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Migranti, meticciato culturale e cittadinanza
  Ho la netta sensazione (non esattamente una certezza), maturata bazzicando nei social, che ciò che innanzitutto distingue l’elettore di centro destra rispetto a quello di centro sinistra, a dispetto delle tante cose che i due schieramenti hanno in comune, sia la questione dell’immigrazione, magari insieme a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico, della quale non ci occuperemo in questa sede e che comunque al problema dei migranti è per molti versi legata, almeno secondo alcuni pareri.  Si tratta di una problematica che è parte dell’immaginario collettivo che i due schieramenti alimentano con le loro posizioni. Da una parte sta la destra che non fa che sollevare in continuazione lo spauracchio della islamizzazione e della sostituzione etnica, che incomberebbero sul nostro paese e sull’intera civiltà occidentale. Dall’altra parte sta la sinistra che sostiene, spesso in modo fin troppo generico, la necessità  dell’accoglienza, dell’incontro e dell’integrazione.  Ciò che mi pare particolarmente interessante è che i due schieramenti, al di là delle professioni di fede, siano caratterizzati riguardo all’argomento in questione da una totale impotenza e insignificanza politica. La destra si sbraccia e alza la voce, ma da quando è al potere non ha concluso assolutamente nulla. I flussi migratori sono in costante aumento e i respingimenti si sono mostrati un totale fallimento. Cosa ancor più sorprendente è che l’attuale governo, malgrado i continui proclami in difesa della famiglia, non abbia fatto nulla contro quella sorta di “morte demografica” che colpisce il nostro paese. Un fenomeno che anche io ritengo molto grave (ma per altre ragioni di ordine etico, legate al valore della vita e a quello della sua salvaguardia e riproduzione), e che comunque, a prescindere da qualunque altro discorso, non può che favorire sul lungo periodo i flussi migratori, a meno di non volere immaginare la desertificazione del nostro paese. La sinistra istituzionale invece quando è stata al potere non ha preso alcun provvedimento che potesse favorire l’accoglienza e soprattutto l’integrazione, come se questi valori fossero una sorta di bandiere da sventolare in nome del politicamente corretto, senza bisogno di creare le condizioni concrete perché questo incontro tra diversità si possa rendere materialmente possibile. In pratica un modo di ignorare, o di fingere di ignorare, che la paura del diverso è un dato, prima che politico e particolare, antropologico e universale, e che ancor più diventa grave quando “l’altro” assume le sembianze del migrante che viene da lontano per trovare posto in quella che consideri casa tua. In altri luoghi mi sono occupato di questo incontro-scontro tra mondi e culture diverse che non può semplicemente trovare fine nel rispetto e nell’accettazione reciproca, che sono certamente questioni essenziali, ma che devono in ultimo risolversi in un reciproco “imbastardimento”. Un dare ed un avere in cui si deve operare  perché sia il meglio di ogni cultura a rendersi patrimonio comune.  Un processo lungo, difficile e non scontato che possiamo definire come “meticciato culturale”. Sulla base di queste premesse vorrei soffermarmi, anche sorvolando in questa sede su altre questioni, sulla problematica che riguarda i tempi e i modi della concessione della cittadinanza al migrante con permesso di soggiorno. Su questo tema formulerò alcune ipotesi che consegno alla discussione, senza pretese di verità.  Non credo che la concessione della cittadinanza sia una questione che possa risolversi stabilendo come condizione, in tutti i casi e in modo meccanico, un determinato tempo di permanenza nel nostro paese, che attualmente è fissato nella generalità dei casi in dieci anni. Credo che questa logica possa valere come eccezione da applicare solo alle situazioni più difficili, riguardanti per esempio i soggetti più anziani. Per tutti gli altri penso che i due criteri da accertare per la concessione della cittadinanza, a prescindere da quanto tempo vivano in Italia, siano la conoscenza della lingua, senza la quale non credo si possa dire di appartenere ad una comunità (cosa comunque già oggi prevista), e la conoscenza delle leggi fondamentali e dei valori che regolano (almeno ipoteticamente e idealmente)  la convivenza civile nel nostro paese e che in pratica sono incarnati nelle norme della Costituzione repubblicana. Tutto ciò significa che lo Stato, anche col supporto fondamentale delle associazioni di volontariato, dovrebbe farsi carico di un vero e proprio programma di insegnamento e di inserimento sociale da concludere eventualmente anche con qualche tipo di verifica. Si tenga conto per altro che attualmente, all’atto della concessione della cittadinanza, è previsto da parte del beneficiario l’obbligo di giurare di rispettare le nostre leggi e in special modo le norme costituzionali. Ma come si può ben capire si tratta di una procedura puramente formale senza alcun valore reale.   A questa ipotesi va poi aggiunto lo jus soli per i nati nel nostro paese, che tuttavia andrebbe definitivamente confermato con la conclusione della scuola primaria. Scuola primaria che sarebbe anche il criterio per concedere la cittadinanza ai bambini non nati in Italia (jus scholae).  Capisco che una possibile obiezione potrebbe essere quella di sottolineare come la nostra Carta fondamentale non venga studiata nelle nostre scuole, e come essa non sia di fatto conosciuta dalla maggioranza dei nostri concittadini. A questo stato delle cose si potrebbe però ovviare proprio introducendo lo studio progressivo della Costituzione in ogni ordine e grado di scuola, anche in sostituzione, laddove esiste, della generica (e io credo spesso inutile) educazione civica. Sarebbe certamente un modo per fare un favore a tutti noi, non solo “nuovi”, ma anche “vecchi italiani”.        Antonio Minaldi
April 23, 2026
Pressenza
Atto di coraggio: dalla legge alla propria coscienza
