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Non Una Di Meno

Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru
Ci uniamo a quantə hanno preso parola su questo ulteriore dolore che abbiamo vissuto quando abbiamo appreso della morte di Beatrice a Vittoria, Ragusa. Un dolore che si è fatto più intenso leggendo così tanti titoli di giornale che la misgenderavano, non riconoscevano la sua identità di genere e il suo nome, esattamente i motivi per cui Beatrice ha deciso di lasciarci.  Lei vive nel nostro ricordo e nella nostra lista di nomi come un monito perchè “MAI PIÛ SI RIPETA”. Ringraziamo anche chi l’ha ricordata, nominata e chi ne ha parlato a partire proprio da quel riconoscimento che in vita è diventato oggetto di bullismo e di discriminazione impedendo di fatto la sua libera espressione e la sua autodeterminazione.  Riconosciamo l’importanza, infatti, che al nostro lavoro di monitoraggio e di analisi non possano che aggiungersi le voci di lotta dalle piazze, le riflessioni nelle assemblee, nelle scuole.  La rabbia di Cloe brucia ancora, ma anche quella di Andrea, di Giorgio, di Beatrice e di tante troppe persone giovani come loro che ci hanno lasciato e che lo hanno fatto non perchè non fossero consapevoli delle loro identità ma perchè queste erano ostacolate da una cultura patriarcale e binaria imposta ai nostri corpi dalla nascita. Purtroppo, non si vanno mai a cercare i perchè e quando lo si fa non si risponde a quelle domande che interrogano le responsabilità di tuttə.  Perchè? Cosa fare perchè si possa vivere con euforia il proprio sentire? Cosa fare perché le diversità siano considerate tutte legittime espressioni delle nostre esistenze? Per fare in modo che le persone giovani e le esistenze di tutte le altre non siano marginalizzate, scacciate, bullizzate e la loro felicità, creatività, vitalità interrotta dalla violenza patriarcale?  Queste sono le vere domande da porsi!  Questo è quello che questi gesti ci chiedono. Più delle ipocrite lacrime del giorno dopo servono cambiamenti radicali e strutturali nella nostra società che consentano ad ognunə di essere se stessə. E chiudiamo con questo slogan a cui ci piace cambiare il finale  SIAMO IL GRIDO ALTISSIM E FEROCE  DI TUTTE LE PERSONE DI CUI CANTIAM LA VOCE Share Post Share L'articolo Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru  proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
La cultura dello stupro come tecnica di potere
Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno. LA VIOLENZA SESSUALE COME LINGUAGGIO DEL POTERE Quello che stiamo osservando oggi non è una semplice somma di casi di violenza sessuale, né una nuova emergenza morale. È qualcosa di più profondo: la piena visibilità politica della cultura dello stupro come tecnica di potere, esercitata senza più bisogno di nascondimento da uomini che occupano posizioni centrali nei rapporti di dominio globali. Per cultura dello stupro non intendiamo una predisposizione individuale o una devianza psicologica. Intendiamo un sistema di norme, pratiche, silenzi e impunità che rende la violenza sessuale uno strumento legittimo di controllo, punizione e annientamento simbolico. Uno strumento che non riguarda il desiderio, ma la gerarchia. Non il sesso, ma il potere. Se guardiamo insieme Palestina, Iran e Libia, questa grammatica appare con chiarezza. Nei territori palestinesi occupati, nelle carceri e nei centri di detenzione, la violenza è parte di un apparato repressivo che non mira solo a contenere, ma a spezzare: il corpo come luogo di dominio. In Iran, la repressione delle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini ha mostrato come la violenza sui corpi – inclusa quella sessuale – venga usata come strumento di intimidazione politica. In Libia, nei centri di detenzione per persone migranti, la violenza sessuale è parte di un’economia della cattura: serve a disciplinare, disumanizzare, rendere i corpi definitivamente disponibili. Colonialismo, imperialismo e militarismo condividono questa logica. La violenza sessuale non è un effetto collaterale della guerra, è uno dei suoi linguaggi. DALLA GUERRA AL DIRITTO INTERNAZIONALE Questa consapevolezza è stata messa a fuoco dalla letteratura femminista e postcoloniale che ha analizzato la violenza sessuale come strumento di conquista e riorganizzazione violenta dei rapporti sociali. Ma diventa patrimonio esplicito del diritto internazionale negli anni Novanta, con le guerre nella ex Jugoslavia. Durante il conflitto bosniaco, l’esistenza dei cosiddetti campi di stupro rese impossibile continuare a considerare la violenza sessuale come un “eccesso” della guerra. Le inchieste internazionali e i processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia segnarono una svolta storica: lo stupro venne riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, strumento intenzionale della strategia bellica e della pulizia etnica. Nel 1995, la Conferenza mondiale delle donne di Pechino recepisce questa svolta, riconoscendo la violenza sessuale come violazione dei diritti umani e come dispositivo strutturale del potere. È dentro questo nuovo paradigma internazionale che molti ordinamenti nazionali vengono messi sotto pressione. Anche l’Italia arriva a riformare la propria legislazione solo nel 1996, riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale. Una riforma tardiva, frutto di decenni di lotte femministe, ma resa ormai inevitabile dal mutamento del quadro internazionale dei diritti umani. LE DENUNCE: LA VIOLENZA SUI CORPI DETENUTI Questa grammatica della violenza non appartiene solo al passato né ai conflitti lontani. La ritroviamo oggi nei contesti di detenzione, repressione e controllo delle popolazioni. Negli ultimi anni sono emerse denunce di violenze sessuali subite anche da uomini in questi contesti. Non episodi isolati, ma pratiche ricorrenti documentate da testimonianze di ex detenuti e sopravvissuti. Nel caso dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, uomini rilasciati dopo lunghi periodi di detenzione amministrativa hanno raccontato percosse, umiliazioni sistematiche, strip search coercitive, minacce di stupro e violenze a sfondo sessuale durante interrogatori e detenzione. Queste testimonianze sono state rilanciate anche dalla stampa italiana, attraverso inchieste e traduzioni. In questo quadro si colloca anche la denuncia dell’attivista italiano Antonio La Piccirella, membro della Global Sumud Flotilla, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma dopo l’abbordaggio dell’imbarcazione e la detenzione dell’equipaggio. Nella denuncia si parla di percosse, ammanettamenti, perquisizioni degradanti e trattamenti inumani e degradanti. Denunce analoghe emergono con forza anche nel contesto iraniano. Dopo la repressione delle proteste del 2022–2023, uomini e ragazzi arrestati dalle forze di sicurezza hanno raccontato di essere stati torturati e sottoposti a stupri e violenze sessuali durante la detenzione, utilizzati come strumenti di punizione e intimidazione. Tutto questo è documentato da Amnesty International e Human Rights Watch con rapporti molto chiari del 2023 e 2024. Sappiamo che proprio in questi giorni la repressione in Iran sta uccidendo, incarcerando, torturando ancora.  Anche nei centri di detenzione per migranti in Libia, sopravvissuti uomini hanno denunciato violenze sessuali sistematiche subite durante la prigionia. Le testimonianze raccolte negli ultimi anni parlano di stupri, abusi a sfondo sessuale e torture utilizzate come strumenti di controllo e ricatto.  Un altro caso emblematico è quello di Mazen Al-Hamada, attivista e artista siriano sopravvissuto alle carceri del regime di Assad. Durante la detenzione ha subito torture sistematiche, comprese violenze a sfondo sessuale, che ha poi denunciato pubblicamente.  Queste denunce non producono simmetria tra le esperienze di violenza, né mettono in discussione il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne. Rendono però visibile un dato politico decisivo: la violenza sessuale è una tecnologia di dominio, impiegata contro tutti i corpi resi vulnerabili da guerra, detenzione e repressione. LA SCUOLA: CONSENSO, VIOLENZA E DISCIPLINAMENTO Questa cultura non resta confinata ai contesti di guerra o di detenzione. Il militarismo, come forma di organizzazione del potere, produce una pedagogia della violenza che filtra nei contesti civili, normalizzando la gerarchia, il controllo dei corpi e l’impunità. La scuola è uno dei luoghi in cui questa pedagogia si rende oggi più visibile. Negli ultimi anni, in diversi istituti italiani, ragazzine hanno denunciato l’esistenza di vere e proprie “liste dello stupro”, elenchi informali in cui i loro nomi vengono associati a giudizi sessuali, disponibilità presunte, minacce e fantasie di violenza. Non si tratta di episodi isolati né di “ragazzate”, ma di pratiche di potere che riproducono precocemente la cultura dello stupro: il corpo come oggetto di valutazione, il consenso come irrilevante, l’umiliazione come forma di controllo sociale. Questo clima convive con un machismo diffuso, raramente nominato come tale, che viene spesso rimosso o spostato altrove attraverso il panico sociale contro figure come i cosiddetti “maranza”. Una retorica razzializzante e classista che consente di esternalizzare la violenza, attribuendola a soggetti “altri”, mentre si evita di interrogare le dinamiche di dominio maschile che attraversano quotidianamente le scuole, le relazioni tra pari e le istituzioni educative. A questo si affianca un processo crescente di militarizzazione degli spazi scolastici, denunciato da tempo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole: presenza delle forze armate nei percorsi di orientamento, progetti di educazione alla “difesa”, normalizzazione del linguaggio bellico e securitario. Un immaginario che rafforza l’idea dell’autorità come comando e della forza come soluzione, invece di promuovere pratiche di responsabilità, cura e conflitto non violento. In questo quadro, il contrasto sistematico all’educazione sessuale, affettiva e di genere, portato avanti dall’attuale governo, non è un dettaglio culturale ma una scelta politica precisa. Rifiutare strumenti che permettono a ragazze e ragazzi di nominare il consenso, il limite, il desiderio e la responsabilità significa lasciare campo libero alle forme più brutali e informali di apprendimento: quelle fondate sul dominio, sull’umiliazione e sulla paura. Ciò che accade nelle scuole non è separato da ciò che vediamo agire su scala globale. È la stessa struttura di potere che si riproduce in forme diverse: la violenza come linguaggio, il corpo come territorio, il silenzio come condizione dell’impunità. CONSENSO, DIRITTO E PERCHÉ IL DDL BONGIORNO VA FERMATO La legge del 1996 ha segnato una svolta storica, spostando la violenza sessuale dal terreno della morale a quello della tutela della persona. Ma negli anni successivi è stata soprattutto la giurisprudenza a spingersi più avanti, chiarendo che il consenso non è una formula astratta né un atto isolato, bensì un processo situato: deve essere libero, continuo, revocabile, privo di costrizione. Le sentenze hanno riconosciuto che il silenzio, la paralisi, la paura, lo shock o l’asimmetria di potere non possono essere letti come consenso e che la violenza può manifestarsi anche in assenza di una resistenza fisica esplicita. Il ddl Bongiorno interviene su questo impianto in un contesto politico segnato da attacchi all’educazione di genere, ai diritti riproduttivi e agli spazi di autodeterminazione. Il rischio non è astratto: è quello di riportare la violenza sessuale su un terreno prevalentemente probatorio, rafforzando l’idea che spetti alla persona che denuncia dimostrare attivamente la propria non volontà. In termini concreti, questo significa moltiplicare le domande, gli interrogatori, i passaggi processuali, aumentando il carico su chi già oggi attraversa percorsi giudiziari spesso lunghi e traumatici. Non è un’ipotesi teorica. È un problema strutturale già presente: i processi si trasformano frequentemente in esperienze di esposizione, sospetto e colpevolizzazione per le vittime. In questo quadro, una riforma che indebolisce l’asse interpretativo costruito negli anni dalla giurisprudenza rischia di aggravare una situazione già critica, scoraggiando ulteriormente le denunce. I dati sull’accesso alla giustizia, infatti, sono incompleti e preoccupanti: oltre 4,6 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza sessuale nella vita, mentre le denunce registrate ogni anno sono solo poche migliaia: il confronto tra questi numeri rende evidente un sommerso enorme, in cui la stragrande maggioranza delle violenze non entra mai nel circuito giudiziario. Ma anche questa fotografia è parziale: restano fuori persone trans, bambine e adolescenti, donne senza cittadinanza italiana e l’intero universo maschile, a causa di un sistema di raccolta dati che non disaggrega, non integra e produce invisibilità, come denunciato dalle reti femministe e dai centri antiviolenza, nonostante la legge 53/2022. Le conseguenze diventano ancora più evidenti se guardiamo ai corpi che il diritto fatica storicamente a riconoscere. Cosa accadrà a quelle persone con disabilità, che possono non essere in grado di esprimere o dimostrare una “non volontà” secondo criteri normativi astratti? A chi è stat* drogat* o sedat*? A chi, per paura, shock o trauma, si “paralizza”? A chi si trova dentro relazioni di potere – familiari, lavorative, educative, sanitarie – in cui reagire apertamente significa esporsi a ritorsioni o a danni ulteriori? Quante volte dovranno raccontare la propria esperienza? Quante domande dovranno subire? In quante sedi? È per questo che questa riforma non è un dettaglio tecnico né una semplice modifica normativa. È emblematica. Dice molto del tempo politico che stiamo attraversando e del modo in cui si intendono governare i corpi: non ampliando le tutele, ma spostando il peso della prova su chi subisce violenza. Per questo oggi è necessario fermarsi e fermarla. La campagna No sui nostri corpi nasce da questa consapevolezza: dal rifiuto di una riforma calata dall’alto, in questo clima politico, su una materia che riguarda direttamente libertà, sicurezza e autodeterminazione. Aderire alle iniziative del 15 e del 28 febbraio, che mettono in rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, i centri antiviolenza e Non Una Di Meno, significa riconoscere che la difesa del consenso non è solo una questione giuridica, ma un terreno di conflitto politico. Queste mobilitazioni guardano allo sciopero femminista e transfemminista dell’8 e 9 marzo non come a una ricorrenza simbolica, ma come a un passaggio necessario. Perché la violenza non è un’emergenza da gestire, ma una struttura da smontare. E questa riforma, oggi, è uno dei suoi nodi. Come ricorda bell hooks, il femminismo non è un recinto identitario, ma una pratica di liberazione per tutt*. Oggi questa pratica passa anche dalla capacità di dire no: non ora, non così, non sui nostri corpi. Riflessioni di Babs Mazzotti Share Post Share L'articolo La cultura dello stupro come tecnica di potere proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Insieme
Un altro anno passato a cercare fra le pieghe delle cronache le informazioni sulle violenze e morti per violenza machista di genere e sui generi. Un anno nel quale le persone ricche e per questo potenti espandono senza più alcun pudore guerra, nuovo colonialismo, dominio nascondendosi dietro vecchie parole d’ordine spacciate per valori morali. Così, molte persone, anche legittimamente spaventate e stanche, tornano a desiderare rifugio in ciò che continuano a ripeterci sia tale: la religione, la famiglia “naturale”, la casa, i beni, le proprietà, i nazionalismi. Chi, mentre tutto crolla, non vorrebbe un legittimo rifugio? Qualche mese fa un ministro della repubblica ci invitò a rifugiarci in casa, in chiesa o in farmacia se soggett3 a violenza quale casa come rifugio intende il ministro? La casa, bene ormai di lusso per molt3 che non possono averne una? La casa dove il 93 per cento dei femminicidi di quest’anno è avvenuto per mano  di un familiare? La casa dove  avviene oltre il 90 per cento degli stupri in età minorile? Cosa aggiungere su chiese e farmacie? o sulle forze dell’ordine quando proviamo a denunciare? Noi però siamo un osservatorio, ed osserviamo la violenza sempre maggiore su e tra persone giovanissime ma anche la sempre maggior frequenza di denuncia pubblica delle stesse, superando la paura dell’ulteriore violenza che questo può e spesso comporta. Osserviamo l’impennata dei femminicidi di donne anziane e malate o di donne e persone con disabilità (oltre diciassette quest’anno) e leggiamo con orrore le giustificazioni che a queste uccisioni vengono addotte sui giornali e oltre, letti come atti di pietà ed altruismo anche quando la donna o persona uccisa non ha espresso in alcun modo il desiderio di morire. La grazia concessa dal Presidente Mattarella, a fine anno, a un marito che ha ucciso la moglie malata ci è sembrata quasi un “viatico” a questa forma di femminicidio, che però è tale perché esclude completamente la scelta libera e consapevole delle donne, una scelta mai espressa da loro in modo chiaro e concreto.   Osserviamo l’aumento costante delle violenze contro le persone lgbtqiak+ con un particolare accanimento contro le persone trans. Osserviamo un aumento di odio e prevaricazione nel linguaggio, nelle azioni e nelle relazioni fra persone di ogni età, sia fra pari che intergenerazionali.  Osserviamo come si aumentino  gli strumenti di repressione usando la sicurezza come scusa, i nostri corpi come paravento e parole di odio come benzina, anziché ammettere quanto la cultura, i servizi, la educazione alle relazioni e l’empatia siano gli unici antidoti alla violenza. Non si spegne il fuoco con la benzina, con la benzina si alimentano le guerre e lo sfruttamento di tutto e di tutt3. Osserviamo che chi ci uccide, chi ci stupra, chi ci molesta, chi ci sfrutta, chi ci deride; molto prima di ogni altra caratteristica, ha in comune una cosa e non è il lavoro, la provenienza, l’età, il titolo di studi, peso, altezza, tifo sportivo, hobby o altro; ha in comune il vedere il mondo attorno a sé diviso fra chi possiede e chi è possedut3, fra chi comanda e chi deve obbedire, fra vite che valgono e quelle non valgono, perché alla fine il patriarcato è tutto qui e tutta qui  è la sua miseria. Iniziamo questo 2026 con il mondo in frantumi e la consapevolezza sempre maggiore di chi e come lo ha e lo sta distruggendo, di quale enorme legame con la violenza che subiamo quotidianamente personalmente ci sia. Il transfemminismo è pratica, la pratica di non dimenticare nessun3, la pratica di non pensarci in guerra contro la guerra ma di costruire invece nuovi strumenti, nuove parole, nuovi modi di vivere e stare. La nostra rabbia è collettiva, non esclude, non sceglie chi ha diritto a vivere. E’ una rabbia piena di amore, generativa, collettiva, antieroica, antiabilista. Se impariamo nuovamente a credere nell’idea di “insieme” apparirà chiarissimo che insieme siamo liber3. BUON 2026 INSIEME L3 compagn3 dell’osservatorio Share Post Share L'articolo Insieme proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
siamo rete, siamo grido, siamo canto
Viviamo un’epoca davvero faticosa. Attorno a noi sembra che tutto crolli, deragli. Siamo sempre piu pover3, sempre piu stanch3, piu spaventat3. Più in guerra.  La guerra è entrata nel  linguaggio, nell’economia, nelle scuole, nel bilancio dello stato e di conseguenza nella gestione dei servizi alla salute, nel welfare, nella distruzione dell’ambiente e nell’orizzonte collettivo militarizzando l’esistente, cambiando i nostri ruoli, le relazioni. E se la guerra non fosse una condizione imprescindibile dettata dalle contingenze? Se fosse invece la risposta che chi comanda utilizza per sedare ogni dissenso?  Immaginiamo insieme per un attimo che “noi minoranze” prendiamo coscienza di non esserlo. Che invece di percepirci come persone singole in competizione con ogni altra nelle stesse condizioni riconosciamo proprio nelle altre persone che vivono la stessa oppressione delle alleate, cosa accadrebbe? Immaginiamo che lo stesso legame e la stessa fiducia che viviamo quando siamo insieme la provassimo ogni giorno per le strade, nei nostri palazzi o luoghi di lavoro, studio, svago. Cosa succederebbe? In questo mondo militarizzato la cultura e la società le si creano a suon di proclami e paura. Paura del domani, del presente, delle altre persone e anche di noi stess3, delle nostre capacità, dei nostri corpi, delle nostre relazioni mentre chi detiene il potere,intanto, della nostra paura e isolamento si nutre aumentando i profitti e impoverendo le nostre vite praticamente e moralmente. E così, ogni novembre il presidente del consiglio – quel presidente che pretende di essere chiamato al maschile perché simbolo di potere e prestigio – annuncia a gran voce un nuovo intervento legislativo epocale contro la violenza di genere! Lo scorso novembre ci fu l’istituzione dell’ergastolo di default nei casi di femminicidio, quest’anno la legge sul consenso.. mentre prepara il ddl disforia.  Intanto molti componenti del suo governo, partito e coalizione riempiono le cronache di azioni, asserzioni e pratiche violente.  Tagliano i finanziamenti ai centri antiviolenza autonomi e sovvenzionano nuovi centri dedicati a uomini maltrattanti che spesso barattano il percorso con lo sconto di pena, tagliano le politiche sociali che sosterrebbero i percorsi di fuoriuscita dalla violenza aperti a tutte le soggettività, tolgono tutele come la possibilità di richiesta di asilo politico alle donne vittime di tratta e a persone trans, lesbiche, gay, bi o non binarie che nei propri paesi di provenienza sarebbero in carcere o in attesa di pena di morte. Creano leggi come la legge Caivano che riempie le carceri di persone giovani e giovanissime che, rispetto ai figli di politici o ricchi che compiono gli stessi atti, hanno la colpa di essere povere e quindi perseguibili.  Intanto promuovono la cultura della ipersessualizzazione delle donne sin da bambine, della ruolizzazione di genere, del possesso e dell’onore, dell’amore romantico e della famiglia e vietano o disincentivano la educazione alla diversità di genere e a quella sessuoaffettiva nelle scuole, con la scusa che sia giusto e normale che sia la famiglia di origine a decidere cosa le persone piccole e giovani debbano conoscere o pensare. La Famiglia, al quale altare è stato immolato anche il ministero delle pari opportunità, ora Ministero della famiglia, della natalità e pari opportunità e che è il fulcro nel quale la violenza nasce secondo i dati del ministero degli interni stesso. Intanto le persone trans e non binarie sono attaccate da provvedimenti che ne minano la salute, le persone LGTBQIPA+ sono derise, misgenderate, aggredite nei percorsi di formazione, nello spazio pubblico e al lavoro quando riescono a trovarlo.  Intanto le donne e tutte le persone con utero devono lottare per il riconoscimento delle malattie cosiddette invisibili, per il diritto ad un aborto libero, sicuro e gratuito per tutt, o anche “solo” per non essere molestate, derise, sminuite, violentate e uccise ogni giorno. Nell’epoca del liberismo guerrafondaio le persone sono cose e il loro valore e uso è preteso e deciso dai soliti maschi bianchi cis etero e machi al potere. Così devono sparire via via tutte le persone che non sono loro. L’osservatorio nasce per cercare di non dimenticare nessun, nessuna persona soggetta a violenza patriarcale, per gridare ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio. Perché per noi e per il transfemminismo per come lo viviamo, ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio contano mentre la violenza mangia la vita di chi la subisce ma anche la vita di chi la agisce.  Siamo un osservatorio e quello che vediamo è che chi agisce violenza occupa tutte le classi sociali, età, territorio, provenienza geografica, percorso di studi. L’unica costante é che é per la stragrande maggioranza delle volte un maschio cis etero e che le violenze fra e da parte di persone giovani stanno aumentando enormemente, chiara conseguenza di un’epoca nella quale l’unico valore che si sostiene è quello del diritto proprietario e del desiderio di possesso mentre si svilisce la cultura, la cura e l’empatia così come aumentano le violenze sulle donne anziane, un peso da eliminare. Oggi portiamo con noi una rete come simbolo di legame, perché è solo stando insieme che possiamo sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci appartiene. Non deve per forza essere solo la rabbia a muoverci, soprattutto in un’epoca nella quale tutto attorno a noi lo è. Può essere anche la vita, la bellezza (della vita) che resiste, il riconoscimento reciproco, la fiducia, la solidarietà e il desiderio di uscire dalle proprie tane. Tocchiamoci, annusiamoci (con consenso ovviamente), conosciamoci e supportiamoci. Gridiamo insieme la nostra rabbia ma cantiamo anche insieme la nostra vita ed esistenza, così che ogni voce trovi la sua propria melodia, lo spazio e dilaghi. La rete che portiamo è fatta di occhi, bocche simboli e piccoli suoni, siamo noi. Non sovrasteremo le urla che nel quotidiano ci circondano sommergendoci ma abbiamo detto che siamo e saremo marea e La marea cura, segue i ritmi che tutto in natura vive, torniamo a sentirci parte a costruire alternative radicali, comunità resistenti, cercare l3 altr3, difenderci e accoglierci a vicenda perché noi siamo grido, ma anche canto e vita e “perché non era previsto che sopravvivessimo” Share Post Share L'articolo siamo rete, siamo grido, siamo canto proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
TDOR 2025
Allerta (TW): il linguaggio usato e le notizie riportate in questo articolo/intervento rimandano a situazioni di estrema violenza  di Mari Casalucci Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio. Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito.Non voglio la pensione per il mio servizio militare e le invalidità connesse al servizio. Non voglio la tua assistenza sanitaria per curare le malattie mentali che mi hai causato. Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una nazione che disprezzo. Non voglio essere sepolt in nessuno dei tuoi cimiteri militari e veterani. Non voglio essere sepolt in nessun luogo sul suolo americano. Non voglio onori militari. Non voglio che le mie ceneri siano conservate sul suolo americano. Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a disperderle sia solo mia moglie. Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la fine della nostra relazione. Questa non è la terra della libertà. L’odio dimostrato fin troppo spesso cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne fate nascere altre. Questa la lettera di addio di Elisa Rae Shupe, prima soggettività non-binary ad ottenere sul proprio passaporto statunitense la “X” sul marcatore di genere, trovata avvolta nella bandiera trans nel parcheggio di un ospedale per veteran3 a Syracuse, nello Stato di New York il  27 gennaio 2025. I media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorarla silenziando questo messaggio che aveva lasciato.  Shupe nasce nel 1963, vive violenze a scuola e in famiglia, nell’82 entra nell’esercito fino al suo ritiro nel 2000. Diventa attivista per i diritti delle persone trans. La sua storia viene strumentalizzata dai gruppi conservatori anti-trans che sfruttano la fragilità di un periodo della sua vita per tuonare teorie pseudoscientifiche sulla “detransizione di genere”. Shupe si ribella e cambia nuovamente il suo nome e i pronomi di riferimento, scrive un libro e prova ad andare avanti con la sua vita. La vittoria di Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le identità trans e non-binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio spingendolx a salire all’ultimo piano di quel parcheggio. Nella sua lettera emerge una lucida consapevolezza e una rabbia contagiosa. Il suo è un urlo di rivolta contro un sistema marcio e ipocrita, un rifiuto a starci, a finanziarlo, a restare in silenzio come lo era stato quello di Cloe Bianco.  Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni molto attivo nell’assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New York, lo stesso dove Shupe aveva deciso di farla finita il 27 gennaio. Era trans,razializzatx e aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno scorso. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e torturato brutalmente tanto che la madre riconosce i tatuaggi.  Perchè richiamo questi due casi degli Stati Uniti. Perchè le vite delle persone trans, intersex, non binarie sono costantemente attaccate dai regimi e dalle dittature di destra che si sono affermate nel mondo, perchè la paura per i disastri dell’oggi e del domani tutti figli del sistema capitalista, estrattivista e coloniale deve individuare delle cause che portino lontano dai veri responsabili. E cosa c’è di più pauroso, di più pericoloso dello strano, del queer, del mostro, della diversità non conosciuta, dell’animale che si libera, delle persone che decidono di vivere in un bosco, di chi vive in una favelas ai margini di una grande cittá, di chi resiste e difende la terra dove vive, di chi resiste cioè a un sistema che vuole tuttx ben allineat all’interno di ruoli e destini imposti?  L’organizzazione sociale è una potente macchina globale, che manipola, impone, reprime e arriva ad uccidere con i suoi eserciti, le polizie ma anche persone individuali o gruppi collettivi che si fanno strumento violento della riproduzione del sistema. Gli assassinii di genere (femminicidi, transcidi, puttanocidi, istigazioni al suicidio) non sono altro che azioni del braccio armato extragiudiziale e non irregimentato istituzionalmente dell’eterocispatriarcato. Per imporre capitalismo e colonialismo si sono usati roghi, false denunce, lapidazioni di piazza, tutte per sconfiggere il “male”, il demonio rappresentabile in qualsiasi forma di diversità che si sottrasesse nello spazio pubblico o privato alle norme del potere. La repressione anche oggi è fortissima e, con lentezza spietata, ha cambiato il valore di parole come rivoluzione e resistenza, la legittimità cioè di costruire alternative a questo sistema. La violenza viene agita attraverso la psichiatrizzazione, la discriminazione, la marginalizzazionee e l’odio sociale alimentato da quei politici al governo che arrivano a chiamarci “schifezze” e che usano e strumentalizzano i corpi trans per imporre le loro politiche.  I dati del TMM (trans murder monitoring 2025) che si riferiscono all’ultimo anno (1 ottobre 24- 30 settembre 25) ci danno il quadro della fase che stiamo atraversando.  * 281 persone trans e non binarie uccise, una dimunuzione rispetto all’anno precedente in cui il monitoraggio aveva elencato 350 casi. Ma, ci allerta lo stesso TMM questo non corrisponde necessariamente a maggiore sicurezza ma piuttosto all’invisibilità crescente degli assassinnii se si vanno ad analizzare nei motori di ricerca gli algoritmi che mostrano invece un crescente disiteresse verso queste morti sempre più difficili da identificare e verificare. Ne sono testimonianza l’uso del nome/genere imposto alla nascita nelle notizie relegate alla cronaca nera. Perchè anche questo succede, la cancellazione oltre la morte. Molte persone tra giornalisti, famiglie e persone vicine ritornano ad usare il nome assegnato alla nascita cancellando e uccidendo per la seconda volta le persone trans.  * Le persone che fanno lavoro sessuale restano il gruppo più colpito con il 34% rispetto a chi svolge altre mansioni.  * C’è una tendenza preoccupante in aumento all’assassinio di persone attiviste e leader del movimento (14% dei casi), il doppio dell’anno precedente.  * Il 90% dei casi presi in considerazione sono femminicidi, l’88% persone trans razializzate * Il 24% aveva tra 19–25, 25% 26–30, 26% 31–40, e 5% sotto il 18, un dato che ci racconta quanto sia ancora breve l’aspettativa di vita nella nostra comunità.  * IL 68% delle uccisioni sono nell’Abya Yala, quella parte del mondo chiamata America latina e ai Caraibi con il Brasile per il 18esimo anno il paese più colpito con il 30% dei casi totali. Ma questo può forse voler dire che in territori come l’Africa dove nessuna strage e genocidio fa notizia la situazine non sia grave? * 25% delle uccisioni sono avvenute in strada e solo il 22% nella casa della vittima, il che dimostra che, a differenza dei femminicidi di persone non trans, l’assassinx è nello spazio pubblico e nella maggioranza dei casi non ha le chiavi di casa  Sono riportati dal TMM solo 5 casi in Europa, nessunx in Italia  Questo è determinato dal fatto che il TMM continua a rifiutare, nonostante i nostri costanti solleciti, l’inserimanto delle persone suicidate dall’odio sociale, dagli ostacoli all’autodeterminazione e ai percorsi di affermazione di genere, o dalle  resistenze da parte delle famiglie, giustificando il loro rifiuto con motivi tecnici e non per posizionamento politico. Le famiglie poi sono per la maggior parte poco preparate all’accoglienza in un sistema che ci considera fuori norma e quindi psichiatrizzabili e marginalizzabili, rendendoci costantemente vulnerabili ed esposte alla violenza e alle aggressioni nello spazio pubblico e privato. Basti pensare che nel nostro paese NON sono ancora considerate reato le cosiddette “terapie di riconversione”, in cui si cerca di convincere una persona a non essere quello che è, e le mutilazioni genitali su neonati intersex, tendenti a ricollocare in una imposizione di genere quei genitali che non corrispondono agli standard decisi.  E noi persone trans e non binarie siamo ancora costrette a percorsi di affermazione di genere psichiatrizzanti che prescindono dall’autodeterminazione sui nostri corpi riconosciuta invece da molti paesi d’Europa e del mondo  I dati dei suicidi o dei percorsi di vita fermati dal transodio vengono invece monitorati dall’osservatorio di NUDM dall’inizio del suo prezioso lavoro nel 2020.  La morte per suicidio delle persone trans e non binarie è un omicidio sociale, di cui tuttə siamo complici e/o spettatorə e per questo ci riguarda, va nominata e monitorata così come fa l’osservatorio di NUDM. È una sconfitta di tutt e una vergogna per il sistema che ne è responsabile. E dobbiamo lavorare perchè percorsi di educazione alla diversità, sportelli, sostegni, consultorie transfemministe e centri antiviolenza aperti a tutte le soggettività nascano e prolifichino come funghi in una rete in grado di sostenere chi vive quotidianamente una violenza cosi profonda e per cancellare alla radice la “cultura” (e mi fa fatica chiamarla tale) patricapitalista che sostiene questo sistema ormai marcio fin nelle radici più profonde, riuscendo a sopravvivere solo con genocidi, violenze e guerre.  E nelle giornate del TDOR non possiamo fermarci alla parola RICORDO e quella R finale dice RABBIA, RESISTENZA e RIVOLTA.  Non c’è voglia di fare silenzio, ma di fare un gran rumore in questa giornata perchè non possiamo perdonare e non possiamo dimenticare Giorgio Marziani, 14 anni che il 6 gennaio è stato suicidato a Caserta da transodio, discriminazioni di genere e bullismo. Né vogliamo dimenticare Alexandra Garufi, 21 anni, tiktoker che ci ha lasciato il 19 marzo a Sesto San Giovanni, dopo aver vissuto violenze verbali continue sul suo profilo social. La Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra, che raccontava online con coraggio e determinazione il percorso alla scoperta della propria identità di genere.  E vogliamo ricordare qui Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni. “Cause naturali”, secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Dai suoi racconti social è emerso un rapporto difficile con la famiglia, la stessa famiglia che pubblica il necrologio con il suo dead name uccidendo Thiago un’altra volta. “Sto qui da un anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva confidato in uno dei suoi ultimi video. Ma voglio ricordare anche Mirella Souza, 44 anni. Morta a Pisa il 14 agosto 2025 dopo un’iniezione di olio illegale iniettato dai cosiddetti bombaderos. Si tratta del cosiddetto silicone liquido industriale vietato in Italia dal 1993. Nel caso si arrivasse a un processo, l’associazione Consultorio Transgenere si costituirà parte civile perché per una persona trans l’adeguamento del corpo al genere in cui si identifica è vitale e, non avendo i soldi per farlo, costringe a scelte con conseguenze anche mortali. L’olio al silicone è purtroppo ancora molto diffuso in una parte della collettività trans* da parte di soggetti che vivono in condizioni di povertà, marginalizzazione e stigma sociale di cui le istituzioni non si fanno assolutamente carico. Vogliamo l’apertura delle case di accoglienza e delle case rifugio per le persone trans che stanno vivendo situazioni di violenza. Vogliamo accesso ai lavori, ai servizi, alla vita. Abbiamo il diritto ad una nuova legge basata su autodeterminazione e consenso informato perché la 164 è obsoleta, inadeguata e superata dai fatti. Vogliamo che le nostre elaborazioni siano accolte, assunte e non strumentalizzate per pulire le coscienze di altri movimenti: le nostre identità non sono beni di consumo, né tanto meno pubblicità gratuita. E non basta inserire nei documenti il nostro acronimo, per altro spesso ritagliato a seconda delle esigenze, per sentirsi alleat3.  Siamo persone trans, non binarie e intersex.  Le nostre bandiere rappresentano le nostre lotte e non sono emblemi per la propaganda capitalista, egemone e coloniale.  Autodeterminazione e liberazione per i corpi tutti! Ci vogliamo viv e vogliamo tutto!  Share Post Share L'articolo TDOR 2025  proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
FEMMINICIDI E ABILISMO
L’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) in Italia di Non Una Di Meno monitora gli eventi, riportati dai media, che possono essere qualificati come femminicidi, lesbicidi e trans*cidi. Eventi in cui l’uccisione di una persona avviene per motivi riconducibili a relazioni di potere e alla violenza eterocispatriarcale e di genere. Nel 2023 l’Osservatorio ha registrato 120 tra femminicidi, lesbicidi, transcidi, puttanocidi e suicidi di stato. Di questi, 16 casi riguardavano donne con disabilità di età compresa tra i 67 e i 90 anni. Sono 170 gli articoli usciti sui 16 casi di femminicidio di donne con disabilità, da questi risulta difficile estrapolare informazioni sulle vittime. Spesso restituiscono una narrazione sconfortante in cui le indagini si focalizzano nella ricerca di malattie e problemi economici ignorando le violenze fisiche o psicologiche subite. Non viene fatta alcuna analisi del rapporto tra la vittima e l’assassino, anzi, la narrazione proposta è volta a salvare e ricomporre l’immaginario della famiglia spezzata, ricalcando il “gesto altruistico” agito fino a quel momento dall’assassino nel suo presunto lavoro di cura, finendo per, di fatto, deresponsabilizzarlo.  I femminicidi delle donne disabili e disabilizzate, soprattutto in età avanzata e uccise da familiari, partner o figli, vengono spesso non considerati tali o comunque invisibilizzati. Nella maggior parte dei casi avvengono in contesti familiari dove la cura verso la donna viene vissuta come un peso.  Questi femminicidi, considerati di serie b, restano dunque nell’ombra. La parola femminicidio infatti non appare nelle sentenze giudiziarie e neanche nella stampa, che si ostina a raccontarli come tragedie familiari. Molti di questi casi che vedono coinvolte donne anziane e disabili, vengono chiusi come omicidi – suicidi. Non si approfondiscono le ragioni per cui le donne vengono uccise, a favore di una narrazione che parla di un gesto disperato ed eroico che mimetizza il crimine. Non a caso, spesso, l’uomo viene definito un buon marito o un buon figlio. L’infantilizzazione e la patologizzazione nei femminicidi di donne disabili avviene adottando il  punto di vista del femminicida.  Oltre al fattore abilista, vi è anche l’aspetto ageista nei casi di donne anziane: infatti i femminicidi di donne anziane spariscono rapidamente dalla cronaca, paragonato a quanto succede per i femminicidi  di donne giovani (in ogni caso anch’essi raccontati in modo estremamente problematico e strumentalizzato). Nel 2024 sono finora 2 i femminicidi di donne con disabilità: Teresa Sartori, 81 anni, uccisa dal figlio l’8 gennaio e Alessandra Mazza, 35 anni, uccisa dal padre il 14 febbraio. Il femminicidio di Teresa e quello di Alessandra sono stati raccontati con due pesi e due misure: nel primo, gli articoli dedicati sono stati 7, tutti scarni, dai quali emerge una narrazione ageista e un evidente focus sulla fatica e lo stress provati dal figlio di Teresa nell’accudirla. Teresa è stata uccisa a coltellate. Il secondo caso di Alessandra Mazza, ottiene invece una certa copertura mediatica. In questo caso, la narrazione patriarcale e abilista falsa il caso di femminicidio assolvendo il padre. Le informazioni vengono manipolate, soprattutto nei programmi televisivi che montano servizi ad hoc in cui la vittima viene infantilizzata e la sua disabilità psichica viene patologizzata: il suo corpo viene problematizzato per il solo fatto di non essere considerato adatto alla produzione e riproduzione sociale in un’ottica patriarcale. Il sottotesto che in entrambi i femminicidi passa è l’altruismo del femminicida nel farsi carico della vittima. Per l’ennesima volta le donne con disabilità vengono ritenute un peso per una società patriarcale che capitalizza su corpi abili. In una prospettiva patriarcale, l’esistenza delle donne è valida solo finché risulta funzionale ai processi di produzione e/o riproduzione. Nel momento in cui questo viene  meno, nel momento in cui le donne si sottraggono al ruolo patriarcale imposto, diventano un peso considerato inutile, la loro vita perde così tanto valore che può essere interrotta da chiunque, senza subirne particolari conseguenze. Se questo atroce meccanismo è vero per tutte le persone socializzate donne, lo è per forza di cose ancora di più nel caso di donne disabilizzate e disabili. Share Post Share L'articolo FEMMINICIDI E ABILISMO proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Liberiamo nodi, tessiamo trame
Intervento all’Assemblea Nazionale di Non Una di Meno a Genova, 12-13 aprile 2025 Audre Lorde in «Poetry Is Not a Luxury» diceva: «La poesia non è un lusso. È una necessità, vitale per la nostra esistenza. Forma la qualità della luce tramite cui esprimiamo le nostre speranze e i nostri sogni diretti alla sopravvivenza e al cambiamento, che diventano dapprima linguaggio, poi idee, poi azioni tangibili. I nostri sogni puntano verso la via della libertà. Le nostre poesie ci hanno dato la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare, di osare. Se ciò che abbiamo bisogno di sognare, lo consideriamo un lusso allora abbiamo rinunciato al futuro dei nostri mondi» Nei momenti di confronto sovente discutiamo di cosa generi e di come si generi la violenza che viviamo e di quali strumenti pensiamo possano essere utili a contrastarla. Vogliamo portare a questa assemblea alcuni timori e riflessioni, nell’idea e nella fiducia che sapremo affrontarli.  Come rete abbiamo alle spalle quasi dieci anni di lotta e dobbiamo riconoscerci l’enorme percorso fatto insieme. Molte cose sono diverse da allora così come lo siamo noi e la nostra consapevolezza collettiva e personale. Dal Covid in avanti il quotidiano,già opprimente, è diventato un rutilante susseguirsi di fatti pericolosi e gravi, di narrazioni manipolate che hanno occupato ogni nostra energia dandoci, a volte, un enorme senso di impotenza. Le guerre, il genocidio in Palestina, la crisi climatica e la devastazione ambientale, l’odio razziale, i CPR, la distruzione della sanità, della scuola, dello stato sociale, la militarizzazione delle vite e del linguaggio,la repressione violenta e incondizionata,la morte dell’informazione, l’impoverimento delle famiglie, gli attacchi sempre più forti alla comunità trans e non binaria e soprattutto all’infanzia, trans e cis, lo sfruttamento dei corpi tutti  e della terra per estrarne  profitti, tutte forme di quella violenza patriarcale che ha nella politica istituzionale la sua perfetta e continua espressione. I femminicidi sono costanti mentre gli omicidi continuano a decrescere, la violenza domestica è vorticosamente in aumento come lo è la violenza su e fra persone piccole e molto giovani. Ma è sempre la narrazione mainstream a decidere quali e quante violenze hanno diritto di attenzione. Un’attenzione morbosa, rivittimizzante, razzista, ageista, transodiante, classista e abilista. E no, non sono parole messe in fila per correttezza politica vuota e borghese. Sono le nostre vite, è il nostro diritto e desiderio di vederle riconosciute almeno da chi abbiamo vicin3 nella vita, nella lotta e nella liberazione dalle oppressioni. Sappiamo bene su chi si riversa prima e di più tutta questa violenza. Lo sappiamo e non siamo sol3 a vederlo. In questo clima da fine del mondo c’è un mondo che effettivamente deve finire e lo sa e, per questo, resiste con ogni mezzo e ferocia: è il mondo della violenza patriarcale e capitalista che pretende di possedere e usare tutto ciò che esiste ed sterminare tutto ciò che gli sfugge. Correndo affannosamente dietro alle impellenze (seppure vere e legittime) di una agenda di atrocità ed emergenze dettato da altri,rischiamo di non avere il tempo e il modo di costruire  il riconoscimento e l’empatia  solidale fra oppress3, la cura, le strategie, le pratiche quotidiane, la politica, che servono per costruire e affermare le alternative, per farlo insieme con quell’intelligenza collettiva che ci sostiene e che è consapevole che il nostro lavoro politico quotidiano deve muoversi, attraversare e farsi attraversare  da tutto quanto è molto oltre le nostre bolle ma si nutre di un obiettivo comune, la poesia per tutt3. Insieme avevamo scritto un piano! Un piano che forse i tanti nodi territoriali che sono “nati” in periodi recenti non hanno avuto modo di conoscere. Lo avevamo costruito insieme e quella costruzione era stata la pratica fondante della visione che ci ha nutrito a lungo, ora forse abbiamo bisogno di riginerarci verso un nuovo piano e nuove pratiche adatte al tempo che viviamo senza lasciare indietro nessun3.   Sentiamo il bisogno di parlare insieme di come si faccia resistenza alla militarizzazione dell’esistenza in maniera transfemminista e non mac(h)ista. Di come prenderci cura delle oppressioni multiple che viviamo e di come farlo praticamente, nel medio e lungo termine. Di cosa significhi nelle pratiche (nel vissuto quotidiano?)costruire una visione che politica transfemminista e intersezionale che rendano la vita quotidiana più sostenibile per le molte persone, anche fra noi, per la quale non lo è, in un momento storico nel quale i fascismi si sono ampiamente affermati dimostrandoci che ciò che non abbiamo accettato che stesse accadendo, è già accaduto.  Reimparare ad aspettarci, a rispettare tempi e priorità delle persone, delle assemblee, delle città, della rete, dell’autonomia e delle diversità senza appiattirle, tentare omogeneizzazioni, marginalizzare, separarsi.  Darci il tempo di accogliere e crescere con chi nella nostra rete arriva o chi arriverebbe ma non sa correre o non può o non vuole ma anche di chi non riesce più ad aspettare. Ad usare gli strumenti che abbiamo e portiamo avanti con impegno e costanza, come l’osservatorio, perchè le persone che si danno il tempo di analizzare, riflettere, trovare parole, comunicare sono già pratica di cambiamento. Concediamoci di sbagliare, di cambiare idea, di aspettare e di discutere ancora, siamo rivoluzionari3! Così da diventare rivoluzione. Non diventiamo le parole della guerra e della rabbia che ci rovesciano addosso. Non spostiamo la rabbia nelle nostre relazioni politiche perché frustrat3 dall’impotenza di un esterno che sembra immutabile, resistere a questo vuol dire già costruire alternative! Inventiamo nuove pratiche ma lasciamo anche spazio a nuove pratiche di altr3. Sempre Audre Lorde diceva che “non si smantella la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”.  Gli attrezzi del transfemminismo che desideriamo e che possiamo costruire  insieme sono la cura, l’analisi, la rete, l’antiperformativismo come risposta alla performatività patriarcale, il non giudizio fra oppress3, l’ascolto attivo, il partire da sé, la e le culture, il riconoscimento di pensieri altri, il riconoscimento della legittimità del desiderio, del piacere, la poesia, l’ironia, l’allegria, l’artivismo, le mille pratiche di mutuo aiuto concrete e legate alle vite e ai territori che viviamo, la rinuncia alle bandiere, alle parole d’ordine, alla guerra.  Riprendiamo in mano i nostri strumenti, inventiamone altri mille. Cospiriamo. Facciamo un nuovo piano. Non abbiamo nessuna intenzione di lasciarci  sopraffare dalla volontà di appropriazione di tutto e tutt3  dell’estrema destra che sfrutta e alimenta il dilagante qualunquismo. Il loro attacco all’esistenza non sarà mai abbastanza feroce da fermare la marea che nasce dalla consapevolezza e dalla pratica. Ricordate? Se cado io ci sei tu, se cadi tu ci saranno altr3 ci dicevamo, con tutta la nostra rabbia, la nostra gioia, la nostra poesia,  non per noi sol3, non solo per noi. Per tutt3, tutto. Share Post Share L'articolo Liberiamo nodi, tessiamo trame proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Lotto, Boicotto, Sciopero – Osservatorio nelle piazze dell’8 marzo 2025
Le parole e i dati che andiamo a riportare qui di seguito sono riprese testualmente dalle relazioni del Ministero degli interni e dal Ministero della Sanità e relative relazioni dell’Istat. Nel mondo nel 2023 ogni dieci minuti, un partner o un familiare ha ucciso una donna intenzionalmente. In Italia il 31,5% delle donne ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di queste violenze sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Il 94,3% delle donne italiane è vittima di italiani, 56,2% delle donne straniere è vittima di italiani. Nel 2023 ci sono stati 16.947 accessi delle donne in Pronto Soccorso (PS) con indicazione di violenza, il 17,3% in più rispetto al 2022. Le persone piccole (che nel linguaggio istituzionale continuano ad essere chiamate minorenni n.d.r.) fanno registrare il tasso più elevato. Le chiamate al 1522, il numero nazionale di emergenza Antiviolenza e Antistalking nei primi due trimestri 2024 evidenziano che il numero delle chiamate è aumentato dell’83,5%. Le minacce, gli atti persecutori, lo stalking costituiscono le forme di violenza maggiormente diffuse. Di rilievo anche le chiamate per violenza economica. Il 23 dicembre 2024 è stato emanato il decreto che rende disponibili le risorse finanziarie (pari a 30 milioni di euro) per il reddito di libertà a favore delle donne vittime di violenza, può essere erogato per un massimo di dodici mesi consecutivi, per una sola volta, senza possibilità di rinnovo. 500 euro al mese, per massimo un anno, solo per donne, solo per 5000 donne in tutta Italia. Ecco il “reddito di libertà”. Le parole usate nelle relazioni ministeriali evidenziano in modo palese quanto come Osservatorio contro femminicidi, transcidi, lesbicidi, puttanocidi, suicidi indotti asseriamo da anni, ovvero che l’assassino, il violento ha le chiavi di casa, che è bianco, italiano, di qualsiasi età e ceto sociale e confermano con altrettanta chiarezza che chi ha responsabilità politica sa perfettamente che la violenza di genere si potrebbe limitare e scalfire fino a sconfiggerla. Ci dicono anche che non vengono considerati morti per violenza patriarcale sistemica i transcidi, soprattutto di persone che lavorano nel mercato sessuale, i suicidi indotti dalla violenza sociale e istituzionale così come i suicidi di donne schiacciate dalla violenza. Non ci sono dati per le persone trans, non binarie e intersex perché si continua da una parte a non monitorare e dall’altra ad avere remore rispetto alla denuncia dovute allo stigma e all’odio sociale e istituzionale esistente. Non sono considerati femminicidi quelli delle donne uccise da parenti psichiatrici, non volendo riconoscere quanto spesso le vittime abbiano ripetutamente chiesto aiuto nel gestire la relazione con persone che necessitano sostegno da chi ha competenze professionali specifiche, e sono invece abbandonate dallo stato “alle cure materne”. Madri alle quali viene delegato un compito inaffrontabile. La violenza patriarcale, così come le altre oppressioni, non è immutabile. Si può eroderla sostenendo la Sanità pubblica, finanziando percorsi nelle scuole, sostenendo le persone che lo necessitano nel diritto alla casa, del reddito e dell’inserimento lavorativo, accogliendo le moltissime persone che necessitano di asilo, smettendo di perseguitare, rinchiudere e torturare chi migra, richiedendo narrazioni corrette rispetto alla violenza, immaginando percorsi di educazione affettiva e sessuale, garantendo percorsi di affermazione di genere fondati sul consenso informato fuori dalla psichiatrizzazione, dalla patologizzazione e dalle decisioni dei tribunali, riconoscendo e accogliendo le rivendicazioni delle persone trans piccole, delle persone non binarie e mettendo fine agli interventi alla nascita sui corpi di persone intersex. Ci è chiaro inoltre che i cosiddetti “femminismi” escludenti e trans-odianti sono di fatto al servizio del pensiero delle destre globali così come lo sono i femminismi che non prendono coscienza di quanto il capitalismo uccida, riduca in schiavitù milioni di persone, distrugga i territori ed ogni forma di vita che li abita. La violenza patriarcale si può sconfiggere smettendo di discriminare le persone per genere, orientamento, provenienza, colore, classe sociale, abilità. Si potrebbe eliminare se si riflettesse su cosa significa immaginare un futuro e cosa significa un futuro collettivo. Ma sappiamo che non succederà se non lo facciamo succedere, non con questa ferocia machista estrattiva travestita da fascismo da impero. Audre Lorde diceva che “Lo strumento del padrone non smantellerà mai la casa del padrone. Potrebbe permetterci temporaneamente di batterlo al suo stesso gioco, ma non ci permetterà mai di realizzare un cambiamento genuino.” Quindi starà a ognun di noi, singolarmente e collettivamente, continuare a costruire strumenti alternativi per immaginare e avere una vita dignitosa e libera per tuttə, starà a ognun di noi, singolarmente e collettivamente, pretendere ciò di cui necessitiamo come società e persone. Starà ad ognun di noi scegliere da che parte stare. Intanto noi , come Osservatorio, continueremo a cercare ogni storia, ricordare ogni nome, ogni viso di ogni persona uccisa o morta per violenza patriarcale perché la rivoluzione transfemminista alla fine è non prevaricare, non usurpare, non lasciare nessun da sol, è smettere di essere sol. Buon 8 marzo a tutt Share Post Share L'articolo Lotto, Boicotto, Sciopero – Osservatorio nelle piazze dell’8 marzo 2025 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Sorellə non sei solə – Una risposta agli attacchi alle donne trans e trans femme negli Stati Uniti e in Italia
