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21.510 bambini palestinesi di Gaza assassinati da Israele. Nel frattempo, l’Italia perseguita gli attivisti pro-Palestina
Un bambino palestinese viene ucciso ogni ora da Israele. 1.000 avevano un’età di età inferiore a un anno; migliaia di altri subiscono ferite, traumi o vengono separati dai genitori. Le forze israeliane hanno ucciso 21.510 bambini dall’inizio del genocidio, fino al 5 aprile. La cifra è stata diffusa in una dichiarazione in occasione della Giornata del Bambino Palestinese. E l’Italia istituzionale e mediatica è complice di questi assassini di donne e bambini, di medici e giornalisti… Sempre in Italia, i pro-Palestina vengono perseguitati, buttati come criminali in prima pagina dalla Presstitute, sanzionati, imprigionati… Le istituzioni italiane sono al servizio di questi orchi. Lo ripetiamo, per chiarire meglio: Un bambino palestinese viene ucciso ogni ora da Israele. 1.000 avevano un’età di età inferiore a un anno. Da ottobre 2023, Israele ha assassinato 21.510 bambini gazawi. Le istituzioni italiane perseguitano chi aiuta le vittime e denuncia i carnefici. L’Italia è un Paese nazisionista.
April 23, 2026
InfoPal
Coalizione Epstein contro la Striscia di Gaza, il genocidio continua. Giorno 929: 5 persone uccise, tra cui 3 bambini; giorno 930: altri 3 uccisi
Gaza-Asia Occidentale. Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra della Coalizione Epstein contro l’Iran, il regime suprematista ebraico genocida e i suoi alleati continuano a massacrare la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, violando quotidianamente il cessate il fuoco, prendendo di mira diverse aree con artiglieria, attacchi di droni e colpi d’arma da fuoco, e con milizie qaediste al loro storico servizio… Giovedì, tre palestinesi sono rimasti uccisi in un attacco israeliano contro un veicolo nella Striscia di Gaza centrale, tra cui due membri della protezione civile. Si tratta di un’ulteriore violazione del cosiddetto accordo di cessate il fuoco, in un contesto di continui attacchi quotidiani. La Protezione Civile di Gaza ha confermato che due dei suoi operatori sono rimasti uccisi nell’attacco, che ha incendiato il veicolo. Mercoledì sera, cinque persone, tra cui tre bambini, sono morte quando un drone israeliano ha colpito un assembramento vicino a una moschea nella città settentrionale di Beit Lahiya. Le cinque vittime sono state identificate come Abdullah al-Abed, 9 anni, Salah al-Abed, 12 anni, Mohammed Balousha, 14 anni, Alaa Balousha, 46 anni, e Anas Abu Foul, 19 anni. Nonostante il cessate il fuoco, si è registrato un aumento degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, devastata dalla guerra. Israele ha violato il cessate il fuoco, entrato in vigore a ottobre, oltre 2.400 volte, uccidendo centinaia di persone e bloccando l’ingresso di aiuti umanitari indispensabili. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le forze israeliane hanno ucciso più di 780 palestinesi, tra cui oltre 300 tra bambini, donne e anziani. Almeno 32 di queste vittime sono state uccise solo questo mese. Oltre 72.000 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023. Secondo un rapporto di Save the Children pubblicato a settembre, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza nei due anni di guerra genocida. L’organizzazione ha affermato che, in media, almeno un bambino viene ucciso ogni ora, oltre 1.000 dei quali di età inferiore a un anno, e migliaia di altri subiscono ferite, traumi o vengono separati dai genitori. Il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato le recenti violenze israeliane nella Striscia di Gaza, affermando che “l’incessante susseguirsi di uccisioni” riflette la “dilagante impunità” di Israele. “Negli ultimi 10 giorni, i palestinesi continuano a essere uccisi e feriti in ciò che resta delle loro case, nei rifugi e nelle tende delle famiglie sfollate, per le strade, nei veicoli, in una struttura medica e in un’aula scolastica”, ha dichiarato Turk. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
April 23, 2026
InfoPal
Katz ha promesso di riportare l’Iran “al Medioevo”
Tehran. In una dichiarazione registrata, Israel Katz, Ministro della Guerra israeliano, ha annunciato che Israele attende il via libera dagli Stati Uniti per riprendere la guerra contro l’Iran. Il ministro ha affermato che “le cose cambieranno” poiché Israele prenderà di mira specificamente le principali infrastrutture energetiche e di distribuzione dell’energia dell’Iran, da lui definite “infrastruttura economica nazionale”. Katz ha promesso di riportare l’Iran “al Medioevo” fino alla sostituzione della leadership iraniana.
