Da Gaza all’Italia, tra studio e resistenza. Parla Luisa Morgantini
di Lorenzo Pedretti,
Patria Indipendente, 27 ottobre 2026.
I corridoi universitari hanno permesso a 229 giovani di lasciare la Striscia, di
raggiungere il nostro paese e, grazie a borse di studio del MUR, proseguire il
percorso accademico in ventuno atenei. La fondatrice di Assopace Palestina, già
sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo, racconta l’accoglienza
loro riservata, l’esperienza vissuta insieme in Ciociaria e altre storie
d’impegno dell’associazione al fianco di una popolazione che continua a
rivendicare libertà e autodeterminazione,
A tre anni dal 7 ottobre 2023, il bilancio della devastazione inflitta alla
Striscia di Gaza è agghiacciante. L’offensiva israeliana ha causato la morte di
oltre 77mila persone, di cui 21mila minori, e il ferimento di altre 175mila. Un
computo che peraltro non include chi è rimasto sepolto sotto le macerie.
Soltanto negli ultimi mesi, dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il
fuoco dell’ottobre 2025, è stato ucciso un bambino al giorno secondo l’Unicef.
Inoltre, fame e malattie hanno provocato una gravissima crisi umanitaria, le cui
vittime sono più difficili da stimare ma sono molto probabilmente nell’ordine
delle decine di migliaia. Atti compiuti deliberatamente al fine di assassinare
quante più persone possibile e causare gravi danni fisici e psicologici ai
superstiti, prendendo di mira anche i più vulnerabili. Atti volti a rendere
impossibile la vita dell’intera popolazione palestinese di Gaza. Atti che
rientrano pienamente nella definizione giuridica di genocidio, come concluso,
tra gli altri, da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e da esperti
come Omer Bartov, Raz Segal, Amos Goldberg e Daniel Blatman.
La giornalista Anna Maria Selini
Già due anni fa la giornalista Anna Maria Selini scriveva che la catastrofe è
tale da richiedere termini nuovi per descriverla. Domicidio, la distruzione
massiva degli edifici residenziali e commerciali. Ecocidio, cioè danni
gravissimi alla biodiversità e agli ecosistemi. E scolasticidio, perché scuole e
università sono state rase al suolo, e oltre 20mila studenti e mille tra docenti
e impiegati amministrativi sono stati uccisi. Intere generazioni hanno visto
violato il diritto allo studio, e compromessa la possibilità di sperare in un
futuro migliore attraverso la formazione.
Luisa Morgantini (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso)
Tante sono le iniziative di solidarietà internazionale sorte in reazione a
questi efferati crimini. Tra di esse c’è l’attivazione di corridoi universitari
per ospitare all’estero almeno alcuni dei tanti giovani palestinesi intenzionati
a proseguire gli studi nonostante le circostanze. In Italia, questi canali hanno
consentito di evacuare 229 studenti gazawi tra settembre 2025 e maggio 2026.
Arrivati nel nostro Paese dopo aver attraversato Israele e Giordania, sono stati
accolti in ventuno università italiane e stanno proseguendo il loro percorso
accademico grazie alle borse di studio del Ministero dell’università e della
ricerca, che coprono anche vitto e alloggio. Ne abbiamo parlato con Luisa
Morgantini, fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente
del Parlamento europeo.
Luisa, come valuti questa esperienza finora?
(dal sito di Assopace Palestina)
Non ho seguito nel dettaglio le procedure che hanno assicurato il loro arrivo in
Italia. Sul piano didattico so che la loro preparazione era del tutto adeguata
agli standard delle università italiane. Tra loro ci sono ingegneri, medici,
avvocati. Essendo stati abituati, loro malgrado, a studiare in una situazione di
totale distruzione umana e materiale, possiedono una creatività e una tenacia
incredibili, nonostante gli infiniti traumi subiti. Allo stesso tempo, i servizi
di accoglienza previsti del governo italiano sono stati molto limitati. Spesso
non sono stati offerti loro corsi di italiano. Sul piano legale rimangono delle
incertezze: potranno fare la domanda di asilo, diventando rifugiati se verrà
accolta, o dovranno limitarsi a spostare la residenza qui, in quanto studenti? E
potranno chiedere il ricongiungimento con i loro tanti familiari rimasti a Gaza,
che rischiano ancora di morire? Senza le associazioni che li seguono,
rischierebbero di finire per strada. A chi è arrivato tramite corridoi umanitari
per ricevere cure negli ospedali italiani è andata anche peggio.
