofferenza umana diventa qualcosa che le persone osservano da lontano. La resilienza di Gaza dopo mille giorni non può essere racchiusa in un servizio giornalistico o in un titolo. Merita di essere scritta nei libri di storia, non solo come testimonianza del dolore, ma come prova di un popolo che ha continuato a vivere nonostante ogni tentativo di spezzarlo. Perché la storia di Gaza non riguarda solo ciò che le è stato fatto. Riguarda anche ciò che rimane dopo che tutto il resto è stato portato via. Le case saranno anche state distrutte, le strade trasformate e i punti di riferimento familiari cancellati, ma la gente rimane, portando con sé i propri ricordi, i propri nomi, le proprie storie e la propria determinazione a essere vista e ascoltata. Come giornalista di Gaza, so che ci sono innumerevoli storie che devono ancora essere raccontate. Dietro ogni edificio distrutto si nasconde la storia di una famiglia. Dietro ogni sedia vuota c’è qualcuno per cui piangiamo ancora. Dietro ogni sopravvissuto c’è una storia di resilienza che merita di essere ascoltata. Alla fine, siamo ancora qui. Stiamo ancora scrivendo. Stiamo ancora documentando. Stiamo ancora rendendo testimonianza. Perché ciò che non è stato ancora raccontato su Gaza è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa il mondo abbia sentito finora. Shaimaa Eid è una scrittrice che vive a Gaza. Ha contribuito con questo articolo al Palestine Chronicle. https://palestinechronicle.substack.com/p/one-thousand-days-of-genocide-gazas Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 18, 2026
Assopace Palestina
Distribuzione acqua e lezioni di recupero
Per la distribuzione dell’acqua Sami si coordina con le comunità locali e informa gli abitanti del vicinato prima che arrivino le autobotti. L’estate non ferma l’esigenza di studio, così, con tanta buona volontà, alcuni ragazzi partecipano alle lezioni di recupero. La vita quotidiana a Khan Younis è fatta anche di queste attività.
July 18, 2026
Gazaweb
Rocca di Montefiore: uno sconcio lasciato a metà
Lasciati a metà i lavori di sventramento del torrione dalla Ghirlanda e lo sfregio di una parte della trecentesca Rocca malatestiana di Montefiore Conca, in provincia di Rimini. Fine lavori prevista per il 31 dicembre 2025, ma nulla è concluso e l’opera incompiuta appare in tutto il suo triste sconcio, lasciando ben intuire lo sconcertante risultato finale qualora fosse portata a termine. Viste le scadenze dei progetti PNRR previste per giugno, il progetto potrebbe non aver più diritto ai finanziamenti. Una colata enorme ed inamovibile di cemento, parzialmente ricoperta da lastroni bianchi provenienti dalla Puglia, gettata ai piedi delle antichissime mura della fortezza, a coronare la distruzione della finestrella del torrione, sventrata per farne una porta mai esistita prima, con tanto di modernissimo architrave in ferro. Il racconto, per così dire “fantasioso”, affidato allo stesso progettista dell’intervento e mai validato da uno storico, in cui si sosteneva l’esistenza della porta anche in passato giustificandone la riproposizione, è stato smontato nel dettaglio da Italia Nostra con documenti d’epoca datati ed inoppugnabili, depositati in Procura a Rimini. Incredibile come la Soprintendenza di Ravenna abbia potuto autorizzare con così tanta leggerezza, senza verificare le fonti documentali disponibili. Incredibile anche che un lavoro di questa importanza e delicatezza, dal momento che a farne le spese è uno dei monumenti più celebri dell’Emilia Romagna e d’Italia, sia stato affidato ad un progettista il quale, a quanto sembra dalle verifiche effettuate dai consiglieri comunali di Montefiore Cipriani, Mazzi e Benvenuti, non possiede dimostrabile esperienza nel settore. Nel frattempo, il cantiere appare abbandonato attorno all’insigne monumento. Gli approfondimenti per cercare di far luce su questa sconcertante vicenda proseguono. Italia Nostra sezioni di Forlì, Valmarecchia e Ravenna Redazione Romagna
July 18, 2026
Pressenza
Avigliana-Orbassano: si rafforza la richiesta di ritirare il progetto. Ma il Commissario insiste sull’accelerazione
A poche settimane dalla richiesta di ritirare il progetto della tratta nazionale Avigliana-Orbassano, l’Unione Montana Valle Susa torna a chiedere che Governo, Regione Piemonte e RFI prendano atto della realtà. […] The post Avigliana-Orbassano: si rafforza la richiesta di ritirare il progetto. Ma il Commissario insiste sull'accelerazione first appeared on notav.info.
