Non dimentichiamo Gaza: Genocidio, giorno 883. Continua la guerra israeliana a bassa intensità
Gaza. Il bilancio delle vittime della guerra genocida israeliana nella Striscia di Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è salito a 72.123 martiri, secondo quanto dichiarato sabato mattina dal ministero della Salute. Il Ministero ha aggiunto che anche il numero totale dei feriti è salito a 171.805. Nel suo rapporto quotidiano, il ministero della Salute ha affermato che gli ospedali hanno ricevuto tre salme civili e tre feriti nelle ultime 48 ore. Dall’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, almeno 640 palestinesi sono stati uccisi e altri 1.707 sono rimasti feriti. (Fonti: PIC e Quds News). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
March 7, 2026
InfoPal
Perché gli israeliani difendono i diritti umani degli iraniani mentre calpestano quelli dei palestinesi?
di Hanin Majadli,  Haaretz, 6 marzo 2026.   La cosa più cinica è che molti israeliani credono davvero che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia e la libertà. Basta guardare Gaza o la Cisgiordania. I coloni israeliani lanciano pietre contro gli abitanti di un villaggio palestinese durante un attacco a Turmus Ayya, in Cisgiordania, nel mese di giugno. Crediti: Ilia Yefimovich/dpa Ci sono momenti – e in Israele ce ne sono parecchi – in cui il cinismo si trasforma in psicosi collettiva. In questo momento stiamo vivendo uno di quei momenti. La fantasia è simile a quella di un film hollywoodiano: un regime tossico cade, la gente decora i carri armati con fiori e vengono issate bandiere in nome della libertà americana. Per quanto riguarda la realtà, ricordiamo l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan e praticamente tutti gli altri paesi in cui gli Stati Uniti si sono invischiati, con o senza l’incitamento di Israele. L’immagine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come cavalieri su bianchi cavalli persiste. Tuttavia, sullo sfondo della corruzione e del potere sfrenato, almeno nel caso di Netanyahu, assumere una posa democratica è a dir poco grottesco. Si diceva che l’ultima guerra con l’Iran, meno di un anno fa, avesse lo scopo di eliminare la minaccia nucleare; e quella guerra era stata salutata come una vittoria totale dopo 12 giorni di combattimenti. Eppure, senza alcun annuncio formale, siamo ora impegnati in un’altra guerra, con un nuovo paradigma: improvvisamente, non si tratta più delle capacità nucleari dell’Iran, ma di un cambio di regime in Iran verso uno più favorevole all’Occidente. Sappiamo bene quanto questi piani abbiano funzionato in passato. Se dovessimo giudicare le cose in base a ciò che viene detto negli studi televisivi israeliani e nelle strade israeliane, il paese sarebbe impegnato in una missione umanitaria, se non addirittura divina. È una guerra per salvare le donne iraniane e aiutare il fantastico popolo iraniano (l’opposizione in esilio in Occidente). Improvvisamente, ogni tassista, ogni TikToker e ogni influencer dei social media si preoccupa dei diritti umani iraniani. E questo in un momento in cui, in Cisgiordania, buoni ebrei uccidono palestinesi disarmati, li espellono, bruciano le loro case e rubano le loro mandrie. E in Israele? Silenzio. È davvero sorprendente come gli israeliani riescano a identificare regimi crudeli e malvagi, ma non il proprio regime malvagio. Ecco il punto davvero cinico: gli israeliani credono sinceramente che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia, la libertà e i diritti umani in Iran e in Medio Oriente in generale. Ma se i diritti umani fossero il loro principio guida, la situazione non sarebbe quella che si vede in Cisgiordania e la guerra di Gaza non avrebbe raggiunto le dimensioni di un genocidio. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altri regimi tirannici che reprimono il loro popolo non meno degli ayatollah non sarebbero loro alleati. Le armi israeliane non sarebbero presenti nelle guerre civili che hanno avuto luogo nel Sud Sudan, in Ruanda e in Myanmar. Il lungo braccio di Israele non sarebbe presente ovunque ci sia instabilità regionale o genocidio in Africa. La democrazia, tuttavia, è una moneta malleabile quando incontra gli interessi. E come se non bastasse, un’atmosfera di euforia e gioia pervade la guerra. La guerra dovrebbe causare paura, angoscia e ansia esistenziale, ma in Israele si parla solo di resilienza (!) e l’aria è piena di arroganza, molta arroganza. Le emittenti televisive fanno parte del carnevale: non ci sono critiche, non c’è quasi alcun dubbio. Nei rifugi antiaerei in Israele, la gente organizza feste con vino e alcolici. Non