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[2026-07-30] Da qui non se ne va nessunə! ACCORRETE TUTT3! @ Spin Time Labs
DA QUI NON SE NE VA NESSUNƏ! ACCORRETE TUTT3! Spin Time Labs - Via di S. Croce in Gerusalemme, 55 (giovedì, 30 luglio 17:00) Da ora siamo un presidio permanente. Ore 17 fuori Spin Time Questa notte, intorno alle 22, si è sviluppato un principio d’incendio nel palazzo di Spin Time, a quanto pare circoscritto a un locale tecnico affacciato sul cortile interno. La comunità residente ha reagito con tempestività spegnendo l’incendio: l’edificio è stato evacuato autonomamente e in piena sicurezza nel giro di pochi minuti, consentendo ai Vigili del Fuoco, intervenuti prontamente, di accedere senza ostacoli e svolgere tutte le verifiche necessarie. Al momento non si registrano danni alle persone né all’edificio. Nonostante questo, gli abitanti sono ancora in strada e non è loro consentito rientrare nelle proprie case, se non uno alla volta e scortati dalle forze dell’ordine, esclusivamente per recuperare medicinali e beni di prima necessità. Le porte degli appartamenti sono state forzate e gli alloggi messi sottosopra, nonostante avessimo messo a disposizione tutte le chiavi necessarie, per ragioni di sicurezza che però nessuno ci ha ancora chiarito. A quest'ora non ci è stato ancora comunicato in quale condizione si trovi lo stabile: restiamo in attesa di risposte ufficiali. Apprendiamo da Ansa che i Vigili del Fuoco hanno dichiarato una presunta inagibilità del palazzo della quale non ci sono evidenze. Di fatto, centinaia di persone sono in strada dalla notte scorsa. Molte sono uscite di casa scalze o in pigiama e si stanno alternando sulle brandine messe a disposizione dalla Protezione Civile a partire dalle 6 di stamattina. Nonostante per oggi siano previste temperature da bollino rosso. Ora è il momento di stringersi attorno a Spin Time con la stessa solidarietà che abbiamo conosciuto in passato: dal distacco della corrente nel 2019 all’agorà dello scorso gennaio. Convochiamo quindi un’assemblea pubblica cittadina oggi alle ore 17. Nel frattempo, siamo qui in presidio permanente e abbiamo bisogno subito della solidarietà di tutt3.
July 30, 2026
Gancio de Roma
“100 libri per la nonviolenza” a Milano, il 23‑24‑25 settembre
L’iniziativa è dedicata alla diffusione della nonviolenza e del disarmo unilaterale teorizzato da Carlo Cassola, “il primo passo nella direzione giusta”: per sostanziare una cultura pacifista adatta al XXI Secolo e alle sue enormi sfide, attinenti alla sopravvivenza stessa della nostra specie. L’obiettivo è offrire a scuole, associazioni e istituzioni un percorso di riflessione e formazione capace di generare relazioni, pratiche e comunità che preparino la pace attraverso la via disarmata e disarmante: la nonviolenza poietica e terrestre, concreta e trasformativa. L’elenco dei 100 libri proposti nella rassegna è in elaborazione. Attualmente sono indicati: SEZIONE 1 – LA NONVIOLENZA POIETICA IN 6 TITOLI * Memoria e futuro * Antifascismo e nonviolenza * La guerra nucleare spiegata a Greta * La follia del nucleare (I edizione) * La follia del nucleare (II edizione) * Il Festival della nonviolenza poietica a Comiso (luglio 2025) SEZIONE 2 – I MAESTRI DELLA NONVIOLENZA: LA SELEZIONE ESSENZIALE * Henry David Thoreau – La disobbedienza civile * Lev Tolstoj * Mahatma Gandhi * Martin Luther King Jr. – La forza di amare * Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza * Carlo Cassola – La rivoluzione disarmista * Don Lorenzo Milani – L’obbedienza non è più una virtù * Alberto L’Abate * Gene Sharp – Politica dell’azione nonviolenta * Danilo Dolci * Lanza del Vasto * Giuliano Pontara * Erich Fromm SEZIONE 3 – NONVIOLENZA E RELIGIONI * Raimon Panikkar * Thich Nhat Hanh – Essere pace * Thomas Merton – Fede e violenza * Abraham J. Eschel – L’uomo non è solo * Dalai Lama – L’arte della compassione * Kumar – La via dei giainismo * Vandana Shiva – Ritorno alla Terra * Bede Griffiths – Il matrimonio tra Oriente e Occidente * Hildegard Goss-Mayr – O osare la pace o non esistere SEZIONE 4 – NONVIOLENZA E FEMMINISMO * Virginia Woolf – Le tre ghinee * Carol Gilligan – Con voce di donna * Vandana Shiva * Elena Dakota – La nonviolenza delle donne * Sara Ruddick – Pensiero materno * Judith Butler – La forza della nonviolenza * Arundhaty Roy – Guida alla nonviolenza per la gente comune * Lidia Menapace – Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo SEZIONE 5 – OBIEZIONE, TRANSARMO E DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA * Jean Marie Muller * Gene Sharp – Verso una Unione Europea disarmata * Joahn Galtung – Ci sono alternative * Pietro Pinna * Antonino Drago – La difesa popolare nonviolenta SEZIONE 6 – ECONOMIA NONVIOLENTA * EF Schumacher – Piccolo è bello * Serge Latouche – La scommessa della decrescita * Jeremy Rifkin * Vandana Shiva * Amartya Sen * Herman Daly – Lo stato stazionario * Murray Bookchin – L’ecologia della libertà SEZIONE 7 – LA VOCE DEGLI OPPRESSI. NONVIOLENZA E INGIUSTIZIA GLOBALE * Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, a cura di Daniela Bezzi * Amos Oz –Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione * Yossi Klein Halevi – Lettere al mio vicino palestinese SEZIONE 8 – LA NONVIOLENZA SULLA QUESTIONE ENERGETICA, CLIMATICA ED ECOLOGICA * Papa Francesco – Enciclica Laudato Si’ * Maurizio Torrealta – Il segreto delle tre pallottole. Intervista a Del Giudice * Luciano Benini SEZIONE 9 – LA BELLEZZA CHE DISARMA. ARTE CULTURA ED EDUCAZIONE * Lev Tolstoy – Che cosa è l’arte? * Montessori * Rodari * B. Brecht – L’abiura di Galileo * Don Lorenzo Milani – Lettere a una professoressa * Daniele Novara – La grammatica del conflitto SEZIONE 10 – LA PAROLA COME CANTIERE. COMUNICAZIONE E AZIONE POLITICA * Rosenberg * Paulo Freire * Pat Patfoot LA NONVIOLENZA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE * Papa Leone XIV –  Enciclica Magnifica Humanitas LA NONVIOLENZA NEI FUMETTI E PER I PIU’ PICCOLI * Persepolis   100 libri per la nonviolenza sarà in svolgimento negli spazi di ChiAmaMilano (Milano – via Laghetto, 2) nelle giornate di mercoledì 23, giovedì 24 e venerdì 25 settembre. INFORMAZIONI e CONTATTI : alfiononuke@gmail.com / +39 340 073 6871     Disarmisti Esigenti
August 25, 2026
Pressenza
LAVORO: UNA SENTENZA CONFERMA LE GRAVI CARENZE DI GLOVO IN MATERIA DI SICUREZZA DEI RIDER
Il 20 agosto un’ordinanza d’urgenza del Tribunale di Torino ha confermato le gravi carenze in materia di sicurezza di Glovo. La sentenza – arrivata a conclusione del ricorso di un lavoratore della nota piattaforma di delivery – ha riconosciuto le mancanze della società sia per quanto riguarda la valutazione dei rischi, sia per ciò che concerne la predisposizione delle misure di sicurezza, imponendogli di adottare misure e dispositivi specifici a tutela dei propri lavoratori e delle proprie lavoratrici. Tra questi, calzature ergonomiche, abbigliamento adeguato alle varie condizioni climatiche, un luogo di riparo durante l’attesa degli ordini e l’accesso gratuito ai servizi igienici, oltre ad eventuali dispositivi specifici per far fronte alle alte temperature. Nonostante il pronunciamento dell’autorità giudiziaria, però, Glovo non ha al momento adottato nessuna delle misure prescritte dal Tribunale continuando – secondo USB slang – “a comportarsi come se fosse al di sopra delle regole e delle decisioni delle istituzioni italiane”.  Tuttavia,  conclude USB slang, “la sentenza di Torino rappresenta un precedente importante: dimostra che il lavoro dei rider non può essere separato dalla responsabilità dell’azienda sulla salute e sulla sicurezza e che il riconoscimento della subordinazione significa anche diritto alla sicurezza, strumenti di lavoro e tutele effettive”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’analisi Giulia Druetta, avvocata specializzata in diritto del lavoro, che da anni si occupa delle mobilitazioni dei rider contro le società di delivery Ascolta o scarica
