Italia-Israele. Le mani insanguinate. Le responsabilità italiane nel massacro dei palestinesi
Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le
responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma
del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche,
energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.
«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il
corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo,
insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista
per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul
disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.
È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università.
Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla
striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte
per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed
espulso.
Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità
dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle
armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo
della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente,
l’industria della ricostruzione.
Contro la cultura della morte
Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto
sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra
prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre –
dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso
(Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno
e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili
Cruise.
Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei
diritti umani.
Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in
America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A
Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di
accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un
progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in
Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la
prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo
progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».
Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi
sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area
mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più
recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica
delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo
italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione
dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.
Freedom flotilla
Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la
marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione
italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal,
e nel, nostro Paese.
È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom
flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati,
difensori dei diritti umani e giornalisti.
La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia
marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di
Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due
giorni di detenzione, espulsi.
Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di
interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta
nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino
Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo,
sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava
monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal
cancro. È stato una figura straordinaria».
Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il
blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del
diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e
farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».
Handala, il bambino di spalle
A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di
Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti
di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.
Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli
italiani, ma anche di quelli palestinesi».
Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio
dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone:
inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10
anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la
schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il
suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo
volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai
palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.
«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».
Genocidio, crimine collettivo
«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo
centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per
raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene
denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale
Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre
scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze
politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e
finanziari».
In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste
sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo
tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre
scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia
del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima
con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e
l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.
La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online
aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul
canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha
approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei
palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto
internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi
relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è
successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.
L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni
con Israele, ma le mantiene floride.
Armi e addestramento
Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti
che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa
dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e
Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i
palestinesi in Cisgiordania.
«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico
di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa,
aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia
F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte
delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione
di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.
Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del
Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore
delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della
Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione
dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.
Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha
acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada,
produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono
montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello
dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il
controllo del territorio di Gaza.
Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia
da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina
militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.
Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone
usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».
Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export
dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di
vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le
nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi
israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei
di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita
di missili anticarro Spike.
Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export
di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la
nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si
addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.
In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era
accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».
Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo
di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di
Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite
d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li
usa sistematicamente».
Cyber security
Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber
security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la
vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende
private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende
israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori
umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda
israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono
presenti ovunque.
C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe,
un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a
Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del
Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike
Pompeo, ex capo della Cia».
Banche, media, energia
Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche:
Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice:
«Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di
armi. Non solo italiano, ma internazionale».
E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori
sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il
genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte
forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I
motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con
Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».
«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del
4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa
britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord.
Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana
fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È
una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la
maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.
Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa
con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati
più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non
siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.
Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7
ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo
orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il
diritto internazionale acque interne palestinesi.
Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata
giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il
“concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o
cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».
Università e ricerca
Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori
università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo
importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e
tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.
Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo,
della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria
e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di
pulizia etnica.
Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.
Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di
israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è
nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza
araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le
distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia
all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la
guerra».
Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso
militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette
insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche
da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta
realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la
Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona
parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche
la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.
In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La
Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso
militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due
scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da
guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso
di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori
degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele
si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme
pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande
capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a
Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte
accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece
di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui
territori, forniscono aiuti ai militari».
Shock economy
Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende
di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi
sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo
palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che
gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei
luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e
per i ricchi occidentali».
E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo
continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale
e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.
Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e
urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del
sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne
convinco, e me ne vergogno».
Intervista a cura di Luca Lorusso, pubblicata l’1 gennaio 2026 su Missioni
Consolata,
https://www.rivistamissioniconsolata.it/2026/01/01/le-mani-insanguinate/