Un appello a chi conosce il fenomeno delle sottrazioni di minori da vicino. «Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero», diceva l’Antigone sofoclea. Cosa possiamo fare quando ci troviamo dinanzi ad una legge ingiusta? Chi segue i miei scritti sa come opero e sa cosa penso delle sottrazioni di minori in Italia: mi sembra che in moltissimi casi ci si muova addirittura fuori dal recinto previsto dalla legge stessa. Ma anche nei casi in cui si resta in questo recinto, è bene continuare ad allenare la nostra coscienza. L’interrogazione parlamentare di Massimo Polledri e Carolina Lussana del 2010 riguardava un caso di sottrazione di minori previsto dalla legge. Si trattava di una madre che, impedendo il rapporto dei figli con il padre, si vide togliere la figlia di 4 anni. Insomma, invece di tentare di risolvere la conflittualità tra i genitori e di potenziare i rapporti anche con l’altro genitore, si affidò la bambina a una casa famiglia, rescindendo così anche il legame con la madre. Da mediatrice familiare che ha investito anni per combattere l’atteggiamento ostruzionistico di uno dei due genitori verso l’altro, e per promuovere la bigenitorialità, non mi sarei mai sognata di poter intervenire con la forza, togliendo il figlio al genitore alienante per consegnarlo allo Stato! Come si può considerare sbagliato il comportamento ostruzionistico di uno dei genitori (fatti salvi casi di violenza gravi verso i minori) e poi mettere in atto un comportamento identico e ancora più grave! Nel corso degli anni ci sono state altre iniziative parlamentari simili volte ad avviare indagini conoscitive su “Adozioni e affidamento” e sui “minori fuori famiglia”. Nella XVIII Legislatura, un’interrogazione alla Camera sollevò la questione del monitoraggio sulle modalità di affido in Italia, evidenziando le “forti differenze nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da rispettare”. Si rifaceva ad un’indagine giudiziaria del 2019 che aveva portato allo scoperto una realtà orribile sulla rete dei servizi sociali della Val d’Enza nel reggiano (dove, tra il 2015 e il 2016, i bambini tolti alle famiglie erano quasi raddoppiati in un anno), accusati di redigere false relazioni per allontanare bambini dalle famiglie. Eppure, nonostante il tema degli allontanamenti arbitrari di minori sia una questione ricorrente nel Parlamento italiano almeno da 25 anni, le cose non sono mai cambiate. Come mai? Io sono convinta che nella maggior parte dei casi vi siano modalità altre di aiuto alle famiglie, modalità che non debbano per loro natura arrecare tutti quei traumi che lo sradicamento, la distruzione del nucleo familiare e la compromissione dei legami familiari, invece, purtroppo creano. Non possiamo fingere che questi danni non vi siano, non possiamo cancellarli dal bilanciamento di vantaggi e costi: così facendo diventeremmo ciechi e sordi ai bisogni profondi delle persone che vorremmo aiutare. Non solo; la legge prevede che l’affido abbia una durata massima di 24 mesi, prorogabili con specifiche motivazioni; nonostante ciò, molti minori in comunità vi rimangono più tempo, snaturando così la funzione stessa dei percorsi in atto. Esiste una relazione di aiuto senza empatia e ascolto profondo? Cosa distingue un percorso educativo dall’intervento di uno psicopatico che, forte delle sue ragioni e privo di capacità empatiche, voglia raddrizzare la vita di colui che sequestra? Non crederò mai a un percorso imposto con la violenza più brutale, un percorso che passi attraverso l’ottusità, i pianti disperati dei bambini, i vuoti immensi, i buchi della memoria, la mistificazione della realtà. Non crederò mai in percorsi in cui non si avverta il peso dello strappo arrecato e non ci si attivi con solerzia per ridurre i tempi e per cercare soluzioni. Non crederò mai in percorsi che sacrificano rapporti primari fondanti, come quelli con il genitore o con i fratelli, in favore di un miglioramento di specifiche aree di vita. Le persone non sono robot da portare a sistemare, sono miracoli fatti di storia, sangue, ricordi. Se togliamo tutto questo, umiliamo la nostra specie, umiliamo la vita. I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia possibile che 20 persone entrino nelle proprietà private con l’inganno o sfondando porte e portino via bambini urlanti, strappandoli dalle braccia dei genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti (pena il non vedere più i bambini) e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Per non parlare della follia di organizzare persino le videochiamate o le chiamate all’interno di luoghi protetti. Se solo ascoltassimo i tanti ragazzi oggi usciti da queste realtà o i genitori o professionisti onesti che vi hanno lavoro, conosceremmo alcune prassi aberranti. Sapremmo che spesso a questi bambini viene riferito che i genitori non vogliono loro bene o che siano morti. Tutto questo non viene negato neppure dai diretti interessati, ma anzi viene giustificato con un groviglio di motivazioni legate alla burocrazia più incomprensibile o alla necessità di tutelare l’equilibro dei minori coinvolti. Ma quale tutela può passare dallo sradicamento e dalla soppressione del legame ancestrale con le proprie radici? Quale benessere del minore può includere tanta manipolazione e violenza? Si tratta di episodi – o dovrei dire fenomeni – che hanno scosso l’opinione pubblica e sollevato interrogativi seri e legittimi sulle eventuali distorsioni sistemiche presenti in alcuni settori dei servizi sociali e della magistratura minorile. Interrogativi che hanno prodotto proposte di riforma parlamentare ancora in corso. Eppure, non si può ignorare che questo tema ha attraversato le nostre coscienze solo attraverso la cronaca italiana in modo dirompente, lasciando ogni volta ferite aperte e risposte insufficienti. Dal caso dei cosiddetti “Diavoli della bassa modenese” a Bibbiano su cui forse proprio ora si sta aprendo uno spiraglio grazie al lavoro della sostituta procuratrice Valentina Salvi, fino al più recente caso di quella che a livello mediatico viene definita “Casa nel bosco”, caso intriso di ideologia e pregiudizio; assistiamo a  fenomeni mediatici che anziché portare nuove consapevolezze rischiano di sigillare ancor di più alcune verità, ridotte a cibo avariato per talkshow, sagre spettacolari che normalizzano l’orrore dentro le nostre case, e provocano il rigetto di chi conosce e teme la manipolazione mediatica e giornalistica intorno al caso. Tutto questo accade nello stesso sistema dove – io dico giustamente – anche per i detenuti sono attivi riflessioni e progetti concreti per preservare il rapporto genitori figli. Devo dedurre che in Italia le persone per bene con visioni diverse, e i di loro figli, abbiano meno diritti dei criminali? Non sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col loro nome e unirci, senza lasciarci dividere da una perenne politica dell’odio. Come dico sempre, gli schieramenti non sono quelli tra cittadini, ma sono quelli tra cittadini e istituzioni: la polarizzazione