August 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Amatrice, dieci anni dopo il terremoto, è ancora un gigantesco cantiere
Sono trascorsi dieci anni dalla tragica notte del 24 agosto 2016, quando una scossa di magnitudo 6 devastò l’Appennino centrale, provocando 299 vittime e oltre 40mila sfollati. Il centro di Amatrice è diventato il simbolo di quella tragedia, ma il cratere del disastro si è esteso per circa ottomila chilometri quadrati, coinvolgendo 138 comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. I dati sulla ricostruzione sono ancora impietosi: al 31 maggio 2026 risultano infatti 8.393 i cantieri privati in corso, oltre 7.500 dei quali relativi a edifici gravemente danneggiati. Dal sisma, complessivamente, sono stati autorizzati 23.361 cantieri privati e ne sono stati conclusi 14.968, poco più del 64,1%. Numeri che mostrano la vastità del lavoro ancora da completare. Il ritardo continua a pesare soprattutto sulla vita delle persone. Le richieste di contributo per la ricostruzione privata hanno raggiunto quota 36.149, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. Le pratiche approvate sono 24.650, mentre i contributi concessi ammontano a 12,59 miliardi e le somme effettivamente liquidate hanno superato gli 8 miliardi. Sono ancora 8.759 i nuclei familiari che non hanno fatto ritorno nelle abitazioni originarie: tra questi, circa 2.200 vivono nelle Soluzioni abitative d’emergenza e 5.700 ricevono un contributo per sistemarsi autonomamente. Sul versante della ricostruzione pubblica, al 30 aprile 2026 risultano programmati 3.667 interventi, per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro. La struttura commissariale considera «sbloccato e avviato» il 98% delle opere, pur riconoscendo che i lavori materialmente in corso e gli interventi conclusi rappresentano circa il 40% della programmazione. Diversa la valutazione di ActionAid che, classificando le opere in base all’effettiva apertura dei cantieri, calcola come il 66,3% si trovi ancora nelle fasi precedenti all’inizio materiale dei lavori e solo il 33,6% abbia raggiunto la fase esecutiva o conclusiva. Ad Amatrice il quadro resta particolarmente critico. Sul fronte della ricostruzione privata, al 28 maggio 2026 risultano presentate 1.501 richieste di contributo, 1.199 delle quali relative a edifici gravemente danneggiati. Gli interventi attivati erano 828: 348 risultavano conclusi e 480 ancora in corso. Nel solo centro storico, su 69 interventi previsti tra aggregati edilizi ed edifici singoli, erano stati aperti 20 cantieri. Secondo l’Ufficio tecnico comunale, l’avanzamento complessivo della ricostruzione pubblica e privata si attesterebbe intorno al 40%. Separato è il dato relativo alle opere pubbliche: secondo ActionAid, al 30 aprile 2026, per 136 dei 172 interventi programmati non erano ancora materialmente iniziati i lavori. L’emergenza abitativa resta intanto molto grave, con circa mille persone ancora ospitate nelle casette prefabbricate e meno di uno sfollato su cinque rientrato nella propria abitazione. I ritardi della ricostruzione derivano da una pluralità di fattori e non possono essere ricondotti a un’unica responsabilità. Nei centri storici, gli interventi su quartieri medievali densamente edificati sono resi più complessi dalla presenza di immobili con numerosi proprietari, da controversie ereditarie e da titolarità non ancora definite. Sui tempi hanno inciso anche procedure burocratiche articolate, contenziosi e le conseguenze della pandemia. A questo quadro si è aggiunta una discontinuità istituzionale: dal 2016 si sono succeduti cinque governi e diversi commissari, mentre nel tempo sono mutate anche le priorità della ricostruzione. Restano, infine, difficoltà operative legate alle imprese. Nel frattempo, ad Amatrice molti servizi essenziali restano provvisori. Il nuovo ospedale potrebbe aprire nel 2027, mentre devono ancora essere ricostruite o completate la sede del Comune, la stazione dei carabinieri, quella della polizia stradale, le banche e l’ufficio postale. Secondo il Giorgio Cortellesi, il 20% delle persone è seguito dai servizi di assistenza perché tende a isolarsi e fatica a uscire di casa. La perdita dei luoghi di incontro ha indebolito le relazioni sociali e il senso di appartenenza: il rischio è che la progressiva ricostruzione materiale proceda senza riuscire a ricomporre pienamente la comunità. Nel frattempo, il prossimo 31 dicembre si concluderà formalmente lo stato di emergenza, con il passaggio allo “stato della ricostruzione”. La struttura commissariale verrà prorogata, restando essa operativa fino al 2029. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto formeranno il cosiddetto “Primo Cratere”, destinatario di misure specifiche. The post Amatrice, dieci anni dopo il terremoto, è ancora un gigantesco cantiere appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
PISA: BOEING MILITARE DEL KUWAIT TRANSITATO DALL’AEROPORTO GALILEI, MOVIMENTATO MATERIALE BELLICO
Nella notte di lunedì 24 agosto velivoli militari provenienti dal Kuwait sono transitati dall’aeroporto Galilei di Pisa, come denunciato da attivisti e attiviste del Movimento No Base e altre realtà pisane. Le immagini raccolte sul posto documentano la movimentazione di un sistema di artiglieria, apparentemente contraerea, posizionato a ridosso della rampa aperta del velivolo. L’aereo è “un Boeing C-17A Globemaster III, identificabile dal numero di matricola e dalla bandiera kuwaitiana impresse sulla coda”, fa sapere Diritti in Comune – Pisa. Diritti in Comune ricostruisce anche gli spostamenti recenti del velivolo attraverso le informazioni disponibili sulle piattaforme pubbliche di tracciamento aereo, indicando passaggi tra Kuwait, Italia, Stati Uniti e Regno Unito. “La successione di queste tratte conferma l’inserimento del velivolo in un’intensa rete di collegamenti militari internazionali“, sostiene il gruppo. È però soprattutto quanto sarebbe avvenuto sulla pista di Pisa a sollevare gli interrogativi. Non viene infatti stabilito se il materiale sia stato caricato o scaricato dal C-17. Da qui la richiesta di chiarimenti alle istituzioni. “Perché armamenti e velivoli militari stranieri vengono movimentati sulle piste pisane senza che la cittadinanza riceva alcuna informazione?”, domanda Diritti in Comune. Il Movimento No Base di Pisa, attivo contro l’industria delle armi sul territorio, denuncia: “il coinvolgimento bellico italiano passa da qui”. Nell’audio l’appello pubblico del Movimento No Base. Ascolta o scarica.
