La Palestina e noi, intervista a Luisa Morgantinia cura di Carlo Cefaloni,
Città Nuova, 21 luglio 2026.
Dialogo sulle ragioni dell’impegno di una vita intera dedicata alla difesa dei
diritti del popolo palestinese per una causa paradigmatica dell’ingiustizia nel
mondo. Le scelte radicali della fondatrice di Assopace Palestina e già
vicepresidente del Parlamento Europeo.
Il sudario con i nomi dei bambini uccisi mostrato durante la manifestazione ‘Non
dimenticare un solo nome’ in memoria dei bambini palestinesi uccisi durante i
bombardamenti israeliani in Palestina, Roma, 10 aprile 2026. ANSA/MASSIMO
PERCOSSI
Come si fa a parlare di pace quando si tratta di Palestina? Si possono ignorare
certe notizie come quella recente della commissione ONU, ripresa
su cittanuova.it, che certifica l’uccisione deliberata dei bambini palestinesi
colpiti a morte dalle forze armate israeliane?
L’orrore senza fine che arriva da Gaza come dai Territori Occupati, rischia di
provocare, alla lunga, una reazione di rigetto e di rimozione dallo sguardo
per l’incapacità di misurarsi con un dolore che appare senza senso e senza
possibile soluzione.
Palestinesi in lutto dopo un attacco israeliano a Gaza City, 14 luglio 2026.
EPA/MOHAMMED SABER
Eppure, anche quando negli anni più recenti la questione palestinese era caduta
nel silenzio mediatico, Luisa Morgantini, con Assopace Palestina, non ha mai
smesso di battersi per la giustizia e i diritti umani.
La sua vivacità è il tratto costante di una donna nata nel 1940, che a 18 anni
decise di fuggire dal Piemonte, dalla Val d’Ossola circondata dalle Alpi, per
raggiungere Bologna, la “città rossa” per eccellenza nell’Italia democristiana
del tempo: le montagne le stavano strette, voleva conoscersi e conoscere.
Vicende di un secondo dopoguerra pieno di attese, in cui era possibile trovare
lavoro e intraprendere un percorso culturale originale che ha condotto
Morgantini a frequentare il Ruskin College fondato nel 1899 in Inghilterra, come
anni prima la Società umanitaria a Milano, per dare opportunità di formazione
alla classe operaia. Un bagaglio che poi ha speso dedicandosi al sindacato e poi
inaspettatamente in campo politico fino a diventare, nel 2007, vicepresidente
del Parlamento Europeo con delega ai diritti umani e ai rapporti con l’Africa.
Una premessa storica necessaria per poter entrare nel merito delle domande di
questa intervista incentrata sulle ragioni della nonviolenza in un mondo che si
sta riarmando per prepararsi alla guerra e assiste inerte alla carneficina di
Gaza e non solo.
Come si fa a parlare di nonviolenza da parte di una persona che proviene con
orgoglio da un territorio che ha visto la nascita della Repubblica Partigiana
della Val d’Ossola, strappata con le armi in pugno ai nazifascisti?
Sono cresciuta in quell’ambiente, in una famiglia operaia. Avevo solo 4 o 5 anni
quando vidi i tedeschi arrivare per cercare mio padre, che era un partigiano.
Ricordo ancora il rumore dei loro passi sulle scale e l’immagine, poi, di mio
padre che scendeva dalle montagne il 25 aprile con il fucile in spalla.
Nonostante questo, papà mi diceva sempre: «Luisa, la guerra è brutta da
qualsiasi parte si faccia». Ricordo il trauma dell’uccisione di un fascista che
ho visto avvenire vicino casa mia. Ho sempre avvertito intimamente la
nonviolenza come unica via d’uscita dall’abisso, anche quando ho vissuto il
forte impegno dentro ambienti molto conflittuali. Malgrado da piccola sognassi
di uccidere Francisco Franco, non ho mai incitato alla morte dei nemici anche
quando si trattava di sostenere la lotta anticolonialista in Vietnam.
Hai avuto un lungo periodo di impegno nel sindacato, in particolare nella Fim
Cisl, un’esperienza che hai definito “stranissima” e libera. Perché?
