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Fakir e i minuti di nessuno
Di David Vagni, 21 luglio 2026, Per arrivare a un cadavere basta un protocollo che addestri a leggere il segnale sbagliato. Nei video girati al Pilastro il 19 luglio c’è chi vede un uomo a terra, prono, che urla inerme. C’è chi vede una persona fuori controllo e dei poliziotti che faticano a fermarlo prima che faccia danni. Fakir si dimena. Fakir urla. Fakir smette di urlare, poi smette di muoversi. Questa non è la storia di chi ha ragione, è la cronaca di tanti errori di sistema e come evitare che accadano in futuro. I fatti accertati sono pochi, il caso è recente, voglio evitare speculazioni. Alcuni residenti chiamano il 112 perché un uomo si comporta in modo agitato; la centrale segnala una crisi psichiatrica; arrivano una volante e un’ambulanza; gli agenti usano lo spray urticante, lo mettono a terra prono, il video mostra difficoltà nell’ammanettarlo (troppa difficoltà), rimane bloccato per qualche minuto, alla fine smette di lottare, gli legano polsi e caviglie. Quattro volontari della Croce Rossa sono sul posto e non intervengono durante la contenzione. Abderrahim Fakir muore lì, poco più di cinquanta minuti dopo la prima chiamata al 112. L’autopsia è stata disposta e affidata a un collegio di specialisti, non è ancora pubblica, e la causa della morte non è accertata: tutto quello che segue riguarda il meccanismo tipico di queste morti, non la certificazione di questa. In due giorni ho visto il caso tirato per la giacca in due direzioni opposte. Chi denuncia l’ennesimo morto nelle mani dello Stato confonde una morte a causa di uno Stato violento che recluta persone violente, con la morte per uno Stato ignavo che non forma adeguatamente chi lavora per esso. Chi difende gli agenti ha ragione che (probabilmente) non sono assassini, e chiamarli così ha prodotto una piazza da cui la famiglia Fakir ha dovuto dissociarsi, agenti e manifestanti feriti, nessun passo avanti verso la verità; ma dimentica che non è “normale” o “meritato” che un fermo finisca in quel modo. Il guaio è che stanno litigando su una domanda a cui la giurisprudenza ha già risposto, e la risposta non piace a nessuno, perché non permette di prendersela con qualcuno, ma obbliga a prendersela con qualcosa. Riccardo Magherini muore a Firenze nel 2014 tenuto prono per una ventina di minuti, anche dopo essere diventato non responsivo. Tre carabinieri vengono condannati in primo grado e in appello per omicidio colposo. Nel 2018 la Cassazione li assolve perché il fatto non costituisce reato: per prevedere quella morte avrebbero dovuto possedere un sapere scientifico che le loro competenze non comprendevano. Il 15 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per doppia violazione dell’articolo 2, e la sentenza è definitiva dall’11 maggio. Le linee guida in vigore, scrive Strasburgo, spiegavano come ammanettare a terra in posizione prona ma non contenevano istruzioni adeguate sui rischi di quella posizione, e mancava la formazione necessaria perché gli agenti sapessero quello che stavano facendo. Le due sentenze si incastrano perfettamente. La colpa non è degli agenti, la responsabilità è a monte, mancavano formazione e protocolli corretti da parte dello Stato. L’arresto cardiaco da contenzione prona Gli agenti non sono medici. La morte da contenzione prona non è qualcosa di aspettato secondo il senso comune, io stesso con anni di lotta alle spalle, mi sono dovuto documentare per capire “come si può morire in quel modo”. È un arresto cardiocircolatorio prodotto dalla combinazione di tre cose che si potenziano a vicenda. La prima è meccanica: a pancia in giù, con un peso sulla schiena e le braccia bloccate dietro, la gabbia toracica non si espande e il diaframma non ha spazio, e la ventilazione cala proprio mentre la richiesta di ossigeno è al massimo. La seconda è metabolica: una lotta a piena intensità produce acido lattico in quantità enormi, e la serie di casi raccolta da Hick e colleghi nel 1999 documenta pazienti arrivati in ospedale con un pH di 6,25, un valore che di norma si legge sui referti di chi non ce l’ha fatta. Per compensare quell’acidosi il corpo ha un solo strumento rapido, iperventilare, ed è esattamente lo strumento che la posizione gli toglie. La terza è la tempesta adrenergica: sotto sforzo estremo il cuore lavora in un bagno di catecolamine, in un miocardio già acidotico e magari già malato. Una rassegna di Steinberg del 2021 ha proposto di smettere di chiamarla asfissia posizionale e di chiamarla prone restraint cardiac arrest, arresto cardiaco da contenzione prona, perché il prono deprime insieme la ventilazione e la gittata cardiaca, e la questione è per quanto tempo l’organismo riesce a compensare, più che quanta aria entra. La riformulazione conta, perché lo studio più citato in senso opposto, quello di Chan e Vilke del 1997, misurava quindici volontari sani e tranquilli messi in posizione di contenzione, e trovava una restrizione respiratoria senza conseguenze cliniche. Aveva ragione sui suoi soggetti. Nessuno di loro aveva appena lottato in preda al panico per cinque minuti. Nella fase di recupero, poi, a sforzo finito, le catecolamine non scendono. Continuano a salire, e la noradrenalina arriva a dieci volte il valore basale: lo misurò Joel Dimsdale nel 1984, in uno studio che quel pericolo lo battezzò postexercise peril, il pericolo del dopo-sforzo. Il momento più pericoloso non è quello in cui l’uomo si dibatte con tutte le forze. È quello immediatamente successivo. È il momento in cui, visto da sopra, si è calmato. Questo è il falso positivo della calma. Ogni addestramento