August 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Otto per mille statale 2026
Le risorse derivanti dalla quota IRPEF dell’otto per mille a diretta gestione statale – quelle che i contribuenti italiani destinano allo Stato in sede di dichiarazione dei redditi – finanziano ogni anno interventi straordinari in cinque settori prioritari. La Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per il Coordinamento Amministrativo ha pubblicato la guida per la presentazione delle domande di finanziamento per l’edizione 2026, con scadenza fissata al 30 settembre 2026. LE CINQUE CATEGORIE DI INTERVENTO Le risorse sono destinate esclusivamente a interventi di carattere straordinario — ovvero non rientranti nell’attività ordinaria dell’ente richiedente — in uno dei seguenti settori: * Fame nel mondo: azioni straordinarie di contrasto alla povertà alimentare nei Paesi in via di sviluppo o a supporto di comunità in stato di bisogno. * Assistenza ai rifugiati e ai minori stranieri non accompagnati: interventi di accoglienza, sistemazione, assistenza sanitaria e sussidi per soggetti titolari di protezione internazionale, status di rifugiato, protezione sussidiaria o speciale. Non sono ammessi acquisto o ristrutturazione di immobili, acquisto di veicoli, spese telefoniche, cancelleria, computer o tablet. Le spese di formazione sono ammesse solo se finalizzate a un’abilitazione professionale con esame finale. Spese amministrative ammissibili fino al 7% dei costi, con un tetto massimo di 20.000 euro. * Calamità naturali: realizzazione di opere, lavori e monitoraggi per la tutela della pubblica incolumità da fenomeni geomorfologici, idraulici, sismici, incendi boschivi e meteorologici, nonché ripristino di beni pubblici e culturali danneggiati. I progetti devono essere esecutivi. Le somme a disposizione dell’amministrazione sono ammissibili nella misura del 15% dei lavori, con un tetto di 300.000 euro per IVA e oneri. * Conservazione dei beni culturali: restauro, valorizzazione e fruibilità pubblica di beni immobili e mobili di interesse architettonico, artistico, storico, archeologico o bibliografico. I beni devono aver superato la verifica o dichiarazione di interesse culturale ai sensi del Codice dei beni culturali. I progetti devono essere esecutivi. * Prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze e dalle altre dipendenze patologiche: interventi straordinari di prevenzione, trattamento e reinserimento sociale. Una sesta categoria – immobili adibiti all’istruzione scolastica – è gestita separatamente dal Ministero dell’Istruzione. CHI PUÒ PRESENTARE DOMANDA Possono candidarsi * pubbliche amministrazioni * persone giuridiche * enti pubblici e privati in possesso dei seguenti requisiti obbligatori: essere in regola con obblighi fiscali e contributivi; non aver subito revoche di fondi otto per mille negli ultimi cinque anni; avere uno Statuto che preveda esplicitamente le finalità per cui si chiede il contributo; essere costituiti e operativi da almeno tre anni nel settore di intervento e aver gestito negli ultimi tre anni attività analoghe per un importo almeno pari al contributo richiesto; aver individuato un responsabile tecnico con titoli adeguati; disporre di adeguata capacità finanziaria certificata da un istituto bancario. Sono esclusi tutti i soggetti con finalità di lucro. Ogni soggetto può presentare una sola domanda. Chi ha già due progetti approvati e non ancora rendicontati non può candidarsi. È ammessa la partecipazione di partner, a condizione che questi possiedano gli stessi requisiti soggettivi e non abbiano altri progetti in corso o presentato altra domanda per la stessa annualità. DOCUMENTAZIONE RICHIESTA La domanda si compone di due moduli obbligatori per ciascuna categoria: * il Modello A (domanda) * il Modello B (elaborato tecnico e progettuale). Tutti i moduli devono essere firmati digitalmente o con firma autografa – in quest’ultimo caso con allegata copia del documento d’identità. Sono richiesti inoltre: autocertificazione del legale rappresentante (Mod.01) e del responsabile tecnico (Mod.02); dichiarazione bancaria di adeguata capacità finanziaria (Mod-ACF); cronoprogramma (Mod-TM); quadro logico (Mod-QL); budget (Mod-BDG). Per le categorie “Fame nel mondo” e “Assistenza ai rifugiati” è richiesta anche la documentazione della capacità operativa in loco (AU-COP). Per i progetti sopra 500.000 euro è obbligatoria la suddivisione in lotti funzionali autonomi. COME E DOVE PRESENTARE Le domande possono essere trasmesse attraverso due canali: * Piattaforma online: ottopermille.pcm.gov.it * PEC: ottopermille.dica@pec.governo.it — con allegati non superiori a 10 MB per messaggio (in caso di file più grandi, è possibile inviare più PEC numerate) La modulistica è disponibile sul sito dedicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La scadenza è fissata al 30 settembre 2026. Scarica la guida alla presentazione Info-Cooperazione
August 25, 2026
Pressenza
Fuga dal lavoro sociale
LE PERSONE IN STRADA AUMENTANO OVUNQUE E IL LORO DISAGIO È SEMPRE PIÙ COMPLESSO. EPPURE, OSSERVA ROBERTO DE LENA, ASSISTENTE SOCIALE, SONO POCHE LE PERSONE CHE SI AVVICINANO AL LAVORO SOCIALE. LE CAUSE SONO TANTE, DEL RESTO NON È FACILE PROTEGGERE IL SENSO DELLA SOLIDARIETÀ E IL VALORE DEL LAVORO SOCIALE IN UNA SOCIETÀ CHE INSEGNA AD ESSERE PERFORMATIVI E CHE HA PER BUSSOLA LA CITTÀ ATTRATTIVA Termoli (Cb), maggio 2026: assemblea in piazza per dire che la salute non è una merce -------------------------------------------------------------------------------- Abdel si è steso sul marciapiede e di tanto in tanto rotola in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Lo incontriamo nel nostro consueto giro di strada: è giovanissimo, molto trasandato, un sorriso strampalato stampato sul viso. Un sorriso che viene da non so dove; gli occhi, in realtà, stanchi. Ci diamo appuntamento in stazione. Non arriverà. Poco prima, Angelo l’ho incrociato steso in una cunetta, tra il muro e l’erba, con delle buste addosso. Ha la faccia rossa, gonfia di alcol, sembra stremato. Quando sono ripassato non c’era più, ho saputo che era già intervenuta la polizia. Abdel e Angelo sono “solo” due tra le persone in strada, un lunedì di metà agosto in una cittadina di mare della provincia del sud Italia. Insieme a loro c’è anche Mohamed, poco più che un ragazzino, che racconta di essere stato recluso nei Centri di detenzione in Albania (quelli che vorrebbero diventare modello per l’intera Europa) e che ora ha iniziato a bere fortissimo; non sa se riuscirà a regolarizzare la sua posizione con i documenti, intanto lava i piatti nei locali sul mare, dorme in mezzo alla strada, e beve. Beve forte. E con loro molti altri, uomini per lo più, spesso con problemi di salute fisica e mentale. Ma anche intere famiglie, costrette a tornare in Italia dalla Germania (che calvario!). Mentre a pochi metri da loro la città-vetrina si consuma di aperitivi e concerti, si ritagliano anfratti in quel che resta della città turistificata. Spesso sono costretti a spostarsi perché danno fastidio e fanno una brutta impressione. E poi sta cominciando (finalmente, dopo giorni di caldo torrido!) un po’ di pioggia. Fuga Quel che tuttavia mi preoccupa maggiormente del mio lavoro con le persone senza dimora a Termoli (Campobasso, Molise) non è tanto il fatto che da alcune settimane le persone in strada e in dormitorio aumentano costantemente. Non è nemmeno il fatto che alcune di queste persone esprimono un disagio molto molto importante e complesso, di cui si tamponano solo alcuni sintomi ma di cui si fa fatica a prendersi cura. Tutto ciò preoccupa, ma non è al momento la mia principale preoccupazione. Le cose che mi preoccupano di più sono la sensazione e il fatto che siano poche le persone che si avvicinano a questo lavoro, disposte e interessate a fare lavoro sociale di bassa soglia con le marginalità estreme. Cercando di coniugare passione ed etica, impegno civico e politico, spirito critico e professionalità. Sporcandosi le mani nelle sofferenze e nelle contraddizioni. Da quel che ne so, si tratta, peraltro, di un problema abbastanza diffuso a livello nazionale per molte professioni socio-sanitarie, e non solo. La questione ha molte sfaccettature (modello di welfare, questione sindacale), e qui non è possibile affrontarle tutte (anche se sarebbe bello e utile poterlo fare): «fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati all’abilitazione e gli assistenti sociali abilitati sono scesi di oltre il 40%. Numeri che preoccupano per la tenuta del welfare