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Perché gli israeliani difendono i diritti umani degli iraniani mentre calpestano quelli dei palestinesi?
di Hanin Majadli,  Haaretz, 6 marzo 2026.   La cosa più cinica è che molti israeliani credono davvero che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia e la libertà. Basta guardare Gaza o la Cisgiordania. I coloni israeliani lanciano pietre contro gli abitanti di un villaggio palestinese durante un attacco a Turmus Ayya, in Cisgiordania, nel mese di giugno. Crediti: Ilia Yefimovich/dpa Ci sono momenti – e in Israele ce ne sono parecchi – in cui il cinismo si trasforma in psicosi collettiva. In questo momento stiamo vivendo uno di quei momenti. La fantasia è simile a quella di un film hollywoodiano: un regime tossico cade, la gente decora i carri armati con fiori e vengono issate bandiere in nome della libertà americana. Per quanto riguarda la realtà, ricordiamo l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan e praticamente tutti gli altri paesi in cui gli Stati Uniti si sono invischiati, con o senza l’incitamento di Israele. L’immagine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come cavalieri su bianchi cavalli persiste. Tuttavia, sullo sfondo della corruzione e del potere sfrenato, almeno nel caso di Netanyahu, assumere una posa democratica è a dir poco grottesco. Si diceva che l’ultima guerra con l’Iran, meno di un anno fa, avesse lo scopo di eliminare la minaccia nucleare; e quella guerra era stata salutata come una vittoria totale dopo 12 giorni di combattimenti. Eppure, senza alcun annuncio formale, siamo ora impegnati in un’altra guerra, con un nuovo paradigma: improvvisamente, non si tratta più delle capacità nucleari dell’Iran, ma di un cambio di regime in Iran verso uno più favorevole all’Occidente. Sappiamo bene quanto questi piani abbiano funzionato in passato. Se dovessimo giudicare le cose in base a ciò che viene detto negli studi televisivi israeliani e nelle strade israeliane, il paese sarebbe impegnato in una missione umanitaria, se non addirittura divina. È una guerra per salvare le donne iraniane e aiutare il fantastico popolo iraniano (l’opposizione in esilio in Occidente). Improvvisamente, ogni tassista, ogni TikToker e ogni influencer dei social media si preoccupa dei diritti umani iraniani. E questo in un momento in cui, in Cisgiordania, buoni ebrei uccidono palestinesi disarmati, li espellono, bruciano le loro case e rubano le loro mandrie. E in Israele? Silenzio. È davvero sorprendente come gli israeliani riescano a identificare regimi crudeli e malvagi, ma non il proprio regime malvagio. Ecco il punto davvero cinico: gli israeliani credono sinceramente che Israele e gli Stati Uniti stiano combattendo per la democrazia, la libertà e i diritti umani in Iran e in Medio Oriente in generale. Ma se i diritti umani fossero il loro principio guida, la situazione non sarebbe quella che si vede in Cisgiordania e la guerra di Gaza non avrebbe raggiunto le dimensioni di un genocidio. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e altri regimi tirannici che reprimono il loro popolo non meno degli ayatollah non sarebbero loro alleati. Le armi israeliane non sarebbero presenti nelle guerre civili che hanno avuto luogo nel Sud Sudan, in Ruanda e in Myanmar. Il lungo braccio di Israele non sarebbe presente ovunque ci sia instabilità regionale o genocidio in Africa. La democrazia, tuttavia, è una moneta malleabile quando incontra gli interessi. E come se non bastasse, un’atmosfera di euforia e gioia pervade la guerra. La guerra dovrebbe causare paura, angoscia e ansia esistenziale, ma in Israele si parla solo di resilienza (!) e l’aria è piena di arroganza, molta arroganza. Le emittenti televisive fanno parte del carnevale: non ci sono critiche, non c’è quasi alcun dubbio. Nei rifugi antiaerei in Israele, la gente organizza feste con vino e alcolici. Non ho mai visto persone festeggiare le loro guerre come gli israeliani amano mostrare al mondo. I post sui social media scherzano tra foto di bombardamenti in Iran e immagini di Khamenei e Nasrallah che si abbracciano in paradiso. Tutto è volgare, crudo e paralizzante. Un’altra guerra eterna che Israele sta intraprendendo, contro nemici che, secondo loro, minacciano di distruggerlo. Lungo il percorso, Israele sta portando avanti la propria distruzione, ancora e ancora, ovunque. L’importante è farlo con gioia. https://www.haaretz.com/opinion/2026-03-06/ty-article-opinion/.premium/its-astonishing-how-israelis-can-identify-evil-regimes-but-just-not-their-own/0000019c-bf70-db5a-a99f-bf75beae0000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=f327e0bf7e Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
La guerra in Iran è anche una guerra climatica
di Mark Hertsgaard e Giles Trendle,  The Nation, 5 marzo 2026.   Gli effetti sul clima non sono una parte marginale di ciò che stiamo vedendo in Iran: sono strutturalmente integrati nella guerra moderna. Uomini che osservano da una collina una colonna di fumo che si alza dopo un’esplosione il 2 marzo 2026 a Teheran, in Iran. (Majid Saeedi / Getty Images) La guerra aggrava il cambiamento climatico in molti modi e viceversa. Il costo in termini di vite umane dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – centinaia di persone morte, tra cui, secondo quanto riferito, 175 ragazze e insegnanti uccisi nella scuola elementare Shajareh Tayyibeh – è una tragedia. I crescenti rischi economici – interruzione delle catene di approvvigionamento, aumento dei prezzi dell’energia, mercati azionari sconvolti – sono inquietanti. Il pericolo che questa guerra scelta da due stati dotati di armi nucleari si intensifichi ulteriormente, coinvolgendo potenze della regione e oltre, è allarmante. E alla base di ciascuna di queste preoccupazioni c’è il fatto che la guerra moderna è indissolubilmente legata al cambiamento climatico. I collegamenti vanno in entrambe le direzioni. Le guerre provocano emissioni enormi che riscaldano il pianeta: la guerra della Russia in Ucraina, ad esempio, ha generato emissioni pari a quelle annuali della Francia. Queste emissioni extra causano calore, siccità, tempeste e altri impatti più letali che distruggono i mezzi di sussistenza, destabilizzano le economie e stimolano la migrazione, rendendo più probabili i conflitti armati. Le agenzie di intelligence britanniche MI5 e MI6 hanno avvertito a gennaio che i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, se non controllati, causeranno “cattivi raccolti, intensificazione dei disastri naturali ed epidemie di malattie infettive… esacerbando i conflitti esistenti, causandone di nuovi e minacciando la sicurezza e la prosperità globali”. Lo scoppio di qualsiasi guerra è una cattiva notizia per il clima, proprio come lo è l’elezione di politici ostili all’azione per il clima. Le conseguenze climatiche di questa nuova guerra non sono al centro dell’attenzione in questo momento, ma sono un contesto essenziale per comprendere la posta in gioco. In un momento in cui la civiltà sta precipitando verso un collasso climatico irreversibile, trascurare le conseguenze climatiche di una guerra fra tre delle forze armate più letali della Terra sarebbe una negligenza giornalistica. Eppure la guerra ha l’effetto perverso di relegare la questione climatica in fondo all’agenda delle notizie. I media sono guidati dagli eventi e danno la priorità agli sviluppi dell’ultima ora e alle minacce immediate. Le guerre generano immagini potenti e narrazioni drammatiche, che alimentano l’interesse del pubblico per le notizie (almeno nelle fasi iniziali di una guerra). Il cambiamento climatico, al contrario, si sviluppa tipicamente su tempi più lunghi. Ad eccezione di disastri acuti come uragani o incendi, la questione climatica tende a mancare dell’urgenza necessaria per conquistare i titoli dei giornali e suscitare l’interesse del pubblico. Si tratta di una guerra per il petrolio? Il fatto che l’Iran possieda la terza riserva di petrolio più grande al mondo solleva inevitabilmente la questione, così come la lunga storia di conflitti fra Stati Uniti e Iran su tali riserve, compreso il rovesciamento da parte della CIA di un leader democraticamente eletto che cercava di nazionalizzarle. Quando gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela a gennaio, il presidente Donald Trump ha dichiarato apertamente di voler ottenere il controllo delle vaste riserve petrolifere di quel paese. Ora sono necessarie ulteriori informazioni per stabilire quanto il petrolio abbia influito sulla decisione di attaccare l’Iran. Ciò che è fuori discussione è che questa guerra non potrebbe essere combattuta senza il petrolio. Le portaerei, gli aerei a reazione e la miriade di sistemi di supporto di cui hanno bisogno consumano immense quantità di combustibili fossili. Ciò aiuta a spiegare perché il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è il più grande emettitore istituzionale di gas serra a livello globale, come documenta Neta Crawford, professoressa all’Università di Oxford, nel suo libro The Pentagon, Climate Change, and War. Nel loro insieme, le forze armate mondiali hanno un impatto ambientale annuo maggiore di qualunque paese del mondo, con l’eccezione di solo tre paesi. Date le immense implicazioni di questa guerra – per l’emergenza climatica e per molto altro – la questione del perché sia stata lanciata in primo luogo richiede un esame approfondito, soprattutto alla luce dei cambiamenti radicali nelle motivazioni dichiarate dall’amministrazione Trump. Entro 24 ore dai primi attacchi, il Washington Post ha citato quattro fonti dell’amministrazione secondo cui “le valutazioni dell’intelligence statunitense non vedevano alcuna minaccia immediata” da parte dell’Iran. Ciononostante, Trump ha deciso di attaccare, secondo quanto riportato dal Post, “dopo settimane di pressioni” da parte di Israele, che considera l’Iran un acerrimo nemico, e dell’Arabia Saudita, rivale regionale di lunga data dell’Iran e suo omologo petro-stato. Come nella maggior parte delle guerre, così anche con il cambiamento climatico: i poveri e gli innocenti sono quelli che soffrono di più. Il cambiamento climatico non è un fattore marginale, ma è strutturalmente integrato nella guerra moderna. I giornalisti non possono coprire in modo completo ed equo una guerra così intensiva in termini di emissioni di carbonio, destabilizzante e con conseguenze così gravi se le sue dimensioni climatiche vengono trattate come elementi aggiuntivi opzionali piuttosto che come fatti fondamentali. Questo articolo fa parte di Covering Climate Now, una collaborazione giornalistica globale co-fondata da Columbia Journalism Review e The Nation per rafforzare la copertura delle notizie sul clima. Mark Hertsgaardè corrispondente ambientale di The Nation e direttore esecutivo della collaborazione mediatica globale Covering Climate Now. Il suo nuovo libro è Big Red’s Mercy: The Shooting of Deborah Cotton and A Story of Race in America. Giles Trendleè l’ex amministratore delegato di Al Jazeera English e copresidente del comitato direttivo di Covering Climate Now. https://www.thenation.com/article/environment/iran-war-climate-change/?custno=&utm_source=Sailthru&utm_medium=email&utm_campaign=Weekly%203.6.2026&utm_term=weekly Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 7, 2026
Assopace Palestina
Israele sta applicando la “dottrina Gaza” in Libano e in Iran
di Faris Giacaman,  Mondoweiss, 6 marzo 2026.   Per anni Israele ha applicato la “dottrina Dahiya” a Gaza. Ora sta applicando la “dottrina Gaza” a Dahiya e a Teheran. Persone che camminano tra edifici distrutti a Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale, il 21 aprile 2024 (Foto: Omar Ashtawy / APA Images) Giovedì mattina presto, il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha visitato il confine con il Libano e ha promesso che “molto presto Dahiya assomiglierà a Khan Younis”. Con queste parole ha dato voce a un cambiamento storico che si è verificato negli ultimi due anni nel modo in cui Israele si rapporta con i popoli di questa regione. L’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione generale per il quartiere Dahiya nella parte meridionale di Beirut, dove vivono oltre mezzo milione di persone, mentre il panico dilaga nella città. Ordini di evacuazione simili sono stati emessi per il sud del Libano che, insieme a Dahiya, ha una popolazione costituita soprattutto da coloro che sostengono Hezbollah. Il paragone con Gaza era ben presente alla mente degli abitanti, che temevano che Beirut potesse subire lo stesso destino di annientamento totale, come sottolineato da alcuni commentatori. Altri riconoscono un modello simile nelle scene “apocalittiche” che stanno accadendo a Teheran. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito questo un piano “tornado” per “distruggere Teheran”, descrivendo una strategia per radere al suolo obiettivi con “alta visibilità in un ambiente civile” nella città. Solo ieri, nel sud-ovest di Teheran, altre due scuole sono state prese di mira nel corso di questa campagna. Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nel suo settimo giorno e Hezbollah apre un secondo fronte in Libano, Gaza è diventata il nuovo modello di come vengono condotte le guerre asimmetriche. Ciò segna un cambiamento qualitativo rispetto al modo in cui Israele era solito perseguire l’azione militare, anche se continua a seguire una logica simile. La vecchia dottrina di Israele Nei decenni precedenti, la strategia militare di Israele era stata plasmata da una politica che richiedeva l’uso di una forza sproporzionata contro i suoi nemici. L’azione militare non mirava solo a colpire i gruppi di guerriglieri, ma anche a punire le comunità da cui provenivano. La prima volta che un ufficiale dell’esercito ha esplicitamente enunciato questa strategia è stato nel 2008, quando l’allora capo del Comando Nord, Gadi Eisenkot, affermò che la distruzione di interi quartieri nel distretto di Dahiya durante la guerra del Libano del 2006 sarebbe stata applicata ovunque. La logica dell’esercito israeliano era semplice: anche la società che costituiva la base popolare di Hezbollah doveva essere punita. Prendere di mira i civili a Dahiya non era un “danno collaterale”, perché il danno collaterale era proprio l’obiettivo. Eisenkot si assicurò di far passare questo messaggio, dichiarando che “ciò che è accaduto nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele” e che “useremo una forza sproporzionata su [quei villaggi] causando grandi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili. Sono basi militari”. Questa politica divenne nota come “dottrina Dahiya”, ma non si limitò al Libano. Israele applicò lo stesso modello a Gaza dal 2008 al 2023, lanciando periodici massacri volti a infliggere danni sia a Hamas che alla sua base sociale. Un altro nome dato a questa politica era “falciare il prato”, poiché aveva lo scopo di mantenere le capacità di resistenza al di sotto di una certa soglia arbitraria. Un aspetto centrale di questo uso sproporzionato della forza – e ciò che lo distingue dal modo in cui Israele conduce la guerra oggi – era il suo orizzonte temporale limitato e la sua applicazione intermittente. Ad eccezione della guerra della Nakba del 1948, tutte le guerre di Israele prima del 2023 sono state relativamente brevi, nonostante fossero così distruttive. La loro breve durata era il risultato del presupposto che Israele non potesse tollerare una guerra di logoramento prolungata contro i suoi nemici e, forse in secondo luogo, perché i vincoli dell’ordine post-seconda guerra mondiale non potevano giustificare una devastazione così schiacciante a tempo indeterminato. Il 7 ottobre ha cambiato questa equazione. “Falciare il prato” non era più sufficiente, né lo era tenere la popolazione bloccata in una prigione a cielo aperto. La nuova fase della dottrina Dahiya è diventata il genocidio di Gaza. Dopo due anni di punizioni catastrofiche contro i civili, sostenute dalla generosità finanziaria e militare americana, Israele sta ora cercando di applicare elementi della sua condotta a Gaza al di fuori dei confini della Palestina. Ora vediamo che questa nuova dottrina, caratterizzata da un annientamento totale e prolungato, viene messa in atto in Libano e in Iran. La nuova dottrina Nonostante tutta la malvagità che il commento di Smotrich mette in luce, esso sottolinea una verità fondamentale sulla natura di questa guerra: non si tratta di un conflitto tra stati e gruppi politici, ma di una guerra tra società. Queste società non sono divise lungo linee razziali, etniche, religiose o nazionali. Le vere linee di demarcazione si trovano tra le società che resistono al dominio straniero, quelle che lo accettano e quelle che cercano di dominare. I contorni della nuova posizione di Israele nei confronti delle società nemiche hanno preso forma subito dopo il 7 ottobre. “È un’intera nazione là fuori che è responsabile”, ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog il 12 ottobre 2023. “Quello che stiamo facendo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut”, ha detto il ministro della Difesa Yoav Gallant un mese dopo. “Coloro che ne pagheranno il prezzo sono, prima di tutto, i cittadini del Libano”.  L’influente generale israeliano in pensione Giora Eiland ha delineato questa politica in modo più completo in un articolo del novembre 2023 in cui sosteneva l’idea di affamare i palestinesi a Gaza. “Chi sono le ‘povere’ donne di Gaza? Sono tutte madri, sorelle o mogli degli assassini di Hamas“, ha scritto Eiland. ”Fanno parte dell’infrastruttura che sostiene quell’organizzazione“. Per lui, causare una ”grave epidemia“ a Gaza avrebbe ”avvicinato la vittoria“, poiché ”i combattenti di Hamas e i comandanti più giovani avrebbero cominciato a capire che la guerra è inutile e che è meglio evitare danni irreversibili alle loro famiglie”. Eiland considerava “legittima” la “pressione sugli aspetti umanitari”, perché Israele non cerca solo di distruggere i combattenti di Hamas, ma “l’intero sistema avversario” con l’obiettivo di provocare il “collasso civile”. E si è spinto ancora oltre: Quando alti funzionari israeliani dicono ai media: “O noi o loro”, dovremmo chiarire chi sono “loro”. ‘Loro’ non sono solo i combattenti di Hamas con le armi, ma anche tutti i funzionari “civili”, compresi gli amministratori degli ospedali e delle scuole, e anche l’intera popolazione di Gaza che ha sostenuto con entusiasmo Hamas. Eiland non era una figura marginale. L’articolo che ha scritto è diventato il modello per un piano, elaborato un anno dopo l’inizio del genocidio, presentato da un gruppo di generali israeliani per spopolare il nord di Gaza. Il cosiddetto “Piano dei Generali”, iniziato nell’ottobre 2024 e proseguito fino al primo cessate il fuoco firmato nel gennaio 2025, ha visto campagne di sterminio su larga scala nel nord e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili necessarie per sostenere la vita. Questa è la logica alla base della dottrina di Gaza: muovere guerra a una società non solo per soggiogarla, ma per distruggerla e impedirle di vivere. In Libano e in Iran, questa politica è tinta dalla rinata ambizione sionista di conquistare la “Grande Israele”, sancita in una nuova era di espansionismo israeliano in tutta la vasta geografia di questa parte del mondo. Israele non si fermerà finché non sarà il padrone incontrastato in un’era di unipolarità americana in declino. Mentre la mossa degli Stati Uniti in Iran rappresenta la campana a morto della Pax Americana, per Israele è l’assalto finale ai tessuti di resistenza che esistono nelle società di questa regione. Faris Giacaman è direttore editoriale di Mondoweiss per la Palestina. https://mondoweiss.net/2026/03/israel-is-using-the-gaza-doctrine-in-lebanon-and-iran/?ml_recipient=181199904345949757&ml_link=181199853481624601& utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-03-06&utm_campaign=Catch-up Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 6, 2026
Assopace Palestina
Sanchez: la posizione del governo spagnolo è: “No alla guerra”
da Pressenza IPA, Pressenza, 4 marzo 2026.   Così si è espresso questa mattina, dal Palazzo della Moncloa, il presidente spagnolo Pedro Sánchez. Il capo del governo ha analizzato la crisi in Medio Oriente, ha chiarito la posizione del suo governo e ha affermato: “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi”. Questi sono alcuni dei punti principali del suo discorso. “La posizione del governo spagnolo di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, specialmente i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con i conflitti e le bombe. E infine, no al ripetersi degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo spagnolo si riassume in tre parole: no alla guerra”. “Dalla guerra in Iran non nascerà un ordine internazionale più giusto, e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. (…) Quello che per ora possiamo intravedere è una maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo motivo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone (…). Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader che non sono in grado di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti noti. Gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”. “Collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale, che sono due facce della stessa medaglia. (…) E continueremo a lavorare per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati. “Infine, il governo continuerà a chiedere la cessazione delle ostilità e una risoluzione diplomatica di questa guerra. E voglio anche specificarlo, perché sì, la parola giusta è chiedere. Perché la Spagna è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della NATO e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. (…) L’ho detto in molte occasioni e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità. Dobbiamo imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo ora gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia. Perché la questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo e, ovviamente, nemmeno il governo spagnolo. La domanda, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. “Noi ripudiamo il regime iraniano che reprime e uccide vilmente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma è ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. È ingenuo credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine. O pensare che praticare un’obbedienza cieca e servile sia un modo di governare. Al contrario, credo che questa posizione non sia affatto ingenua, è coerente e quindi non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. “Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è vero. Il governo spagnolo è con chi deve essere. È con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna è con i principi fondanti dell’Unione Europea. È con la Carta delle Nazioni Unite. È con il diritto internazionale e quindi è con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi. Siamo inoltre (…) con milioni di cittadini e cittadine che chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima alternativa avvantaggia solo pochi, mentre la seconda avvantaggia tutti noi”. Video: https://www.youtube.com/live/4sKsp0nBlkw?si=5mNCBV0l5T8dtul3 Testo completo del discorso in spagnolo https://www.pressenza.com/it/2026/03/sanchez-la-posizione-del-governo-spagnolo-e-no-alla-guerra/
March 6, 2026
Assopace Palestina
No liste, no bersagli. Stiamo con le Ong, stiamo con Gaza
Il problema Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i principi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale. Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori. Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata. I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita. Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane. La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 operatori sanitari uccisi e 161 arrestati. In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale. L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso. Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni. Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti.  Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, si è dimostrata affidabile.  Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 morti. A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza organizzata contro una popolazione. Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un genocidio. Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di: ● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;  ● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio; ● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi. Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile. Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone. Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza. Il silenzio è complicità. L’azione è dovere. Firma anche tu! Usa QR code dall’immagine in fondo Per info: digiunogaza@gmail.com  Coordinatori della petizione * Luisa Morgantini (AssoPacePalestina) * Jonathan Montomoli (#DigiunoGaza) * Roberto De Vogli (Università di Padova) * Ghassam Abu-Sittah (University of Glasgow, University of Beirut) * Gennaro Giudetti (operatore umanitario) Soggetti promotori 1. #DigiunoGaza 2. Sanitari per Gaza 3. AssoPacePalestina 4. FNOMCEO – Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri  5. Global Movement to Gaza Italia 6. Assemblea Corpi e Terra – Non unə di meno 7. Medicina Democratica 8. SPIGC – Società Polispecialistica Italiana Giovani Chirurghi 9. RUP – Ricerca e Università per la Palestina 10. Specializzandi per la Palestina 11. Women in Surgery Italia 12. Isde Italia – Associazione Medici per l’Ambiente 13. EPHA – European Public Health Alliance 14. People’s Health Movement Europe 15. G2H2 – Geneve Global Health Hub 16. SID – Society for International Devolopment Associazioni prime firmatarie 1. Rimini4Gaza 2. Ecomapuche – Emilia Romagna 3. Ass.ne Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA Abruzzo 4. Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste 5. Comitato “Fermiamo la guerra” – Firenze 6. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo 7. Fucina per la Nonviolenza – Firenze 8. SUMUD Centro Culturale palestinese delle Marche 9. Comunità delle Piagge – Firenze 10. Rete Pace e Disarmo Fano – Pesaro 11. Centro Culturale Paolo VI – Rimini 12. La Bottega del Barbieri 13. Rifugio antispecista Agripunk – Arezzo 14. Circolo Arci Ugo Winkler, Brentonico 15. Fondazione Cetacea – Riccione 16. Associazione Periferie al Centro – Fuori Binario – Firenze 17. Sanitari per Gaza Ravenna 18. Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone” 19. Libere Cittadine per la Palestina – Roma  20. Associazione Progetto Arcobaleno – Firenze 21. Mani Rosse Antirazziste – Roma 22. Associazione Culturale Lavoratori e Lavoratrici del commercio equo e solidale “Flavio Iuliani” 23. Statunitensi contro la guerra – Firenze 24. Casa dei Diritti dei Popoli – Firenze
March 6, 2026
Assopace Palestina
Perché gli Stati del Golfo non reagiscono all’Iran?
del The New Arab Staff,  The New Arab, 2 marzo 2026.   Gli Stati del Golfo colpiti dagli attacchi iraniani hanno evitato una ritorsione diretta, valutando il rischio economico, il timore del caos e le preoccupazioni di un’escalation. È improbabile che i leader del Golfo facciano qualcosa per intensificare unilateralmente l’attuale guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran [Getty] Gli Stati del Golfo sono stati colpiti da ondate di missili e droni iraniani per tre giorni, poiché Teheran si scaglia contro i suoi vicini dopo l’attacco non provocato di sabato contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele. Nonostante gli hotel, i porti, gli impianti energetici e le basi siano stati colpiti dai proiettili di Teheran, nessuno degli stati del Gulf Cooperation Council (CCG) colpiti ha reagito con attacchi diretti sul territorio iraniano. La moderazione è sorprendente. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein hanno attivato le difese aeree, condannato gli attacchi e riservato il diritto di rispondere, mentre alcuni ospitano strutture militari statunitensi che sono state utilizzate nella campagna in corso di Washington contro l’Iran. Tuttavia, anche se gli attacchi iraniani si sono estesi oltre le basi statunitensi fino a includere le infrastrutture civili, gli Stati del Golfo si sono fermati prima di una ritorsione diretta. Coinvolti, ma non alla guida della guerra Al centro della crisi c’è una guerra non provocata da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e, sebbene gli stati del Golfo non siano direttamente coinvolti, ne sono seriamente implicati. Diversi paesi del Golfo ospitano installazioni militari statunitensi che hanno svolto un ruolo nelle operazioni degli Stati Uniti in tutta la regione e, dal punto di vista di Teheran, questi stati stanno consentendo attacchi sul territorio iraniano perché hanno queste strutture sul loro suolo. I funzionari iraniani hanno definito la loro campagna con missili e droni come una rappresaglia mirata alle risorse americane, anche se alcuni proiettili hanno colpito o preso di mira infrastrutture economiche e civili in città del Golfo che non hanno nulla a che vedere con l’esercito di Washington. Questo crea un paradosso per i governanti del Golfo: sono esposti a rappresaglie dal punto di vista operativo, ma un’escalation diretta contro l’Iran li trasformerebbe formalmente da stati ospitanti a combattenti a tutti gli effetti. L’escalation è lo “scenario meno preferibile” Per molti leader del Golfo, essere coinvolti in una guerra diretta con l’Iran è il peggior risultato possibile. “Gli Stati del Golfo hanno molto da perdere, in termini di sicurezza ed economia, se vengono trascinati in una guerra, per non parlare degli stati più piccoli che non hanno la capacità di farlo. Cercheranno di stabilire una qualche forma di de-escalation con l’Iran”, ha detto a Le Monde Dania Thafer, direttrice del Gulf International Forum di Washington. “La più grande risorsa che i paesi del Golfo hanno attualmente è quella di lavorare all’unisono, per presentare un fronte unito nei loro messaggi all’Iran, per perseguire il contenimento attraverso il dialogo e rafforzare le loro capacità di difesa collettiva e la condivisione di informazioni”, ha aggiunto. Le economie del Golfo sono fortemente esposte: i terminali di esportazione del petrolio, gli hub aeroportuali, i porti, i settori turistici e i centri finanziari sono tutti vulnerabili a un conflitto prolungato. Anche scambi bellici limitati hanno perturbato lo spazio aereo e sconvolto i mercati; una guerra su vasta scala minaccerebbe le basi economiche su cui poggia la stabilità del Golfo. Il timore di un crollo del regime e di un caos regionale Al di là dei rischi economici immediati, c’è un timore strategico più profondo: cosa succederebbe se fosse l’Iran stesso a destabilizzarsi? Tra i responsabili politici del Golfo, l’idea di un cambio di regime a Teheran, discussa apertamente negli Stati Uniti e in Israele, è vista con cautela. “La strategia del cambio di regime è stata provata e ha fallito in Afghanistan e in Iraq. Pensate che un paese di 90 milioni di persone cadrà facilmente? Il motivo principale dell’esitazione dei paesi del Golfo è il timore del caos, piuttosto che la preferenza per il mantenimento del regime”, ha dichiarato al quotidiano Le Monde il professore associato dell’Università del Kuwait Bader Al-Saif. Per gli Stati del Golfo, un’implosione dell’Iran potrebbe scatenare una prolungata instabilità in tutta la regione, dai flussi di rifugiati alle ricadute delle milizie e ai conflitti per procura. Uno stato iraniano in difficoltà ma funzionante può essere ostile; uno frammentato potrebbe essere molto meno prevedibile. Questo calcolo aiuta a spiegare perché anche i governi che diffidano di Teheran sono cauti nell’escalation di un conflitto che potrebbe sfuggire ad ogni controllo. Segnali degli Stati Uniti e gestione delle alleanze Un altro fattore che determina la cautela del Golfo è la posizione di Washington. Il presidente Donald Trump ha recentemente indicato in un’intervista al New York Times che non ritiene necessario che gli stati arabi del Golfo si uniscano direttamente agli Stati Uniti e a Israele nell’attacco all’Iran. Questo messaggio riduce la pressione sulle capitali del Golfo affinché dimostrino la loro lealtà attraverso azioni offensive. I governi del Golfo hanno invece posto l’accento sulle misure difensive e sul coordinamento collettivo, rilasciando dichiarazioni congiunte che condannano gli attacchi iraniani senza però annunciare operazioni di ritorsione proprie. Infrastrutture civili e costo della ritorsione Gli attacchi dell’Iran hanno colpito sempre più spesso non solo strutture legate al settore militare, ma anche infrastrutture energetiche e siti civili. Aeroporti, zone industriali e aree urbane sono stati danneggiati o resi inagibili, sia come obiettivi diretti che come conseguenza delle intercettazioni. Per gli stati del Golfo, questo cambiamento aumenta la posta in gioco. Una ritorsione diretta potrebbe provocare salve di missili più pesanti contro le arterie economiche che sostengono la loro stabilità interna e la loro posizione globale. Molti osservatori notano che la capacità dell’Iran di lanciare ripetute salve di missili e droni supera la profondità difensiva disponibile alla maggior parte degli stati del Golfo. In questo contesto, la moderazione non è passività, ma un necessario calcolo strategico. Le capitali del Golfo rimangono allineate con Washington, ospitano le forze statunitensi e condannano gli attacchi iraniani, ma sembrano scommettere che il contenimento, la difesa collettiva e la de-escalation siano più sicuri che varcare la soglia di una guerra diretta con un potente vicino. Per ora, stanno assorbendo le ritorsioni cercando di evitare di diventare la prossima linea del fronte. https://www.newarab.com/news/why-are-gulf-states-not-striking-back-iran Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 5, 2026
Assopace Palestina
L’ordine mondiale del Trasimaco di Platone è il presupposto dell’attacco all’Iran
di Ofer Cassif,  Instagram, 4 marzo 2026.   La reazione sanguinaria di molti israeliani all’uccisione di Ali Khamenei rappresenta l’opinione che identifica la giustizia con la forza. Nella “Repubblica” di Platone, Trasimaco – uno degli interlocutori di Socrate – sostiene che la forza fa il diritto: il potere è l’unica fonte del diritto e della moralità, che a loro volta esprimono solo gli interessi dei forti. Si tratta di una visione pericolosa e nichilista, in cui la verità, l’integrità o l’equità non hanno alcun valore. Invece di essere basata sulla solidarietà, sulle regole e sulle norme di giustizia ed equità, la società viene descritta come un perenne campo di battaglia, una giungla in cui prevale la violenza. Il punto di vista di Trasimaco, che identifica la giustizia con il potere, è stato un filo conduttore costante nel pensiero politico, dall’antichità fino ad oggi. Niccolò Machiavelli gli ha dato un volto “realistico” quando ha posto il potere al di sopra della moralità. Thomas Hobbes sosteneva che senza un sovrano onnipotente il concetto di giustizia non ha alcun significato; Friedrich Nietzsche formalizzò questo approccio nella sua adorazione della “moralità dei padroni” e Michel Foucault sosteneva che non c’è mai stata e non ci sarà mai una verità oggettiva e una giustizia assoluta, ma solo percezioni che esprimono il potere esercitato nella società. Questa è anche la visione darwiniana degli autori della teoria razziale e del fascismo, così come dei neoconservatori della destra economica della scuola di Thomas Robert Malthus e Herbert Spence per i quali la vera giustizia consiste nel permettere la libera competizione in modo da eliminare gli “incapaci”. Al di là della violenza barbarica e del potenziale omicida insiti nella visione di Trasimaco, il predominio e il rispetto del più forte possono trasformarsi in una vittoria di Pirro. Dopo tutto, la storia pullula di esempi di come i forti di ieri siano i deboli di oggi, sia che si tratti semplicemente della caduta di imperi e stati o della nozione marxista di una guerra di classe durante la quale i cambiamenti economici creano nuove classi che succedono ai loro predecessori nel controllo della società, materialmente e ideologicamente. Così, ad esempio, la Roma classica ha ceduto il passo al cristianesimo e ai suoi numerosi regni, in cui la cittadinanza e la sovranità territoriale sono state sostituite da un ordine teocentrico e feudale. Lo stato moderno li ha sostituiti con la sovranità popolare, la burocrazia centralizzata e lo stato di diritto. Pertanto, la vittoria dei forti, che finisce nella distruzione dei valori universali di pace, giustizia e verità che si erano diffusi nel mondo post-illuminista, torna a perseguitarli quando essi stessi cessano di essere superiori. L’attacco all’Iran e la barbara e sanguinaria reazione in Israele all’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei e della sua banda, ignorando l’alto costo pagato da civili innocenti lì e in Israele, sono l’incarnazione della visione di Trasimaco in cui la forza determina ciò che è giusto e lecito. L’opposizione alla forza e il rispetto degli obblighi universali vengono visti come tradimento, follia o pura stupidità. La giustizia non è più percepita come un valore o una legge universale, ma semplicemente come l’interesse dei forti, sostenuto dalla potenza militare. Il governo israeliano non è interessato al bene del popolo iraniano, né alla sua liberazione dal terrore del regime fondamentalista (basti pensare al sostegno dei vari governi israeliani all’oppressione esistente sotto lo Scià o a molti regimi sanguinari in America Latina), né alla sicurezza degli israeliani. Il suo interesse risiede nella capacità del bullo imperialista di Washington di determinare ciò che è permesso e ciò che è proibito, eliminando completamente il diritto internazionale e cancellando ogni valore universale di giustizia, democrazia e pace. L’obiettivo di fondo è la neutralizzazione delle istituzioni internazionali che si impegnano a difendere questi valori, anche se nella pratica vengono spesso violati, e la creazione di un nuovo ordine mondiale normativo, istituzionale e morale. Accusare istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU o i tribunali internazionali dell’Aia di antisemitismo e unilateralismo fa parte di questa mossa pericolosa. L’indifferenza della comunità politica internazionale, e persino la sua acquiescenza, nei confronti del genocidio nella Striscia di Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania hanno fatto da apripista all’attuale attacco e alla creazione di quel nuovo ordine mondiale. Ciò si riflette nella palese ipocrisia dimostrata negli ultimi due anni e mezzo dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti, che pur condannando i regimi di Russia, Iran, Siria e altri paesi e persino agendo contro di essi, non hanno fatto nulla per fermare lo spargimento di sangue a Gaza e vi hanno persino contribuito. Al di là dei crimini commessi, che in futuro non potranno che aumentare, esiste il pericolo di una vittoria di Pirro. Questo nuovo ordine mondiale di potere potrebbe essere ribaltato e l’eliminazione della legge e dei valori universali potrebbe rivolgere questo nichilismo omicida contro Israele. Pertanto, il passaggio automatico al silenzio di coloro che costituiscono l’“opposizione liberale” e il loro saluto ai tamburi di guerra non solo deriva da un abominio morale, ma serve anche all’imperialismo americano e al governo di massacri del primo ministro Netanyahu, contro il vero interesse di Israele e del suo popolo. L’attacco all’Iran dovrebbe essere inteso non solo come un tentativo di “cambiamento materiale”, cioè come uno sforzo per cambiare violentemente l’ordine mondiale istituzionale, ma anche come un progetto di cambiamento morale e ideologico in cui i forti hanno il diritto di governare, il potere ha il diritto di decidere, i deboli hanno solo il diritto di chinare il capo e la moralità viene cancellata. Se coloro che si considerano liberali non lo capiscono e continuano ad allinearsi con il nuovo Trasimaco, saremo tutti condannati. Ofer Cassif è membro della Knesset per il partito Hadesh. Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 4, 2026
Assopace Palestina
Stop all’attacco all’Iran, l’Italia non dia le basi
di Rete Pace e Disarmo.  Sbilanciamoci, 28 febbraio 2026.    Nel condannare con forza l’ennesimo passo verso il baratro, chiediamo al Governo italiano e a quelli della UE di dissociarsi da questa follia, di richiedere la convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di interdire l’uso delle basi, dei porti e degli aeroporti alle forze armate degli Stati Uniti impiegate in questa guerra illegale. Questa mattina, con un’operazione militare congiunta denominata “Ruggito del leone”, Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra. Bombe su Teheran, su Isfahan, su Karaj, su Qom. Esplosioni vicino al palazzo presidenziale, colonne di fumo nero nel cielo della capitale iraniana. Cittadini nei rifugi, ospedali evacuati, sirene d’allarme in tutto Israele mentre già partono i missili di risposta. L’intera regione mediorientale è di nuovo precipitata nel baratro. Quello che è accaduto questa mattina è tanto più grave perché arriva nel momento peggiore possibile: mentre la diplomazia stava — faticosamente, ma concretamente — cercando una via d’uscita. Solo ieri, il ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi — il principale mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran — aveva dichiarato che l’Iran era pronto a rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito e aveva definito l’accordo di pace “alla nostra portata”. Dopo tre round di colloqui a Ginevra, con l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) direttamente coinvolta come osservatore tecnico, si intravedevano per la prima volta le condizioni per un’intesa: zero accumulo, zero stoccaggio, piena verifica internazionale. La questione del controllo del programma nucleare iraniano — che noi consideriamo cruciale, in quanto organizzazione aderente alla campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) e da sempre impegnata per un Medio Oriente libero da armi nucleari — stava trovando uno spazio negoziale reale. Come Rete Italiana Pace e Disarmo, esprimiamo la nostra più ferma condanna per questo attacco militare. Ribadiamo con forza quanto già affermato nelle nostre recenti prese di posizione: basta guerre e bombe “in nome della libertà”. Nessun obiettivo geopolitico giustifica la violenza militare e il suo inevitabile carico di morti, feriti e distruzione tra le popolazioni civili.  L’attacco missilistico di USA e Israele contro l’Iran non aiuterà le società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare ed avviare in modo più esteso il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna. Siamo con il popolo iraniano che da anni lotta in modo pacifico e nonviolento contro un regime teocratico e repressivo che non esita a uccidere i propri cittadini. A quel popolo va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. La loro richiesta di libertà, diritti, giustizia, democrazia è la nostra stessa richiesta, comune a tutti i popoli che lottano per rompere le catene dell’oppressione e dell’ingiustizia, in ogni parte del mondo. Conquiste che si ottengono con la forza del diritto e non le operazioni militari e nuove forme di colonialismo o di protettorati. Il futuro dell’Iran appartiene solo al suo popolo. Non a Netanyahu. Non a Trump. Rete Italiana Pace e Disarmo nel condannare con forza l’ennesimo passo verso il baratro chiede al Governo italiano e a quelli dell’Unione Europea di dissociarsi da questa follia, di richiedere la convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di interdire l’uso delle basi, dei porti e degli aeroporti alle forze armate degli Stati Uniti impiegate in questa guerra illegale. In particolare chiediamo: L’immediata cessazione delle operazioni militari da parte di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, nuovamente in aperta violazione del diritto internazionale; Il ritorno urgente alla diplomazia, ripristinando i canali negoziali che erano in corso sotto mediazione omanita e con il coinvolgimento dell’AIEA; Un impegno dell’Unione Europea affinché assuma un ruolo attivo e autonomo nel promuovere la de-escalation e nel sostenere un accordo negoziale sul nucleare basato su verifiche internazionali credibili; La protezione delle popolazioni civili , che sono le prime vittime di ogni escalation militare. L’impegno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a verificare e denunciare la repressione e la violazione dei diritti umani nei confronti di chi manifesta pacificamente in Iran.   Mobilitiamoci. Nelle piazze, con le nostre organizzazioni, con le reti internazionali. Sosteniamo la popolazione iraniana ed il movimento “Donne Vita Libertà” per il loro diritto di autodeterminazione. Le guerre si portano dietro altre guerre, in una spirale infinita di odio, morte e distruzione. Le armi non portano nessuna sicurezza ma stanno destabilizzando l’intero pianeta.Il tempo della pace è adesso!  Per la pace, il disarmo e la dignità di tutti i popoli. https://sbilanciamoci.info/stop-allattacco-alliran-litalia-non-dia-le-basi/
March 4, 2026
Assopace Palestina
Non si libera un popolo con le bombe
di Kamran Babazadeh,  Naufraghi, 3 marzo 2026.   Un campo di zafferano in Iran Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato. Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh. Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti. Oggi, di fronte all’ennesima aggressione, vedo riattivarsi un copione osceno: una narrazione monocromatica, alimentata da precisi centri di potere e lobby geopolitiche, che riduce l’Iran a un bersaglio astratto, deumanizzandone il popolo per giustificarne la distruzione. Non difendo la Repubblica Islamica; non l’ho mai fatto. Ho sempre difeso, invece, i valori originari della rivoluzione: libertà, indipendenza, giustizia sociale. Proprio per questo rifiuto con forza l’equazione tossica che sovrappone il regime al popolo: l’Iran non si esaurisce in Khamenei, nei Pasdaran o Bassiji. È una società pulsante, complessa e stremata dall’essere ridotta a terreno di scontro simbolico tra imperi. Sebbene la mia vita si sia snodata all’estero, il mio sguardo non ha mai abbandonato quella terra. Osservo ogni protesta e ogni repressione con la lucidità di chi ha visto troppe illusioni naufragare per poterne alimentare di nuove. La verità è lineare: ogni aggressione esterna è linfa vitale per il potere interno. Ogni missile si trasforma in propaganda, ogni sanzione in alibi, ogni minaccia in una giustificazione per stringere il cappio della repressione. Non è un’opinione, è la lezione della storia: l’assedio non genera democrazia, ma “stati-fortezza”. In questo scenario, una parte della diaspora iraniana alimenta il problema rifugiandosi in una nostalgia mitizzata, dipingendo un passato pre-rivoluzionario idilliaco che non è mai esistito nei termini di giustizia sociale che oggi rivendicano. È una mitologia pericolosa che serve solo a barattare una sottomissione con un’altra: cambiare padrone non è mai stata liberazione. Il vero nodo della questione è un paradosso: il sistema iraniano è militarmente solido ma socialmente fragile. Possiede apparati e controllo, ma ha smarrito la fiducia delle nuove generazioni. La società iraniana è già “oltre” la Repubblica Islamica: lo è nei costumi, nella cultura, nelle aspirazioni profonde. Le donne e i giovani lo dimostrano ogni giorno, rendendo lo scarto tra stato e nazione il vero punto critico del futuro. Ma la lucidità impone onestà: non esistono scorciatoie geopolitiche. L’alternativa non può essere il falso dilemma tra teocrazia e bombardamenti, né tra i Pasdaran e una monarchia restaurata. La vera svolta risiede in una trasformazione interna, complessa e necessaria, che porti a uno stato laico, al pluralismo politico, alla giustizia sociale e a una riconciliazione nazionale che non scada nella vendetta. Questo processo non si innesca con i droni o con gli slogan della diaspora, ma si coltiva nelle crepe che già attraversano la società. La libertà non è un pacchetto consegnato dall’esterno, è una conquista della coscienza collettiva. Appartengo a una generazione che ha creduto nella rivoluzione come un atto immediato, una rottura violenta e definitiva. Oggi, con il senno della maturità, so che la vera rivoluzione è un processo lento, carsico: è culturale, sociale, morale. Significa liberarsi, prima di tutto, dalla logica dell’assedio, dall’odio e dalla propaganda che trasforma gli uomini in bersagli. Di fronte all’aggressione attuale, la mia posizione è netta: non sto con i missili e non sto con i fanatici. Sto con la gente comune, con chi studia, con chi lavora e con chi resiste al desiderio di fuggire; sto con chi si rifiuta di morire per decisioni prese a Washington, a Tel Aviv o nei palazzi di Teheran. Oggi, a quasi settant’anni, ho visto crollare ideologie che si pretendevano eterne. Ho imparato che la libertà non nasce dal fragore delle armi, ma dalla dignità quotidiana delle persone. Il futuro dell’Iran non appartiene ai generali né ai lobbisti, ma a un popolo che, prima o poi, chiederà conto a tutti: ai propri governanti e a chi, dall’esterno, ha cinicamente giocato con il suo destino. Il mio non è lo sguardo di un nostalgico o di un propagandista, ma di un uomo che attraversa la storia iraniana con dolore, lucidità e un’ostinata speranza. https://naufraghi.ch/non-si-libera-un-popolo-con-le-bombe
March 4, 2026
Assopace Palestina
Chiediamo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la fine della guerra illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran
di Democracy for the Arab World Now (DAWN).  DAWN, 2 marzo 2026.   Anche il Congresso degli Stati Uniti dovrebbe votare immediatamente due risoluzioni sui Poteri di Guerra. Fumo si alza dall’area che è stata colpita dagli attacchi, mentre si sentono una serie di esplosioni a Teheran, Iran, il 1° marzo 2026. L’edificio dell’Islamic Republic of Iran Broadcasting (IRIB) dopo che le autorità iraniane hanno dichiarato che è stato colpito dagli attacchi, mentre l’esercito iraniano ha annunciato di aver lanciato nuovi attacchi contro obiettivi statunitensi e israeliani. (Foto di Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images) (Washington, D.C., 2 marzo 2026) – L’attacco militare illegale degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran deve cessare immediatamente, ha affermato oggi DAWN. In una lettera inviata oggi alle missioni permanenti di tutti gli stati membri delle Nazioni Unite a New York, DAWN ha invitato i governi a richiedere formalmente una sessione speciale d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per dichiarare che l’attacco è una guerra di aggressione in violazione della Carta delle Nazioni Unite e per chiedere l’immediata cessazione di tutte le ostilità. In una seconda lettera inviata oggi ai membri del Congresso USA, DAWN ha esortato entrambe le camere a votare immediatamente una risoluzione sui Poteri di Guerra per porre fine a un attacco che non hanno mai autorizzato. “Nessun quadro giuridico, internazionale o nazionale, può giustificare questa guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, ha affermato Omar Shakir, direttore esecutivo di DAWN. “Questa guerra è palesemente illegale e deve essere fermata”. La decisione degli Stati Uniti e di Israele di entrare in guerra viola i fondamenti dello jus ad bellum, il corpus di diritto internazionale che disciplina i casi in cui uno stato può legittimamente ricorrere alla forza contro un altro stato. Ai sensi dell’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, a tutti gli stati membri è vietato ricorrere alla forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro stato. Esistono solo due eccezioni esplicite: l’autodifesa ai sensi dell’articolo 51, o l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del capitolo VII. Nessuna delle due eccezioni è applicabile al caso in esame. L’articolo 51 consente l’autodifesa solo “in caso di attacco armato”, e l’Iran non ha attaccato gli Stati Uniti. Anche secondo la dottrina dell’autodifesa anticipatoria, la guerra è illegale. La dottrina Caroline del diritto internazionale consuetudinario richiede una necessità “immediata, schiacciante, che non lasci alcuna scelta di mezzi e nessun momento per deliberare”. Un rafforzamento militare durato settimane, combinato con tre round di colloqui che il mediatore dell’Oman ha descritto come una svolta il giorno prima dell’attacco, non può soddisfare tale standard. Nessuna risoluzione del Capitolo VII autorizza questa guerra. Gli Stati Uniti hanno avviato una guerra di aggressione, che la risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite definisce come “un crimine contro la pace internazionale” e che il Tribunale di Norimberga, istituito dagli stessi Stati Uniti, ha definito “il crimine internazionale supremo”. “Dobbiamo essere onesti su quanto accaduto questo fine settimana, perché la storia verrà riscritta rapidamente”, ha affermato Sahar Aziz, membro del Consiglio di Amministrazione di DAWN e Professore Illustre alla Rutgers Law School. “Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato unilateralmente una nazione sovrana senza alcuna giustificazione legale ai sensi del diritto internazionale. Il desiderio di un cambio di regime non è una base legale per iniziare una guerra contro un’altra nazione. Se lo fosse, allora qualsiasi paese sarebbe legalmente giustificato nell’attaccarne un altro semplicemente perché si oppone al suo governo. L’applicazione selettiva del diritto internazionale rende il mondo molto più pericoloso”. Gli attacchi statunitensi e israeliani sembrano inoltre violare i principi fondamentali dello jus in bello, il corpus giuridico che disciplina le modalità di conduzione delle guerre, indipendentemente dalla legittimità della decisione di entrare in guerra. Ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale consuetudinario, le parti coinvolte in un conflitto armato devono distinguere tra obiettivi militari e civili e non devono causare danni alla popolazione civile che siano sproporzionati rispetto al vantaggio militare previsto. Sia Israele che gli Stati Uniti hanno una lunga storia di crimini di guerra commessi in conflitti armati. Nel sud dell’Iran, un attacco contro la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nella provincia di Hormozgan, ha ucciso 165 bambini e insegnanti. Non è stato immediatamente chiaro se la responsabilità dell’attacco fosse da attribuire alle forze statunitensi o israeliane. Il Protocollo Aggiuntivo I delle Convenzioni di Ginevra, all’articolo 52(3), nomina espressamente le scuole come oggetti presumibilmente civili; la parte attaccante ha l’onere di dimostrare l’uso militare, e apparentemente tale dimostrazione non è stata fatta né tentata. Ore dopo, a Lamerd, nella provincia di Fars, un missile ha colpito il principale palazzetto dello sport della città mentre decine di adolescenti erano all’interno per le loro regolari sessioni di allenamento di pallavolo, pallacanestro e ginnastica. I funzionari locali hanno confermato che almeno 18 civili sono stati uccisi, la maggior parte dei quali bambini. Il governatore di Lamerd ha dichiarato che le forze statunitensi e israeliane hanno lanciato missili contro il palazzetto mentre gli studenti stavano giocando all’interno. Gli attacchi su Teheran hanno causato anche vittime tra i civili. Nel secondo giorno della campagna, è stato colpito l’Ospedale Gandhi nella zona nord di Teheran. L’articolo 18 della IV Convenzione di Ginevra prevede che gli ospedali civili “non possono in nessun caso essere oggetto di attacchi”. Le immagini dell’attacco mostrano infermieri che evacuano neonati dalla struttura distrutta. Non è stato segnalato alcun uso militare dell’ospedale. “L’impatto sui civili degli attacchi statunitensi e israeliani non dovrebbe essere liquidato come un semplice danno collaterale: gli attacchi stessi dovrebbero essere indagati come crimini di guerra”, ha affermato Shakir. “È impossibile concepire una giustificazione per il bombardamento di una scuola femminile, di un palazzetto dello sport pieno di adolescenti o di un ospedale che fornisce assistenza ai neonati: il fatto che tutto ciò sia avvenuto il primo giorno della campagna sottolinea l’urgenza di porre fine a questa guerra”. DAWN ha anche inviato oggi una lettera separata al Gruppo dell’Aia, un blocco globale di paesi fondato nel gennaio 2025 per adottare “misure legali e diplomatiche coordinate” in difesa del diritto internazionale nel contesto del genocidio in corso da parte di Israele a Gaza, al fine di inserire l’attacco USA-Israele nell’ordine del giorno della loro prossima riunione del 4 marzo 2026. La riunione del 4 marzo si concentrerà sull’applicazione del diritto internazionale nei confronti di tutti gli stati che agiscono in modo illegale e sull’adozione di misure concrete attraverso i porti, i tribunali e le catene di approvvigionamento. La lettera di DAWN invita l’Hague Group a convocare una sessione speciale d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nell’ambito della procedura “Uniting for Peace”. “Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato perché gli Stati Uniti porranno il veto su qualsiasi risoluzione che condanni le proprie azioni”, ha affermato Raed Jarrar, direttore dell’ufficio advocacy di DAWN. “Il Gruppo dell’Aia, o qualsiasi stato membro, dovrebbe presentare una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che dichiari l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran come una violazione della Carta delle Nazioni Unite e una guerra di aggressione, e ne chieda l’immediata cessazione”. La guerra è chiaramente illegale anche secondo la legislazione interna degli Stati Uniti. L’articolo I, sezione 8 della Costituzione conferisce al Congresso, e non al presidente, l’autorità esclusiva di dichiarare guerra. La Risoluzione sui Poteri di Guerra del 1973, approvata nonostante il veto di Nixon, è esplicita: il presidente può impegnare le forze armate in ostilità senza l’autorizzazione del Congresso solo in tre circostanze: in seguito a una dichiarazione formale di guerra; in seguito a una specifica autorizzazione statutaria; in seguito a un’emergenza nazionale causata da un attacco agli Stati Uniti, ai loro territori o alle loro forze armate. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Nonostante il tentativo poco convinto dell’amministrazione Trump di invocare una minaccia imminente come giustificazione per un attacco preventivo, l’Iran non aveva attaccato gli Stati Uniti. Il 1° marzo 2026, il portavoce del Pentagono ha ammesso al personale del Congresso che l’Iran non aveva intenzione di attaccare le forze o le basi statunitensi nella regione a meno che Israele non avesse attaccato per primo l’Iran, smentendo direttamente l’affermazione della Casa Bianca secondo cui Teheran rappresentava una minaccia imminente. Poche ore prima dell’attacco, gli Stati Uniti erano impegnati in negoziati diretti con l’Iran e il mediatore, il ministro degli Esteri dell’Oman, aveva parlato di una svolta diplomatica. Non c’era alcun attacco a cui rispondere né alcuna emergenza che non potesse essere sottoposta al Congresso. Invocando un’altra giustificazione, sabato 28 febbraio Trump ha dichiarato al Washington Post che la “libertà” del popolo iraniano era la sua principale preoccupazione nel lanciare questa guerra. “Che potenze straniere inizino una guerra illegale, tuttavia, non è il modo giusto per sostenere le aspirazioni di libertà e democrazia degli iraniani”, ha affermato Shakir. I rappresentanti Khanna e Massie hanno presentato la risoluzione H.Con.Res. 38 alla Camera, mentre i senatori Kaine, Paul e Schumer hanno presentato la risoluzione S.J.Res. 104 al Senato. Entrambe le risoluzioni invitano il Presidente a porre fine all’uso delle forze armate statunitensi nelle ostilità contro l’Iran. Il Senato e la Camera dovrebbero votare le risoluzioni entro la fine della settimana. Nella sua lettera al Congresso, DAWN ha esortato i membri di entrambe le camere a tornare immediatamente in sessione e a sottoporre senza indugio queste risoluzioni al voto. Il Congresso non ha bisogno di approvare una risoluzione per stabilire che questa guerra è illegale. La legge lo fa già. Ai sensi della Sezione 5(c) della Risoluzione sui Poteri di Guerra, il Congresso può ordinare il ritiro delle forze in qualsiasi momento con una risoluzione concorrente. I rappresentanti Khanna e Massie hanno annunciato che imporranno una votazione in aula sulla H.Con.Res. 38, presentata nel giugno 2025 con 84 co-firmatari. I senatori Kaine, Paul e Schumer hanno presentato la S.J.Res. 104 al Senato con procedura accelerata sui Poteri di Guerra che aggira l’ostruzionismo. Un voto del Congresso sulla H.Con.Res. 38 e sulla S.J.Res. 104 equivarrebbe a un ordine diretto e vincolante al presidente Trump, in qualità di comandante in capo, di porre fine alle ostilità. I membri del Congresso dovrebbero tornare immediatamente in sessione e votare a favore della H.Con.Res. 38 e della S.J.Res. 104, come indicato da DAWN in una lettera inviata a tutti i rappresentanti e senatori. “Trump ha eliminato ogni limite al potere esecutivo, scatenando una guerra importante nel cuore della notte senza l’autorizzazione del Congresso. Ogni membro che vota contro la risoluzione sui Poteri di Guerra di Khanna-Massie sta votando per dare a questo presidente, e a ogni futuro presidente, il potere unilaterale di iniziare guerre senza il consenso del popolo americano”, ha affermato Jarrar. “Il Congresso ha il potere di fermare questa guerra. La questione è se ne ha la volontà. La storia registrerà ogni voto”. https://dawnmena.org/un-general-assembly-demand-end-to-illegal-us-israel-war-on-iran/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 3, 2026
Assopace Palestina
Questo attacco illegale degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran costituisce anche un’aggressione alle Nazioni Unite
di Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares,  Common Dreams, 2 marzo 2026.     Cerchiamo di essere chiari su ciò che gli Stati Uniti e Israele stanno perseguendo. L’obiettivo degli Stati Uniti non è la sicurezza del popolo americano. L’obiettivo è l’egemonia globale. Il tentativo è quello di distruggere l’ONU e lo stato di diritto internazionale, un tentativo che fallirà. L’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, interviene durante una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Iran il 28 febbraio 2026 a New York City. (Foto di Spencer Platt/Getty Images) Il 16 febbraio 2026, uno di noi (Jeffrey Sachs) ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avvertendo che gli Stati Uniti erano sul punto di violare lo Statuto delle Nazioni Unite. Tale previsione si è ora concretizzata. Gli Stati Uniti e Israele hanno intrapreso una guerra non provocata contro l’Iran, in flagrante violazione dell’articolo 2(4) dello Statuto, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa ai sensi dell’articolo 51. Stanno cercando di invalidare la Carta delle Nazioni Unite e il principio internazionale dello Stato di Diritto, ma falliranno. Il 28 febbraio 2026, al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno rivolto la loro condanna non all’aggressione americana e israeliana, ma all’Iran. Uno dopo l’altro, gli alleati degli Stati Uniti hanno condannato l’Iran per i suoi attacchi di ritorsione, ma assurdamente non hanno condannato l’attacco illegale e non provocato degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Il comportamento di questi paesi è stato deplorevole e ha completamente stravolto la realtà. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono stati descritti da Trump come necessari perché l’Iran “ha rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari e non possiamo più tollerarlo“. Questa è ovviamente una menzogna. Come riportato nella lettera del 16 febbraio, dieci anni fa l’Iran ha accettato un accordo nucleare, il Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA), adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nella risoluzione 2231. È stato Trump a strappare l’accordo nel 2018. Nel giugno 2025, Israele ha bombardato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Anche quella volta, i piani di guerra israelo-statunitensi erano stati definiti settimane prima, quando Netanyahu aveva incontrato Trump, e i negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran erano una farsa. Questo sembra essere il nuovo modus operandi degli Stati Uniti: avviare negoziati e poi cercare di eliminare le controparti. È comprensibile il motivo per cui gli alleati degli Stati Uniti abbiano adottato un comportamento imbarazzante e umiliante al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre agli Stati Uniti, otto degli altri quattordici membri del Consiglio ospitano basi militari statunitensi o concedono alle forze armate statunitensi l’accesso alle basi locali: Bahrein, Colombia, Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia, Panama e Regno Unito. Questi paesi non sono completamente sovrani, ma sono parzialmente governati dagli Stati Uniti. Le basi militari statunitensi ospitano operazioni della CIA e i paesi ospitanti sono costantemente in allerta per cercare di evitare la sovversione nei propri territori da parte degli Stati Uniti. Come disse Henry Kissinger in una famosa citazione: “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale“. Possiamo aggiungere che ospitare basi militari statunitensi e operazioni della CIA significa trasformare il proprio paese in uno stato vassallo. Come esempio significativo, l’ambasciatrice danese ha ripetuto ogni argomento avanzato dagli Stati Uniti, puntando il dito contro l’Iran per la sua aggressività, come se l’Iran non fosse stato attaccato dagli Stati Uniti e da Israele. Ha completamente trascurato il fatto che una tale dipendenza dagli Stati Uniti potrebbe non essere vantaggiosa per la Danimarca nel caso in cui gli Stati Uniti occupassero la Groenlandia. Le voci sincere al Consiglio di Sicurezza provenivano dai paesi non occupati dagli Stati Uniti. La Russia ha giustamente spiegato che il cosiddetto Occidente (ovvero i paesi occupati dagli Stati Uniti) sta incolpando le vittime quando punta il dito contro l’Iran. La Cina ha ricordato al Consiglio che la crisi è iniziata con gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, non con la rappresaglia dell’Iran. L’ambasciatore della Somalia, parlando a nome di diversi stati membri africani, ha descritto con sincerità la causa di questa recente escalation. Il rappresentante presso le Nazioni Unite della Lega degli Stati Arabi ha illustrato in modo brillante la causa principale della folle aggressione di Israele: la negazione dei diritti al popolo palestinese e il ricorso da parte di Israele a omicidi di massa e guerre regionali per impedire la nascita di uno stato palestinese. Quando l’Iran reagisce contro le basi militari statunitensi nel Golfo, esercita il suo diritto intrinseco all’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 dello Statuto ONU. È importante ricordare che Stati Uniti e Israele stanno apertamente e ripetutamente assassinando i leader dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare il suo governo. Quando gli stati uccidono un capo di stato straniero e tentano di distruggerne il governo, l’obiettivo di tali minacce è autorizzato, secondo il diritto internazionale, a difendersi. I bombardamenti statunitensi-israeliani hanno ucciso non solo la Guida Suprema dell’Iran e diversi alti funzionari governativi, ma anche più di 140 ragazze nella loro scuola a Minab. Queste giovani sono vittime di un orribile crimine di guerra. I paesi che oggi hanno dato il via libera agli Stati Uniti e a Israele per questi omicidi – in particolare Danimarca, Francia, Lettonia, Regno Unito e, naturalmente, Stati Uniti – sono anch’essi complici di questo crimine di guerra. Questa riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarà probabilmente ricordata come il giorno in cui le Nazioni Unite hanno cessato di operare dalla loro sede sul suolo americano. Un’organizzazione internazionale dedicata alla risoluzione pacifica delle controversie non può operare in modo credibile da un paese che intraprende guerre illegali, minaccia di annientare gli stati membri e considera le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come strumenti usa e getta di convenienza. Affinché l’ONU possa sopravvivere, e abbiamo bisogno che sopravviva, avrà bisogno di diverse sedi in tutto il mondo – in Brasile, Cina, India, Sudafrica e altri paesi – che onorino la vera multipolarità del nostro mondo. Cerchiamo di essere chiari su ciò che gli Stati Uniti e Israele stanno perseguendo. L’obiettivo degli Stati Uniti non è la sicurezza del popolo americano. L’obiettivo è l’egemonia globale. Il tentativo è quello di distruggere l’ONU e lo stato di diritto internazionale, un tentativo che fallirà. L’obiettivo di Israele è quello di creare un Grande Israele, distruggere il popolo palestinese e affermare la propria egemonia su centinaia di milioni di arabi in tutto il Medio Oriente (dal Nilo all’Eufrate, come ha detto recentemente l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee). Gli Stati Uniti stanno perseguendo, regione per regione, il loro obiettivo di egemonia globale. Recentemente, in una versione distorta della Dottrina Monroe, gli Stati Uniti hanno affermato di controllare l’emisfero occidentale e di poter dettare ai paesi latinoamericani come condurre i propri affari economici e politici. Per dimostrare la loro posizione, gli Stati Uniti hanno intrapreso un’azione contro il presidente venezuelano in carica e ora minacciano di rovesciare anche il governo cubano. La guerra odierna contro l’Iran mira a dimostrare che gli Stati Uniti controllano anche il Medio Oriente. La guerra fa parte di una campagna trentennale, avviata dalla dottrina Clean Break, volta a rovesciare tutti i governi che si oppongono all’egemonia statunitense e israeliana nella regione. Queste guerre congiunte di Israele e Stati Uniti hanno incluso il genocidio a Gaza, l’occupazione della Cisgiordania e decenni di guerre e operazioni di cambio di regime in Iran, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Una parte del piano globale degli Stati Uniti consiste nel controllare le esportazioni mondiali di petrolio e, nel contempo, indebolire la Cina e la Russia. La presa di potere degli Stati Uniti sul Venezuela era volta a garantire il controllo americano sulle esportazioni petrolifere di quel paese, in particolare per controllare il flusso di petrolio verso la Cina. Le sanzioni statunitensi contro la Russia mirano a impedire che il petrolio russo raggiunga l’India e la Cina. Ora gli Stati Uniti mirano a fermare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina. Più in generale, gli Stati Uniti mirano a controllare l’intera regione del Golfo più l’Iran per mantenere il loro dominio imperiale. L’ordine internazionale che Franklin ed Eleanor Roosevelt contribuirono a costruire dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale si basava su un’idea semplice e profonda: che fossero la legge e il rispetto, e non la forza, a governare le relazioni tra gli Stati. Quell’idea viene ora distrutta proprio dalla nazione che più di tutte contribuì a promuoverla con la fondazione dell’ONU. L’ironia è amara oltre ogni misura. La verità è che la devastazione della guerra non colpirà direttamente il cosiddetto Occidente: i suoi figli non subiranno traumi o morte, e i suoi paesi non saranno devastati. Le vittime di questo attacco sono i popoli del Medio Oriente. Sono loro i sacrificabili che soffrono per l’arroganza occidentale, l’abuso di potere e la dipendenza dalla guerra. Concludiamo con due osservazioni. In primo luogo, gli Stati Uniti non raggiungeranno l’egemonia globale né elimineranno l’ONU. Il mondo è troppo vasto, troppo diversificato e troppo determinato a resistere al dominio di una singola potenza, tanto più se questa rappresenta solo il 4% della popolazione mondiale. Il mondo al di fuori degli Stati Uniti e dei paesi da essi occupati desidera che l’ONU continui a esistere e prosperare. Il tentativo degli Stati Uniti è destinato a fallire, ma potrebbe causare immense sofferenze prima di fallire. In secondo luogo, se Israele persiste nella sua dipendenza dalla guerra e dall’occupazione, anch’esso non sopravviverà. Tale dipendenza rappresenta una combinazione di teocrazia e stress post-traumatico. Una parte di Israele ritiene di essere il regno biblico del V secolo a.C. L’altra parte vive nel ricordo traumatico dell’Olocausto ed è quindi determinata a eliminare qualsiasi avversario percepito piuttosto che imparare a convivere pacificamente con esso. La contorta difesa dell’ambasciatore israeliano dell’attacco sfrontato di Israele all’Iran, come di consueto, ha citato la Bibbia e Auschwitz come due giustificazioni. Questi sono i due riferimenti perenni di Israele, ma non si applicano al mondo reale di oggi. Uno stato che dipende dalla guerra permanente, dall’occupazione permanente e dalla repressione dei palestinesi, nonché dalla sottomissione indefinita di milioni di persone, non ha un futuro sostenibile, e le politiche che gli Stati Uniti stanno attualmente perseguendo a favore di Israele accelereranno tale esito anziché prevenirlo. La soluzione dei due stati, che il Consiglio di Sicurezza ha ripetutamente sostenuto, offre a Israele una via verso la pace. Purtroppo Israele la rifiuta. Il risultato, alla fine, sarà la fine dello stesso Israele nella sua forma attuale, soprattutto perché la popolazione statunitense sta rapidamente rivoltandosi contro la violenta teocrazia israeliana e schierandosi a favore della causa palestinese. Forse ci sarà un unico stato democratico in cui arabi ed ebrei vivranno insieme in pace, ponendo fine al regime di apartheid. Si tratta di verità scomode, ma le emergenze richiedono onestà. L’ONU è minacciata da Israele e dagli Stati Uniti. Il Consiglio di Sicurezza deve liberarsi dall’occupazione militare degli Stati Uniti e ricordarsi che è responsabile della promessa contenuta nella Carta delle Nazioni Unite di mantenere la pace e la sicurezza internazionali. Jeffrey D. Sachs è professore universitario e direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University, dove ha diretto l’Earth Institute dal 2002 al 2016. È anche presidente della Rete delle Nazioni Unite per le soluzioni di sviluppo sostenibile e Commissario della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo della banda larga. È stato consigliere di tre segretari generali delle Nazioni Unite e attualmente ricopre il ruolo di sostenitore degli SDG sotto il segretario generale Antonio Guterres. Sybil Fares è esperta e consulente in materia di politica mediorientale e sviluppo sostenibile presso il Sustainable Development Solutions Network (SDSN). https://www.commondreams.org/opinion/united-nations-israel-us-attack-iran Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 3, 2026
Assopace Palestina