April 23, 2026
InfoPal
Haaretz: soldati israeliani svaligiano le case libanesi. E le istituzioni europee prendono ordini da questi mostri
Libano. Soldati israeliani ladri di vite, di terre, di beni altrui. Secondo un dettagliato reportage del quotidiano israeliano Haaretz, basato su testimonianze dirette dei soldati stessi, soldati israeliani, sia regolari che di riserva, stanno saccheggiando in modo indiscriminato case e attività commerciali civili nel sud del Libano. Oggetti saccheggiati, tra cui televisori, motociclette, divani, tappeti, quadri e altri oggetti di valore, vengono caricati apertamente su veicoli militari in piena vista, senza alcun tentativo di nascondere il furto. I comandanti sarebbero a conoscenza dell’entità dei saccheggi, ma in gran parte chiuderebbero un occhio, mentre i posti di blocco militari istituiti per contrastarli sarebbero stati silenziosamente rimossi. Un soldato ha giustificato le proprie azioni dicendo: “Che importanza ha se li prendo? Tanto verranno distrutti comunque”. Le testimonianze più schiaccianti provengono dalle truppe israeliane sul campo e rivelano un preoccupante schema di impunità durante le operazioni nella zona.
April 23, 2026
InfoPal
Israele continua a violare la tregua in Libano: la giornalista libanese Amal Khalil è stata deliberatamente uccisa in un attacco aereo
Beirut. La Protezione Civile libanese ha confermato la morte di Amal Khalil, giornalista del quotidiano libanese al-Akhbar, affermando che è stata deliberatamente colpita da un attacco israeliano nella città meridionale di at-Tiri, dove il suo corpo è stato successivamente recuperato dalle macerie. Secondo l’emittente televisiva libanese Al-Jadeed, Khalil è morta mercoledì dopo essere rimasta intrappolata sotto le macerie a seguito degli attacchi aerei israeliani nel sud del Libano. La Croce Rossa libanese ha poi recuperato il suo corpo, confermandone anch’essa il decesso. Un’altra giornalista, Zeinab Faraj, che si trovava con Khalil, è stata trasportata in ospedale e sottoposta a intervento chirurgico. Precedenti notizie indicavano che il raid aereo aveva colpito la strada che collega at-Tiri e Haddatha, impedendo alle squadre di soccorso di raggiungere i giornalisti intrappolati. Fonti libanesi hanno affermato che sia alla Croce Rossa sia all’esercito libanese è stato impedito di accedere alla zona. L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese e gli appelli diffusi dai giornalisti sui social media indicavano che l’attacco sembrava mirato a bloccare l’accesso delle ambulanze. Hashem al-Sayyed Hassan, corrispondente dell’emittente libanese al-Manar, ha affermato che l’incidente costituisce “un crimine premeditato e deliberato, nonché un attacco diretto da parte di Israele”, descrivendo una sequenza di eventi. Secondo Hassan, una serie di attacchi si è susseguita nell’arco di diverse ore. Un primo, con un drone ha colpito un veicolo civile, seguito da un altro contro l’auto dei giornalisti. Nonostante l’immediato coordinamento con le squadre di soccorso, l’accesso è stato ritardato a causa del mancato rilascio dell’autorizzazione. I giornalisti si sono spostati in vari luoghi in cerca di riparo, ma circa un’ora dopo un attacco aereo ha colpito la casa in cui si erano rifugiati. La Croce Rossa è stata autorizzata a raggiungere la zona solo poco dopo quest’ultimo attacco. Ha aggiunto che la loro presenza era chiaramente nota e resa pubblica dalle autorità libanesi, dai servizi di emergenza e dai media. In precedenza, il ministro dell’Informazione libanese Paul Morcos aveva denunciato il regime israeliano per aver “preso di mira e accerchiato i giornalisti” in seguito agli attacchi contro la moschea di at-Tiri. “Condanniamo fermamente questo attacco, ritenendo Israele pienamente responsabile della loro sicurezza e ribadendo la necessità di garantire immediatamente la loro protezione e la libertà di stampa”, ha dichiarato Morcos a X. Questi eventi si sono verificati nonostante un cessate il fuoco di 10 giorni tra il regime israeliano e il Libano, entrato in vigore a mezzanotte tra giovedì e venerdì, dopo settimane di intensi scontri transfrontalieri provocati dall’escalation israeliana. Il Sindacato dei giornalisti libanesi ha riferito che almeno 27 giornalisti sono stati uccisi in attacchi israeliani in Libano dall’ottobre 2023, oltre a molti altri feriti. (Fonti: PressTV, Quds News).
