“Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”: il colonialismo bianco sotto mentite spogliePubblichiamo questa lettera di riflessione di “Flavia”, dal web.
Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco
dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza
ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera
iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come
adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di
“campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o
poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è
dell’altro.
La nostra solidarietà ai popoli oppressi è quasi spontanea quando è in assenza
di una loro reazione, tanto più se non violenta e brutale; ma se lo diventa
iniziamo a sollevare perplessità e distinguo. Facendo un esempio relativamente
recente sulla Palestina: fino a quando le reazioni dei palestinesi si sono
limitate alle diverse Intifade ci veniva automatico solidarizzare con gli eroici
lanci di pietra dei ragazzini della Cisgiordania ma già con il 7 ottobre quella
solidarietà ha iniziato a vacillare. La reazione passava dai sassi alle
mitragliatrici e la nostra empatia ha iniziato a vacillare.
La nostra solidarietà contro l’aggressione imperialista all’Iran rischia di
essere ancora più ostica e condizionata. L’Iran è sì un paese aggredito ma è
anche uno Stato teocratico e patriarcale, schierarci in sua difesa vorrebbe dire
appoggiarne la struttura reazionaria e conservatrice. Così la pensano tanti
compagni anarchici e tante compagne femministe; salvo – poi – non solo cadere
nei tanti luoghi comuni costruiti ad arte della propaganda occidentale ma
soprattutto ignorare che si aggredisce lo Stato iraniano, ancor prima che per
colpirne gli Ayatollah, per colpire ed assoggettarne la popolazione e per
depredarne le risorse. E quindi lo slogan “Giù le mani dall’Iran!” è tutt’altro
che campista o semplificatorio.
Eppure quanto è avvenuto in Iraq, in Libia ed in Siria dovrebbe far riflettere
anche gli internazionalisti più ortodossi o gli anarchici più intransigenti.
Questi paesi avevano tutti dei reazionari e autoritari dittatori: Saddam,
Gheddafi e Assad. Tutti da assassinare o rimuovere in nome della “democrazia,
della libertà e dei diritti umani”. Ma ci siamo mai domandati come mai questi
“paesi canaglia” erano anche gli unici paesi dell’area nei quali le condizioni
di vita e di lavoro delle loro popolazioni erano incomparabilmente migliori dei
loro vicini, di quei paesi apparentemente più liberali e democratici, come la
Tunisia o il Marocco? Mi riferisco a degli indicatori minimi: mortalità
infantile; aspettativa di vita, livelli di alfabetizzazione, tasso di
scolarizzazione; accesso ai servizi sanitari. Con l’acutizzarsi della crisi
sistemica del capitalismo, l’Occidente non solo non poteva tollerare che questi
Stati potessero, sia pure parzialmente, continuare a redistribuire parte delle
loro risorse al proprio interno, ma – al contrario – ha avuto bisogno di
incrementare sempre di più la quantità del plusvalore a loro estorto. In poche
parole: i vari Saddam, Gheddafi, Assad, e per ultimo Maduro, sono diventati il
pretesto dietro il quale giustificare le nuove rapine neo-coloniali alle risorse
di quei paesi e soprattutto le nuove aggressioni imperialiste alle loro
popolazioni. E per questo motivo celarsi dietro al fatto che i veri
internazionalisti non difendono le incongruenti borghesie nazionali e per i veri
anarchici “tutti gli Stati sono uguali” è non solo sbagliato ma diventa un alibi
per non schierarsi. E diventa terribilmente pretestuoso finire per dire che la
“vera lotta contro il capitalismo” e le sue strutture classiste e sessiste
richiedono “Altro”. Quell’”Altro” finisce per ridurre, soprattutto quando il
mondo è in fiamme, perfino il principio che il Nemico è in caso nostra ad un
vuoto slogan e – nei fatti – trasforma la nostra presunta ortodossia e purezza –
in indifferentismo e complicità; così come, per una femminista, è un alibi
quello di trincerarsi dietro al fatto che l’Iran è uno stato teocratico e
patriarcale.