Il “nuovo ordine” di Trump segna il culmine della violenza istituzionale e culturale contro le persone trans, intersex e non binarie. In questi violenti attacchi a tutta la comunità, c’è una particolare acredine nei confronti delle donne trans e trans femme.  Ciò avviene con la retorica della difesa delle “donne”, intese come coloro che hanno la F di Femmina sul documento alla nascita e che seguono le orme di una “tradizione” patriarcale le cui radici affondano nella vera e propria repressione delle stesse, in nome della loro (fittizia) “natura” femminile. Una “natura” che confina le donne cis al ruolo riproduttivo e le donne trans e trans femme fuori dai generi stabiliti e quindi validi e “veri”, dipingendole come una minaccia. C’è di paradossale sicuramente una cosa: per convincere le “vere donne” del pericolo trans, la retorica attuale si trova costretta a sottolinearne una “natura” (mascherata) maschile. Ancora una volta, si dimostra involontariamente che il vero pericolo sta nella maschilità egemonica e violenta, così come costruita dalla stessa cultura transfobica e misogina. Partiamo dal titolo dell’atto esecutivo firmato dal nuovo presidente degli USA: “DEFENDING WOMEN FROM GENDER IDEOLOGY EXTREMISM AND RESTORING BIOLOGICAL TRUTH TO THE FEDERAL GOVERNMENT” (Difendere le donne dall’estremismo dell’ideologia gender e reinstaurare la verità biologica nel governo federale). Ed eccola qui, la “verità biologica”, pronta a cancellare l’esistenza millenaria di persone che non si arrendono al destino binario uomo-donna, o al destino di “angelo del focolare”, o di un ruolo subordinato all’unico genere davvero ideologico che vediamo imporsi con sempre maggiore drammaticità: il maschile patriarcale, l’uomo bianco (meglio se ricco, etero e “abile”). Fino a qui sembra quasi una questione teorica, forse un espediente intellettuale per partire dalla “questione trans” e giungere a fare discorsi altri, generali, più “universali”. E invece vogliamo prendere parola esattamente su questo: cosa significa per milioni di persone vedere cancellata la propria identità per mano della Legge? La censura sui nostri corpi riguarda tutt*. Anche perché questo sta giá accadendo e accadrà sempre più violentemente anche qui. “It is the policy of the United States to recognize two sexes, male and female. These sexes are not changeable” (È politica degli Stati Uniti riconoscere due sessi, maschio e femmina. Questi sessi non si possono cambiare): non è un’opinione, è una direzione politica molto netta, che porta a termine un progetto già iniziato in diversi stati attraverso roghi di libri, divieti alle persone minori di accedere alle terapie ormonali, violenze, transcidi e femminicidi di donne trans e trans femme. Una direzione che abbiamo contestato in massa a Verona, come Non Una Di Meno, durante il Congresso Mondiale delle Famiglie nel 2019, cogliendo la portata internazionale di questa invasione di campo reazionaria, familista, misogina, omolesbobitransfobica in generale, sicuramente fascista.  Possiamo insieme provare a immaginare cosa significhi tutto questo dal punto di vista del diritto alla salute e all’integrità fisica e psicologica: significa che le terapie ormonali non saranno più a disposizione di chi ne ha bisogno; significa che non si potrà più cambiare nome e sesso sui documenti; significa non trovare lavoro, non trovare casa; significa non essere rispettat* in nessuno spazio pubblico che non considera la tua stessa esistenza; significa aumento della violenza in ogni luogo, dalle scuole agli uffici pubblici, ai posti di lavoro, dagli ospedali alle carceri (dove le persone trans saranno obbligate a stare in reparti non consoni e per questo pericolosi); significa vulnerabilità e precarietà; significa anche un possibile aumento di suicidi di stato e dell’odio sociale, forme di disagio per le persone più giovani, già alla mercé di famiglie che spesso non comprendono e di una società sempre più escludente. Siamo consapevoli che questo non è l’unico atto della nuova amministrazione Trump, anzi. Enorme gravità e peso si riversano sulle persone migranti, sulle persone razzializzate, sulle donne, su queer di ogni genere e identità, lavoratrici e lavorator*, disoccupat* e inoccupat*, sulle altre specie viventi e sui territori, in quello che sembra delirio di onnipotenza ed è invece un piano ben preciso. Un piano per un futuro che non ci prevede. Apprendiamo dai giornali ogni giorno di nuove decisioni: abbandono dell’OMS, abbandono dei trattati sull’ambiente, mire espansionistiche e imperialiste, appoggio a Israele, politiche repressive, diritti riproduttivi calpestati, razzismo imperante, plutocrazia. Insomma, un vero e proprio disastro con conseguenze globali. Ed all’interno di questo programma che ha dell’apocalittico vogliamo denunciare come l’accanimento contro le persone trans, soprattutto trans femme e donne, sia stato sottovalutato come “distrazione” dai problemi reali per troppo tempo, mettendo noi tutt* in una condizione di ulteriore vulnerabilità e rivittimizzazione: la condizione di non essere, ancora una volta, credut* quando denunciamo la violenza che si abbatte su di noi. Non solo: l’ingresso nei vocabolari mainstream di termini come “woke”, “politically correct”, “ideologia gender” ha spostato l’opinione pubblica su dibattiti falsificati sin dalle premesse, che descrivono un mondo in mano a femministe e transfemministe. Mentre, in realtà, gli uomini più potenti della terra fanno man bassa delle risorse del pianeta (persone comprese) per aumentare il proprio capitale, alimentando discorsi e politiche patriarcali e di genere estremamente pericolosi. Come osservatorio sulla violenza patriarcale che lavora anche per il riconoscimento della transmisoginia e della violenza transfobica, e che vede al suo interno un intreccio di soggettività femministe e transfemministe, sentiamo l’urgenza di chiarire una volta per tutte: sorella, non sei sola. Le donne cis non sono messe in pericolo dall’esistenza delle donne trans e trans femme. La radice della violenza, in tutte le sue forme, è comune, e le retoriche patriarcali che spadroneggiano in questo momento vogliono farci credere il contrario. Viviamo anche qui in Italia un momento di massima targetizzazione delle stesse soggettività. Abbiamo già visto ridurre lo spazio di libertà trans: dalle persone minori lasciate senza terapie, alla crescente criminalizzazione, alle rappresentazioni macchiettistiche, agli attacchi diretti contro la comunità trans. Abbiamo visto come un certo “femminismo” TERF (femminismo radicale trans escludente) si sia alleato con una certa naturalezza a movimenti fascisti che vogliono cancellare le persone trans, con, ancora una volta, una particolare ossessione nei confronti delle donne trans e trans femme. Marina Terragni è la nuova garante dell’infanzia e dell’adolescenza, e proprio lei è tra quelle che più si impegnano a denigrare le nostre sorelle in primis: la prima cosa che ha fatto non appena avuto l’incarico è stata pubblicare un post contro una nota attivista, Roberta Parigiani, alla quale esprimiamo solidarietà e sorellanza. Allora, se da un lato dobbiamo davvero aprire una riflessione impegnata a decostruire queste mistificazioni di genere e i confini del binarismo, a partire anche da noi stess*, è altrettanto importante smontare l’idea – che anche a “sinistra” ha preso piede – che la vita delle persone trans sia solo un “tema”, o, peggio, un espediente per parlare d’altro o, ancora, l’ultima delle priorità. Auspichiamo una presa di parola diretta sempre più forte, e ci impegniamo a creare le condizioni per cui questo avvenga, consapevoli che il transfemminismo è una pratica politica essenziale, non solo una prospettiva. I tempi sono bui, forse non sono maturi per molt* di noi, sopraffatt* proprio da questa ondata di machismo internazionale e dall’alleanza di un certo “femminile” ancillare.  Ma ricordiamo che non è una novità: la nostra esistenza la dobbiamo a chi ha lottato prima di noi, e continueremo forti dell* nostr* antenat*. Donne trans e trans femme che abbiamo il dovere di conoscere e riconoscere. Continuiamo a costruire insieme una storia delle donne fatta di tutte le donne insieme, unite dalla volontà di emancipazione dal giogo patriarcale. Citiamo, con Angela Davis, le parole di Martin Luther King, perché il futuro ci riguarda ancora e il futuro è ora: “Certe volte dobbiamo accettare delusioni finite, ma dobbiamo aggrapparci alla nostra speranza infinita.” Che la speranza, allora, si trasformi in resistenza. Glossario * Abbiamo utilizzato per le desinenze di genere  a volte la u, a volte la x o un asterisco che equivalgono a un troncamento nella lettura della parola, a volte lo schwa, a volte il 3 che molt3 usano come plurale dello schwa. Differenziamo questo tipo di desinenze perché tutte vengono usate e tutte definiscono nella lingua italiana in cambiamento il genere neutro spesso usato come universale al posto del maschile o femminile per includere tutt* * woke: essere attent3 alle ingiustizie e alle discriminazioni sociali e lottare contro  * politically correct: assumere un linguaggio che visibilizzi tutte le diversità  * targetizzazione: scelta di un gruppo sociale da colpire  * macismo: italianizzazione di machismo che indica la postura e i comportamenti patriarcali assegnati da questo sistema alle persone a cui sia stato assegnato il genere M (maschio) alla nascita (AMAN Assegnate Maschio Alla Nascita) Share Post Share L'articolo Sorellə non sei solə – Una risposta agli attacchi alle donne trans e trans femme negli Stati Uniti e in Italia proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
ANALISI DEI DATI SUI FEMMINICIDI IN ITALIA: c’è un effetto imitazione influenzato dalla copertura mediatica?
Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Nunzia Cecatiello, tratto dalla sua tesi di laurea triennale, discussa a luglio 2024. Mentre gli omicidi in Italia sembrano diminuire, lo stesso non accade per i femminicidi. Dati dell’Istat dimostrano che parallelamente ad un rapido decremento nel tasso di omicidi volontari sulla popolazione, il tasso degli omicidi volontari con vittime di genere femminile è rimasto pressoché costante per almeno gli ultimi 30 anni. Come possiamo spiegare tali dati a fronte di una sempre più ampia diffusione del tema? Di certo la narrazione riduttiva e fuorviante portata avanti dai media non contribuisce al contenimento del fenomeno. Come scritto da Michela Murgia riguardo ad un articolo di cronaca di femminicidio del 2012: “La protagonista di questa notizia è la donna assassinata, […] il titolo di Repubblica mette invece come soggetto dell’azione l’omicida, facendo apparire la morte della donna come una conseguenza accessoria del suo agire. La specificazione che la donna uccisa fosse moglie dell’uccisore […] rende dominante il ruolo familiare della morta rispetto alla sua individualità. C’è molta differenza tra dire che un uomo ha ucciso una donna e dire che un marito ha ucciso sua moglie. […] L’omicidio non è da attribuire alla gelosia […] ma all’uomo e al coltello che ha affondato ripetutamente sul corpo inerme della donna. La gelosia non uccide le donne: le uccidono gli uomini.” Nonostante il determinato e significativo lavoro di attivistɜ nel costruire consapevolezza ed educare, sono i media tradizionali a raggiungere più efficacemente la maggioranza della popolazione italiana – è possibile ipotizzare che questa narrazione dannosa del fenomeno abbia un potenziale effetto sulla diffusione del fenomeno? Studi in passato hanno dimostrato che la ripetuta esposizione alla violenza tramite i media aumenti il rischio nel lettore di perpetrarla a sua volta. Certamente, l’implicita vittimizzazione dell’omicida e la corrispondente colpevolizzazione della vittima dimostrano spaventose potenzialità di suscitare nel lettore un senso di empatia nei confronti dell’assassino. I DATI DELL’OSSERVATORIO DI NUDM Per condurre un’analisi statistica sui femminicidi in Italia, ad oggi, l’unica risorsa accessibile, accurata ed aggiornata a disposizione è quella dell’Osservatorio sui Femminicidi Lesbicidi e Transcidi di Non Una di Meno. La mancanza di dati ufficiali aperti riflette la mancanza di attenzione al fenomeno da parte delle istituzioni. Come afferma Catherine D’Ignazio, “Contare e documentare è un modo per trasformare i fenomeni che vengono misurati da eventi individuali a esempi solidi di un pattern diffuso”. Misurare un fenomeno significa vedere il fenomeno, significa riconoscere le radici sistemiche che lo guidano. Le istituzioni che ancora si limitano alla distinzione tra omicidi con vittime di genere maschile e di genere femminile dimostrano una totale assenza di considerazione ed interesse nei confronti del femminicidio. D’altra parte, una raccolta di dati dal basso come quella offerta dall’Osservatorio non è da sottovalutare. La raccolta dati svolta da chi si occupa del fenomeno in forma più approfondita e allo stesso tempo capillare come fa Non Una Di Meno, riguardo ad un tema che richiede attenzione e profondità per una corretta classificazione, riesce ad arrivare dove le fonti ufficiali non sono in grado, arricchendo la raccolta dati di un valore umano e personale. Raccogliere dati è una delle pratiche con cui NUDM fa memoria, ricordo delle vittime e analisi politica della violenza che le ha uccise. Una più stretta collaborazione tra le istituzioni e i movimenti dal basso potrebbe rendere la raccolta dati nazionalmente univoca, ricca e dettagliata, grazie alle diverse risorse delle parti. I FEMMINICIDI NELLE RICERCHE ONLINE Ad una diversa narrazione dei fenomeni consegue una diversa ricezione da parte degli utenti. Non tutte le vittime ricevono la stessa attenzione – grazie ad un’analisi sulle ricerche sul motore di ricerca Google di ogni vittima di femminicidio dal 2020 al 2024, si osserva che le vittime di nazionalità italiana sono in proporzione più cercate delle vittime di nazionalità straniera. Allo stesso modo, i nomi delle vittime di femminicidio perpetrato dall’attuale partner sono ampiamente meno ricercate online dei casi avvenuti per mano di ex o familiari. Ciò si può probabilmente spiegare come conseguenza dell’inconscia normalizzazione, se non legittimazione, dei femminicidi perpetrati in un contesto intimo/romantico. Le vittime di femminicidio in ambito di coppia non sono spettacolarizzabili come le altre – questi casi sono sempre più narrati ormai come evento ordinario. La narrazione di questi casi come regolare avvenire concorre ad una radicazione ed infiltrazione del fenomeno che appare ai media ed ai lettori sempre più come un fenomeno senza un’individuabile causa. Normalizzare vuol dire giustificare, la giustificazione porta alla diffusione. Un caso come quello di Giulia Cecchettin è esemplare per comprendere come l’informazione ed i media impattano sulla sensibilizzazione e la consapevolezza della società. Per l’appunto, da una comparazione tra le ricerche Google del termine “femminicidio” svolte nel periodo antecedente e nel periodo posteriore a Giulia, si osserva un chiaro distacco nel mantenimento dell’interesse con l’allontanarsi dell’evento. Settimane dopo il caso di Giulia, l’argomento dei femminicidi ha continuato a rimanere rilevante nelle ricerche degli utenti, diversamente da quanto non è accaduto dopo casi altrettanto mediaticamente noti in passato. La mobilitazione che il caso di Giulia ha portato nella società ha influito sull’interesse e sull’informazione da parte di utenti non già vicini al fenomeno. Allo stesso modo, osservando l’andamento dei casi nella settimana successiva a casi di particolare scalpore, notiamo una leggera diminuzione: possiamo con discreta sicurezza affermare che questa diminuzione sia dovuta non tanto ad un ricredersi dei potenziali killer, ma ad una crescita nelle ricerche d’aiuto da parte delle donne in situazioni di difficoltà che, a loro volta riconoscendosi nelle vittime, avvertono maggiormente la situazione di pericolo in cui si ritrovano. È chiaro che ciò che conta, più che del quanto se ne parla, è il come. Un articolo di cronaca non potrà fermare un femminicida ma il lavoro di giornalistɜ e attivistɜ nell’utilizzare un linguaggio che sappia opportunamente rispecchiare le cause e la natura del fenomeno, saper osservare, catturare e mettere a disposizione sempre più risorse a servizio della società sono strumenti fondamentali per trovare la direzione per arginare la violenza. L’attivismo si fa anche contando. Nunzia Cecatiello Share Post Share L'articolo ANALISI DEI DATI SUI FEMMINICIDI IN ITALIA: c’è un effetto imitazione influenzato dalla copertura mediatica? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
TDOR 2024 – la R non è più solo RICORDO ma anche RABBIA, RESISTENZA e RIVOLTA
La violenza di genere non è un’emergenza ma è strutturale in questo sistema eterocispatriarcale e capitalista basato su gerarchie, potere e dominio. È  parte fondante della guerra contro ogni corpo vivente e contro la stessa terra. Si manifesta con processi di colonizzazione, occupazione, genocidi, estrattivismo, sfruttamento, uso e abuso dei corpi per i profitti. La crisi economica, politica, culturale, sociale determina la necessità di tenere in piedi il sistema, di continuare a produrre incrementando la devastazione e frenando la possibilità di di creare reali alternative di pensiero, pratiche, economie. L’organizzazione sociale è una potente macchina ormai globale, che manipola, impone, reprime e arriva ad uccidere con i suoi eserciti, le polizie ma anche persone individuali o gruppi collettivi che si fanno strumento violento della riproduzione del sistema. Gli assassinii di genere (femminicidi, transcidi, puttanocidi, istigazioni al suicidio) non sono altro che azioni del braccio armato extragiudiziale e non irregimentato istituzionalmente dell’eterocispatriarcato che ci riporta alle origini stesse del capitalismo e del colonialismo quando si usavano roghi, false denunce, lapidazioni di piazza per sconfiggere il “male”, il demonio qualsiasi forma cioè di diversità che si sottraesse, nello spazio pubblico o privato, alle norme del potere. Anche recentemente il fuoco è stato utilizzato in alcuni casi di femminicidio, segno questo che i roghi qui come in altri paesi non sono assolutamente tragica storia del passato. Per questo sosteniamo la campagna mai più roghi che tende a superare quelle rappresentazioni simboliche mascherate da tradizioni popolari che ancora bruciano fantocci di persone femminilizzate, nella maggior parte identificabili come vecchie, streghe o persone razzializzate e che non fanno che normalizzare pratiche violente. Forme di resistenza, di ribellione, di desiderio di profondi scardinamenti di questa società e della sua macchina infernale che ha la sua prima forma regolata e asservita nella famiglia ci sono ma la repressione è fortissima e, con lentezza spietata, ha cambiato nel corso degli anni il valore di parole come rivoluzione, azione diretta, boicottaggio, resistenza, disobbedienza civile, occupazione dello spazio pubblico, risposta alle provocazioni, la legittimità cioè di una narrazione radicale e alternativa. Parole e pratiche sono diventate reato… persino azioni che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate di scarso impatto conflittivo. Aprire uno striscione, fare una manifestazione o un corteo, occupare un piazza con i nostri corpi, protestare davanti al palazzo dove si trovano quelle persone che scrivono leggi e dettano norme “in nostro nome” diventa reato. In altre parti del mondo la repressione e la criminalizzazioni sono ancora più gravi con sparizioni e assassinii a sangue freddo. Lavorare nell’Osservatorio è difficile e doloroso ma siamo spintə dal desiderio e dalla rabbia di fare eco alla resistenza di tuttə le persone che oggi non sono più con noi. Persone che hanno lottato per sottrarsi alla violenza del sistema e per affermare la propria libertà e autodeterminazione dalle gabbie reali e virtuali. Segnaliamo il preoccupante aumento dei casi di suicidio tra le persone trans e queer, soprattutto molto giovani. Il suicidio di Cloe è stato un chiaro segnale di quanto la discriminazione, la marginalizzazione e il demansionamento siano stati fattori che hanno contribuito alla sua decisione finale di togliersi la vita. La morte per suicidio delle persone trans è un omicidio sociale, di cui tuttə siamo complici o spettatorə. Per questo nell’osservatorio di NUDM usiamo la perifrasi “suicidatə dallo stato e dall’odio sociale”. Ciò che più ci spinge e motiva a portare avanti il nostro lavoro è la voglia di supportare anche chi resta, chi si è battutə affinché le storie e le denunce fossero credute e raccontate. Siamo al fianco di chi cerca di costruire percorsi di fuoriuscita dalla violenza per persone trans, sempre più ostacolatə dalle istituzioni, che si vestono di pink, red e rainbow nelle giornate di rito. Vogliamo dei Centri Antiviolenza che sappiano accogliere, ascoltare, mettere in protezione le persone trans che spesso non hanno spazi e luoghi in cui rifugiarsi. Non vogliamo l’inasprimento delle pene ma una giustizia trasformativa, un cambio di sistema che impedisca la morte costante delle persone di cui oggi facciamo memoria. Il TMM, trans murder monitoring, che da anni fa monitoraggio a livello globale e il TGEU (https://tgeu.org/) che lo fa a livello europeo ci danno il dato allucinante di 48 persone trans uccise dal 2008 ad oggi in Italia, il numero più alto tra tutti i paesi dell’Unione Europea. Questi due osservatori raccontano e registrano come crimini di odio tutti i tipi di assassinio delle persone trans perché, affermano, molto spesso sono relazionati alle situazioni specifiche di marginalizzazione nella vita, nell’accesso al lavoro e nel diritto a una casa. Condividiamo come osservatorio di NUDM la loro stessa difficoltà di reperire i dati e di non poter quindi che giudicare parziali quelli che abbiamo per la scarsità di informazioni e l’assenza di specifici sistemi di vigilanza a livello nazionale. In Italia si aggiunge la difficoltà di rilevare i casi a causa di misgenderizzazioni e del continuo tentativo di nasconderli a livello familiare e sociale. Oggi vogliamo fare eco con rabbia alla voce di chi non è più con noi. Sì