ho mai visto persone festeggiare le loro guerre come gli israeliani amano mostrare al mondo. I post sui social media scherzano tra foto di bombardamenti in Iran e immagini di Khamenei e Nasrallah che si abbracciano in paradiso. Tutto è volgare, crudo e paralizzante. Un’altra guerra eterna che Israele sta intraprendendo, contro nemici che, secondo loro, minacciano di distruggerlo. Lungo il percorso, Israele sta portando avanti la propria distruzione, ancora e ancora, ovunque. L’importante è farlo con gioia. https://www.haaretz.com/opinion/2026-03-06/ty-article-opinion/.premium/its-astonishing-how-israelis-can-identify-evil-regimes-but-just-not-their-own/0000019c-bf70-db5a-a99f-bf75beae0000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=f327e0bf7e Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
La guerra in Iran è anche una guerra climatica
di Mark Hertsgaard e Giles Trendle,  The Nation, 5 marzo 2026.   Gli effetti sul clima non sono una parte marginale di ciò che stiamo vedendo in Iran: sono strutturalmente integrati nella guerra moderna. Uomini che osservano da una collina una colonna di fumo che si alza dopo un’esplosione il 2 marzo 2026 a Teheran, in Iran. (Majid Saeedi / Getty Images) La guerra aggrava il cambiamento climatico in molti modi e viceversa. Il costo in termini di vite umane dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – centinaia di persone morte, tra cui, secondo quanto riferito, 175 ragazze e insegnanti uccisi nella scuola elementare Shajareh Tayyibeh – è una tragedia. I crescenti rischi economici – interruzione delle catene di approvvigionamento, aumento dei prezzi dell’energia, mercati azionari sconvolti – sono inquietanti. Il pericolo che questa guerra scelta da due stati dotati di armi nucleari si intensifichi ulteriormente, coinvolgendo potenze della regione e oltre, è allarmante. E alla base di ciascuna di queste preoccupazioni c’è il fatto che la guerra moderna è indissolubilmente legata al cambiamento climatico. I collegamenti vanno in entrambe le direzioni. Le guerre provocano emissioni enormi che riscaldano il pianeta: la guerra della Russia in Ucraina, ad esempio, ha generato emissioni pari a quelle annuali della Francia. Queste emissioni extra causano calore, siccità, tempeste e altri impatti più letali che distruggono i mezzi di sussistenza, destabilizzano le economie e stimolano la migrazione, rendendo più probabili i conflitti armati. Le agenzie di intelligence britanniche MI5 e MI6 hanno avvertito a gennaio che i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, se non controllati, causeranno “cattivi raccolti, intensificazione dei disastri naturali ed epidemie di malattie infettive… esacerbando i conflitti esistenti, causandone di nuovi e minacciando la sicurezza e la prosperità globali”. Lo scoppio di qualsiasi guerra è una cattiva notizia per il clima, proprio come lo è l’elezione di politici ostili all’azione per il clima. Le conseguenze climatiche di questa nuova guerra non sono al centro dell’attenzione in questo momento, ma sono un contesto essenziale per comprendere la posta in gioco. In un momento in cui la civiltà sta precipitando verso un collasso climatico irreversibile, trascurare le conseguenze climatiche di una guerra fra tre delle forze armate più letali della Terra sarebbe una negligenza giornalistica. Eppure la guerra ha l’effetto perverso di relegare la questione climatica in fondo all’agenda delle notizie. I media sono guidati dagli eventi e danno la priorità agli sviluppi dell’ultima ora e alle minacce immediate. Le guerre generano immagini potenti e narrazioni drammatiche, che alimentano l’interesse del pubblico per le notizie (almeno nelle fasi iniziali di una guerra). Il cambiamento climatico, al contrario, si sviluppa tipicamente su tempi più lunghi. Ad eccezione di disastri acuti come uragani o incendi, la questione climatica tende a mancare dell’urgenza necessaria per conquistare i titoli dei giornali e suscitare l’interesse del pubblico. Si tratta di una guerra per il petrolio? Il fatto che l’Iran possieda la terza riserva di petrolio più grande al mondo solleva inevitabilmente la questione, così come la lunga storia di conflitti fra Stati Uniti e Iran su tali riserve, compreso il rovesciamento da parte della CIA di un leader democraticamente eletto che cercava di nazionalizzarle. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela a gennaio, il presidente Donald Trump ha dichiarato apertamente di voler ottenere il controllo delle vaste riserve petrolifere di quel paese. Ora sono necessarie ulteriori informazioni per stabilire quanto il petrolio abbia influito sulla decisione di attaccare l’Iran. Ciò che è fuori discussione è che questa guerra non potrebbe essere combattuta senza il petrolio. Le portaerei, gli aerei a reazione e la miriade di sistemi di supporto di cui hanno bisogno consumano immense quantità di combustibili fossili. Ciò aiuta a spiegare perché il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è il più grande emettitore istituzionale di gas serra a livello globale, come documenta Neta Crawford, professoressa all’Università di Oxford, nel suo libro The Pentagon, Climate Change, and War. Nel loro insieme, le forze armate mondiali hanno un impatto ambientale annuo maggiore di qualunque paese del mondo, con l’eccezione di solo tre paesi. Date le immense implicazioni di questa guerra – per l’emergenza climatica e per molto altro – la questione del perché sia stata lanciata in primo luogo richiede un esame approfondito, soprattutto alla luce dei cambiamenti radicali nelle motivazioni dichiarate dall’amministrazione Trump. Entro 24 ore dai primi attacchi, il Washington Post ha citato quattro fonti dell’amministrazione secondo cui “le valutazioni dell’intelligence statunitense non vedevano alcuna minaccia immediata” da parte dell’Iran. Ciononostante, Trump ha deciso di attaccare, secondo quanto riportato dal Post, “dopo settimane di pressioni” da parte di Israele, che considera l’Iran un acerrimo nemico, e dell’Arabia Saudita, rivale regionale di lunga data dell’Iran e suo omologo petro-stato. Come nella maggior parte delle guerre, così anche con il cambiamento climatico: i poveri e gli innocenti sono quelli che soffrono di più. Il cambiamento climatico non è un fattore marginale, ma è strutturalmente integrato nella guerra moderna. I giornalisti non possono coprire in modo completo ed equo una guerra così intensiva in termini di emissioni di carbonio, destabilizzante e con conseguenze così gravi se le sue dimensioni climatiche vengono trattate come elementi aggiuntivi opzionali piuttosto che come fatti fondamentali. Questo articolo fa parte di Covering Climate Now, una collaborazione giornalistica globale co-fondata da Columbia Journalism Review e The Nation per rafforzare la copertura delle notizie sul clima. Mark Hertsgaardè corrispondente ambientale di The Nation e direttore esecutivo della collaborazione mediatica globale Covering Climate Now. Il suo nuovo libro è Big Red’s Mercy: The Shooting of Deborah Cotton and A Story of Race in America. Giles Trendleè l’ex amministratore delegato di Al Jazeera English e copresidente del comitato direttivo di Covering Climate Now. https://www.thenation.com/article/environment/iran-war-climate-change/?custno=&utm_source=Sailthru&utm_medium=email&utm_campaign=Weekly%203.6.2026&utm_term=weekly Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
Possibile lancia campagna NO DDL “anticritiche”
Possibile ha lanciato una raccolta firme per fermare il cosiddetto DDL “antisemitismo”. La trovi all’indirizzo tinyurl.com/stopddl Perché firmare? Il Senato ha approvato il DDL antisemitismo. Un DDL non combatte l’odio: strumentalizza le critiche. La definizione IHRA adottata dal testo equipara l’antisemitismo alla critica politica a un governo – e lo dicono le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste. Inoltre, le scuole verrebbero formate su una definizione politicamente contestata da giuristi e relatori speciali ONU, oltre che da alcune realtà ebraiche antirazziste. L’articolo 3 prevede, infine, il potere di bloccare manifestazioni e cortei. Trovi tutti i dettagli nel testo della raccolta. La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il popolo palestinese, il contrasto al genocidio e la critica ad un governo come quello di Israele non sono negoziabili. Firma la petizione lanciata da Possibile, a prima firma Francesca Druetti e Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti. In poche ore la petizione ha raggiunto 15’000 firme. Possibile
March 7, 2026
Pressenza
Israele ostacola la ripresa dell’istruzione a Gaza a causa del continuo Scolasticidio
Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e la stragrande maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati. Fonte: English version Immagine di copertina: Oltre il 90% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e la stragrande maggioranza è ancora utilizzata come rifugio per gli sfollati. (Foto: Omar Ashtawy/APA) Dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo … Leggi tutto "Israele ostacola la ripresa dell’istruzione a Gaza a causa del continuo Scolasticidio" L'articolo Israele ostacola la ripresa dell’istruzione a Gaza a causa del continuo Scolasticidio proviene da Invictapalestina.