Scelsi la Fim Cisl per la sua trasversalità, mi sentivo più vicina a loro che a
una Fiom Cgil ancora legata alle commissioni interne (una rappresentanza decisa
dal PCI invece che dalla base, ndr). Mentre io andavo davanti alle fabbriche con
il libretto rosso di Mao, incontravo cattolici che andavano con il Vangelo
parlando di uguaglianza. Per quella scelta fui trattata da traditrice da mio
fratello Ilario e da molti altri del Partito Comunista di Villadossola. Mi
difese però Bruno Francia, un partigiano e dirigente sindacale Cgil. Le sigle
comunque erano unificate nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), che
è stata per anni il vero partito della classe operaia, attento non solo alla
democrazia in fabbrica, ma anche allo scenario internazionale, dal Vietnam al
Sudafrica e alla Palestina. Il sindacato è, in sostanza, una grande
organizzazione che pratica un esercizio costante di costruzione di alleanze e
composizione dei conflitti attraverso il riconoscimento dell’altro, una pratica
intrinsecamente nonviolenta.
Il tuo impegno per la Palestina è assoluto e costante. Quando è iniziato e come
si è evoluto attraverso le tue esperienze internazionali?
Ho iniziato a occuparmene seriamente nel 1982, dopo il massacro di Sabra e
Shatila in Libano (perpetrato contro i profughi palestinesi dai falangisti
libanesi con il sostegno dell’esercito israeliano, ndr). Ma sono stata preparata
dal contatto diretto con l’America Latina. Ad esempio in Perù, dove ho
incontrato, prima ancora dei teologi della liberazione, un prete e una suora che
mi hanno testimoniato cosa vuol dire dare la vita per i poveri. Nel Nicaragua
sandinista ho maturato una cultura della nonviolenza, nonostante la vittoria del
Fronte di Liberazione fosse avvenuta tramite la lotta armata. Sono stata attiva
in tutte le lotte di quegli anni di liberazione coloniale in Africa, contro i
colonelli in Cile, Argentina, Brasile. Ho sempre cercato di decostruire la
figura del nemico, partendo dal basso e da una diplomazia popolare come con
le Donne in Nero, movimento internazionale contro la guerra e la violenza.
Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con Luisa Morgantini, in
rappresentanza dell’Associazione ‘Donne per la Pace’ al Quirinale. Anno 1998. DE
RENZIS/ANSA
Questa tua scelta si scontra con la convinzione di chi afferma che senza
l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023, ricompresa nella resistenza
armata contro una forza occupante, la questione palestinese sarebbe stata
dimenticata. Come rispondi a tale tesi presente tra le piazze a favore della
Palestina?
Storicamente la tragedia palestinese non è iniziata il 7 ottobre; mi batto da
decenni per la liberazione dall’occupazione militare israeliana. Le diplomazie
occidentali hanno ignorato per anni le violazioni di Israele, permettendo
l’ascesa di un governo messianico che praticando genocidio e pulizia etnica cita
la distruzione biblica di “Amalek” per giustificare la ferocia attuale. Quando
ho visto il muro di Gaza cadere ho provato un momento di stupore e, confesso, di
gioia, mi è parsa una reazione esplosiva dovuta all’agonia di Gaza, sotto
embargo perenne da parte di Israele. I tunnel non sono iniziati per portare armi
ad Hamas, ma per importare merci e persone e spose e animali di contrabbando
dall’Egitto ma sono radicalmente contraria ad ogni atrocità. Anche la resistenza
armata, infatti, ha limiti imposti dalla legalità internazionale. I civili non
si ammazzano mai. Il 7 ottobre è poi diventato un prezzo immenso pagato dai
palestinesi con il genocidio in corso che non siamo riusciti a fermare, anche se
nel mondo è esplosa la solidarietà e lo smascheramento dell’impresa coloniale
del sionismo.
A quanto pare la maggioranza degli ebrei israeliani e gran parte delle comunità
della diaspora, sostengono che non si può parlare affatto di un genocidio e che
Israele sia l’unica democrazia della regione, contrapposta a un’Autorità
Palestinese corrotta. Cosa rispondi a queste obiezioni?
Sono argomenti impossibili da accettare di fronte a tale atrocità. L’intenzione
e la pratica del genocidio è ormai evocato anche da rappresentanti delle Nazioni
Unite e dalla Corte Penale Internazionale. L’occupazione militare dura dal
1967, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha considerato illegale
nel luglio del 2024 e chiesto la fine dell’occupazione militare israeliana entro
un anno, scaduto senza che nessun firmatario della CIG la sostenesse. Israele ha
distrutto ogni possibilità di “due popoli, due stati” attraverso le colonie e la
frammentazione del territorio. Migliaia di palestinesi sono costretti nelle
carceri israeliane senza alcun processo regolare, sottoposti a torture e abusi
sessuali, mentre milioni di palestinesi resistono ogni giorno semplicemente
“respirando” contro un’occupazione che toglie loro acqua, terra e vita.
Un colono israeliano discute con la Vicepresidente del Parlamento Europeo,
l’italiana Luisa Morgantini, in visita nei pressi della Città Vecchia di Hebron,
in Cisgiordania (Territorio Occupato), il 4 novembre 2008. EPA/ABED AL HAFIZ
HASHLAMOUN
Come cercate di agire, con Assopace Palestina, in questo contesto così estremo?
Sostenendo con la presenza fisica dei volontari internazionali, per cercare di
proteggere i civili palestinesi dalle aggressione dei coloni e dei soldati, la
resistenza nonviolenta che in Palestina si incarna nella Sumud, la fermezza dei
pastori della Valle del Giordano o dei giovani di Masafer Yatta, che restano
sulla terra nonostante le demolizioni e la violenza dei coloni che picchiano
persino cani e gatti con i bastoni, mossi da una brama di possesso per “diritto
divino” che si scontra con l’amore dei palestinesi per la loro terra. Nel
denunciare la politica israeliana e la complicità dei nostri governi e non solo
a parole, anche con denunce legali come quella contro la Leonardo per il
commercio di armi con Israele, nel far conoscere la cultura vibrante di quel
popolo contro lo stereotipo della vittima o dell’estremista, molti progetti che
si possono trovare su
assopacepalestina.org. E in ciò che accade esiste una chiara responsabilità
occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso l’Olocausto di ebrei, sinti,
omosessuali, comunisti e siamo sempre noi a permettere l’Olocausto di Gaza.
Siamo noi che abbiamo permesso ad Israele di essere totalmente impunito, di
violare ogni diritto umano, di andare oltre ogni possibilità dell’umano.
E i Paesi arabi? Pensiamo al Qatar, ad esempio, da dove arrivano i finanziamenti
per Hamas e che poi si presenta come mediatore. Non hanno di fatto abbandonato i
palestinesi?
Sono colpevoli quanto gli occidentali. Hanno usato la causa palestinese per i
propri scopi, ma le loro politiche sono state parziali e talvolta complici di
Israele. Pensiamo all’Egitto che tratta malissimo i palestinesi e chiude i
valichi. Netanyahu si muove facendo leva su queste complicità, come dimostra la
strategia deliberata dal Congresso del Likud del 2019, volta a favorire
l’afflusso di fondi qatarini verso Hamas per mantenere la separazione politica
tra Gaza e la Cisgiordania e prevenire così la creazione di uno stato
palestinese.
Quali altri effetti ha prodotto la strategia di lotta violenta condotta da
Hamas?
La scelta compiuta da Hamas fin da prima della seconda Intifada (1994-2005), con
gli attentati suicidi e l’uso di kamikaze, mentre avrebbero potuto scegliere la
lotta armata contro l’esercito invasore, ha contribuito a distruggere
sistematicamente la solidarietà internazionale, offrendo al regime coloniale
israeliano il pretesto ideologico per la de-umanizzazione del popolo
palestinese.
Tra le forme di lotta nonviolenta sostenete il BDS (Boicottaggio,
Disinvestimento, Sanzioni) usato a suo tempo verso il Sudafrica razzista. Ma non
si rischia, così, di colpire in maniera indistinta tutto il popolo israeliano
suscitando reazioni contrarie?
Considero il BDS una lotta popolare nonviolenta, fondamentale per fare
pressione, ad esempio, affinché l’Unione Europea sospenda l’accordo di
associazione con Israele, dato che l’articolo 2 prevede il rispetto dei diritti
umani come condizione necessaria. Abbiamo sostenuto strumenti come l’Iniziativa
dei Cittadini Europei lanciata dal gruppo Sinistra Europea (che ha raccolto
oltre 1,2 milioni di firme), che chiede di aprire una discussione parlamentare
di merito, sottraendo la clausola dell’Articolo 2 alla discrezionalità
diplomatica.
Si tratta di colpire le politiche coloniali e allo stesso tempo costruire ponti
con quegli israeliani, seppur pochi, che si oppongono al genocidio e al
colonialismo e che vengono arrestati nelle piazze di Tel Aviv, e aggrediti da
coloni e soldati quando sono al fianco dei palestinesi.
Israele disprezza la diplomazia classica e intende solo la forza; la nostra
forza allora deve essere il boicottaggio e il disinvestimento. Molti israeliani
contrari al governo ci dicono chiaramente: “Boicottateci”. Nel solo 2025, oltre
75 comunità palestinesi sono state evacuate a causa dell’aggressività dei
coloni, che ormai attaccano persino gli attivisti israeliani considerati
traditori. Non so se ce la faremo a cambiare i nostri governi, ma so che vale la
pena combattere questa battaglia per la verità e la giustizia.
Fadwa Barghouti (D), moglie di Marwan, affiancata da Luisa Morgantini (S) parla
con i giornalisti al termine di un incontro con i leader di Pd-M5S-Avs ed i
rappresentanti del ‘Comitato per la Liberazione di Marwan Barghouti e tutti i
Prigionieri Palestinesi’ alla Camera dei Deputati, Roma 21 gennaio 2026.
ANSA/FABIO FRUSTACI
Un’istanza centrale nelle vostre campagne è la liberazione dal carcere di Marwan
Barghouti, che abbiamo visto irriconoscibile nelle immagini passate sulla tv
israeliana mentre viene insultato dal ministro suprematista Ben Gvir. Perché è
così importante da essere indicato come il possibile fautore di una
pacificazione secondo l’esempio di Nelson Mandela?
Marwan, insieme alla sua famiglia, è per me famiglia. Conosco Marwan dal 1988. È
in carcere dal 2002, ma la sua figura rimane un punto di riferimento per i
comitati popolari e per la società civile. È l’unico leader capace di unire le
diverse anime del popolo palestinese attorno a un progetto di autodeterminazione
laico, democratico e basato sul diritto internazionale.
È stato lui a convincere molti palestinesi ad accettare gli accordi di Oslo del
1993 come una sfida per la soluzione a due stati. A differenza di altre fazioni,
Barghouti mantiene una linea politica laica. Questo è particolarmente rilevante
in un contesto dove si è cercato spesso di dipingere la resistenza palestinese
come un movimento puramente religioso o islamista. Egli sottolinea che la
Palestina è composta da cristiani e musulmani e ha sempre definito l’intifada
come una lotta per l’indipendenza, non su base religiosa. Pur non respingendo
l’idea della lotta armata contro gli occupanti, non ha mai dato ordini di
uccidere civili. Si è sempre opposto ad azioni come quelle dei kamikaze di
Hamas, che riteneva deleterie per la causa stessa. È importante in Italia
sostenere la campagna internazionale per la sua liberazione e quella degli altri
prigionieri politici come un passo essenziale per qualsiasi processo di pace.
Come Assopace Palestina, avete creato anche un centro permanente in Italia, a
Supino (nel frusinate). Cosa fa?
Abbiamo chiamato il centro Bab el Shams (La Porta del Sole), ispirandoci a un
libro sulla Nakba (l’esodo forzato dal 1947 al 1948 della popolazione
palestinese dalle loro case, ndr) e a un villaggio costruito dal coordinamento
dei comitati di lotta popolare nel 2013 tra Gerico e Gerusalemme, nella zona E1,
occupata da Israele ed oggi dichiarata annessa da Israele. È un simbolo della
resistenza e della volontà di non farsi dividere o isolare. Invitiamo
costantemente in Italia i leader del coordinamento come Mohammed Khatib, Radshid
Khudeiri, Manal Tamimi, Sami e Mohammedi Hurein, Munther Amira e tanti altri e
altre.
Luisa Morgantini presidente di Assopace Palestina, e Giuditta Brattini,
volontaria di Gazzella Onlus nella Striscia di Gaza, durante una conferenza
stampa organizzata alla Camera dei Deputati, Roma, 08 novembre 2023. ANSA/ETTORE
FERRARI
Luisa Morgantini (S), presidente di Assopace Palestina, e Giuditta Brattini,
volontaria Gazzella Onlus nella Striscia di Gaza, durante una conferenza stampa
organizzata alla Camera dei deputati, promossa dall’associazione delle
organizzazioni italiane di cooperazione e solidarieta’ internazionale (Aoi), da
Gazzella Onlus e da Assopace Palestina, Roma, 08 novembre 2023. ANSA/ETTORE
FERRARI
Eppure, sembra che tutto questo impegno si scontri con assetti di potere che
appaiono inamovibili, con Trump che alla Knesset ha lodato Netanyahu per aver
usato bene la gran quantità di armi che gli ha inviato. È tutto inutile?
Dobbiamo ribaltare la logica dell’impotenza. È un lusso che non ci possiamo
permettere. Sebbene decenni di manifestazioni non abbiano ancora stravolto le
agende geopolitiche, hanno prodotto un risultato concreto: la crescita di una
coscienza sociale che impedisce al mondo di voltarsi altrove. E ci sono segnali
importanti da cogliere. Anche lo slogan “dal fiume al mare” rilanciato durante
le manifestazioni che per alcuni è divisivo, per molti giovani palestinesi e
israeliani oggi significa: “dal fiume al mare saremo tutti liberi e uguali”,
superando le forme di nazionalismo. La nonviolenza non è solo non scegliere le
armi, ma costruire rapporti umani diversi, ripudiando la logica dell’odio. Non è
una tattica contingente, ma un’esigenza strutturale che deve pervadere non solo
la politica, ma anche le dinamiche associative, i movimenti e i rapporti
personali,
C’è un passaggio particolare della tua vita dove hai maturato questa convinzione
profonda?
È un cammino che riguarda progressivamente tutta la mia esistenza, ma che parte
da un fatto della mia infanzia. All’età di 11 anni desideravo fortemente andare
a vedere i film in paese, con quel desiderio descritto bene da Tornatore
in Cinema Paradiso. Un giorno decisi però di dare i soldi del biglietto ad un
uomo che suonava una trombetta chiedendo aiuto. Decisi di diventare comunista in
quel momento, come risposta all’ingiustizia sociale che portava un essere umano
a chiedere l’elemosina. Nel partito mi insegnarono però che la soluzione giusta
non era la carità, ma la lotta per dare lavoro e dignità a tutti. Così quando
arrivai a Bologna ero molto attenta a non passare in quella parte dei portici
dove di solito c’era un mendicante che chiedeva l’elemosina. Poi un giorno ho
deciso di avvicinarmi per dargli quello che potevo, realizzando di poter essere
solidale e allo stesso tempo lottare per la giustizia, senza perdere l’umanità.
Con il tempo maturai una vicinanza politica con Pietro Ingrao che esprimeva la
“lode al dubbio”, contro le rigidità dogmatiche del PCI. Decisi così di lasciare
il lavoro di funzionaria di partito per dedicarmi a quel tipo di impegno
sindacale che mi ha spalancato le porte alla pratica della nonviolenza e alla
solidarietà che, come scriveva la poetessa nicaraguense Gioconda Belli, è “la
tenerezza dei popoli”, ma non è solo pensare agli altri: è per la mia dignità e
libertà.
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