E veniamo proprio all’Iran. Qui le difficoltà a schierarsi sono ancora più
evidenti che per la Guerra in Ucraina. Lì si solleva il problema
dell’autoritarismo zarista di Putin, qui il conservatorismo degli Ayatollah. Nel
caso dell’Iran poi affiorano anche tutti i nostri pregiudizi sull’Islam e le
nostre scarse informazioni sul paese. Ma anche per l’Iran dovremmo chiederci
come mai per il civile Occidente il grado di autoritarismo e barbarie del suo
apparato statale e dei suoi dirigenti politici da combattere ed annientare sono
direttamente proporzionali ai livelli di benessere della sua popolazione. Perché
l’Iran, soprattutto grazie alla Rivoluzione del ’79, nonostante decenni di
embargo, continuava ad essere il solo paese euroasiatico a garantire dignitose
condizioni di vita e di lavoro alla sua popolazione. E’ il solo paese dell’area,
ad esempio, dove il tasso di mortalità infantile è in crescente diminuzione (nel
2016 era pari a 13,8 decessi ogni 1.000 nati vivi ed è sceso fino a raggiungere
9,8 decessi nel 2025); è l’”arretrato paese musulmano” con un tasso di
alfabetizzazione del 96,2% contro l’87,1% degli Stati Uniti (dati della Federal
Reserve al 2020). La presenza delle donne iraniane (pur velate) negli ospedali,
nei tribunali, nelle università, nelle redazioni dei giornali è maggiore della
nostra ma è vero che è assai minore la loro partecipazione complessiva alla
forza lavoro, se paragonata a quella di paesi con livelli di reddito simili
(Tunisia, Malesia, ecc). Insomma come mai in Iran è più facile trovare una
chirurga piuttosto che una operaia? C’è da chiederci se Il basso tasso di
presenza delle donne iraniane nel mercato del lavoro manuale è semplicemente il
risultato della discriminazione sistematica a cui sono soggette dagli Ayatollah;
è solo l’effetto della disparità di genere imposta da Teheran; è solo il
prodotto delle discriminazioni religiose. O, piuttosto, questo indicatore che –
indigna la bianca donna metropolitana e fin anche una militante del T.I.R – è
anche uno degli indicatori della parziale e fragile estraneità del paese ai
processi di asservimento globalizzato dell’imperialismo. Un processo, nel
mercato mondiale del valore, che passa anche attraverso la femminilizzazione del
lavoro. Senza farci questa domanda, dovremmo arrivare ad ammettere che le
scheletriche operaie tessili di Dacca (che lavorano e muoiono per le
multinazionali occidentali) siano più libere delle casalinghe di Isfahan o delle
contadine del Fars.
Sull’imposizione del velo non mi dilungo, non solo perché – come ricordato da
alcuni – lo Jihab divenne (ci piaccia o no) un emblema identitario ed
antimperialista contro lo Scià che aveva vietato, in nome della
“modernizzazione” agli uomini e alle donne di vestirsi con abiti tradizionali ma
soprattutto perché ritengo che in Occidente le imposizioni occulte sulla taglia
40 siano ancora più violente e sessiste.
Ma tornando alla nostra difficoltà a schierarci incondizionatamente contro
l’aggressione all’Iran mi domando se la difficoltà maggiore, quella che non
riusciamo neanche a razionalizzare fino in fondo, risieda nella percezione che
tanto più sono violente e destabilizzanti le reazioni degli Stati aggrediti
dall’imperialismo tanto più queste mettono a repentaglio il nostro, in fondo
pacifico e tranquillo, tran tran e la nostra normale “routine”. E sebbene ormai
anche il quotidiano di milioni di uomini e donne nei paesi occidentali sia
sempre più duro e faticoso, fatto di crescente precarietà, sfruttamento e
solitudine sociale – in confronto a quello delle periferie del mondo – continua
ad essere, e non solo apparire, un “Eldorado”. Un “Eldorado” che finiamo
inconsapevolmente per difendere, per istinto di conservazione, come l’operaio
inglese di cui parlava Marx a S. Meyer: “”In tutti i centri industriali e
commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi
ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia
l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. Egli si
sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per
questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro
l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso.” Ora
pensiamoci come il proletario comune inglese dell’epoca contrapposto al
proletario irlandese (le masse depredate del sud del mondo) e potremmo iniziare
a capire perché la nostra indifferenza davanti alle rapine e ai saccheggi
dell’Occidente non è legata all’assenza di una postura morale o ideale ma è il
risultato di una nostra connivenza secolare con il capitalismo ed i suoi
meccanismi di dominio e di sfruttamento. Una connivenza che, generazione dopo
generazione, non è stata (ed è ancora oggi) solo “materiale”, ma culturale,
psicologica, emotiva. Ci piaccia o no siamo nati e cresciuti all’interno di un
sistema che ci ha plasmato con l’argilla dei sovraprofitti estorti al resto del
mondo e che ha contribuito a renderci complici di rapine, genocidi e massacri e
che così facendo – al contempo – consolidava e consolida sempre di più il suo
dominio su di noi. Dalla sua visione coloniale abbiamo mutuato il razzismo,
l’eurocentrismo, l’idea di una civiltà superiore e tutta una serie di “valori”
che diamo per naturali. Naturali sia quando sono stati funzionali alla fase
ascendente del capitalismo (come ad esempio la famiglia monogamica, la
democrazia, il liberismo) sia quando sono cambiati in nome della sua fase
discendente (la mitizzazione dell’individuo atomizzato, il libertarismo
identitario, l’apologia delle infinite “fluidità”). Valori che di naturale non
hanno nulla ma che riflettono semplicemente i rapporti con i quali il
capitalismo organizza la sua produzione e le sue relazioni sociali.
Insomma dietro al tepore della nostra solidarietà alle donne e agli uomini
iraniani probabilmente celiamo molto di più che perplessità politiche o
ideologiche e le nostre timidezze sono semplicemente il “velo” dietro al quale
operiamo la nostra scelta di campo. Una scelta che ci abbrutisce, ci aliena e ci
estranea dai nostri simili, ma questa è un’altra storia.
Roma, Marzo 2025
(Immagine di copertina:
https://www.meisterdrucke.pt/impressoes-artisticas-sofisticadas/Kazimir-Severinovich-Malevich/92350/Composi%C3%A7%C3%A3o-suprematista,-1915.html)