March 7, 2026
Invictapalestina
Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva
Via libera al ddl che adotta la definizione IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo Il Senato ha compiuto un passo che […] L'articolo Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Israele sta applicando la “dottrina Gaza” in Libano e in Iran
di Faris Giacaman,  Mondoweiss, 6 marzo 2026.   Per anni Israele ha applicato la “dottrina Dahiya” a Gaza. Ora sta applicando la “dottrina Gaza” a Dahiya e a Teheran. Persone che camminano tra edifici distrutti a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, il 21 aprile 2024 (Foto: Omar Ashtawy / APA Images) Giovedì mattina presto, il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che “molto presto Dahiya assomiglierà a Khan Younis”. Con queste parole ha dato voce a un cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si rapporta con i popoli di questa regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per il quartiere Dahiya nella parte meridionale di Beirut, dove vivono oltre mezzo milione di persone, mentre il panico dilaga nella città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano che, insieme a Dahiya, ha una popolazione costituita soprattutto da coloro che sostengono Hezbollah. Il paragone con Gaza era ben presente alla mente degli abitanti, che temevano che Beirut potesse subire lo stesso destino di annientamento totale, come sottolineato da alcuni commentatori. Altri riconoscono un modello simile nelle scene “apocalittiche” che stanno accadendo a Teheran. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un piano “tornado” per “distruggere Teheran”, descrivendo una strategia per radere al suolo obiettivi con “alta visibilità in un ambiente civile” nella città. Solo ieri, nel sud-ovest di Teheran, altre due scuole sono state prese di mira nel corso di questa campagna. Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nel suo settimo giorno e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come vengono condotte le guerre asimmetriche. Ciò segna un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito perseguire l’azione militare, anche se continua a seguire una logica simile. La vecchia dottrina di Israele Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele era stata plasmata da una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. L’azione militare non mirava solo a colpire i gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano. La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esplicitamente enunciato questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, affermò che la distruzione di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. La logica dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Prendere di mira i civili a Dahiya non era un “danno collaterale”, perché il danno collaterale era proprio l’obiettivo. Eisenkot si assicurò di far passare questo messaggio, dichiarando che “ciò che è accaduto nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele” e che “useremo una forza sproporzionata su [quei villaggi] causando grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili. Sono basi militari”. Questa politica divenne nota come “dottrina Dahiya”, ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza dal 2008 al 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome dato a questa politica era “falciare il prato”, poiché aveva lo scopo di mantenere le capacità di resistenza al di sotto di una certa soglia arbitraria. Un aspetto centrale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo distingue dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba del 1948, tutte le guerre di Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero così distruttive. La loro breve durata era il risultato del presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, perché i vincoli dell’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare una devastazione così schiacciante a tempo indeterminato. Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. “Falciare il prato” non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche contro i civili, sostenute dalla generosità finanziaria e militare americana, Israele sta ora cercando di applicare elementi della sua condotta a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo che questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, viene messa in atto in Libano e in Iran. La nuova dottrina Nonostante tutta la malvagità che il commento di Smotrich mette in luce, esso sottolinea una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non si tratta di un conflitto tra stati e gruppi politici, ma di una guerra tra società. Queste società non sono divise lungo linee razziali, etniche, religiose o nazionali. Le vere linee di demarcazione si trovano tra le società che resistono al dominio straniero, quelle che lo accettano e quelle che cercano di dominare. I contorni della nuova posizione di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma subito dopo il 7 ottobre. “È un’intera nazione là fuori che è responsabile”, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. “Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut”, ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. “Coloro che ne pagheranno il prezzo sono, prima di tutto, i cittadini del Libano”.  L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha delineato questa politica in modo più completo in un articolo del novembre 2023 in cui sosteneva l’idea di affamare i palestinesi a Gaza. “Chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas“, ha scritto Eiland. ”Fanno parte dell’infrastruttura che sostiene quell’organizzazione“. Per lui, causare una ”grave epidemia“ a Gaza avrebbe ”avvicinato la vittoria“, poiché ”i combattenti di Hamas e i comandanti più giovani avrebbero cominciato a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie”. Eiland considerava “legittima” la “pressione sugli aspetti umanitari”, perché Israele non cerca solo di distruggere i combattenti di Hamas, ma “l’intero sistema avversario” con l’obiettivo di provocare il “collasso civile”. E si è spinto ancora oltre: Quando alti funzionari israeliani dicono ai media: “O noi o loro”, dovremmo chiarire chi sono “loro”. ‘Loro’ non sono solo i combattenti di Hamas con le armi, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori degli ospedali e delle scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza che ha sostenuto con entusiasmo Hamas. Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano, elaborato un anno dopo l’inizio del genocidio, presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto “Piano dei Generali”, iniziato nell’ottobre 2024 e proseguito fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, ha visto campagne di sterminio su larga scala nel nord e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie per sostenere la vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: muovere guerra a una società non solo per soggiogarla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran, questa politica è tinta dalla rinata ambizione sionista di conquistare la “Grande Israele”, sancita in una nuova era di espansionismo israeliano in tutta la vasta geografia di questa parte del mondo. Israele non si fermerà finché non sarà il padrone incontrastato in un’era di unipolarità americana in declino. Mentre la mossa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la campana a morto della Pax Americana, per Israele è l’assalto finale ai tessuti di resistenza che esistono nelle società di questa regione. Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina. https://mondoweiss.net/2026/03/israel-is-using-the-gaza-doctrine-in-lebanon-and-iran/?ml_recipient=181199904345949757&ml_link=181199853481624601& utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-03-06&utm_campaign=Catch-up Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 6, 2026
Assopace Palestina
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
Settimo giorno di attacco della Coalizione Epstein all’Iran: oltre 1.330 morti e centinaia di feriti
Teheran. L’offensiva della Coalizione Epstein (USA-Israele) all’Iran è entrato nel settimo giorno, uccidendo più di 1.330 persone da sabato, tra cui circa 180 bambini, e ferendone centinaia. Israele ha effettuato circa 2.500 attacchi, la maggior parte dei quali in aree densamente popolate. I bombardamenti stanno colpendo anche località di antico retaggio storico, culturale e archeologico. Almeno 1.332 persone in Iran sono state uccise dagli attacchi USA-Israele da sabato, ha riportato la Mezzaluna Rossa Iraniana. Jalil Hasani, vicegovernatore della provincia iraniana di Fars, ha affermato che i recenti attacchi USA-Israele hanno ucciso 20 persone e ne hanno ferite 30 nella città di Shiraz. Secondo i media statali iraniani, affermando l’attacco è avvenuto in una zona residenziale del quartiere di Zibashahr, uccidendo “cittadini innocenti”. In precedenza, due paramedici erano stati uccisi in un attacco a Shiraz. I due soccorritori lavoravano presso la base del Servizio Medico d’Emergenza (EMS) di Shiraz. Pir Hossein Kolivand, presidente della Mezzaluna Rossa Iraniana, ha affermato che gli attacchi USA-Israele hanno danneggiato 3.643 siti civili, tra