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Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
di Francesca Fornario, Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2026.   Hanno sparato agli affamati in fila per il cibo sterminandone duemila, ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino” I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”. I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”. I soldati israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno ai testicoli, un giorno alla rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio). Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino. Hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’OMS, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così). Hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta ma non si può dire che è genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle. Hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa, ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue. Hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini. Hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle. Hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia. Hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè. Hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione alla fuga, ucciso dal 7 ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani e i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’AI dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’ONU e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage. E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile, e come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. “Si vede che puntavano tutti al Premio Strega”. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/genocidio-gaza-crimini-israeliani-silenzio-media-notizie/8449070/?fbclid=IwZnRzaATH-HRwZG9mBWZkaWQWUKwZJ3SZvKvPRknZAgSh7uVv51pVy2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR5wldoZBygDBlHKMmKNI98_FvxPNgW3LlyveAU2GlhvHhbVm2gQgGsi4xzL6w_aem_Jv_B012I2tvHfgNsd8wKgw&utm_id=97758_v0_s00_e0_tv1_a1demoo0i4vaay
July 18, 2026
Assopace Palestina
Mille giorni di genocidio: la storia di Gaza al di là dei numeri
di Shaimaa Eid,  The Palestine Chronicle, 18 luglio 2026.   Da mille giorni, Gaza vive in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una dolorosa questione che il mondo deve affrontare. In qualità di giornalista della Striscia di Gaza, ho vissuto in prima persona il genocidio sin dal suo primo giorno. Sto ancora cercando di rimanere forte, non per me stessa, ma per la missione che credo di essere nata per compiere a Gaza. È una missione che va oltre il dolore personale, diventando la testimonianza di un’intera epoca in cui esseri umani vengono cancellati sotto gli occhi del mondo. Ciò che è accaduto a Gaza dal 7 ottobre non può essere ridotto a statistiche, titoli di giornale o persino a migliaia di resoconti giornalistici. È un intero capitolo della storia dell’umanità che si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo. È una storia che deve essere documentata, preservata e insegnata alle generazioni future, non solo come resoconto di distruzione, ma come testimonianza di ciò che gli esseri umani possono sopportare quando vengono privati di ogni mezzo essenziale per la sopravvivenza. Per mille giorni, Gaza ha vissuto in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una domanda dolorosa che il mondo deve affrontare: quanta sofferenza può sopportare un essere umano? E a quante tragedie può assistere il mondo prima di decidere che ciò che è accaduto ha superato ogni limite possibile? Questa guerra ha colpito ogni famiglia di Gaza. Non c’è una sola casa che sia stata risparmiata dal dolore, dalla paura, dallo sfollamento o dalla perdita. Famiglie che un tempo credevano che le loro case fossero i luoghi più sicuri al mondo si sono ritrovate a dormire in tende, scuole, ospedali o per strada. I genitori hanno portato i propri figli tra le macerie, mentre i bambini hanno imparato a riconoscere il suono delle bombe prima ancora di sapere cosa significasse sentirsi al sicuro. Ci siamo spostati da un luogo all’altro, non perché volessimo andarcene, ma perché la sopravvivenza lo esigeva. Ogni volta che ci veniva detto che c’era un «luogo più sicuro», raccoglievamo quel poco che ci era rimasto e ci dirigevamo lì, sperando di trovare un rifugio temporaneo. Ma la paura ci seguiva ovunque andassimo. Le aree descritte come zone umanitarie sono diventate luoghi di morte, e «sicurezza» è diventata una parola che compariva più spesso nelle dichiarazioni ufficiali che nella realtà. Per molte persone in tutto il mondo, la casa è sinonimo di conforto, ricordi e senso di appartenenza. Per i palestinesi di Gaza, la casa è diventata il ricordo di ciò che è andato perduto. Interi quartieri sono scomparsi e strade un tempo piene di famiglie sono state ridotte a campi di macerie. I luoghi che un tempo custodivano i nostri ricordi d’infanzia ora ci ricordano solo coloro che non ci sono più. Eppure, nonostante tutto, la gente di Gaza si sveglia ogni mattina alla ricerca di un motivo per andare avanti. Cercano l’acqua, lottano per trovare il pane e cercano di procurarsi le medicine. Stringono a sé i propri figli per tutta la notte quando torna il rumore delle esplosioni, e ricostruiscono piccoli pezzi delle loro vite ancora e ancora, sapendo che potrebbero perderli ancora una volta. Questo è ciò che il mondo deve capire: la resilienza di Gaza non è una storia romantica, né una scelta facile. È il risultato di persone costrette a lottare per il più elementare dei diritti umani: il diritto all’esistenza. Ciò che Israele ha fatto a Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale, ci ha costretti a mettere in discussione il significato stesso dei principi che il mondo sostiene di difendere. Che senso ha la giustizia se chi soffre viene lasciato senza protezione? E che valore hanno le leggi internazionali se i civili, gli ospedali, i giornalisti e i bambini rimangono in pericolo nonostante le tutele che quelle leggi dovrebbero garantire? A Gaza, queste non sono più astratte questioni politiche o giuridiche. Sono domande che ci si pone ogni giorno sotto i bombardamenti, mentre si fa la fila per il pane, si cerca acqua potabile e si vive all’interno di fragili tende che non offrono protezione né dalle intemperie né dalla guerra. Non stiamo solo cercando una spiegazione per ciò che ci sta accadendo. Stiamo cercando una spiegazione per il mondo stesso. La popolazione di Gaza ha imparato che nessuno è al riparo dal pericolo. Giornalisti, medici, paramedici, squadre della protezione civile, bambini, donne, anziani e persone con disabilità si sono trovati tutti faccia a faccia con la stessa realtà: una vita che può essere messa in pericolo ovunque, in qualsiasi momento. I giornalisti non si sono limitati a documentare la distruzione; l’hanno vissuta in prima persona. Molti hanno perso le loro case, le loro famiglie e i loro colleghi, eppure hanno continuato a portare con sé le loro telecamere e a documentare ciò che accadeva intorno a loro. Hanno pagato un prezzo immenso semplicemente per preservare la memoria di un luogo che il mondo, altrimenti, avrebbe potuto scegliere di dimenticare. A livello personale, ho perso 54 membri della mia famiglia durante il genocidio. Sono stati tutti uccisi e interi rami della mia famiglia sono stati cancellati dall’anagrafe. Abbiamo pianto, abbiamo sofferto e abbiamo gridato sotto il peso di una perdita così immensa, ma non abbiamo mai abbandonato la nostra missione. Ho continuato a scrivere, a documentare e a raccontare al mondo la verità perché so che ogni storia che non viene raccontata è un’altra perdita, e che testimoniare ciò che è accaduto è diventato un dovere non meno importante della sopravvivenza stessa. I medici e gli operatori sanitari hanno affrontato una realtà simile. Gli ospedali, che dovrebbero essere i luoghi più sicuri durante la guerra, sono diventati luoghi di paura e distruzione. Il personale medico ha continuato a lavorare in condizioni impossibili, curando i feriti con risorse estremamente limitate e affrontando lo stesso pericolo che minacciava proprio i pazienti che cercavano di salvare. Che tipo di mondo trasforma gli ospedali in campi di battaglia? Che tipo di mondo arresta o prende di mira i medici mentre svolgono il loro dovere umanitario? E che tipo di mondo uccide i giornalisti nelle loro case, insieme alle loro famiglie, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica invece di un’arma? Non si tratta di episodi isolati. Fanno parte di una realtà molto più ampia in cui ogni limite che avrebbe dovuto proteggere i civili è stato superato. Tra i capitoli più