July 18, 2026
notav.info
A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione – prima parte
Il Coordinamento Antifascista Torino ha organizzato, in occasione del venticinquesimo anniversario degli eventi legati al G8 di Genova del 2001, due eventi presso il Comala di Torino. Il primo appuntamento, giovedì 16 luglio, prevedeva un dibattito dal titolo “A 25 anni dal G8 di Genova: il movimento, la piazza, la repressione”, seguito da un buffet di solidarietà con gli attivisti colpiti da sanzioni pecuniarie a cura delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso e dalla proiezione del film “Diaz don’t clean up this blood” di Daniele Vicari IL MOVIMENTO E LA PIAZZA Il dibattito comincia con Ezio Bertok e Max Gavagna che tracciano per sommi capi la storia dei Social Forum con una particolare attenzione a quello di Torino e di Genova ed ai legami reciproci senza perdere di vista, nella timeline, quello che succedeva nel resto del mondo: il racconto non parte da quell’estate del 2001, ma torna giustamente indietro per cercare di definire un movimento che trova le sue radici nel vento di cambiamento nato dalla fine della guerra fredda e dal successivo processo di globalizzazione finanziaria. Siccome nel racconto bisogna, ad ogni modo, partire da qualche evento, si parte dal movimento zapatista, nato nel Ciapas in Messico nel 1994 come reazione all’accordo di libero scambio NAFTA e diventato prototipo del cambiamento sociale dal basso. Nel 1997 nel vertice di Denver il gruppo dei paesi più industrializzati (G7) diviene G8 con l’ingresso della Russia. In quegli anni si avvia il processo di globalizzazione dei mercati delle merci e finanziario con una serie di passi normativi per eliminare, con le buone o con le cattive, qualsiasi ostacolo a questo processo; questo processo incontra una certa resistenza in settori trasversali delle società mondiali che si manifesta per la prima volta in tutta la sua potenza alla riunione di Seattle del WTO nel 1999 con manifestazioni di massa a cui partecipano più di 40.000 persone. Grazie al successo di Seattle il movimento no global si rafforza e comincia a definirsi per slogan e tematiche proponendo la globalizzazione dei diritti in luogo della globalizzazione dei mercati. Nel 2000 ritorna in auge la vecchia idea di tassare all’1% le transizioni finanziarie, la Tobin Tax che prende il nome dall’economista che la propose per primo: con lo scopo principale di attivare questa forma di tassazione vista come un granello che può bloccare il perverso meccanismo della speculazione finanziaria internazionale nasce in Francia ATTAC che conia anche lo slogan che diventerà fondamentale nei Forum Sociali “Un altro mondo è possibile”. Nello stesso anno nasce ATTAC Italia e la Rete Lilliput. A gennaio 2001 si riunisce a Porto Allegre per la prima volta il Forum Sociale Mondiale[1]. A marzo 2001 le manifestazioni di protesta contro il Terzo Global Forum sulla governance di Napoli, prima apparizione nelle piazze nel movimento no global in Italia, vengono violentemente represse dalle forze dell’ordine. Nel febbraio 2001 nasce il Genova Social Forum con l’obiettivo di coordinare le iniziative di contrasto al 27º vertice del G8 pianificato a Genova dal 19 al 22 luglio 2001. A giugno 2001 nasce il Torino Social Forum come rete di organizzazioni per coordinare la partecipazione da Torino alle attività per il G8 di Genova: il TSF organizzerà 32 pullman per Genova nei giorni del vertice. Nei giorni dal 18 al 22 luglio 2001 Genova è stata invasa da una marea di persone (nel corteo sabato 21 luglio si parla di 300.000 persone) e da un’infinità di attività di tutti i tipi accomunate dalla necessità di pensare ad un altro mondo, dalla richiesta di rappresentanza (voi G8 noi sei miliardi), dall’intuizione che il processo di globalizzazione avrebbe portato al disastro; l’unica risposta istituzionale a queste richieste è stata una repressione, ancora una volta, senza precedenti. Estremamente emozionante il finale dell’intervento: > L’utopia è la stata dentro ogni folata di vento. Un’utopia con la u minuscola. > L’utopia del distintivo ed insopprimibile bisogno di ribellarsi. > > L’utopia come negazione del presente più che come definizione del futuro. Un > altro mondo possibile è un’aspirazione utopica che comprende più mondi > possibili, ma mai un mondo senza alternativa. Sui manifesti e sui siti dei > social forum spesso compare Edoardo Galeano. > > L’utopia è come l’orizzonte. Cammino due passi e si allontana di due passi. > Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. > > L’orizzonte è irraggiungibile. Serve per continuare a camminare. Ma è rimasto > forte il trauma. > > Abbiamo riflettuto tanto sulla violenza subita, sulla libertà violata, sulla > sospensione dello stato di diritto nei giorni del G8. Per qualcuno, ancora > oggi, un elicottero sopra la testa crea ansia immediata. Genova aveva ucciso > la speranza. > > In una tesi triennale, una studentessa che nel 2001 non era ancora nata, > scrisse come il G8 di Genova sia stata una grossa fattura, una delle tante > nella storia d’Italia. Scrisse che l’uso sregolato e violento della forza > aveva schiacciato e occultato i grandi temi posti dal movimento, giustizia > sociale, questione ambientale, diritto al futuro, temi affrontati all’epoca in > modo innovativo, con un patto trasversale nato insieme alla società. A Genova > era presente l’intera società, con le sue contraddizioni e difficoltà. > > E fu un momento unico di coesione e condivisione mai visto prima. La risposta > delle istituzioni è stata la violenza, e la violenza è per sempre. I traumi > lasciano un segno, una cicatrice, una ferita da cui non puoi prescindere. > > Così gli psicologi sono arrivati a elaborare la nozione di trauma > psicopolitico. E ora siamo diventati noi, i nonni partigiani che hanno > combattuto. Però l’abbiamo solo preso, e non abbiamo vinto, pur avendo > ragione. > > Perché avevamo ragione su tutto. E vorremmo sentirla di nuovo, quella brezza > primaverile, con l’utopia, di trasformarla in un tornado. – Continua – Max Gavagna Ezio Bertok [1] https://it.wikipedia.org/wiki/Forum_sociale_mondiale Giorgio Mancuso
July 18, 2026
Pressenza
Dalle Marche se ne sono andati oltre 28.000 giovani in sei anni
Dal 2020 al 2026 nelle Marche è scomparsa all’anagrafe una città grande quanto Fabriano.  Ma a parte il centro studi della CISL Marche, non se n’è accorto nessuno. O peggio, chi dovrebbe accorgersene, la cosiddetta ‘classe dirigente’, preferisce costruirsi un’altra narrazione.  Sono due Marche diverse, quelle fotografate da una parte dal rapporto CISL Marche 2025, presentato ad Ancona il 17 luglio, e quelle della kermesse organizzata dal Corriere Adriatico il giorno prima sulla Riviera del Conero.  Qui, al SeeBay Hotel, si è avvicendata ai microfoni tutta l’attuale dirigenza istituzionale ed economica della regione, per parlare di “Destinazione crescita. Infrastrutture, credito, imprese e connessioni per il futuro delle Marche”.  Prima del buffet a bordo piscina, l’idea della crescita della regione può essere ben sintetizzata dall’intervento del fabrianese Francesco Casoli, uno dei più importanti imprenditori delle Marche, con alle spalle un settennato senatoriale con Berlusconi. Chiamato ad intervenire nel panel “Cammini, turismo e percorsi nelle Marche”, rispetto all’idea della ricerca di un nuovo modello economico, basato anche sul turismo di nicchia, ha concluso, tra gli applausi scroscianti della platea, con “Non sottovalutiamo i fricchettoni, perché sono un asset”.   Poi, lontane dal mainstream, ci sono le Marche più reali e sobrie del rapporto del sindacato regionale, fatto di numeri che analizzano tutti i settori della vita quotidiana dei marchigiani.  