April 23, 2026
InfoPal
Dissequestrati i locali dell’associazione palestinese ABSPP a Milano
AGTW. Servizio di Giampiero De Luca. Dopo 4 mesi riapre l’associazione dei palestinesi a Milano. Lo ha deciso il tribunale di Genova dopo l’indagine sui presunti finanziamenti ad Hamas. “Una grande notizia – spiegano Muin Qaraqe e Falastin Dawoud, il cui padre è ancora detenuto in carcere – L’associazione ha sempre fatto beneficenza non solo in Palestina, ma in tutto il Medio Oriente e non ha mai finanziato terroristi”. https://www.instagram.com/reels/DXcG2dKjPkq
April 22, 2026
InfoPal
“Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”: il colonialismo bianco sotto mentite spoglie
Pubblichiamo questa lettera di riflessione di “Flavia”, dal web. Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di “campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è dell’altro. La nostra solidarietà ai popoli oppressi è quasi spontanea quando è in assenza di una loro reazione, tanto più se non violenta e brutale; ma se lo diventa iniziamo a sollevare perplessità e distinguo. Facendo un esempio relativamente recente sulla Palestina: fino a quando le reazioni dei palestinesi si sono limitate alle diverse Intifade ci veniva automatico solidarizzare con gli eroici lanci di pietra dei ragazzini della Cisgiordania ma già con il 7 ottobre quella solidarietà ha iniziato a vacillare. La reazione passava dai sassi alle mitragliatrici e la nostra empatia ha iniziato a vacillare. La nostra solidarietà contro l’aggressione imperialista all’Iran rischia di essere ancora più ostica e condizionata. L’Iran è sì un paese aggredito ma è anche uno Stato teocratico e patriarcale, schierarci in sua difesa vorrebbe dire appoggiarne la struttura reazionaria e conservatrice. Così la pensano tanti compagni anarchici e tante compagne femministe; salvo – poi – non solo cadere nei tanti luoghi comuni costruiti ad arte della propaganda occidentale ma soprattutto ignorare che si aggredisce lo Stato iraniano, ancor prima che per colpirne gli Ayatollah, per colpire ed assoggettarne la popolazione e per depredarne le risorse. E quindi lo slogan “Giù le mani dall’Iran!” è tutt’altro che campista o semplificatorio. Eppure quanto è avvenuto in Iraq, in Libia ed in Siria dovrebbe far riflettere anche gli internazionalisti più ortodossi o gli anarchici più intransigenti. Questi paesi avevano tutti dei reazionari e autoritari dittatori: Saddam, Gheddafi e Assad. Tutti da assassinare o rimuovere in nome della “democrazia, della libertà e dei diritti umani”. Ma ci siamo mai domandati come mai questi “paesi canaglia” erano anche gli unici paesi dell’area nei quali le condizioni di vita e di lavoro delle loro popolazioni erano incomparabilmente migliori dei loro vicini, di quei paesi apparentemente più liberali e democratici, come la Tunisia o il Marocco? Mi riferisco a degli indicatori minimi: mortalità infantile; aspettativa di vita, livelli di alfabetizzazione, tasso di scolarizzazione; accesso ai servizi sanitari. Con l’acutizzarsi della crisi sistemica del capitalismo, l’Occidente non solo non poteva tollerare che questi Stati potessero, sia pure parzialmente, continuare a redistribuire parte delle loro risorse al proprio interno, ma – al contrario – ha avuto bisogno di incrementare sempre di più la quantità del plusvalore a loro estorto. In poche parole: i vari Saddam, Gheddafi, Assad, e per ultimo Maduro, sono diventati il pretesto dietro il quale giustificare le nuove rapine neo-coloniali alle risorse di quei paesi e soprattutto le nuove aggressioni imperialiste alle loro popolazioni. E per questo motivo celarsi dietro al fatto che i veri internazionalisti non difendono le incongruenti borghesie nazionali e per i veri anarchici “tutti gli Stati sono uguali” è non solo sbagliato ma diventa un alibi per non schierarsi. E diventa terribilmente pretestuoso finire per dire che la “vera lotta contro il capitalismo” e le sue strutture classiste e sessiste richiedono “Altro”. Quell’”Altro” finisce per ridurre, soprattutto quando il mondo è in fiamme, perfino il principio che il Nemico è in caso nostra ad un vuoto slogan e – nei fatti – trasforma la nostra presunta ortodossia e purezza – in indifferentismo e complicità; così come, per una femminista, è un alibi quello di trincerarsi dietro al fatto che l’Iran è uno stato teocratico e patriarcale. E veniamo proprio all’Iran. Qui le difficoltà a schierarsi sono ancora più evidenti che per la Guerra in Ucraina. Lì si solleva il problema dell’autoritarismo zarista di Putin, qui il conservatorismo degli Ayatollah. Nel caso dell’Iran poi affiorano anche tutti i nostri pregiudizi sull’Islam e le nostre scarse informazioni sul paese. Ma anche per l’Iran dovremmo chiederci come mai per il civile Occidente il grado di autoritarismo e barbarie del suo apparato statale e dei suoi dirigenti politici da combattere ed annientare sono direttamente proporzionali ai livelli di benessere