dolorosi di questa guerra c’è stata la fame. Prima di questa guerra, era raro sentire parlare di bambini che morivano di fame nel mondo moderno. A Gaza, invece, la fame è diventata una realtà quotidiana. Non era più semplicemente l’assenza di cibo; è diventata una condizione che ha plasmato ogni aspetto della vita. È apparsa per prima sui volti dei bambini prima ancora che comparisse nei rapporti ufficiali. Era visibile nei loro corpi fragili, nell’esaurimento dei genitori e nella disperazione delle famiglie alla ricerca di qualcosa di semplice come il pane. Camminavamo per strade dove le persone erano troppo deboli per riuscire a stare in piedi. I bambini piangevano per tutta la notte perché i loro corpi non riuscivano più a capire perché il cibo fosse scomparso dalla loro vita. Le famiglie condividevano le poche briciole che avevano, dividendo minuscole porzioni tra molte persone e cercando di convincersi che il domani poteva essere diverso. Ma il domani portava sempre la stessa realtà. Abbiamo seguito gli ordini di evacuazione e ci siamo recati in aree definite «zone umanitarie». Credevamo che potessero offrirci una certa protezione dalla violenza. Eppure, anche lì, le persone venivano uccise, le tende bruciate e le famiglie distrutte. L’idea stessa di rifugio si è fatta fragile, e «sicurezza» è diventata una parola ripetuta nelle dichiarazioni ufficiali ma raramente vissuta da chi era in mezzo alla guerra. Molti ricordano l’immagine della bambina Warda Jalal al-Sheikh, in piedi tra le fiamme, il fumo e la devastazione dopo che la tenda della sua famiglia era stata colpita e aveva preso fuoco. Diversi membri della sua famiglia sono stati uccisi mentre lei lottava per sopravvivere. La sua immagine è diventata un simbolo straziante di cosa significhi nascere in una realtà in cui il fuoco ti circonda prima ancora di aver avuto la possibilità di comprendere il mondo. Molti ricordano anche il nostro collega, il giornalista Ayman al-Jadi, che stava aspettando sua moglie che dava alla luce il loro bambino. Avrebbe dovuto essere un momento di nuovi inizi, un momento per dare il benvenuto a una nuova vita. Invece, Ayman è stato ucciso mentre aspettava di conoscere suo figlio. Come può il mondo comprendere una realtà in cui la morte raggiunge persino i momenti destinati a incarnare la speranza? Queste storie non sono eccezioni. Sono scene che si ripetono all’infinito in un luogo dove il semplice fatto di restare in vita è diventato straordinario. Anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, le sofferenze non sono certo scomparse. In tutta Gaza, una nuova realtà ha cominciato a prendere forma con la continua espansione di quella che è ormai nota come la «Linea Gialla». Contrassegnate da blocchi di cemento gialli e da barriere militari, queste zone hanno ridisegnato la mappa della Striscia di Gaza, tagliando fuori l’accesso a vaste aree di territorio. La Linea Gialla ha continuato a divorare altro territorio, arrivando a coprire quasi il 70 per cento della superficie totale di Gaza e separando le comunità dalle loro case, dai terreni agricoli e dai quartieri. Per molti palestinesi, queste barriere di cemento giallo non sono solo ostacoli fisici; rappresentano il proseguimento dello sfollamento con altri mezzi. Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, le violazioni sono proseguite sotto gli occhi dei mediatori internazionali e del mondo intero. La natura della guerra potrà anche essere cambiata, ma il senso di insicurezza della popolazione è rimasto immutato. Il rumore dei bombardamenti potrà anche essersi affievolito in alcune zone, ma la paura di perdere ciò che resta non ha mai abbandonato i cuori delle persone. L’espansione di questi confini solleva una domanda dolorosa: può davvero esserci un cessate il fuoco mentre la mappa di Gaza continua a rimpicciolirsi? Per i palestinesi, le barriere gialle sono diventate il simbolo di una paura ancora più profonda: che le misure temporanee imposte durante la guerra diventino una realtà permanente, ridisegnando il futuro di un intero popolo. Dopo mille giorni di genocidio, Gaza non può essere compresa solo attraverso il numero dei morti, dei feriti, degli sfollati o di chi è rimasto senza casa. Le statistiche contano perché rivelano la portata della devastazione, ma dietro ogni numero c’è una storia umana, una famiglia, un sogno, un ricordo e una vita stroncata. La vera storia di Gaza non è solo una storia di distruzione. È anche la storia di persone che si sono rifiutate di scomparire. È la storia di madri che hanno continuato a prendersi cura dei propri figli nonostante il dolore; di padri che hanno cercato cibo in circostanze impossibili; di medici che hanno continuato a lavorare nonostante la stanchezza; di giornalisti che hanno continuato a scrivere nonostante il pericolo; e di persone comuni che hanno ricostruito piccoli frammenti della loro vita anche quando tutto intorno a loro era crollato. Questa resilienza non deve essere scambiata per un’accettazione della sofferenza. La capacità dei palestinesi di Gaza di sopravvivere non rende accettabile la loro sofferenza, né assolve da ogni responsabilità coloro che hanno permesso che questa realtà continuasse. La sopravvivenza non è la prova che le persone stiano bene. È la prova dell’immenso fardello che sono state costrette a sopportare. Il mondo non dovrebbe vedere la resilienza di Gaza come un motivo per andare avanti e dimenticare ciò che è accaduto. Dovrebbe vederla come un motivo per porsi domande più difficili sulla giustizia, sulla responsabilità e sul valore che il mondo attribuisce alla vita umana. Mille giorni di genocidio non sono solo il passare del tempo. Sono la memoria viva di un’intera generazione. Sono bambini che crescono con immagini di distruzione al posto dei normali ricordi d’infanzia, e famiglie che imparano a piangere i propri cari mentre continuano a lottare per sopravvivere. Ciò che è accaduto a Gaza non deve diventare un altro capitolo che il mondo legge e poi chiude. Deve rimanere una testimonianza aperta, un monito su ciò che accade quando i principi internazionali vengono ignorati e la sofferenza umana diventa qualcosa che le persone osservano da lontano. La resilienza di Gaza dopo mille giorni non può essere racchiusa in un servizio giornalistico o in un titolo. Merita di essere scritta nei libri di storia, non solo come testimonianza del dolore, ma come prova di un popolo che ha continuato a vivere nonostante ogni tentativo di spezzarlo. Perché la storia di Gaza non riguarda solo ciò che le è stato fatto. Riguarda anche ciò che rimane dopo che tutto il resto è stato portato via. Le case saranno anche state distrutte, le strade trasformate e i punti di riferimento familiari cancellati, ma la gente rimane, portando con sé i propri ricordi, i propri nomi, le proprie storie e la propria determinazione a essere vista e ascoltata. Come giornalista di Gaza, so che ci sono innumerevoli storie che devono ancora essere raccontate. Dietro ogni edificio distrutto si nasconde la storia di una famiglia. Dietro ogni sedia vuota c’è qualcuno per cui piangiamo ancora. Dietro ogni sopravvissuto c’è una storia di resilienza che merita di essere ascoltata. Alla fine, siamo ancora qui. Stiamo ancora scrivendo. Stiamo ancora documentando. Stiamo ancora rendendo testimonianza. Perché ciò che non è stato ancora raccontato su Gaza è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa il mondo abbia sentito finora. Shaimaa Eid è una scrittrice che vive a Gaza. Ha contribuito con questo articolo al Palestine Chronicle. https://palestinechronicle.substack.com/p/one-thousand-days-of-genocide-gazas Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 18, 2026
Assopace Palestina
«Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto»: l’appello alla libertà del dottor Hussam Abu Safiya
della Redazione Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 16 luglio 2026.   Gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, che è rinchiuso da oltre 560 giorni nelle prigioni israeliane dove si praticano stupri e torture, ha lanciato un appello urgente ai suoi avvocati, esortandoli a «fare tutto il possibile» per ottenere il suo rilascio. «Fate tutto il possibile per tirarmi fuori da questo posto», ha detto ai suoi avvocati durante una recente visita, secondo quanto riportato da Physicians for Human Rights-Israel (PHRI). Il dottor Abu Safiya, attualmente detenuto nella struttura sotterranea di Rakefet e sottoposto a torture incessanti, ha riferito ai suoi avvocati di essere continuamente picchiato e tenuto in isolamento. Durante una successiva visita alla struttura di detenzione sotterranea di Rakefet, ha riferito di essere stato nuovamente picchiato dalle guardie carcerarie dopo la visita precedente e di essere stato da allora tenuto da solo in isolamento. Ha riferito di avere un dito ferito e di soffrire anche di un problema all’occhio destro, ma di non ricevere cure mediche adeguate. Il rapporto di PHRI ha sottolineato che al medico non veniva concessa alcuna privacy durante gli incontri con i suoi avvocati: «La visita si è svolta in condizioni che non consentivano una comunicazione riservata: dietro un divisorio opaco, tramite telefono, mentre le guardie carcerarie mascherate rimanevano a portata d’orecchio». La mancanza di privacy limita certamente la quantità di informazioni che il dottor Abu Safiya potrebbe condividere con i suoi avvocati. I suoi precedenti ricorsi al sistema giudiziario israeliano per ottenere il rilascio avevano portato a misure ancora più repressive da parte delle autorità carcerarie, in apparente rappresaglia per i suoi sforzi volti a ottenere la libertà. Durante una visita del 2 luglio, l’avvocato del dottor Abu Safiya ha documentato gravi lesioni, segni di aggressione fisica, difficoltà respiratorie e ripetuti episodi di perdita di coscienza, sollevando timori per la sua vita. In quell’occasione, il medico ha detto al suo avvocato: «Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui per uccidermi». Il dottor Abu Safiya dirigeva l’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza, al culmine del genocida Generals Plan di Israele nel 2024. Nonostante un assedio israeliano all’ospedale durato settimane, il dottore continuava a fornire assistenza medica a un’ondata di pazienti, nonostante la crescente barbarie israeliana. Fu rapito il 27 dicembre 2024, dopo che gli israeliani avevano costretto il personale ospedaliero a evacuare la struttura. Da allora è rimasto in carcere, nonostante non sia mai stato incriminato. La sua innocenza, tuttavia, non ha impedito agli israeliani di sottoporlo a orrori indicibili, mentre la sua famiglia affranta teme per la sua sorte tra abusi sempre più gravi e notizie sempre più allarmanti sulle sue condizioni di salute nelle segrete israeliane. Gli appelli delle organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani a favore del suo rilascio non sono riusciti a dissuadere gli israeliani, che continuano ad agire in disprezzo del diritto internazionale e delle norme di comportamento umano. Hanno ridotto quasi tutta Gaza in macerie, hanno ucciso centinaia di migliaia di civili innocenti, tra cui decine di migliaia di bambini, hanno decimato le infrastrutture, avvelenato i pozzi d’acqua, distrutto scuole e università, attaccato ospedali e ucciso o rapito come prima cosa i medici, stabilendo così nuovi standard di barbarie. La loro impresa di genocidio, che comprende il massacro quotidiano di intere famiglie, persino durante un presunto «cessate il fuoco», è stata completamente normalizzata. In questa nuova normalità, le suppliche del dottor Abu Safiya si sono rivelate, finora, poco più che quelle di un umanitario impegnato che grida nel vuoto mentre viene picchiato a sangue dai genocidari israeliani finanziati dall’Occidente che imperversano sulla sua terra ancestrale. https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcMTrpzhLplCmFnSxfFRpNwGNlKSTCnDGkbjjCRJHkWpNPKPKGpLDNtmBvGdRhvctQ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 17, 2026
Assopace Palestina
«È come entrare in una gabbia»: Israele stringe la morsa su Hebron
di Basel Adra,  +972 Magazine, 14 luglio 2026.   Assumendo il controllo della pianificazione urbanistica, modificando unilateralmente i siti religiosi e erigendo nuovi posti di blocco, Israele sta accelerando l’annessione della Città Vecchia. Soldati israeliani di pattuglia nella Città Vecchia di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 4 luglio 2026. (Mosab Shawer/Activestills) Il 16 giugno, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento israeliano di Doran, costruito su terreni appartenenti ai palestinesi di Dura, a sud di Hebron. In occasione dell’inaugurazione, ha colto l’occasione per fare un drastico annuncio: il Protocollo di Hebron del 1997 era stato annullato. Firmato nell’ambito degli Accordi di Oslo — e appena tre anni dopo che un colono israelo-americano aveva massacrato 29 palestinesi nella Moschea di Ibrahim a Hebron — il protocollo divideva di fatto Hebron in due: H1, che costituiva l’80 per cento della città, dove l’esercito israeliano aveva ceduto il controllo all’Autorità Palestinese; e H2, che comprendeva la Città Vecchia e i quartieri circostanti, dove l’esercito israeliano manteneva il controllo. È fondamentale sottolineare che, anche nella zona H2, il Comune di Hebron, gestito dai palestinesi, manteneva un’autorità civile limitata in materia di pianificazione, permessi di costruzione e sviluppo delle infrastrutture. Tuttavia, la decisione di Smotrich elimina di fatto tale autorità, privando il Comune della giurisdizione in materia di pianificazione — anche sui luoghi sacri della città, in particolare la Moschea di Ibrahim — e ponendolo interamente sotto il controllo dell’Amministrazione Civile, l’unità militare israeliana che sovrintende alla politica civile nella Cisgiordania occupata. Lo stesso giorno dell’annuncio di Smotrich, in un apparente tentativo di contenere le ripercussioni diplomatiche, il Ministero degli Esteri israeliano ha affermato che il protocollo non era stato completamente abrogato. In un post su X, il ministero ha chiarito «che, contrariamente alle dichiarazioni del ministro delle Finanze, l’Accordo di Hebron non è stato annullato». Il ministero ha spiegato che il gabinetto di sicurezza aveva deciso mesi prima di assumere il controllo sulla pianificazione e l’edilizia nelle aree legate ai coloni israeliani e ai siti ebraici. Ma questa mossa, di per sé, avrà implicazioni di vasta portata per Hebron — alcune delle quali sono già evidenti sul campo. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e il ministro della Difesa Israel Katz partecipano alla cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento di Doran, sulle colline a sud di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 16 giugno 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) «In passato, ogni volta che Israele pianificava lavori di costruzione nella parte meridionale di Hebron, venivamo ufficialmente informati e avevamo la possibilità di presentare obiezioni — un processo che di solito richiedeva circa due anni», ha affermato Khaled Al-Qawasmi, vicesindaco di Hebron ed ex ministro degli Enti locali dell’Autorità Palestinese. «Recentemente, tuttavia, i coloni hanno ottenuto l’approvazione per aggiungere un altro piano all’istituto religioso in un lasso di tempo molto breve e senza avvisare il Comune». Al-Qawasmi si riferiva all’approvazione da parte delle autorità israeliane di un dormitorio per coloni destinato agli studenti della yeshiva Shavei Hevron, situata nell’insediamento illegale di Beit Romano, nel cuore di Hebron. Circa 900 coloni vivono già all’interno della città palestinese, e il progetto del dormitorio aggiungerebbe due piani a un edificio commerciale in via Al-Shalala, la via principale che i palestinesi utilizzano per raggiungere la Città Vecchia di Hebron. «[Il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu e Smotrich stanno di fatto compiendo passi verso l’annessione de facto di queste aree, poiché non rientrano più nella nostra giurisdizione», ha aggiunto Al-Qawasmi. La demolizione dello status quo Per molti palestinesi, l’assunzione da parte di Israele del controllo sulla pianificazione e l’edilizia nel cuore di Hebron ha sollevato preoccupazioni sul futuro del complesso della Moschea di Ibrahim — uno dei monumenti religiosi e storici più importanti della Palestina.  Striscioni con la bandiera israeliana sventolano sulle pareti esterne della Moschea di Ibrahim, nella città di Hebron in Cisgiordania, 16 luglio 2025. (Wisam Hashlamoun/Flash90) Conosciuto anche come Tomba dei Patriarchi, il sito è considerato sacro da ebrei, musulmani e cristiani per il suo legame con Abramo, il primo patriarca ebraico (noto ai musulmani come il profeta Ibrahim), e possiede un significato architettonico e culturale unico. I palestinesi sono persino riusciti a ottenere il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell’UNESCO per la Città Vecchia di Hebron e la Moschea di Ibrahim, entrambe inserite nell’elenco dell’agenzia dei siti in pericolo. Nel giugno 2023, dopo una campagna durata vent’anni condotta dai coloni israeliani, Israele ha inaugurato un ascensore all’interno della moschea — una mossa provocatoria a lungo osteggiata dai palestinesi e portata a termine senza il consenso del Comune di Hebron. Le recenti modifiche al Protocollo di Hebron consentiranno a Israele di intraprendere ulteriori azioni unilaterali per alterare la struttura del luogo sacro, senza nemmeno la finzione di cercare il coordinamento o l’approvazione delle autorità palestinesi locali. Infatti, da quando queste modifiche sono entrate in vigore, le autorità israeliane hanno già iniziato ad apportare modifiche strutturali alla moschea senza l’approvazione palestinese, compresi gli sforzi per aumentare l’accesso dei coloni al sito e consolidare il controllo israeliano sulla città.  «L’occupazione ha iniziato ad alterare la Moschea di Ibrahim costruendo un tetto sopra il suo cortile interno nel tentativo di modificarne il carattere arabo e islamico», ha affermato Al-Qawasmi. La giustificazione dichiarata da Israele per il progetto è quella di proteggere i coloni e gli altri visitatori dalle intemperie, ma, come osserva Al-Qawasmi, «ciò viola anche la designazione da parte dell’UNESCO della moschea e dei suoi dintorni come sito del Patrimonio Mondiale in Pericolo». Secondo Al-Qawasmi, si sono inoltre intensificate le restrizioni nei confronti dei fedeli musulmani. «Non è più loro consentito rimanere nei cortili della moschea; possono accedere solo all’area di preghiera designata, e i soldati controllano frequentemente le loro carte d’identità», ha spiegato.  I palestinesi attraversano un posto di blocco militare israeliano mentre si recano alla Moschea di Ibrahim, nella Città Vecchia di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 27 gennaio 2025. (Wisam Hashlamoun/Flash90) Da oltre tre settimane, dall’inizio dei lavori di costruzione del tetto, l’esercito israeliano ha inoltre impedito che il richiamo alla preghiera risuonasse dalla moschea. Secondo un membro del Waqf che ha parlato con +972 a condizione di rimanere anonimo, l’esercito sostiene che ciò sia necessario mentre i lavori sono in corso. Diversi palestinesi che hanno subito le restrizioni più severe imposte dall’esercito hanno riferito a +972 che la possibilità per i fedeli di entrare nella moschea dipende in gran parte dall’umore dei singoli soldati israeliani al cancello, che decidono quanti palestinesi far entrare ogni giorno. L’intenzione, secondo molti, è quella di respingere le persone così frequentemente da scoraggiarle alla fine persino dal tentare di entrare. «Questo cancello ha trasformato la vita in un inferno» Lo stesso giorno in cui Smotrich ha annunciato la revoca del Protocollo di Hebron, le forze israeliane hanno installato un cancello di ferro all’ingresso di via Al-Shalala nella Città Vecchia di Hebron. Costellata da centinaia di negozi, la via è una delle principali vie di transito utilizzate da residenti, visitatori e fedeli per raggiungere la Moschea di Ibrahim, a circa 15 minuti a piedi dal cancello. Sebbene ai veicoli fosse già vietato raggiungere la moschea stessa, il cancello — che può essere aperto e chiuso a piacimento dei soldati israeliani — impedisce alle auto di accedere alle abitazioni vicine e al mercato. Ma per molti di coloro che vivono e lavorano qui, il cancello è ben più di una semplice barriera al traffico; è diventato l’ennesimo ostacolo in una città già segnata da chiusure stradali e restrizioni alla circolazione. Solo nel raggio di un chilometro quadrato intorno alla Moschea di Ibrahim, Israele ha impiantato oltre 120 posti di blocco e cancelli. La presenza di coloni israeliani e soldati all’interno e nei dintorni della Città Vecchia ha inoltre portato a frequenti vessazioni, violenze e chiusure, il tutto contribuendo a un profondo senso di insicurezza per i palestinesi. Durante le festività ebraiche, i soldati israeliani costringono i negozianti palestinesi a chiudere le loro attività e a sgomberare le strade prima di scortare i coloni attraverso i vicoli della Città Vecchia. I residenti raccontano che i coloni israeliani provocano spesso i palestinesi lungo il percorso.  A soli due metri dal cancello appena installato, Badr Al-Tamimi gestisce un negozio di souvenir. Ha dichiarato a +972 Magazine che la chiusura ha avuto conseguenze devastanti sia per i residenti che per i commercianti. Badr Al-Tamimi è in piedi fuori dal suo negozio di souvenir mentre i soldati israeliani pattugliano la Città Vecchia di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 4 luglio 2026. (Mosab Shawer/Activestills) «Chiudere la Città Vecchia con questo cancello ha trasformato la vita in un inferno per chi vive e lavora qui», ha spiegato. «I visitatori che vengono a pregare alla Moschea di Ibrahim o a fare acquisti ora hanno la sensazione che entrare nella zona sia come entrare in una gabbia. Si può entrare, ma non si può uscire senza essere perquisiti, umiliati, trattenuti o addirittura arrestati. C’è un vero e proprio calo nel numero di persone che si recano nella Città Vecchia».  In quanto governatorato più popoloso della Cisgiordania, dove vive circa un quarto della popolazione palestinese della regione, Hebron funge da principale centro commerciale in Palestina. I suoi settori industriale e agricolo — in particolare le industrie della pietra e del marmo — sono il motore di questa attività economica, così come il turismo, grazie al suo significato religioso e storico. Tuttavia, negli ultimi tre anni, la città ha subito una notevole recessione economica a causa delle restrizioni alla circolazione, delle chiusure stradali e del conseguente calo delle attività commerciali, industriali e turistiche. In una recente conferenza stampa, il governatore di Hebron Khaled Dodin ha affermato che l’esercito israeliano ha di fatto isolato la città con 106 cancelli di ferro, bloccando al contempo 16 strade di accesso all’area con cumuli di terra. Mentre Al-Tamimi parlava, un silenzio inquietante pervadeva le strade, insolitamente deserte. I negozianti stavano fuori dai propri negozi a chiacchierare tra loro, mentre si vedeva solo una manciata di clienti. Per Al-Tamimi, il mercato di Khan all’interno della Città Vecchia ha ormai raggiunto il punto di rottura.  «Questo era uno dei mercati più importanti della Città Vecchia, ma è crollato dal punto di vista commerciale: Molti negozianti aprono i loro negozi al mattino e li chiudono la sera senza effettuare una sola vendita», ha detto. «Negli ultimi anni i gruppi di turisti stranieri hanno smesso di venire, e ora anche i clienti locali sono scoraggiati dal cancello e dai tour provocatori dei coloni». Soldati israeliani proteggono i coloni durante la loro incursione settimanale nella Città Vecchia di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 4 luglio 2026. (Mosab Shawer/Activestills) Anche fornire servizi comunali ai residenti che vivono all’interno delle aree chiuse è diventato sempre più difficile, ha spiegato Al-Qawasmi. «Persino servizi di routine come la raccolta dei rifiuti richiedono un coordinamento militare preventivo. Gli operai comunali spesso attendono ai posti di blocco mentre i soldati controllano i loro documenti d’identità, e ad alcuni viene addirittura negato l’accesso. Le stesse restrizioni si applicano alle squadre di manutenzione delle reti elettriche e idriche». Secondo Al-Tamimi, gli attacchi del 7 ottobre e il successivo genocidio israeliano a Gaza hanno dato a Israele maggiore margine di manovra per espropriare il maggior numero possibile di palestinesi a Hebron e in tutta la Cisgiordania. «Quello che è successo è che le maschere sono cadute e il vero volto di Israele è stato svelato; l’avidità dell’occupazione e i suoi piani per impadronirsi del maggior territorio possibile sono diventati chiari», ha affermato. «L’occupazione non si preoccupa più di giustificare le proprie azioni». «Un preludio a qualcosa di ancora peggiore» Per Zulaikha Al-Mohtaseb, una direttrice di asilo nido di 64 anni e attivista comunitaria che vive da decenni nella zona della Città Vecchia ora bloccata dal cancello, le restrizioni hanno aggiunto un ulteriore livello di difficoltà alla vita quotidiana. «Non posso più prendere un taxi per tornare a casa: devo camminare dal cancello portando a mano le borse della spesa», ha raccontato a +972. «Durante l’Eid, i miei fratelli mi hanno detto che non potevano venirmi a trovare a causa del cancello, quindi sono dovuta andare io da loro». Alcune famiglie della Città Vecchia sono state costrette ad affittare case al di fuori delle zone chiuse — specialmente durante le festività ebraiche, quando i cancelli sono chiusi e l’attività dei coloni e gli attacchi si intensificano — in modo da poter ospitare i propri parenti e partecipare a incontri sociali. Un uomo palestinese passa davanti a un posto di blocco israeliano in via Al-Shuhada, a Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 3 luglio 2024. (Yossi Aloni/Flash90) La porta d’ingresso di Zulaikha Al-Mohtaseb si affaccia direttamente su via Al-Shuhada, che corre parallela a via Al-Shalala e un tempo ospitava uno dei principali mercati di Hebron, prima che Israele chiudesse la strada ai palestinesi nel 1994. Una delle disposizioni del Protocollo di Hebron prevedeva la riapertura di via Al-Shuhada ai veicoli palestinesi, ma in seguito alla Seconda Intifada Israele l’ha chiusa anche ai pedoni palestinesi. «Nel 2002, i soldati israeliani hanno saldato la mia porta d’ingresso, impedendomi di usarla», ha ricordato Al-Mohtaseb. «Nel 2006 ho ricevuto un permesso per attraversare via Al-Shuhada, ma è durato solo un anno. Nel 2009, dopo che alcuni attivisti internazionali hanno attraversato la via partendo da casa mia, i soldati hanno fatto irruzione nell’abitazione, danneggiato i mobili e saldato di nuovo la porta. Da allora è rimasta chiusa». Da allora, Al-Mohtaseb è stata costretta a entrare e uscire di casa passando per quella dei vicini per raggiungere via Al-Shalala. «Ho anche dovuto installare una recinzione metallica attorno al mio balcone dopo che alcuni coloni hanno cercato di arrampicarsi in casa mia e hanno lanciato pietre», ha aggiunto.  «Ma le vessazioni continuano», ha proseguito. «Di recente, mentre innaffiavo i miei fiori, un colono ha gridato: “Vuoi che ti lanciamo delle banane?”, prendendomi in giro mentre me ne stavo dietro la recinzione metallica nella mia stessa casa.» Diversi palestinesi hanno riferito a +972 che il cancello installato alla fine di via Al-Shalala e all’ingresso del mercato di Khan mira a attuare quello che hanno definito uno “sfollamento silenzioso” dalla Città Vecchia di Hebron. Imad Abu Shamsiya, residente nella Città Vecchia, attivista e uno dei fondatori di Human Rights Defenders a Hebron, ha dichiarato a +972 di ritenere che questo cancello sia «un preludio a qualcosa di ancora peggiore: che alla fine diventerà un posto di blocco permanente come gli altri nella Città Vecchia, ad esempio quello di Tel Rumeida». In tal caso, solo i residenti della zona potranno entrare, in orari specifici e solo a discrezione dei soldati. «È questo che spinge le persone a pensare di andarsene», ha proseguito. «I loro mezzi di sussistenza vengono distrutti poiché i loro negozi rimangono senza clienti. In caso di emergenza, non è possibile chiamare un’ambulanza e si è costretti a trasportare il paziente a piedi. Arresti, detenzioni, percosse e umiliazioni colpiscono tutti — donne, uomini e bambini senza distinzione. Non si tratta di misure temporanee, ma di pratiche quotidiane. «Non c’è alcun senso di sicurezza quando si vive in un’area chiusa e isolata, circondata da soldati e coloni pesantemente armati, sapendo che il loro obiettivo è costringerti ad andartene e impadronirsi della tua casa, a qualsiasi costo.» La rivista +972 ha contattato l’esercito israeliano per un commento. Questo articolo verrà aggiornato non appena si riceverà una risposta. BaselAdra è un’attivista, giornalista e fotografa del villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron. https://www.972mag.com/israel-hebron-old-city-annexation Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 15, 2026
Assopace Palestina
Israele spara a Marwan Barghouti in carcere: ferito il “Mandela palestinese”
di Eliana Riva,  Pagine Esteri, 13 luglio 2026.   Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale. Marwan Barghouti è stato ferito a una gamba da un proiettile di gomma sparato da una guardia carceraria israeliana. Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.  La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa. Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato. La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti. In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato Centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti. Dichiarazione della moglie Fadwa, dopo che Marwan Barghouti è stato colpito alla gamba con proiettili di gomma dalle guardie carcerarie israeliane e successivamente preso di mira in un rapporto provocatorio del Servizio Penitenziario israeliano. In un nuovo tentativo di prendere di mira Marwan, il Servizio Penitenziario israeliano ha pubblicato un rapporto provocatorio proprio mentre la campagna internazionale “Free Marwan, Free Palestine” continua ad espandersi, attirando personalità e leader di spicco a livello globale e ricevendo un significativo sostegno ufficiale e pubblico in tutto il mondo. Allo stesso tempo, una delle guardie carcerarie ha sparato un proiettile di gomma alla gamba di Marwan, provocandogli un’emorragia e una ferita dolorosa: un altro episodio nella serie ininterrotta di aggressioni contro di lui. Ciò che l’occupazione non è riuscita a comprendere nell’ultimo quarto di secolo – e continua a non comprendere ancora oggi – è che Marwan non ha mai vacillato nella sua convinzione che la libertà sia un diritto fondamentale e che l’occupazione sia destinata a finire. Ha rifiutato sia la resa che la disperazione, convinto che resistere all’occupazione e lottare per una pace giusta che ne ponga fine sia una responsabilità sia nazionale che morale. Crede nell’unità del popolo palestinese e della sua terra. La preoccupazione principale di Marwan è sempre stata quella di risparmiare a ogni bambino palestinese le sofferenze dell’occupazione e la devastazione della guerra, e il suo obiettivo costante è stato quello di garantire una vita di libertà e dignità al suo popolo. https://www.facebook.com/search/top/?q=Fadwa%20Bargouti
July 13, 2026
Assopace Palestina
Da marzo a luglio: cosa c’è di diverso ora che il conflitto tra Stati Uniti e Iran si sta nuovamente inasprendo?
di Yashraj Sharma,  Al Jazeera, 13 luglio 2026.   Con il cessate il fuoco ormai in frantumi e entrambe le parti impegnate in una serie di attacchi di ritorsione, la regione sta forse precipitando nuovamente in una guerra totale? Un cartellone pubblicitario con l’immagine del defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei è esposto a Teheran. 13 luglio 2026. [Majid Asgaripour/West Asia News Agency via Reuters] Le sirene antiaeree hanno risuonato nei paesi del Golfo mentre gli Stati Uniti e l’Iran hanno nuovamente sferrato attacchi su vasta scala l’uno contro l’altro, facendo degenerare le tensioni dopo che il loro fragile cessate il fuoco si è sgretolato nell’ultima settimana. I prezzi del petrolio sono saliti alle stelle e i mercati sono crollati dopo che Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, il «pulsante di spegnimento» energetico globale e il principale punto nevralgico del conflitto in corso. Dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che la tregua di aprile concordata dalle nazioni in guerra era «finita», la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha affermato: «La vendetta è la volontà della nostra nazione». Gli Stati Uniti e l’Iran sono quindi tornati a una guerra su vasta scala? Un proiettile cade in una località sconosciuta durante quelli che, secondo quanto dichiarato l’11 luglio 2026 dal Comando Centrale dell’esercito statunitense, erano attacchi contro obiettivi militari iraniani. [Handout/Screengrab/Comando Centrale degli Stati Uniti via Reuters] Come si è sgretolato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran? Il 6 luglio, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano ha colpito tre navi mercantili, tra cui una metaniera del Qatar, al largo dell’Oman. Il giorno seguente, gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver effettuato attacchi di rappresaglia contro obiettivi militari iraniani, spingendo Teheran a rispondere con attacchi missilistici e con droni contro basi militari in tutto il Golfo dove sono schierate le forze statunitensi. Mercoledì, Trump ha dichiarato che la tregua era finita. L’IRGC ha chiuso lo Stretto di Hormuz, sostenendo che gli Stati Uniti stessero interferendo nella gestione della via navigabile facilitando rotte di transito alternative. Ciò ha innescato una serie di attacchi di ritorsione tra Stati Uniti e Iran, con Washington che ha sferrato attacchi letali contro diverse città iraniane, la maggior parte delle quali situate lungo lo Stretto di Hormuz, nel sud dell’Iran. L’Iran ha attaccato Bahrein, Kuwait, Oman, Giordania e Qatar e ha condotto ulteriori attacchi contro navi nello Stretto di Hormuz. Navi nello Stretto di Ormuz, viste da Musandam, in Oman, il 18 giugno 2026 [Reuters] Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati alla guerra totale? Gli analisti hanno dichiarato ad Al Jazeera che il conflitto si sta attualmente evolvendo da attacchi di ritorsione a combattimenti prolungati, ma con aree di scontro limitate. Nella prima ondata di attacchi contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto una campagna aerea su vasta scala e prolungata su diverse città iraniane. Gli attacchi hanno causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei a Teheran il primo giorno di guerra. L’ultima ondata di attacchi statunitensi, al contrario, è concentrata in gran parte intorno allo Stretto di Hormuz. I contrattacchi iraniani si sono finora concentrati sulle basi militari nel Golfo utilizzate dai soldati statunitensi, anche se i detriti dei missili e dei droni intercettati sono caduti altrove, causando feriti. A differenza degli incessanti attacchi aerei contro l’Iran a marzo e della risposta fulminante di Teheran attraverso attacchi ai suoi vicini del Golfo, l’ultima ondata di attacchi arriva in un momento in cui gli Stati Uniti e l’Iran non escludono ancora del tutto la possibilità di negoziati. Infatti, nel suo post in cui annunciava la fine del cessate il fuoco, Trump ha sottolineato che entrambe le parti avrebbero continuato a tenere colloqui. Il Qatar e il Pakistan stanno lavorando dietro le quinte per contenere il conflitto. Altre domande incombono su Trump in patria, soprattutto se la sua amministrazione dovrà ora ottenere l’autorizzazione del Congresso per la guerra contro l’Iran. Il War Powers Act stabilisce che una guerra debba essere autorizzata dal Congresso entro 60 giorni dall’inizio delle ostilità. Trump ha aggirato questo requisito sostenendo che la guerra fosse già «terminata» quando è entrato in vigore il cessate il fuoco il 7 aprile, prima che scadesse il termine di 60 giorni relativo alla prima fase del conflitto. La guerra contro l’Iran è ampiamente impopolare negli Stati Uniti. Di conseguenza, i livelli di gradimento di Trump sono calati, poiché i sondaggi indicano che gli elettori sono insoddisfatti anche della gestione da parte della sua amministrazione dell’inflazione e dell’impennata dei prezzi del petrolio. Prima del funerale, gli iraniani scavano le tombe per i bambini uccisi in un attacco contro una scuola elementare a Minab, nella provincia di Hormozgan, il 3 marzo 2026 [Handout/Iranian Press Center/AFP] Cosa è cambiato rispetto a marzo? Tra la fine di febbraio e marzo si sono verificati i combattimenti più intensi tra le due parti. Il conflitto ha infranto la percezione di lunga data secondo cui i centri commerciali della regione fossero al riparo da conflitti di grande portata. Obiettivi: differenza di portata e tipologia Un attacco statunitense contro una scuola nella città di Minab, nel sud dell’Iran, ha ucciso 168 bambini il primo giorno di guerra. Missili e droni iraniani hanno colpito lo skyline di Dubai, incendiando il lussuoso hotel Fairmont The Palm, mentre i detriti dei proiettili intercettati sono caduti nei pressi del Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo, e della Marina di Dubai. Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito le infrastrutture energetiche iraniane, e l’Iran ha risposto bombardando impianti petroliferi e di gas in tutto il Golfo. Diversi aeroporti internazionali della regione sono stati costretti a sospendere le operazioni. Finora, nell’attuale fase dei combattimenti, gli Stati Uniti e l’Iran si sono dimostrati più moderati nella scelta degli obiettivi, evitando per lo più le infrastrutture civili o energetiche. In precedenza, gli Stati Uniti e Israele avevano affermato che i loro obiettivi strategici nella guerra includevano l’indebolimento delle forze armate e della struttura di comando iraniane e la denuclearizzazione di Teheran. Gli attuali scontri sembrano incentrati sul tentativo di ciascuna parte di costringere l’altra a fare marcia indietro sullo Stretto di Hormuz. Israele Un’altra differenza significativa nell’attuale fase del conflitto è che Israele non si è schierato apertamente al fianco degli Stati Uniti negli ultimi attacchi contro l’Iran. All’inizio della guerra, Israele era una delle parti principali del conflitto. Il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha affermato a un certo punto che il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva costretto Washington a dare il via alla guerra. Trump ha poi smentito questa affermazione. Il memorandum d’intesa (MoU) raggiunto a giugno tra gli Stati Uniti e l’Iran prevedeva la fine delle ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano. Anche Beirut ha stipulato un cessate il fuoco separato con Israele, che prevede il ritiro delle forze armate israeliane dalle zone che occupano nel Libano meridionale. Israele non ha rispettato nessuno degli accordi e ha continuato a sferrare attacchi nel Libano meridionale, sebbene con minore frequenza. Il memorandum d’intesa di Islamabad Sebbene il memorandum d’intesa (MoU), mediato da Islamabad, presenti evidenti lacune, tale quadro ha offerto alla diplomazia l’opportunità di portare avanti i colloqui per porre fine alla guerra nella regione. Tra gli attuali punti di attrito figurano anche le diverse letture e interpretazioni da parte di Washington e Teheran del contenuto del memorandum d’intesa. Entrambe le parti si sono accusate a vicenda di violare l’accordo. Nonostante gli attacchi reciproci tra Iran e Stati Uniti, è comunque probabile che la diplomazia prosegua, ha dichiarato ad Al Jazeera Paul Musgrave, professore associato di scienze politiche alla Georgetown University in Qatar. Attualmente, entrambi i paesi stanno cercando di capire dove si trovino le «linee rosse» dell’altra parte, ha aggiunto. Gli obiettivi dell’Iran sembrano essersi ampliati nel corso del conflitto, mentre quelli degli Stati Uniti si sono «sorprendentemente» ridotti, ha affermato Musgrave. «Gli Stati Uniti non parlano più di cambio di regime, ma a Teheran si comincia a parlare di qualcosa che assomiglia a un’egemonia sul Golfo», ha osservato. Ciò significa che sarà estremamente difficile tornare alla via diplomatica, ha avvertito Musgrave. https://www.aljazeera.com/news/2026/7/13/march-to-july-whats-different-as-us-iran-fighting-escalates-again Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 13, 2026
Assopace Palestina
La FIFA non è un’organizzazione sportiva indipendente; è uno strumento politico
di Xavier Abu Eid,  Al Jazeera, 11 luglio 2026.   Gli appassionati di calcio di tutto il mondo stanno scoprendo solo ora ciò che i palestinesi sanno da tempo. Il presidente della FIFA Gianni Infantino (al centro) con Jibril Rajoub, presidente della Federcalcio Palestinese, e Basim Sheikh Suliman, presidente della Federcalcio Israeliana, durante il 76° Congresso della FIFA a Vancouver, in Canada, il 30 aprile 2026 [Jennifer Gauthier/Reuters] Questo Mondiale ha messo sempre più sotto i riflettori la FIFA e la sua leadership. La sua decisione di revocare la sospensione di un calciatore americano dopo l’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato indignazione tra gli appassionati di tutto il mondo. Nel frattempo, sono state mosse accuse agli arbitri di aver favorito l’Argentina nelle loro decisioni durante le partite contro l’Egitto e Capo Verde. In Palestina, da anni assistiamo e subiamo in prima persona la natura corrotta della FIFA. Nonostante il suo statuto imponga esplicitamente all’organizzazione di rispettare i diritti umani, essa ha sistematicamente omesso di farlo quando si è trattato del calcio palestinese. Ha ripetutamente respinto le richieste della Federcalcio Palestinese (PFA) di sospendere la Federcalcio Israeliana (IFA) per aver permesso che le partite del proprio campionato venissero disputate su territori palestinesi occupati, da squadre che risiedono in insediamenti illegali. Non ha condannato l’uccisione di massa e la mutilazione di calciatori palestinesi né ha chiesto il rilascio dei calciatori detenuti – tra cui, più recentemente, Rand Halawani e Natalie Abu Dayyeh, membri della nazionale femminile palestinese. Non ha protestato contro la distruzione degli stadi di calcio palestinesi. Non ha fatto nulla per costringere Israele ad abbandonare le varie politiche che limitano e minano il calcio palestinese, tra cui il rifiuto di concedere permessi di viaggio alle squadre palestinesi. La FIFA non solo ha tollerato e normalizzato il razzismo, l’apartheid e l’occupazione, ma ha anche preso parte agli sforzi volti a congratularsi per la partecipazione dei calciatori israeliani ai crimini di guerra a Gaza o in Libano. Nonostante le ripetute sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e le varie risoluzioni dell’ONU, la FIFA continua ad affermare che le richieste palestinesi sono «una questione altamente complessa ai sensi del diritto internazionale pubblico» e che «lo status giuridico definitivo della Cisgiordania rimane irrisolto». Ciò equivale a sostenere le argomentazioni israeliane, fatte proprie dall’amministrazione Trump per proteggere il proprio alleato Israele e legittimare il furto di terra palestinese. Israele ha sfruttato il