Andando a guardare i dati della fascia anagrafica (0-34 anni) più lontana da quella platea prevalentemente maschile e gerontocratica convocata dal Corriere Adriatico, emerge un quadro di estremo allarme, che parla del presente; dal quale l’attuale classe dirigente marchigiana è lontana; se, per inazione, non risulta decisamente ostile. Scorrendo il report, al 1° gennaio 2025 nelle Marche risultano residenti 460.415 cittadini di età compresa tra 0 e 34 anni, di cui 58.566 cittadini stranieri residenti (il 12,7% del totale dei giovani residenti). La presenza di quest’ultimi è più elevata nelle fasce adulte, soprattutto 30-34 anni (16,7%) e 25-34 anni (16,3%), mentre è più bassa tra i 6-16 anni (10,4%).  Questo profilo suggerisce che la componente straniera svolge già oggi una funzione di compensazione demografica e occupazionale, soprattutto nelle età più direttamente legate al lavoro e alla formazione familiare. Inoltre, mentre gli stranieri più giovani calano, la fascia 15-29 straniera cresce del 2,6% tra il 2019 e il 2025: è un segnale importante, perché proprio nel segmento che nelle Marche tiene meglio sul totale giovanile, la componente straniera contribuisce alla tenuta. Non è quindi un fenomeno periferico, ma una leva strutturale.  Per quanto riguarda la situazione occupazionale, gli occupati con età compresa tra 15 e 34 anni nelle Marche sono 139.473. Il 19,1% nella fascia d’età 15-24, l’80,9% in quella 25-34. Spicca la differenza tra il 2024 e il 2025, quando è evidente una sensibile riduzione del numero degli occupati, specie nella fascia d’età 15-24 anni. Altro dato interessante è che si registrano 33.876 giovani NEET (non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione) in età compresa tra 15-34 anni; il fenomeno è in crescita negli ultimi 2 anni.  Il quadro generale che emerge dal Report è quello di un “peggioramento selettivo” legato alla divergenza tra giovani e popolazione generale. Il mercato del lavoro marchigiano non sembra in una situazione di crisi generale, ma è in atto una segmentazione generazionale crescente, dove i giovani sono appunto la componente più fragile. Per quanto attiene ai livelli di istruzione nel 2024 tra la fascia di età 25-34 anni, il 15,6% aveva un titolo di primaria e secondaria inferiore, il 51,1 %di secondaria superiore, il 33,3% di laurea e post laurea. Rispetto alla media italiana e alle regioni del Centro Italia, spicca il dato che vede le Marche in testa nella percentuale di persone con diploma di tecnico superiore ITS o di titolo di studio terziario di primo livello. Ottima anche la performance relativa alla percentuale di persone che hanno conseguito il titolo di studio Universitario o il Dottorato di ricerca. Significativo il dato degli occupati sovraistruiti laureati, con età tra 25 e 64 anni, che nel 2025 per le Marche è il più elevato della media nazionale, del centro Italia e delle regioni di riferimento.  Nei cicli scolastici, il sistema appare efficiente: bassa incidenza di ripetenze (inferiore alla media nazionale) e buoni livelli di competenze di base (secondo posto dopo l’Umbria). Anche la dispersione precoce nelle scuole medie è contenuta. Tuttavia, emergono segnali contrastanti: nelle scuole superiori il tasso di ripetenza resta significativo (5%); l’uscita precoce dal sistema educativo (9,1%) è superiore alla media del Centro Italia, avvicinandosi al dato nazionale. Questo indica una fragilità nella fascia adolescenziale, dove parte della popolazione studentesca fatica a completare il percorso. Ma il dato clamoroso, quello da ‘allerta rossa’ se usassimo un termine da Protezione Civile, è quello che riguarda i cambi di residenza e il saldo migratorio. Negli ultimi sei anni le Marche hanno perso oltre 28.000 residenti tra 0 e 34 anni (per l’appunto una città delle dimensioni di Fabriano). E secondo le proiezioni demografiche, potrebbero perderne oltre 100.000 entro il 2050, con conseguenti rilevanti sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del welfare e sulla competitività del sistema economico regionale.  Sono numeri che suggeriscono che le Marche non crescono per attrattività interna, ma per dinamiche migratorie internazionali, sulle quali incide una componente di popolazione, appunto quella straniera, che esprime titoli di studio di livello mediamente più basso. Il vero problema marchigiano è la perdita di italiani (soprattutto verso l’estero); il punto critico è ovviamente la “fuga” dei laureati. Il tasso di mobilità dei laureati marchigiani denota una perdita di capitale superiore alla media nazionale e del centro Italia, nonché di Toscana ed Emilia Romagna. La minor presenza di opportunità qualificate di lavoro genera il fenomeno della fuga, che impoverisce il tessuto produttivo generando a sua volta minori future occasioni per i giovani. Il problema centrale riguarda la competitività. Le Marche non trattengono talenti e non competono con mercati esteri. Il rischio strutturale è che nel lungo periodo si verifichi un impoverimento del capitale umano e un rallentamento della crescita economica.  C’è però un’opportunità nascosta: la presenza di stranieri può diventare un asset se integrata e valorizzata. Ma le Marche in questo, dati alla mano e fenomeni di cronaca recenti, così come il resto d’Italia, è una regione in cui le persone straniere, ma anche i nativi di seconda generazione, sono quotidianamente razzializzati. Finora l’intervento della Regione Marche a guida Fratelli d’Italia dal 2020, e quindi responsabile anche dei dati registrati dal rapporto CISL Marche, si è limitato al recente bando con una dotazione iniziale di 500.000 € “per inserimento stabile di competenze qualificate nelle imprese rivolto ai giovani”; il solito ‘aiutino’ alle imprese. Ma non direttamente ai giovani. Per loro le politiche del lavoro sono state delegate ad Amazon, niente politiche per la casa, per la mobilità pubblica, per il diritto allo studio, la salute, l’integrazione; anzi, per quest’ultimo aspetto, la risposta politica ed istituzionale è semplicemente securitaria e poliziesca, con la recente delibera di giunta regionale “Marche sicure”.  Se queste sono le risposte politiche ed istituzionali per invertire il fenomeno del trasferimento in sei anni di oltre 28.000 marchigiani over 34 in altre regioni e all’estero, nelle Marche, nei prossimi anni, non ci verranno, nonostante la proposta dell’imprenditore fabrianese Francesco Casoli, neanche i ‘fricchettoni’; sarebbero esposti sicuramente ad un fermo identificativo di polizia.    Leonardo Animali
July 18, 2026
Pressenza
Genova non è stata una parentesi
Dedichiamo la puntata ai 25 anni dai tre giorni di Genova 2001. Il nosro intento non è quello di una cronistoria, ma piuttosto di provare ad unire i puntini per capire l’eredità di quel momento storico che ha rappresentato uno dei momenti di rottura più incisivi nel panorama politico repressivo. Lo spettro dei blackblock e la conseguente narrazione distorta è ancora oggi vivissima ed in buona parte ha stracciato quei legami che oggi appaiono impossibili, ma soprattutto ci lascia in eredità un insieme di misure repressive che di anno in anno costruiscono un muro sempre più invalicabile. Un muro  che divide la società in tante sezioni, non solo in pacifici e violenti. Quello che dobbiamo riscoprire dopo 25 anni è la creazione di alleanze insolite, fuori dagli schemi ideologici o di pratica. Questa è la musica usata 01 – Ladytron – Discotraxx 02 – Assalti frontali – Rotta indipendente 03 – Bandabardò – Manifesto 04 – Il teatro degli orrori – Genova 05 – Linea 77 – Avevate ragione voi 06 – Punkreas – WTO 07 – Rage against the machine – Voice Of The Voiceless 08 – Rage against the machine – Calm Like A Bomb 09 – Manu Chao – Mi Vida 10 – Skalariak – Nuestra Manifestacion 11 – The Sabotage – Police Attack 12 – Sud sound system – Nu Tradire Mai 13 – Asian Dub Foundation – Free Satpal Ram 14 – Bad religion – Let It Burn 15 – Eels – Teenage witch 16 – L.A. Salami – I Need Answers 17 – Fugazi – Epic problem 18 – Ink And Dagger – The Lines Of Lies 19 – Joshua Idehen – Once in a Lifetime 20 – Angry Samoans – Dope on the scarecrow