territoriale» (vita.it); «Il problema è strutturale, e sta a monte: in un sistema di finanziamenti pubblico del welfare che continua a premiare il ribasso invece della qualità, che finanzia i progetti e lascia scoperte le persone, che chiede a chi si prende cura degli altri di farlo senza che nessuno si prenda cura di loro. Il risultato è una crisi silenziosa ma profonda: mancano educatori, mancano infermieri, mancano assistenti sociali. I giovani faticano a scegliere queste strade. Chi le ha percorse spesso le abbandona, non per mancanza di passione, ma per eccesso di solitudine, di fatica, di promesse mancate» (Vita, maggio 2026). Dis-agio degli operatori Gli operatori che restano cominciano a “invecchiare” senza aver aiutato altre persone a formarsi; spesso rimaniamo noi stessi ingabbiati in strada insieme alle persone marginalizzate (marginalizzati con loro), con poche o nulle prospettive evolutive. E con una enorme responsabilità sulle spalle. Le ragioni di ciò sono molteplici e molte risiedono anche nella debolezza delle nostre, in alcuni casi piccole, organizzazioni. Così come, certamente, nella debolezza della politica (locale e nazionale) che spesso si rifiuta di mettere la questione delle marginalità al centro del discorso pubblico. Ma, forse, una delle principali ragioni sta nel fatto che oggi si è (definitivamente?) smarrito il senso della solidarietà e del valore del lavoro sociale in una società che ci ha insegnato solo ad essere performativi. E che continuamente ci ripete che “la società non esiste, esistono solo gli individui” in competizione tra loro. Una ideologia che ha marginalizzato il lavoro sociale come costruzione di processi di cura, di relazionalità e reciprocità. La crisi delle professioni del welfare è, così, il sintomo della crisi della società contemporanea. Scrive Marco Rovelli nel suo libro, bellissimo (e consigliatissimo), Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025): «Disagio: non essere a proprio agio. L’etimologia ci rivela che parlare di disagio è quanto mai adeguato: agio – dal provenzale aize, a sua volta derivato dal tardo latino adiacens – è una situazione confortevole, dovuta alla vicinanza, alla prossimità. Disagevole, produttore di disagio, è ciò che non è prossimo. Nella non prossimità si vedono due aspetti distinti. Il primo è la non prossimità di ciò che ancora non siamo, e dunque l’individuazione di un orizzonte da raggiungere, un avvenire da realizzare – e questo è il disagio creativo, non solo necessario ma immanente all’essere umano, il quale si trasforma in relazione a un mondo cui dare forma. Il disagio dovuto alla mancanza di una forma riconoscibile è quel muove alla trasformazione e alla produzione di un mondo nuovo. Il secondo aspetto della non prossimità è non trovarsi prossimi ad alcunché: a un mondo, a un altro soggetto. Non sento nulla e nessuno vicino, non c’è nulla e nessuno che mi tocchi: non c’è contatto, non c’è connessione. Una connessione profonda, non quella immaginaria di un occhio disincarnato. Questo aspetto del disagio che è il sentirsi sconnessi, isolati, è allora l’isolamento di una società che ha fatto dell’individuo e del proprio successo l’unico valore. E questo isolamento, questa sconnessione, retroagisce negativamente anche sul primo aspetto del disagio: perché in una società fatta di individui che non sanno pensarsi come preceduti da una dimensione relazionale, e che impone all’individuo di costruire se stesso e il proprio successo, immaginare un avvenire e una forma possibile diventa un peso sempre più grande, e sempre più spesso intollerabile. E sotto questo peso ci si schianta». Una questione culturale e politica Il problema della fuga dal lavoro sociale diventa, in quest’ottica, più fondamentale (culturale, politico); e si estende anche a chi il lavoro sociale continua a farlo (ma con quale approccio metodologico?). Perché non si tratta “solo” di aiutare il prossimo (cosa necessaria), ma di comprendere la dimensione collettiva e trasformativa del nostro agire nelle pratiche sociali. Di comprendere, sul piano locale, che c’è un’incompatibilità di fondo tra il modello di città attrattiva e quello della città solidale (che vorremmo, e dovremmo, costruire con le nostre organizzazioni). Parlo della cittadina dove abito, ma forse la questione è estendibile anche ad altri territori. Prendiamo, ad esempio, l’housing first, che le missioni del PNRR hanno permesso di implementare in varie città: sono ottimi i nostri tentativi di sperimentare questo modello (prima la casa!) in favore di persone senza dimora, ma questi progetti come potranno avere gli effetti davvero sperati se non si pone concretamente (politicamente) il discorso del diritto all’abitare per tutte e per tutti? La cittadina di mare, attrattiva per i turisti ed espulsiva per i residenti, perde infatti abitanti, ma negli anni si è continuato a costruire case e interi complessi edilizi (la cementificazione è molto dannosa e pericolosa con la crisi climatica in corso) destinandoli per lo più alla turistificazione, con ciò facendo aumentare i costi delle case stesse e generando ulteriore disagio abitativo. Quanto si è investito (anche in termini di pensiero), invece, sull’abitare pubblico e cooperativo? Poco o nulla. Tale questione dovrebbe essere centrale, perché ha a che fare con il diritto alla città; mentre sembra lasciata in secondo piano. Un discorso simile riguarda il grande tema del lavoro: noi, dal “sociale”, possiamo (e dovremmo, aggiungo) promuovere varie forme di inserimenti lavorativi in favore di persone in condizione di svantaggio, ma come può ciò risultare davvero efficace se lo facciamo senza contrastare pubblicamente le varie di forme di sfruttamento lavorativo (a partire da quelle che avvengono nei “nostri” mondi del sociale), che generano ancora e ancora sofferenze ed esclusione sociale? E, al contrario, quante energie dedichiamo al promuovere la nascita di forme di lavoro cooperative e inclusive? Il senso trasformativo del lavoro sociale Noi che ci occupiamo, a vari livelli e con diverse responsabilità, di politiche sociali dovremmo insomma comprendere e far comprendere che queste sono il motore di una città più giusta e solidale, e non il tappeto sotto cui nascondere i mali o, peggio, uno strumento di controllo sociale. E dovremmo intrecciare lavoro sociale e lavoro culturale, altrimenti rimarremo in pochi (e sempre più frustrati) a occuparci di lavoro di cura. Con il rischio, già sotto i nostri occhi, da un lato, della delegittimazione del lavoro sociale stesso (“è tutto un business”) e, dall’altro, dell’intimizzazione delle pratiche solidali (“preferisco fare del bene da sola e con riservatezza”). Ma qui, siamo, appunto, già su un altro campo, quello dove il discorso ideologico neoliberista e neoautoritario ha già vinto. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti * Rovelli M., Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti, editori Laterza, Bari-Roma, 2025 * Vita, Social Worker, senza di loro perdiamo tutti, maggio 2026 * https://www.vita.it/crolla-il-numero-degli-aspiranti-assistenti-sociali/ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuga dal lavoro sociale proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
Giorgio Rossetto torna in carcere: l’accanimento contro chi lotta in Val di Susa non si ferma