turismo, l’archeologia, la religione, l’agricoltura e altri settori per normalizzare la propria annessione illegale, e lo stesso ha fatto anche attraverso il calcio – con il sostegno della FIFA Il contributo della FIFA ai crimini israeliani si è ampliato sotto la presidenza di Gianni Infantino. Le organizzazioni per i diritti umani hanno giustamente deferito le azioni di Infantino alla Corte Penale Internazionale, accusandolo di agire «in piena consapevolezza che tali pratiche costituiscono violazioni dei diritti umani, apartheid e crimini di guerra» e di ignorare le numerose segnalazioni e lettere sull’argomento. La dirigenza della FIFA non solo è rimasta in silenzio e passiva di fronte ai crimini di Israele e al coinvolgimento della Federcalcio Israeliana (IFA), ma ha anche partecipato attivamente alla loro copertura. Il mese scorso, la FIFA ha suggerito che la Palestina dovesse affrontare Israele nella partita inaugurale di un torneo under 15 per «promuovere la pace». Alcune settimane prima, Infantino aveva cercato personalmente di costringere il presidente della PFA a stringere la mano alla sua controparte israeliana. La FIFA chiaramente non è più una federazione sportiva internazionale neutrale, che secondo il proprio statuto dovrebbe evitare qualsiasi interferenza politica. È stata trasformata in uno strumento politico a sostegno della politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati. Lo stesso Infantino è un ottimo esempio di questa realtà. Nel 2018, senza alcuna ragione apparente, ha partecipato alla firma ufficiale degli Accordi di Abramo a Washington – un accordo che di fatto mirava a rimuovere la questione palestinese dall’agenda collettiva araba. Nel 2021, ha partecipato a una conferenza del quotidiano israeliano di destra Jerusalem Post, tenutasi in una sede costruita sul cimitero musulmano profanato di Mamillah a Gerusalemme. A febbraio, Infantino ha partecipato all’inaugurazione del controverso Board of Peace, che mira a porre fine al coinvolgimento dell’ONU nella questione palestinese e a bloccare qualsiasi iniziativa giuridica internazionale volta a porre fine all’occupazione israeliana e al genocidio. Ha persino annunciato una «partnership strategica per promuovere la ripresa e la pace attraverso il calcio» con il Board of Peace. Le controversie in corso sull’organizzazione dei Mondiali vanno comprese in questo contesto. La FIFA ha chiaramente perso il controllo sul proprio processo decisionale indipendente in quanto organizzazione sportiva internazionale e ha abdicato alla propria responsabilità di tenere la politica fuori dal calcio. Alla domanda sulle varie violazioni commesse dagli Stati Uniti in qualità di paese ospitante nei confronti di calciatori, arbitri e tifosi, Infantino ha risposto al pubblico che dovrebbero «calmarsi, rilassarsi». Tutto ciò è incredibilmente dannoso per la fiducia dell’opinione pubblica nelle organizzazioni internazionali come la FIFA. È inoltre dannoso per il calcio internazionale e per la sua reputazione di sport inclusivo per tutti. Se Infantino non cambierà radicalmente rotta, lascerà un’eredità di distruzione. Per quanto riguarda il calcio palestinese, esso continuerà a resistere. Questo sport esiste sin dalla fondazione della squadra della St George’s School a Gerusalemme nel 1904. Da allora, il calcio ha fatto parte di ogni momento della vita palestinese. E come tutte le cose palestinesi, ha la forza di sopravvivere a un’occupazione, a un genocidio e a una FIFA corrotta. Xavier Abu Eidè un politologo, dottorando al Trinity College di Dublino ed ex consulente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/7/11/fifa-is-not-an-independent-sporting-organisation-it-is-a-political-tool Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Il vertice NATO di Ankara si è concluso come una grande fiera delle armi
di Valeria Casolaro,  L’Indipendente, 9 luglio 2026.   La difesa comune passa per gli accordi miliardari siglati con le aziende della difesa di tutto il mondo. E proprio tali accordi sono stati l’elemento centrale del summit della NATO di Ankara, conclusosi ieri. Anche sulla spinta della minaccia degli Stati Uniti di abbandonare l’Alleanza Atlantica, dopo che Trump si è lamentato a più riprese dell’impegno insufficiente degli alleati, minacciando di abbandonare il gruppo. Così, dopo che il 2025 si è confermato come l’anno in cui la spesa globale in armi ha registrato il suo record assoluto, i Paesi membri della NATO hanno rilanciato sulla politica che vede il riarmo come strumento chiave della difesa, impegnandosi in contratti per il riarmo del valore di «decine di miliardi di dollari». Il 2025 è anche stato l’anno in cui i membri dell’Alleanza hanno segnato un traguardo mai visto prima: tutti hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL per la Difesa. Per quanto riguarda l’Italia, alcune stime dimostrano che in realtà tale dato rappresenta più che altro il risultato di artifici contabili, ma resta il fatto che l’impegno per il riarmo ha raggiunto obiettivi mai visti prima. Il nostro Paese si colloca al terzo posto tra quelli del G7 per aumento di spese militari (+20% dal 2024) e al primo posto per aumento nell’export di armi (+157% tra il 2021 e il 2025). Il programmi di riarmo avviati dall’attuale governo sono 78, con 31 miliardi circa divisi equamente tra componente corazzata e aviazione e un aumento di 7 miliardi alla Marina, che si somma ai tre miliardi aggiuntivi destinati alla difesa aerea e antimissile. E la previsione di spesa per il 2026 prevedono ulteriori 32 miliardi destinati al solo ministero della Difesa. Una accelerazione che, evidentemente, non è ancora sufficiente per gli Stati Uniti, che hanno lamentato a più riprese uno scarso impegno da parte dei Paesi UE, minacciando di uscire dall’Alleanza. Così, nel clima di corsa al riarmo scatenato dagli sbalzi di umore trumpiani, il fulcro del summit di Ankara è stato il NATO Summit Defence Industry Forum, svoltosi a margine dell’incontro ufficiale e che ha visto la presenza di molte tra le aziende leader nel settore della difesa. Gli accordi siglati sono tanti e valgono complessivamente una cascata di miliardi – 50, per la precisione, cui si aggiungono i 140 miliardi in due anni destinati all’Ucraina. Lockheed Martin, per esempio, si è impegnata con USA, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia a valutare la realizzazione di una struttura dedicata alla manutenzione dei missili PAC-3, struttura che «rafforzerà la prontezza operativa della difesa aerea e missilistica integrata della NATO, fornendo capacità di manutenzione e supporto nella regione». È stato poi siglato, sempre nell’ambito del summit, un accordo con la tedesca Rheinmetall per la produzione di missili ATACMS in Europa, con il supporto del governo tedesco e statunitense. Un «segnale forte per l’industria della difesa europea e per la resilienza a lungo termine della NATO», ha detto Dennis Goege, ad per l’Europa di Lockheed Martin. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha poi annunciato che verranno avviati negoziati formali con SAAB per l’acquisizione di un massimo di dieci sistemi GlobalEye, sistemi di allerta precoce e controllo aereo che, grazie all’utilizzo di sensori di ultima generazione, permette il rilevamento e l’identificazione a lungo raggio di oggetti in volo, in mare e sulla terraferma. È stata lanciata una iniziativa che include i governi di Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito per l’Airbus A400M, velivolo già  che ha l’obiettivo di «colmare le lacune nella capacità di trasporto aereo strategico tra gli alleati europei» e di riuscire a realizzare «una flotta multinazionale incentrata sul velivolo militare Airbus A400M». Per quanto riguarda l’Italia, Accenture e Leonardo si sono impegnate con la NCIA (NATO Communications and Information Agency) a sviluppare il PBN, il Protected Business Network, il quale gestisce le operazioni classificate della NATO. L’operazione ha il fine di modernizzare le infrastrutture digitali dell’Alleanza Atlantica e costruire «un’organizzazione sempre più connessa e guidata dai dati, capace di sviluppare e mettere a disposizione capacità digitali con rapidità e su larga scala». A scanso di equivoci, la centralità degli investimenti nelle «esigenze fondamentali della difesa» è ribadita nettamente nella dichiarazione finale del summit. L’articolo 5 del Trattato di Washington (che stabilisce il principio della difesa collettiva) sembra così vestito di un nuovo significato politico, piegato del tutto agli interessi USA. Per i quali l’Europa si trova a dover pagare il conto. Valeria Casolaro, classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L’Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.
July 12, 2026
Assopace Palestina
Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa Cattolica
di Paola Caridi,    +972 Magazine, 10 luglio 2026.   Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma in tutta la Chiesa, molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele. Papa Leone XIV durante la sua inaugurazione, in Città del Vaticano, Santa Sede, 18 maggio 2025. (Mazur/cbcew.org.uk) Il primo papa proveniente dagli Stati Uniti era ben lontano dai festeggiamenti del 4 luglio che segnavano il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai confini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa — primo scalo per migliaia di migranti che intraprendono il pericoloso viaggio verso nord alla ricerca di una vita migliore. Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità affacciato sul mare. «Sono qui», ha dichiarato, «seguendo le orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro». Collegando la sua visita al primo viaggio pontificio di Francesco, Leo non si limitava a rendere omaggio al suo predecessore o a segnalare continuità. Si stava schierando al fianco dei migranti che avevano rischiato tutto solo per incontrare persecuzioni e violenze in Europa e negli Stati Uniti. Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come Francesco prima di lui, ha esortato l’umanità nel suo insieme — credenti e non credenti — a fare i conti sia con le nostre azioni che con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più mortali nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza». Leone è tornato sullo stesso terreno morale. In effetti, il primo anno del pontificato di Leone ha ruotato costantemente attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo del comportamento sia personale che collettivo. Il brano evangelico che ha scelto per Lampedusa è stata la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre davanti allo straniero ferito, il suo «prossimo», sulla strada da Gerusalemme a Gerico. È proprio su quella strada — da Gerusalemme a Gerico, ora soffocata dai posti di blocco militari — che vengono messe a fuoco le questioni relative al pontificato di Leone. Lui parla costantemente di pace. Ha ripetutamente menzionato Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola «genocidio». Le parole che Leone non pronuncia, parole che Francesco era pronto a pronunciare, sono diventate l’assenza determinante di questo capitolo del suo pontificato. L’insediamento di Papa Leone XIV, nella Città del Vaticano, il 18 maggio 2025. (Foto ufficiale del Dipartimento di Stato/Freddie Everett/Wikicommons) Pressione dal basso Mentre nel corso dell’ultimo anno si intensificavano in tutta Italia le proteste di base contro l’assalto di Israele a Gaza — dagli scioperi nazionali e ai blocchi portuali alle occupazioni studentesche e alle manifestazioni di massa — è emersa una frattura parallela all’interno della Chiesa cattolica. La questione è venuta alla ribalta prima dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti contro il Genocidio, una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi fondata nel settembre 2025, ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza. Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non sono presenti, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate alcune delle voci ecclesiastiche più schiette d’Italia nel chiedere un intervento su Gaza. «Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levino parole più chiare, più profetiche e più concrete», si legge nella lettera. «Una parola che invochi un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che invochi la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che invochi il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione». L’Associazione ha inoltre chiesto «l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e di tutta l’umanità sulla base della nostra comune umanità», e ha avvertito che «le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta persino delle comunità cristiane rischiano di renderli complici». L’appello rifletteva la crescente frustrazione per la retorica sempre più contenuta del Vaticano, in particolare dall’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso reso tese le relazioni con Israele parlando in modo più diretto delle sofferenze dei palestinesi e mantenendo stretti legami personali con la comunità cristiana assediata di Gaza. Leone ha continuato a invocare la pace, l’accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati notevolmente più rari. Papa Francesco saluta la folla dopo aver presieduto una messa all’aperto in Piazza della Mangiatoia, fuori dalla Basilica della Natività nella città cisgiordana di Betlemme, il 25 maggio 2014. (Mustafa Bader/Activestills) Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente in termini diretti le azioni di Israele a Gaza. Tuttavia, né Battaglia né alcun altro vescovo italiano di spicco — compreso lo stesso Leone — le ha definite un genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, dalle organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani e da più di una dozzina di stati. Tale cautela segna una svolta rispetto all’approccio stabilito sotto Francesco. Già ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano in aumento, alimentate da annose controversie sullo status giuridico e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà sempre più pubblici di Francesco nei confronti dei palestinesi. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non programmata presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano contro il cemento accanto a un graffito con la scritta «Free Palestine» Ha inoltre viaggiato in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando il muro di separazione israeliano lungo il percorso tra le due città. Dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, secondo quanto riferito Francesco avrebbe chiamato la Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City ogni sera alle 19:00 fino a poco prima della sua morte, parlando con il parroco e i membri della comunità cristiana che si erano rifiutati di abbandonare il complesso. Come Papa Francesco, anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di tre decenni in Terra Santa, si è affermato prima del 7 ottobre come uno dei critici più acuti di Israele all’interno della Chiesa. Ha ripetutamente denunciato la violenza dei coloni sostenuta dallo stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, oggetto di ripetuti attacchi, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. In seguito all’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022, ha anche condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al corteo funebre durante il suo funerale a Gerusalemme. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa durante una funzione commemorativa per il defunto Papa Francesco, nella Chiesa del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, il 23 aprile 2025. (Jamal Awad/Flash90) «Attaccare i partecipanti al corteo funebre, colpirli con i manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, compreso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico», ha affermato in una dichiarazione. Il genocidio di Gaza, tuttavia, ha segnato una svolta. A seguito di quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, culminando in una lettera pastorale pubblicata ad aprile. «C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato», ha scritto. «Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.» Ha ribadito tale distinzione in dichiarazioni successive, diventando così una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere la fondamentale asimmetria che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi. La fine dell’eccezionalismo cristiano Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 denominazioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs — la parola greca che indica un momento decisivo che richiede un’azione. Rivolto alla Chiesa mondiale, il documento ha esortato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo insieme. L’appello è giunto in un momento critico. Gli israeliani ebrei di destra e nazionalisti religiosi prendono di mira da tempo chiese, clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania occupata. Tuttavia, la recente escalation di tali attacchi indica un cambiamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo concesso ai cristiani. Giovani israeliani aggrediscono un gruppo di giornalisti, per lo più palestinesi, alla Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme alla vigilia della Marcia delle Bandiere, il 5 giugno 2024. (Faiz Abu Rmeleh/Activestills) Durante la Marcia delle Bandiere del Giorno di Gerusalemme di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito dei palestinesi nel quartiere cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato alcuni manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazionaliste-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i successivi governi israeliani un tempo tracciavano tra palestinesi cristiani e musulmani — spesso favorendo i primi — è in gran parte scomparsa. Per la leadership nazionalista-religiosa di Israele, la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, comprese le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, né lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo finanziario che esso offre. Le successive guerre di Israele e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come la Grecia, la Turchia o la Spagna al posto della Terra Santa. Con l’intensificarsi delle critiche da parte dei leader ecclesiastici, Israele ha deciso di ricucire i rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek — cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera — come Inviato Speciale presso il mondo cristiano, con l’incarico di «rafforzare i legami di Israele con le comunità cristiane di tutto il mondo». Tuttavia, il messaggio pubblico di Deek si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Egli ha descritto Israele come il «custode dei luoghi santi» e «l’avamposto del mondo occidentale», legato all’Europa da «radici giudaico-cristiane» condivise. Tali dichiarazioni sono giunte solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni dell’Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr, e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Basilica del Santo Sepolcro per la Pasqua. Sia per le comunità palestinesi musulmane che per quelle cristiane di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede rispetto a un’altra. Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir sventola la bandiera israeliana mentre visita il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, in occasione della Giornata di Gerusalemme, il 14 maggio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90) Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir sventola la bandiera israeliana mentre visita il Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, in occasione della Giornata di Gerusalemme, il 14 maggio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90) Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, probabilmente sarà in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma, con la prima ministra Giorgia Meloni, è anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure, persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato sia con Benjamin Netanyahu che con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, dato il deterioramento delle relazioni tra Israele e la gerarchia cattolica. Ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, è stato impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro. Ha inoltre rimproverato Trump per i suoi attacchi verbali a Papa Leone XIV. Nel loro insieme, questi scontri hanno messo in luce le tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra. Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per i blocchi geopolitici, Papa Leone ha scosso quell’allineamento. Rispondendo a Trump ad aprile, ha dichiarato: «Non ho paura», affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che quella voce fosse ben accolta a Washington o a Gerusalemme. Giovanni Paolo II e Francesco avevano spesso esortato i fedeli a non avere paura. Leone ha fatto propria questa frase. Parlando in prima persona, si è assunto la responsabilità di confrontarsi con gli attori politici più potenti del mondo, pur senza arrivare ad adottare il linguaggio di Francesco su Gaza. Se tale cautela perdurerà ora dipende dal popolo della Chiesa. Dai cristiani palestinesi che invocano il kairòs, ai sacerdoti che chiedono ai vescovi di esprimersi con maggiore chiarezza, a figure come Pizzaballa che insistono nel denunciare l’asimmetria tra occupante e occupato, la pressione proviene sempre più dal basso. Leone ha fatto dell’empatia il fulcro morale del suo pontificato; ora la domanda è se tale posizione lo spingerà a pronunciare le parole che il suo predecessore era disposto a dire. Paola Caridi è giornalista, commentatrice e autrice del libro «Hamas: From Resistance to Regime», Seven Stories Press, New York 2023. È stata corrispondente da Gerusalemme di Lettera22 per 10 anni. https://www.972mag.com/pope-leo-gaza-genocide-catholic-church Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 12, 2026
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