perenne è il cibo di cui si nutre il potere (Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la luna marcia riflessa nei loro occhi). Specifico che il mio non è né sarà mai un attacco cieco alle istituzioni né ai singoli di cui mi interessa poco; il mio è un legittimo diritto di critica ad un sistema che ho odorato da molto vicino e di cui ho sentito forte il puzzo, al punto da dovermene allontanare per occuparmene davvero. I singoli mi interessano non per perseguitarli, ma per invitarli ad uno sforzo di coscienza e ad una crescita di consapevolezza e – perché no? – anche ad un atto di coraggio. Per questo metto a disposizione la mia scrittura, è tutto quello che ho. Proprio perché so che nel settore ci sono tante persone per bene, scrivo ancora. È a loro che mi rivolgo chiedendo uno sforzo comunicativo che vada al di là di laconiche esternazioni, degli schieramenti di categoria, dei non detti risentiti: parliamo, confrontiamoci, entriamo nel merito. La persona per bene, e non certo quella corrotta, può fare qualcosa. Può capire da chi eventualmente è manovrato e decidere di restare al servizio solo finché la sua attività non entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che agisce: modalità agghiaccianti di prelevamento con ammanettamento di minori, trascinamento, quando non addirittura immobilizzazioni e violenze verso i genitori. Non può bastare un’ordinanza a farci dimenticare il nostro posto nel mondo: siamo sì responsabili del sistema che rappresentiamo ma siamo anche liberi di agire in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via da un posto di lavoro quando quel grado di libertà interiore non è più garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti, esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società sono davvero feroci. Io l’ho fatto, e non sono di certo un eroe, solo una persona normale che non si arrende a trasformarsi in un avatar che miete vittime a caso. Banalmente dinanzi a casi come quelli che stanno assurgendo agli onori della cronaca – cito, solo per fare qualche esempio, la famiglia di Palmoli, ma anche i figli di Harlad Valentin e Nadia o il figlio dell’operatrice culturale del Vaticano, casi di cui ho parlato anche in un altro articolo – i carabinieri e gli assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei sequestri di persona dovrebbero dimettersi e unirsi a noi. E invece tutto tace, per paura, per complicità, per indifferenza, o per essere stati educati sin dall’asilo all’addormentamento, senza mai allenare la propria coscienza a restare vigile. Ma in questo silenzio tombale che fine fanno le persone che vivono tutto questo, che fine fanno le agghiaccianti implicazioni sui presunti condizionamenti psicologici operati su minori già vulnerabili e i dubbi concreti su sradicamenti immotivati e arbitrari o sulle lungaggini burocratiche che allontanano per mesi o per anni un bambino dalla carezza della propria madre e dallo sguardo del proprio padre? Sta a ciascuno di noi cercare le risposte e colmare questi vuoti. Rosanna Pierleoni
April 22, 2026
Pressenza
Un sistema a guida suprema… il nostro
Non c’è più niente da per-donare a chi fa salire la borsa nera dei ricchi, che fanno brillare la pace negli occhi dei profughi stanchi e felici di rientrare nelle case, nelle scuole e negli ospedali che saranno privatizzati, ri-costruiti e pagati con il sangue dei morti e dei sopravvissuti. Non c’è più niente da per-donare a chi saziato di genocidio dice basta e si prepara a ri-asfaltare le vie del futuro, tutelato da un sistema a guida suprema che raschia il fondo dei poveri stabilizzati e blocca il pianto a dirotto, che non bagna il petto di chi non ha cuore. Non c’è più niente da per-donare alla governante sedotta e abbandonata da chi recita il suo teatro di guerra ed offre il suo sangue di Bacco che dissolve i confini tra l’uomo e il divino, in attesa di essere effigiato nelle banco-note come un santino… protettore di tutte le guerre. Non c’è più niente da per-donare a un dio guaritore… che fa il pazzo tra pazzi, pasciuto e cresciuto senza ri-morsi di coscienza, che esporta la democrazia con le armi e con le zattere della speranza affondata e polarizzata nelle ricchezze e nei profitti e nell’ora delle decisioni irrevocabili… rassegnate. Pino Dicevi
April 21, 2026
Pressenza
Le vie dei tesori di Palermo: negli ultimi decenni cos’è entrato nelle tasche dei residenti storici?
Quando si discute di ricchezza e tassazione nel dibattito teorico a sinistra pare esserci un deserto. A ben vedere invece c’è una palude, dove alligatori e serpenti convivono al riparo di una fiscalità di scopo, che sbandierando nobili fini di valorizzazione e sviluppo, magari ecosostenibile e di coesione sociale, ha coperto la spoliazione di beni comuni e un flusso migratorio interno su cui poco o niente si è detto. A ideale continuazione dei miei appunti sulle operazioni (speculazioni) immobiliari nel centro storico ricordo “quanto” poco sia effettivamente arrivato nelle tasche dei residenti storici di Palermo egli ultimi 30 anni. Sebbene esistessero regolamenti e bandi, la percezione (spesso supportata dai dati) è che la maggior parte delle risorse sia stata intercettata da grandi investitori, gli unici di fatto oggi rimasti sul mercato. A loro la fiscalità e i politici hanno dato più che un aiutino. Ecco come sono stati distribuiti i fondi “diretti” ai privati negli anni: 1. I Bandi Comunali (Legge 25/93 e successive) IL COMUNE DI PALERMO HA GESTITO DIVERSI BANDI PER LA CONCESSIONE DI CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO DESTINATI AL RECUPERO EDILIZIO: • Priorità ai residenti: I bandi (come il V bando del 2001 e riaperture successive) prevedevano una “priorità assoluta” per le unità edilizie degradate la cui proprietà apparteneva per almeno il 60% a cittadini residenti nel centro storico da almeno sei mesi. • Entità del contributo: Solitamente copriva una parte delle spese tecniche (5%) e dell’IVA sui lavori (10%), oltre a una quota del costo di costruzione. Tuttavia, molti residenti hanno avuto difficoltà ad accedere a causa della complessità delle domande e della necessità di anticipare ingenti somme o di ottenere mutui che le banche faticavano a concedere su immobili fatiscenti. 