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Non c’è orgoglio nel genocidio: il Rome Pride respinge il pinkwashing mentre il massacro di Israele continua
di Michael Leonardi,  Counterpunch, 12 giugno 2026.   Fotografia di Matteo Nardone Alla fine di maggio 2026, gli organizzatori del Rome Pride hanno lanciato un messaggio chiaro e coraggioso: non ci sarà spazio per la complicità con il genocidio. All’unica organizzazione ebraica LGBTQ+ italiana, Keshet Italia, è stato impedito di sfilare con un proprio carro alla parata del 20 giugno. La ragione era chiara e di principio: Keshet si è rifiutata di avallare il manifesto politico del Rome Pride, che condanna esplicitamente il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele e chiede una netta rottura con le politiche di occupazione, apartheid e sterminio dello stato sionista. Questa decisione ha scatenato la prevedibile indignazione degli ambienti sionisti, che hanno immediatamente gridato all’antisemitismo. Ma la vera questione qui non è il pregiudizio: è la responsabilità. Il Pride è nato come un atto radicale di resistenza contro l’oppressione, non come una parata aziendale di “lavaggio arcobaleno” in cui i criminali di guerra possono sventolare bandiere arcobaleno mentre bombardano i bambini. L’abominio del pinkwashing Israele ha trascorso decenni a perfezionare l’arte del pinkwashing: sbandierando cinicamente la vivace (e pesantemente sovvenzionata) scena del Pride di Tel Aviv come prova della sua “democrazia liberale”, pur mantenendo il regime coloniale di insediamento più brutale sulla terra. Gli israeliani queer possono prestare servizio apertamente nelle forze di occupazione, ma i queer palestinesi vivono un doppio incubo: la violenza quotidiana dell’occupazione militare e le pressioni sociali conservatrici esacerbate da decenni di espropriazione e assedio. A Gaza e in Cisgiordania, la sopravvivenza stessa è precaria. Le autorità israeliane hanno una storia documentata di ricatti ai danni di palestinesi queer vulnerabili per costringerli alla collaborazione, usando la loro sessualità come arma di controllo e tradimento. La distruzione del sistema sanitario di Gaza, gli attacchi mirati contro i civili e la campagna di fame hanno reso impossibile qualsiasi parvenza di esistenza queer sicura. In interi quartieri intere famiglie vengono spazzate via, gli ospedali ridotti in macerie e i bambini mutilati o resi orfani senza accesso alle cure di base. Oltre 70.000 palestinesi sono stati massacrati dall’ottobre 2023, con altre migliaia mutilati, resi orfani e affamati. La campagna genocida di Israele si sta ora estendendo al Libano, con incessanti bombardamenti e incursioni terrestri che fanno salire il numero delle vittime e spingono la regione verso una guerra più ampia e catastrofica. Quando intere famiglie vengono cancellate e intere comunità sono distrutte, sventolare una bandiera arcobaleno sopra la carneficina non è un progresso: è un’oscenità morale. Una presa di posizione necessaria Gli organizzatori del Rome Pride hanno compreso questa realtà. Hanno subordinato la partecipazione all’opposizione al “genocidio in corso a Gaza da parte dello stato di Israele”. Non si tratta di discriminazione contro gli ebrei, ma di un rifiuto di qualsiasi normalizzazione dei crimini di stato israeliani. Gli individui ebrei sono i benvenuti a sfilare come parte della comunità più ampia, ma non come rappresentanti di un regime che perpetra omicidi di massa in diretta streaming mentre rivendica la superiorità morale attraverso una visibilità LGBT selettiva. L’esclusione di Keshet Italia mette a nudo la linea di frattura che attraversa i movimenti queer globali: la solidarietà sarà coerente e basata sui principi, o si piegherà alle pressioni delle lobby sioniste e alla propaganda del pinkwashing? Una vera politica di liberazione non può ignorare selettivamente l’oppressione dei palestinesi — queer o meno — mentre celebra l’immaginario arcobaleno a Tel Aviv. Questa decisione impone un confronto, atteso da tempo, con i limiti delle politiche identitarie slegate dalla lotta anti-imperialista. Il costo umano rende l’ipocrisia insopportabile. Il pinkwashing non salva vite; ricicla il sangue e distrae dalla violenza sistematica che rende la vita quotidiana un inferno per i palestinesi sotto occupazione. Fotografia di Matteo Nardone Le radici del Pride e la prova del nostro tempo Il Pride è emerso dai moti di Stonewall e da decenni di lotta militante contro la violenza della polizia, l’esclusione sociale e la repressione statale. Non è mai stato pensato per essere neutralizzato in un consumismo consolatorio o in un marchio geopolitico al servizio di potenti interessi. La prova di oggi è se il movimento si opporrà alla più grande atrocità morale della nostra generazione o se si lascerà cooptare da coloro che traggono profitto dalla guerra senza fine e dalla pulizia etnica. La decisione di Roma, per quanto controversa, ribadisce che il vero Pride deve essere anti-imperialista e anticolonialista nel suo nucleo. Non può fare pace con uno stato coloniale che pratica l’apartheid e il genocidio. Mentre la Generazione Gaza continua a mobilitarsi in tutta Italia e oltre – facendo pressione sui governi, bloccando i porti, interrompendo le spedizioni di armi e costruendo una vera solidarietà dal basso – questa presa di posizione a Roma invia un segnale potente: i giorni del pinkwashing incontrastato stanno volgendo al termine. Non può esserci orgoglio senza giustizia. Niente bandiere arcobaleno sulle fosse comuni. Nessuna celebrazione dei “diritti LGBTQ” mentre i bambini palestinesi vengono bombardati e affamati – e mentre l’aggressione israeliana si espande in Libano con totale impunità. Dal fiume al mare, la liberazione deve essere per tutti – o non è per nessuno. Il Rome Pride ha tracciato una linea necessaria nella sabbia. Il resto del movimento queer globale dovrebbe prenderne atto e seguire l’esempio. Non c’è orgoglio nel genocidio. Questo articolo è stato ispirato dal suggerimento e dall’interesse della mia figlia LGBTQ+ Val (Gaia) Leonardi, che ha ritenuto necessario uno sguardo più approfondito sul Pride e sul pinkwashing del genocidio dopo la controversia e il clamore sionista che hanno circondato il Roma Pride e la sua posizione di principio. Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com https://www.counterpunch.org/2026/06/12/there-is-no-pride-in-genocide-rome-pride-rejects-pinkwashing-as-israels-slaughter-continues/
June 13, 2026
Assopace Palestina
Alcuni esponenti della sinistra stanno boicottando questo film. Tutti dovrebbero vederlo
di Michelle Goldberg,  The New York Times, 12 giugno 2026.   Crediti: Illustrazione del New York Times Nel 2021, il regista israeliano Nadav Lapid si è trasferito in Francia perché, mi ha detto, sentiva che il suo paese era in uno stato di “totale collasso morale”. Dopo il 7 ottobre, mentre Israele riduceva gran parte di Gaza in polvere, Lapid è tornato in Israele per realizzare “Yes”, un tentativo incredibilmente caustico e amaramente surreale di catturare su pellicola quel collasso morale. “Yes” racconta la storia di un pianista in difficoltà e animatore di feste conosciuto solo come Y, incaricato di scrivere un nuovo inno nazionale che celebri il genocidio a Gaza. (La canzone prende in prestito una vera canzone presente in un video di un gruppo nazionalista israeliano.) Il film di Lapid è la visione di un paese traumatizzato dove la vita è diventata una frenesia di feste orgiastiche e di ipocrita moralismo. È come “The Zone of Interest”, il film del 2023 sulla vita banale di una famiglia nazista che viveva vicino ad Auschwitz, con l’estetica dell’Eurovision. Anche se, naturalmente, come ha sottolineato Lapid, “The Zone of Interest” non è stato realizzato mentre l’Olocausto era in corso. In “Yes”, a volte si può vedere e sentire in lontananza lo sterminio reale di Gaza. Realizzare “Yes” in un paese in guerra e in preda al fervore nazionale non è stato facile. Molti nell’industria cinematografica israeliana si sono rifiutati di averci a che fare; Lapid ha dovuto far venire un truccatore dalla Serbia. Aveva ricevuto fondi dall’Israel Film Fund, che riceve finanziamenti dai contribuenti israeliani ma opera indipendentemente dal governo, e temeva che se il Ministero della Cultura avesse scoperto cosa stava facendo avrebbe trovato un modo per bloccare la produzione. Così ha proibito ai suoi attori di pubblicare online qualsiasi cosa sul progetto. Ha eluso i militari per girare in stile guerriglia lungo il confine con Gaza. “Yes” è stato aspramente denunciato dai leader israeliani. La sera degli Ophir Awards — la versione israeliana degli Oscar — gli agenti di polizia hanno fermato la sua star, l’artista performativo di sinistra Ariel Bronz, con motivazioni dubbie. (Hanno detto che stavano indagando per verificare se una poesia che aveva pubblicato su Facebook mesi prima incitasse al terrorismo.) L’indignazione israeliana per il film era prevedibile. Più sorprendente è che alcuni esponenti della sinistra europea stiano boicottando Lapid e il suo lavoro in nome della solidarietà palestinese. Il mese scorso, circa una dozzina di registi filopalestinesi hanno minacciato di ritirarsi dal Festival Internazionale del Cinema di Marsiglia perché Lapid, un israeliano che aveva ricevuto fondi pubblici, avrebbe fatto parte della giuria. Per non creare problemi agli organizzatori, Lapid ha accettato di dimettersi e di tenere invece una master class pubblica sui suoi film, ma anche quella è stata annullata a causa delle pressioni. “Per loro, anche se avessi venduto hot dog al festival, non sarebbe stato legittimo”, mi ha detto. Non era la prima volta che Lapid si sentiva ferito dalla sinistra europea. In Spagna, ha raccontato, il film è stato proiettato sotto la protezione della polizia a causa di minacce di attentati dinamitardi. Una distributrice italiana lo ha rifiutato, ha detto, perché non voleva essere accusata di distribuire film provenienti da uno stato genocida. E sebbene “Yes” abbia debuttato a Cannes, il festival cinematografico più prestigioso del mondo, Lapid ritiene che altri abbiano evitato lui e il suo lavoro proprio perché temevano il tipo di controversia scoppiata a Marsiglia. Dato che Lapid crede nel boicottaggio di Israele, il boicottaggio nei suoi confronti ha suscitato una compiacente soddisfazione in alcuni ambienti. Dopotutto, i filo-israeliani spesso sostengono che il paese sia odiato non per ciò che fa, ma per la sua identità essenziale. Il ministro della Cultura israeliano ha gongolato dicendo che, per quanto Lapid cerchi di ingraziarsi i nemici del paese, questi lo vedranno sempre e solo come “un ebreo di Israele”. “Yes” prende in giro gli israeliani che si considerano vittime eterne e insistono nel dire che tutti i loro critici sono antisemiti. Dopo essere stato cacciato dal festival del cinema di Marsiglia, Lapid si è sentito come il bersaglio dello scherzo del suo stesso film. Per circa 10 minuti, ha detto, ha pensato che “forse quelle persone in Israele avevano ragione”. Da allora, però, ha aggiunto, l’industria cinematografica si è schierata al suo fianco. Lettere aperte a sostegno di Lapid sono state firmate da figure di spicco del cinema francese, oltre che dall’intellettuale palestinese Elias Sanbar e dall’attrice Natalie Portman. La lettera firmata da Portman definisce Israele uno stato criminale, ma sostiene – a mio avviso in modo inconfutabile – che i suoi artisti dissidenti dovrebbero essere trattati come quelli di qualsiasi altro regime canaglia. «I registi russi, israeliani e iraniani non dovrebbero essere minacciati di essere cancellati per espiare i crimini commessi da governi ai quali spesso si oppongono con veemenza», si legge. Tutto questo sostegno, ha detto Lapid, ha messo a nudo dove risiede realmente il potere culturale. Il consenso schiacciante a suo favore lo mette persino un po’ a disagio. «Non mi piace questa sensazione», ha detto. «Non mi piace far parte della maggioranza». Osservando l’intera debacle, Lapid attribuisce gran parte della colpa alle istituzioni culturali che si sono lasciate intimidire da una minoranza purista e rumorosa. La maggior parte dei programmatori di festival e dei distributori cinematografici, secondo lui, non si cura granché di Israele o della Palestina. Semplicemente non vogliono guai. Decenni fa, ha detto, il conflitto e la polemica «rendevano il cinema rilevante, importante e sexy». Ora regna una sorta di prudenza. Il risultato è che relativamente pochi film riflettono la trama sconcertante, assurda e spesso apocalittica della vita moderna. A volte Lapid ha l’impressione che il momento più veritiero al cinema sia quando gli spettatori leggono le ultime notizie sui loro telefoni prima dell’inizio del film. «Allora vedono il vero volto del mondo», ha detto. «Allora vedono il caos, allora vedono la follia». Quando il film inizia, vengono cullati nella distrazione. «Mentre il presente suona un folle death metal punk», ha detto, i film suonano «un bell’intermezzo di Chopin». «Yes» è in parte una condanna disgustata di tale evasione dalla realtà. A quasi due ore dall’inizio, una voce fuori campo dice: «Gli israeliani, cresciuti con la domanda “Come si può vivere normalmente mentre si perpetrano orrori?”, sono diventati essi stessi la risposta». L’insensatezza dei progressisti che censurerebbero un film del genere non dovrebbe distrarci dall’incubo di destra che esso rivela. Michelle Goldberg è editorialista dal 2017. È autrice di diversi libri su politica, religione e diritti delle donne e ha fatto parte di un team che ha vinto nel 2018 il Premio Pulitzer per il Servizio Pubblico per i servizi giornalistici sulle molestie sessuali sul posto di lavoro. https://www.nytimes.com/2026/06/12/opinion/yes-israel-film-boycott.html?searchResultPosition=1 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 13, 2026
Assopace Palestina
Il Golfo e Israele: guerra, normalizzazione ed economia globale
di Diana Buttu, Adam Hanieh,    Al-Shabaka, 10 giugno 2026.   La guerra statunitense-israeliana contro l’Iran e il Libano, così come il genocidio in corso in Palestina, stanno ridefinendo il panorama politico della regione. Le alleanze vengono ricalibrate e le vecchie convinzioni sul potere degli Stati Uniti vengono messe alla prova. La guerra ha inoltre sottolineato quanto l’economia globale rimanga profondamente legata ai combustibili fossili e all’importanza strategica del Golfo all’interno delle reti energetiche e commerciali internazionali. Queste crisi stanno inoltre rivelando che ciò che accade in Palestina non rimane confinato alla Palestina. Al contrario, l’imperialismo e lo sfruttamento si sono estesi in tutta la regione e le loro ripercussioni si fanno sentire in modo acuto in tutto il Sud del mondo attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, l’insicurezza alimentare, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e l’aggravarsi della precarietà economica. Pertanto, comprendere la Palestina significa comprendere il sistema che genera queste crisi. In questa tavola rotonda, gli analisti palestinesi Diana Buttu e Adam Hanieh esaminano ciò che questo momento rivela riguardo all’evoluzione dell’architettura del potere imperiale statunitense, riguardo all’ordine regionale che sta prendendo forma e alle implicazioni per la lotta per la liberazione palestinese. Questa tavola rotonda è tratta da una conversazione registrata il 19 maggio 2026 per un episodio del podcast Rethinking Palestine. È stata modificata per la pubblicazione. In che modo l’attuale guerra regionale sta ridefinendo le relazioni tra gli Stati Uniti, Israele e gli Stati arabi del Golfo? Adam Hanieh Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi due decenni è un tentativo da parte degli Stati Uniti di normalizzare le relazioni tra gli Stati arabi del Golfo e il regime israeliano, che sono, di fatto, i due pilastri del loro progetto imperiale in Medio Oriente. Ciò è chiaramente antecedente al genocidio a Gaza e all’attuale guerra statunitense-israeliana contro l’Iran e il Libano. Per comprendere questa evoluzione è necessario collocarla nel più ampio contesto geopolitico. In risposta al relativo declino della potenza statunitense a livello globale, Washington ha cercato di riaffermare la propria supremazia in regioni quali il Medio Oriente. Uno dei modi in cui ha tentato di farlo è stato quello di riunire questi due pilastri [Stati arabi e Israele] sotto un unico ombrello statunitense. Al centro di questa strategia c’è l’ascesa della Cina e il ruolo del Golfo nell’economia energetica globale. La Cina dipende dal Medio Oriente per circa il 60% delle proprie importazioni di petrolio e per una quota consistente del proprio gas naturale liquefatto (GNL), mentre il Golfo è diventato anche un nodo logistico fondamentale per le ambizioni commerciali globali di Pechino. Allo stesso tempo, nonostante i crescenti investimenti nelle energie rinnovabili non stiamo assistendo a una vera e propria transizione lontano dai combustibili fossili. Infatti, la produzione globale di petrolio, carbone e gas ha raggiunto livelli record lo scorso anno. Ciò a cui stiamo assistendo è invece un processo additivo in cui l’energia rinnovabile si sovrappone a una base di combustibili fossili in espansione. Le monarchie del Golfo esemplificano questa dinamica, guidando l’espansione delle energie rinnovabili in tutta la regione e aumentando al contempo la produzione di petrolio e gas, principalmente per ridurre il consumo interno di combustibili fossili nella produzione di energia elettrica e per esportare maggiori quantità di petrolio e gas all’estero. Per questi motivi, il Golfo rimane strategicamente centrale in questo ordine mondiale dominato dai combustibili fossili, non solo per gli Stati Uniti ma anche per la Cina e per l’economia globale in generale. Una componente più ampia della strategia statunitense consiste quindi nel contrastare la crescente influenza della Cina nella regione attraverso il progetto di normalizzazione, assicurandosi al contempo il mantenimento del controllo sulle reti energetiche e commerciali che sono alla base dell’economia globale. Diana Buttu All’indomani dell’ottobre 2023, l’opinione pubblica israeliana ha semplicemente smesso di interessarsi alla normalizzazione. Non era più in cima all’agenda, e tuttora non lo è. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invece rivolto la propria attenzione all’indebolimento degli Stati arabi e alla riduzione della loro influenza politica ed economica. Ecco perché, nel corso degli ultimi mesi di guerra – una guerra promossa da Israele – uno degli obiettivi del regime israeliano è stato quello di creare una frattura tra questi Stati arabi. In una certa misura, tale frattura è già emersa. Allo stesso tempo, il regime israeliano ha cercato di indebolire economicamente gli Stati arabi, con l’obiettivo più ampio di affermarsi come potenza regionale dominante. La questione non è più la normalizzazione, bensì la creazione di un ordine regionale che costringa questi paesi a trattare con lo stato sionista, poiché l’unico modo per raggiungere gli Stati Uniti è attraverso di esso. Ciò a cui Netanyahu, il suo governo e gran parte dell’opinione pubblica israeliana sembrano ora dare la priorità è il dominio regionale: non solo il dominio militare e politico, che Israele esercita da tempo attraverso i propri rapporti con gli Stati Uniti, ma una forma più ampia di supremazia in cui non è consentito l’emergere di alcuna potenza concorrente nella regione. Ciò comporta anche l’indebolimento dell’influenza economica degli Stati del Golfo. Da questo punto di vista, azioni quali l’attacco sferrato da Israele contro il Qatar nel settembre 2025 e la continua spinta verso lo scontro con l’Iran riflettono una logica strategica più ampia. Persino gli attacchi di rappresaglia contro Israele sono considerati un costo accettabile se contribuiscono al raggiungimento di obiettivi più ampi: l’espansione territoriale in luoghi come il Libano, la Siria e Gaza, e l’indebolimento dei centri alternativi di potere economico e politico arabo. Tuttavia, all’interno del Golfo stanno cominciando ad emergere diversi schieramenti. Alcuni attori si chiedono perché abbiano investito così massicciamente negli Stati Uniti – e, nel caso degli Emirati Arabi Uniti, negli accordi con Israele – se nessuno dei due si è dimostrato in grado di offrire una protezione o un’assistenza significativa. Altri, invece, insistono e sostengono che un allineamento più profondo rimane l’unica via praticabile per il futuro. Ciò che è significativo è che non sembra più esserci un unico approccio regionale unificato, come invece sembrava esserci in passato. La decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’OPEC segnala un consolidamento più profondo della loro alleanza con il regime israeliano? Adam Hanieh La decisione degli Emirati Arabi Uniti di ritirarsi dall’OPEC è in parte legata all’attuale situazione del mercato petrolifero mondiale. Il ruolo principale dell’OPEC è stato tradizionalmente quello di moderare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale, ma in un contesto in cui i prezzi del petrolio sono elevati – e probabilmente lo rimarranno nel prossimo futuro – gli Emirati Arabi Uniti sembrano cercare una maggiore libertà di aumentare la produzione e le esportazioni senza questi vincoli. Questa mossa riflette anche tensioni più ampie tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che rimane la forza dominante all’interno dell’OPEC. Negli ultimi anni l’economia degli Emirati Arabi Uniti si è inoltre diversificata. Il petrolio rimane un settore centrale, ma settori quali la logistica, la finanza, la petrolchimica, l’intelligenza artificiale, i data center e le energie rinnovabili hanno registrato una crescita significativa, il che significa che il petrolio riveste ora un ruolo leggermente meno dominante rispetto al passato. Detto questo, è chiaro che gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, hanno recentemente intensificato le loro relazioni sia con Israele che con gli Stati Uniti, nell’ambito di un più ampio obiettivo strategico volto a rafforzare i legami con Israele attraverso il progetto di normalizzazione scaturito dagli Accordi di Abramo. Lo si evince dai rapporti pubblicati sul fatto che Israele starebbe fornendo sistemi d’arma agli Emirati Arabi Uniti durante l’attuale conflitto, nonché dalle speculazioni riportate dalla stampa israeliana  in merito alla visita di Netanyahu negli Emirati Arabi Uniti avvenuta alcuni mesi fa. Pertanto, almeno nel caso degli Emirati Arabi Uniti, la normalizzazione sembra effettivamente intensificarsi. Ciononostante, non mi sorprenderebbe se all’interno dell’élite politica degli Emirati Arabi Uniti si discutesse se questa sia la strategia giusta da perseguire. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, invece, la situazione rimane più complessa e riflette in parte la frattura esistente tra questo paese e gli Emirati Arabi Uniti. Resta da vedere se l’Arabia Saudita finirà per seguire lo stesso percorso. Cosa rivela l’approccio del regime israeliano alla normalizzazione con gli Stati arabi riguardo al modo in cui esso percepisce il proprio ruolo nella regione? Diana Buttu Prima dell’ottobre 2023, in Israele si era registrata una forte spinta a portare avanti il progetto di normalizzazione con gli Stati arabi. Tale progetto mirava, in gran parte, a mettere in secondo piano i palestinesi e a trasmettere all’opinione pubblica israeliana il messaggio che il regime non avesse mai avuto realmente bisogno di affrontare la questione palestinese. Invece, avrebbe potuto instaurare rapporti di pace e legami economici con il mondo arabo senza porre fine all’occupazione, senza smantellare il progetto coloniale e, naturalmente, senza affrontare la questione dei diritti fondamentali dei palestinesi e, soprattutto, del diritto al ritorno. Il regime israeliano sostiene da tempo di volere «la pace con i propri vicini», eppure non ha mai instaurato con l’Egitto qualcosa che si possa definire a tutti gli effetti una pace cordiale, nonostante l’accordo di pace in vigore dal 1979. Lo stesso vale per la Giordania, nonostante l’accordo del 1994. E sebbene il regime israeliano non sia mai stato in guerra con gli Emirati Arabi Uniti, anche in quel caso il rapporto è stato altamente asimmetrico. Si vedono certamente israeliani recarsi negli Emirati Arabi Uniti, ma non si osserva lo stesso movimento nella direzione opposta. Dall’ottobre 2023, tuttavia, anche il dibattito sulla normalizzazione è in gran parte scomparso dal discorso pubblico israeliano. In effetti, mi sorprenderebbe se la maggior parte degli israeliani fosse in grado di citare cinque paesi arabi oltre ai quattro che abbiamo appena menzionato. Ciò deriva in parte dal modo in cui Israele si considera separato dalla regione. Gli israeliani generalmente non imparano l’arabo e Israele si è storicamente immaginato allineato con l’Europa piuttosto che integrato nel Medio Oriente. Per questo motivo, la normalizzazione non ha mai riguardato realmente l’integrazione nella regione. E dall’ottobre 2023, il dibattito politico israeliano si è ulteriormente polarizzato. Di conseguenza, la normalizzazione non sembra più essere l’obiettivo centrale. In linea di massima, al giorno d’oggi gli israeliani non sono principalmente interessati alla normalizzazione. Probabilmente non lo sono mai stati. La retorica ha sempre riguardato la “pace”, ma la traiettoria politica ha riguardato sempre più il dominio piuttosto che la coesistenza. Quale ruolo sta svolgendo la Cina nel contesto del relativo indebolimento del dominio statunitense nella regione? Adam Hanieh Sebbene gli Stati Uniti continuino a detenere il predominio militare e finanziario, ritengo che stiamo assistendo a un relativo indebolimento della loro influenza a livello globale. La loro posizione non è più così incontrastata come un tempo. Allo stesso tempo, credo che in Cina sia in corso un dibattito su quanto attivo debba essere il ruolo che il paese dovrebbe svolgere nel Medio Oriente, o se sia invece più vantaggioso lasciare che gli Stati Uniti continuino a lottare mentre il loro predominio regionale si indebolisce. Facendo seguito al mio precedente intervento, tale dibattito è influenzato dal riconoscimento da parte della Cina dell’importanza della regione, data la sua dipendenza dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente, in particolare dagli Stati del Golfo. Esiste inoltre un nesso più ampio tra il commercio petrolifero e il predominio del dollaro statunitense a livello globale, che riveste grande importanza poiché è alla base della capacità di Washington di imporre sanzioni a stati e aziende in Cina e altrove. Negli ultimi anni, la Cina ha compiuto uno sforzo deciso sia per aumentare le proprie riserve petrolifere sia per diversificare le proprie importazioni energetiche, allontanandosi dal Medio Oriente per rivolgersi a partner quali la Russia. In questo momento, la Cina e la Russia sono impegnate in intense discussioni su nuovi progetti di gasdotti che collegheranno i due paesi. Ma al di là dell’energia, la regione è diventata sempre più centrale nella più ampia strategia globale della Cina. L’iniziativa Belt and Road, ad esempio, fa ampio ricorso al Golfo come snodo logistico fondamentale: circa il 60% del commercio cinese con l’Europa e l’Africa transita per Dubai. La regione riveste quindi un’enorme importanza strategica per le ambizioni commerciali globali della Cina. Per tutti questi motivi, ritengo che i responsabili politici cinesi siano ben consapevoli di ciò che sta accadendo in Medio Oriente e della questione più ampia relativa al futuro del potere statunitense nella regione. È difficile, tuttavia, immaginare che la Cina possa assumere lo stesso tipo di ruolo in materia di sicurezza che gli Stati Uniti hanno storicamente svolto nella regione. La Cina non dispone della stessa rete di basi militari né della stessa capacità di proiezione militare. Diana Buttu Per quanto riguarda più specificamente la Palestina, la Cina ha storicamente assunto una posizione piuttosto coerente: si oppone all’occupazione e sostiene una soluzione a due stati, proprio come molti altri paesi. Tuttavia, al di là di ciò, ha generalmente evitato di essere coinvolta profondamente nella lotta palestinese. C’è forse un’eccezione degna di nota, ovvero l’aver ospitato la Cina i colloqui di riconciliazione tra le fazioni politiche palestinesi durante il genocidio. L’obiettivo dichiarato era quello di incoraggiare una qualche forma di unità palestinese in modo che potesse esserci almeno una strategia politica unitaria per affrontare il regime israeliano. Ma al di là di ciò, il ruolo della Cina sembra piuttosto limitato. Nelle mie conversazioni con persone provenienti dalla Cina, l’opinione è stata costantemente quella secondo cui, sebbene Pechino sia solidale con la Palestina, la sua politica estera non prevede fondamentalmente un intervento diretto o un coinvolgimento politico più profondo. Detto questo, ciò rimane comunque ben distinto dalla posizione degli Stati Uniti, che non hanno mai realmente sostenuto che una qualsiasi parte della Palestina debba essere libera. In che modo l’attuale shock economico globale causato dalla guerra sta influenzando le comunità vulnerabili, in particolare nel Sud del mondo? Adam Hanieh Dobbiamo smettere di considerare la regione semplicemente come un gigantesco rubinetto di petrolio. Il Golfo è profondamente integrato nelle catene di approvvigionamento globali, e ciò significa che le guerre che coinvolgono l’Iran o il Libano hanno ripercussioni ben oltre i confini del Medio Oriente, in particolare nei paesi vulnerabili del resto del Sud del mondo. Uno degli sviluppi chiave degli ultimi anni è che le economie del Golfo si sono diversificate andando oltre la semplice esportazione di petrolio greggio e gas. Sono ora importanti esportatori di prodotti chimici, fertilizzanti e altri prodotti petrolchimici. Circa un terzo delle spedizioni mondiali di fertilizzanti passa attraverso lo Stretto di Hormuz, insieme ad esportazioni quali zolfo ed elio. L’impatto dell’aumento dei prezzi di questi prodotti, unitamente alla possibilità di interruzioni dell’approvvigionamento, comporta che i paesi del Sud del mondo corrano il rischio di subire shock di portata molto più ampia dei propri sistemi alimentari. L’aumento dei prezzi del gas fa lievitare i costi dei macchinari, dell’irrigazione e dei trasporti. Anche i prezzi dei fertilizzanti sono in aumento. Persino la plastica utilizzata per il confezionamento degli alimenti dipende in larga misura dalle esportazioni petrolchimiche del Golfo. Molti paesi che dipendono dalle importazioni del Golfo stavano già affrontando gravi crisi prima dell’inizio della guerra. Il Sudan ne è un chiaro esempio. Il paese è stato devastato dalla guerra civile per anni e già affrontava una grave insicurezza alimentare, pur dipendendo fortemente dalle importazioni di fertilizzanti dal Golfo. Lo Yemen e il Libano presentano vulnerabilità simili. Pertanto, le ripercussioni provenienti dal Golfo vengono amplificate da queste crisi preesistenti. In tal senso, i paesi del Sud del mondo ne risentiranno probabilmente in misura molto più grave rispetto a paesi come il Regno Unito o altri stati europei. In che modo tutto ciò sta influenzando la lotta per la liberazione palestinese? Diana Buttu Non ci vuole molto perché il mondo smetta di prestare attenzione alla Palestina. I primi due anni del genocidio hanno costretto le persone a guardare a Gaza a causa della portata della distruzione: città intere rase al suolo, decine di migliaia di bambini uccisi e quasi 100.000 morti secondo alcune stime. Ma anche allora, gran parte di ciò che il regime israeliano stava facendo altrove continuava a passare inosservato: in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati nel 1948 e in Libano. E ora, con l’espansione della guerra regionale e il persistere del genocidio, è diventato molto facile per il mondo tornare a quella che viene definita la «normalità», il che, in pratica, significa ignorare nuovamente la Palestina. Concentrarsi veramente sulla Palestina richiederebbe di confrontarsi con il regime israeliano – e gli Stati Uniti, il Canada e gli stati dell’Europa occidentale semplicemente non vogliono farlo. Così l’attenzione si è spostata da Gaza verso l’Iran, che è esattamente ciò che voleva Netanyahu . Nel frattempo, dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, le forze di occupazione israeliane hanno continuato a bombardare Gaza quotidianamente. Da allora centinaia di palestinesi sono stati uccisi e migliaia feriti, eppure pochissimi attori internazionali ne parlano. Non vi è stata alcuna significativa ricostruzione, né un afflusso significativo di generi alimentari o attrezzature per la ricostruzione, e Israele ha continuato ad espandere il proprio controllo su Gaza. Lo stesso Netanyahu si è recentemente vantato del fatto che le forze israeliane controllano ora il 60% del territorio e intendono conquistarne altro. I palestinesi sono stati ancora una volta abbandonati, poiché l’attenzione internazionale si è spostata altrove. E purtroppo, questo esito era del tutto prevedibile. Adam Hanieh è un economista politico palestinese e docente presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. La sua attività di ricerca verte sul capitalismo globale e sull’economia politica del petrolio. Il suo ultimo libro si intitola “Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market” (2024). Diana Buttu è un’avvocata che in passato ha ricoperto il ruolo di consulente legale della delegazione palestinese ai negoziati e ha fatto parte del team che ha contribuito al successo del ricorso contro il muro dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.  Interviene spesso su questioni relative alla Palestina per testate giornalistiche internazionali quali la CNN e la BBC; è analista politica per Al Jazeera International e collabora regolarmente con la rivista The Middle East.  Svolge la professione forense in Palestina, specializzandosi in diritto internazionale dei diritti umani. https://al-shabaka.org/roundtables/the-gulf-and-israel-war-normalization-and-the-global-economy/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 12, 2026
Assopace Palestina
La Germania non finisce di stupire
di Paola Giaculli, Transform!Italia, 10 giugno 2026.   La Germania non finisce di stupire rompendo un tabù dietro l’altro, facendosi protagonista di un militarismo senza precedenti e aspirando a diventare la prima potenza militare d’Europa. La maniera aggressiva e senza scrupoli con cui lo fa mal si accompagna alla pretesa di far parte come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, clamorosamente bocciata dal sonoro schiaffo ricevuto dall’Assemblea Generale il 3 giugno scorso. Una figuraccia penosa a livello internazionale che la Germania si è del tutto meritata. Sia detto per inciso, in questo come in altri casi, appare sempre più inspiegabile la discrezione degli organi di informazione italiani su quel che si muove minacciosamente nella terza economia mondiale, e ormai quarto paese per spese militari. Il fallimento all’Onu, che non ha stupito più tanto chi segue la politica estera della Germania, la dice lunga soprattutto sulla sprovvedutezza mista a arroganza della classe dirigente di questo paese. A stupire, invece, è prima l’ottimismo con cui il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul pensava di avere già il seggio in tasca e poi la sua incredulità di fronte all’esito del voto dell’Assemblea dell’Onu, molto al di sotto della necessaria maggioranza dei due terzi, con la Germania surclassata da Portogallo e Austria (che ha fatto campagna affermando “noi non siamo la Germania”, anche se persegue le stesse politiche), che si sono conquistati un posto nel Consiglio di Sicurezza. Fa davvero specie l’ingenuità della diplomazia tedesca che nella persona del ministro degli esteri si era trattenuta una settimana a New York per promuovere in prima persona il proprio paese in quanto “avvocato del diritto internazionale”. A motivare la candidatura vi era l’intenzione della Germania di “contribuire alla costruzione dell’architettura della sicurezza internazionale – per la pace e la sicurezza, nel rispetto e nella giustizia”, precisando addirittura, di fronte alla chiusura dello stretto di Hormuz, che “il Consiglio di Sicurezza deve essere all’altezza del suo ruolo”, per il rinnovamento delle Nazioni unite in quanto a capacità di intervento “per restare credibili e risolvere i conflitti presenti e futuri”.  Un bell’ardire per il paese guidato da un cancelliere secondo il quale, a proposito dell’attacco di un anno fa contro l’Iran, “Israele fa il lavoro sporco per noi” e che non ha mai condannato la violazione dei diritto internazionale da parte degli Usa come nell’aggressione contro il Venezuela e nel rapimento di Maduro (definite una situazione “complessa”), né per la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, dichiarando anzi di condividerne gli obiettivi (quali?) salvo poi dire che “non è chiara la strategia perseguita” – a dimostrazione che la Germania antepone i suoi interessi di potere al diritto internazionale. Solo poche ore prima del voto, Wadephul si era mostrato, nonostante i segnali degli osservatori, assolutamente fiducioso: “in base ai nostri colloqui con i rappresentanti di altri paesi vedo una simpatia di fondo nei confronti della Repubblica Federale”. Forse pensava che se era stata eletta la verde tedesca Annalena Baerbock a presidente dell’Assemblea l’anno scorso, una che aveva detto che “lo status di protezione per i civili decade se Hamas se ne fa scudo”, poteva portare bene per l’aggiudicazione del seggio. Poi, all’annuncio degli appena 104 voti sui 128 necessari, la reazione del ministro, visibilmente piccata, è stata quella di dare la colpa alla Russia che, con la sua “campagna di disinformazione”, ha agitato gli animi contro la Germania per la sua irremovibile difesa dell’Ucraina. Certo, il ministro confessa che forse il legame con Israele avrà pesato nell’esito del voto, ma del resto, annotava, è altrettanto nota la “responsabilità speciale” per motivi storici che ha la Germania nei confronti di quello stato. Già, ma questa responsabilità sicuramente non assolve, anzi aggrava, la politica del doppio standard che la Germania pratica in maniera sempre più sfacciata condonando a Israele qualsiasi nefandezza e rendendo assolutamente assurda agli occhi del mondo intero la sua pretesa di “difendere equamente l’ordine basato sulle regole”. Insomma per la prima volta dall’unificazione alla Germania le viene negato il seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una decisione sacrosanta quanto incredibilmente incompresa dal governo tedesco, che, a quanto pare in modo completamente estraniato dalla realtà, si illudeva di poter acquisire una posizione di spicco anche nel consesso della comunità internazionale, mentre dichiara di voler assumere la guida della Nato con l’esercito più potente d’Europa. Il ministro democratico-cristiano dell’Assia per le politiche internazionali Manfred Pentz aveva addirittura proposto di tagliare i fondi all’Onu (la Germania è secondo contribuente): “Se non possiamo avere l’influenza che ci spetta, ci si chiede allora: perché dovremmo continuare a investirci così tanto denaro?“. Peccato che non si sia capito che l’Onu, malgrado la crisi che sta attraversando, non è la Nato. E che il riarmo – e in quelle dimensioni – sicuramente non pare proprio un buon strumento per difendere diritti umani e diritto internazionale. In questo delirio di onnipotenza, totalmente in contrasto con le alquanto modeste capacità del governo di Cdu/Csu e Spd e della loro inetta classe politica di far fronte alla situazione abbastanza critica in cui versa la Germania, sia dal punto di vista economico, politico che culturale, questo paese ha pensato di imboccare una via d’uscita che non può che aggravarla e che potrebbe trascinare l’Europa nel baratro: la guerra. La hybris si esprime al suo “meglio” nell’essersi dati una strategia militare che non ha eguali dalla Seconda Guerra Mondiale, in cui si circoscrive nero su bianco il “nemico” russo (che attaccherà secondo gli “esperti” militari l’Europa nel 2029) e vuol procedere a tamburo battente da qui al 2039 sulla strada dei reclutamenti e delle acquisizioni tecnologiche più innovative (con tutte le inquietanti diavolerie tra droni e armi automatiche dotate di IA) per darsi l’esercito più potente. Un supporto concreto di questo piano inquietante sembrano essere le partnership strategiche che la Germania ha siglato da una parte con l’Ucraina e dall’altra proprio con Israele, rendendo tra l’altro ancora più improbabile l’ambizione tedesca di svolgere un’opera di “intermediazione” in seno all’Onu “in favore di pace, rispetto e comprensione tra i popoli” (ruolo che nel mondo immaginario di Wadephul veniva riconosciuto alla Germania), assolutamente inconciliabile con la complicità della Germania nel genocidio palestinese. In virtù di vari accordi di cooperazione, tra gli altri con le forze dell’ordine e addirittura con l’esercito israeliano per esercitazioni e addestramento comuni, il legame con Israele si è fatto sempre più indissolubile. Oltre all’interscambio, in settori sensibili quali cybersecurity, sistemi di sorveglianza e armi, ormai Israele è parte integrante dell’apparato produttivo tedesco con siti di aziende pubbliche come Rafael Advanced System e parteciperà alla riconversione della produzione dal civile al militare (a partire da Volkswagen), con buona pace dei sindacati tedeschi. Anche l’Ucraina, altra “partner strategica”, con le sue innovazioni tecnologiche soprattutto in fatto di droni si rende “preziosa” per il settore industriale, tanto che ormai grandi gruppi come Rheinmetall tra gli altri, producono in loco, mentre gli ucraini vanno ad addestrare i tedeschi sulla nuova arte di condurre la guerra, e Zelenski sottolinea l’importanza dell’Ucraina per la Nato. Non sembra un caso che l’accordo di associazione Ue con l’Ucraina (visto che l’adesione appare lontana) sia caldeggiato proprio dal cancelliere Merz – vista l’esperienza della Germania nella creazione di paesi satelliti, verrebbe da dire. In questa triangolazione con Ucraina e Israele sembra profilarsi il consolidamento di un complesso militare-industriale che incide direttamente nella società tedesca con una militarizzazione a tutto campo e una forzata mobilitazione. Del tutto inquietante è il ruolo che l’esercito tedesco svolge con sempre più ingerenza nel sistema dell’istruzione. E se finora, con grande disappunto di ragazzi e ragazze che rifiutano di partecipare alle “guerre dei ricchi”, i militari erano sempre più spesso invitati o si autoinvitavano a fare lezione in classe, a Berlino l’assessora/ministra Katharina Günther-Wunsch (Cdu) per l’istruzione, giovani e famiglia ha addirittura siglato un accordo di collaborazione con i giovani ufficiali, così “formalizzando la già consolidata cooperazione esistente da anni” come si legge nel comunicato della Bundeswehr, l’esercito tedesco, come del resto è accaduto già in altri dieci Länder, a cui ne seguiranno altri. Parte della “formazione” offerta dall’esercito che abbisogna urgentemente nuove reclute difficilmente reperibili, saranno le lezioni sulla necessità di difendersi. La mobilitazione militarista non può fare a meno della costruzione ad arte di un nemico, sia esterno che interno: da una parte il “pericolo russo”, dall’altra l’antisemitismo, che assimilato all’antisionismo o anche alla solidarietà e all’attivismo per la causa palestinese, diventa uno strumento per combattere il dissenso. Non a caso le giovani generazioni così ostili alla leva e alla guerra sono fortemente sensibili nei confronti dei diritti del popolo palestinese. Di pari passo con l’imbarbarimento di Israele, l’intensificarsi delle sue guerre espansionistiche e dei massacri di civili, è aumentata anche la repressione interna alla Germania, le cui autorità non esitano ad applicare arbitrarie sanzioni Ue contro operatori dell’informazione come Hüseyin Dogru, cittadino tedesco di origine turca, impedendogli di lavorare e bloccando addirittura il conto bancario di sua madre, dopo le accuse del ministero degli esteri di fare “disinformazione”, oppure a revocare la cittadinanza appena acquisita ad un giovane palestinese che vive in Germania da più di trent’anni per un commento su Instagram. Intanto in celle di isolamento sono rinchiusi cinque attivisti provenienti da Germania, Irlanda, Spagna e Gran Bretagna, con un trattamento che i loro legali definiscono senza precedenti, condannato anche da Amnesty International. Il processo si svolge nella sala del tribunale di Stoccarda-Stammheim già riservata agli esponenti della RAF, dove sono stati introdotti in una gabbia di vetro separata senza possibilità di comunicazione con i loro avvocati.  “I cinque di Ulm”, come vengono definiti, si erano introdotti nella sede tedesca di Ulm della Elbit, azienda miliare israeliana, riprendendosi in video e consegnandosi pacificamente alle forze dell’ordine dopo la loro azione che avrebbe causato danni materiali stimati in un milione di euro, con cui hanno voluto fare atto di sabotaggio contro il genocidio a Gaza. Tra i capi di imputazione figura “la formazione di associazione criminale”. Intanto il partito di estrema destra AfD è nei sondaggi stabilmente in testa con un distacco record dal partito di governo Cdu/Csu di ben otto punti (29% contro 21%), col calo costante del gradimento per il governo Merz, su cui si susseguono voci di crisi da settimane. https://transform-italia.it/la-germania-non-finisce-di-stupire/
June 12, 2026
Assopace Palestina
L’ascesa del Sud del mondo
di Chris Hedges,  The Chris Hedges Report, 28 maggio 2026.   La guerra contro l’Iran non solo si sta concludendo con un’umiliante sconfitta per gli Stati Uniti, ma ha anche determinato un drastico cambiamento negli equilibri di potere in Medio Oriente e nel Sud del mondo. Hubris di Gargantua – di Mr. Fish L’umiliante sconfitta di Israele e degli Stati Uniti nella loro guerra contro l’Iran, insieme alla barbarie del genocidio in corso a Gaza, stanno inaugurando un nuovo ordine mondiale. In questo ordine, le voci della ragione e della stabilità non provengono dall’Occidente — che ha speso decine di miliardi di dollari per sostenere il genocidio di Israele — ma dal Sud del mondo, compresa la Cina. È un ordine in cui le alleanze si stanno rapidamente riconfigurando per proteggere i paesi da uno stato americano canaglia che si scaglia come una bestia ferita, mentre precipita verso il declino terminale. La fine dell’Impero USA, guidato da un incontrollabile e incompetente Donald Trump, è irreversibile. Gli Stati Uniti hanno perso la loro sesta guerra in Medio Oriente in 25 anni. Il potere dell’Iran è stato rafforzato non solo perché — insieme all’Oman — controlla lo Stretto di Hormuz — dove passa circa il 25 per cento del petrolio trasportato via mare nel mondo e il 20 per cento del gas naturale liquefatto — ma anche perché ha lanciato un messaggio inequivocabile, con i suoi droni e missili, agli alleati e alle basi statunitensi nella regione, mandando nel contempo in tilt l’economia globale. Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu — che secondo quanto riferito avrebbero attirato Trump in guerra con visioni da “Alice nel Paese delle Meraviglie” di un facile cambio di regime in Iran a seguito degli attacchi di decapitazione contro il paese il 28 febbraio 2026, che includevano l’assassinio della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei e di altre figure politiche e militari, insieme a 168 scolari e ai loro insegnanti — potrebbero colpire nuovamente l’Iran. Sono disperati. Ma un nuovo bombardamento dell’Iran non funzionerà. La strategia di difesa a mosaico dell’Iran garantisce che tutti i comandanti politici e militari siano facilmente sostituibili. L’Iran può strangolare l’economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Può accelerare il dolore facendo in modo che i suoi alleati yemeniti — Ansar Allah — chiudano lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, proprio come hanno fatto con le navi dirette in Israele quando difendevano i palestinesi dopo il 7 ottobre. Ciò potrebbe portare a un blocco totale. L’Arabia Saudita, con lo Stretto di Bab el-Mandeb aperto, è in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz ed esportare cinque milioni di barili al giorno attraverso il suo oleodotto verso le petroliere nel porto di Yanbu sul Mar Rosso. Se non si raggiungerà presto un cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran, l’economia globale crollerà, forse nel giro di poche settimane. Gli Stati Uniti e i loro alleati, come il Giappone, hanno immesso sul mercato parte delle loro vaste riserve strategiche di petrolio, ma non saranno in grado di sostenere i mercati all’infinito. Le scorte della Riserva strategica di petrolio americana sono vicine ai livelli più bassi degli ultimi 40 anni e più. Una volta esaurite queste riserve, il prezzo del carburante salirà alle stelle. Se il prezzo del barile di petrolio dovesse salire a 200 dollari, il prezzo alla pompa potrebbe salire fino a 10 dollari al gallone. Questo, unito alla carenza di altri prodotti derivati dal petrolio, insieme ai fertilizzanti azotati, all’alluminio e all’elio — un elemento indispensabile nella produzione di macchine per la risonanza magnetica e semiconduttori — sta già bloccando industrie vitali e facendo salire i prezzi dei beni di prima necessità. La Banca Mondiale prevede un aumento del 31% del costo dei soli fertilizzanti azotati — prodotti nel Golfo Persico e trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz — se la guerra dovesse continuare. Ciò comporterà un forte aumento del prezzo dei generi alimentari. Trump è come un cane spinto controvoglia in una gabbia. Quando sembra che un accordo con l’Iran sia vicino, ringhia e abbaia, sabotando la proposta di un accordo di cessate il fuoco di 30 o 60 giorni. Gli attacchi apoplettici di Netanyahu contro qualsiasi accordo che fermerebbe gli attacchi israeliani contro il Libano, insieme al potenziale sblocco di parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni congelati dell’Iran, alimentano la momentanea ribellione di Trump. Ma il tempo stringe. Ne rimane poco. E più Trump aspetta, peggio andrà. Né Trump, né Netanyahu, sono i padroni di questo gioco. L’Iran ha in mano le carte. Il sogno di Israele di formalizzare la propria egemonia sul Medio Oriente, codificato negli Accordi di Abramo durante il primo mandato di Trump — che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e gli stati della regione — è morto. Questa guerra e il genocidio a Gaza l’hanno ucciso. Trump sta tentando di farli rivivere inserendoli in un accordo per porre fine alla guerra contro l’Iran. Ha chiesto che stati precedentemente non coinvolti negli Accordi di Abramo, come il Pakistan e, alla fine, l’Iran, aderiscano per normalizzare le relazioni con Israele. Il Pakistan — l’unico stato a rispondere pubblicamente — ha respinto l’invito a causa di quello che ha definito un conflitto con le “ideologie fondamentali” del paese. Tutti gli altri stati a cui Trump si è rivolto hanno reagito con un silenzio perplesso. L’Iran chiede la revoca delle sanzioni e la fine del blocco navale — che la Central Intelligence Agency ha concluso che l’Iran potrà sopportare per mesi prima di andare incontro a gravi difficoltà economiche — in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. L’accordo proposto non fa alcun riferimento all’arsenale di missili balistici dell’Iran, che secondo i funzionari militari e dell’intelligence statunitensi rimane al 70% dei livelli prebellici, secondo quanto riportato dal New York Times. Iran, Pakistan, Turchia e Qatar – uno dei principali negoziatori con Hamas – sono i nuovi potenti della regione. Il Pakistan non solo ha firmato un patto di difesa reciproca con l’Arabia Saudita nel 2025, ma ad aprile ha schierato truppe, aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea nella dittatura del Golfo. Ha inoltre ospitato i colloqui di cessate il fuoco tra il duo di negoziatori principali di Trump, “Dumb and Dumber” [‘Scemo e più scemo’, dal titolo di un film comico, NdT]: il suo incapace genero Jared Kushner e il collega imprenditore immobiliare e compagno di golf, Steve Witkoff. La guerra ha accresciuto il prestigio e il potere della Cina, che rispetto a Washington è vista a livello globale come l’incarnazione di una leadership razionale, prudente e stabile. L’Iran, anticipando il nuovo ordine globale, permette alle petroliere cinesi e pakistane, insieme ad altre navi non alleate con Israele e gli Stati Uniti, di attraversare lo Stretto. Israele, incapace di convincere gli Stati Uniti a fare il lavoro sporco di bombardare l’Iran fino a ridurlo a uno stato fallito, sferrerà, presumo, un attacco con rinnovata furia contro Gaza, occupando forse il restante 30 per cento di ciò che resta del territorio assediato. Continuerà la sua politica, simile a quella di Gaza, di ridurre in macerie ogni struttura a sud del fiume Litani in Libano, che bombarda quotidianamente nonostante l’Iran abbia dichiarato che gli attacchi al Libano violano l’attuale accordo di cessate il fuoco. La ferocia e le minacce di Trump – ha minacciato di “far saltare in aria” l’Oman se non si “comporterà   bene” dopo le notizie secondo cui l’Oman riscuoteva pedaggi congiuntamente con l’Iran per le navi che attraversavano lo Stretto di Hormuz – non possono mascherare l’impotenza degli Stati Uniti. Il rifiuto da parte degli alleati americani di dare ascolto alla richiesta di Trump di aiutarlo a riaprire lo Stretto, insieme alla miseria economica che si abbatte sulle nazioni alle prese con la carenza di beni e l’aumento dei costi dell’energia e dei fertilizzanti, sono una prova lampante dello status di paria di Washington. Gli imperi, accecati dal mito della propria onnipotenza e superiorità militare, commettono errori madornali nelle fasi finali dei conflitti, senza capire bene dove stanno andando. Si allontanano dai propri alleati. Passano da un fiasco militare all’altro, come hanno fatto gli Stati Uniti per oltre due decenni in Medio Oriente. L’Impero britannico nel 1956, già in rapido declino, fu umiliato quando cospirò con la Francia e Israele per impadronirsi del Canale di Suez, che Gamal Abdel Nasser aveva nazionalizzato. Gli Stati Uniti costrinsero tutti e tre i paesi a fermare l’invasione. La sterlina britannica cedette il passo al petrodollaro. Ciò segnò l’ultimo capitolo dell’Impero britannico. La guerra contro l’Iran è la crisi di Suez di Washington. Questa potrebbe non essere la fine dell’Impero americano, ma è l’inizio della fine. https://chrishedges.substack.com/p/the-rise-of-the-global-south?utm_source=substack&utm_medium=email Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 11, 2026
Assopace Palestina
La grave carenza di farmaci mette a rischio la vita di 4.000 malati di cancro in Cisgiordania, secondo il Ministero della Salute palestinese
di Amira Hass,  Haaretz, 7 giugno 2026.     Secondo il Ministero della Salute, dall’inizio dell’anno sono stati rinviati oltre 11.000 interventi chirurgici per pazienti assistiti dal sistema sanitario pubblico palestinese. Un centro medico non governativo di Hebron ha annunciato che smetterà di accettare pazienti inviati dal Ministero. Un’ambulanza della Mezzaluna Rossa all’ingresso del campo profughi di Tulkarm in Cisgiordania. Dei 520 farmaci essenziali forniti dal Ministero della Salute, 180 sono completamente esauriti. Crediti: MARCO LONGARI / AFP I farmaci salvavita per circa 4.000 malati di cancro e migliaia di pazienti in dialisi in Cisgiordania stanno finendo, secondo un rapporto pubblicato mercoledì scorso dal Ministero della Salute palestinese. Il rapporto afferma che dall’inizio dell’anno sono stati rinviati più di 11.000 interventi chirurgici per pazienti coperti dal sistema sanitario pubblico palestinese. I ritardi sono stati attribuiti alla carenza di forniture mediche essenziali, alla riduzione dell’orario di lavoro dei medici, i cui stipendi non sono stati pagati per intero, e agli scioperi del personale medico nelle ultime settimane. Secondo il Ministero, tra l’inizio dell’anno e il 1° giugno sono stati eseguiti solo 19.500 interventi chirurgici negli ospedali della Cisgiordania, rispetto ai 65.000 interventi di maggiore o minore entità effettuati nel corso del 2025. I residenti hanno inoltre segnalato varie iniziative di raccolta fondi per aiutare a coprire il costo dei farmaci, tra cui appelli a donazioni lanciati al termine delle preghiere del venerdì nelle moschee e tramite le stazioni radio locali. Il ministero ha dichiarato che 180 dei 520 farmaci essenziali che fornisce sono completamente esauriti, compresi 50 dei 97 farmaci utilizzati per il trattamento del cancro. Il ministero ha inoltre segnalato una grave carenza di forniture mediche monouso fondamentali, tra cui filtri per dialisi e suture chirurgiche, in particolare quelle necessarie per la cardiochirurgia e altre procedure complesse. Anche le procedure di cateterismo cardiaco sono state rinviate a causa della carenza di attrezzature essenziali come stent e cateteri. Secondo il ministero, queste carenze hanno influito in modo significativo sulla capacità operativa delle sale operatorie. Un’ulteriore prova dell’aggravarsi della crisi nel sistema sanitario palestinese è emersa mercoledì scorso quando l’Al-Ahli Hospital, un centro medico non governativo di Hebron, ha annunciato che a partire da domenica avrebbe smesso di accettare pazienti inviati dal Ministero. Pazienti palestinesi al confine giordano mentre si recano ad Amman per ricevere cure mediche, aprile 2026. Crediti: Raad Adayleh/ AP L’ospedale ha dichiarato di trovarsi ad affrontare una grave carenza di farmaci, forniture mediche e attrezzature essenziali. Queste carenze sono il risultato dell’incapacità del ministero di rimborsare l’ospedale per le cure precedentemente fornite ai pazienti inviati o di ripagare i suoi debiti crescenti. La crisi finanziaria senza precedenti che sta affrontando il ministero, e più in generale l’Autorità Palestinese, deriva direttamente dalla trattenuta dei proventi doganali e delle tasse sulle importazioni raccolti da Israele per conto dell’Autorità. In base agli accordi esistenti, tali entrate dovrebbero essere trasferite all’Autorità Palestinese al netto delle detrazioni per i servizi forniti da Israele, tra cui acqua ed elettricità, nonché varie spese amministrative. Fino a circa ottobre 2025, il ministero ha continuato a effettuare pagamenti mensili agli ospedali privati e alle strutture sanitarie gestite da organizzazioni senza scopo di lucro, anche quando tali pagamenti non erano sufficienti a coprire l’intero costo delle cure dei pazienti inviati. Tuttavia, anche questi pagamenti parziali sono cessati dopo che Israele, agendo su istruzioni del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha trattenuto l’intera quota dell’Autorità Palestinese delle entrate relative alle importazioni a partire dal maggio di quell’anno. Come ha spiegato lo stesso Smotrich, questa misura è stata adottata in risposta all’appello dell’Autorità Palestinese alla comunità internazionale affinché intervenisse per fermare la guerra a Gaza. A febbraio, gli ospedali non governativi della Cisgiordania hanno accettato una proposta del Ministero della Salute per un accordo provvisorio volto ad alleviare la loro crisi di liquidità, innescata dalla sospensione dei regolari pagamenti governativi. Il piano è stato delineato da Yousef Takrouri, direttore generale dell’Al-Ahli Hospital nel nord di Hebron e presidente dell’Unione degli ospedali palestinesi, in un’intervista al notiziario palestinese Al-Hadath. Secondo la proposta, gli ospedali avrebbero contratto prestiti presso le banche locali per un importo pari a dieci mesi di pagamenti dovuti loro dal ministero. Gli ospedali avrebbero coperto il pagamento degli interessi per due anni, mentre il ministero si sarebbe impegnato a rimborsare il capitale. Tuttavia, Takrouri ha affermato che l’Autorità Palestinese non è riuscita, in ultima analisi, a raggiungere un accordo con le banche. Alla fine del 2025, il debito dell’Autorità Palestinese nei confronti delle banche palestinesi aveva raggiunto circa 3,4 miliardi di dollari. Il ministero ha proseguito i propri sforzi per ottenere assistenza finanziaria internazionale. La scorsa settimana ha invitato i rappresentanti della comunità internazionale a intervenire con urgenza e a contribuire al finanziamento di farmaci salvavita per un periodo di un anno, con un costo stimato di 50 milioni di dollari. Secondo il ministero, è necessaria una somma simile per l’acquisto di altri medicinali essenziali e forniture mediche monouso. Giovedì si è tenuta a Ramallah una riunione d’emergenza con i rappresentanti degli importatori e dei produttori farmaceutici. Secondo un rapporto dell’agenzia di stampa Ma’an, i partecipanti hanno avvertito che il debito accumulato dal ministero, stimato in 1,3 miliardi di shekel al mese scorso, sta minando la loro capacità di continuare a importare e produrre medicinali. Hanno avvertito che la situazione potrebbe portare a una carenza di farmaci in tutto il mercato palestinese, estendendosi oltre il sistema sanitario pubblico e colpendo la popolazione in generale. https://www.haaretz.com/west-bank/2026-06-07/ty-article/.premium/medication-shortage-risks-lives-of-4-000-west-bank-cancer-patients-pa-says/0000019e -a35d-d521-abdf-b75dd5750000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 10, 2026
Assopace Palestina
“Roma sa da che parte stare” torna in Campidoglio con “Le carte”
Non è una disputa amministrativa, ma una scelta di dignità di fronte al genocidio. COMUNICATO STAMPA Conferenza Stampa e Consegna del Dossier al Sindaco Gualtieri Giovedì 11 giugno, ore 12:00 – Piazza del Campidoglio Roma, 8 giugno 2026 – Giovedì 11 giugno, alle ore 12:00, il comitato “Roma sa da che parte stare”, insieme agli studenti e alle studentesse di OSA del Liceo Cavour, si recherà al Campidoglio per consegnare al Sindaco Roberto Gualtieri il faldone documentale “Le Carte”. Oltre la logica del “vero o falso” L’iniziativa risponde alla richiesta del Sindaco di «vedere le carte» e si propone di dimostrare la veridicità di quelle che egli ha definito «fake news» con riguardo ai legami tra le aziende capitoline e l’apparato industriale israeliano. Tuttavia, con questa consegna, il movimento intende superare il piano della semplice verifica amministrativa: il tema non è una disputa tecnica sulla veridicità/falsità dei fatti, ma una richiesta di coraggio politico e di dignità che la Capitale d’Italia deve dimostrare di fronte al genocidio. I promotori dichiarano: “Le prove documentali che portiamo non solo su Farmacap e ACEA ma anche sui capitali legati all’occupazione e all’edilizia illegale in Cisgiordania, tolgono ogni alibi”! Ma oltre all’ evidenza indiscutibile delle carte la vera domanda che poniamo al Sindaco e al Consiglio è se questa amministrazione abbia la statura Politica per interrompere la complicità con un sistema che viola ogni norma del Diritto Internazionale Umanitario. La dignità dei territori contro il silenzio del centro Mentre il Sindaco ha cercato di derubricare la questione a notizia infondata, la mobilitazione dei cittadini ha portato molti Municipi a scegliere da che parte stare: I Municipi II, III, IV e V hanno già approvato mozioni a sostegno della delibera popolare e altri Municipi ne hanno calendarizzato il testo e sono pronti alla discussione e alla votazione per l’approvazione e questo perché i consigli Municipali, ramificazioni istituzionali più vicine alle realtà territoriali, si sono resi conto che il desiderio dei cittadini e delle cittadine di Roma di interrompere qualsivoglia rapporto con Israele, responsabile di un genocidio che non si ferma ma che, al contrario, si allarga, è una richiesta sempre più estesa e pressante. A questo punto ci chiediamo: il Consiglio Comunale cosa intende fare? Continuare a ignorare le istanze della popolazione romana e fare finta che nulla stia accadendo? Un appello alla responsabilità storica Il faldone “Le Carte” viene consegnato al Sindaco insieme alla volontà di circa 16.000 firmatari che chiedono di non essere ignorati e, di conseguenza, l’immediata discussione in Aula Giulio Cesare della Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare. “Di fronte al genocidio nella Striscia di Gaza e alle violazioni sistematiche in Cisgiordania e Libano, il silenzio e la continuità commerciale e ogni qualsivoglia tipo di rapporto con Israele diventano una scelta politica precisa”. “Ogni Consigliere sarà chiamato a votare secondo coscienza, assumendosi la responsabilità storica del proprio voto di fronte alla città e al Paese”. Durante la conferenza stampa, il dossier sarà consegnato ai giornalisti presenti come strumento di verità e monitoraggio civile. Contatti per la Stampa: Elisabetta Valento 3496975026 Germano Monti 392792683©
June 10, 2026
Assopace Palestina
«Dove sono i mediatori?»: gli abitanti di Gaza denunciano i continui sfollamenti nonostante il cessate il fuoco
di Ruwaida Amer,  +972 Magazine, 9 giugno 2026.   Nel tentativo di conquistare il 70% del territorio di Gaza, l’esercito israeliano sta aprendo il fuoco contro i civili palestinesi colti alla sprovvista dalla «Linea Gialla» in continua espansione. Palestinesi sfollati vicino alle loro tende a Gaza City, 1 giugno 2026. (Ali Hassan/Flash90) All’inizio di maggio, Mohammed Suleiman è partito per andare a trovare i suoi genitori, come fa ogni mese. Il quarantaduenne vive nel campo profughi di Nuseirat, nel centro di Gaza, mentre i suoi genitori vivono a sud, a Khan Younis. Ha scelto il percorso più veloce: guidare lungo Salah Al-Din Street, la principale arteria di traffico nord-sud di Gaza. Ma quel giorno, il suo viaggio sarebbe stato interrotto — quasi fatalmente. “Ero vicino a Bani Suheila su Salah Al-Din Street quando sono stato improvvisamente colpito alla mano da un proiettile sparato dall’esercito israeliano”, ha raccontato a +972 Magazine. Mohammed è stato trasportato al Nasser Medical Complex dove è stato curato per la ferita, che fortunatamente era di lieve entità. “Questa volta sono sopravvissuto, ma non so cosa succederà a me o a chiunque altro la prossima volta”, ha detto. “Non basta che siamo ripetutamente presi di mira [dai bombardamenti]; ora sparano anche ai passanti”. Il cosiddetto “cessate il fuoco” concordato lo scorso ottobre tra Israele e Hamas ha dato vita a un fenomeno che non ha smesso di tormentare gli abitanti di Gaza: la “Linea Gialla”. Doveva delimitare il confine dell’occupazione israeliana del territorio di Gaza, in vista di un ritiro graduale man mano che il cessate il fuoco procedeva. Ma invece di ritirarsi, le forze israeliane stanno avanzando. Inizialmente, Israele ha mantenuto il controllo diretto di circa il 53% del territorio di Gaza, i cui residenti erano stati sfollati con la forza nell’altra parte della Striscia. Negli ultimi sei mesi, durante i quali l’esercito israeliano ha ucciso quasi 1.000 palestinesi a Gaza, i soldati hanno continuato ad avanzare verso ovest, conquistando oltre il 60% del territorio. Due settimane fa, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivelato di aver ordinato all’esercito di portare tale percentuale al 70% — un processo che si sta svolgendo in pieno coordinamento con la Casa Bianca.  Negli ultimi giorni, i residenti palestinesi hanno assistito a un’intensificazione dell’attività militare israeliana nelle aree adiacenti all’attuale posizione della Linea Gialla, alimentando ulteriormente i timori sul loro destino. E in nessun luogo ciò si avverte in modo più acuto che lungo Salah Al-Din Street. Khalil Al-Sayed, un autista sulla cinquantina, dipende dalla strada per il proprio sostentamento. “Faccio l’autista da quando avevo 18 anni ed è l’unico lavoro che so fare”, ha spiegato.  Mentre nei primi mesi del cessate il fuoco Salah Al-Din era generalmente accessibile ad autisti come Al-Sayed, la situazione sta cambiando. «Da circa due mesi ormai, avvertiamo un crescente senso di pericolo sulla strada a causa dell’avvicinarsi dei blocchi gialli», ha detto, riferendosi al meccanismo dell’esercito israeliano per delimitare la Linea Gialla. «Noi autisti ci contattiamo ogni mattina per chiederci delle condizioni della strada: è libera? Ci sono stati spari? Ci sono carri armati? «Usciamo per andare al lavoro senza sapere cosa ci succederà», ha continuato. «Il fuoco indiscriminato è terrificante. Molte volte, i carri armati emergono dalla zona di Zeitoun a nord e ci costringono a cambiare il nostro percorso andando verso il mare. È una situazione davvero tragica e non sappiamo cosa ci riserva il futuro». «Non è cambiato nulla dal cessate il fuoco» A Khan Younis, la Linea Gialla si sta avvicinando sempre più al centro della città. Mentre le zone orientali della città sono state occupate dall’esercito israeliano già prima del “cessate il fuoco” e in gran parte distrutte, il centro ha visto negli ultimi mesi una ripresa dell’attività commerciale. Anche questa, ora, sembra minacciata. Negli ultimi giorni, i palestinesi del quartiere di Al-Bayuk, leggermente a est del centro città, hanno segnalato la comparsa di nuovi blocchi di cemento gialli posizionati dall’esercito israeliano. In risposta, i residenti hanno iniziato a fuggire verso ovest per sfuggire all’avanzata militare. Installazione da parte dell’esercito israeliano di blocchi di cemento che segnano la Linea Gialla, delimitando l’area della Striscia di Gaza occupata da Israele, ottobre 2025. (Portavoce IDF/CC0 1.0 Universal) Mohammed Al-Bayuk (che condivide il cognome con il quartiere) sta ora cercando un posto dove la sua famiglia possa vivere nella zona di Al-Mawasi, lungo la costa di Gaza. Il padre di tre figli era tornato ad Al-Bayuk dopo il “cessate il fuoco” per scoprire che la sua casa era stata distrutta. Allora ha montato una tenda sulle macerie per rimanere sulla sua terra. Ora, però, si sta preparando a fuggire ancora una volta.  “Sono sotto shock a causa di questi blocchi gialli”, ha detto a +972. “Stanno trasformando di nuovo la mia vita in un inferno. Ho una piccola famiglia da mantenere — tra cui mia madre, mio fratello e le mie sorelle di cui mi prendo cura da quando mio padre è morto un anno prima della guerra. Non so come potrò restare nella zona con questo pericolo nelle vicinanze. Sto cercando di trovare un posto per noi ad Al-Mawasi, ma è difficile perché ci sono molti sfollati». All’inizio di questo mese, l’esercito israeliano ha bombardato il suo quartiere – cosa che, secondo Al-Bayuk, aveva lo scopo di terrorizzare i residenti per spingerli alla fuga. “È stato terrificante”, ha raccontato. “La cosa più scioccante è che veniamo sfollati durante un cessate il fuoco. Non so cosa stiano facendo i mediatori riguardo a questa significativa espansione della Zona Gialla”. Salem Awad, un quarantacinquenne padre di sei figli originario di Rafah che attualmente vive in una tenda ad Al-Mawasi, ha descritto lo spostamento quotidiano della Linea Gialla da parte dell’esercito israeliano come una sorta di partita a scacchi. “Non riesco a entrare a Rafah da quasi tre anni, e mi sento morire per questo”, ha detto a +972. “Ho piantato la tenda il più vicino possibile per respirare un po’ della mia città — solo per scoprire che i blocchi gialli si stavano avvicinando a noi [la scorsa settimana]. Ora siamo proprio accanto a loro, il che significa che siamo in una zona di pericolo. “Non posso restare dove sono e ignorare quei blocchi perché l’esercito israeliano è infido e può prenderci di mira in qualsiasi momento, sostenendo che rappresentiamo una minaccia per le loro forze”, ha continuato Awad. “Ho fatto andare i miei figli e la mia famiglia nella tenda del nonno finché non avrò trovato un posto dove piantare la mia tenda e allontanarmi da qui.  “Stiamo vivendo un’immensa ingiustizia”, ha continuato. “Non è cambiato assolutamente nulla [dal cessate il fuoco]. Sentiamo il rumore costante delle esplosioni, che è terrificante. Sentiamo i carri armati muoversi e vediamo le luci a est di Rafah e nelle zone circostanti. Siamo qui in attesa di una soluzione.”  A est di Deir Al-Balah, i residenti affrontano una minaccia simile da oltre un mese. “Siamo tornati a casa nostra quando è iniziato il cessate il fuoco perché non si trova all’interno della Zona Gialla”, ha raccontato a +972 Ahmed Al-Saeed, originario di questa zona. “Abbiamo iniziato ad abituarci un po’ alla presenza dei carri armati e dell’esercito nelle vicinanze, ma era terrificante. Ho cercato di tenere i bambini e chiunque altro lontano da quei blocchi di cemento.  “Poi, un mese fa, l’esercito ci ha ordinato di evacuare verso ovest”, ha continuato. “Pensavo fosse una situazione temporanea, che saremmo stati sfollati per un giorno o una notte, e poi sarebbe finita. Ma pochi giorni dopo, siamo rimasti scioccati nello scoprire che l’esercito aveva iniziato a distruggere ciò che restava delle nostre case in modo che non potessimo mai tornare. Ora l’area è diventata una Zona Gialla, off-limits.  «Questi blocchi di cemento si avvicinano ogni giorno di più da est a ovest, e siamo tutti confinati lungo la costa occidentale», ha detto Al-Saeed. «Vogliamo capire: si tratta di un’occupazione di Gaza e di uno sfollamento forzato, o cosa? Abbiamo bambini senza un riparo, e siamo in un cessate il fuoco. Non abbiamo mai vissuto nulla di simile prima d’ora. L’esistenza della Linea Gialla è un incubo per tutti noi, e non sappiamo quando finirà.” Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis. https://www.972mag.com/gaza-displacement-ceasefire-yellow-line-israel Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 10, 2026
Assopace Palestina
Video. Arab Barghouti al Music Festival di Berlino
Arab Barghouthi è salito sul palco insieme al gruppo Massive Attack al Citadel Music Festival di Berlino, chiedendo il rilascio di suo padre, il leader palestinese Marwan Barghouti. Unitevi alla campagna @FreeMarwanNow Il discorso di Arab in questo video di 2 min 50”:
June 10, 2026
Assopace Palestina
Duro colpo per Israele: un sondaggio internazionale rileva un diffuso malcontento in 36 paesi
di Redazione Palestine Chronicle,  Palestine Chronicle, 5 giugno 2026.   Un importante sondaggio internazionale rivela che Israele sta affrontando una diffusa disapprovazione a livello globale, mentre la fiducia in Benjamin Netanyahu continua a precipitare. Duro colpo Un nuovo e ampio sondaggio internazionale del Pew Research Center ha rilevato che Israele sta affrontando un’opinione pubblica prevalentemente negativa in gran parte del mondo, con la maggioranza dei paesi intervistati che esprime opinioni sfavorevoli sul paese e scarsa fiducia nel primo ministro Benjamin Netanyahu. Il sondaggio, condotto tra febbraio e maggio 2026 in 36 paesi, dipinge uno dei quadri più cupi mai visti della posizione internazionale di Israele, mentre la sua guerra genocida contro Gaza continua a rimodellare le percezioni globali. La maggior parte del sondaggio si è svolta dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio una campagna militare contro l’Iran. Secondo il Pew, una media del 67% degli intervistati in tutti i paesi oggetto dell’indagine ha espresso un’opinione sfavorevole su Israele, mentre solo il 25% ha riportato opinioni favorevoli. Le percezioni negative erano particolarmente pronunciate in tutto il mondo musulmano, inclusi Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan e Turchia. Tuttavia, l’indagine ha rilevato un’opposizione diffusa anche in Europa, evidenziando quanto le critiche a Israele si siano estese oltre le regioni tradizionalmente solidali. L’Europa tra i più critici Uno dei risultati più sorprendenti dell’indagine è stata la profondità del sentimento negativo registrato in tutta Europa. Pew ha rilevato che tutti i paesi europei oggetto dell’indagine hanno espresso valutazioni relativamente negative su Israele. In Italia, Spagna e Paesi Bassi, circa la metà o più degli intervistati ha dichiarato di avere un’opinione “molto sfavorevole” del paese. I risultati suggeriscono che il malcontento pubblico nei confronti delle politiche israeliane non è più limitato ai circoli attivisti o a particolari gruppi politici, ma è ormai profondamente radicato in ampi segmenti della società europea. Pew ha inoltre riferito che le opinioni sfavorevoli su Israele sono aumentate dal 2025 in 13 dei 24 paesi per i quali erano disponibili dati di tendenza. In Argentina, ad esempio, le opinioni negative sono passate dal 46% dello scorso anno a una maggioranza del 55% attuale. Aumenti significativi sono stati registrati anche in Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito. La tendenza indica non solo una critica persistente nei confronti di Israele, ma anche un continuo deterioramento dell’immagine globale del paese. I giovani alla guida del cambiamento L’indagine ha rilevato significative divisioni generazionali, in particolare in Nord America e in Europa. I giovani adulti hanno espresso in modo coerente opinioni più negative su Israele rispetto alle generazioni più anziane. In Ungheria, ad esempio, il 72% degli intervistati di età compresa tra i 18 e i 34 anni aveva un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 45% di quelli di età pari o superiore ai 50 anni. Modelli simili sono emersi in numerosi paesi occidentali. Anche l’ideologia politica ha svolto un ruolo importante. In un paese dopo l’altro, gli intervistati che si identificavano con la sinistra politica erano significativamente più propensi di quelli di destra ad avere opinioni sfavorevoli su Israele. Il divario ideologico era particolarmente pronunciato negli Stati Uniti, dove l’83% dei liberali ha dichiarato di avere un’opinione sfavorevole di Israele rispetto al 37% dei conservatori. Grandi divari sono stati registrati anche in Australia, Grecia, Spagna, Canada, Svezia, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi. Netanyahu non gode di alcuna credibilità Il sondaggio ha rilevato risultati altrettanto desolanti per Netanyahu. La maggioranza degli intervistati nella maggior parte dei paesi ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia nella capacità del leader israeliano di gestire gli affari internazionali. In molti paesi, il rifiuto totale è stato particolarmente marcato. Più della metà degli intervistati in paesi quali Italia, Germania, Francia, Spagna, Svezia, Canada, Australia, Malesia, Pakistan e Turchia ha dichiarato di non avere alcuna fiducia in Netanyahu. Pew ha inoltre rilevato che la fiducia in Netanyahu è ulteriormente diminuita dal 2025 in 13 paesi in cui sono disponibili dati comparabili. In Italia, la percentuale di intervistati che non ha alcuna fiducia in Netanyahu è aumentata drasticamente dal 45% del 2025 al 62% di quest’anno. Cali simili sono stati registrati in Europa, Nord America, Asia e Africa. Il cambiamento raggiunge gli Stati Uniti I risultati del Pew arrivano in un momento in cui si moltiplicano le prove di una più ampia trasformazione dell’opinione pubblica, anche all’interno del più importante alleato internazionale di Israele. All’inizio di quest’anno, Gallup ha riferito che gli americani non hanno più simpatia per gli israeliani che per i palestinesi, segnando la prima volta, da quando l’istituto di sondaggi ha iniziato a porre la domanda nel 2001, in cui Israele non godeva più di un chiaro vantaggio. Secondo Gallup, il 41% degli americani ora dichiara di simpatizzare di più con i palestinesi, rispetto al 36% che simpatizza di più con gli israeliani. Solo un anno prima, gli israeliani avevano un vantaggio di tredici punti. Gallup ha inoltre rilevato un livello record di simpatia verso la Palestina e un sostegno quasi record alla creazione di uno stato palestinese indipendente, in particolare tra i giovani americani, i democratici e gli indipendenti. (Pew Research Center, Gallup, PC) https://www.palestinechronicle.com/major-blow-for-israel-as-global-survey-finds-widespread-rejection-across-36-countries Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 8, 2026
Assopace Palestina
“Ci fu ordinato di uccidere”: la Nakba del 1967 che gli israeliani ignorano
di Adam Raz,  Haaretz, 4 giugno 2026.     Testimonianze inedite di soldati che combatterono nella Guerra dei Sei Giorni mettono in luce un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che realmente accadde nel 1967. Documenti recentemente scoperti indicano che 300.000 arabi furono espulsi o sfollati dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle Alture del Golan in un clima di violenza, saccheggi e distruzione. Rifugiati palestinesi in fuga dai villaggi conquistati nella zona di Latrun. L’IDF li espulse e il JNF (Jewish National Fund) costruì il Canada Park sulle loro rovine.Crediti: Benia Ben-Nun “All’inizio non ero disposto a giustiziare arabi che non opponevano resistenza”, ha detto un soldato. “Poi siamo giunti alla conclusione che dovevamo uccidere. Abbiamo attraversato un processo in cui abbiamo smesso di considerarli esseri umani.” Un secondo soldato ha spiegato che a Gaza “le vite umane non contavano. Si poteva uccidere, non c’era legge. Nessuno ti avrebbe detto nulla, ma non è una bella sensazione. Soprattutto, uccide la tua umanità.“ Un terzo soldato ha raccontato delle ”spedizioni punitive che compivamo nei villaggi delle minoranze nella Striscia, non una o due volte. Catturavamo degli uomini, li allineavamo e li eliminavamo. Col senno di poi, sembra un omicidio.“ ”Giravamo per i campi profughi a Gaza e compivamo delle epurazioni”, ha testimoniato un quarto soldato. «Ogni uomo che vedevamo era un combattente, questo è chiaro. Non c’era modo di provarlo. Forse quelli uccisi erano prigionieri o civili. Ogni soldato che era lì creava un “campo di concentramento” e non esitava a uccidere chi causava il minimo disturbo.» «È un dibattito filosofico», disse un quinto soldato riguardo al tentativo di distinguere tra «l’impulso di uccidere e l’impulso di divertirsi». Queste testimonianze delle truppe israeliane, che non avevano mai visto la luce, sono emerse in una serie di discussioni tenutesi nei kibbutz dopo la Guerra dei Sei Giorni. Una selezione delle conversazioni è stata raccolta in un libro di riferimento, “Il settimo giorno: i soldati parlano della Guerra dei Sei Giorni” (The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day), ma molte testimonianze crude sono state omesse. Il film di Mor Loushy del 2015, “Censored Voices”, ha effettivamente messo in luce alcuni dei crimini commessi nel 1967, ma la stragrande maggioranza è rimasta sul pavimento della sala montaggio. “Su 200 ore di registrazioni, un numero significativo di ore riguarda crimini di guerra”, ha detto Loushy all’uscita del film. “La storia è emersa in quasi tutti i kibbutz e si è ripetuta più e più volte. Nel film abbiamo incluso tre o quattro testimonianze sull’uccisione dei prigionieri.” Un’analisi dei protocolli completi, conservati nell’Archivio Yad Tabenkin a Ramat Gan, rivela un divario impressionante tra la memoria collettiva di Israele e ciò che è realmente accaduto. Questi protocolli, insieme a una serie di documenti pubblicati qui per la prima volta, costituiscono la base di un’inchiesta di Haaretz e di una ricerca dell’Istituto Akevot su ciò che è accaduto durante e dopo la Guerra dei Sei Giorni. L’indagine storica dimostra che Israele ha espulso e cacciato circa 300.000 arabi dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle Alture del Golan. E come nel 1948, l’espulsione ha comportato l’uccisione di civili, seminando il terrore nelle comunità arabe, saccheggi e, infine, distruzione. Rifugiati palestinesi ai piedi dei Monti di Gerusalemme. I documenti mostrano un ampio divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che è realmente accaduto. Crediti: Benia Ben-Nun * * * Nelle settimane successive alla guerra, migliaia di rifugiati palestinesi cercarono di tornare in Cisgiordania dopo aver trovato rifugio a est del fiume Giordano. Tuttavia, le Forze di Difesa Israeliane tesero un’imboscata a coloro che stavano tornando e li massacrarono. L’uccisione dei palestinesi che tentavano di tornare non fu ampiamente pubblicizzata, ma giunse alle orecchie del membro della Knesset Uri Avnery. Un soldato traumatizzato che incontrò Avnery gli raccontò che a lui e ai suoi compagni era stato ordinato di aprire il fuoco anche su donne e bambini. Dopo aver raccolto la testimonianza di un altro soldato, Avnery chiese al capo di Stato Maggiore dell’IDF Yitzhak Rabin di aprire un’indagine e di ordinare la cessazione delle uccisioni. Avnery non pubblicò i dettagli sul suo giornale, HaOlam HaZeh, e non ne parlò dal podio della Knesset. Come altri, anche lui rimase in silenzio e attese cinque decenni prima di riportare la testimonianza parola per parola nella sua autobiografia: “Ogni notte, gli arabi attraversavano il Giordano dalla sponda orientale a quella occidentale. Noi bloccavamo questi valichi e ricevevamo l’ordine di sparare per uccidere, senza preavviso. In effetti, ogni notte venivano sparati colpi contro uomini, donne e bambini, anche nelle notti di luna piena quando era possibile identificare chi attraversava. Distinguere, cioè, tra uomini, donne e bambini. Al mattino uscivamo per perlustrare la zona e, su ordine esplicito dell’ufficiale presente, uccidevamo chi era ancora vivo, compresi i nascosti e i feriti. Una volta terminata la strage, coprivamo i corpi con la terra fino all’arrivo di un trattore.” “Ci spiegarono che se fossero passati di lì convogli di profughi di ritorno dalla Giordania verso la Cisgiordania, avremmo dovuto sparare”, ha testimoniato un altro soldato. “Ho chiesto all’ufficiale: E se sento piangere dei bambini, devo sparare anche a loro? La risposta che ho ricevuto è stata: Non fare la femminuccia.” Il Magg. Gen. Uzi Narkiss, capo del Comando Centrale dell’esercito durante la guerra, ammise in seguito che alle truppe era stato ordinato di sparare per uccidere chi tornava se non conosceva la parola d’ordine. E come avrebbero potuto i rifugiati palestinesi sapere quale parola d’ordine li avrebbe salvati dalla morte? «A volte ci sono ragazzi che esagerano nel loro comportamento e invece di chiedere una parola d’ordine, sparano immediatamente», disse Narkiss al quotidiano Koteret Rashit nel 1985. «Quando c’è una guerra, accadono cose tragiche». Lo stesso IDF riferì che all’inizio di settembre quasi 150 palestinesi erano stati uccisi in questo modo, e anche il Capo di Stato Maggiore Rabin confermò al Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza che questi erano gli ordini riguardanti gli “infiltrati”. Questi ordini erano in linea con la decisione del governo del 25 giugno di impedire il ritorno dei rifugiati che avevano attraversato il fiume Giordano verso est. La testimonianza di un soldato raccolta dal deputato Uri Avnery. «Abbiamo ricevuto l’ordine di sparare per uccidere, senza preavviso». Torniamo alle testimonianze di Soldiers’ Talk. «Supponiamo di dover trattare gli arabi in questo modo», disse uno dei soldati, «la domanda è se questo non minacci una base morale molto ampia per tutte le cose che diciamo tra di noi. Non sono un grande vegetariano, ma questo tipo di uccisioni avrà sicuramente delle conseguenze più avanti nella nostra vita.“ Ha poi raccontato di un ”ragazzo giordano“ che è rimasto a lungo in piedi sul ciglio della strada insieme ad altri, finché i soldati ”lo hanno crivellato di proiettili e mi hanno detto con grande entusiasmo che li avevano fatti fuori tutti“. Ha anche riferito di un grande ”raccolto” che era stato effettuato altrove, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Un altro partecipante alla conversazione ha paragonato il comportamento dei soldati di carriera a quello dei riservisti. «I soldati di carriera uccidono molto più facilmente. I soldati di carriera fanno cose terribili. Hanno commesso veri e propri omicidi, hanno sparato ai prigionieri anche quando avevano le mani in alto». Ha aggiunto di essere stato presente all’esecuzione di «circa 15 ragazzi» che erano disarmati. Testimonianze di questo tipo compaiono ripetutamente nelle trascrizioni. Un soldato ha raccontato di aver assistito a «casi che mi hanno profondamente scioccato, di esecuzioni e cose del genere». Un riservista ha parlato di ordini espliciti di giustiziare i palestinesi fatti prigionieri: «Non era un processo, ma un ufficiale del governo militare, dei servizi segreti, non so esattamente da dove, passava in rassegna i documenti d’identità e diceva: “Questo deve essere giustiziato”, senza alcuna esitazione». Gli omicidi non erano sempre intesi ad accelerare l’espulsione o a sbarazzarsi dei prigionieri. Un soldato ha raccontato un episodio avvenuto nel Sinai settentrionale, al lago Bardawil. Il soldato e i suoi compagni hanno incontrato sette arabi, chiaramente civili, seduti su una piccola barca a vela. Secondo lui, un’infermiera che li accompagnava «si è subito agitata» e ha suggerito di colpirli da lontano. «Presto, sono arabi!», ha avvertito i combattenti. Una parte della squadra ha caricato le armi, e il soldato ha pensato ingenuamente che “i ragazzi stessero scherzando”. Quando si rese conto che facevano sul serio, urlò all’ufficiale: «Non sparerai, hai capito?» Ma l’ufficiale rispose che non prendeva ordini da lui. «Partì la prima raffica di colpi, e immediatamente tutti gli altri si unirono, trasformando il posto in un vero e proprio poligono di tiro», ha continuato nella sua testimonianza. Gli occupanti della barca si gettarono in acqua feriti, «e per pietà, dissi a qualcuno: “Dai, sparategli e basta”». «Abbiamo trasformato la penisola del Sinai in un campo di sterminio», scrisse un altro soldato alla sua ragazza, raccontando che le persone venivano giustiziate anche se erano disarmate, e che questo accadeva sia ai soldati catturati che ai civili. «Ho visto troppi omicidi per piangere». Non si trattava di un’aberrazione. In uno dei casi più scioccanti in cui furono giustiziati dei prigionieri, l’ordine fu dato da Moshe Levy, un ufficiale di stato maggiore dei paracadutisti. Levy fu in seguito nominato capo di stato maggiore. Alcuni di questi casi rimangono nascosti al pubblico israeliano ancora oggi, sebbene la maggior parte dei dettagli sia stata pubblicata all’estero. È stato così per Moshe Levy e l’uccisione dei prigionieri, e anche per le testimonianze sull’uccisione di quattro civili a Rafah dopo la fine dei combattimenti. Un documento ottenuto da Haaretz mostra che anche nel 2008, quattro decenni dopo, l’archivista di stato Yehoshua Freundlich raccomandò di mantenere chiuso “il fascicolo riguardante un incidente avvenuto a Rafah dopo la Guerra dei Sei Giorni”, sostenendo che “la sua divulgazione potrebbe causare gravi danni alle relazioni estere di Israele”. Il materiale sulla vicenda rimane ancora oggi sigillato nell’Archivio dell’IDF. * * * L’euforia che seguì la rapida vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni oscurò la Nakba del 1967. In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, circa 200.000 palestinesi furono cacciati, molti dei quali residenti nei campi profughi che erano già stati espulsi dalle loro case due decenni prima. Le comunità arabe lungo la Linea Verde furono distrutte per rendere meno netto il confine tra Israele e Giordania. Dalle Alture del Golan furono cacciati circa 120.000 cittadini siriani, ai quali fu proibito il ritorno alle loro case una volta cessati i combattimenti. Le loro comunità furono sistematicamente saccheggiate dallo stato. In alcuni casi, iniziative private di saccheggio precedettero il saccheggio organizzato dallo stato. I documenti resi accessibili negli archivi negli ultimi anni e resi noti dall’Akevot Institute indicano che l’IDF si era impegnato in meticolosi preparativi per la “conquista di aree al di fuori dei confini dello stato” già all’inizio degli anni ’60. L’esercito sperava che la situazione politica avrebbe favorito Israele, consentendogli di mantenere il controllo del territorio occupato per un periodo prolungato, stimando che in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e nel Sinai settentrionale «potrebbe esserci la necessità di un governo militare prolungato, in accordo con le tendenze diplomatiche». L’occupazione dei territori non colse Israele impreparato, come se fosse un mero sottoprodotto delle conquiste sul campo di battaglia. Al contrario, lo stato l’aveva pianificata. I palestinesi erano semplici spettatori in questa storia. Il ministro della Difesa Moshe Dayan scrisse nelle sue memorie che i palestinesi residenti in Cisgiordania non presero parte alla guerra, e che non era la loro guerra. Ciononostante, furono loro a pagarne il prezzo. L’opinione pubblica israeliana, da parte sua, rimase in silenzio. Le truppe che avevano partecipato alla commissione di crimini tennero la bocca chiusa; una vasta parte della popolazione che saccheggiò e rubò proprietà non voleva vantarsene; i kibbutz che presero parte all’espulsione dei palestinesi e al sequestro delle loro proprietà cercarono di minimizzare le loro azioni. Amos Kenan, allora riservista in servizio a Latrun, fu tra i pochi a protestare apertamente contro l’espulsione e la distruzione dei villaggi, scrivendo un rapporto sugli atti di distruzione al primo ministro Levi Eshkol. Tuttavia, i leader israeliani non si limitarono a farsi trascinare dai vertici militari. Più di una volta, fecero capire all’esercito con un occhiolino il loro desiderio di espellere la popolazione araba. «Vogliamo anche sgomberare un po’ la Striscia di Gaza», disse Moshe Dayan in una riunione ministeriale nel luglio 1967, secondo un documento reso pubblico alcuni anni fa. Il ministro del Lavoro Yigal Allon espresse un sentimento simile. In una riunione del Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza, Allon disse che «non c’è bisogno di dispiacersi per qualche villaggio che è stato distrutto». Non si trattava semplicemente di una riflessione a posteriori. L’opera di espulsione era allora in pieno svolgimento. L’espulsione, come affermò in seguito Ishai Amrami, vicecomandante di un battaglione che combatté nella Guerra dei Sei Giorni, era stata pianificata. Amrami partecipò nel 1987 a un raduno di attivisti del partito Mapam in occasione del ventesimo anniversario della pubblicazione del libro “Soldiers’ Talk”. Gli attivisti ed ex soldati, ormai cinquantenni, guardarono indietro agli eventi della guerra con il senno di poi. “Questa cosa, che ho vissuto in prima persona, è stato un tentativo di trasferimento di popolazione su vasta scala”, ha ricordato Amrami. “Non una semplice espulsione, ma un trasporto in autobus. È qualcosa che mi è rimasto impresso nella memoria fino ad oggi. Non conosco tutti i dettagli, ma era chiaro che si stava attuando una mossa del genere.” Eppure, la domanda va posta: chi ha dato l’ordine? Circa 200.000 palestinesi cercarono rifugio a est del fiume Giordano, e non disponiamo di documentazione relativa a una decisione governativa in merito, sebbene sia chiaro che i ministri accolsero con favore la fuga. Le due figure chiave sono probabilmente il ministro della Difesa Dayan e il capo del Comando Centrale Uzi Narkiss. Il 7 giugno, Dayan chiarì al capo di Stato Maggiore Rabin che desiderava svuotare la Cisgiordania dei suoi abitanti. In quei giorni, espresse ripetutamente la sua soddisfazione per le notizie relative all’espulsione e alla partenza dei residenti arabi. Ad esempio, quando venne a sapere della fuga iniziale dei residenti dalla città di Tulkarm, dove vivevano 25.000 persone, ordinò di rallentare l’avanzata delle forze corazzate verso l’area e pretese che le vie di comunicazione rimanessero aperte per facilitare la fuga dei residenti. Nelle discussioni di governo, Dayan evitò di esprimersi in termini definitivi, e sembra che questo lo abbia aiutato a fuorviare alcuni ministri. Mordechai Bentov, ministro dell’edilizia abitativa per conto del Mapam, disse in seguito che, per quanto ne sapeva, la maggior parte delle iniziative di espulsione erano locali, e le grandi espulsioni del 1948 non si ripeterono perché, per quanto ne sapeva, non c’era stato alcun ordine dall’alto. «Non credo», disse con una certa esitazione in un’intervista del 1976, «per quanto ne so. So che sono fuggiti». La verità era più complessa. Il Magg. Gen. Uzi Narkiss comprese appieno le intenzioni di Dayan e agì con decisione per espellere le comunità lungo la Linea Verde. Più di una volta, nei luoghi in cui i palestinesi non fuggivano di propria iniziativa, veniva loro ordinato di farlo. Le prove provenienti dalla parte palestinese confermano quelle della parte israeliana. Ad esempio, emerge dalla testimonianza di un abitante del villaggio di Yalo, ai piedi dei Monti di Gerusalemme, conservata nell’archivio dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq: «Gli israeliani sono nel villaggio e annunciano tramite altoparlanti: “Tutti gli abitanti di Yalo devono partire per Ramallah. Chi non se ne va sarà in pericolo”». Una famiglia palestinese della zona di Latrun lascia la propria casa davanti ai soldati. Un vicecomandante di battaglione che aveva preso parte alla guerra ha poi testimoniato di aver assistito a «un tentativo di trasferimento massiccio della popolazione, non una semplice espulsione». Crediti: Benia Ben-Nun In diversi luoghi sono state impiegate varie pratiche per incoraggiare l’espulsione: annunci; minacce ai residenti con le armi; allineamento di autobus e camion e ordine alla popolazione di salire a bordo. Questo è avvenuto, tra l’altro, a Qalqilyah, nei villaggi di Latrun, a Tulkarm e sulle colline a sud di Hebron. In altre località della Cisgiordania, i bombardamenti dell’Aeronautica Militare effettuati nell’ambito dei combattimenti hanno contribuito all’intimidazione. Questi bombardamenti hanno contribuito a cacciare circa 50.000 residenti che vivevano in tre campi profughi nella zona di Gerico. Molti di coloro che fuggirono portavano con sé i ricordi della Nakba e non attesero l’arrivo delle forze di terra. In alcuni casi, vi fu un evidente tentativo di creare l’impressione che l’espulsione o la fuga fossero il risultato di iniziative locali. Un documento d’archivio conservato presso lo Yad Tabenkin e ora reso pubblico getta luce sul tentativo di espellere gli abitanti di Qalqilyah, coprendo al contempo le tracce. Nel documento, Yaakov Mali, capo del dipartimento del traffico della compagnia di autobus Egged durante la guerra, ha testimoniato che la persona che ha cercato di portare a termine l’espulsione era in realtà il sindaco di Kfar Sava, Ze’ev Geller. “Mi ha ordinato 40 autobus per espellere gli abitanti di Qalqilyah verso i valichi del Giordano”, ha raccontato Mali, testimoniando di aver risposto che accettava ordini solo dall’IDF. Geller ha replicato che c’era “un’opportunità storica per sbarazzarsi del maggior numero possibile di arabi e che in quel preciso momento l’IDF stava facendo saltare in aria le case a Qalqilyah”. Gli autobus furono inviati. Geller era effettivamente il volto visibile dell’operazione, ma l’ordine di espulsione proveniva da Dayan ed era stato trasmesso a Uzi Narkiss. L’espulsione da Qalqilyah fu eseguita rapidamente e quasi la metà delle case fu distrutta nel giro di pochi giorni. Tuttavia, questo fu uno dei rari casi nella storia del conflitto in cui Israele fu costretto a fare marcia indietro a causa delle forti pressioni internazionali. Il 25 giugno fu deciso di consentire ai residenti di Qalqilyah di tornare nella loro città. L’espulsione dei tre villaggi palestinesi nell’area di Latrun – Imwas, Bayt Nuba e Yalo – con i loro 8.000 residenti, fu una delle espulsioni più significative durante la guerra. Lo stesso vale per la distruzione dei villaggi subito dopo e la creazione del Canada Park da parte del Fondo Nazionale Ebraico nel 1971. I villaggi furono conquistati senza resistenza il secondo giorno di guerra e, poche ore dopo, ai residenti fu ordinato di evacuare verso Ramallah. Israele affermò che una parte significativa delle strutture nei villaggi era stata distrutta durante i combattimenti che vi erano avvenuti. Si trattava di un’affermazione falsa. Ze’ev Bloch, veterano della Guerra dei Sei Giorni ed ex membro del kibbutz Nahshon, situato vicino ai tre villaggi espulsi, ha dichiarato ai ricercatori dell’Istituto Akevot che «nessuno lascia la propria casa di sua spontanea volontà. Su questo non c’è alcun dubbio. Certamente, certamente sono stati espulsi. Guerra. Ci sono quelli che li espellono, ci sono quelli che se ne vanno, ci sono quelli che sopravvivono e ci sono quelli che muoiono». Nelle sue memorie, ha descritto «bambini che piangevano, adulti e anziani che arrancavano lentamente ai bordi della strada. Queste immagini ricordavano a me e a molti dei riservisti di allora altri giorni non così lontani, quando si vedevano famiglie ebree arrancare esattamente allo stesso modo nell’Europa occupata. Era difficile evitare il paragone, e il nostro cuore soffriva di fronte a queste immagini». Lo svuotamento di molte città e villaggi lasciò dietro di sé molte proprietà. I membri del kibbutz Nahshon tennero riunioni sul destino delle terre e delle proprietà abbandonate. Le trascrizioni delle conversazioni furono stampate nel bollettino del kibbutz, ma alla fine si decise che non avrebbero dovuto vedere la luce. Secondo una nota scritta all’epoca dall’archivista del kibbutz, «fu deciso che non si dovesse prendere alcuna proprietà o bottino dai villaggi vicini». Tuttavia, i saccheggi si diffusero in tutto il paese e alcuni membri del governo si chiesero come arginarli. Il ministro della Giustizia Yaakov Shimshon Shapira spiegò in una riunione di gabinetto alla fine di giugno che «il problema più grave» era che i cittadini saccheggiavano e tornavano in Israele, «e qui è impossibile arrestarli e processarli». Uno degli episodi di saccheggio più eclatanti avvenne a Qalqilyah. Auto e camion si diressero dalla città ormai deserta verso le abitazioni private a Kfar Sava e nell’area circostante. Alcuni beni furono saccheggiati in modo organizzato. Nell’archivio comunale di Kfar Sava si trova un lungo elenco di attrezzature prelevate dalle scuole di Qalqilyah e trasferite a beneficio degli studenti delle scuole della città israeliana. La persona che organizzò il furto fu il sindaco Geller, che fu anche nominato governatore di Qalqilyah per un breve periodo. Forze dell’IDF a Quneitra. Il comandante che conquistò le Alture del Golan testimoniò di una decisione di radere al suolo i villaggi «in modo che non ci fosse alcun luogo in cui tornare». Crediti: Moshe Milner/GPO Le operazioni di espulsione e distruzione lungo la Linea Verde continuarono anche dopo la guerra. Fu così, ad esempio, a Zeita vicino a Tulkarm e a Beit Awwa a sud di Hebron. La natura sistematica dell’evacuazione dei villaggi lungo la Linea Verde avvalora la conclusione che non si trattasse di iniziative locali. Lo stesso Magg. Gen. Uzi Narkiss si vantò pubblicamente di aver svolto un ruolo centrale nell’espulsione della popolazione. Ancor prima della guerra, aveva informato i suoi subordinati che se la Giordania fosse entrata in guerra, «avremmo spazzato via tutti gli arabi dalla Cisgiordania». Promise e mantenne la parola, almeno in parte. Dopo la guerra, ammise che alcune delle operazioni di espulsione da lui avviate erano atti di vendetta. Sebbene il Capo di Stato Maggiore Rabin gli avesse ordinato di interrompere l’espulsione e avesse persino minacciato un’indagine legale, Narkiss godeva dell’appoggio di Dayan, che spingeva per stabilire i fatti sul campo. Nel dicembre 1967, sei mesi dopo la guerra, il consulente legale del Ministero degli Esteri, Theodor Meron, inviò una lettera al direttore generale del ministero riguardante «le espulsioni degli arabi verso la Giordania». Questa drammatica lettera, pubblicata qui per la prima volta, serve da prova del fatto che i ministri del governo erano coinvolti nelle espulsioni. Dayan non era un attore ribelle e anticonformista in questa faccenda. «Le espulsioni costituiscono una grave violazione della Convenzione di Ginevra», scrisse Meron, «e, soprattutto alla luce dell’ampia pubblicità, rischiano di causare complicazioni». Aggiunse che anche il Procuratore Generale Militare Meir Shamgar concordava «sul fatto che le espulsioni violano la Convenzione». Una frase da lui scritta riassume succintamente la storia del conflitto: «Il Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza ha tuttavia deciso di approvare la politica». * * * Questo cupo capitolo storico non è rimasto del tutto segreto. Nel corso degli anni, i fatti sono gradualmente venuti alla luce attraverso ricerche storiche, inchieste giornalistiche e film documentari. Nel 2005, il libro esaustivo di Tom Segev “1967: Israel, the War, and the Year That Transformed the Middle East“ ha rivelato alcuni dettagli delle operazioni di espulsione condotte durante la guerra. Nel 2012 è stato pubblicato uno studio ricco di dettagli dello storico Avi Raz, ”The Bride and the Dowry“, che include un affascinante capitolo sull’autorizzazione, concessa attraverso mezzi contorti, che ha permesso alle forze armate di espellere i residenti e distruggere i villaggi. L’anno scorso, lo storico Omri Shafer Raviv ha pubblicato il suo illuminante libro “I proprietari terrieri: il governo israeliano e i palestinesi 1967-1969” (in ebraico), in cui descriveva la politica israeliana volta a ridurre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza dopo la guerra. E c’è stato anche chi ha fatto luce sulla grande espulsione nelle Alture del Golan. Nel 2010, un’inchiesta di Haaretz condotta da Shay Fogelman ha trattato ampiamente l’operazione volta a svuotare l’altopiano dei suoi residenti siriani. Ora, i documenti ottenuti da Haaretz e dall’Istituto Akevot consentono di far luce su aspetti sconosciuti dell’operazione. Prima ci fu l’occupazione. Dopo tre giorni di pesanti bombardamenti, l’IDF ottenne il pieno controllo dell’altopiano siriano. Una registrazione sistematica dei residenti rimasti nelle Alture del Golan non fu effettuata fino a metà agosto, quando divenne chiaro che il loro numero era di poco superiore a 6.000 – su circa 130.000 cittadini siriani che avevano vissuto sull’altopiano fino alla guerra. Subito dopo l’occupazione, fu imposto il coprifuoco ad alcuni dei residenti rimasti e fu impedito con la forza il ritorno degli abitanti dei villaggi che si erano nascosti nella zona durante i combattimenti. Un documento conservato presso il Centro Yitzhak Rabin riporta la testimonianza di Elad Peled, comandante della Formazione Ga’ash dell’IDF che guidò l’occupazione. Secondo Peled, pochi giorni dopo la fine della guerra, fu presa la decisione di intervenire «con i bulldozer per radere al suolo i villaggi, in modo che non ci fosse alcun luogo in cui tornare». Ciò fu effettivamente messo in atto. A metà giugno, il comandante delle forze israeliane nella città occupata di Quneitra chiese al rappresentante dell’Ufficio del Procuratore Generale Militare se fosse autorizzato «a rimuovere con la forza i residenti giunti in città e se questi potessero essere trasportati in autobus verso il territorio siriano». Un rapporto del Comando Nord affermava che dall’11 giugno «il governo militare iniziò a occuparsi della popolazione rimasta nel territorio occupato, con particolare attenzione alle minoranze druse e circasse». Il resto della frase fu censurato. Più avanti nel rapporto si affermava che «iniziò la concentrazione dei residenti rimasti a Quneitra e furono adottate misure severe contro i saccheggi». Non è stato scritto altro e, in generale, l’Archivio dell’IDF non rende accessibili i documenti sulle operazioni di espulsione. Circa un mese dopo la fine della guerra, l’ufficiale di collegamento israeliano presso l’ONU contattò il Comando Nord a seguito di una lunga serie di accuse dettagliate che la Siria aveva presentato contro Israele, richiedendone una risposta. «L’intimidazione attraverso minacce contro gli abitanti dei villaggi raggiunse proporzioni tali che la maggior parte della popolazione abbandonò le proprie case e fuggì», affermava il rapporto presentato all’ONU. In alcuni villaggi rimasero solo gli anziani che non riuscivano a sopportare la fuga. Secondo il rapporto, le intimidazioni e le minacce si manifestarono in varie forme: sparatorie volte a provocare la fuga; “sparatorie indiscriminate, abbandono dei morti ed espulsione del resto della popolazione”; e “affamare i residenti rimasti bruciando i campi di grano”. In un caso, i residenti furono divisi in due gruppi: quelli sotto i 25 anni furono catturati e portati in Israele, mentre gli altri furono espulsi verso la Siria meridionale con le mani legate dietro la schiena. Amnon Assaf, membro del kibbutz Ma’ayan Baruch, raccontò nell’indagine di Fogelman di aver assistito al raduno di centinaia di cittadini siriani e che i soldati israeliani gli dissero che stavano per espellerli. “Non sono un uomo dal cuore tenero, ma in quel preciso momento ho sentito che lì c’era qualcosa che non andava”, ha detto Assaf. “Ricordo ancora oggi che già allora quella scena mi fece una pessima impressione. È come ciò che accadde a Lod, Ramle e in altri luoghi durante la Guerra d’Indipendenza.” Le forze israeliane a Quneitra. Dopo la guerra, la Siria ha presentato accuse dettagliate contro Israele all’ONU: «L’intimidazione tramite minacce contro gli abitanti dei villaggi ha raggiunto proporzioni tali che la maggior parte è fuggita dalle proprie case». Crediti: Moshe Milner/GPO Contemporaneamente alle operazioni di espulsione, le forze israeliane si sono dedicate al sequestro dei beni lasciati sul posto. «I furti e i saccheggi continuano incessantemente», affermava la denuncia siriana all’ONU. «Le perquisizioni si concentrano sui gioielli delle donne, sull’oro e sui televisori. Ogni negozio a Quneitra è stato saccheggiato. La maggior parte delle case è stata saccheggiata e persino i mobili che piacevano agli invasori non sono stati lasciati sul posto, ma trasportati nella Palestina occupata con dei camion.“ Non mancano le testimonianze dei soldati a sostegno della denuncia siriana. ”Entri per sgomberare una casa e i tuoi occhi sono naturalmente attratti da altri dettagli”, ha raccontato un soldato in una testimonianza censurata tratta da Soldiers’ Talk. «A volte i ragazzi sparavano ai televisori per la frustrazione». Frustrazione per cosa? «Se non lo prendo io, lo farà qualcun altro, e quello sarà la Polizia Militare, quindi è meglio distruggerlo». Ulteriori documenti alla base di questa indagine sono stati trovati nell’archivio della Croce Rossa a Ginevra. Israele ha cercato di limitare l’attività dell’organizzazione, ma non è riuscito a eliminarla completamente. Un osservatore che ha visitato le Alture del Golan a metà luglio ha descritto scene di distruzione e saccheggi diffusi: la biancheria da letto era stata bruciata, i contenuti sparsi nel caos, i tetti distrutti e i resti carbonizzati dei mobili lasciati sul posto. Il personale della Croce Rossa ha anche fatto riferimento nei propri rapporti all’incendio dei raccolti, che, secondo la Siria, era inteso a far morire di fame i residenti rimasti. Nel complesso, era chiaro che gli osservatori capivano ciò che stavano vedendo. Uno di loro scrisse che il rappresentante dell’IDF che li accompagnava cercava di presentare la situazione come se le persone entrassero in Siria per cercare i propri parenti e riportarli indietro, ma gli osservatori respinsero questa versione come inverosimile; il sergente sorrise e sembrò essere d’accordo. A differenza del 1948, questa volta l’espulsione degli arabi fu ampiamente coperta dai media internazionali. Anche i resoconti israeliani apparvero occasionalmente. Cinque mesi dopo la guerra, l’attivista e giornalista Joseph Algazy pubblicò un articolo che era stato parzialmente censurato. Secondo Algazy, che pubblicò l’articolo con i segni della censura, dall’inizio della guerra centinaia di migliaia di persone furono espulse dalle Alture del Golan, dalla Cisgiordania e da Gaza: «In effetti, alcuni furono sradicati per “scelta”, ovvero per paura degli spari, dei bombardamenti e di altri pericoli, ma gli altri furono sradicati, letteralmente, dal terrore della canna del Generale Uzi Narkiss e degli ordigni esplosivi». Il colonnello Shlomo Gazit, nominato dallo Stato Maggiore per supervisionare il governo militare nei territori occupati, sostenne nel marzo 1968 «che in nessun caso dovremmo definire espulsione la migrazione volontaria dei siriani verso il territorio siriano». Nella corrispondenza interna, i funzionari israeliani usavano senza difficoltà il termine “espulsione”. Michael Comay, consigliere diplomatico del ministro degli Esteri Abba Eban, scrisse in una corrispondenza interna della metà del 1968 che «l’espulsione degli arabi di Quneitra, in corso da diversi mesi, suscita ripetute lamentele e richieste di chiarimenti da parte della Croce Rossa». Egli suggerì una linea d’azione preferibile: «Ci sembra che, se non ci sono alternative, sia meglio sbarazzarsi del problema una volta per tutte nel modo più umano possibile». La regista Netalie Braun, nel suo film “Shooting”, uscito lo scorso anno, presenta la testimonianza di un abitante del villaggio abbandonato di Mansura, che si trovava vicino a dove oggi sorge il kibbutz Merom Golan: “La maggior parte della gente del villaggio era spaventata ed è fuggita verso Damasco. È rimasto solo circa un quarto degli abitanti del villaggio. La nonna era già anziana e aveva un problema a una gamba, quindi siamo rimasti. Pensavamo che gli ebrei avrebbero lasciato presto le Alture del Golan. Molti degli uomini che se ne erano andati riuscirono a infiltrarsi di nuovo nelle loro case e a radunare gli animali dispersi, ma era pericoloso perché l’esercito israeliano sparava a chiunque tentasse di tornare. A coloro che erano fuggiti, presero tutto; li vedemmo caricare le cose sui trattori. Mi vergogno a dire che abbiamo visto e non abbiamo fatto nulla per paura. E ricordo i pensieri che mi attraversavano la mente: cosa resterà di tutto ciò che conoscevo? Dove sarà la mia casa?” Israele non permise a nessuno di tornare e dichiarò il governo militare. Nel giro di pochi mesi, i coloni ebrei iniziarono a costruire le loro case nel territorio appena conquistato. Adam Raz è ricercatore presso l’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-06-04/ty-article-magazine/.highlight/we-were-ordered-to-kill-the -1967-nakba-that-israelis-dont-know-about/0000019e-93c7-d0a9-a7df-b3df1c6a0000?link_source=ta_first_comment&taid=6a223bbfa9b4b50001095234& utm_campaign=trueanthem&utm_medium=social&utm_source=facebook&fbclid=IwY2xjawSPeS5leHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEedVpxq4WhunHpnBZY34urmrf -avm7Y04oxj5ww8SwaanP7JNy_ecEgzbDjTw_aem_geedkSnYPD1hl8S-xkvL0w Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
June 8, 2026
Assopace Palestina
Roma, 13 e 14 giugno: Assemblea annuale di Assopace Palestina
“SU QUESTA TERRA… HO DIRITTO ALLA VITA” LIBERTA’ E AUTODETERMINAZIONE PER IL POPOLO PALESTINESE PROGRAMMA ASSEMBLEA Sabato 13 Giugno 2026 – Ore 14.30: presentazione, saluti, introduzione, Luisa Morgantini, Presidente AssopacePalestina – Ore 15.00: Presentazione Campagne – 15.00 > Giù le armi, Leonardo, con l’avvocato Luca Saltalamacchia – 15.20 > Free Marwan e prigionieri/e palestinesi, con Vania Bagni- Anpi e Maya Issa – Mov. studenti Palestinesi – 15.40 > Faz3a, protezione civili palestinesi, con Giulio e Tilde, volontari – 16.00 > Sami Hureini Youth of Sumud e Mohammed Khatib, Campagna Faz3a Mediterranea e Operazione Colomba a Masafer Yatta – 16.30 > Rete Pace e Disarmo e No-Rearm Europe, con Alfio Nicotra – 16.50 > Coltivando la speranza a Gaza, architetti per Gaza, con Giovanni Fontana, collegamento da Gaza con Maher – Ore 17.20 > coffee break (30 minuti) – Ore 17.50 > Interagire con la rappresentanza politica: tavola rotonda con PD, AVS, 5STELLE, PRC – Ore 18.50 > Rete No bavaglio, con Francesca Fornario, Hassan Selmi e Marcella Brancaforte – Ore 19.30 chiusura – Ore 20.00 cena e convivialità Domenica 14 Giugno “Il nostro Fare” -0re 9.00 – 13.30 Per i i/le soci/e di AssopacePalestina Discussione , Conclusioni e saluti
June 8, 2026
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