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Da Gaza all’Italia, tra studio e resistenza. Parla Luisa Morgantini
di Lorenzo Pedretti,  Patria Indipendente, 27 ottobre 2026.   I corridoi universitari hanno permesso a 229 giovani di lasciare la Striscia, di raggiungere il nostro paese e, grazie a borse di studio del MUR, proseguire il percorso accademico in ventuno atenei. La fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo, racconta l’accoglienza loro riservata, l’esperienza vissuta insieme in Ciociaria e altre storie d’impegno dell’associazione al fianco di una popolazione che continua a rivendicare libertà e autodeterminazione, A tre anni dal 7 ottobre 2023, il bilancio della devastazione inflitta alla Striscia di Gaza è agghiacciante. L’offensiva israeliana ha causato la morte di oltre 77mila persone, di cui 21mila minori, e il ferimento di altre 175mila. Un computo che peraltro non include chi è rimasto sepolto sotto le macerie. Soltanto negli ultimi mesi, dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, è stato ucciso un bambino al giorno secondo l’Unicef. Inoltre, fame e malattie hanno provocato una gravissima crisi umanitaria, le cui vittime sono più difficili da stimare ma sono molto probabilmente nell’ordine delle decine di migliaia. Atti compiuti deliberatamente al fine di assassinare quante più persone possibile e causare gravi danni fisici e psicologici ai superstiti, prendendo di mira anche i più vulnerabili. Atti volti a rendere impossibile la vita dell’intera popolazione palestinese di Gaza. Atti che rientrano pienamente nella definizione giuridica di genocidio, come concluso, tra gli altri, da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e da esperti come Omer Bartov, Raz Segal, Amos Goldberg e Daniel Blatman. La giornalista Anna Maria Selini Già due anni fa la giornalista Anna Maria Selini scriveva che la catastrofe è tale da richiedere termini nuovi per descriverla. Domicidio, la distruzione massiva degli edifici residenziali e commerciali. Ecocidio, cioè danni gravissimi alla biodiversità e agli ecosistemi. E scolasticidio, perché scuole e università sono state rase al suolo, e oltre 20mila studenti e mille tra docenti e impiegati amministrativi sono stati uccisi. Intere generazioni hanno visto violato il diritto allo studio, e compromessa la possibilità di sperare in un futuro migliore attraverso la formazione. Luisa Morgantini (Imagoeconomica, Alessandro Amoruso) Tante sono le iniziative di solidarietà internazionale sorte in reazione a questi efferati crimini. Tra di esse c’è l’attivazione di corridoi universitari per ospitare all’estero almeno alcuni dei tanti giovani palestinesi intenzionati a proseguire gli studi nonostante le circostanze. In Italia, questi canali hanno consentito di evacuare 229 studenti gazawi tra settembre 2025 e maggio 2026. Arrivati nel nostro Paese dopo aver attraversato Israele e Giordania, sono stati accolti in ventuno università italiane e stanno proseguendo il loro percorso accademico grazie alle borse di studio del Ministero dell’università e della ricerca, che coprono anche vitto e alloggio. Ne abbiamo parlato con Luisa Morgantini, fondatrice di Assopace Palestina, già sindacalista e vicepresidente del Parlamento europeo. Luisa, come valuti questa esperienza finora? (dal sito di Assopace Palestina) Non ho seguito nel dettaglio le procedure che hanno assicurato il loro arrivo in Italia. Sul piano didattico so che la loro preparazione era del tutto adeguata agli standard delle università italiane. Tra loro ci sono ingegneri, medici, avvocati. Essendo stati abituati, loro malgrado, a studiare in una situazione di totale distruzione umana e materiale, possiedono una creatività e una tenacia incredibili, nonostante gli infiniti traumi subiti. Allo stesso tempo, i servizi di accoglienza previsti del governo italiano sono stati molto limitati. Spesso non sono stati offerti loro corsi di italiano. Sul piano legale rimangono delle incertezze: potranno fare la domanda di asilo, diventando rifugiati se verrà accolta, o dovranno limitarsi a spostare la residenza qui, in quanto studenti? E potranno chiedere il ricongiungimento con i loro tanti familiari rimasti a Gaza, che rischiano ancora di morire? Senza le associazioni che li seguono, rischierebbero di finire per strada. A chi è arrivato tramite corridoi umanitari per ricevere cure negli ospedali italiani è andata anche peggio. In che modo Assopace Palestina ha sostenuto questi studenti? Ho incontrato alcuni di loro in un evento sulla Palestina organizzato all’Università di Parma dai fisici statistici. Così ho scoperto che vengono da tante città diverse della Striscia – Jabalya, Nuseirat, Rafah, Khan Yunis, Gaza City – e che non si erano mai visti prima di arrivare in Italia, pur essendo rimasti in contatto durante tutto l’iter che ha consentito loro di venire qui. Ho quindi pensato che come associazione avremmo potuto offrire loro uno spazio per conoscersi, e li abbiamo invitati a Supino, in Ciociaria, dove AssoPace Palestina ha organizzato il Centro Bab el Shams, “la porta del Sole” in arabo. Oltre ad essere la sede fisica dell’associazione, è un importante luogo di aggregazione e di scambi interculturali, organizzato in diverse case. Prende il nome dal titolo del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury, ma è anche il nome di un villaggio palestinese dove in una sola notte i comitati popolari hanno eletto un sindaco e impiantato tende, una moschea, una chiesa. L’esercito israeliano lo ha distrutto nel 2013, cacciando gli abitanti. Fa parte del piano governativo di unificare le colonie costruite nella zona E1 della Cisgiordania, tra Jericho e Gerusalemme. Anagni (Frosinone), uno dei paesi visitati dagli studenti palestinesi in Italia Com’è andata questa esperienza presso il vostro Centro? Straordinaria. Abbiamo ospitato cinquanta degli studenti gazawi per una settimana, dal 16 al 23 agosto scorso. Ci sono state discussioni, ma anche momenti conviviali. Hanno deciso di fare una cena di cibo palestinese in piazza: la cucina ha grande importanza nella loro cultura come nella nostra. E poi abbiamo fatto una visita a Roma con le Guide Turistiche per Gaza, un trekking sui Monti Lepini e una giornata al mare a Sabaudia, ospiti di un’amica. È stato stupendo vedere il loro coinvolgimento e la loro gioia per essere insieme. Anche l’ospitalità e la solidarietà della gente di qui è stata fantastica. Persone da tutta la Ciociaria hanno portato cibo e lenzuola, pulito le case, partecipato a una raccolta fondi. In più gli studenti hanno incontrato i sindaci di Supino, Ceccano e Anagni, che si sono detti interessati a costruire un gemellaggio con una città della Cisgiordania. Cercheremo di organizzare altre esperienze del genere, in modo da preservare questa rete tra studenti gazawi, aiutarli nel loro percorso e con le loro rivendicazioni. Vogliamo anche farli conoscere a studenti italiani, e far incontrare bambini palestinesi e italiani, come già fatto in passato. Cosa fa Assopace Palestina in Italia? Organizziamo incontri con rappresentanti dei Comitati popolari di resistenza nonviolenta e di altri gruppi e organizzazioni sia palestinesi, come Al-Haq e Youth of Sumud, sia israeliani che fanno co-resistenza con loro, come Refusnik e Combatants for Peace. Collaboriamo alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), organizziamo manifestazioni e facciamo pressione sulle istituzioni, ad ogni livello, perché cessi la complicità con l’occupazione militare israeliana e si sostenga il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Infine organizziamo viaggi di conoscenza e solidarietà dall’Italia che consentono di vedere Palestina e Israele di persona. Il filo conduttore è sempre quello di mostrare la cultura palestinese nella sua bellezza e creatività per rompere lo stereotipo, costruito ad arte, per cui quel popolo è composto solo da eterne vittime o da estremisti, e in ogni caso dev’essere sempre controllato da qualcun altro senza poter decidere per sé. E in Palestina come operate? Masafer Yatta Appoggiamo le iniziative di resistenza nonviolenta espresse dalla società palestinese, per aiutare a garantire i diritti di questo popolo nonostante l’occupazione. Ad esempio, abbiamo un progetto per sostenere il diritto allo studio dei giovani di Masafer Yatta. Inoltre partecipiamo a una campagna chiamata Faz3a. Volontari internazionali vanno a sostenere contadini e pastori nelle aree dove Israele pratica la pulizia etnica, i cui abitanti sono attaccati ormai ogni giorno da soldati, poliziotti e coloni. A questo sforzo partecipano anche numerosi gruppi di cittadini israeliani: fanno anche loro interposizione e vengono attaccati con maggiore violenza rispetto agli altri attivisti, perché considerati dei traditori. Anche i volontari internazionali corrono dei rischi: non sono più protetti dai passaporti, la loro presenza non è più un deterrente. Una volta l’esercito di Israele, pur restando un occupante, non attaccava indiscriminatamente: dal 7 ottobre invece sì. Quest’anno sono partiti cento volontari, è difficile ma fondamentale assicurare la loro partenza, gli attacchi contro le città e i villaggi della Cisgiordania sono continui. Grazie alla vostra attività avete un punto d’osservazione privilegiato sulla questione palestinese. Cosa si prova? 1982. Massacro di Sabra e Chatila Io seguo la Palestina dal 1982, dal massacro di Sabra e Shatila. Ho visto intere generazioni, conosciuto intere famiglie, sviluppato amicizie, partecipato a matrimoni e funerali, ospitato delegazioni palestinesi in Italia e fatto interposizione tra i soldati israeliani. Purtroppo, non sempre trovo un autentico interesse verso la vita vissuta dai palestinesi. Urlare nelle piazze è indispensabile, certo, ma conoscere direttamente le loro esperienze e coglierne gli aspetti più veri e umani è tutta un’altra cosa. Addirittura c’è qualcuno che vive comodamente in Italia e li rimprovera perché non partecipano tutti alla lotta armata. Quando vivi sotto occupazione, resistenza può essere qualunque cosa. Anche solo continuare a respirare, a vivere nel posto in cui si abita, a mandare i figli a scuola malgrado l’occupazione militare. La differenza fondamentale tra palestinesi e israeliani, infatti, è che i primi amano profondamente la loro terra, la proteggono e difendono, mentre i secondi vogliono solo possederla. Poi non sopporto di sentir dire che non c’è il Gandhi, non c’è il Mandela palestinese. Ci sono eccome, penso ai prigionieri politici picchiati, abusati e stuprati in carcere, che chiediamo vengano liberati. Come Marwan Barghouti: nonostante sia in carcere da più di 24 anni è un leader per l’unità dei palestinesi amato e riconosciuto, non solo dai giovani, e sostenuto da tutte le forze politiche. E cosa avete imparato dai palestinesi? Marwan Barghouti Soprattutto la capacità di trattenere la commozione e la rabbia. Queste persone non dormono a causa degli attacchi dei coloni, ad ogni spostamento vengono umiliate ai checkpoint, hanno amici e familiari imprigionati per anni anche senza accuse e che a volte muoiono in carcere. Eppure riescono a controllare le emozioni, non riuscirebbero a sopravvivere altrimenti, anzi: verrebbero subito ammazzate. Capisco un volontario internazionale che si mette a piangere davanti a un palestinese. Però ci vuole sangue freddo, non possono essere loro a consolarci. Dobbiamo essere uno strumento di solidarietà concreta. Andare là, poi tornare qui e agire, in particolare facendo pressione sui governi perché impongano sanzioni contro Israele. Agire per la libertà dei palestinesi ma anche per la nostra, cittadini come siamo di Paesi che si sono riscoperti colonialisti e suprematisti, con governi alleati di uno Stato genocidario. Per citare una bellissima frase che ho letto sui cartelli nelle ultime manifestazioni, “volevo liberare i palestinesi ma sono loro che hanno liberato me”. > Da Gaza all’Italia, tra studio e resistenza. Parla Luisa Morgantini
October 28, 2026
Assopace Palestina
Il diritto di scomparire
di Ashraf Hazeyen,  The Electronic Intifada, 21 luglio 2026.   Un soldato israeliano scatta una foto a un uomo palestinese durante un raid nel villaggio di al-Mughayyir, nella Cisgiordania centrale, gennaio 2025. Avishay MoharActiveStills A Gaza, la sorveglianza spesso arriva dall’alto. I droni israeliani rimangono sospesi sulla vita quotidiana per ore e ore, unendo la loro ricognizione con la loro permanenza. Molte persone a Gaza ora parlano dei droni come altri parlano del tempo: come una condizione permanente che circonda la vita quotidiana. I sistemi di puntamento assistiti dall’Intelligenza Artificiale, le tecnologie di mappatura digitale e la produzione ininterrotta di dati visivi trasformano il movimento di persone e veicoli nella loro esposizione. In Cisgiordania, l’architettura di sorveglianza è più visibile sul terreno: posti di blocco biometrici, telecamere di riconoscimento facciale e un sistema di permessi regolano la mobilità attraverso l’identificazione e la verifica. I pendolari attendono in lunghe file ai posti di blocco, dove i telefoni vengono perquisiti e i volti verificati tramite scanner biometrici. Tra queste geografie frammentate di Gaza e della Cisgiordania, operano tecnologie diverse che tuttavia producono sempre più la stessa condizione politica: la vita dei palestinesi rimane soggetta a sistemi di monitoraggio. Il dominio coloniale dipende dal conoscere dove si trovano le persone, come si muovono e come possono essere classificate. Questo controllo sulla mobilità palestinese rimane centrale nella struttura dell’occupazione. Mentre i posti di blocco riorganizzano i ritmi ordinari degli spostamenti attraverso ispezioni e autorizzazioni, e mentre i droni sorvolano Gaza, ogni passeggiata non registrata, ogni raduno anonimo e ogni silenzio che non lascia tracce digitali si restringono sotto uno scrutinio continuo. La visibilità non esiste più solo nei momenti di confronto diretto. Si insedia nei comportamenti quotidiani e altera il modo in cui le persone parlano, si muovono, si riuniscono e scompaiono dalla vista. Helga Tawil-Souri ha descritto questa estensione della sorveglianza ai ritmi ordinari della vita palestinese come una forma di «occupazione digitale». I residenti raccontano di evitare certe conversazioni al telefono, di limitare l’attività online e di cambiare i propri percorsi perché presumono di essere osservati. Gli esseri umani hanno bisogno di spazi pubblici che rimangano al riparo dal controllo. La vita quotidiana dipende da momenti che sfuggono alla documentazione: la passeggiata non pianificata, la conversazione privata e la temporanea scomparsa dalla vista. Édouard Glissant, in Poetica della relazione, descrive l’opacità come la forza che «protegge il Diverso» dalle pretese della «trasparenza riduttiva». La vita palestinese rivela l’importanza politica di questa intuizione. L’occupazione estende la sorveglianza ai ritmi della vita quotidiana e trasforma la privacy ordinaria in un luogo regolamentato. L’opacità diventa una condizione di dignità psicologica e libertà politica. Prova di esistenza Un popolo costantemente sorvegliato impara alla fine a vivere l’esposizione come una condizione della vita quotidiana. Il controllo costante altera il comportamento, il linguaggio, i movimenti e persino la vita emotiva. Le persone iniziano a calcolare come appaiono, dove appaiono e se la stessa scomparsa attirerà sospetti. In queste condizioni, l’opacità smette di sembrare normale. Comincia a sembrare rischiosa. Tra i ripetuti attacchi a Gaza, famiglie, giornalisti e operatori umanitari hanno spesso documentato le vittime tramite fotografie, video, numeri di identificazione e dati di geolocalizzazione in previsione di future controversie su ciò che è realmente accaduto. Quando la sofferenza palestinese deve essere filmata, archiviata, verificata e diffusa per diventare politicamente innegabile, la documentazione diventa sia testimonianza che difesa contro la cancellazione. A Gaza i genitori scrivono i nomi dei propri figli sulle braccia e sulle gambe. Le informazioni identificative vengono registrate sui telefoni e i dettagli vengono condivisi attraverso le reti prima che le persone scompaiano tra numeri controversi e narrazioni contrastanti. Immagini di case distrutte, corpi feriti, fame, sfollamento e dolore circolano sulle piattaforme dei social media e sulle reti di informazione internazionali come prove intese a contrastare l’incredulità e la smentita ufficiale. La testimonianza rimane necessaria in contesti in cui la violenza viene spesso minimizzata, distorta o cancellata, ma questa pressione produce anche una situazione preoccupante in cui la vita dei palestinesi è sempre più legata alla necessità di fornire prove continue. Una popolazione ferita si trova costretta a dimostrare la propria sofferenza più e più volte per rimanere visibile agli occhi del mondo. La morte richiede documentazione. La fame richiede immagini. Lo sfollamento richiede fotografie, registri anagrafici o testimonianze oculari. Persino la sopravvivenza stessa diventa una prova presentata davanti a un pubblico globale che esige prove continue. Esser visti come bersagli o come testimoni I palestinesi si trovano spesso di fronte a richieste da parte di giornalisti, organizzazioni umanitarie e pubblico dei social media di ulteriori filmati, ulteriori identità, ulteriori registrazioni, ulteriori testimonianze e ulteriori conferme visive prima che la loro umanità venga riconosciuta. Devono dimostrare ripetutamente esperienze che, in molti altri contesti, vengono semplicemente date per scontate. Il problema più profondo è la condizione che si crea quando un popolo deve rimanere permanentemente visibile per continuare a essere credibile. Sotto queste pressioni, la leggibilità imposta non funziona più solo come esposizione alla sorveglianza dall’alto. Diventa anche un requisito imposto dalla politica internazionale del riconoscimento. Una società organizzata attorno alla sorveglianza permanente erode gradualmente le forme ordinarie di scomparsa umana. James C. Scott, in Seeing Like a State, mostra come gli stati moderni espandano la loro capacità di governare rendendo le popolazioni sempre più leggibili attraverso sistemi di classificazione, registrazione e semplificazione amministrativa. La sorveglianza permanente estende questa logica alla vita quotidiana. Lo spazio pubblico si restringe sotto l’occhio delle telecamere, delle banche dati, dei droni e delle registrazioni digitali che trasformano il movimento in informazione. Persino la vita privata comincia ad anticipare l’osservazione prima ancora che questa avvenga. Le persone imparano ad autoregolarsi attraverso la possibilità di essere viste. Per i palestinesi, questa condizione comporta una violenza ancora più acuta perché l’essere visti si presenta sempre più spesso in due sole forme: o come bersagli o come testimoni. Il primo caso (bersagli) si realizza attraverso i sistemi di sorveglianza gestiti dall’esercito israeliano e dalle autorità di occupazione che monitorano, classificano ed espongono i corpi al controllo. L’altro caso (testimoni) emerge attraverso l’infinita esigenza di documentare la sofferenza per dimostrare che essa esiste davvero. Si tratta, quindi, di una questione che va oltre la privacy. Riguarda le condizioni politiche in cui un popolo può esistere senza essere costantemente esposto a sistemi di monitoraggio o a continue richieste di prove. Una società che deve rimanere visibile per rimanere credibile occupa una posizione fragile all’interno della moderna politica del riconoscimento. Alcune vite sono monitorate. Ad altre viene chiesto di dimostrare di essere esistite. Ashraf Hazeyen è un filosofo e scrittore palestinese che vive negli Stati Uniti. I suoi scritti vertono sul colonialismo, il pensiero politico, l’istruzione superiore e la Palestina. https://electronicintifada.net/content/right-disappear/51541 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 27, 2026
Assopace Palestina
Gaza, la mostra Be My Voice e la voce del fotoreporter Alhassan Selmi
di Sergio Caserta,  Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2026.   Il fotoreporter e videomaker di Gaza Alhassan Selmi e l’illustratrice Marcella Brancaforte sono gli autori di un’opera unica nel suo genere, che rappresenta la tragedia di Gaza attraverso versi e disegni. La Casa della Solidarietà “Alexander Dubček”, sede di varie associazioni di volontariato, si trova nell’edificio che ospitava l’Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (BO). Il 6 dicembre 1990, un aereo militare si schiantò contro l’edificio, causando la morte di dodici studenti e il ferimento di ottantotto persone tra studenti e personale scolastico. È qui che si tiene la mostra Be my voice, dedicata al genocidio della popolazione palestinese di Gaza. Il fotoreporter e videomaker di Gaza Alhassan Selmi e l’illustratrice Marcella Brancaforte sono gli autori di un’opera unica nel suo genere, che rappresenta la tragedia di Gaza attraverso versi e disegni. L’opera, che sta girando l’Italia soprattutto nelle periferie, è il risultato di un dialogo continuo tra Alhassan e Marcella cominciato nel giugno 2024. Il giovane giornalista, che ha collaborato con diverse testate e reti televisive in Italia e in Europa, ha raccontato lo stillicidio quotidiano a cui è sottoposta da tre anni una popolazione, colpevole solo di vivere in un luogo che Israele ha deciso di distruggere fino alle fondamenta. Un folle disegno iniziato con la giustificazione di rispondere al massacro di israeliani del 7 ottobre 2023, ma portato avanti con la criminale determinazione di estinguere un’intera popolazione. Alhassan è un sopravvissuto: a 33 anni, con una laurea e un lavoro da giornalista che ama, ha vissuto esclusivamente a Gaza. Eppure, parlando con lui, non si può che rimanere sorpresi dalla sua visione lucidamente aperta, universalistica e cosmopolita. A Gaza si muore ogni giorno e la morte è la cosa più consueta con cui convivere; perfino i bambini ne sono consapevoli. A lui è capitato più e più volte, in questi anni, di assistere agli ultimi istanti di vita di decine di colleghi uccisi, perché l’informazione da Gaza non deve arrivare nel resto del mondo e per questo motivo sono stati sistematicamente assassinati oltre 250 giornalisti. Alhassan chiama Israele machine war, un’entità quasi impersonale (in questo si coglie anche un raffinato spirito umanistico) che uccide scientificamente, distruggendo case, scuole, ospedali, luoghi di culto e di cultura, ma anche con la fame e la privazione di farmaci e beni essenziali, perché nulla di Gaza deve restare in piedi e in vita. Ma Alhassan crede anche nel valore della capacità di resistenza e resilienza del suo popolo, sempre pronto a ricominciare e a ricostruirsi da zero, anche da sottozero dice. È convinto che, anche se Israele riuscisse a ucciderli tutti, loro rinascerebbero e ricomincerebbero. Questa è la sua convinzione e la sua profonda speranza. Colpisce che dalle sue parole non traspaia alcun odio verso l’oppressore: la sua visione è che la Palestina, che chiama Terrasanta, sia un luogo in cui musulmani, ebrei, cristiani e ogni tipo di umanità possano convivere in pace, nel rispetto degli human rights che sono il suo mantra. Ma sa che per ottenere questo risultato sarà necessario ancora lottare. Marcella, affermata professionista del disegno per ragazzi, ha trasformato il racconto tragico di quelle giornate in splendidi disegni, quadri in cui flash di brevi frasi e poesie si uniscono ai suoi disegni, tragici ma allo stesso tempo dolci, con un tratto naif che rende emotivamente sopportabile il terribile contenuto della narrazione. Marcella condivide quotidianamente il vissuto raccontato da Hassan e il risultato è un film per disegni, ormai circa mille, che raccontano in modo unico, realistico ed emozionante la tragedia infinita di un popolo. Ad Alhassan e Marcella si è unito Raffaele Oriani, firma prestigiosa del giornalismo italiano, che coraggiosamente si dimise da Repubblica per la linea editoriale del quotidiano sulla Palestina. Oriani ha realizzato due libri con Alhassan: Hassan e il genocidio e Il popolo meraviglioso, editi da People e illustrati da Marcella. Tutti e tre hanno partecipato all’incontro promosso da Assopace Palestina, Percorsi di Pace, Teatri di Vita, Casa della Solidarietà e con il patrocinio del Comune di Casalecchio di Reno. In una sala affollata, circondati dai quadri della splendida mostra, introdotti dall’infaticabile attivista di Assopace Daniela Boldarino, Alhassan ha snocciolato, con sobria gentilezza e un inglese fluente, i tratti principali del genocidio del suo popolo che l’Occidente stenta a riconoscere, nonostante le inchieste, le prove e le sentenze della Corte Penale Internazionale, compreso il mandato di arresto nei confronti di Netanyahu. Il pubblico ha partecipato con grande emozione all’incontro e ha posto molte domande, perché, come stiamo osservando da tempo e soprattutto in questi giorni, la tragedia palestinese è nella mente e nel cuore della maggior parte delle persone che credono nella pace, nei diritti umani e nell’uguaglianza, e che lottano contro l’ingiustizia. Questo è ciò che stanno manifestando soprattutto i giovani nelle piazze d’Italia e d’Europa, nonostante l’elusiva indifferenza dei nostri governi. Una mostra e un evento che meritano di essere replicati ovunque. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/26/genocidio-gaza-mostra-be-my-voice-notizie/8550727/
October 26, 2026
Assopace Palestina
“Due ore per andarsene”: le famiglie palestinesi di Hebron raccontano l’espulsione notturna da parte delle forze israeliane
di Jack Khoury, Matan Golan e Maysan Madi, Haaretz, 25 ottobre 2026.   Le forze di difesa israeliane (IDF) sono arrivate di notte, bussando con forza alla porta, e hanno concesso a una famiglia di Hebron due ore per andarsene. «I bambini sono scoppiati in lacrime», ha raccontato il mukhtar della famiglia, costretto a percorrere un chilometro a piedi insieme alla moglie nonostante i suoi problemi di salute. Higazi Shawer al-Tamimi, 70 anni, sfrattato insieme alla sua famiglia dal quartiere di Deir Baha dalle forze israeliane, posa per una foto all’interno del suo negozio di pollame e mangimi per animali a Hebron, in Cisgiordania, sabato scorso. Crediti: John Wessels/AFP I residenti di Hebron, la più grande città palestinese della Cisgiordania, hanno descritto lo sfollamento forzato di oltre 2.000 persone iniziato sabato come una punizione collettiva, accusando il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir di sfruttare l’assedio per ottenere vantaggi elettorali. L’esercito israeliano ha lanciato un’operazione militare a Hebron dopo una sparatoria avvenuta venerdì nei pressi della città, in cui sono stati uccisi due soldati. Migliaia di residenti costretti ad abbandonare le proprie case durante il fine settimana non sanno ancora se o quando potranno tornare. In un’intervista a Haaretz, il vicesindaco Khaled Fahd al-Qawasmi ha affermato che finora 373 famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case, mentre altre 30 circa sono minacciate di sfratto forzato. Molti di coloro che sono stati evacuati, secondo quanto riferito dai residenti, non hanno alcun legame con gli autori della sparatoria.  Sabato, soldati israeliani montano la guardia al posto di blocco settentrionale di Hebron, in Cisgiordania, che è stato chiuso. Crediti: Hazem Bader/AFP Higazi Shawer al-Tamimi, il mukhtar, ovvero l’anziano del clan, della famiglia Shawar al-Tamimi, i cui membri figurano tra gli sfollati, ha raccontato ad Haaretz che lui e la sua famiglia sono stati costretti a lasciare il loro edificio, dove vivono circa 70 persone, tra cui bambini, donne e malati. Ha descritto come i soldati siano arrivati di notte e abbiano bussato con forza alla porta. Un ufficiale di alto rango gli ha detto che aveva 15 minuti per andarsene, mentre circa 50 soldati armati gridavano contro i residenti, instillando paura, ha raccontato. «I bambini sono scoppiati in lacrime, tutti erano sotto shock e cercavano di capire cosa stesse succedendo», ha aggiunto. Dopo le trattative con l’esercito, alla famiglia sono state concesse due ore per raccogliere gli effetti personali essenziali e i documenti prima di andarsene. Il mukhtar, che ha circa 70 anni, e sua moglie, che hanno difficoltà a camminare a causa di problemi di salute, sono stati costretti a percorrere a piedi circa un chilometro insieme a molti altri residenti. Altri sono riusciti ad andarsene con le proprie auto. Circa 120 famiglie dello stesso clan sono state evacuate dalla zona, insieme a circa 80 famiglie di altri clan di Hebron, ha detto Shawar al-Tamimi. Ha aggiunto che l’esercito ha occupato quattro edifici di proprietà delle famiglie, li ha trasformati in postazioni militari e ne ha distrutto il contenuto. Bandiere israeliane sventolano da una casa dopo che sabato l’esercito israeliano ha costretto i palestinesi a evacuare il quartiere di Deir Baha a Hebron. Crediti: John Wessels/AFP Quando ha cercato di tornare per recuperare medicinali e latte in polvere per neonati, i soldati gli hanno negato l’accesso, ha raccontato. «Questa è la nostra terra e questa è la nostra casa. Non lasceremo Hebron e non ce ne andremo da qui, anche se dovessimo scavare una caverna e viverci», ha detto. Un video girato a Hebron mostra i soldati che spintonano Shawar al-Tamimi. Suo figlio ha raccontato ad Haaretz che il padre aveva chiesto di accedere all’area circostante la casa da cui era stato evacuato, ma che i soldati lo hanno fermato e aggredito. Poco dopo, è stato visto in un ospedale della città con una gamba fasciata. L’esercito ha permesso alle famiglie di portare con sé solo gli effetti personali essenziali. Il vicesindaco ha dichiarato sabato che la città ha aperto dei rifugi comunali per ospitare alcune famiglie, mentre altre sono state accolte da parenti. Le forze armate hanno inoltre iniziato a demolire alcune strutture nella zona, ha aggiunto. Il sindaco di Hebron, Yousef al-Ja’abari, ha dichiarato sabato ai media palestinesi che le principali evacuazioni si sono concentrate ad al-Jalda e Deir Bahah, due delle zone più densamente popolate della città. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) ha esortato l’esercito a porre fine agli sgomberi forzati e alle demolizioni di abitazioni e a revocare il blocco imposto alla città, affermando che tali misure costituiscono una punizione collettiva in violazione del diritto internazionale. Edifici residenziali vuoti osservati dopo che sabato l’esercito israeliano ha costretto i palestinesi a evacuare il quartiere di Deir Baha nella città di Hebron, in Cisgiordania. Crediti: John Wessels/AFP L’avvocato dell’ACRI Reut Shaer ha affermato che «nessun incidente di sicurezza autorizza l’esercito a punire un’intera città». «Sradicare le famiglie dalle loro case, distruggere proprietà e bloccare le strade per far pagare un prezzo per le azioni di singoli individui costituisce una punizione collettiva vietata», ha detto. «L’esercito deve smettere di danneggiare i residenti e garantire l’immediato ritorno degli sfollati alle loro case». L’associazione ha inoltre affermato che il governo aveva esplicitamente presentato le demolizioni come un mezzo di punizione. L’esercito ha annunciato l’operazione venerdì, dopo che due residenti di Hebron hanno sparato e ucciso due soldati, il sergente maggiore Ron Yonatan Roitman e il sergente Yuval Shay Suilem. L’IDF ha dichiarato che l’operazione dovrebbe durare diversi giorni. Secondo l’esercito, i soldati stanno setacciando la città alla ricerca di persone coinvolte in attività terroristiche e di raccolta armi. Ai residenti sarà consentito entrare e uscire dalle zone in cui operano le truppe attraverso tre uscite, previa autorizzazione. https://www.haaretz.com/west-bank/2026-10-25/ty-article/.premium/2-hours-to-leave-palestinian-families-in-hebron-tell-of-evacuation-idf-forces/000001a1-7370-dc8f -a1a3-fff699f70000?utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=haaretz-today&utm_content=05e30343d4 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 26, 2026
Assopace Palestina
“La verità sotto le macerie”: il rapporto di Francesca Albanese su media e genocidio, in italiano
di Redazione Kritica,  Kritica, 26 ottobre 2026.     Pubblichiamo in italiano l’ultimo rapporto della Relatrice speciale ONU per i Territori occupati Francesca Albanese: “La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio”. CREDITI: Wikimedia Commons Il nuovo rapporto di Francesca Albanese “La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio” è online sul sito delle Nazioni Unite (qui la versione in inglese). Il rapporto esamina “come la distruzione della verità sia diventata parte integrante della distruzione di un popolo. Esso individua tre modelli interconnessi: l’eliminazione degli operatori dei media palestinesi – attraverso omicidi, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, torture, intimidazioni e la sistematica etichettatura di questi come “terroristi” – al fine di impedire la documentazione dei crimini; la costruzione di un regime informativo in Israele attraverso restrizioni ai media, censura, propaganda, incitamento all’odio, istigazione al genocidio e negazione; e il ruolo dei media internazionali influenti e delle piattaforme digitali nell’emarginare le voci palestinesi e nel riprodurre le narrazioni israeliane, normalizzando le distorsioni giuridiche che, in ultima analisi, hanno legittimato le atrocità. Nel loro insieme, queste pratiche non solo hanno accompagnato il genocidio, ma ne hanno facilitato la commissione e ostacolato l’attribuzione delle responsabilità. Alcuni aspetti di questo attacco alla verità potrebbero essere descritti come «mediacidio»”. Per l’importanza che le documentazioni fornite dalla Special Rapporteur Albanese forniscono al dibattito pubblico, com’è ormai consuetudine da oltre un anno Kritica traduce i suoi rapporti in italiano, in una traduzione non ufficiale. © Kritica per la sola traduzione del rapporto in italiano – Riproduzione parzialmente consentita dietro cortese richiesta CREDITI FOTO: Wikimedia Commons Redazione Siamo la redazione di Kritica, gli articoli così firmati sono quelli che sono stati realizzati direttamente al nostro interno, con un lavoro di cosiddetta “cucina redazionale” per mettere a disposizione report, discorsi, traduzioni, fonti primarie o notizie dall’elaborazione più rapida. https://kritica.it/politica/palestina/la-verita-sotto-le-macerie-il-rapporto-di-francesca-albanese-su-media-e-genocidio-in-italiano/
October 26, 2026
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Oltre 2.000 persone costrette ad abbandonare le proprie case a Hebron durante le incursioni israeliane in Cisgiordania
di Redazione Al Jazeera, Al Jazeera, 24 ottobre 2026. I palestinesi di Hebron “vivono nella paura” con la città sotto coprifuoco, mentre le forze israeliane arrestano decine di persone in tutta la Cisgiordania. I soldati israeliani chiudono un cancello al transito dei veicoli durante un’operazione militare a Hebron, nella Cisgiordania occupata, sabato 24 ottobre 2026, all’indomani di un attacco armato compiuto da palestinesi nella zona. (Foto AP/Mahmoud Illean) Israele ha imposto un blocco totale e ha allontanato migliaia di palestinesi dalle loro case a Hebron, mentre l’esercito conduce raid nella Cisgiordania occupata in seguito alla morte di due soldati israeliani. Ciò avviene mentre sabato l’Autorità Palestinese (AP) ha chiesto che venga esercitata una pressione internazionale su Israele per proteggere gli abitanti di Hebron, i quali hanno riferito che i soldati hanno annunciato gli ordini di evacuazione tramite altoparlanti a tarda notte, senza lasciare loro il tempo di prepararsi e con pochi luoghi in cui rifugiarsi. Il sindaco di Hebron, Yousef al-Ja’bari, ha dichiarato sabato ad Al Jazeera che 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case dalle truppe israeliane e dalle retate. Più tardi, sabato, il ministro della Difesa israeliano ha confermato che “circa 2.000” persone sono state sfollate. “Non sarà loro permesso di tornare nel loro quartiere finché non avremo risolto tutte le questioni relative a Hamas a Hebron”, ha dichiarato Israel Katz in un’intervista all’emittente pubblica Kan. Da venerdì, quando due uomini armati palestinesi hanno attaccato una base di riserva dell’esercito israeliano, si sono verificati centinaia di raid israeliani. Due palestinesi sono stati uccisi, così come i due soldati israeliani. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha quindi ordinato un «blocco totale» della Cisgiordania a seguito dell’attacco. Il sindaco al-Ja’bari ha dichiarato ad Al Jazeera che gli abitanti di Hebron non possono né entrare né uscire dalla città. I soldati israeliani hanno inoltre lanciato una granata stordente contro i giornalisti di Al Jazeera nei pressi del posto di blocco di Farsh al-Hawa a Hebron, mentre questi documentavano un’operazione israeliana volta a demolire con i bulldozer abitazioni e veicoli nella zona. Un soldato israeliano al posto di blocco settentrionale di Hebron, bloccato, vicino a diverse auto demolite [AFP] Sabato l’esercito israeliano ha condotto raid in almeno 15 aree della Cisgiordania occupata, secondo quanto riferito dai corrispondenti di Al Jazeera sul posto. Tra le località prese di mira figurano Jenin e Nablus a nord; Ramallah, Al-Bireh, Birzeit e Gerusalemme Est occupata al centro; e Betlemme a sud. Le forze israeliane hanno arrestato circa 70 palestinesi nel corso di raid in tutta la Cisgiordania, secondo quanto riferito dalla Società palestinese per i prigionieri. L’Autorità Palestinese, che governa la Cisgiordania, ha definito le azioni di Israele una “punizione collettiva”, citando la demolizione di abitazioni, lo sfollamento forzato di interi quartieri e la “chiusura e l’assedio delle città palestinesi”, e ha esortato la comunità internazionale a intervenire, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa palestinese Wafa. Nel frattempo, Hamas ha affermato in una dichiarazione che «le campagne e le escalation condotte dall’occupazione e dai suoi coloni criminali contro il nostro popolo non faranno altro che alimentare ulteriore indignazione». Macchinari israeliani demoliscono un’abitazione palestinese in seguito all’attacco a colpi d’arma da fuoco di venerdì a Hebron [Mussa Qawasma/Reuters] Centinaia di migliaia di persone «sotto assedio» Circa 200.000 palestinesi vivono nella città di Hebron stessa e altri 600.000 nel governatorato di Hebron, rendendolo il governatorato più popoloso della Cisgiordania. Quegli 800.000 palestinesi nel governatorato di Hebron sono «ora sotto assedio, con tutti gli ingressi e le uscite chiusi sin da stamattina», ha dichiarato ad Al Jazeera Issa Amro, attivista palestinese e analista politico con sede a Hebron. «All’interno della città non c’è alcun luogo sicuro dove nascondersi… la città è davvero in preda alla paura», ha affermato Amro. Posizionamento politico I politici israeliani stanno cercando di “trarre vantaggio” dall’attacco in vista delle elezioni parlamentari del 27 ottobre, ha affermato Nour Odeh, corrispondente di Al Jazeera dalla Cisgiordania. «Netanyahu, il suo partito Likud e i suoi alleati in questa coalizione di destra sono in svantaggio nei sondaggi», ha detto Odeh, quindi in risposta stanno «cercando di mostrare un fronte coraggioso, affermando di combattere i palestinesi». A pochi giorni dal voto, Netanyahu ha evitato di rispondere se intendesse smantellare l’Autorità Palestinese, ma ha affermato che una “grande sorpresa” attende l’organizzazione. https://www.aljazeera.com/news/2026/10/24/more-than-2000-forced-from-homes-in-hebron-amid-israels-west-bank-raids
October 24, 2026
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Ein al-Auja: come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
di Majd Jawad, Pressenza, 14 ottobre 2026.     di V.V. La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in Cisgiordania. La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati. Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie, si è ridotta a un esile rivolo. I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della comunità. “Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha raccontato Rashaidh a Middle East Eye (MEE). “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”. “Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola. La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati. Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali. Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno. “L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni, presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio. In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di 124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane. “Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché restare è diventato impossibile”. self, Public domain, via Wikimedia Commons Declino costante Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50% e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale. Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE. Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente. L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere, ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Storicamente, tre pozzi gestiti dallo stato nell’area di Ein al-Auja raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher. Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi. Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e insufficienti”. “L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha affermato. Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati  coprivano oltre 3.000 ettari nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 300 ettari, ha precisato Abu Zaher. Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto, bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno giornaliero. Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà quotidiana. “Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della scarsità della sorgente”, ha dichiarato a Middle East Eye Naifa Zaied, sfollata a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”. La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare, lavarsi e accudire il bestiame. “Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a questa necessità rispetto a tutte le altre”. “Siamo isolati” Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti attacchi, furti e confische da parte dei coloni. Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di carcasse di animali. La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele lavorative o diritti contrattuali. Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa. “È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di arresto. La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa, parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”. Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente restano a casa”. Turisti sotto assedio Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira. Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al peperoncino. “Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite, una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di raggiungere una distanza di sicurezza”. Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo. Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori. Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie, autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso, raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti. «Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE Muhammad Taha, un venditore di Gerico. Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché offrire i propri servizi ai visitatori. Battaglia legale Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una battaglia legale rappresenta l’ultima speranza. Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il loro ritorno a casa. “Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat, supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti dei beduini. Durante le udienze, lo stato ha negato l’esistenza di ordini formali di evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la sicurezza. Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto all’Alta Corte di imporre allo stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo stato continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area. Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo stato viene infatti riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni. E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se n’erano già andate. Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente rappresentata dai coloni. “Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se non ci uniamo, perderemo tutti”. Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale, dove “il luogo era già stato svuotato”. In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo. La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti. L’aria è più silenziosa. Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi. Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita. Majd Jawad è un giornalista freelance di stanza a Ramallah, proveniente dal villaggio distrutto di Zir’in nella Jezreel Valley. Traduzione di Valentina Valle Baroz Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community
October 24, 2026
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Avamposti, violenza, impunità: l’anatomia delle espropriazioni di terre da parte dei coloni israeliani
di Leila Warah,  Al Jazeera, 22 ottobre 2026.   Con il sostegno del governo e scarsa responsabilità, un modello inquietante getta un’ombra sulla raccolta delle olive palestinese. Musa Bani Shamsa, 57 anni, è rimasto contuso e sanguinante dopo essere stato aggredito dai coloni israeliani durante la raccolta delle olive. [Leila Warah/Al Jazeera] Beita, Cisgiordania occupata – La stagione della raccolta delle olive è tradizionalmente un periodo in cui le famiglie palestinesi si riuniscono nei propri uliveti, raccolgono le olive e cucinano sui fuochi all’aperto. Ma quando Musa Bani Shamsa e suo figlio diciassettenne, che ha chiesto di rimanere anonimo, sono arrivati al loro terreno a Beita, a sud-est di Nablus, gli uliveti erano vuoti. La mattina del 14 ottobre, dopo il loro arrivo, un gruppo di uomini israeliani mascherati li ha circondati. Erano armati di pistole, coltelli, tubi, bastoni e un martello, ha raccontato Shamsa ad Al Jazeera. Si vedevano solo i loro occhi. «A un certo punto, ero io a subire le percosse al posto di mio figlio, e in un altro momento era mio figlio a subire le percosse al posto mio», ha detto. «Avevo paura che lo uccidessero, che lo uccidessero sul posto, perché ciò è già successo molte volte». Si è sollevato la maglietta per mostrare i lividi e le ferite da taglio che stavano ancora guarendo. Il pestaggio è durato almeno 20 minuti, finché lui e suo figlio non sono stati lasciati a terra. Shamsa sanguinava e ha perso conoscenza. «Pensavano che fossimo morti, così ci hanno lasciati lì», ha detto. Shamsa ha detto che i suoi aggressori provenivano da un avamposto israeliano sulla collina adiacente. Tre giorni dopo l’aggressione, suo figlio non riusciva ancora a parlare a causa dello shock. La violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania occupata sta aumentando drasticamente. Dal 1° settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNRWA) ha registrato più di 200 attacchi contro agricoltori palestinesi, un numero superiore al totale delle aggressioni simili registrate nell’intera stagione dello scorso anno. Con l’aumento di percosse, incendi dolosi e furti di bestiame, «la gente ha paura», ha detto Shamsa, «in tutti i sensi del termine». Lui condivide quella paura, ma si rifiuta di abbandonare la sua terra. Gli agricoltori hanno adattato le loro abitudini alla situazione. La raccolta inizia prima, alle 5 del mattino. La gente blocca le strade con pietre per rallentare l’avanzata dei coloni e, a turno, raccoglie le olive e fa la guardia dai tetti con il binocolo. Quando i coloni si avvicinano, le famiglie fuggono. Alcuni tornano di notte per raccogliere alla luce dei cellulari. Ma queste precauzioni offrono scarsa protezione. Nei villaggi vicini, ha detto Shamsa, i coloni aspettano che gli agricoltori abbiano finito di raccogliere prima di rubare il loro raccolto e le loro attrezzature. «Vengono a prendersi le loro olive e li picchiano, e prendono anche le stuoie che mettono sotto gli ulivi», ha detto. «Ogni volta che cediamo un po’, loro prendono un po’ di più. Non vogliono garantirci la sicurezza.» Un abitante di Beita osserva con il binocolo un avamposto israeliano sulla collina di fronte. Durante la raccolta delle olive, le famiglie mantengono qualcuno di guardia nel caso in cui i coloni attacchino. [Leila Warah/Al Jazeera] Come un avamposto mette radici Al centro dell’espansione degli insediamenti israeliani ci sono gli avamposti, che spesso nascono con poco più di una bandiera, una tenda o un recinto per il bestiame su terra palestinese. Istituiti vicino ai villaggi palestinesi, possono espandersi fino a controllare i campi e le aree di pascolo circostanti. Dal suo portico, Khalil Tafakji, cartografo ed esperto di confini e insediamenti, ha indicato una collina dove sventolavano bandiere israeliane sopra le case palestinesi. Ha descritto gli avamposti come «i figli degli insediamenti madre». Situati tra gli insediamenti israeliani esistenti, contribuiscono a collegarli e ad estendere il controllo israeliano «sulla più ampia area possibile di territorio con il minor numero di residenti», ha spiegato Tafakji ad Al Jazeera. Secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono illegali. Gli avamposti sono illegali anche secondo la legge israeliana fino all’approvazione da parte del governo, eppure molti ricevono sostegno statale ancor prima del riconoscimento formale. «Lo stato sta dalla parte dei coloni, sostenendoli finanziariamente, moralmente, politicamente, militarmente e in ogni dettaglio», ha affermato Tafakji. Nel 2024, i coloni hanno istituito 62 nuovi avamposti, sostenuti da 75 milioni di shekel (20 milioni di dollari) di finanziamenti governativi. In totale, secondo Peace Now, una ONG israeliana, il governo ha destinato almeno 100 milioni di shekel (30 milioni di dollari) agli avamposti e alle fattorie per attrezzature di sicurezza e infrastrutture, tra cui strade, veicoli, droni, telecamere e cancelli elettrici. Il governo legalizza inoltre retroattivamente gli avamposti. A marzo, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato 34 nuovi insediamenti, tra cui 10 avamposti già esistenti. I media israeliani hanno riferito che la decisione prevede la realizzazione di infrastrutture idriche ed elettriche prima dell’approvazione definitiva del progetto. A Beita si sta verificando uno scenario simile. Nel 2024 Israele ha autorizzato l’avamposto di Evyatar, fondato inizialmente nel 2013, come insediamento. Da allora, secondo quanto riferito dai residenti, sono sorti tre avamposti più piccoli nei suoi dintorni. Rabee al-Sharafa, un abitante di Beita che vive ai margini del villaggio, ha spiegato che inizialmente i coloni attingono energia dalle linee elettriche vicine al villaggio prima che le infrastrutture vengano formalmente estese fino a loro. «Se c’è una linea elettrica vicino al villaggio, possono semplicemente rubarne l’energia, senza problemi», ha detto. «Se viene loro tagliata, non hanno alcun problema. La compagnia elettrica interviene e la estende fino a loro». Con l’aumentare del numero di avamposti, aumentano anche le minacce di violenza e l’uso della forza per allontanare le famiglie palestinesi dalle loro terre. «La politica che seguono è una politica di lenta resa», ha detto al-Sharafa riferendosi ai coloni. A marzo, dieci uomini mascherati armati di bastoni, machete e asce hanno attaccato una famiglia e hanno minacciato di ucciderne i membri se non se ne fossero andati, ha raccontato. La famiglia è fuggita. Un’altra casa è stata sgomberata a giugno e, dall’inizio di ottobre, i coloni hanno preso di mira una terza abitazione, tagliandogli l’elettricità e l’acqua. «Lo paragoniamo a un rosario che si disgrega», ha detto al-Sharafa. Bandiere israeliane sventolano dalle case palestinesi ai margini di Beita, nella Cisgiordania occupata, mentre gli avamposti vicini invadono la città. [Leila Warah/Al Jazeera] Nessuna protezione, nessun ricorso I palestinesi hanno affermato di non avere nessuno a cui rivolgersi. L’esercito israeliano protegge i coloni, e i palestinesi riescono raramente a ottenere giustizia attraverso il sistema giudiziario. Quando i residenti cercano di difendere le loro case, i coloni «chiamano immediatamente l’esercito contro di te», ha detto al-Sharafa. «A volte l’esercito sa che c’è un attacco ma non vuole intervenire finché l’attacco non è finito». Al Jazeera ha contattato l’esercito israeliano per un commento, ma non ha ancora ricevuto risposta. La legge viene utilizzata anche per appropriarsi della terra stessa. Israele attinge a un mosaico di leggi ottomane, britanniche e giordane, oltre che ai propri ordini militari, per impadronirsi del territorio palestinese. In base a una legge dell’era ottomana, i terreni lasciati incolti per diversi anni possono essere rivendicati dallo stato. Israele utilizza questa disposizione per dichiarare alcune aree «terreni demaniali», dove, secondo Tafakji, sono stati fondati molti insediamenti. Altri terreni vengono confiscati tramite ordini militari o espropriati per «finali pubblici». «Stanno confiscando le nostre terre per fondare un altro stato ed espellerci. Si tratta di un processo di sradicamento e sostituzione», ha affermato Tafakji. I palestinesi in possesso di titoli di proprietà formali hanno occasionalmente ottenuto ragione nei tribunali israeliani. Ma anche in quei casi, «arriva il governatore militare e la trasforma in zona militare», ha spiegato Tafakji. A Beita, Shamsa teme che, se la violenza costringesse gli agricoltori ad abbandonare i propri uliveti, Israele potrebbe alla fine rivendicarli come proprietà dello stato. Ha tenuto una tenda sul suo terreno per circa sei anni per trascorrere del tempo con amici e familiari, ma i coloni l’hanno demolita. «Se abbandonassi [il terreno] per qualche anno, potrebbero abbattere gli alberi e usarli come pretesto per dire che il terreno appartiene allo stato», ha detto. Nel frattempo, le denunce penali raramente portano a qualcosa. Delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni monitorate dal gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din dal 2005 al 2023, il 94 per cento è stato archiviato senza alcuna incriminazione. «A chi dovremmo rivolgerci? A chi ci opprime?», ha chiesto Shamsa. https://www.aljazeera.com/features/2026/10/22/outposts-violence-impunity-the-anatomy-of-israeli-settler-land-grabs Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 22, 2026
Assopace Palestina
NAZA non riguarda solo Israele e Gaza. Riguarda il male che si annida in tutti noi
di Jonathan Cook,  Middle East Eye, 22 ottobre 2026.   Questo nuovo film pluripremiato ci lascia senza parole non per la mostruosità di ciò che ha fatto Israele, ma perché costituisce una prova inconfutabile della nostra stessa mostruosità. Una donna abbraccia una bambina dopo un attacco israeliano contro un edificio residenziale che ha causato la morte di due persone a Gaza City il 20 ottobre 2026. (AFP) Ho appena visto NAZA, un documentario in cui 24 ufficiali dei servizi segreti e soldati israeliani vengono ripresi mentre spiegano come, negli ultimi tre anni, abbiano sistematicamente cancellato Gaza dalla mappa. Lo hanno fatto mentre quasi tutte le capitali occidentali hanno scelto di tacere o hanno attivamente contribuito al massacro. Le interviste filmate si svolgono di notte, sul tetto di un edificio nel centro di Tel Aviv. I volti dei partecipanti sono nascosti dall’oscurità, mentre, sullo sfondo, si intravedono figure umane non identificabili intente alle loro attività in appartamenti e uffici illuminati: guardano la televisione, stendono il bucato, sono sedute a una scrivania. A differenza del Festival del Cinema di Venezia, dove il film ha ricevuto una standing ovation record di 25 minuti, la proiezione tutta esaurita a cui ho assistito ha accolto NAZA con un silenzio sbalordito. Sono apparsi i titoli di coda. Si sono accese le luci. Ci siamo trascinati verso l’uscita. Nessuno ha detto una parola. Quella mi è sembrata una reazione molto più appropriata di quella di Venezia. Da allora, ho riflettuto su cosa significasse esattamente il nostro silenzio sbalordito. Era forse lo shock per gli orrori inflitti a Gaza? Non proprio. Non è stata mostrata quasi nessuna delle distruzioni e delle stragi di massa. Abbiamo visto ben di più del genocidio trasmesso in diretta streaming sui nostri telefoni. Era forse il fatto che nessuno degli intervistati sembrava considerare la cifra ufficiale di quasi 75.000 morti a Gaza e 175.000 mutilati come una finzione ispirata da Hamas, come continua a sostenere il governo israeliano, con i media occidentali che gli fanno eco? In realtà, la forte impressione trasmessa da questi addetti ai lavori militari è che il vero bilancio delle vittime sia probabilmente molto più alto. Uccidere con un algoritmo È stata forse la sorprendente mancanza di autocoscienza e riflessione tra la maggior parte degli intervistati, che hanno parlato in modo arido – per lo più con indifferenza – degli aspetti tecnici degli innovativi sistemi di intelligenza artificiale di Israele, che hanno guidato la selezione dei bersagli per distruggere case e uccidere palestinesi su una scala industriale senza precedenti? Selezionati tra oltre 100 membri del personale militare israeliano che hanno parlato con i registi fuori campo, i 24 scelti includevano alcuni che avevano contribuito a progettare quella che definivano una “fabbrica” per l’uccisione dei palestinesi. Altri gestivano questa catena di montaggio, uccidendo tramite algoritmi, come se, secondo le loro stesse parole, stessero giocando a un “videogioco“. Secondo i soldati intervistati, per ogni persona sospettata di appartenere a Hamas, per quanto di basso rango fosse il suo status, Israele autorizzava l’uccisione di un numero compreso tra 20 e oltre 100 NAZA – l’acronimo ebraico che indica i civili palestinesi, comprese donne e bambini. Quando Hamas sferrò il suo attacco di un giorno contro Israele nell’ottobre 2023, l’esercito israeliano affermò che il gruppo contava circa 30.000 combattenti. Inoltre, Israele – e il suo sistema di intelligenza artificiale – collegò una porzione ben più ampia della popolazione a Hamas, se non altro perché alcune persone lavoravano per i rami politici, burocratici e amministrativi del governo di Gaza, dagli insegnanti ai medici e agli infermieri. L’intervistatore del film, Yuval Abraham, ha sottoposto a uno degli intervistati una semplice osservazione di natura matematica. Secondo la logica della dottrina israeliana NAZA – che consente potenzialmente decine di vittime civili per ogni obiettivo legato a Hamas – quasi tutti i 2 milioni di abitanti di Gaza erano considerati un “danno collaterale” accettabile. Il funzionario dei servizi segreti ha riflettuto su questo punto per un po’, come se non ci avesse mai pensato, prima di concordare. Gli scudi umani di Israele Quel silenzio sbalordito era forse il nostro disgusto per la decisione di Israele di sferrare attacchi contro sospetti di Hamas proprio nel momento in cui il maggior numero possibile di civili sarebbe stato ucciso insieme a loro? Israele ha chiamato uno dei suoi principali programmi di intelligenza artificiale “Dov’è papà?” perché, tracciando la posizione dei telefoni e intercettando le chiamate, il sistema era in grado di segnalare quando i sospetti erano più probabilmente a casa, trascorrendo la notte lontani dai combattimenti, con le loro famiglie. Una delle persone intervistate ha fornito l’esempio di una ragazzina di 12 anni che aveva telefonato alla madre per dirle che papà era a casa e le aveva chiesto quando sarebbe tornata a casa. Le parole «papà» e «ritorno» erano bastate a far scattare un allarme da parte del sistema di intelligenza artificiale, dando il via a un attacco militare. Tali attacchi, ha confessato l’ufficiale, sono progettati per uccidere bambini e vicini che si trovano nel raggio d’azione dell’esplosione. Diversi intervistati addetti alla sorveglianza hanno riferito di aver sentito dei bambini nella casa di un sospettato poco prima di autorizzare un attacco. Altri hanno udito le urla dei bambini subito dopo l’esplosione, mutilati dall’esplosione o in stato di shock per i corpi straziati che li circondavano, o per entrambe le cose. A un certo punto del film, la telecamera si allontana dalle interviste per inquadrare il quartier generale dell’esercito israeliano, la Kirya, tra i grattacieli scintillanti del centro di Tel Aviv. Secondo le leggi di guerra, la Kirya potrebbe essere un bersaglio militare legittimo. La sua posizione rischia intenzionalmente di trasformare i residenti della più grande città di Israele in scudi umani. Al contrario, i militanti palestinesi che dormono a casa con le loro famiglie non sono un bersaglio militare legittimo. Eppure il programma «Dov’è papà?» ha comportato che Israele utilizzasse i bambini palestinesi come scudi umani su scala industriale, nella più grave delle violazioni del diritto internazionale. «Seguivo solo gli ordini» Quel silenzio sbalordito era forse il nostro disagio di fronte al soldato che ha prontamente confessato che Israele aveva commesso un «genocidio» a Gaza – e che fin dall’inizio il suo obiettivo, e quello di tutti coloro con cui lavorava, era quello di uccidere il maggior numero possibile di palestinesi senza subire conseguenze? Secondo le sue stesse parole, ha utilizzato personalmente i sistemi di intelligenza artificiale dell’esercito israeliano per supervisionare l’uccisione di «migliaia» di palestinesi. Ha definito questo periodo della sua carriera militare «follemente divertente». Un altro intervistato, responsabile dell’omicidio di massa di palestinesi, ha osservato che non solo prestava servizio nell’unità di intelligence più prestigiosa di Israele, l’8200, ma che si era anche assicurato uno dei ruoli più ambiti dell’unità. Ha sottolineato quanto gli altri ufficiali fossero invidiosi della sua posizione all’interno della macchina automatizzata di morte. Quel silenzio sbalordito era forse il frutto del nostro disgusto di fronte al fatto che, uno dopo l’altro, gli intervistati razionalizzassero la propria partecipazione al massacro e alla mutilazione di molte decine di migliaia di bambini di Gaza con variazioni sulla scusa «Stavo solo eseguendo gli ordini»? Uno di loro si è definito un «piccolo ingranaggio» nella macchina dell’omicidio. Quel silenzio sbalordito era forse il nostro disagio di fronte al partecipante che ha osservato di essere stato educato a odiare i tedeschi a causa dell’Olocausto, ma che poi ha ammesso di avere ora difficoltà a vedere la differenza tra ciò che fecero i nazisti e ciò che lui stesso aveva fatto a Gaza? Quel silenzio sbalordito nasceva forse dalla consapevolezza del pubblico che gli atti di sorveglianza, selezione dei bersagli ed esecuzione, impersonali e privi di attrito, compiuti dall’intelligenza artificiale a Gaza, vengono già messi in atto molto più vicino a casa nostra? Che giovani intelligenti, ambiziosi e obbedienti, proprio come quelli che hanno progettato il sistema di IA israeliano di controllo assoluto, di sorveglianza ineludibile, di omicidio spietato, stiano progettando per noi lo stesso sistema automatizzato di giudice, giuria e boia? Ciò che vediamo sullo schermo è il prototipo di un nuovo tipo di stato di sicurezza potenziato dall’IA, uno che fungerà da Panopticon spietato (il carcere perfetto del filosofo Bentham, NdT) in cui siamo tutti prigionieri. Uno in cui crolla persino la finzione democratica secondo cui chi governa deve rendere conto a chi è governato. L’orrore che sta dentro di noi Lo shock del pubblico, sospetto, era dovuto a tutte queste cose. Ma c’era una ragione ancora più profonda per cui NAZA ci ha lasciati senza parole. Questo film non riguarda l’orrore tangibile e visibile di Gaza – un orrore di cui abbiamo visto così tanto negli ultimi tre anni sui nostri schermi. Riguardava qualcosa di più nascosto, qualcosa di molto più vicino a noi. Si trattava dell’orrore che si annida dentro ciascuno di noi. Quella che la filosofa ebrea tedesca Hannah Arendt definì «la banalità del male». Eravamo sbalorditi, credo, dalla consapevolezza che i 24 israeliani sullo schermo – ognuno dei quali ammetteva, spesso con distacco, a volte con un po’ di orgoglio, di aver commesso i crimini più mostruosi – avrebbero potuto essere nostro figlio o nostra figlia, nostro fratello o nostra sorella. L’unico motivo per applaudire, mi sembrava, era quello di soffocare la voce flebile e sommessa della propria coscienza che chiedeva: «Avrei potuto fare come loro? E i miei figli?». NAZA è un pugno allo stomaco non perché ci dica qualcosa che non sapessimo o non sospettassimo già su Israele e Gaza. I giornalisti palestinesi dell’enclave ci hanno mostrato quotidianamente le prove del genocidio, prima che ciascuno di loro venisse eliminato dalla macchina di intelligenza artificiale di Israele – nel più grande massacro di operatori dei media mai registrato. No, il film ci dice qualcosa di molto più vergognoso. Ci dice chi siamo. Ci dice esattamente su quali pilastri poggia la nostra “civiltà” occidentale. I privilegi occidentali di oggi sono stati costruiti su una lunga storia di colonialismo spudorato e razzista – fatto di avidità, saccheggi, schiavitù, genocidio – a cui non abbiamo mai veramente rinunciato né voltato le spalle. Israele porta avanti quella tradizione per noi, sia affinando l’efficienza tecnica del colonialismo con esperimenti infiniti e omicidi su una popolazione palestinese prigioniera, sia oscurando la nostra stessa complicità in questa barbarie. Ecco perché è stato così facile per i nostri leader essere complici del genocidio di Israele: fornire le bombe, trasmettere le informazioni di intelligence, garantire la copertura diplomatica, giustificare gli «eccessi», reprimere le proteste. NAZA ci zittisce non per la mostruosità di ciò che Israele ha fatto, ma perché costituisce una prova inconfutabile della nostra stessa mostruosità. Le nostre società hanno assistito a tutto ciò e non hanno fatto nulla. Siamo tutti colpevoli. https://www.middleeasteye.net/opinion/naza-its-not-just-about-israel-and-gaza-its-about-evil-hiding-us-all Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 22, 2026
Assopace Palestina
Missione possibile: salvare la Corte Penale Internazionale
di Triestino Mariniello e Sergei Vasiliev,  Il Manifesto, 15 ottobre 2026.   Un sostegno di facciata non impedirà alle banche di chiudere i conti della Corte Penale Internazionale (CPI), agli assicuratori di revocare le coperture, alle aziende di interrompere i propri servizi. La UE può impedire che gli Stati Uniti demoliscano il tribunale: aumentandone il budget, adottando misure anti-sanzioni, fornendo infrastrutture bancarie e digitali alternative. La sede della Corte Penale Internazionale Le sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto alla Corte Penale Internazionale rischiano di comprometterne la capacità di funzionamento, fino a condurla a una lenta agonia istituzionale. La sua continua operatività come organizzazione internazionale, per non parlare del suo ruolo di tribunale, diventerebbe impossibile. La comunità internazionale ha finora risposto con deboli dichiarazioni di condanna. Gli stati-parte hanno avuto più di venti mesi di tempo dall’entrata in carica del presidente statunitense Donald Trump per prepararsi a questa mossa. In questo periodo si sarebbero dovuti compiere maggiori sforzi per rafforzare la resilienza istituzionale della Corte. Tuttavia, non è troppo tardi per agire. Il «periodo di grazia» offerto dagli Stati Uniti non dovrebbe essere utilizzato per intraprendere negoziati infruttuosi, ma per adottare misure immediate a tutela della Corte. Le sanzioni bloccano i beni della CPI e altri interessi patrimoniali della stessa negli Stati Uniti o in possesso o sotto il controllo di soggetti statunitensi. Fatte salve le esenzioni e le licenze rilasciate dal Dipartimento del Tesoro USA, a individui e società statunitensi è vietato fare affari con la Corte. Banche, compagnie assicurative, società informatiche e altre imprese statunitensi non possono fornire beni o servizi alla CPI né ricevere pagamenti da essa senza rischiare sanzioni. Molte aziende non statunitensi si adegueranno in modo eccessivo (overcomply) e interromperanno i propri servizi alla Corte per timore di essere sanzionate a loro volta. Isolare la Corte da fornitori e prestatori di servizi potrebbe paralizzarne le attività investigative e persecutorie in tutti i contesti operativo-giudiziari. Le sanzioni, tuttavia, prevedono un «periodo di grazia» di 180 giorni per consentire il mantenimento o la chiusura delle operazioni della CPI. Questo copre i pagamenti degli stati-parte alla CPI, gli stipendi, l’assicurazione sanitaria e i servizi medici per dipendenti o consulenti, oltre ai pagamenti per affitti, utenze e servizi di routine. Licenze separate consentono la fornitura di determinati servizi di telecomunicazione, cloud e software, la gestione dei pagamenti pensionistici della CPI e i servizi necessari a beneficio di specifici detenuti della Corte. Washington ha presentato il «periodo di grazia» come un’opportunità per gli stati-parte di «dimostrare progressi significativi su risoluzioni diplomatiche e legali» che rispondano alle obiezioni statunitensi. Tuttavia, si tratta in sostanza di uno strumento di aperta coercizione politica progettato per costringere gli stati-parte a sottomettersi. Dopo l’annuncio delle sanzioni, numerosi stati-parte hanno ribadito ancora una volta il loro sostegno alla Corte e criticato gli Stati Uniti. A questo punto, però, la CPI non può essere difesa solo a parole. Il sostegno di facciata risulta vuoto se non accompagnato da una strategia coerente e coordinata per contrastare la coercizione statunitense e proteggere l’indipendenza della CPI. Le semplici dichiarazioni non impediranno alle banche di chiudere i conti della CPI, agli assicuratori di revocare le coperture, alle aziende tecnologiche di interrompere i propri servizi o ad altre imprese di abbandonare la Corte per timore di ritorsioni statunitensi. L’Unione Europea ha ripetutamente affermato che la CPI è una pietra angolare della giustizia internazionale e che la sua indipendenza da pressioni esterne deve essere protetta. Il 10 ottobre scorso, l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas ha ribadito questa posizione, definendo «non accettabili» gli attacchi o le minacce contro la Corte, i suoi funzionari e coloro che cooperano con essa. Al di là di queste dichiarazioni, tuttavia, l’UE è rimasta passiva, apparentemente per il timore di contrariare ulteriormente Trump e innescare dazi statunitensi. È preoccupante che alcuni stati-parte e l’UE abbiano accolto con favore l’umiliante «periodo di grazia» ritenendo che crei «spazio per il dialogo» e «margine per la diplomazia» con Washington. Quale compromesso significativo è possibile quando l’obiettivo degli Stati Uniti, dichiarato in termini inequivocabili, è distruggere la Corte? Negli ultimi venti mesi, gli Stati Uniti hanno costantemente intrapreso un’escalation nella loro guerra contro la CPI. Aspettarsi un risultato diverso ora, da parte degli stati membri e dell’UE, è un esercizio di autoinganno che tradisce, in egual misura, una servile deferenza verso Washington e una mancanza di rispetto per se stessi. Accondiscendere ai prepotenti serve solo a renderli più arditi. Il dialogo in tali condizioni coercitive apre la strada a pressioni sulla CPI affinché arretri dal suo mandato in Palestina in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni. Accettare le richieste statunitensi, in particolare sacrificando l’inchiesta sulla Palestina per compiacere il regime canaglia di Washington, distruggerebbe la Corte come istituzione indipendente e imparziale. Ciò rafforzerebbe la percezione che la giustizia internazionale operi in modo selettivo, a seconda del potere politico di chi rientra nella sua giurisdizione. Tradire il mandato della CPI e la ricerca di giustizia delle vittime comporterebbe una perdita intollerabile di legittimità per la Corte e screditerebbe l’idea stessa che nessuno è al di sopra della legge. Un’azione incisiva è da tempo necessaria, ma non è ancora troppo tardi. Gli stati-parte devono ora compiere una scelta di principio e mantenerla. Devono difendere la CPI e garantirne la capacità di funzionare, non perseguire un dialogo infruttuoso con uno stato ostile non parte dello Statuto di Roma, elemosinare la sua clemenza e offrire concessioni che né loro né la Corte possono permettersi. Devono impegnarsi pubblicamente ad aumentare il budget della CPI e fornirle le risorse e le strutture necessarie per resistere alle pressioni politiche ed economiche. Devono adottare misure legali efficaci, come «norme di blocco» (blocking legislation) e tutele contro il de-risking finanziario per proteggere la Corte, i suoi funzionari e coloro che collaborano con essa dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi. Tali protezioni devono estendersi in egual misura alle organizzazioni della società civile palestinese, colpite per aver sostenuto le indagini della Corte. L’UE dovrebbe attivare immediatamente il proprio Regolamento di Blocco (Blocking Statute) per vietare agli operatori dell’UE di conformarsi alle sanzioni statunitensi. Sebbene non sia una soluzione ottimale, questa misura contribuirebbe in parte a schermare la CPI. Un numero crescente di stati membri e di eurodeputati ha chiesto alla Commissione Europea di estendere questa legislazione alle sanzioni anti-CPI e di garantire che le tutele siano operative in caso di sanzioni a livello generale contro la Corte. Questo passo non può più essere rinviato. In parallelo, gli stati-parte devono definire con urgenza accordi per un’infrastruttura bancaria, di pagamento e digitale alternativa, per garantire alla Corte un accesso ininterrotto ai servizi essenziali. Le misure devono costituire una risposta strutturale e coordinata, che vada oltre le dichiarazioni di solidarietà e i rimedi temporanei. Se la comunità internazionale resterà a guardare mentre gli Stati Uniti smantellano la CPI, la capacità di qualsiasi tribunale internazionale – o persino di qualsiasi tribunale nazionale – di operare in modo imparziale e senza timori diventerà impossibile. Pubblicato in originale su Al Jazeera https://ilmanifesto.it/missione-possibile-salvare-la-corte-penale?t=wkEG3ferw8oCBmIDREGjn
October 22, 2026
Assopace Palestina
Il contenzioso contro Leonardo Spa al Tribunale di Roma: rimandata di 90 giorni la decisione dei giudici sulle armi a Israele
di Giovanni Angeloni,    Vistodaqui, 14 ottobre 2026.   Il procedimento civile pendente dinanzi alla Seconda Sezione Civile del Tribunale di Roma è giunto alla fase finale. Il giudice incaricato ha fissata la data del 16 ottobre 2026 per trattenere la causa in decisione; il magistrato ha ritenuto che non è necessario avviare una fase di raccolta di prove o testimonianze: la sentenza sarà pronunciata basandosi esclusivamente sui documenti e sugli atti scritti che le parti hanno depositato fino a oggi. L’azione legale è stata promossa da una rete di associazioni della società civile (Assopace Palestina, A Buon Diritto, Pax Christi, Attac Italia, Un Ponte Per, Arci e Acli) insieme a una cittadina di origine palestinese, Hala Abulebdeh. Citati in giudizio sono la Leonardo Spa, il maggiore gruppo industriale italiano nel settore della difesa, e lo Stato italiano, che di Leonardo è il principale azionista con circa il 30% delle quote. Le associazioni chiedono al Tribunale di bloccare l’invio di armamenti verso Israele, dichiarando nulli i contratti commerciali in corso. Questo processo introduce una novità profonda nel panorama giuridico italiano, perché con questa azione giudiziaria si è scelta la via del diritto privato: i cittadini e le associazioni hanno chiamato in causa direttamente un’azienda, contestando la validità dei contratti commerciali posti in essere. Le ragioni che hanno spinto i promotori ad agire sono diverse. Le associazioni si muovono in esecuzione dei rispettivi scopi statutari, legati alla promozione della pace e alla tutela dei diritti umani. La cittadina palestinese Hala Abulebdeh porta nel processo una tragica vicenda personale. Nata in Arabia Saudita da genitori originari di Gaza, ha studiato e lavorato nella Striscia prima di trasferirsi in Scozia nel 2020. A seguito delle operazioni militari successive al 7 ottobre 2023, Hala Abulebdeh ha perso l’intero nucleo familiare che si trovava a Gaza. La sua presenza mira a dimostrare un legame diretto tra l’attività di fornitura di armi ed equipaggiamenti militari e la perdita dei propri parenti.  Convenuta nel giudizio è la Leonardo Spa. L’azienda opera sui mercati internazionali anche attraverso una fitta rete di società controllate, tra cui la statunitense Leonardo DRS, che a sua volta ha legami con l’industria della difesa israeliana.  Citato in causa è anche lo Stato italiano, accusato di non aver vigilato sul rispetto delle leggi nazionali che regolano l’esportazione di materiale bellico. Al momento della costituzione in giudizio, i legali di Leonardo hanno chiesto al giudice di estendere il processo anche allo Stato di Israele, ritenendo che, trattandosi dei contratti di fornitura firmati con quel governo, la causa non potesse procedere senza la sua presenza. Il giudice non ha accolto la richiesta. Il perimetro processuale è rimasto, quindi, incardinato tra tre soggetti processuali. Gli argomenti sollevati dalle associazioni si basano sostanzialmente su due testi normativi fondamentali dell’ordinamento italiano. Il primo è l’articolo 11 della Costituzione, che contiene il principio secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Tale divieto impegna non solo le istituzioni politiche, ma deve guidare anche le attività delle grandi aziende, specialmente se controllate dallo Stato. Il secondo è la Legge 185 del 1990, la norma speciale che in Italia disciplina e controlla l’esportazione e il transito dei materiali di armamento. Questa legge prevede una serie di divieti assoluti. In particolare, vieta di vendere armi a paesi le cui politiche contrastano con i principi della Costituzione e a stati i cui governi siano responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, accertate dagli organismi delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea o del Consiglio d’Europa. Le associazioni evidenziano che i richiami e i provvedimenti della Corte Internazionale di Giustizia sulla situazione a Gaza dimostrano l’esistenza di queste violazioni. Di conseguenza, i contratti di Leonardo, molti dei quali basati su un accordo quadro che risale al luglio 2012, si troverebbero oggi in aperto contrasto con le leggi italiane. Dato che il giudice ha deciso di trattenere la causa in decisione senza disporre ulteriori accertamenti, la sentenza dovrà chiarire un aspetto interpretativo centrale sul funzionamento dei contratti. Secondo le associazioni e la cittadina palestinese i contratti firmati da Leonardo con Israele erano illegittimi fin dal primo momento, perché il contesto di tensione e di gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele già evidenti al momento della firma dell’accordo contrattuale, successivamente, si sono ulteriormente aggravati. Se il Tribunale accogliesse la domanda, la Leonardo sarebbe obbligata a interrompere ogni consegna non solo di armi ma anche di pezzi di ricambio, assistenza tecnica o aggiornamento software. La sentenza che il Tribunale di Roma emetterà – la legge prevede che debba essere pronunciata entro 90 giorni dal 16 ottobre (è un termine ordinatorio, quindi il giudice la può emettere anche dopo, (come in effetti è successo, perché la sentenza sarà emessa tra 90 giorni, Nota del Redattore) – potrebbe non concludere tale vicenda. Infatti, il sistema giudiziario italiano prevede strumenti di impugnazione a tutela delle parti che si ritengono insoddisfatte del verdetto.  Dunque, la parte soccombente potrebbe proporre Appello. Ciascuno dei tre soggetti coinvolti (le associazioni, Leonardo Spa o lo Stato italiano) potrà impugnare la sentenza di primo grado dinanzi alla Corte d’Appello di Roma. Durante questo secondo grado di giudizio, verrà nuovamente esaminata la fattispecie per verificare se vi siano stati errori nella valutazione dei fatti o nell’applicazione delle leggi. Successivamente, contro la decisione della Corte d’Appello, le parti potranno ricorrere alla Corte di Cassazione. Trattandosi dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione non entrerà nel merito dei fatti. Il suo compito sarà esclusivamente quello di verificare la “legittimità” della decisione, ossia accertare che i giudici precedenti abbiano interpretato e applicato correttamente le norme di legge. Solo con la pronuncia della Cassazione la sentenza diventerà definitiva e irrevocabile. La sentenza del Tribunale di Roma rappresenterà un precedente significativo.  Sostanzialmente, il quesito giudiziario sotteso alla citazione è se un’azienda privata sia libera di dare esecuzione ai propri contratti commerciali finché è in possesso di una licenza concessa dal governo, oppure se i principi della Costituzione e il rispetto dei diritti umani rappresentino un limite che il giudice civile può applicare direttamente, bloccando gli accordi economici legati alla vendita di armi. Se il Tribunale dovesse accogliere la citazione verrebbe tracciato un precedente legale: nessuna azienda italiana potrebbe più far valere tranquillamente la segretezza o la natura “strategica” dei contratti commerciali per superare i limiti imposti dalla Costituzione, dalla normativa nazionale, dal diritto internazionale. https://vistodaqui-lazio.org/il-contenzioso-contro-leonardo-spa-al-tribunale-di-roma-il-16-ottobre-la-decisione-dei-giudici-sulle-armi-a-israele/#:~:text=per%C2%A0%20superare%20i-,limiti,-imposti%20dalla%20Costituzione
October 21, 2026
Assopace Palestina