2. Contributi Regionali e Mutui Agevolati LA REGIONE SICILIANA HA MESSO A DISPOSIZIONE FONDI (ES. EX ART. 33 L.R. 6/09) PER MUTUI CHE POTEVANO COPRIRE FINO AL 100% DEL COSTO DEGLI INTERVENTI DI RESTAURO: • Il paradosso: Questi fondi erano teoricamente per tutti, ma i requisiti soggettivi stringenti e la necessità di presentare progetti già approvati hanno favorito chi aveva già capitali o immobili in buone condizioni statiche. • L’impatto reale: Per molti residenti storici a basso reddito, questi aiuti sono rimasti “sulla carta” perché non avevano la capacità finanziaria per avviare l’iter burocratico-tecnico richiesto. 3. Bonus Facciate e Superbonus (2020-2024) NEGLI ANNI PIÙ RECENTI, I RESIDENTI HANNO BENEFICIATO DELLE MISURE NAZIONALI: • Il Bonus Facciate (90%) è stato molto usato in centro storico (Zona A), permettendo a molti condomini di residenti di rifare i prospetti. • Tuttavia, con lo stop alla cessione del credito, i residenti con “capienza fiscale” ridotta (ovvero chi paga poche tasse perché ha redditi bassi) sono rimasti esclusi, lasciando spazio solo a chi poteva permettersi di detrarre le spese in 10 anni. Dove sono finiti i soldi? • Gentrificazione: Gli aiuti hanno spesso favorito chi comprava per trasformare in B&B o case vacanze, piuttosto che chi voleva continuare a vivere lì. • Svendite: Molti residenti, non riuscendo a ottenere gli aiuti o i permessi per ristrutturare, sono stati costretti a vendere a prezzi bassi a società immobiliari, che poi hanno ristrutturato sfruttando quegli stessi incentivi. In sintesi Ai residenti “storici” è arrivata una quota significativa di agevolazioni fiscali (detrazioni), ma una quota molto ridotta di liquidità diretta (contributi a fondo perduto), a causa di graduatorie lentissime e requisiti d’accesso pensati più per chi ha già solidità economica che per chi vive in condizioni di disagio abitativo. Michele Ambrogio
April 21, 2026
Pressenza
Servizi segreti e polizie: ancora abusi, corruzione, sfacciati crimini e impunità. La storia si ripete
Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione[o.r.]   Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” -una volta tanto- stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti”. Come svelato da qualche storico (vedi in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente. Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla). Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato. Come scrive Turla in altreconomia.it: “esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”. Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”. Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti alle forze dell’ordine o ex.  Fra altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio … Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse e pene quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato. Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi qui .ilfattoquotidiano.it e qui indagini sul gruppo clandestino ‘SquadraFiore’) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza –Dis-, Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani. Un’’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di europer la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis,Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra. Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo). E’ anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino. I fatti risalgono al 2022 e riguardato 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche è Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario  Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo  Maria. L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir -presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande soldale di Mantovano e della sig.ra Meloni. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marcie”). Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di avere in possesso il software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda e avrebbero seguito le procedure in maniera legittima -SIC!- (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon). E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento. In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti deviati e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info). Salvatore Turi Palidda
April 21, 2026
Pressenza
La sindrome della scarpetta di cristallo: perché nel 2026 il lavoro ci possiede ancora?
In Italia, tra le celebrazioni del 25 Aprile e i palchi del 1° Maggio, aleggia il fantasma di una domanda scomoda che spesso preferiamo ignorare: siamo libere o siamo semplicemente diventate ingranaggi più efficienti? Nel 2026, il confine tra “avere un impiego” ed “essere possedute dal lavoro” non è mai stato così sottile. Per le donne, questa frontiera si fa ancora più scoscesa: un territorio dove la libertà personale si scontra con un sistema che ci vuole produttive a ogni costo, lasciandoci, alla fine della giornata, profondamente svuotate. Il miraggio della parità e l’economia della sopravvivenza Nonostante siamo nel 2026, la disuguaglianza salariale resta una ferita aperta. I dati parlano chiaro: il gender pay gap reale, se consideriamo il peso del precariato e dei contratti part-time spesso subiti, supera ancora il 25%¹. La nuova norma sulla trasparenza salariale negli annunci è un timido raggio di sole, ma è ancora presto per dire se riuscirà a livellare verso l’alto gli stipendi femminili o se rimarrà l’ennesima pratica burocratica. Per le under 35, la realtà è una storia di “gavetta” che somiglia troppo allo sfruttamento e di coinquilinaggio forzato. Se una volta il lavoro era il mezzo per comprare casa e stabilità, oggi è un esercizio di equilibrismo che ci spinge, quasi per reazione biochimica, a cercare rifugio nella condivisione forzata per non affogare nell’isolamento egoistico della società capitalistica. Anatomia di un soffocamento: il corpo non mente Il cuore del malessere delle lavoratrici oggi risiede in un paradosso identitario: cosa resta di noi quando scopriamo che la parte migliore delle nostre giornate è stata venduta per uno stipendio che basta appena a sopravvivere, ma non a sognare? Il corpo risponde prima della mente. Quella rigidità che sentiamo nelle spalle, quella tensione nella mandibola, hanno un nome e non sono normali, anche se ormai normalizzate: è il soffocamento di chi non vede più risonanza tra il proprio agire e i propri valori. Il mercato del lavoro moderno è un prodotto disegnato da uomini per gli uomini. È un sistema basato su una linea retta di efficienza, alimentato dalla stabilità ormonale del testosterone. Ma noi siamo cicliche. Chiedere a una donna la stessa performance 365 giorni l’anno è come pretendere che un fiore resti spalancato nel buio della notte o fiorito sotto la neve. Per decenni abbiamo