Yemen, la scommessa di Riad e il conto che pagano i civili

Pressenza - Wednesday, October 7, 2026

L’offensiva contro gli Houthi rilancia una guerra mai davvero conclusa. Tra fragilità della coalizione, interessi regionali e nuove vittime civili, anche la presenza militare italiana in Arabia Saudita solleva interrogativi politici.

Si continua a raccontare lo Yemen come una guerra saudita contro il movimento Ansar Allah, noto come Houthi, e in questa cornice l’operazione «Yemen Dawn», annunciata domenica dal presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi, sembra la mossa di una potenza che torna a colpire.

Basta tornare indietro di qualche settimana per vedere una sequenza diversa. A metà settembre gli Houthi, con un’offensiva rapida, hanno preso Mokha, alcune isole e il territorio attorno a Bab al-Mandab, come ricostruisce Al Jazeera, mentre già dalla fine di luglio missili e droni colpiscono impianti industriali ed energetici sauditi, secondo quanto riportano i media statunitensi.

L’annuncio di Alimi, che promette di riprendere ogni area in mano al movimento e indica in Sanaa il traguardo, arriva dunque da chi ha appena perso la costa, ed è difficile non leggerlo anche come un segnale rivolto agli alleati e alla propria opinione pubblica.

I numeri che accompagnano l’operazione, trecentoventiquattro obiettivi colpiti e cento aerei impiegati, vengono dalla parte governativa e nessuno li ha confermati in modo indipendente.

Una coalizione fragile

Il fronte che dovrebbe arrivare nella capitale è fragile in modo documentato. L’analista Elfadil Ibrahim, su Responsible Statecraft, ricorda che dopo l’uscita degli Emirati dallo Yemen, imposta da Riad alla fine dello scorso anno in risposta all’offensiva dei separatisti del sud, le fazioni schierate con il governo hanno ottenuto una busta paga e un sistema di identificazione biometrica comuni, ma nessun comando e nessun addestramento condivisi, come avrebbe ammesso lo stesso ministro della Difesa yemenita.

Nella battaglia di Mokha, secondo la ricostruzione di un altro analista da lui richiamata, un falso ordine di ritirata diffuso via radio e sms con la voce clonata di un comandante ha attraversato cinque formazioni prive di una sala operativa in comune.

Sono dettagli che descrivono più un insieme di eserciti sovrapposti che una forza unitaria, e rendono poco credibile l’idea di una marcia fino a Sanaa.

Riad e il fronte regionale

Per capire perché Riad rilanci proprio ora bisogna guardare fuori dallo Yemen. Lo stesso articolo ricorda che il gasdotto est-ovest saudita, da cui passa fino al quattro per cento dell’offerta mondiale di petrolio, è stato messo fuori uso da droni partiti dall’Iraq, come ha confermato il ministero degli Esteri del regno, e che secondo l’agenzia AP, citando funzionari sauditi e iracheni, emissari houthi avrebbero lavorato in una sala operativa gestita da milizie irachene.

Nelle stesse settimane è saltato l’incontro in Oman con l’Iran sul transito nello stretto di Hormuz, dopo le obiezioni di Riad al linguaggio del testo.

L’Arabia Saudita si ritrova così con due passaggi marittimi in bilico, il Mar Rosso, dove le sue navi sono diventate un bersaglio dichiarato degli Houthi, e Hormuz, dove la trattativa con Teheran si è arenata, e lo Yemen diventa il terreno su cui si può almeno tentare di mostrare forza.

Il quadro è quello di una guerra regionale riaccesa dal conflitto con l’Iran, che la tregua del 2022 aveva privato per qualche anno del carattere di scontro aperto, e che ora torna a servirsi del territorio yemenita come teatro.

Definire gli Houthi un semplice proxy di Teheran, come fa il segretario di Stato Marco Rubio, spiega poco, perché il movimento nasce negli anni Novanta come reazione zaidita al proselitismo wahhabita finanziato da Riad nelle montagne del nord, e la sua ostilità verso i sauditi precede il sostegno iraniano.

Alleati meno disponibili del previsto

Gli alleati su cui Riad conta sono meno disponibili di quanto si pensi. Circa duecento militari americani si trovano in Arabia con compiti di intelligence e di individuazione degli obiettivi, e alla domanda se Washington colpirà gli Houthi per conto dei sauditi Donald Trump ha risposto in sostanza di no, sostenendo che il movimento gli ha fatto sapere di non volere uno scontro.

Il patto di difesa firmato ad agosto alla Mecca con Turchia e Pakistan è rimasto per settimane sulla carta, e un funzionario turco ha spiegato al Middle East Eye, riferisce ancora Responsible Statecraft, che ratifiche e meccanismi di interoperabilità richiederanno anni.

Lunedì i ministri dei tre paesi, riuniti a Riad, hanno deciso di attivare misure di deterrenza e di far affluire rapidamente forze in territorio saudita, un passo concreto ma pensato per difendere il regno dai missili e dai droni, e non per riprendere la capitale yemenita.

Undici anni di guerra senza una vittoria

Qui sta la questione di fondo, che le cronache di questi giorni tendono a coprire. Gli Houthi non sono stati indeboliti dalle campagne che negli anni hanno cercato di piegarli, né dagli attacchi israeliani che hanno ucciso il loro primo ministro e il capo di stato maggiore, né dall’operazione americana Rough Rider, due mesi di bombardamenti costati circa un miliardo di dollari.

Dopo undici anni di intervento saudita la pressione militare ha prodotto un movimento più sicuro di sé, che ha reso pubbliche le proprie condizioni, ossia oltre cinquantasette miliardi di dollari di compensazioni, la fine di quello che definisce un blocco di porti e aeroporti e una quota dei proventi di petrolio e gas.

Sono richieste pesanti e discutibili, ma indicano dove prima o poi finirà la partita.

La lettura di una coalizione al collasso, d’altra parte, è a sua volta parziale. Le stesse fonti registrano avanzate governative a nordovest di Marib e a Taiz, e il Sana’a Center osserva che gli Houthi hanno finora evitato un assalto diretto ai quartieri urbani di Taiz, dove la popolazione è numerosa e l’ostilità verso il movimento è forte.

È ragionevole supporre, e lo dico come ipotesi, che l’offensiva serva anche a migliorare la posizione di Riad prima di un tavolo che nessuno può evitare.

Il prezzo pagato dai civili

A pagare, come sempre, sono i civili, e da tutte le parti.

Human Rights Watch ha analizzato le immagini satellitari dei raid del 13 luglio sull’aeroporto di Sanaa, compiuti dalle forze governative in coalizione con l’Arabia Saudita, i primi della coalizione contro gli Houthi dalla tregua del 2022, e ha rilevato che almeno tre munizioni hanno colpito l’unica pista funzionante di quello che è l’unico scalo internazionale delle zone sotto controllo houthi, porta d’ingresso per il personale e per gli aiuti umanitari.

Gli Houthi, dal canto loro, colpiscono aeroporti sauditi, e fra gli episodi più recenti figurano Jazan e Najran, con tre feriti secondo l’autorità saudita dell’aviazione civile, mentre la stessa organizzazione aveva già giudicato probabili crimini di guerra gli attacchi houthi agli scali sauditi tra il 2014 e il 2022.

Un centro yemenita per i diritti umani denuncia ora il bombardamento houthi di quartieri residenziali a Taiz, con un ospedale di maternità colpito nella zona rurale, mentre su Sanaa cadono nuovi raid, fra cui uno su una fabbrica che l’emittente houthi Al Masirah attribuisce all’Arabia Saudita.

Decine di migliaia di persone hanno già lasciato le proprie case. Una battaglia per la capitale, nel nordovest dove vive la maggior parte degli yemeniti, significherebbe portare la guerra dentro la parte più popolata del paese.

L’Italia dentro il conflitto

In questo scenario l’Italia non è spettatrice.

Dalla seconda metà di marzo l’Aeronautica militare ha schierato in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein un dispositivo di circa quattrocento uomini, secondo il sito della Difesa ripreso da Analisi Difesa, che con la componente dell’Esercito porta il contingente a circa settecento militari, secondo Open, con base principale a Taif, a settanta chilometri dalla Mecca, come ricorda l’AGI.

La Difesa lo presenta come supporto ai paesi partner colpiti dagli attacchi iraniani, e dunque come difesa da droni e missili, e ad agosto, ricorda Analisi Difesa, non risultavano minacce dirette all’Italia da parte delle milizie yemenite.

Il 18 settembre, tuttavia, un Eurofighter italiano è stato colpito nell’attacco alla base di Taif, e il ministro Crosetto ha assicurato che nessun militare è rimasto coinvolto.

Un funzionario del governo di Sanaa ha dichiarato all’ANSA che gli Houthi non sono in guerra con l’Italia, ma ha chiesto che cosa facciano aerei italiani in Arabia a sostegno della guerra di Riad.

La domanda, riportata da Open, è anche politica. Il dispiegamento è partito dopo una risoluzione di maggioranza approvata a marzo, è stato ufficializzato sul sito della Difesa solo tra fine luglio e inizio agosto, con tre mesi e mezzo di ritardo, secondo Il Fatto Quotidiano, e una modifica al decreto Missioni consente oggi, ricorda ancora Open, trasferimenti in Arabia Saudita senza nuovo passaggio parlamentare purché il numero complessivo resti invariato.

Il Movimento 5 Stelle dice di aver chiesto un’informativa urgente fin da luglio.

La strada resta quella della trattativa

Da questi fatti ricavo una posizione. Un’offensiva su Sanaa difficilmente porterà alla sconfitta del movimento, e se anche ci riuscisse avrebbe un costo umano che nessun obiettivo militare giustifica.

La sola strada che undici anni di guerra hanno lasciato aperta è un cessate il fuoco seguito da una trattativa vera, che metta sul tavolo porti e aeroporti e le responsabilità delle violazioni commesse da entrambe le parti.

L’Italia dovrebbe sostenere questa strada con ciò che è in suo potere, e anzitutto chiarire in Parlamento natura, durata e limiti di una missione che tiene soldati italiani a settanta chilometri dalla Mecca mentre il conflitto intorno a loro si allarga.

Finché questo dibattito non avviene, l’Italia resta dentro una guerra di cui il Parlamento ha discusso troppo poco.

Fonti

Francesco Russo