della sua popolazione. Perché l’Iran, soprattutto grazie alla Rivoluzione del ’79, nonostante decenni di embargo, continuava ad essere il solo paese euroasiatico a garantire dignitose condizioni di vita e di lavoro alla sua popolazione. E’ il solo paese dell’area, ad esempio, dove il tasso di mortalità infantile è in crescente diminuzione (nel 2016 era pari a 13,8 decessi ogni 1.000 nati vivi ed è sceso fino a raggiungere 9,8 decessi nel 2025); è l’”arretrato paese musulmano” con un tasso di alfabetizzazione del 96,2% contro l’87,1% degli Stati Uniti (dati della Federal Reserve al 2020). La presenza delle donne iraniane (pur velate) negli ospedali, nei tribunali, nelle università, nelle redazioni dei giornali è maggiore della nostra ma è vero che è assai minore la loro partecipazione complessiva alla forza lavoro, se paragonata a quella di paesi con livelli di reddito simili (Tunisia, Malesia, ecc). Insomma come mai in Iran è più facile trovare una chirurga piuttosto che una operaia? C’è da chiederci se Il basso tasso di presenza delle donne iraniane nel mercato del lavoro manuale è semplicemente il risultato della discriminazione sistematica a cui sono soggette dagli Ayatollah; è solo l’effetto della disparità di genere imposta da Teheran; è solo il prodotto delle discriminazioni religiose. O, piuttosto, questo indicatore che – indigna la bianca donna metropolitana e fin anche una militante del T.I.R – è anche uno degli indicatori della parziale e fragile estraneità del paese ai processi di asservimento globalizzato dell’imperialismo. Un processo, nel mercato mondiale del valore, che passa anche attraverso la femminilizzazione del lavoro. Senza farci questa domanda, dovremmo arrivare ad ammettere che le scheletriche operaie tessili di Dacca (che lavorano e muoiono per le multinazionali occidentali) siano più libere delle casalinghe di Isfahan o delle contadine del Fars. Sull’imposizione del velo non mi dilungo, non solo perché – come ricordato da alcuni – lo Jihab divenne (ci piaccia o no) un emblema identitario ed antimperialista contro lo Scià che aveva vietato, in nome della “modernizzazione” agli uomini e alle donne di vestirsi con abiti tradizionali ma soprattutto perché ritengo che in Occidente le imposizioni occulte sulla taglia 40 siano ancora più violente e sessiste. Ma tornando alla nostra difficoltà a schierarci incondizionatamente contro l’aggressione all’Iran mi domando se la difficoltà maggiore, quella che non riusciamo neanche a razionalizzare fino in fondo, risieda nella percezione che tanto più sono violente e destabilizzanti le reazioni degli Stati aggrediti dall’imperialismo tanto più queste mettono a repentaglio il nostro, in fondo pacifico e tranquillo, tran tran e la nostra normale “routine”. E sebbene ormai anche il quotidiano di milioni di uomini e donne nei paesi occidentali sia sempre più duro e faticoso, fatto di crescente precarietà, sfruttamento e solitudine sociale – in confronto a quello delle periferie del mondo – continua ad essere, e non solo apparire, un “Eldorado”. Un “Eldorado” che finiamo inconsapevolmente per difendere, per istinto di conservazione, come l’operaio inglese di cui parlava Marx a S. Meyer: “”In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra vi è adesso una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso.” Ora pensiamoci come il proletario comune inglese dell’epoca contrapposto al proletario irlandese (le masse depredate del sud del mondo) e potremmo iniziare a capire perché la nostra indifferenza davanti alle rapine e ai saccheggi dell’Occidente non è legata all’assenza di una postura morale o ideale ma è il risultato di una nostra connivenza secolare con il capitalismo ed i suoi meccanismi di dominio e di sfruttamento. Una connivenza che, generazione dopo generazione, non è stata (ed è ancora oggi) solo “materiale”, ma culturale, psicologica, emotiva. Ci piaccia o no siamo nati e cresciuti all’interno di un sistema che ci ha plasmato con l’argilla dei sovraprofitti estorti al resto del mondo e che ha contribuito a renderci complici di rapine, genocidi e massacri e che così facendo – al contempo – consolidava e consolida sempre di più il suo dominio su di noi. Dalla sua visione coloniale abbiamo mutuato il razzismo, l’eurocentrismo, l’idea di una civiltà superiore e tutta una serie di “valori” che diamo per naturali. Naturali sia quando sono stati funzionali alla fase ascendente del capitalismo (come ad esempio la famiglia monogamica, la democrazia, il liberismo) sia quando sono cambiati in nome della sua fase discendente (la mitizzazione dell’individuo atomizzato, il libertarismo identitario, l’apologia delle infinite “fluidità”). Valori che di naturale non hanno nulla ma che riflettono semplicemente i rapporti con i quali il capitalismo organizza la sua produzione e le sue relazioni sociali. Insomma dietro al tepore della nostra solidarietà alle donne e agli uomini iraniani probabilmente celiamo molto di più che perplessità politiche o ideologiche e le nostre timidezze sono semplicemente il “velo” dietro al quale operiamo la nostra scelta di campo. Una scelta che ci abbrutisce, ci aliena e ci estranea dai nostri simili, ma questa è un’altra storia. Roma, Marzo 2025 (Immagine di copertina: https://www.meisterdrucke.pt/impressoes-artisticas-sofisticadas/Kazimir-Severinovich-Malevich/92350/Composi%C3%A7%C3%A3o-suprematista,-1915.html)
April 22, 2026
InfoPal
Scommesse da milioni di dollari in Borsa pochi minuti prima degli annunci di Trump: sospetti di insider trading, l’analisi data per data
Il Gazzettino.it. Di Mario Landi. Sospetti di insider trading sulla presidenza Trump. Gli analisti lo avevano già fatto notare, ma ora i movimenti in Borsa prima degli annunci del presidente americano, che hanno fatto guadagnare milioni di dollari ai trader, sono diventati il fulcro di un’analisi della Bbc, che ha esaminato i dati sui volumi di scambio di diversi mercati finanziari e li ha confrontati con alcune delle dichiarazioni di Trump che hanno maggiormente influenzato i mercati. La ricerca della Bbc ha rilevato un modello ricorrente di picchi di interesse poche ore, o talvolta minuti, prima che un post sui social media o un’intervista venissero resi pubblici. Alcuni analisti sostengono che presenti tutte le caratteristiche dell’insider trading illegale, in cui le “scommesse” vengono effettuate da persone sulla base di informazioni non disponibili al pubblico. Altri sostengono che la situazione sia più complessa e che alcuni operatori di mercato siano diventati più abili nell’anticipare gli interventi del presidente. Ecco cinque degli esempi più significativi analizzati dalla Bbc.  «LA GUERRA È PRATICAMENTE FINITA». IL 9 MARZO 2026 Alcuni dei movimenti più significativi si sono verificati nel mercato dei futures sul petrolio. A nove giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Trump ha dichiarato alla Cbs News in un’intervista telefonica che il conflitto era «praticamente concluso». 18:29 (ora del meridiano di Greenwich): impennata delle scommesse sul petrolio 19:16: Trump afferma che la guerra è quasi finita 19:17: Il prezzo del petrolio cala del 25%. La notizia dell’intervista sarebbe stata resa pubblica per la prima volta alle 15:16 ora della costa orientale degli Stati Uniti (19:16 ora di Londra), quando il giornalista ne ha parlato su X. I commercianti di petrolio hanno reagito alla notizia che il conflitto potrebbe finire molto prima del previsto vendendo petrolio, con un crollo dei prezzi di circa il 25%. Tuttavia, i dati di mercato mostrano un’enorme impennata di scommesse sul ribasso del prezzo del petrolio alle 18:29, ben 47 minuti prima della pubblicazione del giornalista. I trader che hanno piazzato quelle scommesse avranno guadagnato milioni di dollari dalle fluttuazioni dei prezzi del petrolio. Continua qui.
April 22, 2026
InfoPal
Nata dopo anni di speranza, uccisa in un istante: come un cecchino israeliano ha posto fine alla vita di Retaj
Gaza-Quds News. Una bambina di nove anni, nata dopo anni di difficoltà, era finalmente tornata a scuola in una tenda costruita sulle rovine di Gaza. Pochi istanti dopo, il proiettile di un solo cecchino ha posto fine alla sua vita, trasformando un luogo di insegnamento  in una scena di perdita e dolore. In una fragile tenda costruita sulle rovine della casa distrutta della sua famiglia a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, le grida di una madre lacerano l’aria pesante. “Riportate Retaj”, ripete Ola Rayhan, la voce tremante per il dolore che la sopraffà. Intorno a lei, le donne piangono in silenzio. Le loro lacrime riecheggiano una tragedia che è diventata fin troppo comune a Gaza. Retaj Rayhan aveva solo nove anni. Era appena tornata a scuola. Giovedì scorso, la mattina è iniziata con un senso di speranza. Il padre di Retaj, Abdul Raouf Rayhan, ha accompagnato la figlia in un’aula improvvisata. I volontari avevano allestito la tenda solo cinque giorni prima sopra le macerie della scuola Abu Ubaida ibn al-Jarrah a Beit Lahia. Per Retaj, quel momento significava tutto. Dal genocidio di Gaza iniziato il 7 ottobre 2023, non era più andata a scuola. Quella mattina ha segnato il suo primo passo di ritorno all’apprendimento, alla routine, alla vita dopo il genocidio. “Era così felice”, ricorda suo padre con la voce rotta. “Pensavo che la scuola le avrebbe restituito ciò che la guerra le aveva portato via”. All’interno della tenda, i bambini sedevano su semplici panche di legno. Teli di nylon sostituivano le pareti. Eppure, quello spazio aveva uno scopo ben preciso: ripristinare l’istruzione in un luogo dove quasi tutto il resto era crollato. Il proiettile di un cecchino nella bocca di una bambina Pochi istanti dopo, quella fragile speranza si è infranta. Retaj era in piedi davanti alla classe, in attesa che la sua insegnante le correggesse il quaderno. Senza preavviso, un singolo proiettile trapassava la tenda. La colpiva in bocca. Il sangue sgorgava a fiotti mentre lei crollava a terra davanti ai compagni. I bambini che aveva assistito alla scena hanno poi descritto lo shock. Un attimo prima, era lì in piedi sorridente. Un attimo dopo, giaceva immobile a terra. Un cecchino israeliano, posizionato lungo la “linea gialla” settentrionale, le sparava il colpo che la uccideva. Non c’è stato tempo di reagire. Nessun tempo per salvarla. Una corsa disperata senza ospedali. Gli insegnanti si sono precipitati per aiutarla. Nessuna ambulanza era disponibile, hanno caricato Retaj su un carretto trainato da un animale e si sono diretti verso il punto di soccorso medico più vicino. Le forze israeliane hanno  distrutto gli ospedali in tutto il governatorato settentrionale di Gaza, lasciando famiglie e insegnanti praticamente senza accesso alle cure di emergenza. Il viaggio non dava speranze. “È stata colpita direttamente”, dice suo padre. “Non aveva alcuna possibilità di sopravvivere”. La telefonata l’ha raggiunto poco dopo. Un’insegnante gli ha dato la notizia che nessun genitore dovrebbe mai sentire: Retaj non c’era più. Sangue su un quaderno scolastico. Tornato nella tenda della famiglia, Abdul Raouf stringe il quaderno di sua figlia. Le sue pagine recano le ultime tracce della sua vita. Macchie di sangue si mescolano alla sua scrittura, preservando l’ultimo istante prima che il proiettile la colpisca. La sua ultima frase è ancora visibile: “Il nostro villaggio è pulito”. È una frase semplice. La frase di una bambina. Un riflesso di innocenza in un luogo circondato dalla distruzione. Il proiettile ha trapassato quelle parole, ponendo fine alla frase e alla vita che racchiudeva. “L’ho accompagnata a scuola con le sue stesse gambe”, dice il padre. “È tornata a casa solo un corpo”. Si ferma, incapace di continuare. La lunga attesa di una famiglia, una perdita improvvisa. Retaj non era un’altra bambina in una zona di guerra. I suoi genitori l’avevano aspettata per anni. Dopo cinque anni di cure mediche, l’avevano finalmente concepita con la fecondazione in vitro. Era diventata il centro delle loro vite.  Suo zio, Alaa Rayhan, ricorda come avesse comprato da poco dei vestiti nuovi. Aveva intenzione di indossarli per il suo imminente matrimonio. “Quella gioia si è trasformata in lutto”, dice a bassa voce. Ora, quei vestiti sono rimasti intatti. Sua madre li stringe in silenzio, incapace di parlare per il dolore. Lì vicino, il fratellino di cinque anni di Retaj piange. Non comprende la morte. Sa solo che sua sorella non c’è più. Una comunità ammutolita dalla paura. A poche centinaia di metri di distanza, la tenda della scuola è vuota. Dopo il colpo, gli studenti terrorizzati sono fuggiti. Lo spazio che un tempo era pieno di risate e determinazione ora è avvolto dal silenzio. Le mura distrutte della scuola originale si stagliano sullo sfondo, testimoni dei ripetuti attacchi al sistema scolastico di Gaza. All’interno della tenda, sono ancora visibili le tracce del proiettile. Il sangue macchia ancora il suolo dove Retaj è caduta. La scena racconta una storia che le parole a malapena possono  descrivere. Nonostante gli sforzi per rilanciare l’istruzione, anche i tentativi più semplici comportano rischi mortali. “Sembra che l’occupazione non voglia che si tenti di salvare la vita”, dice suo padre, indicando la distruzione che li circonda. Secondo il Ministero della Salute, le forze israeliane hanno ucciso 21.510 bambini dall’inizio del genocidio, fino al 5 aprile. La cifra è stata diffusa in una dichiarazione in occasione della Giornata del Bambino Palestinese. L’istruzione ha subito devastanti  perdite. Il Ministero dell’Istruzione di Gaza riferisce che 785.000 studenti hanno perso l’accesso all’istruzione negli ultimi due anni. Gli attacchi israeliani hanno ucciso 88 insegnanti e 45 accademici. Circa il 95% delle scuole nella Striscia di Gaza sono ora danneggiate o distrutte. Più di 30 istituti di istruzione superiore sono stati colpiti. Questi numeri rivelano un collasso sistematico del sistema educativo. Scuole, università e persino aule temporanee sono diventate insicure. Il percorso scolastico di Retaj è durato solo pochi minuti. La sua storia è iniziata con un padre che accompagnava la figlia a scuola, sperando di ricostruire un senso di normalità. Si è conclusa con un proiettile che ha trasformato una tenda scolastica in un luogo di morte. Suo nonno, Raed Rayhan, stringe il rosario e cerca di confortare la famiglia. Parla di una paura più profonda che ai bambini di Gaza venga negata non solo la sicurezza, ma anche la dignità e un futuro. Retaj si unisce ora alle migliaia di bambini la cui vita è finita prima che potesse iniziare. A Gaza, persino un quaderno scolastico, una panca di legno o una tenda di nylon possono diventare un bersaglio. E per famiglie come quella dei Rayhan, il confine tra speranza e perdita si fa sempre più sottile con il passare dei giorni.
April 21, 2026
InfoPal
Coalizione Epstein contro la Striscia di Gaza, il genocidio continua: giorno 928. 7 palestinesi uccisi in diversi attacchi
Gaza-Asia Occidentale. Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla guerra della Coalizione Epstein contro l’Iran, il regime suprematista ebraico genocida e i suoi alleati continuano a massacrare la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza, violando quotidianamente il cessate il fuoco, prendendo di mira diverse aree con artiglieria, attacchi di droni e colpi d’arma da fuoco, e con milizie qaediste al loro storico servizio… Sette cittadini palestinesi sono stati uccisi nelle prime ore di martedì mattina in diversi attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, nel contesto delle violazioni del cessate il fuoco che persistono da 194 giorni consecutivi. Fonti locali hanno riferito che un drone israeliano ha bombardato un checkpoint di sicurezza nel quartiere di al-Amal, a ovest di Khan Yunis, all’alba, uccidendo tre cittadini. Le vittime sono state identificate come Darwish al-Attal, Saad Abu Hilal e Majed Abu Mousa. Secondo le fonti, al-Attal si era sposato il giorno prima di essere ucciso nell’attacco israeliano. Anche una donna, identificata come Hiba Abu Shaqfa, è stata uccisa, a causa delle ferite riportate in seguito a un colpo d’arma da fuoco sparato da una motovedetta israeliana nella zona di as-Salatin a Beit Lahia, nel nord di Gaza. Un’altra donna è stata uccisa questa mattina, mercoledì 21 aprile, dopo che le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro le tende che ospitavano famiglie sfollate nella zona di al-Atatira, a nord di Gaza. Il suo corpo è stato trasportato all’ospedale Al-Shifa. Un bambino identificato come Abdullah Dawas è stato dichiarato morto oggi a causa delle ferite da arma da fuoco riportate in un attacco israeliano nel campo profughi di Jabalia, a nord di Gaza. Nel sud della Striscia di Gaza, una donna di nome Rasha Abu Jazar è stata uccisa questa mattina, a causa delle ferite riportate ieri in seguito a colpi d’arma da fuoco israeliani. Le forze di occupazione israeliane continuano a violare quotidianamente l’accordo di cessate il fuoco di Gaza, compiendo attacchi contro i civili e facendo esplodere edifici, mantenendo al contempo severe restrizioni alla circolazione di merci, aiuti e persone. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
April 21, 2026
InfoPal
Gli Stati Uniti commettono pirateria marittima, attaccando una nave mercantile iraniana in violazione del cessate il fuoco
Tehran. Domenica, gli Stati Uniti hanno compiuto un flagrante atto di aggressione contro una nave mercantile iraniana nelle acque del Mar dell’Oman, schierando i propri marines sul ponte della nave e disabilitandone i sistemi di navigazione. Domenica sera, il portavoce del Comando Centrale Khatam al-Anbiya ha condannato l’operazione criminale della Marina statunitense. “Gli Stati Uniti, aggressori, hanno violato il cessate il fuoco e un commesso pirateria marittima aprendo il fuoco contro una nave mercantile iraniana nelle acque del Mar d’Oman e schierando alcuni dei propri marines terroristi sul ponte della nave, disabilitandone i sistemi di navigazione”, ha dichiarato il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari. “Avvertiamo che le forze armate della Repubblica Islamica dell’Iran risponderanno presto a questa pirateria armata e alla rappresaglia dell’esercito statunitense”, ha aggiunto. Le truppe statunitensi hanno lanciato l’attacco non provocato contro la nave portacontainer iraniana Toska, che stava navigando pacificamente dalla Cina all’Iran attraverso il Golfo d’Oman. In risposta immediata, le forze iraniane hanno contrattaccato, prendendo di mira diverse navi militari USA nella zona con attacchi di droni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è vantato del sequestro della nave iraniana da parte delle forze americane, definendo l’esercito statunitense “la più grande forza militare del mondo”, che si è così smascherato ancora una volta come il principale pirata nelle acque internazionali. L’Iran aveva già dichiarato che avrebbe reagito con decisione a qualsiasi azione ostile da parte degli Stati Uniti. Contemporaneamente all’annuncio da parte di Washington del blocco navale illegale contro l’Iran, la Repubblica Islamica ha chiuso completamente lo Stretto di Hormuz: “Qualsiasi nave o petroliera che tenti di attraversare questa strategica via d’acqua senza il permesso iraniano sarà trattata con fermezza dalle forze iraniane. “L’ultimo atto criminale del regime statunitense dimostra ancora una volta che Washington rimane la principale fonte di terrorismo e instabilità in tutto il Medio Oriente. “L’Iran è pienamente preparato a difendere la propria sovranità e i propri interessi nazionali e non esiterà a dare una risposta schiacciante a qualsiasi