Senza alcun preavviso, il 21 agosto i Carabinieri hanno prelevato lo storico attivista No Tav dalla sua abitazione di Bussoleno e lo hanno trasferito alle Vallette. Revocata la misura alternativa per non meglio precisate violazioni delle prescrizioni. Il Movimento denuncia l’ennesimo capitolo di una persecuzione giudiziaria che da anni colpisce Giorgio e l’intera resistenza alla Torino-Lione. Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto, senza alcuna avvisaglia, i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino. A darne notizia è NoTav.info. A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. È l’ennesimo capitolo di una vicenda giudiziaria che accompagna Rossetto da anni e che difficilmente può essere separata dalla sua storia politica e dalla lunga repressione che ha investito il Movimento No Tav. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state pesantemente aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette. Non siamo davanti a un episodio isolato. È difficile leggere questa decisione senza inserirla nella lunga storia di repressione giudiziaria che ha accompagnato la lotta No Tav. Migliaia di denunce, processi, condanne, fogli di via, misure cautelari e preventive hanno trasformato negli anni la Val di Susa in un laboratorio nel quale sperimentare strumenti di controllo del conflitto sociale successivamente estesi ad altri movimenti. La stessa estate 2026 ne offre una rappresentazione impressionante. Durante il Festival Alta Felicità e la manifestazione contro i cantieri della Torino-Lione sono state identificate migliaia di persone, anche attraverso riprese fotografiche e video che l’avvocato Gianluca Vitale ha denunciato come potenzialmente riconducibili a una vera e propria «schedatura di massa». Fogli di via, Daspo urbani, respingimenti alla frontiera e provvedimenti di allontanamento hanno preceduto e accompagnato la mobilitazione. E nelle Vallette si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. È dentro questo scenario che il ritorno in carcere di Giorgio assume un significato che va oltre la sua vicenda personale. Colpire ripetutamente un militante conosciuto del Movimento significa anche inviare un messaggio a una comunità resistente che da oltre trent’anni continua a opporsi a una grande opera imposta attraverso militarizzazione del territorio, cantieri trasformati in fortini e un apparato repressivo divenuto strutturale. Lo aveva detto con estrema chiarezza Nicoletta Dosio già a marzo, quando era arrivato l’ennesimo prolungamento della detenzione: «È una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav». Quella denuncia oggi acquista ancora maggiore forza. Perché il punto non è costruire una figura eccezionale intorno a Giorgio Rossetto. È esattamente il contrario. La sua storia giudiziaria è parte della storia collettiva della Val di Susa: una storia fatta di persone trascinate per anni nei tribunali per blocchi, cortei, iniziative ai cantieri e pratiche di resistenza contro un’opera contestata da una parte consistente del territorio. Il carcere diventa così uno degli strumenti attraverso cui governare un conflitto politico che non si è riusciti a chiudere in oltre trent’anni. La sproporzione tra repressione e conflitto sociale è precisamente ciò che rende la Val di Susa un caso paradigmatico. Quando una mobilitazione sopravvive per decenni a governi di ogni colore, cantieri militarizzati, processi e migliaia di procedimenti giudiziari, la risposta dello Stato tende progressivamente a spostarsi dal terreno politico a quello penale. Non si riesce a eliminare il conflitto e allora si cerca di aumentarne continuamente il costo individuale. È il meccanismo del diritto penale del nemico denunciato più volte dagli attivisti No Tav: non soltanto sanzionare una determinata condotta, ma sottoporre alcune persone a un controllo permanente in ragione della loro storia, delle loro relazioni e della loro persistente appartenenza a un movimento considerato irriducibile. Ed è proprio questa persistenza che la repressione non è riuscita a cancellare. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle. Giorgio libero subito. Liber tutt.** Osservatorio Repressione
August 25, 2026
Pressenza
Il rischio della disinformazione sull’esito delle elezioni in Brasile
In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International ha sottoposto a Facebook alcune inserzioni per verificare l’efficacia del sistema di moderazione di Meta. Più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni è stata approvata. Le altre sono state segnalate, ma non respinte esplicitamente pur se contenenti disinformazione sulle elezioni Amnesty International ha lanciato l’allarme sul rischio che, in vista delle elezioni presidenziali in Brasile del 4 ottobre, Meta potrebbe non contrastare in modo efficace la disinformazione sulle elezioni diffusa attraverso il sistema pubblicitario di Facebook. Da anni in Brasile i social media vengono utilizzati per diffondere disinformazione. Per verificare in che modo Facebook tratti la disinformazione sulle elezioni nelle inserzioni pubblicitarie, Amnesty International ha condotto un esperimento, sottoponendo alla piattaforma 15 inserzioni create appositamente e contenenti disinformazione elettorale. I contenuti andavano da accuse di brogli a messaggi che sostenevano la necessità di una presa del potere da parte dei militari. L’esperimento ha dimostrato che otto delle inserzioni presentate sono state approvate, mentre per le altre sette è stata richiesta la verifica dell’identità perché sembravano riguardare temi sociali, elezioni o politica. Non sono state dunque respinte specificamente perché contenevano disinformazione sulle elezioni. Amnesty International ha fatto in modo che questi annunci di prova non venissero pubblicati, nonostante Facebook non li avesse bloccati. “È fortemente allarmante che il sistema di moderazione di Meta non sia riuscito a intercettare più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni presentate da Amnesty International. Questo dimostra che Meta non sta facendo abbastanza per impedire che la sua piattaforma diventi un veicolo di disinformazione, continuando al tempo stesso a trarre profitto dai contenuti e dai sistemi pubblicitari che ne consentono la diffusione”, ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice di Amnesty International Brasile. L’esperimento Amnesty International ha sottoposto a Facebook 15 inserzioni in portoghese brasiliano, destinate esclusivamente alla popolazione in età di voto in Brasile, per valutare come i sistemi di moderazione delle inserzioni della piattaforma trattassero i contenuti relativi alle elezioni in vista del voto del 4 ottobre 2026. Per fare in modo che le inserzioni rispecchiassero narrazioni elettorali effettivamente circolanti in Brasile, tra gennaio e maggio 2026 Amnesty International ha analizzato le conversazioni online e gli orientamenti espressi pubblicamente sui social media, oltre ai contenuti in lingua portoghese pubblicati sulle piattaforme Facebook e X. Quattordici inserzioni contenevano disinformazione, una era neutra. In questa analisi viene utilizzato il termine “disinformazione” secondo la terminologia usata da Amnesty International; nella costruzione e nell’analisi delle inserzioni dell’esperimento, tuttavia, è stata applicata la definizione di “misinformation” adottata da Meta. Come indicato nelle sue politiche e nei suoi Standard della community, questa definizione comprende informazioni false o inesatte, inclusi i contenuti che possono verosimilmente interferire con il funzionamento dei processi politici. Le 14 inserzioni contenenti “disinformazione” erano state pensate per riprodurre tre strategie spesso utilizzate da esponenti politici e candidati per sostenere pratiche autoritarie: la “delegittimazione elettorale”, cioè contenuti volti a minare la fiducia nelle elezioni, nei sistemi di voto o nei risultati elettorali; la “costruzione del nemico”, che presenta gli avversari politici e i tribunali come minacce per la nazione o come soggetti privi di legittimità; e l’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, che presenta l’uso della forza, l’intervento militare o il governo di un uomo forte come risposte necessarie alla criminalità o al disordine politico. Alcune inserzioni erano riconducibili a una sola di queste categorie, mentre altre combinavano narrazioni appartenenti a più categorie. Tutte le inserzioni, tranne quella neutra, erano in violazione della politica di Meta sulle informazioni false, in particolare la sezione relativa alle interferenze con il voto o con i censimenti. L’inserzione neutra era stata inclusa per verificare l’obbligo imposto da Meta di confermare l’identità per tutti i contenuti relativi alle elezioni. Sette delle inserzioni elaborate da Amnesty International si basavano su affermazioni intenzionalmente fuorvianti riguardanti candidati e istituzioni elettorali, tra cui accuse secondo cui alcuni candidati stavano manipolando le elezioni e contenuti che mettevano in dubbio l’integrità del sistema di voto. Le altre sette contenevano informazioni false che avrebbero potuto interferire con la possibilità delle persone di votare, per esempio fornendo indicazioni errate su quando o come votare oppure su quali candidati partecipassero alle elezioni. L’account Facebook utilizzato per sottoporre le inserzioni non aveva completato la procedura di Meta “Conferma la tua identità”. Nell’ambito della ricerca si è scelto di non completare la verifica dell’identità, così da mantenere un account di prova neutro ed evitare che la cronologia o le attività precedenti dell’account potessero influenzare l’esito della moderazione delle inserzioni. Per ridurre il rischio che la cronologia d’uso degli account