cui 3.090 abitazioni. Sono stati danneggiati anche 528 centri commerciali e di servizi, 14 strutture mediche o farmaceutiche e nove strutture della Mezzaluna Rossa, ha aggiunto. La maggior parte degli obiettivi, ha aggiunto, si trovava in “aree residenziali densamente popolate”. Secondo l’UNICEF, almeno 181 persone sono state uccise in Iran. Durante il primo giorno degli attacchi USA-Israele contro l’Iran, una scuola femminile è stata colpita a Minab, nell’Iran meridionale, uccidendo almeno 175 studenti, secondo l’IRGC. Il capo di stato maggiore israeliano ha avvertito che l’attacco USA-Israele contro l’Iran stava entrando “nella fase successiva” e avrebbe “smantellato ulteriormente il regime e le sue capacità militari”. “Abbiamo altre sorprese in vista che non intendo rivelare”, ha dichiarato il Tenente Generale Eyal Zamir in una dichiarazione televisiva. Zamir ha rilasciato la dichiarazione mentre nelle prime ore di venerdì veniva segnalata un’ondata di nuovi attacchi nella capitale iraniana Teheran. Le aree residenziali di Teheran sono state tra le località colpite dagli ultimi attacchi statunitensi e israeliani di venerdì mattina, secondo il canale di informazione iraniano in lingua inglese Press TV. Anche l’agenzia di stampa iraniana Mamlekate ha riferito che venerdì mattina è stata colpita la zona circostante la principale istituzione educativa del Paese, l’Università di Teheran, secondo un video pubblicato su X. Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco all’Iran sabato. Finora sono stati uccisi diversi alti funzionari, tra cui la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei. Anche in Libano, Israele sta intensificando le aggressioni e facendo avanzare le sue forze nel territorio libanese, poiché il ministro della Difesa Katz ha affermato che le truppe hanno ricevuto l’ordine di “avanzare e conquistare ulteriori aree di controllo in Libano”, uccidendo decine di persone e sfollandone migliaia. (Fonti: Quds News, PressTV, agenzie).
March 6, 2026
InfoPal
Sentenza processo per Tarek
Si è svolta oggi l'udienza per il primo grado per il processo a Tarek, accusato degli scontri avvenuti a Piramide a Roma il 5 ottobre del 2024 in occasione di una manifestazione per la Palestina. La condanna è di un anno e 8 mesi meno di quanto richiesto che era di 3 anni. Sentiamo un compagno.
March 6, 2026
Radio Onda Rossa
Continua ad infuriare la guerra americana ed israeliana in Medio Oriente: aggiornamenti su Libano e Iran.@0
L’escalation a cui Israele e Stati Uniti sottopongono il Medio-Oriente dopo l’aggressione contro l’Iran continua a produrre effetti su scala regionale, e uno dei fronti più esposti è il Libano. Nel sud del paese e nelle periferie meridionali di Beirut migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle minacce dei bombardamenti a tappeto israeliani e delle operazioni militari terresti legate allo scontro tra Israele e Hezbollah. Interi villaggi sono stati obbligati dai sionisti a sfollare e molte famiglie si sono spostate verso nord o verso la capitale, mentre infrastrutture civili e servizi essenziali vengono colpiti o interrotti. In questo quadro il Libano si trova ancora una volta a pagare il prezzo di un conflitto più ampio, che vede contrapporsi Israele e il sistema di alleanze costruito dall’Iran nella regione. Teheran continua infatti a rappresentare un attore militare significativo grazie al proprio arsenale di missili balistici, droni e capacità di guerra asimmetrica, oltre al sostegno a diversi gruppi armati regionali – nonostante Donald Trump dichiari da giorni che la guerra stia andando verso una rapida vittoria americana. Questa combinazione di capacità militari dirette e solidarietà di gruppi armati sciiti alla resistenza iraniana rende lo scenario estremamente instabile e nonostante le dichiarazioni, né gli Stati Uniti né Israele sembrano avere una exit strategy dal conflitto. Ma mentre per gli USA l’assenza di prospettive concrete rischia di trascinare Trump nel baratro di un conflitto infinito, il governo di estrema destra israeliano ha legato la propria sopravvivenza politica a doppio filo allo scenario di “guerra infinita” che ha saputo costruire negli ultimi anni nella regione. Da Damasco, un contributo di Marco Magnano, giornalista freelance a lungo corrispondente da Beirut, sulla situazione in Libano ed in Siria: Un contributo di Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri, sull’attuale situazione militare in Medio Oriente, sulle possibilità di un’azione militare curda sostenuta dagli Stati Uniti in chiave anti-iraniana e sui progetti politici dell’establishment americano ed israeliano: