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Vogliamo riprovarci. Prossimo viaggio in Palestina
Ciao a tutte e tutti, ci riproviamo!!!! Nonostante tutto, vogliamo tornare in Palestina. Molti di voi ce l’hanno chiesto e, soprattutto, sono i nostri amici e le nostre amiche palestinesi ad aspettarci a braccia aperte. In un momento così difficile, la nostra presenza è un piccolo ma importante gesto di solidarietà internazionale. Essere lì significa ascoltare, condividere e testimoniare. E, una volta rientrati in Italia, raccontare ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, dando voce a chi troppo spesso non viene ascoltato. L’idea è di partire tra il 27 e il 28 dicembre 2026 e rientrare tra il 5 e il 6 gennaio 2027. Il nostro primo tentativo sarà con ITA, che ci consentirebbe di volare senza scali e di raggiungere Roma facilmente da molte città italiane. Sappiamo però che, negli ultimi mesi, ITA ha cancellato più volte i voli per Tel Aviv. Per questo stiamo valutando anche altre compagnie aeree. In questo caso il viaggio prevederebbe uno scalo e la partenza probabilmente da uno tra gli aeroporti di Roma, Milano o Bologna. Sarà un po’ più lungo, forse un po’ più costoso… ma questa volta vogliamo fare tutto il possibile per riuscire a partire. Per organizzarci al meglio, vi chiediamo di compilare il breve sondaggio che trovate in allegato. Ci aiuterà a capire quante persone sono interessate e, nel caso non fosse possibile partire con ITA, da quale aeroporto preferirebbero partire. Abbiamo dovuto rinunciare già troppe volte a causa della situazione di aggressione, genocidio e pulizia etnica della Palestina da parte del governo israeliano.  Dobbiamo farcela! I palestinesi ogni volta ci chiedono di testimoniare della loro condizione di vita quotidiana sotto occupazione militare israeliana. Diffondete tra amici, conoscenti, le vostre liste social.  Per coloro che vorranno partire vi invitiamo a presentarla richiesta di visto ETA Un abbraccio,   Luisa Morgantini Rossella Palaggi P.S. Per la richiesta di visto ETA andare sul sito https://israel-entry.piba.gov.il e seguire le istruzioni. Mettere nello scopo del viaggio TURISMO. Indicare la data del viaggio, ma il visto, se concesso, ha validità 2 anni. Se viene richiesto chi organizza il viaggio dovete rispondere Impronte Viaggi, se viene richiesto l’hotel dovete rispondere Sahara Hotel a Beit Sahur (Betlemme) Il costo è di circa 6 € (25 ILS). Qualsiasi costo diverso non fa riferimento al sito ufficiale e va rifiutato. Scaricate ora la seguente SCHEDA SONDAGGIO cliccando sul suo nome qui sotto: SCHEDA SONDAGGIODownload
July 28, 2026
Assopace Palestina
Karim Khan ha osato chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni – ed è per questo che è stato destituito
di David Hearst,  Middle East Eye, 27 luglio 2026.     Il nome di Khan rimarrà per sempre legato ai mandati di arresto emessi contro Netanyahu e Galant, che rappresentano tuttora la risposta più severa data dalla comunità internazionale al genocidio di Gaza. Il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan partecipa a una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York il 27 gennaio 2025 (AFP) Tra la miriade di reazioni che hanno fatto seguito alla fin troppo prevedibile destituzione del procuratore capo Karim Khan da parte della Corte Penale Internazionale (CPI) venerdì scorso, spiccava un post rivelatore. È stato pubblicato da Danny Danon, ambasciatore di Israele presso l’ONU, che ha ammonito il sindaco di New York Zohran Mamdani. Mamdani aveva appena definito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un criminale di guerra che dovrebbe essere arrestato la prossima volta che metterà piede sul suolo degli Stati Uniti, sebbene Mamdani abbia ammesso di non avere i poteri per farlo. Danon ha ribadito l’affermazione – che ora sembra essere un dato di fatto – secondo cui Khan avrebbe utilizzato i mandati contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa per coprire i suoi presunti reati sessuali. Come ha chiarito un’inchiesta di Middle East Eye, Khan ha emesso i mandati, preparati meticolosamente, sei settimane prima ancora di venire a conoscenza delle accuse.  Ma la verità e il giusto processo erano irrilevanti nella campagna durata 18 mesi volta a rimuovere Khan. Ciò ha incluso una campagna mediatica sul Wall Street Journal, sull’Associated Press, sul Guardian e, più recentemente, sulla CNN; avvertimenti privati da parte di David Cameron, allora ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se i mandati fossero stati emessi; senatori repubblicani che gli dissero: «Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te», e l’essere stato indicato pubblicamente come sospettato, prima ancora che avesse avuto la possibilità di difendersi, dal presidente dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), la finlandese Paivi Kaukoranta. Danon ha minacciato Mamdani di fare la stessa fine di Khan. «@NYCMayor Zohran Mamdani, prendi nota: usare Israele come arma politica non ti proteggerà dalle tue responsabilità», ha scritto Danon. Un nuovo precedente In passato, Israele preferiva agire dietro le quinte. Quando ha tentato di esercitare pressioni sul predecessore di Khan, la procuratrice capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione. L’ex procuratrice ha descritto in un’intervista ad Al Jazeera un incontro con l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. «Ciò che era chiaro era che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina andassero avanti», ha affermato. «Questo è il punto fondamentale». Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele avrebbe potuto «occuparsi» di lei e l’avesse avvertita che proseguire avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: «Sì, l’ha fatto. L’ha fatto». Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele ha rivendicato la propria responsabilità fin dall’inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere né a Khan stesso né al mondo esterno di essere dietro queste accuse. Ha inviato una squadra del Mossad all’Aia, dove vive Khan, per intimidirlo. Ha fatto pervenire messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, sebbene quest’ultimo abbia dichiarato a MEE di parlare solo a titolo personale.  Infine, lo stesso Netanyahu ha «rivelato» che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Ciò è avvenuto poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti. L’affermazione di Netanyahu non si è mai concretizzata. Khan è rimasto fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che proprio la Corte Penale Internazionale, tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Quest’ultima fiducia potrebbe essere stata gravemente mal riposta. Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte dell’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno (OIOS). Sono state formulate 137 conclusioni, nessuna delle quali costituiva una condotta scorretta, tanto meno una condotta sessuale scorretta. Le prove raccolte dall’OIOS sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dall’Assemblea degli Stati Parte (ASP).  Questo collegio giudiziario ha deciso che i risultati dell’OIOS «non dimostrano alcuna condotta scorretta o violazione dei doveri» da parte di Khan. Sono stati applicati gli stessi standard probatori utilizzati dalla stessa Corte Penale Internazionale. È quindi iniziata una campagna da parte della stessa ASP per sabotare la relazione redatta dai giudici che essa stessa aveva nominato. Un tribunale farsa  Vorrei soffermarmi sull’ultimo punto.  Stiamo parlando di un tribunale. In esso, i giudici vengono nominati per la loro capacità di vagliare e valutare le prove.  E qui c’era l’ufficio politico, composto da ex diplomatici nominati dagli stati membri, che decideva di ignorare il parere giuridico dei propri giudici di più alto rango e di riesaminare le accuse in un tribunale farsa, agendo di propria iniziativa. Provate solo a immaginare quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha anche emesso un mandato d’arresto, avesse fatto la stessa cosa che ha fatto Netanyahu per esercitare pressioni sugli stati membri della ICC. Ma è andata anche peggio.  Per licenziare Khan, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte, l’organo direttivo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il giusto processo o, di fatto, qualsiasi tipo di procedura. Ciò ha comportato che alcuni membri dell’Ufficio dicessero in privato al denunciante e tra di loro che Khan era finito; modificassero l’accusa sulla base della quale doveva essere destituito senza sottoporla al suo giudizio; e modificassero le regole di voto. Margareta Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell’Assemblea degli Stati Parte, ha incontrato in privato l’accusatore di Khan per discutere il caso prima che l’Ufficio deferisse la questione all’OIOS delle Nazioni Unite alla fine del 2024. Un altro membro dell’Ufficio di presidenza, l’ambasciatrice dell’Uganda Mirjam Blaak, è stata sentita dire a un collega che riteneva che Khan «potrebbe non tornare», descrivendo la denunciante in termini personali. Nella mia intervista con lui, Khan ha affermato che l’Ufficio di Presidenza si stava inventando le cose man mano che procedeva. «È un processo creato ad hoc per Khan… specifico per me». Nel voto per la sospensione di Khan, l’ufficio ha ritenuto che egli avesse commesso una «grave mancanza». La decisione, visionata da MEE, accusava Khan di aver intrattenuto una relazione sessuale con la denunciante, ritenuta impropria a causa dello squilibrio di potere tra i due. Questa accusa non era mai stata mossa a Khan. Inizialmente era stato accusato di aver toccato la denunciante, poi di stupro, ma mai di aver avuto una relazione sessuale consensuale. La versione della denunciante verteva su una condotta non consensuale. L’ufficio lo ha licenziato sulla base di un’accusa che non gli era mai stata contestata.  Solo per assicurarsi che la “condanna pubblica” del proprio procuratore capo avvenisse nei tempi previsti, l’ufficio ha modificato la procedura di voto, passando da una votazione in due fasi a una votazione unica, in modo tale da negare all’ASP la possibilità di formulare una propria valutazione della presunta condotta scorretta. Tre fazioni La campagna per destituire Khan ha diviso gli osservatori in tre fazioni: coloro che credevano nella sua innocenza e ritenevano che l’intero processo fosse orchestrato da Israele; coloro che lo ritenevano colpevole e pensavano che utilizzasse i mandati come copertura; e un gruppo intermedio che riteneva Khan non fosse un «procuratore credibile», sebbene la sua condotta principale in qualità di procuratore lo fosse. La sua destituzione avrebbe permesso di portare avanti i mandati da lui avviati. Questa era l’opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch. Roth ha affermato alla CNN che, poiché i mandati erano il frutto del lavoro di un team di procuratori e approvati da tre giudici della camera preliminare, avrebbero dovuto procedere. A seguito della destituzione di Khan, l’ufficio del procuratore della CPI ha dichiarato che il proprio lavoro sarebbe proseguito senza interruzioni. La CPI ha più di una dozzina di indagini in corso in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan. Ma, come riportato da MEE, ad aprile l’ufficio aveva cercato di emettere un mandato di arresto nei confronti del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, mentre ne era in preparazione un altro per il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla. I mandati originari contro Netanyahu e Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali e due di essi sono ancora pendenti. Il più importante di questi è che la Corte non ha giurisdizione sui propri cittadini, poiché Israele non è uno stato parte dello Statuto di Roma. La questione sta ora rimbalzando tra la Camera d’Appello e una camera di grado inferiore e una risposta definitiva potrebbe benissimo slittare al 2027. In una delle tante proposte per indurre Khan a fare marcia indietro, è stato suggerito di consentire al procuratore capo di «scendere dall’albero”. È stato proposto che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò consentirebbe a Israele di contestarli a porte chiuse. Per quanto è dato sapere, tutte le attività relative a Israele in seno alla CPI sono state paralizzate. Due sostituti procuratori, Nazhat Shameem Khan delle Figi e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a guidare l’ufficio. Entrambi i sostituti sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la guida dell’ufficio. Coloro che sono in prima linea nella campagna per liberarsi di Khan ora esultano dicendo di volere altre vittime. Chi sarà il prossimo? Il principale tra questi è il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il suo portavoce Tommy Pigott ha dichiarato: «Karim Khan è l’esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell’abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. L’esito odierno non avrà alcun impatto sui piani degli Stati Uniti di smantellare la Corte Penale Internazionale.» Il suo capo, Marco Rubio, sta conducendo una campagna per smantellare la Corte Penale Internazionale «mattone dopo mattone», come ha affermato. Ha dichiarato: «La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l’arbitro senza responsabilità di una nuova legge globale — dotata del potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a proprio piacimento e di minacciare in modo esistenziale la sovranità americana. Insegneremo alla CPI il vero significato della determinazione americana».  Incoraggiati dalla rimozione di Khan, eminenti avvocati filoisraeliani stanno ora minacciando apertamente altri bersagli come Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. Hillel Neuer, direttore di United Nations Watch, ha pubblicato: «Basta con l’immunità per i funzionari internazionali che abusano delle loro cariche. Il procuratore della CPI Karim Khan ha abusato sessualmente delle sue collaboratrici. La nostra campagna per destituirlo ha avuto successo: è appena stato licenziato». «La prossima sei tu, @FranceskAlbs. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze». Da notare la parola «nostra». Ma ovviamente su questo punto Neuer non poteva essere più preciso. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha svolto un «ruolo attivo» nella decisione degli Stati membri della Corte Penale Internazionale di destituire Khan.  Sa’ar ha supervisionato «una task force dedicata e ha intrapreso intensi sforzi diplomatici volti a garantire la destituzione di Khan dalla carica», secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News. Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha pubblicato di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla Corte Penale Internazionale. «Ha ribadito ancora una volta la determinazione degli Stati Uniti ad agire con forza contro questa istituzione – un’istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni di funzionari corrotti e che non rendono conto a nessuno all’Aia», ha scritto Netanyahu. Unendosi alla campagna per destituire Khan, Roth non ha protetto la Corte Penale Internazionale né i colleghi avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi. Ha messo ulteriormente a rischio la Corte e loro stessi. Una battaglia persa È significativo che, lo stesso giorno della destituzione di Khan, l’ONU abbia votato per conferire all’avvocato austriaco Volker Turk un altro mandato quadriennale come responsabile dei diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d’arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla. Questo perché sa bene che ciò che fa l’ONU è irrilevante. Ha emanato risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto e nulla è cambiato riguardo all’occupazione – se non in peggio. Ma ciò che ha fatto Karim Khan ha avuto un impatto. È stata la minaccia internazionale più importante per Israele da quando ha lanciato il suo genocidio su Gaza. Ecco perché Khan doveva essere eliminato.  Israele sta combattendo una battaglia persa. Il video di Mamdani in cui si condanna Netanyahu come criminale di guerra ha superato i 200 milioni di visualizzazioni.  Dopo la destituzione di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi dovrebbero arrestare Netanyahu al suo prossimo arrivo. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro. Il giorno dopo, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha affermato che Netanyahu è un criminale di guerra e che non è il benvenuto a Londra. Questa è l’eredità di un ostinato procuratore britannico che ha rifiutato di lasciarsi intimidire.  Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno fallito la prova di difendere la giustizia internazionale. Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando ha affermato che la CPI era solo per «gli africani e i criminali come Putin. Non è per le democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America». Perché è così che si è comportata la maggioranza dei suoi stati membri. Quando sono stati messi sotto pressione, hanno ceduto e, purtroppo, questo vale anche per il Sud del mondo. Quando hanno bisogno della giustizia internazionale e scoprono che non c’è, non possono che guardarsi allo specchio. Qualunque cosa accada ora a Khan, il suo nome rimarrà per sempre legato ai mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Galant, che restano la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al genocidio a Gaza. Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan. Quei mandati mettono a nudo i crimini di guerra israeliani come mai prima d’ora e, per la prima volta in assoluto in questo conflitto, chiamano a rispondere di essi i più alti funzionari del paese. Khan ha osato opporsi ai potenti per perseguire la giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità. David Hearst è cofondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione, nonché analista dell’Arabia Saudita. È stato editorialista di politica estera del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È approdato al Guardian provenendo da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione. https://www.middleeasteye.net/opinion/karim-khan-dared-hold-israel-accountable-and-why-he-brought-down Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 28, 2026
Assopace Palestina
Roma, 28 luglio: Fiaccolata per l’Iran in Campidoglio
Martedì 28 luglio, ore 19:00, Piazza del Campidoglio, Roma: Fiaccolata per il popolo iraniano Ci rivolgiamo a tutte le persone che credono nella pace, nella giustizia, nella democrazia e nei diritti umani. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alle condizioni in cui vive il popolo iraniano, schiacciato tra due forme di violenza. Da una parte, il crescente ricorso alle esecuzioni capitali, principale strumento di repressione della Repubblica Islamica, che da anni soffoca ogni voce di dissenso con arresti, torture, condanne arbitrarie e impiccagioni; negando le libertà fondamentali. Una brutale repressione che dura da più di 47 anni e ha raggiunto il suo apice l’8 e il 9 gennaio scorso, quando il regime ha perpetrato uno dei più gravi massacri di manifestanti della storia e ha imposto un blackout digitale per impedire la diffusione delle notizie. Dall’altra, la guerra e gli attacchi militari statunitensi che devastano il paese, distruggono le infrastrutture e colpiscono la vita di civili innocenti, spingendo l’Iran sull’orlo di una catastrofe umanitaria. A pagare il prezzo più alto è chi lavora, chi studia, chi sogna una vita normale e un futuro dignitoso, chi chiede giustizia e rischia ogni giorno la propria esistenza per affermare i propri diritti fondamentali. Sosteniamo il popolo iraniano in questo tragico momento storico, da mesi sotto l’attacco di eserciti tra i più potenti del mondo. Siamo al fianco dei prigionieri di coscienza in sciopero della fame in segno di protesta contro la pena di morte. Non lasciamo soli i lavoratori e le lavoratrici che, nonostante la repressione, la guerra e i continui attacchi, continuano a rivendicare il diritto a una vita dignitosa, a un salario equo, alla sicurezza e alla libertà di organizzarsi e di far sentire la propria voce. Non abbandoniamo chi ha perso tutto in questi mesi di guerra e di repressione e oggi continua a rischiare la vita, mentre la comunità internazionale resta avvolta in un assordante silenzio, incapace di assumere una posizione chiara e netta contro il sacrificio di vite umane in Iran. Per questo rivolgiamo un appello alla comunità internazionale, alla società civile, alle associazioni, ai movimenti democratici e a tutte le persone che hanno a cuore i diritti umani. Scendiamo in piazza per sostenere il popolo iraniano, al fianco di chi chiede libertà, dignità e pace. Chiediamo la tutela della popolazione civile, la fine della repressione, il rispetto dei diritti fondamentali e il sostegno a tutte le donne e gli uomini che, con straordinario coraggio, continuano a lottare pacificamente per un Iran libero, democratico e rispettoso della dignità umana. Chiediamo che le guerre che stanno infiammando l’Asia occidentale siano affrontate in sede delle Nazioni Unite, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Non voltiamo le spalle al popolo iraniano. #NoAllaGuerra #NoAllaRepubblicaIslamica #DonnaVitaLibertà Comitato Woman, Life, Freedom For Peace and Justice per adesioni: wlfpeaceandjustice@gmail.com
July 27, 2026
Assopace Palestina
Perché gli Stati Uniti hanno interrotto i bombardamenti sull’Iran?
di Yashraj Sharma,  Al Jazeera, 27 luglio 2026.   Gli attacchi di ritorsione si sono interrotti in Medio Oriente, mentre circolano notizie sull’esaurimento delle scorte di armi statunitensi. Il presidente Donald Trump rende omaggio mentre i militari trasportano la bara del personale statunitense, rimasto ucciso durante un attacco alla base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, nel corso di una solenne cerimonia di trasferimento della salma alla base aerea di Dover, nel Delaware (Stati Uniti), il 22 luglio 2026 [Evelyn Hockstein/Reuters] Venerdì gli Stati Uniti hanno sospeso gli attacchi contro l’Iran dopo quasi due settimane di bombardamenti, anche nello Stretto di Hormuz, da quando è fallito il cessate il fuoco mediato da Islamabad. Da allora, Washington non ha più sferrato attacchi contro l’Iran, ponendo fine alle rappresaglie di Teheran contro le risorse militari e le infrastrutture statunitensi nei paesi della regione. Sebbene il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo abbia negato, secondo quanto riportato dai media statunitensi, Washington potrebbe essere a corto di missili intercettori per la difesa aerea, mentre cresce la pressione su entrambe le parti affinché diano un’altra possibilità alla diplomazia, in un contesto in cui la posta in gioco è sempre più alta. Ecco cosa sappiamo sui motivi per cui gli Stati Uniti hanno sospeso i propri attacchi e su cosa sta accadendo nei canali diplomatici. Alcuni iraniani passano davanti a un cartellone pubblicitario che raffigura Trump in una bara accanto allo slogan «We Kill Trump» a Teheran, in Iran [Archivio: Abedin Taherkenareh/EPA] Qual è la situazione attuale? Nonostante l’improvvisa tregua nello scambio di attacchi, lo Stretto di Hormuz – la via navigabile cruciale che è emersa come uno dei principali focolai di tensione in questa guerra – rimane chiuso. L’emittente statale iraniana IRIB ha riferito che nelle prime ore di lunedì sei navi hanno tentato di attraversare una rotta «illegale e pericolosa» a sud dello Stretto di Ormuz dopo aver disattivato i propri sistemi di navigazione e posizionamento. Una nave ha subito un incidente non meglio specificato, ha affermato l’IRIB, mentre le altre sono tornate nel Golfo grazie a una «gestione decisiva da parte dell’Iran». L’emittente ha citato un funzionario che ha accusato l’esercito statunitense di aver “provocato” le navi a navigare lungo la rotta non autorizzata. Tuttavia, gli attacchi di rappresaglia da parte dell’Iran contro le risorse militari e le infrastrutture statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania sono cessati. “La nostra strategia è stata essenzialmente di rappresaglia. Abbiamo anche interrotto le nostre operazioni di rappresaglia”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia. I prezzi globali del petrolio sono scesi di circa il 4 per cento dopo che Stati Uniti e Iran hanno interrotto lo scambio di missili, segnalando un potenziale passaggio alla diplomazia. Sabato, l’esercito statunitense ha dichiarato che il proprio blocco navale dei porti iraniani, compresi quelli nello Stretto di Ormuz, «rimane pienamente in vigore», ma non ha specificato perché Washington abbia interrotto gli attacchi contro l’Iran dopo 13 notti di attacchi sempre più intensi. Un monumento ai soldati iraniani nello Stretto di Ormuz, vicino a Bandar Abbas, in Iran, 22 maggio 2026 [Majid Asgaripour/WANA via Reuters] Quali tensioni permangono? Il principale punto nevralgico e la questione che ha causato direttamente la ripresa degli attacchi due settimane fa è lo Stretto di Ormuz, che l’Iran ha di fatto chiuso alla navigazione internazionale poco dopo che gli Stati Uniti e Israele avevano iniziato gli attacchi contro Teheran il 28 febbraio. L’Iran sta discutendo alcune proposte con l’Oman, le cui acque territoriali si estendono anch’esse nello stretto, per riaprire lo Stretto di Ormuz nell’ambito di un protocollo di gestione condivisa. Tuttavia, non è chiaro se ciò sarebbe accettabile per Trump o per i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). A seguito della firma di un memorandum d’intesa (MoU) tra gli Stati Uniti e l’Iran il 17 giugno, lo stretto avrebbe dovuto rimanere aperto e libero al traffico marittimo per un minimo di 60 giorni mentre erano in corso i colloqui di pace. Tuttavia, le due parti non hanno trovato un accordo su chi avesse il controllo finale sulle rotte marittime e su quale percorso dovessero seguire le navi. Ciò ha portato ad attacchi iraniani contro le navi che percorrevano rotte “sbagliate” e, in ultima analisi, alla ripresa degli attacchi di Trump contro l’Iran. Le tensioni relative alla navigazione a Hormuz si sono ora estese anche ad altre vie navigabili vitali. Anche il traffico marittimo attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb, all’imboccatura del Mar Rosso dall’altra parte dell’Arabia Saudita, ha subito un rallentamento a seguito degli attacchi degli Houthi alle navi lungo la costa yemenita del Mar Rosso e dell’annuncio da parte del gruppo di un blocco navale contro il più grande membro del CCG, secondo i dati sul traffico marittimo forniti dalla piattaforma di analisi Kpler. Nel frattempo, un attacco ucraino contro una nave iraniana nel Mar Caspio ha ulteriormente inasprito le tensioni, causando la morte di almeno un marinaio iraniano. Teheran ha convocato i diplomatici ucraini e ha accusato Kiev di aver compiuto un atto «ostile e criminale». Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha affermato che i missili a lungo raggio avevano preso di mira navi che trasportavano carichi militari collegati all’Iran, accusando la Russia di sostenere la campagna militare iraniana contro gli Stati Uniti. Un altro importante focolaio di tensione è il Libano, dove Israele occupa circa un quinto del territorio sin dall’inizio di marzo. La Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ribadito che la pace tra Teheran e Washington sarà possibile solo se Israele cesserà i propri attacchi contro il Libano, dove sostiene di prendere di mira le roccaforti del gruppo libanese Hezbollah, sostenuto dall’Iran. L’Iran «ha indicato la salvaguardia dell’integrità territoriale del Libano e la cessazione assoluta e incondizionata dell’aggressione del regime sionista come condizione primaria per qualsiasi accordo volto a porre fine alla guerra imposta contro gli Stati Uniti aggressori», ha scritto in un post su X. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif incontra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con funzionari statunitensi sullo sfondo, prima dell’inizio di un incontro quadrilaterale tra Stati Uniti, Iran, Pakistan e Qatar in Svizzera, il 21 giugno 2026 [Pool/Reuters] Perché gli Stati Uniti hanno cessato gli attacchi proprio ora? L’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite Mike Waltz ha dichiarato all’emittente NBC News che una pausa negli attacchi favorirebbe i colloqui tra i due paesi. «Ciò che il presidente sta facendo in questo momento, come abbiamo visto fin dall’inizio, è dare un po’ di respiro ai colloqui», ha affermato. «I colloqui sono in corso». L’economista iraniano-americano Nader Habibi ha dichiarato ad Al Jazeera che l’economia globale ha subito forti pressioni quando, due settimane fa, Stati Uniti e Iran sono tornati a scontrarsi, e i prezzi del greggio sono balzati di oltre il 20 per cento, superando i 100 dollari al barile. Questa è una delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti hanno sospeso gli attacchi, ha ipotizzato. «L’amministrazione Trump era sottoposta a pressioni da tutte le parti, sia da partner interni che internazionali, affinché trovasse una soluzione», ha dichiarato Habibi ad Al Jazeera. «Tutti i recenti attacchi statunitensi non hanno prodotto una pressione sufficiente per modificare la politica dell’Iran e costringere il paese ad accettare le proprie richieste». Ha aggiunto che un altro problema è che il costo degli attacchi iraniani contro i paesi del Golfo «era molto elevato, e gli Stati Uniti rischiavano di alienarsi i propri alleati a causa dei danni alle loro economie dovuti al protrarsi di tali attacchi». Allo stesso modo, il blocco navale e le sanzioni statunitensi hanno messo l’economia di Teheran sotto forte pressione, ha affermato Habibi, aggiungendo che il paese «ha assistito a lunghe code per la benzina e il gasolio, che a volte raggiungevano anche un chilometro». A ciò si aggiungono i danni alle infrastrutture iraniane causati dagli attacchi statunitensi, tra cui ponti e ferrovie. Pertanto, ha affermato, «entrambe le parti hanno un incentivo a causa dei costi elevati e dell’incapacità di una delle due parti di costringere l’altra a cedere». Ali Vaez, direttore del progetto sull’Iran dell’International Crisis Group, ha dichiarato ad Al Jazeera: «Due settimane di combattimenti hanno ricordato sia a Washington che a Teheran che l’escalation aumenta i costi senza risolvere il conflitto. La speranza è che l’Iran e l’Oman possano trovare una formula per la riapertura dello stretto che tutte le altre parti interessate ritengano accettabile». «Il divario può essere colmato solo tornando al protocollo d’intesa e risolvendone le ambiguità», ha aggiunto. Il Qatar, l’Egitto e il Pakistan stanno collaborando con altri mediatori regionali per raggiungere un nuovo cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e hanno recentemente presentato una proposta per una tregua di 10 giorni nei combattimenti. Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato domenica all’emittente austriaca ORF che i mediatori stanno scambiando messaggi tra l’Iran e gli Stati Uniti, aggiungendo che, nonostante i precedenti sforzi diplomatici dell’Iran, il paese è stato «tradito». Gli Stati Uniti stanno esaurendo le scorte di armi? I media statunitensi hanno riferito che Washington sta esaurendo le scorte di intercettori antimissili Patriot e di altre munizioni di difesa aerea dislocate in Medio Oriente. Il sito di informazione Axios ha riportato che il presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore, il generale Dan Caine, ha avvertito il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori di difesa aerea potrebbe compromettere la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione. La scorsa settimana il governo statunitense ha confermato che la guerra contro l’Iran ha causato la morte di almeno 18 membri del proprio personale e il ferimento di 482. Tuttavia, in seguito il Pentagono ha ridotto il numero dei morti a 14. Trump ha respinto le preoccupazioni relative alle scorte di munizioni, dichiarando al Wall Street Journal: «Abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quante ne servano». Dopo che venerdì gli Stati Uniti hanno sospeso gli attacchi contro l’Iran, Trump ha dichiarato ai giornalisti: «C’è un’uscita militare secondo cui continuiamo semplicemente così come stiamo facendo, e possiamo persino intensificare gli attacchi, distruggendo tutto ciò che hanno. Oppure c’è una strategia più intelligente: si conclude un accordo. E loro vogliono concludere un accordo». Nonostante le sue smentite, gli esperti ritengono che la diminuzione delle scorte di armi sia un altro motivo importante per sospendere ora gli attacchi contro l’Iran. https://www.aljazeera.com/news/2026/7/27/why-has-the-us-halted-its-bombing-of-iran Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 27, 2026
Assopace Palestina
Video. I diritti dei palestinesi in un documentario ONU del 1979
26 luglio 2026 Questa è una breve introduzione a un documentario prodotto nel 1979 dalle Nazioni Unite con il titolo “The Palestinian People Do Have Rights”. Il film ripercorre la storia della Palestina, la nascita dello stato ebraico e le guerre dal 1948 al 1979. La storia è raccontata da una prospettiva di solidarietà con i palestinesi. L’intero film (di 53 min) è disponibile sul sito web della biblioteca delle Nazioni Unite: https://media.un.org/avlibrary/en/asset/d264/d2646540 Questa è solo un’introduzione di 3 min:
July 26, 2026
Assopace Palestina
Israele costruisce a Gaza una barriera terrestre che si estende per quasi un miglio oltre la “Linea Gialla” entro il territorio controllato da Hamas
di Yarden Michaeli,  Haaretz, 22 luglio 2026.   Le immagini satellitari mostrano che Israele ha costruito un terrapieno che si estende per quasi un miglio oltre la “Linea Gialla”, che delimita il territorio controllato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) a Gaza, nell’area di Rafah, nella parte meridionale della Striscia. La lunghezza totale della barriera raggiunge molte miglia, come rivelato da Haaretz. Un cippo giallo indica la «Linea Gialla», verso la quale le truppe israeliane si sono ritirate in seguito al cessate il fuoco, a Gaza City lo scorso novembre. Crediti: EBRAHIM HAJJAJ/ La barriera terrestre che l’esercito israeliano sta costruendo nella Striscia di Gaza si è estesa per centinaia di metri oltre la «Linea Gialla» ufficiale, invadendo il territorio destinato a rimanere sotto il controllo di Hamas in seguito all’annuncio del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. Le immagini satellitari acquisite questo mese mostrano che in un’area nella parte meridionale della Striscia di Gaza la barriera terrestre si estende per quasi un miglio oltre la Linea Gialla, che delimita il territorio controllato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Negli ultimi mesi, l’IDF ha costruito una barriera terrestre che si estende per molte miglia all’interno della Striscia di Gaza, come rivelato lo scorso marzo in un’inchiesta di Haaretz su come l’esercito israeliano stia consolidando la linea di separazione. La barriera è stata inizialmente costruita lungo la Linea Gialla che separa l’IDF da Hamas e, secondo le immagini satellitari e la documentazione sul campo, è costituita in gran parte da un terrapieno e da un fossato. Per diversi mesi, il tracciato della barriera è rimasto allineato alla Linea Gialla, con la deviazione massima nel territorio controllato da Hamas che raggiungeva i 180 metri. Tuttavia, secondo le immagini satellitari di Planet Labs risalenti a luglio, la barriera terrestre si estende ora per centinaia di metri oltre la Linea Gialla in due punti della Striscia di Gaza meridionale. Il primo si trova a Khan Yunis, dove si estende per circa 400 metri oltre la linea, avvicinandosi alla fondamentale strada Salah al-Din di Gaza, che costituisce un’importante via di transito tra il nord e il sud della Striscia. Il secondo si trova nell’area di Rafah, dove in un punto la barriera si spinge per circa 1.300 metri (4.200 piedi o 0,8 miglia) oltre la Linea Gialla ufficiale. In entrambi i casi, la barriera si avvicina a quella che è nota come «Linea Arancione», stabilita unilateralmente dall’IDF in profondità all’interno del territorio ufficialmente sotto il controllo di Hamas. L’IDF ha esortato le organizzazioni umanitarie a coordinare con le forze armate qualsiasi spostamento all’interno dell’area compresa tra le due linee. L’estensione della barriera più in profondità nella Striscia di Gaza avviene mentre l’IDF adotta altre misure per ampliare l’area sotto il proprio controllo. Secondo il tracciato della Linea Gialla comunicato dall’esercito israeliano in occasione del cessate il fuoco dichiarato lo scorso ottobre, Israele avrebbe dovuto controllare il 53 per cento del territorio dell’enclave. La linea era stata delimitata con blocchi di cemento verniciati di giallo, che l’IDF ha gradualmente spostato verso ovest, ampliando il territorio sotto il proprio controllo di diversi punti percentuali. Un blocco giallo che delimita la Linea Gialla, a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza meridionale, gennaio. Crediti: Abdel Kareem Hana/AP Con l’imposizione della Linea Arancione, Israele ha sottoposto il 65% della Striscia di Gaza a restrizioni di movimento. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all’esercito di aumentare il territorio controllato da Israele al 70% di Gaza. Nelle ultime settimane, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha segnalato più volte che i blocchi di demarcazione dell’IDF sono stati spostati oltre la Linea Gialla originaria in diverse aree, tra cui la Striscia di Gaza settentrionale, la città di Gaza e il governatorato di Deir al-Balah, nel centro dell’enclave. In alcuni luoghi, secondo l’OCHA, lo spostamento dei blocchi ha causato lo sfollamento degli abitanti di Gaza che vivevano nelle vicinanze. Oltre ad espandere il proprio territorio, negli ultimi mesi l’IDF ha costruito almeno tre nuove basi a Gaza, che si aggiungono a quelle già presenti. Una base è attualmente in fase di costruzione nell’area dei campi profughi della Striscia di Gaza centrale, un’altra sulle rovine della città di Bani Suheila vicino a Khan Yunis e una terza base vicino alla costa, in prossimità del confine con l’Egitto. L’IDF non ha ancora risposto alla richiesta di commento da parte di Haaretz. https://www.haaretz.com/gaza/2026-07-22/ty-article/.premium/idfs-gaza-earthen-barrier-crosses-almost-a-mile-beyond-yellow-line/0000019f-8866-d452-a3df-9eff85000000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=05c097545f Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 24, 2026
Assopace Palestina
Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
di Paolo Cacciari,  Comune Info, 21 luglio 2026.   I movimenti contro la guerra, in tutte le loro sfumature, hanno oggi un problema enorme. Gli argomenti razionali usati per dimostrare l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere persone smarrite e impaurite. Non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è sottratto ad altre spese fondamentali. Non basta ricordare che la deterrenza difensivista è una tragica falsità. Non basta più nemmeno fare appello al diritto internazionale. Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza, scrive Paolo Cacciari. La pace è disarmata e disarmante o non è. La guerra va sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” ha aperto le porte alla odierna barbarie. Foto Donne In Nero Parma Tanto più i capi di governo presentano lo stato di guerra permanente da loro creato come normale e inevitabile, tanto più sarebbe necessario sviluppare una critica radicale alla guerra, contestandone l’essenza: la violenza come logica di regolazione delle relazioni tra le persone, le comunità, gli stati. Di fronte alle campagne in corso di mobilitazione patriottica delle masse contro nemici pronti a mettere in pericolo i nostri confini, la nostra identità culturale, persino religiosa, e, soprattutto, il nostro benessere economico, gli argomenti “razionali” a nostra disposizione fin qui usati per dimostrare l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere persone smarrite, impaurite da una prolungata stagnazione economica, culturalmente destabilizzante e precarizzante. Per sottrarre consenso all’escalation militare non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è sottratto al welfare (il keynesismo militare è una bufala, lo hanno scritto gli stessi economisti nei rapporti delle Nazioni Unite). Non basta nemmeno ricordare che la deterrenza difensivista (secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”) è una tragica falsità: se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Non solo: con l’aumento della potenza (e diffusione) dei sistemi d’arma “ibridi” aumenta anche la probabilità di uno scontro armato “fuori controllo”. Non basta più nemmeno fare appello al diritto internazionale, ai patti e ai trattati in una fase storica in cui ogni singolo stato nazionale si sente sovrano in punta di diritto nello stabilire per proprio conto come e quando (anche preventivamente e oltre i suoi confini) usare la potenza bellica. Giuste argomentazioni economiche, geopolitiche e giuridiche contro le guerre hanno (in parte) retto le diplomazie delle cancellerie degli stati fino a quando è rimasta memoria delle due guerre mondiali. Oggi, per molti motivi, non è più così. Crollato il precario (oltre che iniquo) equilibrio dei rapporti di forza tra nord e sud del mondo, tra le aree di influenza geopolitiche e tra le classi sociali, siamo tornati al Leviatano puro: ciò che conta è la volontà di potere e la logica di potenza degli stati e dei gruppi sociali che se ne sono impadroniti. La guerra non è un evento eccezionale, imprevisto e indesiderato. È l’espressione massima e coerente della violenza organizzata, pianificata, finanziata e strutturata in un sistema di relazioni sociali basate sul predominio, la coercizione, la predazione delle risorse naturali, l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza. Il neoliberismo è un’ideologia che ha avvelenato il sentire comune anche delle vittime, se è vero che un commerciante pluriassassino è diventato l’emblema della difesa della libertà, un generale misogino e xenofobo leder politico, il presidente psicopatico degli US il capo dell’internazionale delle destre. Ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è che sono riusciti a far cadere il tabù della guerra e a sdoganare la sicurezza armata, la repressione del dissenso e delle giuste rivendicazioni degli esclusi, degli impoveriti. Peggio, i nuovi miliardari tecnoligarchi delle Big Tech si sono reinventati teologi e foraggiano sette religiose (cristiane e/o giudaiche, fa lo stesso) per arringare le masse in vista di una nuova Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male. Loro, intanto, si prendono avanti sul Giudizio Universale assicurandosi gli appalti del Pentagono e sperimentandoli a Gaza. Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza. La formulazione sintetica più giusta mi pare sia quella fornita da papa Prevost: un’idea di “pace disarmata e disarmante” (Leone VIX, 1° gennaio 2026). Una politica di pace efficace risponde alla guerra con il disarmo, la smilitarizzazione, la descalation della violenza. La guerra va sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. Sempre Leone XIX ha scritto: “L’abisso del male [è] racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza” (Magnifica Humanitas, §217). È la dimensione etica della politica che è andata perduta in un malinteso realismo che ha coinvolto anche moderati e progressisti. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” (umanitaria, risolutiva, a fin di bene…) ha aperto le porte alla odierna barbarie. Se il tema è come imparare a convivere in pace risanando le relazioni umane tra le persone, allora la politica dovrebbe mettere al primo posto la dimensione mentale, psicologica e spirituale che è alla base del vivere in comune. Paolo Cacciari ha aderito alla campagna Un tetto Comune. https://comune-info.net/rimotivare-il-no-alla-guerra-nella-sua-essenza-e-interezza/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=L%E2%80%99idea%20che%20possa%20esistere%20una%20%E2%80%9Cguerra%20giusta%E2%80%9D%20ha%20aperto%20le%20porte%20alla%20barbarie
July 24, 2026
Assopace Palestina
Video. Il sindaco di New York Zohran Mamdani chiede al governo USA di arrestare Netanyahu
23 luglio 2016 In una presa di posizione senza precedenti, il sindaco di New York Zohran Mamdani definisce Benjamin Netanyahu un “criminale di guerra” e chiede al governo federale degli Stati Uniti di applicare il mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale. In questo video diffuso dal suo ufficio, Mamdani precisa che il Comune non ha il potere legale di eseguire il mandato della CPI e che solo Washington potrebbe intervenire. La Casa Bianca ha già fatto sapere che Netanyahu non rischia l’arresto negli Stati Uniti; Israele respinge le accuse e contesta la giurisdizione della Corte dell’Aia. Mamdani spiega tutto in questo video di 2 min:
July 23, 2026
Assopace Palestina
La Palestina e noi, intervista a Luisa Morgantini
a cura di Carlo Cefaloni,  Città Nuova, 21 luglio 2026.     Dialogo sulle ragioni dell’impegno di una vita intera dedicata alla difesa dei diritti del popolo palestinese per una causa paradigmatica dell’ingiustizia nel mondo. Le scelte radicali della fondatrice di Assopace Palestina e già vicepresidente del Parlamento Europeo. Il sudario con i nomi dei bambini uccisi mostrato durante la manifestazione ‘Non dimenticare un solo nome’ in memoria dei bambini palestinesi uccisi durante i bombardamenti israeliani in Palestina, Roma, 10 aprile 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI Come si fa a parlare di pace quando si tratta di Palestina? Si possono ignorare certe notizie come quella recente della commissione ONU, ripresa su cittanuova.it, che certifica l’uccisione deliberata dei bambini palestinesi colpiti a morte dalle forze armate israeliane? L’orrore senza fine che arriva da Gaza come dai Territori Occupati, rischia di provocare, alla lunga, una reazione di rigetto e di rimozione dallo sguardo per l’incapacità di misurarsi con un dolore che appare senza senso e senza possibile soluzione. Palestinesi in lutto dopo un attacco israeliano a Gaza City, 14 luglio 2026. EPA/MOHAMMED SABER Eppure, anche quando negli anni più recenti la questione palestinese era caduta nel silenzio mediatico, Luisa Morgantini, con Assopace Palestina, non ha mai smesso di battersi per la giustizia e i diritti umani.  La sua vivacità è il tratto costante di una donna nata nel 1940, che a 18 anni decise di fuggire dal Piemonte, dalla Val d’Ossola circondata dalle Alpi, per raggiungere Bologna, la “città rossa” per eccellenza nell’Italia democristiana del tempo: le montagne le stavano strette, voleva conoscersi e conoscere. Vicende di un secondo dopoguerra pieno di attese, in cui era possibile trovare lavoro e intraprendere un percorso culturale originale che ha condotto Morgantini a frequentare il Ruskin College fondato nel 1899 in Inghilterra, come anni prima la Società umanitaria a Milano, per dare opportunità di formazione alla classe operaia. Un bagaglio che poi ha speso dedicandosi al sindacato e poi inaspettatamente in campo politico fino a diventare, nel 2007, vicepresidente del Parlamento Europeo con delega ai diritti umani e ai rapporti con l’Africa.  Una premessa storica necessaria per poter entrare nel merito delle domande di questa intervista incentrata sulle ragioni della nonviolenza in un mondo che si sta riarmando per prepararsi alla guerra e assiste inerte alla carneficina di Gaza e non solo. Come si fa a parlare di nonviolenza da parte di una persona che proviene con orgoglio da un territorio che ha visto la nascita della Repubblica Partigiana della Val d’Ossola, strappata con le armi in pugno ai nazifascisti? Sono cresciuta in quell’ambiente, in una famiglia operaia. Avevo solo 4 o 5 anni quando vidi i tedeschi arrivare per cercare mio padre, che era un partigiano. Ricordo ancora il rumore dei loro passi sulle scale e l’immagine, poi, di mio padre che scendeva dalle montagne il 25 aprile con il fucile in spalla. Nonostante questo, papà mi diceva sempre: «Luisa, la guerra è brutta da qualsiasi parte si faccia». Ricordo il trauma dell’uccisione di un fascista che ho visto avvenire vicino casa mia. Ho sempre avvertito intimamente la nonviolenza come unica via d’uscita dall’abisso, anche quando ho vissuto il forte impegno dentro ambienti molto conflittuali. Malgrado da piccola sognassi di uccidere Francisco Franco, non ho mai incitato alla morte dei nemici anche quando si trattava di sostenere la lotta anticolonialista in Vietnam. Hai avuto un lungo periodo di impegno nel sindacato, in particolare nella Fim Cisl, un’esperienza che hai definito “stranissima” e libera. Perché?  Scelsi la Fim Cisl per la sua trasversalità, mi sentivo più vicina a loro che a una Fiom Cgil ancora legata alle commissioni interne (una rappresentanza decisa dal PCI invece che dalla base, ndr). Mentre io andavo davanti alle fabbriche con il libretto rosso di Mao, incontravo cattolici che andavano con il Vangelo parlando di uguaglianza. Per quella scelta fui trattata da traditrice da mio fratello Ilario e da molti altri del Partito Comunista di Villadossola. Mi difese però Bruno Francia, un partigiano e dirigente sindacale Cgil. Le sigle comunque erano unificate nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), che è stata per anni il vero partito della classe operaia, attento non solo alla democrazia in fabbrica, ma anche allo scenario internazionale, dal Vietnam al Sudafrica e alla Palestina. Il sindacato è, in sostanza, una grande organizzazione che pratica un esercizio costante di costruzione di alleanze e composizione dei conflitti attraverso il riconoscimento dell’altro, una pratica intrinsecamente nonviolenta. Il tuo impegno per la Palestina è assoluto e costante. Quando è iniziato e come si è evoluto attraverso le tue esperienze internazionali? Ho iniziato a occuparmene seriamente nel 1982, dopo il massacro di Sabra e Shatila in Libano (perpetrato contro i profughi palestinesi dai falangisti libanesi con il sostegno dell’esercito israeliano, ndr). Ma sono stata preparata dal contatto diretto con l’America Latina. Ad esempio in Perù, dove ho incontrato, prima ancora dei teologi della liberazione, un prete e una suora che mi hanno testimoniato cosa vuol dire dare la vita per i poveri. Nel Nicaragua sandinista ho maturato una cultura della nonviolenza, nonostante la vittoria del Fronte di Liberazione fosse avvenuta tramite la lotta armata. Sono stata attiva in tutte le lotte di quegli anni di liberazione coloniale in Africa, contro i colonelli in Cile, Argentina, Brasile. Ho sempre cercato di decostruire la figura del nemico, partendo dal basso e da una diplomazia popolare come con le Donne in Nero, movimento internazionale contro la guerra e la violenza. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con Luisa Morgantini, in rappresentanza dell’Associazione ‘Donne per la Pace’ al Quirinale. Anno 1998. DE RENZIS/ANSA Questa tua scelta si scontra con la convinzione di chi afferma che senza l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023, ricompresa nella resistenza armata contro una forza occupante, la questione palestinese sarebbe stata dimenticata. Come rispondi a tale tesi presente tra le piazze a favore della Palestina?  Storicamente la tragedia palestinese non è iniziata il 7 ottobre; mi batto da decenni per la liberazione dall’occupazione militare israeliana. Le diplomazie occidentali hanno ignorato per anni le violazioni di Israele, permettendo l’ascesa di un governo messianico che praticando genocidio e pulizia etnica cita la distruzione biblica di “Amalek” per giustificare la ferocia attuale. Quando ho visto il muro di Gaza cadere ho provato un momento di stupore e, confesso, di gioia, mi è parsa una reazione esplosiva dovuta all’agonia di Gaza, sotto embargo perenne da parte di Israele. I tunnel non sono iniziati per portare armi ad Hamas, ma per importare merci e persone e spose e animali di contrabbando dall’Egitto ma sono radicalmente contraria ad ogni atrocità. Anche la resistenza armata, infatti, ha limiti imposti dalla legalità internazionale. I civili non si ammazzano mai. Il 7 ottobre è poi diventato un prezzo immenso pagato dai palestinesi con il genocidio in corso che non siamo riusciti a fermare, anche se nel mondo è esplosa la solidarietà e lo smascheramento dell’impresa coloniale del sionismo. A quanto pare la maggioranza degli ebrei israeliani e gran parte delle comunità della diaspora, sostengono che non si può parlare affatto di un genocidio e che Israele sia l’unica democrazia della regione, contrapposta a un’Autorità Palestinese corrotta. Cosa rispondi a queste obiezioni? Sono argomenti impossibili da accettare di fronte a tale atrocità. L’intenzione e la pratica del genocidio è ormai evocato anche da rappresentanti delle Nazioni Unite e dalla Corte Penale Internazionale. L’occupazione militare dura dal 1967, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha considerato illegale nel luglio del 2024 e chiesto la fine dell’occupazione militare israeliana entro un anno, scaduto senza che nessun firmatario della CIG la sostenesse. Israele ha distrutto ogni possibilità di “due popoli, due stati” attraverso le colonie e la frammentazione del territorio. Migliaia di palestinesi sono costretti nelle carceri israeliane senza alcun processo regolare, sottoposti a torture e abusi sessuali, mentre milioni di palestinesi resistono ogni giorno semplicemente “respirando” contro un’occupazione che toglie loro acqua, terra e vita. Un colono israeliano discute con la Vicepresidente del Parlamento Europeo, l’italiana Luisa Morgantini, in visita nei pressi della Città Vecchia di Hebron, in Cisgiordania (Territorio Occupato), il 4 novembre 2008. EPA/ABED AL HAFIZ HASHLAMOUN Come cercate di agire, con Assopace Palestina, in questo contesto così estremo?  Sostenendo con la presenza fisica dei volontari internazionali, per cercare di proteggere i civili palestinesi dalle aggressione dei coloni e dei soldati, la resistenza nonviolenta che in Palestina si incarna nella Sumud, la fermezza dei pastori della Valle del Giordano o dei giovani di Masafer Yatta, che restano sulla terra nonostante le demolizioni e la violenza dei coloni che picchiano persino cani e gatti con i bastoni, mossi da una brama di possesso per “diritto divino” che si scontra con l’amore dei palestinesi per la loro terra. Nel denunciare la politica israeliana e la complicità dei nostri governi e non solo a parole, anche con denunce legali come quella contro la Leonardo per il commercio di armi con Israele, nel far conoscere la cultura vibrante di quel popolo contro lo stereotipo della vittima o dell’estremista, molti progetti che si possono trovare su assopacepalestina.org. E in ciò che accade esiste una chiara responsabilità occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso l’Olocausto di ebrei, sinti, omosessuali, comunisti e siamo sempre noi a permettere l’Olocausto di Gaza. Siamo noi che abbiamo permesso ad Israele di essere totalmente impunito, di violare ogni diritto umano, di andare oltre ogni possibilità dell’umano. E i Paesi arabi? Pensiamo al Qatar, ad esempio, da dove arrivano i finanziamenti per Hamas e che poi si presenta come mediatore. Non hanno di fatto abbandonato i palestinesi?   Sono colpevoli quanto gli occidentali. Hanno usato la causa palestinese per i propri scopi, ma le loro politiche sono state parziali e talvolta complici di Israele. Pensiamo all’Egitto che tratta malissimo i palestinesi e chiude i valichi. Netanyahu si muove facendo leva su queste complicità, come dimostra la strategia deliberata dal Congresso del Likud del 2019, volta a favorire l’afflusso di fondi qatarini verso Hamas per mantenere la separazione politica tra Gaza e la Cisgiordania e prevenire così la creazione di uno stato palestinese. Quali altri effetti ha prodotto la strategia di lotta violenta condotta da Hamas?  La scelta compiuta da Hamas fin da prima della seconda Intifada (1994-2005), con gli attentati suicidi e l’uso di kamikaze, mentre avrebbero potuto scegliere la lotta armata contro l’esercito invasore, ha contribuito a distruggere sistematicamente la solidarietà internazionale, offrendo al regime coloniale israeliano il pretesto ideologico per la de-umanizzazione del popolo palestinese. Tra le forme di lotta nonviolenta sostenete il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) usato a suo tempo verso il Sudafrica razzista. Ma non si rischia, così, di colpire in maniera indistinta tutto il popolo israeliano suscitando reazioni contrarie?  Considero il BDS una lotta popolare nonviolenta, fondamentale per fare pressione, ad esempio, affinché l’Unione Europea sospenda l’accordo di associazione con Israele, dato che l’articolo 2 prevede il rispetto dei diritti umani come condizione necessaria. Abbiamo sostenuto strumenti come l’Iniziativa dei Cittadini Europei lanciata dal gruppo Sinistra Europea (che ha raccolto oltre 1,2 milioni di firme), che chiede di aprire una discussione parlamentare di merito, sottraendo la clausola dell’Articolo 2 alla discrezionalità diplomatica. Si tratta di colpire le politiche coloniali e allo stesso tempo costruire ponti con quegli israeliani, seppur pochi, che si oppongono al genocidio e al colonialismo e che vengono arrestati nelle piazze di Tel Aviv, e aggrediti da coloni e soldati quando sono al fianco dei palestinesi. Israele disprezza la diplomazia classica e intende solo la forza; la nostra forza allora deve essere il boicottaggio e il disinvestimento. Molti israeliani contrari al governo ci dicono chiaramente: “Boicottateci”. Nel solo 2025, oltre 75 comunità palestinesi sono state evacuate a causa dell’aggressività dei coloni, che ormai attaccano persino gli attivisti israeliani considerati traditori. Non so se ce la faremo a cambiare i nostri governi, ma so che vale la pena combattere questa battaglia per la verità e la giustizia. Fadwa Barghouti (D), moglie di Marwan, affiancata da Luisa Morgantini (S) parla con i giornalisti al termine di un incontro con i leader di Pd-M5S-Avs ed i rappresentanti del ‘Comitato per la Liberazione di Marwan Barghouti e tutti i Prigionieri Palestinesi’ alla Camera dei Deputati, Roma 21 gennaio 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI Un’istanza centrale nelle vostre campagne è la liberazione dal carcere di Marwan Barghouti, che abbiamo visto irriconoscibile nelle immagini passate sulla tv israeliana mentre viene insultato dal ministro suprematista Ben Gvir.  Perché è così importante da essere indicato come il possibile fautore di una pacificazione secondo l’esempio di Nelson Mandela? Marwan, insieme alla sua famiglia, è per me famiglia. Conosco Marwan dal 1988. È in carcere dal 2002, ma la sua figura rimane un punto di riferimento per i comitati popolari e per la società civile. È l’unico leader capace di unire le diverse anime del popolo palestinese attorno a un progetto di autodeterminazione laico, democratico e basato sul diritto internazionale. È stato lui a convincere molti palestinesi ad accettare gli accordi di Oslo del 1993 come una sfida per la soluzione a due stati. A differenza di altre fazioni, Barghouti mantiene una linea politica laica. Questo è particolarmente rilevante in un contesto dove si è cercato spesso di dipingere la resistenza palestinese come un movimento puramente religioso o islamista. Egli sottolinea che la Palestina è composta da cristiani e musulmani e ha sempre definito l’intifada come una lotta per l’indipendenza, non su base religiosa. Pur non respingendo l’idea della lotta armata contro gli occupanti, non ha mai dato ordini di uccidere civili. Si è sempre opposto ad azioni come quelle dei kamikaze di Hamas, che riteneva deleterie per la causa stessa. È importante in Italia sostenere la campagna internazionale per la sua liberazione e quella degli altri prigionieri politici come un passo essenziale per qualsiasi processo di pace. Come Assopace Palestina, avete creato anche un centro permanente in Italia, a Supino (nel frusinate). Cosa fa?  Abbiamo chiamato il centro Bab el Shams (La Porta del Sole), ispirandoci a un libro sulla Nakba (l’esodo forzato dal 1947 al 1948 della popolazione palestinese dalle loro case, ndr) e a un villaggio costruito dal coordinamento dei comitati di lotta popolare nel 2013 tra Gerico e Gerusalemme, nella zona E1, occupata da Israele ed oggi dichiarata annessa da Israele. È un simbolo della resistenza e della volontà di non farsi dividere o isolare. Invitiamo costantemente in Italia i leader del coordinamento come Mohammed Khatib, Radshid Khudeiri, Manal Tamimi, Sami e Mohammedi Hurein, Munther Amira e tanti altri e altre. Luisa Morgantini presidente di Assopace Palestina, e Giuditta Brattini, volontaria di Gazzella Onlus nella Striscia di Gaza, durante una conferenza stampa organizzata alla Camera dei Deputati, Roma, 08 novembre 2023. ANSA/ETTORE FERRARI Luisa Morgantini (S), presidente di Assopace Palestina, e Giuditta Brattini, volontaria Gazzella Onlus nella Striscia di Gaza, durante una conferenza stampa organizzata alla Camera dei deputati, promossa dall’associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarieta’ internazionale (Aoi), da Gazzella Onlus e da Assopace Palestina, Roma, 08 novembre 2023. ANSA/ETTORE FERRARI Eppure, sembra che tutto questo impegno si scontri con assetti di potere che appaiono inamovibili, con Trump che alla Knesset ha lodato Netanyahu per aver usato bene la gran quantità di armi che gli ha inviato. È tutto inutile?  Dobbiamo ribaltare la logica dell’impotenza. È un lusso che non ci possiamo permettere.  Sebbene decenni di manifestazioni non abbiano ancora stravolto le agende geopolitiche, hanno prodotto un risultato concreto: la crescita di una coscienza sociale che impedisce al mondo di voltarsi altrove. E ci sono segnali importanti da cogliere. Anche lo slogan “dal fiume al mare” rilanciato durante le manifestazioni che per alcuni è divisivo, per molti giovani palestinesi e israeliani oggi significa: “dal fiume al mare saremo tutti liberi e uguali”, superando le forme di nazionalismo. La nonviolenza non è solo non scegliere le armi, ma costruire rapporti umani diversi, ripudiando la logica dell’odio. Non è una tattica contingente, ma un’esigenza strutturale che deve pervadere non solo la politica, ma anche le dinamiche associative, i movimenti e i rapporti personali, C’è un passaggio particolare della tua vita dove hai maturato questa convinzione profonda?  È un cammino che riguarda progressivamente tutta la mia esistenza, ma che parte da un fatto della mia infanzia. All’età di 11 anni desideravo fortemente andare a vedere i film in paese, con quel desiderio descritto bene da Tornatore in Cinema Paradiso. Un giorno decisi però di dare i soldi del biglietto ad un uomo che suonava una trombetta chiedendo aiuto. Decisi di diventare comunista in quel momento, come risposta all’ingiustizia sociale che portava un essere umano a chiedere l’elemosina. Nel partito mi insegnarono però che la soluzione giusta non era la carità, ma la lotta per dare lavoro e dignità a tutti. Così quando arrivai a Bologna ero molto attenta a non passare in quella parte dei portici dove di solito c’era un mendicante che chiedeva l’elemosina. Poi un giorno ho deciso di avvicinarmi per dargli quello che potevo, realizzando di poter essere solidale e allo stesso tempo lottare per la giustizia, senza perdere l’umanità. Con il tempo maturai una vicinanza politica con Pietro Ingrao che esprimeva la “lode al dubbio”, contro le rigidità dogmatiche del PCI. Decisi così di lasciare il lavoro di funzionaria di partito per dedicarmi a quel tipo di impegno sindacale che mi ha spalancato le porte alla pratica della nonviolenza e alla solidarietà che, come scriveva la poetessa nicaraguense Gioconda Belli, è “la tenerezza dei popoli”, ma non è solo pensare agli altri: è per la mia dignità e libertà. https://www.cittanuova.it/la-palestina-e-noi-intervista-a-luisa-morgantini/
July 23, 2026
Assopace Palestina
Come si costruisce l’amnesia morale: gli israeliani non possono dimenticare ciò che non hanno mai saputo
di Adam Raz,  Haaretz, 21 luglio 2026.   Soldati israeliani a Gaza. Crediti: Ufficio stampa dell’IDF Dal 7 ottobre, il governo israeliano sta conducendo una campagna volta a far dimenticare agli israeliani il fallimento e la propria responsabilità in merito a varie cose: gli errori «accidentali» di Netanyahu riguardo alla data, il tentativo di rimuovere la parola «massacro» dalla bozza di legge per commemorarne le vittime (che, per inciso, non è stata approvata entro la conclusione dell’attuale sessione della Knesset perché una legge volta a indebolire il procuratore generale è più importante), il tentativo di ribattezzare la guerra con il nome di «Guerra della Tekuma» (Rinascita o Risorgimento), e il testardo rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta statale – e in ogni caso, non c’è bisogno di indagare su ciò che non è mai accaduto. Tutto questo, almeno, riceve la dovuta attenzione. Pochi parlano del tentativo di farci dimenticare ciò che Israele ha fatto a Gaza dopo il massacro. Recentemente, lo storico Lee Mordechai dell’Università Ebraica ha scritto qui che i media e il mondo accademico «contribuiscono all’oblio» del genocidio a Gaza, ma per dimenticare bisogna prima sapere, e gli israeliani si sono allenati a non sapere. Più della metà degli israeliani viventi oggi è nata dopo l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995, e per loro il 1948, la Prima Intifada e gli Accordi di Oslo sono storia antica. L’ignoranza non è solo una mutilazione autoinflitta dagli israeliani, ma anche un’azione deliberata da parte dello stato. Da diversi mesi, sul sito web delle Forze di Difesa di Israele e degli Archivi dell’Istituzione della Difesa non sono disponibili informazioni. È impossibile cercare documentazione storica su vari argomenti nel più grande archivio di Israele, né condurre ricerche. Nel caso degli Archivi di Stato non militari, il sito web è tornato operativo solo lo scorso anno, dopo circa due anni di inattività a seguito di un «attacco informatico». Anche allora c’erano dei problemi, e poi chi se ne importa della ricerca storica, giusto? Israele va fiero della sua capacità di piazzare bombe nei cercapersone, ma non di garantire che i propri archivi siano al servizio del pubblico. All’inizio del 2026, dei circa 17 milioni di fascicoli conservati negli Archivi di Stato e negli Archivi delle Forze di Difesa di Israele (IDF), solo il 4% circa è accessibile al pubblico. Negli Archivi dell’IDF, meno dell’1% dei fascicoli è consultabile. Non è necessario addentrarsi nelle complessità della Legge sugli Archivi e delle norme di consultazione, ma, in parole povere, gli archivi governativi stanno violando la legge e non lo nascondono. Archivi di Stato di Israele. Crediti: David Bachar Milioni di fascicoli rimangono di fatto chiusi anche dopo aver raggiunto il termine di declassificazione, che di per sé è già eccessivo – variando da 15 a 90 anni a seconda del tipo di documento. Secondo la legge, il 36% dei fascicoli negli Archivi di Stato e il 29% di quelli negli Archivi delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dovrebbero essere accessibili al pubblico, eppure sono di fatto chiusi. Nel caso l’aveste dimenticato, quei fascicoli appartengono a noi, al pubblico. Esistono altri meccanismi all’opera per perpetuare questa mancanza di conoscenza, come la censura che impedisce agli israeliani di venire a conoscenza delle gesta del proprio paese, sia passate che presenti; il dipartimento per la Sicurezza dell’Istituzione della Difesa (Malmab) presso il Ministero della Difesa – che raccoglie documenti storici dagli archivi con un processo giuridicamente discutibile; e un sistema educativo che opera per mantenere all’oscuro la prossima generazione. Rifugiati palestinesi durante la Nakba. Crediti: Jim Pringle/AP Gli archivi del servizio di sicurezza Shin Bet, del Mossad e della Commissione per l’Energia Atomica sono chiusi al pubblico. Le pratiche di occultamento illegali vengono di fatto legittimate dal governo. La maggior parte della popolazione ebraica odierna in realtà non ha dimenticato nulla, perché non ha mai saputo nulla. Non sapeva del furto delle proprietà palestinesi, dei massacri commessi nel corso della storia di Israele, dell’espulsione di intere comunità, della spoliazione di risorse e terre, del fatto che le vite dei palestinesi siano considerate sacrificabili, dei crimini contro l’umanità. Se all’opinione pubblica non viene concesso l’accesso alle informazioni sulle azioni dello stato, non dovremmo sorprenderci che non sappia ciò che lo stato ha fatto. Non è una questione di oblio, ma di occultamento deliberato. I palestinesi ispezionano i danni sul luogo di un attacco israeliano contro un’abitazione a Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, domenica 19 luglio. Crediti: Ramadan Abed/Reuters Una delle conseguenze più evidenti di questa politica di occultamento è che molti israeliani non riescono a credere a ciò che i media stranieri e Haaretz dicono sul loro paese. La negazione è diventata una sorta di condizionamento pavloviano collettivo: gridare «antisemitismo» in risposta a qualsiasi critica a Israele, sminuendo così il concetto e danneggiando direttamente gli ebrei che vivono all’estero. Nessuno aveva detto a quei negazionisti che l’esercito israeliano aveva commesso crimini quando la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto contro il loro primo ministro. Si rifiutano di accettare tali accuse perché sono stati addestrati a farlo. Sono stati trasformati in storpi morali e, anche se volessero uscire dalla caverna di Platone, ne sarebbero impediti. I palestinesi ispezionano il luogo di un attacco israeliano contro un’abitazione a Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, domenica. Crediti: REUTERS/Mahmoud Issa Questo occultamento non riguarda solo la violenza contro i palestinesi. Dopotutto, anche tra 100 anni gli archivi dell’IDF non renderanno pubblico tutto il materiale relativo al caso Gur Kehati (il sergente Kehati dell’IDF fu ucciso da Hezbollah durante una controversa scorta di sicurezza a un civile nel Libano meridionale), né sui processi decisionali che hanno portato alle operazioni in Iran, né sulle decisioni che hanno causato la morte degli ostaggi in cattività. E non dovremmo sorprenderci se i tentativi del governo di far dimenticare alla gente i fallimenti del 7 ottobre avessero successo. Il tempo seguirà il suo corso. Coloro che hanno espulso, picchiato e saccheggiato nel ’48, nel ’67 e durante le intifade hanno “dimenticato” ciò che è accaduto, e la maggior parte degli israeliani non sa nemmeno le cose che avrebbero dovuto dimenticare. Questa è una delle caratteristiche distintive della collettività israeliana: negare i risultati della violenza sponsorizzata dallo Stato mentre questa si sta verificando, far sì che venga dimenticata il prima possibile e ripetere il ciclo da capo in ogni generazione successiva. Il fatto che la maggior parte degli israeliani sia nata e cresciuta nell’occupazione e nell’apartheid, e si sia abituata a livelli elevati di violenza, contribuisce a preservare tale ignoranza. Si basa sull’interesse comune di tutti coloro che ne traggono vantaggio – sia lo Stato che lo stesso pubblico ignaro. Dopotutto, chi vuole sapere cosa hanno fatto i nonni agli arabi, o cosa stanno facendo loro i bambini oggi? https://www.haaretz.com/opinion/2026-07-21/ty-article-opinion/.premium/the-architecture-of-moral-amnesia-israelis-cant-forget-what-they-never-knew/0000019f-8062-d316-a9df-a26fa2e60000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 22, 2026
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