incidesse sui risultati, sono stati utilizzati account creati appositamente per la ricerca anziché account personali. Le persone che hanno condotto la ricerca non si trovavano fisicamente in Brasile e non hanno utilizzato una VPN per far apparire che le inserzioni fossero state inviate dal Brasile. Le inserzioni sono state sottoposte da Londra. Tutte le inserzioni erano programmate per essere pubblicate in una data successiva. In questo modo Amnesty International ha potuto verificare i processi di revisione delle inserzioni delle piattaforme, assicurandosi al tempo stesso che quelle eventualmente approvate potessero essere annullate prima della pubblicazione. Ciò ha impedito che venissero effettivamente diffuse e ha evitato potenziali conseguenze negative sui diritti umani o altri rischi di natura etica. Il 21 luglio 2026 Amnesty International ha scritto a Meta chiedendo una risposta alle accuse secondo cui i sistemi di moderazione pubblicitaria di Facebook non sarebbero riusciti a individuare la disinformazione sulle elezioni e sollevando preoccupazioni sull’adeguatezza dei sistemi adottati dall’azienda per individuare, valutare e mitigare i relativi rischi per i diritti umani. Al momento della pubblicazione di questo comunicato, Meta non ha ancora risposto. Risultati Facebook ha approvato otto inserzioni contenenti disinformazione e nessuna delle sette respinte è stata rifiutata esplicitamente perché conteneva disinformazione. Delle otto inserzioni contenenti disinformazione approvate per la pubblicazione, quattro rientravano esclusivamente nella categoria della “delegittimazione elettorale” e due esclusivamente in quella dell’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, comprendendo anche contenuti di disinformazione che sostenevano un intervento militare o invitavano a non partecipare alle elezioni. Le altre due combinavano elementi riconducibili a tutte e tre le categorie. Le sette inserzioni respinte, tra cui quella neutra, sono state rifiutate perché considerate “inserzioni su temi sociali, elezioni o politica”. In questi casi, Gestione inserzioni di Facebook indicava che, poiché le inserzioni sembravano riguardare un tema sociale, elezioni o politica, l’account avrebbe dovuto completare la verifica dell’identità prima che potessero essere pubblicate. È importante sottolineare che questi avvisi non comunicavano che le inserzioni erano state respinte a causa del loro contenuto. Di conseguenza, non hanno permesso di capire come sarebbero state valutate se l’account avesse completato la verifica. Amnesty International ha inoltre individuato alcune carenze nelle misure di tutela applicate al momento della presentazione di inserzioni relative alle elezioni. È stato possibile sottoporre le inserzioni senza dichiarare che rientravano nelle “Categorie speciali di inserzioni” di Facebook, come previsto sia dalla legislazione elettorale brasiliana sia dalle politiche di Meta sulle inserzioni relative alle elezioni. Poiché l’account non aveva completato la verifica dell’identità, è stato inoltre possibile presentare le inserzioni senza l’indicazione “Pagato da”, che Meta richiede per i contenuti relativi alle elezioni. Si tratta di inserzioni che Facebook non avrebbe dovuto consentire di sottoporre senza una preventiva verifica dell’identità. Il fatto che le inserzioni potessero essere sottoposte da fuori del Brasile fa temere che controlli inadeguati sulla verifica e sulla trasparenza possano creare vulnerabilità sfruttabili da soggetti interni o stranieri intenzionati a influenzare i processi elettorali. La mancata applicazione degli obblighi di trasparenza previsti dalla legge elettorale e la possibilità di presentare le inserzioni da fuori del Brasile sollevano gravi preoccupazioni sul rischio che campagne di disinformazione, condotte sia da soggetti interni sia stranieri, possano interferire con i processi elettorali. Pongono inoltre interrogativi più ampi sull’adeguatezza dei sistemi di moderazione di Meta nell’individuare questi rischi. Il sistema di controllo di Meta utilizza tecnologie di intelligenza artificiale per individuare in modo proattivo nelle inserzioni contenuti potenzialmente contrari alle proprie politiche. I contenuti vengono poi valutati automaticamente oppure da persone addette alla revisione e, quando viene accertata una violazione, Meta applica le misure previste dai propri Standard della comunità, tra cui la rimozione, la limitazione o il rifiuto delle inserzioni. «L’indagine indica che i sistemi di moderazione di Facebook potrebbero non riuscire a individuare in modo affidabile i contenuti di disinformazione sulle elezioni. Sebbene Facebook abbia respinto sette delle 15 inserzioni, queste sono state segnalate in base alla politica sui temi sociali, le elezioni o la politica e non specificamente perché contenevano disinformazione elettorale. Ciò solleva gravi dubbi sul fatto che le misure di tutela adottate da Facebook in materia elettorale vengano applicate in modo coerente», ha dichiarato Ummar Bashir, ricercatore e consulente di Amnesty International su intelligenza artificiale e diritti umani. Amnesty International ha rilevato che i sistemi di moderazione di Facebook sembravano più efficaci nel riconoscere le inserzioni che descrivevano gli avversari politici come “criminali”, “traditori” o “soggetti privi di legittimità”. Per esempio, una delle inserzioni sottoposte al test affermava: “Lula [il presidente del Brasile] ruberà le elezioni”. Cinque delle sette inserzioni contenenti messaggi di questo tipo sono state respinte. Al contrario, tre delle quattro inserzioni che utilizzavano una retorica militare contraria allo stato di diritto e chiedevano che le forze armate prendessero il potere hanno superato i sistemi di moderazione di Facebook. Una di queste affermava: “Abbiamo bisogno di una rivoluzione militare, non votate alle elezioni e, se voterà meno del 50 per cento delle persone, i militari riprenderanno il potere!”. «Anziché tutelare la partecipazione elettorale, l’accesso a informazioni accurate e i diritti umani, questi sistemi rischiano di approvare contenuti dannosi», ha aggiunto Ummar Bashir. Imprese e standard sui diritti umani Secondo gli standard internazionali, le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di evitare di causare, contribuire a causare o essere direttamente collegate a conseguenze negative per i diritti umani. Ciò comprende l’adozione di misure proattive per individuare, prevenire e mitigare tali conseguenze. Per piattaforme come Meta, questa responsabilità comprende anche l’obbligo di garantire che le pratiche di moderazione non consentano la diffusione di contenuti falsi o inesatti che possano incidere sul diritto delle persone all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. La responsabilità di rispettare i diritti umani sussiste indipendentemente dalla regolamentazione statale e richiede una valutazione continua dei rischi, trasparenza e misure efficaci per mitigarli. Il modello di business di Meta basato sulla sorveglianza si fonda sulla raccolta e sull’analisi su larga scala dei dati delle persone che utilizzano le sue piattaforme, allo scopo di mantenerne alto il coinvolgimento e consentire una pubblicità altamente mirata. Le inserzioni vengono mostrate sulla base di una complessa combinazione di caratteristiche del profilo, tra cui la posizione geografica, i dati demografici, gli interessi e il comportamento online. La possibilità offerta da Meta agli inserzionisti di utilizzare strumenti sofisticati di previsione e microtargeting è un elemento centrale di questo modello. Nel primo trimestre del 2026, il 98 per cento dei ricavi di Meta è derivato dalla pubblicità. In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International chiede a Meta di garantire risorse adeguate alla moderazione dei contenuti in portoghese brasiliano, compresa l’approvazione delle inserzioni, e di rafforzare immediatamente la propria capacità di individuare e affrontare i rischi legati alle elezioni. Meta dovrebbe inoltre condurre e pubblicare una nuova procedura di dovuta diligenza sui diritti umani specifica per il Brasile, valutando in che modo i propri sistemi, compresi quelli di moderazione dei contenuti e pubblicitari, possano contribuire a creare rischi per la partecipazione e l’accesso alle informazioni, e adottare misure efficaci e trasparenti per mitigarli. «Con le elezioni ormai a poco più di cinque settimane di distanza, Meta ha ancora tempo per intervenire con urgenza sui rischi legati ai suoi sistemi di moderazione delle