perché per una persona trans, travesti, puttana, intersex, chiamata “pazza”, disabilizzata o in qualsiasi forma considerata FUORI NORMA la stessa esistenza è un atto di resistenza e noi lo rivendichiamo oggi più che mai. E non dimentichiamo e non perdoniamo * perché a novembre scorso un ragazzo di soli 13 anni si è suicidato in Sicilia a causa dell’odio sociale. Aveva cambiato scuola ma né nella vecchia, né nella nuova probabilmente è mai stato fatto un lavoro di educazione alla diversità e per lo sradicamento reale delle norme eterocis imposte dal sistema (grazie Valditara, Roccella e gli antiscelta complici del sistema per impedire l’educazione alla diversità nelle scuole) E non dimentichiamo e non perdoniamo * perché il 27 maggio 2024 è stato accreditato come suicidio quello di un ragazzo trans di 24 anni arrivato al pronto soccorso per abusi in famiglia e ricoverato nel reparto di ginecologia dell’ospedale. Ha denunciato una violenza subita mentre si trovava sulla barella, è stato trasferito in altro ospedale ma poi riportato nel primo ospedale dove era avvenuto l’abuso. “È stato suicidato” dal quarto piano ed è morto sul colpo. Molti giornali l’hanno chiamato “donna”. A denunciare le responsabilità di quel gesto sono state le persone vicine al ragazzo in un post veicolato dal collettivo milanese Kasciavìt: «Anche dopo una fine tragica i giornalisti non si sono presi la briga di capire chi era lui veramente. Com’è possibile che una tale violenza sia avvenuta “in un luogo protetto come un ospedale”? perché un ragazzo é stato lasciato “solo e senza tutele”? La sua comunità ha tante domande su quello che è successo” e ce le abbiamo anche noi come osservatorio ma sono rimaste senza risposta in questi lunghi 6 mesi! Non si tratta di errori o disattenzioni ma di responsabilità pesanti come macigni E non dimentichiamo e non perdoniamo * perché il 6 luglio 2024 Lucero Valdivia di origine perviana, trans e lavoratrice sessuale è stata ritrovata nella pineta di Casal Fusano. I giornali ancora una volta hanno parlato per giorni di lei al maschile, misgenderizzando come quasi sempre fanno E non dimentichiamo e non perdoniamo * i commenti violenti che accompagnano le nostre pubblicazioni all’8 di ogni mese che abbondano di negazionismo e che sono persino arrivati a mettere in discussione il fatto che inserissimo il suicidio del giovane gay di 33 anni di Palermo del 10 settembre che ha lasciato una lettera dove chiede scusa per non essere riuscito ad amare una donna. Non sei tu a dover chiedere scusa ma la comunità in cui vivi che ti ha costretto a rinunciare a vivere. E non dimentichiamo e non perdoniamo * che Nex Benedict ragazzu non binariu sia statx suicidato dall’odio sociale l’8 febbraio negli Stati Uniti in Oklaoma. La madre ha dichiarato che Nex è stat bullizzato per oltre un anno nella sua scuola. Nel 2022 l’Oklahoma si è distinto per essere il primo stato negli USA a proibire l’uso del genere non binario nei certificati di nascita. Allu studentx è proibito usare un bagno che non corrisponda al genere assegnato alla nascita e alle persone minori vengono vietati percorsi di affermazione di genere. La nuova legge presentata per il 2024 per i curricoli delle scuole pubbliche descrive il genere come un carattere biologicamente immutabile e vieta il cambio di genere nei certificati di nascita, il divieto di usare nomi e pronomi di elezione. E non dimentichiamo e non perdoniamo * che Kesaria Abramidze, 37enne modella e attivista transgender, il 18 settembre è stata lasciata a morire nel cuore della notte da una persona di cui si fidava. La comunità LGBTQIAP+ georgiana perde uno dei volti più noti dell’attivismo trans, una donna che aveva scelto di vivere apertamente la sua identità nonostante l’ostilità e il pregiudizio dilagante. Abramidze si era fatta portavoce delle battaglie contro la discriminazione transodiante e per i diritti civili in talk show e trasmissioni televisive di rilevanza nazionale. Le sue esperienze personali di violenza e oppressione erano strettamente intrecciate con il suo impegno pubblico. E anche in questo caso la sua morte arriva immediatamente dopo l’approvazione di una legge fortemente discriminatoria contro la cosiddetta “propaganda gay”. Un provvedimento, voluto da frange conservatrici e religiose, che limita ulteriormente i diritti della comunità, vietando manifestazioni pubbliche di sostegno e istituzionalizzando lo stesso clima di odio e oppressione che ha ucciso Kesaria. Perché abbiamo voluto raccontare queste storie? Perché fare memoria è importante come è importante scendere nelle piazze con amore e rabbia contro ogni discriminazione e violenza di genere di fronte all’inadempienza delle nostre istituzioni nel garantire percorsi di autodeterminazione e alla crescente ondata d’odio e di intolleranza propagandata dal governo Meloni e dalle destre fasciste che lo compongono. Un odio che si concretizza nelle azioni e politiche stesse portate avanti dal governo e dai suoi rappresentanti. Ne sono un esempio i continui attacchi alla carriera alias e all’infanzia trans, il mantenimento di percorsi di affermazione di genere fondati su patologizzazione e psichiatrizzazione che vedono nei tribunali la decisione sulle vite, le narrazioni contorte e stigmatizzanti, la difficoltà per le persone della nostra comunità di trovare casa e lavoro. Vogliamo ricordare chi non c’è più per averci insegnato il cammino di resistenza che dobbiamo continuare a percorrere, per stare al fianco di chi resta, per continuare a lottare per il riconoscimento del danno e degli errori che sono stati compiuti contro tutte queste persone. Assumiamo la necessità di garantire percorsi di affermazione di genere accessibili e gratuiti all’interno del servizio sanitario pubblico e non più subordinati all’approvazione, viziata da canoni e stereotipi binari di psico e giudici cisgender. Vogliamo si viva l’euforia e l’autodeterminazione, delle relazioni, delle vite senza invisibilizzare le soggettività non binarie, ma che considerino e valorizzino la complessità di tutte le identità. Vogliamo che ci si impegni a rispettare e si smetta di misgenderare con la scusa della fatica ad assumere linguaggi appropriati perché sappiamo quanto sia più faticoso e doloroso non essere riconosciutx. Vogliamo che le case di accoglienza e le case rifugio non discriminino le persone trans che stanno vivendo situazioni di violenza. Vogliamo accesso ai lavori, ai servizi, a un reddito di autodeterminazione quando tutto questo diventa difficile. Vogliamo finalmente che sia riconosciuto il diritto ad una legge scritta dal basso come quella che è stata elaborata dal laboratorio di autodeterminazione trans di Stati Genderali, basata su autodeterminazione e consenso informato perché la 164 è obsoleta, inadeguata, superata dai fatti e va abrogata. Vogliamo che le elaborazioni della comunità siano accolte, assunte e non strumentalizzate per pulire le coscienze: le identità di genere non sono beni di consumo, né tanto meno pubblicità gratuita o emblemi per la propaganda capitalista, egemone e coloniale. Autodeterminazione e liberazione per i corpi tutti! Ci vogliamo viv3 e vogliamo tutto! TGEU-Trans Europe and Central Asia pubblica l’aggiornamento annuale del progetto globale Trans Murder Monitoring per il 2024 a questo link: https://tgeu.org/will-the-cycle-of-violence-ever-end-tgeus-trans-murder-monitoring-project-crosses-5000-cases/ Share Post Share L'articolo TDOR 2024 – la R non è più solo RICORDO ma anche RABBIA, RESISTENZA e RIVOLTA proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Giustizia per Pamela, Roxana e Andrea, assassinate crudelmente per essere lesbiche
Il movimento Ni una menos in Argentina si è ritrovato in piazza per la manifestazione del 3 giugno, una manifestazione che dal 2015 porta in piazza il movimento per ricordare femminicidi e transcidi. Quest’anno la chiamata era rafforzata dalla lotta contro il governo fascista, omolesbotransodiante e razzista che promuove politiche di fame e di povertà. Un governo che ha attaccato in forma esplicita il movimento transfemminista eliminando il ministero delle politiche di genere e  accentuando i discorsi di odio verso le diversità e la dissidenza di genere. I femminicidi, i transcidi, i lesbicidi e i travesticidi sono la punta dell’iceberg di multiple forme di violenza che sono radicate in una società con grandi disparità di genere. I diritti conquistati con le leggi approvate e le scelte istituzionali degli anni e governi precedenti sono ora minacciati e sono stati sicuramente più avanzati rispetto a quello che succede nelle case dove le persone socializzate come donne lavorano ancora il doppio degli uomini nel lavoro di cura. L’Argentina è l’ultimo paese in america per numero di permessi di paternità: solo due giorni a fligliu. Ma quello che grave è che il governo di Milei continui a negare l’esistenza di un problema e metta in discussione tutto il cammino fatto fino ad ora in questo paese che ha le leggi più avanzate a livello mondiale rispetto a percorsi di affermazione di genere, aborto, cambi di nome anagrafici, diritto di famiglia, etc. Milei era fra gli ospiti del megaincontro organizzato da Vox il 18 maggio scorso in Spagna insieme ai peggiori rappresentanti della destra europea. Non mancava infatti Giorgia Meloni, che è intervenuta in videoconferenza, la leader del partito francese Rassemblement National, Marine Le Pen, André Ventura presidente del partito portoghese Chega che significa “Basta”, l’ex primo ministro polacco di Diritto e Giustizia Mateusz Morawiecki, il primo ministro ungherese Viktor Orbán. I discorsi di odio legittimati dai governi e amplificati dai media ci uccidono in ogni parte del mondo! E le violenze continuano a crescere in un contesto di crescente precarietà. I femminicidi non sono diminuiti in Argentina. Se ne registra 1 ogni 35 ore. 2500 negli ultimi 10 anni e tutti per mano di ex, o di mariti, amanti, conviventi. “Ammazzano uomini come ammazzano donne”, ha detto la deputata Lilia Lemoine in una intervista per sminuire la forza delle affermazioni del movimento femminista. La prima manifestazione di Ni una menos fu per l’assassinio di Chiara Páez uccisa dal fidanzato a soli 14 anni. Quest’anno il caso che più ha risuonato nella marcia è stato il triplice femminicidio di Pamela Cobbas, Roxana Figueroa e Andrea Amarante.  La mattina di lunedì 6 maggio nel quartiere Barracas di Buenos Aires un “conventillo” è stato lo scenario di un episodio di LESBodio per mano di un uomo che abitava nello stesso edificio: ha lanciato due bombe  molotov contro la stanza delle sue vicine lesbiche, che aveva già precedentemente molestato. Nell’abitazione c’erano quattro donne, una di queste incinta, che sono state ricoverate con ustioni gravissime. Pamela Cobos ha perso la vita nello stesso giorno mentre Roxana e Andrea Amarante sono morte nei giorni successivi. “Vogliamo giustizia per Pamela, Roxana y Andrea, assassinate crudelmente per essere lesbiche” hanno scritto le associazioni che hanno convocato la marcia del 3 giugno in un comunicato che è stato letto davanti alla sede del governo a Buenos Aires. “Affermiamo che i discorsi di odio promossi dal massimo rappresentante del governo – continua il comunicato – portano a una società che attua di conseguenza. Indichiamo quindi il presidente come responsabile del fatto che gli attacchi alla comunità LGBTIQ+ sono aumentati fino a raggiungere la loro massima espressione”. Le persone hanno chiesto un intervento urgente di riparazione per Sofía Castro Riglos, l’unica sopravvissuta a quello che è conosciuto come il massacro di Barracas. Prima aveva poco, ma ora ha solo la solidarietà e il sostegno collettivo. Ha perso le sue amiche Pamela, Roxana e Andrea e tutte le sue cose nello stesso momento, nello stesso attacco assassino. Il percorso sarà lungo e per questo è stata aperta una raccolta fondi per accompagnare Sofia. Non possiamo che aiutarla a ricostruire un luogo dove vivere e ricostruire relazioni. Per trasparenza la comunità di “lesbiche autoconvocate” ha deciso di utilizzare il conto corrente di Ni UNA MENOS CBU 1910027855002701341732 numero di conto 191027013417/3  intestato a ACIVIL.NIUNA.MENOS CAUSALE “lesbianas” ¡BASTA DE LGBTIQODIO! #EstoNoEsLibertad #JusticiaporRoxana #JusticiaporPamela #JusticiaporAndrea  #EstadoesResponsable Share Post Share L'articolo Giustizia per Pamela, Roxana e Andrea, assassinate crudelmente per essere lesbiche proviene da Osservatorio nazionale NUDM.