atto di aggressione o pirateria marittima”, si legge nel sito di PressTV. Le forze armate iraniane respingono due petroliere nello Stretto di Hormuz: secondo quanto riportato, le forze armate iraniane hanno intercettato due petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz, costringendole a cambiare rotta e a ritirarsi dalla zona. Venerdì, l’Iran aveva dichiarato lo Stretto aperto alla navigazione commerciale, settimane dopo la sua chiusura alle navi associate agli Stati Uniti e ai suoi alleati, a seguito dell’inizio di una guerra di aggressione non provocata contro la Repubblica Islamica il 28 febbraio. Il 7 aprile, dopo 40 giorni di intensi combattimenti che hanno interessato l’intera regione, Trump ha annunciato un cessate il fuoco di due settimane, accettando la proposta in dieci punti dell’Iran come base per i negoziati volti a porre fine definitivamente alla guerra. Ciononostante, ha autorizzato il mantenimento del blocco navale da lui ordinato contro la Repubblica Islamica, oltre a rilasciare numerose dichiarazioni controverse riguardanti lo stretto, tutte categoricamente smentite dalle autorità iraniane. Durante i lunghi colloqui tenutisi a Islamabad, all’inizio di questo mese, la questione della chiusura dello Stretto di Hormuz ha dominato le discussioni, secondo alcune fonti, con l’Iran che ha chiarito in modo inequivocabile che la via navigabile sarà completamente riaperta una volta accettate tutte le sue condizioni per la fine della guerra. (Fonte: PressTV).
April 20, 2026
InfoPal
Soldato israeliano distrugge statua di Gesù nel Libano meridionale. Cosa ne pensano i cristiani sionisti?
Beirtu. Una fotografia che ritrae un soldato israeliano mentre distrugge una statua di Gesù Cristo con una mazza durante un’offensiva nel Libano meridionale ha suscitato indignazione pubblica. L’esercito israeliano, in una dichiarazione rilasciata lunedì, ha confermato l’autenticità della controversa immagine, diventata virale e che ha totalizzato oltre 5 milioni di visualizzazioni sulla piattaforma social X. Ha affermato che, a seguito di una prima verifica, è stato stabilito che la foto ritrae un soldato israeliano “in azione nel Libano meridionale”. L’esercito israeliano ha lanciato un’invasione di terra e attacchi aerei nelle regioni meridionali del Libano il mese scorso. L’offensiva è avvenuta nel contesto della guerra di aggressione su larga scala e non provocata che il regime di Tel Aviv ha intrapreso congiuntamente con gli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica dell’Iran. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver avviato un’indagine e che “saranno presi provvedimenti adeguati contro i responsabili in base ai risultati”. Ayman Odeh, un membro arabo della Knesset (il parlamento israeliano), ha commentato in modo pungente sui social media: “Aspettiamo di sentire il portavoce della polizia affermare che ‘il soldato si è sentito minacciato da Gesù'”. Ahmad Tibi, un altro parlamentare arabo della Knesset, ha scritto su Facebook che coloro che fanno saltare in aria moschee e chiese a Gaza e sputano sul clero cristiano nella Gerusalemme occupata senza subire conseguenze non hanno paura di distruggere una statua di Gesù Cristo e di pubblicare le foto. “Forse questi razzisti hanno imparato da Donald Trump anche a insultare Gesù Cristo e Papa Leone?”, ha chiesto, riferendosi alle recenti controversie che hanno coinvolto il presidente USA, tra cui la sua immagine, ora cancellata, generata dall’intelligenza artificiale, che lo ritraeva come una figura simile a Gesù, e la sua faida con il capo della Chiesa cattolica romana, che ha criticato Washington per la guerra di aggressione contro l’Iran. Diversi attivisti, accademici e scrittori hanno condannato la profanazione della statua, situata alla periferia del villaggio di Debl, nel Libano meridionale, vicino al confine con i territori occupati da Israele. Gli utenti dei social media hanno inoltre denunciato il silenzio internazionale in seguito agli attacchi perpetrati da soldati israeliani e coloni illegali estremisti contro luoghi e simboli religiosi. “Quando il mondo occidentale tace, i razzisti si spingono oltre”, ha sottolineato Tibi. Le forze israeliane hanno ripetutamente attaccato luoghi di culto, tra cui moschee e chiese, durante la guerra genocida contro Gaza. In Cisgiordania, invece, i coloni hanno vandalizzato o attaccato 45 moschee lo scorso anno, secondo il Ministero degli Affari Religiosi palestinese. La maggior parte di questi episodi, che includevano diverse forme di aggressione, tra cui sputi, insulti, vandalismo e aggressioni, si sono verificati nella Città Vecchia di Gerusalemme. Sarebbe interessante sentire cosa ne pensano gli Evangeli sionisti sul fatto che i loro amici sionisti attaccano la figura del Cristo… (Fonti: PressTV, Quds News, Telegram, agenzie).
April 20, 2026
InfoPal