In che modo Assopace Palestina ha sostenuto questi studenti?
Ho incontrato alcuni di loro in un evento sulla Palestina organizzato
all’Università di Parma dai fisici statistici. Così ho scoperto che vengono da
tante città diverse della Striscia – Jabalya, Nuseirat, Rafah, Khan Yunis, Gaza
City – e che non si erano mai visti prima di arrivare in Italia, pur essendo
rimasti in contatto durante tutto l’iter che ha consentito loro di venire qui.
Ho quindi pensato che come associazione avremmo potuto offrire loro uno spazio
per conoscersi, e li abbiamo invitati a Supino, in Ciociaria, dove AssoPace
Palestina ha organizzato il Centro Bab el Shams, “la porta del Sole” in arabo.
Oltre ad essere la sede fisica dell’associazione, è un importante luogo di
aggregazione e di scambi interculturali, organizzato in diverse case. Prende il
nome dal titolo del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury, ma è anche il
nome di un villaggio palestinese dove in una sola notte i comitati popolari
hanno eletto un sindaco e impiantato tende, una moschea, una chiesa. L’esercito
israeliano lo ha distrutto nel 2013, cacciando gli abitanti. Fa parte del piano
governativo di unificare le colonie costruite nella zona E1 della Cisgiordania,
tra Jericho e Gerusalemme.
Anagni (Frosinone), uno dei paesi visitati dagli studenti palestinesi in Italia
Com’è andata questa esperienza presso il vostro Centro?
Straordinaria. Abbiamo ospitato cinquanta degli studenti gazawi per una
settimana, dal 16 al 23 agosto scorso. Ci sono state discussioni, ma anche
momenti conviviali. Hanno deciso di fare una cena di cibo palestinese in piazza:
la cucina ha grande importanza nella loro cultura come nella nostra. E poi
abbiamo fatto una visita a Roma con le Guide Turistiche per Gaza, un trekking
sui Monti Lepini e una giornata al mare a Sabaudia, ospiti di un’amica. È stato
stupendo vedere il loro coinvolgimento e la loro gioia per essere insieme. Anche
l’ospitalità e la solidarietà della gente di qui è stata fantastica. Persone da
tutta la Ciociaria hanno portato cibo e lenzuola, pulito le case, partecipato a
una raccolta fondi. In più gli studenti hanno incontrato i sindaci di Supino,
Ceccano e Anagni, che si sono detti interessati a costruire un gemellaggio con
una città della Cisgiordania. Cercheremo di organizzare altre esperienze del
genere, in modo da preservare questa rete tra studenti gazawi, aiutarli nel loro
percorso e con le loro rivendicazioni. Vogliamo anche farli conoscere a studenti
italiani, e far incontrare bambini palestinesi e italiani, come già fatto in
passato.
Cosa fa Assopace Palestina in Italia?
Organizziamo incontri con rappresentanti dei Comitati popolari di resistenza
nonviolenta e di altri gruppi e organizzazioni sia palestinesi, come Al-Haq e
Youth of Sumud, sia israeliani che fanno co-resistenza con loro, come Refusnik e
Combatants for Peace. Collaboriamo alla campagna BDS (Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni), organizziamo manifestazioni e facciamo pressione
sulle istituzioni, ad ogni livello, perché cessi la complicità con l’occupazione
militare israeliana e si sostenga il diritto all’autodeterminazione del popolo
palestinese. Infine organizziamo viaggi di conoscenza e solidarietà dall’Italia
che consentono di vedere Palestina e Israele di persona. Il filo conduttore è
sempre quello di mostrare la cultura palestinese nella sua bellezza e creatività
per rompere lo stereotipo, costruito ad arte, per cui quel popolo è composto
solo da eterne vittime o da estremisti, e in ogni caso dev’essere sempre
controllato da qualcun altro senza poter decidere per sé.