maledetto il nostro ciclo, cercando di calzare quella “scarpetta di cristallo” dell’efficienza perenne. E proprio come le sorellastre nella fiaba originale dei fratelli Grimm, per farcela stare abbiamo accettato di tagliarci le dita dei piedi, mutilando la nostra identità ormonale pur di non apparire “di meno”. È tempo di rivendicare una letteratura e un’educazione che ci insegnino a cavalcare le onde ormonali, trasformandole in evoluzione e non in un segreto da nascondere. Una consapevolezza che gioverebbe non solo alle donne, ma a chiunque si trovi a collaborare con loro. Lavorare sotto l’ombra dei conflitti Ma il soffocamento non finisce tra le mura dell’ufficio; si scontra con il riverbero di un mondo che brucia. Viene da chiedersi: che senso ha timbrare un cartellino o rispondere all’ennesima mail mentre, fuori, la storia si frantuma sotto il peso dei conflitti? Il dolore globale, unito all’impotenza che il genocidio in corso a Gaza getta sulle nostre coscienze, rende l’atto di produrre extraprofitti per altri quasi grottesco. Ci proietta in una sorta di corto circuito esistenziale dove, per non soccombere a questi input, il nostro cervello e il nostro cuore scelgono di restare spenti. Un’osservazione, questa, che non riguarda solo le donne, ma ogni lavoratore del globo. Se un tempo il lavoro offriva una parvenza di futuro, oggi quella stabilità è sabotata da politiche di dominio che finanziano la distruzione con le nostre stesse tasse. Ci sentiamo parte di un sistema tossico che, pur mostrando le sue prime fratture, dà il peggio di sé perché terrorizzato dalla propria fine. Oltre la produzione: la libertà di essere In queste giornate di festa e di lotta, il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è smettere di sentirci sole. Dobbiamo ritrovare il coraggio della condivisione autentica per rivendicare il diritto alla nostra libertà di essere, prima ancora di quella di produrre. Non siamo “risorse umane” da spremere, ma esseri umani con risorse infinite che meritano un mondo capace di rispettare i ritmi della vita, e non solo quelli del profitto. Forse, la vera liberazione passa ancora una volta attraverso il riappropriarsi del nostro corpo di donna e delle sue magnifiche, necessarie trasformazioni. Note e Fonti ¹ Gender Pay Gap: Dato basato sul Rendiconto di Genere INPS 2025-2026. Il divario complessivo annuo tiene conto dell’incidenza del part-time involontario e della precarietà contrattuale. Per i dati sulla condizione dei laureati, si rimanda al Rapporto AlmaLaurea 2026. Per i riferimenti legislativi, si veda la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale. [inps.it | almalaurea.it]   Erica Cardin
April 20, 2026
Pressenza
Tutti pazzi per Sanchez
Divertente notare che plaudono a Sanchez compagne/i che in Italia sono ferocemente contrari alla nostra proposta di fronte per la Costituzione con Schlein, Conte e AVS (e non solo loro). Si dà il caso che dell’Internazionale Progressista di Sanchez faccia parte proprio Elly Schlein che è intervenuta a Barcellona. Un fatto politico positivo perché Renzi, Gentiloni, Letta ecc. avevano come riferimenti Blair e Macron. Chi presenta come un tradimento una desistenza doverosa per cacciare Meloni dimentica che in Spagna il socialista Sanchez è riuscito a fare il governo grazie ai voti del partito comunista e delle altre formazioni della sinistra radicale. Il PSOE, il partito di Sanchez, come il PD e gli altri partiti “socialisti” europei, è stato per molti anni l’avversario principale della sinistra radicale e dei movimenti, una vera schifezza neoliberista con altissimi livelli di corruzione. Ricordo di aver partecipato in Spagna a cortei in cui manifestanti gridavano ‘PSOE – PPE misma mierda’. Lo stesso Sanchez tentò, con un più volte ripetuto ricorso alle urne, di far fuori la sinistra radicale con il voto utile (il sistema elettorale è diverso dal nostro, ma non mi dilungo a spiegarlo). Podemos e Izquierda Unida ebbero l’intelligenza di cambiare tattica e di passare dal “che se ne vadano tutti” alla proposta di governo di sinistra. Mentre l’establishment socialista propendeva per un governo di grande coalizione col centrodestra del PPE fu la sinistra radicale a chiedere il voto come garanzia di un governo della sinistra. Sanchez ebbe anche lui abbastanza intelligenza da smarcarsi dal vecchio establishment che avrebbe sacrificato la sua leadership a un governo con la destra e decise di tentare la carta dell’accordo con Unidas Podemos e poi con Sumar, movimenti indipendentisti e regionali, ecc. Non ne è venuto fuori un governo rivoluzionario, ma sicuramente l’unico governo progressista in Europa. L’agenda neoliberista è stata ridimensionata e sono stati approvati provvedimenti proposti da comunisti e sinistra radicale come l’aumento del salario minimo, l’abolizione di molte norme di precarizzazione del lavoro, l’obbligo per le piattaforme di assumere come dipendenti i rider, ecc. E una politica estera più autonoma da Commissione Europea, NATO e Stati Uniti, più critica verso Israele. Non certo il socialismo, ma concrete conquiste per la classe lavoratrice, le donne, le persone lgbtq+, ecc. Chi obietta che il Pd rimane una schifezza dentro la quale ci sono tanti responsabili di politiche neoliberiste antipopolari o ras di sistemi di potere clientelari e affaristici non dice una cosa sbagliata. Li ho combattuti per una vita e li conosco molto bene, ma questo vale anche di più per il PSOE spagnolo. Eppure le leadership di questi partiti ‘socialisti’ hanno scelto una svolta progressista che li rende oggi, al contrario del passato, interlocutori possibili della sinistra radicale che per anni li ha criticati duramente. In Italia è capitato che il voto popolare nelle primarie abbia sparigliato i giochi e solo dei ciechi possono non vedere che la destra economica e bellicista (chiamarli centristi è esagerato) sta tentando da tempo con i suoi esponenti politici, commentatori e media di delegittimare Elly Schlein, considerata troppo sovversiva. Sono gli stessi ambienti che hanno preferito con Letta (e Draghi) consegnare l’Italia a Meloni piuttosto che dover rischiare di vincere con un alleato come il M5S di Conte contrario all’invio di armi all’Ucraina. Quello che chiamano ‘campo largo’ è carico di contraddizioni e per ora non ha un programma. Però non ha più come interlocutore privilegiato la Confindustria, ma la Cgil e non pare avere l’agenda Draghi come priorità, al contrario di Meloni e Giorgetti che applicano i diktat di Bruxelles e della NATO come soldatini. Ci sarebbe molto da dire sull’incontro progressista di Barcellona. Di sicuro propone un asse con i governi di sinistra dell’America Latina, il no al bloqueo di Cuba ed esprime un orientamento verso la pace, il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione con la Cina e i Brics, una politica contro la disuguaglianza a partire dalla tassazione delle grandi ricchezze. Forse è troppo entusiasta il manifesto, ma certo siamo lontani dalla “terza via” di Blair. Senza nasconderci gli aspetti contraddittori (accordo UE Mercosur, posizione di Sanchez su guerra in Ucraina ed esercito europeo, politiche europee, video di Hillary Clinton) il messaggio di Barcellona, democratico, antifascista e contro l’imperialismo MAGA e i crimini di Israele è ben diverso dalla piattaforma ordoliberista e di oltranzismo bellicista finora prevalsa in Europa. È naturale l’interlocuzione per noi partiti comunisti e anticapitalisti, ecologisti e femministi della European Left, che contemporaneamente abbiamo tenuto il congresso a Bruxelles con, tra gli invitati, Jeremy Corbyn, i Democratic Socialists of America di Mamdani, palestinesi e cubani. Non siamo la stessa cosa, ma dobbiamo trovare il modo di costruire fronti per sconfiggere l’ondata di fascismo planetaria di cui Trump è protagonista. Le parole preoccupate di Lula sulla necessità di fermare il fascismo, il nazismo e che evocano Hitler non sono propaganda dopo il genocidio a Gaza e vengono da un continente in cui tutti i governi di sinistra – non solo Cuba Venezuela – sono stati apertamente minacciati da Trump. Occorre tenerle a mente mentre discutiamo di tattiche elettorali a casa nostra in vista delle elezioni politiche 2027.       Anna Polo
April 20, 2026
Pressenza
Premierato e programma tra destra e (finta) sinistra
L’inatteso esito del referendum sulla giustizia ha messo in grave difficoltà la destra al governo come si può facilmente constatare dalle intenzioni di voto degli italiani che sembrerebbero al momento favorire la sinistra, a meno che non sia proprio quest’ultima, sempre in preda alle sue infinite contraddizioni, a suicidarsi in un improvvido e sterile dibattito tra l’esigenza di fare le primarie e quella di avere un programma elettorale. Naturalmente, in nome della banalità del buon senso, dicono tutti che prima bisogna avere il programma e poi si può discutere del leader. Ma non è questa la questione. Diciamo innanzitutto che di leader e di primarie non si dovrebbe neppure parlare. In passato a presiedere l’esecutivo è sempre stato il segretario del partito più votato della coalizione vincente. Si ha quasi l’impressione che questa sinistra voglia scimmiottare la destra proponendo una sorta di versione soft del premierato, ribadendone in questo modo i suoi aspetti più deleteri: per un verso una personalizzazione dello scontro politico tutto centrato sulla visibilità e appetibilità mediatica del leader, che si mostra in tutto il suo fascino nei social, così come un tempo un suo lontano predecessore si mostrava dal balcone di piazza Venezia. Dall’altro lato c’è, ancora una volta contro il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri, la possibilità di una ulteriore crescita dell’importanza del potere esecutivo  a scapito di un legislativo di nominati, tenuti a bada ingrossando sempre di più il loro portafoglio.  Ricordiamo, a tal proposito, che la nostra Costituzione, precisamente all’art. 95, definisce in modo preciso il ruolo e i compiti del “Presidente del Consiglio dei Ministri” (così si chiama e non come viene detto enfaticamente “premier” o “capo del governo”). Il suo compito è quello (cito letteralmente) di mantenere “l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, e aggiungendo subito dopo che “I Ministri sono responsabili collegialmente delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri”. Come si può vedere il Governo resta al fondo un organo a responsabilità collegiale. È giusto dunque concentrarsi sul programma?  Il guaio sta nel fatto che una vera e coerente sinistra il programma dovrebbe averlo già e non cercarlo affannosamente, (non si sa bene dove), in vista dell’appuntamento elettorale. Un programma di governo dovrebbe essere la logica conseguenza di uno schieramento di ordine generale in campo politico e valoriale. Per capirci: io resto convinto che una vera sinistra dovrebbe muoversi su due semplici discriminanti che sono il contrasto radicale alle logiche neoliberiste in economia e il pacifismo anti-atlantista sul piano geopolitico. Il programma di governo diverrebbe a quel punto la cosa più semplice da immaginare. Volete alcuni facili esempi? Diciamo  allora che prima di tutto sarebbe necessario schierarsi contro tutti i conflitti armati: no alla guerra e no al riarmo (ma col realismo di non insistere in sanzioni che fanno il solletico alla Russia e colpiscono soprattutto noi). E poi ancora di seguito: condannare e isolare Israele per il genocidio in Palestina, che è di più e peggio di una guerra; bloccare l’operatività militare della NATO nel nostro paese e metterne in discussione l’esistenza sul piano internazionale; contrastare le politiche di austerità e le regole di controllo dei bilanci nazionali da parte dell’Europa; rilanciare il welfare stornando fondi dalle spese militari per il rilancio immediato di una agonizzante sanità pubblica e ipotizzare poi investimenti per la scuola, la previdenza e per un possibile piano di edilizia popolare; politiche per il lavoro con innanzitutto il salario minimo orario e il ripristino della scala mobile; nuovo sistema fiscale che tassi i superprofitti e istauri un nuovo sistema d’imposta caratterizzato da una forte progressività; politiche di difesa della maternità (congedi parentali e sostegno economico); iniziative di difesa ambientale (transizione dal fossile a fonti energetiche rinnovabili, contenimento o rinuncia alle grandi opere, decementificazione)…  Sto certamente sorvolando su varie cose, ma credo che quanto detto basti per esemplificare e dare senso al discorso. Infine capisco perfettamente che un conto è fare la lista della spesa e cosa ben diversa è (giusto per restare nella metafora) avere i soldi per comprare tutto. L’opposizione ad un simile programma sarebbe feroce da parte di Usa, UE e vari potentati economici e militari. Certo non tutto sarebbe fattibile ed inevitabilmente su molte cose bisognerebbe mediare, ma intanto, prima di ogni realismo al ribasso, mi pare necessario cominciare ad interrogarsi su ciò che è giusto e su ciò che sarebbe necessario, sapendo bene che prima si guarda al piano ideale e solo dopo ci si interroga sulla dimensione del reale. Una cosa è comunque certa: in questa prospettiva il giochino “primarie o programma” di questa sinistra che ci ritroviamo non è un’opportunità, ma un ulteriore ostacolo.          Antonio Minaldi
April 20, 2026
Pressenza
Niscemi e le responsabilità dal sen fuggite
Niscemi frana, oltre un centinaio di famiglie vengono fatte sfollare, diverse centinaia di persone rimangono senza tetto, ma non è il 25 gennaio di quest’anno: è, invece, il 12 ottobre 1997 quando vi fu un primo significativo evento franoso del comune in provincia di Caltanissetta, secondo soltanto al catastrofico rivolgimento tellurico del 1790 che aprì un baratro tra i terreni di sabbia e argilla a testimonianza dell’alto livello di instabilità della zona. La frana del 25 gennaio scorso è stato un evento altrettanto se non più drammatico di quello del 1997, considerata l’estensione di quattro chilometri di lunghezza, il dislivello creatosi che in alcuni punti ha raggiunto i 55 metri e la massa di detriti creata superiore a quella del Vajont, ma non imprevedibile, proprio a causa del precedente che risale a quasi trent’anni fa. Negli anni passati sono state emanate una serie di ordinanze di protezione civile per la messa in sicurezza del territorio che sono rimaste lettera morta. Sul sito della Protezione Civile nazionale è possibile ricostruire la sequela dei provvedimenti adottati, a partire dall’ordinanza 2703/1997 con la quale l’Assessore regionale con delega alla protezione civile è stato a suo tempo nominato commissario per l’attuazione degli interventi d’emergenza.  È proprio a causa di questa trentennale situazione di sostanziale inerzia negli interventi di consolidamento, finanziati per un importo pari a circa 12 milioni di euro, che la Procura di Gela ha iscritto nel registro degli indagati 13 persone fra cui gli ultimi quattro Presidenti della Regione, da Raffaele Lombardo fino a Renato Schifani passando per Rosario Crocetta e Nello Musumeci, attuale ministro con delega alla protezione civile che aveva tuonato contro “gli sciacalli anche in giacca e cravatta” all’indomani dell’evento franoso. Il reato contestato è disastro colposo e danneggiamento a causa di frana per non aver eseguito i lavori e non aver applicato le ordinanze della Protezione civile nazionale sulla mitigazione del rischio. Nell’inchiesta, che in questa prima fase avrebbe individuato responsabilità a partire dal 2010, sono coinvolti anche i responsabili della Protezione civile regionale succedutisi nello stesso periodo Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e Salvatore Cocina, i dirigenti preposti agli uffici contro il dissesto idrogeologico Vincenzo Falgares, Salvatore Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello e Giacomo Gargano nonché la responsabile dell’associazione temporanea di imprese che doveva eseguire le opere di mitigazione Sebastiana Coniglio. Ovviamente i politici coinvolti hanno da subito messo le mani avanti esprimendo piena fiducia nell’operato della magistratura (certo, dopo la mazzata del referendum qualche correzione nella linea di condotta andava apportata!), ma dichiarando la propria estraneità verso qualsiasi responsabilità ascrivibile agli eventi calamitosi. Schifani, attuale Presidente, è “convinto che la magistratura accerterà i fatti in tempi brevi” e affronta questa situazione “con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”. Musumeci è sereno come Schifani se non di più e parla di “atto dovuto” da parte della Magistratura: “quello che dovevo dire l’ho già detto in Parlamento”, facendo riferimento alle comunicazioni rese all’Aula ai primi di febbraio con le quali è parso scaricare tutte le responsabilità sugli amministratori locali piuttosto che assumersene in prima persona. Anche Lombardo, manco a dirlo, parla di atto dovuto e dichiara la sua estraneità ai fatti. Rosario Crocetta, unico fra gli indagati ad essere stato Presidente di una coalizione di centrosinistra, rivendica addirittura la propria azione contro il dissesto: “il mio governo ha stanziato ben 500 milioni finanziando tutti i progetti segnalati e riguardo a Niscemi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta”. Siamo alle solite: chi ha responsabilità di governo cerca sempre di tirarsene fuori quando viene chiamato in causa, salvo poi individuare qualche capro espiatorio da offrire in pasto all’opinione pubblica. Inutile dire che i commenti della politica alla vicenda sono tutti orientati in ragione degli schieramenti di appartenenza, con espressioni di massima solidarietà da parte del centrodestra (anche per Crocetta!) e, al contrario, richieste di dimissioni da parte del centrosinistra.  Qui torniamo su un punto che avevamo già trattato quando Schifani aveva invitato i propri dipendenti ed i cittadini a denunciare i casi di cattiva amministrazione: vuoi vedere che alla fine la responsabilità andrà a ricadere proprio sull’incolpevole cittadino?  Di una cosa siamo sicuri, al momento: davanti a questo ennesimo scaricabarile le conseguenze le stanno pagando coloro che hanno perso le case allora come oggi e che ancora aspettano risarcimenti e soluzioni adeguati ai danni subiti. E insieme a loro le pagano i siciliani che si ritrovano un territorio devastato, le infrastrutture inadeguate e le vie di comunicazione che cadono a pezzi, ma a cui un Ponte non si nega mai! Enzo Abbinanti
April 20, 2026
Pressenza
IL DECRETO SICUREZZA: L’AVVOCATO COME ESECUTORE DI POLITICHE DI PARTE
Meno strumenti per opporsi all’espulsione, più incentivi a favorire il rimpatrio: così si svuota in concreto il diritto di difesa. C’è una domanda che il decreto-legge n. 23/2026 pone, e che il dibattito pubblico ha finora eluso: cosa rimane del diritto di difesa quando lo Stato decide che alcune persone possono essere allontanate più facilmente, più velocemente, con meno possibilità di contestare la propria sorte davanti a un giudice? La risposta che il testo dà — nel testo emendato al Senato e ora all’esame della Camera con scadenza al 25 aprile — è inequivoca: rimane poco. E quel poco viene ulteriormente eroso da un meccanismo che trasforma il difensore in strumento del progetto di rimpatrio. Non è una lettura allarmistica. È la descrizione di due norme che, lette insieme, disegnano un sistema coerente: da un lato si restringe l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna un provvedimento di espulsione, dall’altro si condiziona il compenso dell’avvocato all’effettivo rimpatrio del proprio