inserzioni e impedire che la propria piattaforma venga utilizzata per diffondere disinformazione pericolosa. Consentire che contenuti di questo tipo circolino senza controllo potrebbe indurre in errore le persone che votano, erodere la fiducia nei processi elettorali e compromettere la possibilità di esercitare liberamente e in modo consapevole il diritto di voto», ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice esecutiva di Amnesty International Brasile. Ulteriori informazioni Negli ultimi anni il Brasile ha adottato diverse misure per contrastare la disinformazione sulle elezioni. In occasione delle elezioni presidenziali del 2022, l’autorità elettorale nazionale brasiliana, il Tribunale superiore elettorale, ha introdotto misure più severe che imponevano alle piattaforme online di rimuovere rapidamente informazioni false o deliberatamente decontestualizzate sui processi elettorali, prevedendo multe e la possibile sospensione delle piattaforme in caso di mancato rispetto degli obblighi. Anche l’uso dell’intelligenza artificiale è stato sottoposto a restrizioni in vista delle elezioni municipali del 2024, con l’obiettivo di prevenire la disinformazione e la manipolazione delle elezioni. Nello stesso anno, la Corte suprema brasiliana ha inoltre disposto la sospensione di X, precedentemente Twitter, dopo che l’azienda non aveva rispettato alcuni provvedimenti giudiziari, tra cui quelli relativi ad account accusati di diffondere disinformazione. Nel marzo 2026 una nuova risoluzione ha definito in modo specifico quali contenuti le piattaforme sono tenute a rimuovere, tra cui contenuti falsi o decontestualizzati riguardanti il sistema di voto elettronico, il Tribunale elettorale e altri processi elettorali. La risoluzione vieta inoltre l’uso dell’intelligenza artificiale generativa per classificare, raccomandare, suggerire o dare priorità a candidati, campagne elettorali o partiti politici. Amnesty International
August 25, 2026
Pressenza
Armenia, arrestato l’ex presidente Kocharyan per corruzione
Robert Kocharyan, presidente dell’Armenia tra il 1998 e il 2008, è stato arrestato insieme ad altre cinque persone, tra cui il figlio Sedrak, nell’ambito di un’indagine per corruzione. Secondo le autorità armene, l’ex presidente avrebbe approfittato della sua posizione per acquistare proprietà statali a prezzi sensibilmente inferiori a quelli di mercato. Si indaga anche per un giro di tangenti che coinvolgerebbe diversi attori privati, tra cui l’azienda automobilistica Toyota. The post Armenia, arrestato l’ex presidente Kocharyan per corruzione appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Woke: i diritti sono tutti uguali/2
Un regalo alla destra A questa impostazione complessiva ha dato una buona risposta Andrea Fabozzi nel suo editoriale sul manifesto del 23 agosto in cui, in particolare, ribadisce che a sinistra «non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie sociali […] né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori dei cattivi delle favole». Dietro un’autocritica indebita della sinistra a un suo (presunto) cedimento alla cultura woke si nasconde, si può nascondere, un’insofferenza proprio per le battaglie che quella cultura ha posto seppellendole dietro presunti o veritieri eccessi – ne offre qualche dimostrazione Branko Marcetic su Jacobin Mag – e perdendo l’essenziale di quelle lotte. Anche perché, conclude Fabozzi, la battaglia per i diritti sottesi dal woke «è la stessa battaglia, non un’altra, di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza dignitosa per tutte e per tutti». Questa è stata la posizione più consolidata nella sinistra radicale che non ha paura di confrontarsi con le istanze dei diritti civili e anche con le richieste bollate come «eccessive», spesso dovute a secoli di dominazione e oppressione e che vengono facilmente banalizzate: si pensi, ad esempio, alla richiesta di cancellare la festività del Thanks giving, facendo finta o, peggio, non volendo assolutamente fare i conti con il passato coloniale e di sterminio degli Stati Uniti. Il punto è che a stritolare quei diritti non sono solo i cosiddetti regimi «illiberali» ma anche i paesi liberali come gli Stati Uniti o il Regno unito che hanno lanciato campagne contro gli studi che hanno cercato di decostruire il razzismo sistemico. La buona morale non ci salverà Ed è proprio qui che comincia il cortocircuito di questa discussione estiva. La sinistra non ha ingaggiato nessuna vera battaglia woke e il tema è invece totalmente egemonizzato, in termini negativi e regressivi, dalla destra globale. La punta di lancia può essere forse individuata nel modo in cui Elon Musk utilizza la sua comunicazione, nell’indecente disprezzo esibito da Donald Trump che ha dichiarato di aver estirpato dall’amministrazione pubblica tutto questo «folle wokismo» oppure nelle politiche mirate della presidenza Macron contro le rivendicazioni delle generazioni delle banlieus. Ma anche l’Italia non scherza. La scelta di dichiarare la storia occidentale come l’unica storia, come da linee guida sui programmi scolastici del ministero di Valditara, sotto la regia di Ernesto Galli della Loggia, è un esempio di suprematismo e colonialismo di ritorno. Il ribrezzo per il woke manifestato dall’attuale governo italiano si misura nel divieto per l’educazione sessuale nelle scuole o nei limiti posti alla cosiddetta «cultura gender». E tutto questo si sublima nel linguaggio omofobo, razzista, sessista e quant’altro si voglia aggiungere che formazioni come quella di Roberto Vannacci, o la stessa Lega e Fratelli d’Italia, si sentono in diritto di esprimere in nome di una malintesa libertà di pensiero. Il primo risultato di questa discussione surreale è così quello di avvantaggiare la destra, non tanto sul piano tattico-elettorale, e quindi nel breve termine, ma sul piano ideologico e valoriale, e quindi come vittoria strategica. I diritti sociali senza i diritti civili non esistono Ma quel che manca è soprattutto la radice dell’equivoco che si incontra ogni volta che si parla di diritti civili contrapposti a quelli sociali, quando è chiaro a chiunque che l’oppressione delle persone Lgbtq+, per fare un solo esempio, si associa alla mancanza di accessi ai servizi di educazione sessuale o alle condizioni di precarietà, del tutto ignorate quando, ancora per fare un esempio, si lanciano campagna isteriche contro la possibilità di adozioni omosessuali o addirittura contro l’ipotesi di gestazione per altri. La radice di questo misunderstanding è esattamente nella scelta della sinistra liberale di disgiungere i due ambiti per fare politiche sociali di destra e riscuotere consensi in virtù della difesa dei diritti civili (senza poi nemmeno difenderli davvero). Se autocritica va fatta non è sull’eccesso di woke, ma sul non aver associato due battaglie che stanno insieme, come la cultura intersezionale insegna, e che invece sono state separate non per ignoranza ma per seguire un processo di adattamento al capitalismo e alle sue leggi e a seguito di quella «cattura delle élite» di cui sopra. Si tratta di un approccio talmente interiorizzato a sinistra, almeno dai tempi della «terza via», che non si capisce come, oggi, Elly Schlein – che probabilmente prima o poi dirà la sua sulla questione – possa difendere i diritti civili affermando che stavolta su quelli sociali non ci saranno tentennamenti. Sarà in grado di sfidare la destra interna al suo partito e aprire un nuovo fronte di scontro? Senza un utilizzo corretto della cultura intersezionale, in termini di comprensione delle varie oppressioni e non come mera giustapposizione di queste e delle lotte che ne conseguono, questo problema non può essere risolto. Se errori o sottovalutazioni ci sono stati finora, riguardano un’incapacità generalizzata a cogliere la stratificazione e l’accumulazione, sopra i soggetti in carne e ossa, di ingiustizie che nella vita quotidiana non vengono e non possono mai essere viste come contrapposte o gerarchizzate l’una all’altra. I lavoratori e le lavoratrici migranti, sfruttate nei campi agricoli del Sud Italia, sono perfettamente in grado di capire che tra le ragioni evidenti del loro salario indecente c’è anche la loro provenienza e il colore della loro pelle. Lo stesso accade agli operai di Prato. In quella condizione materiale, se la si guarda davvero e se davvero si articola una lotta che tiene conto del punto di vista soggettivo, c’è tutta l’opportunità di non contrapporre istanze apparentemente diverse e di valorizzare rivendicazioni globali. Resta un punto