E in Palestina come operate?
Masafer Yatta
Appoggiamo le iniziative di resistenza nonviolenta espresse dalla società
palestinese, per aiutare a garantire i diritti di questo popolo nonostante
l’occupazione. Ad esempio, abbiamo un progetto per sostenere il diritto allo
studio dei giovani di Masafer Yatta. Inoltre partecipiamo a una campagna
chiamata Faz3a. Volontari internazionali vanno a sostenere contadini e pastori
nelle aree dove Israele pratica la pulizia etnica, i cui abitanti sono attaccati
ormai ogni giorno da soldati, poliziotti e coloni. A questo sforzo partecipano
anche numerosi gruppi di cittadini israeliani: fanno anche loro interposizione e
vengono attaccati con maggiore violenza rispetto agli altri attivisti, perché
considerati dei traditori. Anche i volontari internazionali corrono dei rischi:
non sono più protetti dai passaporti, la loro presenza non è più un deterrente.
Una volta l’esercito di Israele, pur restando un occupante, non attaccava
indiscriminatamente: dal 7 ottobre invece sì. Quest’anno sono partiti cento
volontari, è difficile ma fondamentale assicurare la loro partenza, gli attacchi
contro le città e i villaggi della Cisgiordania sono continui.
Grazie alla vostra attività avete un punto d’osservazione privilegiato sulla
questione palestinese. Cosa si prova?
1982. Massacro di Sabra e Chatila
Io seguo la Palestina dal 1982, dal massacro di Sabra e Shatila. Ho visto intere
generazioni, conosciuto intere famiglie, sviluppato amicizie, partecipato a
matrimoni e funerali, ospitato delegazioni palestinesi in Italia e fatto
interposizione tra i soldati israeliani. Purtroppo, non sempre trovo un
autentico interesse verso la vita vissuta dai palestinesi. Urlare nelle piazze è
indispensabile, certo, ma conoscere direttamente le loro esperienze e coglierne
gli aspetti più veri e umani è tutta un’altra cosa. Addirittura c’è qualcuno che
vive comodamente in Italia e li rimprovera perché non partecipano tutti alla
lotta armata. Quando vivi sotto occupazione, resistenza può essere qualunque
cosa. Anche solo continuare a respirare, a vivere nel posto in cui si abita, a
mandare i figli a scuola malgrado l’occupazione militare. La differenza
fondamentale tra palestinesi e israeliani, infatti, è che i primi amano
profondamente la loro terra, la proteggono e difendono, mentre i secondi
vogliono solo possederla. Poi non sopporto di sentir dire che non c’è il Gandhi,
non c’è il Mandela palestinese. Ci sono eccome, penso ai prigionieri politici
picchiati, abusati e stuprati in carcere, che chiediamo vengano liberati. Come
Marwan Barghouti: nonostante sia in carcere da più di 24 anni è un leader per
l’unità dei palestinesi amato e riconosciuto, non solo dai giovani, e sostenuto
da tutte le forze politiche.
E cosa avete imparato dai palestinesi?
Marwan Barghouti
Soprattutto la capacità di trattenere la commozione e la rabbia. Queste persone
non dormono a causa degli attacchi dei coloni, ad ogni spostamento vengono
umiliate ai checkpoint, hanno amici e familiari imprigionati per anni anche
senza accuse e che a volte muoiono in carcere. Eppure riescono a controllare le
emozioni, non riuscirebbero a sopravvivere altrimenti, anzi: verrebbero subito
ammazzate. Capisco un volontario internazionale che si mette a piangere davanti
a un palestinese. Però ci vuole sangue freddo, non possono essere loro a
consolarci. Dobbiamo essere uno strumento di solidarietà concreta. Andare là,
poi tornare qui e agire, in particolare facendo pressione sui governi perché
impongano sanzioni contro Israele. Agire per la libertà dei palestinesi ma anche
per la nostra, cittadini come siamo di Paesi che si sono riscoperti colonialisti
e suprematisti, con governi alleati di uno Stato genocidario. Per citare una
bellissima frase che ho letto sui cartelli nelle ultime manifestazioni, “volevo
liberare i palestinesi ma sono loro che hanno liberato me”.
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