alla contenzione insegna a leggere la resistenza: finché il soggetto spinge, la presa si mantiene; quando smette, si è ottenuto il controllo. Nel momento in cui l’operatore registra che l’uomo si è finalmente calmato, l’arresto è già in corso o è appena avvenuto, e la finestra utile per rianimarlo non si misura più in minuti ma in secondi in cui a nessuno viene in mente di cercare un polso, perché la scena ha appena smesso di essere un’emergenza e finalmente si mettono le manette. C’è una ragione storica per cui questo segnale è stato letto male così a lungo, e ha un nome che le società mediche americane hanno passato gli ultimi anni a smontare. Excited delirium, delirio eccitato, è stato per trent’anni il costrutto che permetteva di trattare l’agitazione acuta come un problema di ordine pubblico con qualche complicazione sanitaria. L’American Medical Association lo ripudia nel 2021, l’American College of Emergency Physicians ritira il proprio documento del 2009 nell’ottobre 2023, la California lo vieta per legge come causa di morte. Al suo posto la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza, che il 20 luglio ha scritto ai ministri Schillaci e Piantedosi chiedendo un tavolo tecnico, usa la formula “delirio iperattivo con agitazione severa” e la qualifica per quello che è: un’emergenza medica tempo-dipendente, con una mortalità che il presidente Alessandro Riccardi indica fino al 30% in assenza di trattamento adeguato. Un’emergenza tempo-dipendente si tratta come un infarto. Le alternative esistono e sono note. De-escalation verbale come prima linea, secondo il consenso Project BETA del 2012 che il Regno Unito ha recepito da anni. Contenzione ridotta al tempo strettamente necessario ad ammanettare, poi riposizionamento immediato supino o su un fianco, mai il prono mantenuto, mai il peso sul torace. Monitoraggio continuo del respiro. E soprattutto sedazione farmacologica precoce, perché è l’unica cosa che interrompe la spirale invece di comprimerla. La sedazione però non risolve da sola, e mal eseguita uccide a sua volta: a Elijah McClain, in Colorado, furono somministrati 500 milligrammi di ketamina, per un uomo di 65 chili una dose molto superiore al dovuto, senza monitoraggio adeguato. La differenza la fa chi la esegue, e con quale addestramento. Sulla scena di Bologna c’erano quattro sanitari, e il buco che si apre lì nessuno dei due cortei lo sta nominando. C’è chi insulta la Croce Rossa per non essere intervenuti, ma non sono intervenuti perché la dottrina di sicurezza della scena, che è sensata e serve a non far ammazzare gli infermieri, dice che i sanitari entrano quando la scena è sicura, e la scena diventa sicura quando il soggetto è immobilizzato. Cioè quando è già dentro la fase letale. In mezzo rimangono i minuti di nessuno: troppo pericolosi per la medicina, troppo clinici per la polizia. E anche a scena sicura non avrebbero potuto fare la cosa utile. Sapendo di una crisi psichiatrica, la centrale ha mandato un’ambulanza di base con quattro volontari: soccorritori formati e certificati, ma senza medico a bordo, e senza medico non si somministra nulla. Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha detto all’ANSA che con un medico sul posto Fakir «con grande probabilità si sarebbe potuto salvare», perché il medico avrebbe potuto sedarlo. La Procura ha aperto su questo una seconda linea di indagine, che non riguarda le sei persone iscritte ma il sistema a monte: perché a un uomo in crisi acuta si mandi un mezzo che, per come è equipaggiato, può solo guardare. I buchi da sanare sono quattro e nessuno di essi è nel video La circolare della Polizia di Stato che per la prima volta scrive nero su bianco che non va prolungata la posizione di decubito prono è dell’11 maggio 2026 ed è ancora in bozza, ferma dopo il termine per le osservazioni sindacali, con il rilievo del Silp-Cgil che quelle istruzioni non aiutano in alcun modo a riconoscere una crisi psichiatrica. Non esiste un protocollo nazionale del 118 sul paziente agitato, la materia è frammentata regione per regione. Non esiste una norma che dica chi comanda la scena quando polizia e sanità ci sono entrambe e chi decide quando il medico entra. E manca ancora un meccanismo indipendente di controllo, che è precisamente la seconda delle due violazioni contestate all’Italia da Strasburgo, quella procedurale. Sono quattro vuoti che cadono tutti nello stesso intervallo, i minuti di nessuno. Le sentenze le abbiamo già avute, e dicono che continuare a processare i singoli mentre le procedure restano quelle è il modo più efficace per garantire il prossimo morto. Il silenzio nel video non era obbedienza ottenuta. Era la fine. Continuiamo ad addestrare uomini a riconoscere la resistenza e a mandarli sordi davanti al silenzio. _________ Articoli correlati: Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa > Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa Tag Fakir su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/abderrahim-fakir/ Tag salute mentale su Pressenza: https://www.pressenza.com/it/tag/salute-mentale/ Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
Il miele del potere. Fidel Castro e la crisi della sinistra europea
Negli ultimi mesi, osservando il dibattito che attraversa Cuba, mi sono tornate spesso alla mente due riflessioni di Fidel Castro che considero tra le più profonde della sua esperienza politica. La prima risale al novembre 2005, quando, parlando all’Università dell’Avana, pronunciò una frase destinata a fare il giro del mondo: «Questa Rivoluzione può distruggere sé stessa». Molti rimasero sorpresi. Da decenni Cuba resisteva al bloqueo economico, alle aggressioni, alle campagne mediatiche e ai tentativi di isolamento internazionale. Eppure Fidel non indicava come pericolo principale l’imperialismo statunitense. Non perché ne sottovalutasse la minaccia, ma perché poneva una questione ancora più profonda. Una rivoluzione può sopravvivere alle aggressioni esterne. Ciò che può distruggerla davvero è la perdita del proprio fondamento etico: quando il potere si separa dal popolo che dovrebbe servire, il burocratismo sostituisce la partecipazione, i privilegi prendono il posto del sacrificio e la gestione dell’esistente quello della trasformazione sociale. Fidel affrontava uno dei problemi centrali di ogni processo rivoluzionario: impedire che il potere trasformi chi è chiamato a esercitarlo. Quattro anni dopo, tornando sulla vicenda che coinvolse Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, Fidel utilizzò un’altra espressione destinata a lasciare il segno: «La miel del poder», il miele del potere. Anche in questo caso sarebbe un errore ridurre quelle parole a un episodio specifico. Fidel parlava di una dinamica che può manifestarsi in qualsiasi processo politico. La “miel del poder” non è soltanto il privilegio materiale. È il prestigio che accompagna gli incarichi, l’abitudine a essere ascoltati, la convinzione di essere indispensabili, la progressiva identificazione tra il proprio destino personale e quello del progetto collettivo. È il momento in cui il potere smette di essere uno strumento e diventa un diritto acquisito. Per questo attribuiva tanta importanza alla critica e all’autocritica, non come rituali formali ma come strumenti indispensabili per la sopravvivenza della Rivoluzione. Ho ripensato spesso a queste parole leggendo discussioni e interventi provenienti da Cuba. Non mi riferisco ai professionisti della dissidenza finanziata dagli Stati Uniti né a chi da decenni sogna il ritorno dell’isola nell’orbita di Washington. Mi riferisco a rivoluzionari, giornalisti, intellettuali e militanti che difendono il socialismo cubano e che, proprio per questo, ritengono necessario interrogarsi sui problemi che la Rivoluzione deve affrontare. In questi dibattiti ricorrono temi che Fidel aveva già individuato: il ruolo dei quadri dirigenti, il rapporto tra istituzioni e popolo, il rischio del burocratismo, la responsabilità etica di chi esercita funzioni pubbliche e la necessità di preservare il carattere socialista del processo rivoluzionario. Figure come Abel Prieto, Graziella Pogolotti, Rafael Hernández e altri continuano a intervenire nel dibattito pubblico da posizioni chiaramente rivoluzionarie. Non per demolire la Rivoluzione, ma per difenderla; non per offrire argomenti ai suoi nemici, bensì per evitare che errori, rigidità o distorsioni possano indebolirla. Non spetta a me, europea e italiana, impartire lezioni ai cubani. Sarebbe presuntuoso. Saranno i rivoluzionari cubani a discutere il futuro della loro Rivoluzione e a individuare le strade per rafforzarla. Per questo guardo con interesse e rispetto a quel dibattito. La mia fiducia nella Rivoluzione cubana non nasce dall’idea che essa sia perfetta, ma dal fatto che vedo ancora uomini e donne disposti a discutere apertamente i problemi senza rinunciare ai principi del socialismo, dell’internazionalismo e della giustizia sociale. Ed è proprio osservando questo confronto che diventa inevitabile volgere lo sguardo verso l’Europa e l’Italia. Mentre a Cuba esistono ancora rivoluzionari che discutono di etica, partecipazione popolare, responsabilità politica e rapporto tra dirigenti e popolo, una parte consistente della sinistra europea e italiana sembra aver smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Mi interessa capire come sia stato possibile che forze politiche nate per rappresentare il lavoro, i salariati, i pensionati, i precari e gli esclusi abbiano progressivamente smesso di parlare il linguaggio della questione sociale. Per decenni milioni di persone hanno guardato alla sinistra come alla forza politica chiamata a difendere il lavoro, contrastare le disuguaglianze, redistribuire la ricchezza e garantire salute, istruzione e diritti fondamentali. Oggi molti di quei cittadini non si riconoscono più in quelle forze politiche. Non perché siano diventati improvvisamente conservatori, ma perché vedono una sinistra che ha progressivamente accettato come inevitabili gli stessi meccanismi economici e geopolitici che un tempo avrebbe contestato. Negli ultimi decenni una parte significativa del centrosinistra europeo ha interiorizzato categorie, priorità e interessi propri della visione delle élite occidentali. Non si tratta soltanto dell’allineamento agli Stati Uniti, ma di una colonizzazione ideologica che ha portato a considerare naturali l’espansione della NATO, il riarmo, la subordinazione della politica alla finanza e l’idea che non esistano alternative all’ordine neoliberale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: precarietà, salari in perdita di potere d’acquisto, difficoltà di accesso alla casa, arretramento della sanità pubblica e un’istruzione sempre meno capace di svolgere la funzione di ascensore sociale. Eppure questi temi raramente occupano il centro del discorso politico. La sinistra che avrebbe dovuto rappresentare le classi popolari sembra spesso più impegnata a dimostrare la propria affidabilità nei confronti dei mercati, delle istituzioni finanziarie e degli equilibri geopolitici occidentali che a costruire un’alternativa sociale credibile. In questo contesto si inserisce anche il progetto del cosiddetto campo largo. Ci viene detto che la priorità è battere la destra. Ma per costruire quale alternativa? Per difendere quali interessi? Se l’obiettivo si limita a sostituire una classe dirigente con un’altra senza affrontare le ragioni profonde che hanno allontanato milioni di persone dalla sinistra, il risultato rischia di essere ancora una volta la disillusione. Una parte dell’elettorato continuerà a farsi sedurre dalle promesse della destra. Un’altra si rifugerà nell’astensione, spesso liquidata come indifferenza, ma che rappresenta anche la convinzione che nessuna forza politica sia più in grado di rappresentare gli interessi delle classi popolari. Per anni agli elettori è stato chiesto di scegliere il meno peggio, di votare contro qualcuno più che per un progetto. Ma una politica che chiede consenso senza offrire una prospettiva di trasformazione sociale finisce inevitabilmente per perdere credibilità. Ed è qui che le parole di Fidel assumono un significato che va ben oltre i confini di Cuba. La “miel del poder” non riguarda soltanto chi governa una rivoluzione, ma anche chi, nato per rappresentare il lavoro e gli esclusi, finisce per cercare soprattutto il riconoscimento delle élite economiche, mediatiche e istituzionali. Riguarda chi smette di trasformare il sistema e si limita ad amministrarlo; chi nasce per contestare l’ordine dominante e finisce per adottarne linguaggio, priorità e interessi. Se Fidel temeva che la Rivoluzione cubana potesse smarrire sé stessa sotto il peso del burocratismo e del “miele del potere”, osservando l’Europa e l’Italia viene da chiedersi se una parte della sinistra non abbia già attraversato quel processo: non attraverso la repressione o la sconfitta, ma mediante una progressiva integrazione nell’universo politico, economico e culturale che avrebbe dovuto contrastare. Per questo continuo a guardare con interesse al dibattito che attraversa il campo rivoluzionario cubano. Non perché Cuba sia priva di problemi, ma perché vedo ancora una comunità politica che considera la critica e l’autocritica strumenti indispensabili per difendere il progetto socialista. Una rivoluzione può sopravvivere ai propri errori se conserva la capacità di riconoscerli. Molto più difficile è salvare chi ha smesso perfino di interrogarsi sulle proprie trasformazioni. Ed è forse questa la domanda che dovremmo porci anche noi. Non per giudicare Cuba, ma per riflettere sul destino della sinistra italiana ed europea. Se esiste una possibilità di ricostruire un’alternativa, essa non nascerà dall’ennesima alleanza elettorale costruita per battere la destra, né dalla semplice sommatoria di sigle e gruppi dirigenti. La crisi della sinistra nasce dall’abbandono della lotta di classe come terreno fondamentale dell’azione politica. Per troppo tempo una parte di essa ha sostituito il conflitto sociale con la gestione dell’esistente, fino ad assumere come inevitabili gli stessi assetti economici e geopolitici che avrebbe dovuto contrastare. Una reale alternativa potrà nascere soltanto tornando a organizzare e sostenere le lotte di chi vive del proprio lavoro, di chi subisce precarietà, sfruttamento e disuguaglianze. Non per rappresentarle dall’alto, ma per costruire insieme una prospettiva di trasformazione sociale che rimetta al centro il lavoro, la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza. Ed è forse questa, al di là delle differenze storiche e politiche, la lezione più profonda che possiamo trarre dalle riflessioni di Fidel: nessun progetto di emancipazione può sopravvivere se smarrisce il legame con il popolo che pretende di rappresentare. Federica Cresci Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
Il piantedosismo urbano come “ideologia salernitana”
A volte viene lo sconforto a sentire il mare di retorica continuamente prodotto sotto l’etichetta “sicurezza”. Eppure, anche quella retorica non va lasciata sola in campo, altrimenti il dibattito pubblico si corrompe ulteriormente e tutto si sposta ancor più verso la “normalità autoritaria”. La messa cantata settimanale del sindaco di Salerno è ampiamente dedicata alla sicurezza. Ed è un sunto a suo modo magistrale di queste cattive retoriche che hanno ormai dilagato – anche a “sinistra” – negli ultimi decenni. In sintesi apprendiamo ● è inutile che noialtri associazioni, movimenti, giuristi etc. segnaliamo con studi, dati, battaglie che abbiamo un grosso, gigantesco problema di democratizzazione delle forze di polizia. Il nostro è tutto ideologismo arretrato. Gli eventi di Bologna, dice al contrario De Luca, possono anche rilevare qualche responsabilità episodiche da affidare ai magistrati, ma la verità è che le forze dell’ordine sarebbero oggi completamente sole. Il vero problema politico sarebbe che in Italia la violenza contro le forze dell’ordine sarebbe frequentissima e resterebbe impunita. Come anniversario di Genova e commento ai fatti di Bologna, siamo anche oltre la famigerata tesi delle “poche mele marce”. Per De Luca il problema della necessaria discussione pubblica sull’uso della violenza da parte delle forze di polizia, nonostante la catena di casi lunghissima e inquitante, ce lo saremmo inventati: anzi, le ff. oo. sono vittime di violenza diffusa. Sono, notoriamente, le tesi sostenute ormai solo dal governo e dal solo sindacalismo di polizia più collocato a destra. ● le opposizioni, dice De Luca, insistono sulle politiche di integrazione sociale. Ma l’integrazione – dice De Luca – è un problema del futuro, di dopodomani, mentre la sicurezza vuole risposte subito. E “subito” – chiarisce – significa il rafforzamento della chiave repressiva. E con questa bella uscita (del tutto ideologica, anche se accompagnata dal solito ritornello “non facciamo ideologia”), è archiviato qualsiasi tentativo di invertire finalmente la retorica neoautoritaria che ha prodotto infiniti decreti sicurezza e oltretutto ha moltiplicato insicurezza sociale a tutti i livelli. Se nel campo largo pensano di andare alle elezioni con questi veri e propri elogi del “piantedosismo”, l’estrema destra si troverà le autostrade aperte. Ma soprattutto le nostre città rimarranno il deserto che tanti anni di “il sociale viene dopo, la repressione viene prima” hanno prodotto. Ciliegina sulla torta ma molto significativa: UN OK SOSTANZIALE ANCHE ALLA CD. “NORMA ANTIMARANZA”. L’abbassamento dell’età imputabile – i quattordiecenni pronti per il processo e la galera – è una faccenda delicata, riconosce bontà sua De Luca. Ma che sia delicata non significa che sia evitabile o rinviabile è perché bisogna pur rispondere alla violenza minorile. E così, tutta l’opposizione disperata degli operatori seri sul territorio, che ci avvertono di non distruggere quel poco che resiste della capacità preventiva e rieducativa del nostro sistema minorile, per andare incontro al suo definitivo sfascio demagogico, ha avuto il suo benservito. Se le premesse ideologiche e retoriche sono queste, l’annunciata “conferenza nazionale sulla sicurezza” che il Comune di Salerno vorrebbe organizzare, con la partecipazione centrale di Piantedosi, rischia di avere un’impostazione che vedrà il trionfo delle strategie a base di moltiplicazione degli strumenti repressivi e di pacchetti sicurezza. Più che la semplice partecipazione del ministro, qui rischiamo la celebrazione del piantedosismo. Non ci resta altro che insistere con la calma e la consapevolezza di chi conosce da tempo queste retoriche scivolose: per la sicurezza urbana, bisogna continuare a chiedere precisamente l’inversione di tendenza rispetto a questi discorsi e a queste politiche. Un quadro di integrazione, di rafforzamento della sicurezza di prossimità, delle politiche sociali, di rifiuto di concentrarsi esclusivamente sulle figure di marginalità sociale come soggetti “pericolosi” e da allontare, di attenzione invece all’espandersi dei veri interessi criminali: altro che presente e futuro e “doppi tempi”, bisogna invece ricordare sempre che smantellare welfare e socialità è stato il modo per privare di ogni efficacia anche l’attività repressiva e di controllo Redazione Italia
July 25, 2026
Pressenza
Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro. Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine. Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità. In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli. Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare. Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato. Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione. In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate. Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità. Potere al Popolo! – Cagliari Redazione Sardigna
July 24, 2026
Pressenza
L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. Guido Viale
July 24, 2026
Pressenza
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla pubblica amministrazione di appartenenza. 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 24, 2026
Pressenza
Il blocco USA contro Cuba impedisce l’arrivo di medicinali sull’isola
Gli effetti delle nuove misure sanzionatorie imposte dall’amministrazione statunitensi di Donald Trump che ampliano il blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba toccano direttamente il sistema sanitario dell’isola caraibica mettendo in serio pericolo la salute del popolo cubano. Le autorità di L’Avana hanno denunciato che la compagnia di navigazione francese CMA CGM ha sospeso i noli verso l’isola dopo l’ordine esecutivo emesso dagli Stati Uniti il 1° maggio. Di conseguenza, decine di container con merci per Cuba rimangono trattenuti nel porto di Kingston, in Giamaica, tra cui un carico con oltre 3,5 milioni di siringhe mediche destinate al sistema sanitario della provincia di Santiago de Cuba. Secondo Ana Teresita González, portavoce del Ministero degli Affari Esteri di Cuba, l’inasprimento del blocco statunitense sta rendendo difficile l’arrivo di beni essenziali, e ha sottolineato che “Cuba non rappresenta una minaccia per nessuno”. La stessa CMA CGM ha confermato di aver temporaneamente sospeso le prenotazioni di merci per Cuba fino a nuovo avviso, a causa delle nuove restrizioni imposte da Washington, e ha anticipato che adatterà le sue operazioni man mano che la situazione si evolverà. In alternativa, l’azienda offre ai suoi clienti la possibilità di restituire i container al porto di origine o di trasferire la merce ad altri vettori, il che comporterebbe un costo aggiuntivo. Anche la compagnia di navigazione tedesca Hapag-Lloyd ha preso una decisione simile adeguandosi al rispetto del regime sanzionatorio imposto dagli Stati Uniti. Questa società ha bloccato nel porto colombiano di Cartagena de Indias , due container contenenti Valproato di sodio in compresse, un farmaco essenziale per il trattamento dell’epilessia. Il carico è stato sequestrato dalla compagnia di navigazione tedesca, che si rifiuta di consegnare il trasporto sostenendo il rigoroso rispetto del blocco degli Stati Uniti, ha denunciato Medicuba S.A. Privare la popolazione cubana di questo farmaco essenziale rappresenta una minaccia diretta per la salute pubblica, poiché l’epilessia richiede un trattamento continuo e ininterrotto per evitare crisi convulsive e il deterioramento dei pazienti, trasformando questa detenzione in un atto che minaccia direttamente il diritto alla vita e alla salute di migliaia di persone, compresi bambini e anziani. Medicuba S.A. chiede alla società Hapag-Lloyd di rilasciare immediatamente i container e denuncia alla comunità internazionale questo danno deliberato, ribadendo che il blocco è la più grande barriera per l’accesso ai farmaci sull’isola. Dall’Avana ritengono che queste azioni da parte delle compagnie di navigazione generino nuovi ostacoli per il commercio estero e l’approvvigionamento dell’isola, soprattutto per quanto riguarda i prodotti di prima necessità. fonte : www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
July 23, 2026
Pressenza
Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa
Abderrahim Fakir aveva dato molti segni di disagio psichico. A rispondere, però, è arrivata solo la divisa: in Italia alla salute mentale va il 3,3% della spesa sanitaria e mancano oltre 8mila operatori. Delegare la sicurezza alle sole forze dell’ordine è un abbaglio che lascia soli anche i poliziotti di Stefano Arduini Nei video che circolano, che non sono, con ogni probabilità, gli unici, c’è un dettaglio che pesa più del resto. Mentre due agenti tengono a terra Abderrahim Fakir, che ripete «aiuto, basta» prima di tacere, il personale socio-sanitario resta un passo indietro. Sul palcoscenico della tragedia salgono le forze dell’ordine. Chi si occupa di cura aspetta. Fakir aveva dato molti segni di instabilità. Al 112 era stato descritto come «agitato»: la parola con cui, in Italia, il disagio psichico entra nella cronaca prima ancora che nella cura. È da qui che vale la pena partire, senza cedere né alla gogna verso i poliziotti né all’assoluzione preventiva. Il punto è un altro, e riguarda tutti noi: chi abbiamo deciso che risponda, quando qualcuno sta male. C’è una parola che tiene insieme i due mondi che quella sera si sono sfiorati senza incontrarsi: presa. Per chi indossa una divisa è la presa fisica: le braccia dietro la schiena, il peso sul corpo a terra, le caviglie legate. Per chi lavora nel sociale è la presa in carico per reggere una persona nel tempo, non solo nell’istante in cui la si immobilizza. La stessa parola, due gesti contrari. A Fakir è toccata la prima presa perché la seconda, quella sera, non c’era. E probabilmente non c’era mai stata. Non era disponibile per una ragione precisa, che i numeri raccontano meglio di ogni indignazione. Alla salute mentale l’Italia destina il 3,3% della spesa sanitaria, contro una media europea intorno al 5%. Nei dipartimenti di salute mentale mancano più di 8mila professionisti rispetto agli standard che noi stessi abbiamo fissato. I centri aperti ventiquattr’ore su ventiquattro esistono soprattutto sulla carta. Intanto oltre sedici milioni di italiani dichiarano disturbi psicologici di media o grave entità, il 6% in più rispetto a due anni fa. La domanda cresce, la filiera della cura si assottiglia. E a valle di una filiera smontata resta un solo terminale che non chiude mai, che risponde sempre, che non può dire di no: la divisa. ier Paolo Pasolini: «I poliziotti sono figli di poveri», scriveva nel ’68. Ma quella riga, spiegò lui stesso poco dopo, rimandava ad altro: il potere prende i poveri e ne fa strumenti, li manda in prima linea a fare il lavoro sporco che ha smesso di voler pagare. Il poliziotto mandato da solo con l’addestramento che ha e non con quello che gli servirebbe davanti a una crisi psichiatrica in un cortile del Pilastro a Bologna è esattamente questo: uno “strumento” lasciato solo. Pensare la sicurezza come compito esclusivo di chi porta una divisa è un errore enorme. La sicurezza non si fa solo con le forze dell’ordine. Si fa con le reti: i servizi territoriali, gli operatori sociali, i centri di salute mentale, il vicino che chiama sapendo che a rispondere sarà qualcuno che prende in carico e non soltanto qualcuno che immobilizza. Non è buonismo, è efficienza: le stesse evidenze che misurano l’aumento del disagio dicono che le reti sociali fragili accrescono la vulnerabilità, e che quelle solide la riducono. La rete sociale è un dispositivo di sicurezza. Semplicemente, non indossa una divisa.   Valorizzare chi cura pagarlo, formarlo, metterlo davanti e non un passo indietro non è un cedimento sul fronte della sicurezza. È il modo per non lasciare soli i poliziotti davanti a vicende umane molto più complesse di quelle per cui sono stati addestrati. E per non lasciare solo, la prossima volta, chi urla «basta» in un cortile. La sera in cui il personale socio-sanitario farà un passo avanti invece che un passo indietro, saremo tutti più sicuri. Poliziotti compresi. Nella foto LaPresse in apertura, Nicoletta un’amica di Fakir del quartiere Pilastro di Bologna Video Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 2
La prima parte dell’articolo è disponibile qui >>> ATTIVISMO, CAMPISMO E IRAN Gli attivisti politici perseguono un obiettivo diverso. Non cercano semplicemente di spiegare o narrare il mondo; cercano di cambiarlo. Questa differenza fa sì che l’attivismo rimanga in costante tensione con la complessità. Per mobilitare le persone e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i messaggi devono essere chiari, diretti e facilmente comprensibili. Nessun movimento sociale può comunicare ogni complessità di un problema. Di conseguenza, deve enfatizzare determinati aspetti della realtà mettendone da parte altri. Nel caso dell’Iran, molti attivisti pacifisti e antimperialisti si concentrano principalmente sui pericoli dell’intervento straniero e delle sanzioni. Questa preoccupazione è sia legittima sia difendibile. Tuttavia, la conseguenza è spesso che la repressione interna, i prigionieri politici e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano vengono spinti in secondo piano. Al contrario, parti del movimento per i diritti umani si muovono talvolta verso l’estremo opposto. Un focus esclusivo sulle violazioni dei diritti umani rischia di trascurare il più ampio contesto sociale, materiale ed economico, producendo un’immagine unidimensionale dell’Iran che riduce la società a una terra abitata solo da vittime passive e carnefici spietati. Forse la situazione più complessa si osserva all’interno della diaspora iraniana. Negli ultimi anni, l’opposizione di estrema destra e i gruppi monarchici hanno ottenuto una visibilità mediatica sproporzionata. Per molti osservatori esterni, l’opposizione alla Repubblica Islamica è gradualmente diventata sinonimo di sostegno a queste correnti impopolari ed estremiste. Di conseguenza, molti studiosi, giornalisti e attivisti politici si sono accostati alle narrazioni contrarie alla Repubblica Islamica con crescente cautela, scetticismo e riserva. La situazione diventa ancora più complicata con l’emergere dell’“attivismo basato su progetti” (project-based activism). Questa forma di attivismo, a causa della sua dipendenza dai finanziamenti dei governi occidentali o dall’attività di lobbying all’interno dei centri di potere stranieri, si trova spesso obbligata ad allineare le proprie prospettive con gli interessi delle istituzioni finanziatrici, producendo narrazioni sterilizzate e accettabili per tali istituzioni. Questo meccanismo ha creato una falsa polarizzazione all’interno della diaspora iraniana: da un lato vi sono i lobbisti pacifisti accusati di ripulire l’immagine del regime (whitewashing); dall’altro i sostenitori di sanzioni paralizzanti e dell’intervento militare. Questa polarizzazione mette a tacere le voci di insegnanti, lavoratori, pensionati e forze indipendenti di sinistra all’interno dell’Iran, che costituiscono i motori principali della resistenza. Gran parte del dibattito sull’Iran negli ultimi anni è ruotato anche attorno al “campismo”. Il campismo può essere inteso come una visione politica del mondo che divide il pianeta in campi geopolitici contrapposti e valuta i governi principalmente in base alla loro posizione all’interno dell’ordine globale. In un simile approccio, i paesi in conflitto con gli Stati Uniti o con le potenze occidentali vengono giudicati secondo standard diversi. Ciò diventa particolarmente significativo nel caso della Repubblica Islamica. In gran parte dello spazio antimperialista globale, la preoccupazione principale si concentra sui pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero. Tali preoccupazioni sono non solo legittime, ma necessarie. Le esperienze di Iraq, Afghanistan e Libia hanno dimostrato che gli interventi militari possono produrre catastrofi umanitarie disastrose. Il problema sorge, tuttavia, quando questa preoccupazione diventa l’unico criterio di giudizio. In tali condizioni, alla repressione interna, ai prigionieri politici, alle esecuzioni e alla discriminazione strutturale viene attribuita un’importanza secondaria. Di conseguenza, la sofferenza del popolo iraniano diventa una questione subordinata all’interno di rivalità geopolitiche più ampie, mentre gli esseri umani stessi sono ridotti a pedine su una scacchiera geopolitica. Al tempo stesso, criticare questo approccio non deve significare ignorare i pericoli della guerra o delle sanzioni. Uno dei problemi centrali nei dibattiti sull’Iran è il presupposto diffuso che si debba scegliere tra due posizioni mutuamente esclusive: o opporsi all’imperialismo e parlare dei pericoli della guerra, oppure difendere le libertà interne e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano. In realtà, queste posizioni non sono intrinsecamente contraddittorie. Si può contemporaneamente opporsi alla guerra, opporsi a sanzioni che danneggiano la gente comune, opporsi alla Repubblica Islamica e difendere la libertà politica. CIÒ CHE TUTTE E TRE LE NARRAZIONI NASCONDONO * Gli accademici hanno bisogno della teoria per spiegare il mondo. * I giornalisti hanno bisogno di storie per narrare il mondo. * Gli attivisti politici hanno bisogno della mobilitazione per cambiare il mondo. Eppure, teoria, storie e mobilitazione si basano tutte sulla selezione. Ogni selezione illumina una parte della realtà nascondendone un’altra. Se riassumiamo questo processo selettivo come una matrice di daltonismo sistematico, il quadro appare come segue: * L’accademia perde di vista la società all’interno di grandi teorie geopolitiche e di un orientalismo al contrario. * I media riducono le persone a immagini simboliche di crisi, a violenza spettacolare e alla logica dell’industria della narrazione istantanea. * L’attivismo riduce le persone a progetti politici o alle false polarizzazioni della diaspora iraniana. Nel caso dell’Iran, il risultato è straordinariamente simile. Lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica diventano più visibili delle persone stesse. La società iraniana viene ripetutamente spinta ai margini, anche quando, apparentemente, tutti ne parlano. Il problema centrale non è necessariamente che gli accademici, i giornalisti o gli attivisti politici siano disonesti o in malafede. Piuttosto, sono i meccanismi stessi attraverso cui vengono prodotte le narrazioni a tendere a rendere lo Stato, le crisi e le rivalità politiche molto più visibili della vita quotidiana delle persone comuni. CONCLUSIONE: RITORNO ALLE VOCI DEGLI IRANIANI Ridurre una società viva, dinamica e plurale a rigidi schemi geopolitici o all’immaginario istantaneo della crisi è più di un errore analitico; è una forma di cancellazione strutturale. L’Iran non è un paese che è stato ignorato. Al contrario, pochi paesi sono stati oggetto di una copertura mediatica, di un’analisi accademica e di un attivismo politico così costanti. Eppure, questa straordinaria visibilità è arrivata al costo di rendere i veri proprietari di quel paese sempre più invisibili. Nessun progetto antimperialista, nessuna analisi strategica, nessuna narrazione mediatica e nessun sforzo di lobbying politico dovrebbe spingere ai margini la sofferenza e l’azione (agency) delle persone stesse che costituiscono il soggetto centrale di tutti questi dibattiti. Il primo passo verso una reale comprensione dell’Iran non si trova né nei corridoi dei parlamenti occidentali né nelle stanze chiuse dei think tank. Comincia dall’ascolto delle voci che emergono dalla povertà, dalle lotte sindacali, dalle campagne civili per la giustizia e dalla vita quotidiana delle persone entro i confini dell’Iran. È giunto il tempo di distinguere tra l’“industria delle narrazioni sull’Iran” e le “voci autentiche degli iraniani”. Perché il più grande paradosso nella rappresentazione dell’Iran è questo: un paese di cui si parla costantemente non è ancora stato sufficientemente ascoltato attraverso le voci del suo stesso popolo. Redazione Torino
July 22, 2026
Pressenza
Love and fight. Ama e Lotta
A venticinque anni dal G8 di Genova, una scritta su un muro diventa il simbolo di una politica che nasce dall’amore per la giustizia e si traduce in conflitto contro ogni forma di dominio. Perché non c’è trasformazione senza indignazione, né lotta autentica senza umanità_   A Genova, come di certo da altre parti nel mondo, la politica si trova scritta sui muri. Forse avrete l’occasione di prendere il bus numero 17 dell’ AMT, Azienda Municipalizzata dei Trasporti, in chiara difficoltà di gestione. Andando in direzione Nervi, dopo il Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino vi fermate alla stazione Europa 15/Piazzetta. Noterete una frase sul muro del condominio alla vostra destra. Una ringhiera con dei fiori, forse ricordo di una madre che ha perso il figlio proprio accanto e, quasi come un commento all’accaduto, le due parole citate. Love and Fight, in inglese. Ama e Lotta, tradotto in politica e dunque nella vita. Cade bene in questi giorni nei quali si è fatto memoria dei 25 anni dal G 8 di Genova e dell’alternativo ‘Genoa Social Forum’. Ama e fai ciò che vuoi, scrisse Sant Agostino nelle sue note ‘Confessioni’. Lottare è dunque una delle possibili messe in pratica del detto. Tutt’altro che ingenuo fu lo stesso Agostino di Ippona, Annaba nell’attuale Algeria, a strappare il velo ideologico della pax romana e mostra come quella pace sia stata costruita attraverso innumerevoli guerre di conquista. Un ordine dunque fondato sulla violenza e sulla sottomissione dei popoli. Perchè, scrive provocatoriamente Agostino, quando ‘Togli la giustizia che cosa sono i regni se non grandi bande di briganti?’. Proprio ciò che i giovani e gli adulti del Social Forum in questione affermarono all’inizio del millennio con la globalizzazione dell’esclusione. Vista l’assurda violenza delle forze ‘dell’ordine’ di quei giorni, l’dentità dei briganti si è vista confermata. Ama e lotta è pure ciò ha voluto lasciare come eredità scritta anche con la vita qualcuno che solo trasformato in mito poteva essere tradito. Si tratta di Ernesto ‘Che’ Guevara. ‘Essere duri senza perdere la tenerezza’, diceva. …’La rivolta è sempre un atto d’amore. Poiché lottare è per definizione spiacevole, ha dei costi psicologici e talvolta fisici enormi. Per questo non lo si fa se non si è spinti da grandi passioni. La lotta, che sia intellettuale o politico-sociale, non si origina se non si teme di perdere qualcosa di vitale, se non si sente la propria condizione come insostenibile e si vuole ardentemente conquistare e godere qualcos’altro’. Lo sottolinea Rosa Fioravante, ricercatrice, in un articolo pubblicato anni fa sul blog ‘striscia rossa’, nel commento al film sulla vita della famiglia del giovane Karl Marx. Nella frase scritta sulla parete del condominio, forse non casualmente, Love è scritto prima di Fight come a suggerire che la lotta, la rivolta, l’azione  sovversiva dovrebbe scaturire da una profonda passione per l’umano ferito e nascosto in tutti. La lotta, secondo la frase in esame, non è il frutto dell’odio, della cancellazione dell’altro e della sua umanità. Non è scritto ‘Hate et Fight’, Odia e Lotta…ma si usa il verbo Ama che, pur nella sua difficoltà interpretativa, insinua senza dubbio il rispetto dovuto alla dignità di ogni persona. In altri termini si potrebbe affermare che dinnanzi al ‘nemico’ o avversatio di classe non tutti i mezzi di lotta sono compatibili col primo dei verbi. Ciò, non significa affatto cadere nell’irenismo ingenuo che poi fa il gioco del sistema di dominazione. Non vogliamo altri buoni ‘giustizieri’che soli detengano la verità della storia e della politica. Gente che ha tutte le risposte anche quando sono cambiate le domande. Abbiamo invece bisogno di gente che tenga desta la speranza di un altro mondo possibile. E ancora sant Agostino sottolinea con saggezza e realismo come la speranza abbia due figli, Sdegno e Coraggio. Sdegno per la realtà delle cose e Coraggio per cambiarle. Per questo Neloson Mandela ha passato 27 anni in carcere! A Genova e forse anche altrove, la politica è scritta sui muri. Anche se non è la nostra destinazione potremo, quando lo sentiremo necessario, prendere il bus e poi sostare accanto alla fermata Europa 15/Piazzetta. Sulla parete troveremo ancora lo scritto Love and Fight. Ama e Lotta perchè solo così il mondo possibile è adesso.   Osservatorio Repressione
July 22, 2026
Pressenza