assistito. Il cerchio si chiude su una persona che ha sempre meno strumenti per restare e sempre più pressioni per andarsene — incluso il difensore che avrebbe dovuto tutelarla. Espellere senza essere fermati L’art. 29 co. 3 del decreto interviene sul gratuito patrocinio nelle impugnazioni dei provvedimenti di espulsione. La norma introduce limitazioni all’accesso alla difesa a spese dello Stato per i cittadini stranieri che contestano giudizialmente un ordine di allontanamento. È una scelta che colpisce nel punto più fragile dell’intero sistema di garanzie: le procedure di espulsione sono già tra le più rapide, le meno garantite, le più esposte al rischio di errori e di violazioni procedurali. Sono i procedimenti in cui il controllo giurisdizionale sarebbe più necessario — e sono esattamente quelli in cui si decide di renderlo meno accessibile. Il diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione vale per tutti, compresi i migranti. Non può essere subordinato né alla nazionalità né alla convenienza politica del momento. La garantisce a tutti, il che significa che rimuovere sistematicamente gli strumenti concreti per esercitarla — il patrocinio gratuito, l’accesso a un difensore competente, il tempo sufficiente per costruire una strategia — equivale a svuotarla di contenuto pur lasciandola formalmente intatta. È la tecnica classica con cui i diritti vengono aboliti senza essere abrogati: si lascia la norma, si eliminano le condizioni per applicarla. Chi viene colpito non è una categoria astratta. Sono persone che si trovano in una procedura accelerata, spesso senza conoscere la lingua, senza reti di supporto, senza la capacità di orientarsi in un sistema giuridico complesso. Sono persone per le quali il difensore non è un optional ma l’unico punto di contatto reale con le garanzie che l’ordinamento formalmente offre. Togliere o rendere più difficile quel punto di contatto non è una misura di efficienza amministrativa. È una scelta politica precisa: rendere le espulsioni più difficilmente contestabili, e quindi più facili da eseguire. Il compenso condizionato: quando il difensore lavora per il rimpatrio L’art. 30 bis completa il quadro con una logica che, una volta capita, non si presta ad alcuna lettura benevola. La norma prevede un meccanismo di compenso per gli avvocati che assistono cittadini stranieri nell’ambito dei programmi di rimpatrio assistito — ma il compenso scatta soltanto se il proprio assistito presenta domanda di rimpatrio volontario e viene effettivamente rimpatriato. Non si paga la difesa. Si paga il risultato. E il risultato è la partenza. Esiste una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito, tra l’avvocato che serve lo Stato come istituzione — figura ordinamentale del tutto legittima, presente in ogni amministrazione pubblica — e l’avvocato privato trasformato in esecutore di un indirizzo politico di parte. Il primo difende le posizioni giuridiche dell’ente che rappresenta nel quadro di un sistema di garanzie che vale per tutti. Il secondo, in questo schema, viene pagato per orientare le scelte del proprio cliente nella direzione voluta da una maggioranza parlamentare. Non dallo Stato come istituzione. Da chi, in questo momento, governa lo Stato e ha deciso che i migranti devono partire. La deontologia forense esiste proprio per impedire questa torsione. L’avvocato deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza, senza che il proprio compenso dipenda dall’esito ottenuto nell’interesse di terzi. Quando invece il compenso dipende da quell’esito — e quell’esito è il rimpatrio — il mandato fiduciario si inverte: il difensore non lavora per il cliente, lavora contro di lui, nell’interesse di chi ha scritto la norma. La persona assistita cessa di essere il soggetto della difesa e diventa il suo oggetto. La geometria di un progetto Le due norme non sono incidenti di percorso. Sono i tasselli di un disegno che ha una propria coerenza interna. Si riduce la possibilità di contestare l’espulsione davanti a un giudice. Si crea un incentivo economico perché il difensore convinca il proprio assistito ad andarsene volontariamente. Si costruisce così un percorso a imbuto in cui la resistenza giuridica è scoraggiata a ogni livello — dall’accesso limitato al patrocinio gratuito fino alla presenza di un avvocato il cui interesse economico è allineato con quello del governo e non con quello del cliente. Il termine remigration, che circola da anni negli ambienti della destra europea per indicare l’obiettivo politico di inversione dei flussi migratori, descrive esattamente questa logica: non gestire la presenza di stranieri sul territorio, ma ridurla attraverso ogni strumento disponibile, inclusi quelli giuridici. Il decreto sicurezza non è una misura emergenziale nata da un’urgenza specifica. È un tassello di quel progetto, tradotto in norme tecniche sufficientemente presentabili da superare il vaglio parlamentare senza troppo rumore. Il rumore, però, c’è stato. L’Unione delle Camere Penali ha parlato di previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense. Il presidente del Consiglio Nazionale Forense ha chiesto l’eliminazione immediata delle norme contestate — e lo ha fatto dopo aver appreso dell’inserimento del CNF nel testo del decreto dal giornale, non da alcuna comunicazione istituzionale: un dettaglio che dice molto sul rapporto di questo governo con le istituzioni che dovrebbe consultare. Anche dalla magistratura sono arrivate posizioni di sconcerto. Quando avvocatura e magistratura convergono nello stesso allarme, di solito c’è una ragione. Cosa resta del diritto di difesa La risposta onesta è che resta la forma. Resta l’art. 24 della Costituzione, formalmente intatto. Resta il codice, la procedura, il vocabolario della garanzia. Quello che si smonta è la sostanza: la possibilità concreta, per una persona vulnerabile e senza risorse, di trovare un difensore indipendente, di accedere a un giudice, di contestare una decisione che può cambiare radicalmente la propria vita. Uno stato di diritto non si misura dalle norme che scrive ma dalle condizioni che crea perché quelle norme siano effettive. Un diritto che esiste sulla carta ma non nella pratica non è un diritto: è una promessa non mantenuta, usata per legittimare un sistema che ha già deciso l’esito prima che il procedimento cominci. La Camera deve convertire il decreto entro il 25 aprile. Il Parlamento sa cosa significa quella data. Sarebbe utile che lo ricordasse prima di votare. Redazione Napoli
April 19, 2026
Pressenza