sottolineato correttamente da Matteo Renzi nel suo intervento furbesco su Repubblica (sì, come al solito l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta): la discussione sui valori è decisiva. E se una sinistra degna di questo nome non può fare da ancella ai dettami del capitalismo, facendo credere di poterne correggere gli eccessi, lo stesso vale per i diritti di libertà e di riconoscimento delle proprie aspirazioni. Si possono anche correggere gli eccessi (ma in Italia quali? Da parte di chi?) ma non si possono avere dubbi sulla tossicità del patriarcato (mediterraneo o universale che sia) e sugli effetti che provoca sui corpi, e la vita, delle donne; non si può comprimere la libertà di affermarsi secondo la propria identità sessuale, non si possono confondere le procedure a volte bislacche nelle università, per lo più statunitensi, con la necessità di rilanciare studi e critica contro il colonialismo; non si può sottovalutare il ruolo del razzismo che riprende piede, o addirittura il ritorno del fascismo. Le idiosincrasie sullo schwa non possono banalizzare la discussione che lo sottende, e quindi il potere del linguaggio e la necessità di nominare i soggetti, e non si può pensare che la gestione della cultura, i dispositivi che la controllano e reiterano, siano neutri. Se da questa discussione dovesse restare qualcosa, che sia la fissazione di principi non negoziabili. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza
Woke: i diritti sono tutti uguali/1
La discussione su presunti eccessi dei diritti civili ha preso una piega surreale: alle sinistre si propone di privilegiare un programma sociale, in realtà annacquato, costruendo una gerarchia sbagliata. Eppure la cultura intersezionale ha da tempo superato questa contrapposizione Il dibattito che si è aperto sulla cosiddetta (dalla destra) cultura «woke» probabilmente sarà dimenticato tra qualche settimana, come spesso avviene nella politica italiana. Basterà che la ripresa delle attività proponga i temi di attualità politica per vedere defunta una riflessione sulla cultura di fondo delle forze progressiste. Ammesso che quello che è in corso sia esattamente questo. In ogni caso, questa discussione, nata dalle posizioni di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di orientamento socialista Usa più nota dopo Bernie Sanders e che ha parlato di un «woke 1.0 come follia» riferendosi a una fase iniziale della cultura che proviene dalle comunità afroamericane («stay woke») come reazione e risposta alle pratiche di razzializzazione subite dai bianchi, tocca nodi nevralgici anche nelle forme malposte in cui il dibattito si è avviato: anche queste, infatti, mostrano vizi e deformazioni della cultura politica della cosiddetta sinistra accumulatisi nel corso degli anni. Sulle evoluzioni che la presa di posizione di Ocasio-Cortez rende possibili, va detto innanzitutto che la contrapposizione tra un «woke» eccessivo delle origini e un woke 2.0, ammesso sia questo l’obiettivo, non rende ragione alla realtà delle cose, anche negli Stati Uniti. La questione dirimente, ancora negli Usa e nel mondo si potrebbe dire, non è tanto l’egemonia delle posizioni estreme in tema di guerre culturali visto che l’egemonia, per lo meno sul piano politico e della comunicazione, è fortemente appannaggio della destra, sia essa quella mediatica di Elon Musk o quella squisitamente politica di Donald Trump. Ma soprattutto, quell’impostazione non tiene conto di un passaggio storico-culturale: quella che Olúfẹ́mi Táíwò definisce «cattura delle élite» e quindi l’appropriazione da parte dell’establishment, anche democratico e progressista, anche quello delle accademie e non solo quello imprenditoriale, delle istanze che hanno dato vita a movimenti antirazzisti o di liberazione sessuale per sganciarli dai diritti sociali, o peggio trasformarli in brand commerciali. Sarebbe stato forse più produttivo individuare questa offensiva subita dal woke 1.0 piuttosto che metterlo sulla graticola dell’autocritica in un processo che non fa che avvantaggiare la destra. Un dibattito surreale Da qui a dire che il «woke» va ripensato e che la sinistra deve rivedere la propria (presunta) subordinazione a un’egemonia per lo più accademica e culturale che ha posto sopra a ogni difesa dei diritti sociali quella di (presunte) priorità eccentriche – il linguaggio, la critica alla cultura coloniale, il rispetto delle linee guida Dei (Diversity, equity, inclusion) che tanto hanno fatto discutere in diverse università e strutture pubbliche – c’è voluto poco. Tanto che quasi nessuno si è accorto che Ocasio-Cortez non stava affermando direttamente un proprio pensiero ma, forse per tastare il terreno o togliersi dall’impaccio, riprendeva un vecchio tweet di Chi Ossé, un consigliere comunale di estrema sinistra di New York, quando ha descritto la cosiddetta «era Woke 1.0» (Ossé aveva pubblicato un post su X a maggio a proposito di quest’era «folle»). Questo, e non dunque una posizione strutturata e corredata di analisi, spiegazioni e contestualizzazione storica, è quello che ha fatto scattare la reazione italiana anche a seguito dell’articolo che su questo ha scritto Giuseppe Conte, presidente del M5S, su Repubblica. Conte ha confessato di essere stato «nel corso degli anni fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura “woke”, rimbalzati dagli Stati uniti» facendo l’esempio di «Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi». Questa impostazione culturale a suo avviso «ha finito per restituire l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Woke contro difesa dei diritti sociali, e si potrebbe forse dire la preoccupazione di una libertà con coloriture identitarie invece dell’uguaglianza. Sfuggire alla cattura delle élite Si tratta di un abbaglio tradizionale nel pensiero di sinistra, qui però presentato senza approfondire adeguatamente cosa sia stato davvero il woke, e soprattutto di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Italia. Ci torniamo fra poco, vale prima la pena notare che la posizione di Conte, basta scorrere i social e anche qualche articolo sulla stampa di sinistra, ha solleticato gli umori di chi è rimasto attardato a vecchie analisi e schemi, insensibile ai diritti di libertà e alle esigenze di affermazione delle identità, non per forza destinate a sfociare nell’identitarismo, e più orientato a rivendicare la rigorosa difesa dell’uguaglianza sociale da cui, giocoforza, deriverebbe tutto il resto. Prima il socialismo, poi si metterà tutto a posto. Illusione non solo smentita dalla storia, ma contestata dalla realtà dei movimenti sociali degli ultimi trent’anni almeno. Certo, lo stesso Conte, e chi ha trovato accettabile la sua impostazione, aggiunge che «la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione» conferendo, tramite un’impropria citazione di Michel Foucault, importanza anche ai «linguaggi, immagini, rappresentazioni che perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche». Detto questo però il suo articolo si è occupato più di delineare una piattaforma per la coalizione progressista – e pour cause, occorre dire, vista l’imminenza delle primarie e delle elezioni – saldandola soprattutto sul programma sociale e mettendo la sordina proprio a quelle istanze su cui a parole si propone di restare «vigili». Ed è esattamente qui la trappola: ritenere che i diritti di libertà, la discussione, anche complessa e contraddittoria sul linguaggio (si pensi all’irritazione che provoca lo schwa), le questioni poste dall’immigrazione, in particolare dalle seconde generazioni che rivendicano non solo diritti, ma anche rispetto e affermazione positiva della propria identità e cultura, finiscano in fondo alla lista del programma futuro del centrosinistra. Programma in cui, però, non sembra stiano finendo posizioni nette sul piano sociale: si pensi alla ritrosia ad accettare una tassa patrimoniale, a titubanze sulle questioni del lavoro e/o sindacali. Si parla solo di salario minimo ma non si dice mai come recuperare davvero salario reale e invertire la politica di spoliazione della working class degli ultimi trent’anni. Lo scambio diritti civili-diritti sociali è inaccettabile, ma almeno, se proprio deve essere proposto, ci si aspetterebbe che fosse uno scambio di adeguato livello. Invece quello a cui assistiamo è una demolizione delle istanze che stanno alla base delle rivendicazioni civili più importanti senza nessuna proiezione coraggiosa sul fronte delle conquiste sociali. (continua…)   Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza