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Vertice BRICS 2026: quali sono i punti chiave?
a cura della Redazione di Al Jazeera, AP e Reuters,  Al Jazeera, 13 settembre 2026.   Il blocco composto da 11 membri, che rappresenta il 40% del PIL mondiale, evita di condannare la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, mettendo in luce le divisioni all’interno del gruppo. Il presidente russo Vladimir Putin (terzo da sinistra), il primo ministro indiano Narendra Modi (terzo da destra) e il presidente cinese Xi Jinping (secondo da destra) posano con altri leader per una foto di gruppo durante il 18° vertice BRICS a Nuova Delhi il 13 settembre 2026. (Foto fornita dall’Indian Press Information Bureau via AFP] I leader del gruppo BRICS hanno adottato all’unanimità una dichiarazione congiunta nel primo giorno del vertice di due giorni tenutosi nella capitale indiana, Nuova Delhi, nonostante le divisioni tra i membri riguardo alle guerre in Iran e in Ucraina. La Dichiarazione di Nuova Delhi, adottata sabato 12 settembre, ha invitato alla moderazione in Medio Oriente, ma ha evitato di condannare gli attacchi statunitensi e israeliani o gli attacchi dell’Iran contro i paesi del Golfo nella regione. Ha inoltre criticato la guerra commerciale globale senza nominare gli Stati Uniti. Il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo russo, Vladimir Putin, erano tra i leader presenti al raduno del blocco composto da 11 membri a Nuova Delhi, in un momento di sconvolgimenti globali causati dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, dalla guerra dei dazi di Trump e dalle decisioni unilaterali degli Stati Uniti volte a promuovere la propria politica estera. Um-e-Kulsoom Shariff di Al Jazeera, in collegamento da Nuova Delhi, ha affermato che il gruppo ha «evitato» di citare alcun paese, anche sulla questione dei dazi statunitensi di ampia portata. «Abbiamo visto i paesi del BRICS che venivano presi di mira, che si trattasse dell’India, della Russia, della Cina o di qualsiasi altro, ma essi hanno mantenuto una posizione neutrale», ha riferito. «Pur affermando che i dazi unilaterali sono da condannare e contravvengono al diritto internazionale, non hanno menzionato gli Stati Uniti. L’India ha quindi dovuto tenere presente di intrattenere relazioni commerciali bilaterali con altri paesi, così come gli altri membri del gruppo». Il primo ministro indiano Narendra Modi ha affermato che il BRICS ha raggiunto un momento di «maturità» e ha esortato il Sud del mondo a diventare un «artefice delle regole» anziché limitarsi ad accettare quelle stabilite altrove. Ecco i punti chiave della dichiarazione del vertice: Che cos’è il BRICS? Il BRICS è stato fondato nel 2006 da Brasile, Russia, India e Cina, principalmente come forum economico. Il Sudafrica ha aderito al gruppo quattro anni dopo. Da allora il gruppo si è ampliato fino a includere Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Indonesia. I paesi del BRICS costituiscono quasi la metà della popolazione mondiale e rappresentano circa il 40 per cento del prodotto interno lordo (PIL) globale. Il blocco ha cercato di ottenere una maggiore influenza per le economie in via di sviluppo nelle istituzioni tradizionalmente dominate dalle potenze occidentali e ha spinto per l’adozione di riforme in organismi quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Esprimendo la posizione dell’India, Modi ha insistito sul fatto che il blocco non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un progetto anti-occidentale. «I BRICS non sono contro nessuno», ha affermato, sostenendo al contempo che il Sud del mondo dovrebbe svolgere un ruolo più importante nel plasmare la governance globale. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran La guerra è stata una delle prove più importanti per verificare se i BRICS, ora ampliati, fossero in grado di raggiungere una posizione comune. I leader hanno espresso «profonda preoccupazione per la continua escalation delle tensioni» in Medio Oriente e hanno invocato la «massima moderazione», esortando al contempo i paesi a evitare azioni che potrebbero aggravare ulteriormente la situazione. Non sono stati menzionati esplicitamente né gli Stati Uniti, né Israele, né l’Iran, né gli Stati del Golfo. Il presidente cinese Xi ha affermato in una dichiarazione che la guerra «non serve gli interessi comuni della comunità internazionale» e ha chiesto una soluzione politica e un cessate il fuoco permanente e completo. A maggio, i ministri degli Esteri del BRICS non erano riusciti a raggiungere un accordo su una dichiarazione congiunta a causa delle divergenze sulla guerra. L’Iran è membro del BRICS, così come gli Emirati Arabi Uniti, che durante il conflitto hanno subito attacchi iraniani. L’ex Segretario agli Esteri indiano Nirupama Menon Rao ha affermato che Nuova Delhi ha ottenuto un «significativo successo diplomatico» nel garantire una dichiarazione nonostante le «nette divergenze tra Iran ed Emirati Arabi Uniti». «Il consenso è stato preservato, ma solo grazie a un linguaggio accuratamente generico. In questo, sono emersi sia il valore che i limiti del BRICS: può mantenere vive discussioni difficili e affermare principi generali, ma fatica ad attribuire responsabilità o a organizzare un’azione collettiva quando si verifica un occasionale scontro di interessi tra i suoi membri», ha scritto su X. La dichiarazione ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi deliberati alle infrastrutture civili e agli impianti nucleari pacifici protetti dalle salvaguardie dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) – una formulazione che potrebbe essere vista come una critica indiretta agli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani. Durante la guerra di 12 giorni del 2025, gli Stati Uniti hanno bombardato tre principali impianti nucleari iraniani a Natanz, Isfahan e Fordow. Praveen Donthi, analista senior dell’International Crisis Group, ha affermato che le aspettative per il vertice del BRICS erano basse a causa delle turbolenze geopolitiche e del conflitto di interessi strategici. «I membri, interessati al successo di questo raggruppamento non occidentale, sarebbero ragionevolmente soddisfatti del modesto risultato», ha detto. Donthi ha aggiunto che l’India ha sfruttato i suoi forti legami con tutti i membri e ha lavorato dietro le quinte per far approvare la dichiarazione, superando l’ostacolo maggiore: convincere gli Emirati Arabi Uniti e l’Iran, che si trovano su fronti opposti nel conflitto in corso. I leader dei paesi partecipanti riuniti per una foto di gruppo durante il 18° vertice del BRICS a Nuova Delhi il 13 settembre 2026. [Foto fornita dall’Indian Press Information Bureau (PIB) tramite AFP] Guerra tra Russia e Ucraina La guerra in Ucraina rimane un’altra fonte di tensione all’interno dei BRICS, in particolare perché la Russia è un membro fondatore del gruppo. La dichiarazione ha lanciato un appello generico affinché le controversie internazionali vengano risolte attraverso «il dialogo, la consultazione e la diplomazia», senza menzionare l’Ucraina. Tuttavia, i leader dei BRICS hanno criticato le sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «Chiediamo l’eliminazione di tali misure illegali, che minano il diritto internazionale e i principi e gli scopi della Carta delle Nazioni Unite», si legge nella dichiarazione. La posizione è significativa per la Russia, che ha dovuto affrontare ampie sanzioni occidentali sin dalla sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. L’India, nel frattempo, ha mantenuto stretti rapporti con Mosca, importando petrolio dalla Russia in un contesto di interruzione delle forniture petrolifere globali da quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato domenica che Xi e Modi si sono offerti di mediare i colloqui di pace sull’Ucraina e che Putin ha accolto con favore la loro disponibilità, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale TASS. L’anno scorso, Trump ha imposto un dazio del 25 per cento sui prodotti indiani come sanzione per l’acquisto di greggio russo. Da allora l’India ha ridotto le sue importazioni di greggio russo. Sostegno alla creazione di uno stato palestinese I paesi del BRICS hanno adottato un linguaggio molto più esplicito sulla Palestina. La dichiarazione ha espresso «ferma opposizione» allo sfollamento forzato dei palestinesi e ai tentativi di modificare la geografia o la demografia dei territori palestinesi occupati. Ha chiesto la fine della guerra genocida di Israele contro Gaza, l’accesso umanitario senza ostacoli, il sostegno all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, e la piena adesione della Palestina all’ONU. Il blocco ha inoltre ribadito il proprio sostegno a una soluzione a due stati e alla creazione di uno stato palestinese sovrano basato sui confini del 1967, con Gerusalemme Est occupata come capitale. Dazi statunitensi La dichiarazione ha espresso preoccupazione per le «misure tariffarie e non tariffarie unilaterali» che distorcono il commercio, opponendosi al contempo alle sanzioni imposte senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Washington ha imposto dazi a diversi paesi del BRICS, tra cui Cina, Russia e India, e il presidente Donald Trump ha in precedenza definito il gruppo come «anti-americano». Ha minacciato dazi aggiuntivi contro i paesi che si allineano con esso. Intervenendo al vertice, Putin ha accusato i paesi «abituati a ragionare in termini coloniali» di ricorrere a dazi, sanzioni e «forza bruta» per contenere i concorrenti emergenti. Allo stesso tempo, il blocco ha invocato la cooperazione per proteggere il commercio globale, le catene di approvvigionamento, i flussi energetici e la sicurezza marittima, poiché le guerre interrompono il commercio internazionale. Mondo multipolare Il BRICS ha ribadito il proprio «impegno a rafforzare il multilateralismo e la multipolarità», sottolineando che un mondo multipolare può ampliare le opportunità per i Mercati Emergenti e i Paesi in Via di Sviluppo (EMDC) di sviluppare «un potenziale costruttivo e di beneficiare di una globalizzazione e una cooperazione economica universalmente vantaggiose, inclusive, sostenibili ed eque». Putin ha chiesto una maggiore rappresentanza per l’Asia, l’Africa e l’America Latina nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto che il passaggio verso un mondo multipolare sta incontrando la resistenza delle potenze consolidate. Xi ha affermato che i paesi del BRICS dovrebbero contribuire a orientare l’ordine internazionale verso una maggiore «equità e giustizia», mentre Modi ha invitato il Sud del mondo a passare dall’essere un «accettatore di regole» a un «plasmatore di regole». «Dobbiamo trasformare questa piramide di privilegi in una piattaforma di partenariato», ha dichiarato Modi al vertice. Tuttavia, l’India ha anche cercato di prendere le distanze dall’idea che i BRICS esistano semplicemente per confrontarsi con l’Occidente. «Non siamo contro nessuno; al contrario, ci sforziamo di andare avanti con l’approccio di coinvolgere tutti», ha affermato. https://www.aljazeera.com/news/2026/9/13/brics-summit-2026-what-are-the-key-takeaways Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 13, 2026
Assopace Palestina
La Mostra perde un’occasione, «Naza» solo Premio Speciale
di Cristina Piccino,  Il Manifesto, 13 settembre 2026.   A Venezia delusione per il doc sulla disumanizzazione dell’IDF di Yuval Abraham e Rachel Szor. Sarebbe stato il miglior Leone d’Oro possibile. La Sala Grande in standing ovation, il regista: «Durante il festival uccisi sei bambini a Gaza». Yuval Abraham e Rachel Szor con il Premio della giuria. Foto GettyImages Anche stavolta la Mostra del Cinema ha perso l’occasione di essere davvero «nella storia». Ed è accaduto nuovamente tramite la sua giuria, presieduta dall’attrice e regista Maggie Gyllenhaal – insieme a Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shaharbanoo Sadat, Johnnie To – che ha deciso di assegnare il Leone d’Oro non a Naza ma a Woman Unknown, il solo film nella competizione diretto da una donna, May el-Toukhy, oltre alla co-regia proprio di Naza di Rachel Szor. Una decisione che appare prima di tutto simbolica, annunciata dalle dichiarazioni della presidente il primo giorno del festival sulla sproporzione clamorosa nella selezione – il film ha ottenuto anche la Coppa Volpi per la sua interprete, Mathilde Arcel – e sulla diseguaglianza di genere nel cinema in cui si riflette, in Italia forse più che altrove, lo stato della società. Ma proprio le lotte transfemministe delle giovani generazioni ci insegnano come la condizione delle donne, la battaglia contro il patriarcato non si separa da quelle contro ogni forma di razzismo, di colonizzazione, ciò che lo stato di Israele mette in pratica da sempre nella sua storia contro i palestinesi fino al genocidio a Gaza dopo il 7 ottobre e alla pulizia etnica in Cisgiordania. «NAZA», realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor – nelle sale italiane dal 28 al 30 settembre – per la prima volta smaschera le menzogne di Israele nel volersi vittima, ripetute dal suo premier, rivelando la macchina dello sterminio e il suo funzionamento, e lo fa attraverso le testimonianze di ventiquattro militari dei gruppi di élite dell’intelligence israeliana che ne sono ideatori e esecutori, e che ne spiegano il sistema. Schedature, classificazioni, sorveglianza, l’uso di tecnologie raffinate, l’IA, gli algoritmi, per un genocidio guidato da remoto. «Naza» sono le vittime collaterali ovvero tutti i palestinesi senza distinzione di età, anche i neonati di cui i militari sentono il pianto prima di colpire, anche i bambini che corrono a cercare cibo affamati, osservati morire sullo schermo come «in un videogame». È un racconto dell’orrore ma prima ancora è un progetto politico che in questi anni Israele ha negato con la complicità del resto del mondo, di paesi europei «democratici» dove il movimento contro il genocidio è stato censurato, accusato di antisemitismo, represso. Dove chi ha preso la parola è stato messo al bando – pensiamo a Susan Sarandon a Hollywood o a Adèle Haenel in Francia, la cui presenza è stata cancellata in un programma della tv pubblica per le sue posizioni sulla Palestina. A differenza di La voce di Hind Rajab, lo scorso anno, che testimoniava con forza nell’archivio della voce della bimba palestinese massacrata dai soldati israeliani quanto accade, Naza ci porta dall’altra parte per voce degli israeliani che non cercano alibi, dicono i fatti per come sono. È un potente gesto di responsabilità a cui i due giovani registi, correndo molti rischi, chiamano non solo la società del loro paese mettendone a nudo l’indifferenza ma tutte le altre con le loro complicità – Italia in primis che blocca le sanzioni. DARGLI IL LEONE d’Oro era dunque non solo simbolico, ma affermava una posizione sempre più necessaria, e senza mettere in secondo piano il cinema, perché Naza è un bel film, la sua forma tesa, essenziale nel confronto con tante atrocità non deraglia mai, non cede alla retorica aprendo la visione sulla realtà a cui le storie si riferiscono, cioè Gaza distrutta solo alla fine con le immagini dei giornalisti palestinesi uccisi a centinaia dagli israeliani. La Sala Grande all’annuncio del Premio Speciale della Giuria – il più piccolo – si è alzata in piedi con un lunghissimo applauso che i due registi hanno quasi con imbarazzo chiesto di fermare. Niente di simile per gli altri film, compreso il Leone d’oro Woman Unknown. «Penso alle persone, ai politici, ai media che attaccano il nostro film senza averlo visto, solo per evitare di guardare la realtà in cui siamo. In questi dieci giorni di festival i soldati israeliani hanno ucciso almeno sei bambini. Gli ufficiali dell’intelligence ci hanno parlato di attacchi sistemici, di politiche che sono volte all’eliminazione dei palestinesi che sono stati documentati e conosciuti grazie anche ai giornalisti palestinesi. A Gaza ne sono stati uccisi più di duecento, le loro voci messe a tacere è un altro crimine perpetrato dal governo israeliano, ecco perché per noi è importante che se parli» ha detto Yuval Abraham ritirando il premio. QUALCHE GIORNO fa sbarcando al Lido, gli attivisti della Flotilla – riferendosi al rifiuto della Biennale di issare la bandiera palestinese fra le altre – hanno detto che la bandiera non è il punto, e che la resistenza contro il genocidio è un «laboratorio» contro i fascismi e gli autoritarismi che dilagano. Naza ci dice anche questo, obbliga a guardare dentro le nostre società e a interrogarsi. Abbiamo amato Possible Love, la lotta di classe secondo il regista Lee Chang-dong, e anche John Malkovich è un grande attore, il concorso veneziano era un po’ ingabbiato, e se si parla di forma lo stesso Woman Unknown non è così innovativo. Ci piacerebbe anche sapere come ha fatto Maggie Gyllenhaal a mettere insieme nel suo palmarès Woman Unknown con il patriarcato facho del Leone d’Argento al regista russo Khrzhanovsky per Dau. Forse le si dovrebbe spiegare che utilizzare le stesse dinamiche di umiliazione di ciò che si vorrebbe criticare finisce per giustificarle. La verità non ha bisogno di mostrare. In Naza è in quelle parole nel buio della notte di Tel Aviv che mai nessun militare o politico israeliano aveva pronunciato e nessun media o artista aveva cercato. Abraham e Szor lo hanno fatto, il miglior Leone d’Oro umano e morale possibile. https://ilmanifesto.it/la-mostra-perde-unoccasione-naza-solo-premio-speciale
September 13, 2026
Assopace Palestina
“NAZA” mette in luce la macchina di morte di Israele a Gaza
di Yuval Abraham e Rachel Szor,  +972 Magazine, 10 settembre 2026.   Il nostro nuovo film mostra, attraverso le testimonianze dei responsabili, come il massacro di civili palestinesi da parte di Israele sia stato un atto calcolato e intenzionale.  NAZA / The Guardian Negli ultimi tre anni abbiamo condotto interviste notturne sui tetti di Tel Aviv con 24 soldati israeliani che hanno svolto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. La maggior parte di loro erano ufficiali dei servizi segreti, che operavano dietro uno schermo e partecipavano a distanza al massacro di massa dei palestinesi. Le loro testimonianze costituiscono la base di “NAZA”, un nuovo documentario da noi diretto — prodotto da The Guardian e James Wilson, con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer — che sarà presentato in anteprima questa sera all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Abbiamo intervistato questi soldati non perché fosse l’unico modo per sapere cosa abbia fatto Israele a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente creduto alle parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa. Abbiamo realizzato questo film per un semplice motivo: abbiamo capito che le testimonianze degli ufficiali e dei soldati dell’esercito che ha annientato Gaza — coloro che hanno condotto la sorveglianza, che hanno calcolato quante persone innocenti sarebbero state probabilmente uccise in ogni casa e che hanno ripetutamente dato il via libera per bombardare intere famiglie — avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini. E proprio quella negazione è parte di ciò che permette a questi crimini di continuare fino ad oggi. Questo è un film su un sistema. Si concentra su ordini, politiche e schemi operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente descritta in Israele, ma un atto premeditato, calcolato e intenzionale. Ecco perché una commissione delle Nazioni Unite, le principali organizzazioni mondiali per i diritti umani e studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno definito un genocidio. I parenti piangono sul corpo del diciassettenne Ibrahim al-Hash, ucciso in un attacco con droni israeliani nel campo profughi di Jabalia, all’ospedale Al-Shifa, a Gaza City, il 2 settembre 2026. (Yousef Zaanoun/Activestills) Il titolo del film, “NAZA”, che è l’acronimo ebraico di “danni collaterali”, è una critica al modo in cui Israele descrive l’uccisione dei civili — nascondendo sia la consapevolezza anticipata del numero di persone che potevano essere uccise in ogni attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare sin dall’inizio. Uno degli ufficiali che abbiamo intervistato descrive come fosse pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie stavano conducendo la loro vita normale — un uomo che parlava con la moglie, l’audio di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva — e poi ha dato l’autorizzazione a bombardarle. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere». Visto in questa luce, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; infatti, in molti casi, l’obiettivo si è rivelato non essere affatto presente. L’uccisione in sé era lo scopo. Uno sguardo nell’oscurità I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che la loro identità fosse accuratamente nascosta, per il timore che Israele potesse vendicarsi contro di loro per aver rivelato informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e raccapriccianti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di reportage investigativi per +972 Magazine, Local Call e The Guardian. La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità di intelligence. Alcuni hanno ammesso chiaramente di aver partecipato a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a far crollare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a fare i conti con ciò che l’esercito era stato mandato a compiere per loro conto. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione — che fosse per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali. Il nostro film non si sofferma sulle loro motivazioni, una scelta deliberata. Si concentra principalmente sull’uccisione in sé e su ciò che la rende possibile. Dedicare troppo tempo ai sentimenti morali e politici delle fonti rischierebbe di spostare il baricentro lontano dalle vittime, cosa che non volevamo fare. Garantire l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse testimonianze, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione che prendiamo alla leggera. Ma, data la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo sentito l’obbligo di rendere pubbliche le loro testimonianze nella speranza che ciò possa contribuire agli sforzi per porre fine a questa carneficina. Le testimonianze dei soldati implicano anche un sistema molto più ampio, di cui i vertici della leadership politica e militare israeliana si assumono la responsabilità ultima. Speriamo che il film possa contribuire a far sì che Israele risponda dei suoi gravi crimini e che sia fatta giustizia per le sue vittime. I partecipanti al funerale trasportano le salme dei membri di tre famiglie durante le esequie di quasi 100 persone, tra cui 70 bambini, uccise negli attacchi israeliani e recuperate dalle squadre della Protezione Civile palestinese da sotto le macerie nel quartiere di Zeitoun a Gaza City il 6 settembre 2026. (Yousef Zaanoun/Activestills) Ma il film non è solo una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della telecamera verso Tel Aviv e i suoi abitanti di notte, interrogando la città come una bolla in cui la vita quotidiana prosegue mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza. Attraverso il nostro sguardo sulla città da cui viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi di conformismo che rendono possibile una tale indifferenza diffusa. Nel farlo, ci siamo ritrovati a porre domande che si poneva già la generazione dei nostri nonni — domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro? E che aspetto ha un sistema genocida visto dall’interno? Nei prossimi anni — forse in un’era post-Netanyahu, se mai tale era dovesse arrivare — alcune parti dello schieramento liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza e attribuirli al governo di estrema destra. Certamente, questo governo ha la responsabilità primaria dell’uccisione di oltre 73.000 persone, per lo più civili, sulla scia dei massacri criminali di Hamas del 7 ottobre. Eppure, una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dei servizi segreti e dell’Aeronautica Militare in servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito. I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di aver semplicemente seguito gli ordini — di aver ricevuto una serie di coordinate, sganciato la bomba e fatto ritorno alla base senza sapere cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della «nebbia di guerra». Per quanto discutibili possano essere queste giustificazioni, non si può negare ciò che il personale dei servizi segreti sapeva. Hanno visto con i propri occhi e sentito con le proprie orecchie che le case che stavano “incriminando” erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste “approvazioni NAZA” non erano collegate a obiettivi di alcun valore militare significativo. Eppure hanno svolto il loro ruolo nella macchina della morte praticamente senza alcun atto di rifiuto o resistenza. Il film mostra come si presenta un sistema di uccisione quando si basa sull’idea che «non ci sono innocenti a Gaza» — o, come si potrebbe dire nella terminologia dei servizi segreti, «non c’è NAZA a Gaza». In quanto tale, il film probabilmente metterà in difficoltà i negazionisti, coloro che seminano dubbi e coloro che ancora si sentono a proprio agio nel vivere nella zona d’ombra tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo 60 chilometri a sud di Tel Aviv. Il film sarà presentato in anteprima stasera a Venezia e arriverà presto a New York prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, verso la società israeliana. È stato girato interamente di notte, a riflettere la profonda oscurità in cui è stato creato e in cui viviamo. Ma senza un onesto confronto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi potrà vedere la luce. Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme. Rachel Szor è una regista e direttrice della fotografia. https://www.972mag.com/naza-exposing-israels-killing-machine-in-gaza Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 13, 2026
Assopace Palestina
Gli Houthi possono bloccare il Mar Rosso dopo aver conquistato la costa yemenita?
di Shola Lawal,  Al Jazeera, 11 settembre 2026.   Alcuni osservatori vedono negli Houthi un gruppo che si è notevolmente rafforzato negli ultimi anni, ma altri dubitano che essi possano mantenere le vittorie ottenute. Un fotogramma tratto da un video dell’Agence France-Presse (AFP) del 9 settembre 2026 mostra le forze governative yemenite che sparano con una mitragliatrice durante gli scontri con i combattenti Houthi a ovest della provincia di Taiz [AFP] Le forze Houthi hanno conquistato l’intera costa yemenita sul Mar Rosso, spingendosi fino allo strategicamente importantissimo stretto di Bab al-Mandeb, mentre venerdì 11 è proseguita la rapida offensiva del gruppo. Giovedì 10, gli Houthi hanno conquistato la città portuale di Mocha, infliggendo un duro colpo al governo yemenita sostenuto dalla vicina Arabia Saudita. Gli analisti definiscono le vittorie del gruppo Houthi, sostenuto dall’Iran, lo sviluppo regionale più significativo da quando Stati Uniti e Israele hanno dichiarato guerra all’Iran a febbraio. Le offensive potrebbero rivelarsi particolarmente dannose per l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di petrolio. Gli Houthi, che all’inizio dell’anno avevano dichiarato un blocco delle navi battenti bandiera saudita nel Mar Rosso, ora esercitano un controllo molto più saldo sul canale di Bab al-Mandeb, su cui Riyadh fa sempre più affidamento per le esportazioni di petrolio, a seguito dei blocchi dello Stretto di Hormuz all’imbocco del Golfo, secondo quanto affermano gli esperti. Ma gli Houthi possono davvero controllare il Mar Rosso? Ecco cosa sappiamo: Un’immagine satellitare ottenuta da Reuters l’8 settembre 2026 mostra il fumo che si alza da un centro di distribuzione della Saudi Aramco ad Abha Bulk, in seguito a quelli che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen ha definito attacchi da parte degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran [NASA/Handout via Reuters] Cosa sta succedendo nello Yemen? Lo Yemen è in stato di guerra dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno conquistato la capitale Sanaa e la città portuale di Hodeidah, costringendo il governo a dimettersi. Con il sostegno dell’Iran, da allora il gruppo ha combattuto contro una coalizione militare degli Stati del Golfo, appoggiata dall’Arabia Saudita, che combatte a fianco del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale con sede ad Aden. L’Arabia Saudita è entrata in guerra nel 2015 nel tentativo di ripristinare il governo yemenita e contrastare l’influenza crescente dell’Iran. Sebbene una tregua delle Nazioni Unite nel 2022 abbia interrotto i combattimenti, da allora si sono verificati scontri intermittenti. La scorsa settimana è ripresa una nuova ondata di combattimenti – tra le più intense degli ultimi anni – quando gli Houthi hanno attaccato alcune postazioni con l’obiettivo di conquistare la costa del Mar Rosso. Le forze governative yemenite hanno reagito. A luglio, nel pieno della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli Houthi hanno annunciato un blocco marittimo totale contro l’Arabia Saudita e hanno iniziato a sferrare attacchi contro le navi legate all’Arabia Saudita che transitavano attraverso l’importante stretto di Bab al-Mandeb. Lo stretto, di larghezza ridotta, è una delle rotte marittime più importanti al mondo e collega il Canale di Suez e il Mar Rosso al Golfo di Aden. Ogni giorno vi transita circa il 12 per cento del commercio mondiale. Il numero di navi che lo utilizzano è aumentato ulteriormente da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto di Ormuz, attraverso il quale, prima dell’inizio della guerra a febbraio, transitava annualmente circa il 20% delle forniture energetiche mondiali. Cosa significano le conquiste degli Houthi per l’Arabia Saudita? Il controllo totale da parte degli Houthi del corridoio di Bab al-Mandeb potrebbe aggravare l’attuale crisi energetica globale, poiché i prezzi e le forniture aumenteranno, avvertono gli esperti. Per l’Arabia Saudita, ciò potrebbe danneggiare ulteriormente le esportazioni di petrolio. Da quando l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, Riyadh ha cercato di fare maggiore uso del proprio oleodotto est-ovest, che si snoda dal giacimento petrolifero di Abqaiq attraverso la vasta penisola arabica fino al porto occidentale di Yanbu sul Mar Rosso. Il petrolio può quindi essere spedito tramite quella rotta marittima anziché attraverso il Golfo. L’oleodotto è in funzione dagli anni ’80 ed è stato costruito appositamente per evitare interruzioni nello Stretto di Hormuz. È stato temporaneamente chiuso durante gli attacchi con droni degli Houthi nel 2019. Dall’inizio della guerra a febbraio, il regno ha portato l’oleodotto alla piena capacità, il che significa che ora può pompare fino a sette milioni di barili al giorno (bpd) attraverso il paese fino alla costa del Mar Rosso, rispetto ai cinque milioni di bpd prima della guerra. Di conseguenza, attraverso Bab al-Mandeb viene spedito il 21% in più di petrolio saudita rispetto a prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele. In risposta, gli Houthi hanno preso di mira le petroliere saudite nel Mar Rosso. Ma ora che il gruppo controlla l’intera costa yemenita e Bab al-Mandeb, le esportazioni saudite potrebbero subire un ulteriore contraccolpo. Gli Houthi hanno già preso di mira gli impianti energetici sauditi e le città del sud. Venerdì sono circolate immagini che sembravano mostrare fumo che si levava dall’oleodotto est-ovest. I sauditi non hanno confermato che l’oleodotto sia stato colpito. Cosa significa questo per l’Iran? Gli esperti sostengono che gli Houthi sembrano intenzionati ad aprire un nuovo importante fronte nella guerra tra Stati Uniti e Iran e, cosa cruciale, a fornire a Teheran una carta vincente nel suo attuale stallo con Washington. Sia l’Iran che gli Stati Uniti sostengono di avere il controllo dello Stretto di Ormuz, ma i volumi di traffico marittimo notevolmente ridotti suggeriscono che l’Iran abbia il sopravvento, affermano gli osservatori. Il controllo indiretto di Bab al-Mandeb non fa che rafforzare tale posizione. «In sostanza, significa che l’Iran ora controlla lo Stretto di Hormuz e lo “Stretto di Hormuz plus”», ha affermato Alam Saleh, professore di relazioni internazionali presso l’Australian National University. Ciò aumenta anche la pressione su Washington, poiché l’impennata dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari ha già reso la guerra estremamente impopolare, con gli elettori USA che potrebbero manifestare la propria rabbia nei confronti dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre. Questa settimana, il presidente Donald Trump ha riconosciuto che è improbabile che la guerra finisca prima di allora. Sebbene Washington ritenga che una strategia di attacchi combinati con pressioni economiche possa piegare Teheran, il tempo a disposizione per ribaltare la situazione a proprio favore sta rapidamente esaurendosi, ha affermato Saleh. La vittoria degli Houthi non solo sposta significativamente l’equilibrio di potere a favore dell’Iran, ma segnala anche ad altre potenze, come la Cina e la Russia, che la potenza militare statunitense in Medio Oriente sta diminuendo, ha aggiunto. «L’Iran ha ora giocato la carta dei prezzi globali del petrolio e della sicurezza energetica. Pertanto, il controllo di Bab al-Mandeb da parte degli Houthi avvantaggia enormemente l’Iran». Gli Houthi riusciranno a mantenere il controllo del Mar Rosso? La sconfitta delle forze governative yemenite di giovedì 10 è stata quasi servita su un piatto d’argento agli Houthi, sostengono gli analisti. Le forze governative yemenite contano circa 300.000 uomini, mentre gli Houthi ne hanno circa 250.000. Tuttavia, le fratture interne all’esercito yemenita, così come le pressioni esterne da parte dell’Arabia Saudita, hanno creato un fronte altamente frammentato che manca della coesione necessaria per combattere un gruppo agile e adattabile come gli Houthi, affermano gli esperti. «Direi che si tratta di una forza combattente probabilmente più avanzata rispetto a quella contro cui combattevano i sauditi circa un decennio fa», ha affermato Mohamad Elmasry, professore presso il Doha Institute for Graduate Studies, riferendosi agli Houthi. Inoltre, l’accesso alle armi iraniane negli ultimi anni – che vanno dai missili ai droni ai sistemi di difesa aerea – ha consentito agli Houthi di costituire una scorta di armi impressionante, ha aggiunto. Tuttavia, Andreas Krieg, professore associato al King’s College di Londra, ha dichiarato ad Al Jazeera che, nonostante le loro vittorie immediate, gli Houthi sono «pessimi» nella gestione del governo ed è improbabile che riescano a mantenere un blocco a Bab al-Mandeb. La loro avanzata di successo non è avvenuta perché sono stati sottovalutati, ma perché la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita è stata sopravvalutata, ha aggiunto. Tuttavia, sottolinea Saleh dell’Australian National University, gli Houthi non hanno in realtà bisogno di controllare l’intero Stretto di Bab al-Mandeb o il Mar Rosso per raggiungere i propri obiettivi. Basta un accenno di pericolo per esercitare pressione sulle compagnie di navigazione e sulle assicurazioni, convincendole che lo stretto è troppo rischioso da attraversare, ha affermato. La domanda ora è se Riyadh riuscirà effettivamente a fermare gli Houthi con la propria potenza aerea. Nelle ultime 24 ore, le forze saudite hanno lanciato decine di missili verso le aree controllate dagli Houthi, tra cui Mocha, ma ciò non sembra aver fermato il gruppo. Secondo gli esperti, è improbabile che entri in vigore il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, poiché i paesi vogliono evitare un’escalation nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Anche Washington sembra poco disponibile. Il sito di notizie statunitense Axios ha riferito che giovedì il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiamato due volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per richiedere attacchi aerei americani contro gli Houthi. Trump, tuttavia, ha rifiutato. https://www.aljazeera.com/news/2026/9/11/can-the-houthis-close-the-red-sea-after-seizing-the-yemen-coast Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 11, 2026
Assopace Palestina
Video. I soldati che hanno brutalizzato un prigioniero palestinese sono visti come eroi in Israele
10 settembre 2026. Nella famigerata prigione di Sde Teman, un video ha documentato l’assalto sessuale di alcuni soldati a un prigioniero palestinese che ha dovuto poi essere ricoverato e operato per le lesioni riportate. I soldati responsabili si proclamano vittime e ignorano le sofferenze del prigioniero. I dettagli di tutta la vicenda sono illustrati in questo video di 3 min:
September 10, 2026
Assopace Palestina
12 paesi intervengono contro il commercio con gli insediamenti israeliani: cosa significa?
a cura della redazione di Palestine Chronicle,  Palestine Chronicle, 8 settembre 2026.   Dodici paesi hanno annunciato iniziative mirate al commercio con gli insediamenti israeliani illegali, con la Gran Bretagna che ha reso note le misure finora più dettagliate. Dodici paesi hanno annunciato iniziative volte a limitare il commercio con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata. (Grafica: Palestine Chronicle) Cosa è successo? Undici paesi europei e il Canada hanno annunciato martedì 8 settembre l’intenzione di imporre restrizioni nazionali al commercio di merci con gli insediamenti israeliani illegali e/o di sostenere le misure europee volte a imporre tali restrizioni. I paesi sono Francia, Regno Unito, Canada, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia. L’annuncio non significa che tutti e 12 i paesi abbiano introdotto divieti identici con effetto immediato. La dichiarazione congiunta afferma che stanno «valutando seriamente» l’adozione di restrizioni o altre misure nell’ambito delle rispettive procedure nazionali. Francia, Regno Unito e Canada hanno specificatamente dichiarato che proporranno misure nazionali volte a vietare il commercio di merci provenienti dagli insediamenti. Si tratta di un divieto di commercio con Israele? No. Le misure descritte nell’annuncio prendono di mira specificatamente le merci legate agli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, piuttosto che tutte le merci israeliane. La Gran Bretagna ha reso esplicita questa distinzione. Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha affermato che il regime di sanzioni avrebbe preso di mira gli insediamenti illegali e l’espansione degli insediamenti, «non Israele in sé». Ha inoltre ribadito la sua opposizione al più ampio movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS). Cosa sta facendo esattamente la Gran Bretagna? La Gran Bretagna ha annunciato uno dei pacchetti più chiari tra i governi partecipanti. Il Regno Unito introdurrà una normativa che vieti le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti israeliani illegali. Miliband ha affermato che la normativa dovrebbe entrare in vigore entro sei-nove mesi, mentre nel frattempo saranno adottate misure più immediate. La Gran Bretagna imporrà inoltre ulteriori sanzioni ai coloni estremisti che hanno sostenuto o incitato alla violenza contro i palestinesi. Inoltre, il governo prevede di intervenire contro specifiche aziende e individui che forniscono servizi o finanziamenti che facilitano l’espansione degli insediamenti. Perché la Gran Bretagna parla di «pulizia etnica»? Miliband ha dichiarato in Parlamento che il governo britannico concorda sul fatto che nella Cisgiordania occupata sia in atto una «pulizia etnica dei palestinesi» perpetrata dai «coloni terroristi» israeliani. Ha descritto la violenza dei coloni come «dilagante» e ha collegato le misure commerciali e le sanzioni sia all’espansione degli insediamenti sia agli attacchi contro i palestinesi. E le esportazioni britanniche di armi verso Israele? L’annuncio affronta anche questo tema, sebbene sia una questione separata dal divieto sui beni destinati agli insediamenti. L’attuale sospensione da parte della Gran Bretagna di 30 licenze di esportazione di armi verso Israele rimarrà «pienamente in vigore». Il governo respingerà inoltre le richieste relative ad armi e altre esportazioni che contribuiscano in modo sostanziale all’occupazione. «Ciò significa che il divieto su tali esportazioni rimarrà in vigore fintanto che persisterà l’occupazione», ha affermato Miliband. Perché si parla ripetutamente dell’E1? I paesi partecipanti, nel motivare le ragioni del loro intervento, hanno citato specificamente la decisione di Israele di indire gare d’appalto per il progetto di insediamento E1. La loro dichiarazione afferma che l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni hanno raggiunto «livelli senza precedenti», compresa quella che è stata definita la «decisione inaccettabile» relativa all’E1. La Gran Bretagna ha inoltre dichiarato di voler ampliare i propri meccanismi di sanzioni per consentire un’azione più rapida contro l’espansione degli insediamenti, menzionando specificatamente gli sforzi volti a impedire lo sviluppo di E1. Tutti e 12 i paesi partono dalla stessa posizione? No. Alcuni paesi hanno già adottato misure mirate contro gli insediamenti israeliani. La dichiarazione ha accolto con favore le «misure significative» adottate in precedenza da Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Norvegia e Belgio. Francia, Gran Bretagna e Canada hanno dichiarato che ora proporranno le proprie misure nazionali per vietare il commercio di beni provenienti dagli insediamenti. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha quindi descritto l’annuncio di martedì come l’adesione di altri paesi a governi come quello belga che avevano già agito contro la politica israeliana in materia di insediamenti. Perché i paesi stanno agendo proprio ora? La loro dichiarazione congiunta ha citato tre sviluppi principali: l’espansione degli insediamenti, la violenza dei coloni e le misure che, a loro dire, minacciano la possibilità di uno stato palestinese. «La situazione si sta rapidamente deteriorando poiché la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno raggiunto livelli senza precedenti», si legge nella dichiarazione. I governi hanno inoltre affermato: «Ci opponiamo fermamente a qualsiasi azione che comporti l’annessione di territori palestinesi e lo sfollamento forzato delle popolazioni palestinesi». Quanto è estesa la presenza degli insediamenti israeliani? Secondo i dati inclusi nei rapporti forniti, circa 750.000 coloni israeliani vivono in 516 insediamenti e avamposti illegali in tutto il territorio palestinese occupato. I dati delle Nazioni Unite citati nel materiale hanno inoltre registrato oltre 1.400 attacchi da parte dei coloni che hanno provocato vittime o danni materiali nel corso del 2026. Come ha reagito Israele? Lo stesso giorno, Israele ha annunciato misure di ritorsione contro la Gran Bretagna. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha dichiarato che Israele avrebbe chiuso il consolato britannico a Gerusalemme Est occupata, espulso i rappresentanti britannici dal Centro Internazionale di Sostegno a Gaza a Kiryat Gat e posto fine alle attività britanniche relative all’addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese nella Cisgiordania occupata. Israele ha inoltre annunciato divieti di ingresso nei confronti di 12 funzionari eletti e cittadini britannici. Questo significa che gli scambi commerciali con gli insediamenti da parte dell’Europa e del Canada si sono ora interrotti? No. L’annuncio di martedì rappresenta un impegno da parte dei governi partecipanti a perseguire delle restrizioni, ma l’attuazione varia a seconda del paese. La dichiarazione afferma che i governi stanno “valutando seriamente” restrizioni nazionali o altre misure, secondo le proprie procedure. Francia, Gran Bretagna e Canada si sono specificatamente impegnati a proporre divieti nazionali, mentre diversi altri paesi hanno già introdotto misure proprie. La Gran Bretagna ha fornito un calendario concreto: Miliband ha affermato che la legislazione che vieta le importazioni dagli insediamenti illegali entrerà in vigore entro sei-nove mesi. https://www.palestinechronicle.com/12-countries-move-against-israeli-settlement-trade-what-does-it-mean-explainer Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 9, 2026
Assopace Palestina
“Le misure di facciata non bastano”: così il cofondatore del BDS dichiara a The New Arab, dopo che il Regno Unito ha imposto sanzioni agli insediamenti della Cisgiordania
di Assiah Hamed,  The New Arab, 8 settembre 2026.   Il cofondatore del BDS Omar Barghouti dichiara a The New Arab che le sanzioni contro gli insediamenti sono “di facciata”, esortando il Regno Unito a interrompere i legami che rendono possibile l’occupazione israeliana e la guerra a Gaza. Le organizzazioni per i diritti umani hanno descritto le sanzioni britanniche contro gli insediamenti israeliani e il divieto di importazione come una «svolta sostanziale» nella politica del Regno Unito. [Getty] Il Regno Unito deve interrompere le relazioni con Israele che ne consentono l’occupazione, l’apartheid o il genocidio, anziché affidarsi a «misure puramente simboliche», ha dichiarato a The New Arab il cofondatore del movimento Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) per i diritti dei palestinesi, rispondendo al ministro degli Esteri britannico Ed Miliband che aveva rifiutato la valutazione del movimento di boicottaggio. Martedì 8 settembre, Miliband ha annunciato un pacchetto di misure contro gli insediamenti israeliani illegali, tra cui un divieto di importazione, sanzioni e il divieto di pubblicizzare terreni degli insediamenti in Gran Bretagna. Tuttavia, ha sottolineato che le sanzioni sarebbero state rivolte contro «gli insediamenti illegali e l’espansione degli insediamenti, non contro Israele», affermando che la Gran Bretagna avrebbe «continuato a sostenere gli importanti e preziosi scambi commerciali con Israele entro la linea verde». «Per questo motivo, mi oppongo con tutto il cuore alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, ovvero BDS», ha dichiarato Miliband al Parlamento. Omar Barghouti, cofondatore del movimento BDS per i diritti dei palestinesi, ha respinto tale distinzione in un commento rilasciato a The New Arab. «Che al signor Miliband o al suo governo piaccia o meno il BDS è del tutto irrilevante», ha affermato Barghouti. «Il Regno Unito ha obblighi molto chiari ai sensi del diritto internazionale, come stabilito dalle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) del 2024 sul plausibile genocidio perpetrato da Israele, sulla sua occupazione illegale e l’apartheid». Barghouti ha affermato che la Gran Bretagna deve porre fine a «tutte le relazioni militari, di intelligence, commerciali, finanziarie, accademiche e di altro tipo con Israele che ne facilitano l’occupazione illegale, l’apartheid o il genocidio». «Il movimento BDS, guidato dalla più grande coalizione della società civile palestinese, chiede esattamente ciò che il diritto internazionale esige», ha aggiunto. «In quanto movimento nonviolento che persegue la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per il popolo indigeno palestinese e che si fonda sul diritto internazionale, chiediamo di intensificare la pressione sul Regno Unito e su altri governi affinché pongano fine alla loro vergognosa complicità nei crimini atroci commessi da Israele contro i palestinesi». «Si tratta di un dovere giuridico e morale, non di una questione di discrezionalità. Né più né meno; nessun espediente retorico o misura puramente simbolica sarà sufficiente. È ormai da tempo che si dovrebbe agire». Anche personalità palestinesi e gruppi per i diritti umani hanno reagito alle sanzioni recentemente annunciate dalla Gran Bretagna sugli insediamenti israeliani e al divieto di importazione, con alcuni che hanno descritto le misure come una svolta significativa, pur chiedendo un’azione più ampia contro Israele. L’ambasciatore palestinese nel Regno Unito Husam Zomlot ha descritto le misure come «una svolta nelle relazioni tra Regno Unito e Palestina». «Oggi la Gran Bretagna inizia a passare dalla condanna alle conseguenze, dalle parole ai fatti», ha affermato Zomlot in un post su X. Ha aggiunto che «non si riconosce lo stato di Palestina» mentre «si permette l’annessione del suo territorio». Zomlot ha sottolineato che la decisione era «attesa da tempo» e «quindi non è la fine, ma deve essere l’inizio». «La Gran Bretagna dovrebbe ora assumere un ruolo guida in Europa, nel Commonwealth e a livello internazionale, per garantire che nessuno stato, azienda, banca o istituzione contribuisca, faciliti o tragga profitto da questa occupazione illegale», ha aggiunto. Il Regno Unito annuncia sanzioni contro gli insediamenti Martedì, Miliband ha comunicato al Parlamento che il governo avrebbe introdotto «un divieto di importazione di merci provenienti dagli insediamenti illegali nei territori occupati», in un’iniziativa coordinata con diversi altri paesi. Ha inoltre accusato il governo israeliano di «chiudere un occhio» su quella che ha definito una «pulizia etnica» perpetrata dai coloni in Cisgiordania. «Il governo britannico concorda sul fatto che in alcune zone della Cisgiordania sia in atto una pulizia etnica dei palestinesi, perpetrata da coloni terroristi», ha affermato Miliband. «Troppo spesso il governo israeliano ha chiuso un occhio su questo fenomeno e, peggio ancora, alcuni suoi esponenti hanno rilasciato dichiarazioni e intrapreso azioni a sostegno dello sfollamento forzato dei palestinesi», ha detto ai parlamentari. Miliband ha inoltre annunciato che la Gran Bretagna avrebbe «adottato misure contro specifiche aziende e individui che forniscono servizi quali edilizia, infrastrutture, finanziamenti o attività immobiliari a sostegno dell’espansione degli insediamenti». Ha precisato che le misure sarebbero entrate in vigore entro sei-nove mesi. Miliband ha aggiunto che il Regno Unito sta sanzionando «un’ulteriore serie di coloni estremisti che hanno sostenuto o incitato ad atti di violenza contro le comunità palestinesi». Il Regno Unito si è inoltre unito a Canada, Francia e altri paesi europei in un’azione coordinata contro il commercio legato agli insediamenti, mentre Israele accelera l’espansione nella Cisgiordania occupata. Le organizzazioni per i diritti umani accolgono con favore un «cambiamento sostanziale» Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno accolto con favore questa mossa come segno che il Regno Unito è pronto ad adottare misure più incisive contro il progetto di insediamento israeliano, pur sostenendo che siano necessarie ulteriori misure. «Accogliamo con favore il riconoscimento da parte del governo britannico che l’occupazione israeliana è illegale e il suo impegno a favore di un pacchetto di azioni», ha dichiarato in un comunicato Steve Cutts, amministratore delegato di Medical Aid for Palestinians (MAP). «La decisione di vietare le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e di intervenire contro specifici servizi che li sostengono rappresenta una svolta sostanziale e positiva, nonché un segnale di speranza che il Regno Unito sia finalmente pronto ad agire contro il progetto di insediamento israeliano e la politica di pulizia etnica, dopo decenni di impunità». «Il divieto rimane una delle azioni chiave che il Regno Unito deve intraprendere per adempiere al proprio obbligo giuridico e dare attuazione al parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia», ha affermato in un intervento separato Jean McLean, responsabile delle relazioni esterne dell’organizzazione benefica britannica Oxfam. «Il commercio tra il Regno Unito e gli insediamenti sta alimentando violazioni dei diritti umani e consolidando l’occupazione illegale da parte di Israele del territorio palestinese. La violenza perpetrata dai coloni e dallo stato sta aumentando». McLean ha proseguito: «I componenti per armi di fabbricazione britannica alimentano il genocidio in corso a Gaza, continuando a uccidere e mutilare civili». Il governo britannico aveva già sospeso più di 30 licenze di esportazione per armi utilizzate dall’esercito israeliano durante la guerra nella Striscia di Gaza, con Miliband che ha promesso che la Gran Bretagna avrebbe ora «respinto tutte le richieste di licenza per armi e altre esportazioni che contribuiscono materialmente all’occupazione». Richieste di sanzioni più ampie contro Israele Barghouti, dall’altra parte, ha descritto le misure contro gli insediamenti come insufficienti, sostenendo che la Gran Bretagna continuava in tal modo a mantenere relazioni con Israele stesso. «Le misure annunciate dal Regno Unito contro gli insediamenti israeliani sono in gran parte di facciata e inefficaci, ma riflettono anche l’impatto dell’incessante pressione pubblica sull’attuale governo», ha affermato Barghouti. «Il Regno Unito sta perseguendo un crimine, pur continuando a essere complice del criminale seriale». Anche il Comitato Palestinese Britannico ha commentato la decisione, affermando che essa segnala «un cambiamento di posizione rispetto alla precedente amministrazione laburista» guidata dall’ex primo ministro Keir Starmer, che era stato criticato per la gestione della risposta del governo alla guerra di Gaza. Il Comitato ha chiesto misure più incisive, tra cui «sanzioni globali contro lo stato di Israele; ulteriori sanzioni mirate nei confronti dei ministri e dei funzionari israeliani responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale; e il sostegno all’esecuzione dei mandati di arresto internazionali e al perseguimento dei leader israeliani ricercati all’Aia per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità». La dichiarazione del Comitato aggiunge: «È fondamentale, in particolare, un divieto bilaterale sul commercio di armi, compresa la fornitura continua di componenti e supporto che consentono le operazioni militari di Israele». Anche il gruppo attivista britannico Friends of Al Aqsa ha chiesto ulteriori azioni, sostenendo che sono necessarie misure più incisive per determinare un «effettivo e significativo riorientamento della politica britannica nei confronti di Israele». «Il governo deve introdurre un divieto totale sui beni e servizi israeliani, non solo sugli insediamenti, imporre un embargo bilaterale sulle armi che ponga fine a ogni cooperazione militare e di intelligence, e applicare sanzioni mirate ai funzionari israeliani responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale», ha affermato in una dichiarazione Shamiul Joarder, direttore di Friends of Al Aqsa. Nel frattempo, Afzal Khan, deputato laburista britannico di Manchester Rusholme, ha accolto con favore il pacchetto di sanzioni contro gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, sostenendo che «azioni più concrete come queste sanzioni erano attese da tempo, alla luce della continua pulizia etnica derivante dall’appropriazione di terre in Cisgiordania e dal genocidio in atto a Gaza». Ha aggiunto: «Questo governo israeliano continua a permettere ai coloni di cacciare i palestinesi dalle loro terre. È sbagliato, è illegale ed è in totale contrasto con qualsiasi standard morale». Israele va avanti con il piano di insediamento E1 Lo stesso giorno dell’annuncio di Miliband, un tribunale israeliano ha respinto una richiesta di sospendere il controverso piano di insediamento E1, approvato da Israele lo scorso anno. Il piano prevede lo sviluppo di un insediamento nella Cisgiordania occupata che, secondo i critici, minerebbe gravemente la contiguità territoriale di un futuro stato palestinese. Il Tribunale Distrettuale di Gerusalemme ha dichiarato di aver respinto una mozione volta a impedire la pubblicazione dei bandi di gara per l’insediamento a est di Gerusalemme. La decisione è stata presa dopo che il Ministero israeliano delle Costruzioni e dell’Edilizia Abitativa aveva indetto a luglio una gara d’appalto per la costruzione di oltre 1.200 unità abitative, spingendo le ONG a presentare ricorsi contro questi piani. Israele ha occupato la Cisgiordania durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Si prevede che il territorio costituisca la parte principale di un futuro stato palestinese, e gli insediamenti israeliani presenti in quella zona sono considerati illegali secondo il diritto internazionale. https://www.newarab.com/news/uk-west-bank-settlement-sanctions-performative-bds-tells-tna Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 9, 2026
Assopace Palestina
Netanyahu era stato avvertito del 7 ottobre ma non fece niente, scrive Haaretz
a cura de Il Post,  8 settembre 2026.   Secondo un’inchiesta del giornale israeliano, aveva ricevuto una telefonata dagli Emirati, ma non riferì ai servizi di sicurezza: lui ha negato. Benjamin Netanyahu nel luglio 2026 (AP Photo/Ohad Zwigenberg) Secondo un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz, poco prima del 7 ottobre del 2023 il primo ministro Benjamin Netanyahu venne avvertito da una fonte molto autorevole della possibilità concreta di un massiccio attacco di Hamas in Israele, ma non passò l’informazione ai servizi di sicurezza. L’inchiesta è basata su interviste con decine di fonti in Israele e all’estero, documenti e conversazioni private. Shlomi Eldar e Ruth Yuval, gli autori dell’inchiesta (pubblicata anche in un libro in ebraico, Ostaggi: 843 giorni di abbandono), scrivono che ad avvertire Netanyahu fu il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed. Lo fece circa una settimana prima degli attacchi del 7 ottobre, in cui vennero uccise circa 1.200 persone israeliane e decine furono rapite, e in seguito ai quali Israele avviò la sua devastante campagna di attacchi e bombardamenti sulla Striscia di Gaza. L’informazione arrivò a bin Zayed tramite un mediatore da Yahya Sinwar, all’epoca uno dei più importanti leader di Hamas, considerato il principale ideatore degli attacchi del 7 ottobre. Sinwar venne ucciso da Israele circa un anno dopo, nell’ottobre del 2024. Nel 2023 Israele e Hamas avevano appena riavviato negoziati segreti per arrivare a una “hudna”, una tregua. Sinwar voleva soprattutto ottenere la fine del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza, che impediva (e impedisce tuttora) il libero passaggio di persone e merci e rende la vita dei gazawi molto complicata. Israele era alle prese con scontri tra esercito e palestinesi in Cisgiordania e contestazioni al confine anche nella Striscia di Gaza. Molti temevano in quei mesi che la situazione potesse aggravarsi. Gli effetti di un bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, 9 ottobre 2023 (AP Photo/Ramez Mahmoud) Netanyahu però prendeva tempo. Da un lato per il timore che un accordo con Hamas avrebbe potuto destabilizzare il suo governo, che è sostenuto da partiti di estrema destra profondamente ostili a qualsiasi forma di compromesso con i palestinesi. Dall’altro perché preso da questioni interne: in quel periodo in Israele ci furono mesi di proteste contro una contestatissima riforma della giustizia, voluta dal suo governo e considerata antidemocratica (nel 2024 fu poi respinta in parte dalla Corte Suprema). Haaretz scrive che Sinwar chiese di avvertire gli israeliani di quello che stavano pianificando perché si era spazientito dell’attesa e voleva spingerli a un accordo. «Dite agli israeliani che stiamo preparando una grande sorpresa per loro, se non faranno progressi» nei negoziati, riferì Sinwar. «Dite loro di aspettarsi uno “zilzal”», un “terremoto”. Il mediatore prese la notizia molto sul serio. Riferì a bin Zayed di ritenere che con “zilzal” Sinwar intendesse una guerra. Secondo l’inchiesta, bin Zayed telefonò personalmente a Netanyahu. Disse di avere il timore concreto che il piano di Hamas avrebbe potuto destabilizzare l’intero Medio Oriente. La chiamata durò 45 minuti ma non ebbe alcun impatto sulle azioni del primo ministro israeliano. Le fonti riferiscono che Netanyahu minimizzò, disse di ritenere che il problema sarebbe rimasto in Cisgiordania e che non avrebbe varcato i confini israeliani. Al di là della sua valutazione, quello che risulta molto strano è che Netanyahu non avvertì nessuno dei responsabili della sicurezza in Israele della telefonata da parte del presidente di un importante partner diplomatico di Israele: né lo Shin Bet (i servizi segreti interni), né il Mossad (quelli esterni), né il capo di stato maggiore dell’esercito. L’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e l’allora capo di stato maggiore, Herzl Halevi, hanno detto di non essere mai stati informati di quella telefonata. Una casella della posta del kibbutz israeliano Nir Oz, attaccato da Hamas il 7 ottobre 2023. Le etichette rosse indicano le persone uccise, le nere quelle prese in ostaggio e le blu quelle rilasciate. 9 novembre 2023 (AP Photo/Bernat Armangue) Delle responsabilità dei servizi segreti e dell’esercito israeliani sul massacro del 7 ottobre si è parlato a lungo dopo quegli eventi. Era già emerso da altre inchieste che l’intelligence aveva ricevuto avvertimenti sui piani di Hamas molto prima, addirittura mesi, ma li aveva sottovalutati. Vari comandanti e generali dei servizi segreti e dell’esercito si dimisero o vennero licenziati per quello che venne interpretato come un completo fallimento dell’apparato di sicurezza israeliano. Fonti dello Shin Bet che hanno parlato con gli autori dell’articolo di Haaretz hanno detto che sapere della telefonata di bin Zayed avrebbe potuto «cambiare l’intero quadro della valutazione». Il governo israeliano però non ha mai ammesso alcuna colpa per quello che avvenne nell’ottobre del 2023, anzi. Netanyahu sta facendo di tutto per evitare indagini indipendenti che possano mettere in luce le responsabilità politiche. Tra le altre cose sta cercando di istituire una commissione sotto il controllo del suo governo per sostituire quella indipendente che invece dovrebbe indagare. Appena una settimana fa, ha di nuovo scaricato la responsabilità sugli apparati di sicurezza. In questi anni uno dei temi di cui si è discusso di più è stato quello sui tempi di reazione: l’attacco di Hamas in Israele partì intorno alle 6:30 del mattino, il gabinetto di sicurezza israeliano (Netanyahu incluso) si riunì poco prima delle 15. Netanyahu ha incolpato gli apparati di sicurezza di non averlo svegliato prima. Anche in risposta all’inchiesta di Haaretz, Netanyahu ha negato ogni accusa: dice che non è mai avvenuta una chiamata tra lui e bin Zayed. Il presidente emiratino non ha voluto commentare. https://www.ilpost.it/2026/09/08/inchiesta-haaretz-7-ottobre/
September 8, 2026
Assopace Palestina
L’89% degli incendi che hanno colpito immobili in Cisgiordania è stato causato dagli occupanti israeliani, afferma una commissione palestinese
a cura di Middle East Monitor,  Middle East Monitor, 29 agosto 2026.     Un uomo palestinese e una bambina si trovano all’interno di un’abitazione danneggiata in seguito a un attacco da parte di coloni israeliani nella comunità di Khirbet al-Tuba, nell’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron, in Cisgiordania, Palestina, il 6 agosto 2026. [Wisam Hashlamoun – Agenzia Anadolu] Gli occupanti israeliani sono responsabili di quasi l’89% degli incendi che hanno preso di mira abitazioni, edifici e veicoli palestinesi nella Cisgiordania occupata dall’inizio del 2023, ha dichiarato venerdì la Commissione Palestinese per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro (CWRC), secondo quanto riporta Anadolu. La Commissione ha dichiarato in un rapporto di aver documentato 900 incendi che hanno preso di mira proprietà palestinesi tra gennaio 2023 e il 10 luglio 2026. Secondo il rapporto, gli occupanti sono stati responsabili di 799 di questi incendi, pari all’88,8%, mentre i restanti 101 sono stati attribuiti all’esercito israeliano. Il numero di incendi registrati è passato da 217 nel 2023 a 264 nel 2024. Nel 2025 si sono verificati 307 episodi. La Commissione ha documentato 112 incendi tra l’inizio del 2026 e il 10 luglio. Nablus e le province di Ramallah e al-Bireh sono state le più colpite, con rispettivamente 281 e 271 incendi. Insieme, hanno totalizzato 552 episodi, pari a circa il 61,3% di tutti i casi documentati dalla Commissione. Nello stesso periodo, 121 comunità palestinesi sono state sfollate in tutto o in parte, di cui 46 completamente svuotate, costringendo oltre 6.200 palestinesi ad abbandonare le proprie case, tra cui più di 3.000 bambini, secondo quanto riportato nel rapporto. La Commissione ha attribuito gli attacchi a un «clima governativo di favore» che protegge gli occupanti e contribuisce all’impunità. Gli avamposti illegali degli insediamenti sono diventati sempre più spesso punti di partenza per attacchi che comportano incendi dolosi, chiusure stradali e restrizioni all’accesso dei palestinesi alle loro terre e alle fonti d’acqua, ha affermato. https://www.middleeastmonitor.com/20260829-89-of-property-fires-in-west-bank-caused-by-israeli-occupiers-says-palestinian-commission/? fbclid=IwY2xjawUMqVBwZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMTY2VGNtTzNpOWN4cGFOdE5zcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe1hpbEkLvz6S -jTNoCqeRxK7zoerYv9uojCK56Qd7OTK8lLsjNcoyHDtG7DM_aem_FWsGZYxrFP2uq04iPfEJrw Traduzione a cura di AssopacePalestinaNon sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire
September 8, 2026
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